Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/09/2026

Una sentenza “diplomatica” sul caso di Giulio Regeni

La Corte d’assise di Roma ha condannato a dieci anni in primo grado – ma solo per sequestro di persona – tre funzionari degli apparati di sicurezza egiziani. Un quarto imputato è stato assolto. L’omicidio di Giulio Regeni rimane dunque senza condanne.

Per un verso è un risultato importante, perché riconosce che ci sono state responsabilità dentro gli apparati statali egiziani, dall’altro “salva” i rapporti diplomatici ed economici con l’Egitto cavando dall’imbarazzo il governo italiano.

I colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif sono stati condannati a 10 anni di carcere per sequestro di persona aggravato, mentre il quarto imputato – il generale Tariq Sabir – è stato assolto. Tariq Sabir era accusato di aver ucciso materialmente Giulio Regeni ed era l’unico imputato per il reato di tortura. I tre condannati dovranno adesso risarcire la famiglia Regeni con 200mila euro e la presidenza del Consiglio con 150mila euro.

Le autorità del Cairo hanno ostacolato in ogni modo le indagini sull’omicidio di Giulio Regeni, arrivando anche a negare gli indirizzi degli imputati ai quali far giungere le comunicazioni giudiziarie per il processo.

Con questo dispositivo la sentenza non attribuisce al regime di al-Sisi la responsabilità di aver sequestrato e poi ucciso sotto tortura Giulio.

Questa impostazione, che salva le relazioni tra Italia ed Egitto, si evince chiaramente anche dal commento del ministro degli Esteri e vicepremier Tajani alla sentenza: “C’è stata una condanna, non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone. È stato deciso che sono colpevoli, vedremo quello che succederà in secondo e in terzo grado, però c’è stato un omicidio, quindi è stata una cosa non accettabile...”.

Lo scorso 3 settembre Tajani è stato in visita ufficiale al Cairo insieme ai ministri Pichetto Fratin e Calderone e oltre cento aziende italiane. “L’Egitto può contare sull’Italia”, ha dichiarato il governo italiano.

Eppure in Egitto le organizzazioni per i diritti umani continuano a documentare torture, sparizioni forzate e detenzioni arbitrarie, vengono perseguitati giornalisti e oppositori politici, si reprime in ogni modo il dissenso. Ma gli affari e le relazioni diplomatiche tra l’Italia e l’Egitto vanno avanti, senza scrupoli.

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18/07/2026

La notte dei giustizieri della notte

I governi in difficoltà sono pericolosi perché cercano ossessivamente un appiglio in grado di distrarre la popolazione. Quello in carica è tra i peggiori, in questo sport, perché palesemente non gli funziona più nulla.

L’elenco è infinito (guerra, inflazione, bollette, carburanti, treni che non partono né arrivano più, salari di merda e lavoretti da schiavi, ecc.), e persino nelle vicende che riguardano soltanto gli affari loro – vedi la legge elettorale – riescono a fare figure da squali che si mordono reciprocamente.

Una via classica è prendere un fatto di cronaca, eleggerlo ad alfa e omega di una visione del mondo, e giocare la carta del forcaiolismo, se possibile con qualche venatura razzista.

Ma anche fare i forcaioli è diventato complicato, perché devono sostenere contemporaneamente il diritto all’omicidio per vendetta e il rispetto della legalità che vale, utilizzando il gergo tajanesco, “fino ad un certo punto”. Se poi non si trova bell’e pronto un immigrato borderline, allora bisogna arrampicarsi sugli specchi.

Per capirci, abbiamo negli stessi giorni diversi casi illuminanti.

Per il crollo del Ponte Morandi e i 43 morti che ha determinato, per l’assenza di manutenzione anche in presenza di degrado delle strutture portanti, l‘ex ad di Autostrade (allora in concessione a Benetton) Giovanni Castellucci è stato condannato a 12 anni e altri dirigenti a pene ancora minori.

Responsabilità oggettiva, si dice, ma non è che li hanno uccisi materialmente loro... Un po’ di comprensione ci vuole, no? In fondo erano dei manager di successo, risparmiavano sulle riparazioni per far crescere i profitti... Chi non farebbe lo stesso?

Invece Alfredo Cospito, per un petardone fatto esplodere in un cassonetto che, forse, non ha ferito neanche i topi in cerca di cibo, è stato condannato prima all’ergastolo e poi a 23 anni, da scontare in 41 bis. Coerente, no?

Difficile fare i forcaioli “legge e ordine” e pretendere l’assoluzione completa dei propri “eroi”, ma ci provano lo stesso.

La condanna a Mario Roggero, gioielliere cuneese che ha ucciso due rapinatori dopo che si erano già allontanati dal suo negozio, è sembrata l’occasione giusta per parlar d’altro facendo finta di volere una “giustizia giusta”, ma che non passi dalle aule di un tribunale. Da giustizieri della notte, magari...

Gli argomenti usati sono diversi e vanno smontati uno per uno.

Il primo fa appello all’empatia con un “povero vecchio, un nonno, con figli e nipoti” (Salvini dixit), tacendo dei due morti e un ferito lasciati per strada. Se venisse chiesta contemporaneamente la liberazione di tutti gli ultrasettantenni chiusi nelle galere si potrebbe persino ritenerlo giusto. Ma perché uno solo sì e tutti gli altri, a cominciare magari da chi non ha ammazzato nessuno, no?

Il più abusato è però quello per cui, avendo subito una rapina e visto minacciare anche sua moglie, Roggero sarebbe stato preso da un raptus in fondo comprensibile.

I giudici di tre tribunali diversi, per i tre gradi di giudizio, hanno in effetti accolto tutti questa “attenuante” prevista dalla legge, comminando 14 anni di carcere invece dell’ergastolo o 30 anni.

Ma l’analisi del video del post-rapina mostra Roggero che spara e insegue i tre rapinatori, con una mira eccellente per un uomo anziano “sotto stress emotivo” (due morti e un ferito con soli cinque colpi), prende uno di loro persino a calci in testa dopo averli ridotto in fin di vita. Era sempre in preda al raptus, dicono... 

Ma lo si vede anche entrare nell’auto abbandonata dai rapinatori, prendere il sacchetto col bottino e tornare verso il negozio. Poi si ferma, torna indietro e rimette il sacchetto dove lo aveva trovato.

Quelli che sanno di legge dicono che ha manipolato due volte “la scena del delitto”. E lo ha fatto perché deve aver pensato, con una notevole freddezza, che senza quel sacchetto nell’auto qualcuno avrebbe potuto dubitare che la rapina ci fosse stata.

Se si riesce a pensare una cosa del genere si stanno calcolando i costi e i benefici nel sicuro processo che ci sarà dopo. Perché due morti sono lì per terra, per mano tua e della tua pistola. Niente raptus, insomma... 

Il terzo argomento chiama in causa la legge che regola la “legittima difesa”, la cui ultima versione è stata opera proprio della Lega e degli altri che avrebbero voluto, per questo solo caso, l’assoluzione piena.

Quella legge dice, prudentemente, che per definire la difesa “legittima” – e quindi non punibile – deve esserci un “pericolo attuale” e la difesa deve essere “necessaria e proporzionata”. Unità di tempo e di luogo, proporzione tra danno ricevuto e quello provocato (la morte, in questo caso). Altrimenti chiunque può sparacchiare in giro dicendo di essersi sentito in pericolo per un insulto o qualche giorno prima... 

Tradotto: se Roggero avesse usato l’arma dentro il negozio, sotto la minaccia delle pistole dei rapinatori (che erano “giocattolo”, ma non poteva ovviamente saperlo), l’assoluzione sarebbe stata sicura e anche “giusta”.


Ma se spari dopo, quando gli aggressori sono ormai in fuga, in un altro ambiente, il pericolo non c’è più. E neanche la “difesa necessaria e proporzionata”. Bastava la denuncia e, grazie alle telecamere, sarebbero stati certamente individuati e arrestati, venendo poi condannati in proporzione al reato (rapina a mano armata, da 6 a 20 anni).

Il “momento” e il luogo della reazione sono insomma decisivi. Facciamo un esempio semplice: se tamponi un’altra auto, sei nel torto (come i rapinatori), e quindi devi pagare i danni. Ma se l’altro guidatore esce dalla macchina col cric in mano e comincia a tempestare di colpi te e la tua auto, mandandoti all’ospedale, allora deve pagare anche lui. Indipendentemente dallo “shock emotivo” subito perché magari era appena uscito tutto orgoglioso dal concessionario.

Altro argomento, che invece indichiamo noi. Il signor Roggero nel 2005 si presentò di notte a casa dell’allora fidanzato della figlia, lo colpì e minacciò con una pistola sia lui che i suoi genitori. Se avessero avuto anche loro una pistola avrebbero potuto “legittimamente” farlo fuori finché era in casa, ma per fortuna (loro) non è accaduto.

Per quella vicenda Roggero fu condannato per lesioni e minaccia a mano armata e gli fu ritirato il porto d’armi.

Lasciamo perdere il suo carattere iracondo o una certa propensione all’uso della violenza, e facciamo la domanda più banale: se non aveva più il porto d’armi, a che titolo possedeva una pistola? Non ci sono altri “permessi” legali... 

Si potrebbe andare avanti, ma non serve.

Tutta la discussione su questo caso di cronaca è falsata dall’inizio. Tra quelli che gridano alla “grazia per Roggero”, immaginando già di candidarlo alle elezioni, non gliene frega niente di avere una “giustizia giusta” o qualsiasi altra cosa utile.

Quel che conta è soltanto poter agitare qualcosa che non faccia pensare all’infinita lista dei problemi veri di ogni persona che vive in questo paese senza essere “abboffata di soldi”.

Manca ormai qualsiasi “terreno comune”, fatto di concetti e valori riconosciuti. Conta solo il “mi è utile” o “mi viene contro”. Stanno “performando” una cultura che prevede l’arbitrio e la libertà per se stessi, “legge e ordine” per tutti gli altri, a seconda di chi sono. Un mondo dove i proprietari – commercianti, imprenditori, manager, ecc. – possono fare quel che gli pare, anche sparare per uccidere, e nessuno deve giudicarli. Anzi, bisogna identificarsi con loro, anche e soprattutto se non si ha quasi nulla... 

Le premesse logiche di ogni guerra, insomma. Civile o generale che sia.

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07/07/2026

Uccisa l'autrice dell’attentato di Montecarlo

Come volevasi dimostrare, senza neanche dover immaginare uno scenario “dietrologico”.

L’attentato contro l’oligarca ucraino Vadim Yermolayev, addirittura nell’enclave ultra-esclusiva di Montecarlo (mai toccata da certi eventi, se non nei romanzi di 007), è stato deciso dalla junta di Kyev ed eseguito dai servizi segreti del paese. Come per il Nord Stream... 

La donna individuata come “esecutrice materiale” – Anastasiia Berezovska, forse con precedenti contatti con la malavita locale – è stata ritrovata stamattina nei pressi della capitale ucraina. Morta, naturalmente, uccisa a colpi d’arma da fuoco, come in ogni noir di terz’ordine, per eliminare preventivamente una possibile testimone su mandanti e complici. Sia in patria che in mezza Europa.

Anastasiia Berezovska era infatti ufficialmente residente a Berlino e da lì era arrivata nel Principato a bordo di un’auto noleggiata in Germania. Subito dopo l’attentato era stata vista dalle telecamere attraversare la frontiera con l’Italia e di lì se n’erano perse le tracce.

Abbastanza scontato che si sia avvalsa di contatti nelle comunità di profughi ucraini in diversi paesi – non è stata registrata in nessun albergo né in alcun b&b – fino a poter rientrare in Ucraina (volontariamente o meno, si vedrà), che non è propriamente una frontiera a là Shengen.

