Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/10/2026

L’economia mondiale ha i giorni contati

Nel suo libro “Quattro Futuri: La Vita Dopo il Capitalismo”, il direttore di Jacobin, Peter Frase, descrive quattro sistemi radicalmente diversi che potrebbero plasmare il futuro della politica e dell’economia globale: comunismo, rentismo*, socialismo e sterminismo.

Ognuno di questi è una proposta ambiziosa, ma prima che uno qualsiasi di essi si affermi, è più probabile che assisteremo a un’altra fase del capitalismo che incorporerà elementi di diversi di essi.

Questa transizione potrebbe durare fino alla metà del secolo. È improbabile che il capitalismo muoia facilmente nel breve o medio termine, eppure non può sopravvivere indefinitamente nella sua forma attuale. La trasformazione economica e politica è diventata inevitabile e il Mondo intero ne sta vivendo le difficoltà.

La transizione porterà nuove alleanze e collaborazioni in evoluzione, insieme a mosse diplomatiche e militari che spesso si contraddicono a vicenda.

Rotte energetiche sotto pressione

La ricerca di equilibri temporanei nella politica globale riflette le molteplici crisi che affliggono l’economia mondiale. I dati relativi al primo semestre del 2026 offrono un quadro rivelatore.

Secondo il rapporto periodico Prospettive e Statistiche del Commercio Globale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il volume degli scambi commerciali globali ha superato le aspettative, crescendo del 3,5% nonostante le interruzioni causate dalla guerra in Medio Oriente. Le catene di approvvigionamento si sono adattate alle interruzioni nei mercati dell’energia, dei fertilizzanti e dei trasporti.

Sebbene le esportazioni di petrolio greggio dal Medio Oriente siano diminuite di circa il 24% su base annua nel primo semestre del 2026 e le esportazioni di gas naturale liquefatto siano calate del 47%, l’aumento delle spedizioni da altri fornitori ha limitato il calo globale al 6% per il petrolio greggio e a solo l’1% per il gas naturale liquefatto.

Anche i mercati dei fertilizzanti si sono adeguati grazie all’ingresso di fornitori alternativi, sebbene i prezzi rimangano elevati.

I flussi commerciali sono stati reindirizzati attraverso porti e corridoi alternativi, mentre il traffico globale di container è aumentato del 3,9% fino a luglio.

Di conseguenza, l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita del commercio di merci per il 2026, portandole dall’1,9% al 3,9%, con una crescita prevista al 4,1% nel 2027.

Il boom del commercio legato all’intelligenza artificiale

La forte domanda associata agli investimenti nell’Intelligenza Artificiale ha contribuito a compensare i danni causati dalla guerra in Medio Oriente.

Semiconduttori, server e altri beni che sostengono l’Intelligenza Artificiale hanno rappresentato il 47% dell’aumento del valore del commercio globale di merci durante la prima metà del 2026. Il commercio di questi prodotti è aumentato del 67% su base annua, accelerando un’espansione già evidente nei due anni precedenti.

Tuttavia, i benefici derivanti dagli investimenti nell’Intelligenza Artificiale e dall’espansione del commercio sono stati distribuiti in modo diseguale. Il commercio di servizi e le regioni esposte ai combattimenti hanno sofferto maggiormente.

Si prevede, ad esempio, che il commercio di servizi commerciali crescerà solo del 3,3% quest’anno, un dato nettamente inferiore alla precedente previsione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio del 4,8%.

Nonostante guerre e tensioni geopolitiche, il commercio globale ha continuato a funzionare, con le catene di approvvigionamento che si sono adattate alle interruzioni e le spedizioni che si sono spostate verso rotte e fornitori alternativi.

Il commercio sopravvive alle fratture

Un nuovo modello sta emergendo man mano che l’economia mondiale si adatta alla frammentazione geopolitica. Circa un quinto del commercio globale di merci avviene tra economie geopoliticamente distanti tra loro.

I conflitti in Medio Oriente e i crescenti rischi logistici stanno rimodellando le rotte commerciali. Mentre gli scambi commerciali tra Stati Uniti e Cina sono diminuiti, le relazioni commerciali con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) e il Messico continuano ad espandersi.

La concentrazione della produzione strategica in determinati Paesi rappresenta un’ulteriore vulnerabilità. La Cina domina la fornitura di magneti per motori elettrici, i Paesi Bassi e il Giappone occupano posizioni cruciali nella produzione di apparecchiature per semiconduttori e Taiwan rimane centrale nella produzione di microprocessori avanzati.

Eppure, al di là di questa apparente resilienza, il Fondo Monetario Internazionale individua tre principali minacce per l’economia globale: gli elevati prezzi dell’energia, il crescente debito pubblico e la rapida espansione degli investimenti nell’Intelligenza Artificiale.

I costi energetici alimentano l’inflazione, mentre l’aumento del debito rende sempre più difficile il finanziamento. L’Intelligenza Artificiale promette notevoli incrementi di produttività, ma le sue enormi esigenze finanziarie introducono ulteriori rischi in un sistema già sotto pressione.

La politica dell’austerità

La prossima sfida non sarà semplicemente chi produce di più, ma chi riesce a produrre in modo più efficiente.

I guadagni di produttività derivanti dall’Intelligenza Artificiale potrebbero diffondersi rapidamente, ma relativamente pochi Paesi sono in grado di beneficiarne appieno. Le disuguaglianze che ne derivano rischiano di acuire le divisioni economiche e politiche esistenti.

Nel frattempo, il boom dell’Intelligenza Artificiale sta generando pressioni inflazionistiche. Le spese in conto capitale, che raggiungono migliaia di miliardi di dollari, insieme ai costi operativi che ammontano a centinaia di miliardi, stanno mettendo a dura prova le risorse finanziarie.

Le difficoltà di approvvigionamento di beni essenziali, dovute alle guerre in Medio Oriente e in Ucraina, potrebbero protrarsi fino al 2027. L’aumento dei rendimenti obbligazionari, inoltre, manterrà i governi con un debito eccessivo, sotto crescente pressione sui bilanci.

Le economie avanzate sono tra le più esposte. Gli shock energetici e alimentari continuano a spingere l’inflazione, mentre i programmi di elettrificazione e la crescente domanda di elettricità da parte dei centri dati mettono a dura prova i sistemi energetici.

Guerre tariffarie, spese militari e indebitamento pubblico non faranno che aumentare la pressione.

La direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, ha sottolineato la necessità di disciplina monetaria e di decisioni fiscali difficili, poiché i governi si trovano ad affrontare queste pressioni.

Tra i Paesi che si trovano ad affrontare le maggiori difficoltà figurano Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Francia, Italia e Germania.

In Francia, gli sforzi per imporre tagli alla spesa e avvicinare il deficit di bilancio al limite di Maastricht del 3% del PIL hanno incontrato una forte resistenza popolare. Il potere d’acquisto si è deteriorato, i servizi pubblici ne hanno risentito e l’austerità è diventata un terreno di scontro politico.

Anche il Giappone si trova ad affrontare difficoltà economiche, con il Primo Ministro Sanae Takaichi sotto pressione per conciliare le richieste dell’opinione pubblica con i vincoli di bilancio del Paese.

La stessa battaglia tra austerità e tenore di vita si profila all’orizzonte anche in altre economie avanzate, in particolare in Europa.

Il neoliberismo raggiunge il punto di ebollizione

Il neoliberismo è sotto pressione da anni. Ora la situazione sta per precipitare. Le economie nazionali e il sistema finanziario internazionale non possono continuare indefinitamente sulle stesse basi.

Si consideri l’enorme volume del debito. Secondo l’Istituto di Finanza Internazionale, il debito globale ha raggiunto i 365.500 miliardi di dollari (326,4 mila miliardi di euro) nella prima metà del 2026, con un aumento di oltre 10.000 miliardi di dollari (8.930 miliardi di euro).

L’aumento dei costi di finanziamento e l’enorme fabbisogno di finanziamento pubblico hanno già scosso i mercati obbligazionari.

Il Governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, ha messo in guardia sui pericoli che corrono i governi la cui capacità fiscale è stata ridotta dalla debole crescita e dai ripetuti shock economici.

Quando i costi di finanziamento aumentano mentre la crescita si indebolisce, il debito diventa più difficile da gestire. I governi subiscono una pressione crescente per aumentare la spesa, anche se gli investitori richiedono rendimenti più elevati per finanziarla.

La fine del denaro facile

Le prospettive economiche del Fondo Monetario Internazionale di ottobre descrivono un’economia globale che rimane resiliente ma sempre più vulnerabile alle pressioni fiscali, al rinnovarsi delle tensioni commerciali e a un’inversione di tendenza nelle aspettative di investimento nell’Intelligenza Artificiale.

L’era del credito a basso costo sta volgendo al termine, ponendo fine a quasi due decenni di denaro facile.

Per gran parte del periodo successivo alla crisi finanziaria del 2008, i bassi tassi di interesse hanno consentito ai responsabili politici un ampio margine di manovra. Questo contesto sta scomparendo con l’aumento dei costi del servizio del debito.

Nel frattempo, le aspettative legate all’Intelligenza Artificiale continuano a spingere al rialzo i mercati azionari. I principali produttori asiatici di microprocessori e apparecchiature correlate stanno registrando una crescita straordinaria delle esportazioni.

Tuttavia, l’entusiasmo per l’Intelligenza Artificiale è diventato eccessivo. Le valutazioni sono gonfiate dalle aspettative di utili futuri che potrebbero non concretizzarsi mai nella misura prevista dagli investitori.

La bolla dei titoli tecnologici non può espandersi all’infinito. L’unica domanda è come e quando arriverà il momento della resa dei conti.

I mercati obbligazionari sono già alle prese con pressioni strutturali intensificate dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio.

Shock climatici e crisi alimentare

La crescente interazione tra i cicli climatici naturali e l’aggravarsi della crisi climatica minaccia di aggravare i problemi di approvvigionamento alimentare mondiale.

Un El Niño intenso, un riscaldamento periodico delle acque dell’Oceano Pacifico che sconvolge i modelli meteorologici in tutto il Mondo, potrebbe causare siccità prolungate, piogge eccessive e gravi danni alla produzione agricola, facendo lievitare i prezzi dei prodotti alimentari e gonfiando le pressioni inflazionistiche.

I Paesi dell’America Centrale sono esposti a rischi di siccità ricorrenti, mentre le piogge monsoniche sempre più irregolari minacciano la produzione agricola in alcune zone dell’Asia.

Anche l’Europa ha subito ondate di calore intense e bassi livelli idrici, con conseguenti interruzioni della navigazione lungo importanti corsi d’acqua come il Reno e il Danubio, e una riduzione del traffico fluviale che potrebbe costare miliardi di euro.

L’impatto sui prodotti agricoli potrebbe essere considerevole, in particolare per zucchero, semi oleosi, olio di palma e riso, la cui produzione è altamente vulnerabile alla siccità e alle piogge eccessive. Per i Paesi più poveri, già alle prese con elevati costi di importazione, un ulteriore aumento dei prezzi dei prodotti alimentari potrebbe aggravare le carenze e rendere i beni di prima necessità sempre più inaccessibili.

Di conseguenza, il Fondo Monetario Internazionale e altre istituzioni internazionali potrebbero trovarsi ad affrontare crescenti richieste di assistenza finanziaria da parte dei Paesi che faticano a garantire un approvvigionamento alimentare adeguato.

Una tregua temporanea nelle guerre commerciali

L’indebitamento globale record e la possibilità di un altro crollo del mercato obbligazionario rimangono tra i maggiori pericoli per il sistema finanziario.

Una brusca correzione dei titoli tecnologici potrebbe aggravare il danno, innescando potenzialmente una più ampia instabilità finanziaria e persino una crisi bancaria.

Quasi nessun Paese può sfuggire agli effetti di prolungate carenze di approvvigionamento e dell’aumento dei prezzi, in particolare di energia e cibo. Con il debito globale a livelli record e i mercati finanziari sempre più vulnerabili, l’economia mondiale ha un disperato bisogno di respiro.

La guerra dei dazi tra Washington e Pechino ha subito una temporanea tregua in vista delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti, sebbene ciò che seguirà rimanga incerto. Le economie avanzate europee sono già sottoposte a forti pressioni economiche, mentre i crescenti costi della crisi climatica aggravano le loro difficoltà.

Né Washington né l’Unione Europea possono permettersi facilmente un altro scontro militare di vasta portata, per quanto avventata possa rivelarsi la loro dirigenza politica.

