Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Supercazzole. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Supercazzole. Mostra tutti i post

05/05/2024

Il Governo Meloni alla fiera del nulla

Il Consiglio dei Ministri del 30 aprile passerà alla storia come tentativo del Governo Meloni di vendere fumo. Il Governo ha infatti annunciato ben due misure (il “bonus 100 euro” e il Decreto coesione) che a suo dire servirebbero a rilanciare l’economia, mentre rappresentano semplicemente due scatole vuote.

Analizziamole entrambe, cominciando dal “bonus 100 euro”, e ricordando anzitutto la sua genesi.

Il Governo verso metà aprile annuncia che è imminente una misura, che esso stesso definisce “bonus tredicesime”, e che doveva inizialmente consistere in un contributo di circa 80 euro (annui) ai titolari di reddito da lavoro dipendente non superiore a 15.000 euro l’anno. La misura doveva essere approvata nel Consiglio dei Ministri del 23 aprile, ma con l’avvicinarsi della scadenza se ne parla sempre meno: per “approfondimenti contabili”, dice il Governo. Passa qualche giorno, e la misura diventa il “bonus 100 euro” che viene effettivamente approvato nel Consiglio dei Ministri del 30 aprile. Sembrerebbe che l’importo, benché sempre misero, sia aumentato, ma ci son un sacco di fregature.

Prima di tutto, cambiano le condizioni di accesso: la soglia di reddito sale a 28.000 euro (e questo apparentemente è un bene) ma è l’unica nota positiva: per accedere al reddito occorre avere coniuge e almeno 1 figlio a carico (o solo 1 figlio in caso di famiglie monogenitoriali): questo vuol dire che se prima una famiglia in cui i due genitori guadagnavano meno di 15.000 euro aveva diritto entrambi a 80 euro, ora la stessa famiglia non ha diritto a nulla! L’unico modo per rientrare nella categoria dei beneficiari è che uno dei due sia disoccupato. E non sia mai il figlio faccia qualche lavoretto: basta che abbia guadagnato in tutto l’anno più di 2.840 euro (la somma oltre la quale non si risulta fiscalmente a carico dei genitori o del coniuge) per far perdere il diritto al beneficio. E meno male che si trattava di misure per sostenere il lavoro dipendente...

Continuando l’analisi, la situazione (pare incredibile, ma tant’è) peggiora: i 100 euro non saranno veramente 100, perché pare saranno “fiscalmente imponibili”, e quindi si ridurranno verosimilmente a una somma fra i 70 e 80 euro, sempre all’anno: di fatto, equivale a meno di 7 euro al mese. Infine, questa somma verrà versata a gennaio e non più a dicembre, anche se con sprezzo del ridicolo il Viceministro Leo (padre di questa proposta) continua a dire che l’obiettivo è sostenere la spesa per consumi in particolare nel periodo di Natale (?!?).

In realtà lo slittamento a gennaio nasconde un’altra insidia: nella conferenza stampa di presentazione, Leo ha infatti specificato che, erogando il bonus a gennaio 2025, per verificare la soglia dei 28.000 euro si farà riferimento alla retribuzione conseguita nel 2024. Ora come ben noto, dopo l’ondata di inflazione avuta nel 2023, nel corso del 2024 diversi contratti di lavoro sono stati rinnovati: niente di rilevante, anzi come abbiamo detto più volte i rinnovi sono sempre stati ben al di sotto del solo recupero dell’inflazione; tuttavia il loro aumento nominale rischia di portare “oltre la soglia” eventuali possibili beneficiari.

Lo slittamento a gennaio però ha soprattutto un’altra motivazione, ed è questo l’aspetto che più rende l’idea del “niente” che vale questa misura: come ricordato sopra l’intervento è stato posticipato per “approfondimenti contabili”, e poi in conferenza stampa Leo ha usato più volte il termine “attenzione maniacale per i conti pubblici” che contraddistingue l’atteggiamento del Governo. Su domanda esplicita, ha dovuto confessare quanto “vale” questa misura, cioè quale è l’impegno di spesa previsto dal Governo: 100 milioni di euro.

