Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/08/2026
Il 62% degli italiani rinuncia a fare figli perchè costa troppo
Nel 2025 sono nati in Italia circa 355mila bambini, il dato più basso dalla fine della Seconda guerra mondiale, e sono morte 652mila persone, con un saldo negativo di -297mila unità, come se fosse sparita l’intera città di Catania[i]. La Fondazione per la Natalità, in collaborazione con Istat e Inps, ha reso pubblico un dossier da cui risulta che il 62% degli italiani fa sempre meno figli perché questi costano troppo. Inoltre, il 49,9% delle donne teme conseguenze negative sul lavoro con l’arrivo di un figlio. Solo il 5,5% dice di non volere figli[ii]. Il problema, quindi, non sono gli immigrati che sono troppi, ma gli italiani che stanno diventando troppo pochi.
In base alle proiezioni di Eurostat, la popolazione italiana, che nel 2026 è di 58,9 milioni, a pari condizioni (stesso tasso di natalità e stessa intensità del flusso migratorio di oggi), passerà nel 2050 a 55,7 milioni o a 49,5 milioni in caso di blocco totale dell’immigrazione (l’ipotesi vannacciana)[iii]. Questi dati dipendono anche dall’emigrazione di cittadini italiani. Nel 2026 oltre 6,5 milioni di questi, spesso giovani con alti titoli di studio, sono all’estero, alla ricerca di migliori salari e condizioni di vita. Visto che fare figli è difficile soprattutto per ragioni economiche, il vero problema è che i salari italiani negli ultimi decenni sono diminuiti e che il welfare per le famiglie e a favore delle donne che lavorano si è ridotto (a partire dagli asili nido e dalla assistenza ai genitori anziani).
Giusto qualche giorno fa l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), riportava che tra 1990 e 2024 il salario reale dei lavoratori italiani del settore privato (ma il settore pubblico non sta meglio) è diminuito del 6,6%, mentre mediamente i salari dei paesi Ocse sono aumentati del 35%[iv]. Le persone nel capitalismo sono considerate come possessori di una merce (sebbene particolare), la forza lavoro. La forza lavoro, come ogni merce, ha un proprio valore, che corrisponde non solo alle merci che servono per il mantenimento in vita giornaliero, ma anche al tempo/costo per farla crescere, istruirla, curarla, ecc. Oggi il tempo di preparazione della forza lavoro si è allungato e, di conseguenza, il costo della sua riproduzione è molto alto e le famiglie non ce la fanno a sostenerlo. Fare figli potrebbe voler dire ridursi in povertà o ritornare alla situazione dei nostri antenati della prima metà del Novecento, che mettevano al mondo tanti figli (oltre che essere dovuto alla più alta mortalità infantile, serviva carne da cannone per le mire imperialistiche di Mussolini e del capitale italiano), senza stare troppo a preoccuparsi di garantirgli un decente standard di vita.
Il valore della forza lavoro è, però, storicamente determinato. Ciò vuol dire che è dato dal livello delle merci (beni e servizi) che in un certo periodo storico, cioè in certe condizioni di produttività, di cultura e di rapporti di forza tra lavoratori e capitale, sono ritenute essenziali al mantenimento della forza lavoro. Quanto al salario, esso è il prezzo della merce forza lavoro e oscilla attorno al suo valore. Infatti, uno degli strumenti maggiormente utilizzati dal capitale per contrastare la caduta del saggio di profitto è proprio quello di ridurre il salario della forza lavoro al di sotto del suo valore[v]. Ciò significa ridurre il consumo del lavoratore al di sotto dello standard a cui si era arrivati, dato un certo sviluppo della società. Quindi, i lavoratori italiani, a fronte di salari diminuiti, resistono all’abbassamento dello standard di vita a cui si sono abituati, scegliendo di non riprodursi. Per tutte queste ragioni, il capitale importa immigrati da paesi più poveri, specie da paesi extra-comunitari, perché lì i salari reali sono più contenuti e il valore della forza lavoro è più basso, specialmente il suo costo di riproduzione. Quindi, stranieri a basso costo, al posto di italiani ad alto costo. Se non vogliamo ridurci a essere un paese di vecchi e garantirci il diritto alla genitorialità, non serve a nulla attaccare gli immigrati e progettare impossibili e costosissime remigrazioni di milioni di persone.
Quello che serve è fare una battaglia a livello nazionale per alzare i salari pubblici e privati sia degli italiani sia degli immigrati e per sviluppare un welfare adeguato per i bambini e i vecchi, in modo che l’attività di cura non pesi solo sulle famiglie, e in particolare sulle donne. La questione salariale è, però, legata al modo di produzione economico. Infatti, l’Upb dice anche che la causa dell’arretramento dei salari italiani risiede nell’aumento del part-time involontario, che in Italia è molto maggiore che negli altri paesi europei (falsando anche le statistiche sul tasso di occupazione, che aumenta con il giubilo della Meloni).
Un’altra causa sta nella deindustrializzazione, a sua volta dovuta alle delocalizzazioni all’estero, dove il costo del lavoro è più basso. Infatti, sono diminuiti i posti di lavoro nell’industria e sono aumentati quelli nei servizi, che in media offrono contratti più deboli e compensi più bassi. Oltre a questo, va ribadito che bisogna lottare contro il caporalato e il lavoro nero e che se un uomo o una donna lavorano precariamente o a tempo parziale, magari fino a 40 o anche a 50 anni, non possono certo pianificare di fare dei figli. Tutto questo dipende soprattutto dalle riforme del mercato del lavoro (dal pacchetto Treu, alla riforma Biagi, a quella Fornero, al Jobs Act), che, votate da centro-destra e centro-sinistra, negli ultimi 40 anni hanno prodotto precarietà e abbassamento dei salari, allo scopo di rendere più competitive le merci italiane sul mercato globale e innalzare i profitti capitalistici. Va aggiunto, inoltre, che tali riforme e la riduzione del welfare sono dovute anche ai vincoli di bilancio dei Trattati europei e all’adozione dell’euro, che, impedendo di usare come leva competitiva sui mercati globali la svalutazione della moneta, favorisce il ricorso alla riduzione salariale.
In definitiva, la causa del calo dei salari sta nel modello economico orientato all’export e improntato al neoliberismo. Quindi, come dicevo in un mio articolo recente sul declino dell’auto europea e l’ascesa di quella cinese, va fatta una battaglia non solo per aumentare i salari, ma anche per superare il modello produttivo attuale e introdurre un sistema misto pubblico-privato, basato sui consumi interni e su di un ruolo maggiore dello Stato nell’economia, ad esempio rinazionalizzando quelle imprese che sono state privatizzate con esiti disastrosi, ad esempio Telecom e, come mostra la cronaca più recente, l’Ilva di Taranto.
Ciò, però, non può essere raggiunto attraverso una guerra fra poveri e meno poveri, tra immigrati e italiani, che ha l’effetto di dividere i lavoratori e deviare l’attenzione verso temi secondari. Ciò può essere fatto solo con una lotta unitaria, come sta già accadendo in alcuni settori lavorativi, malgrado molti italiani non ne siano coscienti, a causa del silenzio dei media. Basti solo pensare allo sciopero, organizzato da alcuni sindacati di base, che per giorni ha bloccato la distribuzione logistica di Bologna, per la protesta di lavoratori immigrati e italiani contro la morte di Farik. La lotta contro il razzismo e la xenofobia non è un vezzo da “sinistra fucsia”, ma un aspetto necessario alla ripresa e al dispiegamento della lotta di classe nel nostro paese.
Il problema, quindi, non è solo il ceto politico, ma il sistema capitalistico, specialmente quello puro, nella forma neoliberista e imperialista. Il ceto politico è subalterno (funzionale, meglio) agli interessi del grande capitale. Per contrastare questa situazione, bisogna darsi da fare e muoversi in prima persona. Votare alle elezioni non basta, bisogna mobilitarsi. E, invece, pare che molti italiani deleghino tutto alla politica. Ma la politica non può che essere il riflesso della società. E se la società oscilla tra pessimismo cosmico, apatia e perseguimento del proprio piccolo tornaconto individuale, c’è poco da meravigliarsi dello stato in cui versano i partiti e il paese.
Note
[i] https://www.statigeneralidellanatalita.it/wp-content/uploads/2026/07/VOLERE-O-POTERE-DOSSIER-2026-light-def.pdf
[ii] Barbara Gobbi, “Il 62% degli italiani rinuncia a fare più figli: costa troppo”, Il Sole24ore, 29 luglio 2026.
[iii] https://ec.europa.eu/eurostat/web/population-demography/population-projections/database
[iv] Gianni Trovati, “Il gelo dei redditi: -1,6% rispetto al ’90, l’Irpef frena la crisi ma non la risolve”, Il Sole24ore, 22 luglio 2026.
[v] K. Marx, Il capitale, Newton Compton editore, Roma, 1996, p.1073.
Fonte
13/07/2026
I motivi della crisi dell'industria automobilistica europea
Mentre l’opinione pubblica europea ed italiana è concentrata sull’immigrazione come fonte dei problemi dell’Europa occidentale e in particolare dell’abbassamento dei salari, le vere cause della profonda crisi sociale in atto sono ignorate. Nell’ultimo periodo, però, sono accaduti alcuni fatti che dovrebbero far riflettere le opinioni pubbliche italiana ed europea. In Italia al ministero dell’industria è saltata l’intesa tra i sindacati e la Natuzzi, multinazionale leader mondiale dei divani in pelle, che aveva deciso di chiudere due fabbriche nel barese e trasferire la produzione in Romania, dove da anni c’è una sua fabbrica. La chiusura non impatterà solo sui lavoratori di Natuzzi, ma anche su 600 piccole e medie imprese tra Puglia e Basilicata, fornitrici di Natuzzi. Ma la notizia più importante viene dalla Germania, dove un periodico ha rivelato il piano della Volkswagen, secondo produttore mondiale di auto, di licenziare 100mila lavoratori, più del 15% della forza lavoro globale. Si tratta di una delle ristrutturazioni più importanti della storia industriale. Ancora più importante è che tale ristrutturazione sarà incentrata nel cuore della multinazionale, in Germania, dove 50mila addetti verranno licenziati e quattro stabilimenti saranno chiusi.
Non si tratta, però, solo della Volkswagen, ma di tutta l’industria europea dell’auto, che a sua volta rappresenta solo il picco della crisi della manifattura dell’Europa occidentale, che rischia di imprimere una accelerazione alla deindustrializzazione. La multinazionale statunitense Ford ha annunciato tagli del 14% sulla forza lavoro europea (3.900 occupati) in Spagna, Regno Unito e soprattutto in Germania. La Mercedes, dopo aver licenziato 4mila lavoratori con uscite volontarie alla fine del 2025, ha dichiarato di voler procedere ad altri licenziamenti, risparmiando un miliardo di euro sui dipendenti entro l’anno prossimo. La Bmw prevede una riduzione dell’organico del 5% a livello globale entro la fine dell’anno. La crisi dell’auto impatta anche sui produttori di componentistica, ad esempio la tedesca Bosch ha programmato tagli di 18.500 dipendenti. I timori sono molto forti anche per i componentisti dell’auto italiani, che hanno i loro clienti più importanti nei produttori tedeschi, ai quali va il 20% delle esportazioni di parti e accessori di veicoli a motore, anche se il suo valore (2,9 miliardi di euro nel 2025) incide poco sull’export manifatturiero totale italiano verso la Germania (72,2 miliardi)[i].
Le cause della crisi dell’auto tedesca ed europea
Di fronte a questa debacle, quali sono le cause della crisi dell’auto europea e specialmente tedesca? Le ragioni generalmente attribuite dagli analisti sono quattro. La prima è stata il venir meno per la Germania e l’Italia, dopo le sanzioni imposte dalla Ue alla Russia, di rifornimenti di gas a basso costo, che ha portato all’aumento dei costi di produzione. La seconda è rappresentata dall’aumento dei dazi statunitensi per le auto importate dall’Europa dal 2,5% al 15% e poi al 25%. I dazi penalizzano soprattutto la Volkswagen e i suoi marchi di lusso, Porsche e Audi. Volkswagen ha solo un impianto per l’assemblaggio di auto negli Usa, ed è molto più presente in Messico, a sua volta colpito da dazi al 25%. Meno colpite sono Bmw e Mercedes, che hanno maggiore capacità produttiva negli Usa. Una terza ragione è rappresentata dalla transizione energetica varata dalla Commissione europea, la quale ha imposto che le emissioni di CO2 delle auto prodotte nella Ue avrebbero dovuto essere ridotte del 55% entro il 2030 e del 100% entro il 2035, quando sarebbe dovuta cessare la produzione di auto termiche. Di conseguenza, le aziende europee si sono volte verso l’elettrico, investendo cifre colossali che però non hanno trovato riscontro nel mercato europeo, dove i consumatori hanno acquistato solo poche delle troppo costose auto elettriche europee. Da qui il crollo dei profitti delle imprese tedesche ed europee.
La quarta e più importante ragione è rappresentata dalla Cina, che ha impattato negativamente sull’industria tedesca ed europea in due modi. Il primo è la riduzione della capacità del mercato cinese, che vale il 30% del mercato globale dell’auto e il 75% di quelle elettriche[ii], di assorbire le auto tedesche prodotte sia in Germania sia in Cina. La Volkswagen è passata dal picco storico nel 2019 di 4,2 milioni di auto vendute in Cina a 2,7 milioni nel 2025. La perdita di vendite è dovuta alla concorrenza dei produttori di auto cinesi, Byd, Geely e Saic Motor soprattutto, che, mentre i produttori tedeschi continuavano a proporre auto termiche, hanno messo sul mercato auto elettriche meno costose e più ricche di quella tecnologia e di quel software che i consumatori cinesi, soprattutto i più giovani, tanto apprezzano. Nel 2025 i marchi cinesi hanno aumentato le loro vendite sul mercato domestico del 16,8% rispetto all’anno precedente, oltrepassando la quota del 70%; al contrario i marchi tedeschi hanno perso il 7,7%[iii]. Ma la capacità competitiva cinese non si è esplicitata solo in patria, bensì anche all’estero e in particolare nel mercato europeo, dove le auto elettriche e ibride a prezzi contenuti del paese estremo orientale stanno incontrando il sempre maggiore favore dei consumatori.
