Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/10/2026

Cosa c’è dietro le rivolte giovanili in Francia e gli altri sommovimenti in Europa?

di Domenico Moro 

Da quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.

Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico

La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.

In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue. Eppure, lei era stata per molti anni un’aspra critica dell’integrazione europea. Il fatto è che la Le Pen è in testa ai sondaggi per le elezioni presidenziali francesi. E ora sta cercando di accreditarsi presso il capitale finanziario francese ed europeo, in modo da avere il via libera per l’Eliseo.  Il programma della Le Pen prevede, infatti, risparmi per 140 miliardi di euro nei cinque anni di mandato, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico del 10%. Nel solo 2027 prevede riduzioni delle tasse di 53,7 miliardi e tagli alle uscite statali di ben 85,5 miliardi, attraverso tagli ai dipendenti pubblici (mentre gli studenti chiedono più docenti), alla previdenza sociale e alle pensioni, mentre alle imprese verranno tagliati 20 miliardi di imposte.

Alla base di queste misure e di quelle che il governo francese in carica, guidato da Lecornue, sta prendendo già oggi ci sarebbe l’enorme aumento del debito e del deficit pubblici francesi, arrivati rispettivamente nel 2026 al 119,3% e al 5,4% sul Pil, ben distanti dai limiti, stabiliti dalla Ue per i paesi dell’euro, del 60% e del 3%. A causa di questa crescita, i tassi di interesse sui titoli di Stato francesi a 10 anni sono saliti al 5%. Si tratta del tasso massimo dal 2002 e maggiore dei tassi pagati ora da Italia e Grecia, le economie Pigs per eccellenza. In più, lo spread con i titoli della Germania, il benchmark per i paesi dell’euro, è arrivato ai massimi dalla crisi del debito sovrano del 2011 e 2012. Il problema è che l’aumento dei tassi sui titoli di stato, oltre a rendere più oneroso il rifinanziamento anche del vecchio debito, influenza il costo del denaro, alzando i tassi d’interesse sui mutui e sui prestiti alle imprese, e rallentando così l’economia. Dunque, oggi il “malato d’Europa” è la Francia, che rischia col suo debito di trascinare l’economia europea in una crisi del debito sovrano come quella del 2011 e 2012. Con l’importante differenza che allora il problema era la Grecia, che pesa sul Pil Ue appena l’1,3%, mentre la Francia ne rappresenta il 15,9% ed è molto più importante da tutti i punti di vista. Dunque, l’equilibrio della Ue, specialmente dell’eurozona, sarebbe sconvolto molto di più da una crisi del debito francese. Da qui la richiesta pressante di Ue e mercati finanziari ai governi francesi di ridurre debito e deficit e la messa in cantiere di tagli draconiani della spesa pubblica. Nel 2011 e 2012 la Grecia fu sottoposta a una vera e propria macelleria sociale e l’Italia subì una cura da cavallo, gestita da Mario Monti, col quale la Ue commissariò la penisola. Ora, sembrerebbe arrivato il turno della Francia, che teoricamente sarebbe un paese core, centrale, opposto ai paesi “periferici” della Ue, come la Grecia, la Spagna e l’Italia.

Il debito non è solo quello pubblico

Però, la Francia non ha solo un grande debito e un elevato deficit pubblico. Ha anche un importante deficit commerciale, anche se questo dal 2022 al 2025 si è quasi dimezzato dai 202,8 miliardi di dollari ai 103,4 miliardi. Segno che anche in Francia le politiche restrittive stanno facendo effetto, come quindici anni fa in Italia, dove, con la contrazione salariale e i tagli della spesa sociale del governo Monti, sono aumentate le esportazioni e diminuite le importazioni, arrivando a un surplus commerciale 2025 di 57,8 miliardi. Ma, in generale, la Francia è un paese fortemente indebitato con l’estero. La Net international investment position (Niip) della Francia, indicatore che misura la differenza tra crediti e debiti dei residenti di un paese verso il resto del mondo, è negativa per 1.040 miliardi di dollari (-29,6% sul Pil)[i], aumentata in modo consistente negli ultimi dieci anni. Nella Niip sono calcolati anche il debito pubblico detenuto all’estero e il deficit commerciale, insieme ad altri flussi come gli investimenti diretti all’estero in entrata e in uscita. Si tratta di due indicatori importanti, perché i mercati finanziari, quando definiscono il rendimento dei titoli di stato di un paese, guardano anche allo stato di salute complessivo e alla capacità di uno Stato di far fronte ai propri debiti (cioè alla sua solvibilità).

La verità, però, è che l’indebitamento, soprattutto quello pubblico e delle imprese, sta crescendo in tutto il mondo. Ma non dappertutto nello stesso modo. Sta crescendo soprattutto nei paesi avanzati o, per usare un’altra definizione, nei paesi del centro del sistema imperialista mondiale, la cosiddetta Triade, il Nord America (Usa e Canada), la gran parte dell’Europa occidentale, e il Giappone. Consideriamo, in particolare, i paesi centrali più importanti riuniti nel G7 (Usa, Germania, Giappone, Uk, Francia, Italia e Canada). Per quanto riguarda il debito pubblico 2026, tutti questi paesi superano il 100% sul Pil, dal Giappone con il 204%, agli Usa con il 125,8% al Canada con il 110,7%, al Regno Unito con il 103,6%, con la sola eccezione della Germania con il 64,6%[ii]. Per quanto riguarda la bilancia commerciale 2025, tutti i paesi sono in deficit, tranne la solita Germania (+226,8 miliardi di dollari) e, come già detto, l’Italia. I paesi messi peggio sono gli Usa (-1.325,9 miliardi), il Regno Unito (-393,4 miliardi) e, come abbiamo già visto, la Francia[iii]. Se guardiamo al Niip 2025 la situazione è più varia, tre paesi sono debitori netti verso l’estero, gli Usa per la cifra stratosferica di 21,8 trilioni di dollari, seguiti dalla Francia per 1,04 trilioni (con una economia circa 10 volte più piccola) e dal Regno Unito con 142 miliardi. Gli altri hanno una posizione positiva, soprattutto la Germania per 4,3 trilioni, ed anche l’Italia per 385 miliardi[iv].

Secondo Kristalina Georgieva, la numero uno del Fondo monetario internazionale, i paesi avanzati devono riportare in fretta sotto controllo il debito pubblico, rigonfiato anche dagli elevati tassi di interesse. I debiti eccessivi sono un fattore di crisi, insieme all’aumento del costo dell’energia, e i paesi avanzati necessitano di azioni, anche immediate, per alleggerire la politica monetaria, che ha visto l’innalzamento recente del costo del denaro da parte delle banche centrali degli Usa, dell’eurozona e persino del Giappone. La Georgieva, infatti, pensa, come molti altri (tra cui Trump), che l’alto costo del denaro sia la causa decisiva del rallentamento economico, perché frena la richiesta di prestiti e quindi gli investimenti. Ma c’è un altro dato che è anche più importante, ossia che, mentre in altre epoche storiche il debito pubblico aumentava per contrastare le crisi cicliche del capitalismo o per finanziare guerre importanti e poi con la ripresa economica si riduceva, oggi il debito dei paesi avanzati aumenta anche quando l’economia non è in recessione e non si riesce a farlo scendere neanche quando le cose parrebbero andare meglio. Quale ne è la ragione?

Perché il debito dei paesi avanzati non cala?

La ragione è che siamo in quella che Larry Summers, segretario al Tesoro Usa sotto il presidente Bill Clinton, definì “stagnazione secolare” nel 2008, in occasione dello scoppio della crisi dei mutui subprime. In pratica, l’economia sarebbe entrata in un lungo periodo di crescita molto lenta del Pil e di scarso utilizzo degli impianti produttivi, nonostante un costo del denaro molto basso. Infatti, l’elemento che influenza gli investimenti non è tanto il costo del denaro e la mancanza di liquidità o la riduzione delle tasse ai ricchi e alle imprese, bensì il livello del saggio di profitto o l’aspettativa di profitto futura. Nel modo di produzione attuale i capitalisti investono solo se e dove realizzano un certo livello di profitto. Se vogliamo spiegare la “stagnazione secolare” utilizzando Marx, possiamo dire che il movimento del capitale, arrivato ad un alto livello di sviluppo, necessariamente presenta una tendenza al calo del saggio di profitto. A questa tendenza il capitale reagisce in diversi modi, tra i quali la riduzione del salario (diretto, indiretto, cioè il welfare, e differito, cioè le pensioni) e, nel periodo della globalizzazione, lo spostamento della produzione dai paesi avanzati a quelli emergenti, dove il costo del lavoro e il salario sono più bassi e il saggio di profitto è più alto.

Infatti, la stagnazione secolare non si presenta in tutto il mondo, ma soprattutto (o quasi esclusivamente) nella maggior parte dei paesi avanzati, dove si è realizzata una sovraccumulazione di capitale, cioè un eccesso di capitale rispetto al profitto che si è in grado di generare. La sovraccumulazione era stata superata con la globalizzazione della produzione manifatturiera dalla fine degli anni ’80, ma ora si è ripresentata. Il calo del saggio di profitto riduce gli investimenti e questi riducono la produzione e quindi la crescita del Pil. Infatti, nel 2025 le principali economie Ue hanno realizzato una crescita del Pil asfittica, la Francia dello 0,9%, l’Italia dello 0,54% e la Germania dello 0,17%. In Giappone, poi, il Pil è in stagnazione da decenni. A fare eccezione nel G7 sembrano essere i soli Stati Uniti. Ma la crescita di questi ultimi, oltre che all’apparato militare-industriale sovvenzionato dallo Stato e alla crescita del prezzo del suo gas e petrolio per via delle guerre scatenate sempre dallo Stato, è dovuta soprattutto a un solo settore, quello delle imprese giganti del Big Tech.

Alla base ci sono gli enormi investimenti per l’IA, che drenano capitali da tutto il mondo verso gli Usa. Il problema è che questi investimenti sono motivati non da profitti reali, ma da aspettative future di profitti, che, però, sembrano allontanarsi a mano a mano che gli investimenti diventano sempre più grandi. Se, alla fine, i profitti della IA non dovessero rispettare le aspettative, come pare probabile, quella che è una vera bolla speculativa scoppierebbe, con gravi ripercussioni anche in Europa. Ma già ora stiamo osservando una sovraccumulazione di capitale, che i top manager, come Dario Amodei di Anthropic, stanno cercando di contrastare, provando a imporre un rallentamento dell’innovazione (e degli investimenti), che viene motivato con il timore che l’IA sfugga al controllo umano. Problema che esiste, ma che viene esagerato ad arte.

Tutto questo c’entra molto con la crescita del debito e del deficit pubblici. Infatti, questi vengono calcolati in percentuale sul Pil. Quindi, essi crescono o non diminuiscono, malgrado gli sforzi a tagliare la spesa statale, a causa del fatto che il denominatore, cioè il Pil, ristagna. Inoltre, il debito si accresce anche per l’innalzamento dei tassi di interesse sui titoli di Stato. Se questi crescono è soprattutto perché le imprese Big Tech raccolgono capitali, più che sul mercato azionario, su quello dei bond. In questo modo, entrano in concorrenza con i titoli di Stato, e gli Stati sono costretti a promettere tassi di interesse più alti se vogliono collocare tutto il proprio debito. Per la Francia c’è anche il problema che ha una quota di debito pubblico detenuta da investitori esteri, del 57,5%, molto maggiore di quella degli altri paesi del G7. Ad esempio, l’Italia presentava, nel primo trimestre 2026, una quota del 35,9%. Un debito detenuto da investitori esteri è più problematico, perché questi sono molto più pronti a liberarsi del debito rispetto a quelli interni, e, se il tasso di crescita nominale del Pil è inferiore al tasso d’interesse sul debito, il paese debitore trasferisce ricchezza all’estero.

Infine, anche la delocalizzazione contribuisce alla crescita del debito complessivo di un paese. Da una parte, perché la perdita di produzione industriale (spesso di maggiore valore aggiunto rispetto a molti servizi) rallenta la crescita del Pil e, dall’altra parte, perché, riducendo le esportazioni e aumentando le importazioni di beni, si accresce il deficit commerciale. Questo problema si presenta con maggiore acutezza negli Usa, in Francia e nel Regno Unito, le cui multinazionali hanno massicciamente delocalizzato nei decenni scorsi, e si sono deindustrializzati. A questo proposito, va citato anche lo spostamento della sede fiscale di molte grandi società, specie europee, in paradisi fiscali e la gara dei governi sempre europei a ridurre le imposte sui profitti nel tentativo di attrarre o di non perdere investimenti industriali. In questo modo, si sono perse molte entrate, che hanno contribuito alla crescita del debito pubblico.

