Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
19/05/2026
La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi di Abramo
E non è sempre il solito giornale comunista (come il nostro) a dirlo. A metterlo nero su bianco è un dettagliato rapporto del German Institute for International and Security Affairs (SWP), che comincia anche a chiedere conto delle reazioni inesistenti delle cancellerie europee alle scelte emiratine, nonostante le pesanti ripercussioni sui nodi della sicurezza e delle migrazioni verso il Vecchio Continente.
Secondo lo studio, la leadership di Abu Dhabi – guidata da Mohammed bin Zayed Al Nahyan – si è trasformata nel principale motore esterno di alcuni dei più sanguinosi conflitti africani: dal Sudan alla Libia, fino all’Etiopia e alla Somalia. Una strategia d’intervento che non si è fermata nemmeno davanti all’escalation dovuta all’aggressione all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele.
Il peso dell’interventismo emiratino emerge in tutta la sua drammaticità in Sudan, teatro di quella che da molte organizzazioni internazionali è considerata la più grave crisi umanitaria globale, con 33,7 milioni di persone bisognose di assistenza e oltre 15 milioni di sfollati. Il rapporto individua negli EAU il principale sponsor militare, logistico e finanziario delle Forze di Supporto Rapido (RSF), la milizia guidata da Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti).
Nell’ottobre del 2025, le RSF hanno espugnato la città di El-Fasher, nel Nord Darfur, compiendo massacri contro la popolazione civile non araba che gli osservatori ONU hanno descritto come una transizione verso il genocidio. Nonostante le dichiarazioni formali di Abu Dhabi, i flussi di approvvigionamento non si sono mai fermati: numerosi voli cargo sospetti hanno continuato a viaggiare dagli Emirati all’Etiopia, per poi riversare armi oltre il confine sudanese.
Il “modus operandi” emiratino evita il dispiegamento di truppe proprie, preferendo muovere l’intelligence e imponenti risorse finanziarie attraverso reti transnazionali. In essa, riporta il think tank tedesco, ci sono le truppe comandate dal generale e politico libico Haftar – che controlla Bengasi e a cui sono stati forniti pure equipaggiamenti occidentali – e anche forze di polizia come la Puntland Maritime Police Force (PMPF), operante dalla regione omonima e semi-autonoma della Somalia.
Abu Dhabi fa anche largo uso di mercenari. Nel 2025 il governo USA ha sanzionato attori legati al reclutamento di centinaia di mercenari colombiani e sudanesi, gestiti dalla società emiratina Global Security Services Group, impiegati in prima linea come piloti di droni, artiglieri e istruttori.
Infine, un pilastro fondamentale della proiezione emiratina in Africa è il suo ruolo nel riciclaggio di oro contrabbandato: Abu Dhabi si arricchisce direttamente attraverso i canali illegali dell’oro proveniente dalle zone di conflitto, costruendo così un meccanismo di finanziamento e sostegno politico ai signori della guerra locali che si ripaga da solo.
L’approccio geopolitico degli EAU risponde a logiche precise, che vedono il caos come obiettivo strategico. Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch e docente all’Università di Princeton, in una recente intervista a Clash Report ha affermato: “gli Emirati Arabi Uniti preferiscono paesi divisi e caotici a quelli uniti attorno all’Islam politico”.
Lo studioso ha però fatto presente che Abu Dhabi va a braccetto con Tel Aviv in questo orizzonte: “Israele condivide questa preferenza, dalla Siria all’Iran. Netanyahu non ha un obiettivo finale, solo la distruzione. Gli Emirati Arabi Uniti condividono la preferenza di Israele per il caos rispetto a qualsiasi governo unificato che potrebbe minacciarli”.
Questa convergenza strategica trova riscontro anche sul piano diplomatico. Nell’appena concluso vertice dei BRICS, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato apertamente gli Emirati di aver bloccato una dichiarazione congiunta dei membri del gruppo, volta a condannare le aggressioni israeliane in Medio Oriente, proprio a tutela dei rapporti speciali che Abu Dhabi intrattiene con lo Stato ebraico.
Al contempo, gli EAU stanno collaborando con Israele per stabilire una presenza militare a Berbera, nella regione somala del Somaliland. Una forte presenza nell’area significherebbe avere un avamposto funzionale alla gestione dei flussi del Mar Rosso e a minacciare gli Houthi, estendendo la propria influenza sul Corno d’Africa, sia dal punto di vista geopolitico sia sotto quello economico.
Infatti, la spinta espansionistica in Africa serve anche a tutelare i massicci investimenti infrastrutturali dei colossi statali della logistica, come DP World e AD Ports Group, che gestiscono terminal nevralgici in Senegal, Tanzania, Mozambico, Angola ed Egitto, e che risultano centrali per assicurarsi il controllo delle rotte commerciali e delle materie prime.
Tutto ciò è di cruciale importanza sulla strada della diversificazione economica, su cui Abu Dhabi si è incamminata da molto più tempo di quanto si possa immaginare, se si ragiona secondo i soliti stereotipi sulle “petromonarchie”: l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) riportava già nel settembre 2024 che oltre il 70% del PIL della federazione della penisola araba non provenisse dall’oro nero.
Tuttavia, questa politica ha fatto esplodere le frizioni con il vicino saudita. Nello Yemen, ad esempio, dove i due paesi portavano avanti una campagna militare unitaria contro gli Houthi, e da dove, all’inizio del 2026, gli Emirati hanno deciso di ritirare tutte le loro truppe. L’onda lunga di questa frattura è arrivata al Sudan: l’Arabia Saudita (insieme a Egitto e Somalia) ha chiuso temporaneamente il proprio spazio aereo ai voli di rifornimento emiratini diretti alle RSF.
Le tensioni hanno persino causato il fallimento della Terza Conferenza Internazionale sul Sudan tenutasi a Berlino il 15 aprile 2026. Il culmine di questo processo di rottura è stato l’annuncio del ritiro degli EAU dal cartello petrolifero dell’OPEC, e dalla scelta di giocare una partita più autonoma negli incroci del mondo multipolare. La Cina rimane un partner strategico, ma i larghi investimenti sull’IA sono statunitensi, mentre sul piano geopolitico viene stretta l’alleanza con l’India di Modi, contro l’asse Arabia Saudita-Pakistan.
Le conseguenze dell’interventismo emiratino non restano confinate in Africa, ma colpiscono direttamente la situazione europea in termini di sicurezza commerciale e flussi migratori. Per citare alcuni dati, a causa della guerra in Sudan la percentuale di rifugiati sudanesi sbarcati in Italia è raddoppiata tra il 2024 e il 2025, passando dal 3% al 6% del totale degli arrivi. In Grecia, i sudanesi rappresentano ormai la seconda nazionalità per richiedenti asilo (oltre il 20%).
Nonostante ciò, Abu Dhabi ha finora goduto di una spiccata clemenza diplomatica. I “sovranari” nostrani sono sempre pronti a lanciare l’allarme sui migranti, ma si guardano bene dal denunciare pubblicamente l’origine e il colpevole delle crisi che costringono migliaia di persone a scappare dal proprio paese, per cercare di sopravvivere.
Nel novembre 2025, la ministra di Stato agli Affari Esteri degli Emirati, Lana Nusseibeh, ha condotto un’intensa attività di lobbying a Bruxelles: il risultato è stato la cancellazione di qualsiasi riferimento al ruolo degli EAU nella risoluzione del Parlamento Europeo sul Sudan, grazie all’opposizione del Partito Popolare Europeo (PPE).
Per concludere questo articolo, sono già estremamente significativi il monito e le richieste finali del documento redatto dal SWP. Ripetiamo, non si tratta di un giornale comunista a dirlo, ma è un centro studi tedesco ad affermare che i governi europei non possono più considerare gli Emirati un partner costruttivo, se questi continuano ad agire come fattore di destabilizzazione internazionale, come lo sono oggi.
Sfruttando il fatto che Abu Dhabi teme i danni d’immagine e vuole proteggere le proprie relazioni occidentali a causa delle fragilità emerse con la guerra in Iran, il think tank suggerisce cinque linee d’azione:
- rompere il muro del silenzio sul sostegno degli EAU alle milizie coinvolte nei più efferati crimini registrati negli ultimi anni in Africa;
- estendere le sanzioni economiche dell’UE agli attori emiratini che violano gli embarghi sui territori in guerra;
- bloccare le forniture militari;
- monitorare severamente le transizioni che avvengono sulla piazza finanziaria di Abu Dhabi;
- congelare l’accordo di cooperazione che la Germania (e altri paesi europei) hanno col paese dal 2004, vincolandone la ripresa a un reale cambio di rotta di Abu Dhabi in Africa.
È chiaro che tali proposte si inseriscono in un quadro di riequilibrio delle relazioni con un tassello fondamentale per la UE nello spazio che va da Gibilterra al Golfo Persico: non c’è nessun interesse nel costruire un sistema più giusto, ma solo la volontà di saper svolgere un ruolo attivo in questo spazio politico, non solo subire le scelte di Abu Dhabi.
Non basta, ma leggere queste parole in un rapporto del genere è indice della profondità a cui sono arrivate le contraddizioni… e anche che qualcuno, almeno in Germania, sta storcendo il naso.
Fonte
13/01/2026
Le ambizioni globali degli Emirati Arabi Uniti
Yemen, la sfida emiratina all’egemonia saudita
I bombardamenti della coalizione sunnita guidata da Riad contro alcune basi, convogli dei miliziani e un carico di armi hanno generato una grave crisi nel movimento. Il suo leader Aidarous al Zubaidi, espulso dal Consiglio Presidenziale dello Yemen e denunciato per alto tradimento, è fuggito negli Emirati Arabi passando dal Somaliland.
Nel frattempo le forze del cosiddetto “Scudo della patria” – formalmente agli ordini del cosiddetto “Consiglio presidenziale” yemenita ma in realtà controllate da Riad – sono rapidamente entrate nel governatorato di Aden e hanno preso il controllo di altre province e dell’importante città portuale di Mukalla, cacciando i miliziani dell’Stc.
Nei giorni scorsi il colpo di scena, con la delegazione dell’Stc bloccata in Arabia Saudita, dove si è recata per partecipare ad un negoziato, che annuncia lo scioglimento del movimento e altre componenti della sua leadership che la smentiscono.
Venerdì scorso il segretario del Consiglio di Transizione Meridionale, Abdulrahman Jalal al-Subaihi, ha annunciato lo scioglimento del gruppo allo scopo di preservare la pace e la sicurezza dello Yemen e con i paesi limitrofi. Subito dopo però il portavoce dell’Stc, Anwar al-Tamimi, che si trova ad Abu Dhabi (capitale degli Emirati), ha respinto l’annuncio proveniente dall’Arabia Saudita, affermando che ogni decisione deve essere adottata dalla totalità della direzione del movimento.
In attesa di capire se l’Stc sarà in grado di resistere alle pressioni e alle minacce del governo yemenita e soprattutto dell’Arabia Saudita, è indubbio che gli eventi degli ultimi giorni hanno fortemente ridimensionato la presa degli Emirati Arabi Uniti sul paese diviso e devastato da anni di guerra civile tra la componente sunnita e quella sciita, dagli attacchi dello Stati Islamico, dall’intervento della coalizione internazionale guidata da Riad e recentemente dall’avanzata dei separatisti.