Sia gli Stati Uniti che la Cina hanno validi motivi per allentare la tensione, almeno temporaneamente. Una guerra commerciale incontrollata infliggerebbe ulteriori danni al commercio, agli investimenti tecnologici e alla stabilità finanziaria, mentre un periodo di relativa calma potrebbe dare alle loro economie in difficoltà un margine di manovra.

Il terreno scivoloso della multipolarità

È improbabile che il mondo si divida nettamente in due blocchi ostili come accadde durante la Guerra Fredda. Al contrario, sta emergendo una forma di multipolarità più fluida e pericolosa, in cui i Paesi possono cooperare militarmente con gli Stati Uniti, mantenere relazioni economiche con la Cina e perseguire collaborazioni energetiche con la Russia contemporaneamente.

La multipolarità è diventata una necessità, ma finché non saranno stabilite le regole e gli equilibri di potere, ogni ulteriore centro di influenza comporta un altro potenziale scontro.

Anche una soluzione temporanea in Ucraina difficilmente garantirebbe una pace duratura in Europa, dove la NATO e l’Unione Europea potrebbero cercare nuove arene di confronto con la Russia, che si tratti dei Paesi baltici, della Moldavia o di Kaliningrad.

Nessuna tregua per l’Asia occidentale

Mentre le grandi potenze cercano soluzioni temporanee altrove, l’Asia Occidentale rimane un campo di battaglia, con le sue popolazioni che pagano il prezzo più alto. La geografia dell’instabilità si estende dal Marocco all’Afghanistan, da Cipro all’Iran e dalla Turchia all’Oman, ben oltre il territorio tradizionalmente associato al cosiddetto “Progetto del Grande Medio Oriente” di Washington.

Anche il Corno d’Africa è entrato a far parte di questi calcoli, con Etiopia, Eritrea, Somalia, Puntland, Somaliland e Gibuti coinvolti nella lotta per le rotte marittime, le posizioni militari e i corridoi commerciali. L’Accordo di Difesa Congiunta della Mecca, firmato da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan in agosto, riflette la crescente dipendenza dagli accordi militari regionali.

Il patto è stato attivato in ottobre nel contesto del rinnovato confronto tra Arabia Saudita e Yemen, sebbene Ankara abbia escluso l’invio di truppe a sostegno di Riad, offrendo invece supporto difensivo. L’Imperialismo Occidentale si sta rivolgendo sempre più alle potenze regionali per controllare la regione e salvaguardare i propri interessi, lasciando ai suoi “gendarmi” appena nominati il ​​compito di togliere le castagne dal fuoco.

Notti insonni nei palazzi

In tutto il Medio Oriente, si stanno elaborando piani per nuovi gasdotti, ferrovie, autostrade e corridoi commerciali per aggirare gli Stretti di Hormuz e Bab al-Mandab. Persino i confini entrano a far parte dei calcoli, mentre le potenze regionali rivalutano le proprie posizioni e si preparano a ulteriori sconvolgimenti.

L’Asse della Resistenza non è stato distrutto e l’Arabia Saudita ha faticato a sottomettere le Forze Armate Yemenite allineate ad Ansarallah, nonostante anni di interventi militari.

Il Bahrein rimane vulnerabile a nuove rivolte tra la sua maggioranza Sciita, mentre il Libano si trova ad affrontare la minaccia di un’altra guerra interna. Le tensioni persistono intorno a Cipro e Israele e Turchia sono impegnate in un’aspra lotta per l’influenza in Siria, dove interessi contrastanti si intersecano sempre più con i piani per nuovi corridoi energetici.

A Damasco, il Presidente siriano autoproclamato Ahmad al-Sharaa, ex capo di Al-Qaeda noto come Abu Mohammad al-Julani, è tirato in direzioni diverse dalle potenze regionali e internazionali. Resta da vedere per quanto tempo riuscirà a rimanere al potere, destreggiandosi tra le loro esigenze contrastanti.

Nel frattempo, le monarchie del Golfo hanno investito somme ingenti nella trasformazione delle loro economie, da centri di esportazione energetica a poli di eccellenza per la tecnologia finanziaria, l’Intelligenza Artificiale, le infrastrutture dati, il settore immobiliare e il commercio internazionale.

Le loro ambizioni, sostenute da investimenti per migliaia di miliardi, si scontrano ora con le conseguenze di una guerra che ha messo a nudo la vulnerabilità delle infrastrutture stesse su cui si basano i loro piani di diversificazione.

Avendo già subito perdite considerevoli, i sovrani del Golfo potrebbero dover attendere un’altra primavera per realizzare le loro ambizioni post-petrolifere. Nei loro sontuosi palazzi, i Re e gli Emiri del Golfo dormono ora nell’inquietudine, temendo una rivoluzione interna e attacchi missilistici dall’estero.

Note

* Il rentismo (o capitalismo rentista) è un sistema economico e sociale in cui il reddito principale non deriva dal lavoro produttivo, dall’innovazione o dalla creazione di beni e servizi, ma dallo sfruttamento di posizioni di vantaggio, di proprietà o di rendite finanziarie.

** Lo sterminismo (o tesi sterminazionista) è il termine storiografico utilizzato per indicare la tesi scientifica secondo cui lo Stato Nazista programmò e attuò deliberatamente lo sterminio sistematico e di massa degli ebrei (la Shoah) e di altre minoranze durante la Seconda Guerra Mondiale)

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02/10/2026

Fiammata inflazionistica. Le guerre occidentali fanno esplodere i prezzi energetici

L’inflazione torna a correre a passo spedito. Secondo le stime preliminari diffuse dall’Istat, a settembre 2026 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) registra un incremento dello 0,7% su base mensile e schizza al +4,2% su base annua, compiendo un netto balzo in avanti rispetto al +3,3% registrato ad agosto.

Un’accelerazione che sorprende negativamente gli analisti, che avevano già preventivato una crescita, ma “solo” al 3,7%. A guidare questa nuova ondata di rincari è principalmente la componente energetica, affiancata dalla ripresa dei prezzi degli alimentari freschi e dai rincari nei servizi, profilando una ripresa delle pressioni inflazionistiche proprio alle porte della stagione autunnale.

Come evidenziato dal report dell’Istituto di statistica, il motore principale dell’impennata risiede nell’andamento dei beni energetici. Quelli regolamentati hanno visto una crescita tendenziale dal +18,6% al +25,9% (+5,9% su base mensile). A pesare è soprattutto l’esplosione delle tariffe del gas naturale sul mercato tutelato, passate da +31,0% a un impressionante +47,2% (+11,6% rispetto ad agosto), mentre l’elettricità tutelata rimane stabile al +9,7%.

Non va meglio sul fronte del mercato libero e dei beni non regolamentati, dove l’indice sale complessivamente al +22,2% (dal +17,0% di agosto, con un incremento mensile del +4,4%). Su questo mercato, il gas naturale avanza al +16,7% (da +11,3%) e l’energia elettrica raggiunge il +21,5% (da +18,6%).

I rincari impattano innanzitutto sui trasporti e sui riscaldamenti: il gasolio per autotrazione segna un balzo al +34,9% su base annua (da +26,7%); il gasolio da riscaldamento sale al +38,5% (da +31,8%); la benzina tocca il +21,8% (da +16,3%).

Il contagio dei costi energetici arriva poi al “carrello della spesa” – che include i beni alimentari e i prodotti per la cura della casa e della persona, senza conteggiare però i carburanti –: quasi raddoppia il proprio passo, passando da un aumento annuo dello 0,9% all’1,7%. La pressione è ancora più evidente guardando ai prodotti ad alta frequenza d’acquisto – che includono i carburanti –: qui l’indice si impenna dal +4,3% al +5,3%.

Sul fronte dei consumi alimentari, il comparto segna nel complesso un’accelerazione tendenziale dall’1,0% all’1,8% (+0,7% sul mese precedente). A pesare sono gli alimentari non lavorati, che salgono dal +3,8% al +5,5%. Spiccano in particolare gli aumenti per ortaggi, legumi e tuberi, che fanno un balzo enorme dal +4,0% all’8,4%. In lieve diminuzione, invece, gli alimentari lavorati (-0,3%).

Rincari diffusi si osservano anche nel settore terziario. I servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona salgono al +2,9% (da +2,6%), spinti dai servizi di alloggio (+3,7% da +3,2%), mentre i servizi relativi ai trasporti raddoppiano il tasso tendenziale, passando da +0,8% a +1,6%, dove pesa la risalita dei prezzi del trasporto aereo passeggeri (la cui flessione si riduce da -11,5% a -6,1%).

A conferma che i rincari non riguardano unicamente le materie più soggette all’andamento dei prezzi dei combustibili fossili, anche quella che è definita “inflazione di fondo”, calcolata al netto di energia e alimentari freschi, sale da +1,5% a +1,7%, mentre quella al netto dei soli energetici passa da +1,7% a +2,0%.

I dati preliminari pubblicati dall’Istat fanno saltare le previsioni di Bankitalia per il 2026. L’inflazione acquisita per il 2026 è già salita al +3,1%, e questo rende ormai praticamente scontato lo sforamento della stima complessiva di inflazione per l’anno in corso, fissata al 3,1% dalla Banca d’Italia nelle proiezioni dello scorso giugno.

Il quadro appena delineato offre dunque scenari ancora più complessi per la politica economica, oltre ovviamente per la tenuta del potere d’acquisto nei prossimi mesi. La stesura della prossima finanziaria era già un problema, considerata la conferma della procedura di infrazione europea.

Nonostante tutti i tentativi di sviare l’attenzione dai problemi reali e materiali della maggioranza della popolazione (tra burqa, scuola e bollo auto), sarà difficile continuare a nascondere che il danno principale alle famiglie italiane lo stanno producendo le guerre imperialiste sostenute anche dall’Italia.

Così come, con l’arrivo del freddo e l’accensione del riscaldamento, sarà difficile nascondere sotto il tappeto della propaganda l’alleggerirsi dei portafogli. Giustamente, i lavoratori si stanno già organizzando per rivendicare misure concrete da parte dell’esecutivo, preparandosi a “scaldare” anche questo autunno.

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29/09/2026

È ora di mettere un tetto ai profitti. Il caso ENI

I dati ricavabili dai bilanci ENI dal 2021 al 2025 ci dicono che la società ha realizzato circa 29,7 miliardi di euro di utile netto. Se includiamo anche il 2020, caratterizzato dalla forte perdita legata alla pandemia e al crollo dei prezzi del petrolio, il saldo del periodo 2020-2025 scende a circa 21,1 miliardi di euro.

Per utile netto deve intendersi quanto rimane all’azienda dopo aver sottratto dai ricavi tutti i costi e le imposte. Quindi, per un periodo di ben 6 anni, volendo considerare anche l’anno nero 2020 in cui si sono registrate forti perdite, la società ENI S.p.A. ha fatto registrare guadagni netti, cioè veri e propri profitti, per la ragguardevole somma di 21,1 miliardi di euro. Di questi, ben 16,5 miliardi sono stati distribuiti in dividendi e sono quindi andati a retribuire i diversi soci azionisti di ENI, tra i quali anche lo Stato italiano.

Ora guardiamo alla scelta di questi giorni da parte della compagnia di mettere un tetto al prezzo di benzina e gasolio, rispettivamente a 1,99 euro e a 2,19 euro al litro. Le stime ufficiali di quanto costerebbe questa decisione ad ENI parlano di 100 milioni al mese e quindi, nell’eventualità della proroga fino a fine anno, 300 milioni. Nel solo 2025 ENI ha realizzato un utile netto di 2,61 miliardi di euro, quindi se rapportati ai guadagni dell’anno scorso i 300 milioni di costo dell’operazione annunciata costerebbe una riduzione degli utili dell’11,5%.

Va detto che la perdita stimata di 300 milioni è molto approssimativa. Intanto potrebbe registrarsi un aumento delle vendite, se non ci fosse un allineamento delle altre compagnie. E poi, la perdita è calcolata sui 17 centesimi di sconto al prezzo attuale, sul quale però gravano altre voci e non solo i guadagni di ENI. In concreto, quindi, la perdita effettiva sarebbe probabilmente molto più bassa.

La conclusione di questi facili calcoli rintracciabili sul web è che l’operazione di questi giorni non fa che mettere in evidenza quanto già ripetiamo da tempo: i prezzi delle materie prime e dei generi di prima necessità possono essere calmierati senza produrre alcun danno al sistema delle imprese, le quali dovrebbero semplicemente rinunciare ai profitti esorbitanti ottenuti nel corso di questi anni.

