Accordo tra Matteo Piantedosi e il presidente della regione Lazio, Francesco Rocca: alloggi Ater destinati alle forze dell’ordine nelle periferie di Roma. Esclusi migliaia di cittadini in graduatoria.
Case popolari assegnate alle forze dell’ordine, mentre migliaia di famiglie restano in attesa. È questa la direzione presa dal governo con il protocollo firmato il 20 febbraio al Viminale tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. L’obiettivo dichiarato è migliorare la “qualità della vita” nei quartieri popolari di Roma, a partire da zone come il Quarticciolo e Tor Bella Monaca.
La misura prevede l’assegnazione di un primo blocco di alloggi dell’Ater alle forze di polizia. Non solo: quegli stessi immobili che oggi non possono essere utilizzati per mancanza di manutenzione verranno ristrutturati direttamente dal Viminale. Una corsia preferenziale che non riguarda l’emergenza abitativa generale, ma un segmento specifico: quello degli apparati di sicurezza.
In una città dove l’emergenza abitativa è strutturale e cronica, questa scelta produce un effetto immediato: sottrae case a chi è già in lista d’attesa e l’operazione rischia di ridurre ulteriormente la disponibilità di alloggi per chi ne ha diritto.
Il paradosso è evidente. Da una parte, centinaia di appartamenti restano inutilizzati per mancanza di investimenti pubblici. Dall’altra, quando le risorse vengono trovate, non vengono destinate a ridurre la crisi abitativa, ma a rafforzare la presenza delle forze dell’ordine nei territori.
È una scelta politica precisa. Non si interviene sulle cause strutturali del disagio – mancanza di casa, precarietà, impoverimento – ma si agisce sugli effetti, trasformando il problema sociale in questione di ordine pubblico. Le periferie non vengono considerate spazi da ricostruire attraverso servizi, welfare e diritti, ma territori da presidiare.
In questo senso, l’operazione non è nuova. A Milano, dove oltre 17mila persone aspettano un alloggio popolare, una quota delle case viene già riservata alle forze dell’ordine. Eppure, questa presenza non ha prodotto un aumento percepito della sicurezza. Non ha risolto il disagio abitativo, né le tensioni sociali. Perché il problema non è la mancanza di controllo. Il problema è la mancanza di diritti.
La crisi abitativa oggi colpisce fasce sempre più ampie della popolazione: lavoratori precari, famiglie monoreddito, giovani, migranti. È un fenomeno trasversale che richiederebbe politiche strutturali: recupero del patrimonio pubblico inutilizzato, investimenti nell’edilizia popolare, contrasto alla rendita e alla speculazione.
Ma la risposta del governo va in un’altra direzione. Si costruisce una gerarchia nell’accesso ai diritti. Alcuni soggetti – in questo caso le forze dell’ordine – vengono privilegiati, mentre altri restano esclusi. Non in base al bisogno, ma in base alla funzione che svolgono dentro l’assetto politico e sociale.
La casa, da diritto, diventa strumento di governo del territorio, leva per rafforzare la presenza dello Stato in chiave securitaria, dispositivo per presidiare aree considerate problematiche. In questo schema, l’abitazione non è più risposta a un bisogno, ma parte di una strategia di controllo.
Il risultato è duplice. Da un lato si aggrava la competizione tra chi è già in difficoltà, alimentando conflitti tra poveri. Dall’altro si consolida l’idea che le periferie siano spazi da sorvegliare più che da vivere. Mentre migliaia di persone restano in graduatoria, il messaggio è chiaro: non tutti hanno lo stesso diritto alla casa. Alcuni hanno la priorità. Gli altri devono aspettare.
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09/02/2026
Governo Meloni “nervoso”. La rendita di posizione si va esaurendo
Il video degli scontri di Milano pubblicato dalla Fox News statunitense (che tra l’altro è il network più allineato con Trump) il primo giorno delle Olimpiadi, non è proprio andato giù alla Meloni.
Ed allora sui social sono partiti subito gli anatemi della premier che tradiscono un bel po’ di nervosismo: “Sono i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano contro le Olimpiadi, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo. Dopo che altri hanno tranciato i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire”.
Le fa eco il Presidente del Senato Larussa: “Mentre il mondo rende ancora omaggio all’Italia per la bellissima cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, delinquenti e violenti provano a sabotare linee ferroviarie e scendono in piazza per creare disordini”.
Indubbiamente questa insistenza sul connubio tra manifestazioni e treni semina una certa inquietudine – e qualche interrogativo – tra chi ha vissuto la storia recente del paese.
E non poteva mancare il ministro degli Interni Piantedosi, secondo cui: “C’è chi mira al caos generalizzato”. Nell’intervista di oggi al Corriere della Sera il ministro espone il suo teorema – piuttosto banale – secondo il quale il problema sono i cattivi maestri che però “si sono fatti vedere solo come osservatori”, tra questi ci sono “gli organizzatori di iniziative pubbliche nelle quali dichiarano di voler sovvertire il sistema democratico ed arrivare alla resa dei conti con lo Stato democratico”.
La tolleranza verso le manifestazioni annunciata all’inizio del suo mandato dalla premier Meloni, che definiva se stessa come underdog (una che viene dalle piazze e dalle strade), subito dopo le grandi manifestazioni per la Palestina, gli scioperi generali, le piazze riempite da una opposizione politica e sociale meno imbrigliata e imbranata del “campo largo”, sembra ormai sostituita da una vocazione repressiva e liberticida proprio contro le manifestazioni di dissenso politico oggi invece criminalizzate.
Curiosamente la stessa relazione del 2025 dei servizi di intelligence al Parlamento, aveva qualificato come dissenso politico le mobilitazioni dello scorso anno: “L’andamento della crisi in Medio Oriente, ha riportato sulla scena tematiche – condivise da anime diverse del dissenso – quali l’antimilitarismo, l’antisionismo, il sostegno alla causa palestinese” (p.16), includendo in tale categoria anche posizioni che le nuove leggi in discussione al Senato vorrebbero invece sanzionare e criminalizzare.
Gli esponenti della destra al governo appaiono decisamente nervosi, sentono che la terra comincia a smottare sotto i piedi e che la rendita di posizione di cui hanno potuto usufruire fino ad oggi (soldi del PNRR a disposizione, maggioranza blindata in Parlamento, debolezza dell’opposizione, elezione di Trump etc.) potrebbe esaurirsi.
Tra i motivi di nervosismo c’è sicuramente il prossimo referendum costituzionale sulla giustizia del 21/22 marzo, nel quale una battaglia che la destra dava per vinta a mani basse adesso è diventata contendibile e forse addirittura perdente.
Il Giornale non a caso ieri parlava di “escalation di violenza e garantismo giurisprudenziale”. E ancora, riferendosi a improbabili confronti con gli anni ‘70, ha scritto che: “oggi il livello di violenza è fortunatamente inferiore, ma chi lo esercita può contare su un livello di impunità garantito da magistrati pronti – pur di opporsi al governo – a rimettere in libertà chi viola la legge”.
E poi c’è la variabile Vannacci (l’ultima zampata di quell’avventuriero politico di Renzi) che potrebbe rosicchiare quel pizzico di voti capaci di ribaltare gli equilibri nei collegi elettorali e far perdere le elezioni alla destra.
Ci sono dunque molti motivi per i quali sembra che a voler seminare il caos nel paese e la sfiducia verso le istituzioni (in questo caso la magistratura, in altri il Parlamento), sia più il governo stesso, e i suoi apparati collaterali, che le manifestazioni.
Nello stesso brodo primordiale del caos, il governo butta i manifestanti, i magistrati, i cantanti filopalestinesi, le polemiche su Sanremo e, come al solito, la classica “pista anarchica” sui sabotaggi ai treni.
Sui sabotaggi ai treni però nessuna organizzazione o rete anarchica ha finora rivendicato l’azione. Ma, come è purtroppo storia nel nostro paese dalla strage di Piazza Fontana in poi, c’è sempre una “pista anarchica” da dare in pasto ai timori dell’opinione pubblica e alle carognate in politica. Chissà, se tornasse utile alla strategia del caos, già da domani potrebbe spuntare dal cilindro una “pista islamica” oppure una “pista russa”, entrambe funzionali al clima di guerra che si respira in Europa e quindi anche in Italia.
Si ha quasi la sensazione che in questa nuova “strategia della tensione”, gli esecutori di ieri siano diventati i mandanti di oggi. Teniamoli d’occhio e prepariamoci ad una opposizione politica e sociale degna di questo nome e capace di indicare un’alternativa.
Fonte
Ed allora sui social sono partiti subito gli anatemi della premier che tradiscono un bel po’ di nervosismo: “Sono i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano contro le Olimpiadi, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo. Dopo che altri hanno tranciato i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire”.
Le fa eco il Presidente del Senato Larussa: “Mentre il mondo rende ancora omaggio all’Italia per la bellissima cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, delinquenti e violenti provano a sabotare linee ferroviarie e scendono in piazza per creare disordini”.
Indubbiamente questa insistenza sul connubio tra manifestazioni e treni semina una certa inquietudine – e qualche interrogativo – tra chi ha vissuto la storia recente del paese.
E non poteva mancare il ministro degli Interni Piantedosi, secondo cui: “C’è chi mira al caos generalizzato”. Nell’intervista di oggi al Corriere della Sera il ministro espone il suo teorema – piuttosto banale – secondo il quale il problema sono i cattivi maestri che però “si sono fatti vedere solo come osservatori”, tra questi ci sono “gli organizzatori di iniziative pubbliche nelle quali dichiarano di voler sovvertire il sistema democratico ed arrivare alla resa dei conti con lo Stato democratico”.
La tolleranza verso le manifestazioni annunciata all’inizio del suo mandato dalla premier Meloni, che definiva se stessa come underdog (una che viene dalle piazze e dalle strade), subito dopo le grandi manifestazioni per la Palestina, gli scioperi generali, le piazze riempite da una opposizione politica e sociale meno imbrigliata e imbranata del “campo largo”, sembra ormai sostituita da una vocazione repressiva e liberticida proprio contro le manifestazioni di dissenso politico oggi invece criminalizzate.
Curiosamente la stessa relazione del 2025 dei servizi di intelligence al Parlamento, aveva qualificato come dissenso politico le mobilitazioni dello scorso anno: “L’andamento della crisi in Medio Oriente, ha riportato sulla scena tematiche – condivise da anime diverse del dissenso – quali l’antimilitarismo, l’antisionismo, il sostegno alla causa palestinese” (p.16), includendo in tale categoria anche posizioni che le nuove leggi in discussione al Senato vorrebbero invece sanzionare e criminalizzare.
Gli esponenti della destra al governo appaiono decisamente nervosi, sentono che la terra comincia a smottare sotto i piedi e che la rendita di posizione di cui hanno potuto usufruire fino ad oggi (soldi del PNRR a disposizione, maggioranza blindata in Parlamento, debolezza dell’opposizione, elezione di Trump etc.) potrebbe esaurirsi.
Tra i motivi di nervosismo c’è sicuramente il prossimo referendum costituzionale sulla giustizia del 21/22 marzo, nel quale una battaglia che la destra dava per vinta a mani basse adesso è diventata contendibile e forse addirittura perdente.
Il Giornale non a caso ieri parlava di “escalation di violenza e garantismo giurisprudenziale”. E ancora, riferendosi a improbabili confronti con gli anni ‘70, ha scritto che: “oggi il livello di violenza è fortunatamente inferiore, ma chi lo esercita può contare su un livello di impunità garantito da magistrati pronti – pur di opporsi al governo – a rimettere in libertà chi viola la legge”.
E poi c’è la variabile Vannacci (l’ultima zampata di quell’avventuriero politico di Renzi) che potrebbe rosicchiare quel pizzico di voti capaci di ribaltare gli equilibri nei collegi elettorali e far perdere le elezioni alla destra.
Ci sono dunque molti motivi per i quali sembra che a voler seminare il caos nel paese e la sfiducia verso le istituzioni (in questo caso la magistratura, in altri il Parlamento), sia più il governo stesso, e i suoi apparati collaterali, che le manifestazioni.
Nello stesso brodo primordiale del caos, il governo butta i manifestanti, i magistrati, i cantanti filopalestinesi, le polemiche su Sanremo e, come al solito, la classica “pista anarchica” sui sabotaggi ai treni.
Sui sabotaggi ai treni però nessuna organizzazione o rete anarchica ha finora rivendicato l’azione. Ma, come è purtroppo storia nel nostro paese dalla strage di Piazza Fontana in poi, c’è sempre una “pista anarchica” da dare in pasto ai timori dell’opinione pubblica e alle carognate in politica. Chissà, se tornasse utile alla strategia del caos, già da domani potrebbe spuntare dal cilindro una “pista islamica” oppure una “pista russa”, entrambe funzionali al clima di guerra che si respira in Europa e quindi anche in Italia.
Si ha quasi la sensazione che in questa nuova “strategia della tensione”, gli esecutori di ieri siano diventati i mandanti di oggi. Teniamoli d’occhio e prepariamoci ad una opposizione politica e sociale degna di questo nome e capace di indicare un’alternativa.
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04/02/2026
Gabrielli sull’ordine pubblico: attenti agli “incantatori di serpenti”
Leggendo l’intervista rilasciata a Repubblica dall’ex capo della polizia, Franco Gabrielli, sullo status dell’ordine pubblico in Italia e gli scontri di Torino, veniva voglia di titolarla: “la saggezza del vecchio sbirro”. In essa c’è una visione piuttosto diversa dagli starnazzamenti liberticidi degli esponenti di governo e della loro maggioranza. Eppure viene da uno che che il lavoro della repressione lo ha fatto per decenni, a tutti i livelli.
Le parole e la visione di un ex altissimo responsabile degli apparati di sicurezza come Gabrielli smontano pezzo su pezzo le strumentalizzazioni del governo e mettono in guardia anche gli uomini e le donne in divise dal lasciarsi imbrigliare dagli “incantatori di serpenti”.
“Penso che la solidarietà verso gli operatori aggrediti e la condanna netta di questi comportamenti siano un prerequisito. Non un inciso retorico, ma la soglia minima di serietà con cui affrontare i temi dell’ordine pubblico” – afferma Gabrielli nell’intervista – “Quindi, penso che questo sia il momento di difendere chi indossa una divisa. Come ho sempre fatto, del resto. Ma – e qui sta il punto – non solo dai violenti”. Da chi? Domanda il giornalista: “Dagli incantatori di serpenti”.
Dice molto questo passaggio dell’intervista a Repubblica di uno che è stato a capo di ogni apparato repressivo (polizia, servizi segreti interni, una lunghissima carriera da funzionario di polizia, Digos in primis).
Gabrielli non ci gira intorno quando afferma di avercela “Con tutti quelli che usano gli operatori di polizia come una bandiera propagandistica, promettendo scorciatoie e soluzioni miracolose che, alla prova dei fatti, non proteggono proprio nessuno. A cominciare da chi indossa una divisa”.
Non solo. Anche relativamente alle nuove misure liberticide sulla “sicurezza” messe in cantiere dal governo, Gabrielli afferma testualmente che “proprio sulla base dell’esperienza. Non servirà. Perché difficilmente produrrà degli effetti significativi nella gestione dell’ordine pubblico. In compenso, rischierà di radicalizzare ulteriormente lo scontro, di irrigidire ancora di più i rapporti già tesi nelle piazze, di comprimere in modo significativo altri spazi di libertà. È fumo negli occhi, è propaganda securitaria a finanza zero, come si dice. Propaganda utile a non affrontare il vero nodo che le violenze di Torino tornano a proporre”.
Gabrielli non si tira indietro nel porre e nel rispondere ad una domanda cruciale: “quale ordine pubblico merita un Paese democratico?”
“Moltiplicare ogni volta le figure di reato serve solo a eludere le domande chiave: come si governa davvero l’ordine pubblico?” – si chiede l’ex capo della polizia – “Riconoscere che una democrazia sa e può difendersi da ciò che la minaccia senza snaturarsi. Senza creare stati di eccezione permanente, senza allargare il perimetro di coloro che, in ragione della loro funzione, godono di uno status di immunità. Perché questo mina e tradisce la fiducia del Paese. Allontana i cittadini dalle istituzioni e da chi le rappresenta. E la fiducia e la libertà dei cittadini sono le condizioni irrinunciabili di qualunque modello di sicurezza”.
Tra le righe, ma anche in modo più nitido in alcuni passaggi, da questa intervista emerge come l’ordine pubblico non sia un problema esclusivo di chi porta una divisa – e quindi dei maggiori poteri e impunità che il governo vorrebbe affidargli – ma sia un problema collettivo dell’intera società, cioè anche di quelli che la divisa non la portano, e che di fronte a quello che Gabrielli definisce il rischio di snaturamento della democrazia e del tradimento della fiducia del paese che porta all’allontanamento dei cittadini dalle istituzioni, di fatto acutizza e incentiva anche le possibilità di scontro nelle piazze e nelle strade. Insomma l’esatto contrario di quello che dovrebbe essere l’ordine pubblico.
Uno snaturamento che, nel comportamento del governo, prefigura invece una guerra ai civili affrontata predisponendo una “milizia fidelizzata impunibile” (questo e non altro è lo “scudo penale”) che si dovrà occupare della “sicurezza del potere”, non certo di quella della popolazione.
Sono ovviamente la visione e le parole di un uomo dello Stato e non di un manifestante. Di un funzionario che si preoccupa di come garantire il potere con la massima efficacia ma facendo attenzione a non moltiplicare l’odio sociale per la divisa. Non è cioè il punto di vista di chi è costretto a protestare e nella gestione dell’ordine pubblico vede spesso solo il prodotto finale (le manganellate, i pestaggi in caserma o nei commissariati etc.), ma che di “sfiducia nelle istituzioni” ne ha giustamente accumulata parecchia avendone ragioni da vendere.
Ma sono parole emblematiche del fatto che la destra al governo sta producendo una torsione autoritaria – più bonapartista che classicamente fascista, per molti aspetti – e che chi ha il “senso dello Stato” come intero complessivo di una società, e non come strumento di vantaggio e coercizione per la propria fazione, non vuole accettare. Inoltre, come abbiamo documentato sul nostro giornale, già oggi l’Italia è il paese con il più alto numero di uomini e donne in divise in rapporto alla popolazione.
Pur dovendo fare la necessaria tara tra chi ha responsabilità di governo e chi no, la visione di Gabrielli cozza frontalmente contro quella del ministro degli Interni Piantedosi, il quale nella sua comunicazione alla Camera dei Deputati ha fatto affermazioni gravissime, inaccettabili e minacciose.
“Va valutato il sostegno alla manifestazione da parte di coloro che ora rimarcano la distanza dai fatti avvenuti. Chi sfila accanto a questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità”, ha detto Piantedosi mettendo esplicitamente nel mirino tutti coloro che sono andati alla manifestazione di Torino ma non hanno partecipato agli scontri e, in molti casi, non condividevano politicamente la scelta di arrivare allo scontro con la polizia.
“Così si offre complicità e copertura, tanto più che Askatasuna ha rivendicato le azioni”. E dunque “no a silenzi e no alle ambiguità”, è l’accusa lanciata dal ministro dell’Interno a tutte le forze politiche. Una volta si sarebbe detto che le sta accusando di essere dei “fiancheggiatori”.
“Quanto avvenuto a Torino dimostra in modo chiaro che siamo ormai di fronte a episodi di violenza organizzata contro lo stato, contro le forze dell’ordine, rispetto ai quali non ci possono essere ipocrisie, silenzi o ambiguità, ma solo una ferma condanna” – ha insistito Piantedosi – “Tutti devono prendere atto che non ci troviamo più in presenza di modalità più o meno discutibili dell’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, bensì ad una vera e propria, sistematica strategia di eversione dell’ordine democratico”.
Insomma siamo ormai alle manifestazioni di piazza come strategia di eversione, un salto di qualità nelle intenzioni e nella visione del governo in senso autoritario che non deve solo preoccupare ma deve far scattare un potente segnale di reazione politica e di massa.
È una contraddizione importante e interessante quella che è stata sollevata da Gabrielli. Ma è anche un segno di quanto sia “fuori” l’attuale maggioranza di governo.
Fonte
Le parole e la visione di un ex altissimo responsabile degli apparati di sicurezza come Gabrielli smontano pezzo su pezzo le strumentalizzazioni del governo e mettono in guardia anche gli uomini e le donne in divise dal lasciarsi imbrigliare dagli “incantatori di serpenti”.