In un contesto di forte frammentazione, sostenendo gli indipendentisti dello Yemen del Sud gli Emirati hanno tentato di ritagliarsi un ruolo nel paese a spese dell’egemonia saudita, puntando al controllo del Golfo di Aden attraverso l’occupazione da parte dell’Stc, foraggiato e influenzato da Abu Dhabi, di alcuni corridoi marittimi e porti strategici.
Ma l’occupazione delle regioni ricche di petrolio di Hadramout e al-Mahra da parte dell’Stc e il dilagare dei separatisti nello Yemen meridionale a spese delle truppe fedeli al governo yemenita internazionalmente riconosciuto (espressione di fatto degli interessi di Riad), ha fatto scattare la reazione dei sauditi che in pochi giorni hanno inferto un duro colpo alle ambizioni dei loro ex soci ed ora competitori emiratini.
La tenaglia di Abu Dhabi a cavallo del Golfo di Aden
Contestualmente alla crisi del “Consiglio di Transizione Meridionale” il governo emiratino ha annunciato il ritiro dallo Yemen, ma è difficile pensare che le truppe di Abu Dhabi – composte per lo più da mercenari – abbandoneranno del tutto le numerose basi disseminate sulla costa yemenita.
Dall’altra parte del Mar Rosso e del Golfo di Aden, del resto, Abu Dhabi è tenacemente impegnato in una strategia diretta ad estendere la sua influenza e il controllo del territorio attraverso il sostegno militare e finanziario a diversi movimenti armati e soggetti regionali che sfidano i loro governi, dal Sudan alla Somalia.
Per estendere il loro raggio d’azione e rafforzare la propria influenza, negli ultimi anni gli Emirati hanno stretto legami sempre più stretti con Israele e puntato a sfruttare le risorse di territori africani sempre più estesi.
Per rastrellare risorse Abu Dhabi non esita a sostenere, in Sudan, la devastante azione delle Forze di Supporto Rapido (RSF) dal generale Mohamed Hamdan Dagalo. Il movimento armato, basato sulle milizie janjaweed composte dalle componenti etniche arabe ed arabizzate dedite alla pulizia etnica, combatte una feroce guerra civile contro il governo e l’esercito del paese con cui fino al 2023 era alleato dopo aver realizzato congiuntamente un colpo di stato nel 2021. Si stima che il bilancio delle vittime sia arrivato a più di 150 mila morti e a 15 milioni di sfollati interni ed esterni in un paese di 45 milioni di abitanti.
Sebbene Abu Dhabi continui a negare ogni supporto alle RSF, ormai le prove del coinvolgimento degli Emirati sono numerosissime, a partire dai rifornimenti di armi (spacciate per aiuti umanitari) passando per l’addestramento delle milizie e i finanziamenti. In cambio le imprese emiratine sfruttano l’oro e altre risorse di cui sono ricche le regioni del sud del Sudan controllate dai miliziani di Dagalo, che a migliaia negli anni scorsi sono andati a combattere in Yemen contro gli Houthi per conto degli Emirati.
Prima di infiltrarsi in Yemen – all’interno della coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita intervenuta nel paese per bloccare l’avanzata delle tribù sciite del nord-ovest del paese – e in Sudan, gli Emirati si erano fatti le ossa in Libia. Nel paese nordafricano, grazie alla frantumazione seguita all’intervento militare occidentale contro Gheddafi, la nascente potenza emiratina ha sostenuto il generale Khalifa Haftar e le fazioni della Cirenaica contro il governo della Tripolitania.
Più recentemente, invece, Abu Dhabi ha puntato alla penetrazione nelle regioni somale in rotta col governo centrale, guarda caso in tandem con la strategia adottata da Israele. Dopo aver blandamente sostenuto la lotta del governo somalo contro le milizie jihadiste pur di estendere la propria influenza sull’altra sponda del Golfo di Aden e del Mar Rosso, il presidente della piccola petromonarchia – lo sceicco Mohammed bin Zayed – ha deciso di appoggiare le regioni separatiste del Somaliland, del Puntland e del Jubaland. Sulla costa delle due entità indipendenti dal debole governo di Mogadiscio, Abu Dhabi ha realizzato alcune basi militari e commerciali. Nel Puntland gli emiratini hanno creato la “Puntland Maritime Police Force”, realizzando a Bosaso una base militare che utilizzano per rifornire di armi le RSF sudanesi; in Somaliland hanno costruito una base militare a Berbera; in Jubaland hanno costruito una base militare nel capoluogo, Chisimaio.
Sempre nel Corno d’Africa, poi, in dal 2020 al 2022 Abu Dhabi ha sostenuto militarmente il governo etiope contro il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray.
L’irritazione dell’Algeria
Dalle recenti proteste e minacce del governo algerino, inoltre, sembra che i tentacoli di Abu Dhabi si estendano fino al Maghreb. A dicembre, infatti, un organo di stampa ufficiale algerino ha avvisato che il governo della repubblica nordafricana starebbe valutando l’opportunità di interrompere le proprie relazioni con gli Emirati come forma di ritorsione per il sostegno da essi accordato al “Movimento per l’Autonomia della Cabilia” (Mak, basato in Francia e sostenuto anche da Israele e Marocco) che recentemente ha lanciato una campagna per l’indipendenza. Il quotidiano El-Khabar, noto per la sua vicinanza all’esecutivo algerino, ha esplicitamente accusato Abu Dhabi di interferire negli affari interni del paese mettendone a rischio l’unità nazionale e la stabilità.
Inoltre, secondo l’organo di stampa, l’Algeria sarebbe preoccupata per la crescente presenza militare emiratina nel continente africano, per il suo sostegno al Marocco e per lo sviluppo di crescenti relazioni con Israele.
Fonte
18/12/2025
Sudan - La guerra civile si estende al Kordofan
È intanto salito a 104 il bilancio dei civili uccisi nei giorni scorsi dai droni dei ribelli delle Forze di Supporto Rapido nella regione del Kordofan, in Sudan, mentre gli scontri tra fazioni rivali si stanno facendo sempre più violenti. L’ennesima escalation della guerra civile che insanguina il paese dall’aprile del 2023 ha causato lo sfollamento di decine di migliaia di persone e ha travolto le strutture sanitarie già messe a dura prova dalle epidemie di colera e dengue.
I combattimenti principali si stanno spostando dal Darfur, nell’ovest, alla vasta regione centrale del Kordofan (ricca di oro e di petrolio) in seguito alla conquista da parte dei ribelli di un’importante base militare a Babnusa.
L’attacco più mortale è stato segnalato in un asilo e in un ospedale a Kalogi, nel Kordofan meridionale, dove sono state uccise 89 persone, tra cui 43 bambini e 8 donne.
Gli attacchi delle Forze di Supporto Rapido hanno preso di mira anche il contingente dell’UNISFA (United Nations Interim Security Force for Abyei), uccidendo sei peacekeeper del Bangladesh colpiti all’interno della loro base a Kadugli, la capitale del Kordofan meridionale, il 13 dicembre.
Pochi giorni prima dell’attacco le RSF hanno preso il controllo del più grande giacimento petrolifero del Paese, situato a Heglig, al confine tra il Kordofan meridionale e il Sud Sudan.
Il mandato di UNISFA è appena stato rinnovato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU per un altro anno. I 4 mila caschi blu schierati nel 2011 si trovano in particolare nell’area di Abye, un territorio di 10 mila chilometri quadrati che si distende nel cuore del bacino petrolifero del Nilo e che continua ad essere conteso tra Sudan e Sud Sudan sin dal momento della separazione del Sud Sudan dal Sudan.
Nel corso dei combattimenti per il controllo del giacimento un attacco da parte dell’esercito sudanese ha causato la morte anche di sette membri delle Forze di Difesa Popolare, cioè le forze armate sudsudanesi.
Il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha condannato quelli che ha definito “terribili attacchi con droni”, sottolineando che «possono costituire crimini di guerra secondo il diritto internazionale».
Il giorno dopo ad essere bombardato è stato l’ospedale militare di Dilling; il “Sudan Doctors Network” ha segnalato nove morti e 17 feriti, definendo l’accaduto “un attacco sistematico alle istituzioni sanitarie”.
I combattimenti nel Kordofan rappresentano una significativa espansione del conflitto in seguito alla presa di el-Fasher, ultima roccaforte dell’esercito in Darfur, da parte delle RSF, avvenuta il 26 ottobre.
I ricercatori dell’Humanitarian Research Lab (HRL) della Yale School of Public Health hanno rivelato in un nuovo rapporto che le milizie hanno ucciso anche un gran numero di civili che tentavano di fuggire dalla città, per poi dedicarsi sistematicamente a distruggere le prove seppellendo e bruciando i corpi delle vittime.
Basandosi sulle immagini satellitari, il rapporto afferma che le RSF «hanno intrapreso una campagna sistematica di diverse settimane per distruggere le prove delle loro uccisioni di massa».
In seguito alle reazioni internazionali, il leader delle milizie, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, ha annunciato l’apertura di un’indagine su quelle che ha definito “violazioni commesse da alcuni dei suoi soldati” durante la cattura di El Fasher. Tuttavia la milizia ha continuato a negare le accuse secondo cui gli omicidi in città sarebbero motivati da ragioni etniche, compiuti dai combattenti arabi (o arabizzati) che prendono di mira le popolazioni non arabe.
Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (Ohchr), inoltre, ad aprile le milizie di Dagalo avrebbero ucciso un migliaio di civili in un attacco contro il campo profughi di Zamzam, nel Darfur settentrionale.
Tra le persone uccise, 319 sono state giustiziate sommariamente, all’interno del campo o mentre cercavano di fuggire, denuncia il rapporto, secondo il quale alcune delle vittime sono state uccise dalle RSF nelle loro case durante le perquisizioni, altre sono state assassinate nel mercato principale o all’interno di scuole, strutture sanitarie e moschee.
Il rapporto denuncia che almeno 104 sopravvissuti, tra cui 75 donne, 26 ragazze e tre ragazzi – la maggior parte dei quali appartenenti al gruppo etnico Zaghawa – sono stati sottoposti a orribili violenze sessuali.
Mentre gli scontri e le stragi si intensificano, il 15 dicembre il capo del regime militare sudanese Abdel Fattah al-Burhan ha incontrato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman esprimendo la propria disponibilità a collaborare con il presidente degli Stati Uniti per fermare la guerra civile.
Il giorno seguente, in una dichiarazione congiunta, Egitto e Stati Uniti hanno respinto “qualsiasi tentativo di dividere il Sudan” e hanno chiesto un cessate il fuoco globale.
Al-Burhan sta tentando di convincere la comunità internazionale a isolare gli Emirati Arabi Uniti per indebolire il sostegno della petromonarchia alle milizie di Dagalo. Un sostegno che, nonostante le smentite di Abu Dhabi, emerge con sempre maggiore evidenza da numerosi rapporti delle Nazioni Unite, di varie organizzazioni internazionali e non governative e di istituti di ricerca.
