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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/08/2026

Libia - Attacchi a impianti petroliferi e autobombe

In pochi giorni la Libia è stata travolta da episodi che ne rivelano la profonda instabilità interna. A Bengasi è stato ucciso in un attentato Fawzi al Mansouri, il capo dell’intelligence militare dell’Esercito nazionale libico (Enl) del gen. Haftar che controlla la parte orientale del paese.

Ci sono poi stati degli attacchi con droni contro l’importante complesso petrolifero di Zawiya nella zona occidentale del paese. Infine ci state le dimissioni del governatore della Banca centrale, Naji Issa.

A Bengasi il generale Fawzi al-Mansouri, responsabile dell’intelligence militare delle forze guidate dal generale Khalifa Haftar, è stato ucciso con un ordigno che sarebbe stato collocato sotto il suo veicolo ed è esploso mentre il militare stava salendo a bordo dell’auto. L’attacco è avvenuto nei pressi della sua abitazione. Nessun gruppo ha finora rivendicato l’attentato e le autorità della Libia orientale hanno aperto un’indagine.

Nelle stesse ore la Libia occidentale è stata colpita da un attacco con droni che ha provocato un vasto incendio nella raffineria di Zawiya, uno dei principali impianti petroliferi della Libia. La compagnia petrolifera nazionale ha dichiarato lo stato di massima emergenza.

L’impianto di Zawiya, si trova circa 45 chilometri a ovest di Tripoli e ospita la maggiore raffineria operativa della Libia, con una capacità di circa 120 mila barili al giorno che riceve attraverso un lungo oleodotto il greggio estratto a Sharara.

Quest’ultimo giacimento può produrre circa 300 mila barili al giorno, ed è gestito dalla Akakus Oil Operations, una società partecipata dalla National Oil Corporation libica insieme alla spagnola Repsol, alla francese TotalEnergies, all’austriaca Omv e alla norvegese Equinor.

La rilevanza del collegamento con Zawiya si estende indirettamente anche al vicino giacimento di El Feel: in caso di problemi sulla condotta Sharara-Zawiya, parte della produzione di Sharara può essere deviata attraverso l’oleodotto di El Feel verso il terminale di Mellitah.

Un’interruzione prolungata del sistema potrebbe pertanto richiedere una nuova riorganizzazione dei flussi e produrre ripercussioni anche sul giacimento di El Feel, (produzione 80-90 mila barili al giorno) in gestione alla Mellitah Oil & Gas, una società paritetica tra la Noc libica e l’italiana Eni.

Al momento, tuttavia, la Noc non ha annunciato riduzioni della produzione nei due giacimenti in conseguenza degli attacchi a Zawiya. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova” da fonti libiche, al momento non risultano impatti sulle attività di Eni in Libia.

La sicurezza dell’impianto di Zawiya riveste un’importanza particolare anche per l’Italia, prima destinazione del greggio libico. Secondo le più recenti stime sui traffici marittimi, nel primo semestre del 2026 il mercato italiano ha assorbito circa il 45 per cento delle esportazioni petrolifere della Libia.

I dati dell’Unione energie per la mobilità (Unem), calcolati dal punto di vista delle importazioni italiane, indicano inoltre che nei primi quattro mesi dell’anno sono arrivate dalla Libia circa 5 milioni di tonnellate di greggio, pari al 26,8 per cento del totale e in aumento del 13 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025.

La Libia si conferma come il principale fornitore petrolifero dell’Italia, davanti ad Azerbaigian e Kazakhstan. Come noto, il greggio libico è particolarmente ricercato perché prevalentemente “light sweet”, più leggero e con un basso contenuto di zolfo, dunque più semplice e meno costoso da lavorare, consentendo di ottenere più agevolmente prodotti ad alto valore come benzina, gasolio e carburante per l’aviazione.

A questi vantaggi si aggiungono la vicinanza geografica alle raffinerie italiane ed europee e rotte marittime brevi, che non attraversano né lo Stretto di Hormuz né quello di Bab el Mandeb oggi al centro del conflitto scatenato da Usa e Israele contro l’Iran.

Per l’Italia il dossier Libia non è soltanto geopolitico, il paese è infatti uno dei nodi più importanti della strategia energetica italiana nel Mediterraneo.

Il legame storico e più consistente è quello con l’Eni, presente nel Paese attraverso Eni North Africa, Mellitah Oil & Gas e GreenStream. Il gasdotto GreenStream trasporta verso l’Italia il gas estratto dai giacimenti libici di Wafa e Bahr Essalam.

Nel giugno scorso l’Eni e la National Oil Corporation libica hanno avviato il Sabratha Compression Project, un intervento destinato a sostenere la produzione del giacimento offshore di Bahr Essalam. Il nuovo sistema di compressione dovrebbe consentire di recuperare circa 800 milioni di metri cubi di gas all’anno. A marzo l’Eni aveva annunciato nuove scoperte di gas in Libia per oltre 28 miliardi di metri cubi.

Il quadro che emerge da questi avvenimenti è quello di una Libia ancora in piena instabilità e profondamente divisa e questo può avere ripercussioni anche sull’Italia.

Il rischio di nuove interruzioni di approvvigionamenti energetici dalla Libia assume una dimensione strategica in quanto il mercato petrolifero è già sottoposto alle forti pressioni provocate dalla crisi di Hormuz.

Il Brent è tornato vicino ai 90 dollari al barile, dopo essere sceso sotto gli 80 dollari appena una settimana fa.

Prima della guerra statunitense contro l’Iran, attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano oltre 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi; nel secondo trimestre del 2026 i flussi medi sono scesi a circa 4,9 milioni.

In questo contesto, la Libia rappresenta per l’Italia e per l’Europa una delle principali fonti alternative di greggio di alta qualità non dipendenti dalle rotte del Golfo. Un’eventuale compromissione del giacimento di Zawiya potrebbe dunque sottrarre al mercato barili difficili da sostituire in tempi brevi e aggiungere ulteriore pressione sui prezzi.

Ma la Libia continua a essere divisa e instabile.

A Tripoli agisce il governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibeh che deve però fare i conti con milizie e gruppi armati che competono per il controllo del territorio e delle risorse.

A est, invece, il gen. Haftar mantiene un forte controllo militare e politico sulla Cirenaica attraverso l’Esercito nazionale libico.

L’assassinio di un alto responsabile dell’intelligence militare nella Cirenaica non significa automaticamente un ritorno alla guerra civile. Ma rappresenta un segnale pesante, soprattutto perché colpisce direttamente uno degli apparati di sicurezza più importanti dell’area controllata da Haftar.

E arriva mentre il Paese dovrebbe affrontare una partita ancora più importante: quella della riunificazione delle istituzioni e delle elezioni nazionali.

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29/06/2026

Gli squali che fingono di rappresentare il Libano

Non c’è nessun governo libanese ad aver firmato un “accordo quadro” con Israele, e di conseguenza non esiste nessun accordo, perché gli accordi si fanno almeno in due, trovando un compromesso tra posizioni conflittuali.

Le persone che hanno firmato questa richiesta di sottomissione non hanno alcun conflitto con Israele, e sono di fatto figure nominate dagli americani, che sempre dagli americani – i “finanziatori” quasi esclusivi delle Forze Armate Libanesi – prendono ordini. Ordini, non suggerimenti. Questa è ahimè la verità.

Nawaf Salam e Joseph Aoun, con i loro difetti e anche con i loro pregi (essenzialmente legati alla carriera che hanno fatto, soprattutto Salam come giudice), non rappresentano davvero nessuno in Libano, ed anche in questo fatto risiedono i rischi connessi alla strada che hanno imboccato. Quando dico nessuno dico che hanno meno rappresentanza del più piccolo partito cristiano. Cioè, voglio dire, un Frangieh avrebbe più consensi di Aoun.

I “negoziati” con Israele a Washington sono portati avanti dalla ambasciatrice Nada Hamadeh Mouawad – priva di qualsiasi agency e credibilità quando si tratta di rappresentare un paese multi confessionale e organizzato secondo il power sharing settario – ma nella sostanza di questo giochino volto a portare il Libano davvero sull’orlo della guerra civile e legittimare l’occupazione israeliana si occupano altre figure, oltre al governo americano e quello israeliano.

Una di queste è probabilmente Anton Sehnaoui, famoso banchiere e miliardario libanese, chairman del board del gruppo SGBL, nonché partner di Morgan Ortagus, la signora che per qualche mese è stata vice inviata speciale degli USA per il medioriente, e che proprio in quei mesi si fece fotografare mentre a Beirut stringeva la mano al presidente libanese Joseph Aoun, indossando una vistosa collana con la stella di David (regalo di Sehnaoui?).

Sehnaoui nel 2022 è stato accusato di riciclaggio di denaro, e soprattutto è abbastanza il segreto di pulcinella che – oltre ad essere un finanziatore del piccolo gruppo cristiano fondamentalista “Jnoud Al Rabb” (soldati di Dio), protagonista di varie azioni omofobe a Beirut – negli anni si sia enormemente arricchito grazie alle operazioni di ingegneria finanziaria dell’ex famigerato governatore della Banca centrale, Riad Salameh, uno dei principali o forse il principale obiettivo delle proteste antigovernative di qualche anno fa (accusato di corruzione e sotto sanzioni in Canada, Uk e Usa).

Sehnaoui è insomma uno di quei soggetti che si sono arricchiti letteralmente sulle spalle di una classe media che è scomparsa in pochissimi anni, e di una popolazione che è scivolata nella povertà mese dopo mese.

Non è però tutto: come partner e in compagnia di Morgan Ortagus, Sehnaoui lo scorso 14 aprile – a genocidio ormai ufficiale – ha partecipato a una cerimonia al Memoriale dell’Olocausto di Washington.

Non è dato sapere se volesse mantenere un profilo basso o meno ma la sua compagna, una volta preso il microfono, lo ha ringraziato per il suo “supporto al sionismo nonostante i rischi personali”, ricordando poi come Sehnaoui sia stato cresciuto dai suoi genitori secondo i “valori sionisti”. Non “ebraici” come Starmer, eh (che già li, se non sei ebreo, non si capisce bene): proprio sionisti.

E ci si sorprende dello storico atteggiamento paranoico di Hezbollah? Mi pare ci siano delle solide basi.

Sehnaoui d’altronde non ha mai fatto segreti di sostenere progetti Israelo-statunitensi, indossa la spilletta gialla degli ostaggi e ha varie volte dichiarato di essere appunto un “fiero sionista”. Anche quando il suo paese veniva bombardato da Tel Aviv – pure non lontano da dove è cresciuto da piccolo, cioè Baabda.

Questo “accordo quadro”, nella sostanza, introdurrebbe un “Gruppo trilaterale di coordinamento militare”, un teorico e parzialissimo ritiro israeliano (che non avverrà per nemmeno cento metri, a meno che la resistenza armata non aumenti) in cambio di un dispiegamento delle LAF (da decenni volutamente non equipaggiate per fare la guerra a nessuno) nelle zone dove opera Hezbollah, di cui l’Idf lamenta le azioni di resistenza armata sul proprio territorio, con Beirut che sembra correrle solertemente in aiuto.

Da un punto di vista diplomatico e anche degli sviluppi militari sul campo (che vedono le perdite israeliane in costante aumento, una leva che qualunque delegazione negoziale dovrebbe utilizzare) questa intesa sembra uno scherzo: il governo libanese non solo sembra ignorare cosa accade sul campo di battaglia tra invasori e resistenti, ma sembra preferire una lineare ed esplicita sottomissione al paese che gli sta radendo al suolo decine di villaggi, a una inclusione del Libano nei cessate il fuoco come conseguenza delle pressioni iraniane su Washington.

Follia. Patologia istituzionale.

Il punto è che da un punto di vista pratico con questo semi accordo non cambierebbe granché: nessuno nell’esercito vuole davvero scontrarsi con Hezbollah, imporgli questo o quest’altro. A partire dai soldati stessi, che per almeno un quarto sono sciiti, e magari hanno un cugino al fronte che attacca i carri armati israeliani.

Questo può valere finché Rudolph Haykal – al momento quasi la salvezza del Libano, nella sua capacità e volontà di mantenere un certo equilibrio e l’indisponibilità ad attaccare Hezbollah – rimane a capo delle Forze armate. Se, come si vocifera da mesi, lo indurranno a farsi da parte o lo solleveranno dal suo incarico, lo scenario che si aprirà sarà davvero ignoto. O meglio, rischia di essere un po’ familiare.

Ps – Personalmente attribuisco la scelta di firmare questo scempio epocale nel giorno dell’Ashura a una questione di pura sciatteria, più che alla volontà di fomentare ulteriormente divisioni.

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28/06/2026

Accordo Israele - Libano: Beirut riconosce ufficialmente l’occupazione

Il cosiddetto “accordo trilaterale” siglato a Washington fra Israele, governo libanese ed USA – in quanto mediatori – decreta due novità politiche: Beirut si impegna a riconosce ufficilamente Israele come stato, mettendo fine al formale stato di guerra in vigore dal 1948, ed il ritiro israeliano dal sud è subordinato al “disarmo completo” e verificabile di Hezbollah.

Ciò si traduce nel riconoscimento ufficiale dell’occupazione del sud da parte dell’esecutivo libanese, dato che non è in grado in alcun modo di ottemperare al disarmo di Hezbollah.

Quest’accordo, dunque, pone le basi per lo scoppio di una guerra civile in Libano fra le componenti filoamericane ed il blocco che sostiene Hezbollah, offrendo anche un pretesto per l’intervento diretto di USA ed Israele all’interno di tale conflitto, in quanto aiuterebbero il “legittimo governo libanese” a stabilire la propria sovranità su tutto il territorio nazionale.

Proponiamo un’analisi completa effettuata dalla giornalista di sinistra Rania Khalek.


Questo accordo consolida l’occupazione israeliana, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile in coordinamento con gli Stati Uniti e Israele. Inoltre, minaccia di far fallire l’accordo tra Stati Uniti e Iran.

Il governo libanese si è unito a Israele e agli Stati Uniti nel dichiarare guerra a una vasta parte della propria popolazione.