Ci sono molti modi per capire quanto questa cifra, per un paese come l’Italia, rappresenti assolutamente il nulla. Il totale della spesa pubblica in Italia per il 2024 è pari a circa 886,5 miliardi, il che vuol dire che un impegno aggiuntivo di 100 milioni rappresenta lo 0,01% della spesa. Eppure il Governo fatica a trovare questa cifra, e rimanda la spesa al 2025. Per avere un’idea, è come se una persona che guadagna 1.500 euro avesse difficoltà a trovare 17 centesimi da spendere...

Si potrebbe dire che non ha senso paragonare la spesa pubblica complessiva con l’incremento di spesa previsto da una singola misura: ammesso e non concesso che sia vero (i numeri e le proporzioni restano quelli) proponiamo allora un altro confronto: il bilancio del Ministero della Difesa in Italia nel 2024 supererà i 29 miliardi, con una crescita di almeno 1,4 miliardi rispetto al 2023. Insomma, è un problema (tanto da rinviarlo al 2025) trovare 100 milioni per lavoratori dipendenti, ma nello stesso anno è possibile trovare un importo superiore di 14 volte per aumentare la spesa militare.

Passiamo quindi alla seconda scatola vuota, ovvero le misure inserite nel “Decreto coesione”. Come dice il nome del Decreto, il Governo si esercita in una rimodulazione della governance dei fondi di coesione (fondi di provenienza essenzialmente europea) finalizzata al “rafforzamento istituzionale”, grazie all’espansione delle funzioni della Cabina di regia per la definizione dei piani operativi del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC), l’introduzione di misure per l’accelerazione dell’utilizzo delle risorse, l’individuazione di interventi prioritari nei settori strategici, la creazione di sistemi di monitoraggio e la reintroduzione dei fondi di perequazione infrastrutturale.

Splendide parole, a cui segue una lunga lista di “bonus” finalizzati a sostenere l’occupazione: c’è un bonus per chi assume donne, per chi assume giovani under 35, un bonus per chi assume nella Zona Economica Speciale nel Sud Italia, addirittura incentivi all’autoimpiego di berlusconiana memoria. Insomma, sembrerebbe che il Governo mette sul piatto un sacco di soldi per sostenere l’occupazione, soprattutto attraverso sgravi contributivi per chi assume.

Lasciando un attimo da parte un punto economico fondamentale (e cioè che questa strategia riprende la storia secondo cui l’occupazione dipenderebbe principalmente dalle politiche dal lato dell’offerta, per cui compito dello Stato è semplicemente sostenere chi assume, anche facendosi carico per un certo periodo di tempo di parte degli oneri sociali), il fatto banalmente è... che tutti questi soldi sul tavolo non ci sono proprio. Meglio, non sono soldi nuovi, non c’è quasi nessun finanziamento aggiuntivo da parte del Governo, ma semplicemente vengono ripescati fondi accantonati in altri fondi che il Governo stesso non riusciva a spendere (da qui l’esigenza di una nuova governante) e messi sotto altri cappelli dal nome più accattivante, specialmente in vista delle imminenti elezioni europee. E soprattutto, ricordiamo sempre, misure di questo tipo (detrazioni e sgravi sulle assunzioni) sono soldi regalati alle imprese, in quanto non c’è alcuna prova che poi si traducano in aumenti salariali e/o maggiore occupazione effettiva.