Lì la sua breve avventura da agente segreto si è conclusa per “fuoco amico”. Come confermano gli arresti di un agente in servizio allo Sbu e quello di un ex membro dello stesso servizio. Evidentemente anche lì dentro convivono “fedeltà” differenti...

Cronaca nera a parte, diventa evidente che la “diaspora ucraina” non è composta solo di profughi in cerca di pace e sicurezza, ma anche da “supporti logistici” e/o spionistici a favore della junta di Kiev. Un piccolo esercito segreto – al pari dei sionisti che sono andati a combattere a Gaza o in Libano – che dovrebbe preoccupare i governi dei paesi che li ospitano.

Sappiamo benissimo che, al contrario, questi governi li hanno fin qui accolti, protetti, forse in alcuni casi addirittura “formati e supportati”, anche se palesemente obbediscono agli ordini di “potenze straniere” considerate ufficialmente “alleate”. Ma che, altrettanto palesemente, si muovo per finalità proprie non mediabili, mettendo così a rischio anche i loro supporter europei.

Lo ha sperimentato Montecarlo, ma anche l’Italia, la Grecia e la Germania. E stiamo soltanto citando i casi ufficialmente riconosciuti.

Interrompere i rapporti e gli aiuti, a cominciare da quelli militari, con questo tipo di “alleati” è una misura di profilassi minima.

Altrimenti avremo “il nemico in casa” il giorno che altre maggioranze di governo decideranno magari anche solo di “attenuare” il sostegno alle loro guerre senza fine.

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04/05/2026

Starmer minaccia le proteste pro-Palestina, i solidali rilanciano le prossime piazze

Sale la polarizzazione politica nel Regno Unito intorno alla solidarietà con il popolo palestinese, con il tentativo del primo ministro Keir Starmer di strumentalizzare un caso di cronaca per imporre un ulteriore stretta sul diritto a manifestare e alla critica delle politiche terroriste e genocidiarie di Israele.

La polemica è divampata a seguito dell’accoltellamento avvenuto mercoledì scorso a Golders Green, quartiere a forte presenza ebraica nel nord-ovest di Londra. L’aggressore, Essa Suleiman, cittadino britannico di 45 anni nato in Somalia, è stato arrestato per il tentato omicidio di due uomini ebrei e di un uomo musulmano, poche prima in quello stesso giorno.

Nonostante la Metropolitan Police abbia confermato che Suleiman – dimesso da un ospedale psichiatrico pochi giorni prima dell’attacco – sia stato incriminato per tentato omicidio e non per reati legati al terrorismo, diversi esponenti politici hanno utilizzato l’episodio per condannare le marce pro-Palestina.

In un’intervista rilasciata sabato al programma Today della BBC, Starmer ha suggerito la necessità di un controllo più severo sugli slogan utilizzati, citando specificamente “globalizzare l’intifada” come espressione che richiederebbe “azioni più dure”. Starmer non ha escluso l’ipotesi di un divieto totale, sulla base di un concetto già proposto in precedenza e molto dibattuto: quello dell’effetto cumulativo.

“In relazione alla natura ricorrente delle marce – ha detto – molte persone della comunità ebraica mi hanno detto che è proprio la ripetizione, l’effetto cumulativo” a far crescere, secondo queste “voci” arrivate al primo ministro, il sentire antisemita. “Ora lo riconosco, ed è per questo che intendiamo affrontare questi effetti cumulativi”. In pratica, l’opposizione al genocidio la puoi esprimere una, due volte al massimo, poi basta perché si rischia di creare un “clima di odio”.

Riguardo alla vicenda delittuosa, è molto grave che il governo abbia deciso di strumentalizzare la complessa situazione della salute mentale dell’uomo, cancellando inoltre il fatto che a finirne vittima non siano stati solo esponenti della comunità ebraica, ma prima ancora un uomo musulmano.

Dopo la vittoria in tribunale di Palestine Action, Downing Street ha fatto ricorso e ha continuato ad arrestare in massa i solidali con l’organizzazione, mostrando grande difficoltà di fronte allo schiaffo ricevuto. Ora, i laburisti hanno deciso di trasformare una tragedia che ha origine nelle difficoltà psicologiche di una persona in un’arma politica da brandire contro chi scende in piazza.

Contro quest’atto non solo politicamente, ma anche moralmente deprecabile, si è alzata una voce importante anche nella stessa comunità ebraica britannica. Il rabbino Herschel Gluck, figura di spicco nel nord di Londra, ha rigettato qualsiasi legame tra le marce e l’attacco di mercoledì.

“Non sono certo le manifestazioni la causa dei tragici accoltellamenti di mercoledì a Golders Green”, ha detto il rabbino. “Sono molti gli ebrei che partecipano alle marce. In proporzione, sono più numerosi di qualsiasi altra comunità. E l’idea di vietare la libertà di parola è qualcosa di assolutamente antiebraico”.

Una coalizione di attivisti e organizzazioni per i diritti civili ha duramente criticato il tentativo di politici e media di infangare le proteste, respingendo fermamente l’ipotesi di un bando o di una moratoria sui cortei. Vari gruppi, tra cui i principali sono Palestine Solidarity Campaign (PSC), Stop the War Coalition e Friends of Al-Aqsa, hanno diffuso una nota congiunta mettendo in chiaro che non si faranno intimorire dalla repressione governativa.

Le organizzazioni hanno confermato che la marcia per il Nakba Day, prevista per il 16 maggio, si svolgerà regolarmente. Le dichiarazioni di molti politici “equiparano pericolosamente il popolo ebraico allo Stato di Israele e la protesta politica pacifica ad atti di violenza non correlati”, hanno detto da PSC. “Noi respingiamo categoricamente entrambe le posizioni”.

Nick Dearden, direttore di Global Justice Now, altra organizzazione non governativa con sede nel Regno Unito, ha definito le parole di Starmer ciniche e pericolose, accusando il primo ministro di alimentare le divisioni nel tentativo di evitare una sconfitta per il suo partito alle imminenti elezioni locali del 7 maggio, sperando così di recuperare i voti di qualche indeciso pendente a destra.

Il 16 maggio, inoltre, sarà una giornata molto complessa nel Regno Unito, perché con un evidente intento provocatorio l’estrema destra guidata da Tommy Robinson ha indetto una manifestazione sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, con un sapore razzista e suprematista. In questo caso, sembrerebbe, il governo non ravvisa nessun “clima di odio”.

Va ricordato che Robinson è stato invitato in Israele dal ministro per gli Affari della Diaspora a ridosso del cessate il fuoco dello scorso ottobre. Appare evidente come la sua estrema destra svolga un ruolo coordinato in una più ampia politica sionista internazionale, che mira a mantenere forte il sostegno a Israele e a limitare il diritto di parola e di manifestare di coloro che non vogliono complicità con la pulizia etnica in corso in Palestina e, ormai, anche in Libano.

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14/10/2025

Gaza - L’ora della fine per i collaborazionisti

L’uccisione del giornalista ventottenne Saleh Aljafarawi nel quartiere di Sabra (nella foto) durante i primissimi giorni della tregua nella Striscia di Gaza, ha sollevato un’ondata emozionale simile a quanto accaduto con Anas al-Sharif e molti altri loro colleghi, grazie ai quali il mondo ha potuto vedere, praticamente in diretta, gli orrori del genocidio.

A differenza degli altri, Saleh Aljafarawi è stato ucciso da bande palestinesi che hanno collaborato con l’occupante durante il genocidio, saccheggiando gli aiuti umanitari e cercando di creare ulteriore caos fra la popolazione stremata.

Sulla natura di queste bande si era scatenato un dibattito all’interno delle stesse fila sioniste, con Netanyahu che neppure era riuscito a negare di star rifornendo di armi bande legate all’Isis.

A cessate il fuoco raggiunto, questi ascari “hanno esordito” continuando l’eccidio di giornalisti cominciato dai loro padroni e stanno ingaggiando intensi scontri a fuoco con la polizia di Hamas, intenta a garantire il ritorno nei loro quartieri degli sfollati, che i collaborazionisti stanno invece ostacolando.

Questa versione, a dispetto dei sionisti nostrani, che parlano di criminali legati ad Hamas, è stata indirettamente confermata anche da Trump il quale, interrogato su come mai i combattenti di Hamas siano riapparsi per le strade in armi, invece di procedere al disarmo, ha risposto: “Abbiamo dato loro l’approvazione per un certo periodo di tempo... Vogliamo che sorveglino che non ci siano molti crimini. Ci sono circa due milioni di persone che tornano ai loro appartamenti letteralmente demoliti e molte cose negative possono accadere. Vogliamo che questo processo avvenga in maniera sicura. Credo che andrà tutto bene”.

Ennesima dimostrazione che le armi della Resistenza sono necessarie a proteggere le popolazioni, mentre il disarmo non porterà mai alla pace.

Di seguito un articolo più dettagliato su queste milizie collaborazioniste e la loro funzione.

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Israele scatena i suoi collaboratori contro i rimpatriati di Gaza

Nel momento in cui i negoziati per un cessate il fuoco a Gaza prendevano piede, l’attenzione si è spostata sul destino delle reti di collaborazionisti, moltiplicatesi negli ultimi sette mesi. Diretti e potenziati dal servizio di sicurezza israeliano Shin Bet, questi gruppi erano stati schierati per pattugliare le aree prima dei raid israeliani, a controllare che i combattenti della resistenza non tendessero imboscate, sostituendo di fatto i cani addestrati dell’unità Oketz dell’esercito, secondo gli analisti militari israeliani.

I centri di distribuzione degli aiuti gestiti dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF), con sede negli Stati Uniti, offrivano le condizioni ideali per il reclutamento, offrendo un contatto diretto con soldati statunitensi e israeliani.

Tra i gruppi più importanti c’era la cosiddetta banda di Yasser Abu Shabab, la cui sfera di influenza si è espansa durante l’operazione israeliana ‘Carri di Gideone 1’. Agli uomini di Abu Shabab fu concesso un ampio controllo su sezioni di Rafah, dove hanno sequestrato complessi per ospitare le famiglie dei collaborazionisti e i civili disposti a vivere sotto la loro autorità.

Abu Shabab, ex spacciatore e assassino conclamato, già incarcerato dal Ministero degli Interni di Gaza e capo dei cosiddetti “Comitati Popolari”, ha creato quello che sembrava essere quasi il nucleo di una ‘società civile’. Ha diffuso immagini che mostravano l’apertura di una scuola, una moschea e una clinica medica al servizio degli sfollati nelle aree sotto il suo controllo.

Non esistono dati ufficiali, ma fonti locali stimano che qualche centinaio di famiglie vivesse all’interno di zone controllate da Israele e dominate da questi gruppi, anche dopo che i più importanti clan di Gaza hanno pubblicamente revocato la protezione tribale nei confronti di qualunque individuo di cui venisse dimostrata la collaborazione con l’occupazione.

Mentre Israele si preparava al ritiro, le sue forze armate hanno chiarito brutalmente la propria posizione: “I miliziani che hanno collaborato con noi a Gaza non entreranno in Israele. Devono affrontare il loro destino. Non abbiamo costretto nessuno a combattere Hamas. Devono assumersi le conseguenze delle loro decisioni”.

Analogamente, il quotidiano israeliano Hadashot Yisrael ha commentato: “Ora che la guerra è finita, Hamas sarà libera di operare in tutta Gaza. Buona fortuna a Yasser Abu Shabab e alle altre organizzazioni che hanno collaborato con Israele”.