Ieri, l’ambasciatore libanese negli Stati Uniti ha firmato un accordo quadro con Israele durante il quinto round di negoziati ospitato da Washington. L’accordo è infido, scioccante e vergognoso. Consolida l’occupazione israeliana del territorio libanese nel sud del Paese, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile guidata dall’esercito libanese e coordinata con gli Stati Uniti e Israele.

Le élite libanesi che promuovono questa sottomissione all’impero amano invocare la sovranità. Parlano di Hezbollah come se fosse una forza aliena impiantata dall’Iran, piuttosto che una formazione militare organica, autoctona e popolare nata dalla resistenza all’occupazione israeliana negli anni ’80. Per queste élite, qualsiasi resistenza a Israele è una violazione della sovranità del Libano, mentre obbedire agli ordini di Washington e Tel Aviv contro gli interessi del Libano è considerato normale, indipendente, persino virtuoso. Il sopra è sotto, la destra è la sinistra.

Il governo libanese si è rifiutato di sfruttare la leva negoziale che l’insistenza dell’Iran sul cessate il fuoco e sul ritiro israeliano gli aveva fornito. Al contrario, ha collaborato con gli americani e gli israeliani alle condizioni di Israele, fornendo così a Marco Rubio uno strumento per minare l’accordo tra Stati Uniti e Iran.

Netanyahu si vanta che si tratti di un “importante successo” perché permette all’occupazione israeliana di continuare. La presidenza libanese lo celebra come una vittoria sulla sovranità che libererà il territorio libanese, ma non ha fornito dettagli su come ciò avverrà, e l’accordo stesso non mostra nulla del genere. Hezbollah lo ha ovviamente respinto, perché rappresenta una capitolazione totale al furto di terre da parte di Israele.

L’accordo di resa

Il testo integrale del quadro di riferimento è disponibile qui. Nicolas Sawaya offre un’ottima analisi di tutti i 14 punti. Mi limiterò a evidenziare i più critici.

Innanzitutto: questo accordo è mediato e supervisionato dagli Stati Uniti, che NON sono una parte neutrale. Gli Stati Uniti finanziano l’intero esercito israeliano: fondi, armi, Iron Dome, intelligence, copertura diplomatica. Partecipano attivamente ai crimini commessi contro il Libano. Il passato ha dimostrato che non ci si può fidare di loro per una mediazione imparziale in qualsiasi questione che coinvolga Israele. Ricordiamo le 15.000 violazioni del cessate il fuoco israeliano tra novembre 2024 e marzo 2026, completamente impunite dal meccanismo gestito dagli Stati Uniti.

Il punto 2 stabilisce che il ritiro israeliano è subordinato al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese, il che significa una guerra civile. Questo stravolge il diritto internazionale. L’occupazione israeliana è illegale a prescindere dall’esistenza di Hezbollah. L’accordo afferma: “le Forze Armate Libanesi ripristineranno l’effettiva autorità sovrana su tutto il territorio libanese, in attesa del disarmo verificato dei gruppi armati non statali e dello smantellamento delle infrastrutture associate, consentendo alle Forze di Difesa Israeliane di ritirarsi progressivamente dal territorio libanese”. Accettando di disarmare prima Hezbollah, con i parametri per il “disarmo verificato” ancora da definire dagli Stati Uniti, il governo libanese ha di fatto consolidato l’occupazione israeliana del sud.

Il punto 3 subordina gli aiuti internazionali per la ricostruzione e il ritorno di centinaia di migliaia di civili libanesi sfollati al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese in “zone pilota” a fasi, che saranno anch’esse determinate dagli Stati Uniti. Il quadro di riferimento stabilisce che la ricostruzione inizierà e i civili potranno tornare solo “dopo la conferma del successo del disarmo”. Questo tradisce completamente la popolazione del sud e fornisce a Washington una leva di ricatto sull’intero processo.

Il punto 4 afferma che il governo “ricostruirà il monopolio statale sull’uso della forza, raggiungerà il disarmo completo e verificato di tutti i gruppi armati non statali e garantirà che tali gruppi non abbiano alcun ruolo militare o di sicurezza né capacità armate in nessuna parte del Libano”. Ciò significa disarmare anche Hezbollah a nord del Litani. Inoltre, si chiede ai “partner internazionali e in particolare arabi, sotto la guida degli Stati Uniti”, di sostenere questo risultato. In altre parole, una guerra civile guidata dagli Stati Uniti e sostenuta dagli arabi.

Il punto 5 afferma che “il governo di Israele dichiara di non avere ambizioni territoriali in Libano”. I ministri israeliani affermano regolarmente il contrario.

Il punto 9 prevede che gli Stati Uniti effettuino delle valutazioni sull’efficacia con cui lo Stato libanese sta conducendo la guerra civile contro Hezbollah. Il sostegno internazionale al Libano sarà condizionato dalla soddisfazione americana per i risultati. L’umiliazione è strutturale, mi vergogno davvero di questi traditori.

Il punto 11 impegna il governo libanese a contribuire al soffocamento finanziario di Hezbollah attraverso le sanzioni.

Il punto 13 dimostra una scioccante incompetenza, in quanto rinuncia al diritto del Libano di intraprendere “azioni ostili o avverse nei fori politici o legali internazionali”. Ciò significa che il governo libanese ha accettato di rinunciare alla possibilità di utilizzare la legge contro Israele per l’infinita lista di crimini di guerra commessi contro il Libano. È assurdo che una simile decisione provenga da un governo il cui Primo Ministro è stato giudice della Corte Internazionale di Giustizia e ha presieduto il caso del Sudafrica sul genocidio a Gaza.

Il punto 14 inquadra l’intero contesto come fondamento per un futuro accordo di normalizzazione con Israele.
 
I burattini libanesi anti-Resistenza

Questo accordo ricorda l’Accordo del 17 maggio 1983, quando gli Stati Uniti mediarono la resa del Libano con Israele, un accordo che conteneva molte delle clausole attuali: consolidare l’occupazione israeliana e dichiarare guerra a qualsiasi forma di resistenza. Quell’accordo fu firmato dagli alleati di Israele in Libano e abrogato entro un anno perché politicamente insostenibile. Sono certo che anche questo farà la stessa fine, ma a quale prezzo nel frattempo?

Hezbollah non è un’organizzazione aliena. Rappresenta una parte considerevole della popolazione sciita libanese. Per questo motivo viene eletto democraticamente in parlamento, come parte del blocco parlamentare più numeroso, nonostante un sistema che svaluta strutturalmente il voto sciita attraverso una forma di manipolazione dei collegi elettorali tipica del Libano.

C’è chi accusa Hezbollah di minacciare una guerra civile per impedire questo accordo. Si sbagliano. Hezbollah sta reagendo alla minaccia molto reale, esplicitamente delineata in questo accordo, di una guerra civile sponsorizzata da Stati Uniti e Israele contro la popolazione che rappresenta, una popolazione che negli ultimi tre mesi è stata sfollata e braccata dai bombardamenti israeliani senza alcuna protezione da parte dello Stato.

Il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam affermano di sostenere la sovranità nazionale. In realtà, stanno usando la violenza, appoggiata da potenze straniere, per indebolire i loro oppositori politici interni. Non c’è niente di più antidemocratico di questo.

Rubio contro Vance

Ciò rende il Libano ancora una volta il punto di maggiore tensione nell’ambito del memorandum d’intesa con l’Iran.

L’Iran ha incluso un cessate il fuoco in Libano tra le sue richieste per la fine della guerra e ha chiesto il ritiro di Israele. Quando Israele ha bombardato Beirut all’inizio di questo mese, l’Iran ha risposto bombardando Israele. Il primo punto del memorandum d’intesa prevede la fine della guerra in Libano.

L’Iran sta verificando se gli americani riusciranno effettivamente a contenere gli israeliani. Finora, ci sono riusciti solo parzialmente. Le violenze continuano quotidianamente, ma con minore intensità rispetto a un mese fa.

È qui che la spaccatura tra Vance e Rubio diventa cruciale da comprendere. Reuters ha riportato che i due uomini hanno adottato toni diversi. Vance ha criticato i bombardamenti israeliani sulle infrastrutture civili di Beirut, definendoli un ostacolo agli sforzi di pace guidati dagli Stati Uniti, si è recato in Svizzera per colloqui con funzionari iraniani e ha ripetutamente parlato della possibilità di una relazione di cooperazione tra Stati Uniti e Iran.

Rubio, d’altro canto, ha girato gli stati del Golfo difendendo la campagna militare israeliana in Libano e rassicurando gli alleati sul fatto che l’accordo con l’Iran non sarebbe stato troppo generoso nei confronti dei “cattivi” iraniani.

Vance vuole porre fine a questa guerra. Si sta preparando per le primarie repubblicane del 2028 e ambisce a diventare il candidato pacifista che si è opposto a un Israele sempre più odiato. Rubio rappresenta l’ala neoconservatrice che rimane incondizionatamente allineata con Netanyahu. Il riassetto dei rapporti tra Libano e Israele porta la sua impronta, essendo concepito per separare il Libano dall’Iran e preservare la capacità di Israele di continuare la guerra. Sembra un tentativo di sabotare la candidatura di Vance.

Subito dopo la firma dell’accordo quadro, gli Stati Uniti hanno annunciato di aver bombardato nuovamente l’Iran, in apparente violazione del memorandum d’intesa, affermando che si trattava di una risposta al fatto che l’Iran aveva aperto il fuoco contro una nave nello Stretto di Hormuz.

L’Iran non ha rivendicato l’attacco, ma non lo ha nemmeno negato. Da allora, l’Iran ha risposto agli Stati Uniti colpendo il Bahrein. Lo stesso giorno, gli israeliani hanno lanciato un attacco con droni contro il Libano. Rubio, durante il suo tour nel Golfo, aveva promesso agli alleati arabi che l’Iran non avrebbe mai controllato lo Stretto, né imposto pedaggi. Nel frattempo, il ronzio dei droni sopra Beirut mi assale più forte che mai.

La retorica a favore del ritorno alla guerra si sta intensificando, e con essa anche il clamore mediatico.

È possibile disarmare Hezbollah?

No. Se nemmeno tutta la potenza militare israeliana è riuscita a disarmare Hezbollah, di certo non ci riuscirà il ben più debole esercito libanese. E se si dovesse effettivamente tentare la strada della guerra civile, l’esercito libanese si dividerebbe. Ma cosa importa a Israele? Israele vuole guerre e instabilità senza fine, e ha dei servitori in Libano disposti a perpetuare questa politica.

Mi vengono in mente I dannati della terra di Frantz Fanon:
«La borghesia nazionale scopre la sua missione storica come intermediaria. La sua vocazione non è trasformare la nazione, ma prosaicamente fungere da nastro trasportatore per il capitalismo, costretta a camuffarsi dietro la maschera del neocolonialismo. La borghesia nazionale, senza alcun timore e con grande orgoglio, si compiace del ruolo di agente nei suoi rapporti con la borghesia occidentale.»
La classe dei compradores libanesi è la dimostrazione vivente della citazione di Fanon. Come ho spiegato all’inizio di questa settimana, sembrano non aver ancora capito che i loro padroni americani hanno perso la guerra contro l’Iran. Questo accordo quadro pone le basi per la guerra civile, mascherando l’operazione dietro il linguaggio della sovranità. Fallirà. Ma forse il danno che provocherà lungo il cammino verso il fallimento è il vero problema.

Fonte

07/05/2026

Nazionalisti dei miei stivali

Al di là del ribrezzo per la volgarità degli attacchi agli attivisti della Global Sumud Flotilla, rivolti anche da alcune “alte cariche istituzionali” prontissime a chinarsi di fronte ad Israele, ci sono diversi aspetti della vicenda che riguardano l’assalto piratesco avvenuto davanti all’isola di Creta e il rapimento di Thiago Avila e Saif Abukeshek che delineano un radicale cambiamento nel rapporto tra Stati democratici e “cittadini”.

Riassumiamo i dati certi, incontestabili, per chiarire bene i termini della questione.

Tutte le imbarcazioni assaltate erano in acque internazionali, a quasi 1.000 chilometri da Gaza e da Israele. Per le leggi internazionali ancora vigenti, dunque, questo è un atto di pirateria che andrebbe sanzionato dall’intera comunità internazionale riunita nell’Onu. Il fatto che sia stato compiuto da uno Stato aggrava l’accusa, non la diminuisce.

Tutte le imbarcazioni fermate, secondo le stesse regole universalmente valide, sono da considerare “territorio nazionale” corrispondente alla bandiera con cui sono state registrate.

In particolare, la barca sui erano i due attivisti rapiti batteva bandiera italiana. Legalmente, a tutti gli effetti, sono stati dunque sequestrati in Italia. Il che giustifica non solo l’iniziativa della magistratura, ma avrebbe richiesto anche una “franca” protesta diplomatica del governo contro quello di Tel Aviv, almeno al livello del ritiro dell’ambasciatore.

Invece la Farnesina del prode Tajani si è limitata alla richiesta di “informazioni”, probabilmente sussurrando parole di scusa per il disturbo arrecato... 

I rapiti. Thiago è un cittadino brasiliano – e il suo governo ne sta chiedendo ogni giorno la liberazione – mentre Saif è un cittadino spagnolo di origine palestinese (la stessa richiesta la sta facendo il governo di Madrid).

Le accuse sollevate da Israele a giustificazione posticcia del rapimento (appartenenza o vicinanza ad “organizzazioni terroristiche” e “aiuto al nemico in tempo di guerra”) sarebbero risibili, in condizioni normali.

Se fossero state anche solo minimamente serie o supportate da uno straccio di prova – anche palesemente falso, come accaduto per Hannoun ed altri palestinesi a Genova – entrambi i sequestrati, infatti, sarebbero stati prima segnalati all’Interpol e quindi sottoposti ad indagine dai rispettivi governi.

Sui criteri con cui Israele definisce “terroristi” individui ed organizzazioni, meglio stendere una lapide d’acciaio. Per Tel Aviv lo sono tutti, tranne i servi. Prendere in esame quelle accuse è solo una perdita di tempo.

Stabiliti i fatti e le regole internazionali esistenti, c’è da chiedersi perché i governi europei – cui fanno capo quasi tutti gli attivisti imbarcati – abbiano accettato il comportamento di Israele nei confronti dei propri cittadini come “normale”. Nei casi peggiori quasi “giustificato”.