Abbiamo certamente bisogno di un tetto ai prezzi, a cominciare da quello del gasolio e della benzina. Nel 2025, per esempio, la benzina costava 1,73 euro al litro e il gasolio 1,65 al litro, il che ci fa capire che il tetto introdotto temporaneamente da ENI è molto al di sopra di quello che pagavamo soltanto l’anno scorso. Un contenimento serio del prezzo dei carburanti deve quindi guardare a quelle cifre e non alla micro-riduzione appena introdotta.

Ma il vero tetto di cui abbiamo bisogno tutti, dagli autotrasportatori ai tassisti, dagli agricoltori a tutti quelli che per lavorare devono usare l'auto, fino a chi per vivere e spostarsi non può fare a meno di fare rifornimento, è quello ai profitti delle aziende che si arricchiscono mentre noi ci impoveriamo.

Introdurre un calmiere sui prezzi dei beni di prima necessità, e i carburanti sono tra questi, comporta un taglio dei profitti. Altre soluzioni non ci sono.

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31/08/2026

La costosa via d’accesso dell’Iran allo stretto di Hormuz

Dopo la metà di luglio, le petroliere iraniane cariche, ancora visibili ai sistemi di tracciamento commerciali, sono praticamente scomparse dallo Stretto di Hormuz. Alcune navi potrebbero aver continuato a navigare con i transponder spenti. Ciononostante, il traffico registrato ha mostrato con quanta rapidità il principale sbocco petrolifero dell’Iran sia tornato a essere il punto più debole della sua economia.

Lo stretto rimane il punto di vulnerabilità decisivo. Circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto transitava attraverso di esso prima dell’inizio della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran alla fine di febbraio. Il traffico è crollato, si è parzialmente ripreso con il memorandum di giugno, per poi diminuire nuovamente.

Le autorità iraniane hanno ripetutamente subordinato qualsiasi riapertura duratura dello stretto a condizioni politiche più ampie. La ricorrente incertezza ha costretto Teheran ad adattare la propria geografia economica attorno al punto critico.

Petrolio sotto pressione

I dati disponibili mostrano l’entità dell’interruzione. Prima della guerra, le esportazioni di greggio iraniano si attestavano in media intorno a 1,7 milioni di barili (270.300.000 litri) al giorno, con la Cina che ne assorbiva oltre l’80%. I dati della società di tracciamento navale Kpler indicano che le importazioni cinesi di greggio iraniano sono scese a circa 534.000 barili (84.906.000 litri) al giorno nella prima parte di agosto, ben al di sotto della media di 1,4 milioni di barili (222.600.000 litri) al giorno del 2025. Le offerte agli acquirenti cinesi sono diminuite e i prezzi sono aumentati con l’inasprirsi del blocco statunitense.

Allo stesso tempo, le autorità iraniane hanno riferito di aver trasferito 7,5 miliardi di dollari (6,4 miliardi di euro) in valuta estera, provenienti dal petrolio, alla banca centrale durante i primi quattro mesi dell’anno solare iraniano in corso, da fine marzo a fine luglio 2026. La cifra dimostra che le entrate continuavano ad affluire allo Stato, sebbene includesse proventi derivanti da vendite di petrolio precedenti.

Le entrate rimanenti vengono movimentate in condizioni più restrittive. Rotte più lunghe, trasferimenti da nave a nave, intermediari poco trasparenti e navi che disattivano frequentemente il sistema di identificazione automatica hanno fatto lievitare i costi. Gli acquirenti cinesi hanno attinto a carichi già al di fuori del Golfo e a scorte galleggianti nelle acque asiatiche. L’effetto netto è una riduzione dei volumi e una maggiore difficoltà di movimentazione degli stessi barili.

La risposta dell’Iran è stata quella di rafforzare le rotte secondarie e i canali di pagamento che riducono, senza eliminarli del tutto, la dipendenza dallo Stretto di Hormuz. Questi non possono sostituire Hormuz come sbocco per il greggio nella stessa misura. Possono tuttavia garantire il flusso delle importazioni, espandere il commercio non petrolifero e impedire che la pressione su un’unica rotta marittima isoli completamente il Paese.

Rotte oltre il golfo

Gli scambi commerciali e la logistica con Russia e Cina si sono espansi lungo il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud e i relativi collegamenti terrestri e marittimi. I volumi di merci sul corridoio sono cresciuti del 12% nel 2025, raggiungendo i 3,5 milioni di tonnellate, mentre le esportazioni russe verso l’Iran sono aumentate di oltre il 56% nei primi quattro mesi del 2026, seppur partendo da una base limitata.

Il terminale merci di Astara è in fase di completamento: le Ferrovie dell’Azerbaigian riferiscono che la progettazione è quasi terminata e la costruzione è completa per oltre il 93%. Il tratto ferroviario Rasht-Astara, attualmente incompiuto, rimane tale.

L’acquisizione dei terreni è progredita e i finanziamenti russi sono confermati, ma fino al completamento della linea, le merci dovranno comunque essere trasportate via ferrovia e via strada. Il trasporto marittimo attraverso il Mar Caspio, tra i porti russi e iraniani, ha quindi assunto una maggiore importanza pratica. Permette di evitare il blocco del Golfo, pur rimanendo esposto a sanzioni, sorveglianza e capacità portuale limitata.

Il Kazakistan si è inoltre assicurato una presenza logistica a lungo termine presso il porto di Shahid Rajaee a Bandar Abbas e ha manifestato interesse per Chabahar. Il trasporto merci su rotaia tra Kazakistan e Iran è aumentato notevolmente nel 2025. Il terminale di Bandar Abbas rafforza il commercio regionale, ma non aggira Hormuz. Chabahar, sul Golfo dell’Oman, rappresenta lo sbocco più rilevante a tale scopo.

Lo stesso porto di Chabahar è stato danneggiato dagli attacchi statunitensi di luglio, compresa la torre di controllo del traffico marittimo. La ferrovia Chabahar-Zahedan risulta essere completa per oltre il 90%, eppure la capacità del porto rimane limitata rispetto a Bandar Abbas.

È in costruzione anche il breve collegamento ferroviario Shalamcheh-Basra con l’Iraq. Se completato, migliorerebbe i collegamenti passeggeri e merci con l’Iraq, sebbene servirebbe al commercio regionale piuttosto che offrire un sostituto diretto per i terminali di esportazione petrolifera iraniani.

Anche i trasporti ferroviari tra Cina e Iran attraverso l’Asia centrale hanno acquisito importanza durante il blocco. Rimangono più lenti e costosi del trasporto marittimo di merci alla rinfusa, ma offrono a Teheran una rotta che non può essere bloccata da una flotta stazionata al largo della sua costa meridionale. La rete in via di sviluppo offre una sorta di assicurazione contro l’isolamento dal mare.

Resilienza a caro prezzo

Anche i canali finanziari si sono modificati parallelamente. I pagamenti avvengono sempre più spesso al di fuori del sistema del dollaro, tramite yuan, accordi bilaterali e baratto con beni e infrastrutture cinesi. Secondo alcune fonti, un meccanismo alternativo convogliava i proventi del petrolio iraniano verso progetti infrastrutturali cinesi, anziché trasferire denaro direttamente a Teheran. La portata di questo fenomeno è difficile da quantificare, poiché Teheran mantiene segreti i meccanismi di questi canali per proteggerli da sanzioni secondarie.

Ciò che si può desumere dai dati commerciali, dai dati di tracciamento delle navi e dalle segnalazioni sul campo è che questi canali alternativi esistono, vengono attivamente utilizzati e rendono comunque più costoso operare dall’Iran.

I costi sono visibili all’interno del Paese. Le fabbriche e le infrastrutture energetiche danneggiate dai combattimenti necessitano di sostegno statale, mentre le merci importate percorrono rotte più lunghe e costose. Recenti stime sul mercato del lavoro indicano che la disoccupazione è aumentata dal 7,3% al 9,1% nell’ultimo anno, con circa 450.000 persone che hanno perso il lavoro.

L’inflazione, che aveva raggiunto livelli estremi all’inizio dell’anno, rimane elevata. La carenza di energia e l’aumento dei costi logistici incidono sui prezzi al consumo. L’economia non è collassata, la contrazione della produzione nella primavera del 2026 è stata modesta rispetto alla portata degli attacchi, ma opera in condizioni più rigorose e con costi unitari più elevati.

L’Iran sta diventando meno dipendente dai canali finanziari controllati dall’Occidente e si sta affidando esclusivamente all’accesso marittimo. Questo cambiamento comporta dei costi. Il petrolio venduto attraverso reti informali, il trasporto merci su rotte terrestri e marittime più lunghe, e i pagamenti vincolati al baratto rendono l’economia meno efficiente, pur mantenendola operativa.

Lo stretto di Hormuz rimarrà cruciale, poiché nessuna ferrovia può trasportare il volume di greggio che lo attraversa. Tuttavia, ogni rotta funzionante verso Russia, Cina, Asia centrale e Iraq offre a Teheran maggiore margine di manovra per resistere a un blocco, garantendo che la chiusura di un punto strategico non isoli l’intero Paese.

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13/08/2026

Libia - Attacchi a impianti petroliferi e autobombe

In pochi giorni la Libia è stata travolta da episodi che ne rivelano la profonda instabilità interna. A Bengasi è stato ucciso in un attentato Fawzi al Mansouri, il capo dell’intelligence militare dell’Esercito nazionale libico (Enl) del gen. Haftar che controlla la parte orientale del paese.

Ci sono poi stati degli attacchi con droni contro l’importante complesso petrolifero di Zawiya nella zona occidentale del paese. Infine ci state le dimissioni del governatore della Banca centrale, Naji Issa.

A Bengasi il generale Fawzi al-Mansouri, responsabile dell’intelligence militare delle forze guidate dal generale Khalifa Haftar, è stato ucciso con un ordigno che sarebbe stato collocato sotto il suo veicolo ed è esploso mentre il militare stava salendo a bordo dell’auto. L’attacco è avvenuto nei pressi della sua abitazione. Nessun gruppo ha finora rivendicato l’attentato e le autorità della Libia orientale hanno aperto un’indagine.

Nelle stesse ore la Libia occidentale è stata colpita da un attacco con droni che ha provocato un vasto incendio nella raffineria di Zawiya, uno dei principali impianti petroliferi della Libia. La compagnia petrolifera nazionale ha dichiarato lo stato di massima emergenza.

L’impianto di Zawiya, si trova circa 45 chilometri a ovest di Tripoli e ospita la maggiore raffineria operativa della Libia, con una capacità di circa 120 mila barili al giorno che riceve attraverso un lungo oleodotto il greggio estratto a Sharara.

Quest’ultimo giacimento può produrre circa 300 mila barili al giorno, ed è gestito dalla Akakus Oil Operations, una società partecipata dalla National Oil Corporation libica insieme alla spagnola Repsol, alla francese TotalEnergies, all’austriaca Omv e alla norvegese Equinor.

La rilevanza del collegamento con Zawiya si estende indirettamente anche al vicino giacimento di El Feel: in caso di problemi sulla condotta Sharara-Zawiya, parte della produzione di Sharara può essere deviata attraverso l’oleodotto di El Feel verso il terminale di Mellitah.

Un’interruzione prolungata del sistema potrebbe pertanto richiedere una nuova riorganizzazione dei flussi e produrre ripercussioni anche sul giacimento di El Feel, (produzione 80-90 mila barili al giorno) in gestione alla Mellitah Oil & Gas, una società paritetica tra la Noc libica e l’italiana Eni.

Al momento, tuttavia, la Noc non ha annunciato riduzioni della produzione nei due giacimenti in conseguenza degli attacchi a Zawiya. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova” da fonti libiche, al momento non risultano impatti sulle attività di Eni in Libia.

La sicurezza dell’impianto di Zawiya riveste un’importanza particolare anche per l’Italia, prima destinazione del greggio libico. Secondo le più recenti stime sui traffici marittimi, nel primo semestre del 2026 il mercato italiano ha assorbito circa il 45 per cento delle esportazioni petrolifere della Libia.

I dati dell’Unione energie per la mobilità (Unem), calcolati dal punto di vista delle importazioni italiane, indicano inoltre che nei primi quattro mesi dell’anno sono arrivate dalla Libia circa 5 milioni di tonnellate di greggio, pari al 26,8 per cento del totale e in aumento del 13 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025.

