L’ex leader laburista Jeremy Corbyn ha condannato il suo successore, il primo ministro dimissionario Keir Starmer, di aver ancora una volta dichiarato falsamente che il partito laburista fosse “istituzionalmente antisemita” durante la sua leadership.
In una intervista Starmer ha ricordato il suo periodo alla Camera dei Comuni come leader dell’opposizione affermando che: “Avevamo appena perso le elezioni generali del 2019, che hanno quasi fatto cadere il mio partito”, ha detto. “Siamo stati trovati istituzionalmente antisemiti. Ho preso in mano il nostro partito. Ho promesso di eliminare l’antisemitismo dal mio partito e l’ho fatto”.
Rispondendo a Starmer, Jeremy Corbyn ha detto a Middle East Eye: “Il primo ministro oggi ha falsamente affermato che il Labour è stato ritenuto ‘istituzionalmente antisemita’ sotto la mia guida. Non c’è stata alcuna conclusione del genere, e Keir Starmer dovrebbe avere la decenza di correggere le sue affermazioni”.
“È la seconda volta nelle ultime settimane che avanza una falsa accusa contro il Partito Laburista sotto la mia guida (l’ultima volta riguardo a una bancarotta finanziaria inventata) per rafforzare il suo pessimo curriculum”, ha detto Corbyn.
“Rappresentazioni errate e iniziative fallite sono purtroppo parte di un modello sotto la sua guida, che ha portato al crollo del sostegno pubblico e alla fine del suo mandato da primo ministro”, ha detto il leader parlamentare della nuova formazione di sinistra “Your Party”, ribadendo che “Continuerò a fare campagna per la giustizia sociale, i diritti umani e la pace. Questo include la vera portata della complicità istituzionale di questo governo nel genocidio”.
Corbyn era stato costretto a dimettersi da leader laburista dopo aver perso le elezioni generali del 2019 contro il Partito Conservatore di Boris Johnson.
Il suo periodo alla guida del partito le varie fazioni del Labour si contendevano il controllo e settori del partito cercavano di minare la leadership di Corbyn veicolando e amplificando le accuse di antisemitismo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
18/07/2026
“Il mio partito Laburista non era antisemita” Corbyn dà il benservito a Starmer
11/06/2026
L’effetto Gaza travolge il Labour: collassa il supporto ai “progressisti” britannici
La strutturale complicità nel genocidio dei palestinesi sta presentando un conto salatissimo al governo laburista di Londra. Un sondaggio commissionato da Palestine Solidarity Campaign (PSC) e Friends of the Earth UK e condotto dall’istituto Opinium, ha mostrato che il tema Gaza ha avuto e avrà un ruolo centrale nelle tornate elettorali delle isole britanniche.
Più della metà di coloro che hanno votato Labour e Keir Starmer, e che hanno intenzione di votare alle prossime elezioni generali, hanno dichiarato lo spostamento della loro preferenza verso altri partiti, che vanno dal centro alla sinistra dell’offerta politica, in virtù della risposta del governo alle iniziative israeliane e della cooperazione del Regno Unito con Tel Aviv.
I dati smentiscono categoricamente la narrazione secondo cui l’indignazione per la situazione a Gaza sia una preoccupazione di nicchia, settaria o legata esclusivamente alla comunità musulmana: si tratta invece di un fenomeno di massa che sta ridisegnando gli equilibri del panorama politico britannico. Come è evidente un po’ ovunque, la politicizzazione della crisi materiale ed egemonica occidentale è un fenomeno a cui nessuno può sottrarsi, non solo in Italia.
Il sondaggio, che traccia i flussi elettorali tra le elezioni generali del 2024 e le elezioni locali dello scorso mese, mostra che il 53% di coloro che sono fuggiti dal Labour per sostenere altri partiti di centro o sinistra indica esplicitamente tra i motivi di questa scelta il sostegno del governo Starmer a Israele (un po’ più del 21% “moltissimo”, il resto “in parte”).
