Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/05/2026
Gran Bretagna. Le elezioni sono state un referendum su Starmer, e lo ha perso clamorosamente
Le consultazioni hanno riguardato circa 5 mila seggi in 134 consigli comunali e i Parlamenti nazionali di Scozia e Galles. Ma hanno anche interessato i 32 distretti della Grande Londra, e una combinazione di distretti metropolitani settentrionali, consigli di contea e autorità unitarie.
I sondaggi già prima dello spoglio parlavano della perdita di migliaia di seggi per i laburisti, sia nei grandi centri che nei piccoli paesi. E i risultati hanno confermato i pronostici.
Keir Starmer nel corso del suo mandato ha proposto una politica di riarmo a tappe forzate, nonostante un deficit di bilancio che rischia di far saltare i conti e una situazione sociale nel paese in via di regressione. La sua politica filoisraeliana e la repressione contro i movimenti solidali con i palestinesi gli hanno alienato poi molti consensi nella base elettorale laburista.
La sconfitta di Starmer potrebbe essere così forte da accelerare la resa dei conti sia dentro il partito Laburista. Se a Westminster Keir Starmer ha una maggioranza di ferro, è anche vero che la resa dei conti avverrà probabilmente dentro il partito.
Gli analisti del partito Laburista parlano della perdita di quasi 2.000 seggi complessivamente. Anche se il danno potrebbe addirittura essere ben peggiore.
Infatti non c’è solo o tanto la sconfitta laburista quanto la consistente vittoria di Nigel Farage – l’uomo che volle la Brexit – e quindi degli odiati sovranisti di “Reform UK”.
“In tutta l’Inghilterra – riferisce la BBC – ‘Reform UK’ spera di trasformare la rabbia pubblica per l’immigrazione, il tenore di vita e la sfiducia nei confronti di Westminster, in potere a livello locale. Nelle città progressiste, i Verdi credono che gli elettori siano pronti a punire i laburisti da sinistra, mentre in alcune zone di Blackburn, Birmingham e della parte orientale di Londra, i candidati indipendenti continuano a capitalizzare sulla rabbia per Gaza”.
Secondo la BBC non c’è solo l’Inghilterra ma anche in Galles e Scozia, dove sono state previste ingenti perdite, che potrebbero innescare “una profonda crisi politica all’interno del Partito Laburista, dato che quest’ultimo ha potuto contare sul sostegno dei suoi elettori in queste regioni per decenni”.
Proprio in queste due componenti del Regno Unito la sfida portata al governo di Starmer è duplice, perché alle generali rivendicazioni sociali ed economiche si mischiano anche forti sentimenti di indipendenza, che affondano le loro radici in una storia millenaria.
A Edimburgo, sarà completamente rinnovato il Parlamento nazionale con i suoi 129 membri, che ha ampliato le sue funzioni con la riforma del 1999. I sondaggi dicono che lo Scottish National Party (SNP) indipendentista e socialdemocratico è in testa con il 37%. I laburisti perdono poco (circa il 3%), ma sono tallonati dai sovranisti di Reform UK. Entrambi i partiti vengono dati al 18%. Crollano decisamente i Conservatori (meno del 12%).
Anche in Galles, dove sono state ridisegnate nuove circoscrizioni elettorali e il Parlamento nazionale è passato da 60 a 96 deputati, gli exit poll sono catastrofici per il Labour, dato al 13,5%. In testa risultano gli autonomisti di “Plaud Cymru” con oltre il 31%, seguiti dai sovranisti di Farage, con “Reform UK” accreditato di oltre il 28%.
C’è attesa per i risultati del Your Party, il nuovo partito fondato dall’ex leader laburista di sinistra Jeremy Corbyn. Il suo posizionamento verso il governo di Starmer – ma anche verso l’intero sistema politico britannico – è piuttosto chiaro: “Il sistema è truccato. Il sistema è truccato quando 4,5 milioni di bambini vivono in povertà nel sesto paese più ricco del mondo. Il sistema è truccato quando le grandi corporazioni fanno fortuna con le bollette in aumento. Il sistema è truccato quando questo governo dice che non ci sono soldi per i poveri, ma miliardi per la guerra. Risolveremo le crisi della nostra società solo con una redistribuzione di massa di ricchezza e potere”.
Vedremo se questo manifesto di sfida ha convinto settori importanti della società britannica.
Fonte
09/10/2025
Francia in crisi, ma il Regno Unito sta peggio
Sostanzialmente esiste, di base, una crescente difficoltà dei sistemi politico-sociali occidentali (ed europei in particolare) a garantire gli stessi livelli di welfare raggiunti fino a qualche anno fa. Il fenomeno è complesso e coinvolge fattori congiunturali e anche scelte di governance sbagliate. In particolare, alcuni settori della previdenza sono entrati nel mirino di esecutivi ansiosi di far quadrare i conti pubblici. Debiti comunque accumulati, in buona misura, anche per colpa di pratiche di malgoverno. Prima di tutto è stata la spesa per i sistemi pensionistici a far sballare le previsioni, seguita dalla pessima infiltrazione della politica (urbi et orbi) nella gestione della sanità. Tutto è stato poi complicato dal perverso rapporto tra spesa pubblica e consenso, che nelle democrazie occidentali resta un passaggio onnipresente del confronto elettorale. Ragion per cui si è preferito più spesso fare debiti, piuttosto che aumentare le tasse o puntare su sanguinosi tagli di spesa sociale. Ma ora i nodi sono venuti al pettine e, semplicemente, il prossimo Premier francese ha zero margini di manovra per la legge di bilancio. I numeri sono come pietre e indicano che l’Esagono è sull’orlo di una crisi del debito sovrano. Il che non significa certo che finirà come la Grecia, ma vuol dire di sicuro che immetterà ancora più instabilità sui mercati europei. Perché il suo difficile momento economico si accompagna a una fase di ingovernabilità politica, divenuta ormai cronica.
Ma a ‘fondamentali’ Londra sta peggio
Sui parametri fondamentali dell’economia il Regno Unito non sta certo meglio della Francia. Anzi, si può senz’altro affermare che certi valori predicono uno scenario che potrebbe rivelarsi altrettanto inquietante per i mercati. Innanzitutto, i tassi di interesse sui bond a 10 anni sono saliti al 4,7%, cioè ben un punto in più rispetto a quelli francesi. Mentre il deficit di bilancio su Pil sfiora il 5% e la bilancia dei conti correnti, con un -3,2% è la seconda peggiore d’Europa, dopo la Grecia. Ma dove il Regno Unito fa incrociare le dita a chi ancora investe nei suoi titoli è nel campo minato dell’inflazione: con un 3,8% Sir Keir Starmer batte tutti e di gran lunga (a parte l’Austria) e comincia a guastare i sonni del governatore della Banca d’Inghilterra. Si, perché alzare ancora i tassi per difendersi significherebbe aumentare il servizio del debito e quindi il buco di bilancio. Che per ora arriva a una somma, compresa tra 40 e 45 miliardi di sterline, già assai complicata da reperire. E, in effetti, visto come vanno le cose, il governo laburista deve darsi una mossa, perché un nuovo temibile avversario si avvicina al galoppo. Si tratta di Reform UK, il partito dei populisti di Nigel Farage, che assorbe consensi come una spugna ogni giorno di più.