La risposta è ovvia: Tel Aviv è il terminale dell’imperialismo euro-atlantico in Medio Oriente, dunque qualsiasi cosa faccia – anche un genocidio – va minimizzata per poterlo sostenere.

Ma non è una scelta politica a costo zero. Il rapporto tra uno “Stato democratico” e i propri cittadini si regge su una serie di leggi e convenzioni, oltre che su diritti, per cui ogni singolo iscritto ad una anagrafe di questo paese deve essere tutelato dall’azione violenta o arbitraria di altri paesi. Qualsiasi sia il suo status o il suo certificato penale.

La tutela vale insomma per il pacifico turista che si trova in difficoltà durante un viaggio all’estero come per un imprenditore vessato ingiustamente, per un tossicodipendente finito in un carcere dell’altro mondo ed anche per un assassino condannato in via definitiva.

Ricordiamo tutti l’enfasi con cui Giorgia Meloni accolse in aeroporto il ritorno di tal Chico Forti, per la cui estradizione dagli Stati Uniti si era battuto il suo governo.

Per gli attivisti della Flotilla – certamente pacifici e disarmati, esenti da qualsiasi reato – invece solo insulti, critiche, dileggio, zero copertura diplomatica anche davanti ad evidenti segni di pestaggio, tortura e persino stupro.

È qui evidente che l’obbedienza alle gerarchie “occidentali” prevale di gran lunga sulla difesa del “territorio nazionale” (le imbarcazioni in libera navigazione nel Mediterraneo) e soprattutto sulla tutela dei propri cittadini. I quali vengono abbandonati alle fantasie macabre di uno Stato “diverso”, se sostengono opinioni e valori che non piacciono a quello Stato e ai suoi alleati.

È una rottura del patto che sorregge la coesione sociale. Difficilmente recuperabile, fra l’altro, perché una volta fissati dei precedenti così infami, diventa persino “normale” proseguire sulla stessa strada.

E se i tuoi cittadini vengono svalutati al punto da essere “a disposizione” di volontà altrui, questo significa che anche per questo Stato non hanno alcun vero diritto e importanza. “Nemici e terroristi” per Israele, dunque anche per il governo di casa nostra.

È una logica da guerra civile globale, in cui “i nostri” e “i loro” vengono separati in base alla posizione assunta nel conflitto politico-sociale, non più in base alla nazionalità (che peraltro obbliga al pagamento delle tasse, va ricordato).

Che a sancire questa rottura siano poi dei governi ufficialmente schierati a difesa degli “interessi della nazione” ci sembra persino logico. Tra quel che fai e quel che dici di essere, in politica, non c’è più nessun rapporto.

Fonte

26/04/2026

USA - Alla Casa Bianca un altro fucile in cerca di Trump

E per fortuna che dovevano essere gli iraniani a mostrare “spaccature interne”… Negli States, invece, c’è così tanta unità che si sparano tra loro e il presidente-faccio-tutto-io improvvisamente invita tutti alla calma. Sminuendo la portata di quello che sembra un “quasi attentato” nei suoi confronti.

Vediamo i fatti. Ieri sera – piena notte per l’Italia – in un hotel nei pressi della Casa Bianca era prevista la cena con i corrispondenti accreditati, più i membri del Congresso, per un totale di 2.600 invitati. Protetti da una cintura di poliziotti, scorte, servizi segreti, ecc., sicuramente superiori di numero. Nel complesso, un fortilizio blindato inattaccabile.

La cena è stata annullata dopo che un singolo attentatore ha provato a superare la cintura protettiva più esterna. Il video delle telecamere di sorveglianza – qui – mostra un gruppo di agenti piuttosto rilassati che improvvisamente vede sfrecciare un uomo con un fucile in mano. Il seguito è scontato. Tutti mettono mano alle armi e l’uomo viene colpito ancor prima di arrivare ai metal detector, pochi metri più in là. Molto prima della grande sala del ricevimento.

Ciò nonostante l’allarme si diffonde in tutta la struttura e nella sala si vedono le scene da film, tutte uguali, con i parlamentari e i giornalisti sdraiati per terra, sotto i tavoli, qualcuno con gli occhi strabuzzati per la paura.

Il presidente viene ovviamente sommerso di agenti di scorta e portato rapidamente via, così come il vice J.D. Vance, il capo dell’Fbi e altri ministri.

L’attentatore, una volta identificato – Cole Tomas Allen – risulta essere un ingegnere californiano, insegnante persino stimato. Nulla si sa per ora delle ragioni del suo gesto, compiuto peraltro portandosi dietro anche una pistola e un coltello, oltre il fucile.

Nonostante le competenze ingegneristiche, però, “l’azione” risulta assai poco scientifica. Partire all’attacco della protezione esterna, da solo, correndo con un fucile in mano, garantisce esclusivamente quel che è accaduto. Un flop totale – se per caso il bersaglio fosse stato Trump o qualcuno dei ministri più noti – in cui si è fortunati se non si muore subito.

Archiviato insomma il gesto, è interessante quel che è avvenuto politicamente dopo.

Il tycoon, invece di assumere la postura “fight, fight, fight”, come avvenuto nell’attentato del 2024 che gli ferì un orecchio, si è esibito nelle vesti del paciere. “Alla luce degli eventi di questa sera, chiedo a tutti gli americani di impegnarsi di nuovo a risolvere pacificamente le nostre differenze”. Sottolineando che “Non è la prima volta nell’ultimo paio di anni che i repubblicani vengono attaccati o uccisi. Alla luce di questa sera, chiedo agli americani di risolvere le differenze pacificamente. Vale per i repubblicani, i democratici, gli indipendenti, i progressisti”.

Anche sull’attentatore – un californiano, quindi facilmente assimilabile al milieu di “estrema sinistra” con cui etichetta i suo avversari – si è limitato a parlare di una “persona malata”, ma il diventare bersaglio “Fa parte del gioco”, perché fare il presidente “è un mestiere pericoloso”.

Parola d’ordine, insomma, “spegnere l’incendio”... che lui stesso ha attizzato nella società statunitense (ad esempio con le azioni dell’ICE e i fatti di Minneapolis).

Tra le notizie di dettaglio, Trump ha precisato che aveva preparato un discorso molto duro nei confronti della stampa che “parla male di lui”, praticamente una lista di proscrizione dei giornalisti che non si limitano a porre il microfono e lasciarlo parlare senza far domande (a lui o alla portavoce Karoline Leavitt).

“Non so se potrò mai essere duro come lo sarei stato stasera”, ha confessato, mentre garantiva che l’appuntamento di ieri sarebbe stato riprogrammato quanto prima. Una revisione generale dell’atteggiamento nei confronti di chi lo critica che suscita la netta impressione che la sua mente sia stata attraversata da un lampo di consapevolezza, tipo “se continuo così, gira gira mi prendono davvero”.

Trump è in effetti al terzo attentato in tre anni. Nel primo, come ricordato, era rimasto ferito da un cecchino piuttosto abile durante un comizio all’aperto. Successivamente un aspirante killer era stato fermato mentre cercava una postazione di tiro nella sua tenuta di Mar-a-lago, in Florida.

Nelle ultime settimane ha licenziato – direttamente o tramite i ministri – diversi funzionari e generali di grande esperienza, normalmente etichettati come “deep state”. La sua politica interna e internazionale sta preoccupando ormai anche il suo entourage, dividendo in modo violento l’opinione pubblica e anche i quadri amministrativi (civili e militari).

Fin qui gli aspiranti attentatori non si sono rivelati all’altezza dell’obbiettivo. Ma il “deep state” sovrabbonda di american sniper eventualmente riciclabili nella parte che fu di Lee Harvey Oswald.

Calmare gli animi non è nel suo stile, insomma, ma può diventare un’assicurazione sulla vita...

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16/02/2026

Come Human Rights Watch ha distrutto la Jugoslavia

Il 25 agosto 2025, questo giornalista ha documentato come gli Accordi di Helsinki del 1975 abbiano trasformato i “diritti umani” in un’arma altamente distruttiva nell’arsenale imperiale occidentale. In prima linea in questo cambiamento c’erano organizzazioni come Amnesty International e Helsinki Watch, precursore di Human Rights Watch. I rapporti apparentemente indipendenti pubblicati da queste organizzazioni sono diventati strumenti devastanti per giustificare sanzioni, campagne di destabilizzazione, colpi di Stato e interventi militari aperti contro presunti violatori dei “diritti” all’estero. Un esempio tangibile dell’utilità di HRW in questo senso è fornito dalla disintegrazione della Jugoslavia.

Nel dicembre 2017, HRW ha pubblicato un saggio autoelogiativo in cui vantava come la sua pubblicazione di “reportage in tempo reale sui crimini di guerra” durante le prime fasi della guerra civile bosniaca nel 1992 e l’attività di lobbying indipendente dell’organizzazione per un meccanismo legale “per punire i leader militari e politici responsabili delle atrocità” commesse nel conflitto, abbiano contribuito alla creazione del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ). I documenti conservati dalla Columbia University “rivelano il ruolo fondamentale di HRW” nella fondazione del TPIJ nel maggio 1993.

Questi file descrivono inoltre in dettaglio la “cooperazione di HRW in varie indagini penali” contro ex funzionari jugoslavi da parte del TPIJ, “attraverso lo scambio reciproco di informazioni”. L’organizzazione è desiderosa di promuovere i suoi stretti legami storici con il Tribunale e il modo in cui il lavoro del TPIJ ha stimolato la creazione della Corte penale internazionale. Tuttavia, in questi resoconti agiografici manca qualsiasi riferimento al contributo fondamentale di HRW nel creare il consenso pubblico e politico per la dissoluzione della Jugoslavia, che ha prodotto proprio quelle atrocità che l’organizzazione ha contribuito a documentare e perseguire.

Nel novembre 1990, Jeri Laber, membro fondatore di HRW, scrisse per il New York Times un editoriale dal titolo tendenzioso: “Perché mantenere la Jugoslavia come un unico Paese?”. Ispirata da un recente viaggio in Kosovo, Laber descriveva come l’esperienza sul campo del suo team nella provincia serba avesse portato HRW a nutrire “seri dubbi sul fatto che il governo degli Stati Uniti dovesse continuare a sostenere l’unità nazionale della Jugoslavia”. Al contrario, proponeva di facilitare attivamente la distruzione del Paese e delineava una roadmap precisa con cui Washington avrebbe potuto raggiungere questo obiettivo.

In particolare, offrendo aiuti finanziari esclusivamente alle repubbliche costituenti della Jugoslavia, “per aiutarle in una transizione pacifica verso la democrazia”, mentre si escludevano le autorità federali ‘deboli’ da qualsiasi “sostegno economico”. Concludeva con forza: “Non esiste alcuna legge morale che ci obblighi a onorare l’unità nazionale della Jugoslavia”. Per coincidenza, pochi giorni prima, i legislatori statunitensi avevano iniziato a votare il Foreign Operations Appropriations Act, che codificava le prescrizioni di Laber come politica ufficiale del governo.

In base al provvedimento legislativo, Washington non avrebbe fornito alcuna “assistenza diretta” al governo federale jugoslavo. Inoltre, gli aiuti finanziari sarebbero stati sospesi alle repubbliche costituenti del Paese a meno che tutte non avessero indetto elezioni sotto la supervisione del Dipartimento di Stato americano entro sei mesi. In un colpo solo, l’autorità centrale di Belgrado fu neutralizzata e furono gettati i semi di aspre e sanguinose guerre di indipendenza in tutta la federazione multietnica e multiconfessionale. È scioccante che Human Rights Watch fosse ben consapevole che questa era una conseguenza “inevitabile” della fine dell’“unità nazionale” jugoslava. 

“Esperimento multinazionale”

Nel gennaio 1991, HRW pubblicò un’indagine intitolata Human Rights in a Dissolving Yugoslavia (I diritti umani in una Jugoslavia in dissoluzione). Laber era l’autrice principale e le sue conclusioni si basavano in gran parte sulla sua visita in Kosovo dell’anno precedente. Il rapporto sosteneva che la provincia serba fosse teatro di “una delle più gravi violazioni dei diritti umani nell’Europa odierna”, a causa del massiccio dispiegamento dell’esercito jugoslavo. Di conseguenza, il Kosovo era pieno di soldati e posti di blocco. Numerosi anonimi albanesi del posto raccontarono a HRW storie raccapriccianti di atrocità, presumibilmente commesse dalle forze militari e di sicurezza contro i civili.

Il rapporto riconosceva brevemente che i serbi e le altre minoranze etniche e religiose del Kosovo avevano precedentemente “subito abusi” da parte di elementi della popolazione albanese della provincia e dei governi locali “composti prevalentemente da albanesi”. Rilevava inoltre che precedenti missioni di HRW in Kosovo avevano concluso che la missione dell’esercito jugoslavo era quella di “proteggere la minoranza serba”. Tuttavia, il rapporto affermava che ora non c’era “alcuna giustificazione” per la presenza dell’esercito e che il suo vero scopo era quello di “sottomette l’identità etnica albanese” a livello locale per conto del governo serbo.

Dire che i non albanesi “subivano abusi” in Kosovo prima dell’arrivo dell’esercito jugoslavo è un eufemismo. Come riportato dal New York Times nel novembre 1982, negli anni precedenti gli ultranazionalisti albanesi avevano intrapreso una feroce “guerra del terrore” per creare un Kosovo “ripulito da tutti gli slavi”. Solo quell’anno, 20.000 serbi terrorizzati fuggirono dalla provincia. Nel 1987, il quotidiano riportò come questa barbarica crociata si fosse intensificata a tal punto che i funzionari jugoslavi e i cittadini di tutta la federazione temevano lo scoppio di una guerra civile.