La Libia si conferma come il principale fornitore petrolifero dell’Italia, davanti ad Azerbaigian e Kazakhstan. Come noto, il greggio libico è particolarmente ricercato perché prevalentemente “light sweet”, più leggero e con un basso contenuto di zolfo, dunque più semplice e meno costoso da lavorare, consentendo di ottenere più agevolmente prodotti ad alto valore come benzina, gasolio e carburante per l’aviazione.

A questi vantaggi si aggiungono la vicinanza geografica alle raffinerie italiane ed europee e rotte marittime brevi, che non attraversano né lo Stretto di Hormuz né quello di Bab el Mandeb oggi al centro del conflitto scatenato da Usa e Israele contro l’Iran.

Per l’Italia il dossier Libia non è soltanto geopolitico, il paese è infatti uno dei nodi più importanti della strategia energetica italiana nel Mediterraneo.

Il legame storico e più consistente è quello con l’Eni, presente nel Paese attraverso Eni North Africa, Mellitah Oil & Gas e GreenStream. Il gasdotto GreenStream trasporta verso l’Italia il gas estratto dai giacimenti libici di Wafa e Bahr Essalam.

Nel giugno scorso l’Eni e la National Oil Corporation libica hanno avviato il Sabratha Compression Project, un intervento destinato a sostenere la produzione del giacimento offshore di Bahr Essalam. Il nuovo sistema di compressione dovrebbe consentire di recuperare circa 800 milioni di metri cubi di gas all’anno. A marzo l’Eni aveva annunciato nuove scoperte di gas in Libia per oltre 28 miliardi di metri cubi.

Il quadro che emerge da questi avvenimenti è quello di una Libia ancora in piena instabilità e profondamente divisa e questo può avere ripercussioni anche sull’Italia.

Il rischio di nuove interruzioni di approvvigionamenti energetici dalla Libia assume una dimensione strategica in quanto il mercato petrolifero è già sottoposto alle forti pressioni provocate dalla crisi di Hormuz.

Il Brent è tornato vicino ai 90 dollari al barile, dopo essere sceso sotto gli 80 dollari appena una settimana fa.

Prima della guerra statunitense contro l’Iran, attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano oltre 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi; nel secondo trimestre del 2026 i flussi medi sono scesi a circa 4,9 milioni.

In questo contesto, la Libia rappresenta per l’Italia e per l’Europa una delle principali fonti alternative di greggio di alta qualità non dipendenti dalle rotte del Golfo. Un’eventuale compromissione del giacimento di Zawiya potrebbe dunque sottrarre al mercato barili difficili da sostituire in tempi brevi e aggiungere ulteriore pressione sui prezzi.

Ma la Libia continua a essere divisa e instabile.

A Tripoli agisce il governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibeh che deve però fare i conti con milizie e gruppi armati che competono per il controllo del territorio e delle risorse.

A est, invece, il gen. Haftar mantiene un forte controllo militare e politico sulla Cirenaica attraverso l’Esercito nazionale libico.

L’assassinio di un alto responsabile dell’intelligence militare nella Cirenaica non significa automaticamente un ritorno alla guerra civile. Ma rappresenta un segnale pesante, soprattutto perché colpisce direttamente uno degli apparati di sicurezza più importanti dell’area controllata da Haftar.

E arriva mentre il Paese dovrebbe affrontare una partita ancora più importante: quella della riunificazione delle istituzioni e delle elezioni nazionali.

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08/07/2026

Petrolio e conflitti globali nella crisi del capitalismo fossile statunitense

di Fabio Ciabatti

Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market, Verso Books, London 2024, pp. 336, € 18,47.

Il sovrano è pazzo, ma la sua follia non spiega un granché. Anzi è proprio ciò che va spiegato. Come è possibile che la più grande potenza mondiale, gli Stati Uniti, si sia messa nelle mani di uno squilibrato? La domanda non nasce certo da un’ingenua fiducia nelle presunte virtù della democrazia americana. Piuttosto la vera questione è come sia potuto accadere che il deep state americano, cioè l’insieme di istituzioni, apparati e interessi che garantiscono la continuità del ruolo globale degli Stati Uniti, si sia affidato a un presidente che ha una ben scarsa cognizione di quello che fa, come appare chiaramente dalla gestione della guerra scatenata contro l’Iran insieme a Israele. Per farla breve, deve essere un sistema impazzito nel suo complesso quello che riesce a partorire soltanto una strategia del “cane pazzo” (formula coniata, guarda caso, dal fu capo di stato maggiore israeliano Moshe Dayan) come unica via per cercare di tirarsi fuori dal pantano delle sue contraddizioni interne (una coesione sociale oramai in pezzi) ed esterne (la crisi della sua egemonia globale). Dio acceca chi vuole perdere, verrebbe da commentare con malcelata soddisfazione, se di mezzo non ci fossero innumerevoli vittime, per non parlare della famigerata valigetta nucleare affidata a mani davvero poco rassicuranti.

Quanto alle accennate contraddizioni esterne, un capitolo importante di questa storia andata a male è costituito dalle profonde trasformazioni che ha subito dall’inizio del nuovo millennio il capitalismo fossile a guida statunitense, perno fondamentale dell’ordine globale del dopoguerra. Sebbene si tratti solo di un capitolo di una storia più ampia, sarebbe sbagliato sottostimarne la profonda rilevanza per comprendere il proliferare sempre più accelerato di conflitti bellici a cui stiamo assistendo. A tal proposito può essere utile prendere le distanze dall’immediata attualità e soffermarsi sulle dinamiche strutturali di più lungo periodo attraverso un interessante testo di Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market. In questo modo possiamo mettere a fuoco come il petrolio non sia semplicemente una risorsa energetica tra le altre, ma rappresenti una componente materiale che attraversa l’intero sistema economico mondiale, legando produzione industriale, trasporti, finanza e potere politico. Seguendo il libro di Hanieh possiamo comprendere come il petrolio, con la sua maggiore densità energetica, portabilità e flessibilità chimica, si sia affermato quale substrato energetico ideale per alimentare l’accumulazione senza fine del capitalismo. La sua centralità emerge se non ci limitiamo a considerare le operazioni di ricerca e estrazione del greggio (le attività a monte, upstream), ma rivolgiamo il nostro sguardo anche alla raffinazione, alla distribuzione e all’industria petrolchimica (le attività a valle, downstream). Il petrolio, in breve, è una componente strutturale del sistema industriale non solo come fonte di energia, ma anche come elemento costitutivo di una vastissima gamma di beni prodotti quali materie plastiche, fibre sintetiche, fertilizzanti, gomma ecc..

L’oro nero si afferma come perno del sistema capitalistico nell’ambito di un ordine coloniale in cui le potenze europee controllano le principali riserve, in Medio Oriente come in America Latina. Le concessioni petrolifere riflettono una divisione internazionale del lavoro che assegna ai paesi produttori il ruolo di fornitori di materie prime, mentre il valore aggiunto si concentra nei centri industriali. Questa gerarchia globale sopravvive anche dopo la conquista dell’indipendenza da parte dei paesi produttori del Medio Oriente e il parziale riequilibrio dei rapporti di forza conseguito attraverso la creazione dell’OPEC negli anni Settanta. 

Nel dopoguerra il petrolio soppianta il carbone come prima fonte energetica in Europa, passaggio già avvenuto negli USA prima del secondo conflitto mondiale, diventando la base energetica per la diffusione dell’automobile, la crescita urbana e l’industrializzazione di massa. Questo ordine globale si basa su un sistema di alleanze degli Stati Uniti con i paesi produttori del Medio Oriente e, in particolare dopo il 1967, con Israele. Lo stato sionista, durante la Guerra dei sei giorni contro Egitto, Siria e Giordania, dimostra la sua utilità nello sconfiggere il nazionalismo arabo, impegnato a trasformare il petrolio nella risorsa per lo sviluppo dei Paesi produttori, sottraendo una parte consistente dei suoi proventi alle imprese occidentali. Circostanza che spiega, tra l’altro, la predilezione statunitense nello stringere legami strategici con sistemi autocratici e reazionari, meno inclini a soddisfare le rivendicazioni delle rispettive popolazioni e dunque poco propensi a sfidare, almeno in quella fase, il controllo occidentale sulle proprie risorse. 

Questo controllo ha anche un altra importante conseguenza per il capitalismo globale: l’oro nero rappresenta uno dei pilastri dell’ordine finanziario internazionale grazie al suo legame con il dollaro, soprattutto a partire dagli anni Settanta con la fine del sistema di Bretton Woods e con la crescita dei prezzi del greggio successivo agli shock petroliferi. I paesi produttori, infatti, vendono il greggio in moneta statunitense e reinvestono i suoi proventi nei mercati finanziari occidentali, in particolare negli USA. Questo meccanismo rafforza il ruolo del dollaro come moneta mondiale e consente agli Stati Uniti di finanziare, ancora oggi, il proprio disavanzo e mantenere una posizione dominante nell’economia globale. 

A partire dagli anni Duemila, ed è qui che volevamo arrivare, questo sistema entra in una fase di profonda trasformazione che si può schematizzare attraverso due processi di portata storica. In primo luogo, si assiste nei paesi produttori alla crescita delle società petrolifere nazionali a controllo statale (National Oil Companies) che si sviluppano come enormi e diversificate corporation con l’integrazione delle attività a monte e a valle sul modello delle imprese americane ed europee, superando le major private nord-occidentali quanto a produzione e riserve di petrolio, capitalizzazione di mercato e quantità di esportazioni.

Per avere un’idea delle proporzioni di questo fenomeno, prendiamo come esempio Saudi Aramco, il colosso nazionale dell’Arabia Saudita. Nel 2019 ha realizzato la più grande Offerta Pubblica Iniziale di azioni al pubblico (IPO) mai vista fino ad allora (primato superato solo quest’anno da SpaceX di Musk) e nel 2022 ha conseguito il più elevato profitto mai registrato a livello globale da un’azienda, in qualsiasi settore. Analogamente, aziende come l’emiratina ADNOC, la qatariota QatarEnergy, la russa Rosneft e anche le cinesi CNPC e Sinopec svolgono un ruolo centrale sia come attori di mercato sia come strumenti di politica economica e geopolitica dei rispettivi Stati. I colossi petroliferi occidentali, invece, sono sempre più controllati da banche d’investimento, fondi di private equity e società di gestione patrimoniale, tra cui un ruolo fondamentale è riservato alle onnipresenti Big Three (Blackrock, Vanguard e State Street). 

Venendo al secondo aspetto della trasformazione sopra richiamata, si deve registrare un cambiamento radicale nella geografia della domanda energetica. La maggior parte delle esportazioni di petrolio greggio e raffinato da USA, Canada e Messico si dirige verso il blocco nord americano, per lo più controllato dalle major occidentali. Per quanto riguarda il Medio Oriente, invece, il suo petrolio fluisce sempre più verso l’Asia a differenza di quanto accadeva nel secondo dopoguerra quando si dirigeva principalmente verso l’Europa occidentale. La Cina è la principale protagonista di questa trasformazione. Nel 2000 rappresentava solo il 6% della domanda mondiale di petrolio, ma dopo circa vent’anni consumava il 14% del greggio a livello globale, seconda solo agli Stati Uniti. Allo stesso tempo l’Asia nel suo complesso consumava quasi un terzo del petrolio mondiale, più di Europa, Russia, Africa, Centro e Sud America messe insieme. L’India segue una traiettoria simile a quella cinese, con una domanda in crescita rapida che la rende uno dei principali poli energetici globali. Anche la Russia, soprattutto dopo il 2022, ha ridirezionato una parte significativa delle sue esportazioni di petrolio proprio verso Cina e India, offrendo prezzi scontati e rafforzando ulteriormente l’asse energetico eurasiatico.

Questo spostamento si riflette nel rafforzamento di rapporti economici bilaterali tra stati mediorientali e asiatici. L’Arabia Saudita ha consolidato la Cina come suo principale cliente, mentre investe direttamente in raffinerie e impianti petrolchimici del Paese. Allargando lo sguardo, tra il 2012 e il 2021, circa la metà degli investimenti provenienti da paesi non asiatici e indirizzati verso asset petroliferi della stessa Asia proveniva dagli Stati del Golfo. Non solo Cina, dunque, ma anche Corea del Sud, Singapore, Malesia e Giappone: sono questi i Paesi in cui le imprese del Golfo Persico (utilizzando materie prime provenienti dallo stesso Golfo) producono prodotti petroliferi raffinati e sostanze chimiche di base che vengono poi commercializzati in Asia. L’ex Impero celeste, da parte sua, ha indirizzato crescenti risorse finanziarie verso il Medio Oriente: tra il 2017 e il 2021 il 30% dei suoi investimenti legati al petrolio sono andati in questa regione (erano circa il 6% nel quinquennio precedente), una quota superiore rispetto a qualsiasi altra area del mondo.