Queste sono le cause più immediate e visibili. Tuttavia, c’è una causa più di fondo che si collega a quelle più di superficie. Tale causa è la sovrapproduzione di capitale. Ciò significa che si è accumulato un eccesso di capitale (sotto forma di mezzi di produzione) rispetto alla capacità di questo capitale crescente di ottenere il saggio di profitto sperato dai capitalisti. In sostanza il capitale, per aumentare la produttività del singolo lavoratore, introduce una quantità sempre maggiore e più innovativa di macchine e tecnologia in rapporto ai lavoratori impiegati. Quindi, il capitale investito in forza lavoro diminuisce in rapporto al capitale investito in mezzi di produzione. Dal momento, però, che il saggio di profitto è dato dal rapporto tra plusvalore (che compone il profitto ed è creato solo dai lavoratori) e capitale totale investito, si determinerà una tendenza alla diminuzione del saggio di profitto, cioè un calo in percentuale del profitto sul capitale investito. I capitalisti, tuttavia, possono compensare il calo del saggio di profitto con l’aumento della massa del profitto. Quindi il plusvalore o profitto, pur calando in proporzione al capitale totale investito può aumentare in valore assoluto. Questa massa di profitto aumentata si traduce, però, in un aumento della massa di merci prodotte che premono per essere vendute sul mercato. Dal momento che nella società capitalistica la produzione complessiva non è regolata da un piano che commisuri la produzione alla reale capacità di acquisto della società (cioè alle dimensioni del mercato), ogni capitale individuale, operando autonomamente al fine di massimizzare il suo profitto, aumenta le unità prodotte, e, di conseguenza accresce il volume complessivo di merci, che non riescono ad essere vendute sul mercato. Infatti, nel modo di produzione capitalistico il mercato appare ciclicamente troppo ristretto rispetto alla aumentata capacità di produzione. Si vede così che la sovrapproduzione di capitale genera necessariamente la sovrapproduzione di merci e l’aumento della concorrenza tra capitali, che riduce i prezzi e con essi i profitti[iv].
Questa era la situazione del mercato europeo, dove i produttori nei decenni scorsi, negli anni ’80 e ’90 soprattutto, avevano aumentato la produttività attraverso l’introduzione massiccia dell’automazione e dell’informatica. Il mercato europeo era diventato in questo modo saturo di auto prodotte e l’industria presentava una sovraccumulazione di capitale. Con la successiva globalizzazione si era trovato sfogo al calo del saggio di profitto attraverso l’esternalizzazione della produzione all’estero, dove i salari erano più bassi e quindi i saggi di profitto erano più alti. I produttori europei di auto, a partire da Volkswagen, Renault e Fiat, avevano così spostato capitali e produzione nell’Europa dell’est, dalla Polonia alla Romania alla Serbia, nel Nord Africa, nell’America Latina, soprattutto in Messico e Brasile, e in Asia, dalla Turchia alla Cina. Malgrado ciò, la sovrapproduzione di capitale e di merci non tardò a ripresentarsi, in particolare in Europa occidentale. Non a caso Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, era solito ripetere, fino alla sua morte nel 2018, che in Europa c’era troppa capacità produttiva, in altre parole una sovrapproduzione di capitale, e che quindi bisognava procedere con la chiusura di impianti e con accorpamenti tra grandi gruppi. Infatti, la Fiat, dopo aver assorbito la statunitense Chrysler, qualche anno dopo la morte di Marchionne si fuse con Peugeot e assorbì anche Opel in un nuovo mega gruppo, Stellantis, ora al secondo posto in Europa e al quarto nel mondo. Fu a questo punto che, per risolvere la situazione di un mercato europeo ormai saturo, si pensò di determinare una nuova espansione della domanda attraverso la trasformazione del prodotto stesso, passando dall’auto termica all’auto elettrica. Inoltre, l’auto elettrica, essendo molto più semplice da costruire, richiede meno ore di lavoro per la sua realizzazione, e, quindi, si pensava potesse permettere di aumentare la produttività e i profitti.
Tuttavia, questa strategia non ha tardato a rivelarsi fallimentare. La trasformazione della produzione ha richiesto un notevole investimento di capitale in tempi molto rapidi, ma a questo investimento di capitale non ha corrisposto un volume di vendite adeguato, determinando perdite significative e un calo dei profitti generalizzato dei produttori europei. Quindi, ancora una volta nel capitalismo il mercato si è dimostrato non adeguato ad assorbire la produzione, generando una sovrapproduzione di capitale e di merci. Il problema, oltre alla scarsità della infrastruttura pubblica di ricarica, è che le case europee hanno prodotto auto elettriche o ibride troppo costose in rapporto a quelle termiche e il già saturo mercato europeo dell’auto ha continuato a preferire queste ultime o le più economiche auto elettriche o ibride cinesi.
Perché l’auto cinese si sta affermando non solo in Cina ma anche nella UE
A questo punto dobbiamo capire perché la Cina è più competitiva dell’Europa. La Cina, in primo luogo, ha il mercato automobilistico più grande del mondo, per cui può realizzare imponenti economie di scala, risparmiando sui costi, specialmente sulla produzione delle batterie che sono la parte dell’auto elettrica che in Europa ha costi elevati. Inoltre, la Cina è una quasi monopolista mondiale dell’estrazione e della raffinazione delle terre rare, che sono essenziali per la produzione dell’auto e delle batterie elettriche. A questo si aggiunge che la Cina, malgrado l’aumento dei salari reali degli ultimi anni (+10,7% all’anno solo tra 2008 e 2014[v]), ha ancora un vantaggio salariale e abbondanza di forza lavoro. Ma la ragione più importante è che la Cina si sta trasformando da paese periferico, che produce sulla base di tecnologie e capitali occidentali, avendo come leva competitiva i suoi bassi salari, in paese industrialmente autonomo con propri gruppi industriali e con una propria tecnologia avanzata. In pratica, la Cina è forse l’unico paese periferico che sta uscendo fuori dallo sviluppo dipendente dall’Occidente, che riperpetua il sottosviluppo, per portarsi a quello che Samir Amin definiva “sviluppo autocentrato”[vi]. La Cina diventa sempre meno dipendente da catene del valore dominate da imprese occidentali e sempre di più dà vita a catene del valore controllate da sue imprese. L’occupazione della posizione apicale in una catena del valore è un fatto essenziale, perché consente il controllo della produzione di valore lungo tutta la catena e, quindi, la “cattura” di una quota maggiore di plusvalore, cioè di profitto. Di conseguenza, oggi la Cina riesce a trattenere in patria una quota maggiore del plusvalore prodotto dai suoi lavoratori e che era (ed è ancora, ma in misura minore) “catturato” dalle multinazionali europee, statunitensi e giapponesi.
Ma perché questo sta avvenendo in Cina e non in altri paesi del Sud globale? La risposta è che in Cina lo Stato ha mantenuto ben stretto il controllo sull’economia, al contrario dell’Europa dove il modello liberista si è imposto con forza. Questo è dovuto al fatto che la Cina non è dipendente politicamente dall’imperialismo occidentale e, attraverso il partito comunista, mantiene salda in pugno la sua sovranità politica, a differenza di molti paesi del Sud globale. Il modello cinese si dimostra così migliore di quello europeo, perché basato sul cosiddetto socialismo con caratteristiche cinesi. Il settore dell’auto elettrica è uno degli esempi migliori in questo senso. In esso c’è un settore di imprese completamente di proprietà statale (tra di esse c’è Saic-Motor che produce il marchio Mg, molto diffuso in Italia), che sta accanto a un altro settore di imprese che è guidato da capitalisti privati, ma che comunque nel tempo hanno accolto capitali da fondi di investimento statali e da banche pubbliche, per finanziare il loro sviluppo globale. Qualcuno definisce quello cinese come capitalismo di stato e lo paragona all’Italia della prima repubblica con la sua economia mista privata-pubblica. Ma tra l’ltalia di circa quaranta anni fa e la Cina odierna c’è una importante differenza: in Italia lo Stato continuava a essere dominato dai capitalisti privati, dai quali erano dipendenti la maggior parte dei partiti dell’epoca, e infatti, a un certo punto, si è potuta affermare facilmente la contro-riforma neoliberista. Al contrario, in Cina sono i capitalisti privati a dipendere dallo Stato e dal Partito Comunista, che controlla le leve dell’economia a partire dalla moneta, attraverso i piani quinquennali economici. È stato, quindi, grazie al suo modello economico che la Cina ha potuto sviluppare meglio e prima dell’Europa e degli Usa le tecnologie legate all’auto elettrica, fuoriuscendo da quel luogo comune diffuso in Occidente secondo cui il socialismo sarebbe necessariamente viziato da una inefficienza di fondo.
Come il capitale europeo reagisce alla crisi dell’auto
A questo punto, dobbiamo chiederci come il capitale europeo e le sue multinazionali dell’auto stanno reagendo alla sovrapproduzione di capitale e di merci e, soprattutto, come reagiscono davanti alla concorrenza cinese. La soluzione principale all’eccesso di sovraccumulazione di capitale e cioè di capacità produttiva è la distruzione di parte di questa capacità cioè, in altre parole, di parte del capitale fisso. Infatti, la Volkswagen, dimostrando così il carattere di sovrapproduzione di capitale della sua crisi, ha in programma la chiusura di quattro stabilimenti in Germania. A ulteriore conferma che gli enormi investimenti sull’elettrico hanno contribuito all’eccesso di accumulazione di capitale, quelli che chiuderanno sono stabilimenti che producono auto elettriche, in particolare lo stabilimento di Zwichau, che è stata la prima fabbrica convertita completamente alla mobilità elettrica con un investimento di 1,2 miliardi di euro. Inoltre, gli investimenti di capitale del gruppo verranno ridotti del 15%, portandoli a 130 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. Infine, coerentemente con l’obiettivo della riduzione della sovrapproduzione di merci, la Volkswagen ha ridotto la sua produzione da 12 milioni di vetture all’anno a 9 milioni.
Un altro modo di contrastare la sovrapproduzione di capitale è la riduzione del salario dei lavoratori, che porta all’aumento dello sfruttamento e quindi al rialzo del saggio di profitto. L’indiscrezione sull’intenzione di licenziare 100mila lavoratori, di cui la metà in Germania, potrebbe essere anche una mossa negoziale per obbligare il potente sindacato tedesco IG Metal, magari a fronte di una riduzione degli esuberi, ad accettare contrazioni della busta paga. Un altro modo per ridurre la parte dei costi che vanno alla forza lavoro sarebbe, inoltre, lo spostamento della produzione in paesi che hanno il costo del lavoro molto più basso e il saggio di sfruttamento più alto di quello tedesco. In sostanza, la crisi dell’auto e in generale la crisi di sovrapproduzione può generare una ulteriore ondata di delocalizzazioni che porterebbe all’accentuazione della deindustrializzazione dell’Europa occidentale, specie dei due paesi che avevano mantenuto, nonostante la globalizzazione, una forte industria manifatturiera, Germania e Italia. Del resto, per tornare all’esempio, riportato all’inizio, della delocalizzazione della produzione della Natuzzi, il costo del lavoro medio dell’industria, delle costruzioni e dei servizi è in Italia di 32 euro, mentre in Romania è di 13,6 euro, cioè meno della metà[vii]. Quindi, l’esternalizzazione oltre frontiera, specialmente quella delle fasi a più alta intensità di lavoro, consente alla Natuzzi di aumentare sensibilmente il suo profitto. Anche se la differenza tra salario reale italiano e romeno è meno forte in termini reali, visto che i salari in Italia dal 2008 al 2024 hanno perso l’8,7% della capacità d’acquisto, la perdita maggiore tra i paesi del G20[viii], mentre in Romania hanno registrato un aumento e che la parte del costo del lavoro al netto del salario che il lavoratore percepisce realmente è del 28,1% sul totale in Italia e solo del 4,8% in Romania, quello che importa alle multinazionali è la differenza nel costo del lavoro nominale, che impatta sulla distribuzione del valore a livello di catena globale della produzione. Questo discorso vale ancora di più per la Germania e la Francia, il cui costo del lavoro orario è rispettivamente di 45 e 44,3 euro, a fronte di quello della Polonia di 19,1 euro, di quello dell’Ungheria di 15,2 euro e di quello della Bulgaria e della Serbia di circa 12 euro. Ma fuori dall’Ue, ad esempio in America Latina, Asia orientale e Africa del Nord, il divario con il costo del lavoro dell’Europa occidentale è ancora maggiore.
Il capitale europeo può contare anche su un altro strumento per affrontare la crisi dell’auto, il sostegno pubblico da parte della Ue. Tale sostegno si concretizza, in primo luogo, nella riduzione dal 100% al 90% della quota di auto elettriche che la Ue obbliga a produrre entro il 2035, dando così più tempo ai produttori per passare completamente dall’auto termica a quella elettrica. In secondo luogo, la Ue ha aumentato i dazi contro le auto elettriche cinesi, con la motivazione che i produttori in Cina beneficiano di forti sussidi statali, che falsano la concorrenza. Ad ottobre 2024 al dazio standard del 10% è stata sommata una gamma di dazi aggiuntivi che varia, a seconda dell’aiuto di Stato che le imprese ricevono, dal 7,8% per le Tesla prodotte a Shangai al 35,3% applicato alle auto della Saic. Successivamente, dal momento che i produttori cinesi avevano aggirato i dazi, esportando auto ibride al posto di auto totalmente elettriche, la Ue ha esteso i dazi anche alle auto ibride. Infine, da febbraio 2026 la Ue ha consentito ai produttori cinesi di essere esentati dai dazi nel caso in cui adottino un “prezzo minimo consentito” dalla Ue, si attengano a un certo volume di auto importate annualmente e si impegnino a investire nella produzione di auto elettriche in Europa. Il protezionismo è stato efficace nel proteggere l’industria europea? Sì, almeno in parte. Certamente senza i dazi le auto cinesi sarebbero dilagate. Ciononostante, la quota del mercato Ue dei produttori cinesi è triplicata negli ultimi tre anni, passando dal 2,3% del 2023 al 6% nel 2025 e al 9% nei primi cinque mesi del 2026, poco meno del terzo produttore europeo, Renault, con il 10,2%. Il produttore cinese con la quota maggiore è Geely (2,6%), il quale supera produttori blasonati e da lungo tempo presenti in Europa come Ford (2,3%) e Nissan (1,9%), seguito da Saic e Byd (2,1%)[ix].
