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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/08/2024

Gran Bretagna - Ondata di proteste violente dell’estrema destra

La Gran Bretagna è attraversata da giorni da numerose manifestazioni e attacchi razzisti dell’estrema destra contro la comunità musulmana.

Si stanno svolgendo anche molte mobilitazioni antifasciste in risposta al montare dell’odio xenofobo che ha usato i social media – in particolare X – come cassa di risonanza.

Sabato sono scoppiate violenze a Liverpool, Manchester e Belfast nell’Irlanda del Nord durante le manifestazioni svoltesi in tutto il Regno Unito, con slogan anti-immigrazione e anti-musulmani.

Domenica 4 agosto, la polizia ha riferito di aver arrestato più di 90 persone in diverse città del Paese in seguito alle manifestazioni del giorno precedente. E tuttavia, domenica le iniziative sono continuate.

Circa 300 persone hanno manifestato in centro a Middlesbrough brandendo cartelli con su scritto “Tom Jones è gallese, Alex Rudakubana non lo è” e “Vogliamo di nuovo il nostro paese”.

Altri hanno manifestato ad Aldershot nell’Hampshire, fuori dal Potters International hotel, una struttura alberghiera che ospita richiedenti asilo. Stesse scena ma ancora più violente di fronte all’Holliday Inn a Rotherham.

L’elenco potrebbe continuare tenendo conto che appelli a manifestare sono stati lanciati in 30 città, la maggior parte dei quali in risposta allo slogan anti-immigrazione Enough is enough, che è stato ampiamente diffuso sui social network, secondo il monitoraggio svolto dell’organizzazione antirazzista Hope Not Hate.

Le proteste sono iniziate in seguito all’attacco con coltello che lunedì scorso ha causato la morte di tre ragazze a Southport (Inghilterra nord-occidentale).

Dopo questo tragico fatto, sono circolate voci infondate sulla religione e sull’identità del presunto aggressore, Axel Rudakubana, un adolescente di 17 anni.

Questo triplice femminicidio è stato strumentalizzato dall’estrema destra, spostando l’asse dell’attenzione dal reale aumento di violenze nei confronti delle donne ad una fittizia correlazione con l’immigrazione, in particolare con i richiedenti asilo, e contro una parte importante della società britannica come la comunità musulmana.

Da allora, grazie a questa fake news, nonostante la ferma posizione del governo laburista contro quello che ha descritto come “odio di estrema destra”, il Regno Unito ha assistito all’ennesimo giorno di violenze, dopo quelle che hanno scosso Southport martedì, Londra e altre città mercoledì e Sunderland venerdì.

Keir Starmer, a capo del governo da appena un mese, si trova ad affrontare la prima vera crisi politica interna che evidenzia una profonda frattura nel paese con l’esplosione dell’odio razzista.

Odio che covava da tempo e che aveva avuto una rappresentazione politica con l’enorme consenso ottenuto dalla nuova formazione di Nigel Farage – Reform UK –, il quale non ha condannato la mobilitazione violenta di Southport, secondo quanto riporta The Indipendent.

Il neo-fascismo ‘in doppio petto’ di Farage, ha ceduto il passo a quello di strada della galassia dell’estrema-destra.

Stamer ha convocato una riunione d’emergenza dei suoi ministri chiave e ha dichiarato che “non ci sono scusanti per la violenza”, secondo un portavoce di Downing Street. Ha inoltre ribadito il proprio sostegno alla polizia affinché prenda “tutte le misure necessarie per mantenere le strade sicure”.

Ma è chiaro che la situazione è sfuggita di mano.

Le manifestazioni di sabato

Segnalati in diverse città, tra cui Leeds, Nottingham, Portsmouth e Belfast in Irlanda del Nord, i raduni di sabato sono stati ampiamente riportati sui social network da esponenti della destra radicale come il fondatore ed ex leader della English Defence League, Tommy Robinson, che ha riottenuto l'accesso al social X.

La situazione è stata spesso tesa, con contro-dimostrazioni organizzate in alcuni luoghi da movimenti anti-razzisti, e talvolta è degenerata, come a Liverpool.

In questa popolare città del nord-ovest dell’Inghilterra, i manifestanti hanno lanciato sedie, mattoni e altri oggetti contro la polizia, secondo quanto riportato da un fotografo dell’Agence France-Presse (AFP).

“Diversi agenti di polizia sono stati feriti mentre si occupavano di gravi disordini nel centro di Liverpool”, ha riferito la Merseyside Police su X. “Questo comportamento (…) ha portato a un gran numero di persone ferite”. “Questo comportamento (…) non sarà tollerato. E arresteremo i responsabili”, ha aggiunto.

A Manchester sono scoppiati tafferugli tra manifestanti e polizia, che ha cercato di tenere a bada una contro-dimostrazione per evitare scontri tra i due gruppi, secondo la BBC.

Anche a Nottingham la polizia è intervenuta tra i manifestanti, con un gruppo che da una parte gridava slogan anti-migranti ed esponeva bandiere inglesi, e dall’altra un gruppo che rispondeva con lo slogan: “I rifugiati sono i benvenuti qui”, secondo un giornalista dell’AFP presente sul posto.

Secondo la BBC, a Hull, nel nord-est, i manifestanti hanno distrutto le finestre di un hotel utilizzato per ospitare i richiedenti asilo, mentre a Belfast sono stati lanciati petardi durante il confronto tra un gruppo anti-musulmano e manifestanti anti-razzisti.

La comunità musulmana

I leader religiosi musulmani sono particolarmente preoccupati, poiché durante i precedenti scontri di martedì una moschea di Sunderland è stata presa di mira, così come una di Southport.

Secondo il gruppo di monitoraggio sulle violenze anti-musulmane Tell Mama, sono 10 gli attacchi o minacce che si sono consumati in meno di una settimana contro le moschee, ed è aumentato il vero e proprio clima di terrore che regna nelle comunità musulmane.

Iman Atta di Tell Mama ha riferito a The Guardian che: “le marce e le violenze stanno terrorizzando le comunità. Le persone non vogliono essere visibili, non vogliono andare alla moschea”.

A Londra, i partecipanti a una marcia pro-palestinese organizzata regolarmente nel centro della città si sono riuniti come previsto, sotto la pesante sorveglianza della polizia. “I miei genitori mi hanno detto di non venire oggi, ma io sono di qui. Il Regno Unito è la mia casa”, ha dichiarato all’AFP lo studente 24enne Mera Harun.

Le mobilitazioni antifasciste

“Migliaia di antifascisti si mobiliteranno in tutta la Gran Bretagna mentre il Paese si prepara a un fine settimana di attività di estrema destra” segnalava il quotidiano comunista britannico The Morning Star.

In un post online, Hope Not Hate ha sottolineato che questa ondata di manifestazioni evidenzia la natura “post-organizzativa” dell’estrema destra moderna, con molte proteste pianificate da persone del posto collegate a reti online decentrate di estrema destra.

Un’organizzazione ‘fluida’, ma piuttosto efficace.

Come riporta The Mornig Star, “sono destinate ad affrontare una feroce resistenza, con contro-dimostrazioni di Stand Up to Racism (SUTR) organizzate a Liverpool, Nottingham, Leeds, Manchester, Bristol, Cardiff e Stoke-on-Trent sabato, poi a Rotherham e Weymouth domenica”.

Il co-convocatore di SUTR, Weyman Bennett, ha dichiarato: “I razzisti di tutta la Gran Bretagna sono stati incoraggiati dal razzismo di Reform UK e Farage in Parlamento e dalla dimostrazione di Robinson, forte di 15.000 persone, a Londra. Entrambi devono essere ritenuti responsabili mentre fomentano l’islamofobia e gettano benzina sul fuoco”.

“Gli antirazzisti sono ora impegnati a rompere nuovamente la fiducia dei razzisti e ad affrontarli laddove tentano di diffondere l’odio e di attaccare i musulmani”.

Le violenze dell’estrema-destra occasione per la torsione autoritaria

Invece di affrontare le cause degli atti di violenza razzista della settimana, il Primo Ministro Keir Starmer ha colto l’occasione per conferire maggiori poteri alla polizia.

Ha lanciato il “programma nazionale per i disordini violenti” per reprimere i gruppi riottosi, consentendo alle forze di polizia di condividere le informazioni e di implementare un più ampio utilizzo della tecnologia di riconoscimento facciale.

Silkie Carlo, direttore di Big Brother Watch, ha dichiarato che la mossa “minaccia piuttosto che proteggere la democrazia” e che la sorveglianza mediante intelligenza artificiale “non ha alcuna base legale esplicita nel Regno Unito”.