Ricapitolando, il Governo mette in campo risorse ridicole (i 100 milioni del bonus tredicesime), oppure si rivende come nuova spesa somme che aveva già considerato in precedenza. Un’operazione tanto raffazzonata che la stampa e l’opposizione hanno avuto gioco facile a metterne in evidenza la scarsa consistenza. Ma allora perché il Governo lo ha fatto? Un indizio ce lo fornisce sempre il Vice Ministro Leo con la citata “attenzione maniacale per i conti pubblici”: da quest’anno infatti torna in vigore il Patto di Stabilità, addirittura peggiorato rispetto alla versione pre-Covid, e il Governo di conseguenza si prepara a imporre una nuova stagione di austerità, nella quale risorse “fresche” da impegnare per rilanciare l’economia ce ne saranno sempre di meno. A fronte di ciò il Governo, che ad esempio sul tema della fiscalità aveva promesso il classico “meno tasse per tutti” si adegua di buon grado: del resto il nuovo Patto di Stabilità lo hanno accettato anche loro a livello di capi di Governo e ministri dell’economia, nonostante la scenetta del tardivo voto contrario da parte degli europarlamentari.

E allora se l’opposizione parlamentare si limita a osservare con malcelata soddisfazione che il Governo è rimesso in riga dalla “realtà dei fatti”, noi al contrario crediamo che è proprio questa realtà dei fatti che deve essere ridiscussa: le politiche fiscali di questo Governo sono sommamente ingiuste e da criticare, ma se nel poco onorevole derby fra tali politiche e austerità è quest’ultima a vincere c’è poco da gioire.

Compito della classe lavoratrice è da un lato lottare per avere aumenti salariali, e dall’altro esigere un livello di finanziamento della spesa pubblica – e in particolare la spesa sociale – adeguato a garantire servizi degni di questo nome; mancette e giochi delle tre carte li lasciamo a chi non può fare altro che squallide operazioni di maquillage.

Fonte

28/10/2023

Segreteria Schlein: cronaca di un fallimento annunciato

L’ho scritto subito dopo la sua elezione a segretaria del PD: la questione “Guerra e Pace” è dirimente e soltanto se Elly Schlein avesse deciso di rompere con il bieco servilismo ultra-atlantista degli ultimi trent’anni espresso da quel partito, assumendo finalmente una posizione chiara – non solo astratta – contro la guerra ma anche contro chi le guerre le vuole e le provoca (leggi la NATO ed i suoi servi sciocchi), allora si sarebbe potuto parlare davvero di “novità”, di “svolta” ecc.

D’altronde, c’è un rapporto di causa effetto tanto tra la posizione guerrafondaia dell’Italia e la spirale inflattiva che sta impoverendo fasce sempre più larghe di popolazione quanto tra l’aumento della spesa militare ed i sempre più consistenti tagli alla spesa sociale.

Abbiamo visto, invece, come la Schlein, già sul caso Ucraino, mentre cianciava nei talk televisivi di “dialogo” e di “più spazio alla diplomazia” poi in Parlamento Europeo votava a favore dell’invio delle armi all’Ucraina.

Ed ecco ieri la nuova perla, ovvero, la posizione favorevole del PD di Schlein nei confronti della vergognosa risoluzione all’Europarlamento su Israele e Gaza con cui si chiede, con una dose gigantesca di ignavia e di ipocrisia, una «pausa umanitaria» al posto del cessate il fuoco.

Ma se un partito politico, su un tema così importante oltre che drammaticamente attuale, non riesce ad esprimere nemmeno una posizione (magari anche complessa) e finisce per far andare i suoi parlamentari in ordine sparso ad una generica “manifestazione per la pace” (peraltro disertata dai più), semplicemente non è un partito ma una accozzaglia di cialtroni, arrivisti ed arrampicatori insaziabili, abbarbicati ai loro sistemi di potere e tenuti insieme soltanto dalla volontà di averne ancora o di più.

E la Schlein si dimostra che il solito specchietto per le allodole (come del resto le stesse “sardine”) con cui il PD ha cercato di darsi una “spolverata di sinistra”, senza peraltro invertire la tendenza al declino, visto che l’ultimo sondaggio Ipsos, pubblicato sulle pagine del Corriere della Sera, sulle intenzioni di voto degli italiani, dà i Dem al 18,5%.

Il dato più basso per la segretaria Schlein, ovvero, la certificazione del fallimento dell’operazione riverniciatura di un partito strutturalmente intrecciato con gli apparati e gli interessi che contano, dentro e fuori il partito.