Questa trasformazione riguarda in realtà l’intera organizzazione del sistema produttivo globale. La Cina e l’Asia nel suo complesso non sono soltanto grandi consumatori di energia, ma anche il centro dell’industria manifatturiera mondiale, compresa la produzione petrolchimica, attività in cui hanno superato USA ed Europa. Tra il 1992 e il 2022, infatti, la capacità di raffinazione del petrolio asiatica è cresciuta fino al 29% del totale mondiale. In questo settore l’unica altra regione che aumenta la sua quota globale è il Medio Oriente che dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso ha più che raddoppiato la sua capacità di raffinazione, arrivata fino all’11% del totale.

È inoltre da notare il fatto che i principali attori nel settore della raffinazione dalla fine del secolo scorso sono rimasti più o meno gli stessi, mentre sono cambiate le posizioni relative: quindici imprese detengono circa la metà della capacità produttiva mondiale (era circa il 40% a fine secolo scorso) e tra queste il primo, il secondo e il quarto posto sono oggi appannaggio di sauditi o cinesi (Saudi Aramco, CNCP e Sinopec), mentre nel 1999 i tre più grandi produttori erano tutti occidentali (Royal Dutch Shell, Exxon e BP Amoco). Più in generale, circa la metà della capacità di raffinazione tra le prime quindici oil company è attualmente detenuta da imprese petrolifere nazionali, contro il 37% del 1999. Ma il controllo statale degli idrocarburi, è bene sottolinearlo, non è in contraddizione con la crescita del capitale privato in questo settore e in quelli collegati perché proprio attraverso le partnership con le società petrolifere pubbliche molti conglomerati aziendali nazionali si sono potuti espandere in Asia, Medio Oriente e Russia.

Tutte le trasformazioni che abbiamo brevemente descritto hanno anche rilevanti conseguenze sul mercato monetario e finanziario internazionale. Nel 2018 la Shanghai International Energy Exchange, la borsa merci cinese con focus su prodotti energetici e materie prime, lancia un contratto futures sul petrolio con l’obiettivo di farlo diventare benchmark di riferimento per il prezzo dell’oro nero nella regione Asia-Pacifico. Poiché si tratta di un contratto denominato in renminbi, la moneta cinese, esso rappresenta una potenziale minaccia per l’egemonia internazionale del dollaro. Per quanto il commercio denominato in renminbi sia cresciuto da allora, il dollaro continua ad essere di gran lunga la moneta di riferimento per il petrolio, così come per il commercio transfrontaliero in generale (per non parlare del suo ruolo ancora preponderante come valuta di riserva mondiale). Ciò non di meno la minaccia per il “privilegio esorbitante” della moneta statunitense sul mercato mondiale rimane, almeno in prospettiva, anche alla luce della situazione debitoria degli USA sempre più problematica.

Per riassumere il testo di Hanieh, la produzione di merci a livello globale, incluso molto di ciò che viene alla fine consumato in Europa e negli Stati Uniti, fa perno oramai sull’asse del capitalismo fossile che connette i giacimenti petroliferi, le raffinerie e le fabbriche del Medio Oriente e dell’Asia. Torniamo dunque all’attualità, tenendo conto della cornice concettuale dell’autore per inquadrare la guerra contro l’Iran nell’ambito del più ampio scontro tra Stati Uniti e Cina. Il petrolio è al centro di questo conflitto, anche se la principale materia del contendere non riguarda le necessità di approvvigionamento degli USA che, anche grazie allo shale oil, sono diventati il primo produttore e uno dei più principali esportatori di petrolio a livello mondiale. La vera questione sta nell’interesse degli Stati Uniti a riprendere il controllo della risorsa attraverso cui si organizza il sistema globale per avere la capacità di condizionare lo sviluppo del Paese che viene considerato apertamente come la principale sfida sistemica all’ordine internazionale da loro guidato. Un controllo che significherebbe anche consolidare il rapporto tra oro nero e dollaro.

Se questo è il quadro, l’attacco all’Iran, per quanto progettato e gestito in modo sconsiderato, ha una sua logica che non può essere ridotta al capriccio di un presidente folle e ricattabile (anche se folle e ricattabile lo è davvero). L’Iran rappresenta un nodo strategico sia per le sue risorse sia per la sua posizione geografica. Il suo legame strategico con la  Cina ne rafforza il ruolo all’interno di un possibile blocco energetico alternativo. Lo scontro con gli Stati Uniti, dunque, riflette il tentativo di impedire che si consolidi un’integrazione tra Medio Oriente e Asia capace di sfuggire al controllo occidentale. Già ne La grande scacchiera del 1997, Zbigniew Brzezinski  avvertiva che lo scenario più pericoloso, per quanto ritenuto allora improbabile, sarebbe stato quello di una coalizione anti-egemonica composta da Cina e Russia, con la possibile aggiunta dell’Iran, unificata non da una comune ideologia, ma da rivendicazioni complementari.

Insomma, se è pur vero che Netanyahu ha trascinato Trump in guerra facendolo fesso con la promessa di una facile vittoria, rimane il fatto che le ragioni di fondo di questo conflitto non le ha certo inventate il premier israeliano. Anche perché i Paesi del Golfo, come si può arguire dal testo Hanieh, stanno oramai sviluppando propri interessi economici e geopolitici tali da renderli per gli Stati Uniti degli alleati non completamente affidabili. Quello che è certo è che la guerra all'Iran ha dimostrato come la rete di basi militari americane, invece di essere uno scudo protettivo, rappresenti un pericolo per i Paesi del Golfo. L’unico rapporto nel Medio Oriente che appare al momento irrinunciabile per gli USA, per quanto anch’esso si sia mostrato oramai problematico, è quello con Israele, uno Stato che considera come minaccia esistenziale il consolidamento di qualsiasi potenza regionale: oggi l’Iran, domani la Turchia e dopodomani chissà. Anche nella scelta degli amici più fidati si confermano le pulsioni belliciste e suprematiste degli USA, sintomi di una crisi destinata a proseguire e, probabilmente, ad approfondirsi. Folle o meno che sia il suo prossimo sovrano.

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08/06/2026

Il rapporto tra petrolio, guerra e imperialismo, ieri e oggi

di Domenico Moro

Nonostante la recente guerra tra Usa e Israele, da una parte, e l’Iran, dall’altra, si svolga in un’area, il Medio Oriente, dove è situato il 48% delle riserve provate di petrolio e che soddisfa il 31% dei consumi petroliferi mondiali, c’è ancora chi ha difficoltà a collegare il petrolio con le cause del conflitto. Questo accade anche per quanto riguarda il principale quotidiano economico italiano, secondo il quale: “...le cause di questa guerra non sono economiche: almeno per quanto ne possiamo sapere, l’economia ne è stata una importante conseguenza, non il movente”.[i]

In realtà, lo scoppio di una guerra è sempre stato legato a cause economiche e in particolare all’accesso e al controllo delle materie prime. Questo era vero anche nell’antichità. Ad esempio, nel 43 d.C. l’Impero Romano invase e conquistò la Britannia, soprattutto perché questa era fonte di metalli industriali come lo stagno, fondamentale per la produzione del bronzo, e il piombo, necessario per le tubature e le costruzioni, oltre che di metalli preziosi, come l’oro e l’argento, e di grano.

Il petrolio e le due guerre mondiali

Il legame tra economia e guerra si è fatto ancora più saldo da quando alcuni secoli fa si è affermato il modo di produzione capitalistico. In particolare, da quando si è sviluppata la grande industria basata sulle macchine, il controllo delle materie prime è diventato uno dei maggiori fattori scatenanti della guerra. Sicuramente, tra le materie prime ricoprono una importanza decisiva quelle energetiche perché senza energia non si può mettere in movimento nessun tipo di macchina. All’interno delle materie prime energetiche, nonostante tutti gli sforzi di emancipazione dai combustibili fossili, il petrolio rimane quella più importante. Nel 2023, a livello mondiale, è stata fornita energia proveniente per 191,6 milioni di Terajoule (TJ) dal petrolio, per 161,8 milioni dal carbone, per 144 milioni dal gas naturale, per 56 milioni dai biocarburanti e dai rifiuti, per 29,9 dal nucleare, per 20,7 milioni da solare, eolico e altre fonti naturali e per 15,3 milioni dall’idroelettrico[ii].

Il petrolio cominciò a essere importante nel corso dell’Ottocento per l’illuminazione, ma divenne fondamentale tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Questo accadde sia per la nascita dell’industria automobilistica, con i suoi veicoli mossi da motori a combustione interna, sia per il passaggio delle navi da una propulsione mossa da una energia fornita dal carbone a una fornita dal petrolio. Furono soprattutto le flotte militari ad aver bisogno del petrolio. Infatti, la Gran Bretagna, che basava la sua egemonia economica mondiale anche sul possesso della flotta militare più potente, osservò all’inizio del Novecento che la Germania la stava raggiungendo non solo come potenza industriale, ma anche come potenza navale. Winston Churchilli, che all’epoca era Primo Lord dell’Ammiragliato britannico, spinse pertanto per il passaggio dal carbone al petrolio, in modo da aumentare la velocità delle sue navi da guerra e avere la meglio sulla flotta tedesca. Churchill, inoltre, fu il primo a individuare il nesso tra controllo statale del petrolio e potenza militare. Dal momento che né in Gran Bretagna né nel suo impero esistevano giacimenti petroliferi importanti, per non dipendere dagli Usa, fece entrare lo Stato in una compagnia privata britannica, la Anglo Persian Oil company che controllava il petrolio iraniano.

La stretta vigilanza sulle fonti petrolifere divenne, quindi, di importanza strategica e fu una delle cause che determinarono lo scoppio della Prima guerra mondiale. In particolare, uno dei più importati motivi fu l’opposizione della Gran Bretagna alla Bagdadbahn, cioè alla ferrovia che la Germania si era accordata con governo turco di costruire tra Istanbul e l’attuale Iraq, all’epoca parte dell’Impero ottomano, e, come oggi, ricchissimo di petrolio. La strada ferrata era pagata dal governo turco mediante la concessione alla Germania di tutte le sorgenti petrolifere che si trovassero entro un raggio di dieci chilometri dal percorso della ferrovia[iii]. Ad ogni modo, la Prima guerra mondiale, scoppiata soprattutto per la competizione tra Gran Bretagna e Francia, da una parte, e Germania, dall’altra, per la spartizione delle colonie e quindi per il controllo delle materie prime presenti in esse, sancì la strategica importanza del petrolio, che divenne sempre più necessario in una guerra che, per la prima volta vide l’utilizzo massiccio di camion, carri armati e aerei, tutti mossi grazie all’energia derivata dal petrolio.

Si può rintracciare il petrolio anche all’origine della Seconda guerra mondiale. Hitler, già nel Mein Kampf, il suo manifesto politico risalente al 1925, molto tempo prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, aveva scritto che una guerra a Ovest, contro la Francia e la Gran Bretagna, era da pensare solo per evitare di essere presi tra due fuochi, una volta che la Germania avesse attaccato a Est. L’Europa dell’Est, soprattutto la Russia, era il vero obiettivo di Hitler. Era quello il lebensraum, lo spazio vitale, necessario per dare alla Germania quella profondità di territorio e quelle materie prime necessarie a fargli assumere il ruolo di potenza industriale e politica mondiale. Fra i motivi che condussero Hitler ad attaccare l’Unione Sovietica nel giugno del 1941, coinvolgendola nel conflitto, c’era anche il petrolio. L’obiettivo di Hitler, infatti, era l’occupazione di Baku e degli altri giacimenti petroliferi del Caucaso sovietico, tra i più importanti del mondo. Fra l’altro, gli esperti economici di Hitler l’avevano avvertito che senza il petrolio del Caucaso la Germania non avrebbe potuto continuare la guerra. Per questo, all’inizio del 1942 fu lanciata una grande offensiva in territorio russo, il cui obiettivo era il petrolio, quello del Caucaso e, sperando di proseguire l’avanzata nella profondità dell’Asia, anche quello iracheno e iraniano. Quando la Sesta armata tedesca fu accerchiata dai sovietici a Stalingrado, e il suo comandante, Von Paulus, chiese urgentemente rinforzi, Hitler glieli negò, per non sguarnire le colonne dirette verso il Caucaso. Malgrado ciò a gennaio 1943 i tedeschi furono costretti a ritirarsi dal Caucaso e a febbraio Von Paulus si arrese ai sovietici.

