Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/03/2019

Telese su Montanelli, quando è meglio tacere

Si è sentito costretto a intervenire «dopo aver visto quella foto della statua di Indro imbrattata di vernice rosa dalle femministe del terzo millennio, nonché l’alluvione di commenti isterici, violenti e privi di qualsiasi prospettiva e senso della storia che si sono abbattuti su di lui».

E noi, femministe del terzo millennio, caro Luca Telese, nonostante avessimo di meglio da fare oggi, ci sentiamo costrette a risponderti.

Dici, e da come lo dici sembra quasi un’attenuante, che «fu lo stesso Montanelli ad “autodenunciarsi” raccontando la storia della sua sposa “comprata” nei tempi del “Battaglione” eritreo» (la 12enne Destà) e che lo fece «senza nessun infingimento, e addirittura senza risparmiare al lettore la crudezza dei dettagli sessuali». Veniamo così a sapere che aveva «faticato a stabilire un rapporto sessuale con lei perché era fin dalla nascita infibulata», quell’«animalino docile» come la definì nel programma “L’ora della verità” di Gianni Bisiach nel 1969. «Si trattava di trovare una compagna intatta per ragioni sanitarie»: «Faticai molto a superare il suo odore, dovuto al sego di capra con cui erano intrisi i suoi capelli». «Peggio: la ragazza era restia e "dovette intervenire la madre"».

Ecco, dopo questo profluvio di dettagli, dopo aver messo nero su bianco che era «restia», caro Luca, riesci comunque a scrivere che «l’Africa e il mondo degli anni Trenta erano molto diversi da quello di oggi: era il democratico ad essere minoranza. In Abissinia ci si sposava normalmente a 14 anni perché l’aspettativa di vita era morire a trenta».

E allora, se era tutto normale, come mai Destà era restia? Forse che le leggi o le abitudini o i costumi possono cancellare la soggettività di ognuno di noi? Forse possono far sì che io viva diversamente una cosa che inizialmente mi era apparsa come una violenza? E anche se Destà non fosse stata restia, come mai non fu restio il 27enne italiano Indro Montanelli?

Ah già, i costumi differenti della profonda Africa. Un’argomentazione presa direttamente dalla bocca di Montanelli, che nel programma di Bisiach disse proprio così, ammettendo anche – pungolato da Elvira Banotti – che in Europa lo avrebbe inteso come lo stupro di una bambina ma lì, in Africa, no.

E già. Lì, in Africa, no.

Come si può pensare che siano dei confini geografici a determinare l’eticità o meno di un’azione? O che sia una legge a dire cosa è giusto o sbagliato? Forse che i diritti inviolabili dell’essere umano sono tali solo a seconda di dove si è nati?

Telese ci tiene poi a ricordarci che anche in Italia il «contesto» a lui tanto caro era pur sempre quello che era (a ulteriore motivo di giustificazione). «Anche in Italia c’erano matrimoni combinati», «esisteva il delitto d’onore», «fino al 1970 non si poteva divorziare»… e quindi «immaginare quel matrimonio di Montanelli come una violenza, e il suo gesto come quello di uno stupratore isolato [che fosse in nutrita compagnia cambia qualcosa?], significa non capire nulla».

Caro Telese, sei tu che non capisci nulla. Il mondo per noi donne continua a non essere proprio rose e fiori. Veniamo ammazzate, stuprate, discriminate… È questo il «contesto» in cui viviamo: a volte sancito “solo” a livello culturale, a volte (o altrove) da sentenze, leggi, usi e costumi. E quindi? Tra 100 anni qualcuna dovrà leggere un Luca Telese del futuro argomentare che era normale nel «contesto» di oggi che una ragazza con la gonna venisse stuprata o che era normale che un uomo vedesse ridotta la pena per femminicidio a motivo di forte stato di gelosia?

Il contesto, le leggi, i cosiddetti usi e costumi non possono essere un alibi. Sarebbe l’abdicazione totale del libero arbitrio.