C’è maretta dentro il Labour
Dunque, nelle ultime settimane i rendimenti obbligazionari britannici hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi 30 anni. E la sterlina ha avuto alti e bassi. Una sterlina che cala accompagnata da rendimenti più elevati è una ricetta per la catastrofe finanziaria pubblica. Una congiunzione micidiale, specie se si inserisce in un ciclo di stagnazione, con esigenze di tagli (alla spesa) e tasse (in aumento). Il problema più scottante, anche per Londra, rimane però quello della gestione (e del finanziamento) del sistema pensionistico. Parliamoci chiaro: è questa la ‘madre’ di tutte le questioni sociali nell’Europa contemporanea. Il motivo? Faciloneria della politica, calcoli sbagliati e promesse non mantenute. Ma a fronte di un disastro annunciato, con quale faccia vai poi a dire a chi ha lavorato una vita di ‘stringere la cinghia’, perché bisogna comprare i carri armati per la sicurezza nazionale? E, infatti, si guardano bene dal pronunciare questa equazione. Più prosaicamente parlano di «sacrifici in tempo di crisi». Insomma, ci siamo capiti. Hanno sbagliato le previsioni di spesa (tutti) e adesso non sanno come girare la frittata. Perché (segnatevelo) di questo passo i soldi per pagare le pensioni in Europa non basteranno più. E allora? Beh, certo quelli che comprano armi per giocare alla guerra saranno i primi a essere cacciati dagli elettori. Intanto, però, dentro il Labour vengono a confronto le due anime, «quella ‘di lotta’ e quella ‘di governo’». Si confrontano attraverso l’aspra campagna elettorale per la carica di vice-presidente del partito. Una è incarnata dalla barricadera Lucy Powell, che vorrebbe spostare il Labour sulle sue più tradizionali posizioni progressiste. L’altra, invece, vede scendere in campo la ‘pupilla di Starmer, Bridget Phillipson, che è anche Ministro dell’Istruzione. «Sono orgogliosa dei risultati ottenuti dal Partito laburista – ha detto la Powell – ma dobbiamo riconoscere che sono stati commessi degli errori. Non possiamo nascondere il fatto che le cose non stanno andando bene».
Farage il convitato di pietra
La Powell si riferisce al crescente successo di Nigel Farage, che col suo ‘Reform UK’ sta praticamente intercettando tutti i voti degli scontenti del Paese, che cominciano a essere una massa imponente, difficilmente calcolabile. Ecco perché il popoulista Farage, che prima veniva trattato quasi come una macchietta della politica, adesso è diventato un temibilissimo outsider. E ancora ci teniamo larghi. La verità è che la crisi dei tradizionali partiti di massa ha prima decimato i Conservatori, e adesso sta colpendo dolorosamente e di rimbalzo anche i laburisti. Perché gli oggettivi problemi finanziari del Regno Unito, aggravati dalla Brexit, ora premiano chi non è mai stato al governo. Una prova? Quest’anno, alle comunali Reform UK ha raddoppiato o triplicato i consensi. Ma quello che fa più paura e che continua a guadagnare terreno in tutti i polls, e non solo a scapito dei Conservatori. Pesca abbondantemente anche fra gli indecisi e, addirittura, tra liberali e qualche laburista pentito. Una prova? Ha scritto Polly Toynbee, editorialista del Guardian: «Il Regno Unito ha bisogno del Partito Conservatore. Questa è una frase che non mi sarei mai aspettata di scrivere. Per gran parte della mia vita sotto il loro feudo, il ‘partito naturale del governo’ ha comandato i media, le imprese e le donazioni politiche. Ha presieduto, soprattutto a partire dagli anni ’80, alla supremazia del capitale a scapito del lavoro, delle altissime disuguaglianze, del degrado dei servizi pubblici e dell’individualismo egocentrico. Dovrebbe quindi essere un piacere leggere ovunque il suo necrologio, visto che apparentemente si trova ad affrontare ‘l’oblio’, ‘l’abisso’ e ‘l’estinzione’. La prospettiva di una Gran Bretagna senza un Partito conservatore è difficile da comprendere.
Paura a destra dei Conservatori
Ma potremmo sentirne la mancanza se venissero sostituiti da qualcosa di peggio. La prossima iterazione della destra rischia di essere il mondo trumpista e persecutorio degli stranieri di Nigel Farage e Tony Robinson. Il discorso di apertura della conferenza di Kemi Badenoch ha spinto il suo partito ancora più avanti su questa linea: imitando le sue politiche, rende il ‘faragismo’ rispettabile». Che dire? Evidentemente, il populismo inglese è talmente temibile e in grado di proporre una sorpresa ‘alla francese’, che persino un giornale di antico progressismo come il Guardian arriva ad augurare «lunga vita al Partito conservatore», pur di non ritrovarsi tra i piedi Reform UK.
Fonte
05/05/2025
Gran Bretagna - Farage è tornato!
Un laboratorio pericoloso si apre nei consigli locali appena conquistati, mentre il sistema elettorale maggioritario mostra l’inadeguatezza a rappresentare la nuova geografia politica del paese.
Le elezioni locali britanniche del 1° maggio 2025, seppur caratterizzate dalla consueta bassissima partecipazione popolare (intorno al 30%) hanno segnato un punto di svolta nella politica del Regno Unito. Reform UK ha ottenuto risultati sorprendenti, conquistando 677 seggi nei consigli locali (nei quali non era presente) e prendendo il controllo di dieci organi, tra cui Staffordshire, Lancashire, Kent, Lincolnshire (si veda anche la Tabella 1).
Di grande impatto simbolico, inoltre, la vittoria nella contea di Durham, simbolo del movimento operaio britannico dato il suo passato legato all’industria mineraria. Inoltre, ha vinto due delle sei elezioni dirette per i sindaci metropolitani, nel nord-est del paese (Greater Lincolnshire e Hull & East Yorkshire); nelle altre quattro votazioni, Reform UK è giunto comunque secondo, insidiando da vicino i vincitori Laburisti (Doncaster, North Tyneside – con margini inferiori ai mille voti – e West of England) e Conservatori (Cambridgeshire & Peterborough).
La vittoria più significativa, ad ogni modo, appare quella nell’elezione suppletiva per il seggio parlamentare di Runcorn & Helsby, strappato, con un margine di soli sei voti, al Partito Laburista (a fronte di un’affluenza del 46%). Annullato, dunque, in meno di dieci mesi, il precedente vantaggio di quindicimila preferenze che aveva consentito alla compagine guidata da Keir Starmer di confermare il proprio successo in questo collegio nel luglio 2024.
Il successo di Reform UK è stato ovviamente forte nei territori deindustrializzati del nord e delle Midlands, tradizionali roccaforti laburiste. In Staffordshire, il partito ha ottenuto 49 seggi su 62, con il 41,2% dei voti, mentre i Conservatori sono scesi al 27,8% e i Laburisti al 16,1%. In Lancashire, ha conquistato 53 seggi su 84, superando i Conservatori (8 seggi) e i Laburisti (5 seggi).