“Penso che la solidarietà verso gli operatori aggrediti e la condanna netta di questi comportamenti siano un prerequisito. Non un inciso retorico, ma la soglia minima di serietà con cui affrontare i temi dell’ordine pubblico” – afferma Gabrielli nell’intervista – “Quindi, penso che questo sia il momento di difendere chi indossa una divisa. Come ho sempre fatto, del resto. Ma – e qui sta il punto – non solo dai violenti”. Da chi? Domanda il giornalista: “Dagli incantatori di serpenti”.
Dice molto questo passaggio dell’intervista a Repubblica di uno che è stato a capo di ogni apparato repressivo (polizia, servizi segreti interni, una lunghissima carriera da funzionario di polizia, Digos in primis).
Gabrielli non ci gira intorno quando afferma di avercela “Con tutti quelli che usano gli operatori di polizia come una bandiera propagandistica, promettendo scorciatoie e soluzioni miracolose che, alla prova dei fatti, non proteggono proprio nessuno. A cominciare da chi indossa una divisa”.
Non solo. Anche relativamente alle nuove misure liberticide sulla “sicurezza” messe in cantiere dal governo, Gabrielli afferma testualmente che “proprio sulla base dell’esperienza. Non servirà. Perché difficilmente produrrà degli effetti significativi nella gestione dell’ordine pubblico. In compenso, rischierà di radicalizzare ulteriormente lo scontro, di irrigidire ancora di più i rapporti già tesi nelle piazze, di comprimere in modo significativo altri spazi di libertà. È fumo negli occhi, è propaganda securitaria a finanza zero, come si dice. Propaganda utile a non affrontare il vero nodo che le violenze di Torino tornano a proporre”.
Gabrielli non si tira indietro nel porre e nel rispondere ad una domanda cruciale: “quale ordine pubblico merita un Paese democratico?”
“Moltiplicare ogni volta le figure di reato serve solo a eludere le domande chiave: come si governa davvero l’ordine pubblico?” – si chiede l’ex capo della polizia – “Riconoscere che una democrazia sa e può difendersi da ciò che la minaccia senza snaturarsi. Senza creare stati di eccezione permanente, senza allargare il perimetro di coloro che, in ragione della loro funzione, godono di uno status di immunità. Perché questo mina e tradisce la fiducia del Paese. Allontana i cittadini dalle istituzioni e da chi le rappresenta. E la fiducia e la libertà dei cittadini sono le condizioni irrinunciabili di qualunque modello di sicurezza”.
Tra le righe, ma anche in modo più nitido in alcuni passaggi, da questa intervista emerge come l’ordine pubblico non sia un problema esclusivo di chi porta una divisa – e quindi dei maggiori poteri e impunità che il governo vorrebbe affidargli – ma sia un problema collettivo dell’intera società, cioè anche di quelli che la divisa non la portano, e che di fronte a quello che Gabrielli definisce il rischio di snaturamento della democrazia e del tradimento della fiducia del paese che porta all’allontanamento dei cittadini dalle istituzioni, di fatto acutizza e incentiva anche le possibilità di scontro nelle piazze e nelle strade. Insomma l’esatto contrario di quello che dovrebbe essere l’ordine pubblico.
Uno snaturamento che, nel comportamento del governo, prefigura invece una guerra ai civili affrontata predisponendo una “milizia fidelizzata impunibile” (questo e non altro è lo “scudo penale”) che si dovrà occupare della “sicurezza del potere”, non certo di quella della popolazione.
Sono ovviamente la visione e le parole di un uomo dello Stato e non di un manifestante. Di un funzionario che si preoccupa di come garantire il potere con la massima efficacia ma facendo attenzione a non moltiplicare l’odio sociale per la divisa. Non è cioè il punto di vista di chi è costretto a protestare e nella gestione dell’ordine pubblico vede spesso solo il prodotto finale (le manganellate, i pestaggi in caserma o nei commissariati etc.), ma che di “sfiducia nelle istituzioni” ne ha giustamente accumulata parecchia avendone ragioni da vendere.
Ma sono parole emblematiche del fatto che la destra al governo sta producendo una torsione autoritaria – più bonapartista che classicamente fascista, per molti aspetti – e che chi ha il “senso dello Stato” come intero complessivo di una società, e non come strumento di vantaggio e coercizione per la propria fazione, non vuole accettare. Inoltre, come abbiamo documentato sul nostro giornale, già oggi l’Italia è il paese con il più alto numero di uomini e donne in divise in rapporto alla popolazione.
Pur dovendo fare la necessaria tara tra chi ha responsabilità di governo e chi no, la visione di Gabrielli cozza frontalmente contro quella del ministro degli Interni Piantedosi, il quale nella sua comunicazione alla Camera dei Deputati ha fatto affermazioni gravissime, inaccettabili e minacciose.
“Va valutato il sostegno alla manifestazione da parte di coloro che ora rimarcano la distanza dai fatti avvenuti. Chi sfila accanto a questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità”, ha detto Piantedosi mettendo esplicitamente nel mirino tutti coloro che sono andati alla manifestazione di Torino ma non hanno partecipato agli scontri e, in molti casi, non condividevano politicamente la scelta di arrivare allo scontro con la polizia.
“Così si offre complicità e copertura, tanto più che Askatasuna ha rivendicato le azioni”. E dunque “no a silenzi e no alle ambiguità”, è l’accusa lanciata dal ministro dell’Interno a tutte le forze politiche. Una volta si sarebbe detto che le sta accusando di essere dei “fiancheggiatori”.
“Quanto avvenuto a Torino dimostra in modo chiaro che siamo ormai di fronte a episodi di violenza organizzata contro lo stato, contro le forze dell’ordine, rispetto ai quali non ci possono essere ipocrisie, silenzi o ambiguità, ma solo una ferma condanna” – ha insistito Piantedosi – “Tutti devono prendere atto che non ci troviamo più in presenza di modalità più o meno discutibili dell’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, bensì ad una vera e propria, sistematica strategia di eversione dell’ordine democratico”.
Insomma siamo ormai alle manifestazioni di piazza come strategia di eversione, un salto di qualità nelle intenzioni e nella visione del governo in senso autoritario che non deve solo preoccupare ma deve far scattare un potente segnale di reazione politica e di massa.
È una contraddizione importante e interessante quella che è stata sollevata da Gabrielli. Ma è anche un segno di quanto sia “fuori” l’attuale maggioranza di governo.
Fonte
27/12/2025
L’azione a senso unico del governo italiano: i terroristi sono i palestinesi
Nuovo attacco alle organizzazioni palestinesi presenti in Italia con l’arresto di nove persone, con la solita accusa di sostenere Hamas. Questa volta gli elementi a carico sarebbero i finanziamenti che queste associazioni avrebbero inviato direttamente o indirettamente all’organizzazione combattente palestinese. Non siamo ovviamente in grado di entrare nel merito dell’inchiesta giudiziaria ma il dato che balza agli occhi è sempre lo stesso: la completa sudditanza del governo italiano alle operazioni militari del governo genocida di Netanyahu. Mentre è sempre più esplicita la collaborazione con Israele sul piano economico e militare, con una fitta di rete di interscambi commerciali ma anche sul piano della compravendita di armamenti, le forze di polizia italiane sono attive per colpire il mondo della diaspora palestinese, immancabilmente accusato di terrorismo.
Il ministro Piantedosi si è ben guardato dall’indagare su quei cittadini italiani con doppio passaporto israeliano che avrebbero partecipato come militari al genocidio dei palestinesi, nonostante le interrogazioni parlamentari. Né si è preoccupato di intervenire a proposito delle vacanze italiane di militari israeliani, segnalate sui media in diverse occasioni, con tanto di protezione della polizia italiana. Il dato più evidente è che il genocidio dei palestinesi viene derubricato a diritto di Israele a difendersi mentre la resistenza del popolo palestinese è indiscutibilmente definita terrorismo.
Naturalmente dietro queste operazioni di polizia si cela anche l’intento di mettere la museruola al movimento di solidarietà con la Palestina, che negli ultimi mesi ha dato un’ampia dimostrazione di incontrare il sostegno di larga parte del Paese. Mentre sul genocidio in atto i riflettori mediatici si sono spenti, è forte l’amplificazione della notizia degli arresti, per lasciar intendere che i milioni di italiani scesi in piazza siano stati manipolati dal terrorismo.
Ma il terrorismo di cui siamo tutti vittime è quello di Israele e dei suoi alleati, complici del massacro della popolazione palestinese e oggi mobilitati in una impressionante campagna generale di riarmo.
Gli arresti di oggi puzzano di complicità con il governo di Netanyahu: quando arresteranno i vertici della Leonardo per le armi vendute ad Israele?
Unione Sindacale di Base
Fonte
Il ministro Piantedosi si è ben guardato dall’indagare su quei cittadini italiani con doppio passaporto israeliano che avrebbero partecipato come militari al genocidio dei palestinesi, nonostante le interrogazioni parlamentari. Né si è preoccupato di intervenire a proposito delle vacanze italiane di militari israeliani, segnalate sui media in diverse occasioni, con tanto di protezione della polizia italiana. Il dato più evidente è che il genocidio dei palestinesi viene derubricato a diritto di Israele a difendersi mentre la resistenza del popolo palestinese è indiscutibilmente definita terrorismo.
Naturalmente dietro queste operazioni di polizia si cela anche l’intento di mettere la museruola al movimento di solidarietà con la Palestina, che negli ultimi mesi ha dato un’ampia dimostrazione di incontrare il sostegno di larga parte del Paese. Mentre sul genocidio in atto i riflettori mediatici si sono spenti, è forte l’amplificazione della notizia degli arresti, per lasciar intendere che i milioni di italiani scesi in piazza siano stati manipolati dal terrorismo.
Ma il terrorismo di cui siamo tutti vittime è quello di Israele e dei suoi alleati, complici del massacro della popolazione palestinese e oggi mobilitati in una impressionante campagna generale di riarmo.
Gli arresti di oggi puzzano di complicità con il governo di Netanyahu: quando arresteranno i vertici della Leonardo per le armi vendute ad Israele?
Unione Sindacale di Base
Fonte
21/12/2025
Manifestazione per Askatasuna. Un fiume di solidali non ha ceduto alla repressione
Ieri migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza in solidarietà con il centro sociale Askatasuna, sgomberato giovedì 18 dicembre, dopo 30 anni di attività sul territorio, fianco a fianco delle fasce marginalizzate della popolazione, dimenticate dalle istituzioni. La città di Torino non se n’è dimenticata, e il sostegno del quartiere e della cittadinanza intera è stato massiccio.
Lo sgombero è avvenuto in maniera pretestuosa, e all’interno dell’edificio salvato dall’abbandono non è stato trovato nulla che potesse giustificare un dispiegamento militare come quello di giovedì scorso. Soprattutto, nulla che potesse far stracciare il patto che il Comune stava portando avanti con un comitato di garanti per la realizzazione di un progetto sui beni comuni che coinvolgeva lo stabile.
Il paradosso della guerra portata in casa, è stato rotto da una fiume di gente che si è invece esposta in solidarietà di Askatasuna. Un massa di persone che ha rotto la narrazione che quasi tutti i media hanno provato a raccontare, ovvero quello di un “centro di criminalità” che era un pericolo per la cittadinanza.
Davanti alle famiglie e ai bambini del quartiere in prima fila, il campo largo, schieratosi apertamente per la repressione poliziesca, è andato in panne. Il sindaco Lo Russo, che si era affrettato a dichiarare il patto col comitato dei garanti decaduto, si è trovato costretto a tornare frettolosamente e goffamente sui suoi passi, affermando: “crediamo ancora oggi nel percorso del patto per Askatasuna”.
Nel frattempo, però, ha lasciato campo libero alla trasformazione della sua città in un campo di battaglia contro la popolazione in protesta. Ormai Piantedosi e il ministero dell’Interno aveva deciso che Askatasuna doveva diventare un modello repressivo per ogni manifestazione di dissenso, e non poteva fare un passo indietro, a differenza del sindaco.
Le autorità hanno alzato la tensione quando hanno deciso di bloccare i manifestanti per impedire loro di avvicinarsi allo stabile sgomberato, e lo hanno fatto con cariche, idranti e alcuni lacrimogeni sparati ad altezza uomo, contro ogni indicazione dei manuali di gestione dell’ordine pubblico. La manifestazione ha reagito senza farsi intimidire, nonostante l’intento evidente della violenza poliziesca, contro ogni legge, fosse quello di ferire, cosa che la marea di gente non ha permesso accadesse.
La discrepanza tra il racconto del “pericolo” Askatasuna e la solidarietà di massa che ha ricevuto il centro sociale, la mancanza di misura e di proporzionalità tra il dispiegamento e l’azione poliziesca da una parte e il carattere popolare della protesta dall’altra esprimono una faglia che non è passata inosservata al sindaco, e potrebbe mettere in difficoltà anche la tranquillità con cui il governo sperava di far passare la guerra interna contro i lavoratori e ogni esperienza di socialità e politica non allineata con la deriva autoritaria e bellicista della UE.
Ora, la solidarietà ai manifestanti colpiti dalla repressione non può mancare, e la resistenza, così come lo sviluppo di un percorso di lotta e di opposizione che colga i segnali della piazza di ieri, devono essere rafforzati, a Torino come nell’intero paese.
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Lo sgombero è avvenuto in maniera pretestuosa, e all’interno dell’edificio salvato dall’abbandono non è stato trovato nulla che potesse giustificare un dispiegamento militare come quello di giovedì scorso. Soprattutto, nulla che potesse far stracciare il patto che il Comune stava portando avanti con un comitato di garanti per la realizzazione di un progetto sui beni comuni che coinvolgeva lo stabile.
Il paradosso della guerra portata in casa, è stato rotto da una fiume di gente che si è invece esposta in solidarietà di Askatasuna. Un massa di persone che ha rotto la narrazione che quasi tutti i media hanno provato a raccontare, ovvero quello di un “centro di criminalità” che era un pericolo per la cittadinanza.
Davanti alle famiglie e ai bambini del quartiere in prima fila, il campo largo, schieratosi apertamente per la repressione poliziesca, è andato in panne. Il sindaco Lo Russo, che si era affrettato a dichiarare il patto col comitato dei garanti decaduto, si è trovato costretto a tornare frettolosamente e goffamente sui suoi passi, affermando: “crediamo ancora oggi nel percorso del patto per Askatasuna”.
Nel frattempo, però, ha lasciato campo libero alla trasformazione della sua città in un campo di battaglia contro la popolazione in protesta. Ormai Piantedosi e il ministero dell’Interno aveva deciso che Askatasuna doveva diventare un modello repressivo per ogni manifestazione di dissenso, e non poteva fare un passo indietro, a differenza del sindaco.
Le autorità hanno alzato la tensione quando hanno deciso di bloccare i manifestanti per impedire loro di avvicinarsi allo stabile sgomberato, e lo hanno fatto con cariche, idranti e alcuni lacrimogeni sparati ad altezza uomo, contro ogni indicazione dei manuali di gestione dell’ordine pubblico. La manifestazione ha reagito senza farsi intimidire, nonostante l’intento evidente della violenza poliziesca, contro ogni legge, fosse quello di ferire, cosa che la marea di gente non ha permesso accadesse.
La discrepanza tra il racconto del “pericolo” Askatasuna e la solidarietà di massa che ha ricevuto il centro sociale, la mancanza di misura e di proporzionalità tra il dispiegamento e l’azione poliziesca da una parte e il carattere popolare della protesta dall’altra esprimono una faglia che non è passata inosservata al sindaco, e potrebbe mettere in difficoltà anche la tranquillità con cui il governo sperava di far passare la guerra interna contro i lavoratori e ogni esperienza di socialità e politica non allineata con la deriva autoritaria e bellicista della UE.
Ora, la solidarietà ai manifestanti colpiti dalla repressione non può mancare, e la resistenza, così come lo sviluppo di un percorso di lotta e di opposizione che colga i segnali della piazza di ieri, devono essere rafforzati, a Torino come nell’intero paese.
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15/12/2025
La Corte d’Appello di Torino libera Mohamed Shahin. Smontato il teorema Piantedosi
L’imam di Torino, Mohamed Shahin potrà tornare libero. Era stato arrestato e poi deportato dal 24 novembre nel lontanissimo Centro di permanenza per il rimpatrio di Caltanissetta perché destinatario di un provvedimento di espulsione firmato di persona dal ministro degli Interni Matteo Piantedosi.
Nel decreto di espulsione firmato da Piantedosi per “motivi di sicurezza dello Stato e di prevenzione del terrorismo”, l’imam veniva descritto come “portatore di un’ideologia fondamentalista e di chiara matrice antisemita”, oltre a sottolinearne il “ruolo di rilievo in ambienti dell’islam radicale” e rapporti con indagati per terrorismo, da lui sempre negati.
La Corte di Appello di Torino si è pronunciata oggi per la cessazione del trattenimento dell’imam accogliendo uno dei ricorsi presentati dagli avvocati di Mohamed Shahin, i quali hanno sostenuto, anche alla luce di nuova documentazione, che non sussistono elementi che possono far parlare di sicurezza per lo Stato o per l’ordine pubblico. Il che significa lo smantellamento del teorema Piantedosi.
Shahin era finto nel mirino del ministro dopo alcune frasi pronunciate nel corso di una manifestazione per la Palestina in cui aveva definito gli attacchi di Hamas del 7 ottobre come un atto di resistenza e “non una violenza” dopo anni di occupazione israeliana a Gaza e in Cisgiordania.
I suoi avvocati, oltre a smentire tali accuse, hanno anche ricordato che, se rimandato in Egitto, Mohammed Shahin avrebbe rischiato la vita in quanto oppositore del regime di al Sisi.
I giudici della Corte di Appello di Torino, dopo avere esaminato i “nuovi elementi emersi”, hanno escluso “la sussistenza di una concreta e attuale pericolosità”. Inoltre hanno sottolineato che Shahin è da 20 anni in Italia, dove sono nati e cresciuti i suoi due figli di 9 e 12 anni, ed è “completamente incensurato”.
Fra i “nuovi elementi” che erano stati presentati dagli avvocati dell’imam figuravano l’archiviazione immediata, da parte della procura di Torino, di una denuncia per le frasi che Shahin aveva pronunciato lo scorso ottobre durante la manifestazione per la Palestina e che, secondo lo stesso rapporto della Digos, non configuravano reato.
In queste settimane di reclusione nel Cpr di Caltanissetta, a Torino e in altre città si sono tenute decine di manifestazioni di solidarietà e si erano moltiplicati gli appelli per la liberazione di Shahin. Tra questi ultimi c’era anche quello del vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, il quale in un video ha definito l’imam come un “uomo di dialogo”.
La posizione di Shahin, seppur libero di tornare a casa, resta estremamente complicata: all’imam torinese a è stato infatti revocato il permesso di soggiorno. Contro questa decisione pende un ricorso al Tar di Torino, mentre la sua richiesta di asilo è attualmente pendente al tribunale di Caltanissetta.
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Nel decreto di espulsione firmato da Piantedosi per “motivi di sicurezza dello Stato e di prevenzione del terrorismo”, l’imam veniva descritto come “portatore di un’ideologia fondamentalista e di chiara matrice antisemita”, oltre a sottolinearne il “ruolo di rilievo in ambienti dell’islam radicale” e rapporti con indagati per terrorismo, da lui sempre negati.
La Corte di Appello di Torino si è pronunciata oggi per la cessazione del trattenimento dell’imam accogliendo uno dei ricorsi presentati dagli avvocati di Mohamed Shahin, i quali hanno sostenuto, anche alla luce di nuova documentazione, che non sussistono elementi che possono far parlare di sicurezza per lo Stato o per l’ordine pubblico. Il che significa lo smantellamento del teorema Piantedosi.
Shahin era finto nel mirino del ministro dopo alcune frasi pronunciate nel corso di una manifestazione per la Palestina in cui aveva definito gli attacchi di Hamas del 7 ottobre come un atto di resistenza e “non una violenza” dopo anni di occupazione israeliana a Gaza e in Cisgiordania.
I suoi avvocati, oltre a smentire tali accuse, hanno anche ricordato che, se rimandato in Egitto, Mohammed Shahin avrebbe rischiato la vita in quanto oppositore del regime di al Sisi.
I giudici della Corte di Appello di Torino, dopo avere esaminato i “nuovi elementi emersi”, hanno escluso “la sussistenza di una concreta e attuale pericolosità”. Inoltre hanno sottolineato che Shahin è da 20 anni in Italia, dove sono nati e cresciuti i suoi due figli di 9 e 12 anni, ed è “completamente incensurato”.