Il petrolio giocò un ruolo importante, anzi decisivo, anche nello scacchiere del Pacifico della Seconda guerra mondiale, in particolare nel generare la spinta imperialista del Giappone e nello scoppio della guerra tra questo e gli Usa. Come è risaputo, all’alba del 7 dicembre 1941 gli aerei giapponesi attaccarono di sorpresa la flotta statunitense ancorata nella base navale di Pearl Harbor, distruggendo una parte delle navi e degli aerei. L’attacco, avvenuto a sorpresa e senza dichiarazione di guerra, suscitò una ondata di sdegno tale che gli Usa entrarono immediatamente in guerra, superando d’un balzo le posizioni neutralistiche che erano state prevalenti fino ad allora. Gli Usa erano enormemente più forti del Giappone da tutti i punti di vista, a partire dalla potenza industriale e dalla disponibilità di materie prime. Infatti, la guerra si concluderà con la piena e totale disfatta del Giappone, bersagliato anche da due bombe atomiche. Perché allora il Giappone decise, pur consapevole della sua netta inferiorità, di attaccare gli Usa?

Il Giappone, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, fu l’unico paese non bianco e non europeo (o di origine europea come gli Usa) a essere riuscito a darsi uno sviluppo industriale, mentre il resto dell’Asia era sottomessa alle potenze imperialiste europee o agli Usa. Il Giappone entrò, inoltre, all’interno della competizione tra imperi, cercando di costruirne uno proprio in Asia, a partire dall’invasione della Cina. Il Giappone, però, era allora, come lo è oggi, totalmente privo di materie prime e soprattutto della materia prima più importante, il petrolio, che importava per l’80% dagli Usa e per il 13% dalle Indie Olandesi. Quindi, il pericolo di un embargo petrolifero da parte statunitense spaventava le élite giapponesi che, per i loro progetti imperialisti, volevano essere indipendenti e autonomi da altre potenze. Nel luglio del 1941 il Giappone decise di attaccare l’Indocina, testa di ponte per le Indie Olandesi, ricche del petrolio che gli era necessario. Per risposta, il governo americano, seguito da quello britannico e olandese, decise l’embargo sul petrolio. Senza importazioni di petrolio le navi giapponesi avrebbero perduto la loro mobilità e le loro riserve non sarebbero durate più di due anni. A questo punto, i Giapponesi tentarono la via diplomatica, offrendo agli Usa persino la rottura con la Germania nazista. Ma gli Usa intimarono al Giappone di ritirarsi dall’Indocina e dalla Cina, una decisione che per i giapponesi sarebbe stata equivalente alla resa. Fu per questa ragione che i giapponesi tentarono una carta pericolosa: attaccare e distruggere la flotta Usa tutta in una volta, evitando un lungo conflitto che alla lunga avrebbe visto prevalere l’enorme apparato economico-militare statunitense. Secondo alcuni, in realtà gli Usa usarono l’embargo petrolifero per spingere alla guerra il rivale e regolare i conti una volta per tutte. Inoltre, il governo americano avrebbe saputo dell’imminente attacco giapponese e non fece trovare a Pearl Harbor le portaerei, le navi più importati della flotta. Lasciarono, dunque, che si realizzasse l’attacco per poter convincere l’opinione pubblica americana ad abbandonare la neutralità[iv]. Quindi, possiamo dire che il petrolio sia stata la motivazione principale dell’entrata in guerra del Giappone.

Dunque, il petrolio è stato alla base delle due guerre mondiali e di molte altre guerre, specialmente quelle che si sono svolte nel Medio Oriente dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi. Il petrolio diventa, però, come abbiamo visto, causa di guerre perché siamo immersi in un sistema di relazioni economiche e politiche internazionali, che imperialista. L’imperialismo si fonda sul dominio e sullo sfruttamento della maggior parte dell’umanità da parte di un pugno di nazioni capitalisticamente avanzate. È in questo quadro che diventa fondamentale per l’imperialismo il controllo del petrolio, da una parte, per garantire al proprio capitale profitti elevati grazie a energia a costi ridotti, e, dall’altra parte, per evitare che l’importante risorsa sia controllata dai concorrenti. Infatti, è caratteristica dell’imperialismo quella di cercare di egemonizzare territori ricchi di risorse non solo per proprie necessità di approvvigionamento, ma per impedire che se ne approprino i concorrenti. Questo era immediatamente evidente all’epoca dell’imperialismo coloniale, quando le potenze europee governavano direttamente i territori periferici.

Oggi, invece, a distanza di almeno mezzo secolo dalla fine della decolonizzazione, qual è il rapporto tra petrolio e imperialismo? E, più specificatamente come c’entra il petrolio del Medio Oriente nella recente guerra di Usa e Israele contro l’Iran?

Il petrolio nella “terza guerra mondiale a pezzi”

Anche oggi il controllo delle risorse petrolifere è importante per l’imperialismo, in particolare per quello egemone, gli Usa. Soprattutto, perché gli Usa sono in una fase di decadenza dal punto di vista economico e politico, a fronte dell’ascesa della Cina. Il Pil di quest’ultima, se calcolato a parità di potere d’acquisto, ha già superato quello statunitense, e sul piano tecnologico, settore sul quale gli Usa sono stati storicamente prevalenti, la Cina, ormai tallona gli Stati Uniti. A questo si aggiunge il controllo cinese delle terre rare, che sono indispensabili per le produzioni tecnologicamente avanzate, dai chip alle auto elettriche, all’industria bellica. Infatti, proprio a causa della minaccia di blocco delle esportazioni di terre rare cinesi, Trump ha dovuto mitigare i dazi che voleva imporre alla Cina, allo scopo ridurre il debito commerciale degli Usa verso la potenza asiatica. Probabilmente è anche per riequilibrare il dominio cinese sulle terre rare che Trump ha pensato di stringere la presa sull’offerta di petrolio, sottomettendo il Venezuela, con il rapimento di Maduro, e attaccando l’Iran. Infatti, il Venezuela è il singolo paese con le maggiori riserve mondiali di petrolio e l’Iran è un tassello fondamentale del Medio Oriente, che, come detto, ospita quasi la metà delle riserve di petrolio mondiale e il 40% di quelle di gas. Soprattutto, l’Iran e il Venezuela sono paesi molto legati alla Cina, che deriva una parte importante dei suoi approvvigionamenti di petrolio dal Medio Oriente e che assorbe la quasi totalità dell’export di greggio iraniano. Ristabilire il controllo sul petrolio venezuelano e del Medio Oriente è, quindi, un passaggio di quella che papa Francesco chiamava “terza guerra mondiale a pezzi”, che viene combattuta tra Usa e Cina non in modo diretto bensì attraverso proxy.

Ma il controllo del petrolio mondiale è importante per gli Usa anche per un’altra ragione, che è ancora più decisiva. Si tratta di una ragione che rimanda ai meccanismi economici di funzionamento e alla natura imperialistica degli Usa. Il modo di produzione capitalistico si fonda sull’accumulazione sempre più ampia di capitale attraverso la realizzazione del maggiore profitto possibile. Questo meccanismo a lungo andare produce una tendenza alla sovraccumulazione di capitale, cioè alla caduta del saggio di profitto. Ciò è tanto maggiore quanto più un paese è capitalisticamente avanzato. Gli Usa sono il paese più avanzato del mondo e, infatti, presentano al più alto grado la sovrapproduzione di capitale. Per risolvere questa situazione il capitale ha tre strade: ridurre il salario in patria, spostare la produzione in paesi dove i salari siano inferiori e il saggio di profitto più alto, e spostare i capitali dalla produzione alla finanza, creando profitto direttamente dal denaro, senza passare dalla produzione. Per queste ragioni, negli Usa si è generata una forte deindustrializzazione e uno sviluppo abnorme dei mercati finanziari. Gli Usa, quindi, consumano molti più beni di quanti ne producono, creando così un debito commerciale sempre più ampio. Inoltre, per sostenere le proprie imprese e le proprie banche nelle crisi che si sono succedute, e le enormi spese militari necessarie a mantenere la loro posizione di dominio mondiale, gli Usa hanno accumulato un debito pubblico sempre maggiore. Infine, gli Usa per finanziare il debito commerciale e pubblico e per alimentare i propri mercati finanziari hanno attirato ingenti masse di capitali da tutto il mondo. La posizione finanziaria netta verso l’estero o, in inglese Net International Investment Position (NIIP) è l’indicatore che misura il rapporto tra capitali in uscita e in entrata in un dato paese. La NIIP degli Usa è da decenni negativa, cioè il capitale importato dall’estero è crescentemente maggiore di quello esportato. Quindi, gli Usa, con il debito commerciale, statale e finanziario più grandi del mondo, sono da tempo il più grande debitore internazionale, che sostiene la propria posizione debitoria solo succhiando capitali, merci, lavoro e ricchezze dal resto del mondo.

Il meccanismo di finanziamento degli Usa basato su dollaro e petrolio

La domanda, a questo punto, è: come riescono gli Usa a farsi pagare i debiti dal resto del mondo? La risposta è che ci riescono perché hanno il dollaro, la valuta utilizzata come riserva mondiale. Ciò significa che le banche centrali di tutto il mondo devono detenere dollari nei loro bilanci, allo scopo di regolare il valore delle loro valute. Di conseguenza, acquistano titoli di stato americani (treasury), che, beneficiando di una domanda elevata, mantengono i tassi di interesse più bassi di quanto avverrebbe in base all’entità del debito statunitense. Il meccanismo, quindi, è semplice: gli Usa stampano dollari con i quali acquistano beni da paesi esteri, tra i quali la Cina, che accumulano enormi surplus commerciali. Che fine fanno questi surplus? Vanno a comprare i treasury. In questo modo, gli Usa finanziano nello stesso tempo debito commerciale e debito pubblico. Inoltre, sempre perché il dollaro è valuta mondiale, gli Usa riescono ad attirare capitali in investimenti in dollari, non solo in treasury, ma anche in azioni e altri prodotti finanziari, alimentando la loro borsa. In questo modo, i mercati finanziari americani continuano a essere i maggiori del mondo e le grandi imprese americane, oggi specialmente le big tech come Meta e Amazon, trovano investitori che finanziano i loro enormi investimenti, ad esempio in ricerca sull’IA, e garantiscono alti profitti. Quindi, grazie al dollaro gli Usa riescono a sostenere la loro posizione finanziaria netta negativa.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale il dollaro ha cominciato a ricoprire la funzione di moneta mondiale, grazie al fatto che gli Usa producevano all’epoca la metà del Pil mondiale, erano il maggiore esportatore mondiale di beni manufatti, possedevano gran parte delle riserve d’oro mondiali, ed erano la maggiore potenza militare mondiale. Per tutte queste ragioni, la loro moneta era considerata sicura e stabile e, quindi, di riferimento a livello internazionale. Tuttavia, col tempo la situazione economica degli Usa è peggiorata. A partire dal 1969, gli Usa hanno cominciato ad accumulare debito commerciale specie verso le economie, ripresesi dai disastri della guerra, di Europa occidentale e Giappone, che hanno cominciato ad accumulare surplus commerciali sempre più ampi. Va ricordato a questo punto, che il dollaro a quell’epoca era agganciato all’oro. Ora, sia perché gli Usa avevano fatto crescere il proprio debito statale per la guerra in Vietnam, sia perché i paesi che avevano un surplus commerciale con gli Usa potevano chiedere di essere pagati in oro al posto dei dollari, c’era il timore che le riserve d’oro statunitensi si assottigliassero. Per questo il presidente Nixon nel 1971 decise di sganciare il dollaro dall’oro, trasformandolo in valuta fiat, basata sulla fiducia.