E lei, la Schlein, ormai pesce in barile, non riesce nemmeno più ad organizzare un discorso di senso compiuto, costretta com’è a mediare continuamente tra una decina di correnti tanto da diventare una delle più prolifiche produttrici di supercazzole del panorama politico italiano (Crozza docet).

Fonte

18/03/2023

Il governo Meloni resuscita il ponte sullo Stretto di Messina

Le cambiali con il passato berlusconiano del paese si pagano. Il consiglio dei Ministri ha infatti approvato il decreto per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.

Il decreto del governo che rilancia il progetto del Ponte sullo Stretto parla di una concessione di trent’anni per la società che si occuperà di costruire e gestire il ponte. I trent’anni inizieranno a partire dal momento in cui il ponte sarà operativo, quindi in caso di ritardi dei lavori sarà prolungata. La società in questione sarà la stessa che era prevista anni fa, ossia la Stretto di Messina s.p.a., in liquidazione dal 2013.

Per il Ponte sullo Stretto sono già stati spesi circa 500 milioni di euro senza alcun vantaggio per il territorio e il rischio è che altri 700 milioni possano essere pagati in penali.

I dati del traffico attuale via traghetto sono circa 4,2 milioni annui per i passeggeri (6,3 milioni sono i passeggeri per via aerea). Per le merci il traffico è di circa 3,3 milioni di tonnellate annue attraverso lo stretto (altri 2,2 milioni di tonnellate viaggiano via navi di lunga percorrenza). Tuttavia non risultano previsioni di crescita quantificate.

La società di gestione del Ponte sarà di proprietà principalmente dei ministeri dell’Economia e delle Infrastrutture, ma avranno una quota anche le Regioni Sicilia e Calabria, l’Anas (gestione strade e autostrade) e la Rfi (trasporti ferroviari). Questi soggetti nomineranno i cinque membri del Consiglio di amministrazione della Stretto di Messina spa.

Le cariche di presidente e amministratore delegato spettano ai ministeri, le due Regioni sceglieranno un consigliere a testa e il terzo dei tre consiglieri verrà indicato dalle società pubbliche di trasporti Anas e Rfi.

Se la società dovesse incontrare problemi e ci fossero dei ritardi o delle difficoltà nel trovare un contraente generale e un project manager (due figure per gestire concretamente il progetto), i ministeri potranno nominare un commissario straordinario che sostituirà la Stretto di Messina s.p.a. nelle procedure di affidamento e realizzazione dell’opera.

Matteo Salvini, ha affermato che il progetto esecutivo dovrebbe essere approvato entro il mese di agosto 2024. Il ministero dei Trasporti – in carico a Salvini – in una nota ha spiegato che il progetto è “nel segno della continuità rispetto a quanto era stato fatto fino al 2012 e poi interrotto dal governo Monti“.

Non solo. Fa sapere anche che ritorneranno in vigore anche i contratti di appalto già stipulati dalla Stretto di Messina s.p.a., e cancellati nel 2012, tranne quelli sul monitoraggio ambientale. Il vecchio progetto sarà “aggiornato con le specifiche tecniche delle nuove normative soprattutto in materia ambientale e di sicurezza“.

Nella bozza del decreto si legge anche che si costituirà un comitato scientifico, che avrà “compiti di consulenza tecnica, anche ai fini della supervisione e dell’indirizzo delle attività tecniche progettuali“. Il comitato in questione porterà avanti il suo lavoro secondo “principi di autonomia e indipendenza” dalle autorità politiche, e darà pareri al Consiglio di amministrazione della Stretto di Messina s.p.a. riguardo al progetto “definitivo ed esecutivo” dell’opera.

Avrà nove componenti, scelti “tra soggetti dotati di adeguata specializzazione ed esperienza“. Immaginiamo le facce...

Fonte

12/01/2023

Le ong “incentivo” di Piantedosi

Il ministro dell’Interno, prefetto Matteo Piantedosi, torna a ribadire la linea del governo sulle politiche legate ad uno dei temi al centro dell’agenda italiana ed europea.

