Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/08/2026

La Rai smetta di essere la “scorta mediatica” di Israele

Il nodo italiano di Palestine Action ha lanciato una petizione alla Commissione Vigilanza sulla Rai, al consiglio di amministrazione della Rai, all’Ordine dei Giornalisti e all’Usigrai nella quale chiede che cessi la “scorta mediatica” della Rai agli abusi israeliani contro i palestinesi.

La Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sul Territorio Palestinese Occupato e Israele ha pubblicato il 23 giugno 2026 un nuovo rapporto, intitolato “L’essenza dell’infanzia è stata distrutta”, in cui conferma – dopo un primo rapporto del settembre 2025 – che le autorità e le forze di sicurezza israeliane continuano a commettere il crimine di genocidio, oltre a crimini contro l’umanità e crimini di guerra, a Gaza e in Cisgiordania.

Il documento denuncia in particolare l’uccisione mirata di migliaia di bambini palestinesi e la distruzione sistematica delle condizioni di vita necessarie alla sopravvivenza della popolazione.

A fronte di queste conclusioni, ufficiali e documentate da un organismo delle Nazioni Unite, riteniamo che parte dell’informazione del servizio pubblico non stia raccontando la realtà con il rigore che la gravità dei fatti richiede.

Il 24 luglio 2026, durante l’edizione delle 20:00 del Tg1, è andato in onda un servizio del corrispondente Rai per il Medio Oriente Giovan Battista Brunori sull’assalto di coloni israeliani a un villaggio in Cisgiordania. Secondo quanto denunciato da diversi osservatori, il servizio ha ricostruito l’episodio presentandolo come un attacco da parte palestinese nei confronti di un gruppo di “escursionisti” – un termine che, se riferito ai coloni responsabili dell’aggressione, capovolge il rapporto tra aggressori e vittime e restituisce agli utenti Rai un quadro dei fatti non corrispondente a quanto documentato da fonti internazionali indipendenti.

Non è un caso isolato: nelle ultime settimane più programmi e telegiornali Rai, incluso il giornalista di Rai3 Antonino Monteleone, sono stati oggetto di critiche simili per il modo vergognoso e distorto in cui raccontano il genocidio in corso.

Cosa chiediamo

Come cittadini che finanziano il servizio pubblico con il canone, chiediamo:

  •  Che la Commissione di vigilanza Rai apra una verifica formale e prende provvedimenti concreti sul servizio del Tg1 del 24 luglio 2026 e su altri casi analoghi segnalati, valutando la conformità ai criteri di correttezza, completezza e imparzialità dell’informazione previsti dal contratto di servizio Rai-Stato.
  • Che Usigrai prenda provvedimenti concreti, nell’ambito delle proprie competenze sindacali e deontologiche, per fare in modo che le scelte lessicali usate per descrivere aggressori e vittime in questi servizi rispettino il codice deontologico dei giornalisti.
  • Che la Rai fornisca trasparenza sui criteri editoriali adottati nella copertura del genocidio perpetrato dallo stato sionista, alla luce delle conclusioni delle Nazioni Unite.
  • Che in futuro la terminologia usata nei notiziari distingua chiaramente, sulla base dei fatti riportati dalle fonti sul campo, tra chi compie un’aggressione e chi la subisce.

Il servizio pubblico ha il dovere di raccontare la realtà – anche quando è scomoda – con precisione e senza distorsioni lessicali che alterano la percezione dei fatti da parte del pubblico. BASTA PROPAGANDA!

Chiediamo che questo principio venga rispettato.

*****

Con un comunicato l’Usb – Coordinamento Rai si è unita alla petizione contro il clima sempre più pressante di censura all’interno dell’Azienda.

“Come USB sosteniamo tutti gli sforzi per contrastare la propaganda sionista che permea la produzione tv e la produzione news, che denunciamo con forza; il pluralismo dovrebbe essere la base del Servizio Pubblico, e riteniamo che la Rai venga meno al compito per cui tutte le cittadine e i cittadini pagano il canone. Le più recenti affermazioni di Brunori e Monteleone ne sono l’esempio maggiormente rappresentativo, ma osserviamo con forte preoccupazione che la linea governativa manipola tutta l’informazione, la cultura e l’intrattenimento delle tre reti generaliste, ormai quasi totalmente occupate e ridotte a megafono della propaganda. Questo atteggiamento censorio si riflette inevitabilmente anche sulle lavoratrici e sui lavoratori, che negli ultimi mesi hanno partecipato con forza e convinzione alle battaglie a sostegno del popolo Palestinese, rivendicando il diritto a lavorare davvero per portare avanti una televisione diversa, che dia voce alla Palestina, che chiami con i giusti termini il genocidio tutt’ora in atto, e che prenda drastiche contromisure contro la trasformazione del Servizio Pubblico in un servizio di propaganda”.

Fonte

06/08/2026

Insensibili al crescente numero di morti a Gaza

Le parole “ucciso”, “ferito”, “mutilato” e simili spesso perdono gran parte del loro significato quando vengono ripetute così incessantemente.

Prendiamo, ad esempio, un titolo come: “13 palestinesi uccisi a Gaza, altri feriti”. Sebbene molti di noi possano ancora provare un profondo senso di tristezza per una simile tragedia, la notizia stessa diventa meno scioccante col tempo.

Secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità palestinese di Gaza, Israele ha ucciso e ferito complessivamente oltre 250.000 palestinesi dall’inizio del Genocidio nel 2023.

Il bilancio viene aggiornato quotidianamente perché le uccisioni non si fermano mai.

Il 23 luglio, sei palestinesi sono stati uccisi a Gaza. Il giorno prima, ne erano stati uccisi 13, e il giorno ancora prima altri nove, e così via.

È proprio questo “e così via” che, col tempo, ci fa perdere la percezione di ciò che queste tragedie comportano realmente. Si tratta di persone innocenti bruciate vive nelle loro tende, bombardate nelle loro auto o uccise mentre cercano di godersi un breve momento di tregua dal caldo torrido sulla spiaggia.

Tra i nove uccisi il 21 luglio, un’intera famiglia, compresi quattro bambini piccoli, è stata sterminata in un singolo attacco. Mentre si moltiplicano le notizie sul quotidiano massacro di palestinesi da parte di Israele a Gaza, i giornalisti troppo spesso trascurano di umanizzare le vittime.

Una foto che circola sui social media mostra tre di quei bambini: un ragazzino con una maglietta con la scritta “Santa Monica Beach”; la sorella con gli occhiali e una maglietta rosa, che tiene orgogliosamente in mano un attestato di merito scolastico; e la sorella più piccola, in posa dolce.

Questi tre rappresentano ogni singolo bambino palestinese ucciso dall’inizio di questo Genocidio. Secondo le Nazioni Unite e le stime internazionali, oltre 21.000 bambini sono stati uccisi a Gaza, e decine di migliaia sono rimasti mutilati o sepolti sotto le macerie.

Sebbene la normalità quotidiana delle uccisioni renda la tragedia meno scioccante per chi si limita a sentire le cifre, diventa infinitamente più tragica per chi la subisce direttamente. A Gaza, nessuna famiglia è stata risparmiata dalla perdita dei propri cari, e il dolore si acuisce giorno dopo giorno.

Non ci sono parole per descrivere il dolore collettivo di Gaza.

Ciò che rende la tragedia ancora più insopportabile è che il mondo intero sa cosa è successo e continua a succedere a Gaza, eppure non fa nulla per impedirlo. Monitoriamo i numeri, denunciamo la barbarie di Israele, condanniamo il fallimento delle istituzioni internazionali e scuotiamo la testa disperati.

Eppure il risultato rimane invariato: il bilancio delle vittime continua a salire e ogni giorno vengono generate nuove statistiche che ci ricordano la gravità della crisi.

Un rapporto congiunto del 23 luglio, redatto da FAO, UNICEF e Programma Alimentare Mondiale, ha rilevato che 1,4 milioni di palestinesi a Gaza soffrono di grave insicurezza alimentare.

Il rapporto ha inoltre avvertito che si prevede che oltre 74.000 bambini sotto i 5 anni necessiteranno di cure urgenti per malnutrizione acuta nel corso del prossimo anno.

Questo rapporto è stato pubblicato lo stesso giorno in cui le autorità sanitarie di Gaza hanno aggiornato il bilancio ufficiale delle vittime palestinesi, portandolo a oltre 73.311. Tale cifra è già più alta ora, poiché da allora sono state uccise altre persone.

Lo stesso giorno, Thameen Al-Kheetan dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UN.OHCHR) ha dichiarato che “nessun luogo a Gaza può essere considerato sicuro”.

Questa affermazione è vera, naturalmente, ma è anche il fatto più noto al mondo in questo momento. Nessuno la contesta. Eppure, nessuno agisce: Israele continua a bombardare, il Congresso degli Stati Uniti continua ad assegnargli ulteriori armi e il resto del mondo segue con apprensione il bilancio delle vittime.

Nel frattempo, Israele, che ha preso il controllo di un territorio ancora più vasto a Gaza dopo il cosiddetto cessate il fuoco, sta costruendo imponenti barriere di terra che si estendono per circa 23 chilometri attraverso la Striscia.

Sebbene non sia mai stato giusto fin dall’inizio, nemmeno il piano originale di Trump per Gaza prevedeva la costruzione di confini interni, il furto di ulteriore territorio o la concentrazione di palestinesi sfollati in minuscole enclavi all’interno di un territorio già di per sé esiguo.

Il piano a lungo termine di Israele non è solo quello di mantenere un controllo militare permanente su Gaza, come dichiarato da alti funzionari israeliani, ma anche di prolungarne la sofferenza a tempo indeterminato.

Proprio mentre scrivo questo articolo, le notizie indicano che altri quattro palestinesi sono stati uccisi. È improbabile che il numero rimanga così basso; l’esercito israeliano raramente uccide in numeri esigui.

Ma anche questi piccoli numeri rappresentano esseri umani il cui dolore non può essere misurato con le statistiche, riassunto in dichiarazioni ufficiali o ridotto a titoli di giornale banali.

I sopravvissuti non si aggrappano alla vana promessa che il Diritto Internazionale prevalga sull’impunità garantita a Israele dagli Stati Uniti. La storia ha reso i palestinesi cinici. Per generazioni, attraverso ogni massacro e furto di terre dalla Nakba del 1948, l’attesa di giustizia non ha prodotto altro che vuote promesse e un numero crescente di vittime.

L’unica differenza tra il passato e il presente è che oggi sappiamo, vediamo e sentiamo esattamente cosa sta succedendo a Gaza e in tutta la Palestina.

Il minimo che possiamo fare è rifiutarci di voltare le spalle o di ridurre il Genocidio che si consuma sotto i nostri occhi a semplici numeri.

Se permettiamo che ciò accada, diventiamo anche noi colpevoli: Israele uccide, usando armi americane, mentre noi restiamo a guardare, contando i morti e scuotendo la testa di fronte alla triste situazione del mondo.

Fonte

24/07/2026

Entrare in una nuova era del genocidio

Come finiscono i genocidi? Nella maggior parte dei casi, esistono due possibilità. Gli autori raggiungono il loro obiettivo, oppure una forza militare li ferma e segue l’accertamento delle responsabilità.

Nel 1904 l’esercito imperiale tedesco avviò una campagna che quasi sterminò i popoli herero e nama in quella che allora era l’Africa Tedesca del Sud-Ovest, oggi Namibia, attraverso espulsioni letali nel deserto, la reclusione in campi di lavoro forzato e uccisioni vere e proprie. Nessuno intervenne.

Nel 1915 l’Impero ottomano uccise direttamente un gran numero di armeni che intendeva rimuovere dal cuore dell’Anatolia, oppure ne provocò la morte mediante marce forzate. I deboli tentativi di chiamare a rispondere gli ex capi di Stato ottomani furono rapidamente abbandonati. Ancora oggi la Turchia nega il genocidio.