C’era, quindi, bisogno di sostenere il dollaro in un altro modo. Questo modo fu trovato nel 1974, quando gli Usa strinsero un accordo con l’Arabia Saudita, che fu seguito da altri accordi con paesi del Medio Oriente e dell’Opec. L’Arabia Saudita (e via via altri paesi) accettò di vendere il proprio petrolio esclusivamente in dollari, e, in cambio gli Usa promettevano di proteggerla militarmente. Era nato il petrodollaro. Quindi, gli Usa potevano finanziare il proprio debito e la propria accumulazione di capitale attraverso il dollaro, fondandosi sul monopolio mondiale della forza, ottenuto con le spese militari di gran lunga maggiori a livello mondiale. Oltre al circolo vizioso, descritto sopra, con i paesi detentori di ampi surplus commerciali, si realizzava un altro circolo vizioso: gli Usa con la loro forza militare garantivano il dominio del dollaro e con il dollaro finanziavano la loro forza militare.  Gli Usa in pratica diventarono “il” parassita mondiale. Tale parassitismo deriva la sua origine dai meccanismi economici del capitalismo, che, portati all’estremo limite, generano l’imperialismo, ossia il dominio di un paese, o di un pugno di paesi avanzati, sulla grande maggioranza dell’umanità. Il settore dominante del capitalismo statunitense è il capitale finanziario ossia l’integrazione di banche, istituzioni finanziarie e grandi imprese multinazionali monopolistiche. Il capitale finanziario si alimenta non solo attraverso i super-profitti delle multinazionali derivati dallo sfruttamento dei lavoratori a basso salario del Sud globale, ma anche attraverso l’attrazione di capitali dall’estero che alimentano i mercati finanziari degli Usa e l’investimento di capitale delle multinazionali americane verso l’estero.

Il giocattolo si sta rompendo: la tendenza alla dedollarizzazione

Ora, il problema è che questo meccanismo parassitario sta andando in crisi per molte ragioni. La prima è che le contraddizioni del capitalismo Usa si sono talmente divaricate che il loro debito è diventato senza controllo. Il debito col resto del mondo, nell’interscambio di beni e servizi, è quasi raddoppiato tra 2016 e 2025, passando da 479 a 911,6 miliardi di dollari[v]. Il debito pubblico all’inizio del 2026 è arrivato alla cifra monstre di 39mila miliardi di dollari, pari al 125%, ma si prevede che arriverà nel 2030 al 140% e nel 2050 al 200%. La posizione finanziaria netta verso l’estero è risultata negativa per 12mila miliardi nel 2020 e, più che raddoppiata, per 27,6mila miliardi nel 2025[vi].  La seconda ragione è che sempre più paesi del Sud globale, spalleggiati da Cina e Russia, rifiutano la propria subordinazione all’imperialismo, specie a quello statunitense. A questo è legato il processo di dedollarizzazione, cioè di lento ma progressivo abbandono del dollaro come valuta di riserva e di scambio internazionale. Mentre fino a poco tempo fa il petrolio veniva venduto totalmente in dollari, oggi circa il 20% viene venduto in yuan cinesi, rubli russi e rupie indiane. Inoltre, molti paesi del Sud globale stanno aderendo al sistema di comunicazione bancaria della Cina, che è alternativo a Swift, controllato dal Belgio, ma dominato dal dollaro. La terza è che i treasury in custodia presso la Fed di New York per conto delle banche centrali di tutto il mondo sono scesi da 2.933 miliardi di dollari a fine marzo 2025 a 2.712 miliardi a fine marzo 2026, con una perdita in un solo anno di 221 miliardi. Il livello attuale è il più basso dal giugno 2012[vii]. A liberarsi delle riserve in treasury e a spostarsi sull’oro, il cui valore è enormemente cresciuto nell’ultimo anno, sono stati soprattutto la Cina e il Giappone. In particolare, la Cina da un picco di 1.300 miliardi è scesa a fine 2025 a 700 miliardi[viii]. Secondo il Fondo monetario internazionale, le banche centrali di tutto il mondo hanno ridotto la quota in dollari nelle loro riserve totali dal 70% del 2004 al 56,7% attuale.

La dedollarizzazione, ossia la fuga dal dollaro come valuta di scambio e di riserva è un prodotto della decadenza economica Usa e dell’ascesa cinese, ma è anche determinato dalle scelte di geopolitica e di politica economica di Biden e di Trump. Infatti, l’uso del dollaro e del sistema di comunicazione bancaria Swift come strumento per impartire sanzioni ai paesi recalcitranti nei confronti del dominio Usa si è rivelato un boomerang, perché molti paesi del Sud globale hanno perso fiducia negli investimenti in dollari e propendono per altre soluzioni. Anche la politica dei dazi di Trump sta avendo un effetto boomerang. Pubblicizzati presso l’opinione pubblica statunitense come strumento per reinternalizzare produzioni industriali e pensato in realtà come ulteriore strumento di pressione geopolitica verso alleati e avversari, i dazi dovevano condurre i paesi esteri ad acquistare treasury a lunga scadenza, persino centenaria (i matusalem bonds), secondo quanto progettato da Stephen Miran, consigliere economico di Trump e ora membro del board della Fed[ix]. Ma la politica dei dazi, oltre a essere stata sconfessata dalla Corte suprema statunitense, ha provocato per rappresaglia la fuga dai treasury dei Paesi minacciati dai dazi, soprattutto della Cina.

Quindi, il meccanismo di finanziamento del debito attraverso il dollaro si è gravemente indebolito. Gli Usa sono, quindi, stretti da una contraddizione che si divarica sempre di più: mentre l’indebitamento si aggrava progressivamente, lo strumento che gli consente di finanziarlo, il dollaro, si indebolisce sempre di più. Questa divaricazione si produce da tempo, ma si è allargata specialmente da quando Trump è stato eletto presidente, nel corso del 2025. Questo può spiegare il motivo per cui l’attacco contro l’Iran sia avvenuto proprio ora. Anche se non bisogna dimenticare che l’Iran è una bestia nera per gli Usa da quando, con la rivoluzione del 1979, si sottrasse alla loro area di influenza imperialista, e che si parla di un attacco contro l’Iran almeno a partire da Bush junior oltre venti anni fa. In sostanza, l’attacco contro l’Iran dipende dal fatto che gli Usa stanno cercando di ristabilire il controllo sul petrolio mondiale, e in particolare sul Medio Oriente, per puntellare il ruolo del dollaro come valuta internazionale, continuando così a finanziare la propria economia e il proprio enorme debito. Inoltre, attaccare l’Iran è un modo per colpire la Cina, l’avversario principale degli Usa, secondo la strategia inaugurata da Obama e fatta propria da Trump. Come abbiamo detto, l’Iran ha dei legami molto stretti con la Cina, che assorbe tutte sue esportazioni di petrolio, e che sta penetrando in tutto il Golfo Persico, area da cui dipende quasi interamente per l’approvvigionamento del petrolio. Senza contare che molti paesi del Golfo stanno aderendo al sistema di comunicazione interbancaria cinese, alternativo allo Swift, che permette di bypassare il dollaro e che, al contempo, lo yuan renmimbi cinese sta acquistando una importanza mondiale sempre maggiore.

A conclusione del nostro excursus, possiamo dire che la guerra contemporanea trova certamente una delle sue cause nel petrolio. Anzi, a volte il petrolio ne è la causa principale. Ma va compreso che, in realtà, il petrolio è causa di conflitto solo perché esso è inserito in un sistema di relazioni economiche e politiche di tipo imperialista. Infatti, è il parassitismo intrinseco all’imperialismo e il suo fondarsi sul dominio di pochi paesi capitalisticamente avanzati sulla maggioranza dell’umanità che rende necessario il controllo delle materie prime, a partire da quella che a oggi rimane la più importate, il petrolio. Di conseguenza, se vogliamo affrontare correttamente il problema della guerra, dobbiamo necessariamente confrontarci con il capitalismo, di cui l’imperialismo rappresenta la forma dominante.

Note

[i] Ugo Tramballi, “Usa e Iran costretti alla pace da cause interne”, il Sole24ore, 18 aprile 2026.

[ii] International Energy Agency (IEA), Total energy supply, by source, https://www.iea.org/data-and-statistics.

[iii] Giorgio Ugolini, Il petrolio e noi, ristampa a cura di Luiss University Press, Roma 2004.

[iv] Benito Li Vigni, Le guerre del petrolio. Strategie, potere, nuovo ordine mondiale, Editori Riuniti, Roma 2004.

[v] Bureau of Economic Analysis (US Department of commerce), Us international trade in goods and services.

https://www.bea.gov/sites/default/files/2026-04/trad0226-time-series.xlsx

[vi] Bureau of Economic (Us Department of commerce), Us International Transactions and Investment Position, 4th quarter and Year 2025. https://www.bea.gov/news/2026/us-international-transactions-and-investment-position-4th-quarter-and-year-2025.

[vii] Morya Longo, “Le banche centrali vendono Treasury Usa: con la guerra scaricati 82 miliardi di dollari”, il Sole24ore, 1° aprile 2026.

[viii] Vito Lops, “Cina e Giappone riducono l’esposizione ai Treasury”, il Sole24ore, 3 dicembre 2025.

[ix] Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, Hudson Bay Capital, November 2024.

Fonte

05/06/2026

Per Washington è l’ora di scegliere

I giorni passano, in Libano si combatte nonostante l’“accordo” – siglato da Israele con il presidente Aoun – che Hezbollah non ha accettato, nel Golfo regna una calma nervosa.

Trump straparla come sempre, affermando ad una certa ora che potrebbe dar ordine di riprendere gli attacchi e l’ora dopo che si potrebbe arrivare alla firma entro una settimana; anzi, che in quel caso incontrerebbe la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, ripresosi dalle ferite subite il primo giorno di bombardamenti israelo-americani.

Il Consiglio di sicurezza di Tel Aviv “consiglia” invece di proseguire l’invasione del Libano anche a dispetto dell’ennesimo “cessate il fuoco” appena siglato e accarezza l’idea di dare un altro colpo a Teheran, facendo saltare la trattativa ufficialmente in corso. Nel corso della riunione, Netanyahu ha affermato che non metterà ai voti l’ultima versione dell’accordo di cessate il fuoco mediato dagli Usa finché Hezbollah non ne avrà accettato i termini: «al momento non c’è alcun accordo».

Merita la sottolineatura il rifiuto di Hezbollah di accettare una “tregua” che di fatto significa il congelamento del fronte e l’occupazione sionista di una vasta zona del Libano meridionale, in cui l’Idf continua a distruggere tutte le case per rendere impossibile il ritorno di oltre un milione di profughi (un abitante su cinque dell’intero Paese).

Se si dovesse dar retta alla propaganda israeliana (unica fonte accettata dai media occidentali) questo rifiuto sembrerebbe un suicidio. In realtà lo stesso Ehud Barak – ex premier nonché ex capo del nucleo delle “teste di cuoio” che nel ‘72 assaltò l’areo Sabena all’aeroporto di Lod, guidando tra gli altri il giovane Netanyahu, ora suo avversario – ammette che “Nonostante i successi militari di Israele, tra cui l’assassinio di Sayyed Hassan Nasrallah e il raggiungimento di obiettivi tra i comandanti e le infrastrutture missilistiche del movimento, Hezbollah continua a esistere e a mantenere la propria capacità operativa, ed è in grado di nuocere all’esercito israeliano e agli abitanti del nord di Israele”.

Merito anche del cambiamento tattico avvenuto nella guerra con i droni a fibra ottica – non deviabili con contromisure elettroniche – che hanno alzato notevolmente il prezzo dell’avanzata israeliana.

La critica di Barak è del resto generalizzata, nel fetido panorama politico di Tel Aviv, dove si gioca a chi è il genocida più spietato ed “efficiente” in vista delle ormai prossime elezioni politiche (ad ottobre). Il criminale di guerra e ricercato internazionale “Bibi”, infatti, è accusato di non aver mantenuto la promessa di distruggere Hamas, ottenere un “cambio di regime” in Iran, e infine anche di non aver distrutto Hezbollah.

Come si vede, spazio politico-elettorale per gestire un processo di pace, lì non c’è.

Anche il rapporto con Trump – pressato, come vedremo, da esigenze di segno opposto – è in un momento critico, dopo l’ormai celebre telefonata piena di insulti. Il timore a Tel Aviv è che “la tregua” sia un anticipo di ulteriori limiti posti all’aggressività di Israele da parte statunitense, ma è altrettanto chiaro che non è possibile approfondire lo scontro con Washington a quattro mesi dalle elezioni e soprattutto in vista di un Medio Oriente che uscirà molto cambiato dalla conclusione della guerra. E non a favore dei sionisti... 

Trump, da parte sua, ha problemi ovviamente più ampi – la sua stupidità nel muovere guerra all’Iran pensando che sarebbe stata una “guerra lampo” ha messo nei guai l’economia mondiale – che vanno persino al di là delle elezioni di midterm, in cui verrà rinnovato metà del Congresso e potrebbe consegnargli un futuro da “anatra zoppa” (un presidente senza più maggioranza parlamentare, quindi limitato).