Questi documenti hanno evidenziato l’esistenza di una rete ben collaudata, costruita attraverso le alleanze regionali, a partire dai ribelli del Ciad e dall’Esercito nazionale libico (Enl) del generale Khalifa Haftar, articolata attorno agli snodi logistici di Bosaso, nella regione somala del Puntland, e di Berbera, nell’autoproclamata Repubblica nel Somaliland, e alimentata dai profitti derivanti dallo sfruttamento delle miniere d’oro del Darfur e ora anche del Kordofan.
Fonte
24/11/2025
Dialogo Usa-Iran attraverso l’erede saudita?
Dello stesso tenore l’intesa sulla sicurezza strategica siglata nell’occasione e condita da Trump con la solita retorica roboante. Nel caso specifico si trattava di rassicurare l’alleato dopo il proditorio attacco di Israele al Qatar, che ha spaventato tutti i Paesi del Medio oriente. Insomma, un atto dovuto. Se poi tutti questi accordi distoglieranno Riad dall’orbita Brics è altra cosa, ma non è materia di discussione in questo momento. In realtà, l’importanza della visita risiede in altro. Anzitutto nell’esaltazione che ne ha fatto Trump, che di fatto sminuisce, relativamente ovvio, l’importanza di Israele per gli Stati Uniti.
Un dato segnalato anche dalla vendita degli F-35 a Riad, che da tempo li richiedeva scontrandosi con i veti di Israele che vuole rimanere il sovrano incontrastato dei cieli mediorientali.
Israele conta ma non comanda ancora
Stavolta il veto non ha funzionato e Tel Aviv non ha nascosto la propria frustrazione. Non è tanto la vendita in sé ad aver disturbato gli analisti israeliani, i quali hanno rassicurato sul fatto che la loro superiorità aerea non è in discussione (ma un vulnus in tal senso c’è, eccome), quanto il fatto che Trump abbia ignorato il loro niet. Non solo, Trump ha evitato di esercitare pressioni sull’ospite riguardo gli Accordi di Abramo, rispettandone la posizione che vede Riad perseverare nel suo diniego finché non sarà stabilito un percorso chiaro e irrevocabile verso la creazione di uno Stato palestinese. E anche su questo punto, le sollecitazioni di Tel Aviv sono andate a vuoto.
Sorpresa politica
Ma l’aspetto forse più importante della visita, a livello geopolitico, la segnala Middle east eye: «Ciò che ha reso il viaggio ancora più degno di nota è stato un messaggio scritto che il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha inviato al leader saudita il giorno prima della sua partenza». (Iranian press review: Mohammed bin Salman seen as possible bridge between US and Iran). «Sebbene il portavoce del governo iraniano abbia minimizzato il messaggio, definendolo semplicemente una nota di ringraziamento all’Arabia Saudita per l’assistenza fornita ai pellegrini iraniani durante l’Hajj, i media vicini al governo hanno suggerito che avesse un significato più profondo».
Bin Salman mediatore sul nucleare iraniano?
«Questi organi di stampa hanno ipotizzato che Mohammed bin Salman potrebbe fungere da nuovo mediatore nei colloqui tra Teheran e Washington, il che potrebbe spiegare perché Pezeshkian abbia inviato il messaggio. Mercoledì, molti giornali [iraniani] che sostengono Pezeshkian hanno pubblicato la notizia in prima pagina, mentre i giornali più intransigenti non ne hanno parlato affatto». Non è un caso che, proprio mentre Mohamed bin Salman si faceva latore di un messaggio tanto distensivo, i Paesi europei garanti dell’accordo sul nucleare iraniano e la delegazione Usa presso l’Agenzia atomica (Aiea) – che risponde ai neocon – abbiano inviato un nuovo ultimatum a Teheran perché consenta immediatamente le ispezioni dell’Aiea ai suoi siti nucleari.
Ispezioni Aiea valide per tutti (Trump compreso?)
Un ultimatum che segue la denuncia degli stessi Paesi all’Onu riguardo l’asserita l’inadempienza di Teheran agli accordi medesimi, stipulati durante la presidenza Obama, denuncia accompagnata dalla richiesta di reintrodurre le sanzioni che l’intesa aveva rimesso. Ovviamente l’Iran ha reagito stizzita a un’imposizione tanto tranchant, dichiarando concluse le intese raggiunte al Cairo lo scorso settembre, quando Teheran aveva acconsentito alla ripresa delle ispezioni alle sue infrastrutture atomiche, sospese dopo l’improvvido attacco israeliano del giugno scorso contro l’Iran a causa del ruolo avuto dagli ispettori dell’Aiea nell’occasione (secondo Teheran avevano svelato a Israele non solo i dettagli dei siti, ma anche gli scienziati che vi lavoravano, molti dei quali sono stati assassinati nel corso dell’attacco).
Finestra per accenni di dialogo
Insomma, mentre a Washington si apriva una finestra per riaprire un dialogo tra Stati Uniti e Iran, i Paesi europei, in obbedienza ai desiderata di Tel Aviv, avviavano le manovre di sabotaggio. Se tutto ciò riecheggia quanto sta avvenendo per la guerra ucraina, con la Ue attiva a sabotare il negoziato Usa-Russia, non è certo un caso. Infine, altro aspetto importante della visita, il fatto che bin Salman abbia perorato l’intervento di Trump nella tragica guerra sudanese, che vede contrapposte le forze del governo di Khartum ai ribelli della Forze di supporto rapido.
In cambio gli Usa sul Sudan
Un conflitto sfociato in genocidio, che vede i duellanti sostenuti da opposti Paesi, mediorientali e non, e che ha conosciuto di recente gli orrori di El Fasher, con le Forze di supporto rapido scatenate contro i civili, giustiziati a migliaia dopo aver preso la città a seguito di un assedio durato 18 mesi. Trump ha dato la sua disponibilità a mediare ed è probabile che il suo ingresso in campo in una guerra tanto dimenticata quanto catastrofica possa portare frutti. Almeno si spera.
Fonte
21/11/2025
Sudan - “Smettete di fornire armi che alimentano la guerra”
Nemmeno due settimane fa i compagni del Sudan Liberation Movement hanno tenuto una conferenza stampa presso il circolo Gap di Roma, dove hanno denunciato come lo scontro in corso tra il governo e le Rapid Support Forces (RSF) risponda a una logica di lotta tutta interna a una classe dirigente piegata agli interessi imperialistici occidentali.
Le parole del rappresentante ufficiale di Khartoum presso Bruxelles, dunque, vanno prese con le pinze, con la consapevolezza che parla a nome di una parte coinvolta in un conflitto i cui costi più terribili li sta pagando la popolazione. Ma è comunque utile sottolineare la denuncia della partecipazione europea a quello che è un altro genocidio.
Il diplomatico ha parlato del traffico d’armi che collega l’Europa con gli Emirati Arabi Uniti. Lo scorso anno Amnesty International aveva individuato sui campi di battaglia sudanesi dei veicoli per trasporto truppe prodotte dagli EAU in Sudan, ma equipaggiati anche con sistemi francesi.
Lo scorso aprile un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha sollevato preoccupazioni sui legami tra il paese arabo e le armi che sono state utilizzate in Darfur dalle RSF. Questi dubbi sono stati provati e riprovati negli ultimi mesi, palesando una evidente violazione dell’embargo sulla vendita di armi che da lungo tempo riguarda il Sudan.
Gli Emirati hanno ovviamente negato ogni coinvolgimento. Intanto, un’inchiesta di France24, risalente sempre ad aprile, ha confermato anche la presenza, nel paese africano, di munizioni prodotte in Bulgaria, passate sempre attraverso gli Emirati fino alle mani dei combattenti delle RSF.
Inoltre, il mese scorso anche il Regno Unito ha confermato che alcune sue attrezzature militari sono state ritrovate in Sudan. Riferendosi nello specifico alla UE, Kabeir ha detto che andrebbe favorito un equilibrio morale a quello commerciale. Ovviamente, il diplomatico di Khartoum ha anche chiesto che vengano revocate le sanzioni contro le Forze Armate Sudanesi, e ha anche minimizzato le loro violenze, definendoli “incidenti” che sarebbero isolati.
Nonostante l’evidente interesse in uno scontro in cui le ragioni delle classi subalterne non sono rappresentate da nessuno, la complicità europea in un ennesimo crimine contro l’umanità è indisputabile.
Il presidente del Consiglio Europeo António Costa ha visitato Abu Dhabi a fine ottobre, definendo gli Emirati Arabi Uniti “un partner importante e affidabile per l’UE: per la prosperità, la stabilità e la sicurezza delle nostre regioni e non solo”. Il riferimento al nodo del Mediterraneo allargato è chiaro.
La Commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, dovrebbe recarsi nel Golfo Persico il mese prossimo. Kabeir ha sottolineato che “ciò che accade nell’Africa subsahariana, si vede nel Mediterraneo”, con un evidente avvertimento rispetto ai risvolti che la crisi sudanese avrà in relazione ai flussi migratori.
Per quanto riguarda l’Italia, ai tempi di Matteo Renzi era stato firmato un memorandum allora segreto per il contrasto all’immigrazione irregolare. Come è successo con la Libia, i fondi erogati dalle casse italiane sono finite a trafficanti di essere umani, che rappresentano lo stesso problema che la classe politica dice di voler combattere.
Solo un sostegno internazionalista coerente con le ragioni della fine del conflitto e dell’autodeterminazione del popolo sudanese, libero dalle influenze occidentali, può essere un viatico alla pace.
Fonte
06/11/2025
Sudan - L’oro, il sangue e la maledizione del colonialismo
Nel cuore dell’Africa, dove la cartografia coloniale ha inciso confini come ferite e li ha poi elevati a sistema di governo del mondo, il Sudan non appare più soltanto come un Paese precipitato nella guerra, ma come un laboratorio avanzato del capitalismo tardo-coloniale: l’area di prova in cui si sperimenta ciò che accade quando la sovranità viene sussunta nella logistica e la politica retrocessa a funzione subordinata dell’estrazione.
Dall’amministrazione anglo-egiziana che istituì l’economia di piantagione e la gerarchia razziale fra “arabi” e “africani”, ai cicli di aggiustamento strutturale imposti negli anni Ottanta e Novanta che, smantellando proprietà collettive, sussidi e filiere agricole, resero “naturale” la desertificazione sociale, fino al presente, in cui l’intero territorio è ridotto a una sequenza di corridoi, terminali e rendite – la misura della vita non è più politica ma commerciale, e ciò che un tempo si organizzava in società oggi si dispone in logistica.
Se ogni crisi africana viene ridotta nel linguaggio mediatico a “caos”, occorre affermare, con precisione materialista, che quel caos è l’ordine del capitale nella sua forma primitiva e ricorrente: l’uso della forza come tecnologia di pianificazione.
Dal 15 aprile 2023, quando le Forze Armate Sudanesi (SAF) di Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, hanno aperto un conflitto che la stampa ha chiamato “civile” per non pronunciare la parola “coloniale”, la maschera è caduta.