Al contrario, poiché il regime nazista fu sconfitto nella Seconda guerra mondiale, il genocidio degli ebrei e gli altri crimini di massa furono giudicati a Norimberga.

Anche altri genocidi conclusi con la sconfitta militare dei loro autori – come in Cambogia nel 1979, in Ruanda nel 1994 e in Bosnia nel 1995 – culminarono tutti in una qualche forma di resa dei conti, per quanto tardiva e incompleta. Negare ciò che era accaduto divenne quindi impossibile.

Nel primo caso, quello dei genocidi che ebbero «successo» grazie all’impunità del momento o all’assenza di un successivo accertamento delle responsabilità, lo Stato responsabile continuò a trarre vantaggio dalle proprie azioni criminali. L’invenzione e la codificazione del concetto di genocidio dopo la Seconda guerra mondiale avevano lo scopo di impedire il perpetuarsi di questa dinamica di impunità e profitto.

Quanto abbiamo visto svolgersi a Gaza, dove Israele è accusato davanti alla Corte internazionale di giustizia di avere commesso un genocidio a seguito degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, sembra preannunciare un nuovo futuro per questo crimine.

È un futuro nel quale altre nazioni o altri leader potrebbero essere incentivati a perseguire politiche genocide, sapendo di poterla fare franca anche dopo avere ucciso e perfino di poterne trarre vantaggio. È un futuro nel quale i Paesi e le organizzazioni internazionali che si erano impegnati a fermare e punire il genocidio potrebbero consentirne il ripetersi.

Da quando l’attuale cessate il fuoco a Gaza è entrato in vigore il 10 ottobre 2025 e il piano in venti punti del presidente Trump è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza il 17 novembre, più di mille civili palestinesi sono stati uccisi da attacchi israeliani.

Le IDF controllano ormai quasi il 70 per cento della Striscia. Due milioni di palestinesi, che in precedenza vivevano in una delle aree più densamente popolate del mondo, sono ora confinati in un terzo della Striscia, dove cercano di sopravvivere in zone devastate e prive delle più elementari infrastrutture umanitarie.

Dopo il cessate il fuoco e lo scambio degli ostaggi israeliani con i prigionieri palestinesi, a metà gennaio 2026 è cominciata la Fase 2 del piano di Trump, che mira alla completa smilitarizzazione e ricostruzione della Striscia, da affidare a un organismo palestinese tecnocratico di transizione. A supervisionare il processo è un Consiglio di Pace internazionale presieduto da Trump.

Sul lungo periodo, l’amministrazione Trump ha parlato della creazione di una futuristica «Nuova Gaza» da molti miliardi di dollari e, secondo quanto riferito, sta progettando una grande base militare e per il personale delle forze multinazionali. Questo relegherà inevitabilmente i palestinesi di Gaza al ruolo di lavoratori edili e fornitori di servizi per i ricchi che abiteranno quella che un tempo era la loro terra.

Come siamo arrivati a questo punto?

La leadership politica e militare israeliana ha condotto a Gaza un’operazione che ha ucciso almeno 70.000 persone – come ora ammesso dalle stesse forze armate israeliane – in maggioranza civili; ne ha ferite quasi 200.000 e ha provocato indirettamente la morte di moltissime altre persone attraverso la totale distruzione delle strutture sanitarie, delle abitazioni e delle infrastrutture, oltre che mediante la privazione di cibo e acqua potabile.

Come scrissi nel luglio 2025, in qualità di studioso del genocidio ritengo che si sia trattato di un tentativo concertato di distruggere i palestinesi di Gaza, in tutto o in parte, e che l’operazione abbia quindi raggiunto l’elevata soglia fissata dalla definizione di questo crimine contenuta nella Convenzione sul genocidio del 1948.

Israele difficilmente sarà chiamato a rendere conto delle proprie azioni. La Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, oltre che contro un esponente di Hamas, risultato poi già ucciso.

Gli Stati Uniti hanno cercato di indebolire la Corte e Netanyahu si è recato ripetutamente alla Casa Bianca anche per cercare, secondo quanto riferito, di persuadere Trump a lanciare il suo attacco contro l’Iran.

Israele potrebbe infine essere riconosciuto colpevole di genocidio dalla Corte internazionale di giustizia, presso la quale il Sudafrica ha avviato un procedimento distinto contro Israele. Le conseguenze di una simile sentenza restano incerte finché Israele conserva il sostegno statunitense in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che agisce come organo esecutivo della Corte internazionale di giustizia.

È quindi probabile che i leader israeliani non saranno chiamati a rispondere delle proprie azioni, salvo che un giorno vengano consegnati alla Corte penale internazionale da un nuovo governo israeliano deciso a evitare un processo in Israele e desideroso di ripristinare la posizione internazionale della nazione. Questa possibilità è remota.

Il piano in venti punti di Trump aggira di fatto ogni possibile accertamento delle responsabilità o punizione degli autori di questo crimine, promettendo un futuro radioso a tutte le persone coinvolte. Le richieste di restituire ai palestinesi una parvenza di normalità difficilmente susciteranno molta solidarietà mentre Israele e i suoi alleati sono impegnati nella costruzione di una città ideale. Che senso avrebbe risollevare vecchie accuse quando sta per sorgere un mondo nuovo?

È vero che Israele sta sperimentando un crescente isolamento globale e la disapprovazione degli americani di ogni area dello spettro politico. Proprio questo, tuttavia, i patinati progetti per una nuova Gaza potrebbero attenuare o perfino capovolgere ribaltare la percezione dei fatti, convincendo opinioni pubbliche distratte, in un mondo tormentato, che la questione di Gaza è stata risolta con soddisfazione di tutti.

Il piano di Trump, qualora la sua visione venisse realizzata, comporterebbe che il governo statunitense o gli uomini d’affari americani operanti per suo conto venderebbe diritti di locazione e costruzione su terreni espropriati ai legittimi abitanti, il cui valore è destinato a salire alle stelle.

Un gruppo di magnati immobiliari, comprendente forse Jared Kushner, Steve Witkoff e lo stesso Trump, oppure società da loro promosse, ricaverebbe in questo modo una fortuna finanziaria per imprese e investitori, trasformando la cancellazione della Striscia in un’opportunità internazionale di investimento.

Il litorale sarebbe dominato da immobili di pregio costituiti da torri a uso misto, apparentemente destinate ad acquirenti stranieri e al turismo, garantendo profitti agli imprenditori immobiliari. I palestinesi saranno quasi certamente esclusi dal mercato delle abitazioni su quella che un tempo era la loro terra.

Il piano cancellerà quasi completamente la storia e la società di Gaza e trasformerà la Striscia in un’economia di libero mercato al servizio di società straniere, alle quali saranno offerte «straordinarie opportunità di investimento», per usare le parole di Kushner.

La costruzione della cosiddetta Riviera di Trump dipenderebbe dalla disponibilità dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo a mettere a disposizione ingenti somme di denaro, in cambio della promessa di legami strategici ed economici ancora più stretti con gli Stati Uniti.

Per il momento, l’Arabia Saudita e il Qatar, insieme a Turchia, Egitto e Indonesia, hanno manifestato il proprio interesse aderendo al Consiglio di Pace di Trump. Mentre il Consiglio consoliderebbe il proprio controllo e Gaza verrebbe ricostruita, Israele compirebbe un altro passo verso il proprio obiettivo di lungo periodo: cancellare le speranze palestinesi di porre fine all’occupazione israeliana dei loro territori.

Anche altre nazioni, scegliendo di evitare che Israele sia chiamato a rispondere delle proprie azioni, ne trarranno beneficio.

La Germania è il secondo maggiore fornitore di armamenti a Israele dopo gli Stati Uniti e ha firmato importanti contratti per acquistare tecnologia militare israeliana. La Germania si sta difendendo davanti alla Corte internazionale di giustizia dalle accuse del Nicaragua di avere facilitato il genocidio a Gaza finanziando Israele e tagliando gli aiuti all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, l’UNRWA. Ha quindi ogni interesse politico ed economico a togliere la questione dal tavolo. La Germania ha respinto le accuse.

Si ritiene che il Regno Unito abbia utilizzato le proprie basi militari a Cipro per sostenere Israele e sta lavorando per migliorare i rapporti con gli Stati Uniti. La Francia cerca di conservare la propria influenza politica nel Levante e di lasciarsi alle spalle la questione del genocidio a Gaza, che, secondo il presidente Emmanuel Macron, sarà stabilita «dagli storici, a tempo debito».

Anche Israele trae profitto dalla situazione. Sebbene alcuni governi europei abbiano annullato accordi sugli armamenti e imposto sanzioni alle aziende israeliane della difesa in risposta alla violenza israeliana a Gaza, gli affari dell’industria bellica israeliana sono rimasti floridi. Le vendite israeliane di armamenti all’estero sono aumentate del 30 per cento lo scorso anno rispetto al 2024, raggiungendo la cifra record di 19,2 miliardi di dollari, secondo il sito israeliano di informazione finanziaria Calcalist.

Il collaudo in battaglia dei sistemi d’arma a Gaza costituisce un argomento di vendita, ha riferito Calcalist. In altre parole, seminare distruzione produce profitti.

Per il momento, l’impunità di Israele consentirà ai suoi cittadini ebrei di continuare a ignorare il genocidio. Le conseguenze saranno un degrado sempre più profondo dell’etica e della morale israeliane, l’erosione dello Stato di diritto, la violenza poliziesca interna contro i cittadini palestinesi ed ebrei dello Stato e l’indebolimento di quel che resta della democrazia israeliana.

Oltre a essere private di qualunque forma di giustizia e di accertamento delle responsabilità per le proprie sofferenze, le vittime di Gaza delle azioni israeliane continueranno a vivere in condizioni drammatiche, sotto sorveglianza militare e con prospettive future estremamente limitate.

Da quando il ministro della Difesa Israel Katz dichiarò, secondo quanto riferito, nel luglio scorso che Israele progettava di istituire una «città umanitaria» nella parte meridionale della Striscia di Gaza, le condizioni effettive sul terreno hanno continuato a peggiorare.

Appare plausibile che il piano di Trump venga agevolato da una forza internazionale, assistita dal personale di sicurezza palestinese e dalle IDF, incaricata di confinare la popolazione in città di questo genere. Da queste città la popolazione potrebbe uscire esclusivamente per prestare servizio ai ricchi abitanti della cosiddetta Nuova Gaza. Nelle vaste parti della Striscia rimaste sotto il controllo israeliano verranno probabilmente impiantati nuovi e prosperi insediamenti ebraici.

Trump ha affermato che il Consiglio di Pace alla base di questa trasformazione collaborerà, a un certo punto, con le Nazioni Unite. Molti temono che finirà per indebolire l’organizzazione mondiale.

Uno degli effetti di questo cambiamento dell’ordine postbellico sarebbe lo svuotamento del diritto internazionale umanitario e delle due corti internazionali istituite per tutelarlo, facendo sì che ogni speranza di portare i responsabili politici israeliani davanti alla giustizia resti una chimera e segnalando alle altre nazioni che anche per loro l’impunità sarà un’opzione.

Alcuni potrebbero sostenere che il caso di Gaza sia unico, poiché Israele gode di una posizione internazionale particolare grazie alla sua stretta alleanza con gli Stati Uniti e alla possibilità di fare affidamento sull’eredità dell’Olocausto. Forse altri Stati non possono aspettarsi di essere ricompensati e potrebbero perfino essere puniti per un genocidio.

Eppure quanto vediamo oggi stabilisce un precedente straordinario, capace di minare l’intero fondamento dell’idea di genocidio quale crimine punibile secondo il diritto internazionale del secondo dopoguerra.