Habib Kadiri, direttore di Stop Watch, ha sottolineato che la tecnologia è “pericolosamente imprecisa” nel trovare i sospetti, al punto che il suo uso è limitato in tutta Europa.

Starmer ha anche incoraggiato un maggiore uso degli ordini di condotta criminale per limitare la circolazione di alcune persone.

Kadiri ha aggiunto: “Va bene rivendicare l’attenzione alla prevenzione dei disordini violenti dei teppisti di estrema destra oggi, ma se si lascia fare alla discrezione della polizia, si corre il rischio di consentire l’uso eccessivo di un potere su minoranze razzializzate già sovraesposte all’attenzione poliziesca domani”.

Come occultare le cause di un triplice femminicidio

Women’s Aid ha scritto al ministro dell’Interno Yvette Cooper, chiedendo che l’accoltellamento di Southport non venga considerato isolatamente, ma come parte di una più ampia epidemia di violenza contro donne e ragazze.

L’organizzazione ha aggiunto che le proteste razziste all’esterno della moschea di Southport e i piani per ulteriori azioni di estrema destra “sono terrificanti per noi donne, ma anche per le donne e i bambini a cui forniamo assistenza”.

L’amministratore delegato di Women’s Aid, Farah Nazeer, ha dichiarato: “La misoginia e l’odio che permettono l’esistenza della violenza maschile devono essere smantellati, in modo che le donne e le ragazze possano vivere in sicurezza al riparo dalla paura”.

Un recente report di fonti ufficiali della polizia afferma che la violenza contro le donne ammonta ad 1/5 di tutti i crimini denunciati in Inghilterra ed in Galles dal 2022 al 2023.

1/6 degli omicidi totali sono dovuti a violenze domestiche. Una donna su dodici, secondo una stima al ribasso, avrebbe subito violenza.

Questa è una vera e propria emergenza nazionale, stando anche all’aumento del 25% del numero degli arresti per questo tipo di violenza dal 2019 al 2025.

Purtroppo, questa ennesima violenza perpetrata sul corpo delle donne è stata sfruttata dall’estrema destra per scatenare il suo odio razzista e dal governo per un giro di vite securitario.

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30/11/2023

L’autunno del disgelo

Veniamo da alcune giornate che negli anni scorsi avremmo tutti definito “straordinarie”. E in effetti lo sono state, al punto da farci considerare “normale” che si possa fare anche di più e meglio.

Il primo segno tangibile si era avuto il 28 ottobre, con l’imprevisto, grande, successo della mobilitazione per la Palestina, contro il massacro in corso a Gaza.

Ci si era ripetuti il 4 novembre, in una manifestazione più direttamente politica, contro le guerre e il governo post-fascista della Meloni, con ancora molta attenzione e spazio per la Palestina.

Persino Cgil e Uil, dopo decenni di concertazione complice, sono state spinte a mettere in campo uno sciopero generale, pur se in forme talmente frammentate da azzerarne l’impatto politico e favorire il “contropiede” governativo.

Non citiamo tutte le molte altre manifestazioni avvenute un po’ in tutta Italia, gli scioperi settoriali del sindacalismo di base, ma è indubbio che l’ultima, quella del 25 novembre a Roma, sia stata di dimensioni tali da costituire un fatto politico di prima grandezza.

Se ne sono accorte anche le forze reazionarie al governo, che hanno immediatamente provato a strumentalizzare la semplice contestazione alla sede del cosiddetto movimento “Pro Vita” – molti slogan, qualche scritta sulla saracinesca – con una escalation di definizioni da guerra civile: “assalto”, “vandalizzazione”, “irruzione” e via strillando. Oppure con dichiarazioni isteriche contro la presenza di bandiere palestinesi nel corteo.

Tutto e di più, per provare ad azzerare quel mezzo milione di donne e uomini che, dopo anni, sono tornati a far sentire la propria voce in piazza.

Se consideriamo insomma l’insieme di queste mobilitazioni, e non ognuna di esse singolarmente, è impossibile non vedere che qualcosa si è smosso all’interno di vasti settori sociali. Impossibile non sentire l’indignazione generale finalmente tornare sentimento di massa.

E quando “le masse” tornano in gioco, il gioco cambia.

Troppo ottimisti? Certo, se ci si ferma alle singole dichiarazioni di questa o quel protagonista, di questa o quell’organizzazione, e le si analizza con il microscopio della propria personale visione politica ideale, si possono trovare mille debolezze e altrettante contraddizioni non risolte.

Certo, si può dire con qualche ragione che l’eccezionale rilievo dato per giorni, da tutti i principali media, al brutale femminicidio di Giulia, ha “stimolato” indirettamente la partecipazione.

E altrettanto certamente si può dire con molte ragioni che quell’“eccezionale rilievo” era fondato sul tentativo di nascondere mediaticamente il genocidio in corso a Gaza, e persino il totale fallimento della “controffensiva” della giunta ucraina.

Ma proprio queste tre considerazioni convergono nel delineare lo stato di profondo malessere sociale che attendeva soltanto l’occasione giusta per sfondare la lastra di ghiaccio dell’atomismo sociale, dell’individualismo rancoroso e sordo che ognuno di noi può vedere sui social.

Di fatto, persino i continui tentativi di “distrazione di massa” messi in atto attraverso i media hanno finito per mettere in collegamento oggettivo, ed in parte anche soggettivo, temi mobilitanti che apparivano prima diversi e distanti: la violenza di genere, la violenza colonialista, la violenza dello sfruttamento, gli omicidi sul lavoro, la miseria del salario, ecc.

Il malessere sociale si è insomma messo fisicamente in marcia e ha cominciato a verificare che molti steccati tra le diverse sofferenze erano del tutto artificiali, costruzioni e narrazioni create per “separare e regnare” più comodamente.

Le tante bandiere della Palestina del 25 novembre, la loro partecipe accettazione da parte del corteo, stanno lì a dimostrare che si comincia a riconoscersi tra oppresse/i, sfruttate/i, violentate/i.

È un fatto, ed è costituente per la progressiva formazione di un fronte sociale che chiede cambiamenti radicali ad ampio spettro e mette in discussione i pilastri del comando sulle persone. Su tutte le persone, di qualsiasi colore, età, genere, lingua, etnia, tradizione culturale o religiosa.

È un fatto sconvolgente per chi, nel corso degli ultimi 30 anni almeno, aveva condiviso il comandamento politico, teoricamente “unitario”, dell’evitare le questioni e gli argomenti divisivi.

Le piazze dell’ultimo mese ci dicono, con i linguaggi che sono loro propri, che sono proprio le questioni divisive quelle su cui ci crea l’unità vera. Perché sono quelle che “naturalmente” fanno schierare tutte e tutti gli sfruttate/i, le/gli oppresse/i, le/i violentate/i, dalla stessa parte.

E ci riescono perché consentono di identificare con certezza lo sfruttatore, l’oppressore, il violentatore. Ossia le figure con cui mai, mai, mai, ci potrà essere “unità”, perché sarebbe l’accettazione del loro potere su di noi. Com’è stato, in fondo, negli ultimi quasi 40 anni.

Un annuncio di disgelo, certo, non ancora la primavera piena o l'“autunno caldo” dei tempi ormai lontani. Ma che proprio per questo va accolto e protetto, con tutta la saggezza e la forza di cui ognuno di noi è capace. Anzi, di più.

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24/11/2023

“Il patriarcato non esiste”, parola di Marcello Veneziani

La conferma che la causa dei tantissimi femminicidi che si consumano, ogni anno e sempre più frequentemente, nel nostro paese, risiede proprio nel patriarcato (in crisi, per ciò stesso, ancora più feroce) ci viene dalle sconcertanti parole dell'”intellettuale di destra“, Marcello Veneziani.

Secondo il ministero dell’Interno, fino ad oggi, nel 2023 sono stati registrati 295 omicidi, con 106 vittime donne, e di queste 87 uccise in ambito familiare o affettivo, con 55 di loro che hanno trovato la morte per mano del partner o dell’ex partner.

Non ho i dati aggiornati dei “maschicidi”, ma ricordo di aver letto che la media degli ultimi tre anni si aggira intorno agli 8 – 10 casi, in rapporto, dunque, di 1 a 10.

È evidente che si tratti di un strage continuata ai danni di donne da parte di uomini e che ogni fumoso tentativo di sminuire e/o dis-conoscere un fenomeno drammatico di queste dimensioni, va a sbattere contro questi tragici numeri sui quali, in tutta evidenza, c’è poco da divagare.

E tuttavia il Veneziani – vero intellettuale de destra – non sapendo che altro dire, nel maldestro tentativo di buttarla in caciara, platealmente, si tradisce.