Le ONG rappresenterebbero un “pull factor” per il fenomeno migratorio. Tradotto in italiano – come peraltro i suoi colleghi di governo, a partire da quello della cultura, fingono di pretendere sia obbligatorio – le navi ong “spingono le partenze dei migranti verso l’Italia”.

In più ha affermato che “Abbiamo l’ambizione di gestire noi il fenomeno e non possiamo consentire a navi private che battono bandiere di Stati esteri di sostituirsi al Governo italiano”.

Tutto durante un’intervista a “L’aria che tira”, su La7, ieri mattina, nel tentativo di spiegare le ragioni del suo decretare (il prossimo “porto sicuro” sarà probabilmente indicato in Bolzano...).

Il ministro sa certamente – i dati li fornisce il suo ministero – che il numero di migranti salvati in mare dalle navi Ong rappresentano meno del 10% del totale che arriva via mare. Il grosso viene recuperato da altre navi (militari o civili, pescherecci compresi), che raccolgono doverosamente un segnale SOS. Oppure raggiungono con i loro mezzi le nostre coste.

Dunque avremmo questa strana situazione: i migranti e gli scafisti, “sapendo” che ci sono le navi ong, si mettono in mare, anche se la possibilità reale di incontrarle è bassa (il 10%, appunto). Se invece sapessero che non ci sono, tutto il fenomeno migratorio, per incanto, cesserebbe.

La fame, la siccità, la desertificazione, le carestie, le dittature militari sostenute dai paesi occidentali non sarebbero improvvisamente più sufficienti a spingere alla migrazione una parte della popolazione.

Vuoi mettere invece quant’è comodo attraversare il Sahara, farsi internare in un lager libico per mesi, tra violenze e torture di ogni tipo, pagare alcune migliaia di dollari (il riscatto pagato dalle famiglie rimaste in patria) e poi – finalmente! – mettersi su un gommone sgonfio per attraversare il Mediterraneo?

È lo stesso ministro, con autentico sprezzo del ridicolo, a ricordare che “è stato registrato un abbassamento della qualità della produzione delle barche usate dai migranti”. Segno che da quelle parti gli scafisti stanno dando fondo anche agli scarti di magazzino. Ma lui lo attribuisce al “pull factor”...

Si potrebbe anche far notare che di navi ong ce ne sono anche italiane, ma non vorremmo rovinargli la sorpresa di scoprirlo tra qualche tempo...

Resta limpida la sua fuzzy logic: “i migranti sono spinti a partire dall’esistenza di navi ong”. Un “incentivo”, insomma, come quelli per rottamare la vecchia auto (molti governanti ci sono abituati...).

Per analogia si potrebbe dire che i ladri sono “spinti a rubare” dall’esistenza della ricchezza... Ma siamo certi che Piantedosi & co. non suggerirebbero mai di regalarla per porre fine ai furti.

Oppure si potrebbe dire che gli stupratori “sono spinti” alla violenza dall’aver saputo che i costumi sessuali sono diventati un po’ più liberi negli ultimi 60 anni...

O che molti “sono spinti” ad aderire a una religione perché promette un paradiso nell’aldilà...

Se non ci fossero quelle migliaia di morti che finiscono in fondo al mare ogni anno, ministri con questa logica ci farebbero divertire parecchio.

Fonte

21/04/2022

Infiniti rifiuti

di Guido Salerno Aletta

Sono solo fanfare, neppure chiacchiere: c'è troppo poco, praticamente niente nel PNRR per la Gestione efficiente e sostenibile dei rifiuti e il paradigma della Economia circolare: in tutto sono 2,1 miliardi di euro, di cui 1,5 miliardi per la realizzazione di nuovi impianti di smaltimento e la modernizzazione di quelli esistenti e 600 milioni per Progetti Faro di Economia circolare.

La Green Economy, la sostenibilità ambientale, l'uso responsabile delle risorse sono solo slogan.