Se i progetti attualmente elaborati per Gaza andranno avanti, alcune nazioni potrebbero arrivare a considerare il genocidio una continuazione legittima e redditizia della politica con altri mezzi. Quanto meno, le nazioni che avranno tratto qualche vantaggio dal genocidio potrebbero essere meno inclini a chiamare a rispondere i futuri autori.

Raphael Lemkin, l’uomo che coniò il termine nel 1944 e che si batté per l’adozione, quattro anni dopo, della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, sperava di impedire proprio questo esito. Potrebbe davvero essere il futuro del genocidio.

Fonte

15/07/2026

Sanzioni a Israele. A Bruxelles non ci riescono proprio

Al contrario di quanto avviene per la Russia, l’ipotesi di sanzionare Israele per via dei suoi crimini di guerra contro i palestinesi nella Striscia di Gaza o in Libano a Bruxelles non riesce proprio a fare passi avanti, confermando così l’inaccettabile doppio standard della Ue.

La Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, e stati membri storicamente più filo-sionisti, come Germania, Austria, Italia e Repubblica Ceca, stanno riuscendo a imporre la loro opposizione a qualsiasi misura di pressione diplomatica contro Netanyahu. Come? Con una strategia che lo stesso ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha descritto come una “tattica dilatatoria”.

Nonostante si tratti di una misura commerciale, Bruxelles insiste che si tratta di una sanzione di politica estera. In questo modo, il regolamento deve essere approvato non a maggioranza qualificata ma all’unanimità. Pertanto, uno Stato membro può porre il veto all’iniziativa, anche se gode del sostegno della maggioranza tra i partner europei. Per quanto riguarda la maggioranza qualificata, almeno il 55% dei voti positivi dei governi dell’Unione Europea rappresenta almeno il 65% del peso demografico del blocco comunitario.

A distanza ormai di mesi, i ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno dato mandato ai propri rappresentanti a Bruxelles di negoziare una proposta di sanzioni. Resta da capire se questa proposta, una volta messa nero su bianco dalla Commissione europea, sarebbe da approvare alla maggioranza qualificata o, appunto, con l’unanimità dei paesi membri.

L’elefante di Bruxelles, mentre sulla Russia ha varato un nuovo pacchetto di sanzioni, su Israele sta producendo – nella migliore delle ipotesi – il consueto topolino. Alla fine della riunione, l’Alta Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza Kaja Kallas ha affermato: “L’opzione che ha ottenuto il maggiore sostegno (non ha specificato di quale maggioranza, ndr) è stata quella che prevede la messa al bando dei prodotti provenienti dai territori occupati illegalmente da Israele”.

Il nodo giuridico della decisione a maggioranza qualificata o all’unanimità è un pretesto per accelerare od ostacolare l’eventuale decisione a livello europeo. Curiosamente tutto questo non è mai stato un ostacolo per le sanzioni contro la Russia. Peraltro, non è neppure chiaro se ci sarebbe una minoranza di blocco per evitare il voto a maggioranza.

La posizione del governo italiano, illustrata da Tajani, è ovviamente che la decisione venga presa all’unanimità, cioè la soluzione più impraticabile.

Fonte

05/07/2026

L’internazionale terrorista “nostra alleata”

È singolare come l’informazione mainstream eviti accuratamente di “unire i puntini” collegando notizie che già a prima vista risultano obiettivamente di identica natura.

Il caso in prima pagina, dopo qualche tentativo di confinarlo a un “curioso episodio di cronaca nera”, è quello dell’attentato contro Vadim Ermolaev, oligarca ucraino con passaporto cipriota, interessi in mezza Europa orientale, tutt’altro che rispettoso dei confini operativi stabiliti dal governo di Kiev tanto da esserne sanzionato per alcuni suoi business in Crimea.

Un caso comunque clamoroso perché si tratta del primo attentato a Montecarlo, dove l’unico boato annuale registrato è generato dalla partenza del Gran Premio di Formula 1.

Ci aveva messo del suo anche il procuratore generale Stéphane Thibault, che fin dal primo momento aveva “escluso la pista terroristica” preferendo indagare su quella “malavitosa”. Il solito concerto della disinformazione ufficiale riusciva persino a partorire una “pista russa” strologando su una delle tante truffe del giro d’affari di Ermolaiev, relativa a call center che proponevano “investimenti sicuri”.

Ora le telecamere di cui il Principato abbonda hanno permesso di identificare l’attentatrice, immortalata mentre piazza la bomba, si siede a distanza di sicurezza e fa esplodere il tutto mentre l’oligarca, la moglie e uno dei figli escono di casa. Tutti feriti gravissimi, ma ancora in vita.

Si tratta – chi l’avrebbe mai sospettato! – di una donna ucraina di 39 anni, Anastasia Berezovska, residente però a Berlino, grossolanamente travestita da uomo, e subito fuggita su un’auto noleggiata in Germania attraversando il confine italiano per rientrare “verso casa”, dove ci sono oltre un milione di profughi del suo paese e dunque non mancano certo gli “appoggi”.

Ostinatamente, comunque, le fonti investigative e quindi quelle mediatiche continuano a parlare di “malavita organizzata”. Certo, è possibile trovare un “esecutore” in quegli ambienti, attirandolo con cifre “interessanti”, ma già al primo anno di giurisprudenza viene insegnato che ogni “delitto” deve avere un movente. E quello che porta alla junta di Kiev sembra decisamente il più consistente.

Anche perché – ed era la seconda notizia nella stessa giornata – il procuratore generale della Germania ha incriminato un cittadino ucraino per le esplosioni del 2022 che hanno interrotto i gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico, costruiti in joint venture da Berlino e da Mosca per assicurare un rifornimento stabile di gas russo ad un prezzo oscillante tra un terzo e un quarto di quel che viene ora pagato il gnl proveniente dagli Usa.

L’uomo, identificato come Serhii Kuznietsov, sarebbe il coordinatore del gruppo che ha utilizzato uno yacht a vela, l’Andromeda, per piazzare congegni esplosivi sui gasdotti Nord Stream 1 e 2 vicino all’isola danese di Bornholm nel settembre 2022, a due passi da una base navale Nato.

Non si tratta comunque di una novità. I tribunali tedeschi hanno trattato il caso come di competenza giurisdizionale tedesca poiché i gasdotti danneggiati terminano a Lubmin, nello stato del Meclemburgo-Pomerania, e la loro perdita ha compromesso la sicurezza energetica e la sicurezza interna della Germania.

I documenti giudiziari citati nella sentenza di due giorni fa descrivono il sospettato come un cittadino ucraino che all’epoca era “ufficiale in un’unità delle forze speciali ucraine”.

Era stato arrestato in Italia lo scorso agosto e trasferito in Germania a novembre, rispettando un mandato di arresto tedesco (ah, se fossero rispettati anche quelli della Corte Penale Internazionale contro i vertici di Israele...).

Non sono gli unici “atti terroristici”, o di “guerra sporca” compiuti in Europa dai servizi ucraini. Quasi un anno e mezzo fa, a Vado Ligure, una petroliera russa, la «Seajewel», era stata danneggiata con due bombe piazzate sulla linea di galleggiamento.

In Grecia, meno di due mesi fa, un drone marino del tipo ‘Magura’, di produzione ucraina, è stato rinvenuto da un gruppo di pescatori in una grotta sulla costa di Lefkada, nelle Isole Ionie. Stando a quanto emerso sui media greci, il drone trasportava materiale esplosivo e probabilmente doveva essere utilizzato per colpire navi russe di passaggio, dirette o provenienti dal Mar Nero.

Idem in altri paesi europei, a conferma che il “retroterra Nato” è considerato dagli “alleati” ucraini un campo di gioco dove fare sostanzialmente quel che gli pare contando sulla complicità completa degli “ospitanti”. E siccome fanno la guerra alla Russia, ritengono “normale” farla ovunque.

È lo stesso principio – applicato su scala molto più ampia – da Israele, praticamente da quando esiste come Stato. Non si contano i dirigenti o diplomatici palestinesi uccisi da queste parti (per l’Italia ricordiamo Wail Zwaiter, nel 1972 a Roma, Majed Abu Sharar nel 1981, Kamal Hussein e Nazih Matar nel 1982).

Sempre nel ‘72 Mahmoud Hamshari, capo dell’OLP in Francia, rimase ucciso a Parigi dall’esplosione di una bomba nel suo appartamento. Così come poi successo a Basil al-Kubaissi (Fplp) e Mohammad Boudia (Fplp). Mentre Khalid Nazzal, Segretario del comitato centrale del FDFP (Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina), fu assassinato ad Atene nel 1985.

La lista degli omicidi mirati sionisti è notoriamente molto più lunga, ma già questi nomi aiutano a capire come la “licenza di uccidere in casa propria” concessa dai governi occidentali al killer-genocida che mira a costruire “l’impero di Israele” abbia una lunga e vergognosa storia.

Ora “la compagnia” si è allargata al governo neonazista di Kiev. Che, al pari del “fratello maggiore”, si considera al di fuori e al di sopra di qualsiasi legge o regola internazionale (il suprematismo, “ariano” o “religioso”, non conosce limiti). Al punto da colpire direttamente – come nel caso del Nord Stream – interessi strategici degli alleati senza neanche avvertirli (se lo hanno fatto, allora è la Germania a fare un figura ancora peggiore).

Ci sembra insomma palese l’esistenza di una “internazionale nera” che per ora comprende Israele e Ucraina, con grandi interscambi reciproci (su armi e droni sicuramente) e grande libertà di azione, oltre che di transito, sul territorio europeo.

Un vero e proprio esercito “clandestino” che può contare su una base sociale (le comunità di profughi ucraini per Kiev, la parte sionista delle comunità ebraiche per Israele) interna a questo territorio e che obbedisce però agli input provenienti dalla “madrepatria”. I quali, come abbiamo visto, non necessariamente coincidono con quelli europei o nazionali, Anzi... 

Abbiamo posto da tempo il problema, per esempio, dei giovani sionisti italiani che vanno a fare il servizio militare nell’esercito israeliano. Non sono pochi – solo ultimamente è uscita la cifra: 828 – e sono sicuramente combattenti “sperimentati” sul terreno, a Gaza o in Libano e Siria. L’unico nome noto è quello di un morto in combattimento: Daniel Toaff, nipote dell’ex rabbino della comunità romana.

Ma obbediscono a qualcun altro. Cosa farebbero nel caso si formasse in Italia un governo un tantino meno sdraiato sugli interessi di Israele?

Un’avvisaglia si è già avuto il 25 aprile, con quel Eitan Bondì che ha sparato – fortunatamente solo con una pistola ad aria compressa – contro una coppia di anziani manifestanti “colpevoli” di portare al collo il fazzoletto dell’Anpi. Ma a casa aveva un arsenale di armi vere, che non avrebbe potuto neanche comprare.

Questa “internazionale nera” è nemica dei popoli, fascista nell’anima, suprematista nell’ideologia, imperialista senza limiti. E conta sulla complicità esplicita dei governi euro-atlantici, anche quando li danneggia.

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27/06/2026

Complici del genocidio: fondi europei per le ricerche sui droni israeliani

Ogni giorno che passa, la lotta per il boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane si mostra sempre più come una questione che ha colpito nel senso della complicità europea col genocidio dei palestinesi. Il Consiglio Europeo della Ricerca (ERC) è finito al centro di un caso politico dopo che un’inchiesta ha rivelato come suoi fondi siano finiti in studi su droni con applicazioni militari.

Secondo le indagini della testata online Science Business, l’ente europeo ha approvato un finanziamento da 150 mila euro a favore di un ricercatore dell’Università di Tel Aviv per lo sviluppo di una tecnologia legata ai droni, nonostante il progetto sia stato pubblicamente promosso dall’ateneo e dallo stesso scienziato per scopi di “difesa nazionale”.