E scrive: “È frutto del presente, della fragilità, dipendenza, solitudine e insicurezza dei ragazzi e degli adulti di oggi: il mondo crolla loro addosso se si sentono abbandonati. Incapaci di vivere senza di lei”. Voce dal sen fuggita...

L’attenzione si sposta dalle vittime ai carnefici verso i quali il Veneziani esprime un sentimento di profonda compassione defininendoli “poveri ragazzi ed adulti, fragili, dipendenti, insicuri, abbandonati“.

È un punto di vista asimmetrico, perfettamente maschio-centrico, che mostra attenzione e comprensione per i carnefici (uomini-come-lui) piuttosto che per le vittime (donne-altro-da-lui).

Loro, i maschi, poveracci, ingiustamente abbandonati, “non sanno vivere senza di lei”. Quale mostruosità lasciarli soli, così “fragili ed insicuri“.

D’altronde, si sa quanto “le donne sanno essere più cattive di quanto pensiamo“. No?

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21/11/2023

Padova - Quindicimila persone in corteo per Giulia e per tutte le donne

Un grande corteo ha attraversato ieri le strade di Padova. Almeno quindicimila persone sono scese in piazza contro la violenza del sistema sulle donne, per ricordare l’uccisione di Giulia Cecchettin e tutte le donne vittime di femminicidio.

Il corteo è passato davanti all’università e qui dalla facoltà di psicologia, è stato calato uno striscione con su scritto: “vogliamo un’università transfemminista, che non perpetri la violenza patriarcale”.

All’università di Padova, dove Giulia Cecchettin stava per laurearsi, durante alcune lezioni, è stato osservato un minuto di silenzio in memoria di Giulia. “Un minuto di silenzio che l’università di Padova ha fatto per lavarsi le mani e tirarsi fuori dalla questione” è stato denunciato da una studentessa al microfono. “Un minuto di silenzio non basta, abbiamo bisogno di trovare degli spazi per parlare per sentirci sicure e per costruire una società in cui non abbiamo paura di morire ogni giorno e in questo l’università gioca un ruolo fondamentale in quanto luogo di diffusione di sapere”.

Il corteo è proseguito nel centro storico di Padova, fermandosi davanti alla Prefettura dove è stata sottolineata la responsabilità del governo nella violenza di genere.

La manifestazione si è conclusa in un Piazza delle Erbe gremita di persone, tante donne ma anche tanti uomini. In piazza si sono succeduti numerosi interventi e sono stati indicati gli appuntamenti di questa settimana, una mobilitazione permanente che si articolerà nelle scuole, in università, nelle strade. Per sabato 25 novembre è stato lanciato uno sciopero nelle scuole ed è stata rilanciata con forza la partecipazione alla manifestazione nazionale di Roma.

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27/08/2022

Il menefreghismo complice dei femminicidi

Le dichiarazioni del prefetto Amato sul tremendo assassinio di Alessandra Matteuzzi sono gravissime ed esigono le dimissioni, non solo dal suolo ruolo a Bologna ma verso un altro ambito lavorativo.

Francesca Fortuzzi, consigliere in quartiere San Donato San Vitale e candidata per Unione Popolare al plurinominale del Senato alle prossime elezioni, dichiara:
Per chi di noi opera nell’antiviolenza, è una sofferenza costante. Notizie terribili senza soluzione di continuità. Questo è l’ennesimo femminicidio che poteva essere evitato.

Ogni due giorni circa un uomo ammazza una donna perché, nella sostanza, questo è reso possibile da normative non adeguate o non attuate come i sistemi di valutazione del rischio, personale chiave impreparato, passaggi burocratici farraginosi, con “alcune persone da sentire erano in ferie” si è toccato ulteriore apice dell’inascoltabile e poi il solito mantra “non ci sono i soldi” che è trasversalmente usato per ogni richiesta di tutela sociale.

Un uomo ammazza una donna quasi tutti i giorni che dio manda in terra da decenni, e questo è quanto.

Cosa intende il Procuratore Amato con la sua affermazione “non emergevano situazioni di rischio concreto di violenza, era la TIPICA condotta di stalkeraggio molesto”?

Posto che appare ahimé evidente che l’ammazzamento feroce di Alessandra Matteuzzi confuta totalmente la sua personale “analisi del rischio” e sarebbe d’obbligo che il Procuratore venisse come minimo spostato in altro ambito lavorativo, c’è altresì la prova provata dell’incapacità e la disorganizzazione delle Agenzie chiave di far fronte ad una piaga strutturale come quella della violenza su donne e minori e i numeri esponenziali di femminicidi e figlicidi ne sono la prova.

Hanno avuto trenta giorni di tempo per salvare la vita ad una donna e non è stato fatto. Concordo con l’Avvocata Bertolini, i femminicidi continueranno.

La Ministra Cartabia può anche risparmiarsi l’ennesima spesa di denaro pubblico per farci sapere che sono stati tutti bravi. Che dia quei soldi per i braccialetti elettronici.

Questa non è malagiustizia. Questo è totale ed ultradecennale menefreghismo.
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21/09/2019

Bruno Vespa, che schifo!

A “Porta a porta” va in scena un’inaccettabile intervista, che dà in pasto al pubblico la sopravvissuta di femminicidio. Le proteste sui social e delle associazioni di donne

«Signora, se avesse voluto ucciderla l’avrebbe fatto». L’affermazione, con un mezzo sorriso, è di un professionista del servizio pubblico televisivo, Bruno Vespa. La signora a cui si rivolge nel suo salotto è Lucia Panigalli, che ogni volta che esce di casa deve avvisare i carabinieri che la scortano anche per andare a prendere un gelato, vive blindata circondata da telecamere e allarmi e ha dichiarato più volte di sentirsi come «una malata terminale», da quando Mauro Fabbri, condannato per il suo tentato omicidio a otto anni di carcere, grazie ai benefici di legge è già in libertà e vive a quattro chilometri da casa sua, nel ferrarese.

Il copione è il solito: tra Panigalli e Fabbri c’era stata una breve relazione, poi lei l’aveva lasciato e lui ha voluto fargliela pagare. Ma non è finita. Durante la carcerazione per il primo tentato omicidio, avvenuto 9 anni fa, Fabbri ha commissionato l’omicidio della Panigalli al suo compagno di cella, un bulgaro, in cambio di 75mila euro e un trattore. Il sicario ha intascato la ricompensa ma non aveva nessuna intenzione di commettere il delitto e ha denunciato Fabbri. Il secondo processo si è concluso con un’assoluzione perché aver pianificato un delitto senza che si sia verificato poi l’atto non configura un reato.

Nonostante il secondo processo, al di là della conclusione, l’uomo è uscito prima dal carcere per buona condotta. Lucia Panigalli è da Vespa per denunciare tutto questo e per promuovere una proposta di legge presentata con la senatrice Laura Boldrini che permetta di modificare l’articolo 115 del codice penale e di punire il mandante di un tentato omicidio. Ma a Vespa di questo interessa poco. Gli interessa di più, come è nello stile della trasmissione, riallestire un secondo processo e procedere ad un interrogatorio incalzante della sua ospite che sembra tutto mirato a minarne la credibilità, a ridimensionare l’allarme, a giustificare l’assassino.

Perde l’aria grave e rispettosa che aveva poco prima intervistando il potente di turno, Matteo Renzi e assume un’aria scanzonata e rilassata. Se ne frega che ci sia una sentenza che ha mandato in galera Fabbri per il primo tentato omicidio. Per lui non voleva ucciderla e lo dice interrompendo la donna mentre racconta il primo agguato: l’uomo con il passamontagna che l’aspetta sotto casa e la prende a coltellate, il coltello si spezza e quindi passa ai calci, lei che si divincola e riesce a vederlo in faccia e miracolosamente a scappare. Guardando la foto del volto tumefatto Vespa commenta: «In effetti l’aveva ridotta piuttosto male».

La interrompe spesso con domande del tipo «Posso chiederle di che cosa si era innamorata?», che di solito sottintende che è anche un po’ colpa sua se si è scelta un tipo così. E insiste: «18 mesi sono un bel flirtino però…». Vespa in tutti i modi prova a minimizzare tra sogghigni e battutine. «A differenza di tante altre donne è protetta. Non corre rischi». Il clou nella frase incredibile: «Quindi lui era così follemente innamorato di lei da non volerla dividere se non con la morte, finché morte non vi separi come si dice». Risata mentre Lucia rabbrividisce e gli risponde che non si può associare la parola amore a quello che le è successo.