C’è poi un’altra questione. I paesi avanzati, in particolare quelli del G7, hanno sempre drenato ricchezza dai paesi periferici in vari modi, ma ce ne è uno che è molto importante per il discorso da cui siamo partiti, cioè la crisi della Francia. I paesi del G7 hanno monete che, essendo valute di riserva a livello internazionale, aiutano ad attrarre capitali dal resto del mondo. Questo vale soprattutto per gli Usa che hanno il dollaro, che è valuta di transazione internazionale, specie per materie prime molto importanti, e principale valuta di riserva, per cui molti paesi sono spinti a comprare titoli di Stato Usa e azioni o bond in dollari sui mercati finanziari statunitensi. Ma il vantaggio si pone, pur in misura molto minore, anche per quanto riguarda l’euro, che è la seconda valuta mondiale, dopo il dollaro.

A godere del vantaggio valutario è stata, però, soprattutto la Francia, che ha controllato, tramite il franco CFA, una buona parte dell’Africa subsahariana, in genere le ex colonie francesi. Il franco CFA ha un cambio fisso con l’euro (prima col franco francese) e i paesi che lo adottano devono conservare la metà delle loro riserve valutarie estere nella Banca di Francia. Inoltre, le multinazionali francesi hanno goduto di particolari privilegi, importando a bassi prezzi le materie prime africane, a partire dall’uranio, necessario per le centrali nucleari. Questo dominio neocoloniale della Francia sui paesi africani, che riproduce, su una scala più piccola, quello statunitense a livello mondiale, sta, però, perdendo pezzi. Negli ultimi anni, diversi paesi africani si sono svincolati dal controllo diretto della Francia, cacciandone anche le forze militari e rivolgendosi per aiuti militari ed economici ad altri paesi, soprattutto alla Russia e alla Cina.

Dietro il debito: crisi del capitale e crisi di egemonia imperialista

Il debito eccessivo, quindi, non è una causa di crisi economica, e può essere al massimo un fattore di innesco. Al contrario, la crescita del debito è causata dalla stagnazione economica, e, più precisamente, dalla crisi del modo di produzione capitalistico. Questo non riesce più, da diverso tempo, ad andare avanti se non con i sussidi statali, erogati in molte forme diverse. Ora, la novità è che neanche in questo modo riesce ad andare avanti. Le soluzioni utilizzate dal capitale per superare la sua crisi di redditività, ossia lo spostamento di investimenti di capitale verso la speculazione finanziaria e verso paesi periferici a basso costo del lavoro e ad alto sfruttamento, mettono in difficoltà quella crescita, che sarebbe necessaria per contenere il debito pubblico, e vi aggiungono la crescita del deficit commerciale e la creazione di bolle speculative, che, quando scoppiano, trascinano in recessione l’economia internazionale.

Gli Usa e la Francia, come abbiamo visto, sono i paesi del G7 che manifestano queste caratteristiche in modo più evidente. La Francia, però, ha meno possibilità degli Usa, per il momento ancora la potenza mondiale egemone, di farsi sostenere dall’estero. Da qui, la contraddizione tra la decisione dei governi francesi di applicare una drastica politica di austerità di bilancio e le aspettative di molta parte della popolazione, che sta deflagrando in questi giorni. Si tratta, però, di una scelta politica di classe, perché ci sarebbero altre vie per contrastare la stagnazione, ma queste richiederebbero di mettere in secondo piano o ignorare il profitto più alto possibile come unica finalità della produzione e dell’investimento economico.

Tuttavia, ad essere in difficoltà non è solo la Francia, ma anche il Giappone, il Regno Unito e gli altri paesi Ue del G7. Infatti, anche due economie, come l’Italia e soprattutto la Germania, che avevano conservato un certa base industriale e che hanno posizioni degli investimenti con l’estero positive, vedono aggiungersi alla sovraccumulazione di capitale la temibile concorrenza della Cina, che compete non più solo sul costo del lavoro ma anche sull’innovazione tecnologica. L’esempio più lampante è la crisi dell’auto, il settore industriale più importante della Germania che sta andando incontro a una nuova fase di delocalizzazione. Del resto, l’economia tedesca è negli ultimi anni quella che più ristagna tra i maggiori paesi Ue. Per rilanciarla il governo tedesco (Cdu e Spd) di Merz, avendo un debito pubblico tra i più bassi d’Europa, ha varato un piano di forti investimenti pubblici infrastrutturali e soprattutto militari, ma al tempo stesso ha deciso tagli alla spesa sociale, per esempio riformando il sistema pensionistico. Scelte che hanno eroso il gradimento pubblico di Merz e dei partiti che lo sostengono a favore di AfD.

E, a questo punto, saliamo a un livello superiore. Il debito non è solo una spia della crisi del modo di produzione capitalistico, ma lo è anche della crisi del sistema imperialista mondiale che si basa sullo sfruttamento e sulla subalternità finanziaria, politica e militare dei paesi cosiddetti avanzati su quelli cosiddetti in via di sviluppo, o, in altri termini, del centro imperialista sulla periferia. Le difficoltà dei paesi del G7 mostrano che gli equilibri di potere stanno cambiando a favore di quella parte della periferia che viene definita degli “emergenti”, a partire dalla Cina e, in misura minore, dalla Russia, che, in qualche modo, se ne fanno capofila. Infatti, in molti di questi paesi (nei Brics[v], ad esempio) la crescita del Pil è maggiore e il debito pubblico è più contenuto, rispetto al G7. Per quanto riguarda il debito pubblico (2026), nel G7 arriva al 123,7% sul Pil, mentre nei paesi in via di sviluppo ed emergenti è al 77,2%[vi]. Invece, per quanto riguarda il Pil a prezzi costanti, negli ultimi 10 anni (2015-2025) quello dei Brics è cresciuto del 60%, salendo dal 24% al 29% del Pil mondiale, mentre quello del G7 è cresciuto del 19%, scendendo dal 48% al 43% del Pil mondiale[vii].

Tuttavia, il Pil non è un indicatore preciso della ricchezza prodotta da un paese. Infatti, si basa sul valore aggiunto calcolato ai prezzi vigenti, e, dal momento che i prezzi dei paesi avanzati sono molto più alti di quelli di paesi in via di sviluppo, il valore reale creato dai primi è sovrastimato e quello dei secondi sottostimato. Inoltre, una parte del valore creato nella periferia viene “catturato” dai paesi avanzati (e incluso nelle loro statistiche del Pil e del commercio estero), attraverso le catene del valore, dominate dalle multinazionali occidentali[viii]. Per questo, anche se possiamo parlare di crisi del capitalismo, perché i G7 sono la massima espressione del capitale mondiale, non possiamo parlare di crisi mondiale. Bensì di crisi del sistema imperialista, dominato dagli Usa e dall’Occidente in generale.

La crisi economica e debitoria dei paesi del G7 è aggravata dalla loro crisi di egemonia sui paesi periferici, di cui sono segnali la cacciata della Francia da una parte dell’Africa, i processi, seppure molto lenti, di dedollarizzazione e di fuga dai Treasury bond Usa e l’efficace resistenza dell’Iran agli attacchi israelo-statunitensi. I paesi del G7, e gli Usa in particolare, stanno anche per essere raggiunti (e superati) sul piano tecnologico dalla Cina, anche sulla IA. Ad ogni modo, negli ultimi anni diversi paesi periferici (o ex periferici), in particolare dell’Asia e dell’Africa, non sono più disposti a subire il dominio unipolare degli Usa e della Triade in generale. Naturalmente, tra i paesi periferici, ossia quelli che possiamo includere nel Sud globale, ci sono molte differenze sul modello economico e politico adottato e sul grado di sviluppo economico.

Molti sono ancora i vincoli che li legano all’Occidente, a cui molti paesi del Sud continuano a essere subordinati. Tuttavia, sta crescendo una tendenza, guidata dalla Cina e dalla Russia, verso il multipolarismo, che mette in discussione il dominio economico, valutario, tecnologico, politico e militare non solo degli Usa ma di tutto l’Occidente. Potremmo dire che siamo in una fase in cui il Sud globale sta passando, pur tra mille contraddizioni e difficoltà, dalla decolonizzazione formale, avvenuta tra gli anni ’50 e ’70 del '900, che manteneva e anzi rafforzava lo sfruttamento della periferia da parte del centro, a una decolonizzazione reale. Ciò rappresenta una discontinuità importante nella storia mondiale degli ultimi 500 anni, dominata dalle potenze europee e, nell’ultimo secolo, da quella che è una loro emanazione, gli Usa.

La risposta dell’imperialismo in crisi: violenza dentro e guerra fuori dei suoi confini

L’imperialismo, come evoluzione parassitaria e monopolistica del capitalismo, non è ispirato alla libertà ma al dominio, al fine di aumentare l’accumulazione di capitale (cioè il saggio e la massa di profitto). Dunque, il tentativo di contrastare la sua decadenza comprende il ricorso alla violenza, all’esterno ma anche all’interno delle cittadelle imperialiste. All’interno, come abbiamo visto, c’è l’attacco alle condizioni di vita della maggioranza dei lavoratori e la risposta poliziesca e securitaria alle lotte sociali. All’esterno, come già accaduto nelle precedenti crisi dell’imperialismo nel corso del 900, assistiamo al ricorso alla guerra o alla minaccia e alla preparazione della guerra, che comportano l’aumento delle spese militari a detrimento della spesa sociale e a vantaggio dei profitti dell’industria bellica e in parte civile.

La guerra aperta l’abbiamo vista recentemente nelle aggressioni degli Usa di Trump al Venezuela e all’Iran, per controllare il mercato mondiale del petrolio e conservare il dominio del dollaro. Ma anche nello strenuo appoggio al neocolonialismo, perennemente in guerra, di Israele, l’alleato strategico dell’imperialismo statunitense in quel quadrante. Mentre l’ex presidente Biden è corresponsabile nell’aver spinto alla guerra Russia e Ucraina nel 2022, allo scopo di trarne un vantaggio geopolitico e strategico per gli Usa. In questo modo, in collaborazione con altre potenze minori, gli Usa stanno destabilizzando ampi settori continentali e ponendo le basi per uno scontro bellico di grandi dimensioni.

Invece, la preparazione alla guerra la vediamo in UE, dove, alimentando la paura di una invasione russa dell’Europa fino a Lisbona, si sta attuando un riarmo massiccio e la militarizzazione della società, anche introducendo nuove forme di arruolamento militare, per ora volontario, sia in Francia che in Germania. Esemplificative sono le dichiarazioni fatte dal ministro della Difesa tedesco, Pistorius: “Dobbiamo riabituarci all’idea che in Europa possa esserci il pericolo di una guerra” (2023), dal capo di stato maggiore della Difesa francese, generale Fabien Mandon: “La Francia e le famiglie francesi devono essere pronte a perdere i nostri figli” (novembre 2025) e, infine, dal presidente francese Macron, il quale ha affermato che l’Europa deve essere pronta a difendere la propria libertà “a costo del sangue, se necessario” (discorso alle Forze armate, luglio 2026).

Non meraviglia che i politici e i militari francesi siano in prima linea nel soffiare sul fuoco di uno scontro con la Russia, proprio perché la Francia, come abbiamo visto, è forse il paese centrale che è maggiormente in decadenza, anche in considerazione del suo storico ruolo colonialista e imperialista. Senza dimenticare che la Francia in Africa subisce la presenza sempre più forte della Russia. Ma una situazione simile c’è anche negli altri paesi dell’Europa occidentale, dal Regno Unito, che spinse l’Ucraina a non accettare l’accordo proposto dai russi all’inizio della guerra[ix], alla Germania e anche all’Italia.

Le rivolte dei giovani francesi nascono da tutto questo, dalla saldatura dell’attacco allo stato sociale con i sempre più chiari preparativi di guerra, visto che sarebbero proprio i giovani a dover combattere in prima linea un eventuale conflitto. Tale situazione è stata ben sintetizzata da uno dei leader degli studenti francesi in lotta: “Siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare. I soldi vadano all’istruzione pubblica e non alle spese miliari”. Parole sagge, che andrebbero riprese in tutta Europa. Anche perché nei decenni seguiti alla fine della guerra fredda gli europei si sono baloccati con le “missioni fuori area”, dove era facile prendersela con le militarmente deboli popolazioni del Sud del mondo (ma anche lì un costo umano lo si è dovuto pagare). Ben diverso sarebbe fare una vera guerra contro una superpotenza militare, di dimensioni gigantesche e ricca di ogni tipo di risorse, e che soprattutto ha a sua disposizione il maggiore arsenale nucleare al mondo.

Note

[i] International monetary fund.

[ii] International monetary fund.

[iii] Unctad, Data Centre, International Trade, Trade Balance.