Il 40,7% di coloro che ha votato Labour nel 2024 ha messo una croce sui Verdi (Green Party) alle scorse elezioni locali. Sono proprio questi elettori e i giovani in generale che hanno posto la pulizia etnica dei palestinesi come elemento dirimente nelle loro preferenze politiche.
Due terzi di chi ha sostenuto i Verdi di recente ha dichiarato che la situazione a Gaza ha avuto impatto sul proprio voto. Il 66% delle persone di età compresa tra i 18 e i 34 anni ha affermato che gli eventi nella Striscia sono stati un fattore determinante; lo stesso vale per il 54% di coloro nella fascia d’età 35-49 anni, per il 49% nella fascia 50-64 anni, e per il 43% degli over 65.
È interessante il fatto che anche il 32% di coloro che hanno sostenuto i Liberal Democratici ha visto la complicità nei crimini perpetrati a Gaza come un fattore determinante per abbandonare il Labour, e questo vale per addirittura il 44% dei votanti che hanno scelto lo Scottish National Party, il Plaid Cymru o candidati indipendenti.
Un altro dato emblematico riguarda il “Pledge for Palestine” (l’Impegno per la Palestina), promosso dalla PSC: i candidati che hanno firmato il documento – impegnandosi a sostenere i diritti dei palestinesi, nel caso in cui venissero eletti – hanno vinto il 27% dei seggi in cui erano in corsa, tallonando la destra di Reform UK (30%).
Peter Leary, vicedirettore della PSC, ha affermato: “i partiti che hanno sostenuto la richiesta di azioni concrete, tra cui un embargo totale sulle armi e sanzioni di vasta portata contro Israele, sono stati ampiamente ricompensati”. Il sondaggio conferma che l’82% degli intervistati è favorevole a sanzioni contro Israele (solo il 5% è contrario). L’80% vuole il blocco totale della vendita di armi allo Stato sionista e il 75% quello del commercio legato ai territori occupati.
Sulla stessa linea di Leary si è mosso Finnian Murtagh, attivista di Friends of the Earth: “gli elettori vogliono partiti politici – e un governo – disposti a difendere i palestinesi, a proteggere le vite umane e a porre fine a decenni di devastanti abusi ambientali”. I nodi della crisi di modello vengono al pettine, e le rappresentanze politiche del passato che fino a oggi si sono presentate come la parte “progressista” della classe politica si dimostrano essere parte del problema.
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09/05/2026
Gran Bretagna. Le elezioni sono state un referendum su Starmer, e lo ha perso clamorosamente
Le consultazioni hanno riguardato circa 5 mila seggi in 134 consigli comunali e i Parlamenti nazionali di Scozia e Galles. Ma hanno anche interessato i 32 distretti della Grande Londra, e una combinazione di distretti metropolitani settentrionali, consigli di contea e autorità unitarie.
I sondaggi già prima dello spoglio parlavano della perdita di migliaia di seggi per i laburisti, sia nei grandi centri che nei piccoli paesi. E i risultati hanno confermato i pronostici.
Keir Starmer nel corso del suo mandato ha proposto una politica di riarmo a tappe forzate, nonostante un deficit di bilancio che rischia di far saltare i conti e una situazione sociale nel paese in via di regressione. La sua politica filoisraeliana e la repressione contro i movimenti solidali con i palestinesi gli hanno alienato poi molti consensi nella base elettorale laburista.
La sconfitta di Starmer potrebbe essere così forte da accelerare la resa dei conti sia dentro il partito Laburista. Se a Westminster Keir Starmer ha una maggioranza di ferro, è anche vero che la resa dei conti avverrà probabilmente dentro il partito.
Gli analisti del partito Laburista parlano della perdita di quasi 2.000 seggi complessivamente. Anche se il danno potrebbe addirittura essere ben peggiore.
Infatti non c’è solo o tanto la sconfitta laburista quanto la consistente vittoria di Nigel Farage – l’uomo che volle la Brexit – e quindi degli odiati sovranisti di “Reform UK”.