“Non c’è dubbio che il Kosovo sia un problema che riguarda l’intero Paese, una polveriera su cui siamo tutti seduti”, avrebbe affermato il leader comunista sloveno Milan Kucan, che tre anni dopo avrebbe guidato l’indipendenza della sua repubblica dalla Jugoslavia. I “funzionari di Belgrado” di ogni etnia e religione consideravano la “sfida” dei secessionisti albanesi del Kosovo come “un pericolo per le fondamenta” dell’“esperimento multinazionale” del Paese. Mettevano in guardia dal rischio di una ‘libanizzazione’ del loro Stato, paragonando la situazione ai “disordini” nell’Irlanda occupata dagli inglesi:
“Mentre gli slavi fuggono dalla violenza prolungata, il Kosovo sta diventando ciò che i nazionalisti albanesi chiedono da anni... una regione albanese ‘etnicamente pura’... La scorsa estate, le autorità [del Kosovo]... hanno documentato 40 attacchi di etnia albanese contro gli slavi in due mesi... Le chiese ortodosse slave sono state attaccate e le bandiere sono state strappate. I pozzi sono stati avvelenati e i raccolti bruciati. Ragazzi slavi sono stati accoltellati e alcuni giovani di etnia albanese sono stati esortati dai loro anziani a violentare ragazze serbe.”
All’inizio dello stesso anno, la Presidenza di Belgrado, composta da nove membri e guidata da Sinan Hasani, egli stesso albanese del Kosovo, condannò formalmente le azioni degli ultranazionalisti nella provincia definendole “controrivoluzionarie”. Nel linguaggio della Jugoslavia socialista, questa era la qualifica più grave che potesse essere attribuita dalla leadership del Paese. Hasani rimase membro della Presidenza nel febbraio 1989, quando i suoi membri dichiararono all’unanimità lo stato di emergenza in Kosovo, portando al dispiegamento dell’esercito.

HRW ha singolarmente omesso di approfondire questo contesto complesso ed essenziale nel suo rapporto. Non è stato inoltre riconosciuto in alcun modo che la situazione in Kosovo per i non albanesi fosse tesa in quel periodo, al punto che i serbi in fuga dalle tensioni etniche in atto in altre parti della Jugoslavia erano stati esplicitamente avvertiti dalle autorità di non cercare rifugio nella provincia. Queste omissioni sono tanto più imperdonabili in quanto la visione distorta di HRW degli eventi in Kosovo era al centro della conclusione del rapporto: gli Stati Uniti avrebbero dovuto sanzionare il governo federale jugoslavo per violazioni dei diritti umani.

Questa conclusione è stata raggiunta nonostante HRW abbia ammesso che era opinione diffusa che un’azione punitiva contro Belgrado avrebbe “inevitabilmente” portato alla disintegrazione della federazione, con la conseguente “pratica garanzia di una violazione dei diritti umani”. L’organizzazione tuttavia “non ha appoggiato questa posizione”, ritenendo che fosse molto più urgente che Washington “esprimesse la propria disapprovazione” nei confronti dei presunti abusi in Kosovo attraverso sanzioni distruttive. Nel frattempo, HRW ha incredibilmente sottolineato di non aver preso “alcuna posizione sul fatto che la Jugoslavia dovesse o meno rimanere unita come paese”. 

“Violenza comunitaria”

Passiamo al dicembre 2002, quando Jeri Laber ha testimoniato come “esperta” durante il processo a Slobodan Milosevic presso il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ). Durante il controinterrogatorio da parte dell’ex presidente serbo e jugoslavo incriminato, ha dimostrato una totale ignoranza della cultura, della storia, dei sistemi giuridici e politici della Jugoslavia socialista e di molto altro ancora. Ad esempio, Laber non sapeva che Tito, fondatore e leader di lunga data della federazione, era – come è noto – croato. La sua evidente mancanza di comprensione della realtà locale si rivelò particolarmente problematica quando Milosevic analizzò un rapporto dell’HRW dell’agosto 1991 sulla guerra civile croata.

L’imputazione formulava una serie di affermazioni audaci riguardo a quel conflitto, descrivendo “la rinascita del nazionalismo croato” come causa dello scontro mortale “in reazione a 45 anni di repressione comunista e di egemonia serba”, che ha lasciato i croati ‘amareggiati’ per il fatto che Zagabria fosse, in Jugoslavia, “un vassallo” di Belgrado. HRW ha fortemente suggerito, senza prove, che Milosevic fosse personalmente responsabile di aver fomentato le tensioni e la violenza locali. Non è stato menzionato il sostegno occidentale ai leader croati che veneravano i nazisti e che apertamente sostenevano la totale eliminazione della popolazione serba dalla loro repubblica.

Milosevic chiese a Laber come HRW potesse aver concluso che l’appartenenza della Croazia alla Jugoslavia socialista equivalesse a quasi mezzo secolo di “egemonia serba”, dato che un serbo aveva ricoperto la carica di primo ministro solo una volta nella storia della federazione, per un periodo di quattro anni. Egli mise inoltre in discussione la sua conoscenza del fatto che i tre primi ministri federali di Belgrado dal 1982 al 1992 erano tutti croati, che i croati guidavano e dominavano l’apparato difensivo della Jugoslavia durante il conflitto croato stesso e che “tutte le etnie erano rappresentate in modo proporzionale” nel governo e nell’esercito del paese per legge.

Laber ammise di non essere a conoscenza di nessuna di queste scomode verità, minando fatalmente le affermazioni di ogni rapporto pubblicato da HRW sulla Jugoslavia sotto la sua supervisione, che aveva ispirato la formazione del TPIJ e i relativi procedimenti giudiziari. In difficoltà sul banco dei testimoni, cercò di sostenere che le innumerevoli affermazioni palesemente false contenute nelle varie indagini di HRW sulla Jugoslavia non dovevano essere considerate come risultati indipendenti della sua organizzazione, né in alcun modo radicate nella realtà, ma riflettevano semplicemente ciò che alcune persone del luogo avevano riferito ai ricercatori di HRW:
“Non stavamo dicendo che fosse effettivamente così, stavamo cercando di spiegare gli atteggiamenti che avevamo sentito, ciò che le persone ci avevano detto quando eravamo lì... Non c’era alcuna intenzione o implicazione... questo è ciò che pensavamo. Stavamo solo dicendo che i croati parlavano di molti anni di egemonia serba. Era il modo in cui loro sembravano vederla, non il modo in cui noi la descrivevamo... Stavamo cercando... di spiegare una situazione molto complicata a persone che non vivevano in [Jugoslavia]... nel modo più semplice possibile”.
Queste avvertenze cruciali e auto-annullanti non sono state ovviamente incluse in nessuno dei rapporti di HRW sul crollo della Jugoslavia e sui numerosi conflitti intestini che ne sono derivati, che l’organizzazione ha attivamente incoraggiato e facilitato. Il fatto che le dichiarazioni insensate della Laber abbiano influenzato e giustificato la politica statunitense, nonostante la sua ignoranza dei fatti più elementari sulla Jugoslavia, è una testimonianza inquietante della qualità deplorevole delle “competenze” regolarmente sfruttate nel perseguimento degli obiettivi imperialistici di Washington. Le conseguenze della dissoluzione della federazione erano del tutto prevedibili e, in effetti, erano state previste contemporaneamente dallo studioso Robert Hayden.

In un editoriale del New York Times del dicembre 1990, Hayden – un vero esperto di Jugoslavia – condannò duramente il forte appello di Laber affinché gli Stati Uniti distruggessero la federazione, pubblicato sul quotidiano il mese precedente, definendolo “notevole per la sua mancanza di comprensione”. Egli avvertì giustamente che “coloro che vorrebbero smembrare il Paese sono forti nazionalisti, poco inclini a trattare bene le minoranze all’interno dei propri confini”, sottolineando come gli interventi dell’esercito federale avessero contribuito ad “evitare il conflitto armato” in Croazia nell’agosto dello stesso anno, che avrebbe potuto facilmente estendersi a tutto il Paese.

Confrontando la situazione attuale di Belgrado con quella che aveva preceduto la guerra civile americana, Hayden la definì «davvero bizzarra... gli attivisti per i “diritti umani” sostengono con tanta disinvoltura politiche che rischiano di trasformare la Jugoslavia nel Libano d’Europa». Con una precisione inquietante, avvertì che se l’autorità federale di Belgrado fosse crollata, «le repubbliche avrebbero quasi certamente combattuto l’una contro l’altra a causa delle numerose minoranze etniche sparse in tutto il Paese». Le sue terribili premonizioni risuonano oggi come una maledizione profetica tristemente avverata:
“Nella migliore delle ipotesi, potremmo aspettarci una repressione severa, forse espulsioni di massa, la separazione di città e famiglie miste, seguite da ostilità permanente e... violenza comunitaria tale da far sembrare assolutamente civili le attuali violazioni dei diritti umani in Kosovo... Le nazioni della Jugoslavia, nonostante le loro ostilità, sono strettamente legate tra loro. Questi legami non possono essere spezzati, almeno non senza atrocità. I difensori dei “diritti umani” dovrebbero quindi prendere in considerazione politiche che portino queste nazioni a deporre le armi, piuttosto che politiche che inducono al fratricidio”.
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13/01/2026

Siria - Le SDF costrette a lasciare Aleppo

Nella giornata di domenica, tutti i combattenti curdi delle Forze democratiche siriane (SDF) hanno abbandonato Aleppo, dopo aver raggiunto un accordo di cessate il fuoco con l’attuale regime siriano guidato dal jihadista Al Sharaa.

L’intesa è arrivata dopo giorni di violenti scontri con tra SDF ed esercito governativo costati la vita ad alcune decine di civili.

I combattenti delle SDF avevano cominciato a ritirarsi già da venerdì, e gli ultimi hanno lasciato la città domenica, tramite autobus messi a disposizione dal governo.

I combattimenti sono stati particolarmente sanguinosi: l’esercito ha bombardato varie zone di Aleppo. Mazloum Abdi, il comandante delle SDF, ha scritto sui social media che l’accordo prevede “un cessate il fuoco e garantisce l’evacuazione verso la Siria settentrionale e orientale dei martiri, dei feriti, dei civili intrappolati e dei combattenti dai quartieri di Ashrafieh e Sheikh Maqsoud”.

I curdi rappresentano all’incirca il 10% della popolazione siriana ma durante la guerra civile, iniziata nel 2011 e finita nel 2024, avevano preso il controllo di del 30% dello Stato. Nella zona a nord-est, che prende il nome di Rojava Kurdistan (Kurdistan occidentale), hanno istituito un proprio governo indipendente. Nel corso del conflitto, avevano inoltre conquistato anche altre aree limitate della parte settentrionale della Siria, tra cui alcuni quartieri di Aleppo, come quelli di Ashrafieh e di Sheikh Maqsoud.

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12/01/2026

Gli USA attraversati dalle proteste contro l'ICE

Una nazione in fiamme, travolta da un’ondata di indignazione che dalle strade innevate del Midwest ha raggiunto le principali metropoli delle coste est e ovest. Gli Stati Uniti sono teatro di una mobilitazione massiccia dopo l’omicidio di Renee Nicole Good, la donna di 37 anni colpita a morte mercoledì scorso da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), a Minneapolis.

Nonostante il freddo e la neve, il fine settimana del 10-11 gennaio ha visto centinaia di migliaia di persone scendere in piazza in oltre mille eventi sparsi in tutto il paese, tra presidi, cortei e fiaccolate. “ICE, Out for Good!” – via l’ICE per sempre – è lo slogan che anima le proteste, con un gioco di parole tra il cognome di Renee e l’auspicio di una fine definitiva delle operazioni dell’agenzia federale “personale” di Trump, salita alla ribalta per le violenze e i rastrellamenti degli ultimi mesi, che hanno già causato varie rivolte.

La dinamica dell’incidente avvenuto mercoledì è al centro di un aspro scontro istituzionale. Secondo la versione dell’amministrazione Trump, l’agente, veterano dell’Iraq, avrebbe sparato per legittima difesa mentre la donna tentava di investirlo.

Tuttavia, testimonianze oculari e diversi video smentiscono categoricamente questa ricostruzione, mostrando semmai la donna fuggire dal tentativo di un agente di aprire la portiera, senza intenzione di colpire l’uomo.

Renee e sua moglie erano lì come parte del “movimento dei fischietti”, nato lo scorso anno per avvertire in maniera immediata e pacifica i migranti della presenza di agenti dell’ICE. Anche l’evidente azione di resistenza non violenta che stavano portando avanti dimostra come non ci sia alcuna proporzione tra l’intervento dei poliziotti e il millantato “pericolo”.

L’FBI ha assunto la guida delle indagini e la polizia statale ha denunciato di essere stata ostacolata e di fatto estromessa dai rilievi. Nel frattempo, a gettare benzina sul fuoco si è aggiunto un altro caso a Portland, in Oregon. Due persone di origine venezuelana sono state ferite dall’ICE. Anche in questo caso, le autorità federali hanno invocato la legittima difesa, collegando arbitrariamente i colpiti alla gang Tren de Aragua.

Il procuratore generale dell’Oregon, Dan Rayfield, ha già annunciato un’inchiesta indipendente, separata da quella federale. Le politiche anti-immigrazione dell’amministrazione Trump, caratterizzate da rastrellamenti urbani e metodi a dir poco brutali sono già sotto la lente di organizzazioni umanitarie e dell’opinione pubblica mondiale.

Ma ciò che più di tutto le proteste di queste ore raccontano, in particolare con gli eventi di Portland, è quello di una società sempre più spaccata e sclerotizzata, educata a suon di armi come strumento legittimo di risoluzione dei conflitti. Se questo modello di società, dalle fondamenta totalmente anti-sociali, perde l’elemento che la teneva unita, cioè la propria capacità egemonica legata all’idea di essere i gendarmi del mondo, tra fallimenti militari e deindustrializzazione, il risultato può diventare l’implosione interna.

Alcuni pezzi del capitalismo stelle-e-strisce hanno puntato su Trump e su una nuova e aggiornata “Dottrina Monroe” come via d’uscita dalla crisi, militarizzando ulteriormente la vita interna del paese. È un gioco pericoloso, che unisce la “guerra esterna” a quella interna, non solo sul piano “culturale” e ideologico. Appunto, la giustificazione per i colpi sparati a Portland è quella del coinvolgimento dei colpiti in uno dei gruppi criminali che sono stati arbitrariamente citati da The Donald per giustificare l’aggressione imperialista al Venezuela (venendo poi smentito dal suo stesso “Dipartimento della giustizia”).