[iv] International Monetary Fund. Data. International investment position.

https://data.imf.org/en/Data-Explorer?datasetUrn=IMF.STA:IIP(13.0.0)

[v] Nei Brics abbiamo Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, a cui recentemente si sono aggiunti Indonesia, Iran, Emirati arabi uniti, Egitto ed Etiopia.

[vi] International monetary fund, World economic outlook (2026), General government gross debt.

[vii] Unctad, Data Centre, National Accounts, Gross domestic product, Us dollars at constant price (2020). I calcoli sono miei.

[viii] John Smith, Imperialism & The Globalization of Production, 2010.

[ix] Ad aprile 2022 Boris Johnson, allora primo ministro britannico, si recò in Ucraina da Zelensky, al quale garantì il pieno sostegno finanziario e militare. Poco dopo, gli ucraini abbandonarono i colloqui con i russi in Turchia, durante i quali erano arrivati vicinissimi alla pace, come è riportato in un articolo di Foreign Affairs del 2024, firmato da S. Radchenko e S. Charap. Il problema è che l’imperialismo britannico ha sempre avuto una forte rivalità con la Russia sin dall’800. Il padre britannico della geopolitica, Halford Mackinder, ai primi del 900, ha sostenuto che il controllo del Mondo passava per quello della Russia europea, che allora comprendeva l’Ucraina. Una posizione ribadita nel 1997 in La grande scacchiera da Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Usa Jimmy Carter, secondo il quale si sarebbe dovuta estendere la Nato all’Ucraina. Proprio la decisione con cui, insieme alla guerra mossa dall’Ucraina alla popolazione russofona del Donbass, Putin ha sempre giustificato la sua “Operazione militare speciale”. Uno dei sogni dell’imperialismo britannico e occidentale è sempre stato la fine della Russia come grande stato unitario e la sua frammentazione in molti piccoli stati, che non fossero in grado di impedire il saccheggio delle risorse dell’immenso territorio russo.

Fonte 

22/09/2026

Le contraddizioni del PD dietro le esternazioni sulla guerra di Virginia Libero

di Domenico Moro

Le esternazioni della leader dei Giovani democratici, Virginia Libero, sono piuttosto curiose, ma interessanti, perché ci dicono qualcosa sulla situazione attuale nel nostro paese (e non solo). Premetto che il pericolo che l’Europa (e l’Italia) sia coinvolta per la prima volta dalla fine del Secondo conflitto mondiale (ex Jugoslavia a parte) in una guerra generale sul suo territorio si sta facendo sempre più preoccupante. L’abbattimento recente di un drone russo da parte di due caccia italiani, schierati in Europa orientale, ne è una prova. 

Comunque, per quanto riguarda Virgina Libero la sua dichiarazione contro il riarmo e la guerra e a favore della diserzione appare abbastanza curiosa. Infatti, il suo partito, il Pd, è non solo favorevole al riarmo e all’appoggio militare all’Ucraina (dato che sarebbe stata aggredita da Putin), ma è storicamente sempre stato favorevole alle guerre “umanitarie” intraprese dall’Occidente collettivo (compresa l’aggressione alla Libia voluta soprattutto dal presidente Napolitano, del Pd), garante della Nato e soprattutto espressione del capitale transnazionale (magari della frazione democratica-Usa), quello che sta alla radice delle tendenze imperialistiche. 

Malgrado ciò, penso che limitarsi a dire questo sia insufficiente. Quella di Virginia Libero non saprei dire quanto sia stata una uscita spontanea o calcolata. Ad ogni modo, è stata ripresa e criticata da molti esponenti del Pd, e appoggiata da altri, come Orfini e Scotto. Il giorno dopo la sua esternazione, Virginia Libero ha ritrattato in parte, dicendo che non si riferiva all’Ucraina che sarebbe – comunque – il paese aggredito.

Ci si potrebbe chiedere a questo punto a quale guerra si riferisse, visto che quella tra Ucraina e Russia è l’unica guerra in cui potremmo essere coinvolti direttamente. 

Ma il punto è un altro, cioè che probabilmente la sua uscita rifletta una contraddizione interna al Pd. Cioè la contraddizione tra la sua natura di classe, ossia l’essere garante del capitale transnazionale e della Nato, e la necessità di recuperare fasce di elettorato popolare, che si è allontanato dal Pd e senza le quali non può vincere alle prossime politiche. È la contraddizione della segreteria di Elly Schlein dall’inizio: la volontà di rifarsi un look di “sinistra” e di continuare a tenere insieme nel partito russofobi e guerrafondai e soprattutto, tranquillizzare i veri potenti su tutta una serie di temi. 

E questo ci dice un’altra cosa e cioè che in Italia (ma anche in Germania e in altri paesi dell’Europa occidentale) la maggioranza della popolazione è contro l’invio di armi all’Ucraina e contro il coinvolgimento nella guerra. Del resto, anche Meloni, che non è stupida, lo sa e infatti, cerca di tenersi – per quello che può (anche lei deve rispondere a forze potenti) – a distanza dai “volenterosi”. Infine, ci dice che il Pd è in difficoltà, perché tenere insieme capra e cavoli è sempre più difficile. Di conseguenza, le forze politiche, sindacali e sociali che sono pacifiste devono proseguire tenacemente con i loro attacchi al riarmo e alla guerra, allargando, se possibile, ancora di più le contraddizioni nel fronte opposto favorevole alla guerra e mettere in difficoltà quei partiti che hanno il piede in due scarpe dal Pd alla Lega del sempre più contraddittorio Salvini.

Il punto vero, e qui concludo veramente, è che c’è un divorzio, sempre più evidente, tra potere politico-economico e consenso di massa nei paesi Europei occidentali, come dimostra anche il risultato elettorale in Germania dell’AfD. È questo che bisogna sfruttare per bloccare guerra e riarmo.

Fonte

20/09/2026

Il trionfo di AfD come conseguenza ultima del neoliberismo e dell'imperialismo europeo e tedesco

di Domenico Moro

Prima dell’euro, la Germania era definita da The Economist “il malato d’Europa”. Poi, grazie al gas russo a buon mercato, alle controriforme che hanno abbassato i salari e soprattutto all’euro, che rendeva più competitive le merci tedesche in Europa e negli Usa, la Germania ha accumulato surplus commerciali enormi (in un paio di occasioni anche superiori a quelli cinesi). Ma una economia mercantilistica, basata solo sulle esportazioni a danno dei partner, non poteva reggere e non ha retto. 

Oggi, la Germania è di nuovo “il malato d’Europa”. L’industria tedesca è al collasso: la Volkswagen ha deciso 50mila licenziamenti in Germania e la chiusura di quattro stabilimenti, bypassando i sindacati e il governo della Sassonia (che ha il 20% delle azioni).  La causa della crisi è la sovrapproduzione di capitale, ma a farla da detonare sono stati la fine del gas russo a buon mercato, le sanzioni Usa e soprattutto la concorrenza cinese.  Mentre il mercato estero collassa, quello interno ristagna grazie a decenni di austerità di bilancio, basata sui trattati Ue, che la Germania ha imposto non solo ai popoli europei ma anche al proprio popolo. 

Di fatto, è il modello tedesco di capitalismo “sociale” (fondato sulla collaborazione tra azienda, sindacato e governi regionali e federale), che va definitivamente a pallino, e con esso il consenso ai due partiti che ne erano stati il cardine, la Spd (socialdemocratica) e la Cdu (democristiana).

Ma la crisi della Spd nasce venti anni fa, con le controriforme Hartz nel 2003-2005 che hanno ridotto i salari e i sussidi, mentre quella della Cdu è cominciata con l’apertura delle frontiere agli immigrati da parte di Angela Merkel nel 2015. Oggi, a peggiorare le cose, il governo Merz, che si appoggia su Cdu e Spd, sulla crisi e i licenziamenti della Volkswagen è muto, mentre punta tutto sulla guerra contro la Russia e sulla crescita enorme della spesa militare, volendo fare dell’esercito tedesco quello più potente d’Europa. 

Di tutto questo ha approfittato abilmente AfD, che nel suo programma attacca Ue, immigrati e guerra alla Russia (ma appoggia Israele nella sua guerra contro Gaza). Quindi, prima di parlare di neonazismo, parliamo della distruzione da parte del neoliberismo (di destra e di sinistra) del patto sociale su cui dalla fine della Seconda guerra mondiale si era basata la stabilità in Europa occidentale e soprattutto in Germania, allo scopo di liberare gli “spiriti animali” del capitale e contrastare la caduta del saggio di profitto.  Oggi, mentre rinasce un imperialismo europeo e Mertz, Macron, Burham, Meloni (con il consenso della Schlein) ci stanno portando alla guerra è paradossale che, a parte l’estrema sinistra, sia proprio l’estrema destra a frenare. Ma sono stati loro – i liberali (compresi i liberal democratici di sinistra) – ad aprire la strada a quest’ultima. 

Di conseguenza, il contrasto ad AfD e, in Italia, a Vannacci, può passare unicamente per una coerente politica anticapitalistica, antimperialistica e contro il riarmo e la guerra. Faccio notare, in conclusione, che in Sassonia-Anhalt, sommando i voti di AfD, Die Linke e BSW (che sembra abbia superato lo sbarramento), quasi il 60% dei votanti è contro l’invio di armi all’Ucraina e contro la partecipazione di truppe europee alla guerra contro la Russia.

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05/08/2026

Il 62% degli italiani rinuncia a fare figli perchè costa troppo

di Domenico Moro

Nel 2025 sono nati in Italia circa 355mila bambini, il dato più basso dalla fine della Seconda guerra mondiale, e sono morte 652mila persone, con un saldo negativo di -297mila unità, come se fosse sparita l’intera città di Catania[i]. La Fondazione per la Natalità, in collaborazione con Istat e Inps, ha reso pubblico un dossier da cui risulta che il 62% degli italiani fa sempre meno figli perché questi costano troppo. Inoltre, il 49,9% delle donne teme conseguenze negative sul lavoro con l’arrivo di un figlio. Solo il 5,5% dice di non volere figli[ii]. Il problema, quindi, non sono gli immigrati che sono troppi, ma gli italiani che stanno diventando troppo pochi.

In base alle proiezioni di Eurostat, la popolazione italiana, che nel 2026 è di 58,9 milioni, a pari condizioni (stesso tasso di natalità e stessa intensità del flusso migratorio di oggi), passerà nel 2050 a 55,7 milioni o a 49,5 milioni in caso di blocco totale dell’immigrazione (l’ipotesi vannacciana)[iii]. Questi dati dipendono anche dall’emigrazione di cittadini italiani. Nel 2026 oltre 6,5 milioni di questi, spesso giovani con alti titoli di studio, sono all’estero, alla ricerca di migliori salari e condizioni di vita. Visto che fare figli è difficile soprattutto per ragioni economiche, il vero problema è che i salari italiani negli ultimi decenni sono diminuiti e che il welfare per le famiglie e a favore delle donne che lavorano si è ridotto (a partire dagli asili nido e dalla assistenza ai genitori anziani).

Giusto qualche giorno fa l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), riportava che tra 1990 e 2024 il salario reale dei lavoratori italiani del settore privato (ma il settore pubblico non sta meglio) è diminuito del 6,6%, mentre mediamente i salari dei paesi Ocse sono aumentati del 35%[iv]. Le persone nel capitalismo sono considerate come possessori di una merce (sebbene particolare), la forza lavoro. La forza lavoro, come ogni merce, ha un proprio valore, che corrisponde non solo alle merci che servono per il mantenimento in vita giornaliero, ma anche al tempo/costo per farla crescere, istruirla, curarla, ecc. Oggi il tempo di preparazione della forza lavoro si è allungato e, di conseguenza, il costo della sua riproduzione è molto alto e le famiglie non ce la fanno a sostenerlo. Fare figli potrebbe voler dire ridursi in povertà o ritornare alla situazione dei nostri antenati della prima metà del Novecento, che mettevano al mondo tanti figli (oltre che essere dovuto alla più alta mortalità infantile, serviva carne da cannone per le mire imperialistiche di Mussolini e del capitale italiano), senza stare troppo a preoccuparsi di garantirgli un decente standard di vita.

Il valore della forza lavoro è, però, storicamente determinato. Ciò vuol dire che è dato dal livello delle merci (beni e servizi) che in un certo periodo storico, cioè in certe condizioni di produttività, di cultura e di rapporti di forza tra lavoratori e capitale, sono ritenute essenziali al mantenimento della forza lavoro. Quanto al salario, esso è il prezzo della merce forza lavoro e oscilla attorno al suo valore. Infatti, uno degli strumenti maggiormente utilizzati dal capitale per contrastare la caduta del saggio di profitto è proprio quello di ridurre il salario della forza lavoro al di sotto del suo valore[v]. Ciò significa ridurre il consumo del lavoratore al di sotto dello standard a cui si era arrivati, dato un certo sviluppo della società. Quindi, i lavoratori italiani, a fronte di salari diminuiti, resistono all’abbassamento dello standard di vita a cui si sono abituati, scegliendo di non riprodursi. Per tutte queste ragioni, il capitale importa immigrati da paesi più poveri, specie da paesi extra-comunitari, perché lì i salari reali sono più contenuti e il valore della forza lavoro è più basso, specialmente il suo costo di riproduzione. Quindi, stranieri a basso costo, al posto di italiani ad alto costo. Se non vogliamo ridurci a essere un paese di vecchi e garantirci il diritto alla genitorialità, non serve a nulla attaccare gli immigrati e progettare impossibili e costosissime remigrazioni di milioni di persone.