Nell’ambito della prima fase del piano di cessate il fuoco statunitense, il piano di ritiro israeliano ha assegnato a questi gruppi una nuova missione: impedire ai civili sfollati di tornare nelle zone della “Linea Gialla”, che costituiscono quasi il 58% del territorio di Gaza. Le bande di Abu Shabaab si sono quindi trovate tra centinaia di migliaia di sfollati e le loro case distrutte.

Solo negli ultimi tre giorni, unità collaborazioniste hanno arrestato decine di palestinesi che tentavano di tornare alle loro case. I combattenti della resistenza si sono scontrati con le bande nei quartieri di Shujaiyya, Al-Zeitoun e Tel al-Zaatar a Gaza City, così come a Beit Lahia. In alcune zone, i residenti infuriati hanno risposto con pietre.

Questi sviluppi hanno reso chiaro che le ambizioni dei collaborazionisti di sostituire Hamas come autorità di governo o di sicurezza di Gaza sono crollate. Il loro ruolo è ora limitato all’applicazione delle direttive israeliane, spesso in diretto scontro sia con la resistenza che con la popolazione.

Altre reti più piccole, modellate sulla formazione originale di Abu Shabab, sono apparse anche a Shujaiyya, Al-Zeitoun, Al-Sheikh Radwan e Jabalia al-Balad.

Nel frattempo, ieri sera sono scoppiati scontri armati tra membri del clan Dughmush e l’unità di sicurezza Radaa di Hamas, dopo che uomini armati di Dughmush hanno ucciso un comandante di alto rango delle Brigate Al-Qassam e tre civili sfollati, durante il ​​primo giorno del cessate il fuoco. Fonti locali hanno riferito che lo scontro, durato diverse ore nel quartiere di Sabra, ha lasciato sul terreno decine di ricercati, ma ha causato la morte anche di diversi agenti del Ministero dell’Interno e di agenti di polizia.

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14/09/2025

USA - “Sono nella lista nera di Charlie Kirk”

Il delirio si è diffuso a livello internazionale, anche se solo nell’Occidente strettamente inteso. L’omicidio a Salt Lake City del giovane influencer “Maga” è stato promosso subito, grazie ai suprematisti bianchi al governo o all’opposizione nel blocco euro-atlantico, ad evento di portata mondiale. Fino a chiedere un minuto di silenzio all’assemblea dell’Onu dove non si riusciva a scrivere la parola “genocidio” nella mozione sulla Palestina.

Il governo nostrano, come sapere, ha colto la palla al balzo per dichiararsi “vittima dell’odio”, nonostante sia sufficiente una rapida scorsa ai morti seminati dai fascisti in Italia, nel solo dopoguerra, per avere un quadro esauriente del background culturale – peraltro rivendicato – del quadro dirigente della destra italica. Nonché dell’abnorme carico “numerico” di omicidi, stragi, attentati verificati giudiziariamente “di matrice fascista”. Con la complicità-copertura di organi dello Stato, certo, ma da loro direttamente compiuti.

Così il giovane suprematista bianco è stato in poche ore elevato a “martire delle idee”, come se avesse promosso un “dialogo socratico” anziché incitare – a volte implicitamente, più spesso esplicitamente – ad eliminare chi aveva e professava idee diverse, progressiste, pacifiste, universaliste (che riconoscono cioè l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, qualunque sia il colore della loro pelle, il credo religioso o la passione politica).

Le ricostruzioni, le analisi, gli sguardi sulla realtà sociale e ideologica dell'“America profonda” sono diventate una valanga in cui è facile perdersi e cadere ne volgare trucco fascista che descrive le loro “idee” come di pari dignità rispetto a quelle democratiche o d’altra matrice, rivendicando quello spazio che proprio le loro “idee” e soprattutto le pratiche negano agli altri. Chiunque siano.

Abbiamo raccolto alcuni di questi interventi, testimonianze, analisi, iniziando con quella che ci è parsa più significativa dello spirito mortifero suscitato dal fu Kirk nei suoi blog e/o comizi. Quello di una normale professoressa che si è vista inserire nella “lista nera” stilata dal defunto, diventando rapidamente oggetto non solo di insulti e minacce, ma probabilmente anche di peggio.

Ricordiamo ancora una volta che solo tre mesi fa, il 14 giugno, un killer anti-aborto travestito da poliziotto ha ucciso la capogruppo democratica nel parlamento del Minnesota, Melissa Hortman, e il marito Mark. Giacché c’era, ha ucciso anche il loro cagnolino, indipendentemente dalle sue “idee”. L’uomo, poi arrestato, aveva in tasca una “lista nera” di 45 obiettivi, tutti residenti nella stessa zona.

Il 13 aprile un uomo armato di molotov aveva dato fuoco a una parte della residenza del governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro. Nei primi sei mesi del 2025, da quando Trump si è reinsediato alla Casa Bianca, gli attacchi politicamente motivati siano stati circa centocinquanta.

La violenza politica negli Usa è una “specialità” pressoché esclusiva della destra messianica, suprematista e razzista. E non da oggi. Nel 2022 il caso più clamoroso fu l’aggressione in casa di Nacy Pelosi, allora speaker della Camera (l’equivalente del leghista Fontana o dell’ex missino La Russa), democratica, il cui marito fu preso a martellate e ridotto in fin di vita.

Tutti questi episodi, più altri minori, non hanno meritato l’attenzione né di Giorgia Meloni né di altri esponenti della destra italiana o mondiale. Ergo, e senza tema di smentita, c’è un evidente “doppiopesismo”: le uniche vittime che contano sono le proprie, anche quando impresentabili. È qui la radice della guerra civile ed incivile che attraversa l’Occidente neoliberista in crisi. Al suo interno e verso fuori.

Ma noi ci siamo completamente dentro.

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La sua cosiddetta “Professor Watchlist” (Lista di Sorveglianza dei Professori), gestita sotto l’egida di Turning Point USA, non è altro che una lista nera digitale per gli accademici che osano dire la verità al potere. Ci sono finita nel 2024 dopo aver scritto commenti che hanno infiammato i fedeli del MAGA. E una volta che il mio nome è stato pubblicato, la macchina delle molestie si è scatenata.

Per settimane la mia casella di posta e la segreteria telefonica sono state inondate. Per lo più uomini bianchi che sputavano veleno al telefono: “troia”, “fga”, “ngra”. Mi hanno minacciato con ogni tipo di violenza.

Hanno sommerso le linee pubbliche dell’università e l’ufficio del rettore con chiamate che chiedevano il mio licenziamento. Il diluvio è stato così incessante che il responsabile della sicurezza del campus mi ha contattata per offrirmi una scorta, perché temevano che uno di questi soldati da tastiera potesse uscire dal suo seminterrato e venire a farmi del male.

E non sono un caso unico.

La Watchlist di Kirk ha terrorizzato legioni di professori in tutto questo paese. Donne, docenti neri, studiosi queer, in pratica chiunque sfidasse la supremazia bianca, la cultura delle armi o il nazionalismo cristiano si è improvvisamente ritrovato bersaglio di abusi coordinati.

Alcuni hanno ricevuto minacce di morte. Ad alcuni è stato minacciato il posto di lavoro. Alcuni hanno lasciato completamente il mondo accademico. Kirk ci ha mandato un messaggio chiaro: dì la verità e scateneremo la folla!

Questa è la cultura della violenza che Charlie Kirk ha costruito. Ha normalizzato la violenza. L’ha curata, monetizzata e l’ha aizzata contro chiunque osasse smascherare le bugie del suo movimento.

E ora, a seguito della sua sparatoria [Nota: si riferisce alla sparatoria in cui Kirk è rimasto coinvolto, non di cui è autore], c’è tutto questo cordoglio nazionale, momenti di silenzio, mani giunte gialle [riferimento a un gesto di preghiera usato in certi ambienti] e tributi che lo dipingono come un debater civile. Ma la verità è che Kirk e i suoi scherani hanno passato anni a terrorizzare gli educatori, cercando di silenziarci con molestie e paura!

E ora la stessa violenza che ha scatenato contro gli altri gli è ritornata contro, completando il cerchio.

Ma ciò che trovo particolarmente sconvolgente è la dissonanza nel lutto pubblico per un uomo bianco compiaciuto il cui lavoro nella vita è stato attivamente ostile verso certi gruppi. Kirk ha passato anni a demonizzare le persone LGBTQ, a deridere i sopravvissuti alle sparatorie, a sputare razzismo sui neri e a spingere per politiche che accorciano letteralmente la vita.

È così rivoltante assistere a un’ondata bipartisan di dolore per questo odioso razzista, come se fosse un servitore della comunità neutrale.

Stacey Patton – da Facebook

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Un omicidio al termine della notte

E insomma, alla fine della fiera, su Tyler Robinson – colui che ha ucciso nello Utah il megafono dell’ideologia Maga rispondente al nome di Charlie Kirk – di congetture e indiscrezioni ne sono circolate tante.

La versione più plausibile è che fosse repubblicano, amante delle armi e ossessionato da videogiochi e realtà virtuale.

Figlio per di più di un pastore mormone e trumpista, che lo ha consegnato alla polizia. E come i genitori, Tyler aveva frequentato “La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni”. Setta protestante, in parte mormone, che crede in un Cristo risorto che si troverebbe in America.

Chiesa che attende “il raduno delle dieci tribù di Israele” e ritiene che “Sion, la nuova Gerusalemme” sarà costruita negli Usa.

Non si sa se il diligente genitore intascherà, a questo punto, il premio di 100000$. Ma io sarei pronto a scommetterci.

Tuttavia, sui proiettili in dotazione alla sua arma il nerd Tyler pare avesse scritto “Ehi fascista, prendi” e su un altro i versi di “Bella Ciao”. Frasi ad minchiam, mutuate sembra surfando tra le onde della tempesta online.

Ma tanto era bastato a Trump e ai suoi, al di là e al di qua dell’oceano, per identificarlo come radicale di sinistra.

E invece no. Niente omicidio politico. O almeno non come vorrebbero intendere alcuni frettolosi e complottardi commentatori mainstream o da social.

Ora dunque chi glielo dice a Trump, ai Maga e a Maga Meloni? Chi glielo dice a quella zanzara ciarliera di Saviano?

All’immaginifico Robertino non è sembrato vero infatti di poter ancora una volta tirare in ballo, a pen di segugio, l’estremismo di sinistra e le Brigate Rosse. Un parallelismo sempre verde nella retorica anticomunista del nostro. 

Proprio lui, sempre così compassato, preciso, contestuale, discernente e storicamente ineccepibile. Sich!

Chi glielo spiega che gli omicidi politici sono una cosa e il gesto isolato un’altra? Chi glielo spiega che la lotta armata, la guerriglia urbana e la violenza di classe sono una cosa (finanche auspicabile in alcuni tornanti storici) mentre uno “sparo nella notte” della società, della cultura e forse della mente è tutt’altro?

Ha ragione il professor Orsini: Kirk è stato assassinato da un fenomeno culturale. Ma personalmente amplierei il concetto.

Ucciso da un avatar. Da un eidola. Da un simulacro. Da un fantasma venuto fuori dalle viscere dello spettacolo virtuale e neoliberista.

Un ingranaggio inceppatosi sulla catena di montaggio del Modo di Produzione Capitalistico.

Spettacolo e ingranaggio, struttura e sovrastruttura di un potere che negli Stati Uniti trova la sua più lugubre incarnazione e rappresentazione.

Tyler è l’ipostasi di quel crepuscolo capitalistico giunto ormai sull’orlo del precipizio. Dove la post post post modernità ha confuso tutto.