Le linee di faglia interne alla società statunitense sono sempre più profonde e, soprattutto, le azioni intraprese dall’attuale establishment non puntano a creare nuovo consenso, quanto a una militarizzazione e “fascistizzazione” della vita di tutti i giorni. Nel frattempo, le proteste continuano, anche con barricate e scontri violenti.

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10/01/2026

Siria - Gli USA mediano tra HTS e SDF, ma si combatte

Nuova battaglia fra le forze delle autorità qaediste e le Forze Democratiche Siriane (FDS) nelle enclave controllate da queste ultime ad Aleppo.

Questa volta si è trattata di una drammatica resa dei conti, con un l’utilizzo di tecniche sioniste da parte dei tagliagole installati a Damasco: Sheikh Maqsoud e Ashrafieh sono state dichiarate “zone militari chiuse”, ed è stato fissato un termine perentorio (le 15:00 di mercoledì 7 gennaio 2026) entro cui i civili avrebbero dovuto lasciare l’area attraverso due corridoi umanitari (Al Awared e Al Zuhour).

Successivamente sono cominciati gli scontri, con un bilancio di più di 40 morti civili e decine di migliaia di sfollati, prevalentemente verso i campi dove sono collocati gli sfollati di Afrin del 2016, già sovraffollati.

Il 9 gennaio, il cosiddetto Ministero dell’Interno di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ha dichiarato che si è raggiunto un cessate il fuoco che prevede l’evacuazione di tutti i miliziani delle FDS dai quartieri interessati verso il nord-est del paese ed il subentro della propria polizia. Vediamo se verrà implementato senza resistenza. L’inviato dell’Amministrazione USA Tom Barrack, intanto, si è felicitato per la tregua, ma appare in grossa difficoltà.

Il cambio di regime siriano, infatti, viene reclamizzato come modello di regime change che dimostra la giustezza della nuova strategia di sicurezza nazionale: il regime subentrante non ha richiesto nessun intervento diretto in proprio aiuto e si è spontaneamente chinato ai diktat di Washington.

Pertanto, Barrack sta esercitando una pressione forte sia su HTS che sulle FDS per ottenere l’integrazione fra le due entità, attraverso l’implementazione del famoso accordo del 10 marzo, e presentare al tycoon un quadro unitario del paese: scaduta la deadline di fine anno, ha avallato un prolungamento della scadenza, ponendosi come garante del fatto che alla fine l’accordo arriverà.

Tuttavia, come si vede, la situazione sta prendendo una piega tale per cui anche la firma “forzata” di un ulteriore documento di accordo difficilmente porterà alla pacificazione. I punti divergenza sono sempre gli stessi: i margini di autonomia amministrativa del nord-est, il controllo dei territori a maggioranza sunnita attualmente controllati dalle FDS e l’integrità delle catene di comando delle divisioni FDS da inserire nel “Ministero della Difesa” di Damasco.

Nel negoziato su questi punti, le autorità centrali paiono non avere molte carte da giocare visto il loro scarso controllo del territorio e la condotta simil-genocida nei confronti delle minoranze; colpire le FDS nel loro punto più debole, ovvero le enclave completamente circondate ad Aleppo, non pare altro che una reazione rabbiosa a questo stato di cose; dietro c’è la spinta dalla Turchia, altro soggetto per ora perdente della partita.

Ankara, infatti, confidava che il processo di pace interno con il PKK avrebbe avuto influenza anche sulle FDS, convincendole a capitolare nei confronti di Damasco grazie alla sola chiamata al disarmo di Ocalan.

Tuttavia, fino ad ora, né è arrivata una chiamata chiara al disarmo delle SDF da parte di Ocalan – che non potrà mai arrivare finché la condotta di HTS rimarrà quella attuale – né il processo interno fa sostanziali passi avanti. Anzi, viene utilizzato in maniera strumentale per dividere l’opposizione repubblicana da quella curda e lo stesso movimento curdo al proprio interno.

Ad esempio, nei giorni scorsi il leader curdo Selhattin Demirtas, uno dei pochi che, prima di finire in carcere, aveva un certo successo anche fra i Turchi, è stato condannato ad altri 17 mesi di carcere per un reato generico definito “insulto al Presidente della Repubblica”. Lo scopo è farlo rimanere in carcere anche qualora il Tribunale di Ankara dovesse rendere esecutiva la scarcerazione ordinata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per la condanna che sta scontando ora.

Tenere fuori gioco i dirigenti più credibili e “trasversali” ed assorbire il voto curdo grazie a delle concessioni minime – il ritorno a casa di qualche migliaio di militanti del PKK ed uno sdoganamento della lingua curda non hanno grossi costi politici. Questo sembra essere il progetto dell’alleanza di governo.

Tuttavia, i segnali provenienti del popolo curdo non vanno in questa direzione: si sono, infatti, tenute grandi manifestazioni a Dyarbiakir/Amed ed altre città del sud-est per protestare contro l’offensiva di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, con striscioni e cori a favore dell’autonomia del Rojava; è la prima volta, dall’inizio del processo di pace, che le popolazioni curde scendono in piazza, segnalando che l’identità curda e la solidarietà con le altre aree curde prevalgono ancora, in larga parte, sull’attitudine a cercare la via dell’integrazione nello stato turco. Questo anche grazie, ovviamente, alla scelta scellerata, da parte della Turchia, di “investire” sui tagliagole siriani.

Nonostante ciò, la possibilità che Erdogan rovesci di nuovo il tavolo come dieci anni fa e butti all’aria il processo di pace sembrano abbastanza remote. La guerra totale lanciata dal regime sionista nella regione sconsiglia, infatti, di tenere vivo un separatismo interno armato che potrebbe fare da potenziale quinta colonna del nemico (il completamente del disarmo del PKK è previsto per la prossima primavera).

In più, come detto, gli USA premono per trovare un accordo completo e, al momento, costituiscono il principale riferimento di Ankara. Secondo alcuni analisti della sinistra turca, infatti, la nuova strategia governativa consiste nell’implementare il disegno espansionista neo-ottomano in allineamento con la strategia di sicurezza nazionale di Trump, che prevede un ritiro sostanziale dal vicino oriente e l’assegnazione del ruolo di custodi degli interessi di Washington ad attori locali, fra i quali la Turchia aspira ad essere capofila.

In questa chiave vanno visti anche il tentativo di rivendere i sistemi di difesa aerea S-400 alla Russia, per poter rientrare nei programmi di acquisto degli F-35 americani, l’impegno nell’implementazione del piano di colonizzazione di Gaza, nonché la reazione flebile e vigliacca dopo il sequestro di Maduro, che negli anni scorsi aveva tributato le massime onorificenze ad Erdogan.

Il più grande ostacolo rispetto a questi piani è costituito, ovviamente, dal regime sionista, che rimane incrollabilmente il maggior alleato dell’imperialismo statunitense.

Il governo di Tel Aviv sta ponendo il veto sia alla vendita degli F-35, sia allo schieramento di truppe turche per la fase due a Gaza. Inoltre, sostiene i curdi e potrebbe spingerli ad aumentare la conflittualità con Ankara, anziché trovare accordi.

Il 2026, dunque, si annuncia come piuttosto difficile anche per un campione della diplomazia e del trasformismo come Erdogan.

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08/01/2026

Siria - Scontri tra l’esercito e i curdi delle SDF

Ad Aleppo sono ripresi gli scontri tra l’esercito siriano del nuovo regime e le milizie delle Forze Democratiche Siriane (SDF) in cui sono inquadrate le Ypg curde. L‘esercito siriano ha iniziato a trasformare i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh in una zona militare chiusa.

Ore fa, il Dipartimento Operazioni dell’esercito siriano ha detto ad Al Jazeera che tutti i siti militari delle SDF nei quartieri di Aleppo “sono un obiettivo legittimo per l’esercito”, dopo i nuovi bombardamenti delle SDF nei quartieri residenziali e gli scontri tra le due parti.

Il corrispondente di Al-Jazeera ha dichiarato che il ritmo degli scontri e dei bombardamenti si è intensificato nei dintorni dei quartieri di Ashrafieh e Sheikh Maqsoud nella città di Aleppo, con l’entrata in vigore del coprifuoco. Almeno 10 proiettili sono caduti vicino al quartiere Ashrafieh, nel mezzo dell’escalation degli scontri e dei bombardamenti nel nord della città.

Da parte sua, le SDF hanno dichiarato di aver monitorato il dispiegamento di circa 80 veicoli militari appartenenti al governo siriano nei pressi dei quartieri Sheikh Maqsoud e Ashrafiyya della città di Aleppo, e considerano questo dispiegamento un indicatore pericoloso, sintomo di un’escalation e della possibilità dello scoppio di una guerra su larga scala.

Hanno aggiunto che le forze governative siriane continuano a bombardare i quartieri con carri armati e droni.

Martedì, le SDF hanno bombardato una postazione militare ad Aleppo e alcuni edifici con proiettili d’artiglieria e mitragliatrici pesanti, uccidendo 5 persone, tra cui due donne, oltre a 21 feriti.

Gli scontri tra le SDF e l’Esercito Siriano sono ripresi dopo il fallimento dei colloqui tenutisi domenica scorsa sull’attuazione dell’accordo di alcuni mesi fa e l’andamento di negoziati che hanno evidenziato le differenze che ostacolano il raggiungimento di intese sulla sua attuazione, con un reciproco scambio di accuse tra le due parti su chi si è assunto la responsabilità per la mancata attuazione dell’accordo.

Il nuovo rais siriano Ahmed al-Sharaa e il comandante in capo delle SDF Mazloum Abdi, avevano firmato un accordo il 10 marzo, che includeva diverse clausole, tra cui l’integrazione delle istituzioni civili e militari dell’Amministrazione Autonoma Curda nelle istituzioni nazionali siriane entro la fine dell’anno, ma le divergenze tra le due parti hanno impedito i progressi nella sua attuazione.

La proposta del regime di Damasco, prevedeva l’integrazione delle SDF nelle fila dell’esercito siriano, a condizione che fossero divise in 3 divisioni e numerose brigate, inclusa una brigata speciale di donne, da schierare nelle aree sotto controllo curdo nel nord-est della Siria e gestite dai suoi comandanti.

Lo scorso 22 dicembre, il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani aveva annunciato che Damasco aveva ricevuto una risposta dalle forze curde alla proposta redatta dal Ministero della Difesa.

Lo stesso giorno in cui i negoziati si erano bloccati, gli scontri sono ripresi nella città di Aleppo, con morti e feriti.

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05/01/2026

I secessionisti yemeniti sostenuti dagli EAU si danno una costituzione e preparano l’indipendenza

Venerdì scorso, 2 gennaio, il Consiglio di Transizione del Sud (STC), il movimento separatista yemenita sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, ha compiuto un passo formale verso la secessione: l’annuncio di una nuova Costituzione e la presentazione di una tabella di marcia che mira all’indipendenza definitiva attraverso un referendum da tenersi entro i prossimi due anni.

Il governo riconosciuto internazionalmente, di cui faceva parte anche lo stesso STC, si sta trovando nella difficile condizione di dover riconquistare i territori persi a inizio dicembre, col sostegno anche militare dei sauditi. I secessionisti rivendicano la ricostruzione di uno stato indipendente nel sud del paese, come c’è stato tra il 1967 e il 1990 (anche se all’epoca l’allineamento strategico era ben diverso: con l’Unione Sovietica).

Abu Dhabi ha progressivamente spostato il proprio sostegno dal governo centrale ai gruppi armati locali, vedendo nel STC un interlocutore più affidabile per i propri interessi strategici nell’area del Golfo di Aden. Questi si stanno cementando sempre di più con quelli israeliani, mentre aumenta la pressione su Ryad affinché accetti di aderire alla normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv.

Mentre le potenze regionali giocano la loro partita a scacchi, lo Yemen resta intrappolato in una guerra civile che dura da oltre un decennio e che ha già causato una delle peggiori crisi umanitarie del secolo. Al solito, l’ago della bilancia rimane il ruolo destabilizzante del sionismo, come braccio, armato e non, dell’imperialismo occidentale nell’area.

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27/12/2025

Dai Caraibi all’Africa guerre americane crescono

«Un attacco potente e letale»

Trump ha scritto sul social network Truth che, su suo ordine, è stato lanciato un attacco «contro i terroristi dell’Isis che hanno preso di mira e ucciso brutalmente, soprattutto, cristiani innocenti». Secondo le iperboli di Trump «il Pentagono ha eseguito numerosi attacchi perfetti». «Sotto la mia guida, il nostro Paese non permetterà al terrorismo islamico radicale di prosperare», ha aggiunto. E il buon Natale con una contorta e discutibile preghiera: «Che Dio benedica il nostro esercito e BUON NATALE a tutti, compresi i terroristi morti, che saranno molti di più se il loro massacro di cristiani continuerà». Buon Natale di morte? Parlando da delegato di giustizia dall’Alto, «Avevo già avvertito questi terroristi che se non avessero fermato il massacro dei cristiani avrebbero pagato l’inferno, e stasera è successo. Il Dipartimento della Guerra ha eseguito numerosi attacchi perfetti, come solo gli Stati Uniti sono in grado di fare», riporta l’ANSA. Fraseggio moderato.

Fatti noti senza aggettivi

«L’Africom ha condotto un attacco su richiesta delle autorità nigeriane nello Stato di Sokoto uccidendo diversi terroristi dell’Isis», dichiara il Comando militare statunitense in Africa. Oltre dodici missili Tomahawk per un attacco di precisione su due campi d’addestramento dell’Isis, lanciati dal cacciatorpediniere USS Paul Ignatius, che nelle scorse settimane si era avvicinata al teatro d’operazioni dell’Atlantico centro-orientale. Il ministero degli Esteri nigeriano ha confermato che gli Stati Uniti hanno lanciato «colpi di precisione contro obiettivi terroristici in Nigeria tramite attacchi aerei». «Le autorità nigeriane rimangono impegnate in una cooperazione strutturata in materia di sicurezza con i partner internazionali, compresi gli Stati Uniti d’America, per affrontare la persistente minaccia del terrorismo e dell’estremismo violento», ha affermato il Ministero degli Esteri in una nota diffusa stamattina.

Che nuovo anno ci prepara Trump?