A Doncaster, nonostante la sconfitta nell’elezione diretta del sindaco, Reform UK diventa il principale gruppo consiliare, con ben 37 seggi su 55, riducendo la pattuglia laburista a soli 12 elementi. A Durham, Reform UK ottiene 65 seggi su 98, riuscendo a strappare consensi sia ai Conservatori che ai Laburisti. In questi territori, Farage può certamente fare leva sulle proprie credenziali. Artefice della vittoria referendaria del 2016, ha portato a compimento la missione esistenziale.
La novità è però rappresentata dallo sfondamento dei faragisti nel Sud, bastione conservatore. Impressiona la vittoria nel consiglio di contea del Kent: su 81 seggi, Reform UK ne porta a casa 57, tutti strappati ai Tories, lanciando, dunque, una sfida per l’egemonia a destra.
La combinazione tra la nota capacità di Farage di fare breccia nel Red Wall del Nord inglese, ampiamente sperimentata nel 2016, con i risultati del referendum per l’uscita dall’Unione Europea, e l’abilità di approfittare, in maniera pressoché totale, della crisi conservatrice, costituisce un elemento da non sottovalutare.
Reform UK appare in grado di costruire una coalizione reazionaria, unendo i ceti popolari alienati e disillusi del Nord, con strati sociali più elevati e tradizionalmente orientati a destra del Sud. Un salto di qualità in cui molti osservatori ravvisano una riedizione del trumpismo in salsa britannica, ma che si può certamente anche ricollegare ad analoghi tentativi messi in atto da formazioni della destra europea.
Il Partito Laburista, guidato da Keir Starmer, ha subito perdite significative, tra cui la perdita del seggio di Runcorn & Helsby, precedentemente considerato sicuro. Le politiche di austerità, come i tagli ai sussidi agli anziani per il riscaldamento nei mesi invernali, l’ennesimo giro di vite sulle indennità di invalidità e sul welfare in generale, ha alienato la base elettorale tradizionale del partito.
Nonostante alcune vittorie simboliche – di stretta misura – come quelle per i sindaci metropolitani di North Tyneside e Doncaster, il partito ha mostrato una crescente disconnessione dalle esigenze delle classi lavoratrici. A questo si aggiunge il malcontento crescente in settori progressisti e nelle comunità musulmane, che hanno punito il Labour in città del nord-ovest come Preston e Burnley, dove candidati indipendenti pro-Palestina hanno ottenuto risultati significativi.
Le complicità della leadership di Starmer con le politiche genocide israeliane hanno minato ulteriormente la tenuta del Labour sul fronte sinistro, lasciando spazio a forme di dissenso elettorale che potrebbero strutturarsi in opposizione permanente, come già dimostrato nelle elezioni generali del luglio 2024 che portarono all’elezione di una piccola pattuglia di parlamentari indipendenti (incluso l’ex leader del partito, Jeremy Corbyn).
La campagna elettorale
Nigel Farage ha attraversato il paese come un battitore libero della destra radicale, moltiplicando apparizioni pubbliche, interviste e comizi in stile populista; al momento, Reform UK appare, analogamente alle sue precedenti incarnazioni (UKIP, Brexit Party) una formazione fortemente centrata sul suo leader; tuttavia, l’imponente infornata di rappresentanti negli enti locali potrebbe – ‘finalmente’ – contribuire alla crescita di una classe dirigente diffusa.
Farage ha saputo incarnare il ruolo dell’oppositore antisistema, raccogliendo la disillusione di ampi settori popolari nei confronti del governo laburista, già in difficoltà dopo pochi mesi. Ma non si è limitato alla solita retorica razzista e anti-migranti: ha proposto il ripristino dei i sussidi per le bollette invernali per gli anziani, e, addirittura, la ri-nazionalizzazione dei servizi idrici e del settore della siderurgia, oggetto, al momento, di una grave crisi industriale.
Ha certamente colpito il contrasto con il primo ministro Keir Starmer, che ha scelto la linea dell’invisibilità, disertando persino la campagna per le suppletive di Runcorn and Helsby, dove si votava per un seggio parlamentare cruciale. Una scelta che rivela quanto il Labour, forte di una maggioranza parlamentare ancora solidissima, preferisca, in questa fase, la mera gestione tecnocratica finanche al conflitto elettorale.
Farage ha inoltre continuato ad attaccare senza tregua i Conservatori, ridotti a un’ombra dopo quattordici anni di governo. La nuova leader, Kemi Badenoch, non è ancora riuscita né a ricostruire un’identità politica, né a tenere testa a Farage sul piano della comunicazione. Dentro i Tory si discute se opporsi a Reform UK o avvicinarvisi: un’ambiguità che conferma lo sbandamento strategico del partito, ma che rivela, comunque, la possibilità di un dialogo a destra, e l’assenza di pregiudiziali specifiche all’interno dei Tories.
Da oppositore “puro”, Farage, d’altronde, non offre soluzioni strutturali. I suoi slogan parlano alla pancia del paese. È un populismo d’attacco, costruito sul risentimento locale. Del resto, lo stesso Farage ha ammesso di non avere (ancora) un programma nazionale: lo presenterà, dice, solo un anno e mezzo prima delle prossime elezioni, previste tra il 2028 e il 2029. Intanto si prepara, da destra, a capitalizzare la crisi dell’intero sistema politico britannico.
Tra ricollocamento e radicalizzazione: una nuova classe dirigente?
La nuova ondata di eletti e candidati di Reform UK non rappresenta una novità innocua nella politica locale britannica, ma un potenziale embrione di una nuova classe dirigente reazionaria, composita e pericolosa.
Da un lato, il partito ha arruolato decine di ex quadri conservatori, spesso in cerca di ricollocazione dopo la disfatta elettorale del 2024. Secondo un’analisi del Partito Laburista, almeno 60 candidati provenivano direttamente dai Tories: tra loro, ex deputati come Andrea Jenkyns (ora sindaca a Greater Lincolnshire) ed ex consiglieri locali come Sarah Pochin, vincitrice del seggio parlamentare a Runcorn & Helsby.
Questa operazione di riciclo ha sollevato critiche – non solo da sinistra – su Reform UK come semplice “rebranding” della destra tradizionale. Ma il quadro è più complesso, e più inquietante.
Come documenta Novara Media, accanto agli ex Tory compaiono figure apertamente legate all’estrema destra e all’universo delle destre digitali reazionarie. Candidati che inneggiano al leader fascista Tommy Robinson, all’influencer misogino e patriarcale Andrew Tate, e che hanno condiviso contenuti suprematisti e antisemiti sono stati selezionati e sostenuti da Reform UK in più aree.
A Doncaster, ad esempio, dove il partito ha ottenuto il controllo del consiglio comunale, almeno sette consiglieri eletti risultano segnalati dall’organizzazione Hope Not Hate per la diffusione di materiale razzista e cospirazionista. E figure come Arron Banks, noto finanziatore del “Leave” (lo slogan pro-Brexit, ndr) e coinvolto in vari scandali, ora ambiscono a cariche esecutive regionali sotto le insegne faragiste.