Ciò che si è visto non è la contrapposizione di due visioni del mondo, ma la competizione interna di due frazioni dello stesso blocco di potere che si dividono miniere, dogane, rotte del contrabbando d’oro e di esseri umani: il proiettile, lungi dall’interrompere il mercato, ne diviene l’atto esecutivo, e il valore, non più estratto dal lavoro sotto forma di plusvalore, viene oggi ricavato dalla catastrofe sotto forma di rendita.
Dentro questa economia della distruzione, la filiera è perfettamente trasparente e tuttavia negata: l’oro del Darfur, mescolato alle rovine dei villaggi e alla fuga dei sopravvissuti, viaggia verso il Ciad, viene raffinato a Dubai e reimmesso nei circuiti finanziari che alimentano il ciclo di accumulazione del Golfo; la Russia, attraverso la rete Wagner e le sue reincarnazioni societarie, scambia addestramento, armamenti e copertura logistica per concessioni minerarie e basi sul Mar Rosso; gli Stati Uniti, che denunciano la violenza a parole, proteggono nei fatti l’architettura dei propri alleati regionali; l’Europa, che firma accordi di contenimento migratorio e chiude i porti, rafforza con quei medesimi accordi la riproduzione delle cause della fuga. Il risultato, che si finge “inevitabile”, è il dispositivo perfetto: la devastazione produce rendita e la rendita finanzia nuova devastazione, in un circuito che il linguaggio umanitario addolcisce ma non altera.
Per comprendere la particolarità sudanese non serve indulgere a spiegazioni antropologiche: basta seguire la genealogia militare ed economica delle RSF, discendenti dirette delle janjaweed armate dal regime di Omar al-Bashir durante la guerra del Darfur dei primi anni Duemila.
L’ordine coloniale interno – la distinzione burocratica, importata e poi naturalizzata, fra “arabi” islamizzati e popolazioni “africane” stanziali – divenne la griglia di reclutamento per un esercito di riserva capace di bruciare villaggi masalit, fur e zaghawa, svuotare terre e separare i sopravvissuti dai mezzi di sussistenza.
Nella fase successiva, questa matrice si privatizza e si aziendalizza: Hemedti, pastore divenuto imprenditore della guerra, costruisce un apparato che è al tempo stesso milizia, conglomerato minerario e holding della logistica – una polizia etnica del capitale che ridisegna i confini non per difenderli ma per monetizzarli, che impiega la violenza come atto di pianificazione territoriale, che retribuisce i combattenti con percentuali sulle esportazioni e che trasforma il massacro in bonifica, l’esodo in infrastruttura, l’umiliazione in segnaletica proprietaria.
A El-Fashir e El-Geneina, dove tra il 2024 e il 2025 interi quartieri sono stati cancellati e le comunità masalit, già colpite negli anni precedenti, hanno subito omicidi, impiccagioni, stupri e saccheggi sistematici, l’orrore non è l’eccesso ma la norma.
Lo scopo è rendere impossibile il ritorno, consolidare i corridoi dell’oro, normalizzare la presenza delle RSF come unico soggetto capace di “garantire sicurezza” – una sicurezza che coincide con la stabilità dei flussi. Quando la stampa parla di “tribù”, di “signori della guerra”, di “faide ancestrali”, bisogna ricordare che la “tribù”, in questo contesto, è il nome coloniale dei rapporti economici invisibili: dietro ogni etichetta etnica si muovono bilanci, contratti, margini di profitto e compratori d’oro, mentre l’umanitarismo, con le sue sigle e le sue tende, chiude il circuito trasformando lo sradicamento in “presa in carico” e la politica dell’espulsione in gestione del bisogno.
Allargando lo sguardo oltre il Sudan, la coerenza di questo ordine – insieme imperiale e mercantile – si manifesta con chiarezza. Il Sahel è nominato “fronte contro il terrorismo” per giustificare l’esternalizzazione delle frontiere europee; la Repubblica Democratica del Congo ripete, dagli anni Novanta, la scena del coltan e del cobalto estratti da minatori ridotti a braccia della “transizione verde”; lo Yemen sopravvive come guerra per procura, banco di prova di droni e catastrofi umanitarie; l’Ucraina, volto europeo della stessa logica, diventa il teatro in cui la narrazione occidentale della “difesa dell’egemonia travestita da civiltà” copre la medesima economia della fornitura bellica, della riconversione industriale e della ricostruzione come mercato.
Dal Maghreb al Donbass, passando per il Mar Rosso, si rivela come il capitalismo, non potendo più legittimarsi con la promessa di progresso, cerchi ora di legittimarsi con la promessa di ordine – e come tale ordine non sia che l’amministrazione della crisi resa permanente.
Nel dibattito occidentale, parlare del Sudan significa in realtà parlare di sé: del bisogno di rimuovere la propria complicità storica e presente. Così, quando le piazze – dalla fine del 2023 – hanno riportato al centro la questione palestinese come questione coloniale, sono riemerse voci, dalla destra filo-israeliana ai network liberal-atlantisti fino al senso comune giornalistico, che hanno “scoperto” la tragedia sudanese per brandirla come clava contro quelle stesse piazze, sospirando: “Se anche in Sudan, tra popolazioni di lingua e cultura araba, si consumano simili atrocità, con quale coerenza, allora, difendete gli arabi in Palestina?”
Questa formula, che pretende neutralità, è in realtà un sillogismo corrotto: sposta il fuoco dalla struttura ai soggetti, sostituisce le classi con le appartenenze, traduce il colonialismo – che è rapporto di potere e di proprietà – in una psicologia dei popoli. Così cancella la filiera dell’oro e delle armi per inscenare la favola del vizio orientale, e soprattutto contrappone dolori che appartengono alla stessa architettura imperiale.
Chi guarda con coscienza di classe sa che le “tribù” sono il nome coloniale delle classi. Dietro ogni clan, un contratto; dietro ogni odio, un giacimento. Le Rapid Support Forces non sono un’anomalia africana, ma la forma armata del neoliberismo: una società per azioni del massacro. La loro esistenza segna il compimento della privatizzazione del dominio, dove la guerra diventa un’appendice della produzione e la violenza una funzione della rendita. Il silenzio che le circonda non è indifferenza, ma complicità.
Il parallelo tra Gaza e il Sudan è la menzogna più vile. Non perché i due dolori non possano convivere, ma perché questo accostamento nasce per negare, non per comprendere: è un parallelismo colpevole, costruito per screditare l’internazionalismo, per frantumare la catena della solidarietà, per restaurare la morale dell’Impero. Chi lo diffonde non difende il Sudan: difende Israele. E difendendo Israele, difende l’Impero.
Le Rapid Support Forces non sono la continuazione di un conflitto interno o di una fede, ma il risultato di una precisa ingegneria geopolitica, in cui il capitale del Golfo e le potenze occidentali si redistribuiscono il controllo del Sahel: non più mediante il protettorato, ma attraverso l’appalto della violenza.
Le RSF discendono dalle Janjaweed, le milizie del Darfur create e armate dal potere centrale di Khartoum durante le campagne di sterminio etnico, poi integrate nel nuovo modello di economia bellica: privatizzazione del sangue in cambio di stabilità. Con la caduta di Bashir, i loro comandanti – in primis Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti – hanno stretto alleanze organiche con gli Emirati Arabi Uniti e con l’Arabia Saudita, fornendo mercenari per la guerra in Yemen in cambio di denaro, armi e legittimità politica.
Gli Emirati garantiscono il finanziamento e la raffinazione dell’oro sudanese, l’Arabia Saudita assicura la catena logistica e l’accesso ai mercati del Golfo, mentre gli Stati Uniti, pur mantenendo una posizione di finta equidistanza, forniscono copertura strategica ai loro alleati regionali. Non sostengono direttamente le RSF, ma sostengono chi le sostiene. È la forma moderna del colonialismo indiretto: l’imperialismo per intermediazione.
La verità è che la solidarietà con la Palestina non esclude quella con il Sudan: la contiene. Chi lotta per Gaza lotta già per il Darfur. Perché entrambe le terre vivono sotto la stessa legge non scritta: quella dell’accumulazione per espropriazione. Il muro di Gaza e il deserto del Darfur sono la stessa frontiera del capitale. E chi oppone l’uno all’altro, mente. O peggio: sa la verità e la cancella.
Ma va detto con chiarezza per i mistificatori liberali: tra le RSF del Sudan e la resistenza palestinese – araba e anticoloniale – c’è un abisso politico e storico. Le Rapid Support Forces non sono una “resistenza”, bensì una milizia mercenaria, figlia diretta della controrivoluzione e della privatizzazione della guerra. Sono la forma armata della rendita: eserciti di espropriatori al servizio delle potenze regionali e del capitale globale, non del popolo. La resistenza palestinese, invece, nasce dalla spoliazione: non occupa, ma tenta di sopravvivere. È la risposta dei diseredati alla macchina coloniale che li ha ridotti a nuda vita.
Confondere le due realtà, o usarne una contro l’altra, significa assolvere il sistema che le ha generate entrambe: quello in cui l’imperialismo produce i suoi carnefici e poi finge di piangere le sue vittime. Quando dunque si insinua che chi manifesta per Gaza resti cieco davanti a Khartoum, si ripete l’antico disprezzo coloniale secondo cui il mondo arabo e africano sarebbe condannato alla violenza e alla barbarie. L’obiettivo non è il Sudan, Gaza o la giustizia, ma la restaurazione della superiorità morale dell’Occidente.
Chi lotta per la Palestina non chiude gli occhi sul Sudan: li apre sul mondo. Perché Gaza e Khartoum sono due ferite dello stesso corpo: quello dell’umanità sfruttata, attraversata dal medesimo progetto coloniale che chiama “ordine” ciò che è dominio, e “pace” ciò che è controllo coloniale.
E non solo: dietro questa retorica si muove una strategia precisa: dissolvere la coscienza internazionale delle lotte, separare le resistenze, ripristinare la centralità morale dell’Impero. Il Sudan viene evocato solo per cancellarlo, come controcampo utile a ridurre la questione palestinese a un sentimentalismo selettivo. In realtà, il silenzio sul Sudan è il silenzio sull’intero sistema che lo produce – lo stesso che bombarda Gaza, che arma le RSF, che finanzia gli Emirati e che organizza la guerra come funzione dell’economia.
Quel mondo bianco e del privilegio che finge di chiedere “dov’è la sinistra per il Sudan?” è lo stesso che tace sui fondi sovrani di Abu Dhabi, sui contratti della Wagner, sugli accordi di sicurezza europei che trasformano le vittime in statistiche migratorie. La loro domanda è una maschera morale che serve a proteggere il potere, non a interrogarlo.
Perché chi comprende la Palestina come frontiera del capitale non può non comprendere anche il Sudan. E chi oggi oppone le due cause, non difende nessuna delle due: difende l’ordine che le opprime entrambe. A Gaza, la violenza è coloniale: un esercito che assedia, bombarda, affama. In Sudan, la violenza è economica: milizie che privatizzano la guerra, stati che comprano la distruzione come materia prima. Due forme della stessa logica. La prima reprime la resistenza; la seconda gestisce la miseria. In entrambe, il corpo del subalterno, della forza-lavoro, è il campo di battaglia. E in entrambe, l’Occidente sceglie dove guardare per continuare a non vedersi.