(12 marzo 2019)

Fonte

31/05/2016

#Femminicidio: non c’entra né l’amore né la “gelosia”

Sara di Pietrantonio, l’ultima vittima di femminicidio, è stata uccisa dall’ex fidanzato. Alla fine lui ha confessato dicendo che le ha dato fuoco quand’era ancora viva. L’ha messa al rogo e ha lasciato un corpo bruciato dove prima c’era una ragazza che stava per tornare a casa. Dell’ex fidanzato dicono – i conoscenti di lei – che la perseguitasse e che non aveva gradito di essere stato lasciato. Un No è difficile da digerire per uno che vuole solo imporre potere, controllo, che è interprete della cultura del possesso. Qualcuno lo ha descritto come un individuo “geloso” e già sui media inizia il processo alla vittima con chi afferma che lei avrebbe intrapreso un’altra storia.

C’è poi una serie di titoli, frasi, commenti che, sui media, rinviano ancora ad una figura bisognosa. Qualcuno parla di “amore” non corrisposto o di “troppo amore”, che poi è la balla di sempre usata per giustificare un delitto di questo tipo. C’è chi si chiede perché lei non avesse denunciato, dato che lui viene descritto come uno stalker che l’aveva costretta a cambiare abitudini, a rinunciare a incontrarsi con gli amici all’Eur. Ma tutto questo gioco del rimpallare responsabilità, continuando ad analizzare i perché si o no lei non ha fatto o ha fatto questo e quello, non fa altro che spostare l’attenzione sulla vittima. E non si tratta di una attenzione buona, ma di un processo.

Altre donne avevano denunciato, perfino più di una volta, ma sono state uccise lo stesso. Altre avevano usato amici e parenti a farle da cordone protettivo, e lui è arrivato comunque. Ed è sbagliato immaginare che chi commette questo tipo di delitti sia un mostro. Non lo è. Dirlo significa non guardare accanto a noi, nei nostri contesti, tra le persone che conosciamo, normalissime, uomini e donne, che a volte giustificano uno stupro, altre volte chiamano troia una ragazza in shorts, o ancora trovano divertente fare battute sessiste, dimenticando che una donna ha il diritto di dire No, di scegliere per sé, e che la reazione autoritaria di chi impone scelte diverse risponde a una mentalità che fino a poco tempo fa aveva una sua giustificazione nel delitto d’onore.

La legge che lo consentiva non esiste più ma esiste ancora la cultura che stava dietro a quella legge. Esiste ancora chi parla di gelosia, di amore, di un uomo bisognoso e fragile che aveva bisogno di pietà. E per quanto un uomo sia disperato perché la ragazza l’ha lasciato, quando quella disperazione diventa giustificazione per un delitto si tratta di un orrendo atto di egoismo: mia o di nessun altro. Mia o di nessun altro. Questo è possesso, è la convinzione che una donna sia di esclusiva proprietà dell’uomo che dice di amarla.  E’ l’incapacità di vedere una donna come altro da se’. Questa è violenza di genere, per il ruolo di genere che viene imposto ad una donna quando si crede che lei, in quanto donna, dovrà essere fedele, a soddisfare le voglie di un uomo che non sa accettare un No come risposta.
Due consigli, mai ripetuti abbastanza:
  • quando lei ti lascia, se hai tu bisogno di uno psicologo per elaborare il tuo lutto, vai dallo psicologo e allontana ogni pensiero violento. Perché non è il lutto che ti porta alla violenza ma è la violenza che è radicata in te e che rinnova l’alibi in quello che pensi sia uno sgarbo fatto a te. Tutto inizia e finisce con il tuo ego. E lei? Se dici di amarla e non riesci a vederne i desideri e le libere scelte allora non la ami. Sei solo uno stronzo egocentrico che deve crescere. Solo questo.
  • quando tu lo lasci, non accettare di vederlo per l’ultima volta, non ti fermare se ti segue, non immaginare di poterlo controllare, di poter evitare gravi conseguenze, perché non hai alcun potere su di lui, non puoi convincerlo ad accettare la tua decisione e non restare da sola. So che è ingiusto che tu debba proteggerti e cambiare vita mentre lui va in giro indisturbato, ma credimi: salvati la vita, non fidarti mai, non scendere neppure sottocasa, con i tuoi che stanno dentro, per farlo smettere di fare casino. E questo non vuol dire che se succede qualcosa è colpa tua, perché un potenziale assassino è imprevedibile, ma ricorda che verrà da te con l’aria da cane bastonato, a chiederti di tornare da lui, e quando gli dirai di no lui potrebbe ucciderti. Mettilo in conto.
Quello che dico sempre è che serve un modo per prevenire questi delitti “aiutando” gli stalkers, predisponendo servizi che li allontanino dai loro propositi e tutelando la vita delle donne che altrimenti saranno vittime di femminicidio. Non serve un’azione repressiva che agisca dopo la morte di una donna, perché lei è e rimarrà morta, per quanti anni di prigione possano essere imposti al suo assassino. Serve un’azione preventiva che punti sulla cultura, sull’educazione al rispetto dei generi nelle scuole, su servizi che mettano in atto un piano antiviolenza che tenga conto di tutto e che non si basi sul vuoto marketing istituzionale che ministri e governi fanno per guadagnare consenso senza poi riuscire a migliorare le cose. Il femminicidio trattato come un brand, per vendere la propria immagine o quella di un governo, senza tenere conto di quello che è la violenza di genere, di quanto sia radicata la mentalità sessista in ogni spazio che frequentiamo, resta solo una parola vuota, incomprensibile, perfino non utile. Pensateci. Pensiamoci.