Questo miscuglio di ex establishment e nuovi estremismi è il volto reale del progetto Reform UK: un contenitore trasversale per canalizzare rancori sociali, legittimare l’odio e costruire una nuova egemonia della destra, con meno vincoli e più aggressività. Se c’è un tratto comune in questa “nuova classe dirigente”, è l’attitudine al risentimento autoritario e all’egemonia identitaria.
La prova del governo locale
Con l’acquisizione del controllo di dieci consigli locali, tra cui Kent, Lancashire, Durham e Staffordshire, Reform UK avrà, se non altro, l’opportunità concreta, ma anche la responsabilità, di trasformare la propria retorica in pratica amministrativa.
Le prime dichiarazioni pubbliche dei dirigenti, a partire da Nigel Farage, offrono già indicazioni significative su cosa aspettarsi. Il partito ha promesso che nei territori da esso amministrati si opporrà all’assegnazione di richiedenti asilo, denunciando il sistema attuale come penalizzante per le comunità locali e orientato a scaricare sul nord del paese i “problemi” generati altrove.
Parallelamente, Reform UK ha annunciato l’intenzione di eliminare il lavoro da remoto per i dipendenti pubblici, in nome di una presunta maggiore efficienza; l’idea è quella di importare, nei consigli locali, un “modello Musk”, con la creazione di “dipartimenti per l’efficienza” ispirati al management aziendale più spietato.
Altre priorità includono la cancellazione dei programmi municipali per l’uguaglianza, la diversità e le politiche ambientali, considerati orpelli ideologici forieri di costi inutili. Il presidente del partito, Zia Yusuf, ha parlato apertamente della necessità di una “ri-educazione morale” dei giovani britannici, opponendosi all’insegnamento di contenuti “woke” nelle scuole e invocando un ritorno all’orgoglio nazionale e all’autorità.
In sintesi, Reform UK si prepara a usare il potere locale per sperimentare un laboratorio di restaurazione autoritaria: tagli alla spesa sociale, chiusura verso il diverso, guerra alla cultura progressista. È il primo banco di prova per una destra che punta a governare il Paese intero, partendo dalla conquista dei comuni.
Proiezioni nazionali: un nuovo scenario politico
Secondo le ultime previsioni del sito Electoral Calculus, punto di riferimento per l’analisi elettorale britannica, se oggi si votasse per le elezioni generali (previste nel 2029), Reform UK avrebbe il 49% di probabilità di imporsi come primo partito, lasciando i Laburisti al 35% e i Conservatori al 15%.
È un dato che fotografa una crisi strutturale: il vecchio bipartitismo Westminsteriano sta ormai definitivamente franando, di fronte all’incapacità dei partiti storici di costruire consenso nei propri blocchi di riferimento. Al momento, questa ipotetica distribuzione dei voti produrrebbe una situazione nella quale Reform UK sarebbe il primo gruppo parlamentare (con 245 seggi), pronto a governare col supporto dei Tories (si veda anche la Tabella 2).
Questo scenario può rappresentare una sorpresa solo per gli osservatori meno attenti. La valanga laburista del luglio 2024 fu, a ben vedere, una vittoria drogata dalla frammentazione dell’elettorato di destra: in decine di collegi uninominali, la somma dei voti di Reform UK e dei Conservatori superava ampiamente quella del Labour, che vinse grazie alla divisione del campo avversario. In altre parole, la maggioranza assoluta conquistata da Keir Starmer fu possibile grazie alla presenza di Farage sulla scheda elettorale.
Questa situazione sta accelerando ulteriormente: Reform UK sta progressivamente cannibalizzando l’elettorato conservatore, e non è escluso che si vada verso uno scenario “alla francese”, dove la destra tradizionale – come i gollisti davanti alla crescita del Rassemblement National – divenga subalterna alla sua versione radicalizzata. Il parallelismo tra Farage e Le Pen non è forzato: entrambi costruiscono consensi trasformando la rabbia sociale in identitarismo.
Nel frattempo, il sistema elettorale britannico – fondato su collegi uninominali e maggioranza semplice – mostra tutte le sue distorsioni. In un contesto in cui tre partiti (Labour, Reform e Tories) si attestano su percentuali dal 20 al 25%, con i Liberaldemocratici al 15% e i Verdi al 10%, questa architettura risulta sempre più inadatta a rappresentare la realtà politica del paese. Produce maggioranze artificiali (come gli oltre 450 seggi attribuiti ai Laburisti nelle elezioni del luglio 2024, a fronte di un misero 35% dei voti validi), favorisce i grandi partiti consolidati e penalizza ogni tentativo di alternativa a sinistra.
Nel frattempo, The Economist, dedica la propria copertina a Nigel Farage. “È tornato”, ci informano. E stavolta, non è per la Brexit, ma per prendersi il potere. E se lo dice l’establishment, c’è evidentemente da crederci.
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03/05/2025
Torna Farage, la crisi britannica ritrova il suo detonatore
Si è appena votato per le elezioni suppletive, in Gran Bretagna, in un collegio del Nord-Ovest: Runcorn e Helsby. E qui Nigel Farage (il suo partito) è riuscito a strappare la vittoria per appena sei voti, conquistando un seggio che era appannaggio “sicuro” del partito laburista. Alle ultime elezioni politiche, quelle che hanno portato a Downing Street quel finto sinistro di Keir Starmer, i laburisti qui avevano trionfato (come sempre, nella storia) lasciando il secondo candidato a 15.000 voti di distanza.
Svaniti in appena dieci mesi... “Merito” di un premier guerrafondaio e antipopolare che dichiara ogni giorno di voler tagliare la spesa sociale per nutrire le ambizioni militari di un paese che non è più da decenni un “impero” ma ancora non si rassegna all’irrilevanza. Basti vedere l’idiozia pericolosa nutrita insieme all’ex banchiere francese, Emmanuel Macron: una “coalizione dei volenterosi” per mandare truppe Nato in Ucraina, col rischio concretissimo di provocare la Terza Guerra mondiale. Non più “a pezzi”, ma tutta intera.
Insieme al collegio “sicuro” – vista la coincidenza con le elezioni amministrative – sono saltati anche centinaia di piccoli comuni, tutti da lungo tempo appannaggio del laburisti. Il che, inevitabilmente, porta a conclusioni piuttosto chiare: se abbandoni, con la tua politica nazionale, anche l’ombra della difesa degli interessi popolari, consegni automaticamente la maggioranza della popolazione all’unica forza politica che – mentendo spudoratamente, certo – si presenta come “fuori dal teatrino della politica”. Populisti reazionari, gente impresentabile che diventa “votabile” solo perché quelli “istituzionali” (laburisti o conservatori che siano) appaiono ormai come partiti nemici.
Dalla padella alla brace, per i poveri elettori che hanno perso ogni riferimento credibile e si comportano perciò in senso stretto come consumatori: oggi voto Tizio, domani Caio, hai visto mai...
Ma questa “volubilità” acefala dell’elettore medio – soprattutto “laburista” – in prospettiva elezioni politiche, diventa un uragano. Sulla carta, il risultato di Reform UK metterebbe a rischio più di 350 dei 411 seggi vinti dal Labour nel 2024. Una cifra più che sufficiente ad ottenere la maggioranza nella Camera dei Comuni (650 seggi), ma soprattutto uno scenario da incubo per il governo Starmer.