Fra i “nuovi elementi” che erano stati presentati dagli avvocati dell’imam figuravano l’archiviazione immediata, da parte della procura di Torino, di una denuncia per le frasi che Shahin aveva pronunciato lo scorso ottobre durante la manifestazione per la Palestina e che, secondo lo stesso rapporto della Digos, non configuravano reato.
In queste settimane di reclusione nel Cpr di Caltanissetta, a Torino e in altre città si sono tenute decine di manifestazioni di solidarietà e si erano moltiplicati gli appelli per la liberazione di Shahin. Tra questi ultimi c’era anche quello del vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, il quale in un video ha definito l’imam come un “uomo di dialogo”.
La posizione di Shahin, seppur libero di tornare a casa, resta estremamente complicata: all’imam torinese a è stato infatti revocato il permesso di soggiorno. Contro questa decisione pende un ricorso al Tar di Torino, mentre la sua richiesta di asilo è attualmente pendente al tribunale di Caltanissetta.
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21/01/2025
L’intimidatorio linciaggio mediatico della destra sul caso Ramy
Negli ultimi giorni, tra i principali temi del dibattito pubblico italiano c’è stata la morte di Ramy Elgaml, un giovane del Corvetto, quartiere della periferia di Milano. L’occasione è diventata ottima per la destra per fomentare un pericoloso clima di odio e repressione, aizzando giornali e anche semplici cittadini in una vera e propria opera di linciaggio mediatico.
Ma andiamo con ordine, partendo dai fatti, ossia con lo stato delle indagini. Perché, per quanto ne dicano in queste ore vari politici e opinionisti che chiedono le “scuse per i carabinieri”, le informazioni trapelate dalla Procura di Milano chiariscono che l’inseguimento di Ramy e Fares Bouzidi si è svolto senza violazioni solo perché non esistono protocolli chiari in merito.
Il riferimento è all’articolo 55 del codice penale, che recita: “la polizia giudiziaria deve, anche di propria iniziativa, prendere notizia dei reati, impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori, compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere quant’altro possa servire per l’applicazione della legge penale”.
Tutto qui, un’interpretazione di un testo che non assolve in nulla i militari. E infatti, sono in tre a essere sotto indagine, uno per omicidio stradale (come Fares, alla guida dello scooter, per concorso nello stesso reato) e due per “frode processuale, depistaggio e favoreggiamento” con l’accusa di aver costretto a cancellare i video dello schianto dal cellulare di Omar, un autista di Uber presente al momento dell’incidente. Distruggere alcune prove non è esattamente un “difendere la legge”, specie per dei carabinieri... E sicuramente non è indice di “piena innocenza”.
Insomma, quello che per ora sappiamo, in attesa delle perizie sull’accaduto e sul telefono dell’autista in arrivo alla fine del mese, è che in almeno una delle ricostruzioni della polizia locale si parla nel dettaglio dell’impatto tra la gazzella dei militari e lo scooter, che ha fatto poi cadere i due ragazzi, così come appare dalle immagini rese pubbliche.
Se venissero ritrovate tracce del video cancellato nella copia forense del cellulare di Omar, come ha spiegato Debora Piazza, la legale di Fares, allora il reato di omicidio stradale per il carabiniere potrebbe essere trasformato in omicidio volontario con dolo eventuale. Ovvero un comportamento talmente aggressivo (nell’inseguimento) da mettere in conto che l’effetto poteva essere la morte di un’altra persona.
“Si può basare anche su quanto accaduto prima del fatto di reato, con i dialoghi registrati, e su ciò che è avvenuto dopo, con le minacce che sarebbero state fatte nei confronti del testimone oculare”, ha specificato l’avvocato Piazza. In sintesi, anche non recuperando il video, visto che è stato fatto cancellare, ciò sarebbe già una possibile prova di un omicidio commesso volontariamente (solo chi sa di essere colpevole, o i suoi complici, ha un interesse personale a distruggere le prove).
Chiudiamo qui l’introduzione, perché oltre a chiarire come siamo ancora lontani da una possibile verità giuridica sulla morte di Ramy, pensiamo sia evidente come, anche questa, deriverà da una serie di variabili che bisognerà poi vedere come verranno interpretate in sede di indagini e di successivo dibattimento in tribunale. Ma non necessariamente tutto ciò restituirà l’accaduto nella sua interezza.
Se guardiamo invece alla reazione politica avuta dalle forze di maggioranza rispetto alla vicenda, così come dai giornali di destra, va sottolineato la doppia direttrice delle affermazioni fatte. Da una parte, c’è stata la difesa a priori dei militari, e delle forze dell’ordine in senso lato, dall’altra il linciaggio mediatico di chiunque abbia provato a criticare l’operato dei carabinieri.
Innanzitutto, è stato completamente cancellato il nodo della provenienza di Ramy. Non parliamo solo della sua origine egiziana, sulla quale magari anche le finte opposizioni hanno rimandato al razzismo dei post-fascisti, ma dell’appartenenza a quella schiera di dimenticati dalle istituzioni che costituiscono il popolo delle periferie metropolitane.
La questione sociale insita nel caso è ovviamente tenuta in disparte da chiunque, altrimenti si dovrebbe criticare anche il “modello Sala”. Al contrario, il sindaco di Milano e vari altri esponenti del centrosinistra sono stati strumentalmente attaccati nel solito gioco delle parti del bipolarismo che caratterizza la vita politica del paese.
Ma soprattutto, è stata posta sotto un attacco organizzato la portavoce nazionale di Potere al Popolo, Marta Collot. Ospite al programma di Rete 4, Dritto e Rovescio, ha avuto un duro confronto con gli ospiti della trasmissione (Belpietro, Cruciani e così via), ed è stata poi al centro di post da parte di Fratelli d’Italia e Salvini.
Sin da subito, i suoi profili social sono stati bersagliati da centinaia di commenti, in un’operazione visibilmente architettata da provocatori di professione in gruppi online della destra. Si va dalla difesa dei carabinieri alle promesse di denuncia, fino all’augurio di trovarsi in situazione di pericolo senza però ricevere la tutela delle forze dell’ordine.
Ma soprattutto, tutti i suoi post, vecchi e nuovi, sono stati investiti da un pullulare di insulti razzisti a Ramy e sessisti a Collot stessa. Il tentativo di aizzare il proprio elettorato ha dato via libera alle minacce più schifose, senza preoccuparsi di come figure sociali abbrutite e ingozzate di propaganda di guerra e di discriminazione potessero riversare odio e minacce sulla portavoce di Potere al Popolo.
Per mesi e mesi chi è stato nelle piazze per difendere i lavoratori e solidarizzare con la resistenza palestinese è stato accusato di “diffondere odio” e di esprimere “visioni violente”. In questi giorni abbiamo visto invece come l’odio – quello vero, decerebrato e “di branco” – è invece fomentato contro le esperienze di alternativa.
E questo apre l’ultimo capitolo della vicenda che qui discutiamo. Il linciaggio mediatico della giovane militante non è stato opera solo dei due principali azionisti della maggioranza, ma anche di alcuni giornali, come Libero, che ieri ha ribadito la necessità di “chiedere scusa ai carabinieri”. Dalle colonne dello stesso giornale è stata data voce anche alla deplorazione dell’USMIA.
Il segretario dell’Unione Sindacale Militari Interforze Associati ha criticato la “superficiale narrazione mediatica di alcuni delatori, i quali criminalizzano le forze dell’ordine definendole persino assassine – come ha dichiarato Marta Collot con riferimento al caso Ramy durante una trasmissione televisiva”.
Ha poi commentato: “i crescenti episodi di aggressioni in danno delle forze dell’ordine, gli attentati dinamitardi alle caserme, le violenze di piazza e le devastazioni da parte di vere e proprie guerriglie urbane, impongono un pugno duro e interventi normativi non più differibili per garantire protezione a chi opera quotidianamente in difesa della legalità e della sicurezza dei cittadini”.
Un’altra frase ha poi il sapore del rimando a una svolta storica: “il tempo di subire è finito, è giunto il momento di agire!” E non potrebbe essere più d’accordo il ministro Piantedosi, che avendo ricordato che all’alt ci si ferma, altrimenti può succedere di andare incontro alla morte (come è avvenuto decine di volte ai tempi della criminale “legge Reale”), ne ha approfittato anche per chiedere che si acceleri sul ddl 1660.
“C’è un network tra gruppi antagonisti per fare guerriglia contro le forze dell’ordine, è necessario approvare subito il ddl Sicurezza”, ha detto. E intanto Nordio in Senato ha denunciato l’automatismo dell’iscrizione degli agenti nel registro degli indagati, nei casi in cui venga commesso un reato durante il servizio.
Non proprio uno “scudo penale”, ma di certo una larga garanzia di impunità – e di incognito – per la forza pubblica, un modo di tenersela vicina e obbediente proprio mentre si decide di stringere il cappio della repressione per prevenire qualsiasi dissenso. La pesante intimidazione subita a Brescia anche dalla attivista di Extinction Rebellion, costretta a spogliarsi e a fare piegamenti, ne è un altro esempio.
La strumentalizzazione della morte di Ramy, così come il linciaggio di Marta Collot e le perquisizioni da carcere speciale per chi protesta pacificamente con un cartello in mano, provocano innanzitutto indignazione e disgusto, ma devono suscitare soprattutto preoccupazione politica, perché è evidente come in questo paese dello “stato di diritto” non rimanga più quasi nulla.
E di come le classi dirigenti stiano preparando il terreno all’unico aspetto dello “Stato” che vogliono rimanga in Italia: quello di polizia.
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Ma andiamo con ordine, partendo dai fatti, ossia con lo stato delle indagini. Perché, per quanto ne dicano in queste ore vari politici e opinionisti che chiedono le “scuse per i carabinieri”, le informazioni trapelate dalla Procura di Milano chiariscono che l’inseguimento di Ramy e Fares Bouzidi si è svolto senza violazioni solo perché non esistono protocolli chiari in merito.
Il riferimento è all’articolo 55 del codice penale, che recita: “la polizia giudiziaria deve, anche di propria iniziativa, prendere notizia dei reati, impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori, compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere quant’altro possa servire per l’applicazione della legge penale”.
Tutto qui, un’interpretazione di un testo che non assolve in nulla i militari. E infatti, sono in tre a essere sotto indagine, uno per omicidio stradale (come Fares, alla guida dello scooter, per concorso nello stesso reato) e due per “frode processuale, depistaggio e favoreggiamento” con l’accusa di aver costretto a cancellare i video dello schianto dal cellulare di Omar, un autista di Uber presente al momento dell’incidente. Distruggere alcune prove non è esattamente un “difendere la legge”, specie per dei carabinieri... E sicuramente non è indice di “piena innocenza”.
Insomma, quello che per ora sappiamo, in attesa delle perizie sull’accaduto e sul telefono dell’autista in arrivo alla fine del mese, è che in almeno una delle ricostruzioni della polizia locale si parla nel dettaglio dell’impatto tra la gazzella dei militari e lo scooter, che ha fatto poi cadere i due ragazzi, così come appare dalle immagini rese pubbliche.
Se venissero ritrovate tracce del video cancellato nella copia forense del cellulare di Omar, come ha spiegato Debora Piazza, la legale di Fares, allora il reato di omicidio stradale per il carabiniere potrebbe essere trasformato in omicidio volontario con dolo eventuale. Ovvero un comportamento talmente aggressivo (nell’inseguimento) da mettere in conto che l’effetto poteva essere la morte di un’altra persona.
“Si può basare anche su quanto accaduto prima del fatto di reato, con i dialoghi registrati, e su ciò che è avvenuto dopo, con le minacce che sarebbero state fatte nei confronti del testimone oculare”, ha specificato l’avvocato Piazza. In sintesi, anche non recuperando il video, visto che è stato fatto cancellare, ciò sarebbe già una possibile prova di un omicidio commesso volontariamente (solo chi sa di essere colpevole, o i suoi complici, ha un interesse personale a distruggere le prove).
Chiudiamo qui l’introduzione, perché oltre a chiarire come siamo ancora lontani da una possibile verità giuridica sulla morte di Ramy, pensiamo sia evidente come, anche questa, deriverà da una serie di variabili che bisognerà poi vedere come verranno interpretate in sede di indagini e di successivo dibattimento in tribunale. Ma non necessariamente tutto ciò restituirà l’accaduto nella sua interezza.
Se guardiamo invece alla reazione politica avuta dalle forze di maggioranza rispetto alla vicenda, così come dai giornali di destra, va sottolineato la doppia direttrice delle affermazioni fatte. Da una parte, c’è stata la difesa a priori dei militari, e delle forze dell’ordine in senso lato, dall’altra il linciaggio mediatico di chiunque abbia provato a criticare l’operato dei carabinieri.
Innanzitutto, è stato completamente cancellato il nodo della provenienza di Ramy. Non parliamo solo della sua origine egiziana, sulla quale magari anche le finte opposizioni hanno rimandato al razzismo dei post-fascisti, ma dell’appartenenza a quella schiera di dimenticati dalle istituzioni che costituiscono il popolo delle periferie metropolitane.
La questione sociale insita nel caso è ovviamente tenuta in disparte da chiunque, altrimenti si dovrebbe criticare anche il “modello Sala”. Al contrario, il sindaco di Milano e vari altri esponenti del centrosinistra sono stati strumentalmente attaccati nel solito gioco delle parti del bipolarismo che caratterizza la vita politica del paese.
Ma soprattutto, è stata posta sotto un attacco organizzato la portavoce nazionale di Potere al Popolo, Marta Collot. Ospite al programma di Rete 4, Dritto e Rovescio, ha avuto un duro confronto con gli ospiti della trasmissione (Belpietro, Cruciani e così via), ed è stata poi al centro di post da parte di Fratelli d’Italia e Salvini.
Sin da subito, i suoi profili social sono stati bersagliati da centinaia di commenti, in un’operazione visibilmente architettata da provocatori di professione in gruppi online della destra. Si va dalla difesa dei carabinieri alle promesse di denuncia, fino all’augurio di trovarsi in situazione di pericolo senza però ricevere la tutela delle forze dell’ordine.
Ma soprattutto, tutti i suoi post, vecchi e nuovi, sono stati investiti da un pullulare di insulti razzisti a Ramy e sessisti a Collot stessa. Il tentativo di aizzare il proprio elettorato ha dato via libera alle minacce più schifose, senza preoccuparsi di come figure sociali abbrutite e ingozzate di propaganda di guerra e di discriminazione potessero riversare odio e minacce sulla portavoce di Potere al Popolo.
Per mesi e mesi chi è stato nelle piazze per difendere i lavoratori e solidarizzare con la resistenza palestinese è stato accusato di “diffondere odio” e di esprimere “visioni violente”. In questi giorni abbiamo visto invece come l’odio – quello vero, decerebrato e “di branco” – è invece fomentato contro le esperienze di alternativa.
E questo apre l’ultimo capitolo della vicenda che qui discutiamo. Il linciaggio mediatico della giovane militante non è stato opera solo dei due principali azionisti della maggioranza, ma anche di alcuni giornali, come Libero, che ieri ha ribadito la necessità di “chiedere scusa ai carabinieri”. Dalle colonne dello stesso giornale è stata data voce anche alla deplorazione dell’USMIA.
Il segretario dell’Unione Sindacale Militari Interforze Associati ha criticato la “superficiale narrazione mediatica di alcuni delatori, i quali criminalizzano le forze dell’ordine definendole persino assassine – come ha dichiarato Marta Collot con riferimento al caso Ramy durante una trasmissione televisiva”.
Ha poi commentato: “i crescenti episodi di aggressioni in danno delle forze dell’ordine, gli attentati dinamitardi alle caserme, le violenze di piazza e le devastazioni da parte di vere e proprie guerriglie urbane, impongono un pugno duro e interventi normativi non più differibili per garantire protezione a chi opera quotidianamente in difesa della legalità e della sicurezza dei cittadini”.
Un’altra frase ha poi il sapore del rimando a una svolta storica: “il tempo di subire è finito, è giunto il momento di agire!” E non potrebbe essere più d’accordo il ministro Piantedosi, che avendo ricordato che all’alt ci si ferma, altrimenti può succedere di andare incontro alla morte (come è avvenuto decine di volte ai tempi della criminale “legge Reale”), ne ha approfittato anche per chiedere che si acceleri sul ddl 1660.
“C’è un network tra gruppi antagonisti per fare guerriglia contro le forze dell’ordine, è necessario approvare subito il ddl Sicurezza”, ha detto. E intanto Nordio in Senato ha denunciato l’automatismo dell’iscrizione degli agenti nel registro degli indagati, nei casi in cui venga commesso un reato durante il servizio.
Non proprio uno “scudo penale”, ma di certo una larga garanzia di impunità – e di incognito – per la forza pubblica, un modo di tenersela vicina e obbediente proprio mentre si decide di stringere il cappio della repressione per prevenire qualsiasi dissenso. La pesante intimidazione subita a Brescia anche dalla attivista di Extinction Rebellion, costretta a spogliarsi e a fare piegamenti, ne è un altro esempio.
La strumentalizzazione della morte di Ramy, così come il linciaggio di Marta Collot e le perquisizioni da carcere speciale per chi protesta pacificamente con un cartello in mano, provocano innanzitutto indignazione e disgusto, ma devono suscitare soprattutto preoccupazione politica, perché è evidente come in questo paese dello “stato di diritto” non rimanga più quasi nulla.
E di come le classi dirigenti stiano preparando il terreno all’unico aspetto dello “Stato” che vogliono rimanga in Italia: quello di polizia.
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06/10/2024
G7 contro i trafficanti di uomini, ma il modello è quello Meloni in Albania
Alla riunione interministeriale del G7, in corso vicino Avellino, il padrone di casa Piantedosi ha spinto per l’approvazione di un piano sulla gestione dei migranti. Questo è il cavallo di battaglia del governo italiano, a cui si è associato il “contrasto al pericolo terrorismo”, considerato legato alle tensioni internazionali.
Invitati alla sessione dedicata alla questione migrazioni pure i rappresentanti di Libia, Algeria e Tunisia, i quali, ha sottolineato Piantedosi, hanno compiuto importanti passi avanti nel contrasto ai trafficanti di uomini. Con essi, i membri del G7 si sono confrontati anche sui cinque pilastri del programma approvato.
Al primo punto è stata prevista la creazione di una rete di unità specializzate per le indagini riguardanti la tratta di esseri umani. In secondo luogo, il rafforzamento della cooperazione internazionale, giudiziaria e di polizia, e poi l’intensificazione della cooperazione con i paesi di origine e transito dei flussi migratori regolari, in collaborazione con le organizzazioni internazionali.
Il quarto pilastro del piano del G7 prevede campagne di informazione e sensibilizzazione, ancora in rapporto con le istituzioni internazionali. Infine, l’idea è quella di implementare a livello collettivo la conoscenza e il monitoraggio dei flussi, così da anticipare le tendenze dei flussi migratori stessi.
In questa cornice, il ministro Piantedosi ha inserito anche il sistema dei centri per migranti in Albania, che “è destinato a non restare un caso isolato”. Infatti, il responsabile del Viminale ha ricordato che altri 15 paesi “hanno sottoscritto una richiesta formale alla Commissione Europea di guardare con attenzione a questo modello”.
C’è però una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che dice altro rispetto alla retorica del ministro. I migranti accettati nell’accordo con Tirana, che saranno sottoposti a procedure con tempi ridotti e minori garanzie, sono solo quelli che provengono da paesi designati come “sicuri”, in questo caso sulla base di un decreto interministeriale aggiornato lo scorso 7 maggio.
Ma lo stesso ministero degli Esteri ha fatto notare che quei paesi, considerate alcune categorie di persone, tanto sicuri non sono. La Corte UE ha dunque chiarito come debba essere interpretato l’articolo 37 della direttiva europea 2013/32 che regola la materia, impedendo di trattenere chi proviene da paesi parzialmente sicuri.
Inoltre, la Corte ha sancito l’obbligo di rilevare d’ufficio le violazioni del diritto UE relativo alla designazione dei paesi di origine sicuri. Insomma, i magistrati del Tribunale di Roma, competenti nel caso dei centri in Albania, dovranno seguire necessariamente quello che ha stabilito la Corte europea.
“In riferimento agli scenari di alimentazione di circuiti terroristici”, ha detto Piantedosi, “confermo che sono sempre in nostra massima considerazione ma non ci sono rilievi di intelligence o di forze di polizia che ci facciano segnare che ci sia qualcosa di particolare che possa destare il nostro allarme”.