La verità è che sui rifiuti ci sono troppi business, girano troppi soldi, e che con la TARSU i Comuni hanno già risolto tutto: tassano, incassano e dormono sonni beatissimi. Quello che c'è, rimane: raccolta più o meno differenziata, discariche, camion, treni e navi che partono per destinazioni all'estero, pagando profumatamente per lo smaltimento dei rifiuti soggetti che ci fanno sopra bei soldoni.

Nel PNRR ci si salva l'anima distribuendo a pioggia i soliti aggettivi: si tratta di rendere il sistema efficiente, sostenibile, con un approccio ovviamente integrato.

La ciliegina messa come guarnizione sulla pattumiera non può essere che avveniristica ed ipertecnologica: "A sostegno della misura e per il raggiungimento degli obiettivi, verrà sviluppato un sistema di monitoraggio su tutto il territorio nazionale che consentirà di affrontare tematiche di scarichi illegali attraverso l'impiego di satelliti, droni e tecnologie di Intelligenza Artificiale". Altro business, ovviamente.

La verità è che si continua a tirare il toro per coda, perché i rifiuti sono connaturati ad un sistema che li prevede come un elemento ineliminabile dell'intero processo: "produco, consumo, butto". Che poi il rifiuto debba essere interrato, bruciato, recuperato o riciclato, è un problema amministrativo ed organizzativo successivo: si interviene solo sull'effetto, sul "rifiuto", e non sul processo che lo determina.

Bisogna fare diversamente, congegnare la produzione non solo per soddisfare l'uso immediato della merce, ma per riutilizzarne la materia prima che ne residua: per la ri-produzione.

Il problema non è rappresentato solo dai prezzi ormai stellari delle materie prime, quanto dal fatto che il ciclo dei prodotti, che va dalla produzione al consumo, si conclude con il rifiuto: una merce, o quel che ne resta dopo l'uso, viene considerata uno scarto. Va in discarica, viene bruciato o per fortuna riciclato.

Si butta tutto, si ricava energia dalla sua combustione, oppure inizia un nuovo ciclo di produzione. Le bottiglie di plastica vengono fuse, quelle di vetro pure, la carta ed il cartone vengono recuperati, e così avviene per l'alluminio ed un'altra quantità di prodotti.

Il fatto è che queste operazioni sono complesse e costose, e spesso conviene utilizzare materie prime vergini piuttosto che quelle riciclate. Questo è il primo punto da affrontare: ci sono gli inchiostri della carta stampata, i punti metallici negli imballaggi, colle ed altri materiali che devono essere eliminati per procedere al riciclaggio.

Il metodo deve essere dunque diverso: bisogna reingegnerizzare la produzione per soddisfare anche le esigenze del riuso delle materie prime. Le buste di carta combinata con la finestrina di cellophane sono un esempio di come le esigenze commerciali rendano quel rifiuto difficilmente riciclabile: non essendo solo carta a neppure solo plastica recuperabile, finisce tutto nel falò.

Ci sono questioni più complesse, che riguardano soprattutto gli imballaggi. Basta pensare alle confezioni di detersivo, alla varechina, agli ammorbidenti per gli indumenti da mettere in lavatrice. Il costo dell'imballaggio tradizionale in plastica e la loro dimensione sono ragguardevoli: per questo, stanno cominciando ad entrare in commercio dei contenitori molti piccoli, dei salsicciotti, che contengono il prodotto concentrato da diluire a casa con l'acqua riutilizzando il vecchio contenitore. I negozi risparmiano spazio negli espositori, si riducono gli ingombri nei trasporti e si evita anche il riciclo dei contenitori.

Il problema della sostenibilità ambientale non si risolve (solo - ndr) consumando di meno, ma soprattutto producendo meglio.

Anche la leva della tassazione va usata al contrario. Dal punto di vista fiscale, andrebbe ribaltata la metodologia punitiva adottata finora: anziché "tassare chi inquina", sulla base del principio in base a cui si penalizzano fiscalmente le esternalità ambientali negative, si dovrebbe detassare chi produce in modo da recuperare facilmente la materia prima del prodotto o del suo contenitore. Questo sistema va incontro al comportamento fisiologico del consumatore, che è orientato al risparmio rispetto allo standard consueto di prezzi. Invece di mandare fuori mercato alcuni prodotti tassandoli di più, si devono rendere più convenienti gli altri che sono più facilmente riutilizzabili, tassandoli di meno.