Analisi fattuale e Opinione. Verità e Mistificazione. Storia e Narrazione. Informazione e Propaganda. Politica e Religione. Fanatismo e Ideologia. Realtà e Spettacolo. Umanità e Merce. Comunismo e Nazismo. Fascismo e Libertà. Fascismo e Democrazia.

Quella paradossale “libertà di fascismo democratico” di cui Kirk era la voce più ignobile. Quella assurda “libertà di fascismo democratico” che la sinistra ha ormai sussunto da tempo, portandone a compimento il processo con la guerra in Ucraina, il Rearm EU e la complicità con Israele.

Tyler – come Kirk d’altronde – è il prodotto assolutamente logico di questo sistema-mondo. E di questo Occidente.

Il cui viaggio sembra giunto al termine della notte.

Vincenzo Morvillo

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Kirk e l’ internazionale nera

Donald Trump ha parlato subito dopo l’assassinio di Charlie Kirk: «Non si può sostituire Charlie, era unico. La colpa va al radical left.»

Il copione è sempre lo stesso: non un presidente che cerca di ricucire, ma un capopopolo che soffia sul fuoco. Vittimismo elevato a sistema, che diventa il carburante di tutta la macchina propagandistica.

Poi arriva Benjamin Netanyahu, che in un’intervista a Fox News paragona Kirk al fratello Yoni, caduto a Entebbe: «Charlie era un eroe delle nostre radici e della nostra cultura condivise. Penso a mio fratello per tutta la vita e penserò a Charlie per tutta la vita.» E rincara: «Gli islamisti radicali e gli ultra-progressisti, stanno usando la violenza per abbattere i loro nemici». 

E in Italia, Giorgia Meloni non poteva mancare al coro. Scrive su Fb: «Questi sono i sedicenti antifascisti. Questo è il clima, ormai, anche in Italia. Nessuno dirà nulla, e allora lo faccio io. Non ci facciamo intimidire». 

Anche qui la tecnica è identica: presentarsi come bersaglio, denunciare un clima d’odio mentre si governa con manganelli e decreti liberticidi. Una foto ribaltata e un numero rosso diventano l’occasione per recitare la parte della perseguitata.

Ma chi è Charlie Kirk, il nuovo santo dell’internazionale nera? Le sue frasi parlano da sole: il “privilegio bianco” è per lui una “bugia razzista”. George Floyd? Una “feccia”. Martin Luther King? “Un uomo orribile”. Il Civil Rights Act del 1964? “Un enorme errore”. E, come ciliegina ideologica, la dichiarazione che lo lega a doppio filo con Netanyahu: «Sono molto filo-israeliano, sono un cristiano evangelico, un conservatore, un sostenitore di Trump, un repubblicano, e per tutta la mia vita ho difeso Israele». 

Questa è la materia grezza con cui si costruisce l’eroe: razzismo, revisionismo storico, filo-sionismo militante. Veleno ideologico.

Trump, Netanyahu, Meloni, Kirk: quattro voci, un’unica partitura. La retorica del nemico interno, il culto della vittima, la manipolazione costante della realtà. Si fingono assediati mentre esercitano potere, si proclamano perseguitati mentre perseguitano, si ergono a difensori della civiltà mentre ne corrodono le basi.

Gente pericolosa. Ma altrettanto pericolosi sono quelli che, qui da noi, affermano che “ha stufato questo antifascismo senza fascismo”: sono gli utili idioti che spianano la strada al ritorno del peggio del peggio. Perché la Meloni non è fascista. È fascistissima.

Alfredo Facchini

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Da ore assistiamo alla solita squallida e ignorante manovra: Lega e FdI provano a trasformare Tyler Robinson, il 22enne che ha confessato di aver ucciso Charlie Kirk, in un fantoccio da esibire come “simbolo dell’odio di sinistra”.

C’è chi arriva a scrivere che la sinistra sarebbe addirittura “la mandante morale” dell’omicidio.

Il tutto perché su un proiettile era incisa la scritta “Bella ciao”.

Un pericoloso odiatore, come il Presidente Israeliano che faceva le scritte sui missili da lanciare sui civili a Gaza, avete presente, quello con il quale il fratello di Piersanti Mattarella e Leone han fatto handshake?

Bene. La verità è molto diversa.

A parte che “Bella ciao” ormai la cantano cani e porci, persino la si sente ai raduni del PD, quindi di quale sinistra parliamo?

Poi, Robinson non era “di sinistra”, non lo è mai stato. Nemmeno della sinistra all’acqua di rose americana “democratica”.

La sua famiglia è repubblicana da sempre, il padre è un trumpiano convinto e i compagni di scuola ricordano che “era un giovane timido e taciturno che al liceo sosteneva Donald Trump”. La nonna del ragazzo ha dichiarato di non conoscere nessuno in famiglia che sia “democratico” (nel senso di partito...).

In ogni caso, Tyler non ha mai votato, non ha mai avuto alcuna appartenenza politica registrata. Un “extraparlamentare di sinistra”? No: un videogiocatore compulsivo.

Infatti:

Quelle scritte sui bossoli non hanno nulla a che vedere con la sinistra, ma con l’universo dei videogiochi e dei meme online.

“Bella ciao” non è l’inno della nostra Resistenza (btw, inventato a posteriori a Resistenza finita: fascia, se le cose non le sai, SALLE): era una citazione ripresa da un videogioco. Tradotto in linguaggio per noi boomers: “Ciao Bello, bèccate questo”. Mio figlio, 17enne, mi ha confermato ridendo (poi, saputo il contesto, ha smesso di ridere).

L’iscrizione “notices bulge OwO What’s this?” è un vecchio meme dei roleplay Furry, diffuso anni fa su internet, che prende in giro il linguaggio di quelle community appassionate di animali con sembianze umane.

E la sequenza “⬆️ ➡️ ⬇️ ⬇️ ⬇️ Hey fascist! Catch!” è un riferimento diretto a Helldivers 2, un gioco satirico in cui i giocatori combattono per una finta democrazia che in realtà è una dittatura militare. I “fascisti” sono i nemici del videogioco, e la frase non è altro che il comando per sganciare una bomba.

Siamo davanti, dunque, a un ragazzo disturbato che ha inciso meme e citazioni nerd di videogiochi “sparatutto” su proiettili di purtroppo vere armi.

Non a un militante della sinistra mondiale.

Dovrà comunque rispondere di quanto ha fatto: non è che spari e uccidi una persona così, gratis: fossi nei suoi avvocati la butterei sulla seminfermità mentale, poi, fatti loro.

Gira su Tyler Robinson la definizione di Groyper. Di nuovo ho chiesto al teenager: dicesi di un fanatico fascista che fa fuori altri fanatici fascisti, perché non sono abbastanza fanatici e non sono abbastanza fascisti. Dice che ne era pieno il Campidoglio durante il famoso assalto degli ultras trumpiani. Io, relata refero.

Torniamo agli squallori nostri. La favola della “sinistra mandante morale” è solo un’arma retorica, squallida e vergognosa, usata per scaricare sull’avversario politico la responsabilità di un dramma, che invece nasce dall’accesso incontrollato alle armi. In una società violenta e ormai in completo disfacimento morale come quella statunitense.

Trump, da buon papà comprensivo ed empatico, dice: “Spero nella pena di morte”. Io no, né per quel ragazzo, né per voialtri.

Non hanno limiti all’indecenza.

[Cit. in gran parte da Abolizione del suffragio universale, mod. da Massimo Zucchetti]

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31/07/2025

Ucciso da un colono israeliano uno degli attivisti di “No Other Land”

Dopo essere stato trasportato d’urgenza in ospedale per ferite da arma da fuoco, è morto Awdah Hathaleen, famoso attivista e giornalista palestinese presente anche nel documentario premio Oscar “No Other Land”. L’assassino è un colono israeliano, anche lui famoso, ma per essere un esempio di cosa significa il sionismo in Cisgiordania.

L’omicidio è avvenuto a Umm al‑Khair, villaggio vicino a Hebron protagonista del film acclamato a livello internazionale. In un video si vede il colono Yinon Levi urlare contro Awdah Hathaleen, sventolando una pistola in mano, caricandola, e infine sparando, certo dell’impunità che continuerà a godere.

Su di lui erano state poste delle sanzioni proprio per le violenze perpetrate sui palestinesi, sia da parte degli USA sia da parte di UE e Regno Unito, ma quelle di Washington sono state revocate appena Trump è arrivato alla Casa Bianca. Anche le altre del resto dell’Occidente, comunque, si sono rivelate evidentemente inutili a fermare la mano di Levi.

A diffondere il video dell’omicidio è stato Yuval Abraham, uno dei registi israeliani di “No Other Land”. Un altro co-regista, Basel Adra, ha commentato: “il mio caro amico Awdah è stato massacrato questa sera. Era in piedi davanti al centro comunitario del suo villaggio quando un colono ha sparato un proiettile che gli ha trapassato il petto e gli ha tolto la vita. È così che Israele ci cancella – una vita alla volta”.

Adra mette in chiaro il fatto che è Israele che sta portando avanti questo stillicidio di vite, anche in Cisgiordania, come parte del genocidio del popolo palestinese. Infatti, Levi non era da solo, ma era solo uno dei coloni che hanno attaccato il villaggio di Umm al‑Khair. Tutto è partito da un bulldozer guidato da un colono contro terreni e proprietà dei palestinesi.

Quando il giovane ha chiesto al colono di fermarsi, è stato travolto dal bulldozer. A quel punto, i palestinesi hanno cominciato a lanciare pietre, a cui Levi ha risposto con la pistola. Questa non è una scena inusuale, ma è quello che succede da decenni in Cisgiordania, dove da ottobre 2023 sono stati uccisi oltre mille palestinesi.

Le forze armate israeliane hanno arrestato quattro palestinesi, oltre a due turisti stranieri che si trovavano sul luogo. Secondo le autorità sioniste, a seguito dell’accaduto è stata confermata la morte di un palestinese, mentre l’agenzia di stampa palestinese Wafa ha riferito di un secondo palestinese trasportato in ospedale in ambulanza.

Levi sarebbe stato preso in custodia dalla polizia per essere interrogato, ma senza alcuna accusa formale a suo carico. Repubblica riporta che è stato poi posto ai domiciliari e iscritto tra gli indagati per omicidio colposo, ma si difende affermando di aver agito per legittima difesa. La polizia ha però chiesto al tribunale di sospendere la sua decisione.

Come se non bastasse, Wafa riporta che l’esercito sionista ha fatto irruzione al corteo funebre per Hathaleen, dichiarando l’area zona militare, aggredendo i partecipanti e costringendoli a disperdersi. Questa è la vita quotidiana nella Cisgiordania occupata dai coloni israeliani, mentre la Knesset ha da poco votato la definitiva annessione di tutta la regione, contro ogni disposizione del diritto internazionale.

“I coloni stanno lavorando dietro le nostre case e hanno cercato di tagliare la conduttura principale dell’acqua per la comunità”, ha detto Hathaleen nel suo ultimo messaggio. È evidente che il problema non può essere risolto da sanzioni individuali poiché è in un sistema di apartheid e impunità che continua a nutrirsi del sostegno diplomatico, economico e militare a Tel Aviv.

Anche il tardivo riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di Francia e Regno Unito (che non avverrà prima di settembre) elude il problema politico della politica suprematista e coloniale di Israele, e il fatto che presto non ci sarà più alcun popolo per lo Stato di Palestina.