Oltre ai dazi, la Ue ha deciso di intervenire con l’investimento di 1,8 miliardi di euro per facilitare la realizzazione di una filiera europea di batterie elettriche per auto. Inoltre, ha proposto a marzo 2026, attraverso l’Industrial Accelerator Act (IAA), di elargire sussidi per l’acquisto di auto elettriche, a patto che queste siano prodotte per l’85% del loro valore complessivo nella Ue. Se almeno il 70% delle auto elettriche vendute dal singolo produttore avranno questa caratteristica, allora tutte le sue auto elettriche beneficeranno dei sussidi. Più recentemente i tre principali produttori europei, Volkswagen, Stellantis e Renault, hanno inviato una lettera al Parlamento europeo chiedendo delle modifiche all’IAA, che consistono specialmente nella riduzione della quota del valore prodotto nella Ue delle auto vendute dall’85% al 70%, affinché siano meritevoli di sussidi. Si tratta di una richiesta interessante, perché permette ai produttori europei di produrre una parte maggiore dell’auto al di fuori della Ue, dove i costi, compresi soprattutto quelli del lavoro, sono più bassi.
Del resto, la produzione delle multinazionali si basa sulla catena globale del valore, ossia sulla divisione delle fasi di produzione di una merce per il consumatore finale in più stabilimenti, situati in paesi diversi. In ogni fase produttiva, viene prodotta una certa quantità di valore, che poi alla fine, sommando tutto il valore prodotto in tutta la catena, si traduce in un prezzo di produzione. La questione più importante è che la porzione di valore incorporato nella merce in ogni fase produttiva viene calcolato ai prezzi locali, che, nei paesi periferici, sono molto più bassi di quelli dei paesi centrali, come Germania, Francia e Italia. La conseguenza è che, nella contabilità e nelle statistiche complessive, il valore – in termini di tempo di lavoro – effettivamente trasferito nella merce risulta sottostimato nei paesi periferici (Romania, Messico, Brasile, India, Cina, ecc.), a basso costo del lavoro, e sovrastimato nei paesi centrali (Stati Uniti, Germania, Francia, Italia, Giappone, ecc.), ad alto costo del lavoro[x]. Di conseguenza, è certo che la quota del valore reale dell’auto prodotto nella Ue sarebbe in effetti molto inferiore all’85% del totale (o al 70%, se le richieste dei tre gruppi europei dell’auto fossero accettate) previsto dallo IAA. È questa la ragione per la quale le multinazionali europee, come Volkswagen e Stellantis, nel corso della cosiddetta globalizzazione hanno massicciamente delocalizzato in paesi della periferia o del Sud globale, come preferiamo chiamarli, ottenendo degli extra-profitti.
Il futuro ci riserva delocalizzazioni e calo dei salari, come contrastarli?
Malgrado la globalizzazione in Germania era rimasta una quota importante della produzione di auto (4,148 milioni di auto nel 2025 da 5,13 milioni nel 2000), la cui esportazione è andata a gonfie vele fino a poco tempo fa. Questo ora non è più possibile per le ragioni che abbiamo illustrato fino a qui. Infatti, “il cda del gruppo [Volkswagen] a più riprese ha dichiarato che il modello di business storico e per anni di successo teso a sviluppare vetture globali in Germania, produrle in Europa e venderle in tutto il mondo non funziona più.”[xi] Quindi, quale sarà la soluzione alla crisi dell’auto tedesca ed europea che le multinazionali metteranno in pratica? Molto probabilmente assisteremo ad una nuova ondata di delocalizzazioni della produzione verso paesi a basso salario dalla Germania e in misura inferiore dalla Francia (che nel 2025 ha prodotto 1,06 milioni di auto da 2,87 milioni nel 2000[xii]) e forse dalla Spagna (1,81 milioni di auto nel 2025 da 2,44 milioni nel 2000). Per quanto riguarda l’Italia, qui la produzione era già stata quasi azzerata negli ultimi anni (237mila auto nel 2025 da 1,4 milioni nel 2000) e l’auto è stata sostituita, come apporto al Pil e all’export, da altri settori ad alta tecnologia, come il farmaceutico e soprattutto il chimico, che insieme nel 2025 hanno rappresentato il 28,8% del valore dell’export totale italiano contro il 2,23% dell’auto[xiii]. Per fare un confronto, possiamo notare che la produzione cinese è passata da 600mila auto nel 2000 a 30milioni nel 2025, rappresentando il 42% della produzione mondiale. La delocalizzazione dell’auto tedesca ed europea occidentale, potrà attuarsi o saturando le capacità produttive degli impianti già esistenti in paesi periferici, o facendo investimenti diretti all’estero (Ide) greenfield, cioè costruendo nuovi stabilimenti, sempre in paesi periferici, oppure procedendo a fusioni con altri produttori e razionalizzando la produzione, cioè facendo economie di scala e tagliando posti di lavoro.
Ad ogni modo, c’è il pericolo concreto che la Germania, il paese economicamente più importante della Ue, si deindustrializzi, almeno parzialmente, con ricadute negative non solo sulla sua economia complessiva, ma anche su quella degli altri paesi europei, in particolare sui suoi fornitori di beni intermedi e componentistica, compresa l’Italia. Fra l’altro, la crisi dell’auto tedesca interviene in una fase storica di stagnazione del Pil tedesco e di altri paesi dell’area euro, Francia e specialmente Italia. Sicuramente un altro effetto di nuove delocalizzazioni può essere la messa in difficoltà del mercato del lavoro tedesco ed europeo, con una contrazione della domanda di forza lavoro, e la conseguente contrazione dei salari. Sempre che la Volkswagen non tratti col sindacato per una riduzione del salario a fronte della riduzione degli esuberi di manodopera previsti.
Questo avrà ripercussioni sulla società e sulla politica europea, specialmente su quella della Germania. Il governo del cancelliere Merz, una coalizione di cristiano-democratici (CDU-CSU) e di socialdemocratici (SPD), ha già raggiunto i minimi storici di gradimento di un governo tedesco. Inoltre, il partito tedesco di estrema destra e fortemente anti-immigrati, Alternative für Deutschland (AfD), ha superato nei sondaggi come primo partito la CDU-CSU di Merz, col 28% contro il 24%. Eppure, di fronte ai licenziamenti annunciati della Volkswagen il governo Merz è rimasto passivo: “Cerchiamo di evitare ogni chiusura di stabilimenti in Germania (...) – ha commentato un portavoce del governo – Ma alla fine si tratta di decisioni delle aziende, che devono essere prese secondo criteri economici.”[xiv] La ristrutturazione dell’intero settore dell’auto, che, senza contare la componentistica, vale il 10% dell’export totale tedesco (156 miliardi su 1.563), può, quindi, accentuare la crisi dell’assetto sociale e politico tedesco, che dalla fine della Seconda guerra mondiale si è fondato sull’alternanza tra CDU-CSU e SPD, e che oggi non riesce a reggere neanche mettendo insieme questi due partiti.
Come rispondere alla delocalizzazione, non solo dell’auto, e alla deindustrializzazione, che abbassa i salari e trasforma posti di lavoro nell’industria in posti di lavoro precari e a basso salario nei servizi? Certamente, dovrebbero essere generalizzate alcune proposte che i sindacati italiani ed europei hanno elaborato negli ultimi anni, come le leggi anti-delocalizzazione, che impongano sanzioni e restituzioni degli aiuti di Stato alle imprese che delocalizzano, l’aumento della frequenza dei rinnovi dei contratti nazionali, combinati però con l’introduzione di salari minimi, e l’obbligo ai subappaltatori ad applicare i contratti leader. A queste misure ne andrebbero aggiunte altre, tese a ridurre la mobilità dei capitali a livello internazionale, che, aumentata con il neoliberismo, ha dato avvio alla globalizzazione della produzione. Per quanto riguarda l’Italia, dato che i salari (ed il costo del lavoro) italiani risultano significativamente più bassi di quelli del resto dei paesi avanzati europei e sono quelli che hanno perso maggiore potere d’acquisto nel G20, ci sarebbe bisogno di una campagna nazionale, che coinvolga politica e sindacati insieme, contro i bassi salari in tutti i settori. Ma questo non basta, perché la questione e le soluzioni sono di tipo più generale.
In definitiva, la crisi dell’auto tedesca è la certificazione della definitiva fine del cosiddetto “modello renano” tedesco, già in difficoltà da diverso tempo, basato su una sorta di patto sociale tra imprese, sindacato, banche e governo. Ma è anche la prova del fallimento del modello neoliberista, basato sulle esportazioni, sulla moderazione salariale, sulle privatizzazioni e sul ritiro dello Stato dall’economia, che si è affermato in Europa negli ultimi decenni. Più in generale, è la dimostrazione delle ineliminabili contraddizioni del modo di produzione capitalistico, dal contrasto tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione all’anarchia del mercato. Il fallimento dell’Europa risalta particolarmente se confrontato col successo della Cina, che sta vincendo la competizione sempre meno grazie ai bassi salari e sempre di più grazie alla capacità di innovazione tecnologica, basata sull’intervento pianificato e organizzato dello Stato. Sarebbe opportuno, quindi, che la Ue e l’Italia prendessero spunto dall’esperienza cinese, abbandonassero le logiche neoliberiste e applicassero politiche statali di programmazione industriale, previste dall’articolo 41 della Costituzione italiana, e di rinazionalizzazione di imprese. Ma questo è un problema di scelte e, quindi, è una questione che si risolve solo a livello politico. Il che non significa che tutto si esaurisca nella competizione elettorale, ma che si debbano modificare con le lotte, a partire dai luoghi di lavoro, i rapporti di forza complessivi tra classi sociali, cioè tra capitale transnazionale e lavoro salariato.
Note
[i] Nostra elaborazione su dati Eurostat, International trade of EU and non EU countries since 2002 by SITC. È da notare che l’Italia ha un surplus commerciale di 13 miliardi verso la Germania. https://ec.europa.eu/eurostat/comext/newxtweb/submitresultsextraction.do
[ii] Focus2move, China 2026 plunge while Geely displace BYD as leading brand.
[iii] https://www.marklines.com/en/report/rep2969_202602
[iv] Karl Marx, Il capitale, Libro III, Sezione III La caduta tendenziale del saggio di profitto, Newton Compton editori, Roma, 1996.
[v] Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO), Wages, Productivity and Labour Share in China, April 2016.
[vi] Amin Samir, Lo sviluppo ineguale. Saggio sulle formazioni sociali del capitalismo periferico, Giulio Einaudi Editore, Torino 1977.
[vii] Eurostat, Data base, Labour cost levels by Nace Rev.2 activity.
[viii] Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO), Rapporto mondiale sui salari 2024-2025.
[ix] Sito web di Unrae su dati Acea.
[x] John Smith, Imperialism & the globalization of production, PhD thesis, July 2010.
[xi] Mario Cianflone, Un segnale allarmante ma il gruppo può ripartire, il Sole24ore, 27 giugno 2026.
[xii] Sito web dell’Organization Internationale des Constructeurs Automobiles (OICA), Production statistics.
[xiii] Secondo i dati Eurostat l’export italiano di auto tra 2024 e 2025 è sceso da 15,2 a 14,4 miliardi, mentre quello farmaceutico è salito da 52,9 a 68,76 miliardi e quello del chimico da 101,3 a 116 miliardi.
[xiv] Matteo Meneghello, Volkswagen prepara 100mila tagli e chiude impianti in Germania, il Sole24ore, 27 giugno 2026.
Fonte
08/06/2026
Il rapporto tra petrolio, guerra e imperialismo, ieri e oggi
di Domenico Moro
Nonostante la recente guerra tra Usa e Israele, da una parte, e l’Iran, dall’altra, si svolga in un’area, il Medio Oriente, dove è situato il 48% delle riserve provate di petrolio e che soddisfa il 31% dei consumi petroliferi mondiali, c’è ancora chi ha difficoltà a collegare il petrolio con le cause del conflitto. Questo accade anche per quanto riguarda il principale quotidiano economico italiano, secondo il quale: “...le cause di questa guerra non sono economiche: almeno per quanto ne possiamo sapere, l’economia ne è stata una importante conseguenza, non il movente”.[i]
In realtà, lo scoppio di una guerra è sempre stato legato a cause economiche e in particolare all’accesso e al controllo delle materie prime. Questo era vero anche nell’antichità. Ad esempio, nel 43 d.C. l’Impero Romano invase e conquistò la Britannia, soprattutto perché questa era fonte di metalli industriali come lo stagno, fondamentale per la produzione del bronzo, e il piombo, necessario per le tubature e le costruzioni, oltre che di metalli preziosi, come l’oro e l’argento, e di grano.
Il petrolio e le due guerre mondiali
Il legame tra economia e guerra si è fatto ancora più saldo da quando alcuni secoli fa si è affermato il modo di produzione capitalistico. In particolare, da quando si è sviluppata la grande industria basata sulle macchine, il controllo delle materie prime è diventato uno dei maggiori fattori scatenanti della guerra. Sicuramente, tra le materie prime ricoprono una importanza decisiva quelle energetiche perché senza energia non si può mettere in movimento nessun tipo di macchina. All’interno delle materie prime energetiche, nonostante tutti gli sforzi di emancipazione dai combustibili fossili, il petrolio rimane quella più importante. Nel 2023, a livello mondiale, è stata fornita energia proveniente per 191,6 milioni di Terajoule (TJ) dal petrolio, per 161,8 milioni dal carbone, per 144 milioni dal gas naturale, per 56 milioni dai biocarburanti e dai rifiuti, per 29,9 dal nucleare, per 20,7 milioni da solare, eolico e altre fonti naturali e per 15,3 milioni dall’idroelettrico[ii].