L’esplosione del conflitto in Medio Oriente, dal punto di vista di Piantedosi, “ha determinato una radicalizzazione delle posizioni di discussione nel dibattito interno, legittime in quanto tali ma che in alcuni casi hanno visto compiere alcune azioni, una pratica di fare manifestazioni che poi non sempre fossero immuni da preoccupazioni su disordini”.
Di nuovo viene evocato lo spettro dell’antisemitismo, di cui viene accusata ogni legittima protesta contro il genocidio dei palestinesi e il sostegno euroatlantico alla politica di occupazione israeliana. Di nuovo, viene promossa una politica securitaria, collegando migranti, terrorismo e la difesa delle mire imperialistiche occidentali.
Fonte
Invitati alla sessione dedicata alla questione migrazioni pure i rappresentanti di Libia, Algeria e Tunisia, i quali, ha sottolineato Piantedosi, hanno compiuto importanti passi avanti nel contrasto ai trafficanti di uomini. Con essi, i membri del G7 si sono confrontati anche sui cinque pilastri del programma approvato.
Al primo punto è stata prevista la creazione di una rete di unità specializzate per le indagini riguardanti la tratta di esseri umani. In secondo luogo, il rafforzamento della cooperazione internazionale, giudiziaria e di polizia, e poi l’intensificazione della cooperazione con i paesi di origine e transito dei flussi migratori regolari, in collaborazione con le organizzazioni internazionali.
Il quarto pilastro del piano del G7 prevede campagne di informazione e sensibilizzazione, ancora in rapporto con le istituzioni internazionali. Infine, l’idea è quella di implementare a livello collettivo la conoscenza e il monitoraggio dei flussi, così da anticipare le tendenze dei flussi migratori stessi.
In questa cornice, il ministro Piantedosi ha inserito anche il sistema dei centri per migranti in Albania, che “è destinato a non restare un caso isolato”. Infatti, il responsabile del Viminale ha ricordato che altri 15 paesi “hanno sottoscritto una richiesta formale alla Commissione Europea di guardare con attenzione a questo modello”.
C’è però una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che dice altro rispetto alla retorica del ministro. I migranti accettati nell’accordo con Tirana, che saranno sottoposti a procedure con tempi ridotti e minori garanzie, sono solo quelli che provengono da paesi designati come “sicuri”, in questo caso sulla base di un decreto interministeriale aggiornato lo scorso 7 maggio.
Ma lo stesso ministero degli Esteri ha fatto notare che quei paesi, considerate alcune categorie di persone, tanto sicuri non sono. La Corte UE ha dunque chiarito come debba essere interpretato l’articolo 37 della direttiva europea 2013/32 che regola la materia, impedendo di trattenere chi proviene da paesi parzialmente sicuri.
Inoltre, la Corte ha sancito l’obbligo di rilevare d’ufficio le violazioni del diritto UE relativo alla designazione dei paesi di origine sicuri. Insomma, i magistrati del Tribunale di Roma, competenti nel caso dei centri in Albania, dovranno seguire necessariamente quello che ha stabilito la Corte europea.
“In riferimento agli scenari di alimentazione di circuiti terroristici”, ha detto Piantedosi, “confermo che sono sempre in nostra massima considerazione ma non ci sono rilievi di intelligence o di forze di polizia che ci facciano segnare che ci sia qualcosa di particolare che possa destare il nostro allarme”.
L’esplosione del conflitto in Medio Oriente, dal punto di vista di Piantedosi, “ha determinato una radicalizzazione delle posizioni di discussione nel dibattito interno, legittime in quanto tali ma che in alcuni casi hanno visto compiere alcune azioni, una pratica di fare manifestazioni che poi non sempre fossero immuni da preoccupazioni su disordini”.
Di nuovo viene evocato lo spettro dell’antisemitismo, di cui viene accusata ogni legittima protesta contro il genocidio dei palestinesi e il sostegno euroatlantico alla politica di occupazione israeliana. Di nuovo, viene promossa una politica securitaria, collegando migranti, terrorismo e la difesa delle mire imperialistiche occidentali.
Fonte
26/01/2024
Vietati o “sconsigliati” i cortei per la Palestina di sabato 27
Come governo dei “sovranisti” non c’è male… Non contenti di aver accettato una revisione del Patto di Stabilità europeo che reintroduce – peggiorandola di molto – l’austerità obbligatoria. Non paghi di fare da zerbino alle decisioni statunitensi (avere due padroni è “meglio che uàn”, pare)… Ecco che il governo Meloni si mette alle dipendenza di un terzo straniero che fa “da padrone in casa nostra”: Israele.
Dopo una settimana di pressioni da parte dei rappresentanti di vertice delle comunità ebraiche in Italia perché venissero vietate le manifestazioni pro-Palestina e per il cessate il fuoco (convocate come ogni sabato ormai da quasi quattro mesi), il ministro dell’interno Piantedosi ha tirato fuori il più classico dei divieti travestito da “consiglio”: rinviare le manifestazioni per la Palestina in programma per il 27 gennaio, evitando così la sovrapposizione con quelle previste per il Giorno della Memoria.
Dal punto di vista dell’”ordine pubblico” – l’unico che un ministro di polizia potrebbe invocare – non c’è infatti alcuna ragione per vietare alcunché. Le manifestazioni di solidarietà con Gaza e Cisgiordania, convocare dalle associazioni palestinesi in Italia, si svolgono da settimane senza dar luogo ad alcun problema.
Per giustificare le richieste di divieto, non a caso, i sionisti d’assalto hanno dovuto ingigantire innocui gesti singoli come l’incendio di una bandiera israeliana; oppure inventarsi la presenza dei provocatori fascisti di Forza Nuova (allontanati a calci fin dalla prima, enorme, manifestazione di Roma).
Si sono distinti ancora una volta i gazzettieri mainstream che hanno dato come “manifestazione unitaria” – per domani a Roma – quella di Forza Nuova, che come sempre gioca intenzionalmente la carta della “terza posizione” (il gruppo neonazista degli anni ‘70, di cui sono eredi, a partire da Roberto Fiore) per facilitare il compito dei governi. Specie di quello attuale. In pratica ha annunciato non meglio specificate “Azioni di propaganda antisionista”… Ma tanto è bastato per far titolare ai complici “manifesteranno insieme i centri sociali e Forza Nuova”.
Tutta fuffa per sostenere la decisione di Piandesi & c., che comunque ci tiene a precisare che le iniziative a favore del popolo palestinese rischiano di «assumere connotazioni lesive dello spirito commemorativo a favore delle vittime delle leggi razziali, nonché di condanna alla persecuzione del popolo ebreo».
In pratica: il 27 gennaio è data “riservata” ai soli ebrei, svuotando così l’Olocausto del suo significato universale (furono sterminati insieme a loro anche rom, omosessuali, antifascisti, slavi, ecc).
Una “privatizzazione” del ruolo di vittime del “male assoluto” operata per giustificare i crimini di guerra israeliani e criminalizzare i movimenti di solidarietà ai palestinesi che stanno crescendo in tutto il mondo; anche nell’Occidente neoliberista.
Una “privatizzazione” peraltro già individuata dagli organizzatori, che nel volantino di convocazione hanno scritto: «Se permetteremo al sionismo di continuare il suo massacro e la pulizia etnica perpetrata in Palestina, svuoteremo di significato questa data a detrimento delle vittime che furono e di quelle che saranno».
Sorprende semmai la stupidità politica dei vertici delle comunità ebraiche che spingono per restringere gli effetti del “male assoluto” ai soli ebrei credendo, così, di giustificare per sempre Israele. E’ infatti certo che quanto sta avvenendo a Gaza e in Cisgiordania solleva contemporaneamente l’indignazione di tutto il mondo.
Questa indignazione è naturalmente progressista, genuinamente umanitaria, unisce soprattutto i giovani di paesi differentissimi per cultura e sistema politico, perché troppo evidente il massacro dei palestinesi ad opera di Israele e il “doppio standard” applicato dall’establishment imperialista occidentale.
Impedire le manifestazioni significa stimolare esattamente quel che si dice di voler evitare: identificare tutti gli ebrei con il governo criminale di Israele. Con tutte le follie che ne derivano…
La protervia suprematista è evidente, benché mascherata come al solito col vittimismo, nelle parole del dal presidente della comunità ebraica di Roma Viktor Fadlun: «Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria. Noi non avevamo chiesto di vietare le manifestazioni in quanto tali anche se abbiamo assistito a canti e balli in strada che invitavano a uccidere gli ebrei. Ma dover assistere a tutto questo nel Giorno in cui in tutto il mondo si ricordano 6 milioni di ebrei sterminati dal nazismo ci è parso davvero troppo».
“Spariti in un camino” – quello della memoria istituzionalizzata – omosessuali, zingari, antifascisti e “popoli inferiori”. Tutti untermenschen, come i palestinesi agli occhi di Netanyahu…
Fonte
Dopo una settimana di pressioni da parte dei rappresentanti di vertice delle comunità ebraiche in Italia perché venissero vietate le manifestazioni pro-Palestina e per il cessate il fuoco (convocate come ogni sabato ormai da quasi quattro mesi), il ministro dell’interno Piantedosi ha tirato fuori il più classico dei divieti travestito da “consiglio”: rinviare le manifestazioni per la Palestina in programma per il 27 gennaio, evitando così la sovrapposizione con quelle previste per il Giorno della Memoria.
Dal punto di vista dell’”ordine pubblico” – l’unico che un ministro di polizia potrebbe invocare – non c’è infatti alcuna ragione per vietare alcunché. Le manifestazioni di solidarietà con Gaza e Cisgiordania, convocare dalle associazioni palestinesi in Italia, si svolgono da settimane senza dar luogo ad alcun problema.
Per giustificare le richieste di divieto, non a caso, i sionisti d’assalto hanno dovuto ingigantire innocui gesti singoli come l’incendio di una bandiera israeliana; oppure inventarsi la presenza dei provocatori fascisti di Forza Nuova (allontanati a calci fin dalla prima, enorme, manifestazione di Roma).
Si sono distinti ancora una volta i gazzettieri mainstream che hanno dato come “manifestazione unitaria” – per domani a Roma – quella di Forza Nuova, che come sempre gioca intenzionalmente la carta della “terza posizione” (il gruppo neonazista degli anni ‘70, di cui sono eredi, a partire da Roberto Fiore) per facilitare il compito dei governi. Specie di quello attuale. In pratica ha annunciato non meglio specificate “Azioni di propaganda antisionista”… Ma tanto è bastato per far titolare ai complici “manifesteranno insieme i centri sociali e Forza Nuova”.
Tutta fuffa per sostenere la decisione di Piandesi & c., che comunque ci tiene a precisare che le iniziative a favore del popolo palestinese rischiano di «assumere connotazioni lesive dello spirito commemorativo a favore delle vittime delle leggi razziali, nonché di condanna alla persecuzione del popolo ebreo».
In pratica: il 27 gennaio è data “riservata” ai soli ebrei, svuotando così l’Olocausto del suo significato universale (furono sterminati insieme a loro anche rom, omosessuali, antifascisti, slavi, ecc).
Una “privatizzazione” del ruolo di vittime del “male assoluto” operata per giustificare i crimini di guerra israeliani e criminalizzare i movimenti di solidarietà ai palestinesi che stanno crescendo in tutto il mondo; anche nell’Occidente neoliberista.
Una “privatizzazione” peraltro già individuata dagli organizzatori, che nel volantino di convocazione hanno scritto: «Se permetteremo al sionismo di continuare il suo massacro e la pulizia etnica perpetrata in Palestina, svuoteremo di significato questa data a detrimento delle vittime che furono e di quelle che saranno».
Sorprende semmai la stupidità politica dei vertici delle comunità ebraiche che spingono per restringere gli effetti del “male assoluto” ai soli ebrei credendo, così, di giustificare per sempre Israele. E’ infatti certo che quanto sta avvenendo a Gaza e in Cisgiordania solleva contemporaneamente l’indignazione di tutto il mondo.
Questa indignazione è naturalmente progressista, genuinamente umanitaria, unisce soprattutto i giovani di paesi differentissimi per cultura e sistema politico, perché troppo evidente il massacro dei palestinesi ad opera di Israele e il “doppio standard” applicato dall’establishment imperialista occidentale.
Impedire le manifestazioni significa stimolare esattamente quel che si dice di voler evitare: identificare tutti gli ebrei con il governo criminale di Israele. Con tutte le follie che ne derivano…
La protervia suprematista è evidente, benché mascherata come al solito col vittimismo, nelle parole del dal presidente della comunità ebraica di Roma Viktor Fadlun: «Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria. Noi non avevamo chiesto di vietare le manifestazioni in quanto tali anche se abbiamo assistito a canti e balli in strada che invitavano a uccidere gli ebrei. Ma dover assistere a tutto questo nel Giorno in cui in tutto il mondo si ricordano 6 milioni di ebrei sterminati dal nazismo ci è parso davvero troppo».
“Spariti in un camino” – quello della memoria istituzionalizzata – omosessuali, zingari, antifascisti e “popoli inferiori”. Tutti untermenschen, come i palestinesi agli occhi di Netanyahu…
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25/01/2024
La repressione al servizio della gentrificazione dei quartieri
Ieri la Bolognina popolare e solidale è scesa in piazza per dire no alle politiche securitarie con cui si vorrebbe gestire il quartiere.
Pietro Pasquariello, consigliere di quartiere al Navile per Potere al Popolo, in questi giorni ha raccolto la crescente insofferenza degli abitanti della Bolognina così come dei gestori di bar, ultimi luoghi di socialità nella devastazione degli spazi sociali, riportandole dalle casse alla partenza del corteo da piazza dell’Unità:
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Pietro Pasquariello, consigliere di quartiere al Navile per Potere al Popolo, in questi giorni ha raccolto la crescente insofferenza degli abitanti della Bolognina così come dei gestori di bar, ultimi luoghi di socialità nella devastazione degli spazi sociali, riportandole dalle casse alla partenza del corteo da piazza dell’Unità:
“bloccare l’apertura di un’attività per un mese appellandosi ad una norma fascista del 1931 è veramente troppo. Purtroppo sappiamo bene che il Sunshine non è l’unico bar a subire controlli intimidatori continui da parte delle forze dell’ordine. In questa manifestazione ci sono tanti bar e associazioni che subiscono continui controlli senza motivo nelle ultime settimane.Durante il corteo sono stati toccati i punti sensibili del quartiere e delle sue lotte: davanti al Comune abbiamo ribadito come l’attacco alla Bolognina è un attacco che sta venendo portato avanti in tutte le periferie che in qualche modo non sono conformi alla visione progressista di Lepore, con le censure e le intimidazioni a Villa Paradiso in Savena, o con le schedature di massa agli adolescenti al Gran Reno di Casalecchio.
La Bolognina, quartiere popolare e multietnico per eccellenza di Bologna è sotto attacco. L’amministrazione “democratica” ha deciso che ogni angolo del nostro quartiere debba essere messo a valore. Il nostro quartiere dev’essere appetitoso per gli investimenti privati, e allora da una parte ci si inventa una perenne emergenza da risolvere con la militarizzazione, dall’altra si costruiscono opere inutili coi soldi pubblici che stravolgeranno il quartiere, come il tram che sventrerà piazza dell’Unità, si costruiscono attrazioni turistiche come all’ex mercato ortofrutticolo o il grottesco museo delle case popolari, mentre si mettono in vendita gli spazi pubblici come la caserma Sani.
E questo si ripercuote anche sulle attività commerciali: si stende un tappeto rosso agli esercenti di serie A, le grandi catene che aprono in centro storico in deroga ai regolamenti UNESCO, e si reprimono gli esercenti di serie B perché non proiettano quell’immagine scintillante di città per turisti.
Per portare avanti questi progetti, ci vengono a dire che il nostro quartiere è degradato e da riqualificare, ma la loro riqualificazione è fatta solo di polizia e ronde classiste e razziste”.
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17/11/2023
Un “pacchetto sicurezza” che trasuda paura e infamia
Premessa necessaria. In questo periodo storico, in questo paese, siamo in presenza del minimo storico per quanto riguarda la conflittualità sociale, i fatti di criminalità, rivolte sociali e carcerarie.
Di questi tempi la principale causa di morte violenta è... andare a lavorare. I morti di lavoro del 2023 sono fin qui 1.068 (aumenteranno di certo entro sera, persino in una giornata di sciopero generale). Sul lavoro sono 823, in itinere 245, per una media quotidiana di 3,3. Un “diluvio di Al Aqsa” che si ripete ogni anno...
Se poi andiamo a guardare le statistiche sugli omicidi, in drastico calo da decenni, possiamo facilmente notare come la “tipologia principale” siano ormai i femminicidi: 103, finora, nel solo 2023. Quasi tutti avvenuti “in famiglia”, commessi da chi si conosceva bene, non “per strada nella notte” ad opera di sconosciuti.
Potremmo dunque dire che di tutto si sentiva il bisogno tranne che di un nuovo “pacchetto sicurezza”. Ma un governo para-fascista non ha molti altri argomenti nel suo piccolo “campionario delle idee”, e dunque ha approvato ieri un insieme di norme di dubbia coerenza giuridica, ma “fedeli” ad una mentalità preistorica.
Data la gravità di alcune di esse, sarà però bene prima analizzarle una per una e poi tracciarne un giudizio sintetico.
Occupazioni di case
«Chiunque, mediante violenza o minaccia, occupa senza titolo un immobile destinato a domicilio altrui ovvero impedisce il rientro nel medesimo immobile del proprietario o di colui che lo detiene legittimamente, è punito con la reclusione da 2 a 7 anni».
La stessa pena è prevista per chi «si appropria di un immobile altrui, con artifizi o raggiri, ovvero cede ad altri l’immobile occupato».
Le occupazioni abitative, storicamente, sono la conseguenza di due fattori convergenti: a) la povertà sociale (bassi salari, disoccupazione, marginalità, ecc.), ovvero lo “stato di bisogno” di avere un tetto sulla testa; b) l’inesistenza, da almeno 40 anni, di una “politica della casa”, ovvero della disponibilità di immobili di edilizia popolare ad affitto calmierato o addirittura simbolico.
“Il mercato”, come si legge anche sui media mainstream, è spietato persino con chi ha un reddito più che dignitoso, ma è mortale per chi sta sotto una certa soglia. E parliamo di milioni di persone.
Logica vorrebbe che si costruissero o requisissero abitazioni per affrontare il bisogno, prima di – eventualmente – preoccuparsi di reprimere chi occupa.
Tanto più che le occupazioni, storicamente (basta guardare i dati), riguardano quasi esclusivamente: a) il patrimonio edilizio pubblico non più utilizzato (palazzine, uffici, ecc.), b) palazzine private costruite a fini speculativi e rimaste invendute.
Va da sé dunque che “impedire il rientro del proprietario o di chi lo detiene legittimamente” non è una pratica rivolta contro “privati cittadini”, che vanno perciò difesi dalla legge, ma contro enti o società che non hanno domicilio in quegli edifici. “Persone giuridiche”, insomma, non “fisiche”.
Di fatto si scrive una norma contro i poveri utilizzando una “narrazione” secondo cui “il cittadino onesto” rischierebbe ogni giorno di uscire di casa senza avere la certezza di non ritrovarla occupata al suo rientro.
Qualche episodio del genere è anche avvenuto, in tanti anni, ma si conta sulle dita di una mano sola. E ha riguardato le aree più degradate e abbandonate delle vecchie palazzine popolari, di cui a volte i Comuni più grandi hanno smarrito persino la mappa delle assegnazioni, delle “volture”, dei “cambi”. Episodi risolvibili anche con severità, ma puntualmente, non “fenomeni criminali” di portata così vasta da richiedere nuove leggi.
Non contenti di aver alzato le pene, i ministri hanno approvato anche due dispositivi che definiscono – ci mancherebbe... – “innovativi”.
Primo. È prevista una causa di non punibilità per l’occupante che collabora all’accertamento dei fatti e lascia volontariamente l’immobile occupato (una specie di “legge sulla dissociazione”, insomma).
Secondo. Viene disciplinato un procedimento veloce per ottenere la liberazione dell’immobile e la sua restituzione a chi ne ha diritto. In via ordinaria su questo continuerà a provvedere il giudice, ma nei casi “urgenti” è prevista la possibilità che la liberazione/restituzione dell’immobile sia effettuata direttamente dalle forze di polizia che hanno ricevuto la denuncia. Al giudice, in quel caso, non resta che confermare o meno.