Quello che serve è fare una battaglia a livello nazionale per alzare i salari pubblici e privati sia degli italiani sia degli immigrati e per sviluppare un welfare adeguato per i bambini e i vecchi, in modo che l’attività di cura non pesi solo sulle famiglie, e in particolare sulle donne. La questione salariale è, però, legata al modo di produzione economico. Infatti, l’Upb dice anche che la causa dell’arretramento dei salari italiani risiede nell’aumento del part-time involontario, che in Italia è molto maggiore che negli altri paesi europei (falsando anche le statistiche sul tasso di occupazione, che aumenta con il giubilo della Meloni).

Un’altra causa sta nella deindustrializzazione, a sua volta dovuta alle delocalizzazioni all’estero, dove il costo del lavoro è più basso. Infatti, sono diminuiti i posti di lavoro nell’industria e sono aumentati quelli nei servizi, che in media offrono contratti più deboli e compensi più bassi. Oltre a questo, va ribadito che bisogna lottare contro il caporalato e il lavoro nero e che se un uomo o una donna lavorano precariamente o a tempo parziale, magari fino a 40 o anche a 50 anni, non possono certo pianificare di fare dei figli. Tutto questo dipende soprattutto dalle riforme del mercato del lavoro (dal pacchetto Treu, alla riforma Biagi, a quella Fornero, al Jobs Act), che, votate da centro-destra e centro-sinistra, negli ultimi 40 anni hanno prodotto precarietà e abbassamento dei salari, allo scopo di rendere più competitive le merci italiane sul mercato globale e innalzare i profitti capitalistici. Va aggiunto, inoltre, che tali riforme e la riduzione del welfare sono dovute anche ai vincoli di bilancio dei Trattati europei e all’adozione dell’euro, che, impedendo di usare come leva competitiva sui mercati globali la svalutazione della moneta, favorisce il ricorso alla riduzione salariale.

In definitiva, la causa del calo dei salari sta nel modello economico orientato all’export e improntato al neoliberismo. Quindi, come dicevo in un mio articolo recente sul declino dell’auto europea e l’ascesa di quella cinese, va fatta una battaglia non solo per aumentare i salari, ma anche per superare il modello produttivo attuale e introdurre un sistema misto pubblico-privato, basato sui consumi interni e su di un ruolo maggiore dello Stato nell’economia, ad esempio rinazionalizzando quelle imprese che sono state privatizzate con esiti disastrosi, ad esempio Telecom e, come mostra la cronaca più recente, l’Ilva di Taranto.

Ciò, però, non può essere raggiunto attraverso una guerra fra poveri e meno poveri, tra immigrati e italiani, che ha l’effetto di dividere i lavoratori e deviare l’attenzione verso temi secondari. Ciò può essere fatto solo con una lotta unitaria, come sta già accadendo in alcuni settori lavorativi, malgrado molti italiani non ne siano coscienti, a causa del silenzio dei media. Basti solo pensare allo sciopero, organizzato da alcuni sindacati di base, che per giorni ha bloccato la distribuzione logistica di Bologna, per la protesta di lavoratori immigrati e italiani contro la morte di Farik. La lotta contro il razzismo e la xenofobia non è un vezzo da “sinistra fucsia”, ma un aspetto necessario alla ripresa e al dispiegamento della lotta di classe nel nostro paese.

Il problema, quindi, non è solo il ceto politico, ma il sistema capitalistico, specialmente quello puro, nella forma neoliberista e imperialista. Il ceto politico è subalterno (funzionale, meglio) agli interessi del grande capitale. Per contrastare questa situazione, bisogna darsi da fare e muoversi in prima persona. Votare alle elezioni non basta, bisogna mobilitarsi. E, invece, pare che molti italiani deleghino tutto alla politica. Ma la politica non può che essere il riflesso della società. E se la società oscilla tra pessimismo cosmico, apatia e perseguimento del proprio piccolo tornaconto individuale, c’è poco da meravigliarsi dello stato in cui versano i partiti e il paese.

Note

[i] https://www.statigeneralidellanatalita.it/wp-content/uploads/2026/07/VOLERE-O-POTERE-DOSSIER-2026-light-def.pdf

[ii] Barbara Gobbi, “Il 62% degli italiani rinuncia a fare più figli: costa troppo”, Il Sole24ore, 29 luglio 2026.

[iii] https://ec.europa.eu/eurostat/web/population-demography/population-projections/database

[iv] Gianni Trovati, “Il gelo dei redditi: -1,6% rispetto al ’90, l’Irpef frena la crisi ma non la risolve”, Il Sole24ore, 22 luglio 2026.

[v] K. Marx, Il capitale, Newton Compton editore, Roma, 1996, p.1073.

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13/07/2026

I motivi della crisi dell'industria automobilistica europea

di Domenico Moro

Mentre l’opinione pubblica europea ed italiana è concentrata sull’immigrazione come fonte dei problemi dell’Europa occidentale e in particolare dell’abbassamento dei salari, le vere cause della profonda crisi sociale in atto sono ignorate. Nell’ultimo periodo, però, sono accaduti alcuni fatti che dovrebbero far riflettere le opinioni pubbliche italiana ed europea. In Italia al ministero dell’industria è saltata l’intesa tra i sindacati e la Natuzzi, multinazionale leader mondiale dei divani in pelle, che aveva deciso di chiudere due fabbriche nel barese e trasferire la produzione in Romania, dove da anni c’è una sua fabbrica. La chiusura non impatterà solo sui lavoratori di Natuzzi, ma anche su 600 piccole e medie imprese tra Puglia e Basilicata, fornitrici di Natuzzi. Ma la notizia più importante viene dalla Germania, dove un periodico ha rivelato il piano della Volkswagen, secondo produttore mondiale di auto, di licenziare 100mila lavoratori, più del 15% della forza lavoro globale. Si tratta di una delle ristrutturazioni più importanti della storia industriale. Ancora più importante è che tale ristrutturazione sarà incentrata nel cuore della multinazionale, in Germania, dove 50mila addetti verranno licenziati e quattro stabilimenti saranno chiusi.

Non si tratta, però, solo della Volkswagen, ma di tutta l’industria europea dell’auto, che a sua volta rappresenta solo il picco della crisi della manifattura dell’Europa occidentale, che rischia di imprimere una accelerazione alla deindustrializzazione. La multinazionale statunitense Ford ha annunciato tagli del 14% sulla forza lavoro europea (3.900 occupati) in Spagna, Regno Unito e soprattutto in Germania. La Mercedes, dopo aver licenziato 4mila lavoratori con uscite volontarie alla fine del 2025, ha dichiarato di voler procedere ad altri licenziamenti, risparmiando un miliardo di euro sui dipendenti entro l’anno prossimo. La Bmw prevede una riduzione dell’organico del 5% a livello globale entro la fine dell’anno. La crisi dell’auto impatta anche sui produttori di componentistica, ad esempio la tedesca Bosch ha programmato tagli di 18.500 dipendenti. I timori sono molto forti anche per i componentisti dell’auto italiani, che hanno i loro clienti più importanti nei produttori tedeschi, ai quali va il 20% delle esportazioni di parti e accessori di veicoli a motore, anche se il suo valore (2,9 miliardi di euro nel 2025) incide poco sull’export manifatturiero totale italiano verso la Germania (72,2 miliardi)[i].

Le cause della crisi dell’auto tedesca ed europea

Di fronte a questa debacle, quali sono le cause della crisi dell’auto europea e specialmente tedesca? Le ragioni generalmente attribuite dagli analisti sono quattro. La prima è stata il venir meno per la Germania e l’Italia, dopo le sanzioni imposte dalla Ue alla Russia, di rifornimenti di gas a basso costo, che ha portato all’aumento dei costi di produzione. La seconda è rappresentata dall’aumento dei dazi statunitensi per le auto importate dall’Europa dal 2,5% al 15% e poi al 25%. I dazi penalizzano soprattutto la Volkswagen e i suoi marchi di lusso, Porsche e Audi. Volkswagen ha solo un impianto per l’assemblaggio di auto negli Usa, ed è molto più presente in Messico, a sua volta colpito da dazi al 25%. Meno colpite sono Bmw e Mercedes, che hanno maggiore capacità produttiva negli Usa. Una terza ragione è rappresentata dalla transizione energetica varata dalla Commissione europea, la quale ha imposto che le emissioni di CO2 delle auto prodotte nella Ue avrebbero dovuto essere ridotte del 55% entro il 2030 e del 100% entro il 2035, quando sarebbe dovuta cessare la produzione di auto termiche. Di conseguenza, le aziende europee si sono volte verso l’elettrico, investendo cifre colossali che però non hanno trovato riscontro nel mercato europeo, dove i consumatori hanno acquistato solo poche delle troppo costose auto elettriche europee. Da qui il crollo dei profitti delle imprese tedesche ed europee.

La quarta e più importante ragione è rappresentata dalla Cina, che ha impattato negativamente sull’industria tedesca ed europea in due modi. Il primo è la riduzione della capacità del mercato cinese, che vale il 30% del mercato globale dell’auto e il 75% di quelle elettriche[ii], di assorbire le auto tedesche prodotte sia in Germania sia in Cina. La Volkswagen è passata dal picco storico nel 2019 di 4,2 milioni di auto vendute in Cina a 2,7 milioni nel 2025. La perdita di vendite è dovuta alla concorrenza dei produttori di auto cinesi, Byd, Geely e Saic Motor soprattutto, che, mentre i produttori tedeschi continuavano a proporre auto termiche, hanno messo sul mercato auto elettriche meno costose e più ricche di quella tecnologia e di quel software che i consumatori cinesi, soprattutto i più giovani, tanto apprezzano. Nel 2025 i marchi cinesi hanno aumentato le loro vendite sul mercato domestico del 16,8% rispetto all’anno precedente, oltrepassando la quota del 70%; al contrario i marchi tedeschi hanno perso il 7,7%[iii]. Ma la capacità competitiva cinese non si è esplicitata solo in patria, bensì anche all’estero e in particolare nel mercato europeo, dove le auto elettriche e ibride a prezzi contenuti del paese estremo orientale stanno incontrando il sempre maggiore favore dei consumatori.

Queste sono le cause più immediate e visibili. Tuttavia, c’è una causa più di fondo che si collega a quelle più di superficie. Tale causa è la sovrapproduzione di capitale. Ciò significa che si è accumulato un eccesso di capitale (sotto forma di mezzi di produzione) rispetto alla capacità di questo capitale crescente di ottenere il saggio di profitto sperato dai capitalisti. In sostanza il capitale, per aumentare la produttività del singolo lavoratore, introduce una quantità sempre maggiore e più innovativa di macchine e tecnologia in rapporto ai lavoratori impiegati. Quindi, il capitale investito in forza lavoro diminuisce in rapporto al capitale investito in mezzi di produzione. Dal momento, però, che il saggio di profitto è dato dal rapporto tra plusvalore (che compone il profitto ed è creato solo dai lavoratori) e capitale totale investito, si determinerà una tendenza alla diminuzione del saggio di profitto, cioè un calo in percentuale del profitto sul capitale investito. I capitalisti, tuttavia, possono compensare il calo del saggio di profitto con l’aumento della massa del profitto. Quindi il plusvalore o profitto, pur calando in proporzione al capitale totale investito può aumentare in valore assoluto. Questa massa di profitto aumentata si traduce, però, in un aumento della massa di merci prodotte che premono per essere vendute sul mercato. Dal momento che nella società capitalistica la produzione complessiva non è regolata da un piano che commisuri la produzione alla reale capacità di acquisto della società (cioè alle dimensioni del mercato), ogni capitale individuale, operando autonomamente al fine di massimizzare il suo profitto, aumenta le unità prodotte, e, di conseguenza accresce il volume complessivo di merci, che non riescono ad essere vendute sul mercato. Infatti, nel modo di produzione capitalistico il mercato appare ciclicamente troppo ristretto rispetto alla aumentata capacità di produzione. Si vede così che la sovrapproduzione di capitale genera necessariamente la sovrapproduzione di merci e l’aumento della concorrenza tra capitali, che riduce i prezzi e con essi i profitti[iv].