Il petrolio cominciò a essere importante nel corso dell’Ottocento per l’illuminazione, ma divenne fondamentale tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Questo accadde sia per la nascita dell’industria automobilistica, con i suoi veicoli mossi da motori a combustione interna, sia per il passaggio delle navi da una propulsione mossa da una energia fornita dal carbone a una fornita dal petrolio. Furono soprattutto le flotte militari ad aver bisogno del petrolio. Infatti, la Gran Bretagna, che basava la sua egemonia economica mondiale anche sul possesso della flotta militare più potente, osservò all’inizio del Novecento che la Germania la stava raggiungendo non solo come potenza industriale, ma anche come potenza navale. Winston Churchilli, che all’epoca era Primo Lord dell’Ammiragliato britannico, spinse pertanto per il passaggio dal carbone al petrolio, in modo da aumentare la velocità delle sue navi da guerra e avere la meglio sulla flotta tedesca. Churchill, inoltre, fu il primo a individuare il nesso tra controllo statale del petrolio e potenza militare. Dal momento che né in Gran Bretagna né nel suo impero esistevano giacimenti petroliferi importanti, per non dipendere dagli Usa, fece entrare lo Stato in una compagnia privata britannica, la Anglo Persian Oil company che controllava il petrolio iraniano.
La stretta vigilanza sulle fonti petrolifere divenne, quindi, di importanza strategica e fu una delle cause che determinarono lo scoppio della Prima guerra mondiale. In particolare, uno dei più importati motivi fu l’opposizione della Gran Bretagna alla Bagdadbahn, cioè alla ferrovia che la Germania si era accordata con governo turco di costruire tra Istanbul e l’attuale Iraq, all’epoca parte dell’Impero ottomano, e, come oggi, ricchissimo di petrolio. La strada ferrata era pagata dal governo turco mediante la concessione alla Germania di tutte le sorgenti petrolifere che si trovassero entro un raggio di dieci chilometri dal percorso della ferrovia[iii]. Ad ogni modo, la Prima guerra mondiale, scoppiata soprattutto per la competizione tra Gran Bretagna e Francia, da una parte, e Germania, dall’altra, per la spartizione delle colonie e quindi per il controllo delle materie prime presenti in esse, sancì la strategica importanza del petrolio, che divenne sempre più necessario in una guerra che, per la prima volta vide l’utilizzo massiccio di camion, carri armati e aerei, tutti mossi grazie all’energia derivata dal petrolio.
Si può rintracciare il petrolio anche all’origine della Seconda guerra mondiale. Hitler, già nel Mein Kampf, il suo manifesto politico risalente al 1925, molto tempo prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, aveva scritto che una guerra a Ovest, contro la Francia e la Gran Bretagna, era da pensare solo per evitare di essere presi tra due fuochi, una volta che la Germania avesse attaccato a Est. L’Europa dell’Est, soprattutto la Russia, era il vero obiettivo di Hitler. Era quello il lebensraum, lo spazio vitale, necessario per dare alla Germania quella profondità di territorio e quelle materie prime necessarie a fargli assumere il ruolo di potenza industriale e politica mondiale. Fra i motivi che condussero Hitler ad attaccare l’Unione Sovietica nel giugno del 1941, coinvolgendola nel conflitto, c’era anche il petrolio. L’obiettivo di Hitler, infatti, era l’occupazione di Baku e degli altri giacimenti petroliferi del Caucaso sovietico, tra i più importanti del mondo. Fra l’altro, gli esperti economici di Hitler l’avevano avvertito che senza il petrolio del Caucaso la Germania non avrebbe potuto continuare la guerra. Per questo, all’inizio del 1942 fu lanciata una grande offensiva in territorio russo, il cui obiettivo era il petrolio, quello del Caucaso e, sperando di proseguire l’avanzata nella profondità dell’Asia, anche quello iracheno e iraniano. Quando la Sesta armata tedesca fu accerchiata dai sovietici a Stalingrado, e il suo comandante, Von Paulus, chiese urgentemente rinforzi, Hitler glieli negò, per non sguarnire le colonne dirette verso il Caucaso. Malgrado ciò a gennaio 1943 i tedeschi furono costretti a ritirarsi dal Caucaso e a febbraio Von Paulus si arrese ai sovietici.
Il petrolio giocò un ruolo importante, anzi decisivo, anche nello scacchiere del Pacifico della Seconda guerra mondiale, in particolare nel generare la spinta imperialista del Giappone e nello scoppio della guerra tra questo e gli Usa. Come è risaputo, all’alba del 7 dicembre 1941 gli aerei giapponesi attaccarono di sorpresa la flotta statunitense ancorata nella base navale di Pearl Harbor, distruggendo una parte delle navi e degli aerei. L’attacco, avvenuto a sorpresa e senza dichiarazione di guerra, suscitò una ondata di sdegno tale che gli Usa entrarono immediatamente in guerra, superando d’un balzo le posizioni neutralistiche che erano state prevalenti fino ad allora. Gli Usa erano enormemente più forti del Giappone da tutti i punti di vista, a partire dalla potenza industriale e dalla disponibilità di materie prime. Infatti, la guerra si concluderà con la piena e totale disfatta del Giappone, bersagliato anche da due bombe atomiche. Perché allora il Giappone decise, pur consapevole della sua netta inferiorità, di attaccare gli Usa?
Il Giappone, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, fu l’unico paese non bianco e non europeo (o di origine europea come gli Usa) a essere riuscito a darsi uno sviluppo industriale, mentre il resto dell’Asia era sottomessa alle potenze imperialiste europee o agli Usa. Il Giappone entrò, inoltre, all’interno della competizione tra imperi, cercando di costruirne uno proprio in Asia, a partire dall’invasione della Cina. Il Giappone, però, era allora, come lo è oggi, totalmente privo di materie prime e soprattutto della materia prima più importante, il petrolio, che importava per l’80% dagli Usa e per il 13% dalle Indie Olandesi. Quindi, il pericolo di un embargo petrolifero da parte statunitense spaventava le élite giapponesi che, per i loro progetti imperialisti, volevano essere indipendenti e autonomi da altre potenze. Nel luglio del 1941 il Giappone decise di attaccare l’Indocina, testa di ponte per le Indie Olandesi, ricche del petrolio che gli era necessario. Per risposta, il governo americano, seguito da quello britannico e olandese, decise l’embargo sul petrolio. Senza importazioni di petrolio le navi giapponesi avrebbero perduto la loro mobilità e le loro riserve non sarebbero durate più di due anni. A questo punto, i Giapponesi tentarono la via diplomatica, offrendo agli Usa persino la rottura con la Germania nazista. Ma gli Usa intimarono al Giappone di ritirarsi dall’Indocina e dalla Cina, una decisione che per i giapponesi sarebbe stata equivalente alla resa. Fu per questa ragione che i giapponesi tentarono una carta pericolosa: attaccare e distruggere la flotta Usa tutta in una volta, evitando un lungo conflitto che alla lunga avrebbe visto prevalere l’enorme apparato economico-militare statunitense. Secondo alcuni, in realtà gli Usa usarono l’embargo petrolifero per spingere alla guerra il rivale e regolare i conti una volta per tutte. Inoltre, il governo americano avrebbe saputo dell’imminente attacco giapponese e non fece trovare a Pearl Harbor le portaerei, le navi più importati della flotta. Lasciarono, dunque, che si realizzasse l’attacco per poter convincere l’opinione pubblica americana ad abbandonare la neutralità[iv]. Quindi, possiamo dire che il petrolio sia stata la motivazione principale dell’entrata in guerra del Giappone.
Dunque, il petrolio è stato alla base delle due guerre mondiali e di molte altre guerre, specialmente quelle che si sono svolte nel Medio Oriente dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi. Il petrolio diventa, però, come abbiamo visto, causa di guerre perché siamo immersi in un sistema di relazioni economiche e politiche internazionali, che imperialista. L’imperialismo si fonda sul dominio e sullo sfruttamento della maggior parte dell’umanità da parte di un pugno di nazioni capitalisticamente avanzate. È in questo quadro che diventa fondamentale per l’imperialismo il controllo del petrolio, da una parte, per garantire al proprio capitale profitti elevati grazie a energia a costi ridotti, e, dall’altra parte, per evitare che l’importante risorsa sia controllata dai concorrenti. Infatti, è caratteristica dell’imperialismo quella di cercare di egemonizzare territori ricchi di risorse non solo per proprie necessità di approvvigionamento, ma per impedire che se ne approprino i concorrenti. Questo era immediatamente evidente all’epoca dell’imperialismo coloniale, quando le potenze europee governavano direttamente i territori periferici.
Oggi, invece, a distanza di almeno mezzo secolo dalla fine della decolonizzazione, qual è il rapporto tra petrolio e imperialismo? E, più specificatamente come c’entra il petrolio del Medio Oriente nella recente guerra di Usa e Israele contro l’Iran?
Il petrolio nella “terza guerra mondiale a pezzi”
Anche oggi il controllo delle risorse petrolifere è importante per l’imperialismo, in particolare per quello egemone, gli Usa. Soprattutto, perché gli Usa sono in una fase di decadenza dal punto di vista economico e politico, a fronte dell’ascesa della Cina. Il Pil di quest’ultima, se calcolato a parità di potere d’acquisto, ha già superato quello statunitense, e sul piano tecnologico, settore sul quale gli Usa sono stati storicamente prevalenti, la Cina, ormai tallona gli Stati Uniti. A questo si aggiunge il controllo cinese delle terre rare, che sono indispensabili per le produzioni tecnologicamente avanzate, dai chip alle auto elettriche, all’industria bellica. Infatti, proprio a causa della minaccia di blocco delle esportazioni di terre rare cinesi, Trump ha dovuto mitigare i dazi che voleva imporre alla Cina, allo scopo ridurre il debito commerciale degli Usa verso la potenza asiatica. Probabilmente è anche per riequilibrare il dominio cinese sulle terre rare che Trump ha pensato di stringere la presa sull’offerta di petrolio, sottomettendo il Venezuela, con il rapimento di Maduro, e attaccando l’Iran. Infatti, il Venezuela è il singolo paese con le maggiori riserve mondiali di petrolio e l’Iran è un tassello fondamentale del Medio Oriente, che, come detto, ospita quasi la metà delle riserve di petrolio mondiale e il 40% di quelle di gas. Soprattutto, l’Iran e il Venezuela sono paesi molto legati alla Cina, che deriva una parte importante dei suoi approvvigionamenti di petrolio dal Medio Oriente e che assorbe la quasi totalità dell’export di greggio iraniano. Ristabilire il controllo sul petrolio venezuelano e del Medio Oriente è, quindi, un passaggio di quella che papa Francesco chiamava “terza guerra mondiale a pezzi”, che viene combattuta tra Usa e Cina non in modo diretto bensì attraverso proxy.
Ma il controllo del petrolio mondiale è importante per gli Usa anche per un’altra ragione, che è ancora più decisiva. Si tratta di una ragione che rimanda ai meccanismi economici di funzionamento e alla natura imperialistica degli Usa. Il modo di produzione capitalistico si fonda sull’accumulazione sempre più ampia di capitale attraverso la realizzazione del maggiore profitto possibile. Questo meccanismo a lungo andare produce una tendenza alla sovraccumulazione di capitale, cioè alla caduta del saggio di profitto. Ciò è tanto maggiore quanto più un paese è capitalisticamente avanzato. Gli Usa sono il paese più avanzato del mondo e, infatti, presentano al più alto grado la sovrapproduzione di capitale. Per risolvere questa situazione il capitale ha tre strade: ridurre il salario in patria, spostare la produzione in paesi dove i salari siano inferiori e il saggio di profitto più alto, e spostare i capitali dalla produzione alla finanza, creando profitto direttamente dal denaro, senza passare dalla produzione. Per queste ragioni, negli Usa si è generata una forte deindustrializzazione e uno sviluppo abnorme dei mercati finanziari. Gli Usa, quindi, consumano molti più beni di quanti ne producono, creando così un debito commerciale sempre più ampio. Inoltre, per sostenere le proprie imprese e le proprie banche nelle crisi che si sono succedute, e le enormi spese militari necessarie a mantenere la loro posizione di dominio mondiale, gli Usa hanno accumulato un debito pubblico sempre maggiore. Infine, gli Usa per finanziare il debito commerciale e pubblico e per alimentare i propri mercati finanziari hanno attirato ingenti masse di capitali da tutto il mondo. La posizione finanziaria netta verso l’estero o, in inglese Net International Investment Position (NIIP) è l’indicatore che misura il rapporto tra capitali in uscita e in entrata in un dato paese. La NIIP degli Usa è da decenni negativa, cioè il capitale importato dall’estero è crescentemente maggiore di quello esportato. Quindi, gli Usa, con il debito commerciale, statale e finanziario più grandi del mondo, sono da tempo il più grande debitore internazionale, che sostiene la propria posizione debitoria solo succhiando capitali, merci, lavoro e ricchezze dal resto del mondo.