Inutile dire che trasferire un potere così invasivo – sfrattare una famiglia e buttarla in mezzo alla strada – dal magistrato all’ultimo dei poliziotti che si improvvisa “giudice” (sui “titoli di proprietà, possesso e usufrutto”!) non può che dar luogo ad una serie di tragedie facilmente immaginabili.
Riassumendo: la nuova norma si limita ad alzare le pene previste per le “occupazioni” in genere, dare alla polizia poteri che non possono competerle, senza preoccuparsi minimamente di far fronte al bisogno sociale di alloggi popolari.
Misure anti-borseggio e detenute madri
Qui c’è forse la parte più infame e razzista del nuovo “pacchetto”.
Il Questore potrà disporre il divieto di accesso nelle metropolitane, nelle stazioni ferroviarie e nei porti per chi è già stato denunciato o condannato per furto, rapina o altri reati contro il patrimonio o la persona commessi in quei luoghi.
Nei processi penali per tali reati, se compiuti nelle metropolitane e nelle altre aree del trasporto pubblico, il giudice, ove la legge consenta la sospensione condizionale della pena, dovrà comunque prevedere il divieto di accesso a tali luoghi.
Si introduce, inoltre, una norma per sanzionare chi impiega minori nell’accattonaggio.
Fin qui, com’è evidente, si tratta di un codice ad hoc per “gli zingari”. Ed è chiaro anche che si potrà verificare soltanto ex post, dopo averli fisicamente fermati, se “potevano o non potevano”... prendere la metropolitana, ecc.
È tutto da vedere se questo “codice etnico” passerà il vaglio della Corte Costituzionale, visto che incide direttamente sulla libertà di circolazione dei cittadini in generale (ai “condannati” verrebbe di fatto vietato di utilizzare quegli stessi mezzi di trasporto pubblici a tutela dei quali il ministro Salvini ha disposto la precettazione dei lavoratori).
Ma la cosa più grave riguarda le ‘detenute madri’. Attualmente, per le neo-mamme con figli fino a tre anni di età, la legge prevede come obbligatorio il rinvio dell’esecuzione della pena (andranno in carcere dopo, a figli cresciuti). Tale possibilità rimane, ma solo come “facoltà” e in presenza di nuovi requisiti di legge.
Il giudice dovrà infatti valutare se c’è “la recidiva” (nel caso di borseggiatori e taccheggiatori è ovviamente la norma, perché si tratta di reati commessi anche più volte al giorno).
Anche in questo caso l’obiettivo non dichiarato sono “le zingare”, perché ci sembra difficile che una neo-madre “amministratore delegato” possa finire in carcere con la sua prole anche in caso di numerose “recidive” per evasione fiscale o falso in bilancio...
Esplicite le parole con cui il ministro Piantedosi ha rivendicato la paternità dell’idea. “C’è questo fenomeno un po’ sgradevole dell’utilizzo della condizione di maternità come esimente in caso di commissione di reato. La norma riguarda reati ricorrenti come quelli commessi dalle borseggiatrici nelle infrastrutture di trasporto”.
Per i “reati ricorrenti” commessi in ufficio o in banca vale evidentemente un altro codice penale, molto più “umano”...
Porto d’armi
Lascia esterrefatti per il livello di follia la norma che consente agli agenti di polizia, già autorizzati al porto di un’arma da fuoco di servizio, di detenere un’arma da fuoco privata, diversa da quella di ordinanza, senza altra licenza.
Era questa un’esplicita richiesta dei sindacati di polizia, apparentemente priva di senso: poter tenere addosso, fuori servizio, un’arma più leggera al posto di quella d’ordinanza.
Un poliziotto (carabiniere, ecc.) fuori servizio è un cittadino qualsiasi, senza poteri particolari. Se vuole avere un’arma “non di servizio” (quella di proprietà dello Stato, e di cui è responsabile il singolo), non ha che da chiedere una licenza, pagare le tasse relative e possibilmente evitare di atteggiarsi a ispettore Callaghan anche quando va al bar o a lavare la macchina.
E invece spunta “l’autorizzazione per gli agenti di pubblica sicurezza a portare senza licenza fuori servizio per impedire la commissione di un reato o in borghese un’arma diversa da quella di ordinanza“. Insomma, l’agente dovrebbe essere attivo 24 su 24.
Dev’essere per questo che – fuori “pacchetto”, ma contemporaneamente – il governo ha annunciato un aumento salariale per le sole forze dell’ordine, nella misura media di 180 euro mensili, per un totale di 1,5 miliardi
Come ha spiegato direttamente Giorgia Meloni ai vertici del personale di polizia, “Non è una formula di rito ringraziare chi quotidianamente presta il suo servizio per difendere la nostra sicurezza e la nostra libertà. È qualcosa di molto di più. È qualcosa che tocca il nostro stare insieme, il nostro essere comunità. Perché senza sicurezza non c’è libertà, non c’è protezione sociale, non c’è crescita economica“.
Una comunità che ha bisogno della polizia per stare insieme è una comunità così diseguale e ingiusta da risultare intollerabile, alla lunga ingestibile. Confondere “sicurezza” (nel senso sbirresco del termine) e “libertà” significa che l’unica libertà davvero ammessa, in questo sistema di vita, è quella delle imprese.
Per questo i poliziotti devono essere pagati sempre di più e poter andare in pensione molto prima dei lavoratori “civili”. Ma un paese che ritiene più importanti i poliziotti che i maestri o i medici, è un paese in punto di morte.
Rivolte nelle carceri e nei Centri di permanenza per il rimpatrio
Non poteva manca l’introduzione di un nuovo reato (se si vuole essere “innovativi” è un must). Chi organizza o partecipa a una rivolta in un carcere con atti di violenza, minaccia o con altre condotte pericolose rischia una pena supplementare da 2 a 8 anni (per chi organizza la rivolta) o da 1 a 5 anni (per chi partecipa).
Un’ulteriore fattispecie di reato punisce chi “istiga la rivolta”, anche dall’esterno del carcere, con “scritti diretti ai detenuti”. Commentate voi quest’ultima cosa, abbiamo finito i termini...
Piantedosi ha voluto anche l’introduzione di “rivolta organizzata all’interno della struttura di trattenimento per migranti irregolari”. Si tratta di strutture diverse dagli istituti penitenziari, ha spiegato, ma che “hanno in qualche modo ambienti assimilabili”.
Non si è insomma nemmeno reso conto di ammettere – ora – quello che era stato sempre negato in precedenza (i Cpr cono galere, e basta),e addirittura lo rivendica con qualche orgoglio.
Blocchi stradali
La norma attualmente in vigore (“decreti Salvini”) punisce già con una sanzione amministrativa chiunque impedisce la libera circolazione su strada ordinaria, ostruendo la stessa “con il proprio corpo”.
Com’è noto, si tratta storicamente della più antica forma di lotta non violenta, usata in tutto il mondo, soprattutto dal movimento dei lavoratori.
Il provvedimento approvato stabilisce che questa fattispecie diventi ‘reato’ nel momento in cui risulti “particolarmente offensiva e allarmante sia per la presenza di più persone” sia per il fatto che “sia stata promossa e organizzata preventivamente”. Difficile immaginare un blocco stradale fatto da una persona sola o senza un briciolo di organizzazione collettiva.
Perciò la nuova norma è rivolta contro tutti i blocchi stradali possibili e immaginabile (ultimamente ne erano stati messi in atto parecchi, dai movimenti ecologisti). “La norma ha previsto l’elevazione a delitto dell’illecito amministrativo per chi fa il blocco stradale da sei mesi a due anni se il fatto è commesso peraltro da più persone che sono riunite” ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Truffe ad anziani
Prevista anche una stretta sulle truffe commesse ai danni degli anziani e delle persone più fragili. Viene aumentata la pena di reclusione da 2 a 6 anni e viene prevista, per quest’ipotesi, anche la possibilità per le forze dell’Ordine di procedere all’arresto in flagranza.
Che questo fenomeno di sciacallaggio sociale verso i più deboli vada contrastato è indubbio. Che basti aumentare le pene per riuscirci è una fesseria.
Semmai, bisognerebbe prevedere nella fattispecie anche le truffe commesse verso le stesse figure da “soggetti legalizzati” come banche, assicurazioni, gestori, ecc. Altrimenti non si sta “difendendo i deboli”, ma semplicemente “contrastando un concorrente” dei truffatori su larga scala.
Violenza a pubblico ufficiale
Qui è tutto molto più chiaro. La “Violenza a pubblico ufficiale” è un classico reato “autocertificato”. Non solo viene denunciato da chi lo subisce (come tutti i reati, in genere), ma viene anche “refertato” da chi dice di averlo subito. Non è di fatto ammesso contraddittorio, né verifica da parte di un terzo (la magistratura)...
Un po’ come i soldati israeliani dentro un ospedale, insomma: “io dico che c’è stata violenza e lo certifico anche; guai a chi dice il contrario”.
Anche qui è previsto un aggravamento di pena. E infine – non c’è limite al ‘vittimismo aggressivo’ tendente al ridicolo – viene aumentata la pena per chi imbratta “beni mobili o immobili in uso alle forze di polizia o ad altri soggetti pubblici”.
In questo caso “i nemici” sono molti: dai graffitari solitari agli attivisti tipo “Ultima generazione”. La logica non cambia.
In conclusione
Un insieme di “norme ad hoc”, univocamente scritte secondo la logica dell’aumento delle pene, ma senza coerenza con il resto del codice penale. È del resto il marchio di fabbrica di tutti i governi degli ultimi 40 e più anni, che ha portato a una profonda incoerenza sistemica della legislazione penale.
Per esemplificare: un governo può anche decidere di punire con l’ergastolo il furto dell’autoradio, ma è evidente che a quel punto qualsiasi reato può o dovrà prevedere la stessa pena. E questo aumenta la violenza sociale, invece di diminuirla, perché se tutto è “ugualmente grave”, allora tanto vale fare le cose più gravi per arricchirsi di più...
Ma oltre alla critica giuridica appena fatta, c’è l’infamia politica di un governo incapace di affrontare e risolvere qualsiasi problema sociale.
Mancano le case? Bastoniamo chi le occupa...
Il cataclisma climatico è alle porte? Bastoniamo chi lo denuncia...
I salari non bastano per vivere? Bastoniamo chi protesta per chiedere un aumento (ai poliziotti glielo diamo spontaneamente, è ovvio)...
La norma per mandare di nuovo in carcere anche le neo-mamme è quella forse più indicativa dell’ideologia dominante in questo esecutivo: contro la vita umana, in condizioni degne di un essere umano.
In questa logica i problemi sociali oggettivi – povertà, fame, disoccupazione, emergenza abitativa, ecc. – NON ESISTONO.
Esistono solo i singoli prodotti di quei problemi – poveri, affamati, disoccupati, senza casa, ecc.
Ma questi devono accettare la propria condizione e soprattutto tacere. Non protestare mai altrimenti l’ira funesta di un governo mentecatto scatenerà contro di loro un esercito di contractor con salari crescenti, per di più liberi di interpretare il proprio ruolo come meglio credono.
Viene da pensare che almeno una cosa, in questo governo, l’abbiano intuita: sanno che quel che stanno facendo (tra legge di stabilità, pensioni, divieto di salario minimo, e infinite altre cose) solleverà prima o poi una rabbia sociale proporzionale.
Se persino Cgil e Uil hanno riscoperto lo sciopero generale vuol dire che nel fondo della società questo malessere va montando.
Lo sanno, e ne hanno paura. Ma non sanno come fare per risolvere anche soltanto uno di quegli infiniti problemi.
Ogni soluzione vera richiederebbe di “disturbare gli imprenditori”. Ma questa è l’unica cosa che davvero non passa per le teste ministeriali.
E dunque preparano le truppe militari per affrontare un popolo arrabbiato. Che ancora non si fa vedere, ma nell’aria comincia a sentirsi...
Fonte
Di questi tempi la principale causa di morte violenta è... andare a lavorare. I morti di lavoro del 2023 sono fin qui 1.068 (aumenteranno di certo entro sera, persino in una giornata di sciopero generale). Sul lavoro sono 823, in itinere 245, per una media quotidiana di 3,3. Un “diluvio di Al Aqsa” che si ripete ogni anno...
Se poi andiamo a guardare le statistiche sugli omicidi, in drastico calo da decenni, possiamo facilmente notare come la “tipologia principale” siano ormai i femminicidi: 103, finora, nel solo 2023. Quasi tutti avvenuti “in famiglia”, commessi da chi si conosceva bene, non “per strada nella notte” ad opera di sconosciuti.
Potremmo dunque dire che di tutto si sentiva il bisogno tranne che di un nuovo “pacchetto sicurezza”. Ma un governo para-fascista non ha molti altri argomenti nel suo piccolo “campionario delle idee”, e dunque ha approvato ieri un insieme di norme di dubbia coerenza giuridica, ma “fedeli” ad una mentalità preistorica.
Data la gravità di alcune di esse, sarà però bene prima analizzarle una per una e poi tracciarne un giudizio sintetico.
Occupazioni di case
«Chiunque, mediante violenza o minaccia, occupa senza titolo un immobile destinato a domicilio altrui ovvero impedisce il rientro nel medesimo immobile del proprietario o di colui che lo detiene legittimamente, è punito con la reclusione da 2 a 7 anni».
La stessa pena è prevista per chi «si appropria di un immobile altrui, con artifizi o raggiri, ovvero cede ad altri l’immobile occupato».
Le occupazioni abitative, storicamente, sono la conseguenza di due fattori convergenti: a) la povertà sociale (bassi salari, disoccupazione, marginalità, ecc.), ovvero lo “stato di bisogno” di avere un tetto sulla testa; b) l’inesistenza, da almeno 40 anni, di una “politica della casa”, ovvero della disponibilità di immobili di edilizia popolare ad affitto calmierato o addirittura simbolico.
“Il mercato”, come si legge anche sui media mainstream, è spietato persino con chi ha un reddito più che dignitoso, ma è mortale per chi sta sotto una certa soglia. E parliamo di milioni di persone.
Logica vorrebbe che si costruissero o requisissero abitazioni per affrontare il bisogno, prima di – eventualmente – preoccuparsi di reprimere chi occupa.
Tanto più che le occupazioni, storicamente (basta guardare i dati), riguardano quasi esclusivamente: a) il patrimonio edilizio pubblico non più utilizzato (palazzine, uffici, ecc.), b) palazzine private costruite a fini speculativi e rimaste invendute.
Va da sé dunque che “impedire il rientro del proprietario o di chi lo detiene legittimamente” non è una pratica rivolta contro “privati cittadini”, che vanno perciò difesi dalla legge, ma contro enti o società che non hanno domicilio in quegli edifici. “Persone giuridiche”, insomma, non “fisiche”.
Di fatto si scrive una norma contro i poveri utilizzando una “narrazione” secondo cui “il cittadino onesto” rischierebbe ogni giorno di uscire di casa senza avere la certezza di non ritrovarla occupata al suo rientro.
Qualche episodio del genere è anche avvenuto, in tanti anni, ma si conta sulle dita di una mano sola. E ha riguardato le aree più degradate e abbandonate delle vecchie palazzine popolari, di cui a volte i Comuni più grandi hanno smarrito persino la mappa delle assegnazioni, delle “volture”, dei “cambi”. Episodi risolvibili anche con severità, ma puntualmente, non “fenomeni criminali” di portata così vasta da richiedere nuove leggi.
Non contenti di aver alzato le pene, i ministri hanno approvato anche due dispositivi che definiscono – ci mancherebbe... – “innovativi”.
Primo. È prevista una causa di non punibilità per l’occupante che collabora all’accertamento dei fatti e lascia volontariamente l’immobile occupato (una specie di “legge sulla dissociazione”, insomma).
Secondo. Viene disciplinato un procedimento veloce per ottenere la liberazione dell’immobile e la sua restituzione a chi ne ha diritto. In via ordinaria su questo continuerà a provvedere il giudice, ma nei casi “urgenti” è prevista la possibilità che la liberazione/restituzione dell’immobile sia effettuata direttamente dalle forze di polizia che hanno ricevuto la denuncia. Al giudice, in quel caso, non resta che confermare o meno.
Inutile dire che trasferire un potere così invasivo – sfrattare una famiglia e buttarla in mezzo alla strada – dal magistrato all’ultimo dei poliziotti che si improvvisa “giudice” (sui “titoli di proprietà, possesso e usufrutto”!) non può che dar luogo ad una serie di tragedie facilmente immaginabili.
Riassumendo: la nuova norma si limita ad alzare le pene previste per le “occupazioni” in genere, dare alla polizia poteri che non possono competerle, senza preoccuparsi minimamente di far fronte al bisogno sociale di alloggi popolari.
Misure anti-borseggio e detenute madri
Qui c’è forse la parte più infame e razzista del nuovo “pacchetto”.
Il Questore potrà disporre il divieto di accesso nelle metropolitane, nelle stazioni ferroviarie e nei porti per chi è già stato denunciato o condannato per furto, rapina o altri reati contro il patrimonio o la persona commessi in quei luoghi.
Nei processi penali per tali reati, se compiuti nelle metropolitane e nelle altre aree del trasporto pubblico, il giudice, ove la legge consenta la sospensione condizionale della pena, dovrà comunque prevedere il divieto di accesso a tali luoghi.
Si introduce, inoltre, una norma per sanzionare chi impiega minori nell’accattonaggio.
Fin qui, com’è evidente, si tratta di un codice ad hoc per “gli zingari”. Ed è chiaro anche che si potrà verificare soltanto ex post, dopo averli fisicamente fermati, se “potevano o non potevano”... prendere la metropolitana, ecc.
È tutto da vedere se questo “codice etnico” passerà il vaglio della Corte Costituzionale, visto che incide direttamente sulla libertà di circolazione dei cittadini in generale (ai “condannati” verrebbe di fatto vietato di utilizzare quegli stessi mezzi di trasporto pubblici a tutela dei quali il ministro Salvini ha disposto la precettazione dei lavoratori).
Ma la cosa più grave riguarda le ‘detenute madri’. Attualmente, per le neo-mamme con figli fino a tre anni di età, la legge prevede come obbligatorio il rinvio dell’esecuzione della pena (andranno in carcere dopo, a figli cresciuti). Tale possibilità rimane, ma solo come “facoltà” e in presenza di nuovi requisiti di legge.
Il giudice dovrà infatti valutare se c’è “la recidiva” (nel caso di borseggiatori e taccheggiatori è ovviamente la norma, perché si tratta di reati commessi anche più volte al giorno).
Anche in questo caso l’obiettivo non dichiarato sono “le zingare”, perché ci sembra difficile che una neo-madre “amministratore delegato” possa finire in carcere con la sua prole anche in caso di numerose “recidive” per evasione fiscale o falso in bilancio...
Esplicite le parole con cui il ministro Piantedosi ha rivendicato la paternità dell’idea. “C’è questo fenomeno un po’ sgradevole dell’utilizzo della condizione di maternità come esimente in caso di commissione di reato. La norma riguarda reati ricorrenti come quelli commessi dalle borseggiatrici nelle infrastrutture di trasporto”.
Per i “reati ricorrenti” commessi in ufficio o in banca vale evidentemente un altro codice penale, molto più “umano”...
Porto d’armi
Lascia esterrefatti per il livello di follia la norma che consente agli agenti di polizia, già autorizzati al porto di un’arma da fuoco di servizio, di detenere un’arma da fuoco privata, diversa da quella di ordinanza, senza altra licenza.
Era questa un’esplicita richiesta dei sindacati di polizia, apparentemente priva di senso: poter tenere addosso, fuori servizio, un’arma più leggera al posto di quella d’ordinanza.
Un poliziotto (carabiniere, ecc.) fuori servizio è un cittadino qualsiasi, senza poteri particolari. Se vuole avere un’arma “non di servizio” (quella di proprietà dello Stato, e di cui è responsabile il singolo), non ha che da chiedere una licenza, pagare le tasse relative e possibilmente evitare di atteggiarsi a ispettore Callaghan anche quando va al bar o a lavare la macchina.
E invece spunta “l’autorizzazione per gli agenti di pubblica sicurezza a portare senza licenza fuori servizio per impedire la commissione di un reato o in borghese un’arma diversa da quella di ordinanza“. Insomma, l’agente dovrebbe essere attivo 24 su 24.