Parole roboanti del solito Trump, e critiche preoccupare interne. Justin Amash, ex deputato repubblicano del Michigan, ha scritto su X un duro post di critica all’unilateralismo di Trump, sottolineando che «se gli Stati Uniti debbano o meno impegnarsi in conflitti in tutto il mondo è una decisione che spetta ai rappresentanti del popolo al Congresso, non al presidente». L’operazione segue una serie di analoghe operazioni contro lo Stato Islamico in Siria, dove settimana scorsa gli Usa hanno colpito almeno 70 obiettivi riconducibili ai jihadisti e si inserisce nella complessa dialettica con la Nigeria, avverte Andrea Muratore. Negli scorsi mesi Trump ha più volte polemizzato a distanza con il presidente nigeriano Bola Tinbu, accusando Abuja di non fare abbastanza per contrastare il terrorismo e l’insorgenza dell’Isis e di Boko Haram e ponendo in particolare al centro la questione dei massacri di cristiani nigeriani. «Quest’ultimo fronte è molto diffuso nel mondo conservatore statunitense come cavallo di battaglia», denuncia InsideOver.

La guerra interna della Nigeria

«L’insurrezione è in corso da oltre un decennio, uccidendo migliaia di cristiani e musulmani di ogni confessione religiosa», scrive il New York Times. La Nigeria non è ufficialmente in guerra, ma lì vengono uccise più persone che nella maggior parte dei paesi devastati dalla guerra. Solo quest’anno, più di 12.000 persone sono state uccise da vari gruppi violenti, secondo Armed Conflict Location and Event Data, un gruppo di monitoraggio dei conflitti. Un conflitto violento che anche nel mondo delle istituzioni religiose cristiane è letto con cautela, tanto che anche il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, ha ribadito che la radice dello scontro è sociale, e non religiosa. Ma per gli Usa quest’ultima chiave di lettura va cavalcata, tanto che il capo del Pentagono Pete Hegseth ha giustificato l’azione dichiarando che «l’uccisione di cristiani innocenti in Nigeria (e altrove) deve finire».

Guerra civile e non religiosa

Il primo Natale del Trump 2.0 si chiude dunque come una giornata di bombe e missili che segna l’intervento Usa in un nuovo conflitto dopo che nel 2025 Washington ha colpito in Yemen, Somalia, Siria, Iran e tra Oceano Pacifico e Mar dei Caraibi contro i presunti narcotrafficanti. Un’espansione della proiezione militare americana che oggi arriva fino all’Africa occidentale, con conseguenze tutte da analizzare sugli equilibri interni della Nigeria.

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18/12/2025

Sudan - La guerra civile si estende al Kordofan

Le principali città del Sudan, comprese la capitale Khartoum e la città costiera di Port Sudan, sono state immerse nel buio dopo che stamattina alcuni attacchi di droni hanno colpito una centrale elettrica importante nella parte orientale del paese, ad Atbara, nello stato del Nilo controllata dalle Forze Armate Sudanesi fedeli al governo.

È intanto salito a 104 il bilancio dei civili uccisi nei giorni scorsi dai droni dei ribelli delle Forze di Supporto Rapido nella regione del Kordofan, in Sudan, mentre gli scontri tra fazioni rivali si stanno facendo sempre più violenti. L’ennesima escalation della guerra civile che insanguina il paese dall’aprile del 2023 ha causato lo sfollamento di decine di migliaia di persone e ha travolto le strutture sanitarie già messe a dura prova dalle epidemie di colera e dengue.

I combattimenti principali si stanno spostando dal Darfur, nell’ovest, alla vasta regione centrale del Kordofan (ricca di oro e di petrolio) in seguito alla conquista da parte dei ribelli di un’importante base militare a Babnusa.

L’attacco più mortale è stato segnalato in un asilo e in un ospedale a Kalogi, nel Kordofan meridionale, dove sono state uccise 89 persone, tra cui 43 bambini e 8 donne.

Gli attacchi delle Forze di Supporto Rapido hanno preso di mira anche il contingente dell’UNISFA (United Nations Interim Security Force for Abyei), uccidendo sei peacekeeper del Bangladesh colpiti all’interno della loro base a Kadugli, la capitale del Kordofan meridionale, il 13 dicembre.

Pochi giorni prima dell’attacco le RSF hanno preso il controllo del più grande giacimento petrolifero del Paese, situato a Heglig, al confine tra il Kordofan meridionale e il Sud Sudan.

Il mandato di UNISFA è appena stato rinnovato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU per un altro anno. I 4 mila caschi blu schierati nel 2011 si trovano in particolare nell’area di Abye, un territorio di 10 mila chilometri quadrati che si distende nel cuore del bacino petrolifero del Nilo e che continua ad essere conteso tra Sudan e Sud Sudan sin dal momento della separazione del Sud Sudan dal Sudan.

Nel corso dei combattimenti per il controllo del giacimento un attacco da parte dell’esercito sudanese ha causato la morte anche di sette membri delle Forze di Difesa Popolare, cioè le forze armate sudsudanesi.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha condannato quelli che ha definito “terribili attacchi con droni”, sottolineando che «possono costituire crimini di guerra secondo il diritto internazionale».

Il giorno dopo ad essere bombardato è stato l’ospedale militare di Dilling; il “Sudan Doctors Network” ha segnalato nove morti e 17 feriti, definendo l’accaduto “un attacco sistematico alle istituzioni sanitarie”.

I combattimenti nel Kordofan rappresentano una significativa espansione del conflitto in seguito alla presa di el-Fasher, ultima roccaforte dell’esercito in Darfur, da parte delle RSF, avvenuta il 26 ottobre.

I ricercatori dell’Humanitarian Research Lab (HRL) della Yale School of Public Health hanno rivelato in un nuovo rapporto che le milizie hanno ucciso anche un gran numero di civili che tentavano di fuggire dalla città, per poi dedicarsi sistematicamente a distruggere le prove seppellendo e bruciando i corpi delle vittime.

Basandosi sulle immagini satellitari, il rapporto afferma che le RSF «hanno intrapreso una campagna sistematica di diverse settimane per distruggere le prove delle loro uccisioni di massa».

In seguito alle reazioni internazionali, il leader delle milizie, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, ha annunciato l’apertura di un’indagine su quelle che ha definito “violazioni commesse da alcuni dei suoi soldati” durante la cattura di El Fasher. Tuttavia la milizia ha continuato a negare le accuse secondo cui gli omicidi in città sarebbero motivati ​​da ragioni etniche, compiuti dai combattenti arabi (o arabizzati) che prendono di mira le popolazioni non arabe.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (Ohchr), inoltre, ad aprile le milizie di Dagalo avrebbero ucciso un migliaio di civili in un attacco contro il campo profughi di Zamzam, nel Darfur settentrionale.

Tra le persone uccise, 319 sono state giustiziate sommariamente, all’interno del campo o mentre cercavano di fuggire, denuncia il rapporto, secondo il quale alcune delle vittime sono state uccise dalle RSF nelle loro case durante le perquisizioni, altre sono state assassinate nel mercato principale o all’interno di scuole, strutture sanitarie e moschee.

Il rapporto denuncia che almeno 104 sopravvissuti, tra cui 75 donne, 26 ragazze e tre ragazzi – la maggior parte dei quali appartenenti al gruppo etnico Zaghawa – sono stati sottoposti a orribili violenze sessuali.

Mentre gli scontri e le stragi si intensificano, il 15 dicembre il capo del regime militare sudanese Abdel Fattah al-Burhan ha incontrato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman esprimendo la propria disponibilità a collaborare con il presidente degli Stati Uniti per fermare la guerra civile.

Il giorno seguente, in una dichiarazione congiunta, Egitto e Stati Uniti hanno respinto “qualsiasi tentativo di dividere il Sudan” e hanno chiesto un cessate il fuoco globale.

Al-Burhan sta tentando di convincere la comunità internazionale a isolare gli Emirati Arabi Uniti per indebolire il sostegno della petromonarchia alle milizie di Dagalo. Un sostegno che, nonostante le smentite di Abu Dhabi, emerge con sempre maggiore evidenza da numerosi rapporti delle Nazioni Unite, di varie organizzazioni internazionali e non governative e di istituti di ricerca.

Questi documenti hanno evidenziato l’esistenza di una rete ben collaudata, costruita attraverso le alleanze regionali, a partire dai ribelli del Ciad e dall’Esercito nazionale libico (Enl) del generale Khalifa Haftar, articolata attorno agli snodi logistici di Bosaso, nella regione somala del Puntland, e di Berbera, nell’autoproclamata Repubblica nel Somaliland, e alimentata dai profitti derivanti dallo sfruttamento delle miniere d’oro del Darfur e ora anche del Kordofan.

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21/11/2025

Sudan - “Smettete di fornire armi che alimentano la guerra”

Il 17 novembre la testata statunitense Politico riporta le parole prinunciate dall’ambasciatore del Sudan presso la UE, Abdelbagi Kabeir, il quale ha denunciato il contributo che, con le proprie armi, i paesi europei stanno dando alla continuazione della guerra civile in corso nel paese africano.

Nemmeno due settimane fa i compagni del Sudan Liberation Movement hanno tenuto una conferenza stampa presso il circolo Gap di Roma, dove hanno denunciato come lo scontro in corso tra il governo e le Rapid Support Forces (RSF) risponda a una logica di lotta tutta interna a una classe dirigente piegata agli interessi imperialistici occidentali.

Le parole del rappresentante ufficiale di Khartoum presso Bruxelles, dunque, vanno prese con le pinze, con la consapevolezza che parla a nome di una parte coinvolta in un conflitto i cui costi più terribili li sta pagando la popolazione. Ma è comunque utile sottolineare la denuncia della partecipazione europea a quello che è un altro genocidio.

Il diplomatico ha parlato del traffico d’armi che collega l’Europa con gli Emirati Arabi Uniti. Lo scorso anno Amnesty International aveva individuato sui campi di battaglia sudanesi dei veicoli per trasporto truppe prodotte dagli EAU in Sudan, ma equipaggiati anche con sistemi francesi.

Lo scorso aprile un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha sollevato preoccupazioni sui legami tra il paese arabo e le armi che sono state utilizzate in Darfur dalle RSF. Questi dubbi sono stati provati e riprovati negli ultimi mesi, palesando una evidente violazione dell’embargo sulla vendita di armi che da lungo tempo riguarda il Sudan.

Gli Emirati hanno ovviamente negato ogni coinvolgimento. Intanto, un’inchiesta di France24, risalente sempre ad aprile, ha confermato anche la presenza, nel paese africano, di munizioni prodotte in Bulgaria, passate sempre attraverso gli Emirati fino alle mani dei combattenti delle RSF.

Inoltre, il mese scorso anche il Regno Unito ha confermato che alcune sue attrezzature militari sono state ritrovate in Sudan. Riferendosi nello specifico alla UE, Kabeir ha detto che andrebbe favorito un equilibrio morale a quello commerciale. Ovviamente, il diplomatico di Khartoum ha anche chiesto che vengano revocate le sanzioni contro le Forze Armate Sudanesi, e ha anche minimizzato le loro violenze, definendoli “incidenti” che sarebbero isolati.

Nonostante l’evidente interesse in uno scontro in cui le ragioni delle classi subalterne non sono rappresentate da nessuno, la complicità europea in un ennesimo crimine contro l’umanità è indisputabile.

Il presidente del Consiglio Europeo António Costa ha visitato Abu Dhabi a fine ottobre, definendo gli Emirati Arabi Uniti “un partner importante e affidabile per l’UE: per la prosperità, la stabilità e la sicurezza delle nostre regioni e non solo”. Il riferimento al nodo del Mediterraneo allargato è chiaro.

La Commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, dovrebbe recarsi nel Golfo Persico il mese prossimo. Kabeir ha sottolineato che “ciò che accade nell’Africa subsahariana, si vede nel Mediterraneo”, con un evidente avvertimento rispetto ai risvolti che la crisi sudanese avrà in relazione ai flussi migratori.

Per quanto riguarda l’Italia, ai tempi di Matteo Renzi era stato firmato un memorandum allora segreto per il contrasto all’immigrazione irregolare. Come è successo con la Libia, i fondi erogati dalle casse italiane sono finite a trafficanti di essere umani, che rappresentano lo stesso problema che la classe politica dice di voler combattere.

Solo un sostegno internazionalista coerente con le ragioni della fine del conflitto e dell’autodeterminazione del popolo sudanese, libero dalle influenze occidentali, può essere un viatico alla pace.

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14/11/2025

Il nuovo disordine mondiale / 30 – Israele sull’orlo dell’abisso

di Sandro Moiso

Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi Editore, Roma 2025, pp. 287, 18,50 euro

In occasione del trentennale dell’uccisione di Yitzhak Rabin, con decine di migliaia di persone in piazza a Tel Aviv per celebrare l’evento, Isaac Herzog, presidente dello stato di Israele, ha affermato che: «Oggi siamo sull’orlo dell’abisso». Aggiungendo poi ancora: «Lo Stato ebraico e democratico di Israele non è un campo di battaglia, ma una casa, e in casa non si spara, né con le armi, né con le parole, né con le espressioni o con le allusioni». Affermazione fatta in un contesto in cui Bibi Netanyahu, da sempre indicato come uno degli sponsor dell’odio che portò al più importante omicidio politico della storia dello stato ebraico per mano di un ebreo di origini yemenite, si è tenuto lontano dalle celebrazioni molto probabilmente per timore delle contestazioni nei suoi confronti.