Il meccanismo di finanziamento degli Usa basato su dollaro e petrolio
La domanda, a questo punto, è: come riescono gli Usa a farsi pagare i debiti dal resto del mondo? La risposta è che ci riescono perché hanno il dollaro, la valuta utilizzata come riserva mondiale. Ciò significa che le banche centrali di tutto il mondo devono detenere dollari nei loro bilanci, allo scopo di regolare il valore delle loro valute. Di conseguenza, acquistano titoli di stato americani (treasury), che, beneficiando di una domanda elevata, mantengono i tassi di interesse più bassi di quanto avverrebbe in base all’entità del debito statunitense. Il meccanismo, quindi, è semplice: gli Usa stampano dollari con i quali acquistano beni da paesi esteri, tra i quali la Cina, che accumulano enormi surplus commerciali. Che fine fanno questi surplus? Vanno a comprare i treasury. In questo modo, gli Usa finanziano nello stesso tempo debito commerciale e debito pubblico. Inoltre, sempre perché il dollaro è valuta mondiale, gli Usa riescono ad attirare capitali in investimenti in dollari, non solo in treasury, ma anche in azioni e altri prodotti finanziari, alimentando la loro borsa. In questo modo, i mercati finanziari americani continuano a essere i maggiori del mondo e le grandi imprese americane, oggi specialmente le big tech come Meta e Amazon, trovano investitori che finanziano i loro enormi investimenti, ad esempio in ricerca sull’IA, e garantiscono alti profitti. Quindi, grazie al dollaro gli Usa riescono a sostenere la loro posizione finanziaria netta negativa.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale il dollaro ha cominciato a ricoprire la funzione di moneta mondiale, grazie al fatto che gli Usa producevano all’epoca la metà del Pil mondiale, erano il maggiore esportatore mondiale di beni manufatti, possedevano gran parte delle riserve d’oro mondiali, ed erano la maggiore potenza militare mondiale. Per tutte queste ragioni, la loro moneta era considerata sicura e stabile e, quindi, di riferimento a livello internazionale. Tuttavia, col tempo la situazione economica degli Usa è peggiorata. A partire dal 1969, gli Usa hanno cominciato ad accumulare debito commerciale specie verso le economie, ripresesi dai disastri della guerra, di Europa occidentale e Giappone, che hanno cominciato ad accumulare surplus commerciali sempre più ampi. Va ricordato a questo punto, che il dollaro a quell’epoca era agganciato all’oro. Ora, sia perché gli Usa avevano fatto crescere il proprio debito statale per la guerra in Vietnam, sia perché i paesi che avevano un surplus commerciale con gli Usa potevano chiedere di essere pagati in oro al posto dei dollari, c’era il timore che le riserve d’oro statunitensi si assottigliassero. Per questo il presidente Nixon nel 1971 decise di sganciare il dollaro dall’oro, trasformandolo in valuta fiat, basata sulla fiducia.
C’era, quindi, bisogno di sostenere il dollaro in un altro modo. Questo modo fu trovato nel 1974, quando gli Usa strinsero un accordo con l’Arabia Saudita, che fu seguito da altri accordi con paesi del Medio Oriente e dell’Opec. L’Arabia Saudita (e via via altri paesi) accettò di vendere il proprio petrolio esclusivamente in dollari, e, in cambio gli Usa promettevano di proteggerla militarmente. Era nato il petrodollaro. Quindi, gli Usa potevano finanziare il proprio debito e la propria accumulazione di capitale attraverso il dollaro, fondandosi sul monopolio mondiale della forza, ottenuto con le spese militari di gran lunga maggiori a livello mondiale. Oltre al circolo vizioso, descritto sopra, con i paesi detentori di ampi surplus commerciali, si realizzava un altro circolo vizioso: gli Usa con la loro forza militare garantivano il dominio del dollaro e con il dollaro finanziavano la loro forza militare. Gli Usa in pratica diventarono “il” parassita mondiale. Tale parassitismo deriva la sua origine dai meccanismi economici del capitalismo, che, portati all’estremo limite, generano l’imperialismo, ossia il dominio di un paese, o di un pugno di paesi avanzati, sulla grande maggioranza dell’umanità. Il settore dominante del capitalismo statunitense è il capitale finanziario ossia l’integrazione di banche, istituzioni finanziarie e grandi imprese multinazionali monopolistiche. Il capitale finanziario si alimenta non solo attraverso i super-profitti delle multinazionali derivati dallo sfruttamento dei lavoratori a basso salario del Sud globale, ma anche attraverso l’attrazione di capitali dall’estero che alimentano i mercati finanziari degli Usa e l’investimento di capitale delle multinazionali americane verso l’estero.
Il giocattolo si sta rompendo: la tendenza alla dedollarizzazione
Ora, il problema è che questo meccanismo parassitario sta andando in crisi per molte ragioni. La prima è che le contraddizioni del capitalismo Usa si sono talmente divaricate che il loro debito è diventato senza controllo. Il debito col resto del mondo, nell’interscambio di beni e servizi, è quasi raddoppiato tra 2016 e 2025, passando da 479 a 911,6 miliardi di dollari[v]. Il debito pubblico all’inizio del 2026 è arrivato alla cifra monstre di 39mila miliardi di dollari, pari al 125%, ma si prevede che arriverà nel 2030 al 140% e nel 2050 al 200%. La posizione finanziaria netta verso l’estero è risultata negativa per 12mila miliardi nel 2020 e, più che raddoppiata, per 27,6mila miliardi nel 2025[vi]. La seconda ragione è che sempre più paesi del Sud globale, spalleggiati da Cina e Russia, rifiutano la propria subordinazione all’imperialismo, specie a quello statunitense. A questo è legato il processo di dedollarizzazione, cioè di lento ma progressivo abbandono del dollaro come valuta di riserva e di scambio internazionale. Mentre fino a poco tempo fa il petrolio veniva venduto totalmente in dollari, oggi circa il 20% viene venduto in yuan cinesi, rubli russi e rupie indiane. Inoltre, molti paesi del Sud globale stanno aderendo al sistema di comunicazione bancaria della Cina, che è alternativo a Swift, controllato dal Belgio, ma dominato dal dollaro. La terza è che i treasury in custodia presso la Fed di New York per conto delle banche centrali di tutto il mondo sono scesi da 2.933 miliardi di dollari a fine marzo 2025 a 2.712 miliardi a fine marzo 2026, con una perdita in un solo anno di 221 miliardi. Il livello attuale è il più basso dal giugno 2012[vii]. A liberarsi delle riserve in treasury e a spostarsi sull’oro, il cui valore è enormemente cresciuto nell’ultimo anno, sono stati soprattutto la Cina e il Giappone. In particolare, la Cina da un picco di 1.300 miliardi è scesa a fine 2025 a 700 miliardi[viii]. Secondo il Fondo monetario internazionale, le banche centrali di tutto il mondo hanno ridotto la quota in dollari nelle loro riserve totali dal 70% del 2004 al 56,7% attuale.
La dedollarizzazione, ossia la fuga dal dollaro come valuta di scambio e di riserva è un prodotto della decadenza economica Usa e dell’ascesa cinese, ma è anche determinato dalle scelte di geopolitica e di politica economica di Biden e di Trump. Infatti, l’uso del dollaro e del sistema di comunicazione bancaria Swift come strumento per impartire sanzioni ai paesi recalcitranti nei confronti del dominio Usa si è rivelato un boomerang, perché molti paesi del Sud globale hanno perso fiducia negli investimenti in dollari e propendono per altre soluzioni. Anche la politica dei dazi di Trump sta avendo un effetto boomerang. Pubblicizzati presso l’opinione pubblica statunitense come strumento per reinternalizzare produzioni industriali e pensato in realtà come ulteriore strumento di pressione geopolitica verso alleati e avversari, i dazi dovevano condurre i paesi esteri ad acquistare treasury a lunga scadenza, persino centenaria (i matusalem bonds), secondo quanto progettato da Stephen Miran, consigliere economico di Trump e ora membro del board della Fed[ix]. Ma la politica dei dazi, oltre a essere stata sconfessata dalla Corte suprema statunitense, ha provocato per rappresaglia la fuga dai treasury dei Paesi minacciati dai dazi, soprattutto della Cina.
Quindi, il meccanismo di finanziamento del debito attraverso il dollaro si è gravemente indebolito. Gli Usa sono, quindi, stretti da una contraddizione che si divarica sempre di più: mentre l’indebitamento si aggrava progressivamente, lo strumento che gli consente di finanziarlo, il dollaro, si indebolisce sempre di più. Questa divaricazione si produce da tempo, ma si è allargata specialmente da quando Trump è stato eletto presidente, nel corso del 2025. Questo può spiegare il motivo per cui l’attacco contro l’Iran sia avvenuto proprio ora. Anche se non bisogna dimenticare che l’Iran è una bestia nera per gli Usa da quando, con la rivoluzione del 1979, si sottrasse alla loro area di influenza imperialista, e che si parla di un attacco contro l’Iran almeno a partire da Bush junior oltre venti anni fa. In sostanza, l’attacco contro l’Iran dipende dal fatto che gli Usa stanno cercando di ristabilire il controllo sul petrolio mondiale, e in particolare sul Medio Oriente, per puntellare il ruolo del dollaro come valuta internazionale, continuando così a finanziare la propria economia e il proprio enorme debito. Inoltre, attaccare l’Iran è un modo per colpire la Cina, l’avversario principale degli Usa, secondo la strategia inaugurata da Obama e fatta propria da Trump. Come abbiamo detto, l’Iran ha dei legami molto stretti con la Cina, che assorbe tutte sue esportazioni di petrolio, e che sta penetrando in tutto il Golfo Persico, area da cui dipende quasi interamente per l’approvvigionamento del petrolio. Senza contare che molti paesi del Golfo stanno aderendo al sistema di comunicazione interbancaria cinese, alternativo allo Swift, che permette di bypassare il dollaro e che, al contempo, lo yuan renmimbi cinese sta acquistando una importanza mondiale sempre maggiore.
A conclusione del nostro excursus, possiamo dire che la guerra contemporanea trova certamente una delle sue cause nel petrolio. Anzi, a volte il petrolio ne è la causa principale. Ma va compreso che, in realtà, il petrolio è causa di conflitto solo perché esso è inserito in un sistema di relazioni economiche e politiche di tipo imperialista. Infatti, è il parassitismo intrinseco all’imperialismo e il suo fondarsi sul dominio di pochi paesi capitalisticamente avanzati sulla maggioranza dell’umanità che rende necessario il controllo delle materie prime, a partire da quella che a oggi rimane la più importate, il petrolio. Di conseguenza, se vogliamo affrontare correttamente il problema della guerra, dobbiamo necessariamente confrontarci con il capitalismo, di cui l’imperialismo rappresenta la forma dominante.
Note
[i] Ugo Tramballi, “Usa e Iran costretti alla pace da cause interne”, il Sole24ore, 18 aprile 2026.
[ii] International Energy Agency (IEA), Total energy supply, by source, https://www.iea.org/data-and-statistics.
[iii] Giorgio Ugolini, Il petrolio e noi, ristampa a cura di Luiss University Press, Roma 2004.
[iv] Benito Li Vigni, Le guerre del petrolio. Strategie, potere, nuovo ordine mondiale, Editori Riuniti, Roma 2004.
[v] Bureau of Economic Analysis (US Department of commerce), Us international trade in goods and services.
https://www.bea.gov/sites/default/files/2026-04/trad0226-time-series.xlsx
[vi] Bureau of Economic (Us Department of commerce), Us International Transactions and Investment Position, 4th quarter and Year 2025. https://www.bea.gov/news/2026/us-international-transactions-and-investment-position-4th-quarter-and-year-2025.
[vii] Morya Longo, “Le banche centrali vendono Treasury Usa: con la guerra scaricati 82 miliardi di dollari”, il Sole24ore, 1° aprile 2026.
[viii] Vito Lops, “Cina e Giappone riducono l’esposizione ai Treasury”, il Sole24ore, 3 dicembre 2025.
[ix] Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, Hudson Bay Capital, November 2024.
Fonte
02/06/2026
La diatriba sul sovranismo, una tempesta in un bicchiere d'acqua
di Domenico Moro
Sono sinceramente meravigliato del clamore e dell’attenzione che sui social sta ricevendo la recente diatriba tra due professori universitari, Emiliano Brancaccio e Andrea Zhok. Tuttavia, ho deciso anch’io di cedere ai meccanismi “social” ed esprimere il mio parere sulla questione.
L’origine della diatriba nasce da un articolo di Brancaccio sul Manifesto in cui, dalla critica delle scelte economiche meloniane, trae spunto per un attacco contro il sovranismo. A questo punto, Zhok è intervenuto sulla bacheca Fb di Brancaccio dicendo sostanzialmente che si era rotto le scatole di vedere utilizzato il termine sovranismo a sproposito. Per la verità, Zhok ha usato un linguaggio più colorito, che forse avrebbe potuto risparmiarsi.
La risposta di Brancaccio è stata, però, di una arroganza fastidiosa, improntata al concetto “lei non sa chi sono io”, sostenendo che uno come lui, tanto importante da aver avuto interlocuzioni con personaggi come Blanchard (ex capo-economista dell’Fmi), Monti e Prodi, non poteva essere apostrofato in quel modo. Fra l’altro non è detto che essere interlocutori di questi soggetti sia particolarmente significativo della validità del proprio pensiero. Brancaccio, ha poi aggiunto che chi fa il filosofo e non conosce alcune tecnicalità dell’economia (Zhok) farebbe meglio a stare zitto. A questo punto tra i due è iniziata una polemica a distanza con toni personalistici, che ha scatenato i rispettivi fan.
Il problema è, in primo luogo, che i due in questione si comportano come “prime donne”, che interpretano il proprio ruolo su un palcoscenico – quello dei social media – che favorisce e vive di contrasti manichei tra posizioni delineate in modo estremizzato, sulle quali il pubblico di fan si posiziona a mo’ di tifoseria calcistica.
In secondo luogo, questo contrasto tra sovranismo e anti-sovranismo è un falso problema, che, esercitando un po’ di dialettica, potrebbe essere risolto, fra quanti, almeno a quanto dice, si richiamano al marxismo o comunque prendono spunto da Marx. Il cosiddetto sovranismo è declinato in diversi modi, di destra e di sinistra. Comunque, il concetto di fondo è che la globalizzazione dell’economia, e l’affermazione di organismi sovranazionali, ha indebolito lo Stato nazionale a tutto vantaggio delle élites capitalistiche. Tale concetto non è né giusto né sbagliato, dal momento che fotografa un dato di fatto storico. L’errore che entrambi i duellanti in oggetto fanno è di estremizzare tale concetto, ciascuno nella direzione preferita. Come spesso accade, se un concetto o una posizione si estremizzano troppo e si irrigidiscono, diventano inservibili.