Al centro dello scandalo c’è Pavel Ginzburg, che a gennaio ha ottenuto un finanziamento definito Proof of Concept, di cui il regolamento prevede che il richiedente debba dimostrare che i risultati ottenuti con tali fondi saranno utilizzati esclusivamente nel mercato civile o in una possibile applicazione sociale.

L’obiettivo ufficiale della ricerca era lo sviluppo di “superscatterer stickers”, ovvero micro-strutture applicabili sui droni per renderli molto più facilmente individuabili dai radar. Nei documenti presentati a Bruxelles, il progetto viene descritto come un sistema puramente civile, pensato per tracciare i droni commerciali per le consegne o per migliorare la sicurezza attorno agli aeroporti.

Tuttavia, in un filmato pubblicato su YouTube dall’Università di Tel Aviv prima del finanziamento ERC, lo stesso Ginzburg afferma che la tecnologia può trovare applicazione “oltre le consegne, ad esempio nella difesa nazionale”. Il video mostra immagini di soldati che controllano droni e altre rappresentazioni di natura bellica.

Alle domande di Science Business, Ginzburg ha risposto che “i video promozionali e i comunicati stampa spesso utilizzano un linguaggio attuale e accattivante per attirare l’attenzione”, ma che in realtà questo tipo di tecnologia non sarebbe adatta all’applicazione militare. Ma non si capisce come mai quello del video non sia un messaggio isolato.

Nel febbraio 2025, Brian Rosen, all’epoca vice-preside per gli affari internazionali della Facoltà di Ingegneria di Tel Aviv, era apparso sulla televisione israeliana elogiando il lavoro di Ginzburg come un esempio di progetto “legato all’industria della difesa”, specificando che il sistema permetterebbe a Israele di “distinguere tra droni nemici e droni amici”.

Il ricercatore ha all’attivo collaborazioni recenti con la Rafael Advanced Defense Systems, uno dei giganti statali dell’industria bellica israeliana, focalizzate su sistemi di sorveglianza radar per droni in condizioni critiche e parzialmente finanziate dall’ufficio di ricerca navale degli Stati Uniti.

C’è poi un altro elemento che sembra parlare di un cortocircuito delle stesse misure europee pensate secondo un doppio standard ormai assodato. Infatti, nonostante il blocco quasi totale delle relazioni scientifiche con la Russia dal 2022, Ginzburg ha continuato a collaborare attivamente con scienziati russi, a pubblicare in collaborazione con loro, ma ha anche ricevuto fondi europei, quando si è trattato di sostenere le tecnologie israeliane.

Il programma Horizon che si svilupperà nel periodo 2028-2034 assegnerà circa 175 miliardi di euro, e nella sua cornice è stata indicata un’attenzione maggiore da dare agli utilizzi dual use. Il finanziamento concesso al ricercatore israeliano sembra già rispondere a questa logica, in cui lo sviluppo delle tecnologie belliche diventa il cardine delle scelte, sopravanzando tutte le precedenti (e ribadendo la solida complicità con la macchina genocida sionista).

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26/06/2026

Gaza muore, il mondo discute come dirlo

“Siamo l’unico popolo nella storia costretto ad essere testimone del proprio genocidio e poi a controllare ciò che diciamo per non ferire i sentimenti di chi lo sta compiendo”: la frase di Susan Abulhawa che smaschera il silenzio occidentale su Gaza. 

“I palestinesi devono perfino misurare il proprio dolore”. Le parole della scrittrice palestinese Susan Abulhawa condensano la frattura morale di questo tempo: un popolo massacrato sotto gli occhi del mondo e costretto persino a giustificare la propria sofferenza.

Ci sono frasi che non chiedono interpretazioni. Arrivano dritte, nude, impossibili da addomesticare. Susan Abulhawa ne ha pronunciata una che pesa come una condanna morale contro il nostro tempo: “Siamo l’unico popolo nella storia costretto ad essere testimone del proprio genocidio e poi a controllare ciò che diciamo per non ferire i sentimenti di chi lo sta compiendo”.

Dentro queste parole c’è tutta la tragedia palestinese. Non soltanto la morte. Non soltanto le macerie. Non soltanto i bambini sepolti sotto il cemento di Gaza. C’è qualcosa di ancora più profondo: l’obbligo continuo imposto ai palestinesi di rendere il proprio dolore accettabile agli occhi dell’Occidente.

È questo il paradosso feroce che attraversa da mesi il dibattito internazionale. Migliaia di civili palestinesi uccisi, ospedali distrutti, interi quartieri cancellati, giornalisti e operatori umanitari massacrati. Eppure, ogni volta che qualcuno usa parole troppo dure contro il governo Netanyahu, il centro della discussione sembra spostarsi immediatamente dalla tragedia palestinese al fastidio di chi viene accusato.

Come se il problema non fossero i corpi mutilati di Gaza, ma il tono di chi li racconta.

Ed è qui che la frase di Susan Abulhawa colpisce nel punto esatto in cui l’ipocrisia occidentale prova ancora a nascondersi. Perché ai palestinesi viene chiesto continuamente equilibrio mentre vivono sotto le bombe. Moderazione mentre scavano tra le macerie per recuperare i propri figli. Prudenza linguistica mentre il loro territorio viene devastato davanti alle telecamere del mondo intero.

Nessun altro popolo massacrato nella storia contemporanea è stato costretto a giustificare in tempo reale perfino il proprio diritto alla rabbia.

Intanto il governo Netanyahu continua a presentare ogni critica come estremismo, antisemitismo o propaganda anti-israeliana. Una strategia che negli anni ha finito per paralizzare una parte enorme del dibattito pubblico occidentale. Molti governi europei parlano di “preoccupazione”, di “equilibrio”, di “diritto alla difesa”, ma evitano accuratamente parole che potrebbero trasformarsi in conseguenze politiche reali.

E così il risultato è sotto gli occhi di tutti: Gaza continua a morire mentre il mondo discute soprattutto del linguaggio con cui raccontarla.

Susan Abulhawa, invece, rompe quel filtro. Non addolcisce nulla. Non cerca formule diplomatiche. Nomina direttamente la frattura morale di un sistema internazionale che sembra pretendere dalle vittime una compostezza quasi rituale, mentre chi detiene il potere militare continua ad agire nell’impunità.

È anche per questo che le sue parole stanno circolando ovunque. Perché non parlano soltanto della Palestina. Parlano della crisi morale dell’Occidente. Del modo in cui certe vite vengano considerate degne di protezione assoluta e altre continuamente subordinate, relativizzate, spiegate, ridimensionate.

E forse è proprio questo che oggi spaventa di più il governo israeliano e i suoi alleati politici: il fatto che milioni di persone nel mondo abbiano ormai smesso di guardare Gaza attraverso i filtri della propaganda.

Perché quando un popolo arriva a dire di dover perfino “controllare ciò che dice” mentre assiste alla propria distruzione, significa che il problema non è più soltanto militare o geopolitico. Diventa umano. Universale. Insostenibile.

Fonti principali:

– Dichiarazioni pubbliche della scrittrice palestinese Susan Abulhawa
– Rapporti ONU sulla situazione umanitaria a Gaza
– Amnesty International
– Human Rights Watch
– Reuters, Associated Press, Al Jazeera, BBC

Nota editoriale:

Questo articolo rielabora dichiarazioni pubbliche, analisi giornalistiche e rapporti internazionali relativi alla situazione umanitaria nella Striscia di Gaza e al dibattito internazionale sul conflitto israelo-palestinese. Le valutazioni espresse rientrano nel diritto di cronaca, analisi e critica politica tutelato dall’articolo 21 della Costituzione italiana e dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).

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21/06/2026

Allianz-PIMCO, il più grande finanziatore straniero delle guerre di Israele

L’articolo tradotto qui sotto è un’inchiesta di Middle East Eye fondata su dati Profundo, organizzazione indipendente di ricerca. L’attenzione da dare a questo testo risiede soprattutto nel fatto che mostra come l’adagio “follow the money” spiega sempre in maniera piuttosto chiara gli interessi dietro relazioni e sostegni politici. E mostra l’economia del genocidio e dell’apartheid che sostiene la pulizia etnica in Palestina.

L’asse USA-Germania, così come nella vendita di armi a Tel Aviv, è quello che ha le mani più sporche di sangue. Ma anche quando nell’articolo viene indicata un’inversione di tendenza in Europa rispetto agli investimenti in prodotti finanziari israeliani, oltre al fatto che l’autore stesso chiarisce che ci sono ancora zone grigie difficili da esplorare, non si può non sottolineare come tutte le conquiste fatte in questo senso provengono dalla lotta dei solidali con il popolo palestinese. Buona lettura.

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Nel pieno della campagna militare israeliana a Gaza, una singola azienda è diventata il principale finanziatore straniero dello Stato israeliano, detenendo più titoli di stato israeliani di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e tutti gli altri paesi messi insieme. Si tratta di Allianz, il colosso tedesco dei servizi assicurativi e finanziari, insieme alla sua controllata PIMCO, con sede in California, specializzata nella gestione obbligazionaria e il più grande gestore attivo di obbligazioni al mondo.

I dati condivisi con Middle East Eye da Profundo, società di ricerca sulla sostenibilità con sede ad Amsterdam, mostrano che entro settembre 2025 il gruppo Allianz aveva accumulato circa 2,67 miliardi di dollari in obbligazioni governative israeliane attraverso le sue varie filiali che si occupano di fondi. Ciò rappresentava il 51,8% di tutte le partecipazioni non israeliane presenti nel set di dati in quel momento.

In parole semplici: al suo apice, Allianz-PIMCO deteneva più obbligazioni di guerra israeliane di tutto il resto del mondo messo insieme. I governi emettono obbligazioni per raccogliere fondi destinati alla spesa pubblica o per ripagare i debiti. Per Israele, queste vendite sono state cruciali per finanziare le guerre a Gaza, in Libano e in Iran, con l’emissione di obbligazioni che ha raggiunto livelli storici sia nel 2024 che nel 2025.

L’acquisto di obbligazioni di un governo oggetto di indagine per genocidio comporta rischi legali e reputazionali che vanno ben oltre i normali investimenti in debito sovrano, ma gli investitori sono stati ampiamente remunerati per essersi assunti tale rischio. Le obbligazioni governative israeliane emesse durante la guerra hanno avuto un tasso di interesse medio di circa il 5,56%, rispetto all’1,4% delle emissioni prebelliche.

Quel “premio di guerra” ha reso le obbligazioni israeliane un investimento attraente per gli investitori istituzionali a caccia di rendimenti, anche se il rating del credito del paese è stato declassato da tutte e tre le principali agenzie di rating.

“Alla luce del genocidio in corso a Gaza perpetrato da Israele, i continui investimenti di PIMCO nel debito sovrano israeliano dimostrano un chiaro disprezzo per le responsabilità in materia di diritti umani e per gli obblighi giuridici internazionali“, afferma Max Hammer, attivista di BankTrack, che monitora l’impatto delle banche commerciali sui diritti umani. “Inoltre, mettono PIMCO in contrasto con molti dei suoi concorrenti, che hanno comprensibilmente deciso di ritirarsi dalle emissioni obbligazionarie israeliane“.

“Organizzazioni per i diritti umani, esperti legali internazionali e funzionari delle Nazioni Unite, tra cui Francesca Albanese, hanno affermato chiaramente che fornire finanziamenti a Israele significa inevitabilmente contribuire a gravi violazioni dei diritti umani e crimini di guerra“.