Perché infondo il colonialismo non è più un progetto geopolitico ma un dispositivo collaudato e quotidiano che attraversa la finanza, la tecnologia, l’informazione. Il Sudan e la Palestina ne sono due nodi nella stessa rete globale, e smascherarla è il primo atto di una rivoluzione ancora da venire. Chi considera il Sudan un’eccezione non ha compreso la nuova geografia del dominio. È un modello: le sue frontiere traducono in linguaggio territoriale la logica universale di un potere che organizza la vita attraverso la sua distruzione. Il mondo contemporaneo vive in uno spazio in cui pace e guerra sono divenute forme equivalenti di gestione della violenza.
Dal Sahel al Congo, dallo Yemen all’Ucraina, il principio è identico: la guerra non è più la sospensione dell’economia, è la sua forma più redditizia. La NATO e la Wagner, gli Emirati e gli Stati Uniti, i contractors privati e le ONG operano dentro la stessa infrastruttura globale. Ciò che muta è solo la narrazione. Nel Sahel si chiama “lotta al terrorismo”, in Congo “conflitto minerario”, in Yemen “guerra per procura”, in Ucraina “difesa dell’egemonia occidentale elevata a civiltà”. Ma dietro ogni linguaggio si nasconde la stessa verità: l’accumulazione. Il capitalismo ha bisogno di distruggere per continuare a produrre.
Nel Sahel, il deserto è diventato il confine materiale dell’Europa. Là dove l’Unione Europea paga i governi locali per bloccare i migranti, la guerra è funzionale alla logistica: campi, recinzioni, pattugliamenti, deportazioni. Ogni vita fermata entra nel computo dell’efficienza, segnalando la logica di un potere che fa del deserto una forma di governo e della sopravvivenza una variabile da dover gestire. Così l’Africa occidentale non è più colonia, ma periferia integrata nel comando globale, un magazzino umano che regola per conto del capitale i flussi della forza-lavoro mondiale.
Nel Congo, la violenza è ancora più esplicita. Le miniere di coltan e cobalto, indispensabili per l’industria tecnologica mondiale, sono sorvegliate da milizie locali e compagnie straniere. Ogni smartphone, ogni automobile elettrica, ogni batteria che alimenta la transizione verde contiene un frammento di guerra. Il colonialismo non si è ritirato: si è digitalizzato. Ora parla il linguaggio della sostenibilità, ma il sangue è lo stesso.
Nello Yemen, la guerra è divenuta laboratorio di droni e di catastrofi umanitarie, un Paese cancellato dalle mappe e bombardato per anni da una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati, con armi fornite dall’Occidente. Ogni bomba che cade su Sana’a rinnova un contratto di fornitura, prolunga la catena di comando tra il capitale e la distruzione. La guerra funziona come nuovo welfare dell’industria bellica: un meccanismo che riorganizza la produzione e l’occupazione su scala globale, generando miseria nelle periferie e accumulazione nei centri del potere economico.
E poi c’è l’Ucraina, il volto europeo dello stesso processo. Non un caso opposto, ma speculare. La guerra in Ucraina è la versione bianca del colonialismo: il fronte dove l’Occidente si reinventa come vittima per poter continuare a essere impero. La sua estetica è diversa, ma la sua logica identica. Dietro la retorica della libertà si muovono i capitali delle stesse multinazionali che finanziano le guerre in Africa e Medio Oriente. Il complesso militare-industriale che arma Kiev è lo stesso che rifornisce Tel Aviv e Riyad. La democrazia serve da copertura all’estrazione: ogni bomba che cade sul Donbass vale un punto in borsa.
L’ordine del capitale ha completato il proprio ciclo storico trasformando la conquista in pianificazione del dominio. Non espande più confini, li interiorizza: colonizza la crisi, organizza i flussi di materie prime, di migranti, di dati e di consenso. Il suo spazio non è unicamente geografico ma logistico, una rete che non sempre ha bisogno di occupare terre, ma tempi – quelli della produzione, della connessione, dell’informazione – esercitando il proprio potere attraverso il controllo del tempo sociale. Ogni guerra è ormai una variazione di tempo, una sincronizzazione forzata dell’ordine mondiale.
Il Sudan, in questa geografia, rappresenta il punto zero del capitale: il luogo in cui la logica del dominio si manifesta nella sua forma più nuda, priva di ogni sovrastruttura ideologica. Dalla spartizione coloniale di fine Ottocento alla costruzione anglo-egiziana dello Stato, dal lavoro forzato nelle piantagioni di cotone alla privatizzazione delle terre comunitarie imposta dal Fondo Monetario negli anni Ottanta, ogni fase della sua storia ha rappresentato un laboratorio del capitale mondiale.
Là dove non servono più pretesti, resta soltanto la rendita come forma ultima dell’accumulazione. Eppure questo Paese non è stato sempre e solo vittima, ma anche teatro di una delle più potenti esperienze anticolonialiste del continente.
Nel dopoguerra, il Partito Comunista Sudanese – tra i più forti e radicati dell’Africa – costruì sindacati, scuole, cooperative e organizzò le prime rivolte popolari contro il dominio britannico. L’indipendenza del 1956 fu il frutto di quella mobilitazione, non di una concessione imperiale. Negli anni Sessanta, Gaafar Nimeiry, salito al potere con il colpo di Stato del 1969, si presentò come alleato dei movimenti socialisti arabi: nazionalizzò banche e industrie, avviò riforme agrarie, provò a spezzare la dipendenza dal capitale occidentale.
Ma Nimeiry si trovò dentro la stessa contraddizione storica che attraversò gran parte dei progetti socialisti del Sud globale: l’illusione di poter costruire una sovranità economica autonoma dentro un mercato mondiale già egemonizzato dal capitale finanziario. Le sue nazionalizzazioni suscitarono l’ostilità delle vecchie classi agrarie e dei grandi commercianti urbani, mentre l’Occidente reagiva con la chiusura dei crediti e l’isolamento diplomatico.
Quando la crisi petrolifera mutò gli equilibri internazionali e il ciclo dei non allineati si spense, il Sudan – come altri Stati postcoloniali – fu costretto a scegliere tra la bancarotta e la subordinazione. Il suo “dietrofront” più che una conversione ideologica improvvisa, fu il sintomo di una sconfitta strutturale: quella del socialismo nazionale travolto dalla riorganizzazione globale del capitale tra la fine degli anni Settanta e Ottanta
Ed andò esattamente in questo modo: proprio in quegli anni, piegato dal debito e dall’isolamento, Nimeiry abbandonò la redistribuzione, adottò i programmi del Fondo Monetario – privatizzazioni, tagli salariali, smantellamento delle terre collettive – e lasciò spazio all’islam politico sostenuto dalle monarchie del Golfo. Con il golpe di Omar al-Bashir nel 1989, il Paese si trasformò definitivamente in uno Stato-impresa, fondato sull’alleanza tra islam politico e oligarchia militare.
Quando nel 2011 il Sud Sudan ottenne la secessione, le risorse petrolifere si spostarono verso sud e la rendita si concentrò nel Darfur e nel traffico dell’oro: fu lì che nacquero le milizie janjaweed, da cui discendono oggi le RSF. La loro violenza non è una deviazione, ma la prosecuzione diretta delle politiche coloniali britanniche e della logica neoliberale imposta dai centri imperiali.
E così il Sudan finisce per offrirci l’immagine finale della civiltà occidentale: un Paese in fiamme sorretto da banche e da contratti, un popolo espulso dal racconto pubblico perché la sua morte è già stata contabilizzata. L’Africa non è un altrove, ma un dentro invisibile: lo spazio su cui l’Occidente scarica la propria colpa e da cui estrae la propria pace.
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30/10/2025
E allora in Sudan? Anche lì, siete sempre voi
In un suo lungo post sui social il governatore di Netanyahu in Italia ha accusato tutti coloro che sono scesi in piazza per la Palestina di averlo fatto solo per ragioni politiche strumentali, perché nel frattempo nel Sudan è in corso un vero genocidio, verso il quale i terribili propal sarebbero completamente insensibili.
Assieme al capo propaganda, sono subito scesi nel campo delle tempeste di troll giornalisti politici e opinionisti di destra e liberali, che probabilmente prima non avrebbero neppure saputo trovare sulla cartina il Sudan ed in particolare la regione del Darfur, dove si compiono le maggiori stragi.
“E allora il Sudan?” Urlano in coro con l’ambasciatore tutti costoro.
Come se uno sterminio ne attenuasse o cancellasse un altro. “E allora gli armeni?”, intimava il ministro della propaganda nazista Goebbels, quando in qualche consesso internazionale gli venivano rivolte domande sugli ebrei.
Usare un altro delitto per affermare che in fondo non si è così cattivi e forse neppure colpevoli, è la tipica autodifesa di ogni criminale, che però non lo scagiona, anzi. Per quanto mi riguarda il fatto che oggi i sostenitori di Israele si nascondano dietro le stragi in Sudan, è la conferma della loro assoluta malafede e della loro piena consapevolezza del genocidio che Israele sta compiendo a Gaza.
Ma c’è un altro fatto. Le immani stragi di donne e bambini nel grande stato africano, la carestia volutamente provocata per sterminare la popolazione, il genocidio in Sudan insomma, sono in gran parte opera delle milizie denominate RSF, Rapid Support Forces, che spadroneggiano nel Darfur e vorrebbero conquistare tutto il paese.
Queste milizie, colpevoli da anni di enormi crimini, hanno un principale sostenitore che li finanzia e li arma: gli Emirati Arabi Uniti. Questo stato, guidato da una dittatura di sceicchi straricchi per il petrolio, è il primo alleato di Israele nel Medio Oriente.
E a loro volta gli Emirati hanno come primo nemico gli Houthi dello Yemen, che come sappiamo sostengono fino in fondo la resistenza palestinese.
Insomma tutto si tiene. Il principale complice arabo di Israele nel genocidio in Palestina, è responsabile anche del genocidio in Sudan
Quindi quando sentiamo dire "e allora in Sudan?" Dobbiamo rispondere: anche lì i criminali siete sempre voi.
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04/06/2025
Sudan - Oltre 4 milioni di rifugiati in una guerra dimenticata
“La guerra in Sudan sta entrando nel suo terzo anno e i 4 milioni di persone rifugiate rappresentano una pietra miliare devastante”, ha dichiarato Eujin Byun, portavoce dell’UNHCR, durante una conferenza stampa a Ginevra. Secondo l’agenzia dell’ONU, si tratta di una crisi senza precedenti, che si sta consumando nell’indifferenza quasi totale della comunità internazionale
Il conflitto è scoppiato tra le Forze Armate Sudanesi e le Forze di Supporto Rapido (RSF), una milizia paramilitare. Combattimenti feroci hanno colpito soprattutto le aree urbane e le regioni del Darfur, dove migliaia di civili sono rimasti intrappolati tra i due fronti. L’infrastruttura sanitaria è al collasso, le scuole chiuse, e la carenza di cibo e acqua ha raggiunto livelli drammatici.