Vespa attua in modo scrupoloso quella vittimizzazione secondaria della sopravvissuta ad un tentato femminicidio che viola oltre alla decenza tutte le carte dei doveri del giornalismo, compreso il manifesto di Venezia promosso da noi di GiULiA, dalla Cpo della Fnsi e anche dal sindacato dell’azienda per cui lavora, l’Usigrai. Lucia Panigalli durante tutta la trasmissione ha mantenuto un sangue freddo ammirevole, ma suo malgrado è stata costretta a controbattere, a difendersi, mentre era lì non per sentirsi vittima ma per affermare un’azione positiva, una modifica legislativa del codice penale che il servizio pubblico avrebbe dovuto approfondire.

In queste settimane di discussioni roventi su come si fa cronaca nera sui femminicidi e in certi casi giustamente si sono stigmatizzati alcuni racconti del delitto di Elisa Pomarelli in cui si sono usate espressioni inappropriate e troppo empatiche nei confronti dell’assassino, qui facciamo un bel passo oltre: di fronte ad una verità giudiziaria, passata in giudicato e inoppugnabile, sbranare di nuovo la vittima per dare in pasto ai telespettatori ogni brandello di carne utile all’audience.

Cito alcuni dei punti del Manifesto di Venezia fatti a pezzi a cominciare da quanto scritto nella premessa: 1 «Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. “Ogni giornalista è tenuto al “rispetto della verità sostanziale dei fatti”. Non deve cadere in morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l’informazione in sensazionalismo».

E poi più o meno tutto il punto 10: «Nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare:

a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili;

b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;

c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”;

d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via.

e) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi subisce la violenza, nel rispetto della sua persona».

La buona notizia è che, a dispetto di Vespa, il cambiamento è in corso, non solo nel ristretto circuito delle associazioni di donne. Un post su Facebook del giornalista Lorenzo Tosa, che cura il blog sul giornalismo Generazione Antigone, in cui si racconta e si condanna con parole ineccepibili l’orrenda intervista di Vespa a Lucia Panigalli, ha ricevuto in poche ore migliaia di condivisioni. Da leggere.

Fonte

02/03/2018

“All’ombra di caino” storie di donne e di violenza

La cronaca nera non interessa tutti. Quando notizie di violenze, stupri e assassini vengono trasmesse dai telegiornali, molti cambiano canale.

Anch’io ho spesso, inconsapevolmente derubricato questi fatti, a notizie di minore importanza rispetto ai temi che riguardano politica e cultura. Pensavo che le notizie di cronaca fossero ascrivibili alla sfera del particolare, rispetto ai grandi fatti che riguardano l’intera società.

Ho iniziato la lettura de “All’ombra di Caino” di Maria Cristina Cerrato e Pino Nazio (Sovera Edizioni), con la sensazione di spiare dal buco della serratura, le vicende terribili che hanno attraversato le vite di alcune sfortunate donne.

Leggendo il libro, ho decisamente cambiato opinione. Non sono poche le donne che subiscono violenza. Non sono poche 2300 donne assassinate dal 2000 al 2017. Ammazzate nella stragrande maggioranza dei casi dal compagno o da un uomo della cerchia familiare. Senza contare l’enorme numero di donne che ha subito violenza almeno una volta nella vita.

La galleria degli orrori è infinita: donne violate da compagni e familiari, minori abusati, ragazze avviate con la forza al racket della prostituzione, fino all’abisso incolmabile del femminicidio. Ma il testo non è solo racconto.

Il libro ha il pregio di essere di immediata lettura; i contributi sono di un’ampia cerchia di persone che hanno avuto a che fare con le questioni in oggetto: giornaliste, attiviste e avvocate, studiosi del fenomeno in generale. Ne risulta una lettura scorrevole e interessante, non faticosa nonostante i contenuti non siano leggeri.

I racconti delle terribili vicende di violenza contro le donne che attraversano il nostro tempo, sono inframmezzati da contributi in cui si spiegano le leggi che affrontano il fenomeno e la terminologia tecnica che viene utilizzata. Non è scontato e non è banale usare un linguaggio preciso e pregnante, visto che il femminicidio coinvolge inevitabilmente la sfera emotiva di ciascuno e visto il linguaggio così fuorviante che spesso viene utilizzato dai media per descrivere i fatti. Non si tratta di donne uccise dalla gelosia, dal troppo amore ed è assurdo parlare di “delitti passionali”: eppure è questo il linguaggio a cui la televisione ci ha abituati, veicolando un messaggio totalmente errato. Inoltre la disamina della legislazione attuale, permette anche di capire che il problema non sta tanto nelle leggi e neppure nella loro piena applicazione, quanto in un intreccio sociale, economico e culturale che spesso fa della donna la vittima predestinata.

Soltanto nel 1981 è stato abolito il “Matrimonio riparatore” dopo uno stupro e soltanto nel 1996 si è abolita la legge che considerava la violenza carnale delitto contro la morale: come se la donna non fosse una persona portatrice di diritti. La società italiana non è cambiata di colpo, dopo l’abolizione di quelle norme vergognose e discriminatorie. Ben altro si dovrebbe realmente mettere in campo. Non si cancellano anni di mentalità discriminatoria per cui la donna è l’unica responsabile della violenza che subisce. I media italiani continuano a proporre immagini della donna spesso sessiste e discriminanti; il linguaggio pubblicitario in tal senso è emblematico.

Il mondo politico inoltre, se è vero che si è dotato di leggi punitive e repressive contro la violenza su donne e minori, ha decisamente una grande responsabilità in ciò che continua ad accadere. Dagli studi emerge infatti un punto molto chiaro.

Se è vero che non c’è distinzione di classe sociale tra chi subisce violenza di ogni tipo, dallo stalkeraggio all’omicidio, esiste una netta differenza per quanto riguarda le denunce dei fatti e la possibilità di salvarsi. Per le donne con figli che non hanno un’indipendenza economica, è difficilissimo denunciare e rifarsi una vita. L’inclusione nel mondo del lavoro resta la migliore garanzia di libertà, perché favorisce anche l’uscita dall’isolamento familiare. Eppure il lavoro non è più una priorità per il nostro Paese, quello femminile ancor meno, che quando c’è, è anche retribuito meno di quello maschile.

Il 70% delle violenze contro le donne avvengono in famiglia: mariti, compagni o ex compagni che si trasformano in orchi e diventano aguzzini spietati. Forse sarebbe ora di documentarsi per capire e poter scegliere, perché il mostro non è lo straniero che viene a insidiarci sotto casa, come spesso i media veicolano.

Il femminicidio non è questione di razza; si tratta di famiglie, di società, di cultura e di diritti e con la provenienza geografica o il colore della pelle non c’entra niente.

Fonte

22/11/2016

Non una di meno! Le donne Usb nella piazza del 26

Intervista Licia Pera, esecutivo nazionale Usb

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E’ con noi Licia Pera, dell’esecutivo nazionale dell’Unione Sindacale di Base. Licia buongiorno.
Buongiorno a tutte e a tutti.

Con te volevamo parlare dell’adesione dell’Unione Sindacale di base a “Non una di meno”, la manifestazione contro la violenza maschile sulle donne che ci sarà sabato prossimo a Roma. Manifestazione nazionale che, come Unione Sindacale di Base, sarà preceduta oggi da un’assemblea in Campidoglio. Se tu puoi spiegarci quale è l’aspetto che ha spinto un sindacato ad aderire; sia dal punto di vista delle donne che del sindacato fanno parte, sia dal punto di vista delle lavoratrici.