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15/03/2025

Ucraina - A Odessa ucciso uno dei killer neofascisti della strage alla Casa dei Sindacati

A Odessa, è stato ucciso Demyan Hanul – l’ex capo dell’organizzazione neofascista ucraina Pravi Sector e ritenuto uno degli organizzatori dell’assalto alla Casa dei Sindacati di Odessa del 2 maggio 2014, che provocò decine di vittime, alcune delle quali bruciate vive. Una persona sconosciuta gli ha sparato per strada e poi è fuggita. In un video, l’esecutore con calma, senza prestare attenzione ai testimoni che stavano nelle vicinanze e filmavano ciò che stava accadendo, ha ucciso Hanul con un colpo alla testa. Più tardi è stato arrestato dai militari ucraini.

La testata Interfax/Ucraina riferisce che il Ministro degli Affari Interni ucraino Ihor Klymenko ha preso sotto il suo personale controllo le indagini e la divulgazione pubblica di questo omicidio.

Il dirigente neofascista eliminato è legato a molti episodi cruenti: oltre alle morti nella Casa dei Sindacati di Odessa, ha partecipato alla demolizione di monumenti della Grande Guerra Patriottica, alle aggressioni di residenti di lingua russa. Hanul aveva molti nemici. Il giornale Pravda riferisce che nelle chat di Odessa la notizia è accolta con giubilo, a prescindere dalle convinzioni politiche.

Lo stesso giornale riferisce che questo è il secondo episodio del genere in tempi recenti: nel luglio 2024 a Leopoli, Iryna Farion, le cui attività hanno in gran parte portato all’emergere della base ideologica dell’attuale regime di Kiev, è stata uccisa a colpi di arma da fuoco.

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21/01/2025

L’intimidatorio linciaggio mediatico della destra sul caso Ramy

Negli ultimi giorni, tra i principali temi del dibattito pubblico italiano c’è stata la morte di Ramy Elgaml, un giovane del Corvetto, quartiere della periferia di Milano. L’occasione è diventata ottima per la destra per fomentare un pericoloso clima di odio e repressione, aizzando giornali e anche semplici cittadini in una vera e propria opera di linciaggio mediatico.

Ma andiamo con ordine, partendo dai fatti, ossia con lo stato delle indagini. Perché, per quanto ne dicano in queste ore vari politici e opinionisti che chiedono le “scuse per i carabinieri”, le informazioni trapelate dalla Procura di Milano chiariscono che l’inseguimento di Ramy e Fares Bouzidi si è svolto senza violazioni solo perché non esistono protocolli chiari in merito.

Il riferimento è all’articolo 55 del codice penale, che recita: “la polizia giudiziaria deve, anche di propria iniziativa, prendere notizia dei reati, impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori, compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere quant’altro possa servire per l’applicazione della legge penale”.

Tutto qui, un’interpretazione di un testo che non assolve in nulla i militari. E infatti, sono in tre a essere sotto indagine, uno per omicidio stradale (come Fares, alla guida dello scooter, per concorso nello stesso reato) e due per “frode processuale, depistaggio e favoreggiamento” con l’accusa di aver costretto a cancellare i video dello schianto dal cellulare di Omar, un autista di Uber presente al momento dell’incidente. Distruggere alcune prove non è esattamente un “difendere la legge”, specie per dei carabinieri... E sicuramente non è indice di “piena innocenza”.

Insomma, quello che per ora sappiamo, in attesa delle perizie sull’accaduto e sul telefono dell’autista in arrivo alla fine del mese, è che in almeno una delle ricostruzioni della polizia locale si parla nel dettaglio dell’impatto tra la gazzella dei militari e lo scooter, che ha fatto poi cadere i due ragazzi, così come appare dalle immagini rese pubbliche.

Se venissero ritrovate tracce del video cancellato nella copia forense del cellulare di Omar, come ha spiegato Debora Piazza, la legale di Fares, allora il reato di omicidio stradale per il carabiniere potrebbe essere trasformato in omicidio volontario con dolo eventuale. Ovvero un comportamento talmente aggressivo (nell’inseguimento) da mettere in conto che l’effetto poteva essere la morte di un’altra persona.

“Si può basare anche su quanto accaduto prima del fatto di reato, con i dialoghi registrati, e su ciò che è avvenuto dopo, con le minacce che sarebbero state fatte nei confronti del testimone oculare”, ha specificato l’avvocato Piazza. In sintesi, anche non recuperando il video, visto che è stato fatto cancellare, ciò sarebbe già una possibile prova di un omicidio commesso volontariamente (solo chi sa di essere colpevole, o i suoi complici, ha un interesse personale a distruggere le prove).

Chiudiamo qui l’introduzione, perché oltre a chiarire come siamo ancora lontani da una possibile verità giuridica sulla morte di Ramy, pensiamo sia evidente come, anche questa, deriverà da una serie di variabili che bisognerà poi vedere come verranno interpretate in sede di indagini e di successivo dibattimento in tribunale. Ma non necessariamente tutto ciò restituirà l’accaduto nella sua interezza.

Se guardiamo invece alla reazione politica avuta dalle forze di maggioranza rispetto alla vicenda, così come dai giornali di destra, va sottolineato la doppia direttrice delle affermazioni fatte. Da una parte, c’è stata la difesa a priori dei militari, e delle forze dell’ordine in senso lato, dall’altra il linciaggio mediatico di chiunque abbia provato a criticare l’operato dei carabinieri.

Innanzitutto, è stato completamente cancellato il nodo della provenienza di Ramy. Non parliamo solo della sua origine egiziana, sulla quale magari anche le finte opposizioni hanno rimandato al razzismo dei post-fascisti, ma dell’appartenenza a quella schiera di dimenticati dalle istituzioni che costituiscono il popolo delle periferie metropolitane.

La questione sociale insita nel caso è ovviamente tenuta in disparte da chiunque, altrimenti si dovrebbe criticare anche il “modello Sala”. Al contrario, il sindaco di Milano e vari altri esponenti del centrosinistra sono stati strumentalmente attaccati nel solito gioco delle parti del bipolarismo che caratterizza la vita politica del paese.

Ma soprattutto, è stata posta sotto un attacco organizzato la portavoce nazionale di Potere al Popolo, Marta Collot. Ospite al programma di Rete 4, Dritto e Rovescio, ha avuto un duro confronto con gli ospiti della trasmissione (Belpietro, Cruciani e così via), ed è stata poi al centro di post da parte di Fratelli d’Italia e Salvini.

Sin da subito, i suoi profili social sono stati bersagliati da centinaia di commenti, in un’operazione visibilmente architettata da provocatori di professione in gruppi online della destra. Si va dalla difesa dei carabinieri alle promesse di denuncia, fino all’augurio di trovarsi in situazione di pericolo senza però ricevere la tutela delle forze dell’ordine.

Ma soprattutto, tutti i suoi post, vecchi e nuovi, sono stati investiti da un pullulare di insulti razzisti a Ramy e sessisti a Collot stessa. Il tentativo di aizzare il proprio elettorato ha dato via libera alle minacce più schifose, senza preoccuparsi di come figure sociali abbrutite e ingozzate di propaganda di guerra e di discriminazione potessero riversare odio e minacce sulla portavoce di Potere al Popolo.

Per mesi e mesi chi è stato nelle piazze per difendere i lavoratori e solidarizzare con la resistenza palestinese è stato accusato di “diffondere odio” e di esprimere “visioni violente”. In questi giorni abbiamo visto invece come l’odio – quello vero, decerebrato e “di branco” – è invece fomentato contro le esperienze di alternativa.

E questo apre l’ultimo capitolo della vicenda che qui discutiamo. Il linciaggio mediatico della giovane militante non è stato opera solo dei due principali azionisti della maggioranza, ma anche di alcuni giornali, come Libero, che ieri ha ribadito la necessità di “chiedere scusa ai carabinieri”. Dalle colonne dello stesso giornale è stata data voce anche alla deplorazione dell’USMIA.

Il segretario dell’Unione Sindacale Militari Interforze Associati ha criticato la “superficiale narrazione mediatica di alcuni delatori, i quali criminalizzano le forze dell’ordine definendole persino assassine – come ha dichiarato Marta Collot con riferimento al caso Ramy durante una trasmissione televisiva”.

Ha poi commentato: “i crescenti episodi di aggressioni in danno delle forze dell’ordine, gli attentati dinamitardi alle caserme, le violenze di piazza e le devastazioni da parte di vere e proprie guerriglie urbane, impongono un pugno duro e interventi normativi non più differibili per garantire protezione a chi opera quotidianamente in difesa della legalità e della sicurezza dei cittadini”.

Un’altra frase ha poi il sapore del rimando a una svolta storica: “il tempo di subire è finito, è giunto il momento di agire!” E non potrebbe essere più d’accordo il ministro Piantedosi, che avendo ricordato che all’alt ci si ferma, altrimenti può succedere di andare incontro alla morte (come è avvenuto decine di volte ai tempi della criminale “legge Reale”), ne ha approfittato anche per chiedere che si acceleri sul ddl 1660.

“C’è un network tra gruppi antagonisti per fare guerriglia contro le forze dell’ordine, è necessario approvare subito il ddl Sicurezza”, ha detto. E intanto Nordio in Senato ha denunciato l’automatismo dell’iscrizione degli agenti nel registro degli indagati, nei casi in cui venga commesso un reato durante il servizio.

Non proprio uno “scudo penale”, ma di certo una larga garanzia di impunità – e di incognito – per la forza pubblica, un modo di tenersela vicina e obbediente proprio mentre si decide di stringere il cappio della repressione per prevenire qualsiasi dissenso. La pesante intimidazione subita a Brescia anche dalla attivista di Extinction Rebellion, costretta a spogliarsi e a fare piegamenti, ne è un altro esempio.

La strumentalizzazione della morte di Ramy, così come il linciaggio di Marta Collot e le perquisizioni da carcere speciale per chi protesta pacificamente con un cartello in mano, provocano innanzitutto indignazione e disgusto, ma devono suscitare soprattutto preoccupazione politica, perché è evidente come in questo paese dello “stato di diritto” non rimanga più quasi nulla.

E di come le classi dirigenti stiano preparando il terreno all’unico aspetto dello “Stato” che vogliono rimanga in Italia: quello di polizia.

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17/12/2024

Quando l’unica giustizia è la vendetta

Un uomo è stato arrestato per aver presumibilmente ucciso, il 4 dicembre a New York, l’amministratore delegato della multinazionale statunitense UnitedHealthcare, Brian Thompson. Il sospettato, Luigi Mangione, è stato arrestato il 9 dicembre in Pennsylvania e la polizia ritiene che si sia trattato di un omicidio premeditato.

Al momento dell’arresto, Mangione aveva con sé un “manifesto” in cui si dice che abbia condannato l’impresa assicurativa sanitaria per aver ricavato i suoi enormi profitti speculando in vario modo sulle malattie dei pazienti. Nel “manifesto” si afferma a chiare lettere che «questi parassiti se l’erano cercata».

Sono molte le persone che, negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo, hanno espresso comprensione per la rabbia di Luigi Mangione nei confronti di questa multinazionale della sanità privata. Mangione, ingegnere di chiara origine italiana, sembra provenire da un ambiente privilegiato e ha espresso la sua rabbia in modo micidiale, riscuotendo però una viva simpatia, e perfino un’attiva solidarietà, da parte di milioni di lavoratori che soffrono quotidianamente per le azioni tanto vampiresche quanto vili di questa impresa multinazionale operante nel settore delle assicurazioni sanitarie.

UnitedHealthcare, presente anche in Italia, e imprese simili create non per soddisfare le esigenze delle persone in materia di assistenza sanitaria, ma per generare profitti osceni a beneficio della classe dei miliardari, sono giustamente odiate da grandi masse di lavoratori e da altri strati oppressi negli Stati Uniti, paese – va ricordato – in cui non esiste un servizio sanitario pubblico.