Molti di questi 4 milioni di rifugiati hanno attraversato deserti e zone di conflitto attivo per cercare riparo nei Paesi confinanti. Oltre 800.000 persone hanno raggiunto il Ciad, che ora ospita uno dei maggiori insediamenti di rifugiati africani. Ma l’arrivo di queste masse disperate ha messo in ginocchio anche le già fragili capacità di accoglienza del Paese. Solo il 14% dei fondi richiesti dalle agenzie umanitarie è stato finanziato, lasciando senza assistenza milioni di persone.
Tra le storie raccolte dall’UNHCR spicca quella di una bambina di sette anni arrivata in Ciad dopo essere sopravvissuta a un attacco nel campo di sfollati di Zamzam, dove sono morti suo padre e due fratelli. La bambina ha perso una gamba e sua madre era già stata uccisa in un precedente attacco. “Nonostante il suo calvario, non piangeva. Rimaneva immobile, scioccata. L’infanzia le è stata strappata via”, ha raccontato un operatore umanitario.
Un altro rifugiato ha riferito che i miliziani hanno requisito tutti gli animali da tiro e costretto lui e altri uomini a trainare a mano i carretti con i familiari a bordo. “Abbiamo camminato per giorni senza mangiare. Le strade erano disseminate di cadaveri”, ha detto.
Le organizzazioni umanitarie operano in condizioni estreme, con risorse minime. Le tende non bastano, il cibo è razionato e l’assistenza medica è ridotta all’essenziale. Le scuole per i bambini rifugiati sono improvvisate, spesso in mezzo al nulla, e manca quasi tutto, dai materiali scolastici all’acqua potabile.
L’UNHCR e le agenzie partner chiedono un intervento urgente: non solo più fondi, ma anche pressioni politiche per fermare le violenze, proteggere i civili e garantire corridoi umanitari sicuri. Ma finora, l’attenzione globale resta concentrata su altre aree di crisi, mentre il Sudan scivola sempre più nell’oblio.
“Il mondo deve svegliarsi. Non possiamo permettere che milioni di persone vengano abbandonate alla fame, alla violenza e alla disperazione”, ha detto Byun.
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07/05/2025
Sudan - Bombardamenti, accuse di genocidio e la crisi umanitaria
Port Sudan, uno dei principali porti del paese e un punto vitale per l'ingresso degli aiuti umanitari, è stato recentemente colpito da bombardamenti aerei che hanno acuito la disperazione di una popolazione già allo stremo. La comunità internazionale ha preso la difficile decisione di sospendere i voli umanitari, con l’ONU che ha interrotto gli aiuti diretti alla città. Le violenze in corso hanno reso la situazione insostenibile, costringendo le organizzazioni umanitarie a fermarsi. Senza l’arrivo di aiuti essenziali, i civili, in particolare le donne, i bambini e gli anziani, sono rimasti senza risorse vitali in un contesto di assoluta emergenza. L’interruzione dei voli non è solo un danno logístico, è una condanna che significa negare a chi soffre l’accesso a cure, cibo, acqua e medicine, elementi fondamentali per la sopravvivenza quotidiana.
La realtà che vivono i sudanesi è quella di una violenza che colpisce in ogni angolo del Paese. Non solo gli attacchi diretti alle infrastrutture civili, ma anche le terribili storie di famiglie che si trovano a dover scegliere tra la fuga e la morte. Le zone più colpite dal conflitto sono quelle del Darfur, dove già in passato i civili avevano pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane. Le violenze sembrano non fermarsi mai, mentre la speranza di una fine del conflitto appare lontana.
In questo contesto di orrore, il Sudan si trova anche a dover affrontare pesanti accuse di genocidio. Sebbene il paese abbia perso un ricorso davanti alla Corte Internazionale di Giustizia contro gli Emirati Arabi Uniti, le accuse restano forti e mettono in luce una dimensione ancora più complessa della crisi. Gli Emirati, accusati di finanziare e sostenere le forze paramilitari, sono accusati di aver contribuito a perpetuare violenze e atrocità nei confronti della popolazione civile. Queste dinamiche internazionali gettano ulteriore luce sul ruolo degli attori esterni, che sembrano non fare altro che alimentare il conflitto senza un reale interesse a fermarlo.
Le condizioni di vita dei sudanesi sono disperate. Le violazioni dei diritti umani sono quotidiane, ma anche le difficoltà pratiche di vivere in un paese in guerra sono tremende. I bambini non possono andare a scuola, gli ospedali sono pieni di feriti e i rifugiati sono costretti a vivere in condizioni disumane, lontani dalle loro case, dal loro passato e dalle loro radici.
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16/04/2025
Sudan - L’Arabia Saudita si schiera tra le fazioni in guerra
Negli ultimi giorni del Ramadan, davanti alla Grande Moschea della Mecca, il presidente de facto e capo dell’esercito del Sudan, il generale Abdel Fattah al-Burhan, si è inginocchiato in preghiera accanto al principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman. Al-Burhan era arrivato nel regno appena due giorni dopo che le sue truppe avevano inferto un colpo significativo alle forze Paramilitari di Supporto Rapido (Rapid Support Forces, RSF), riconquistando la capitale Khartoum dopo due anni di guerra civile. Nell’inquadratura mancavano gli Emirati Arabi Uniti (EAU), la potenza del Golfo che ha sostenuto i rivali di al-Burhan nella guerra civile sudanese con armi, mercenari e copertura politica.
La scena ha catturato l’essenza di una spaccatura sempre più profonda tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti – un tempo alleati nel rimodellare il mondo arabo, ora artefici di visioni concorrenti per il Sudan e la regione.
Da due anni il Sudan è avvolto nel caos. Il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi (Sudanese Armed Forces, SAF) e le RSF, guidato dal generale Mohamed Hamdan Dagalo “Hemedti”, ha inflitto immense sofferenze: si stima che ci siano stati 150.000 morti, accuse di atrocità di massa che hanno macchiato entrambe le parti, ma in particolare le RSF nel Darfur, 12 milioni di sfollati e più della metà della popolazione che si trova ad affrontare una grave insicurezza alimentare.
Khartoum, un tempo simbolo di confluenza, porta profonde cicatrici: distruzione diffusa, case saccheggiate e strade infestate da morti non sepolti. È in questo contesto di devastazione e di conquiste militari che al-Burhan ha compiuto il suo viaggio attraverso il Mar Rosso.
All’inizio del conflitto, l’Arabia Saudita ha svolto un ruolo di primo piano facilitando l’evacuazione di migliaia di stranieri attraverso Port Sudan, uno sforzo che ha raccolto una notevole benevolenza. Su questa base, e insieme agli Stati Uniti, il Regno ha assunto il ruolo di mediatore ospitando i colloqui per il cessate il fuoco di Gedda nel maggio 2023.
Questa mediazione si è allineata con il più ampio orientamento strategico di Riyadh verso la de-escalation, evidente nel suo riavvicinamento all’Iran e nella sua trasformazione da aggressore a pacificatore nello Yemen. L’instabilità sul Mar Rosso rappresenta una minaccia diretta per l’ambiziosa revisione economica del Regno – Vision 2030 – in particolare per i progetti di punta come NEOM e i megaprogetti turistici sul Mar Rosso lungo la costa occidentale, nonché per l’espansione del terminale di Yanbu, che mira a diversificare le rotte di esportazione del petrolio dallo Stretto di Hormuz. Queste turbolenze rischiano anche di compromettere i fondamentali investimenti dell’Arabia Saudita per la sicurezza alimentare in Sudan, dove vaste imprese agricole sono diventate un pilastro dei legami bilaterali.
Tuttavia, il processo di Gedda si è affievolito e gli impegni firmati sulla carta si sono dissolti davanti alla realtà caratterizzata dai continui combattimenti. Un successivo sforzo guidato dagli Stati Uniti a Ginevra, incentrato sull’accesso umanitario dopo il fallimento dei colloqui di Gedda, ha vacillato quando il SAF ha boicottato completamente i colloqui. Nel 2025, il ritorno della dottrina “America First” del Presidente Donald Trump ha smantellato ciò che restava del capitale diplomatico americano. I tagli ai finanziamenti di USAID – che hanno fatto chiudere il 77% delle cucine alimentari d’emergenza del Sudan – non solo hanno aggravato la carestia, ma hanno privato Washington di una leva fondamentale da utilizzare per ottenere concessioni. Con gli Stati Uniti in ritirata, il vuoto si è rivelato irresistibile per l’Arabia Saudita.
Il punto di svolta è arrivato nel febbraio 2025. Mentre le RSF e i suoi alleati formalizzavano la loro carta per un’amministrazione parallela a Nairobi, l’Arabia Saudita, insieme a Qatar e Kuwait, ha espresso un fermo rifiuto pubblico. Il Ministero degli Esteri saudita ha dichiarato inequivocabilmente la sua opposizione a “qualsiasi passo illegittimo compiuto al di fuori delle istituzioni ufficiali del Sudan che ne minacci l’unità”.
La recente visita di al-Burhan in Arabia Saudita e la sua tempistica hanno consolidato questo allineamento. L’accordo annunciato da entrambe le nazioni durante la visita di istituire un “Consiglio di Coordinamento per rafforzare le relazioni” indica un impegno a lungo termine, che va oltre il ruolo di arbitro neutrale. È significativo che questo incontro abbia seguito di poco la visita di una delegazione saudita di alto livello a Port Sudan, avvenuta qualche giorno prima e incentrata sulla ricostruzione.
Mentre Riyadh coltiva attivamente il ruolo di stabilizzatore regionale, Abu Dhabi si trova ad affrontare un crescente scrutinio riguardo al suo presunto ruolo nell’alimentare lo sforzo bellico delle RSF.
Nel marzo 2025, il Sudan ha presentato una causa alla Corte Internazionale di Giustizia, accusando gli Emirati Arabi Uniti di aver violato la Convenzione sul Genocidio attraverso il loro presunto sostegno militare, finanziario e politico alle RSF, facilitando così le atrocità, in particolare la pulizia etnica dei Masalit nel Darfur occidentale. Mentre il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti ha respinto il caso come “debole manovra mediatica”, le accuse fanno eco ai risultati di un rapporto del gruppo di esperti delle Nazioni Unite, che ha ritenuto “credibili” le prove di forniture di armi degli Emirati Arabi Uniti (compresi droni e difese aeree) alle RSF.
Questo presunto sostegno ha scatenato notevoli ripercussioni politiche a Washington. Il senatore Chris Van Hollen e la deputata Sara Jacobs hanno confermato pubblicamente a gennaio, citando i briefing dell’amministrazione, che gli Emirati Arabi Uniti stavano effettivamente armando le RSF, contraddicendo direttamente le precedenti assicurazioni fornite all’amministrazione Biden. Anche il deputato Gregory Meeks, membro della commissione Affari Rsteri della Camera, ha bloccato la vendita di armi agli EAU per il loro ruolo in Sudan.