Guarda... noi abbiamo intanto scelto uno slogan, scippato impropriamente alla grande Alda Merini, che è: non sono una donna addomesticabile. Perché lo vogliamo utilizzare come monito e come minaccia, per fare comunque delle donne di un sindacato – che hanno scelto la strada del conflitto e della lotta, per l’emancipazione non individuale ma collettiva – un soggetto importante per rivendicare diritti, salario, dignità, indipendenza, autodeterminazione, autonomia. Perché? Perché comunque il femminicidio – che è il tema centrale, ovviamente, della manifestazione del 26 – è un’estrema conseguenza di una cultura che alimenta e giustifica le discriminazioni, il sessismo, l’omofobia, che sono trasversali e pervasive nella vita di tutte le donne e a tutte le età. Questo accade per i mass media, accade nell’educazione scolastica, nel linguaggio comune che ormai è maschile universale, nella politica e anche nel mondo del lavoro. Ed è proprio il mondo del lavoro – pubblico, privato, precario – quello che noi vogliamo rappresentare anche nell’assemblea di oggi, consapevoli che è un aspetto parziale, anche se importante, del problema. La crisi che noi stiamo vivendo – questa crisi sistemica che ormai si abbatte sulle nostre vite da una decina di anni – non è neutra; non è come la livella di Totò, per intenderci, ma esattamente il contrario. Si abbatte in particolare sui ceti popolari attraverso le politiche di austerità e aumenta le diseguaglianze. Tra le diseguaglianze ci sono anche quelle di genere. Le donne sono colpite due volte dalla crisi; da una parte il lavoro, sempre più atipico e precario. Basti pensare alla nuova frontiera del precariato, il voucherismo, che vede molte più donne, oltre il 52%, che praticamente lavorano attraverso i voucher. Fanno lavori meno qualificati, nei livelli più bassi, nonostante il maggior livello di scolarizzazione. Poi ci sono le dimissioni in bianco, il part-time involontario, la segregazione occupazionale; d’altra parte leggi e contratti mettono in discussione invece alcune conquiste come il part-time volontario, la possibilità di esonero dai turni notturni, alzano l’età pensionabile, modificano la fruibilità della legge 104 per le donne. Un divario retributivo di oltre il 10% tra uomini e donne e una discontinuità contributiva che pesano su tutta l’esistenza delle donne. Da giovani sono più precarie, da vecchie sono più esposte al rischio di povertà. Già adesso, le pensioni delle donne sono il 30% in meno di quelle degli uomini. E poi c’è un dato su tutti che molto plasticamente rappresenta la situazione, un dato Eurostat non dell’Usb: dalle 14:58 del 9 dicembre le donne in questo paese praticamente lavorano gratis. D’altro canto la privatizzazione dei servizi pubblici, lo smantellamento del welfare tentano continuamente di ricacciare le donne nei ruoli domestici e di cura, per sopperire alla carenza di servizi. Un gatto che si morde la coda, una spirale assolutamente negativa perché in quelle mura domestiche sappiamo che si consumano il 90% delle violenze sulle donne, esercitate da uomini assolutamente conosciuti, mariti, amanti, fratelli, amici, ecc. Inoltre, senza reddito – che sia da lavoro o reddito sociale – diventa impraticabile anche il percorso di affrancamento dalle stesse violenze.

Senti, Licia, c’è poi un altro aspetto che è quello, in particolare, dei centri antiviolenza, oppure dei consultori, dove spesso gli operatori sociali o sanitari vivono con molte problematicità. C’è anche questo contrasto, abbastanza assurdo, per cui sui grandi giornali, in televisione, tutti si dichiarano contro la violenza sulle donne; poi, ad esempio a Roma, i centri antiviolenza vengono chiusi; e non solo a Roma. Lo stesso per quello che riguarda le strutture sanitarie, con la percentuale altissima di obiettori sull’aborto. Da un punto di vista sindacale, c’è una situazione pesante per quello che riguarda queste strutture o le cose stanno migliorando?

No, la situazione non migliora assolutamente. Delle donne si fa tanto uso strumentale, soprattutto da parte della politica istituzionale... Basti pensare poi che le Pari Opportunità dovrebbero essere gestite dalla ministra Boschi; prima di lei abbiamo avuto la ministra Carfagna... insomma mi sembra che già sia chiaro... Le risposte della politica, quando ci sono, sono quelle sbagliate, sempre: dal bonus bebè al fertility day, dal welfare aziendale (che è privato e solo per chi lavora, quindi è comunque non universale, mentre noi chiediamo a gran voce che il welfare sia di tutti e gratuito), fino allo smart working... Insomma le “politiche di conciliazione” hanno tutte un difetto originario, considerano le donne come soggetti da mettere sotto tutela e solo in funzione del loro ruolo di madri e mogli, con buona pace di chi nella vita rivendica altre scelte. Se ci si inventa il fertility day, la politica sui consultori viene attaccata su due fronti; con i tagli alla sanità per un verso, ma comunque non c’è nessuna volontà che le donne in questo paese possano autodeterminarsi. Sappiamo che l’attacco alla legge 194 è forte, e da più fronti, e i consultori seguono di fatto la stessa scia. Noi abbiamo ormai punte di obiezione al 90% in alcune regioni. Di obiezione di coscienza si muore, è vero, ormai, come è successo del resto a Catania. Stessa storia per i centri antiviolenza. Anche qui si consuma una grandissima ipocrisia, perché noi abbiamo anche amministrazioni pubbliche che addirittura devono mettere a disposizione delle ore di permesso per le donne che fanno percorsi di affrancamento dalla violenza, purché lo facciano attraverso le case dei centri antiviolenza. Il problema è che quelle case e quei centri vengono chiusi per mancanza di soldi e sono veramente l’unica rete esistente in Italia per dare un minimo di risposta a questi problemi. Ma quest’anno abbiamo aderito convintamente perché c’è un qualcosa di più: c’è una giornata di grossa rabbia, di grande presa di parola delle donne il 26. Ma il 27 ci sarà una giornata intera con un’assemblea, dei tavoli tematici... E noi parteciperemo ai tavoli, in particolare a quello di lavoro e accesso al welfare, perché c’è un’orgogliosa presunzione di poter riscrivere tutte insieme, dal basso, un piano antiviolenza da presentare al governo. Perché ovviamente il piano antiviolenza che questo governo ha presentato non dà risposte a nessuno. Tra l’altro, quando pure le risposte vengono date, trattano la violenza di genere come un fenomeno emergenziale e securitario. Noi siamo assolutamente contrarie a questo tipo di risposte; questo è un fenomeno strutturale, che ha bisogno di un cambio di rotta culturale. Ma è necessario che ci sia lavoro stabile, di qualità, parità di salario, il diritto ai servizi pubblici... a cominciare appunto dai consultori (liberi da obiettori!), il reddito sociale, la casa, la formazione di operatori sociali e il riconoscimento pieno. Perché noi questo chiediamo: centri antiviolenza, ma anche il sostegno economico alle donne che denunciano la violenza.

Allora, Licia, prima di salutarti, vogliamo ricordare gli appuntamenti, partendo da quello di oggi pomeriggio?

Oggi pomeriggio alla Sala Carroccio del Campidoglio ci sarà questa assemblea Usb con tante voci di donne che provengono dai posti di lavoro; a cui abbiamo anche invitato la sindaca, che non ci ha dato, al momento, risposta. Ma sappiamo che invece alcune assessore dei municipi verranno, parteciperanno all’assemblea di oggi. Poi abbiamo il 26, ore 14, piazza Esedra, una grandissima manifestazione. Il giorno dopo, il 27, nella scuola Federico Di Donato, di via Nino Bixio, in zona Manzoni, ci sarà questa grande assemblea. Sul 27 voglio dire solo quest'ultima cosa: sono arrivate talmente tante adesioni, oltre mille, che si sta anche lavorando per trovare un posto che possa accogliere tanta gente. Al momento l’appuntamento rimane alle 10 a via Nino Bixio, in questa scuola, per l’assemblea nazionale.

Bene, grazie, grazie molte Licia.

Grazie a voi, buona giornata.

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11/11/2016

Non una di meno! 26 novembre, manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne

In Italia 6.788.000 donne hanno subito violenza nell’arco della loro vita e dall’inizio del 2016 sono già 93 i casi di femminicidio. La maggior parte delle violenze di genere si consuma nel “rassicurante” ambiente domestico per mano di uomini conosciuti e, principalmente, incapaci di accettare scelte di autodeterminazione delle donne. La violenza di genere non è frutto di un raptus, né la manifestazione di una patologia, ma un fenomeno strutturale che origina dagli squilibri nei rapporti di genere e sociali. Non è un caso che la maggior parte delle vittime di violenza siano donne che cercano, anche attraverso il lavoro, di percorrere la faticosa strada dell’indipendenza e dell’autonomia.

La crisi economica continua a falcidiare posti di lavoro, creando insicurezza e precarietà per milioni di persone, e ha ridisegnato il mercato del lavoro con forme sempre più atipiche e non stabilizzate, dove maggiore è la percentuale delle donne.

La caratteristica del lavoro femminile continua ad essere la presenza nei livelli contrattuali più bassi, il maggior utilizzo di contratti precari e atipici, una retribuzione del 10,9% inferiore a quella degli uomini a parità di mansione, il ricorso massiccio al part time involontario, il maggior impiego in lavori non qualificati nonostante una maggiore scolarizzazione, la pratica delle dimissioni in bianco all’atto dell’assunzione.