Dev’essere per questo che – fuori “pacchetto”, ma contemporaneamente – il governo ha annunciato un aumento salariale per le sole forze dell’ordine, nella misura media di 180 euro mensili, per un totale di 1,5 miliardi
Come ha spiegato direttamente Giorgia Meloni ai vertici del personale di polizia, “Non è una formula di rito ringraziare chi quotidianamente presta il suo servizio per difendere la nostra sicurezza e la nostra libertà. È qualcosa di molto di più. È qualcosa che tocca il nostro stare insieme, il nostro essere comunità. Perché senza sicurezza non c’è libertà, non c’è protezione sociale, non c’è crescita economica“.
Una comunità che ha bisogno della polizia per stare insieme è una comunità così diseguale e ingiusta da risultare intollerabile, alla lunga ingestibile. Confondere “sicurezza” (nel senso sbirresco del termine) e “libertà” significa che l’unica libertà davvero ammessa, in questo sistema di vita, è quella delle imprese.
Per questo i poliziotti devono essere pagati sempre di più e poter andare in pensione molto prima dei lavoratori “civili”. Ma un paese che ritiene più importanti i poliziotti che i maestri o i medici, è un paese in punto di morte.
Rivolte nelle carceri e nei Centri di permanenza per il rimpatrio
Non poteva manca l’introduzione di un nuovo reato (se si vuole essere “innovativi” è un must). Chi organizza o partecipa a una rivolta in un carcere con atti di violenza, minaccia o con altre condotte pericolose rischia una pena supplementare da 2 a 8 anni (per chi organizza la rivolta) o da 1 a 5 anni (per chi partecipa).
Un’ulteriore fattispecie di reato punisce chi “istiga la rivolta”, anche dall’esterno del carcere, con “scritti diretti ai detenuti”. Commentate voi quest’ultima cosa, abbiamo finito i termini...
Piantedosi ha voluto anche l’introduzione di “rivolta organizzata all’interno della struttura di trattenimento per migranti irregolari”. Si tratta di strutture diverse dagli istituti penitenziari, ha spiegato, ma che “hanno in qualche modo ambienti assimilabili”.
Non si è insomma nemmeno reso conto di ammettere – ora – quello che era stato sempre negato in precedenza (i Cpr cono galere, e basta),e addirittura lo rivendica con qualche orgoglio.
Blocchi stradali
La norma attualmente in vigore (“decreti Salvini”) punisce già con una sanzione amministrativa chiunque impedisce la libera circolazione su strada ordinaria, ostruendo la stessa “con il proprio corpo”.
Com’è noto, si tratta storicamente della più antica forma di lotta non violenta, usata in tutto il mondo, soprattutto dal movimento dei lavoratori.
Il provvedimento approvato stabilisce che questa fattispecie diventi ‘reato’ nel momento in cui risulti “particolarmente offensiva e allarmante sia per la presenza di più persone” sia per il fatto che “sia stata promossa e organizzata preventivamente”. Difficile immaginare un blocco stradale fatto da una persona sola o senza un briciolo di organizzazione collettiva.
Perciò la nuova norma è rivolta contro tutti i blocchi stradali possibili e immaginabile (ultimamente ne erano stati messi in atto parecchi, dai movimenti ecologisti). “La norma ha previsto l’elevazione a delitto dell’illecito amministrativo per chi fa il blocco stradale da sei mesi a due anni se il fatto è commesso peraltro da più persone che sono riunite” ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Truffe ad anziani
Prevista anche una stretta sulle truffe commesse ai danni degli anziani e delle persone più fragili. Viene aumentata la pena di reclusione da 2 a 6 anni e viene prevista, per quest’ipotesi, anche la possibilità per le forze dell’Ordine di procedere all’arresto in flagranza.
Che questo fenomeno di sciacallaggio sociale verso i più deboli vada contrastato è indubbio. Che basti aumentare le pene per riuscirci è una fesseria.
Semmai, bisognerebbe prevedere nella fattispecie anche le truffe commesse verso le stesse figure da “soggetti legalizzati” come banche, assicurazioni, gestori, ecc. Altrimenti non si sta “difendendo i deboli”, ma semplicemente “contrastando un concorrente” dei truffatori su larga scala.
Violenza a pubblico ufficiale
Qui è tutto molto più chiaro. La “Violenza a pubblico ufficiale” è un classico reato “autocertificato”. Non solo viene denunciato da chi lo subisce (come tutti i reati, in genere), ma viene anche “refertato” da chi dice di averlo subito. Non è di fatto ammesso contraddittorio, né verifica da parte di un terzo (la magistratura)...
Un po’ come i soldati israeliani dentro un ospedale, insomma: “io dico che c’è stata violenza e lo certifico anche; guai a chi dice il contrario”.
Anche qui è previsto un aggravamento di pena. E infine – non c’è limite al ‘vittimismo aggressivo’ tendente al ridicolo – viene aumentata la pena per chi imbratta “beni mobili o immobili in uso alle forze di polizia o ad altri soggetti pubblici”.
In questo caso “i nemici” sono molti: dai graffitari solitari agli attivisti tipo “Ultima generazione”. La logica non cambia.
In conclusione
Un insieme di “norme ad hoc”, univocamente scritte secondo la logica dell’aumento delle pene, ma senza coerenza con il resto del codice penale. È del resto il marchio di fabbrica di tutti i governi degli ultimi 40 e più anni, che ha portato a una profonda incoerenza sistemica della legislazione penale.
Per esemplificare: un governo può anche decidere di punire con l’ergastolo il furto dell’autoradio, ma è evidente che a quel punto qualsiasi reato può o dovrà prevedere la stessa pena. E questo aumenta la violenza sociale, invece di diminuirla, perché se tutto è “ugualmente grave”, allora tanto vale fare le cose più gravi per arricchirsi di più...
Ma oltre alla critica giuridica appena fatta, c’è l’infamia politica di un governo incapace di affrontare e risolvere qualsiasi problema sociale.
Mancano le case? Bastoniamo chi le occupa...
Il cataclisma climatico è alle porte? Bastoniamo chi lo denuncia...
I salari non bastano per vivere? Bastoniamo chi protesta per chiedere un aumento (ai poliziotti glielo diamo spontaneamente, è ovvio)...
La norma per mandare di nuovo in carcere anche le neo-mamme è quella forse più indicativa dell’ideologia dominante in questo esecutivo: contro la vita umana, in condizioni degne di un essere umano.
In questa logica i problemi sociali oggettivi – povertà, fame, disoccupazione, emergenza abitativa, ecc. – NON ESISTONO.
Esistono solo i singoli prodotti di quei problemi – poveri, affamati, disoccupati, senza casa, ecc.
Ma questi devono accettare la propria condizione e soprattutto tacere. Non protestare mai altrimenti l’ira funesta di un governo mentecatto scatenerà contro di loro un esercito di contractor con salari crescenti, per di più liberi di interpretare il proprio ruolo come meglio credono.
Viene da pensare che almeno una cosa, in questo governo, l’abbiano intuita: sanno che quel che stanno facendo (tra legge di stabilità, pensioni, divieto di salario minimo, e infinite altre cose) solleverà prima o poi una rabbia sociale proporzionale.
Se persino Cgil e Uil hanno riscoperto lo sciopero generale vuol dire che nel fondo della società questo malessere va montando.
Lo sanno, e ne hanno paura. Ma non sanno come fare per risolvere anche soltanto uno di quegli infiniti problemi.
Ogni soluzione vera richiederebbe di “disturbare gli imprenditori”. Ma questa è l’unica cosa che davvero non passa per le teste ministeriali.
E dunque preparano le truppe militari per affrontare un popolo arrabbiato. Che ancora non si fa vedere, ma nell’aria comincia a sentirsi...
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05/05/2023
Francia e Italia. La “sindrome degli Interni”
“Vorrei vedere se Piantedosi avesse detto delle cose simili sulla Francia e sul suo governo, cosa sarebbe successo. Lo possiamo immaginare facilmente ci sarebbero state delle conseguenze gravissime”. Così ha affermato oggi il ministro degli Esteri italiano Tajani in una intervista al Corriere della Sera.
Tajani ha annullato la visita in Francia prevista per oggi come ritorsione per le parole del ministro degli Interni francese Darmanin contro il governo italiano accusato di incompetenza nella gestione dell’emergenza immigrati. La Francia la settimana scorsa ha schierato altri 150 militari al confine con l’Italia per gestire i respingimenti di migranti che vorrebbero andare in territorio francese.
Ma torniamo all’intervista di Tajani che, inconsapevolmente, sottolinea la contraddizione venuta in evidenza, la quale non attiene alla gestione dell’emergenza migranti quanto alla funzione dei ministri degli Interni nei paesi reazionari, magari “formalmente democratici”, ma reazionari nella natura.
Dunque, se al posto del ministro degli Interni francese Darmanin ci fosse stato Piantedosi cosa sarebbe successo? Esattamente la stessa cosa. Il problema infatti è che i ministri degli Interni nei paesi reazionari sono fatti così.
Recitano la parte degli “uomini d’ordine” e indirizzano il discorso pubblico verso un clima da caserma. Sono inclini – e abituati – a parlare il linguaggio dell’ordine pubblico e a scaricare su capri espiatori i fallimenti della propria funzione.
Una capacità “narrativa” che è spesso di successo, che appare addirittura “geniale” visto che propone ricette semplicissime per problemi complicatissimi. Solo che quella “genialità” riesce a sembrare tale fin quando quel ministro – o quel governo – parla da solo, senza un contraddittorio altrettanto “autoritario”.
Lo stesso Piantedosi, per esempio,in questi mesi non si è risparmiato in dichiarazioni improvvide allontanando da sé responsabilità e additando altri come causa delle difficoltà (spesso obiettive, ma appunto per questo viene pagato un ministro e tutte le forze di polizia) e delle emergenze da gestire.
Le uniche soluzioni che è riuscito a partorire sono stati decreti “punitivi” che hanno complicato enormemente i salvataggi in mare da parte delle Ong, rendono clandestini anche gli immigrati con permesso di soggiorno con protezione speciale, mentre la narrazione pubblica viene concentrata contro “gli scafisti” solo perché sono gli unici “a portata di mano”.
Il suo collega francese Darmanin, è della stessa pasta. Per settimane ha scagliato la polizia contro le manifestazioni sindacali legittimando brutalità che hanno sdegnato il mondo. Adesso di fronte ad una prevedibile pressione migratoria sulle frontiere con l’Italia lancia sguaiatamente la palla nel campo del vicino innescando una crisi diplomatica.
Che poi Italia e Francia dovrebbero avere tra loro relazioni d’acciaio. È passato poco più di un anno dalla firma del Trattato del Quirinale, un trattato bilaterale complessivo che dovrebbe proiettare le relazioni tra due Stati al livello più alto. Ma a quanto pare le classi dirigenti attuali non hanno neanche contezza di quello che firmano e delle conseguenze che ne derivano.
I ministri degli Interni reazionari, in Francia come in Italia, sono fatti così. Sembrano geniali solo fino a quando le loro ricette – uguali dappertutto – non vengono usate per colpirsi a vicenda.
È lì che diventano dei comici. Pericolosi, però...
Fonte
Tajani ha annullato la visita in Francia prevista per oggi come ritorsione per le parole del ministro degli Interni francese Darmanin contro il governo italiano accusato di incompetenza nella gestione dell’emergenza immigrati. La Francia la settimana scorsa ha schierato altri 150 militari al confine con l’Italia per gestire i respingimenti di migranti che vorrebbero andare in territorio francese.
Ma torniamo all’intervista di Tajani che, inconsapevolmente, sottolinea la contraddizione venuta in evidenza, la quale non attiene alla gestione dell’emergenza migranti quanto alla funzione dei ministri degli Interni nei paesi reazionari, magari “formalmente democratici”, ma reazionari nella natura.
Dunque, se al posto del ministro degli Interni francese Darmanin ci fosse stato Piantedosi cosa sarebbe successo? Esattamente la stessa cosa. Il problema infatti è che i ministri degli Interni nei paesi reazionari sono fatti così.
Recitano la parte degli “uomini d’ordine” e indirizzano il discorso pubblico verso un clima da caserma. Sono inclini – e abituati – a parlare il linguaggio dell’ordine pubblico e a scaricare su capri espiatori i fallimenti della propria funzione.
Una capacità “narrativa” che è spesso di successo, che appare addirittura “geniale” visto che propone ricette semplicissime per problemi complicatissimi. Solo che quella “genialità” riesce a sembrare tale fin quando quel ministro – o quel governo – parla da solo, senza un contraddittorio altrettanto “autoritario”.
Lo stesso Piantedosi, per esempio,in questi mesi non si è risparmiato in dichiarazioni improvvide allontanando da sé responsabilità e additando altri come causa delle difficoltà (spesso obiettive, ma appunto per questo viene pagato un ministro e tutte le forze di polizia) e delle emergenze da gestire.
Le uniche soluzioni che è riuscito a partorire sono stati decreti “punitivi” che hanno complicato enormemente i salvataggi in mare da parte delle Ong, rendono clandestini anche gli immigrati con permesso di soggiorno con protezione speciale, mentre la narrazione pubblica viene concentrata contro “gli scafisti” solo perché sono gli unici “a portata di mano”.
Il suo collega francese Darmanin, è della stessa pasta. Per settimane ha scagliato la polizia contro le manifestazioni sindacali legittimando brutalità che hanno sdegnato il mondo. Adesso di fronte ad una prevedibile pressione migratoria sulle frontiere con l’Italia lancia sguaiatamente la palla nel campo del vicino innescando una crisi diplomatica.
Che poi Italia e Francia dovrebbero avere tra loro relazioni d’acciaio. È passato poco più di un anno dalla firma del Trattato del Quirinale, un trattato bilaterale complessivo che dovrebbe proiettare le relazioni tra due Stati al livello più alto. Ma a quanto pare le classi dirigenti attuali non hanno neanche contezza di quello che firmano e delle conseguenze che ne derivano.
I ministri degli Interni reazionari, in Francia come in Italia, sono fatti così. Sembrano geniali solo fino a quando le loro ricette – uguali dappertutto – non vengono usate per colpirsi a vicenda.
È lì che diventano dei comici. Pericolosi, però...
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23/04/2023
Napoli contesta Minniti e Piantedosi
“Quando un giorno si farà la storia dei crimini di Stato nel Mediterraneo e del razzismo istituzionale sarà importante se si potrà dire che c’è stato chi si è opposto, chi ha resistito, chi ha chiamato gli assassini col loro nome, chi ha detto coi fatti ‘non nel mio nome’!“
Così oggi oltre un centinaio di antirazzist*, migranti, autoctoni, studenti, associazioni hanno contestato alla Stazione Marittima di Napoli la presenza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e dell’ex Ministro Marco Minniti.
Con le mani bagnate di vernice rossa i manifestanti hanno gridato “questo è il sangue di cui sono sporche le vostre“.
La polizia ha caricato due volte: quando è passata la macchina di Marco Minniti, mentre i manifestanti volevano deporre una corona di fiori sotto al monumento del migrante che si trova all’ingresso della stazione marittima.
E quando è passata l’auto del ministro dell’Interno verso cui gli attivisti hanno tirato foglie di insalata a ricordare che lo sfruttamento nelle campagne e sul lavoro è l’altra faccia di decreti come quello che è al voto in Parlamento: attaccando la protezione speciale (e non solo) aumenta clandestinità e ricattabilità delle persone. Dopo le cariche, tra i manifestanti molti contusi e un ferito alla testa...
“Basta parlare di Stragi del mare – si spiega dal camioncino dello speaker – quando 94 persone come a Cutro muoiono affogate a due passi dalla riva, dopo essere state avvistate da almeno un giorno bisogna parlare di Stragi di Stato, per la quale i parenti delle vittime e la democrazia italiana hanno diritto ad avere Verità e Giustizia!“
Se Matteo Piantedosi è il tecnocrate che fa la guerra al soccorso in mare in nome di un governo di estrema destra che parla senza vergogna di “difesa della razza“, Marco Minniti è l’architetto di quel memorandum sulla Libia che dal 2016 finanzia bande di aguzzini nel paese per sequestrare, torturare, violentare e schiavizzare migliaia di esseri umani.
“Morti in mare – Schiavi in terra!” denunciava lo striscione del movimento migranti, un altro “Minniti e Piantedosi Not Welcome” e quello al centro “Stragi di Stato – Minniti e Piantedosi assassini in giacca e cravatta!“.
La contestazione precede la manifestazione antifascista e antirazzista del 25 aprile (da piazza Garibaldi alle 10) e quella nazionale del 28 aprile a Roma contro il nuovo decreto in discussione in Parlamento, per la quale solo da Napoli sono già stati organizzati dieci autobus di manifestanti.
Fonte
Così oggi oltre un centinaio di antirazzist*, migranti, autoctoni, studenti, associazioni hanno contestato alla Stazione Marittima di Napoli la presenza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e dell’ex Ministro Marco Minniti.
Con le mani bagnate di vernice rossa i manifestanti hanno gridato “questo è il sangue di cui sono sporche le vostre“.
La polizia ha caricato due volte: quando è passata la macchina di Marco Minniti, mentre i manifestanti volevano deporre una corona di fiori sotto al monumento del migrante che si trova all’ingresso della stazione marittima.
E quando è passata l’auto del ministro dell’Interno verso cui gli attivisti hanno tirato foglie di insalata a ricordare che lo sfruttamento nelle campagne e sul lavoro è l’altra faccia di decreti come quello che è al voto in Parlamento: attaccando la protezione speciale (e non solo) aumenta clandestinità e ricattabilità delle persone. Dopo le cariche, tra i manifestanti molti contusi e un ferito alla testa...
“Basta parlare di Stragi del mare – si spiega dal camioncino dello speaker – quando 94 persone come a Cutro muoiono affogate a due passi dalla riva, dopo essere state avvistate da almeno un giorno bisogna parlare di Stragi di Stato, per la quale i parenti delle vittime e la democrazia italiana hanno diritto ad avere Verità e Giustizia!“
Se Matteo Piantedosi è il tecnocrate che fa la guerra al soccorso in mare in nome di un governo di estrema destra che parla senza vergogna di “difesa della razza“, Marco Minniti è l’architetto di quel memorandum sulla Libia che dal 2016 finanzia bande di aguzzini nel paese per sequestrare, torturare, violentare e schiavizzare migliaia di esseri umani.
“Morti in mare – Schiavi in terra!” denunciava lo striscione del movimento migranti, un altro “Minniti e Piantedosi Not Welcome” e quello al centro “Stragi di Stato – Minniti e Piantedosi assassini in giacca e cravatta!“.
La contestazione precede la manifestazione antifascista e antirazzista del 25 aprile (da piazza Garibaldi alle 10) e quella nazionale del 28 aprile a Roma contro il nuovo decreto in discussione in Parlamento, per la quale solo da Napoli sono già stati organizzati dieci autobus di manifestanti.
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03/03/2023
La pessima aria che il governo Meloni fa respirare al paese
La parole sono importanti diceva Moretti. Tanto più se espresse da personaggi con incarichi di potere sulla vita degli altri e influenza nella società.
Nel commentare la strage di migranti sulla spiaggia di Cutro, il ministro dell’Interno Piantedosi ha dichiarato che: “La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli”. Come se si scegliesse il tour operator sbagliato…
Non soddisfatto, di fronte ad una denuncia di un ospite televisivo sul mancato soccorso in mare dei migranti in naufragio, il ministro aveva fatto pervenire in diretta alla trasmissione “Non è l’Arena” la comunicazione di voler sottoporre all’Avvocatura dello Stato “le gravissime false affermazioni diffuse da alcuni ospiti al fine di promuovere in tutte le sedi la difesa dell’onorabilità del Governo, del Ministro Piantedosi, di tutte le articolazioni ministeriali e di tutte le istituzioni che sono da sempre impegnate nel sistema dei soccorsi in mare”.
Qualcuno ha valutato che al ministro Piantedosi “gli era scappata“. Probabilmente non è così.
Già a novembre, durante una conferenza stampa convocata in prefettura a Milano, il ministro Piantedosi, presentando la nuova legge che complica parecchio l’attività di soccorso in mare delle Ong, aveva dichiarato: “Chi di competenza accerterà tutti coloro i quali versano in queste condizioni di necessità di assistenza, sui quali ci facciamo carico, a prescindere dalle regole internazionali che noi riteniamo che siano chiare in questo caso. Dopo di che vediamo che cosa succede. Dopo di che la nave, con tutto il resto del carico che ne dovesse residuare, dovrebbe lasciare le acque nazionali secondo il nostro provvedimento”.