Ma ciò che qui è interessante annotare, più che il ricordo di un uomo che quando era «ministro della Difesa – poi beatificato dall’Occidente in seguito al suo assassinio ad opera di fanatici oggi al governo in Israele – impiegò tutto il peso dell’IDF sui Territori rivelandone pienamente il carattere coloniale e di forza d’occupazione. Già nel 1987 il pugno della repressione – spari sulla folla, rastrellamenti, demolizioni e detenzione di massa – fu spietato, anche a fronte di un sollevamento prevalentemente civile e non armato», come ha giustamente ricordato Giovanni Iozzoli su Carmilla il 4 novembre di quest’anno, è costituito dal fatto che l’“abisso” evocato dall’attuale presidente israeliano è prossimo a quel “precipizio” indicato per il futuro di Israele da un altro ebreo israeliano, Michel Warschawski, fondatore del movimento anti-sionista Alternative Information Center fin dal 1984:

Il misto di nazionalismo offensivo e di vittimismo provoca all’interno della società israeliana una violenza che non è facile misurare dall’esterno. Eppure basta ascoltare le trasmissioni dei dibattiti alla Knesset per rendersene conto: [dove] si fa a gara a chi presenta il progetto di legge più drastico non solo contro i «terroristi» ma contro ogni forma di dissidenza in Israele. La Corte suprema e i media, ma spesso anche la polizia e la Procura, pur facendo parte delle strutture di polizia o militari, vengono regolarmente denunciati come anti-ebraici, e persino come «mafia di sinistra». [...] La povertà intellettuale di un Benyamin Netanyahu, il provincialismo culturale di un Ariel Sharon li rende ciechi: credendo di servirsi degli Stati Uniti per il loro progetto coloniale, essi non sono in realtà che lo strumento di un progetto molto più ambizioso che ha, fra l’altro, come obiettivo la rovina del popolo di Israele.
[...] Questa scelta rischia, d’altro canto, di trascinare nella tormenta una parte importante delle comunità ebraiche sparse nel mondo. Il comportamento di Israele sulla scena internazionale rende odioso lo Stato ebraico in ogni parte del mondo, senza parlare dei pretesti forniti agli antisemiti di ogni sorta [...] L’identificazione incondizionata, nel Nordamerica e in Europa, dei dirigenti delle comunità ebraiche con Israele rischia di avere conseguenze fatali per le comunità che essi pretendono di rappresentare. [...] Nella catastrofe che si preannuncia, i portavoce spesso autoproclamati delle comunità ebraiche sparse nel mondo avranno anch’essi la loro parte di responsabilità. Anziché utilizzare l’esperienza accumulata in secoli di vita diasporica per mettere in guardia il giovane Stato ebraico, sono affascinati dalla forza, dall’immagine del parà ebreo che sa essere altrettanto brutale del legionario francese e del marine americano. Godono vedendo degli ebrei che, una volta tanto, non sono esclusi dal diritto, ma hanno finalmente l’occasione di escludere il diritto dalla loro esistenza1.

In poche righe Warschawski, in quel testo del 2004, anticipava ancor più che i timori espressi da Herzog i temi e le tesi esposte da Ilan Pappé nel suo testo più recente, edito da Fazi, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina.

L’autore è professore di Storia all’Istituto di studi arabi e islamici e direttore del Centro europeo per gli studi sulla Palestina presso l’Università di Exeter, e fa parte di quel consesso di storici israeliani (Tom Segev, Shlomo Sand, Norman Finkelstein e, un tempo, Benny Morris) che per anni, spesso a rischio della vita per mano degli estremisti sionisti, hanno messo in discussione una narrazione storiografica tutta intrisa di messianismo e revanscismo basato sulla necessaria riscossione del credito politico e coloniale accumulato attraverso le sofferenze inferte al popolo ebraico dalla Shoa; tutto a danno dei diritti degli arabi palestinesi a vivere sulla propria terra in pace e con gli stessi diritti degli altri cittadini di Israele.

Oltre che del presente testo, Pappé è stato anche autore di più di una dozzina di libri tra cui La pulizia etnica della Palestina (Fazi Editore, 2008), mentre per il medesimo editore ha anche pubblicato Palestina e Israele: che fare?, scritto insieme a Noam Chomsky (2015), La prigione più grande del mondo. Storia dei Territori Occupati (2022) e Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina (2024). Mentre per Einaudi ha pubblicato Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli (2014) e per Temu: Dieci miti su Israele (2022). Cui vanno ancora aggiunti: Ultima fermata Gaza. La guerra senza fine tra Israele e la Palestina, sempre con Noam Chomsky (Ponte alle grazie, 2023); Israele-Palestina. La retorica della coesistenza (Nottetempo, 2011) e Controcorrente. La lotta per la libertà accademica in Israele (Zambon, 2012).

Sempre attento, presente nel dibattito e schierato per tutto quanto riguarda la causa palestinese, Ilan Pappé non ha mai, però, separato le ragioni del popolo palestinese dalla necessità di trovare un punto di incontro con quelle frange, minoritarie ma non del tutto secondarie, del mondo ebraico, fuori e dentro Israele che da sempre o almeno fin dalla fondazione dello Stato ebraico hanno contestato l’assurdità del colonialismo sionista e proposto strade diverse per una comune convivenza su quelle stesse terre oggi totalmente rivendicate dal sionismo messianico di Bibi Netanyahu, Itamar Ben-Gvir o Bezalel Smotrich. Comunque senza mai illudersi che questo possa avvenire in mancanza di un cambiamento radicale all’interno della stessa società israeliana.
Da qui l’attenzione per la possibile “fine” di Israele.

Il passo da uno Stato in crisi alla sua fine può essere breve.
[...] Non prendo con leggerezza il processo che potrebbe portare alla fine di uno Stato di cui sono cittadino e in cui vivono milioni di persone. Gli Stati in realtà non finiscono come se niente fosse, e da questo punto di vista parlare di “fine” potrebbe essere esagerato; nella maggior parte dei casi gli Stati cambiano e a volte lo fanno in modo drastico. [Motivo per cui] Quando si auspica la fine dello Stato o se ne teme l’idea, bisognerebbe avere ben presente, alla luce dei precedenti storici, che questi processi sono sempre caratterizzati da una violenza estrema.
[...] Sebbene io sostenga la visione di un unico Stato democratico per Israele e Palestina, il mio non vuole essere un appello perché si arrivi alla fine di Israele. Da storico, evidenzio che la fine di Israele sembra essere già cominciata. E la morte di uno Stato o il collasso di un’entità geopolitica creano un vuoto.[...] E quanto prima il vuoto sarà riempito, tanto meno violento sarà il processo di disintegrazione2.

L’ottica scelta pertanto è quella di individuare non soltanto le cause, ormai evidenti, del processo di disgregazione dello stato israeliano, ma anche le possibili soluzioni di una crisi quasi secolare che non potrà trovare risposta soltanto nel revanscismo arabo o nella continuazione e riaffermazione dell’espansionismo coloniale sionista. Entrambi forieri soltanto di guerre e sofferenze senza fine. Entrambi tunnel in cui, come per i soldati dell’IDF in quelli di Hamas nel sottosuolo di Gaza, sarebbe meglio non infilarsi.

La fine di Israele di cui parla Pappè nel suo libro è stata già da tempo individuata anche da molti altri osservatori, non obbligatoriamente di parte. Come si afferma ad esempio in un recente editoriale di «Limes»: «Lo Stato ebraico rischia la pelle perché cercando di scongiurare o ritardare la resa dei conti fra le sue fazioni, estesa alle istituzioni civili, militari e di intelligence, si è cacciato in conflitti infinibili mascherati da prologhi alla Vittoria Decisiva»3. Un’affermazione cui, sullo stesso numero della rivista di geopolitica, Giuseppe De Ruvo può aggiungere:

Nonostante Israele stia combattendo una guerra su sette fronti – Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Yemen, Qatar, Iran – il più scottante continua ad essere quello domestico. Netanyahu ne è perfettamente consapevole, dunque agisce secondo un principio paradossale: per non perdere la guerra, quella che per gli ebrei realmente conta e che riguarda l’esistenza dello Stato di Israele, è necessario prolungare e allargare ad infinitum il conflitto che dall’ottobre 2023 vede Gerusalemme opporsi a mezzo Medio Oriente. Altro che vittoria definitiva.
[...] Solo Israele può fermare Israele. O completarne l’autodistruzione. A ritenere pericoloso il piano di Netanyahu e dei suoi alleati sono infatti interi pezzi di Stato ebraico, che vanno dalle Forze armate al Mossad. Apparati che ormai esplicitano a mezzo stampa le loro critiche, rifiutandosi di compiere operazioni che ritengono insensate e che sanno contribuire al crollo della credibilità internazionale di Israele. Autentica assicurazione sulla vita di un paese minuscolo, la cui legittimità deriva(va) dall’essere garante della sicurezza degli ebrei. Anche di quelli che non vi risiedono.
Queste tensioni, sempre meno latenti, non sono ancora esplose. L’esercito israeliano, nonostante gli scontri e i cambi al vertice, continua infatti a eseguire gli ordini di Netanyahu. E tuttavia ciò non significa che la situazione sia sotto controllo. Molto peggio. Quello cui stiamo assistendo non è infatti uno strappo dovuto al disaccordo tra Bibi e i suoi generali, ma il risultato del progressivo sfilacciamento dei rapporti di fiducia tra leadership politica, militare e securitaria. Per lo Stato ebraico, il fronte decisivo è dunque quello interno, l’ottavo. attorno al quale si combatte per l’anima e il futuro del paese [mentre] la sfiducia reciproca tra leadership civile e militare non è effetto ma causa della guerra4.

Situazione che in altra parte dell’articolo l’autore non esita a definire come un redde rationem interno o come autentiche prove di “guerra civile”. Una situazione che sottolinea la fragilità della forza e del progetto espansivo sionista, al contrario di ciò che molti analisti dell’antagonismo sociale e palestinese troppo spesso intendono come univoco e vincente. Eliminando dunque dal quadro di riferimento critico tutte le crepe e le enormi contraddizioni che ne minano gli intenti.

Compreso l’ingresso a gamba tesa di Donald Trump e della sua “politica di pace” nella Striscia di Gaza. Che, come si afferma ancora nell’editoriale di «Limes» citato sopra, fa vincere al presidente americano, a mani basse, il premio per la migliore “fiction geopolitica” volta a redimere il Caos in Cosmo, disordine in ordine, guerra in pace. Piano che, pur essendo definito per la pace eterna e «che scioglie nodi plurimillenari in Medio Oriente a partire dal martirio dei palestinesi della Striscia da volgere in Riviera, non pare avviato a redimere la regione».

Fa bene la rivista a definire “fiction geopolitica” il piano trumpiano (?) per la Striscia poiché da diverso tempo a questa parte tutte le narrazioni che si susseguono, sia attraverso la voce o i messaggi postati da Trump su Truth oppure quelle recitate a soggetto dagli infiniti esperti solipsisti che si accorgono che la Storia volge in altra direzione da quella auspicata soltanto, e forse nemmeno allora, quando vanno a sbatterci contro, magari violentemente, ricordano sempre più quel “romanzo scritto male” di cui parlava Francesco Guccini in una sua canzone5. Oppure, rimanendo nel campo della fiction televisiva, quelle serie senza capo né coda in cui gli autori si ostinano ad andare avanti con stratagemmi sempre più banali e ripetitivi destinati a risvegliare l’attenzione di un pubblico sempre più sfinito e disattento.

Una narrazione che finge potenza e determinazione là dove tutto sembra smentire, a livello di ordine internazionale, quel nuovo ordine mondiale che l’Occidente e gli Stati Uniti si immaginavano di aver instaurato, o poter instaurare, a partire dalla fine dell’URSS e dalla globalizzazione intensiva dei commerci e dei rapporti finanziari su scala planetaria.

Una narrazione ormai fallita e rimasta farlocca proprio a partire dal centro dell’impero. Là dove un biondo (tinto) imperatore finge di poter fare ciò che vuole e rispondere a tutte le difficoltà mentre, di volta in volta, è costretto a smentirsi quasi quotidianamente per non subire del tutto le conseguenze degli eventi che hanno segnato la strada in altre direzioni da quelle previste.

Non cogliere questo elemento di forzatura rappresentativa del potere americano o sionista significherebbe soltanto accettare una narrazione tutta tesa a nascondere le difficoltà militari, economiche politiche, esterne e interne, che ne contraddistinguono ormai l’andatura sbilenca. Un’andatura sbilenca per cui, come era facile prevedere da molto tempo a questa parte, gli Stati Uniti di Trump, ma anche del futuro, non potranno più appoggiarsi soltanto su Israele per difendere i propri interessi mediorientali.

Una zoppia politico-militare che fa sì che i paesi musulmani, e non solo quelli del Golfo, debbano sostenere i bisogni americani sia geo-strategici che economici. I miliardi promessi da Qatar e Arabia Saudita indicano che questi nuovi possibili attori della scena internazionale potrebbero avere un ruolo importante per l’economia americana e non soltanto per i fondi di investimento di Trump e Kushner che già ne hanno incassato una parte. Potrebbero indicare che mentre l’attenzione nei loro confronti può costituire davvero un investimento conveniente, anche in vista di un progressivo disinvestimento cinese nei titoli di stato americani, la spesa militare per l’aiuto ad Israele potrebbe costituire in prospettiva soltanto più una perdita.

Da qui gli accordi di Abramo e il tentativo, già messo in atto durante il primo mandato di Trump, di chetare i rapporti tra tutti paesi dell’area, Iran compreso. Ma tutto ciò ha un costo, che la guerra di Gaza ha messo in rilievo: gli emirati, il Qatar, l’Egitto, la Turchia e la stessa Arabia Saudita, solo per citare alcuni dei possibili “alleati” hanno bisogno di ricevere in cambio qualcosa di consistente. Sia in termini economici che strategici, come guadagno diretto di un contratto che ha anche un suo versante politico, quello di tenere a bada masse popolari, arabe ma non solo, messe in agitazione da ciò che avviene a Gaza. In cui riconoscono il proprio destino e la necessità di giungere un giorno a rovesciare Stati e governi.

Ma lo Stato di Israele non può più, nonostante i suoi bombardamenti, le sue operazioni militari mirate, le sue stragi, costituire il garante dell’ordine sociale locale, anzi rischia di diventare con la sua sconsiderata azione il detonatore di rivolgimenti ben più vasti e incontrollabili. E anche gli Stati Uniti, dopo essersi illusi di rappresentare i garanti dell’ordine capitalistico occidentale, se non mondiale, devono oggi ammettere per bocca dello stesso Trump che «non possono più agire come gendarme internazionale».