Brancaccio ritiene che il sovranismo sia una tendenza sempre nazionalista, reazionaria e di destra, che contraddice il primato della lotta tra capitale e lavoro e contrasta con l’internazionalismo dei lavoratori. In sostanza, Bancaccio qui assume le vesti del difensore del marxismo. Purtroppo, si tratta di un marxismo troppo schematico e semplificato, in cui manca una analisi della composizione di classe delle società capitalistiche e soprattutto dello Stato. Su queste basi, Brancaccio fa dell’attacco al sovranismo una crociata personale che porta avanti da anni. Già nel 2018 criticai su Marxismo oggi un suo articolo sull’Espresso in cui attaccava “l’orrido sovranismo piccolo-borghese”[i].
Zhok, invece, coglie correttamente il legame tra “indebolimento” dello Stato nazionale e peggioramento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. Si rende conto che l’internazionalizzazione dei capitali mina anziché favorire l’internazionalismo dei lavoratori. Tuttavia, anche lui estremizza la questione e finisce per concentrarsi troppo sulla necessità di ristabilire la sovranità dello Stato nazionale, che, di per sé, non significa un miglioramento dei rapporti di forza tra lavoratori e capitale. Soprattutto, enfatizza il carattere “nazionale” della sovranità, in cui rientra anche una critica non proprio centrata dell’immigrazione[ii]. Il che è poi quello che fa scattare i riflessi pavloviani anti-sovranisti non solo di Brancaccio ma anche di altri nel campo, più o meno, marxista.
Il punto, secondo me, è che in certe analisi manca la teoria marxista (magari aggiornata) dello Stato. Lo Stato è sempre lo Stato della classe dominante, ma la forma che assume muta, dipendendo dalla fase, dal modo di produzione e dalla situazione dei rapporti di forza fra le classi. Partendo da questo assunto, si può dire che l’indebolimento dello Stato, specie quello avvenuto nei paesi della Ue e segnatamente in quelli dell’eurozona, non è assoluto, perché molte funzioni dello Stato, pensiamo agli apparati di polizia e militari, si stanno rinforzando. A essere indebolite sono quelle funzioni che ostacolavano o rendevano più difficile la subordinazione della classe lavoratrice e della piccola borghesia al capitale e che erano il risultato della risposta capitalistica alla crisi degli anni ‘30, di rapporti di forza tra capitale e lavoro più favorevoli a quest’ultimo e, last but not least, dell’esistenza dell’URSS e di un campo socialista.
Quindi, ad essere stata messa in discussione non è la sovranità nazionale in senso stretto, ma la sovranità popolare (o democratica, se preferiamo), cioè quei meccanismi, che permettevano alla classe lavoratrice di esercitare la lotta di classe in modo più agevole. Ad esempio, i vincoli di Maastricht rappresentano una camicia di forza per le scelte di governi e parlamenti, nel caso in cui dovessero cedere a richieste dal basso, anche solo per ragioni elettoralistiche. Questo, naturalmente non significa che nella Prima repubblica, precedentemente alla UE e dell’euro, fossimo in una sorta di società ideale, come alcuni tendono a rappresentarsi. Ad ogni modo, la sovranità, che taluni, fra cui il sottoscritto, rivendicano a sinistra, è quella democratica e popolare.
Un altro aspetto della teoria marxista che viene trascurato è quello dell’analisi della composizione di classe. In una società capitalistica, anche in una polarizzata e con una forte concentrazione e centralizzazione di capitale, permangono larghi strati intermedi. Inoltre, permangono anche molte differenze e divari anche tra i lavoratori salariati. Quindi, assumere una posizione tale per cui si condanna il sovranismo come tendenza piccolo-borghese, oltre a non essere corretta in senso generale, implica assumere un posizionamento politico che ignora la necessità delle alleanze di classe e di staccare almeno una parte della piccola borghesia dal capitale vero e proprio. Il vero nemico è rappresentato dal capitale, che, anche quando fa critiche alla UE (come in questi giorni ha fatto Confindustria), rimane profondamente europeista oltre che atlantista.
Parlare di sovranità democratica, e pertanto criticare la UE e l’euro (e la Nato) e finanche metterne a programma la fuoriuscita, in uno Stato borghese non è un cedimento al nazionalismo. Rientra, invece, in questo contesto e in questa fase storica, all’interno di una strategia di lungo periodo di superamento del capitalismo, che deve essere modulata a seconda delle condizioni concrete esistenti.
Dall’altra parte, però, la rivendicazione della sovranità popolare deve fare i conti anche con la presenza di forze reazionarie e frazioni capitalistiche che declinano la questione della sovranità in termini nazionalisti e xenofobi, cercando di utilizzarla a proprio favore. Si tratta di settori politici, come Fratelli d’Italia, la Lega, ecc. il cui “sovranismo”, però, lascia presto il posto ai “necessari” adeguamenti ai vincoli europei e atlantici, come è accaduto al governo, presunto sovranista, di Meloni. Più che attaccare la Meloni perché è sovranista, quindi, dovremmo denunciarne la mancanza di rispetto della sovranità, popolare e democratica, e l’allineamento reale all’UE, alla Nato e agli Usa. Al tempo stesso, rivendicare la sovranità “nazionale” in un paese che, malgrado tutta la sua attuale subalternità agli Usa, è stato sin dalla fine dell’Ottocento e rimane ancora oggi imperialista, è piuttosto fuori luogo. Anche la determinazione con cui alcuni “sovranisti” di sinistra giudicano l’Italia una colonia e la sua classe capitalistica come una classe compradora è fuorviante. Ma qui ci sarebbe la necessità di riportare in auge un’altra decisiva teoria marxista, quella dell’imperialismo, e non è il caso in questa sede.
Quindi, estremizzare i concetti, nella fattispecie quello di sovranità, crea confusione e divisioni all’interno del campo anticapitalista (e marxista), che francamente sarebbe meglio evitare. La diatriba tra Brancaccio e Zhok può essere letta come uno scontro accademico fra professori universitari. In realtà, è il prodotto di un problema molto più importante: l’assenza della politica o meglio del connubio che deve sempre esistere tra politica e teoria, tra obiettivi pratici e riflessione, allo scopo di modificare la realtà a favore della classe lavoratrice. Se non si tengono in conto i risvolti pratici del proprio teorizzare, si rischia di andare fuori strada. Certo, cercare di elaborare e, ancor più, mettere in atto una politica marxista è molto più complesso e faticoso che fronteggiarsi sui social, dal momento che si deve agire concretamente tenendo conto contemporaneamente di una moltitudine di variabili interdipendenti. Ma non si può non “fare politica”. È, questo, è un problema non solo di Brancaccio e di Zhok, ma di tutti noi, a fronte della frammentazione organizzativa e della inconsistenza politica esistente.
Zhok e Brancaccio hanno indubbie qualità personali, ma se le usano in questo modo, l’unico risultato che ottengono (forse) è quello di aumentare la loro visibilità, ma certo non ci aiutano molto. Anzi replicano il fenomeno, oggi molto diffuso, della divisione in tifoserie contrapposte, che è il prodotto, oltre che del sistematico smantellamento dei partiti di classe e del marxismo, anche di anni di talk show televisivi e di social, a partire da Facebook. Forse, più che scontrarci e continuare a dividerci su singole parole o formulazioni (sovranismo, uscita o no da UE ed euro, rossobrunismo), dovremmo confrontarci realmente tra noi, partendo dal concreto e valutando insieme se quello che facciamo o diciamo è funzionale con gli scopi finali, che, mi pare, non teniamo in debita considerazione. Forse, in questo modo, supereremmo tante divisioni inutili e saremmo più forti nei confronti del nostro vero avversario, il capitale e la sua forma imperialista.
Note
[i] Domenico Moro, “Gli ex combattenti della grande guerra e il sovranismo piccolo borghese, analogie ed errori a cento anni di distanza”, Marxismo oggi, 2018.
[ii] Andrea Zhok, “Qualche riflessione sul problema migratorio”, Italiaeilmondo.com, 28, settembre 2019.
Fonte
14/05/2026
L’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec, un tassello della strategia di controllo sul petrolio di Trump
Come abbiamo provato a spiegare in alcuni articoli precedenti, l’aggressione al Venezuela e la guerra mossa contro l’Iran dagli Usa (e da Israele) rientrano all’interno di una strategia generale tesa, in gran parte, a ristabilire il controllo statunitense sul mercato petrolifero mondiale. Tale controllo è necessario per due ragioni, entrambe legate alla natura imperialistica e parassitaria dei meccanismi economici degli Usa.
La prima è quella di mantenere il ruolo del dollaro come valuta di scambio commerciale e di riserva a livello mondiale e, attraverso di esso, finanziare l’enorme doppio debito (commerciale e pubblico) e i mercati finanziari statunitensi.
La seconda è esercitare una pressione sulle altre potenze mondiali importatrici nette di petrolio, a partire dalla Cina, che rappresenta il vero concorrente sistemico degli Usa e che si rifornisce, almeno fino a prima degli attacchi statunitensi, in buona parte dal Venezuela e soprattutto dal Medio Oriente.
L’uscita degli Emirati arabi uniti (Eau) dall’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) rappresenta un altro tassello importante e significativo di questa strategia. Il controllo del mercato del petrolio da parte dell’imperialismo, soprattutto Usa, passa, infatti, per l’indebolimento dell’Opec. Vale la pena ricordare come nasce e cosa è l’Opec. L’Opec nasce nel 1960, inserendosi nel processo di decolonizzazione dei paesi periferici, che intendevano emanciparsi dall’imperialismo europeo e statunitense. L’obiettivo dei paesi fondatori, a partire dai più importanti, come l’Arabia Saudita, il Venezuela, l’Iran e l’Iraq, era quello di esercitare, come paesi produttori, il controllo sul prezzo del greggio e soprattutto assicurarsi una quota maggiore dei profitti della vendita del petrolio e dei suoi derivati. Infatti, prima del 1960 il controllo del mercato petrolifero era esclusivamente nelle mani di sette grandi compagnie petrolifere britanniche e statunitensi, ribattezzate dal presidente dell’Eni, Enrico Mattei, come le “sette sorelle”. L’Opec in sostanza è un cartello, che stabilisce per ogni paese membro delle quote di produzione in modo da regolare l’offerta di petrolio e con essa i prezzi e le quote di mercato.
Ma l’utilità dell’Opec per i paesi aderenti non si limitava al controllo del prezzo e della ripartizione degli utili derivati dal petrolio. L’Opec aveva nelle sue mani il cosiddetto “potere del petrolio”. La classi dirigenti dei paesi petroliferi, in particolare quelle dei paesi arabi, attraverso il petrolio potevano esercitare un potere di ricatto sui paesi capitalistici avanzati, a partire dagli Usa. Questo potere poteva essere esercitato per sostenere i paesi arabi nel loro confronto con Israele, che veniva appoggiato dagli Usa e dai paesi europei. Israele aveva già vinto due guerre contro i paesi arabi vicini, soprattutto contro il principale, l’Egitto, che nel 1967 perse il Sinai e Gaza. Qualche anno dopo, nel 1973 il presidente egiziano, Sadat, decise, insieme alla Siria, di muovere nuovamente guerra a Israele. Anche questa volta l’esercito israeliano stava riuscendo a vincere sugli eserciti arabi. Tuttavia, Sadat aveva ottenuto l’appoggio degli stati arabi dell’Opec, che alzò i prezzi del petrolio del 70%, tagliò la produzione e alla fine decretò l’embargo petrolifero nei confronti degli Usa, per l’appoggio dato a Israele. Ne derivò il grande shock petrolifero e la recessione economica per i paesi occidentali. A questo punto, su pressione statunitense si arrivò a un cessate il fuoco tra i contendenti. Il ricatto politico del petrolio funzionò: Sadat, nonostante avesse perso la guerra sul campo, conseguì i suoi obiettivi: indurre Israele a restituire una buona parte dei territori occupati precedentemente[i].
Tuttavia, l’Opec raccoglieva e raccoglie stati molto diversi tra loro e con obiettivi diversi. Quando scoppiò la rivoluzione islamica in Iran nel 1979, Iran e Libia, appoggiati da Algeria e Nigeria, decisero di utilizzare l’arma del petrolio contro l’imperialismo Usa, alzando i prezzi. Una posizione contraria fu assunta dall’Arabia Saudita che, insieme ad altri paesi del Golfo tra cui gli Eau, aveva siglato nel 1974 un trattato di alleanza con gli Usa nel quale si impegnava a vendere il suo petrolio solo in dollari in cambio della protezione militare statunitense. Nel 1980 si assistette allo scoppio di una guerra tra due membri dell’Opec, che durò fino al 1988. L’Iran fu attaccato dall’Iraq di Saddam Hussein, istigato e finanziato dagli Usa. A fianco dell’Iraq si schierarono anche le monarchie petrolifere del Golfo, mentre a fianco dell’Iran si pose la Libia. Quindi, nel corso del tempo gli Usa riuscirono in qualche modo a dividere l’Opec al suo interno, anche perché era ed è composta da paesi con classi dominanti con interessi diversi e spesso opposti. Ciononostante, l’Opec rimaneva una organizzazione in grado di controllare il mercato del petrolio, rappresentando così un potere con il quale gli Usa e l’Occidente avrebbero dovuto comunque relazionarsi.
Arriviamo, quindi, all’oggi. L’Opec, composta da undici paesi, conserva una forza importante. Detiene il 79,08% delle riserve mondiali di petrolio, il 44,57% delle esportazioni e il 36,70% della produzione (2025)[ii]. Gli Usa, però, negli ultimi anni grazie al fracking sono riusciti ad aumentare la loro produzione di petrolio e non sono più dipendenti dalle importazioni come nel 1973. Sono, invece, diventati il primo produttore mondiale, venendo così a contrastare il controllo sul mercato mondiale esercitato dall’Opec. In risposta al primato degli Usa, l’Opec si è alleata con l’Opec+, che si è costituita nel 2016 e raccoglie altri dieci paesi produttori di petrolio, tra i quali c’è soprattutto la Russia, che è il terzo produttore mondiale, dopo Usa e Arabia Saudita.
