In pochi giorni la Libia è stata travolta da episodi che ne rivelano la profonda instabilità interna. A Bengasi è stato ucciso in un attentato Fawzi al Mansouri, il capo dell’intelligence militare dell’Esercito nazionale libico (Enl) del gen. Haftar che controlla la parte orientale del paese.
Ci sono poi stati degli attacchi con droni contro l’importante complesso petrolifero di Zawiya nella zona occidentale del paese. Infine ci state le dimissioni del governatore della Banca centrale, Naji Issa.
A Bengasi il generale Fawzi al-Mansouri, responsabile dell’intelligence militare delle forze guidate dal generale Khalifa Haftar, è stato ucciso con un ordigno che sarebbe stato collocato sotto il suo veicolo ed è esploso mentre il militare stava salendo a bordo dell’auto. L’attacco è avvenuto nei pressi della sua abitazione. Nessun gruppo ha finora rivendicato l’attentato e le autorità della Libia orientale hanno aperto un’indagine.
Nelle stesse ore la Libia occidentale è stata colpita da un attacco con droni che ha provocato un vasto incendio nella raffineria di Zawiya, uno dei principali impianti petroliferi della Libia. La compagnia petrolifera nazionale ha dichiarato lo stato di massima emergenza.
L’impianto di Zawiya, si trova circa 45 chilometri a ovest di Tripoli e ospita la maggiore raffineria operativa della Libia, con una capacità di circa 120 mila barili al giorno che riceve attraverso un lungo oleodotto il greggio estratto a Sharara.
Quest’ultimo giacimento può produrre circa 300 mila barili al giorno, ed è gestito dalla Akakus Oil Operations, una società partecipata dalla National Oil Corporation libica insieme alla spagnola Repsol, alla francese TotalEnergies, all’austriaca Omv e alla norvegese Equinor.
La rilevanza del collegamento con Zawiya si estende indirettamente anche al vicino giacimento di El Feel: in caso di problemi sulla condotta Sharara-Zawiya, parte della produzione di Sharara può essere deviata attraverso l’oleodotto di El Feel verso il terminale di Mellitah.
Un’interruzione prolungata del sistema potrebbe pertanto richiedere una nuova riorganizzazione dei flussi e produrre ripercussioni anche sul giacimento di El Feel, (produzione 80-90 mila barili al giorno) in gestione alla Mellitah Oil & Gas, una società paritetica tra la Noc libica e l’italiana Eni.
Al momento, tuttavia, la Noc non ha annunciato riduzioni della produzione nei due giacimenti in conseguenza degli attacchi a Zawiya. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova” da fonti libiche, al momento non risultano impatti sulle attività di Eni in Libia.
La sicurezza dell’impianto di Zawiya riveste un’importanza particolare anche per l’Italia, prima destinazione del greggio libico. Secondo le più recenti stime sui traffici marittimi, nel primo semestre del 2026 il mercato italiano ha assorbito circa il 45 per cento delle esportazioni petrolifere della Libia.
I dati dell’Unione energie per la mobilità (Unem), calcolati dal punto di vista delle importazioni italiane, indicano inoltre che nei primi quattro mesi dell’anno sono arrivate dalla Libia circa 5 milioni di tonnellate di greggio, pari al 26,8 per cento del totale e in aumento del 13 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025.
La Libia si conferma come il principale fornitore petrolifero dell’Italia, davanti ad Azerbaigian e Kazakhstan. Come noto, il greggio libico è particolarmente ricercato perché prevalentemente “light sweet”, più leggero e con un basso contenuto di zolfo, dunque più semplice e meno costoso da lavorare, consentendo di ottenere più agevolmente prodotti ad alto valore come benzina, gasolio e carburante per l’aviazione.
A questi vantaggi si aggiungono la vicinanza geografica alle raffinerie italiane ed europee e rotte marittime brevi, che non attraversano né lo Stretto di Hormuz né quello di Bab el Mandeb oggi al centro del conflitto scatenato da Usa e Israele contro l’Iran.
Per l’Italia il dossier Libia non è soltanto geopolitico, il paese è infatti uno dei nodi più importanti della strategia energetica italiana nel Mediterraneo.
Il legame storico e più consistente è quello con l’Eni, presente nel Paese attraverso Eni North Africa, Mellitah Oil & Gas e GreenStream. Il gasdotto GreenStream trasporta verso l’Italia il gas estratto dai giacimenti libici di Wafa e Bahr Essalam.
Nel giugno scorso l’Eni e la National Oil Corporation libica hanno avviato il Sabratha Compression Project, un intervento destinato a sostenere la produzione del giacimento offshore di Bahr Essalam. Il nuovo sistema di compressione dovrebbe consentire di recuperare circa 800 milioni di metri cubi di gas all’anno. A marzo l’Eni aveva annunciato nuove scoperte di gas in Libia per oltre 28 miliardi di metri cubi.
Il quadro che emerge da questi avvenimenti è quello di una Libia ancora in piena instabilità e profondamente divisa e questo può avere ripercussioni anche sull’Italia.
Il rischio di nuove interruzioni di approvvigionamenti energetici dalla Libia assume una dimensione strategica in quanto il mercato petrolifero è già sottoposto alle forti pressioni provocate dalla crisi di Hormuz.
Il Brent è tornato vicino ai 90 dollari al barile, dopo essere sceso sotto gli 80 dollari appena una settimana fa.
Prima della guerra statunitense contro l’Iran, attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano oltre 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi; nel secondo trimestre del 2026 i flussi medi sono scesi a circa 4,9 milioni.
In questo contesto, la Libia rappresenta per l’Italia e per l’Europa una delle principali fonti alternative di greggio di alta qualità non dipendenti dalle rotte del Golfo. Un’eventuale compromissione del giacimento di Zawiya potrebbe dunque sottrarre al mercato barili difficili da sostituire in tempi brevi e aggiungere ulteriore pressione sui prezzi.
Ma la Libia continua a essere divisa e instabile.
A Tripoli agisce il governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibeh che deve però fare i conti con milizie e gruppi armati che competono per il controllo del territorio e delle risorse.
A est, invece, il gen. Haftar mantiene un forte controllo militare e politico sulla Cirenaica attraverso l’Esercito nazionale libico.
L’assassinio di un alto responsabile dell’intelligence militare nella Cirenaica non significa automaticamente un ritorno alla guerra civile. Ma rappresenta un segnale pesante, soprattutto perché colpisce direttamente uno degli apparati di sicurezza più importanti dell’area controllata da Haftar.
E arriva mentre il Paese dovrebbe affrontare una partita ancora più importante: quella della riunificazione delle istituzioni e delle elezioni nazionali.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/08/2026
Libia - Attacchi a impianti petroliferi e autobombe
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