Questa era la situazione del mercato europeo, dove i produttori nei decenni scorsi, negli anni ’80 e ’90 soprattutto, avevano aumentato la produttività attraverso l’introduzione massiccia dell’automazione e dell’informatica. Il mercato europeo era diventato in questo modo saturo di auto prodotte e l’industria presentava una sovraccumulazione di capitale. Con la successiva globalizzazione si era trovato sfogo al calo del saggio di profitto attraverso l’esternalizzazione della produzione all’estero, dove i salari erano più bassi e quindi i saggi di profitto erano più alti. I produttori europei di auto, a partire da Volkswagen, Renault e Fiat, avevano così spostato capitali e produzione nell’Europa dell’est, dalla Polonia alla Romania alla Serbia, nel Nord Africa, nell’America Latina, soprattutto in Messico e Brasile, e in Asia, dalla Turchia alla Cina. Malgrado ciò, la sovrapproduzione di capitale e di merci non tardò a ripresentarsi, in particolare in Europa occidentale. Non a caso Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, era solito ripetere, fino alla sua morte nel 2018, che in Europa c’era troppa capacità produttiva, in altre parole una sovrapproduzione di capitale, e che quindi bisognava procedere con la chiusura di impianti e con accorpamenti tra grandi gruppi. Infatti, la Fiat, dopo aver assorbito la statunitense Chrysler, qualche anno dopo la morte di Marchionne si fuse con Peugeot e assorbì anche Opel in un nuovo mega gruppo, Stellantis, ora al secondo posto in Europa e al quarto nel mondo. Fu a questo punto che, per risolvere la situazione di un mercato europeo ormai saturo, si pensò di determinare una nuova espansione della domanda attraverso la trasformazione del prodotto stesso, passando dall’auto termica all’auto elettrica. Inoltre, l’auto elettrica, essendo molto più semplice da costruire, richiede meno ore di lavoro per la sua realizzazione, e, quindi, si pensava potesse permettere di aumentare la produttività e i profitti.

Tuttavia, questa strategia non ha tardato a rivelarsi fallimentare. La trasformazione della produzione ha richiesto un notevole investimento di capitale in tempi molto rapidi, ma a questo investimento di capitale non ha corrisposto un volume di vendite adeguato, determinando perdite significative e un calo dei profitti generalizzato dei produttori europei. Quindi, ancora una volta nel capitalismo il mercato si è dimostrato non adeguato ad assorbire la produzione, generando una sovrapproduzione di capitale e di merci. Il problema, oltre alla scarsità della infrastruttura pubblica di ricarica, è che le case europee hanno prodotto auto elettriche o ibride troppo costose in rapporto a quelle termiche e il già saturo mercato europeo dell’auto ha continuato a preferire queste ultime o le più economiche auto elettriche o ibride cinesi.

Perché l’auto cinese si sta affermando non solo in Cina ma anche nella UE 

A questo punto dobbiamo capire perché la Cina è più competitiva dell’Europa. La Cina, in primo luogo, ha il mercato automobilistico più grande del mondo, per cui può realizzare imponenti economie di scala, risparmiando sui costi, specialmente sulla produzione delle batterie che sono la parte dell’auto elettrica che in Europa ha costi elevati. Inoltre, la Cina è una quasi monopolista mondiale dell’estrazione e della raffinazione delle terre rare, che sono essenziali per la produzione dell’auto e delle batterie elettriche. A questo si aggiunge che la Cina, malgrado l’aumento dei salari reali degli ultimi anni (+10,7% all’anno solo tra 2008 e 2014[v]), ha ancora un vantaggio salariale e abbondanza di forza lavoro. Ma la ragione più importante è che la Cina si sta trasformando da paese periferico, che produce sulla base di tecnologie e capitali occidentali, avendo come leva competitiva i suoi bassi salari, in paese industrialmente autonomo con propri gruppi industriali e con una propria tecnologia avanzata. In pratica, la Cina è forse l’unico paese periferico che sta uscendo fuori dallo sviluppo dipendente dall’Occidente, che riperpetua il sottosviluppo, per portarsi a quello che Samir Amin definiva “sviluppo autocentrato”[vi]. La Cina diventa sempre meno dipendente da catene del valore dominate da imprese occidentali e sempre di più dà vita a catene del valore controllate da sue imprese. L’occupazione della posizione apicale in una catena del valore è un fatto essenziale, perché consente il controllo della produzione di valore lungo tutta la catena e, quindi, la “cattura” di una quota maggiore di plusvalore, cioè di profitto. Di conseguenza, oggi la Cina riesce a trattenere in patria una quota maggiore del plusvalore prodotto dai suoi lavoratori e che era (ed è ancora, ma in misura minore) “catturato” dalle multinazionali europee, statunitensi e giapponesi.

Ma perché questo sta avvenendo in Cina e non in altri paesi del Sud globale? La risposta è che in Cina lo Stato ha mantenuto ben stretto il controllo sull’economia, al contrario dell’Europa dove il modello liberista si è imposto con forza. Questo è dovuto al fatto che la Cina non è dipendente politicamente dall’imperialismo occidentale e, attraverso il partito comunista, mantiene salda in pugno la sua sovranità politica, a differenza di molti paesi del Sud globale. Il modello cinese si dimostra così migliore di quello europeo, perché basato sul cosiddetto socialismo con caratteristiche cinesi. Il settore dell’auto elettrica è uno degli esempi migliori in questo senso. In esso c’è un settore di imprese completamente di proprietà statale (tra di esse c’è Saic-Motor che produce il marchio Mg, molto diffuso in Italia), che sta accanto a un altro settore di imprese che è guidato da capitalisti privati, ma che comunque nel tempo hanno accolto capitali da fondi di investimento statali e da banche pubbliche, per finanziare il loro sviluppo globale. Qualcuno definisce quello cinese come capitalismo di stato e lo paragona all’Italia della prima repubblica con la sua economia mista privata-pubblica. Ma tra l’ltalia di circa quaranta anni fa e la Cina odierna c’è una importante differenza: in Italia lo Stato continuava a essere dominato dai capitalisti privati, dai quali erano dipendenti la maggior parte dei partiti dell’epoca, e infatti, a un certo punto, si è potuta affermare facilmente la contro-riforma neoliberista. Al contrario, in Cina sono i capitalisti privati a dipendere dallo Stato e dal Partito Comunista, che controlla le leve dell’economia a partire dalla moneta, attraverso i piani quinquennali economici. È stato, quindi, grazie al suo modello economico che la Cina ha potuto sviluppare meglio e prima dell’Europa e degli Usa le tecnologie legate all’auto elettrica, fuoriuscendo da quel luogo comune diffuso in Occidente secondo cui il socialismo sarebbe necessariamente viziato da una inefficienza di fondo.

Come il capitale europeo reagisce alla crisi dell’auto

A questo punto, dobbiamo chiederci come il capitale europeo e le sue multinazionali dell’auto stanno reagendo alla sovrapproduzione di capitale e di merci e, soprattutto, come reagiscono davanti alla concorrenza cinese. La soluzione principale all’eccesso di sovraccumulazione di capitale e cioè di capacità produttiva è la distruzione di parte di questa capacità cioè, in altre parole, di parte del capitale fisso. Infatti, la Volkswagen, dimostrando così il carattere di sovrapproduzione di capitale della sua crisi, ha in programma la chiusura di quattro stabilimenti in Germania. A ulteriore conferma che gli enormi investimenti sull’elettrico hanno contribuito all’eccesso di accumulazione di capitale, quelli che chiuderanno sono stabilimenti che producono auto elettriche, in particolare lo stabilimento di Zwichau, che è stata la prima fabbrica convertita completamente alla mobilità elettrica con un investimento di 1,2 miliardi di euro. Inoltre, gli investimenti di capitale del gruppo verranno ridotti del 15%, portandoli a 130 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. Infine, coerentemente con l’obiettivo della riduzione della sovrapproduzione di merci, la Volkswagen ha ridotto la sua produzione da 12 milioni di vetture all’anno a 9 milioni.

Un altro modo di contrastare la sovrapproduzione di capitale è la riduzione del salario dei lavoratori, che porta all’aumento dello sfruttamento e quindi al rialzo del saggio di profitto. L’indiscrezione sull’intenzione di licenziare 100mila lavoratori, di cui la metà in Germania, potrebbe essere anche una mossa negoziale per obbligare il potente sindacato tedesco IG Metal, magari a fronte di una riduzione degli esuberi, ad accettare contrazioni della busta paga. Un altro modo per ridurre la parte dei costi che vanno alla forza lavoro sarebbe, inoltre, lo spostamento della produzione in paesi che hanno il costo del lavoro molto più basso e il saggio di sfruttamento più alto di quello tedesco. In sostanza, la crisi dell’auto e in generale la crisi di sovrapproduzione può generare una ulteriore ondata di delocalizzazioni che porterebbe all’accentuazione della deindustrializzazione dell’Europa occidentale, specie dei due paesi che avevano mantenuto, nonostante la globalizzazione, una forte industria manifatturiera, Germania e Italia. Del resto, per tornare all’esempio, riportato all’inizio, della delocalizzazione della produzione della Natuzzi, il costo del lavoro medio dell’industria, delle costruzioni e dei servizi è in Italia di 32 euro, mentre in Romania è di 13,6 euro, cioè meno della metà[vii]. Quindi, l’esternalizzazione oltre frontiera, specialmente quella delle fasi a più alta intensità di lavoro, consente alla Natuzzi di aumentare sensibilmente il suo profitto. Anche se la differenza tra salario reale italiano e romeno è meno forte in termini reali, visto che i salari in Italia dal 2008 al 2024 hanno perso l’8,7% della capacità d’acquisto, la perdita maggiore tra i paesi del G20[viii], mentre in Romania hanno registrato un aumento e che la parte del costo del lavoro al netto del salario che il lavoratore percepisce realmente è del 28,1% sul totale in Italia e solo del 4,8% in Romania, quello che importa alle multinazionali è la differenza nel costo del lavoro nominale, che impatta sulla distribuzione del valore a livello di catena globale della produzione. Questo discorso vale ancora di più per la Germania e la Francia, il cui costo del lavoro orario è rispettivamente di 45 e 44,3 euro, a fronte di quello della Polonia di 19,1 euro, di quello dell’Ungheria di 15,2 euro e di quello della Bulgaria e della Serbia di circa 12 euro. Ma fuori dall’Ue, ad esempio in America Latina, Asia orientale e Africa del Nord, il divario con il costo del lavoro dell’Europa occidentale è ancora maggiore.

Il capitale europeo può contare anche su un altro strumento per affrontare la crisi dell’auto, il sostegno pubblico da parte della Ue. Tale sostegno si concretizza, in primo luogo, nella riduzione dal 100% al 90% della quota di auto elettriche che la Ue obbliga a produrre entro il 2035, dando così più tempo ai produttori per passare completamente dall’auto termica a quella elettrica. In secondo luogo, la Ue ha aumentato i dazi contro le auto elettriche cinesi, con la motivazione che i produttori in Cina beneficiano di forti sussidi statali, che falsano la concorrenza. Ad ottobre 2024 al dazio standard del 10% è stata sommata una gamma di dazi aggiuntivi che varia, a seconda dell’aiuto di Stato che le imprese ricevono, dal 7,8% per le Tesla prodotte a Shangai al 35,3% applicato alle auto della Saic. Successivamente, dal momento che i produttori cinesi avevano aggirato i dazi, esportando auto ibride al posto di auto totalmente elettriche, la Ue ha esteso i dazi anche alle auto ibride. Infine, da febbraio 2026 la Ue ha consentito ai produttori cinesi di essere esentati dai dazi nel caso in cui adottino un “prezzo minimo consentito” dalla Ue, si attengano a un certo volume di auto importate annualmente e si impegnino a investire nella produzione di auto elettriche in Europa. Il protezionismo è stato efficace nel proteggere l’industria europea? Sì, almeno in parte. Certamente senza i dazi le auto cinesi sarebbero dilagate. Ciononostante, la quota del mercato Ue dei produttori cinesi è triplicata negli ultimi tre anni, passando dal 2,3% del 2023 al 6% nel 2025 e al 9% nei primi cinque mesi del 2026, poco meno del terzo produttore europeo, Renault, con il 10,2%. Il produttore cinese con la quota maggiore è Geely (2,6%), il quale supera produttori blasonati e da lungo tempo presenti in Europa come Ford (2,3%) e Nissan (1,9%), seguito da Saic e Byd (2,1%)[ix].