I recenti dati INPS sul nuovo e feroce volto del precariato incarnato dai voucher, ci dicono che il 51,5% dei destinatari di questa moderna forma di schiavitù sono donne. Avanza così una nuova classe sociale di giovani precarie, mentre le conseguenze del divario retributivo e della discontinuità contributiva incidono sul reddito femminile lungo tutto l’arco di vita, esponendo le donne ad un maggiore rischio di povertà in vecchiaia. Già ora l’importo medio pensionistico è inferiore al 29% di quello percepito dagli uomini.

L’assenza o la presenza di un lavoro dequalificato e/o precario, la mancanza di politiche di protezione sociale, sul reddito e sulla casa, i tagli e la privatizzazione dei servizi pubblici se non sono direttamente responsabili delle violenze in sé, lo sono sicuramente nell’impossibilità di rendere praticabili percorsi di affrancamento da essa e nel riperpetuare una cultura della donna come unica responsabile del lavoro domestico e di cura.

Le risposte al fenomeno strutturale della violenza di genere non possono essere emergenziali e repressive.

Rivendichiamo il diritto a servizi pubblici accessibili, al reddito sociale, a casa, lavoro e parità salariale; all’educazione scolastica, alle strutture sanitarie – a cominciare da consultori liberi da obiettori; alla formazione di operatori sociali, sanitari e del diritto.

Vogliamo il riconoscimento ed il finanziamento dei Centri Antiviolenza ed il sostegno economico per le donne che denunciano le violenze.

Le politiche di austerità, imposte da un governo asservito ai dettami della UE, rappresentano la negazione di quanto minimamente necessario al contrasto della violenza di genere: il 26 novembre gridiamolo forte e chiaro!

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31/05/2016

#Femminicidio: non c’entra né l’amore né la “gelosia”

Sara di Pietrantonio, l’ultima vittima di femminicidio, è stata uccisa dall’ex fidanzato. Alla fine lui ha confessato dicendo che le ha dato fuoco quand’era ancora viva. L’ha messa al rogo e ha lasciato un corpo bruciato dove prima c’era una ragazza che stava per tornare a casa. Dell’ex fidanzato dicono – i conoscenti di lei – che la perseguitasse e che non aveva gradito di essere stato lasciato. Un No è difficile da digerire per uno che vuole solo imporre potere, controllo, che è interprete della cultura del possesso. Qualcuno lo ha descritto come un individuo “geloso” e già sui media inizia il processo alla vittima con chi afferma che lei avrebbe intrapreso un’altra storia.

C’è poi una serie di titoli, frasi, commenti che, sui media, rinviano ancora ad una figura bisognosa. Qualcuno parla di “amore” non corrisposto o di “troppo amore”, che poi è la balla di sempre usata per giustificare un delitto di questo tipo. C’è chi si chiede perché lei non avesse denunciato, dato che lui viene descritto come uno stalker che l’aveva costretta a cambiare abitudini, a rinunciare a incontrarsi con gli amici all’Eur. Ma tutto questo gioco del rimpallare responsabilità, continuando ad analizzare i perché si o no lei non ha fatto o ha fatto questo e quello, non fa altro che spostare l’attenzione sulla vittima. E non si tratta di una attenzione buona, ma di un processo.

Altre donne avevano denunciato, perfino più di una volta, ma sono state uccise lo stesso. Altre avevano usato amici e parenti a farle da cordone protettivo, e lui è arrivato comunque. Ed è sbagliato immaginare che chi commette questo tipo di delitti sia un mostro. Non lo è. Dirlo significa non guardare accanto a noi, nei nostri contesti, tra le persone che conosciamo, normalissime, uomini e donne, che a volte giustificano uno stupro, altre volte chiamano troia una ragazza in shorts, o ancora trovano divertente fare battute sessiste, dimenticando che una donna ha il diritto di dire No, di scegliere per sé, e che la reazione autoritaria di chi impone scelte diverse risponde a una mentalità che fino a poco tempo fa aveva una sua giustificazione nel delitto d’onore.

La legge che lo consentiva non esiste più ma esiste ancora la cultura che stava dietro a quella legge. Esiste ancora chi parla di gelosia, di amore, di un uomo bisognoso e fragile che aveva bisogno di pietà. E per quanto un uomo sia disperato perché la ragazza l’ha lasciato, quando quella disperazione diventa giustificazione per un delitto si tratta di un orrendo atto di egoismo: mia o di nessun altro. Mia o di nessun altro. Questo è possesso, è la convinzione che una donna sia di esclusiva proprietà dell’uomo che dice di amarla.  E’ l’incapacità di vedere una donna come altro da se’. Questa è violenza di genere, per il ruolo di genere che viene imposto ad una donna quando si crede che lei, in quanto donna, dovrà essere fedele, a soddisfare le voglie di un uomo che non sa accettare un No come risposta.
Due consigli, mai ripetuti abbastanza:
  • quando lei ti lascia, se hai tu bisogno di uno psicologo per elaborare il tuo lutto, vai dallo psicologo e allontana ogni pensiero violento. Perché non è il lutto che ti porta alla violenza ma è la violenza che è radicata in te e che rinnova l’alibi in quello che pensi sia uno sgarbo fatto a te. Tutto inizia e finisce con il tuo ego. E lei? Se dici di amarla e non riesci a vederne i desideri e le libere scelte allora non la ami. Sei solo uno stronzo egocentrico che deve crescere. Solo questo.
  • quando tu lo lasci, non accettare di vederlo per l’ultima volta, non ti fermare se ti segue, non immaginare di poterlo controllare, di poter evitare gravi conseguenze, perché non hai alcun potere su di lui, non puoi convincerlo ad accettare la tua decisione e non restare da sola. So che è ingiusto che tu debba proteggerti e cambiare vita mentre lui va in giro indisturbato, ma credimi: salvati la vita, non fidarti mai, non scendere neppure sottocasa, con i tuoi che stanno dentro, per farlo smettere di fare casino. E questo non vuol dire che se succede qualcosa è colpa tua, perché un potenziale assassino è imprevedibile, ma ricorda che verrà da te con l’aria da cane bastonato, a chiederti di tornare da lui, e quando gli dirai di no lui potrebbe ucciderti. Mettilo in conto.
Quello che dico sempre è che serve un modo per prevenire questi delitti “aiutando” gli stalkers, predisponendo servizi che li allontanino dai loro propositi e tutelando la vita delle donne che altrimenti saranno vittime di femminicidio. Non serve un’azione repressiva che agisca dopo la morte di una donna, perché lei è e rimarrà morta, per quanti anni di prigione possano essere imposti al suo assassino. Serve un’azione preventiva che punti sulla cultura, sull’educazione al rispetto dei generi nelle scuole, su servizi che mettano in atto un piano antiviolenza che tenga conto di tutto e che non si basi sul vuoto marketing istituzionale che ministri e governi fanno per guadagnare consenso senza poi riuscire a migliorare le cose. Il femminicidio trattato come un brand, per vendere la propria immagine o quella di un governo, senza tenere conto di quello che è la violenza di genere, di quanto sia radicata la mentalità sessista in ogni spazio che frequentiamo, resta solo una parola vuota, incomprensibile, perfino non utile. Pensateci. Pensiamoci.

Ps: leggo che la ragazza aveva chiesto aiuto alle macchine di passaggio e nessuno si è fermato. Se questa cosa è vera poi non chiediamoci perché serve combattere contro una cultura che coinvolge troppe persone, incluse quelle che pensano che “i panni sporchi si lavano in famiglia”.

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13/10/2014

Donne curde, patriarcato e Resistenza

Si è tenuto sabato, a Roma, un convegno dal titolo “Praticare la libertà contro la guerra senza fine del sistema patriarcale: donne curde in Irak, Siria, Europa” organizzato da Giuriste Democratiche, l’associazione Senza Confine, l’Ufficio d’Informazione per il Kurdistan in Italia, la Fondazione Internazionale delle Donne Libere e il Movimento delle Donne Curde.

Filo conduttore degli interventi che si sono succeduti è stato il concetto di “femminicidio”, ben spiegato dall’avvocato Barbara Spinelli come uccisione non solo fisica della donna ma anche in quanto annullamento di essa nel godimento dei suoi diritti fondamentali, nel momento in cui rifiuta di ricoprire il ruolo che le viene imposto da una società patriarcale.

Le donne curde conoscono molto bene il femminicidio perché lo hanno subito e lo subiscono. E’ stato ovviamente ricordato uno degli ultimi atti compiuti nei confronti delle donne curde impegnate nel movimento di resistenza: il brutale assassinio di Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Soylemez, avvenuto a Parigi il 9 gennaio del 2013; un assassinio politico che tutt’oggi non conosce ufficialmente i nomi dei mandanti. Soprattutto, il femminicidio lo combattono.  Anche imbracciare un’arma e difendere con essa il proprio popolo è un modo per sottrarsi ad un ruolo che il sistema sociale vorrebbe fosse relegato esclusivamente ad un ambito familiare.