L’interpretazione del concetto di “carico che ne dovesse residuare” riferito ai migranti tratti in soccorso, aveva prodotto una sintesi giornalistica come “carico residuo” che aveva suscitato già allora molte polemiche per la visione decisamente cinica che ne veniva fuori.
Nei giorni successivi c’è stata un po’ di bagarre sulla interpretazione della versione originale o della sintesi giornalistica delle parole del ministro. Quest’ultimo l’ha buttata contro la “strumentalizzazione” e l’esegesi del linguaggio burocratico mal interpretato.
Ma nelle parole e nella testa del ministro comunque quel concetto di “carico che ne dovesse residuare” non si riferiva a beni inanimati o a cose materiali ma a persone in carne ed ossa.
È vero che il linguaggio burocratico è quasi sempre freddo e spesso involuto e che il ministro ha consuetudine con circolari e incarichi prefettizi, ma se a novembre ci poteva stare l’equivoco e la strumentalizzazione, le parole dette sugli immigrati che attraversano il mare con i figli a seguito hanno confermato che quelle del ministro non sono proprio “parole dal sen fuggite”.
La fregola di “esternare per esistere” (patologia in cui abbondano i “pazienti zero”) ha invece giocato un pessimo tiro al ministro dell’Agricoltura Lollobrigida il quale, prendendo parola sulla questione immigrazione di cui tutti parlavano, l’ha sparata decisamente grossa affermando che: “Il governo italiano quest’anno intende lavorare per far entrare, usando meglio il piano flussi, quasi 500mila immigrati legali in Italia”. Apriti cielo!
Tra gli alleati di governo che chiedevano spiegazioni e compagni di partito che correvano ai ripari, è venuta fuori la boutade del ministro.
Il decreto flussi infatti prevede 83.000 ingressi all’anno e non certo 500.000. Il ministro è stato così costretto a rettificare il tiro spiegando che “La cifra da me indicata e riportata dai media si riferisce al numero di richieste di ingressi sul nostro territorio nel settore della produzione, nei trasporti, in agricoltura, nel terziario e via così”.
In pratica sarebbero le persone che da altri paesi hanno fatto richiesta di un visto di lavoro per l’Italia – ed entrarvi dunque in maniera regolare – ma alle quali rispondiamo positivamente solo per meno di un quinto e con attese che durano anni. Che una parte di questi cerchi strade “non regolari” per entrare in Europa attraverso l’Italia deve quindi sorprendere molto relativamente.
Ma dalle esternazioni del ministro Lollobrigida sembra emergere sibillinamente anche una presa di distanza dai guai combinati dal ministro Piantedosi. “Non so chi dei nostri abbia chiesto dei chiarimenti ma non ci vedo nulla di male, anzi. Credo che un gruppo parlamentare che non ha nulla da nascondere per sè e il resto della maggioranza, non abbia nessun problema a fare anche una richiesta del genere”. Leggerci una frecciata agli alleati di governo della Lega (alla quale è in quota Piantedosi) non è inverosimile.
Infine, e non certo per importanza, c’è il ministro dell’Istruzione Valditara che ha esternato con lo spadone contro la preside (anzi il “dirigente scolastico”, secondo la neo burocralingua) del liceo Da Vinci di Firenze per la lettera aperta agli studenti che questa ha scritto dopo l’aggressione neofascista agli studenti davanti al liceo Michelangiolo.
Commentando la lettera della preside il ministro aveva dichiarato: “Non compete a una preside, nelle sue funzioni, lanciare messaggi di questo tipo – ha detto Valditara – E poi il contenuto non ha nulla a che vedere con la realtà dei fatti. In Italia non c’è pericolo fascista, né una deriva violenta e autoritaria. Difendere le frontiere e ricordare l’identità di un popolo, non ha nulla a che vedere con il fascismo, o peggio con il nazismo”.
“Non voglio creare martiri – ha poi aggiunto il ministro – queste iniziative sono strumentali ed esprimono una politicizzazione che auspico non abbia un ruolo nelle scuole. Poi, se questi atteggiamenti dovessero persistere con comportamenti che vanno al di là dei confini istituzionali, vedremo se sarà necessario prendere delle misure. Attualmente non è necessario intervenire. Di queste lettere ridicole non so che farmene, sono propaganda“.
Inevitabile che si scatenassero polemiche e dibattito politico. Nelle parole del ministro c’è un pesante giudizio di merito negativo contro la preside del Da Vinci, c’è la negazione del nesso tra i fatti avvenuti e la lettera, e c’è la minaccia che in caso di reiterazione di lettera aperta o similia avrebbe valutato se prendere le necessarie misure (contro la preside ovviamente, ndr).
Il giorno dopo il ministro Valditara ha dovuto precisare su Twitter: “Sono state dette tante cose, ma io non ho annunziato sanzioni”.
In sostanza il ministro ha lasciato intendere che di politica a scuola ne può parlare solo lui, e magari le organizzazioni giovanili del suo partito. Perché? Perché il ministro pochi mesi fa in una circolare ministeriale per l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, aveva scritto esplicitamente: “Il 9 novembre, è una ricorrenza di primaria importanza per l’Europa, la fine di un tragico equivoco nel cui nome, per decenni, il continente è stato diviso e la sua metà orientale soffocata dal dispotismo”.
“Il comunismo – proseguiva la circolare firmata dal ministro Valditara – è stato uno dei grandi protagonisti del ventesimo secolo, nei diversi tempi e luoghi ha assunto forme anche profondamente differenti, e minimizzarne o banalizzarne l’immenso impatto storico sarebbe un grave errore intellettuale. Nasce come una grande utopia: il sogno di una rivoluzione radicale che sradichi l’umanità dai suoi limiti storici e la proietti verso un futuro di uguaglianza, libertà, felicità assolute e perfette. Che la proietti, insomma, verso il paradiso in terra. Ma là dove prevale si converte inevitabilmente in un incubo altrettanto grande: la sua realizzazione concreta comporta ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà, morte. Perché infatti l’utopia si realizzi occorre che un potere assoluto sia esercitato senza alcuna pietà, e che tutto – umanità, giustizia, libertà, verità – sia subordinato all’obiettivo rivoluzionario. Prendono così forma regimi tirannici spietati, capaci di raggiungere vette di violenza e brutalità fra le più alte che il genere umano sia riuscito a toccare. La via verso il paradiso in terra si lastrica di milioni di cadaveri.
Questa consapevolezza è ancora più attuale oggi, di fronte al risorgere di aggressive nostalgie dell’impero sovietico e alle nuove minacce per la pace in Europa. Il crollo del Muro è la dimostrazione dell’esito drammaticamente fallimentare del comunismo, che per realizzare la sua utopia di uguaglianza in terra ha comportato ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà e morte”.
Insomma già a novembre, il ministro Valditara aveva utilizzato una ricorrenza storica e la propria posizione apicale per far arrivare agli studenti una circolare di interpretazione politica e storica assai unilaterale, al cui confronto la lettera della preside fiorentina è una puntualizzazione in punta di penna.
Il ministro che nega un ruolo per la politicizzazione nelle scuole commentando la lettera aperta della preside, ha utilizzato il proprio incarico di governo per una politicizzazione anticomunista assai spinta nelle scuole e verso gli studenti.
Dichiariamo apertamente che ci siamo risparmiati di inseguire le dichiarazioni del ministro Salvini. La bulimia compulsiva a cui ci ha abituato ne hanno demolito anche l’influenza e la credibilità politica, inclusa quella nell’alleanza di governo. Del resto anche il Corriere della Sera registra “il malessere del governo su Piantedosi”.
Ma i ministri di cui abbiamo voluto sottolineare le parole sono quelli che, più o meno maldestramente, hanno dato il segno della pessima aria che questo governo sta facendo respirare al paese.
Fonte
Nel commentare la strage di migranti sulla spiaggia di Cutro, il ministro dell’Interno Piantedosi ha dichiarato che: “La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli”. Come se si scegliesse il tour operator sbagliato…
Non soddisfatto, di fronte ad una denuncia di un ospite televisivo sul mancato soccorso in mare dei migranti in naufragio, il ministro aveva fatto pervenire in diretta alla trasmissione “Non è l’Arena” la comunicazione di voler sottoporre all’Avvocatura dello Stato “le gravissime false affermazioni diffuse da alcuni ospiti al fine di promuovere in tutte le sedi la difesa dell’onorabilità del Governo, del Ministro Piantedosi, di tutte le articolazioni ministeriali e di tutte le istituzioni che sono da sempre impegnate nel sistema dei soccorsi in mare”.
Qualcuno ha valutato che al ministro Piantedosi “gli era scappata“. Probabilmente non è così.
Già a novembre, durante una conferenza stampa convocata in prefettura a Milano, il ministro Piantedosi, presentando la nuova legge che complica parecchio l’attività di soccorso in mare delle Ong, aveva dichiarato: “Chi di competenza accerterà tutti coloro i quali versano in queste condizioni di necessità di assistenza, sui quali ci facciamo carico, a prescindere dalle regole internazionali che noi riteniamo che siano chiare in questo caso. Dopo di che vediamo che cosa succede. Dopo di che la nave, con tutto il resto del carico che ne dovesse residuare, dovrebbe lasciare le acque nazionali secondo il nostro provvedimento”.
L’interpretazione del concetto di “carico che ne dovesse residuare” riferito ai migranti tratti in soccorso, aveva prodotto una sintesi giornalistica come “carico residuo” che aveva suscitato già allora molte polemiche per la visione decisamente cinica che ne veniva fuori.
Nei giorni successivi c’è stata un po’ di bagarre sulla interpretazione della versione originale o della sintesi giornalistica delle parole del ministro. Quest’ultimo l’ha buttata contro la “strumentalizzazione” e l’esegesi del linguaggio burocratico mal interpretato.
Ma nelle parole e nella testa del ministro comunque quel concetto di “carico che ne dovesse residuare” non si riferiva a beni inanimati o a cose materiali ma a persone in carne ed ossa.
È vero che il linguaggio burocratico è quasi sempre freddo e spesso involuto e che il ministro ha consuetudine con circolari e incarichi prefettizi, ma se a novembre ci poteva stare l’equivoco e la strumentalizzazione, le parole dette sugli immigrati che attraversano il mare con i figli a seguito hanno confermato che quelle del ministro non sono proprio “parole dal sen fuggite”.
La fregola di “esternare per esistere” (patologia in cui abbondano i “pazienti zero”) ha invece giocato un pessimo tiro al ministro dell’Agricoltura Lollobrigida il quale, prendendo parola sulla questione immigrazione di cui tutti parlavano, l’ha sparata decisamente grossa affermando che: “Il governo italiano quest’anno intende lavorare per far entrare, usando meglio il piano flussi, quasi 500mila immigrati legali in Italia”. Apriti cielo!
Tra gli alleati di governo che chiedevano spiegazioni e compagni di partito che correvano ai ripari, è venuta fuori la boutade del ministro.
Il decreto flussi infatti prevede 83.000 ingressi all’anno e non certo 500.000. Il ministro è stato così costretto a rettificare il tiro spiegando che “La cifra da me indicata e riportata dai media si riferisce al numero di richieste di ingressi sul nostro territorio nel settore della produzione, nei trasporti, in agricoltura, nel terziario e via così”.
In pratica sarebbero le persone che da altri paesi hanno fatto richiesta di un visto di lavoro per l’Italia – ed entrarvi dunque in maniera regolare – ma alle quali rispondiamo positivamente solo per meno di un quinto e con attese che durano anni. Che una parte di questi cerchi strade “non regolari” per entrare in Europa attraverso l’Italia deve quindi sorprendere molto relativamente.
Ma dalle esternazioni del ministro Lollobrigida sembra emergere sibillinamente anche una presa di distanza dai guai combinati dal ministro Piantedosi. “Non so chi dei nostri abbia chiesto dei chiarimenti ma non ci vedo nulla di male, anzi. Credo che un gruppo parlamentare che non ha nulla da nascondere per sè e il resto della maggioranza, non abbia nessun problema a fare anche una richiesta del genere”. Leggerci una frecciata agli alleati di governo della Lega (alla quale è in quota Piantedosi) non è inverosimile.
Infine, e non certo per importanza, c’è il ministro dell’Istruzione Valditara che ha esternato con lo spadone contro la preside (anzi il “dirigente scolastico”, secondo la neo burocralingua) del liceo Da Vinci di Firenze per la lettera aperta agli studenti che questa ha scritto dopo l’aggressione neofascista agli studenti davanti al liceo Michelangiolo.
Commentando la lettera della preside il ministro aveva dichiarato: “Non compete a una preside, nelle sue funzioni, lanciare messaggi di questo tipo – ha detto Valditara – E poi il contenuto non ha nulla a che vedere con la realtà dei fatti. In Italia non c’è pericolo fascista, né una deriva violenta e autoritaria. Difendere le frontiere e ricordare l’identità di un popolo, non ha nulla a che vedere con il fascismo, o peggio con il nazismo”.
“Non voglio creare martiri – ha poi aggiunto il ministro – queste iniziative sono strumentali ed esprimono una politicizzazione che auspico non abbia un ruolo nelle scuole. Poi, se questi atteggiamenti dovessero persistere con comportamenti che vanno al di là dei confini istituzionali, vedremo se sarà necessario prendere delle misure. Attualmente non è necessario intervenire. Di queste lettere ridicole non so che farmene, sono propaganda“.
Inevitabile che si scatenassero polemiche e dibattito politico. Nelle parole del ministro c’è un pesante giudizio di merito negativo contro la preside del Da Vinci, c’è la negazione del nesso tra i fatti avvenuti e la lettera, e c’è la minaccia che in caso di reiterazione di lettera aperta o similia avrebbe valutato se prendere le necessarie misure (contro la preside ovviamente, ndr).
Il giorno dopo il ministro Valditara ha dovuto precisare su Twitter: “Sono state dette tante cose, ma io non ho annunziato sanzioni”.
In sostanza il ministro ha lasciato intendere che di politica a scuola ne può parlare solo lui, e magari le organizzazioni giovanili del suo partito. Perché? Perché il ministro pochi mesi fa in una circolare ministeriale per l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, aveva scritto esplicitamente: “Il 9 novembre, è una ricorrenza di primaria importanza per l’Europa, la fine di un tragico equivoco nel cui nome, per decenni, il continente è stato diviso e la sua metà orientale soffocata dal dispotismo”.
“Il comunismo – proseguiva la circolare firmata dal ministro Valditara – è stato uno dei grandi protagonisti del ventesimo secolo, nei diversi tempi e luoghi ha assunto forme anche profondamente differenti, e minimizzarne o banalizzarne l’immenso impatto storico sarebbe un grave errore intellettuale. Nasce come una grande utopia: il sogno di una rivoluzione radicale che sradichi l’umanità dai suoi limiti storici e la proietti verso un futuro di uguaglianza, libertà, felicità assolute e perfette. Che la proietti, insomma, verso il paradiso in terra. Ma là dove prevale si converte inevitabilmente in un incubo altrettanto grande: la sua realizzazione concreta comporta ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà, morte. Perché infatti l’utopia si realizzi occorre che un potere assoluto sia esercitato senza alcuna pietà, e che tutto – umanità, giustizia, libertà, verità – sia subordinato all’obiettivo rivoluzionario. Prendono così forma regimi tirannici spietati, capaci di raggiungere vette di violenza e brutalità fra le più alte che il genere umano sia riuscito a toccare. La via verso il paradiso in terra si lastrica di milioni di cadaveri.
Questa consapevolezza è ancora più attuale oggi, di fronte al risorgere di aggressive nostalgie dell’impero sovietico e alle nuove minacce per la pace in Europa. Il crollo del Muro è la dimostrazione dell’esito drammaticamente fallimentare del comunismo, che per realizzare la sua utopia di uguaglianza in terra ha comportato ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà e morte”.
Insomma già a novembre, il ministro Valditara aveva utilizzato una ricorrenza storica e la propria posizione apicale per far arrivare agli studenti una circolare di interpretazione politica e storica assai unilaterale, al cui confronto la lettera della preside fiorentina è una puntualizzazione in punta di penna.
Il ministro che nega un ruolo per la politicizzazione nelle scuole commentando la lettera aperta della preside, ha utilizzato il proprio incarico di governo per una politicizzazione anticomunista assai spinta nelle scuole e verso gli studenti.
Dichiariamo apertamente che ci siamo risparmiati di inseguire le dichiarazioni del ministro Salvini. La bulimia compulsiva a cui ci ha abituato ne hanno demolito anche l’influenza e la credibilità politica, inclusa quella nell’alleanza di governo. Del resto anche il Corriere della Sera registra “il malessere del governo su Piantedosi”.
Ma i ministri di cui abbiamo voluto sottolineare le parole sono quelli che, più o meno maldestramente, hanno dato il segno della pessima aria che questo governo sta facendo respirare al paese.
Fonte
12/01/2023
Le ong “incentivo” di Piantedosi
Il ministro dell’Interno, prefetto Matteo Piantedosi, torna a ribadire la linea del governo sulle politiche legate ad uno dei temi al centro dell’agenda italiana ed europea.
Le ONG rappresenterebbero un “pull factor” per il fenomeno migratorio. Tradotto in italiano – come peraltro i suoi colleghi di governo, a partire da quello della cultura, fingono di pretendere sia obbligatorio – le navi ong “spingono le partenze dei migranti verso l’Italia”.
In più ha affermato che “Abbiamo l’ambizione di gestire noi il fenomeno e non possiamo consentire a navi private che battono bandiere di Stati esteri di sostituirsi al Governo italiano”.
Tutto durante un’intervista a “L’aria che tira”, su La7, ieri mattina, nel tentativo di spiegare le ragioni del suo decretare (il prossimo “porto sicuro” sarà probabilmente indicato in Bolzano...).
Il ministro sa certamente – i dati li fornisce il suo ministero – che il numero di migranti salvati in mare dalle navi Ong rappresentano meno del 10% del totale che arriva via mare. Il grosso viene recuperato da altre navi (militari o civili, pescherecci compresi), che raccolgono doverosamente un segnale SOS. Oppure raggiungono con i loro mezzi le nostre coste.
Dunque avremmo questa strana situazione: i migranti e gli scafisti, “sapendo” che ci sono le navi ong, si mettono in mare, anche se la possibilità reale di incontrarle è bassa (il 10%, appunto). Se invece sapessero che non ci sono, tutto il fenomeno migratorio, per incanto, cesserebbe.
La fame, la siccità, la desertificazione, le carestie, le dittature militari sostenute dai paesi occidentali non sarebbero improvvisamente più sufficienti a spingere alla migrazione una parte della popolazione.
Vuoi mettere invece quant’è comodo attraversare il Sahara, farsi internare in un lager libico per mesi, tra violenze e torture di ogni tipo, pagare alcune migliaia di dollari (il riscatto pagato dalle famiglie rimaste in patria) e poi – finalmente! – mettersi su un gommone sgonfio per attraversare il Mediterraneo?
È lo stesso ministro, con autentico sprezzo del ridicolo, a ricordare che “è stato registrato un abbassamento della qualità della produzione delle barche usate dai migranti”. Segno che da quelle parti gli scafisti stanno dando fondo anche agli scarti di magazzino. Ma lui lo attribuisce al “pull factor”...
Si potrebbe anche far notare che di navi ong ce ne sono anche italiane, ma non vorremmo rovinargli la sorpresa di scoprirlo tra qualche tempo...
Resta limpida la sua fuzzy logic: “i migranti sono spinti a partire dall’esistenza di navi ong”. Un “incentivo”, insomma, come quelli per rottamare la vecchia auto (molti governanti ci sono abituati...).
Per analogia si potrebbe dire che i ladri sono “spinti a rubare” dall’esistenza della ricchezza... Ma siamo certi che Piantedosi & co. non suggerirebbero mai di regalarla per porre fine ai furti.
Oppure si potrebbe dire che gli stupratori “sono spinti” alla violenza dall’aver saputo che i costumi sessuali sono diventati un po’ più liberi negli ultimi 60 anni...
O che molti “sono spinti” ad aderire a una religione perché promette un paradiso nell’aldilà...
Se non ci fossero quelle migliaia di morti che finiscono in fondo al mare ogni anno, ministri con questa logica ci farebbero divertire parecchio.
Fonte
Le ONG rappresenterebbero un “pull factor” per il fenomeno migratorio. Tradotto in italiano – come peraltro i suoi colleghi di governo, a partire da quello della cultura, fingono di pretendere sia obbligatorio – le navi ong “spingono le partenze dei migranti verso l’Italia”.