Ovviamente, tutti gli analisti consigliano prudenza. Prendere voti alle comunali – o in un collegio – è una cosa, tutt’altra è convincere buona parte del paese a credere che la tua ricetta “volgare e sbrigativa” sia la soluzione giusta per uscire da una condizione di povertà.
Ma proprio qui casca l’asino. Il partito di Farage – “Reform UK” – è già riuscito nell’intento imponendo la Brexit nell’agenda politica britannica. La sua retorica da quattro soldi è stata comunque sufficiente a costringere i Conservatori a spostarsi su una posizione simile, fino a celebrare un referendum che ha sancito la separazione dall’Unione Europea.
Altrettanto ovviamente, non avendo i Tories un programma alternativo al neoliberismo puro e duro, quella “uscita” non è stata affatto un successo. Anzi, il contrario.
Dunque il “piccolo Trump” di Londra è e resta una sciagura reazionaria che può certamente far perdere entrambi i partiti del defunto “bipolarismo liberale obbligato” (e se lo meritano), ma ha ancora quasi zero possibilità di ascendere al governo della Gran Bretagna. Se ci riuscisse, il tracollo del Regno Unito sarebbe certo ancora più rapido.
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07/08/2024
“Sfidare il razzismo, stare dalla parte delle vittime del terrore dell’estrema destra”
E sembra solo un bilancio parziale considerando che altre iniziative sono previste per i giorni a venire, con un nuovo picco da questo giovedì.
Per sedare i disordini a sfondo razziale saranno impiegati altri 2200 agenti formati per i disordini di piazza, oltre ai 4000 già impiegati fino ad ora.
Si parla di un terzo dei 18 mila membri delle forze dell’ordine specificamente addestrati per questa funzione.
La politica del “pugno di ferro” attuata dal governo laburista da poco in carica non sembra però avere sortito gli effetti desiderati.
Sono ormai numerosi gli Stati che stanno avvertendo i propri cittadini presenti nel Regno Unito dei disordini a sfondo razziale, tra cui l’India, l’Australia, l’Indonesia, la Malesia e la Nigeria.
L’estrema destra, dopo aver sfruttato il triplice femminicidio avvenuto la scorsa settimana, ha continuato a diffondere altre informazioni non veritiere.
Ha ad esempio alimentato il mito di un doppio standard nel modus operandi della polizia: sarebbe stata più dura nei confronti delle attuali proteste e più tenera con quelle di Black Lives Matter.
A rinfocolare questa idea è stato lo stesso Nigel Farage di Reform UK, insieme ad altri personaggi legati alla galassia della destra radicale.
In questi anni sono divenuti veri e propri imprenditori politici del razzismo sullo sfondo dei disastri sociali provocati dagli esecutivi conservatori che si sono avvicendati alla guida del Paese.
Sebbene la formazione di Farage abbia ottenuto solo 4 deputati in parlamento, ha capitalizzato circa il 15% dei voti, segnale di un certo consenso tra le fasce di una parte della working class britannica che non ha identificato nei laburisti un’alternativa credibile.
Video ed immagini di persone che attaccano o cercano di attaccare strutture alberghiere dove si suppone vengano ospitati richiedenti asilo, esercizi commerciali d’immigrati presi di mira insieme alle moschee, stanno facendo il giro del mondo.
Allo stesso tempo, a questa nuova ondata xenofoba si stanno opponendo diverse realtà.
Fa un certo effetto come Elon Musk, proprietario di X, abbia lasciato utilizzare il proprio canale per lasciare prosperare l’ondata di odio grazie a esponenti di spicco dell’estrema destra e abbia affermato sul suo account che: “la guerra civile è inevitabile”.
Abbiamo deciso di tradurre e pubblicare questo intervento dell’ex leader del Labour – Jeremy Corbyn – eletto come indipendente alle ultime elezioni politiche.
FonteSfidare il razzismo, stare dalla parte delle vittime del terrore dell’estrema destra
I migranti e i rifugiati non sono responsabili dei mali della Gran Bretagna: un messaggio che dobbiamo trasmettere con assoluta chiarezza, afferma il deputato JEREMY CORBYN.
La settimana scorsa, a Southport, si è consumato un orrendo omicidio: tre bambine sono state brutalmente colpite a morte in un violento attacco con il coltello. Ciò che ne è seguito ha mostrato sia il meglio che il peggio della società.
Il meglio è stato il sostegno alle famiglie in lutto delle bambine. Il peggio è stato l’attacco delle forze di estrema destra alla moschea di Southport, a un hotel che ospitava rifugiati a Rotherham e a imprese gestite da musulmani in tutto il Paese.
Questi attacchi di estrema destra contro la comunità musulmana riecheggiano le tattiche dei nazisti contro gli ebrei, i negozi e le aziende in Germania negli anni Trenta.
In entrambi gli scenari, l’estrema destra usa la violenza contro le minoranze e le incolpa della povertà, della carenza di alloggi e della pressione sui servizi sanitari e scolastici.
Il rafforzamento della destra razzista è derivato dal crescente uso di un linguaggio anti-migranti da parte di politici apparentemente mainstream, che sostengono che i disperati che attraversano la Manica su fragili imbarcazioni sono una “forza d’invasione”.
Le stesse voci sembrano incapaci o non disposte a riconoscere che le guerre causano i flussi di rifugiati, e che gli immigrati che si sono stabiliti in Gran Bretagna lavorano instancabilmente per cercare di far funzionare i servizi sotto-finanziati.
Allo stesso tempo, stiamo assistendo a una strategia economica ereditata dai conservatori, la quale aumenta l’enorme divario di ricchezza nella nostra società, perpetua l’austerità e ignora la disperata povertà di tanti bambini.
La risposta della sinistra deve essere quella di stare dalla parte delle vittime del terrore dell’estrema destra, sfidare il razzismo dell’estrema destra e chiedere al governo di affrontare i problemi comuni di tutte le comunità: la crisi degli alloggi, l’istruzione fatiscente e il collasso del nostro servizio sanitario nazionale.
Invece di perpetuare la povertà di tanti bambini negando i sussidi dal terzo figlio nelle famiglie, o di ‘risparmiare’ denaro togliendo il pagamento del combustibile invernale a molti anziani, il governo deve affrontare le questioni della disuguaglianza e dell’avidità.
I migranti e i rifugiati non sono responsabili degli affitti non regolamentati, della privatizzazione dilagante del nostro servizio sanitario o dei livelli osceni di ricchezza dei più ricchi della nostra società.
Se non si affrontano gli enormi bisogni sociali dei più poveri della nostra società, gli osceni attacchi alla comunità musulmana e ai rifugiati porteranno a un ulteriore spostamento verso l’estrema destra.
La retorica anti-migranti non è la risposta giusta per assecondarli. Abbiamo invece bisogno di solidarietà immediata e pubblica con le vittime.
Dobbiamo riconoscere che l’incapacità di affrontare i bisogni economici delle persone è un terreno fertile su cui possono crescere i semi del fascismo. Dobbiamo offrire un messaggio di speranza attorno al quale tutte le comunità possano unirsi.