Le azioni degli Emirati Arabi Uniti in Sudan sembrano coerenti con un modus operandi regionale più ampio. Il copione di Abu Dhabi prevede il potenziamento di attori non statali, spesso con tendenze secessioniste, per assicurarsi l’accesso alle risorse e a posizioni geografiche strategiche. Abbiamo visto questo schema in Libia, con l’appoggio a Khalifa Haftar, e in Yemen, con il suo sostegno duraturo al Southern Transitional Council (STC), la cui spinta all’indipendenza contrasta direttamente con gli sforzi sauditi per mantenere l’unità yemenita sotto il Presidential Leadership Council (PLC).
La Somalia offre un altro esempio lampante, dove gli Emirati Arabi Uniti hanno aggirato Mogadiscio per armare e finanziare direttamente entità regionali come il Puntland (che avrebbe usato la sua base di Bosaso per i rifornimenti delle RSF), il Somaliland e il Jubaland, frammentando così il Paese e assicurandosi al contempo punti di appoggio costieri. L’annuncio del governo parallelo delle RSF a Nairobi, il mese scorso, è sembrato un’applicazione diretta di queste tattiche. Gli Emirati Arabi Uniti hanno concluso un prestito di 1,5 miliardi di dollari al Kenya la stessa settimana, facendo ipotizzare che la loro influenza abbia giocato un ruolo nell’ospitare l’evento a Nairobi.
Il crescente divario sul Sudan, quindi, non è un disaccordo isolato, ma è sintomatico di una più profonda divergenza strategica tra Riyadh e Abu Dhabi. Se un tempo si coordinavano strettamente, in particolare per contrastare la minaccia percepita dei Fratelli Musulmani e per cercare di rimodellare il Consiglio di Cooperazione del Golfo durante il blocco del Qatar, ora le loro strade divergono nettamente.
Dal punto di vista economico, sono in forte competizione: l’Arabia Saudita ha sfidato lo status di hub commerciale di Dubai attraverso politiche che richiedono sedi regionali a Riyadh e il lancio di megaprogetti rivali. All’interno dell’OPEC+, le tensioni tra i due paesi si sono acuite sulle quote di produzione, riflettendo priorità diverse e proiezioni non allineate sulla prossimità del futuro decarbonizzato. Anche i confini marittimi vicino alle isole Yasat sono diventati un punto di contesa, con Riyadh che ha presentato denunce all’ONU contro la demarcazione unilaterale di Abu Dhabi dell’area potenzialmente ricca di petrolio.
Questa rivalità si riversa ora nel dominio pubblico attraverso i social media. Recenti scontri online hanno visto commentatori sauditi noti e molto seguiti bollare le controparti emiratine come “reietti”, descrivendole come “odiate dagli arabi e dai musulmani”. In ambienti mediatici strettamente controllati, questi scambi taglienti spesso riflettono il disappunto delle autorità.
In definitiva, il Sudan sta pagando il prezzo di questa relazione fratturata nel Golfo. L’Arabia Saudita, spinta dagli imperativi della Vision 2030 e dal desiderio di riaffermare la leadership regionale attraverso la stabilità e le istituzioni statali, ha puntato sul SAF. Gli Emirati Arabi Uniti, concentrati sull’accesso alle risorse e sul contrasto alle minacce ideologiche percepite, continuano a sostenere le RSF nonostante la crescente condanna.
Finché la rivalità persisterà, il Sudan rimarrà tragicamente sotto il fuoco incrociato, il suo futuro tenuto in ostaggio da una lotta geopolitica che sta ridisegnando i contorni del potere nella regione.
di Elfadil Ibrahim, scrittore e analista di politica sudanese. Il suo lavoro è stato pubblicato su The Guardian, Al Jazeera, The New Arab, Open Democracy e altre testate.
14/03/2025
Usa e Israele trattano con Paesi africani la deportazione dei palestinesi
Un’inchiesta esclusiva dell’Associated Press ha rivelato che gli Stati Uniti e Israele hanno preso contatto con alcuni Paesi africani per trattare l’ipotesi di deportazione dei palestinesi di Gaza. Il presidente Usa Donald Trump continua a proporre il suo “piano” di pulizia etnica della Striscia come l’ipotesi migliore e “più giusta” per la sistemazione post-guerra e la ricostruzione dell’enclave che diverrebbe, secondo i piani del tycoon, una lussuosa riviera turistica priva dei propri abitanti.
L’ostinazione di Trump nel proseguire il tentativo di applicazione del suo piano, anche dopo il diniego dei Paesi arabi che per primi ha tentato di convincere ad accogliere i palestinesi esiliati, si riflette nei contatti stabiliti con Somalia, Somaliland e Sudan. Luoghi poveri e in alcuni casi devastati dalla violenza della guerra, con condizioni economiche complicate o processi di indipendenza non pacifici.
Funzionari del Sudan hanno confermato all’AP di aver ricevuto offerte da parte degli Stati Uniti e di averle rifiutate. Quelli della Somalia e del Somaliland hanno dichiarato ai giornalisti di non essere a conoscenza di proposte del genere. Ma le conferme sono giunte da rappresentanti Usa e israeliani. Il ministro delle finanze, Bezalel Smotrich, ha dichiarato questa settimana che Tel Aviv sta lavorando per identificare i Paesi in cui i palestinesi verranno “assorbiti” e che il governo sta per aprire un “dipartimento per l’emigrazione”.
Sudan.
Il paese nordafricano era tra le quattro nazioni dell’Accordo di Abramo che hanno accettato di normalizzare le relazioni diplomatiche con Israele nel 2020. Sono 18milioni i bambini che da due anni non hanno la possibilità di andare a scuola a causa della guerra, secondo l’Unicef. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia prevede anche, per questo 2025, che i due terzi della popolazione totale, 30 milioni di persone, avranno bisogno di assistenza umanitaria. Dopo quasi due anni di guerra infrastrutture, sistema sanitario e scolastico, economia e servizi sociali sono al collasso.
Alcuni funzionari sudanesi hanno confermato all’Associated Press di essere stati contattati da personale dell’amministrazione Trump ancor prima che si tenesse la cerimonia di insediamento del nuovo presidente Usa. Washington avrebbe offerto assistenza militare contro le Forze di Supporto Rapido (RSF) in cambio della disponibilità del governo ad accettare i palestinesi. I funzionari hanno dichiarato di aver rifiutato categoricamente l’offerta.
Somaliland.
Un funzionario americano ha confermato che gli Stati Uniti stanno tenendo colloqui con i leader del Somaliland per capire cosa possono ottenere in cambio di un riconoscimento dell’indipendenza dell’area che la Somalia considera parte del proprio territorio. Il Somaliland si è dimostrato più volte disponibile a trattare con diversi stati e governi per ottenere un riconoscimento ampio.
Somalia.
La Somalia, come il Sudan, si è opposta a qualunque piano di pulizia etnica dei palestinesi durante il recente vertice della Lega araba al Cairo ma l’AP non esclude la possibilità che si stiano svolgendo negoziati segreti tra Washington e Mogadiscio. I funzionari del Paese hanno negato di aver ricevuto alcuna richiesta, mentre fonti statunitensi hanno confermato l’avvicinamento.
09/03/2025
La gomma arabica di Coca-Cola e M&M’s è contrabbandata nel Sudan in guerra
Il Sudan è il principale produttore mondiale di gomma arabica e fornisce circa l’80% della produzione globale. Estratta dagli alberi di acacia, questa sostanza naturale è fondamentale per stabilizzare e addensare ingredienti in una vasta gamma di prodotti, dai rossetti di L’Oréal agli alimenti per animali domestici di Nestlé.
Il conflitto, esploso nell’aprile del 2023 tra le Forze di Supporto Rapido (RSF) e l’esercito nazionale del Sudan, ha visto le RSF prendere il controllo, alla fine dello scorso anno, delle principali aree di raccolta della gomma nelle regioni del Kordofan e del Darfur occidentale.
Da quel momento, la gomma grezza – che può essere venduta solo dai commercianti sudanesi previo pagamento di una tassa alle RSF – ha iniziato a fluire verso i Paesi confinanti senza le necessarie certificazioni, secondo quanto riferito a Reuters da otto produttori e acquirenti coinvolti direttamente nel commercio.
In aggiunta, due commercianti hanno confermato che la gomma viene esportata attraverso mercati di frontiera informali. Un rappresentante delle RSF, interpellato da Reuters, ha dichiarato che la forza paramilitare protegge il commercio della gomma arabica e riscuote solo piccole tasse, respingendo le accuse di violazioni della legge come “propaganda contro il gruppo”.
Dal febbraio 2022, le esportazioni sudanesi di gomma arabica verso l’Unione Europea sono diminuite, mentre quelle provenienti da paesi come Egitto, Kenya, Camerun e Sud Sudan sono aumentate. Tuttavia, fonti del settore avvertono che le forniture da alcune di queste nazioni potrebbero includere gomma contrabbandata dal Sudan.
Hervé Canevet, specialista di marketing globale presso Eco-Agri a Singapore, ha sottolineato come spesso sia difficile verificare l’origine precisa della gomma, dato che molti commercianti non rivelano se il prodotto sia stato ottenuto illegalmente.
“Oggi, la gomma proveniente dal Sudan è quasi tutta contrabbandata, perché non esiste una vera autorità nel Paese”, ha dichiarato Canevet.
Le grandi aziende di beni di consumo come Coca-Cola, Mars (produttrice degli M&M’s) e Nestlé si affidano a fornitori globali – tra cui Nexira, Alland & Robert e Ingredion – per l’acquisto di gomma arabica raffinata, utilizzata poi come emulsionante nei loro prodotti.
Ingredion ha affermato di aver adottato misure per diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, includendo paesi come il Camerun, mentre Nexira ha ridotto le importazioni dal Sudan a causa della guerra, ampliando le proprie forniture a dieci altre nazioni.
Il commercio illegale di gomma arabica sta anche causando un drastico calo dei prezzi. Mohammed Hussein Sorge, fondatore di Unity Arabic Gum con sede a Khartoum, ha dichiarato a Reuters di aver ricevuto offerte da commercianti in Senegal e Ciad, con prezzi fino a 3.500 dollari a tonnellata per la varietà pregiata hashab – ben al di sotto del normale prezzo di mercato di oltre 5.000 dollari.
Sorge ha rifiutato le offerte per la mancanza di certificazioni etiche, temendo che la gomma fosse stata rubata o esportata tramite reti legate alle RSF.
Nel frattempo, la RSF ha anche bloccato le esportazioni di 12 merci, inclusa la gomma arabica, verso l’Egitto, in risposta a presunti attacchi aerei egiziani.
Prima della guerra civile, la gomma sudanese veniva trasportata da Khartoum a Port Sudan per essere esportata a livello globale. Ora, secondo fonti locali, la gomma viene contrabbandata verso il Sud Sudan, il Ciad e persino la Repubblica Centrafricana, con il coinvolgimento diretto delle RSF.
Fonte
01/03/2025
Sudan - La guerra civile è ad una svolta?