Sebbene infatti i media mainstream si siano accorti solo negli ultimi mesi, e a seguito degli attacchi dello Stato Islamico in Iraq agli inizi dello scorso giugno, che nel movimento di resistenza curdo le donne svolgono un ruolo attivo organizzandosi come forze combattenti (è questo il caso delle YPJ – Unità di Difesa delle Donne impegnate sul fronte del Rojava), gli interventi delle relatrici curde hanno ricordato che le donne sono attive nella resistenza fin dal suo nascere, chiedendo pertanto che esse non vengano rappresentate con toni folkloristici da riviste patinate, in  quanto la loro militanza rientra in una cornice ideologica ben definita che è quella del PKK.

A tracciare la storia del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan che, dagli anni ’70 ad oggi, ha attraversato quella della sinistra mondiale, è stata Havin Güneşer dell’Iniziativa per la Libertà di Abdullah Ocalan. Nel suo intervento, Güneşer ha mostrato come una dimensione al femminile della resistenza del popolo curdo sia presente fin dalla fondazione del partito nel 1978 e sia mutata nel corso degli anni fino a maturare spazi autonomi di organizzazione rispetto alla resistenza combattuta dagli uomini. Ma il ruolo della donna nel movimento curdo non è soltanto relegato alla lotta armata; le donne curde sono impegnate in prima persona in un percorso di emancipazione che dallo stesso Abdullah Ocalan è considerato uno degli elementi fondamentali nella costruzione di una nuova forma di società, definita “Confederalismo Democratico”. Come spiegato anche da Dilar Dirik, una giovane ricercatrice dell’Università di Cambridge, si tratta di una forma di democrazia dal basso, dove la gestione del potere e dell’organizzazione dei vari settori della società è, per principio, condivisa fra uomini e donne.

La teoria del “Confederalismo Democratico”, sviluppata negli ultimi anni da Ocalan, che nonostante la prigionia nel carcere di Imrali, nel mar di Marmara, continua ad essere il massimo ideologo del movimento curdo, ha trovato una sua attuazione nel Rojava, la regione del Kurdistan siriano, dove la resistenza curda ha deciso di praticare una via autonoma sia rispetto al governo di Assad sia rispetto all’opposizione dell’Esercito Siriano Libero. A gennaio del 2013 sono stati costituiti tre cantoni, Cizre, Kobane e Efrin la cui nascita ha rappresentato una vera e propria rivoluzione in quel territorio. Non si tratta soltanto di una ridefinizione dei rapporti tra uomo e donna, gestiti secondo un principio di parità assoluta ma di un’amministrazione territoriale che sia condivisa da ogni abitante. Per la prima volta da quando l’Occidente, dopo la prima guerra mondiale, ha arbitrariamente istituito in Medio Oriente degli Stati Nazione che hanno funzionato come sistemi di oppressione delle minoranze e non solo, i cantoni del Rojava vengono amministrati da curdi ma anche da arabi, assiri e siriaci e tre sono le lingue ufficiali: il curdo, l’arabo e il siriaco.

Sull’organizzazione del Rojava è intervenuta la rappresentante dei cantoni del Rojava, Sinam Mohammed, la quale non ha potuto non parlare della pesante situazione di Kobane, da quasi un mese sotto attacco dello Stato Islamico e che resiste solo grazie all’eroico coraggio delle partigiane dello YPJ (Unità di Difesa delle Donne) e dei partigiani dello YPG (Unità di Difesa del Popolo).

Infatti, come sottolineato anche da Dilar Dirik, l’IS agisce su due fronti. Da una parte sta conducendo una guerra sistematica contro le donne, che vengono stuprate, rapite e vendute. Sinam Mohammed ha raccontato che nella città siriana di Al Raqqah, controllata dallo Stato Islamico, sono state imposte leggi che impediscono alle donne di guidare o di camminare sole per strada e, ovviamente, impongono loro di coprire totalmente il corpo; sono stati anche legalizzati i “matrimoni  della jihad”, con donne portate dalla Tunisia, dall’Egitto o dall’Arabia Saudita per essere strumento d’intrattenimento sessuale per i comandanti delle brigate islamiche. E dunque, come sostenuto da Sinam Mohammed, nel Rojava “combattono per tutte le donne del mondo e tutti lo devono sapere”.

L’altro fronte su cui è impegnato lo Stato Islamico è la lotta al movimento curdo e alla rivoluzione del Rojava, in questo strumento degli Stati Uniti e dell’Unione Europea che, sebbene abbiano finanziato l’opposizione dell’ESL, non hanno mai fatto altrettanto con le forze dello YPJ e dello YPG legate al PKK, per non parlare poi della Turchia che non ha alcun interesse a contrastare chi combatte contro il suo più acerrimo nemico, il PKK.

A conclusione del convegno, è stata data la parola a Haskar Kirmizigul, rappresentante della Fondazione delle Donne Libere, la quale ha ribadito la richiesta di una solidarietà internazionale nei confronti della resistenza di Kobane. In Italia nei giorni scorsi si sono svolte manifestazioni in varie città. Altre iniziative si svolgeranno nei prossimi giorni fino al primo novembre, data scelta dal KNK (Congresso  Nazionale del Kurdistan) per una giornata di mobilitazione in tutta l’Unione Europea.

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26/08/2014

“L’assassino dell’Eur voleva andare a combattere con Israele a Gaza”


Sarà il caldo, sarà che d’estate mancano la maggior parte delle notizie di politica che d’inverno riempiono tg e giornali. Ma sembra proprio che in questi giorni ci sia stata un’impennata di femminicidi e di omicidi in ambito familiare.
Per lo più i media li trattano come mera cronaca, senza indagare veramente le cause di quelli che vengono descritti come improvvisi raptus e il contesto di una violenza contro le donne che sembra sempre più diffusa. Eppure ci sarebbe molto da indagare: da dove vengono le armi che certi personaggi hanno a portata di mano? Perché gente più volte denunciata per percosse, minacce e stalking gode della più completa libertà di continuare aggressioni sempre più violente nei confronti delle proprie mogli, fidanzate o ex senza che nessuno dei tanti corpi di Polizia intervenga? Perché in questo paese non esiste nessuna rete di prevenzione e assistenza di tipo psicologico che permetta di evitare che persone che, se correttamente seguite potrebbero gestite i propri problemi, si trasformino in efferati assassini?

Domande da un milione di euro a parte, uno degli episodi più efferati degli ultimi giorni ha attirato più di altri la nostra attenzione. Quello che ha avuto per protagonista Federico Leonelli, 35enne, che in una villa dell’Eur (quartiere ‘bene’ di Roma) ha ucciso e decapitato a colpi di mannaia la giovane colf ucraina Oksana Martseniuk. La polizia lo ha abbattuto a colpi di arma da fuoco, affermando che proprio non c’era altro modo per fermare la furia omicida del giovane vestito con pantaloni mimetici e mascherina sul viso. La Questura, con una nota, è intervenuta sulla vicenda precisando che gli agenti intervenuti sulla scena del delitto sono stati "costretti ad esplodere colpi d'arma da fuoco nei confronti del 35enne per difendersi dai fendenti a loro indirizzati". Delle versioni della polizia si dovrebbe sempre dubitare vista la completa mancanza di trasparenza da parte degli apparati di sicurezza e il moltiplicarsi dei casi di cosiddetta ‘malapolizia’. Di far luce su quanto è veramente accaduto all’Eur si incaricheranno, speriamo, la perizia balistica e le autopsie.

Anche sul movente non c’è molta chiarezza: un tentativo di stupro sfociato in omicidio, un raptus derivante dalla profonda depressione di cui si dice soffrisse Leonelli dopo la morte della fidanzata ormai due anni fa, oppure una fissazione per i giochi di guerra e i coltelli in particolare.