06/08/2024
Gran Bretagna - Ondata di proteste violente dell’estrema destra
Si stanno svolgendo anche molte mobilitazioni antifasciste in risposta al montare dell’odio xenofobo che ha usato i social media – in particolare X – come cassa di risonanza.
Sabato sono scoppiate violenze a Liverpool, Manchester e Belfast nell’Irlanda del Nord durante le manifestazioni svoltesi in tutto il Regno Unito, con slogan anti-immigrazione e anti-musulmani.
Domenica 4 agosto, la polizia ha riferito di aver arrestato più di 90 persone in diverse città del Paese in seguito alle manifestazioni del giorno precedente. E tuttavia, domenica le iniziative sono continuate.
Circa 300 persone hanno manifestato in centro a Middlesbrough brandendo cartelli con su scritto “Tom Jones è gallese, Alex Rudakubana non lo è” e “Vogliamo di nuovo il nostro paese”.
Altri hanno manifestato ad Aldershot nell’Hampshire, fuori dal Potters International hotel, una struttura alberghiera che ospita richiedenti asilo. Stesse scena ma ancora più violente di fronte all’Holliday Inn a Rotherham.
L’elenco potrebbe continuare tenendo conto che appelli a manifestare sono stati lanciati in 30 città, la maggior parte dei quali in risposta allo slogan anti-immigrazione Enough is enough, che è stato ampiamente diffuso sui social network, secondo il monitoraggio svolto dell’organizzazione antirazzista Hope Not Hate.
Le proteste sono iniziate in seguito all’attacco con coltello che lunedì scorso ha causato la morte di tre ragazze a Southport (Inghilterra nord-occidentale).
Dopo questo tragico fatto, sono circolate voci infondate sulla religione e sull’identità del presunto aggressore, Axel Rudakubana, un adolescente di 17 anni.
Questo triplice femminicidio è stato strumentalizzato dall’estrema destra, spostando l’asse dell’attenzione dal reale aumento di violenze nei confronti delle donne ad una fittizia correlazione con l’immigrazione, in particolare con i richiedenti asilo, e contro una parte importante della società britannica come la comunità musulmana.
Da allora, grazie a questa fake news, nonostante la ferma posizione del governo laburista contro quello che ha descritto come “odio di estrema destra”, il Regno Unito ha assistito all’ennesimo giorno di violenze, dopo quelle che hanno scosso Southport martedì, Londra e altre città mercoledì e Sunderland venerdì.
Keir Starmer, a capo del governo da appena un mese, si trova ad affrontare la prima vera crisi politica interna che evidenzia una profonda frattura nel paese con l’esplosione dell’odio razzista.
Odio che covava da tempo e che aveva avuto una rappresentazione politica con l’enorme consenso ottenuto dalla nuova formazione di Nigel Farage – Reform UK –, il quale non ha condannato la mobilitazione violenta di Southport, secondo quanto riporta The Indipendent.
Il neo-fascismo ‘in doppio petto’ di Farage, ha ceduto il passo a quello di strada della galassia dell’estrema-destra.
Stamer ha convocato una riunione d’emergenza dei suoi ministri chiave e ha dichiarato che “non ci sono scusanti per la violenza”, secondo un portavoce di Downing Street. Ha inoltre ribadito il proprio sostegno alla polizia affinché prenda “tutte le misure necessarie per mantenere le strade sicure”.
Ma è chiaro che la situazione è sfuggita di mano.
Le manifestazioni di sabato
Segnalati in diverse città, tra cui Leeds, Nottingham, Portsmouth e Belfast in Irlanda del Nord, i raduni di sabato sono stati ampiamente riportati sui social network da esponenti della destra radicale come il fondatore ed ex leader della English Defence League, Tommy Robinson, che ha riottenuto l'accesso al social X.
La situazione è stata spesso tesa, con contro-dimostrazioni organizzate in alcuni luoghi da movimenti anti-razzisti, e talvolta è degenerata, come a Liverpool.
In questa popolare città del nord-ovest dell’Inghilterra, i manifestanti hanno lanciato sedie, mattoni e altri oggetti contro la polizia, secondo quanto riportato da un fotografo dell’Agence France-Presse (AFP).
“Diversi agenti di polizia sono stati feriti mentre si occupavano di gravi disordini nel centro di Liverpool”, ha riferito la Merseyside Police su X. “Questo comportamento (…) ha portato a un gran numero di persone ferite”. “Questo comportamento (…) non sarà tollerato. E arresteremo i responsabili”, ha aggiunto.
A Manchester sono scoppiati tafferugli tra manifestanti e polizia, che ha cercato di tenere a bada una contro-dimostrazione per evitare scontri tra i due gruppi, secondo la BBC.
Anche a Nottingham la polizia è intervenuta tra i manifestanti, con un gruppo che da una parte gridava slogan anti-migranti ed esponeva bandiere inglesi, e dall’altra un gruppo che rispondeva con lo slogan: “I rifugiati sono i benvenuti qui”, secondo un giornalista dell’AFP presente sul posto.
Secondo la BBC, a Hull, nel nord-est, i manifestanti hanno distrutto le finestre di un hotel utilizzato per ospitare i richiedenti asilo, mentre a Belfast sono stati lanciati petardi durante il confronto tra un gruppo anti-musulmano e manifestanti anti-razzisti.
La comunità musulmana
I leader religiosi musulmani sono particolarmente preoccupati, poiché durante i precedenti scontri di martedì una moschea di Sunderland è stata presa di mira, così come una di Southport.
Secondo il gruppo di monitoraggio sulle violenze anti-musulmane Tell Mama, sono 10 gli attacchi o minacce che si sono consumati in meno di una settimana contro le moschee, ed è aumentato il vero e proprio clima di terrore che regna nelle comunità musulmane.
Iman Atta di Tell Mama ha riferito a The Guardian che: “le marce e le violenze stanno terrorizzando le comunità. Le persone non vogliono essere visibili, non vogliono andare alla moschea”.
A Londra, i partecipanti a una marcia pro-palestinese organizzata regolarmente nel centro della città si sono riuniti come previsto, sotto la pesante sorveglianza della polizia. “I miei genitori mi hanno detto di non venire oggi, ma io sono di qui. Il Regno Unito è la mia casa”, ha dichiarato all’AFP lo studente 24enne Mera Harun.
Le mobilitazioni antifasciste
“Migliaia di antifascisti si mobiliteranno in tutta la Gran Bretagna mentre il Paese si prepara a un fine settimana di attività di estrema destra” segnalava il quotidiano comunista britannico The Morning Star.
In un post online, Hope Not Hate ha sottolineato che questa ondata di manifestazioni evidenzia la natura “post-organizzativa” dell’estrema destra moderna, con molte proteste pianificate da persone del posto collegate a reti online decentrate di estrema destra.
Un’organizzazione ‘fluida’, ma piuttosto efficace.
Come riporta The Mornig Star, “sono destinate ad affrontare una feroce resistenza, con contro-dimostrazioni di Stand Up to Racism (SUTR) organizzate a Liverpool, Nottingham, Leeds, Manchester, Bristol, Cardiff e Stoke-on-Trent sabato, poi a Rotherham e Weymouth domenica”.