Ps: leggo che la ragazza aveva chiesto aiuto alle macchine di passaggio e nessuno si è fermato. Se questa cosa è vera poi non chiediamoci perché serve combattere contro una cultura che coinvolge troppe persone, incluse quelle che pensano che “i panni sporchi si lavano in famiglia”.

Fonte

12/05/2016

Perché una ragazza che fa sesso deve subire la violenza dei bulli?

Lei scrive un messaggio che è anche una richiesta di aiuto. Come spesso accade il fatto che abbia una vita sessuale diventa motivo di dileggio, persecuzione, molestia, di cyberbullismo. E se ancora oggi una ragazza non può avere una vita sessuale perché la mentalità è sessista e giudica le donne delle poco di buono se a loro piace fare sesso significa che c’è qualcosa che non va. Perché degli stronzetti pensano di poter infierire così su una ragazza? Se non sapessero che lo stigma nei confronti di una adolescente che fa sesso e ne parla è così forte evidentemente non avrebbero niente a cui appigliarsi. Invece sono intrisi di mentalità maschilista fino al midollo, per cui se loro fanno sesso è un motivo di vanto e se lo fa una ragazza è una zoccola. Manca educazione sessuale ma anche educazione antisessista nelle famiglie a partire dai genitori che dovrebbero smettere di trasmettere modelli così antiquati ai figli. Che poi, detta tra noi, parecchi tra quelli che pensano di farsi belli insultando una ragazza che fa sesso non solo non hanno idea di cosa parlano e sono degli imbranati stronzi e frustrati, ma hanno davvero la mentalità di potenziali stupratori. Ragazzi che non sanno niente di consensualità e che vedono le donne solo come oggetti delle richieste altrui, soddisfatte le quali è lui che se ne può vantare perché a lei, naturalmente, non dovrà piacere mai. La cultura dello stupro si fonda anche su questo: lui è sessualmente attivo e lei passiva. Lui è quello che prende e lei è quella che concede. Lui conquista e lei subisce. Che lei possa voler scegliere ed essere soddisfatta di quella scelta non è contemplato. Oh, naturalmente, se lei fa sesso e poi una banda di bulli la perseguita nella realtà e virtualmente è sempre lei che se l’è cercata. Beh, a noi fanno schifo individui del genere. Crescono male, dovrebbero imparare ad essere persone prima che orribilmente machisti. Lasciate in pace le ragazze che fanno sesso. Smettetela di fare i bulli, di pubblicare le loro foto, di violare la loro privacy, di farle diventare l’oggetto della vostra violenza. Siete violenti. Siete infinitamente maschilisti. A lei va il nostro abbraccio, così come a tutte le ragazze che vivono la stessa esperienza. Se qualcun@ vorrà dirle parole che le possano servire fatelo. Grazie e buona lettura!