Lo schianto di un aereo da trasporto militare su alcune abitazioni a Omdurman, la “città gemella” della capitale Khartoum, ha causato la morte di una cinquantina di persone tra civili e militari, tra cui un generale. Non è chiaro cosa abbia fatto precipitare il velivolo, anche se nella zona infuriano da tempo i combattimenti tra le forze regolari fedeli al regime (SAF) e i ribelli (ex alleati del governo) delle Forze di Supporto Rapido, guidate dal generale Mohamed Hamdam Dagalo detto Hemeti
L’offensiva governativa funziona
Nonostante le perdite, l’esercito e le milizie alleate riunite nelle Sudan Shield Forces hanno conquistato recentemente molto terreno, riprendendo il controllo di varie località a ridosso della capitale e di Omdurman oltre che zone consistenti della regione del Nilo Orientale, a lungo controllate dalle Forze di Supporto Rapido (RSF).
Secondo testimoni ed osservatori, dopo aver conquistato lo stato di Gezira, le avanguardie delle Forze Armate Sudanesi sarebbero già riuscite a penetrare nel centro della città.
Anche nel Kordofan del nord, grazie al supporto dei droni turchi, l’esercito avrebbe conquistato terreno anche se le milizie hanno risposto bombardando ripetutamente le centrali elettriche con i droni forniti da Abu Dhabi.
Le mosse di al-Burhan
Sembra quindi che “l’offensiva generale” lanciata lo scorso anno dal capo del regime sudanese ora insediato a Port Sudan, il generale Abdel Fattah al-Burhan, stia funzionando, anche grazie ad alcuni mosse azzeccate dal punto di vista politico e tattico.
Tra queste, l’alleanza tra le forze armate fedeli ad al-Burhan e alcuni movimenti armati presenti nel paese, in particolare una delle fazioni in cui è diviso il Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan – Nord (SPLM-N), guidata da Malik Agar, promosso alla vicepresidenza del governo lealista denominato “Consiglio Sovrano”.
Inoltre al-Burhan è riuscito a convincere alcuni comandanti delle Forze di Supporto Rapido a passare dalla sua parte; un importante ruolo, nella conquista di Gezira, è stato giocato dalla scelta di Abuagla Keikel di mollare le RSF e passare dalla parte delle SAF.
Il sostegno di Russia e Iran
Sul fronte internazionale, al-Burhan ha deciso di affidarsi alla Russia e all’Iran ottenendo sostegno politico ed economico ma soprattutto militare, fondamentale per la riuscita dell’offensiva contro le milizie ribelli. Da Mosca sono infatti arrivati tank, caccia e tecnologie d’avanguardia mentre Teheran ha fornito i droni Mohajer-6, aiutando al contempo le SAF ad avviare la produzione di una versione locale dei velivoli senza pilota iraniani. Anche l’Eritrea si è schierata con al-Burhan, impegnandosi ad addestrare un certo numero di militari sudanesi.
In cambio del supporto iraniano, al-Burhan sembra aver rinunciato alla normalizzazione delle relazioni con Israele e alla paventata adesione agli Accordi di Abramo. Inoltre Port Sudan ha chiesto a Teheran di assumere un ruolo chiave nella futura ricostruzione del paese.
Da parte sua la Russia sembra aver ottenuto l’assenso definitivo del regime sudanese alla realizzazione di una propria base navale sul Mar Rosso. Il 13 febbraio, infatti, il ministro degli Esteri di al-Burhan, Ali Youssef, ha incontrato a Mosca l’omologo Sergei Lavrov per discutere della richiesta russa. Dopo sei anni di difficili e altalenanti trattative (all’inizio della guerra civile Mosca ha appoggiato le Forze di Supporto Rapido in cambio dello sfruttamento delle miniere d’oro del Darfur) la Russia ha finalmente ottenuto l’assenso, spera definitivo, a stabilire una base militare nell’area di Port Sudan.
Le due parti hanno concordato il riavvio dell’accordo preliminare firmato nel novembre 2020 che prevedeva una concessione di 25 anni per la realizzazione di un polo navale russo sulle coste del Mar Rosso in grado di ospitare alcune centinaia di militari e quattro navi da guerra.
Dagalo divide le opposizioni e forma un “governo parallelo”
Tentando di bilanciare i rovesci militari, il generale Dagalo ha realizzato una serie di incontri con alcuni dei leader dei partiti della coalizione “Taqaddum” prefigurando, in caso di vittoria, un processo di transizione che allo stato sembra assai improbabile.
Il leader delle Forze di Supporto Rapido ha potuto contare sul processo di frammentazione che ha investito la coalizione di movimenti civili finora guidati da Abdullah Hamdok, primo ministro del governo di transizione destituito nell’ottobre del 2021 da un colpo di stato realizzato congiuntamente dalle forze di al-Burhan e di Dagalo (che poi però nel 2023 hanno iniziato la sanguinosa guerra civile tuttora in corso).
La divisione di Taqaddum ha portato alla creazione di due coalizioni politiche. La prima, denominata “Sumoud” (Alleanza civile democratica delle forze della rivoluzione) e guidata da Hamdok, si dichiara contraria ad ogni tipo di collaborazione con i due schieramenti protagonisti del conflitto civile; la seconda, invece, guidata dall’ex portavoce di Taqaddum Idris al-Hadi, si è prestata a firmare una dichiarazione di intenti propedeutica alla formazione di un governo parallelo in esilio guidato dalle Forze di Supporto Rapido.
La firma, dopo vari rinvii, è avvenuta a Nairobi lo scorso 22 febbraio ed ha provocato una forte crisi diplomatica tra il paese ospitante, il Kenya, e il governo di al-Burhan. Port Sudan ha ritirato il proprio ambasciatore ed ha accusato il presidente keniota William Ruto di sostenere quella che ha definito “una milizia genocida (…) vendendosi ai finanziatori delle RSF”, in riferimento all’Etiopia ma soprattutto agli Emirati Arabi Uniti.
Le Forze di Supporto Rapido si asserragliano nel Darfur
Da parte loro, pressati da più direzioni dall’offensiva delle forze regolari, i miliziani di Dagalo hanno ripiegato nel Darfur, regione dove le Forze di Supporto Rapido si sono formate a partire dalle milizie Janjawid, costituite per volontà del dittatore Omar al Bashir. In Darfur i paramilitari di Hemeti sono tornati a praticare la pulizia etnica a danno delle popolazioni africane non islamiche.
Il leader dei ribelli sembrerebbe intenzionato almeno a consolidare il suo potere e il suo controllo della regione dove le sue milizie sono più numerose e radicate, e allo scopo si è dedicato alla formazione del “governo parallelo” alternativo al Consiglio Sovrano e che aspira ad ottenere un certo riconoscimento internazionale in virtù dell’inclusione di una parte dei partiti che avevano dato vita al processo di transizione interrotto violentemente.
L’emergenza umanitaria si aggrava
Nel frattempo il blocco dei finanziamenti statunitensi ha paralizzato ciò che rimane del sistema sanitario sudanese, causando un impatto gravissimo sulla popolazione stremata dalla lunga crisi e poi dalla guerra civile che ha causato molte decine di migliaia di vittime.
La situazione è stata denunciata da un rapporto stilato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e dall’Health Cluster, che racchiude 66 partner tra cui organizzazioni internazionali, agenzie Onu, Ong e istituti accademici. Secondo il documento il taglio dei finanziamenti deciso da Trump ha colpito le principali agenzie delle Nazioni Unite e altre organizzazioni, ostacolando gravemente la loro capacità di far fronte ad una crescente crisi umanitaria. Oltre alla malnutrizione e alle conseguenti patologie, nel paese stanno dilagando anche epidemie di colera e malaria, con una situazione particolarmente grave in Darfur.
Dall’inizio del conflitto si stima che almeno 12 milioni di persone siano state costrette ad abbandonare le proprie case e a cercare rifugio in altre aree del paese se non addirittura nei paesi confinanti.
19/11/2024
Sudan - Fame, guerra e malattie hanno ucciso più persone di quanto si pensi
I primi 14 mesi di guerra hanno registrato nella sola capitale Khartoum oltre 61.000 vittime, bilancio che, secondo ricercatori britannici e sudanesi, è superiore alle stime precedenti. Le principali cause di morte, secondo il Sudan Research Group sono la fame e le malattie. La popolazione non può raggiungere ospedali, obitori o cimiteri per cui molti decessi non vengono registrati. Lo studio del Sudan Research Group, guidato dall’epidemiologa Maysoon Dahab, ha impiegato il metodo “cattura e ricattura”: attraverso un’analisi delle liste di decessi si è scoperto che il bilancio delle sole morti violente avvenute a Khartoum è di oltre 26.000, maggiore del valore rilevato dall’Armed Conflict Location & Event Data (20.178).
Il SRG ha utilizzato tre tipi di fonti, partendo dalle quali, ha compilato altrettante liste: un sondaggio pubblico condiviso sui social media, un sondaggio privato diffuso tra gli attivisti e i necrologi pubblicati sui social. La ricerca si è concentrata solo su Khartoum (non potendo espandersi nel resto del Paese a causa di dati insufficienti), dove sono stati redatti 6.715 registri di deceduti.
Una volta preparate le liste, i ricercatori hanno evidenziato i nomi comparsi in più liste: minore è la sovrapposizione tra gli elenchi, maggiore è la probabilità che non tutti i decessi siano stati registrati. Anche se si tratta di un sistema creato per studi ecologici, si è rivelato molto utile per stimare il numero effettivo dei decessi: è stato impiegato anche durante le proteste del 2019 e con il COVID-19.
La speranza è che, grazie ai dati ottenuti, si possa attirare l’attenzione sul Sudan e sostenere la risoluzione del conflitto, redigere un documento sulle responsabilità e incentivare gli aiuti umanitari, resi necessari a causa di ulteriori atti di violenza scoppiati nelle regioni del Kordofan e del Darfur.
L’analisi, infatti, rivela un altro aspetto fondamentale: la diffusa malnutrizione, e le conseguenti malattie (malaria, colera e febbre dengue) causate dalla riduzione delle difese immunitarie sono tra le principali cause di morte per i sudanesi. L’impossibilità di recarsi in ospedali e farmacie rende la situazione ancora più drammatica. Ne è un esempio Khalid Sanhouri, musicista morto l’anno scorso per mancata assistenza sanitaria, nella città di Omdurman. Mohammed Omar, suo vicino, ha dichiarato a Reuters che le persone sono state costrette a seppellire i propri cari accanto alle case, non riuscendo a raggiungere i cimiteri. Solo con l’arrivo dell’esercito sudanese i corpi sono stati trasferiti al cimitero principale della città.
Lo studio presenta però dei limiti: i decessi tra i gruppi rurali e quelli con un basso livello socioeconomico hanno una minore probabilità di comparire in uno qualsiasi dei registri utilizzati, a causa del difficile accesso alle reti di telecomunicazione. Nonostante ciò, il metodo “cattura e ricattura” resta uno strumento valido per la stima delle vittime in situazioni dove i dati registrati non sono quelli effettivi.
Nessuno dei due eserciti, intanto, si assume la responsabilità degli attacchi ai civili, accusandosi reciprocamente. Una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite, tuttavia, ha confermato che entrambe le parti sono colpevoli di gravi abusi e violazioni dei diritti umani.
Fonte