Il co-convocatore di SUTR, Weyman Bennett, ha dichiarato: “I razzisti di tutta la Gran Bretagna sono stati incoraggiati dal razzismo di Reform UK e Farage in Parlamento e dalla dimostrazione di Robinson, forte di 15.000 persone, a Londra. Entrambi devono essere ritenuti responsabili mentre fomentano l’islamofobia e gettano benzina sul fuoco”.
“Gli antirazzisti sono ora impegnati a rompere nuovamente la fiducia dei razzisti e ad affrontarli laddove tentano di diffondere l’odio e di attaccare i musulmani”.
Le violenze dell’estrema-destra occasione per la torsione autoritaria
Invece di affrontare le cause degli atti di violenza razzista della settimana, il Primo Ministro Keir Starmer ha colto l’occasione per conferire maggiori poteri alla polizia.
Ha lanciato il “programma nazionale per i disordini violenti” per reprimere i gruppi riottosi, consentendo alle forze di polizia di condividere le informazioni e di implementare un più ampio utilizzo della tecnologia di riconoscimento facciale.
Silkie Carlo, direttore di Big Brother Watch, ha dichiarato che la mossa “minaccia piuttosto che proteggere la democrazia” e che la sorveglianza mediante intelligenza artificiale “non ha alcuna base legale esplicita nel Regno Unito”.
Habib Kadiri, direttore di Stop Watch, ha sottolineato che la tecnologia è “pericolosamente imprecisa” nel trovare i sospetti, al punto che il suo uso è limitato in tutta Europa.
Starmer ha anche incoraggiato un maggiore uso degli ordini di condotta criminale per limitare la circolazione di alcune persone.
Kadiri ha aggiunto: “Va bene rivendicare l’attenzione alla prevenzione dei disordini violenti dei teppisti di estrema destra oggi, ma se si lascia fare alla discrezione della polizia, si corre il rischio di consentire l’uso eccessivo di un potere su minoranze razzializzate già sovraesposte all’attenzione poliziesca domani”.
Come occultare le cause di un triplice femminicidio
Women’s Aid ha scritto al ministro dell’Interno Yvette Cooper, chiedendo che l’accoltellamento di Southport non venga considerato isolatamente, ma come parte di una più ampia epidemia di violenza contro donne e ragazze.
L’organizzazione ha aggiunto che le proteste razziste all’esterno della moschea di Southport e i piani per ulteriori azioni di estrema destra “sono terrificanti per noi donne, ma anche per le donne e i bambini a cui forniamo assistenza”.
L’amministratore delegato di Women’s Aid, Farah Nazeer, ha dichiarato: “La misoginia e l’odio che permettono l’esistenza della violenza maschile devono essere smantellati, in modo che le donne e le ragazze possano vivere in sicurezza al riparo dalla paura”.
Un recente report di fonti ufficiali della polizia afferma che la violenza contro le donne ammonta ad 1/5 di tutti i crimini denunciati in Inghilterra ed in Galles dal 2022 al 2023.
1/6 degli omicidi totali sono dovuti a violenze domestiche. Una donna su dodici, secondo una stima al ribasso, avrebbe subito violenza.
Questa è una vera e propria emergenza nazionale, stando anche all’aumento del 25% del numero degli arresti per questo tipo di violenza dal 2019 al 2025.
Purtroppo, questa ennesima violenza perpetrata sul corpo delle donne è stata sfruttata dall’estrema destra per scatenare il suo odio razzista e dal governo per un giro di vite securitario.
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08/07/2024
Ken Loach: “Il Labour ha vinto, ma non è un partito di sinistra. E Starmer è solo un opportunista”
Macché, questa non è una buona notizia. Ebbene, è una buona notizia che i conservatori di destra abbiano perso, ma è cattiva che la destra e il partito laburista abbiano vinto. Un partito neoliberista.
Ma se l’aspettava il trionfo del laburisti?
Penso fosse chiaro da tempo che avrebbero vinto, ma quel che non è chiaro a chi non vive qui è che il Partito laburista non è il partito dei lavoratori, ma delle grandi imprese. È il partito dei grandi affari. Il leader, Keir Starmer, è un opportunista. Ha conquistato la leadership del partito promettendo acqua, ferrovie e poste pubbliche, ma una volta ottenutala, ha disatteso questi impegni: oltre 200 mila iscritti dopo poche settimane se ne sono andati, è stata una sorta di epurazione. Il suo compito era di convincere i media di destra e la BBC che il Paese fosse al sicuro, che nulla sarebbe cambiato: si è avvicinato sempre di più ai conservatori, alla fine delle elezioni non c’era quasi nessuna differenza tra loro.
Che significa?
I ricchi rimarranno ricchi. Non ci sarà proprietà pubblica, né politiche radicali. Il Regno Unito continuerà a fornire armi. A Israele, per esempio. Starmer dovrebbe essere un avvocato per i diritti umani, ma ignora i diritti dei palestinesi e si definisce orgogliosamente sionista. È un uomo di destra.
Presentando il suo ultimo film, The Old Oak, aveva detto: “La speranza è di sinistra”, come la mettiamo?
La speranza è ancora lì, ma dobbiamo organizzarci. Un percorso c’è, la classe operaia ha la forza di sempre perché fa tutto: produce servizi, trasporti, ogni cosa. Ma se non agisce per proteggere i propri interessi, cade nella propaganda dell’estrema destra, e questo distrugge la speranza. Perché l’estrema destra sosterrà sempre lo status quo, le grandi imprese. Da lì provengono i loro soldi, ma i politici di destra diranno quel che piace alla classe operaia. Eppure, basterebbe guardare le loro azioni: sono favorevoli a una maggiore privatizzazione, distruggerebbero completamente il nostro servizio sanitario.
Voglio rinfrancarla: l’ex leader dei Laburisti Jeremy Corbin è stato eletto come indipendente.
L’ho appoggiato, ho sostenuto pubblicamente la sua candidatura. Vede, c’è una cosa interessante: il voto laburista è aumentato debolmente in termini proporzionali. Queste elezioni non attestano la vittoria del Labour, ma il rifiuto dei conservatori: la gente ha votato chiunque avesse una chance di buttarli fuori. I laburisti hanno preso un terzo abbondante che concede loro un’ampia maggioranza: è il sistema elettorale.
Per vincere le elezioni oggi si deve essere moderati?
Non si tratta di essere moderati, ma bugiardi. Starmer non è moderato, non è centrista, bensì un politico di destra, intransigente e orientato al libero mercato. Semplicemente, si veste in modo diverso. Sono un partito d’affari, e lo hanno ribadito: non tasseranno i profitti dei banchieri, non aumenteranno le tasse sulle società. Faranno crescere l’economia a spese della Gran Bretagna, traendo profitti dalla forza lavoro, sfruttando i bassi salari e i sindacati deboli. Starmer non ha niente a che fare con i sindacati, li ignora.
Il premier uscente, Rishi Sunak?
Non credo si meritasse tutta l’ostilità personale di cui è stato investito, chi ha distrutto i Tories sono stati Boris Johnson e Liz Truss.
Già architetto della Brexit, Nigel Farage è stato eletto e ha registrato un discreto risultato con il Reform Uk. Come se lo spiega?