“In tutta l’Inghilterra – riferisce la BBC – ‘Reform UK’ spera di trasformare la rabbia pubblica per l’immigrazione, il tenore di vita e la sfiducia nei confronti di Westminster, in potere a livello locale. Nelle città progressiste, i Verdi credono che gli elettori siano pronti a punire i laburisti da sinistra, mentre in alcune zone di Blackburn, Birmingham e della parte orientale di Londra, i candidati indipendenti continuano a capitalizzare sulla rabbia per Gaza”.
Secondo la BBC non c’è solo l’Inghilterra ma anche in Galles e Scozia, dove sono state previste ingenti perdite, che potrebbero innescare “una profonda crisi politica all’interno del Partito Laburista, dato che quest’ultimo ha potuto contare sul sostegno dei suoi elettori in queste regioni per decenni”.
Proprio in queste due componenti del Regno Unito la sfida portata al governo di Starmer è duplice, perché alle generali rivendicazioni sociali ed economiche si mischiano anche forti sentimenti di indipendenza, che affondano le loro radici in una storia millenaria.
A Edimburgo, sarà completamente rinnovato il Parlamento nazionale con i suoi 129 membri, che ha ampliato le sue funzioni con la riforma del 1999. I sondaggi dicono che lo Scottish National Party (SNP) indipendentista e socialdemocratico è in testa con il 37%. I laburisti perdono poco (circa il 3%), ma sono tallonati dai sovranisti di Reform UK. Entrambi i partiti vengono dati al 18%. Crollano decisamente i Conservatori (meno del 12%).
Anche in Galles, dove sono state ridisegnate nuove circoscrizioni elettorali e il Parlamento nazionale è passato da 60 a 96 deputati, gli exit poll sono catastrofici per il Labour, dato al 13,5%. In testa risultano gli autonomisti di “Plaud Cymru” con oltre il 31%, seguiti dai sovranisti di Farage, con “Reform UK” accreditato di oltre il 28%.
C’è attesa per i risultati del Your Party, il nuovo partito fondato dall’ex leader laburista di sinistra Jeremy Corbyn. Il suo posizionamento verso il governo di Starmer – ma anche verso l’intero sistema politico britannico – è piuttosto chiaro: “Il sistema è truccato. Il sistema è truccato quando 4,5 milioni di bambini vivono in povertà nel sesto paese più ricco del mondo. Il sistema è truccato quando le grandi corporazioni fanno fortuna con le bollette in aumento. Il sistema è truccato quando questo governo dice che non ci sono soldi per i poveri, ma miliardi per la guerra. Risolveremo le crisi della nostra società solo con una redistribuzione di massa di ricchezza e potere”.
Vedremo se questo manifesto di sfida ha convinto settori importanti della società britannica.
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14/04/2025
La Toxic Town è fra noi
Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo: le vicende reali di Corby e quelle raccontate magistralmente dalla serie, ad esse ispirate, fanno parte senza mezzi termini della nostra quotidianità, anche vicino a noi. E non pensiamo soltanto al disastro di Seveso, nel lontano 1976, in tempi in cui non venivano applicate le misure di sicurezza di oggi e in cui il potere statale ha lasciato diverso tempo i cittadini all’oscuro della gravità della situazione, ma anche alla nostra quotidianità dove sono innumerevoli le città e i paesi sottoposti a pervasivo inquinamento provocato da siti industriali e siderurgici ma anche da impianti dedicati alle merci e al turismo, come i porti industriali e turistici, città sommerse quotidianamente da una raffica di fumi tossici, nerissimi, provenienti dai motori delle navi. Si crea una dialettica fra soggetti e potere, laddove sono i corpi dei soggetti a subire le manipolazioni e le macchinazioni da parte di qualsiasi potere; e quei corpi sono indifesi perché lasciati all’oscuro riguardo agli effetti immediati (tossicità, nocività di vario tipo) di quelle macchinazioni.