È in questo quadro di competizione fra Opec e Opec+, da una parte, e Usa, dall’altra parte, che si inseriscono le ultime azioni militari statunitensi. Non a caso gli Usa sono diventati recentemente anche il primo esportatore mondiale, superando l’Arabia Saudita, con 250 milioni di barili esportati nelle ultime 9 settimane. Il blocco di Hormuz e quindi del petrolio del Golfo, determinato dalla guerra contro l’Iran, è certamente stato un fattore molto importate di questo exploit degli Usa, le cui esportazioni di greggio sono cresciute del 30%. A questo si aggiunge l’aggressione al Venezuela, che è, come paese singolo, il maggiore detentore di riserve petrolifere mondiali e che, come l’Iran, fa parte dell’Opec. Senza contare che fanno parte dell’Opec anche Arabia saudita, Eau, Kuwait, Iraq, tutti paesi che si affacciano sul Golfo Persico e le cui esportazioni di greggio sono state bloccate prima dalle rappresaglie iraniane contro i bombardamenti statunitensi e poi dal blocco totale di Hormuz imposto da Trump. Quindi, appare evidente che in questi primi mesi del 2026 Trump ha preso di mira proprio l’Opec, ossia il maggiore cartello mondiale di petrolio.
Sempre all’interno di questa strategia rientra il tentativo di indebolire l’Opec, provocando l’uscita di qualche membro importante, come gli Eau. Gli Emirati arabi uniti sono un paese molto ambizioso, che è intervenuto, anche militarmente, un po’ dovunque, a sostegno dell’imperialismo, dalla Libia allo Yemen, dove ultimamente si è trovata in contrasto con l’Arabia Saudita. Tuttavia, sono un paese molto piccolo di appena 9,7 milioni di abitanti, di cui la maggioranza è rappresentata da lavoratori immigrati, specialmente dal subcontinente indiano, dalle Filippine e da altri paesi arabi, che subiscono condizioni di forte sfruttamento. Sebbene abbia una economia relativamente diversificata (acciaio, alluminio, turismo), la forza degli Eau è il petrolio. Le loro esportazioni, pari a 2,88 milioni di barili al giorno, sono le terze dell’Opec, dopo Arabia Saudia e Iraq, la loro produzione è la quarta e le riserve sono le quinte[iii].
Ma gli Eau hanno una capacità di produzione potenziale molto più forte di quella effettiva, che è limitata dalle quote imposte dall’Opec. Su questo gli Eau si sono trovati in contrasto con l’Arabia Saudita, perché vorrebbero aumentare produzione ed esportazione in modo da incrementare i loro introiti per diversificare lo sviluppo economico. Dall’altra parte, la capacità produttiva potenziale degli Eau fa gola a Trump, perché può aiutare gli Usa ad aumentare l’offerta e tenere bassi i prezzi, che è poi un obiettivo strategico statunitense. Ma non così bassi da rendere non profittevole la produzione di petrolio statunitense mediante fracking, che ha costi di estrazione più alti di quelli medio-orientali. A tutto questo va aggiunto che gli Eau sono stretti alleati di Israele, a differenza delle altre petromonarchie del Golfo a partire dall’Arabia Saudita, avendo aderito già nel 2020 agli Accordi di Abramo, ideati da Trump per “normalizzare” i rapporti tra paesi arabi e Israele. Gli Eau sono l’unico paese a cui Israele abbia concesso l’utilizzo dell’Iron Dome, il suo sistema di difesa antimissile.
Secondo alcuni commentatori, i paesi del Golfo con la guerra si sarebbero allontanati dagli Usa, nella cui valuta vendono il loro petrolio e sulla cui protezione militare facevano affidamento, a causa del fatto che le basi statunitensi che ospitano non solo non li hanno protetti ma anzi hanno attirato la rappresaglia iraniana, che ha danneggiato anche i loro impianti di estrazione di idrocarburi. Questo, però, non sembra essersi verificato con gli Eau, che sono usciti dall’Opec proprio per ingraziarsi gli Usa. Pare che gli Eau, che soffrono ingenti perdite non solo dal blocco dell’export di petrolio ma anche da quello del turismo, si siano rivolti agli Usa per avere la concessione di linee di swap in dollari. Gli swap sono accordi tra la Banca centrale Usa (Fed) e altre banche centrali per scambiarsi valute, garantendo liquidità in dollari al sistema finanziario. Si tratta di un sistema utilizzato dalla Fed per sostenere altri paesi, ad esempio i paesi occidentali durante la crisi finanziaria del 2007-2008, ed è un modo per accrescere l’influenza degli Usa sui paesi stranieri e rafforzare la supremazia del dollaro. Inoltre, il ministro del Tesoro degli Usa, Scott Blesset, sta valutando di concedere linee di swap anche ad altri paesi del Golfo Persico, oltre agli Eau. Si tratta di paesi che, grazie alle esportazioni di petrolio, hanno sempre avuto grandi entrate in dollari, che poi investivano e investono in titoli di Stato statunitensi.
Ma gli Usa hanno ricevuto dagli Eau anche altre contropartite, oltre all’uscita dall’Opec. Una consiste nell’impegno a fare ingenti investimenti nell’economia Usa, cosa che Trump sta cercando di ottenere da tutto il mondo, anche utilizzando il ricatto dei dazi. Gli Eau l’anno scorso avevano promesso a Trump un trilione di dollari di investimenti, ma poi non se ne era fatto nulla. Ora, l’Adnoc, la compagnia petrolifera statale emiratina, ha annunciato una importante campagna di investimenti negli Usa, soprattutto nel gas, e il suo presidente, Siddiqui, ha dichiarato che “gli Stati Uniti sono un mercato in cui vogliamo puntare in alto”, investendo nell’intera catena del valore del gas, dalla estrazione ai rigassificatori[iv]. Va ricordato che, tra i paesi del Golfo, anche il Qatar ha investito nel gas Usa, essendo azionista al 70% di Golden Pass Lng, l’ultimo terminal di esportazione a essere entrato in funzione negli Usa. L’accordo tra il Qatar e la Exxon-Mobil, una delle maggiori aziende petrolifere statunitensi, fu siglato nel febbraio 2019, due mesi dopo che il Qatar era uscito dall’Opec, di cui era uno dei paesi fondatori. Adesso è il turno degli Emirati.
L’uscita degli Eau è un duro colpo per l’Opec, perché gli Emirati sono uno dei pochi paesi in grado di modulare la loro produzione di greggio, aumentandola quando necessario. Usciti gli Emirati, rimangono nell’Opec solo l’Arabia Saudita, e, in modo molto più limitato, il Kuwait, in grado di farlo. Questo rende l’Opec meno capace di contrastare la superpotenza energetica degli Usa, i quali, è bene ricordarlo, hanno una produzione petrolifera che è quasi uguale a quelle di Arabia Saudita e Russia sommate insieme.
Concludendo, la guerra contro l’Iran è quindi diretta anche contro l’Opec, ed è un aspetto della lotta degli Usa per puntellare la propria egemonia mondiale in declino, che passa anche attraverso il controllo delle materie prime, in particolare del petrolio. Un controllo che è decisivo per conservare il ruolo di valuta mondiale del dollaro, necessario per garantire il funzionamento dei meccanismi parassitari del capitalismo imperialista statunitense.
Note
[i] Benito Li Vigni, Le guerre del petrolio. Strategie, potere, nuovo ordine mondiale, Editori Riuniti, Roma 2004.
[ii] Opec, Annual Statistical Bulletin, 2026.
[iii] Ibidem.
[iv] Sissi Bellomo, “Emirati addio all’Opec: un passo indietro che strizza l’occhio a Trump”, il Sole24ore, 29 aprile 2026.
Fonte
13/04/2026
La logica dietro l’irrazionalità della guerra all’Iran
Un fenomeno politico o economico può essere irrazionale quanto si vuole ma risponderà sempre a una sua logica interna. Se vogliamo contrastare tale fenomeno dobbiamo andare oltre l’apparente irrazionalità e scoprire la logica interna che lo muove. Questo è ancora più vero per la guerra, che, pur essendo fondamentalmente dannosa per l’umanità nel suo complesso, continua ad essere frequentemente praticata in forme sempre più distruttive.
La guerra mossa da Israele e Usa contro l’Iran esprime al massimo grado tale contraddizione tra irrazionalità e logica interna. In particolare, la guerra appare irrazionale, senza ragioni, dal punto di vista statunitense. Gli obiettivi della guerra sono apparsi piuttosto incerti. All’inizio, sembrava che, come in Venezuela, l’obiettivo di Trump fosse il regime change o almeno il cambio di leadership. Ma l’Iran non è il Venezuela e ha reagito alla decapitazione dei suoi vertici con decisione e senza intimorirsi. Al contrario di quello che molti analisti dicevano e diversamente da quanto aveva fatto in occasione di precedenti aggressioni, l’Iran questa volta non si è fatto scrupolo di reagire con la chiusura dello stretto di Hormuz, che ha mandato in tilt il commercio internazionale di merci fondamentali come il petrolio, il gas e i fertilizzanti.
Il carattere irrazionale della guerra appare evidente proprio a fronte del blocco di Hormuz. Infatti, il blocco dei rifornimenti e il conseguente aumento dei prezzi stanno colpendo duramente sia l’Asia orientale sia l’Europa, che si approvvigionano di materie prime dal Golfo Persico. Se la guerra proseguirà oltre aprile, l’Eurozona, secondo Standard & Poors, entrerà in recessione. La crisi energetica, conseguente alla guerra contro l’Iran, sarebbe peggiore di quella degli anni ’70 e, come allora, genererebbe una crisi dell’economia globale. Dunque, ora l’obiettivo bellico di Trump sembra essere diventato la riapertura dello stretto di Hormuz, che prima era aperto e che è stato chiuso solo a seguito della guerra che lui ha iniziato.
Altro risultato negativo della guerra contro l’Iran è la destabilizzazione dell’area del Golfo Persico e degli stati arabi che vi si affacciano e che sono alleati degli Usa. L’Iran non si è limitato a reagire colpendo Israele, ma sta colpendo anche le infrastrutture di questi paesi e le basi americane che ospitano. Teoricamente gli stati arabi dell’area si affidano per la loro sicurezza agli Usa: nel 1974 fecero un accordo con gli Usa, assicurando a questi ultimi che avrebbero venduto il petrolio in dollari in cambio della protezione delle Forze Armate statunitensi. Accade, però, non solo che gli Usa non sono in grado di proteggerli, ma che, con l’attacco all’Iran, sono gli Usa stessi ad averli messi in pericolo.
A questo si aggiunge il fatto che la guerra ha approfondito la spaccatura tra gli Usa e la Ue e la Gran Bretagna, già prodottasi con la politica dei dazi, la minaccia prima di lasciare la Nato, se gli europei non avessero aumentato le spese militari fino al 5% del Pil, e poi di annettersi la Groenlandia. I più stretti alleati europei degli Usa hanno rifiutato di partecipare alla guerra contro l’Iran e hanno preso le distanze dagli Usa molto più di quanto accadde durante la prima e la seconda guerra del Golfo dei Bush padre e figlio. Da qui la ripresa delle minacce di Trump di uscire dalla Nato. Infine, con l’attacco all’Iran, Trump si è messo in un cul de sac. Dopo un mese di bombardamenti dal cielo non ha ottenuto nulla, se non aver avvicinato il mondo alla recessione e aver attirato la distruzione sui paesi arabi del Golfo. Ora, l’alternativa è ritirarsi oppure insistere, passando a un attacco con truppe di terra. Nel primo caso l’Iran di fatto avrebbe vinto la sua guerra, semplicemente resistendo e non piegandosi. Nel secondo caso Trump contraddirebbe definitivamente le promesse fatte al suo elettorato di non coinvolgere gli Usa in una nuova guerra e si esporrebbe a un conflitto sanguinoso per le sue truppe e dagli esiti fallimentari come quelli ottenuti dai suoi predecessori nei conflitti in Vietnam, Iraq e Afghanistan.
Quindi, da tutto questo risulterebbe l’irrazionalità della guerra statunitense contro l’Iran. Per questa ragione, molti hanno affermato che in realtà la spiegazione della decisione di Trump di attaccare starebbe nella subordinazione degli Usa a Israele e alla lobby ebraica interna agli Usa stessi, che puntano all'eliminazione dell’Iran. In particolare, si ipotizza che Trump sia ricattato da Israele, che avrebbe documenti compromettenti legati alla vicenda di Epstein. Sinceramente non sappiamo se tali documenti esistano, ma riteniamo alquanto improbabile che un paese grande e potente come gli Usa possa essere manovrato da un paese piccolo e così dipendente dal suo aiuto come Israele. Soprattutto, riteniamo che ci siano delle ragioni economiche e politiche molto più importanti, legate alla natura stessa degli Usa, cioè al loro carattere imperialista. Piuttosto che rispolverare teorie quali l’esistenza di un complotto internazionale giudaico, sarebbe il caso di utilizzare gli strumenti della scienza economica e sociale. Devono esistere delle ragioni interne che spingono gli Usa alla guerra e all’uso della forza, per il quale – è l’unica differenza rispetto al passato – non si preoccupano più di trovare una giustificazione morale o ideologica, come la lotta contro il comunismo o contro il terrorismo e per l’esportazione della democrazia e il rispetto dei diritti umani.
Le ragioni della tendenza statunitense alla guerra, al di là di chi sia il presidente in un certo momento, sono certamente complesse e variegate. Per facilitare la comprensione di tali ragioni faremo riferimento a uno specifico indicatore economico, la posizione finanziaria netta verso l’estero o, in inglese, Net International Investment Position (NIIP). Tale prospetto statistico misura la differenza tra le attività (investimenti) e le passività (debiti) di un paese rispetto al resto del mondo. Se prevalgono le attività si dirà che il paese in questione è un creditore netto, al contrario se prevalgono i debiti si dirà che è un debitore netto. Per calcolare il NIIP si prendono in considerazione gli investimenti diretti esteri (Ide), cioè l’investimento a lungo termine in attività produttive con diritto di gestione, gli investimenti di portafoglio, cioè gli investimenti in azioni senza il controllo e la gestione delle aziende, e i derivati. La NIIP misura lo stock di questi investimenti sia in entrata che in uscita.