È un populista, una specie di Trump. Un uomo di destra che afferma di parlare a nome della classe operaia, con cui prenderesti qualcosa da bere insieme: ovviamente, è una truffa. Il suo punto di forza è dividere i lavoratori gli uni dagli altri, quindi incolpare gli immigrati, e al contempo tagliare le tasse e i servizi pubblici.
Che dice dell’ascesa di Le Pen e Bardella in Francia?
Sono per gli affari, stanno con il capitale, ma indossano una maschera: e lo fanno molto bene. Però ciò di cui sentiamo assai poco parlare è come la sinistra si stia unendo in Francia: ha preso più voti di Macron, ma si parla solo di lui. Lo chiamano il centro, io lo definirei l’ala destra, come Starmer in Gran Bretagna. A differenza della sinistra, l’estrema destra non cambierà gli equilibri di potere, e benché sgradevole alla fine la preferisci a chi ti toglierebbe potere e ricchezza: è quel che ha portato al fascismo e al nazismo.
E il confronto elettorale tra Trump e Biden?
Trump è il disastro finale, una tragedia mondiale. Ma i democratici sono ancora una volta molto di destra. Biden chiaramente non riesce a gestire le cose, è solo un grossolano esempio di vanità personale: i Democratici avrebbero dovuto poterlo dire fin dall’inizio, ma i meccanismi finanziari e politici sono così corrotti da non permettere di rimuovere qualcuno palesemente incompetente.
Maestro, ci dia almeno una buona notizia: lo fa un altro film?
Non è stato un buon anno per la mia salute. Come può sentire, rimango senza fiato e se dovessi iniziare un film ora avrei novant’anni quando sarebbe finito, e penso che non sia davvero realistico. Vorrei poterlo fare, ma al momento non posso.
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06/07/2024
Gran Bretagna - Le ombre sulla vittoria dei Laburisti
Le elezioni svoltesi giovedì 4 luglio hanno registrato la vittoria dei laburisti. Dopo 14 anni i conservatori saranno di nuovo all’opposizione, rimanendo comunque la seconda forza politica del paese sia in termini di seggi ottenuti che di voti conquistati.
Il sistema elettorale britannico prevede l’uninominale secco in cui vince chi prende più voti in un unico turno nelle 650 circoscrizioni di cui è composto il Regno.
Il Labour di Keir Stamer che è stato nominato Primo Ministro da Re Carlo con il compito di formare il governo, potrà contare su una larghissima maggioranza, con oltre 400 deputati rispetto ai 326 necessari per governare.
I laburisti raddoppiano il risultato delle politiche del 2019 in cui avevano ottenuto 214 seggi.
La debacle dei Tories c’è stata ma non nello scenario peggiore che era stato preannunciato dai sondaggi cioè circa 250 deputati in meno rispetto alle elezioni del 2019.
L’altra vera novità per i numeri di seggi conquistati sono i Liberal Democratici che ne ottengono una settantina, cioè una sessantina in più di quelli precedenti.
In grosso calo anche la formazione nazionalista scozzese che conquista solo 9 deputati, cioè 37 in meno delle elezioni precedenti, un dato che insieme al successo dei Lib Dem non era stato previsto dai sondaggi.
Rientra nel parlamento britannico Neil Farage, con la sua formazione di estrema-destra Reform UK, che conquista solo 4 seggi ma ha fatto incetta di voti risultando la terza formazione più votata nel Regno con oltre 4 milioni di preferenze rispetto ai 3 milioni e mezzo circa dei Lib Dem.
Se passiamo in rassegna i voti totali effettivi, infatti, abbiamo una percezione differente rispetto ai seggi conquistati.
I laburisti prendono in percentuale solo l’1,7% in più rispetto al 2019, mentre i conservatori circa il 20% in meno.
L’emorragia di voti dei Tories è molto più grande rispetto all’incremento dei voti del Labour: segno che è più una sconfitta dei conservatori che una vittoria dei laburisti che si mantengono stabili.
Reform UK è il terzo partito con il 14,3% dei voti, seguito dai Lib Dem con il 12,2%.
I Verdi fanno un notevole balzo in avanti con il 6,8% (+4,1%) sfiorando i due milioni di voti e vincono le quattro circoscrizioni che avevano fissato come obiettivo, ed alcuni candidati indipendenti vengono eletti.
Quella di giovedì 4 luglio è, comunque, la vittoria più ampia dei laburisti dal 1997, quando conquistarono il 63,4% dei seggi, il risultato più positivo dal dopo-guerra.
Importante segnalare anche la prima vittoria elettorale da indipendente per l’ex leader del Labour Jeremy Corbin, il quale ha preso intorno ai 24 mila voti, circa 7 mila in più proprio del candidato laburista Praful Nargund, arrivato al secondo posto nel collegio di Islington North. In percentuale, Corbyn ha preso il 49 per cento dei voti della sua circoscrizione. L’ex segretario del Labour Party era stato marginalizzato e allontanato dal partito proprio dall’attuale leader del Starmer per le sue posizioni filopalestinesi e per le fortissime pressioni della lobby sionista britannica. Quella di Corbyn è una sonora rivincita contro il suo avversario Starmer.
Tranne l’East ed il South East, non vi è regione in cui i Conservatori abbiano superato i voti dei laburisti, ma in tutte il calo si attesta attorno al 20%.
Una buona parte del voto dei Tories è andato all’estrema destra di Reform UK, mentre la crescita del Labour in Scozia è dovuta allo spostamento dei voti dal SNP.
La formazione di Farage è giunta seconda in un centinaio di circoscrizioni (circa 1/6 delle totali) ed ha perso di appena 5000 voti in una dozzina di queste.
Un risultato per certi versi simili all'Ukip – la precedente creatura politica dell’ex eurodeputato britannico fautore della Brexit – nel 2015.
Quello che è certo è che la “spaccatura” del voto conservatore tra Tory e Reform UK è costato ai Tories la sconfitta in 180 casi.
I laburisti riconquistano di misura quello che era il red wall, ma ormai la “volatilità del voto” è un dato certo.
Un dato interessante è che i Conservatori perdono più voti nelle circoscrizioni che hanno votato per il “Leave” nel 2016.
Si è quindi recisa quella correlazione tra voto pro-brexit e preferenza conservatrice che aveva premiato i tories nel 2017 e nel 2019, che – tra l’altro – perdono alcuni collegi (7) che avevano visto un loro successo.
Lo SNP torna, più o meno, all’ordina di grandezza per seggi conquistati nel 2010, quando il Labour ne conquistava il 70% per voi virtualmente “scomparire”.
Bisogna tenere conto del dato della partecipazione elettorale calata al 60% rispetto al 67% precedente, che ha visto in 59 circoscrizioni (Tra un 1/6 ed 1/7 del totale) andare a votare meno del 50% degli aventi diritto, segno di una disaffezione evidente.
I votanti sono scesi ai livelli del 2001, il punto più basso della partecipazione del dopoguerra contro l’83,9% del 1950 che segna il record assoluto.
Insomma “stravincono” i laburisti, aumenta l’astensione e la somma del voto di conservatori ed estrema destra supera quello dei laburisti di alcuni punti percentuali.
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