Le grandi compagnie petrolifere Usa stanno facendo pressione ormai da settimane segnalando che stanno facendo sempre più affidamento sugli stoccaggi nazionali per sostituire i prodotti che non arrivavano più dal Medio Oriente. In pratica, stanno esaurendo le scorte.

“Siamo già a livelli pericolosamente bassi”, ha detto un anonimo dirigente del settore sentito da POLITICO. “Abbiamo condiviso queste preoccupazioni ai massimi livelli del governo su ciò che ci aspetta tra metà e fine giugno... Spero che [alla Casa Bianca, ndr] stiano prestando attenzione alle scorte in questo momento. Stiamo toccando il fondo del serbatoio”. 

In altri termini: bisogna riaprire Hormuz, ma con modalità che garantiscano la normale fluidità del commercio. Ossia senza azioni militari e concedendo all’Iran quel tanto di “sovranità” formale che di fatto già esercita. Poi si vedrà... 

La prospettiva alternativa è da incubo per un presidente Usa: prezzi dei carburanti che si impennano ulteriormente, superando di molto quella soglia – ormai vicina – dei “5,02” dollari al gallone che segnò la fine di Biden e Kamala Harris.

Neil Chapman, vicepresidente di Exxon, ha detto a una conferenza per investitori che il Brent “datato” (a consegna stabilita) – il benchmark per i prezzi del petrolio greggio fisico – potrebbe presto raggiungere i 150 o 160 dollari al barile, se si resta fermi a Hormuz.

E anche se lo stretto fosse riaperto subito, dice un altro petroliere “anonimo”, “Non pensate che uno Stretto aperto significhi che la vostra bolletta della benzina per il 4 luglio non sarà più alta di quanto non sia oggi. Lo sarà”. Una minaccia vera, per l’automobilista Usa, ossia il termometro del consenso di massa... 

Secondo i risultati di un sondaggio congiunto di The Economist e YouGov il 68% degli americani ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero raggiungere un accordo con l’Iran il prima possibile e porre fine alla guerra. Al contrario, solo l’11% non è d’accordo con questa opinione e il 21% non ha espresso un parere in merito. Anche una parte degli elettori repubblicani è scettica sulla prosecuzione del conflitto e appoggia la scelta di perseguire una soluzione diplomatica.

Anche altri paesi importatori si trovano in condizioni simili, perché il livello dei consumi globali (circa 100 milioni di barili di greggio al giorno, senza neanche calcolare che pure il gas sta subendo processi simili) non può permettersi di fare a meno del 20% della produzione. Per qualche settimana si è “rimediato” dando fondo alle scorte, ma ora basta.

Ne deriva che l’amministrazione Trump deve arrivare ad un’intesa con Teheran, visto che qualsiasi opzione militare – fosse anche la minacciata atomica di fine marzo – renderebbe la situazione più esplosiva, non meno.

È l’esatto contrario dei “bisogni” di Israele e di Netanyahu in particolare, peraltro con un governo fatto di idioti sanguinari e millenaristi come Smotrich e BenGvir, che dei problemi globali se ne fottono allegramente, confidando ciecamente sul fatto che l’Aipac garantirà aiuti economico-militari dagli Usa per l’eternità.

Non è una situazione facile per nessuno dei protagonisti, certo, ma il ticchettio dell’orologio si è fatto più frenetico soprattutto per Washington. Deve scegliere, sapendo che comunque sarà una scelta quanto meno insoddisfacente...

Fonte

29/05/2026

Una guerra in cui (quasi) tutti perdono

di Sergio Ferrari

A meno di tre mesi dall’inizio dell'aggressione di Israele e Stati Uniti contro Iran e Libano, si chiarisce l’effetto di questa: migliaia di vittime dirette e indirette e impatti negativi immediati e collaterali. Gli attacchi di Israele in Libano a partire dal 28 febbraio hanno già causato almeno 2.800 morti e 8.700 feriti, numero che continua a crescere nonostante il cessate il fuoco concordato in aprile. Verso la fine di quel mese, la Fondazione dei Martiri dell’Iran riconosceva quasi 3.500 morti come risultato dei bombardamenti nel loro paese. Da parte sua, un recente analisi della catena informativa tedesca Deutsche Welle calcola che, fino a questo momento, il conflitto ha generato spese militari vicine ai 30 miliardi di dollari e un fardello di infrastrutture distrutte, senza dubbio somme colossali per una eventuale futura ricostruzione.

Cereali tra le nuvole

L’aumento del costo dei combustibili a livello internazionale, conseguenza del controllo militarizzato dello Stretto di Hormuz, da dove circola un quinto del petrolio e del gas mondiale, si ripercuote direttamente sulle economie di numerose nazioni. Lo dimostra l’indice dei prezzi degli alimenti di base che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) pubblica mensilmente.

Quello di aprile conferma una tendenza al rialzo rispetto a marzo, in particolare per quanto riguarda gli oli vegetali, la carne e i cereali: circa l’1,6%. Sebbene non si tratti di un incremento isolato, ma del terzo consecutivo, il costo degli alimenti ad aprile è aumentato del 2,0% rispetto allo stesso mese del 2025, anche se è inferiore a quello di marzo 2022, quando è scoppiato il conflitto tra Russia e Ucraina.

L’aumento del prezzo dei cereali (eccetto il sorgo e l’orzo) è preoccupante. Nel caso del grano, un 0,8%, conseguenza della pressione al rialzo dovuta alla siccità subita in alcune zone degli Stati Uniti e a una maggiore probabilità che le precipitazioni in Australia si situino al di sotto della media annuale. Ma i fattori meteorologici non spiegano tutto, come sottolinea bene la FAO. Questi incrementi sono dovuti anche alle “previsioni di una riduzione delle semine di grano nel 2026 [perché] gli agricoltori stanno optando per colture che richiedono meno fertilizzanti”, che i maggiori costi energetici e le perturbazioni legate alla chiusura effettiva dello stretto di Hormuz hanno notevolmente aumentato. Da parte sua, il mais è aumentato dello 0,7%, e come il grano, non solo a causa delle condizioni climatiche avverse in Brasile e negli Stati Uniti, ma anche per la forte domanda di etanolo “in un contesto di aumento dei costi” dei combustibili grezzi. Per quanto riguarda il riso in tutte le sue varietà, l’incremento è stato dell’1,9%.

Gli oli vegetali sono aumentati del 5,9% rispetto a marzo, il livello più alto dal luglio 2022, a causa dell’aumento dei prezzi della palma, della soia, del girasole e della colza. E la carne, 1,2%, ma il 6,4% in più rispetto ad aprile 2025.

Il prezzo dei prodotti lattiero-caseari e dello zucchero, gli altri due settori di riferimento, è diminuito ad aprile. Principalmente, a causa della diminuzione delle quotazioni internazionali del burro e del formaggio, anche se il prezzo del latte intero in polvere è rimasto stabile. D’altra parte, il calo del prezzo dello zucchero è stato principalmente dovuto alle aspettative di abbondanti forniture nel Mondo, rafforzate dal miglioramento delle prospettive di produzione, in particolare in Cina e Thailandia. In modo complementare, l’inizio della nuova raccolta in condizioni meteorologiche favorevoli nel sud del Brasile ha contribuito ulteriormente alla diminuzione generale dei prezzi internazionali di questo prodotto.

In sintesi, i consumatori di tutto il Mondo si confrontano con aumenti considerevoli dei prodotti essenziali come corollario diretto della guerra scatenata in Medio Oriente.

I pochi che guadagnano molto

Nonostante la tendenza perdente della maggior parte della popolazione mondiale, esistono aziende e settori economici che stanno ottenendo enormi profitti grazie a questa congiuntura così conflittuale.

Il su e giù incontrollato del mercato energetico da quando è stato imposto il doppio tappo allo Stretto di Hormuz beneficia, in primo luogo e fondamentalmente, diverse delle più grandi aziende di idrocarburi del mondo. Tra queste, come segnala un recente analisi della catena britannica BBC, le multinazionali europee con divisioni specializzate nell’acquisto e nella vendita fisica del petrolio, così come nelle operazioni di borsa. Grazie a queste attività, tra le altre, hanno potuto approfittare dei brutali movimenti del mercato durante il primo trimestre dell’anno per incrementare astronomicamente i loro guadagni.

È il caso della britannica British Petroleum (BP), che ha più che raddoppiato i suoi introiti in quel periodo, con guadagni di 3,2 miliardi di dollari. La Shell, della stessa bandiera, ha anche superato le aspettative degli analisti quando ha riportato un aumento dei suoi ricavi dell’ordine di 6,920 miliardi di dollari. Da parte sua, quelli della multinazionale francese TotalEnergies sono aumentati di quasi un terzo, con guadagni di 5,4 miliardi di dollari.

Il sito Web indipendente Democracy Now riprende un recente analisi del quotidiano britannico The Guardian che sostiene che le 100 principali aziende di petrolio e gas del mondo – tra cui Saudi Aramco, Gazprom ed ExxonMobil – hanno ottenuto più di 30 milioni di dollari all’ora in concetto di guadagni straordinari durante il primo mese della guerra contro l’Iran. Se il prezzo del barile di petrolio continua a mantenersi attorno ai 100 dollari, alla fine dell’anno queste aziende potrebbero guadagnare, insieme, 234 miliardi di dollari. Nel frattempo, “decine di paesi affrontano deficit di bilancio dopo aver ridotto le tasse sui combustibili per alleviare la situazione dei consumatori”.

L’articolo della BBC menziona altri tre settori che hanno beneficiato durante lo stesso periodo grazie alla guerra in Medio Oriente: quello bancario, quello dell’industria bellica e quello delle energie rinnovabili. Ad esempio, la divisione di borsa di JP Morgan ha registrato entrate record di 11,6 miliardi di dollari. Solo un'altra volta aveva guadagnato tanto in un solo trimestre. E le sei banche più potenti degli Stati Uniti, conosciute come “Le Sei Grandi” (Bank of America, Morgan Stanley, Citigroup, Goldman Sachs, Wells Fargo, oltre a JP Morgan), hanno anch'esse aumentato sostanzialmente i loro ricavi. Il settore bancario nel suo complesso ha generato guadagni dell’ordine di 47,7 miliardi di dollari in questo breve periodo.

Previsioni allarmanti

Proiezioni economiche molto varie e di fonti diverse prevedono che nel 2026 i prezzi delle materie prime continueranno ad aumentare a passi da gigante, il che spingerà l’inflazione e il rallentamento della crescita economica. Tale è la tesi principale, ad esempio, di Commodity Markets Outlook (Prospettive dei mercati delle materie prime), del Gruppo Banca Mondiale. Nel suo ultimo rapporto prevede che quest’anno i prezzi dell’energia aumenteranno del 24%, raggiungendo così il loro livello più alto dall’inizio del conflitto Russia-Ucraina, a causa del fatto che “la guerra in Medio Oriente sta provocando una grave perturbazione nei mercati mondiali delle materie prime”. E che i prezzi delle materie prime aumenteranno del 16%, spinti dal “vertiginoso incremento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti, e dai massimi storici raggiunti dai prezzi di vari metalli chiave”.

Per quanto riguarda la crisi del petrolio, Commodity Markets Outlook segnala che gli attacchi alle infrastrutture energetiche e le interruzioni del trasporto marittimo nello stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 35% del commercio mondiale di questo prodotto, “hanno scatenato la maggiore crisi di approvvigionamento fino ad oggi, con una riduzione iniziale di circa 10 milioni di barili al giorno”. E precisa che, a metà aprile, i prezzi del petrolio Brent si trovavano già al 50% sopra i livelli registrati all’inizio dell’anno. Infine, prevede che nel 2026 raggiungerà una media di 86 dollari al barile, un notevole aumento rispetto ai 69 dollari nel 2025. Sempre che, avverte, “le perturbazioni più acute finiscano a maggio” e il trasporto marittimo attraverso lo stretto di Hormuz ritorni “gradualmente ai livelli precedenti alla guerra”.

Questa nuova guerra, al di là del suo risultato finale, conta già miliardi di perdenti e pochi vincitori. Perdono i più deboli, a causa dei bombardamenti indiscriminati e vedendo svanire più rapidamente i loro redditi in tutto il Mondo a causa degli aumenti incontrollabili del paniere, proprio come il dolore altrui.

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