Domanda in forte aumento

Il dataset Profundo traccia gli investitori istituzionali internazionali in obbligazioni governative israeliane in quattro momenti specifici tra la fine del 2024 e l’inizio del 2026. Sebbene non sia del tutto esaustivo, questo studio cattura un flusso significativo di vendite di obbligazioni e rivela un quadro generale di una crescente domanda da parte dei paesi occidentali.

Più nello specifico: le partecipazioni non israeliane totali sono aumentate da 1,16 miliardi di dollari nel novembre 2024 ad almeno 4,91 miliardi di dollari entro marzo 2026, quadruplicando in poco più di un anno, a causa del proseguimento delle guerre israeliane a Gaza e in Libano e dell’intensificarsi degli attacchi contro la Cisgiordania occupata.

Quasi tutta questa crescita è stata trainata da due soli paesi. All’inizio del 2026, Germania e Stati Uniti detenevano insieme il 90,7% di tutte le partecipazioni non israeliane, pari a 4,45 miliardi di dollari su un totale di 4,91 miliardi. Tutti gli altri Paesi messi insieme rappresentavano meno del 10%.

Nel novembre 2024, il gruppo Allianz – che comprende le sue attività in Germania, la piattaforma di fondi statunitense di PIMCO, PIMCO Europe e Allianz Global Investors – deteneva solo 32 milioni di dollari in obbligazioni israeliane. Meno di un anno dopo, nel settembre 2025, tale cifra era salita a 2,6 miliardi di dollari. L’entità dell’aumento – e la sua concentrazione in un unico gruppo aziendale – non ha eguali nel set di dati di Profundo.

Ward Warmerdam, ricercatore senior presso Profundo, ha dichiarato a Middle East Eye: “Allianz, tramite PIMCO, è di gran lunga il maggiore investitore non israeliano in obbligazioni sovrane israeliane e lo è sin dagli attentati del 7 ottobre. Non ha disinvestito da queste obbligazioni, nemmeno dopo che le accuse di genocidio sono state presentate alla Corte Internazionale di Giustizia“.

“Non è un caso che sia una società statunitense-tedesca a investire così tanto in Israele. Allianz-PIMCO è il più grande investitore a reddito fisso al mondo. Ma questo spiega solo in parte l’entità di tale investimento. Credo che sia sproporzionato e deliberato. E la questione di quanto sia deliberata la loro decisione di raddoppiare l’emissione di obbligazioni sovrane israeliane dopo il 7 ottobre è qualcosa su cui credo che solo gli addetti ai lavori possano esprimersi“.

Middle East Eye ha contattato sia Allianz che PIMCO con domande dettagliate sulle loro partecipazioni in titoli di stato israeliani, ma nessuna delle due società ha risposto al momento della pubblicazione (di questo articolo, ndr).

Cos’è PIMCO?

PIMCO, la Pacific Investment Management Company, è una delle forze più potenti nei mercati obbligazionari globali. Fondata in California nel 1971, all’inizio del 2026 gestiva un patrimonio complessivo di 2.270 miliardi di dollari, di cui 1.860 miliardi per conto di clienti esterni come fondi pensione, fondi sovrani e compagnie assicurative.

Insieme ad Allianz Global Investors, PIMCO aiuta anche la sua società madre, Allianz, a gestire quasi 2.000 miliardi di euro di asset di terzi, rendendo il gruppo Allianz uno dei maggiori gestori patrimoniali a livello globale. PIMCO è una società interamente controllata da Allianz dal 2000.

In questo contesto, la relazione è importante perché le partecipazioni del gruppo Allianz in obbligazioni israeliane sono distribuite su diversi veicoli di investimento, principalmente le varie filiali di PIMCO, ma anche Allianz Global Investors, la divisione di gestione patrimoniale del gruppo, ognuna delle quali presenta separatamente documentazione alle autorità di vigilanza. È proprio l’aggregazione di queste dichiarazioni, contenute nel database di Profundo, a produrre la cifra massima di 2,67 miliardi di dollari.

Il ruolo di PIMCO nei mercati obbligazionari israeliani va oltre le sue posizioni di investimento. In qualità di uno dei maggiori gestori di reddito fisso al mondo, PIMCO opera anche come sub-gestore esterno per fondi pensione e investitori istituzionali in tutto il mondo, acquistando obbligazioni per loro conto nell’ambito dei mandati stabiliti da tali clienti.

In una precedente inchiesta, Middle East Eye ha rivelato come PIMCO abbia acquistato titoli di stato israeliani per un valore di 29,2 milioni di dollari tramite Border to Coast, il più grande fondo pensione pubblico del Regno Unito, tra il 2024 e il 2025. Gli acquisti sono venuti alla luce solo dopo che alcuni attivisti pro-Palestina hanno fatto delle indagini, spingendo Border to Coast a chiedere spiegazioni a PIMCO sul perché avesse acquistato quelle obbligazioni.

In particolare, fino all’anno scorso PIMCO non aveva mai spiegato né discusso i suoi acquisti di obbligazioni israeliane. L’unica motivazione addotta finora – come comunicato a Border to Coast prima che quest’ultima disinvestisse a seguito delle pressioni degli attivisti – è che le obbligazioni erano state acquistate sulla base dell’allora solido rating creditizio di Israele e dei suoi fondamentali economici.

Ciò, tuttavia, non esclude la presenza di legami politici e interessi particolari dietro le quinte. Né l’amministratore delegato francese di PIMCO, Emmanuel Roman, né alcun altro dirigente ha commentato pubblicamente gli acquisti. Il comitato consultivo globale della società comprende Joshua Bolten, ex capo di gabinetto della Casa Bianca e figura di spicco negli ambienti filo-israeliani di Washington. Del comitato consultivo fa parte anche l’ex primo ministro britannico Gordon Brown.

Il caso di Border to Coast non è isolato. PIMCO gestisce fondi per conto di numerosi clienti istituzionali a livello globale e la misura in cui ha acquistato obbligazioni governative israeliane nell’ambito di tali mandati è in gran parte sconosciuta al pubblico. Pertanto, i dati di Profundo colgono solo una parte della reale impronta di Allianz-PIMCO, il che significa che la cifra di 2,67 miliardi di dollari è molto probabilmente sottostimata.

Tale somma rappresenta le partecipazioni depositate direttamente nei fondi gestiti da PIMCO e non include le obbligazioni israeliane acquistate da PIMCO per conto di clienti esterni. Considerando i fondi gestiti da PIMCO e le centinaia di mandati esterni – fondi pensione, fondi sovrani e compagnie assicurative di tutto il mondo – il volume effettivo di obbligazioni israeliane che transitano attraverso le sue operazioni è sconosciuto, ma si aggira certamente su diversi miliardi o più.

La dimensione americana

Sebbene Allianz-PIMCO sia la società dominante nell’acquisto di titoli di stato israeliani a livello internazionale, gli Stati Uniti, in senso più ampio, rappresentano il pilastro indiscusso degli investimenti esteri in questi titoli. A marzo 2026, gli investitori statunitensi detenevano 2,02 miliardi di dollari, in aumento rispetto agli 879 milioni di dollari di novembre 2024. La crescita è costante e continua, senza alcun segno di rallentamento.

Vanguard, società con sede in Pennsylvania e il più grande gestore di fondi indicizzati al mondo, ha superato per la prima volta il miliardo di dollari in obbligazioni israeliane nel rilevamento di marzo 2026, e la sua traiettoria è ancora in ascesa. Il predominio della Germania nei dati è per certi versi ingannevole. Dei 2,43 miliardi di dollari di obbligazioni israeliane detenute dalla Germania, circa il 94% è gestito dalla società statunitense PIMCO.

In altre parole: questa è, in modo schiacciante, una storia americana. Denaro domiciliato negli Stati Uniti, gestito da società statunitensi, affluisce nei titoli di guerra israeliani a un ritmo straordinario. Ben al di sotto di Stati Uniti e Germania, i successivi maggiori detentori di obbligazioni israeliane, a marzo 2026, sono il Regno Unito (149 milioni di dollari), il Canada (101 milioni di dollari), l’Italia (53 milioni di dollari), la Svizzera (46 milioni di dollari) e la Francia (22 milioni di dollari).

Insieme, questi paesi e tutti gli altri rappresentano appena il nove percento di tutte le partecipazioni non israeliane. La concentrazione di capitali americani in obbligazioni israeliane riflette, in parte, il predominio dei gestori patrimoniali statunitensi nei mercati globali del reddito fisso, ma anche il profondo sostegno degli Stati Uniti a Israele ai massimi livelli governativi e finanziari.

Il contrasto con l’Europa è impressionante. Mentre la Germania, tramite Allianz-PIMCO, ha aumentato drasticamente la propria esposizione ai titoli di stato israeliani, altri paesi europei l’hanno ridotta o hanno mantenuto bassi i propri investimenti. Di fatto, negli ultimi anni si è assistito a un’ondata di disinvestimenti da parte delle principali istituzioni europee.

Ad esempio: AkademikerPension, il fondo pensione degli accademici danesi, ha formalmente escluso Israele dagli investimenti nel settembre 2025. Tre mesi prima, l’Irish Strategic Investment Fund aveva venduto i suoi titoli di stato israeliani, mentre il Government Pension Fund Global norvegese aveva disinvestito da 11 società israeliane ed escluso cinque banche israeliane.

“Nel settore della gestione patrimoniale occidentale, stiamo assistendo a una divergenza piuttosto che a una convergenza [soprattutto tra gli Stati Uniti e gran parte dell’Europa occidentale]“, ha affermato Courtney Wicks del Center for Monitored and Ethical Investment. “Alcuni manager stanno riducendo la loro esposizione alle problematiche relative ai diritti umani [in Palestina] in risposta a pressioni politiche o di reputazione, anziché rafforzare i quadri di gestione responsabili sensibili al conflitto“.

Tale divergenza è visibile all’interno dello stesso gruppo Allianz. Alla fine del 2025, la divisione assicurativa di Allianz ha interrotto la copertura di Elbit Systems UK, la filiale britannica dell’azienda israeliana di armamenti, a seguito delle continue pressioni degli attivisti. Nello stesso momento, la sua divisione di gestione patrimoniale deteneva miliardi di dollari in titoli di stato israeliani.

Nel 2024 e nel 2025, attivisti pro-Palestina hanno occupato gli uffici di Allianz a Londra e Guildford, imbrattandoli di vernice rossa per protestare contro la polizza assicurativa stipulata dalla compagnia con Elbit Systems. Allianz ha ora avviato un’azione legale civile del valore di quasi 300.000 sterline contro questi attivisti, oltre al procedimento penale, dopo che un tribunale di Londra ha stabilito che il caso può procedere questa settimana.

Gli attivisti, che non possono permettersi un’assistenza legale nella causa civile, affermano che la causa è stata intentata per reprimere la protesta. Allianz, dal canto suo, ha registrato lo scorso anno un utile operativo di 20,1 miliardi di dollari.

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19/06/2026

Israele interrompe i contatti con Kallas, sputando sulla UE dei complici

Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha annunciato ufficialmente l’interruzione di ogni contatto con l’Alta Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri, Kaja Kallas. La presa di posizione è arrivata tramite un post sul suo canale X, nel quale Sa’ar ha accusato la diplomatica europea di muoversi da tempo “in modo ossessivo e con una palese mancanza di imparzialità” nei confronti di Israele.

La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso, secondo gli Esteri israeliani, è stato quando, in alcune discussioni a porte chiuse con rappresentanti governativi del Messico, durante una visita tra il 20 e il 22 maggio, Kallas avrebbe paragonato il trattamento riservato da Israele ai palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania al regime razzista di apartheid che ha storicamente segnato il Sudafrica.