Cara Eretica, non so se leggerai mai, ma ho davvero bisogno di sfogarmi con qualcuno che sicuramente mi capirà. Ho 15 anni e sono quelli che i miei coetanei chiamano una “troia”. Il tutto è cominciato mesi fa, mi confidai con un amico di aver fatto i preliminari con quello che all’epoca era il mio ragazzo, non so come ma la notizia si è diffusa a macchia d’olio. La gente ha cominciato a prendermi in giro ed ho perso molte persone a cui tenevo, ma io ho sempre fatto di testa mia ed ho fatto la medesima cosa con il mio ragazzo successivo, che purtroppo si era messo con me soltanto per prendersi gioco di me insieme agli altri. Passa il tempo ed io non rinuncio ad essere quello che sono, facendo andare in bestia i miei aguzzini, la situazione peggiora e arrivano al punto di creare un videogioco che ritrae la mia faccia ed il cui scopo è quello di saltare cazzi. Io mi ritrovo sempre più sola e le prese in giro si tramutano in pestaggi, non esco più di casa e non ho nemmeno voglia di dedicarmi alle cose che amo come lo studio e la scrittura di poesie. Sono davvero distrutta ed io mi chiedo: perché alla gente importa così tanto di quanti cazzi succhio? Il mio essere troia fa di me una persona automaticamente stupida ed inaffidabile? Ho davvero bisogno di un tuo consiglio, magari anche una critica, sono davvero sola ed ho bisogno di parlare con qualcuno. Ti adoro ❤
Fonte

Sono sempre più convinto che la sfiga nell'universo umano maschile, possa raggiungere vette inimmaginabili anche alle menti di più ampie vedute.

04/05/2016

Augias e le bambine che si “atteggiano” a sedicenni

La prima volta che ho sentito parlare di bambine che si atteggiano a sedicenni è stato quando ero piccola e mi hanno detto che facevo smorfie ed ero “ruffiana” come se fossi stata grande. Fin lì nulla di male perché lo dissero a proposito del rapporto che c’era con mio padre, adorato, che mi adorava. Poi mi è capitato di sentire da qualche uomo adulto che certe tredicenni si conciano come diciottenni e poi si lamentano se uno le stupra. Ed ecco che la questione comincia a diventare terreno di costruzione della cultura dello stupro. Le bambine si atteggiano, alcune, pensa un po’, usano perfino i trucchi e le scarpe col tacco della mamma, perché è un gioco e non un invito allo stupro. Come possa un uomo, da lì, iniziare a pensare che gli atteggiamenti di una bambina possano intendersi come ammiccanti inviti sessuali di certo non lo so ma so quello che viene detto in caso di abuso. Tante donne mi hanno raccontato di essere state accusate quando hanno svelato un abuso da parte del padre, dello zio, del fratello. Fai la smorfiosa, sembri una zoccoletta, e altri apprezzamenti del genere sono stati affibbiati a bambine che hanno subito non solo lo stupro ma anche l’omertà e l’assenza di empatia da parte delle donne di famiglia.

Oggi trovi signori seduti sulle panchine nei parchi pubblici o che passeggiano in cerca di un’occupazione o un pettegolezzo da dirigere chissà che vedono passare ragazzine, adolescenti e subito parte la storia che ai loro tempi erano morigerate e oggi, invece, già a dieci anni si conciano come “puttanelle”. Lo dicono i vecchiardi di paese ma lo dicono poi i più giovani e lo dicono anche sui media dove più di una volta è stato scritto, a proposito di uno stupro ai danni di una ragazzina, che dovrebbero vestire in modo decoroso, niente shorts, niente minigonne, niente di niente insomma.