In più ha affermato che “Abbiamo l’ambizione di gestire noi il fenomeno e non possiamo consentire a navi private che battono bandiere di Stati esteri di sostituirsi al Governo italiano”.
Tutto durante un’intervista a “L’aria che tira”, su La7, ieri mattina, nel tentativo di spiegare le ragioni del suo decretare (il prossimo “porto sicuro” sarà probabilmente indicato in Bolzano...).
Il ministro sa certamente – i dati li fornisce il suo ministero – che il numero di migranti salvati in mare dalle navi Ong rappresentano meno del 10% del totale che arriva via mare. Il grosso viene recuperato da altre navi (militari o civili, pescherecci compresi), che raccolgono doverosamente un segnale SOS. Oppure raggiungono con i loro mezzi le nostre coste.
Dunque avremmo questa strana situazione: i migranti e gli scafisti, “sapendo” che ci sono le navi ong, si mettono in mare, anche se la possibilità reale di incontrarle è bassa (il 10%, appunto). Se invece sapessero che non ci sono, tutto il fenomeno migratorio, per incanto, cesserebbe.
La fame, la siccità, la desertificazione, le carestie, le dittature militari sostenute dai paesi occidentali non sarebbero improvvisamente più sufficienti a spingere alla migrazione una parte della popolazione.
Vuoi mettere invece quant’è comodo attraversare il Sahara, farsi internare in un lager libico per mesi, tra violenze e torture di ogni tipo, pagare alcune migliaia di dollari (il riscatto pagato dalle famiglie rimaste in patria) e poi – finalmente! – mettersi su un gommone sgonfio per attraversare il Mediterraneo?
È lo stesso ministro, con autentico sprezzo del ridicolo, a ricordare che “è stato registrato un abbassamento della qualità della produzione delle barche usate dai migranti”. Segno che da quelle parti gli scafisti stanno dando fondo anche agli scarti di magazzino. Ma lui lo attribuisce al “pull factor”...
Si potrebbe anche far notare che di navi ong ce ne sono anche italiane, ma non vorremmo rovinargli la sorpresa di scoprirlo tra qualche tempo...
Resta limpida la sua fuzzy logic: “i migranti sono spinti a partire dall’esistenza di navi ong”. Un “incentivo”, insomma, come quelli per rottamare la vecchia auto (molti governanti ci sono abituati...).
Per analogia si potrebbe dire che i ladri sono “spinti a rubare” dall’esistenza della ricchezza... Ma siamo certi che Piantedosi & co. non suggerirebbero mai di regalarla per porre fine ai furti.
Oppure si potrebbe dire che gli stupratori “sono spinti” alla violenza dall’aver saputo che i costumi sessuali sono diventati un po’ più liberi negli ultimi 60 anni...
O che molti “sono spinti” ad aderire a una religione perché promette un paradiso nell’aldilà...
Se non ci fossero quelle migliaia di morti che finiscono in fondo al mare ogni anno, ministri con questa logica ci farebbero divertire parecchio.
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09/01/2023
Ultras 1 – Piantedosi 0
“Quando ho visto il calendario ho subito pensato che sarebbe successo questo”. A parlare è un tifoso della curva sud, che frequenta i gruppi organizzati giallorossi, come riporta il sito di Repubblica. È nota la “permeabilità” politica delle curve, ed è altrettanto noto che questo non sfugge alla polizia.
E infatti, come lo sapevano i tifosi, lo sapeva la Digos, che aveva predisposto un presidio nell’area dell’autogrill di Badia al Pino – uno dei consueti palcoscenici degli scontri tra tifosi – e coinvolto la polizia stradale nell’eventualità si rendesse necessario fermare il traffico sull’autostrada. Decisione estrema.
Possiamo immaginare che bell’ingorgo proprio la domenica dell’ultimo giorno delle vacanze invernali. Fatto sta che durante i cinquanta minuti di scontri tra ultras rivali e nemici, l’Italia è rimasta tagliata in due, si sono formate code di oltre dieci chilometri, che hanno intrappolato le auto e i pullman di gitanti e di turisti, italiani e stranieri.
È stato un vero e proprio disastro operativo per l’ordine pubblico e per l’immagine del turismo italiano, su cui il ministro delle Infrastrutture ha cercato di mettere una pezza con una delle sue solite intemerate di maniera: “Questi non sono tifosi. Autostrada chiusa e viaggiatori italiani bloccati? Paghino tutti i danni di tasca loro, e mai più allo stadio”.
Le solite dichiarazioni da bar dello sport...
Stavolta, però, la coda di paglia di Salvini si è attorcigliata attorno al ministro dell’Interno – tanto caro e coccolato dal leader leghista – il quale è sempre troppo occupato a fare i dispetti alle ong, ma evidentemente incapace di prevenire turbative dell’ordine pubblico, tanto che, nonostante la polizia sapesse e presidiasse l’area, la situazione, prima sottovalutata, è poi clamorosamente sfuggita di mano.
È facile fare gli sceriffi con i ragazzi dei rave, con i migranti, o varare il coprifuoco intorno ai palazzi della politica per ostacolare il diritto a manifestare dei sindacati di base.
È quando si tratta di risolvere situazioni prima che diventino problemi che si rivelano politici improvvisati e fanno regolarmente cilecca.
Le poche capacità di visione politiche e di gestione delle tecniche delle donne e degli uomini di questo governo, accanto alla solita e stucchevole prosopopea vengono a galla ogni giorno che passa. Se la teoria del “merito” non fosse che una supercazzola, dopo i fatti di ieri, il ministro Piantedosi dovrebbe essere destituito.
Fonte
E infatti, come lo sapevano i tifosi, lo sapeva la Digos, che aveva predisposto un presidio nell’area dell’autogrill di Badia al Pino – uno dei consueti palcoscenici degli scontri tra tifosi – e coinvolto la polizia stradale nell’eventualità si rendesse necessario fermare il traffico sull’autostrada. Decisione estrema.
Possiamo immaginare che bell’ingorgo proprio la domenica dell’ultimo giorno delle vacanze invernali. Fatto sta che durante i cinquanta minuti di scontri tra ultras rivali e nemici, l’Italia è rimasta tagliata in due, si sono formate code di oltre dieci chilometri, che hanno intrappolato le auto e i pullman di gitanti e di turisti, italiani e stranieri.
È stato un vero e proprio disastro operativo per l’ordine pubblico e per l’immagine del turismo italiano, su cui il ministro delle Infrastrutture ha cercato di mettere una pezza con una delle sue solite intemerate di maniera: “Questi non sono tifosi. Autostrada chiusa e viaggiatori italiani bloccati? Paghino tutti i danni di tasca loro, e mai più allo stadio”.
Le solite dichiarazioni da bar dello sport...
Stavolta, però, la coda di paglia di Salvini si è attorcigliata attorno al ministro dell’Interno – tanto caro e coccolato dal leader leghista – il quale è sempre troppo occupato a fare i dispetti alle ong, ma evidentemente incapace di prevenire turbative dell’ordine pubblico, tanto che, nonostante la polizia sapesse e presidiasse l’area, la situazione, prima sottovalutata, è poi clamorosamente sfuggita di mano.
È facile fare gli sceriffi con i ragazzi dei rave, con i migranti, o varare il coprifuoco intorno ai palazzi della politica per ostacolare il diritto a manifestare dei sindacati di base.
È quando si tratta di risolvere situazioni prima che diventino problemi che si rivelano politici improvvisati e fanno regolarmente cilecca.
Le poche capacità di visione politiche e di gestione delle tecniche delle donne e degli uomini di questo governo, accanto alla solita e stucchevole prosopopea vengono a galla ogni giorno che passa. Se la teoria del “merito” non fosse che una supercazzola, dopo i fatti di ieri, il ministro Piantedosi dovrebbe essere destituito.
Fonte
14/11/2022
La “guerra alle ong” può far male al governo Meloni
Dopo aver fatto una cazzata, la cosa più seria – ma anche la più dolorosa – è ammettere l’errore e concentrarsi sul lavoro da fare.
Ma il governo Meloni non ci riesce proprio. E dunque non sa far altro che aggravare la situazione, ricorrendo ad iniziative che non possono che creare problemi ulteriori.
Sapete già dello scontro inopinatamente aperto con la Francia, che ha accettato – sì – di ospitare a Tolone la nave ong Ocean Viking, con 234 naufraghi raccolti in mare, ma ha bloccato poi il previsto trasferimento di altri 3.500 migranti Oltralpe.
Logica diplomatica avrebbe consigliato di stendere un pietoso velo di silenzio sul tema, com’era peraltro avvenuto con i due ultimi governi – Conte 2 e Draghi – in cui quelle poche centinaia di disperati raccolti da barconi fatiscenti o già affondati venivano tranquillamente sbarcati, assistiti approssimativamente e quindi avviati verso altre destinazioni (come dicono un po’ tutti: “la maggior parte vuole andare in Francia, Germania o Gran Bretagna, non restare in Italia”).
E invece pare che l’unico chiodo fisso tra i neuroni di Matteo Salvini – che pur non avendo ottenuto il ministero dell’interno ha comunque strappato quella poltrona per il suo fedelissimo prefetto Piantedosi, oltre ad occupare il posto da cui si può interferire con la gestione dei porti, il Ministero delle Infrastrutture – sia ancora in grado di condizionare le scelte di un esecutivo senza un vero timoniere.
Con tutti i problemi che deve affrontare – una legge finanziaria da approvare in pochissime settimane, un confronto da gestire con il resto dell’Unione Europea sulla revisione del trattato di stabilità, la crisi energetica e la partecipazione subordinata alla guerra contro la Russia (eccetera) – fare della questione dei naufraghi il centro del dibattito politico deve esser sembrato un colpo di genio.
Diciamo “dei naufraghi”, anzi, dei soli naufraghi raccolti in mare dalle navi ong (quelli raccolti dalle navi militari italiane ed europee non vengono mai neanche citati), perché la questione dell’”immigrazione” con tutte i suoi annessi ha tutt’altre dimensioni.
Sappiamo come la propaganda fascioleghista ha imposto “parole” senza più un senso chiaro. “Immigrati” e naufraghi sono fenomeni, se non altro quantitativamente, diversi. “Taxi del mare” e organizzazioni umanitarie, idem. Gli “scafisti” invece sono una figura reale, ma purtroppo per i governi italiani degli ultimi dieci anni coincidono esattamente con “la guardia costiera libica” che proprio l’Italia e la UE armano, finanziano, assistono, addestrano e... perdonano.
Ma se non sai neanche uscire dalle trappole che ti crei da solo, puoi solo avvolgerti più strettamente nelle tue idiozie.
E dunque l’ideona nuova è inventare altre forme di “sanzioni” per le navi ong, per rafforzare “legalmente” la menzogna propagandistica che quei pochi naufraghi, se li lasciassimo affogare, risolverebbero il “problema dell’immigrazione”.
Ricordiamo intanto i numeri ufficiali, quelli forniti dallo stesso ministero dell’Interno. Nel 2022 sono giunti in Italia via mare 88.670 extracomunitari. Di questi 9.486 sono arrivati grazie al soccorso delle ong, ossia il 10,7% del totale. Tutti gli altri sono giunti o da soli autonomamente, oppure sono stati soccorsi da Guardia di finanza, Guardia costiera, pescherecci o mercantili. E non stiamo neanche contando quanti sono arrivati via terra, con l’aereo o con un normale traghetto.
Insomma, anche se togli alle navi ong il diritto di approdare in porti italiani, il “problema dell’immigrazione” resta intatto, nelle sue proporzioni.
Ma proprio questa sembra a Piantedosi & co. la “soluzione ideale”. E dunque – sulla scia dei “decreti sicurezza” redatti negli anni da Marco Minniti (PD) e Salvini – il governo vuol approvare un nuovo codice di condotta per le Ong.
Solo quelle che l’avranno sottoscritto potranno approdare in Italia. Il punto più sconcertante riguarda la pretesa che le navi in questione intervengano solo quando esiste un pericolo effettivo per chi è a bordo di quei barconi.
La definizione è chiaramente assurda, se intesa alla lettera. Cosa si deve fare? Ti avvicini al barcone e fai un calcolo approssimativo su quanta acqua imbarca a bordo e sulla longevità del motore? Valuti se il mare si ingrosserà di lì a poco? E poi come fai a “dimostrare” alle autorità italiane che i tuoi calcoli erano giusti? Soprattutto: se poi quella gente affoga, come fai ad evitare di essere mandato sotto processo per “mancato soccorso” (è da sempre un obbligo, secondo la “legge del mare” poi recepita nel diritto internazionale).
Scavando tra le righe si scopre che in realtà si tratta di un passaggio tutto in burocratese che tende semplicemente a vietare l’attività delle navi umanitarie dedite al soccorso in mare.
Infatti a quelle navi verrà vietato di “segnalare” la propria presenza e posizione, di modo che i barchini non abbiano un riferimento per la rotta da prendere. In pratica, aumenterà la probabilità che quei barchini affondino senza venir soccorsi (nel caso dovessero passare inosservati alle navi della guardia costiera o di Frontex).
Chi violerà questo ordinamento sconclusionato sarà colpito da multe e sanzioni, compreso il sequestro delle navi (che non verranno comunque “affondate”, come suggeriva la stessa Giorgia Meloni in “spassosi” video di qualche mese fa...).
Inutile dire che queste “pensate” non risolverebbero comunque il contenzioso con gli altri paesi europei. Già ieri l’ambasciatore tedesco in Italia ha fatto sapere che il suo paese – non certo “secondario” – considera molto utile il lavoro che fanno le ong in mare.
E dunque questo modo di fare sta mettendo a rischio la stessa “strategia” che il governo Meloni aveva mostrato di voler adottare: obbedienza assoluta all’Unione Europea (su PNRR e politiche economiche) ed alla Nato (sulla guerra alla Russia), “fantasia creativa” reazionaria sulla repressione interna e sull’immigrazione (come “arma di distrazione di massa”).
Se rompi eccessivamente le scatole a “quelli forti” su una questione secondaria (i soccorsi in mare non sono al centro delle preoccupazioni neanche di Parigi e Berlino), non puoi poi aspettarti di essere ascoltato benevolmente su quelle “fondamentali”, che riguardano i ben più corposi interessi economici.
Ma i reazionari sono fatti così. Hanno la vista corta...
Fonte
Ma il governo Meloni non ci riesce proprio. E dunque non sa far altro che aggravare la situazione, ricorrendo ad iniziative che non possono che creare problemi ulteriori.
Sapete già dello scontro inopinatamente aperto con la Francia, che ha accettato – sì – di ospitare a Tolone la nave ong Ocean Viking, con 234 naufraghi raccolti in mare, ma ha bloccato poi il previsto trasferimento di altri 3.500 migranti Oltralpe.
Logica diplomatica avrebbe consigliato di stendere un pietoso velo di silenzio sul tema, com’era peraltro avvenuto con i due ultimi governi – Conte 2 e Draghi – in cui quelle poche centinaia di disperati raccolti da barconi fatiscenti o già affondati venivano tranquillamente sbarcati, assistiti approssimativamente e quindi avviati verso altre destinazioni (come dicono un po’ tutti: “la maggior parte vuole andare in Francia, Germania o Gran Bretagna, non restare in Italia”).
E invece pare che l’unico chiodo fisso tra i neuroni di Matteo Salvini – che pur non avendo ottenuto il ministero dell’interno ha comunque strappato quella poltrona per il suo fedelissimo prefetto Piantedosi, oltre ad occupare il posto da cui si può interferire con la gestione dei porti, il Ministero delle Infrastrutture – sia ancora in grado di condizionare le scelte di un esecutivo senza un vero timoniere.
Con tutti i problemi che deve affrontare – una legge finanziaria da approvare in pochissime settimane, un confronto da gestire con il resto dell’Unione Europea sulla revisione del trattato di stabilità, la crisi energetica e la partecipazione subordinata alla guerra contro la Russia (eccetera) – fare della questione dei naufraghi il centro del dibattito politico deve esser sembrato un colpo di genio.
Diciamo “dei naufraghi”, anzi, dei soli naufraghi raccolti in mare dalle navi ong (quelli raccolti dalle navi militari italiane ed europee non vengono mai neanche citati), perché la questione dell’”immigrazione” con tutte i suoi annessi ha tutt’altre dimensioni.
Sappiamo come la propaganda fascioleghista ha imposto “parole” senza più un senso chiaro. “Immigrati” e naufraghi sono fenomeni, se non altro quantitativamente, diversi. “Taxi del mare” e organizzazioni umanitarie, idem. Gli “scafisti” invece sono una figura reale, ma purtroppo per i governi italiani degli ultimi dieci anni coincidono esattamente con “la guardia costiera libica” che proprio l’Italia e la UE armano, finanziano, assistono, addestrano e... perdonano.
Ma se non sai neanche uscire dalle trappole che ti crei da solo, puoi solo avvolgerti più strettamente nelle tue idiozie.
E dunque l’ideona nuova è inventare altre forme di “sanzioni” per le navi ong, per rafforzare “legalmente” la menzogna propagandistica che quei pochi naufraghi, se li lasciassimo affogare, risolverebbero il “problema dell’immigrazione”.
Ricordiamo intanto i numeri ufficiali, quelli forniti dallo stesso ministero dell’Interno. Nel 2022 sono giunti in Italia via mare 88.670 extracomunitari. Di questi 9.486 sono arrivati grazie al soccorso delle ong, ossia il 10,7% del totale. Tutti gli altri sono giunti o da soli autonomamente, oppure sono stati soccorsi da Guardia di finanza, Guardia costiera, pescherecci o mercantili. E non stiamo neanche contando quanti sono arrivati via terra, con l’aereo o con un normale traghetto.
Insomma, anche se togli alle navi ong il diritto di approdare in porti italiani, il “problema dell’immigrazione” resta intatto, nelle sue proporzioni.
Ma proprio questa sembra a Piantedosi & co. la “soluzione ideale”. E dunque – sulla scia dei “decreti sicurezza” redatti negli anni da Marco Minniti (PD) e Salvini – il governo vuol approvare un nuovo codice di condotta per le Ong.
Solo quelle che l’avranno sottoscritto potranno approdare in Italia. Il punto più sconcertante riguarda la pretesa che le navi in questione intervengano solo quando esiste un pericolo effettivo per chi è a bordo di quei barconi.
La definizione è chiaramente assurda, se intesa alla lettera. Cosa si deve fare? Ti avvicini al barcone e fai un calcolo approssimativo su quanta acqua imbarca a bordo e sulla longevità del motore? Valuti se il mare si ingrosserà di lì a poco? E poi come fai a “dimostrare” alle autorità italiane che i tuoi calcoli erano giusti? Soprattutto: se poi quella gente affoga, come fai ad evitare di essere mandato sotto processo per “mancato soccorso” (è da sempre un obbligo, secondo la “legge del mare” poi recepita nel diritto internazionale).
Scavando tra le righe si scopre che in realtà si tratta di un passaggio tutto in burocratese che tende semplicemente a vietare l’attività delle navi umanitarie dedite al soccorso in mare.
Infatti a quelle navi verrà vietato di “segnalare” la propria presenza e posizione, di modo che i barchini non abbiano un riferimento per la rotta da prendere. In pratica, aumenterà la probabilità che quei barchini affondino senza venir soccorsi (nel caso dovessero passare inosservati alle navi della guardia costiera o di Frontex).
Chi violerà questo ordinamento sconclusionato sarà colpito da multe e sanzioni, compreso il sequestro delle navi (che non verranno comunque “affondate”, come suggeriva la stessa Giorgia Meloni in “spassosi” video di qualche mese fa...).
Inutile dire che queste “pensate” non risolverebbero comunque il contenzioso con gli altri paesi europei. Già ieri l’ambasciatore tedesco in Italia ha fatto sapere che il suo paese – non certo “secondario” – considera molto utile il lavoro che fanno le ong in mare.
E dunque questo modo di fare sta mettendo a rischio la stessa “strategia” che il governo Meloni aveva mostrato di voler adottare: obbedienza assoluta all’Unione Europea (su PNRR e politiche economiche) ed alla Nato (sulla guerra alla Russia), “fantasia creativa” reazionaria sulla repressione interna e sull’immigrazione (come “arma di distrazione di massa”).
Se rompi eccessivamente le scatole a “quelli forti” su una questione secondaria (i soccorsi in mare non sono al centro delle preoccupazioni neanche di Parigi e Berlino), non puoi poi aspettarti di essere ascoltato benevolmente su quelle “fondamentali”, che riguardano i ben più corposi interessi economici.
Ma i reazionari sono fatti così. Hanno la vista corta...
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