Fatto sta che dalle indagini coordinate dalla Procura di Roma è emerso ora che l’uomo appassionato per le lame – il che aveva anche originato discussioni con la colf poi vittima dell’omicidio – aveva una vera e propria ossessione per quanto sta accadendo a Gaza. Nessuna empatia per le vittime o sensibilità per i palestinesi aggrediti. Al contrario, una voglia irrefrenabile di ‘andare a combattere’ per e con Israele. Secondo quanto è emerso Leonelli aveva tentato più volte di ottenere il visto per andare a combattere contro i palestinesi insieme all'esercito israeliano. Richiesta frustrata però – pare – dalle autorità di Tel Aviv per ben due volte, il che avrebbe innescato la follia omicida del figlio di un alto ufficiale dell’esercito. Insieme forse al timore di essere mandato via da quella villa di Via Birmania che lo ospitava da due mesi dopo la scoperta del piccolo arsenale di coltelli che aveva acquistato, insieme ad abbigliamento di tipo militare, anche su un sito Internet israeliano. Racconta in alcune interviste pubblicate da quotidiani romani Giovanni Cialella, il proprietario della villa di Via Birmania: "Quando l’ho conosciuto era totalmente ateo, abbiamo parlato più volte di Dio ma diceva di non credere in niente, poi diceva di aver scoperto di essere di origini ebraiche, ha cominciato a studiare la storia, durante la notte sparava a tutto volume filmati sulla religione, parlavano alcuni rabbini, diceva di conoscerne uno anche a Roma, e si era convinto a voler andare in Israele per arruolarsi nell’esercito e combattere contro i palestinesi che lanciavano razzi contro Israele, aveva anche contattato il consolato".

Nessuna morale dalla vicenda e nessuna pretesa di generalizzare. Solo molta, molta inquietudine...

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17/10/2013

Il decreto sul femminicidio usato strumentalmente per introdurre misure che reprimono il dissenso


«Vergogna! Il femminicidio usato per reprimere il dissenso», ecco il commento alla conversione in legge del decreto legge sul femminicidio, scritto su uno striscione esposto in piazza del Popolo a Roma, in occasione della manifestazione "Costituzione, la via maestra".

Come sostengono gli stessi esponenti della maggioranza di governo, siamo di fronte ad un provvedimento particolare: «si tratta del primo intervento di legislazione in materia penale fatto tramite un decreto legge» (Francesco Nitto Palma, PDL), e questo decreto «contiene la presenza di norme non omogenee» (Anna Finocchiaro, PD), in contrasto con quanto previsto dalla Legge 400/1988, che secondo sentenza della Corte Costituzionale costituisce «esplicitazione della ratio implicita nel secondo comma dell’art. 77 della Costituzione».

Dei 12 articoli di cui è composto, solo 5 riguardano il ‘contrasto alla violenza di genere’, tema strumentalizzato in modo evidente per ottenere l’approvazione, nell’ambito di un provvedimento urgente (e che godeva di consenso popolare), di una sorta di nuovo ‘pacchetto sicurezza’. Il resto del decreto è un articolato di norme riguardanti tematiche che con il femminicidio non hanno nulla a che vedere: arresti in occasioni di manifestazioni sportive e contrasto alle rapine, concorso delle Forze armate nel controllo del territorio, accordi internazionali di polizia, furti di rame, frodi informatiche, requisiti di sicurezza dei fuochi d’artificio, protezione civile, vigili del fuoco, gestione commissariale delle province e altro.

Il decreto all’articolo 7 – neanche troppo fra le righe – parla della Valsusa, in particolare delle proteste intorno all’area del cantiere TAV di Chiomonte.

La militarizzazione e la criminalizzazione del dissenso passano alla ‘fase due’, non bastavano alpini e blindati Lince (al ritorno dall’Afghanistan) ed una impressionante campagna mediatica di criminalizzazione, ora si passa alle norme speciali.

Sono previste disposizioni che riguardano l’impiego delle forze armate nella «vigilanza di siti e obiettivi sensibili» (viene modificato il Dl 78/2009, che prevedeva l’impiego in «servizi di perlustrazione e pattuglia»), nonché la modifica del Codice Penale che equipara i siti come quello di Chiomonte (che fino a prova contraria è solo il cantiere di un tunnel geognostico) a siti di interesse militare, con la modifica degli articoli 682 (Ingresso arbitrario in luoghi di interesse militare) e 260 (Introduzione in luoghi militari e possesso di mezzi di spionaggio).

La stessa maggioranza che proprio in questi giorni discute di indulto e amnistia, per affrontare il sovraffollamento delle carceri, si inventa nuovi reati demenziali che puniscono – come se ci fosse qualcosa da nascondere – persino chi si avvicini al cantiere per documentarne l’attività con fotografie o filmati.

Non ci dicano più che non ci sono mezzi e uomini per combattere la criminalità organizzata, la politica è fatta di priorità e di scelte: mentre a Pollica, il comune del sindaco Angelo Vassallo, chiude la caserma dei carabinieri, a Chiomonte arrivano altri 200 militari e leggi speciali per combattere il dissenso.

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04/09/2013

Il femminicidio linguistico di Marilia Rodrigues, «la brasiliana»

Marilia Rodrigues (foto), la cittadina brasiliana di 29 anni assassinata in provincia di Brescia, viene uccisa in queste ore una seconda volta, in quanto donna, in quanto bella e in quanto straniera ed extracomunitaria e in quanto proveniente da un paese al quale facciamo corrispondere stereotipi razzisti e sessisti sulla presunta disponibilità della donna. E in un paese, l’Italia, dove l’ex-ministro della difesa Ignazio La Russa definì il Brasile come un paese buono per ballerine ma non per giuristi, siamo di fronte ad una triste conferma sulla nostra incapacità di stare al mondo.

Se fosse stata francese o tedesca o bresciana la povera Marilia non sarebbe stata etichettata come «la tedesca» o «la bresciana». Sarebbe stata «la cittadina tedesca» oppure sarebbe stata «la ragazza francese». Oppure «la donna inglese» , o «la signora svizzera», spesso definendone lo status sociale, in modo più sbrigativo per «donna», più deferente per «signora». Invece basta fare una piccola ricerca per prendere atto che, per la maggior parte dei giornali, Marilia è solo «la brasiliana» (ma poteva anche essere «la siciliana» o «la napoletana») con un senso tra il lascivo e il razzista che si coglie dall’ellissi dell’identità che i media si sentono liberi di fare quando non si sentono liberi di dare per scontato un passato scomodo (o meglio facile) per la vittima.

Dobbiamo rifarci alla stampa brasiliana per sapere qualcosa di più di lei e restituirle un po’ di identità al di fuori degli stereotipi. Veniva da Uberlândia Marilia, città di poco meno di un milione di abitanti nello stato di Minas Gerais. Questo è uno dei grandi stati industriali della potenza brasiliana, una specie di Lombardia, caratteristica che fa fatica a essere associata dalla nostra stampa a quel paese e non ha neanche una grande squadra di calcio da ricordare o un carnevale notevole, ammesso che interessi davvero sapere da dove veniva quella vita spezzata nella provincia lombarda.

Invece Marilia viveva a Milano con la mamma da circa dieci anni. Solo di recente la madre era tornata a Uberlândia. Marilia, che non aveva altri parenti in Italia, aveva continuato a vivere e lavorare a Milano fino a quando aveva cominciato a far la pendolare col paese dove aveva trovato lavoro e avrebbe poi trovato la morte. Non è vero quindi che «la ragazza del trolley» fosse senza fissa dimora (quindi sbandata, quindi disposta a saltare nel letto del primo che le offrisse un pasto caldo). Non faceva né la ballerina, né la «ragazza immagine», né le pulizie nel posto dove è stata uccisa, ammesso e non concesso che tali professioni umilino - per motivi diversi - la dignità della donna. Anzi, in quell’impresa che col Brasile lavorava, Marilia aveva guadagnato un ruolo amministrativo di responsabilità nel quale faceva valere le sue competenze linguistiche in portoghese, la sua conoscenza del paese, i suoi studi specifici e avrebbe col tempo superato la precarietà dei ragazzi della sua generazione con un buon avvenire davanti. In ogni caso il suo, insindacabile, e al quale aveva diritto.

Infatti, nei dieci anni in Italia, aveva studiato turismo e aveva lavorato come hostess per una compagnia aerea. Marilia non era la brasiliana «misteriosa e sfuggente» che magari usava l’avvenenza per campare alle spalle del bravo italiano che avesse «perso la testa per lei» ma era una giovane donna che aveva scelto di vivere, studiare e lavorare tra noi per buona parte della sua vita adulta. Nulla di misterioso né di border-line e, probabilmente, ad avere la pazienza di cercarli, decine di amici possono raccontarla. Per scrivere questi pochi dati non ho fatto alcuno sforzo: ho perso cinque minuti su «O Globo» e un altro paio di noti quotidiani brasiliani che ne hanno ricostruito il passato. In Italia al contrario si trova ben poco per una notizia in prima pagina nella quale, come spesso accade, i media scelgono di appoggiarsi all’accomodamento, allo stereotipo, al razzismo e al sessismo aperto nel liquidare Marilia «la brasiliana» come altro da noi. Presto prenderanno posizioni giustificazioniste per l’assassino, vedrete.

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