Nel 2023, UnitedHealthcare ha ricavato infatti 22 miliardi di dollari di profitti estorti a pazienti, dottori e infermieri, e trasferiti nelle tasche dei miliardari. I maggiori azionisti di UnitedHealth sono il gigante della gestione patrimoniale Vanguard, che detiene una quota del 9%, seguito da BlackRock (8%) e Fidelity (5,2%).

Va detto che il tema dell’eroe che vendica un sopruso, là dove la giustizia antica, quella feudale o quella borghese si rivelano impotenti ad impedirlo o addirittura ne sono complici, risale almeno all’Odissea, rivive in Robin Hood e nel conte di Montecristo, e giunge fino a noi nella forma della “propaganda armata” praticata dalle Brigate Rosse.

Il merito di Mangione è pertanto quello di aver riconosciuto un problema reale e di averlo portato all’attenzione dell’opinione pubblica americana e mondiale, anche se il metodo individualistico e terroristico che sta alla base della sua azione non può essere condiviso.

Esso testimonia, peraltro, che una conseguenza sempre più importante della degenerazione oligarchica e plutocratica della “democrazia americana” è la guerra civile strisciante in corso, ormai da anni, nel paese guida dell’Occidente capitalistico (si rammenti l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti avvenuto nel 2021).

La domanda, che anche l’attentato anarchico compiuto da Mangione sollecita, è allora la seguente: quale significato assume oggi la rivoluzione? Per rispondere a questa domanda conviene senz’altro richiamare le «Tesi di filosofia della storia» di Walter Benjamin, che è forse uno dei più grandi pensatori del Novecento.

Questo testo straordinariamente incisivo non è caratterizzato dalla condanna (scontata) del nazismo, ma dall’accusa, rivolta alla socialdemocrazia, di essere responsabile della rovina del proletariato, avendo distrutto la sua coscienza di classe e avendo tolto la volontà di combattere alla classe operaia.

Questo è un punto fondamentale, che va ribadito una volta per tutte sul piano storico, e la cui riaffermazione consente anche di rispondere, almeno in linea di principio, alla domanda sulle forme di lotta, precisando che la lotta di classe non esclude per nulla, come accade nelle posizioni controrivoluzionarie della socialdemocrazia, il rifiuto della violenza di massa, della lotta armata e del “terrorismo” (si pensi alle azioni dei GAP durante la Resistenza).

Un altro aspetto decisivo, affermato in modo giustamente provocatorio da Benjamin, consiste nel rilevare che il proletariato ha commesso un errore micidiale quando si è proposto di pensare alla felicità dei figli e dei nipoti, giacché il problema è, invece, la vendetta.

In altri termini, di fronte alla borghesia che non solo sfrutta il proletariato, ma nutre anche un’avversione profonda per esso e possiede una piena coscienza del proprio ruolo di classe dominante, è paradossale che la stragrande maggioranza dell’umanità sia rappresentata da proletari di fatto privi di coscienza di classe o, ancor peggio, da quei sottoproletari che sono definiti nel “Manifesto del partito comunista” come «infima putrescenza della società borghese».

Delle sofferenze patite dai padri e dagli avi, così come delle crescenti sofferenze patite dagli sfruttati odierni, occorre dunque ricordarsi, e assumersi la responsabilità di un’azione conseguente sul terreno politico, organizzativo, teorico e ideologico, senza confondere il contrasto tra poveri e ricchi con la vera scissione che divide oggettivamente la società in due grandi campi contrapposti: la scissione tra sfruttatori e sfruttati (laddove vale la pena di precisare, sgombrando il terreno dagli equivoci delle ideologie miserabilistiche, che si può essere sfruttatori ed essere poveri e si può essere sfruttati ed essere ricchi).

Fonte

11/12/2024

Dolore, speranza… e assicurazioni

L’omicidio di Brian Thompson, amministratore delegato di UnitedHealthcare, la più grande compagnia di assicurazione sanitaria degli Stati Uniti, freddato a Mahnattan il 4 dicembre ha suscitato reazioni inattese.

Settantacinquemila faccine allegre 😄 sono apparse su Facebook sotto il comunicato di UnitedHealthcare che informava della perdita del suo dirigente. La giacchetta con cappuccio indossata da Luigi Mangione è andata a ruba nei grandi magazzini.

Una dozzina di giovani, infine, si sono incontrati sabato scorso a Times Square, tutti ingiacchettati e incappucciati: avevano messo su una competizione per premiare il più somigliante allo sparatore di mercoledì.

Alex Goldenberg, consulente presso il “Network Contagion Research Institute”, un organismo che si occupa di minacce in rete, segnala come questa volta il sostegno all’omicidio di Manhattan è diventato opinione comune. “L’uccisione di Thompson – aggiunge Goldenberg – viene spiegata come una specie di segnale d’inizio di una più ampia guerra di classe” (New York Times, 7/12/2024).

Che Luigi Mangione il 4 dicembre intendesse intervenire nel dibattito pubblico sull’assistenza sanitaria appare chiaro dalle parole incise sui bossoli trovati sulla scena del delitto: “delay, deny, depose” (ritardare, negare, deporre). Le prime due alludono a pratiche di uso comune fra le compagnie di assicurazione, prima rinviare e poi rifiutare del tutto il pagamento delle cure mediche. L’ultima – deporre – appare come metafora dell’omicidio stesso, la deposizione violenta, per via di eliminazione fisica, di un sovrano, in questo caso l’amministratore delegato di un’azienda.

La triplice allitterazione stabilisce anche un legame con Delay, Deny, Defend, un libro pubblicato nel 2020 da Jay M. Feinman, professore emerito di diritto a Rutgers. Per capire di cosa parli il suo libro basta leggere il sottotitolo: “Perché le compagnie di assicurazione non pagano e cosa si può fare al proposito”.

“Un torrente di odio verso le assicurazioni sanitarie dopo l’omicidio dell’amministratore delegato” è il titolo di un articolo uscito sul New York Times del 5 dicembre, dove si legge di come sarcasmo, giubilo e odio abbiano dominato i commenti apparsi in rete subito dopo la morte di Thompson. È un ottimo pezzo, ma più interessanti risultano i 1.460 commenti inviati in poche ore dai lettori.

Lì si può leggere dell’impatto devastante esercitato da UnitedHealthcare e da altre aziende del settore sulla vita delle persone:

– Mia figlia è nata con una deformità congenita a entrambi i piedi. A quattordici mesi è stata operata. L’assicurazione ha pagato solo per un piede, sostenendo che non copriva due operazioni praticate in contemporanea.

– UnitedHealthcare è la mia assicurazione. Negli ultimi due anni mi è costata 3.000 dollari. Loro ne hanno tirati fuori 100.

– Quest’anno mio zio è morto che era ancora giovane perché l’assicurazione ritardava, ritardava, ritardava (delayed, delayed, delayed).

– Un anno fa ho perso mio marito, suicida. Una delle ragioni per cui si è tolto la vita sono stati i debiti causati dalle cure mediche.

– Abbiamo un figlio che soffre di autismo. United Healthcare continua a negargli la copertura assicurativa per la terapia di cui ha bisogno.

– United Healthcare ha usato l’intelligenza artificiale per stabilire che la terapia per la mia recente e devastante infertilità non era necessaria dal punto di vista medico.

– Una mia parente ha avuto un aneurisma cerebrale, senza lacerazioni. Nessuna assicurazione avrebbe mai coperto un’operazione chirurgica “prima che l’aneurisma avesse raggiunto il livello 7”. La demenza vascolare era già iniziata. Adesso non siamo ancora al livello 7, ma mentalmente lei è andata. I suoi due figli (giovani) lavorano a tempo pieno per pagarle una badante a tempo pieno.

– Proprio mentre sto scrivendo aspetto che l’Assicurazione risponda al mio appello contro le loro decisioni a proposito delle radiazioni a cui sono stata sottoposta dopo un’operazione chirurgica per un cancro alla gola. Il trattamento mi ha causato una seria necrosi ossea a entrambe le mascelle. Non ho più denti e da un anno e mezzo non riesco a nutrirmi correttamente. Tutto questo sta compromettendo in maniera seria la mia salute, che è in declino. L’ospedale dove sono in cura, il mio medico di famiglia e altri due suoi colleghi hanno sottoposto quattro richieste di pagamento all’Assicurazione. Sono state tutte negate (denied).

Non odio, ma dolore. Senza fine. Ed estrazione. I risparmi personali con cui pagare i costi delle cure non sono altro che residui accumulati del salario. Provengono da quella parte di valore rimasta in mano alle salariate o ai salariati, dopo che il capitalista si era attribuito una parte di quello totale da loro prodotto e aveva destinato l’altra, appunto, ai salari.

L’estrazione via assicurazione sanitaria prolunga il furto del valore al di là dello sfruttamento in opera durante la giornata lavorativa. È una pratica distruttiva: ogni anno, negli Stati Uniti, sono in 600.000 ad andare in bancarotta perché non riescono a pagare le prestazioni sanitarie di cui hanno bisogno.

Ma soprattutto speranza. Non scriverebbero se non sperassero.

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10/11/2024

L’omicidio Vassallo e le balle di Saviano

Le cronache di ieri riferivano della svolta investigativa nella vicenda dell’omicidio del sindaco di Pollica-Acciaroli, Angelo Vassallo, ucciso il 5 settembre del 2010. Assassinio nel quale – secondo le nuove acquisizioni investigative – sarebbero coinvolti due carabinieri, uno dei quali colonnello con una carriera nei Ros e nell’antimafia.

Avevo seguito la vicenda quando lavoravo a Liberazione. Per altro Vassallo era un personaggio particolare, definito sindaco-sceriffo per alcune sue ordinanze. Il suo nome era salito alle cronache anche per un altra vicenda, la morte di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico deceduto per un edema polmonare nel corso di un Tso, dopo aver trascorso 82 ore senza cibo né acqua legato ad un letto di contenzione del reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania.

Per quella morte furono messe sotto processo 18 persone, tra medici e infermieri. A firmare l’autorizzazione, largamente immotivata, per il ricovero coatto era stato proprio Vassallo. Tuttavia al momento del ricovero Mastrogiovanni si trovava a San Mauro del Cilento, cioè fuori dalla giurisdizione del sindaco di Pollica-Acciaroli, che quindi in quel tragico episodio aveva abusato dei propri poteri.

Ricordo che nemmeno 48 ore dopo la morte di Vassallo, Saviano sostenne in un lungo articolo uscito su Repubblica che il primo cittadino del paesino del Cilento, eletto in una lista civica dopo aver rotto col PD, era stato ucciso perché lasciato solo a combattere lo strapotere di una camorra in procinto di allargare i suoi voraci interessi affaristici e criminali su nuovi territori ancora incontaminati e strenuamente difesi dal «sindaco-pescatore».

Snocciolava nomi di capi clan, si dilungava in organigrammi, disegnava piramidi criminali, raccontava dei sicuri appetiti sul porticciolo turistico di Acciaroli che avrebbero fatto gola ai casalesi, i suoi nemici di sempre, additandoli come i sicuri mandanti dell’assassinio. «Uno scandalo della democrazia», concludeva lo scrittore con la scorta pronto a lanciare la sua nuova crociata.

Quattordici anni dopo sappiamo che la verità è un’altra, meno banale, meno manichea, carica di sorprese e piena di sfumature, dove i cattivi non stanno nel posto che ti aspetti. Ma già un anno dopo l’assassinio si era venuti a sapere che la pista seguita era legata ad un traffico locale di stupefacenti e faceva capolino il nome di un generale dei carabinieri. Gli sviluppi di oggi hanno cambiato nome e gradi ma la presenza dei carabinieri è stata confermata.