“Ad oggi – ha scritto Sa’ar – da parte sua non è stata pubblicata alcuna smentita, precisazione o risposta in merito a questa grave affermazione”. E così il politico israeliano ha deciso di sospendere ogni canale di comunicazione con Kallas “finché non ritirerà la calunnia di sangue che ha rivolto all’unico Stato ebraico del mondo, che è anche l’unica democrazia del Medio Oriente”.

Alcune prime osservazioni. Oltre al solito adagio per cui ogni critica a Israele è un attacco alla sua “ebraicità” – è, cioè, antisemitismo – e anche un attacco a un “pilastro della democrazia”, bisogna aggiungere che le parole di Kallas rispondono molto timidamente a quel che dice una sfilza infinita di rapporti di organizzazioni umanitarie e documenti ONU, in sostanza. Ed è inoltre solo un’indiscrezione uscita da dialoghi confidenziali, neanche una dichiarazione ufficiale.

L’Alta Rappresentante europea ha scelto di replicare a sua volta sulla piattaforma X, cercando tuttavia di farsi perdonare rivolgendosi direttamente al ministro israeliano con un informale “caro Gideon”, e ribadendo l’importanza del dialogo con Tel Aviv. Allo stesso tempo, nella sua nota Kallas ha ricordato la posizione ufficiale della UE, ovvero una “soluzione a due stati” e la condanna degli insediamenti illegali in Cisgiordania, che rendono impossibile questo obiettivo.

E qui si mostra tutta l’inutilità della UE, e in particolare quella di Kaja Kallas, forse la peggiore tra i suoi esponenti. Proprio perché ci sono prove a non finire sugli atti criminali commessi di Israele, con la violazione sistematica di diritti umani e mandati di cattura per crimini di guerra da parte della Corte Penale Internazionale, i rapporti con Tel Aviv dovevano essere già stati recisi da tempo.

L’Alta Rappresentante ha invece subito con la coda tra le gambe il trattamento che Bruxelles avrebbe dovuto promuovere verso Sa’ar e tutto il governo israeliano. Con la beffa ulteriore per cui alcune voci interne hanno rimarcato l’inadeguatezza della diplomatica. Cosa su cui non c’è alcun dubbio, ma non certo per aver nominato un dato di fatto – l’apartheid – che ormai è difficile non riconoscere, se non pescando nella fogna del negazionismo.

Kallas, nella sua nullità politica, invece di difendere quanto detto in virtù del diritto internazionale e della posizione ufficiale della UE, imponendo anche una visione autonoma degli Esteri di Bruxelles, ha evidentemente tirato i remi in barca e si è predisposta a incassare il colpo.

E si ha così il mondo alla rovescia: uno stato genocida sospende i rapporti con la UE, mentre la UE implora di “dialogare”, ricorda quasi scusandosi le “criticità” sul colonialismo israeliano, ma senza poi prendere alcuna misura concreta, incagliata com’è nella sua complicità con il sionismo e con l’economia del genocidio e dell’apartheid.

Risulta evidente che il congelamento dei contatti ha come obiettivo il mettere una significativa pressione sui vertici europei, visto che ora appare possibile si arrivi a discutere almeno di restrizioni commerciali sui prodotti che provengono dalle colonie nella West Bank.

Nonostante la UE sia stata incapace di imporre sanzioni persino a Ben Gvir, e più di un paese abbia già messo in chiaro di aver dubbi sull’utilità di colpire gli insediamenti illegali, Tel Aviv è passata all’attacco preventivo. E Kallas, ovviamente, è l’obiettivo più facile da colpire.

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17/06/2026

UE: nessuna sanzione a Ben Gvir. Una mano lava l’altra, entrambe lavano il genocidio

Il Consiglio Affari Esteri della UE, riunitosi in Lussemburgo lunedì 15 giugno, ha espresso plasticamente il teatrino dei complici del genocidio e del suprematismo sionista. Delle violenze continue e glorificate di Israele, Bruxelles se ne lava le mani, nascondendosi dietro l’unanimità mancata e trovando così anche un capro espiatorio. In questo modo l'UE può continuare a far finta di tutelare i diritti umani, mentre aiuta a violarli sistematicamente.

Non c’è dubbio che ci siano, ad ogni modo, divisioni interne alla UE in materia di politica estera. Nonostante il pressing di un’ampia parte degli stati membri, sono sfumate le sanzioni contro il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale, l’esponente di estrema destra Itamar Ben Gvir.

Le richieste di inserire il ministro israeliano in una lista nera europea si erano intensificate il mese scorso. La reazione era scattata dopo la diffusione di un video in cui Ben Gvir derideva e vessava gli attivisti filopalestinesi della Global Sumud Flotilla, fermati con un atto di pirateria in acque internazionali.

Persino lo sperso ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, si era ritrovato a dover criticare l’operato israeliano, ovviamente dando tutte le responsabilità al solo Ben Gvir. Il titolare della Farnesina aveva persino chiesto delle scuse ufficiali, con il piccolo problema che, poi, queste scuse devono arrivare, altrimenti si fa una figura barbina di fronte all’opinione pubblica.

Cosa successa a Tajani, in un’intervista televisiva al Tg2. Forse è proprio per questo che, per correre ai ripari, l’Italia è stata tra i primi promotori dell’iniziativa europea, con uno stratagemma molto chiaro: affibbiare la colpa dell’inazione alla mancata unanimità comunitaria per apparire fermi difensori del buon nome italiano senza rischiare di prendere davvero misure contro Israele. E offrire così anche alla UE una scusante per continuare nella sua complicità con la pulizia etnica dei palestinesi.

A bloccare l’iniziativa, nel concreto, è stato il veto della Repubblica Ceca. Le discussioni informali hanno palesato che qualsiasi voto in merito sarebbe naufragato, e perciò si è accantonato di nuovo il dossier. Le discussioni sulle sanzioni a Ben Gvir e Smotrich si trascinano ormai da settembre 2025 senza alcun passo avanti.

Riguardo al caso italiano, va poi sottolineato che la politica estera non si risolve nella UE (che ha mostrato di essere pesantemente manchevole su questo versante). La Francia ha vietato l’ingresso a Ben Gvir e ha sanzionato il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, mentre il governo Meloni continua con un atteggiamento remissivo ed evidentemente servile verso Tel Aviv.

Sembra ci sia una qualche apertura sul fronte economico, con l’avvio di un percorso verso possibili restrizioni commerciali sui prodotti che provengono dalle colonie in Cisgiordania. Una maggioranza di capitali (14 su 27), guidata dalla Francia e in cui è presente anche l’Italia, ha obbligato l’Alta rappresentante europea, Kaja Kallas, a presentare al prossimo vertice dei ministri degli Esteri, in programma per luglio, “un elenco di opzioni per possibili misure commerciali”.

Ma anche in questo caso il nostro Tajani dovrebbe spiegare l’evidente cortocircuito con altre dichiarazioni lasciate in tv. Secondo lui, il problema sono i coloni “violenti”. Il colonialismo “non-violento” va invece bene, a suo avviso, e ci verrebbe da dire che, secondo questo ragionamento contrario a qualsiasi dichiarazione ONU in merito dal 1960 a oggi, dovrebbe essere Roma a porre il veto sulla rottura degli accordi commerciali con le colonie.

Si tratta, poi, di una goccia nell’oceano di come servirebbe rispondere alle violazioni israeliane. Una goccia che è molto probabile che alla fine si risolverà in un nulla di fatto. E infatti, è stato proprio Tajani che ha espresso forti riserve sul rischio di intaccare troppo le relazioni commerciali con Israele, insieme a Berlino, che rimane fermamente a difesa di Tel Aviv.

E di nuovo, la UE non è semplicemente lo spazio in cui questi scontri nazionali prendono forma. Secondo vari osservatori, la Commissione Europea, riluttante al riguardo, potrebbe fare sponda sulla necessità di deliberare all’unanimità anche per i rapporti commerciali. Il Consiglio ha però ribadito di preferire il meccanismo del voto a maggioranza qualificata. Un braccio di ferro istituzionale che potrebbe arrivare alla Corte europea di giustizia.

Insomma, ci troviamo di fronte all’esplicita macchinazione di una serie di impedimenti burocratici e procedurali dietro cui celare l’inazione e la complicità nel genocidio. È da oltre due anni e mezzo che vediamo crimini di guerra e contro l’umanità condotti in maniera sistematica, e la UE continua a nascondere la testa sotto la sabbia.

Fonte

11/06/2026

L’effetto Gaza travolge il Labour: collassa il supporto ai “progressisti” britannici

La strutturale complicità nel genocidio dei palestinesi sta presentando un conto salatissimo al governo laburista di Londra. Un sondaggio commissionato da Palestine Solidarity Campaign (PSC) e Friends of the Earth UK e condotto dall’istituto Opinium, ha mostrato che il tema Gaza ha avuto e avrà un ruolo centrale nelle tornate elettorali delle isole britanniche.

Più della metà di coloro che hanno votato Labour e Keir Starmer, e che hanno intenzione di votare alle prossime elezioni generali, hanno dichiarato lo spostamento della loro preferenza verso altri partiti, che vanno dal centro alla sinistra dell’offerta politica, in virtù della risposta del governo alle iniziative israeliane e della cooperazione del Regno Unito con Tel Aviv.

I dati smentiscono categoricamente la narrazione secondo cui l’indignazione per la situazione a Gaza sia una preoccupazione di nicchia, settaria o legata esclusivamente alla comunità musulmana: si tratta invece di un fenomeno di massa che sta ridisegnando gli equilibri del panorama politico britannico. Come è evidente un po’ ovunque, la politicizzazione della crisi materiale ed egemonica occidentale è un fenomeno a cui nessuno può sottrarsi, non solo in Italia.

Il sondaggio, che traccia i flussi elettorali tra le elezioni generali del 2024 e le elezioni locali dello scorso mese, mostra che il 53% di coloro che sono fuggiti dal Labour per sostenere altri partiti di centro o sinistra indica esplicitamente tra i motivi di questa scelta il sostegno del governo Starmer a Israele (un po’ più del 21% “moltissimo”, il resto “in parte”).

Il 40,7% di coloro che ha votato Labour nel 2024 ha messo una croce sui Verdi (Green Party) alle scorse elezioni locali. Sono proprio questi elettori e i giovani in generale che hanno posto la pulizia etnica dei palestinesi come elemento dirimente nelle loro preferenze politiche.

Due terzi di chi ha sostenuto i Verdi di recente ha dichiarato che la situazione a Gaza ha avuto impatto sul proprio voto. Il 66% delle persone di età compresa tra i 18 e i 34 anni ha affermato che gli eventi nella Striscia sono stati un fattore determinante; lo stesso vale per il 54% di coloro nella fascia d’età 35-49 anni, per il 49% nella fascia 50-64 anni, e per il 43% degli over 65.

È interessante il fatto che anche il 32% di coloro che hanno sostenuto i Liberal Democratici ha visto la complicità nei crimini perpetrati a Gaza come un fattore determinante per abbandonare il Labour, e questo vale per addirittura il 44% dei votanti che hanno scelto lo Scottish National Party, il Plaid Cymru o candidati indipendenti.

Un altro dato emblematico riguarda il “Pledge for Palestine” (l’Impegno per la Palestina), promosso dalla PSC: i candidati che hanno firmato il documento – impegnandosi a sostenere i diritti dei palestinesi, nel caso in cui venissero eletti – hanno vinto il 27% dei seggi in cui erano in corsa, tallonando la destra di Reform UK (30%).

Peter Leary, vicedirettore della PSC, ha affermato: “i partiti che hanno sostenuto la richiesta di azioni concrete, tra cui un embargo totale sulle armi e sanzioni di vasta portata contro Israele, sono stati ampiamente ricompensati”. Il sondaggio conferma che l’82% degli intervistati è favorevole a sanzioni contro Israele (solo il 5% è contrario). L’80% vuole il blocco totale della vendita di armi allo Stato sionista e il 75% quello del commercio legato ai territori occupati.