È interessante ricordare che, nel caso di Corby, come vediamo anche nella serie TV, il potere agisce in ombra per riqualificare la città: in un luogo riqualificato, dove si deve vivere bene, non c’è spazio per scorie tossiche e queste ultime, pure se ci sono, devono essere tacitate. È così, probabilmente, che la macchina burocratica dei poteri agisce per rendere attrattivi paesi e città, anche dal punto di vista turistico: far passare sotto silenzio qualsiasi fonte vera o presunta di inquinamento, qualsiasi nocività proveniente da smantellamenti industriali, costruire nuove abitazioni in siti pericolosi, cementificare, disboscare. La morte e il dolore arrivano dopo anni, e vanno a colpire le nuove generazioni, come nel caso di Corby, ma possono arrivare anche alla prima ondata di intenso maltempo, come spesso è avvenuto nella cronaca recente. Perché, è bene ribadirlo, gli interessi del potere non saranno mai quelli dei soggetti. E, a volte, questi ultimi, o una parte di essi, fanno il gioco del potere per un tornaconto economico o per i sempre più fantomatici “posti di lavoro”. Eh sì, per i posti di lavoro questi soggetti sono disposti ad accettare che la loro salute e quella dei figli venga irrimediabilmente compromessa. Come succede ai soggetti maschili di Corby: se sono le donne a lottare in prima fila per difendere la salute dei loro figli, i loro mariti, per difendere il buon nome delle acciaierie che hanno offerto tanto bel lavoro in passato (e molti di essi, tra l’altro, sono impiegati nei lavori di smantellamento), abbandonano e contrastano la lotta.
E allora la serie TV bene ci mostra questa dialettica impari, questo campo di forze e di lotta fra deboli e forti. Ma se i forti hanno dalla loro parte le manipolazioni e le macchinazioni, i deboli hanno la volontà di resistere e allora le dinamiche si invertono. Sono deboli ma anche forti le donne di Corby nella loro tenacia resistente – soprattutto il personaggio di Susan, interpretato da Jodie Whittaker – una tenacia segnata da colori e luminosità che caratterizzano l’universo della working class. Lo spazio prediletto per portare avanti la lotta tramite riunioni con lo stesso avvocato è il pub (luogo inglese per eccellenza di socialità e discussioni), caratterizzato da colori vivaci e da canti e voci allegre: è questo lo spazio della working class e delle sue lotte e queste ultime avvengono anche tramite un importante filtro musicale. È la musica pop rock, di cui il film è disseminato, a costituire il Leitmotiv trainante della lotta al potere. Quest’ultimo, invece, è connotato da interni bui e silenziosi, rappresi nell’ordine fittizio che esso stesso vorrebbe imprimere ad ogni ambito sociale, incanalato nei suoi rituali e nelle sue pratiche ciniche. È una lotta pressoché tutta femminile quella raccontata da Toxic Town: le donne e le madri levano alte le loro grida contro le dinamiche imposte dal potere, mentre i maschi sembrano tacitamente sottovalutare l’orrore suscitato dalle pratiche di insabbiamento sopravvalutando, invece, i benefici che possono emergere da nuove prospettive di lavoro per la loro cittadina. Le donne, in quanto madri, sembrano essersi liberate gridando alto il loro diritto di esseri umani che vogliono far crescere al meglio i propri figli; gli uomini, invece, sembrano tetre marionette del lavoro e del capitale, piegati ai deliri di un partito laburista intriso di un populismo vuoto, pronti a chinare il capo in nome di lavoro e riqualificazione.
Che possa, la lotta delle madri di Corby raccontata dalla serie TV, contagiare la realtà e il nostro quotidiano, laddove le pratiche di insabbiamento, in materia di sostanze tossiche e nocive, sono all’ordine del giorno e dove ci sono sempre più marionette disposte a sacrificare la propria salute e quella delle nuove generazioni in nome di lavoro e riqualificazione (cioè malattie e morte), offerti con sempre più ciniche blandizie dal capitale.
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