Niente a che vedere, dunque, con la narrazione dell’episodio diffusa dopo l’omicidio e che aveva suscitato una forte emozione e una imponente mobilitazione politico-mediatica.

Il 25 settembre 2010, pochi giorni dopo la morte di Vassallo, venne addirittura organizzato un convegno, proprio a Pollica, dalle fondazioni Democratica e Generazione Italia con Veltroni, Fini, Mantovano e ovviamente Saviano. La morte di Vassallo era diventata un’ottima passerella per quel tipo di politica che flirtava col populismo. L’incontro venne poi annullato a pochi giorni dall’appuntamento.

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30/09/2024

Paderno Dugnano

di Marco Sommariva

Quando, nell’estate del 1980, misi sul piatto del giradischi Closer, il secondo album in studio dei Joy Division, mia madre mi chiese se potevo ascoltarlo con le cuffie invece che dagli altoparlanti dell’impianto stereo così che a lei, indaffarata in cucina, non arrivasse neppure una nota di quel disco. Negli anni precedenti aveva apprezzato qualsiasi vinile entrasse in casa, da Bruce Springsteen a Jackson Browne a Edoardo Bennato, da Patti Smith alla Premiata Forneria Marconi ai Pink Floyd, da Bob Marley a Eugenio Finardi ai Genesis alla colonna sonora del film Jesus Christ Superstar, e stiamo parlando di una donna credente che da ragazza, trent’anni prima, ascoltava Nilla Pizzi e Achille Togliani. In quegli anni arrivò a chiedermi come mai non avevo ancora acceso il giradischi e, persino, se potevo mettere un long playing piuttosto che un altro, ma coi Joy Division alzò subito bandiera bianca, disse proprio: “Non riesco ad ascoltare queste canzoni: sono tristi”.

Dopo più di quarant’anni ascolto ancora i Joy Division e vi garantisco che, al momento, non ho ancora preso in considerazione l’idea di ammazzare nessuno; scrivo così perché, poco dopo la tragedia di Paderno Dugnano, ho letto su Il Messaggero che il ragazzo che ha ucciso fratello e genitori, fra le altre cose, avrebbe detto: “Ascoltavo tanta musica triste. Soprattutto i Beatles. Sentivo in continuazione una loro canzone, The Long and Winding Road”, frase che ho sentito riportata anche in più di un programma televisivo. Come spesso accade, di fronte a certi drammi s’inizia a costruire castelli sul niente o poco più: “L’interrogatorio di R. non è solo la ricostruzione della dinamica del triplice omicidio, ma un viaggio nella mente del diciassettenne: il suo immaginario, i suoi pensieri, cosa abbia trasformato un ragazzo studioso e sportivo in un triplice omicida. E agli inquirenti racconta di quel brano che parla di una lunga e tortuosa strada fatta di solitudine, la stessa che stava percorrendo.”

Qualche corto circuito mentale mi riporta ai tempi in cui se ne scrivevano di tutti i colori sui fumetti di Dylan Dog, comprese considerazioni dove si affermava che i ragazzi che leggevano certi episodi del personaggio creato da Tiziano Sclavi, rischiavano di rimanere avvolti da una sensazione di impotenza di fronte a un mondo fatto di orrori, di violenza e sopraffazione, e che per loro era facile cadere nella trappola del pessimismo, che nelle pagine dell’Indagatore dell’incubo non si comprendeva dove finiva l’ironia e dove cominciava l’intenzione seria di proporre ai lettori un approccio con il mondo dell’occultismo e che alla fine, ridendo e scherzando, i ragazzi sembravano avvicinarsi a certi pericolosi argomenti e, soprattutto le menti più fragili, finivano davvero per interessarsi al satanismo, e così dallo scherzo si rischiava di passare alla pratica reale. E via cantando.

E chissà mai che, per difendere i nostri ragazzi, prima o poi non si arrivi a una proposta di legge in cui si chieda di vietare musica, fumetti e, perché no, cinema, teatri e quant’altro, magari sulla base dell’esperienza afghana che dimostra gli ottimi risultati raccolti dai talebani da iniziative quali bruciare strumenti musicali, perché – come l’ascolto della musica e il ballo, vietati pure questi – sono in grado di corrompere i giovani.

Sulla tragedia di Paderno Dugnano, lo scorso 3 settembre ho letto sul quotidiano Avvenire un interessante articolo di Nicoletta Martinelli  Il pezzo inizia con un’affermazione di Simone Feder, psicologo presso la Casa del Giovane a Pavia, il quale ricorda che in Italia, sino al 1986, i canarini erano usati nelle miniere per segnalare la presenza di gas tossici che, se respirati, avrebbero ucciso i minatori; per i lavoratori, gli uccellini in questione erano sia un allarme visivo quando morivano, sia un allarme uditivo quando smettevano di cantare. Lo psicologo ricorda quanto sopra per dire che, oggi, i nostri canarini sono gli adolescenti, ma che il problema non va cercato nella morte del canarino, fuor di metafora nei gesti estremi in cui vediamo coinvolti i ragazzi, ma nell’aria che è tossica e, quindi, nella società.

Probabilmente, è stato questo richiamo alle miniere a farmi tornare in mente certi passaggi del Germinal di Emile Zola, che sembrano adattarsi a una disgrazia, apparentemente, molto distante dalle vicende narrate dallo scrittore francese, nel romanzo del 1885.

L’articolo della Martinelli prosegue citando Caetano Veloso che cantava Da vicino nessuno è normale – frase che, se non erro, è stata attribuita anche a Franco Basaglia –, facendo notare che il cantautore brasiliano è smentito dal diciassettenne di Paderno Dugnano il quale, pur avendo ucciso genitori e fratellino, è sempre stato ritenuto normale anche da vicino, se si dà credito alle descrizioni che amici e parenti fanno del ragazzo; amici e parenti tra i quali, come pare abbia confessato agli inquirenti, il ragazzo si sentiva un “corpo estraneo”, “oppresso”. Dato che sembra che queste sensazioni non siano nate il giorno della strage ma prima, mi è venuta in mente questa frase di Germinal: “…non era una vita possibile quella d’aspettare inerti delle cose che si sarebbero realizzate forse fra cento anni.”

E quando lo psicologo Feder spiega che il disagio di un ragazzo può essere invisibile, spesso celato e gestito dal giovane con una sofferenza dentro le mura, privata, silenziosa, mi viene in mente che questo celare potrebbe essere il necessario angolo di menzogna citato da Zola: “Quando si vive come bestie, a capo chino, è pur necessario un angolo di menzogna, dove uno si diverta a regalarsi quelle cose che non potrà mai possedere.”

Nel pezzo di Avvenire leggo anche che, nel caso in oggetto, la premeditazione ha convissuto con l’agito impulsivo; pescando ancora da Germinal, a mio modesto parere potrebbero aver fatto la loro parte anche il coraggio, magari frutto della certezza di essere nel giusto “quando si è dalla parte della ragione si sa essere anche coraggiosi” e la casualità “spesso non si fa il male solo perché mancano le occasioni”.

L’articolo sposta, poi, il discorso sui genitori ponendo la domanda, come spesso si fa in queste situazioni, dov’erano e cosa facevano mentre i loro figli sbarellavano, ricordando che quando un adolescente lancia una sfida deve esserci un adulto pronto ad accoglierla, ma che ci manca la capacità o la voglia di aiutare i giovani a gestire anche le frustrazioni e che, di fronte alla fatica dell’essere genitori, si passa la responsabilità agli specialisti. E così, quando leggo su Il Fatto Quotidiano che lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, interpellato da Il Messaggero, provando ad analizzare i motivi e le circostanze che possono favorire il quadro di un delitto di questo genere, afferma che “Non c’è una regola. Ed è avvenuto perché non parliamo più. Abbiamo scambiato i soldi con le parole. Una volta si parlava e non c’erano soldi”, ripenso a un passaggio di Germinal in cui “la folla” citata richiama alla mia mente il ragazzo diciassettenne: “…erano il suo vestito di seta, il suo mantello di pelliccia, perfino la piuma bianca del suo cappellino, che esasperavano la folla. Era profumata, aveva un orologio, la pelle fine, da fannullona, che non aveva mai toccato il carbone.”

E quando leggo che il mondo giovanile ha rotto gli argini e la comunità educante è ancora in cerca di un modo per assistere, accompagnare e intervenire sulle fragilità e le vulnerabilità dei giovani, rivedo questi due passaggi del buon’Émile: “Quel che mi dà fastidio sono i vili che guardano senza far niente, mentre noi rischiamo la nostra vita” e “il piacere di vivere se ne va quando se n’è andata la speranza…”

Leggo anche che il malessere che descrive R. che ha ucciso la famiglia, è lo stesso di molti altri ragazzi ed è l’incapacità di saper dare il nome alle cose, di saper definire con parole, concetti, idee e immagini quello che si sta provando, un’incapacità di analisi che diventa un malessere insuperabile perché non saper descrivere un problema ha come conseguenza non saper chiedere aiuto per risolverlo. È a questo punto che mi viene in mente un romanzo di Mario Vargas Llosa, Chi ha ucciso Palomino Molero?, dove un personaggio, facendo riferimento alla figlia, dice: “Per portare Alicita a New York ho venduto la casa dei miei genitori. Ho dato fondo a tutti i miei risparmi. Ho persino impegnato la mia pensione di vecchiaia. Negli Stati Uniti guariscono tutte le malattie del mondo, fanno ogni sorta di miracoli scientifici. Non è quanto dicono tutti? Be’, se è così, qualsiasi sacrificio è giustificato. Salvare quella bambina. E salvare anche me. Non l’hanno guarita. Ma, almeno, hanno scoperto cos’aveva. Delusions. Non guarirà mai perché non se ne guarisce. Aumenta, semmai. Prolifera col tempo, come un cancro finché la causa è lì, a provocarlo.” Parlando di parole utili a identificare i problemi ma che purtroppo spesso non si trovano, penso al divario sempre più ampio che quotidianamente riscontro tra le parole che vengono pronunciate e il pensiero che si aveva intenzione di esprimere, distanza che rende ormai approssimativa ogni tipo di comunicazione, anche la più semplice.

Ungaretti scriveva nell’Allegria di naufragi: “Si sa che tra le parole e ciò che si vuol dire c’è sempre un divario enorme, anche quando magari sembri piccolissimo… Dirò dunque che cercavo l’approssimazione meno imprecisa, la riduzione di quanto possibile di quel divario ineliminabile che c’è tra le cose da dire e il modo di dirle.”

Credo, però, sia venuto il momento di chiedersi se, per caso, questa mancanza di parole non sia frutto di un lavorio iniziato diverso tempo fa che voleva proprio ottenere questo, zittirci, silenziarci perché non ci si lamentasse, non si protestasse; sintetizzava Umberto Galimberti in un’intervista: “Se hai poche parole non puoi avere tanti pensieri, perché i pensieri sono proporzionali alle parole che possiedi: io non posso pensare qualcosa di cui non ho la parola. Quando ho poche parole, penso poco.”

A questo punto, mi verrebbe da ipotizzare questo… il Sistema per difendersi dagli attacchi e garantirsi la sopravvivenza, fa in modo di ridurre il più possibile il numero di parole a disposizione delle persone che governa, queste accettano di buon grado il tutto perché, in fondo, mica vengono tolti loro i social o i campionati di calcio e, così, mentre ci si rende conto di non conoscere più parole a sufficienza per contestare chi ci usa, i nostri figli si uccidono o ci ammazzano perché ammutoliti da quello stesso Sistema contro cui non siamo più capaci di lottare.