Sulla stessa linea di Leary si è mosso Finnian Murtagh, attivista di Friends of the Earth: “gli elettori vogliono partiti politici – e un governo – disposti a difendere i palestinesi, a proteggere le vite umane e a porre fine a decenni di devastanti abusi ambientali”. I nodi della crisi di modello vengono al pettine, e le rappresentanze politiche del passato che fino a oggi si sono presentate come la parte “progressista” della classe politica si dimostrano essere parte del problema.

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08/06/2026

Export di armi israeliane da record. L’Europa primo acquirente, complice del genocidio

I fatti contano molto più delle parole. Per questo le vuote parole delle cancellerie occidentali sulla contrarietà alle politiche israeliane, che non si traducono mai in nessuna misura economica o diplomatica concreta, lasciano il tempo che trovano, e anzi esprimono l’ignobile ipocrisia dei governi nostrani.

Basta poi vedere la quantità di armamenti che vengono acquistati da Tel Aviv per capire che Israele è un pilastro fondamentale della tendenza alla guerra dell’imperialismo occidentale. Lo Stato ebraico ha registrato il massimo storico assoluto nelle esportazioni di sistemi d’arma, con l’export militare che ha toccato quota 19,2 miliardi di dollari: un aumento di quasi il 30% rispetto all’anno precedente.

Il complesso militare-industriale israeliano sta letteralmente volando negli ultimi anni. La quota delle esportazioni è più che raddoppiata in cinque anni e addirittura quadruplicata nell’ultimo decennio. E nonostante le tante dichiarazioni che millantano una ferma opposizione alle continue aggressioni illegali di Israele, come quella che continua in Libano nonostante il “cessate il fuoco”, sono proprio i governi europei a essere i primi acquirenti degli strumenti bellici di Tel Aviv. L’Europa rappresenta il 36% degli acquisti totali.

Con la scusa della “minaccia russa”, costruita ad arte da una disinformazione martellante e continua, il Vecchio Continente sviluppa la sua fisionomia guerrafondaia con acquisti per 6,9 miliardi di dollari. E pensare che c’è stato un calo rispetto al 2024, quando la cifra raggiungeva i 7,9 miliardi (il 54% dell’export bellico), ma in pratica solo per il fatto che quel dato era gonfiato dal mega-acquisto tedesco dei missili Arrow 3, un contratto da 4,6 miliardi.

Secondo Il Fatto Quotidiano, oggi i maggiori acquirenti europei sono Finlandia, Grecia, Polonia e Romania. Oltre il Vecchio Continente, spiccano le vendite nell’area dell’Asia-Pacifico (32% del totale, in netto aumento) e nei paesi arabi firmatari degli Accordi di Abramo e, in generale, che hanno normalizzato i rapporti con Israele (Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco).

Il cuore dell’export israeliano è negli armamenti tecnologicamente all’avanguardia: sistemi missilistici, razzi e difesa aerea; sistemi di sorveglianza e puntamento bersagli; radar, guerra elettronica, sistemi di controllo e comunicazione. Quote minori, seppur significative, riguardano droni e UAV (4% dei prodotti esportati), satelliti e tecnologie spaziali (3%), veicoli militari blindati (2%) e sistemi di intelligence e cybersicurezza (2%).

Tutti strumenti e soluzioni che, si vantano gli stessi sionisti, hanno il “pregio” di essere state testate sul campo dell’occupazione, contro i palestinesi. Il governo israeliano fa ammissione esplicita del legame tra le operazioni di pulizia etnica in corso e il successo commerciale, con il ministro della Difesa Israel Katz che parla di “un filo conduttore chiaro e inequivocabile”.

Nel comunicato ufficiale del dicastero appena citato, viene messo nero su bianco che gli accordi per l’esportazione di materiale militare sono uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera”. E cioè, per blindare la propria posizione internazionale e garantirsi un’immunità di fatto, nonostante la sfilza infinita di crimini contro l’umanità.

Sulla base di queste parole, risulta ancora più evidente perché è fondamentale continuare la mobilitazione per la rottura di tutti gli accordi (non solo quelli bellici) con Israele: è proprio su questo tipo di legami che si fonda l’accondiscendenza verso Tel Aviv, e sui guadagni che il genocidio può portare. Se le capitali europee sono complici, agli attivisti spetta riscattare i propri popoli.

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24/05/2026

Fabbriche italiane per i droni ucraini

Comunica il ministero della Difesa: il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha incontrato il ministro della Difesa della Repubblica Italiana, Guido Crosetto; nel corso dell’incontro, il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e difesa dell’Ucraina, Rustem Umerov, e il ministro Crosetto hanno ribadito l’impegno comune dell’Ucraina e dell’Italia a rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore della difesa. Entrambe le parti mirano a costruire un partenariato stabile e di lungo termine che contribuisca alla pace e alla stabilità in Europa.

L’Ucraina esprime apprezzamento per il sostegno politico, militare e diplomatico fornito dall’Italia sin dall’inizio dell’invasione su vasta scala da parte della Russia. La solidarietà dell’Italia ha contribuito alla resilienza dell’Ucraina e agli sforzi più ampi volti a preservare la pace e la stabilità in Europa. In questo contesto, entrambe le parti sottolineano la loro volontà di proseguire il dialogo sulle modalità per sviluppare ulteriormente la cooperazione in modo pragmatico e reciprocamente vantaggioso.

La cooperazione futura coprirà diversi settori, quali lo sviluppo di capacità, lo scambio di esperienze e di insegnamenti tratti, nonché la cooperazione industriale in molteplici settori, tra cui la difesa aerea, i sistemi senza pilota, le munizioni e il settore marittimo, tra gli altri.

La collaborazione potrebbe comprendere la ricerca congiunta, la cooperazione tecnologica, i partenariati industriali e le iniziative di investimento, con l’obiettivo di ampliare il dialogo in settori rilevanti per la difesa moderna, quali la logistica, la sicurezza informatica e la protezione delle infrastrutture critiche.

Le Parti stanno lavorando alla definizione di un quadro di partenariato strategico, conosciuto come “Drone Deal” in materia di difesa volto a delineare obiettivi comuni, possibili settori di cooperazione e meccanismi di revisione periodica. Tale quadro fornirebbe una base strutturata per un dialogo costante e lo sviluppo graduale di iniziative congiunte.

Entrambe le parti ribadiscono l’importanza delle relazioni tra il Ministero della Difesa ucraino e il Ministero della Difesa italiano ed esprimono l’intenzione di continuare a sviluppare la cooperazione in modo equilibrato, reciprocamente vantaggioso e sostenibile.

E il Ministero della Difesa russo ha reso pubblici i nomi delle aziende italiane coinvolte nella produzione di droni per Zelensky 

Il Ministero della Difesa russo ha reso pubblici i nomi delle aziende europee coinvolte nella produzione di droni per le forze armate ucraine, droni che vengono utilizzati per colpire anche obiettivi civili sul territorio russo.

Nell’elenco disponibile sul sito del ministero russo figurano anche aziende italiane, “CMD Avio” (Venezia), “MWFly” (Garbagnate Milanese), “Epa Power” (Omegna) e “Gilardoni” (Mandello del Lario).

Il contesto europeo: escalation coordinata degli affari di morte

Il 26 marzo 2026, i leader di diversi Paesi europei hanno deciso di intensificare la produzione e le forniture di droni all’Ucraina per compensare la carenza di soldati e le spaventose perdite ucraine sul campo.

La decisione include un aumento dei finanziamenti per imprese ucraine in joint venture europee.

Mosca ha risposto con una valutazione formale: questa scelta trasforma le Nazioni europee in una “base di supporto strategico” per l’Ucraina, trascinandole più profondamente in un conflitto diretto con la Russia. Il Ministero della Difesa russo ha pubblicato l’elenco completo delle aziende coinvolte in otto Paesi europei: Regno Unito, Germania, Repubblica Ceca, Polonia, Lettonia, Lituania, Danimarca e Paesi Bassi. Ulteriore produzione di componenti avviene, secondo lo stesso ministero, in Turchia, Israele, Spagna e Italia.

La nota russa avverte che la fabbricazione europea di droni utilizzati negli attacchi contro obiettivi russi potrebbe portare a “conseguenze imprevedibili” e invita l’opinione pubblica europea a riconoscere che questi siti produttivi potrebbero diventare bersagli legittimi in una logica di ritorsione militare.

Roma abbraccia Kiev: il Drone Deal

Il 15 aprile 2026, Volodymyr Zelensky ha incontrato a Roma il Ministro della Difesa Guido Crosetto e la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il Segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e difesa ucraino Rustem Umerov e Crosetto hanno ribadito l’impegno comune a rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore della difesa.

Come riporta difesa.it ufficialmente, Italia e Ucraina stanno lavorando alla definizione di un quadro di partenariato strategico noto come “Drone Deal”: cooperazione su difesa aerea, sistemi senza pilota, munizioni e settore marittimo.

Meloni ha dichiarato che “l’Italia è molto interessata a sviluppare una produzione congiunta soprattutto nel settore dei droni”. Dall’inizio della guerra, l’Italia ha fornito a Kiev equipaggiamenti militari per oltre tre miliardi di euro. Almeno il 40% dei finanziamenti internazionali sparisce nelle tasche del regime prima di raggiungere qualsiasi obiettivo dichiarato, e un’arma su tre viene rivenduta nei circuiti clandestini, finendo nelle mani di organizzazioni terroristiche islamiche e reti mafiose nel cuore dell’Europa. L’esercito israeliano ha lanciato l’allarme che gli Hezbollah in Libano usano armi NATO vendute dall’Ucraina.

L’accordo del governo Meloni con Kiev apre esplicitamente al capitolo della produzione congiunta di droni: Berlino produce, Londra coopera, Roma si prepara a entrare nel grasso business.

Non siamo più davanti a una guerra per procura. Siamo dentro una cobelligeranza industriale, militare e d’intelligence che Mosca ha già nominato apertamente come tale.

Le quattro aziende italiane: chi sono

CMD Avio (Venezia / Atella-Caserta). Divisione aeronautica del Gruppo CMD, Costruzioni Motori Diesel S.p.A., CMD Avio produce motori a pistoni per ultraleggeri, aviazione generale e UAV tattici. Il motore CMD22 è certificato EASA e indicato esplicitamente come adatto a piattaforme “tactical UAV”. Il GN70Evo, 60 cavalli, 22 chilogrammi e il GN35Evo sono progettati specificamente per UAV professionali. L’azienda riceve finanziamenti pubblici italiani tramite Contratto di Sviluppo Industriale (CUP C93C18000330001) erogato dal Ministero dello Sviluppo Economico per lo sviluppo di nuovi motori aeronautici. Ha sede operativa ad Atella, in Basilicata, oltre che a Caserta e Venezia. In altri termini: denaro pubblico italiano finanzia lo sviluppo di motori per droni tattici che, stando alla lista di Mosca, finiscono integrati in sistemi d’arma sul teatro ucraino.

MWFly (Garbagnate Milanese). Fondata nel 1995 dagli ingegneri Guido Fantini e Stefano Marella, MWFly produce motori aeronautici a pistoni per aerei, elicotteri, giroplanori e droni. Il catalogo commerciale distribuito sul mercato internazionale tramite AvPay include esplicitamente la voce “drone” tra le applicazioni previste. Non risultano bilanci pubblici facilmente accessibili, il che rende difficile quantificare il volume d’affari legato al settore UAV militare.

Epa Power (Omegna, Novara). Epa Power produce motori a pistoni da 100 a 300 cavalli per velivoli leggeri, droni, ultraleggeri ed elicotteri. Il modello SA-E977Ti, 160 cavalli, 78 chilogrammi installati, è certificato per droni e velivoli CS-VLA/VLR, con piena potenza di decollo fino a 16.000 piedi e un TBO dichiarato di 1.200 ore. Una scheda tecnica orientata con precisione all’impiego operativo di lungo raggio.