Gli imperi declinano, poi crollano. L’impero americano è crollato prima di finir di declinare. Giacché nessun impero esiste per moto proprio ma a due condizioni: se può volerlo e se è riconosciuto tale dagli altri imperi e dalle potenze che contano. Oggi l’egemone che si ostentava globale, garante degli amici e nemesi per i nemici, non si vuole più tale perché stanco di mondo e nostalgico di nazione. Fra la vita e la morte gli americani scelgono l’America. Per conseguenza, né i suoi imbaldanziti avversari né i satelliti in panico abbandonico lo considerano più superiore gestore dell’ordine planetario6.

Fatto rilevabile nella crescente sfiducia che gli alleati arabi del Golfo hanno nei confronti di entrambi, soprattutto dopo l’attacco, fallimentare negli intenti dichiarati, condotto dall’IDF in Qatar. Una sfiducia apertamente manifestata dal principe saudita Mohammad bin Salman che non ha esitato a rivolgersi al Pakistan, altro paese musulmano, per mettersi al riparo di un ombrello nucleare che gli Stati Uniti sembrano non poter più garantire7. E anche se quest’ultimo fatto potrebbe fare parte di una strategia volta ad ottenere di più dal governo americano in occasione del prossimo viaggio del principe saudita a Washington, certamente è uno dei fattori che hanno “costretto” Trump a dichiarare la possibile ripresa dei test nucleari (soprattutto dopo il fallimento dell’azione militare americana nei confronti dei siti nucleari iraniani, confermato anche dalla stessa intelligence statunitense).

Ma tutto ciò non basta ancora: se è vero, infatti, che gli investimenti a Gaza per la ricostruzione rappresentano per le finanze arabe una magnifica occasione di guadagno, è altresì vero che tali investimenti dovranno essere “garantiti”. Senza inoltre contare che gli stessi paesi arabi stanno opponendo forti resistenze a una proposta sostenuta dagli Stati Uniti di ricostruire una ‘nuova’ Gaza esclusivamente nella metà dell’enclave attualmente posta sotto il controllo di Israele, visto che sia Israele che Washington hanno escluso che i fondi possano essere destinati alle aree sotto il controllo di Hamas.

I sauditi sono abituati a mescolare assieme politica e affari, proprio nello stile preferito dal presidente Usa. Hanno anche un’innata simpatia per quest’ultimo che ha sempre scelto il loro paese per i suoi interventi e le sue prime visite ufficiali. Ma ora il vento è cambiato e la “parentela” Usa-Israele pare a Riad troppo limitante e senza garanzie di successo (o di guadagno). Basta far riferimento all’UE: quanti milioni ha buttato in Cisgiordana e a Gaza che Israele non si è affrettata a distruggere in tante guerre? L’Israele di Netanyahu e della destra estrema oggi al potere è un paese spaccato, intriso d’odio e diviso al suo interno. È anche un paese imprevedibile: troppi luoghi di potere contrapposti e in competizione permanente fra di loro [e] certamente gli americani faranno fatica a spiegare ai sauditi chi comanda davvero a Tel Aviv. La fiducia dei sauditi si è notevolmente ridotta con possibili lunghe e amare ripercussioni8.

Ecco allora che la presenza di un contingente internazionale a Gaza, magari di paesi islamici, più che al disarmo di Hamas sarebbe rivolto, prima di tutto a garantire gli investimenti arabi nella Striscia. Come già ha ben compreso il governo israeliano, tutto rivolto ad evitare una governance mandataria americana nei confronti delle sue azioni e ad impedire la presenza dei militari turchi a Gaza. Considerato che la Turchia, proprio grazie all’azione disgregatrice di Israele, è giunta alle porte dello Stato ebraico attraverso la Siria oggi governata da Mohammed al-Bashir, l’ex-jihadista fortemente sponsorizzato dallo stesso Recep Tayyip Erdoğan, capo dello stato turco e teorico del rilancio degli interessi ottomani in tutta l’area mediorientale.

Una politica che negli ultimi tempi ha fatto sì che la Procura generale di Istanbul abbia emesso 37 mandati di arresto per altrettanti dirigenti politici e militari israeliani con l’accusa, documentata, di genocidio nei confronti della popolazione di Gaza. Tra i trentasette spiccano i nome di Bibi Netanyahu, di Itamar Ben-Gvir, di quello del Capo di stato maggiore Eyal Zamir e del ministro della Difesa Israel Katz. Questa provocazione causerà sicuramente qualche problema per Trump, considerata la sua predilezione per il capo di stato turco. Il quale ha anche ospitato ad Istanbul un vertice dei ministri degli Esteri di dieci paesi musulmani per coordinare la pressione per la forza multinazionale di stabilizzazione per Gaza, con il chiaro intento di mettersi a capo della stessa9.

È in mezzo a questo mare tempestoso che si deve muovere Donald Trump che, in un non lontano futuro, potrebbe scegliere di abbandonare oppure di affidarsi decisamente di meno alle scelte di un governo condannato, per non affondare insieme ad esso e mantenere quel minimo di influenza politica nei confronti degli alleati arabi. E se qualcuno, in un tale contesto, volesse ancora fare riferimento esclusivamente alla volontà di potenza sionista o alla determinazione imperialista statunitense per comprendere ciò che avviene sul campo, lo faccia pure, ma sapendo che gli errori, soprattutto di valutazione, prima o poi si pagano sempre.

È allora forse utile ricordare un’affermazione di Hannah Arendt, espressa nel 1948, ma ancora valida oggi a giudizio di chi scrive, secondo la quale: «Il modo più realistico per valutare il costo degli avvenimenti [...] per i popoli del Vicino Oriente, non è costituito dalla perdita di vite umane, dai danni economici, dalla distruzione provocata dalla guerra o dalle vittorie militari, ma dai mutamenti politici». Quei mutamenti politici, ieri, erano rappresentati, sempre secondo la filosofa ebrea, dalla «creazione di una nuova categoria di persone senzapatria, i profughi arabi», cosa che non faceva altro che confermare l’assunto secondo il quale «gli ebrei miravano semplicemente a cacciare gli arabi dalle loro case».

Oggi, pur rimanendo evidente l’intento colonialista e liquidazionista della destra ebraica, i mutamenti politici si sono fatti più evidenti su scala mondiale, in un contesto in cui, come si è già detto prima lo Stato di Israele, con la sua azione spintasi ben oltre Gaza, sembra aver perso qualsiasi aspetto di legittimità davanti agli occhi della maggioranza della popolazione mondiale. Ben oltre i confini del mondo arabo in cui tale percezione condivisa era principalmente limitata prima del conflitto degli ultimi due anni. Una rimessa in discussione non solo dei principi che ne hanno validato l’esistenza per decenni, ma che costringono anche ad una progressiva, ancor che lenta agli occhi di molti, revisione delle alleanze che ne hanno garantito la sopravvivenza fino ad ora. Ed è a questo punto che occorre ritornare al testo di Pappé, là dove afferma, ad esempio:

Non sorprende che la guerra scoppiata nel 2023 tra Israele e Hamas sia vista da alcuni come preludio dell’Armageddon. Ma è possibile andare oltre la semplice visione apocalittica e presentare invece una valutazione più ottimistica di un potenziale esito di quello che sembra essere una disintegrazione inevitabile, caotica e violenta dello Stato ebraico.
[Infatti] diversi processi che si svolgevano davanti ai miei occhi mi hanno portato a concludere, non come attivista politico o visionario bensì come accademico, che stiamo assistendo alla fine dello Stato di Israele, o se non altro del progetto sionista come lo conosciamo. Benché promossi dalle azioni di gruppi di individui e organizzazioni, oggi questi processi hanno raggiunto una dimensione tale che la loro spinta è inarrestabile e condurrà a un cambiamento sul campo davvero fondamentale, rivoluzionario, in quelli che attualmente sono Israele, la Cisgiordania occupata e la striscia di Gaza distrutta10.

Però, per fare sì che queste affermazioni non rappresentino soltanto delle semplici e utopiche speranze, l’autore si preoccupa di aggiungere subito dopo:

Come molti miei amici palestinesi, anch’io mi riferisco alla fine di Israele come a un processo di decolonizzazione. In qualità di storico so bene dei casi del passato in cui la decolonizzazione è avvenuta attraverso trasformazioni violente e brutali. La storia, la migliore maestra che abbiamo, ci fornisce anche innumerevoli esempi in cui le lotte di per la liberazione e la decolonizzazione sono sfociate nella creazione di nuovi sistemi di ingiustizia, per usare un eufemismo.
Realisticamente, sarebbe ingenuo immaginare la fine del progetto sionista o dello Stato di Israele come una felice e rapida trasformazione da un luogo di occupazione, oppressione e, da ultimo, di genocidio in un paese dove le libertà sono garantite a tutti e dove viene ristabilita la giustizia per chi in passato abbia subito dei torti. Ma è importante aspirare a una transizione [...] che vada innanzitutto a beneficio delle vittime dell’oppressione e degli spargimenti di sangue, ma anche di coloro che temono che perdere la propria posizione di privilegio e superiorità li trasformerà in vittime, da agiati oppressori quali sono attualmente.
Per riassumere quanto detto fin qui: il progetto sionista si sta sbriciolando e con esso lo Stato di Israele come uno Stato ebraico. E questa non è una pia illusione né lo scenatio cui si potrebbe arrivare nel peggiore dei casi. È qualcosa di inevitabile, non perché io stia adottando una prospettiva determinista sulla storia o perché possieda una sfera di cristallo, ma perché è una situazione già in essere, anche se non se ne parla11.

Spesso anche negli ambienti dell’antagonismo, abituati da decenni di vittimizzazione a non aspirare ad altro che ad una vendetta. Dimenticando che il dio della vendetta è esattamente quello esaltato dalla destra israeliana ed evangelica e che la vendetta non può mai costituire un buon metro di giudizio o di programmazione per il futuro. Una cecità che impedisce di cogliere crepe importanti non soltanto ai vertici dell’intelligence e delle forze militari dello Stato di Israele, come la mancata riuscita del bombardamento dei vertici di Hamas a Doha oppure la vicenda dell’avvocato generale militare, Yifat Tomer-Yerushalmi, arrestata per aver diffuso un video che mostra gli abusi dei soldati su un detenuto palestinese e ancora rinchiusa in carcere per aver fatto tale scelta, già mettono in evidenza.

Crepe che si manifestano nel rifiuto dei riservisti di tornare sul fronte di Gaza oppure nelle manifestazioni dei parenti degli ostaggi che, anche se spesso sono state rivolte soltanto alla salvezza dei propri cari oppure alla richiesta di un’azione più energica nei confronti di Hamas, talvolta sono sfociate in dichiarazioni individuali o collettive tese alla ricerca di un nuovo modus vivendi con la popolazione arabo-palestinese12.

Le fondamenta dell’Israele sionista hanno crepe così grosse che nessuna opera di manutenzione potrà ripararle. Non si tratta di stabilire se l’edificio crollerà, ma quando ciò avverrà.
[...] Per riassumere, il collasso di Israele non è una posizione politica, qualcosa che si possa accettare o rifiutare. È un processo oggettivo che è già cominciato. La sua probabilità dovrebbe essere discussa come argomento principale nella conversazione a lungo termine sul futuro di Israele e della Palestina, anziché concentrarsi – come facciamo noi – sul futuro dei palestinesi. La sorte dei palestinesi nei prossimi anni è comprensibilmente la nostra più grande preoccupazione, ma nel lungo periodo sarà la sorte degli ebrei nella Palestina storica la questione da risolvere.
Il tentativo secolare dell’Occidente, Regno Unito in testa, di imporre uno Stato ebraico su un paese arabo sembra essere arrivato alla fine. È riuscito a creare una società organica di milioni di colonizzatori, molti dei quali ormai di seconda o terza generazione, ma la cui sorte dipende ancora, come quando sono arrivati, dalla capacità di imporre con la violenza la loro volontà su milioni di palestinesi indigeni che non hanno mai rinunciato al proprio diritto all’autodeterminazione e alla libertà sulla propria terra natia. L’unica speranza per il futuro degli ebrei sarà data dalla loro disponibilità a vivere da cittadini con pari diritti in una Palestina liberata e decolonizzata. Sono convinto che molti lo faranno13.

Tutto il testo di Pappé, diviso in tre parti, è teso a individuare le contraddizioni e le formule politiche e sociali che potranno contribuire al raggiungimento di un tale risultato, ben diverso e lontano dalla tanto sbandierata ed inefficace soluzione dei “due popoli due stati”. Formula che conviene tanto ai sionisti quanto ai paesi occidentali e arabi e ai loro governi per mantenere divisi e in stato di inimicizia costante palestinesi ed ebrei.

Anche se, per chi scrive, un percorso di guerra civile sembra delinearsi come un passaggio obbligato all’interno della società israeliana, sarà comunque soltanto cercando un’unità di lotta dal basso tra i due popoli che si potrebbe giungere al superamento dell’oppressione di tutti coloro che vivono in Palestina, al di là delle troppo facili retoriche della lotta di classe e dei suoi miracolosi effetti sulla psiche collettiva oppure, ancor peggio, di quelle vuote, pericolose e razziste della vendetta antisemita.

Note

  1. M. Warschawski, A precipizio. La crisi della società israeliana, Bollati Boringhieri, Torino 2004, pp. 115-124.
  2. I. Pappé, Prefazione a I. Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi Editore, Roma 2025, pp. 11-13. 
  3. Zero Stati?, editoriale del n°9, 2025 di «Limes» dal titolo Gli Stati di Israele, p. 10. 
  4. G. De Ruvo, L’ottavo fronte di Israele in «Limes» n°9/2025, pp. 41-42.
  5. F. Guccini, Incontro, nell’album Radici del 1972.
  6. L. Caracciolo, Il declino dell’impero americano, “la Repubblica”, 8 novembre 2025.
  7. Si veda: M. Giro, Il tycoon e la variabile saudita. Riad non si fida più degli Usa, «Domani» 4 novembre 2025.
  8. M. Giro, Riad non si fida più degli Usa, cit.
  9. F. Magri, Nuovo mandato d’arresto per Netanyahu. La Turchia accusa Israele di genocidio, “La Stampa”, 8 novembre 2025.
  10. I. Pappé, op. cit., p.14.
  11. Ibidem, pp. 15-16.
  12. Si veda su tutto questo: F. Borri, Israele contro Israele, in «Limes» n°9/2025, pp. 97-101.
  13. Ivi, pp. 16-18.

Fonte