Ora, il punto è che la posizione netta degli Usa verso l’estero è abbondantemente negativa, vedendo la prevalenza dei debiti o passività nei confronti dell’estero rispetto alle attività o prestiti verso l’estero. Questa situazione si è verificata la prima volta nel 1972 e si è affermata stabilmente a partire dagli anni ’90 del secolo scorso. La prevalenza dell’importazione di capitale sulla esportazione di capitale distingue l’imperialismo statunitense da quello britannico nel suo apogeo tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, come rileva lo storico Niall Ferguson[i]. Del resto, la prevalenza dell’esportazione di capitale su quella di merci era una delle caratteristiche dell’imperialismo, come fu teorizzato all’inizio del Novecento, da Hobson e Lenin. Questo, però, non impedisce che gli Usa siano anche il maggiore esportatore di capitale del mondo. Tuttavia, lo stock degli Ide verso l’estero delle multinazionali statunitensi, pur essendo largamente superiore a quello di qualsiasi altro paese, è inferiore a quello degli Ide verso gli Usa delle multinazionali straniere. Importante è anche notare la prevalenza degli investimenti di portafoglio sugli investimenti totali dall’estero. Si tratta, in questo caso, di investimenti nei mercati finanziari statunitensi, cioè nelle azioni di aziende quotate in borsa, che rimangono di proprietà statunitense. È in questo modo, che le big tech statunitensi, come Apple, Microsoft, Oracle, Meta, Alphabet, Amazon, ecc. ricavano gli immensi capitali, che gli sono necessari, ad esempio, per sviluppare l’intelligenza artificiale e incrementare i loro profitti.
Non è un caso, infatti, che, sebbene si tratti di una tendenza sorta da tempo e diventata stabile da una trentina di anni, la posizione negativa degli Usa si sia accentuata negli ultimi anni. Nel 2020 la posizione era negativa per circa 12mila miliardi di dollari, nel 2025 lo è diventata per 27,6mila miliardi, cifra che risulta dalla differenza tra le attività, pari a circa 43mila miliardi, e le passività, pari a 70,5mila miliardi[ii]. Questa situazione di indebitamento finanziario è aggravata dalla crescita del deficit anche nello scambio di beni e servizi con l’estero, che è passato dai 479 miliardi di dollari del 2016 ai 911,6 miliardi del 2025[iii]. Il deficit commerciale riflette un eccesso di consumi rispetto alla produzione nazionale, che deve essere finanziato attraverso l’indebitamento verso l’estero o la vendita di attività nazionali a investitori nazionali, peggiorando la NIIP.
Da quanto abbiamo detto si ricava che gli Usa sono il maggiore debitore mondiale e che per sostenere il loro debito si trovano nella necessità di finanziarlo continuamente attraverso il drenaggio di capitali dal resto del modo. Questo finanziamento avviene, però, soltanto se i titoli di stato (treasury) e le azioni statunitensi sono attrattivi. La domanda mondiale di treasury e azioni è garantita dal ruolo del dollaro come moneta di riserva, il che costituisce l’“esorbitante privilegio” che permette agli Usa di finanziarsi a tassi di interesse più bassi di quanto dovrebbero pagare in base al loro debito. Infatti, le banche centrali di tutto il mondo, dal momento che hanno bisogno di riserve in dollari, acquistano titoli di stato statunitensi. Questo, però, accade solo se il dollaro è valuta di riserva mondiale, ed è tale solo se è valuta di scambio internazionale, e se, quindi, tutte le banche mondiali richiedono dollari affinché i loro clienti possano acquistare merci quotate in dollari sui mercati mondiali. Per questa ragione gli scambi delle merci più importanti, come le materie prime energetiche (petrolio e gas), devono avvenire in dollari. Non è un caso che gli Usa abbiano stipulato un trattato con l’Arabia Saudita e poi con gli altri paesi del Golfo persico nel 1974, quando gli Usa passarono dall’essere creditori a debitori netti, stabilendo che il petrolio fosse venduto in dollari in cambio della sicurezza garantita dalle Forze Armate statunitensi. In questo modo, dagli anni ’70 nasce il “sistema del petrodollaro”, che sostiene il dollaro come valuta di transazione commerciale e quindi di riserva mondiale.
Ora, il sistema che garantisce agli Usa di finanziare il loro gigantesco debito sta mostrando delle crepe notevoli. In primo luogo, il petrolio, che fino a pochi anni fa veniva sempre pagato in dollari, oggi per un 15-20% dei volumi è acquistato in yuan cinesi, rubli russi, e rupie indiane. Inoltre, Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno aderito con la Cina e altri paesi a mBridge, una infrastruttura di pagamento al di fuori dal sistema del dollaro e dallo Swift, il sistema di pagamenti controllato dagli Usa[iv]. In secondo luogo, molte banche centrali stanno liberandosi dei treasury statunitensi. I treasury in custodia presso la Fed di New York per conto delle banche centrali di tutto il mondo erano a fine marzo 2025 pari a 2.933 miliardi di dollari ma ora sono scesi a 2.712 miliardi con una perdita in un solo anno di 221 miliardi. Il livello attuale è il più basso dal giugno 2012[v]. A liberarsi delle riserve in treasury e a spostarsi sull’oro, il cui valore è enormemente cresciuto nell’ultimo anno, sono stati soprattutto la Cina e il Giappone. In particolare, la Cina da un picco di 1.300 miliardi è scesa a fine 2025 a 700 miliardi[vi]. Secondo il Fondo monetario internazionale, le banche centrali di tutto il mondo hanno ridotto la quota in dollari delle loro riserve totali dal 70% del 2004 al 56,7% attuale.
Questi fenomeni, legati a una tendenza di lungo periodo connessa al declino dell’egemonia statunitense e all’ascesa della Cina, sono stati accentuati dalle politiche scelte recentemente dagli Usa. In primo luogo, dalla decisione di usare il dollaro e la piattaforma di transazioni finanziarie Swift come strumenti di sanzione contro i paesi avversari, a partire dalla Russia. Proprio per aggirare le sanzioni la Russia e l’Iran hanno venduto e vendono petrolio e gas a India e Cina in valute diverse dal dollaro, in rubli, rupie o yuan renmimbi. Anche il congelamento degli investimenti russi all’estero in dollari ha scosso la fiducia nel dollaro da parte di molti governi e banche centrali, soprattutto del Sud globale. In secondo luogo, la fuga dai Treasury è stata accentuata a partire dall’aprile del 2025 con l’introduzione di alti dazi sulle importazioni da parte dell’amministrazione Trump. I dazi hanno minato il meccanismo che regge da tempo i rapporti tra gli Usa e molti paesi, compresi quelli del Sud globale. In pratica, i paesi grandi esportatori, come la Cina, che realizzavano un importante surplus commerciale verso gli Usa, si impegnavano a reinvestire il loro surplus in treasury. In questo modo, gli Usa ottenevano due piccioni con una fava: semplicemente stampando dollaro finanziavano il loro deficit sia commerciale sia statale. Quindi, l’aumento dei dazi, riducendo le importazioni e innescando rappresaglie, in particolare da parte della Cina, ha contribuito a far calare le riserve in treasury.
La guerra all'Iran potrebbe aver accentuato ulteriormente questi processi. Infatti, da quando è scoppiata le banche centrali a livello mondiale hanno dismesso ben 82 miliardi di treasury. Inoltre, la guerra, secondo Deutsche Bank, potrebbe ulteriormente minare il petrodollaro e rappresentare l’inizio del petroyuan. In particolare, bisognerà vedere quello che faranno i paesi produttori di petrolio del Golfo persico, come l’Arabia Saudita, grazie ai quali si sosteneva il petrodollaro e che al contempo investivano gli enormi surplus commerciali derivati dall’esportazione di petrolio, gas, alluminio e fertilizzanti nell’acquisto di treasury. Questi paesi, che confidavano nella protezione statunitense, a seguito della guerra hanno avuto infrastrutture e pozzi danneggiati dai missili iraniani e hanno perso gli ingenti proventi dell’export per la chiusura dello stretto di Hormuz. Del resto, lo yuan, anche se è ancora lontano dal poter essere considerato una valuta di riserva alternativa al dollaro, sta internazionalizzandosi sempre di più. La Cina con una quarantina di banche centrali ha creato la più grande rete mondiale di accordi di swap valutario. In questo modo, le banche centrali possono scambiare valute locali, facilitando il commercio, garantendo la liquidità senza passare sotto le forche caudine del dollaro e riducendo così la loro dipendenza dagli Usa.
Ritornando alla logica della guerra, possiamo dire che questa va rintracciata nella natura socioeconomica degli Stati Uniti. Il settore dominate del capitale statunitense è quello finanziario. Tale capitale ha una natura fondamentalmente parassitaria nei confronti del resto del mondo. Gli Usa non si limitano a estorcere un extra-profitto dai lavoratori dei paesi del Sud globale, attraverso le loro multinazionali e il meccanismo dello “scambio ineguale”, ma attirano capitali da tutto il mondo verso i loro mercati finanziari, che rimangono i più importanti a livello mondiale, e verso le loro multinazionali che sono quotate presso le borse Usa. Gli Usa sono uno stato parassitario, perché sono il più grande debitore internazionale, e devono costringere il resto del mondo a finanziare questo debito. Gli Usa sono come un tossicodipendente che ha bisogno di sempre maggiori quantità della sostanza da cui dipende. Il debito statunitense, infatti, è sempre più grande e il suo stesso meccanismo di finanziamento lo accresce.
Il punto, quindi, è che il capitalismo nel suo stadio più avanzato, quello imperialista, si fonda inevitabilmente sul capitale finanziario e, quindi, diventa sempre più parassitario. Gli Usa sono arrivati al punto più alto di questo stadio imperialista. La guerra e la forza militare sono lo strumento per continuare ad alimentare l’afflusso di ricchezza dal resto del mondo. Il meccanismo di questo afflusso si basa in parte rilevante sul petrodollaro. Come abbiamo detto sopra, gli Usa, a differenza della Gran Bretagna di un secolo fa, sono importatori netti di capitali dall’estero. La verità, però, è che la Gran Bretagna risultava esportatrice netta di capitale, in quanto poteva beneficiare del trasferimento di ricchezze, oro e capitali dalle sue colonie, in particolare dall’India. L’imperialismo statunitense attuale, però, non potendosi fondare sulle colonie, deve fare affidamento sul petrodollaro. Per questa ragione, il peggioramento della posizione finanziaria negativa sull’estero, unita al processo di dedollarizzazione, cioè di erosione del ruolo mondiale del dollaro, ha spinto Trump a cercare di ristabilire il pieno controllo sull’area, quella mediorientale, dove ci sono le riserve di petrolio più vaste, di migliore qualità e più a buon mercato. Per raggiungere questo obiettivo bisognava, però, distruggere l’Iran come stato sovrano e indipendente dall’imperialismo. Il ruolo neocoloniale di Israele è funzionale e coerente con quello imperialista degli Usa. Sono le due facce della stessa medaglia. Ma non si può certo dire che gli Usa siano stati spinti in guerra da Israele più che dai loro meccanismi economici interni.
In una sorta di eterogenesi dei fini, le politiche di Trump, tese dichiaratamente a restaurare il pieno dominio mondiale statunitense, stanno producendo proprio l’effetto contrario, accentuando la contraddizione tra aumento dell’indebitamento e indebolimento dello strumento per finanziarlo. La politica dei dazi avrebbe dovuto permettere la reinternalizzazione delle produzioni manifatturiere negli Usa e la riduzione del debito, secondo le affermazioni di Trump. In realtà, una certa reinternalizzazione può probabilmente avvenire soltanto per quanto riguarda quelle produzioni che sono più strategiche o legate all’apparato militare-industriale. Il vero obiettivo dei dazi era quello di drenare capitali esteri negli Usa, scambiando l’abbassamento dei dazi con investimenti miliardari in attività produttive e finanziarie, come i treasury a lunga scadenza. Invece, come abbiamo visto, i dazi rischiano di inceppare il meccanismo stesso della domanda mondiale di treasury. L’esercizio della forza militare, dall’altro lato, avrebbe dovuto puntellare il petrodollaro e il dominio mondiale degli Usa, invece li sta indebolendo.
La verità è che il dominio della tecnologia, i bilanci militari miliardari, e la preponderanza dei mezzi di distruzione non sono sempre sufficienti a piegare l’avversario né risparmiano dal commettere errori marchiani. Trump, nel calcolo della equazione con cui avrebbe dovuto trovare la soluzione alla crisi americana, non ha considerato l’indisponibilità del cittadino medio americano a farsi trascinare nell’ennesima e sanguinosa avventura all’estero e, sopra ogni altro fattore, la determinazione e la capacità di resistenza dell’Iran e del suo popolo. Rimane il fatto che, per quanto cambino i loro presidenti, se gli Usa manterranno la propria natura imperialista, rimarrà sempre alto il pericolo dello scoppio di guerre tremendamente distruttive.
Note
[i] Niall Ferguson, Impero. Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno, Mondadori, Milano 2009, pp. 306-307.
[ii] Bureau of Economic Analysis (Us Department of Commerce), Us International Transactions and Investment Position, 4th quarter and Year 2025. https://www.bea.gov/news/2026/us-international-transactions-and-investment-position-4th-quarter-and-year-2025
[iii] Bureau of Economic Analysis (Us Department of Commerce), Us International Trade in Goods and Services. https://www.bea.gov/data/intl-trade-investment/international-trade-goods-and-services.
[iv] Sissi Bellomo, “La guerra incrina il sistema del petrodollaro”, il Sole24ore, 31 Marzo 2026.
[v] Morya Longo, “Le banche centrali vendono Treasury Usa: con la guerra scaricati 82 miliardi di dollari”, il Sole24ore, 1° aprile 2026.
[vi] Vito Lops, “Cina e Giappone riducono l’esposizione ai Treasury”, il Sole24ore, 3 dicembre 2025. Posted in Economia e LavoroTagged debito Usa, Guerra contro l'Iran, imperialismo, Israele, petrodollaro, Petrolio, usa
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