Perciò mi sorprende leggere che un uomo di cultura, un presentatore tv, abbia descritto, sicuramente in buona fede, guardando una fotografia, l’atteggiamento di una bambina violentata e uccisa, come quello di una che a 5/6 anni si atteggiava come una di 16/18 anni. Se anche avesse voluto riferirsi ad un contesto culturale degradato e di sessualizzazione precoce delle bambine, in certe pubblicità o altrove, in qualunque modo la si voglia intendere suona male e l’ulteriore conclusione potrebbe essere la colpevolizzazione dei  genitori, della madre, della famiglia, dell’ambiente che la circondava. Forse si dà troppa importanza alle parole dette da Augias, rispetto alle quali è facile che si realizzi un fraintendimento, o forse, più semplicemente, gli si deve spiegare che al di là delle intenzioni, ché sono certa non fossero affatto tese a giustificare il crimine subito dalla bambina, ci sono parole, culture, che non andrebbero pronunciate e alimentate. Caro Augias, le bambine sono solo bambine e qualunque adulto che le scambia per ragazze di 16/18 anni ha come minimo un problema visivo. Ci sono bambine che in America vengono fatte partecipare a concorsi di bellezza in cui le vedi realmente conciate come se avessero 40 anni, ma anche in quel caso non sarebbe giustificato lo stupro né l’omicidio. Quindi di che parliamo?

La mia solidarietà alla famiglia della bambina che immagino non sia felice di sentir pronunciare parole che possono ferire. E una carezza lieve a questa piccola bambina che ne ha patite così tante.

Ps: anch’io da piccola avevo i boccoli perché i capelli mossi o addirittura ricci non ti vengono certo solo a 18 anni.

Fonte

23/12/2015

Sulle donne che mi chiamano sgualdrina se indosso gli shorts

Lei scrive:

Ciao Eretica,

(…) ho 16 anni e mentre leggevo la tua pagina ho trovato questo. Sono rimasta male nel leggere commenti di donne che giudicavano le ragazze con i pantaloncini. Mi ha ricordato l’articolo di un uomo che ha chiamato “sgualdrine” le quattordicenni in shorts.

Poi ci sono stati gli articoli sulla sessualità delle adolescenti ai quali tu hai dato una magnifica risposta e mi ricordo del fatto che ci fu una campagna in cui tante ragazze si sono fotografate con gli shorts. Io li indosso, corti, anche sopra la fine dei glutei, perché mi piacciono e non ci vedo niente di male.

Mi sono sentita dire che vestita così me la cerco, che non devo vestirmi da puttana. Mi hanno detto che sono schiava dell’opinione dei ragazzi, e io non so se è vero o no, ancora non capisco tutto quanto ma non vedo niente di male nel cercare di piacere ai ragazzi. Nessuno rimprovera i ragazzi che cercano di piacere alle ragazze.

Non capisco poi perché se la prendono con le madri, come se il mio abbigliamento dipendesse da mia madre mentre mio padre non ne sa niente. Mia madre e mio padre non sono così retrogradi e mi hanno insegnato che se d’estate fa caldo non c’è niente di male a indossare gli shorts. Ho letto anche che qualcuno diceva che non è giusto per i bambini. Ma che gliene frega ai bambini dei miei vestiti? Forse sono gli adulti che si scandalizzano e non vogliono confessarlo perché sono moralisti.

Lo so che sono giovane ma non per questo devo sopportare il punto di vista di chi mi dice che devo stare attenta a come mi vesto perché altrimenti mi può succedere qualcosa di brutto. Dovrebbero dirmi che sono libera di vestirmi come voglio e che se mi succede qualcosa di brutto la colpa è di chi mi fa male e non mia. Io penso che anche quelle che si dicono dalla parte delle donne hanno le idee molto confuse.

Se tutto quello che sanno fare è giudicarmi e dirmi come devo vestire per non essere stuprata e per non essere chiamata sgualdrina mi chiedo a cosa hanno portato tante lotte. Che vi definite a fare femministe se continuate ad ammorbarci con limitazioni della nostra libertà? Si, mi piacciono gli shorts e non mi importa se mi chiamano “ragazza facile” o “sgualdrina” perché ho imparato che chi mi chiama così è uno stronzo e non posso di certo dipendere dal suo giudizio. E se questo lo capisco io che ho 16 anni perché non lo capiscono le donne che ne hanno molti più di me?

Grazie per lo spazio e complimenti per la pagina e per il blog.

T.

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