Gilardoni SpA (Mandello del Lario, Lecco). Storica azienda lecchese attiva nel settore difesa e sicurezza, Gilardoni compare in documenti di settore con riferimenti a mercati in Indonesia, Francia, Israele, Spagna e Stati Uniti.

Israele ottimo cliente

Il dato sulle esportazioni italiane verso Israele è rilevante come contesto: secondo dati Istat e relazioni al Parlamento, l’Italia ha esportato verso Israele armi e munizioni per 16,8 milioni di euro nel 2022, 12,3 milioni nel 2023, 5,2 milioni nel 2024. La provincia di Lecco, dove ha sede Gilardoni, risulta tra i principali poli italiani di export di materiale militare verso Israele, seconda solo a Viterbo nel 2024 con 1,4 milioni di euro.

Il vuoto legale: la Legge 185/90 e la zona grigia del dual-use

Le quattro aziende italiane non producono armi complete ma componenti, motori e questo crea una zona grigia legale di non secondaria importanza. La Legge 185/1990, che disciplina il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, vieta esplicitamente la cessione verso Paesi in stato di conflitto armato, verso Paesi la cui politica estera contrasti con l’articolo 11 della Costituzione italiana, che ripudia la guerra e in assenza di adeguate garanzie sulla destinazione finale dei materiali.

Tuttavia, la 185/90 si applica ai “materiali di armamento” in senso stretto, non necessariamente a componenti classificati come dual-use. Se però i motori sono stati venduti con la consapevolezza che sarebbero stati integrati in sistemi d’arma destinati a un teatro bellico attivo, si configura una possibile violazione della normativa sull’End-Use Certificate: il certificato di destinazione finale che dovrebbe accompagnare ogni transazione sensibile.

A livello internazionale, il Trattato sul commercio delle armi (ATT, in vigore dal 2014) impone la valutazione del rischio che i materiali esportati siano usati per attacchi contro civili o per violazioni del diritto internazionale umanitario.

Il governo Meloni sta nel frattempo modificando la stessa Legge 185/90, riducendo i meccanismi di trasparenza e controllo parlamentare sulle esportazioni militari. La direzione di marcia è inequivocabile.

I nodi politici: Crosetto, Meloni, Tajani e Leonardo Spa 

Guido Crosetto è il Ministro della Difesa che ha firmato il Drone Deal con Zelensky il 15 aprile. È stato il fondatore di AIAD, la Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza, il principale gruppo di lobbying del settore. Al momento della nomina ministeriale ha dichiarato pubblicamente la fine di ogni attività economica tesa a creare un conflitto di interessi, ma non ha reciso i legami culturali e relazionali con l’industria che rappresentava. Sta negoziando accordi industriali che coinvolgono direttamente il settore in cui ha operato per anni. Il 15 aprile Crosetto ha accolto Zelensky “con la familiarità di un vecchio compare”.

Giorgia Meloni ha dichiarato apertamente l’interesse italiano alla coproduzione di droni e ha confermato il sostegno finanziario a Kiev nell’ambito del G7 e dell’Unione europea. Antonio Tajani, Ministro degli Esteri, presiede il ministero che controlla l’UAMA: l’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento, l’organo che rilascia le licenze di export. Ogni autorizzazione di vendita di componenti dual-use destinati a uso militare passa formalmente sotto la sua supervisione.

Nel frattempo, Leonardo SpA, controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dunque dallo Stato italiano, ha già accordi con Israele e produce droni Bayraktar TB2 e Akinci in joint venture con la turca Baykar a Villanova d’Albenga, in Liguria, in una struttura annunciata nel giugno 2025.

Lo Stato italiano è quindi al tempo stesso regolatore, azionista di controllo di una delle maggiori aziende di droni militari europee, e firmatario di un accordo di coproduzione con Kiev.

Il doppio standard e ciò che gli italiani non sanno

Il quadro che emerge è quello di un governo che, su più fronti simultanei, lavora per aggirare i meccanismi di controllo che la Legge 185/90 aveva costruito: modifica la legge in senso meno trasparente, firma accordi di coproduzione militare senza informare adeguatamente l’opinione pubblica, consente o favorisce la presenza di aziende italiane nella filiera dei droni ucraini.

Gli italiani hanno appreso di essere inseriti in una lista di potenziali bersagli militari russi dal sito del Ministero della Difesa di Mosca, non da un comunicato del governo italiano, non da un dibattito parlamentare, non da una dichiarazione dei ministri competenti.

Mosca ha già qualificato questa situazione come “cobelligeranza”. Il governo italiano non ha smentito, non ha chiarito, non ha convocato un’audizione parlamentare sulle quattro aziende citate.

Ha invece abbracciato Zelensky e firmato un Drone Deal. La distanza tra ciò che viene dichiarato “sostegno alla pace”, “difesa dei valori europei” e ciò che viene fatto: finanziamento pubblico a produttori di motori per droni tattici, modifica delle norme di trasparenza sulle esportazioni militari, accordi di coproduzione con un Paese in guerra, è la misura esatta del doppio standard con cui l’Italia gestisce la propria partecipazione a questo conflitto che i russi stanno vincendo.

 La CMD Avio ci ha inviato la seguente comunicazione tesa a chiarire la posizione dell’azienda.

Buongiorno,
in merito a questa vostra pubblicazione, in cui citate l’azienda CMD, vi informiamo che:
- non esiste una CMD Avio a Venezia; CMD opera unicamente con sedi in Basilicata e Campania. Questo il link al sito ufficiale dell’azienda.
- inoltre, benché CMD produca motori da sempre ed è attualmente impegnata nello sviluppo di tecnologie anche per velivoli ultraleggeri e sistemi unmanned, a oggi non ha venduto motori aeronautici alla Difesa Ucraina.
Vi chiediamo gentilmente di correggere in base a queste informazioni.
Restiamo a disposizione in caso di dubbi o necessità.
Un cordiale saluto,
Fonte

21/05/2026

Oltre l’ultima “linea rossa”

Sparare su imbarcazioni a vela, con a bordo soltanto civili, che trasportano medicinali e altro materiale sanitario per una popolazione sottoposta a genocidio, è ovviamente un crimine contro l’umanità.

Farlo in acque internazionali significa che chi spara è certo dell’impunità grazie alla immonda complicità delle potenze che dovrebbero controllare il mare teatro dell’azione criminale.

L’“Europa” resta muta e complice, disinteressata sia al proprio braccio di mare che, sopratutto, ai propri cittadini. In qualche caso addirittura consenziente, alzando la voce contro gli attivisti pacifisti: “che ci volete andare a fare, a Gaza, sapendo che non ci arriverete mai?”.

Sparare su imbarcazioni a vela con proiettili di gomma dura – possono far molto male e provocare danni seri se colpiscono gli occhi – nella logica militar-mafiosa è un “avvertimento”: “alla prossima Flotilla spareremo con proiettili da guerra, tanto i vostri governi stanno con noi”.

Un’escalation militare nuda e cruda che, come tutte quelle della stessa natura, mira a provocare o accelerare la resa. In questo caso a scoraggiare altre missioni umanitarie.

Ma con ciò si rompe anche, definitivamente, quel che resta del “sistema di valori” che l’Occidente capitalistico aveva posto come standard a dimostrazione di una raggiunta “civiltà matura, democratica e umanitaria”. Sappiamo bene che era uno straccio agitato davanti agli occhi di chi protestava per qualsiasi ragione, e che quello standard conviveva senza problemi con un altro – differenziale – riservato ai “nemici”. Ma in qualche misura limitava (senza impedirle) anche le modalità repressive interne al mondo occidentale.

“Non si spara sulle proteste pacifiche”, “non si torturano gli oppositori” e altre “linee rosse” potevano esser fatte valere e in molti casi con successo, sull’onda dell’indignazione generale. La “legalità formale” è un sistema elastico, deformabile in molti e differenti sensi, ma in qualche modo vincola la brutalità del potere e l’uso della forza.

Non era una concessione, da parte del potere, ma una conquista pagata col sangue. Nella dinamica sociale interna ai singoli paesi come nelle relazioni internazionali. Un “ordine basato su regole condivise” – davvero condivise, non come quella unilaterale presa per i fondelli statunitense degli ultimi 40 anni – aveva portato alla formazione dell’Onu, alle Corti internazionali, a una parvenza di eguaglianza formale tra individui e tra Stati.

Anche paesi poverissimi e quindi semi-disarmati potevano ambire all’indipendenza formale, anche se per quella sostanziale era meglio avere qualche “amico” potente, a volte più un padrone che altro.

Il “sistema dei diritti” non era comunque gratis. All’interno dei paesi le proteste ammesse erano soltanto quelle che facevano ricorso a metodi di lotta “non violenti”, rimandando l’eventuale effetto politico alla buona volontà dei governi in carica o ad elezioni che non cambiavano granché, visti i filtri e i limiti sempre crescenti imposti alla partecipazione popolare per “garantire la stabilità”.

Sulla “non violenza obbligatoria” abbiamo avuto decenni di lezioncine e sceneggiate che hanno costruito comunque un linguaggio politico invalidante la stessa capacità di immaginare un mondo diverso da questo. Una bella protesta “con buone maniere” era sufficiente a sfogare il malumore senza produrre alcun risultato, ma almeno salvava dalle mazzate.

Al fondo delle missioni della Sumud Flotilla c’era la fiducia nel fatto che l’assoluta non violenza delle iniziative garantisse anche la corrispondente “non violenza” della risposta israeliana, tuttora incensata come “unica democrazia del Medio Oriente”. Come se l’apartheid e il genocidio, lo stupro sistematico, la tortura e l’uccisione di prigionieri, donne e bambini, fossero accettabili se “approvati democraticamente” da un parlamento e dalla maggioranza della popolazione.

O almeno c’era comunque la fiducia nel fatto che un’azione sionista violenta contro attivisti pacifici sarebbe stata inaccettabile per i governi occidentali, sedicenti tutori dei “diritti umani” e della “libertà democratiche”.

Fiducia malriposta, possiamo dire con certezza oggi, anche se ovviamente è stato giusto muoversi dentro quei binari, dimostrando anche empiricamente l’ipocrisia e la falsità di quegli assunti.

Gli spari sulla Flotilla, proprio in quanto “escalation” rispetto al recentissimo passato, superano l’ultima linea rossa, più immaginaria che reale. Solo i governi di Spagna e Irlanda hanno avuto reazioni degne di nota, anche se comunque al di sotto di quel che sarebbe stato adeguato. Gli altri hanno battuto le mani a Netanyahu, qualcuno di nascosto, altri apertamente. È evidente la loro voglia di togliersi di torno anche la “seccatura della Flotilla” dopo aver quasi liquidato nel sangue “la seccatura palestinese”.

Il mondo delle “regole legali condivise” non esiste più. La forza è l’unica legge; anche se non produce nessuna legge realizza comunque la volontà bruta.

Trump che va a prendersi il petrolio del Venezuela non accampa scuse “diritto-umanitarie”. Netanyahu che vuole prendersi tutti quel che può del Medio Oriente cita al massimo qualche versetto del Vecchio Testamento come “fonte del proprio diritto”. Smotrich che reagisce al mandato di cattura internazionale con una vendetta su un villaggio palestinese, per dimostrare che non c’è legge se non la volontà sionista di rapinare terra e vite, non fa neanche quello.

È il mondo del “io posso perché ho la forza, e quindi faccio ciò che voglio”.

Forse è il caso di prenderne atto. Smettendo intanto di pensare come ci hanno imposto negli ultimi decenni.

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