Oltre ai dazi, la Ue ha deciso di intervenire con l’investimento di 1,8 miliardi di euro per facilitare la realizzazione di una filiera europea di batterie elettriche per auto. Inoltre, ha proposto a marzo 2026, attraverso l’Industrial Accelerator Act (IAA), di elargire sussidi per l’acquisto di auto elettriche, a patto che queste siano prodotte per l’85% del loro valore complessivo nella Ue. Se almeno il 70% delle auto elettriche vendute dal singolo produttore avranno questa caratteristica, allora tutte le sue auto elettriche beneficeranno dei sussidi. Più recentemente i tre principali produttori europei, Volkswagen, Stellantis e Renault, hanno inviato una lettera al Parlamento europeo chiedendo delle modifiche all’IAA, che consistono specialmente nella riduzione della quota del valore prodotto nella Ue delle auto vendute dall’85% al 70%, affinché siano meritevoli di sussidi. Si tratta di una richiesta interessante, perché permette ai produttori europei di produrre una parte maggiore dell’auto al di fuori della Ue, dove i costi, compresi soprattutto quelli del lavoro, sono più bassi.

Del resto, la produzione delle multinazionali si basa sulla catena globale del valore, ossia sulla divisione delle fasi di produzione di una merce per il consumatore finale in più stabilimenti, situati in paesi diversi. In ogni fase produttiva, viene prodotta una certa quantità di valore, che poi alla fine, sommando tutto il valore prodotto in tutta la catena, si traduce in un prezzo di produzione. La questione più importante è che la porzione di valore incorporato nella merce in ogni fase produttiva viene calcolato ai prezzi locali, che, nei paesi periferici, sono molto più bassi di quelli dei paesi centrali, come Germania, Francia e Italia. La conseguenza è che, nella contabilità e nelle statistiche complessive, il valore – in termini di tempo di lavoro – effettivamente trasferito nella merce risulta sottostimato nei paesi periferici (Romania, Messico, Brasile, India, Cina, ecc.), a basso costo del lavoro, e sovrastimato nei paesi centrali (Stati Uniti, Germania, Francia, Italia, Giappone, ecc.), ad alto costo del lavoro[x]. Di conseguenza, è certo che la quota del valore reale dell’auto prodotto nella Ue sarebbe in effetti molto inferiore all’85% del totale (o al 70%, se le richieste dei tre gruppi europei dell’auto fossero accettate) previsto dallo IAA. È questa la ragione per la quale le multinazionali europee, come Volkswagen e Stellantis, nel corso della cosiddetta globalizzazione hanno massicciamente delocalizzato in paesi della periferia o del Sud globale, come preferiamo chiamarli, ottenendo degli extra-profitti.

Il futuro ci riserva delocalizzazioni e calo dei salari, come contrastarli?

Malgrado la globalizzazione in Germania era rimasta una quota importante della produzione di auto (4,148 milioni di auto nel 2025 da 5,13 milioni nel 2000), la cui esportazione è andata a gonfie vele fino a poco tempo fa. Questo ora non è più possibile per le ragioni che abbiamo illustrato fino a qui. Infatti, “il cda del gruppo [Volkswagen] a più riprese ha dichiarato che il modello di business storico e per anni di successo teso a sviluppare vetture globali in Germania, produrle in Europa e venderle in tutto il mondo non funziona più.”[xi] Quindi, quale sarà la soluzione alla crisi dell’auto tedesca ed europea che le multinazionali metteranno in pratica? Molto probabilmente assisteremo ad una nuova ondata di delocalizzazioni della produzione verso paesi a basso salario dalla Germania e in misura inferiore dalla Francia (che nel 2025 ha prodotto 1,06 milioni di auto da 2,87 milioni nel 2000[xii]) e forse dalla Spagna (1,81 milioni di auto nel 2025 da 2,44 milioni nel 2000). Per quanto riguarda l’Italia, qui la produzione era già stata quasi azzerata negli ultimi anni (237mila auto nel 2025 da 1,4 milioni nel 2000) e l’auto è stata sostituita, come apporto al Pil e all’export, da altri settori ad alta tecnologia, come il farmaceutico e soprattutto il chimico, che insieme nel 2025 hanno rappresentato il 28,8% del valore dell’export totale italiano contro il 2,23% dell’auto[xiii]. Per fare un confronto, possiamo notare che la produzione cinese è passata da 600mila auto nel 2000 a 30milioni nel 2025, rappresentando il 42% della produzione mondiale. La delocalizzazione dell’auto tedesca ed europea occidentale, potrà attuarsi o saturando le capacità produttive degli impianti già esistenti in paesi periferici, o facendo investimenti diretti all’estero (Ide) greenfield, cioè costruendo nuovi stabilimenti, sempre in paesi periferici, oppure procedendo a fusioni con altri produttori e razionalizzando la produzione, cioè facendo economie di scala e tagliando posti di lavoro.

Ad ogni modo, c’è il pericolo concreto che la Germania, il paese economicamente più importante della Ue, si deindustrializzi, almeno parzialmente, con ricadute negative non solo sulla sua economia complessiva, ma anche su quella degli altri paesi europei, in particolare sui suoi fornitori di beni intermedi e componentistica, compresa l’Italia. Fra l’altro, la crisi dell’auto tedesca interviene in una fase storica di stagnazione del Pil tedesco e di altri paesi dell’area euro, Francia e specialmente Italia. Sicuramente un altro effetto di nuove delocalizzazioni può essere la messa in difficoltà del mercato del lavoro tedesco ed europeo, con una contrazione della domanda di forza lavoro, e la conseguente contrazione dei salari. Sempre che la Volkswagen non tratti col sindacato per una riduzione del salario a fronte della riduzione degli esuberi di manodopera previsti.

Questo avrà ripercussioni sulla società e sulla politica europea, specialmente su quella della Germania. Il governo del cancelliere Merz, una coalizione di cristiano-democratici (CDU-CSU) e di socialdemocratici (SPD), ha già raggiunto i minimi storici di gradimento di un governo tedesco. Inoltre, il partito tedesco di estrema destra e fortemente anti-immigrati, Alternative für Deutschland (AfD), ha superato nei sondaggi come primo partito la CDU-CSU di Merz, col 28% contro il 24%. Eppure, di fronte ai licenziamenti annunciati della Volkswagen il governo Merz è rimasto passivo: “Cerchiamo di evitare ogni chiusura di stabilimenti in Germania (...) – ha commentato un portavoce del governo – Ma alla fine si tratta di decisioni delle aziende, che devono essere prese secondo criteri economici.”[xiv] La ristrutturazione dell’intero settore dell’auto, che, senza contare la componentistica, vale il 10% dell’export totale tedesco (156 miliardi su 1.563), può, quindi, accentuare la crisi dell’assetto sociale e politico tedesco, che dalla fine della Seconda guerra mondiale si è fondato sull’alternanza tra CDU-CSU e SPD, e che oggi non riesce a reggere neanche mettendo insieme questi due partiti.

Come rispondere alla delocalizzazione, non solo dell’auto, e alla deindustrializzazione, che abbassa i salari e trasforma posti di lavoro nell’industria in posti di lavoro precari e a basso salario nei servizi? Certamente, dovrebbero essere generalizzate alcune proposte che i sindacati italiani ed europei hanno elaborato negli ultimi anni, come le leggi anti-delocalizzazione, che impongano sanzioni e restituzioni degli aiuti di Stato alle imprese che delocalizzano, l’aumento della frequenza dei rinnovi dei contratti nazionali, combinati però con l’introduzione di salari minimi, e l’obbligo ai subappaltatori ad applicare i contratti leader. A queste misure ne andrebbero aggiunte altre, tese a ridurre la mobilità dei capitali a livello internazionale, che, aumentata con il neoliberismo, ha dato avvio alla globalizzazione della produzione. Per quanto riguarda l’Italia, dato che i salari (ed il costo del lavoro) italiani risultano significativamente più bassi di quelli del resto dei paesi avanzati europei e sono quelli che hanno perso maggiore potere d’acquisto nel G20, ci sarebbe bisogno di una campagna nazionale, che coinvolga politica e sindacati insieme, contro i bassi salari in tutti i settori. Ma questo non basta, perché la questione e le soluzioni sono di tipo più generale.

In definitiva, la crisi dell’auto tedesca è la certificazione della definitiva fine del cosiddetto “modello renano” tedesco, già in difficoltà da diverso tempo, basato su una sorta di patto sociale tra imprese, sindacato, banche e governo. Ma è anche la prova del fallimento del modello neoliberista, basato sulle esportazioni, sulla moderazione salariale, sulle privatizzazioni e sul ritiro dello Stato dall’economia, che si è affermato in Europa negli ultimi decenni. Più in generale, è la dimostrazione delle ineliminabili contraddizioni del modo di produzione capitalistico, dal contrasto tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione all’anarchia del mercato. Il fallimento dell’Europa risalta particolarmente se confrontato col successo della Cina, che sta vincendo la competizione sempre meno grazie ai bassi salari e sempre di più grazie alla capacità di innovazione tecnologica, basata sull’intervento pianificato e organizzato dello Stato. Sarebbe opportuno, quindi, che la Ue e l’Italia prendessero spunto dall’esperienza cinese, abbandonassero le logiche neoliberiste e applicassero politiche statali di programmazione industriale, previste dall’articolo 41 della Costituzione italiana, e di rinazionalizzazione di imprese. Ma questo è un problema di scelte e, quindi, è una questione che si risolve solo a livello politico. Il che non significa che tutto si esaurisca nella competizione elettorale, ma che si debbano modificare con le lotte, a partire dai luoghi di lavoro, i rapporti di forza complessivi tra classi sociali, cioè tra capitale transnazionale e lavoro salariato.

Note

[i] Nostra elaborazione su dati Eurostat, International trade of EU and non EU countries since 2002 by SITC. È da notare che l’Italia ha un surplus commerciale di 13 miliardi verso la Germania. https://ec.europa.eu/eurostat/comext/newxtweb/submitresultsextraction.do

[ii] Focus2move, China 2026 plunge while Geely displace BYD as leading brand.

[iii] https://www.marklines.com/en/report/rep2969_202602

[iv] Karl Marx, Il capitale, Libro III, Sezione III La caduta tendenziale del saggio di profitto, Newton Compton editori, Roma, 1996.

[v] Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO), Wages, Productivity and Labour Share in China, April 2016.

[vi] Amin Samir, Lo sviluppo ineguale. Saggio sulle formazioni sociali del capitalismo periferico, Giulio Einaudi Editore, Torino 1977.

[vii] Eurostat, Data base, Labour cost levels by Nace Rev.2 activity.

[viii] Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO), Rapporto mondiale sui salari 2024-2025.

[ix] Sito web di Unrae su dati Acea.

[x] John Smith, Imperialism & the globalization of production, PhD thesis, July 2010.

[xi] Mario Cianflone, Un segnale allarmante ma il gruppo può ripartire, il Sole24ore, 27 giugno 2026.

[xii] Sito web dell’Organization Internationale des Constructeurs Automobiles (OICA), Production statistics.

[xiii] Secondo i dati Eurostat l’export italiano di auto tra 2024 e 2025 è sceso da 15,2 a 14,4 miliardi, mentre quello farmaceutico è salito da 52,9 a 68,76 miliardi e quello del chimico da 101,3 a 116 miliardi.

[xiv] Matteo Meneghello, Volkswagen prepara 100mila tagli e chiude impianti in Germania, il Sole24ore, 27 giugno 2026.

Fonte

08/06/2026

Il rapporto tra petrolio, guerra e imperialismo, ieri e oggi

di Domenico Moro

Nonostante la recente guerra tra Usa e Israele, da una parte, e l’Iran, dall’altra, si svolga in un’area, il Medio Oriente, dove è situato il 48% delle riserve provate di petrolio e che soddisfa il 31% dei consumi petroliferi mondiali, c’è ancora chi ha difficoltà a collegare il petrolio con le cause del conflitto. Questo accade anche per quanto riguarda il principale quotidiano economico italiano, secondo il quale: “...le cause di questa guerra non sono economiche: almeno per quanto ne possiamo sapere, l’economia ne è stata una importante conseguenza, non il movente”.[i]

In realtà, lo scoppio di una guerra è sempre stato legato a cause economiche e in particolare all’accesso e al controllo delle materie prime. Questo era vero anche nell’antichità. Ad esempio, nel 43 d.C. l’Impero Romano invase e conquistò la Britannia, soprattutto perché questa era fonte di metalli industriali come lo stagno, fondamentale per la produzione del bronzo, e il piombo, necessario per le tubature e le costruzioni, oltre che di metalli preziosi, come l’oro e l’argento, e di grano.