Il Giacomo Leopardi che, se non cambieremo strada, un giorno verrà vietato nelle scuole perché non politically correct, nello Zibaldone scriveva: “Un’idea senza parola o modo di esprimerla, ci sfugge, o ci erra nel pensiero come indefinita o mal nota a noi medesimi che l’abbiamo concepita. Colla parola prende corpo, e quasi forma visibile, e sensibile, e circoscritta.”

Anche il linguista Tullio De Mauro ci aveva avvertito che la distruzione del linguaggio è la premessa a ogni futura distruzione eppure, nonostante i numerosi ammonimenti, leggevo in questi giorni su Rolling Stone  che sempre più artisti si autocensurano come, per esempio, Patti Smith che ha tolto il brano Rock ‘n’ Roll Nigger – galeotto fu il nigger, ergo negro – da tutte le edizioni in streaming del suo album Easter del 1978.

Eppure, tutto ciò che oggi ci fa vergognare del nostro passato ha generato in noi degli anticorpi utili per non commettere errori simili: sarà mica proprio qui, nel desiderio di cancellare le nostre vergogne l’origine dei nostri problemi?

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12/09/2024

Se l’arma del delitto è un Suv e l’omicida è una “balneare”

Vediamo i fatti nella loro brutale oggettività, certificata dalle immagini video riprese da una telecamera di sorveglianza. Quelle, per capirci, che ormai sostituiscono la maggior parte degli altri metodi di indagine su reati e delitti e fanno “la prova regina”.

Un Suv Mercedes investe volontariamente un uomo che cammina sul marciapiede. Sull’intenzionalità non possono esistere dubbi, visto che fa più volte marcia indietro per investirlo nuovamente. Fin quando l’uomo non si muove più. Vedi qui.

A quel punto dal Suv scende una signora che si avvicina all’agonizzante sdraiato per terra, gli toglie la borsa e se ne risale in macchina, facendo tranquillamente manovra e stando attenta a non sbattere contro altre auto.

Le indagini successive diranno che subito dopo la signora è andata al ristorante in cui aveva cenato con degli amici per restituire l’ombrello che si era fatta prestare.

Poi se n’è tornata serenamente a casa.

Detto in modo molto secco: neanche un killer professionista è così gelido e imperturbabile.

Si viene a sapere, subito dopo, che l’uomo è morto. Dunque è omicidio volontario. La signora, rintracciata grazie alla targa dell’auto, racconta solo a quel punto che la borsa le era stata sottratta dall’uomo, che l’aveva minacciata asserendo di avere un coltello (non trovato, sembra).

L’uomo era un marocchino senza fissa dimora, già autore di altri reati di basso profilo (scippi, ecc). Qualunque altro cittadino perbene, “spaventato” da quanto accaduto, avrebbe preso qualcosa per calmarsi, chiamato la polizia, denunciato lo scippo (o rapina, se la minaccia con il coltello era stata reale), descritto l’aggressore, e solo dopo sarebbe tornato a casa.

Invece la signora, saliva in macchina partendo alla caccia dello scippatore. Come “vittima spaventata”, come dire, è un comportamento piuttosto originale...

Si apprende poi che la signora è una “imprenditrice”, anzi addirittura una “balneare”, titolare o contitolare dei Bagni Milano di Viareggio, uno dei più centrali, noti e quindi redditizi della cittadina.

Insomma una di quei pochissimi “fortunati” – poco più di 12.000 in tutto il paese – che hanno fatto fortuna con le “concessioni” pubbliche, ovvero con la privatizzazione di fatto delle spiagge, impedendo di fatto l’accesso alla popolazione non disposta a (o non in grado di) pagare le cifre assurde che vengono richieste per una sdraio e un’ombrellone.

Una di quegli “imprenditori”, insomma, che paga questa “fortuna” appena 8.540 euro l’anno, in media. E i calcoli più prudenziali stimano che questa cifra viene ammortizzata in un solo giorno di attività. La stagione, come noto, è di almeno 120 giorni (dal 1 giugno al 20 settembre)…

I “balneari” tornano ogni anno alle cronache per tutt’altri motivi. Per “colpa” dell’Unione Europea che da decenni pretende che anche l’Italia “metta a gara” le concessioni, in modo da stabilire un “diritto di sfruttamento” non eterno ed ereditabile, fare delle aste e alzare un po’ il prezzo per tanta fortuna (pubblica, ricordiamo).

Conosciamo la risposta di tutti i governi da decenni: la “proroga” delle concessioni in essere, anche a rischio di una procedura di infrazione comunitaria (per altre ingiunzioni, ad esempio il taglio delle pensioni, hanno obbedito sempre prontamente).

Ma non è solo per questo che “i balneari” salgono all’onore delle cronache. Ci arrivano per il “lavoro nero” cui costringono i propri dipendenti, gli stipendi da fame che erogano, qualche problema igienico nei loro ristoranti, l’evasione fiscale pressoché totale e altre amenità consapute.

Gente, insomma, totalmente convinta di poter vivere al di fuori di qualsiasi regola e limite socialmente determinato. Che si ricorda dello Stato solo quando deve evitarlo (nel pagare le tasse e i contributi per i lavoratori), oppure per invocare la polizia quando il loro business è “turbato” da presenze non previste.

Fuorilegge che chiedono la forca per gli altri, insomma.

Con questo “background culturale” la fredda determinazione omicida della signora col Suv appare un po’ meno lunare, più terragna, volgare, ingiustificabile.

L’unica cosa inspiegabile, nella vicenda, non è tanto la presa di posizione della Lega e di atri fascisti da scantinato («La signora Dal Pino non può essere accusata di omicidio volontario», è riuscito a dire il vicesegretario Andrea Crippa, evidentemente ignaro dei fondamentali giuridici italiani), quanto quella della magistratura inquirente.

Che ha deciso di mandarla agli arresti domiciliari, con la sola limitazione del braccialetto elettronico, pur scrivendo che «Potrebbe rifarlo».

Come tanti altri, inorriditi da un “omicidio volontario per futili motivi” (quanti soldi ci potevano essere in quella borsa che probabilmente valeva di più del contenuto?), facciamo notare che se la vittima fosse stata un cane ci sarebbe stato un coro per chiedere l’ergastolo senza processo.

Questo è il livello di “umanità” rintracciabile nell'“imprenditore medio” e nella classe dirigente che ne cura gli interessi. Questo è il termometro che regola la politica interna, le legislazione, le politiche di bilancio, l’abbrutimento sociale...

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31/07/2024

Ucciso a Teheran il leader di Hamas Ismail Hanyeh

Il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, è stato assassinato a Teheran, capitale dell’Iran. Lo hanno annunciato i media di Stato iraniani e il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica.

Haniyeh e una sua guardia del corpo avrebbero perso la vita “dopo che l’edificio in cui soggiornavano è stato colpito”.

Il leader di Hamas si trovava a Teheran per partecipare alla cerimonia di insediamento del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che si è svolta ieri. Secondo il quotidiano “New York Times”, il Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran ha convocato una riunione di emergenza in risposta all’uccisione di Haniyeh. La riunione d’emergenza è in corso presso la residenza della guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei.

Hamas ha già confermato la morte del suo leader, puntando l’indice contro Israele: “Il movimento di resistenza islamica Hamas piange la morte del suo leader Ismail Haniyeh, caduto a seguito di un vile raid sionista contro la sua residenza a Teheran, dopo aver partecipato alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente iraniano”, afferma una nota diffusa dall’organizzazione palestinese. Musa Abu Marzouk, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha dichiarato che l’uccisione di Haniyeh “non resterà impunita”.

Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, ha condannato fermamente l’omicidio di Haniyeh. Lo riferisce l’agenzia di stampa palestinese “Wafa”, secondo cui Abbas ha definito l’uccisione del leader di Hamas “un atto codardo e una pericolosa escalation”. Abbas ha invitato i palestinesi “all’unità, alla pazienza e alla perseveranza di fronte all’occupazione israeliana”.

Interpellati dall’emittente televisiva “Cnn”, rappresentanti delle Forze di difesa israeliane (Idf) hanno rifiutato di commentare l’assassinio del leader di Hamas, affermando che le Idf “non rispondono alle notizie dei media stranieri”. Stamattina le Idf hanno diffuso un comunicato in cui affermano che “non c’è alcun cambiamento nelle linee guida difensive del Comando del fronte interno”, e che la Difesa israeliana sta conducendo una “valutazione della situazione”. Un funzionario anonimo della presidenza Usa ha riferito invece all’emittente televisiva che “la Casa Bianca è a conoscenza delle notizie secondo cui il leader politico di Hamas Ismail Haniyeh è stato ucciso in Iran”. Il funzionario ha rifiutato di fornire ulteriori commenti.

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19/05/2024

Lo strano caso della premier che riceve un ergastolano dagli USA

Chico Forti, imprenditore 65enne condannato all’ergastolo negli Usa per omicidio, che ha già scontato 24 anni di pena in Florida, è arrivato ieri in Italia ed è stato subito portato nel carcere di Rebibbia prima di essere trasferito a Verona e – con tutta probabilità – essere poi scarcerato applicando la normale legislazione penitenziaria che dovrebbe, ma solo in teoria, valere per tutti i detenuti.

Siamo naturalmente contenti di sapere che un detenuto sia prossimo alla liberazione, specie dopo 24 anni di carcere.

Ci sorprende, comunque, che per riceverlo si sia scomodata addirittura la presidente del consiglio, Giorgia Meloni, notoriamente poco sensibile ai diritti dei detenuti (vedi il povero Alfredo Cospito, che non ha ucciso nessuno né è stato mai neanche accusato di omicidio).

Ma certo Alfredo non è un imprenditore...

Rimaniamo contenti di sapere che Forti sarà liberato anche se condannato da uno “stato democratico” che in teoria dovrebbe avergli garantito tutti i diritti a una difesa e un processo giusto. Si può naturalmente essere fiduciosi nella sua innocenza, ma finché un tribunale con tutti i crismi non l’avrà dichiarato tale, riaprendo il processo da capo, resta pur sempre un condannato in via definitiva (che comunque ha scontato, secondo noi e la cultura giuridica europea, fin troppi anni di carcere).

24 anni di carcere ci sembrano troppi anche nel caso di un omicidio ignobile come quello per cui è stato accusato e condannato Forti: il 15 febbraio 1998 il giovane Dale Pike, figlio di Anthony Pike, dal quale Forti stava acquistando il Pikes Hotel, a Ibiza, viene trovato assassinato sulla spiaggia di Sewer Beach, a Miami.

Gli inquirenti telefonarono all’albergo e vennero a sapere che Dale era partito per Miami per annullare la vendita dell’albergo di proprietà del padre, dopo che un mediatore aveva detto a Dale che Forti stava truffando il padre Anthony Pike, da tempo affetto da demenza.

Un reato molto “imprenditoriale”, di cui comunque Forti si è sempre dichiarato innocente.

Non abbiamo nulla in contrario rispetto al suo rientro in Italia e alla sua scarcerazione, ripetiamo. Ci sembra però curiosa l’immensa sollecitudine di tutto il centrodestra per questo caso, mentre su mille altri ha un atteggiamento diametralmente opposto.

Ad esempio, un’altra nostra connazionale imprigionata con l’accusa – ancora non dimostrata né confermata da condanna, neppure di primo grado – di aver fermamente “accarezzato” un paio di neonazisti ungheresi è, invece, considerata (per esempio dal vicepresidente del consiglio) non meritevole dell’interessamento del governo italiano.

Forse perché non è un imprenditore. Anzi, è addirittura antifascista...

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