Il petrolio e le due guerre mondiali

Il legame tra economia e guerra si è fatto ancora più saldo da quando alcuni secoli fa si è affermato il modo di produzione capitalistico. In particolare, da quando si è sviluppata la grande industria basata sulle macchine, il controllo delle materie prime è diventato uno dei maggiori fattori scatenanti della guerra. Sicuramente, tra le materie prime ricoprono una importanza decisiva quelle energetiche perché senza energia non si può mettere in movimento nessun tipo di macchina. All’interno delle materie prime energetiche, nonostante tutti gli sforzi di emancipazione dai combustibili fossili, il petrolio rimane quella più importante. Nel 2023, a livello mondiale, è stata fornita energia proveniente per 191,6 milioni di Terajoule (TJ) dal petrolio, per 161,8 milioni dal carbone, per 144 milioni dal gas naturale, per 56 milioni dai biocarburanti e dai rifiuti, per 29,9 dal nucleare, per 20,7 milioni da solare, eolico e altre fonti naturali e per 15,3 milioni dall’idroelettrico[ii].

Il petrolio cominciò a essere importante nel corso dell’Ottocento per l’illuminazione, ma divenne fondamentale tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Questo accadde sia per la nascita dell’industria automobilistica, con i suoi veicoli mossi da motori a combustione interna, sia per il passaggio delle navi da una propulsione mossa da una energia fornita dal carbone a una fornita dal petrolio. Furono soprattutto le flotte militari ad aver bisogno del petrolio. Infatti, la Gran Bretagna, che basava la sua egemonia economica mondiale anche sul possesso della flotta militare più potente, osservò all’inizio del Novecento che la Germania la stava raggiungendo non solo come potenza industriale, ma anche come potenza navale. Winston Churchilli, che all’epoca era Primo Lord dell’Ammiragliato britannico, spinse pertanto per il passaggio dal carbone al petrolio, in modo da aumentare la velocità delle sue navi da guerra e avere la meglio sulla flotta tedesca. Churchill, inoltre, fu il primo a individuare il nesso tra controllo statale del petrolio e potenza militare. Dal momento che né in Gran Bretagna né nel suo impero esistevano giacimenti petroliferi importanti, per non dipendere dagli Usa, fece entrare lo Stato in una compagnia privata britannica, la Anglo Persian Oil company che controllava il petrolio iraniano.

La stretta vigilanza sulle fonti petrolifere divenne, quindi, di importanza strategica e fu una delle cause che determinarono lo scoppio della Prima guerra mondiale. In particolare, uno dei più importati motivi fu l’opposizione della Gran Bretagna alla Bagdadbahn, cioè alla ferrovia che la Germania si era accordata con governo turco di costruire tra Istanbul e l’attuale Iraq, all’epoca parte dell’Impero ottomano, e, come oggi, ricchissimo di petrolio. La strada ferrata era pagata dal governo turco mediante la concessione alla Germania di tutte le sorgenti petrolifere che si trovassero entro un raggio di dieci chilometri dal percorso della ferrovia[iii]. Ad ogni modo, la Prima guerra mondiale, scoppiata soprattutto per la competizione tra Gran Bretagna e Francia, da una parte, e Germania, dall’altra, per la spartizione delle colonie e quindi per il controllo delle materie prime presenti in esse, sancì la strategica importanza del petrolio, che divenne sempre più necessario in una guerra che, per la prima volta vide l’utilizzo massiccio di camion, carri armati e aerei, tutti mossi grazie all’energia derivata dal petrolio.

Si può rintracciare il petrolio anche all’origine della Seconda guerra mondiale. Hitler, già nel Mein Kampf, il suo manifesto politico risalente al 1925, molto tempo prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, aveva scritto che una guerra a Ovest, contro la Francia e la Gran Bretagna, era da pensare solo per evitare di essere presi tra due fuochi, una volta che la Germania avesse attaccato a Est. L’Europa dell’Est, soprattutto la Russia, era il vero obiettivo di Hitler. Era quello il lebensraum, lo spazio vitale, necessario per dare alla Germania quella profondità di territorio e quelle materie prime necessarie a fargli assumere il ruolo di potenza industriale e politica mondiale. Fra i motivi che condussero Hitler ad attaccare l’Unione Sovietica nel giugno del 1941, coinvolgendola nel conflitto, c’era anche il petrolio. L’obiettivo di Hitler, infatti, era l’occupazione di Baku e degli altri giacimenti petroliferi del Caucaso sovietico, tra i più importanti del mondo. Fra l’altro, gli esperti economici di Hitler l’avevano avvertito che senza il petrolio del Caucaso la Germania non avrebbe potuto continuare la guerra. Per questo, all’inizio del 1942 fu lanciata una grande offensiva in territorio russo, il cui obiettivo era il petrolio, quello del Caucaso e, sperando di proseguire l’avanzata nella profondità dell’Asia, anche quello iracheno e iraniano. Quando la Sesta armata tedesca fu accerchiata dai sovietici a Stalingrado, e il suo comandante, Von Paulus, chiese urgentemente rinforzi, Hitler glieli negò, per non sguarnire le colonne dirette verso il Caucaso. Malgrado ciò a gennaio 1943 i tedeschi furono costretti a ritirarsi dal Caucaso e a febbraio Von Paulus si arrese ai sovietici.

Il petrolio giocò un ruolo importante, anzi decisivo, anche nello scacchiere del Pacifico della Seconda guerra mondiale, in particolare nel generare la spinta imperialista del Giappone e nello scoppio della guerra tra questo e gli Usa. Come è risaputo, all’alba del 7 dicembre 1941 gli aerei giapponesi attaccarono di sorpresa la flotta statunitense ancorata nella base navale di Pearl Harbor, distruggendo una parte delle navi e degli aerei. L’attacco, avvenuto a sorpresa e senza dichiarazione di guerra, suscitò una ondata di sdegno tale che gli Usa entrarono immediatamente in guerra, superando d’un balzo le posizioni neutralistiche che erano state prevalenti fino ad allora. Gli Usa erano enormemente più forti del Giappone da tutti i punti di vista, a partire dalla potenza industriale e dalla disponibilità di materie prime. Infatti, la guerra si concluderà con la piena e totale disfatta del Giappone, bersagliato anche da due bombe atomiche. Perché allora il Giappone decise, pur consapevole della sua netta inferiorità, di attaccare gli Usa?

Il Giappone, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, fu l’unico paese non bianco e non europeo (o di origine europea come gli Usa) a essere riuscito a darsi uno sviluppo industriale, mentre il resto dell’Asia era sottomessa alle potenze imperialiste europee o agli Usa. Il Giappone entrò, inoltre, all’interno della competizione tra imperi, cercando di costruirne uno proprio in Asia, a partire dall’invasione della Cina. Il Giappone, però, era allora, come lo è oggi, totalmente privo di materie prime e soprattutto della materia prima più importante, il petrolio, che importava per l’80% dagli Usa e per il 13% dalle Indie Olandesi. Quindi, il pericolo di un embargo petrolifero da parte statunitense spaventava le élite giapponesi che, per i loro progetti imperialisti, volevano essere indipendenti e autonomi da altre potenze. Nel luglio del 1941 il Giappone decise di attaccare l’Indocina, testa di ponte per le Indie Olandesi, ricche del petrolio che gli era necessario. Per risposta, il governo americano, seguito da quello britannico e olandese, decise l’embargo sul petrolio. Senza importazioni di petrolio le navi giapponesi avrebbero perduto la loro mobilità e le loro riserve non sarebbero durate più di due anni. A questo punto, i Giapponesi tentarono la via diplomatica, offrendo agli Usa persino la rottura con la Germania nazista. Ma gli Usa intimarono al Giappone di ritirarsi dall’Indocina e dalla Cina, una decisione che per i giapponesi sarebbe stata equivalente alla resa. Fu per questa ragione che i giapponesi tentarono una carta pericolosa: attaccare e distruggere la flotta Usa tutta in una volta, evitando un lungo conflitto che alla lunga avrebbe visto prevalere l’enorme apparato economico-militare statunitense. Secondo alcuni, in realtà gli Usa usarono l’embargo petrolifero per spingere alla guerra il rivale e regolare i conti una volta per tutte. Inoltre, il governo americano avrebbe saputo dell’imminente attacco giapponese e non fece trovare a Pearl Harbor le portaerei, le navi più importati della flotta. Lasciarono, dunque, che si realizzasse l’attacco per poter convincere l’opinione pubblica americana ad abbandonare la neutralità[iv]. Quindi, possiamo dire che il petrolio sia stata la motivazione principale dell’entrata in guerra del Giappone.

Dunque, il petrolio è stato alla base delle due guerre mondiali e di molte altre guerre, specialmente quelle che si sono svolte nel Medio Oriente dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi. Il petrolio diventa, però, come abbiamo visto, causa di guerre perché siamo immersi in un sistema di relazioni economiche e politiche internazionali, che imperialista. L’imperialismo si fonda sul dominio e sullo sfruttamento della maggior parte dell’umanità da parte di un pugno di nazioni capitalisticamente avanzate. È in questo quadro che diventa fondamentale per l’imperialismo il controllo del petrolio, da una parte, per garantire al proprio capitale profitti elevati grazie a energia a costi ridotti, e, dall’altra parte, per evitare che l’importante risorsa sia controllata dai concorrenti. Infatti, è caratteristica dell’imperialismo quella di cercare di egemonizzare territori ricchi di risorse non solo per proprie necessità di approvvigionamento, ma per impedire che se ne approprino i concorrenti. Questo era immediatamente evidente all’epoca dell’imperialismo coloniale, quando le potenze europee governavano direttamente i territori periferici.

Oggi, invece, a distanza di almeno mezzo secolo dalla fine della decolonizzazione, qual è il rapporto tra petrolio e imperialismo? E, più specificatamente come c’entra il petrolio del Medio Oriente nella recente guerra di Usa e Israele contro l’Iran?

Il petrolio nella “terza guerra mondiale a pezzi”

Anche oggi il controllo delle risorse petrolifere è importante per l’imperialismo, in particolare per quello egemone, gli Usa. Soprattutto, perché gli Usa sono in una fase di decadenza dal punto di vista economico e politico, a fronte dell’ascesa della Cina. Il Pil di quest’ultima, se calcolato a parità di potere d’acquisto, ha già superato quello statunitense, e sul piano tecnologico, settore sul quale gli Usa sono stati storicamente prevalenti, la Cina, ormai tallona gli Stati Uniti. A questo si aggiunge il controllo cinese delle terre rare, che sono indispensabili per le produzioni tecnologicamente avanzate, dai chip alle auto elettriche, all’industria bellica. Infatti, proprio a causa della minaccia di blocco delle esportazioni di terre rare cinesi, Trump ha dovuto mitigare i dazi che voleva imporre alla Cina, allo scopo ridurre il debito commerciale degli Usa verso la potenza asiatica. Probabilmente è anche per riequilibrare il dominio cinese sulle terre rare che Trump ha pensato di stringere la presa sull’offerta di petrolio, sottomettendo il Venezuela, con il rapimento di Maduro, e attaccando l’Iran. Infatti, il Venezuela è il singolo paese con le maggiori riserve mondiali di petrolio e l’Iran è un tassello fondamentale del Medio Oriente, che, come detto, ospita quasi la metà delle riserve di petrolio mondiale e il 40% di quelle di gas. Soprattutto, l’Iran e il Venezuela sono paesi molto legati alla Cina, che deriva una parte importante dei suoi approvvigionamenti di petrolio dal Medio Oriente e che assorbe la quasi totalità dell’export di greggio iraniano. Ristabilire il controllo sul petrolio venezuelano e del Medio Oriente è, quindi, un passaggio di quella che papa Francesco chiamava “terza guerra mondiale a pezzi”, che viene combattuta tra Usa e Cina non in modo diretto bensì attraverso proxy.

Ma il controllo del petrolio mondiale è importante per gli Usa anche per un’altra ragione, che è ancora più decisiva. Si tratta di una ragione che rimanda ai meccanismi economici di funzionamento e alla natura imperialistica degli Usa. Il modo di produzione capitalistico si fonda sull’accumulazione sempre più ampia di capitale attraverso la realizzazione del maggiore profitto possibile. Questo meccanismo a lungo andare produce una tendenza alla sovraccumulazione di capitale, cioè alla caduta del saggio di profitto. Ciò è tanto maggiore quanto più un paese è capitalisticamente avanzato. Gli Usa sono il paese più avanzato del mondo e, infatti, presentano al più alto grado la sovrapproduzione di capitale. Per risolvere questa situazione il capitale ha tre strade: ridurre il salario in patria, spostare la produzione in paesi dove i salari siano inferiori e il saggio di profitto più alto, e spostare i capitali dalla produzione alla finanza, creando profitto direttamente dal denaro, senza passare dalla produzione. Per queste ragioni, negli Usa si è generata una forte deindustrializzazione e uno sviluppo abnorme dei mercati finanziari. Gli Usa, quindi, consumano molti più beni di quanti ne producono, creando così un debito commerciale sempre più ampio. Inoltre, per sostenere le proprie imprese e le proprie banche nelle crisi che si sono succedute, e le enormi spese militari necessarie a mantenere la loro posizione di dominio mondiale, gli Usa hanno accumulato un debito pubblico sempre maggiore. Infine, gli Usa per finanziare il debito commerciale e pubblico e per alimentare i propri mercati finanziari hanno attirato ingenti masse di capitali da tutto il mondo. La posizione finanziaria netta verso l’estero o, in inglese Net International Investment Position (NIIP) è l’indicatore che misura il rapporto tra capitali in uscita e in entrata in un dato paese. La NIIP degli Usa è da decenni negativa, cioè il capitale importato dall’estero è crescentemente maggiore di quello esportato. Quindi, gli Usa, con il debito commerciale, statale e finanziario più grandi del mondo, sono da tempo il più grande debitore internazionale, che sostiene la propria posizione debitoria solo succhiando capitali, merci, lavoro e ricchezze dal resto del mondo.

Il meccanismo di finanziamento degli Usa basato su dollaro e petrolio

La domanda, a questo punto, è: come riescono gli Usa a farsi pagare i debiti dal resto del mondo? La risposta è che ci riescono perché hanno il dollaro, la valuta utilizzata come riserva mondiale. Ciò significa che le banche centrali di tutto il mondo devono detenere dollari nei loro bilanci, allo scopo di regolare il valore delle loro valute. Di conseguenza, acquistano titoli di stato americani (treasury), che, beneficiando di una domanda elevata, mantengono i tassi di interesse più bassi di quanto avverrebbe in base all’entità del debito statunitense. Il meccanismo, quindi, è semplice: gli Usa stampano dollari con i quali acquistano beni da paesi esteri, tra i quali la Cina, che accumulano enormi surplus commerciali. Che fine fanno questi surplus? Vanno a comprare i treasury. In questo modo, gli Usa finanziano nello stesso tempo debito commerciale e debito pubblico. Inoltre, sempre perché il dollaro è valuta mondiale, gli Usa riescono ad attirare capitali in investimenti in dollari, non solo in treasury, ma anche in azioni e altri prodotti finanziari, alimentando la loro borsa. In questo modo, i mercati finanziari americani continuano a essere i maggiori del mondo e le grandi imprese americane, oggi specialmente le big tech come Meta e Amazon, trovano investitori che finanziano i loro enormi investimenti, ad esempio in ricerca sull’IA, e garantiscono alti profitti. Quindi, grazie al dollaro gli Usa riescono a sostenere la loro posizione finanziaria netta negativa.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale il dollaro ha cominciato a ricoprire la funzione di moneta mondiale, grazie al fatto che gli Usa producevano all’epoca la metà del Pil mondiale, erano il maggiore esportatore mondiale di beni manufatti, possedevano gran parte delle riserve d’oro mondiali, ed erano la maggiore potenza militare mondiale. Per tutte queste ragioni, la loro moneta era considerata sicura e stabile e, quindi, di riferimento a livello internazionale. Tuttavia, col tempo la situazione economica degli Usa è peggiorata. A partire dal 1969, gli Usa hanno cominciato ad accumulare debito commerciale specie verso le economie, ripresesi dai disastri della guerra, di Europa occidentale e Giappone, che hanno cominciato ad accumulare surplus commerciali sempre più ampi. Va ricordato a questo punto, che il dollaro a quell’epoca era agganciato all’oro. Ora, sia perché gli Usa avevano fatto crescere il proprio debito statale per la guerra in Vietnam, sia perché i paesi che avevano un surplus commerciale con gli Usa potevano chiedere di essere pagati in oro al posto dei dollari, c’era il timore che le riserve d’oro statunitensi si assottigliassero. Per questo il presidente Nixon nel 1971 decise di sganciare il dollaro dall’oro, trasformandolo in valuta fiat, basata sulla fiducia.

C’era, quindi, bisogno di sostenere il dollaro in un altro modo. Questo modo fu trovato nel 1974, quando gli Usa strinsero un accordo con l’Arabia Saudita, che fu seguito da altri accordi con paesi del Medio Oriente e dell’Opec. L’Arabia Saudita (e via via altri paesi) accettò di vendere il proprio petrolio esclusivamente in dollari, e, in cambio gli Usa promettevano di proteggerla militarmente. Era nato il petrodollaro. Quindi, gli Usa potevano finanziare il proprio debito e la propria accumulazione di capitale attraverso il dollaro, fondandosi sul monopolio mondiale della forza, ottenuto con le spese militari di gran lunga maggiori a livello mondiale. Oltre al circolo vizioso, descritto sopra, con i paesi detentori di ampi surplus commerciali, si realizzava un altro circolo vizioso: gli Usa con la loro forza militare garantivano il dominio del dollaro e con il dollaro finanziavano la loro forza militare.  Gli Usa in pratica diventarono “il” parassita mondiale. Tale parassitismo deriva la sua origine dai meccanismi economici del capitalismo, che, portati all’estremo limite, generano l’imperialismo, ossia il dominio di un paese, o di un pugno di paesi avanzati, sulla grande maggioranza dell’umanità. Il settore dominante del capitalismo statunitense è il capitale finanziario ossia l’integrazione di banche, istituzioni finanziarie e grandi imprese multinazionali monopolistiche. Il capitale finanziario si alimenta non solo attraverso i super-profitti delle multinazionali derivati dallo sfruttamento dei lavoratori a basso salario del Sud globale, ma anche attraverso l’attrazione di capitali dall’estero che alimentano i mercati finanziari degli Usa e l’investimento di capitale delle multinazionali americane verso l’estero.

Il giocattolo si sta rompendo: la tendenza alla dedollarizzazione

Ora, il problema è che questo meccanismo parassitario sta andando in crisi per molte ragioni. La prima è che le contraddizioni del capitalismo Usa si sono talmente divaricate che il loro debito è diventato senza controllo. Il debito col resto del mondo, nell’interscambio di beni e servizi, è quasi raddoppiato tra 2016 e 2025, passando da 479 a 911,6 miliardi di dollari[v]. Il debito pubblico all’inizio del 2026 è arrivato alla cifra monstre di 39mila miliardi di dollari, pari al 125%, ma si prevede che arriverà nel 2030 al 140% e nel 2050 al 200%. La posizione finanziaria netta verso l’estero è risultata negativa per 12mila miliardi nel 2020 e, più che raddoppiata, per 27,6mila miliardi nel 2025[vi].  La seconda ragione è che sempre più paesi del Sud globale, spalleggiati da Cina e Russia, rifiutano la propria subordinazione all’imperialismo, specie a quello statunitense. A questo è legato il processo di dedollarizzazione, cioè di lento ma progressivo abbandono del dollaro come valuta di riserva e di scambio internazionale. Mentre fino a poco tempo fa il petrolio veniva venduto totalmente in dollari, oggi circa il 20% viene venduto in yuan cinesi, rubli russi e rupie indiane. Inoltre, molti paesi del Sud globale stanno aderendo al sistema di comunicazione bancaria della Cina, che è alternativo a Swift, controllato dal Belgio, ma dominato dal dollaro. La terza è che i treasury in custodia presso la Fed di New York per conto delle banche centrali di tutto il mondo sono scesi da 2.933 miliardi di dollari a fine marzo 2025 a 2.712 miliardi a fine marzo 2026, con una perdita in un solo anno di 221 miliardi. Il livello attuale è il più basso dal giugno 2012[vii]. A liberarsi delle riserve in treasury e a spostarsi sull’oro, il cui valore è enormemente cresciuto nell’ultimo anno, sono stati soprattutto la Cina e il Giappone. In particolare, la Cina da un picco di 1.300 miliardi è scesa a fine 2025 a 700 miliardi[viii]. Secondo il Fondo monetario internazionale, le banche centrali di tutto il mondo hanno ridotto la quota in dollari nelle loro riserve totali dal 70% del 2004 al 56,7% attuale.

La dedollarizzazione, ossia la fuga dal dollaro come valuta di scambio e di riserva è un prodotto della decadenza economica Usa e dell’ascesa cinese, ma è anche determinato dalle scelte di geopolitica e di politica economica di Biden e di Trump. Infatti, l’uso del dollaro e del sistema di comunicazione bancaria Swift come strumento per impartire sanzioni ai paesi recalcitranti nei confronti del dominio Usa si è rivelato un boomerang, perché molti paesi del Sud globale hanno perso fiducia negli investimenti in dollari e propendono per altre soluzioni. Anche la politica dei dazi di Trump sta avendo un effetto boomerang. Pubblicizzati presso l’opinione pubblica statunitense come strumento per reinternalizzare produzioni industriali e pensato in realtà come ulteriore strumento di pressione geopolitica verso alleati e avversari, i dazi dovevano condurre i paesi esteri ad acquistare treasury a lunga scadenza, persino centenaria (i matusalem bonds), secondo quanto progettato da Stephen Miran, consigliere economico di Trump e ora membro del board della Fed[ix]. Ma la politica dei dazi, oltre a essere stata sconfessata dalla Corte suprema statunitense, ha provocato per rappresaglia la fuga dai treasury dei Paesi minacciati dai dazi, soprattutto della Cina.

Quindi, il meccanismo di finanziamento del debito attraverso il dollaro si è gravemente indebolito. Gli Usa sono, quindi, stretti da una contraddizione che si divarica sempre di più: mentre l’indebitamento si aggrava progressivamente, lo strumento che gli consente di finanziarlo, il dollaro, si indebolisce sempre di più. Questa divaricazione si produce da tempo, ma si è allargata specialmente da quando Trump è stato eletto presidente, nel corso del 2025. Questo può spiegare il motivo per cui l’attacco contro l’Iran sia avvenuto proprio ora. Anche se non bisogna dimenticare che l’Iran è una bestia nera per gli Usa da quando, con la rivoluzione del 1979, si sottrasse alla loro area di influenza imperialista, e che si parla di un attacco contro l’Iran almeno a partire da Bush junior oltre venti anni fa. In sostanza, l’attacco contro l’Iran dipende dal fatto che gli Usa stanno cercando di ristabilire il controllo sul petrolio mondiale, e in particolare sul Medio Oriente, per puntellare il ruolo del dollaro come valuta internazionale, continuando così a finanziare la propria economia e il proprio enorme debito. Inoltre, attaccare l’Iran è un modo per colpire la Cina, l’avversario principale degli Usa, secondo la strategia inaugurata da Obama e fatta propria da Trump. Come abbiamo detto, l’Iran ha dei legami molto stretti con la Cina, che assorbe tutte sue esportazioni di petrolio, e che sta penetrando in tutto il Golfo Persico, area da cui dipende quasi interamente per l’approvvigionamento del petrolio. Senza contare che molti paesi del Golfo stanno aderendo al sistema di comunicazione interbancaria cinese, alternativo allo Swift, che permette di bypassare il dollaro e che, al contempo, lo yuan renmimbi cinese sta acquistando una importanza mondiale sempre maggiore.

A conclusione del nostro excursus, possiamo dire che la guerra contemporanea trova certamente una delle sue cause nel petrolio. Anzi, a volte il petrolio ne è la causa principale. Ma va compreso che, in realtà, il petrolio è causa di conflitto solo perché esso è inserito in un sistema di relazioni economiche e politiche di tipo imperialista. Infatti, è il parassitismo intrinseco all’imperialismo e il suo fondarsi sul dominio di pochi paesi capitalisticamente avanzati sulla maggioranza dell’umanità che rende necessario il controllo delle materie prime, a partire da quella che a oggi rimane la più importate, il petrolio. Di conseguenza, se vogliamo affrontare correttamente il problema della guerra, dobbiamo necessariamente confrontarci con il capitalismo, di cui l’imperialismo rappresenta la forma dominante.

Note

[i] Ugo Tramballi, “Usa e Iran costretti alla pace da cause interne”, il Sole24ore, 18 aprile 2026.

[ii] International Energy Agency (IEA), Total energy supply, by source, https://www.iea.org/data-and-statistics.

[iii] Giorgio Ugolini, Il petrolio e noi, ristampa a cura di Luiss University Press, Roma 2004.

[iv] Benito Li Vigni, Le guerre del petrolio. Strategie, potere, nuovo ordine mondiale, Editori Riuniti, Roma 2004.

[v] Bureau of Economic Analysis (US Department of commerce), Us international trade in goods and services.

https://www.bea.gov/sites/default/files/2026-04/trad0226-time-series.xlsx

[vi] Bureau of Economic (Us Department of commerce), Us International Transactions and Investment Position, 4th quarter and Year 2025. https://www.bea.gov/news/2026/us-international-transactions-and-investment-position-4th-quarter-and-year-2025.

[vii] Morya Longo, “Le banche centrali vendono Treasury Usa: con la guerra scaricati 82 miliardi di dollari”, il Sole24ore, 1° aprile 2026.

[viii] Vito Lops, “Cina e Giappone riducono l’esposizione ai Treasury”, il Sole24ore, 3 dicembre 2025.

[ix] Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, Hudson Bay Capital, November 2024.

Fonte