Va ripensata tutta la filiera produttiva, invece di considerare solo l'ultimo tratto, quello dello smaltimento dei rifiuti, anche con i sistemi più moderni che producono energia riducendo al minimo le emissioni nocive nell'ambiente. I rifiuti non sono dei combustibili gratuiti, ma materia prima da recuperare.

Nei Paesi poveri non si butta via nulla, perché non c'è proprio niente da buttare. Nei Paesi ricchi si butta tutto perché si compra, si usa, si getta e si ricompra.

In campagna non si butta via nulla, perché tutto viene dalla natura e ciò che resta dopo il consumo ritorna alla natura.

Invece di consumare meno, invece di immaginare una inesistente decrescita felice, bisogna produrre meglio: ri-produrre.

Dalle discariche allo smaltimento, dal riciclaggio alla ri-produzione

Infiniti Rifiuti

Fonte

17/01/2022

TED Talks, la performance è tutto

Le conferenze organizzate dall’associazione statunitense TED hanno da tempo conquistato un vasto seguito. Dal 2009, periodicamente, se ne organizzano anche nel nostro paese, in un clima di unanime e crescente apprezzamento.

Gli interventi, mai più lunghi di 15 minuti, sono affidati a ricercatori, economisti, imprenditori, e a volti noti del mondo dello spettacolo: cantanti, attori, presentatori.

La prassi prevede che gli oratori non vengano pagati. Tra questi, dalle pagine del proprio sito c’è chi racconta come si svolge la preparazione dell’intervento: “...ho partecipato a skype call, incontri con la coach speaker e con la vocal speaker”.

Un altro osserva che “...TED non è una conferenza! È un’immersione di umanità e pensiero”. Il pubblico, giovani donne e uomini presumibilmente acculturati, soggiace invece a sorti alterne: talvolta sborsa cifre robustissime, talaltra nemmeno un euro.

L’acronimo TED sta ad indicare Technology, Entertainment e Design. Già programmaticamente, ci si muove nel solco di una modernità orgogliosamente rivendicata.

L’oratore fa il suo ingresso sul palco in rigorosa solitudine, e si posiziona all’interno di un cerchio di moquette rosso, che pare richiamare il perimetro di un fascio di luce (quel che in teatro viene chiamato occhio di bue). Manca la luce, ma non la sua funzione intrinseca: sottolineare come lì sopra si muova l’assoluto protagonista di quel momento, il destinatario di tutti le nostre attenzioni. Lui, più che i suoi argomenti. Lui, e la sua capacità di conquistare l’approvazione del pubblico.

La performance, qui, è tutto. Le argomentazioni, seppure talvolta stimolanti, sono invece ridotte ai minimi termini, e spesso suggerite più per via emotiva che non intellettuale. Sensazioni, più che nozioni. Non a caso, la narrazione spesso verte su esperienze personali, spaccati di quotidianità, piccoli o grandi drammi che hanno segnato un periodo della vita (regolarmente superati), a ribadire una plateale personalizzazione del testo.

L’oratore non dispone di appunti e guarda l’uditorio frontalmente, accingendosi a raccontare qualcosa di “illuminante”, dall’alto di un riconosciuto successo in qualche campo. È però attentissimo a non dare l’impressione di ergersi al ruolo di professore. Un leader amico, che in cambio chiede ai presenti un timbro di approvazione.

È chiaro come si intenda ridurre la percezione di ogni separazione fra chi parla e chi ascolta (in alcune conferenze statunitensi l’oratore si trova praticamente a ridosso del pubblico), e al tempo stesso amplificare la sensazione che il conferenziere si stia giocando il tutto per tutto, in quel pugno di minuti.

Al suo ingresso avvertiamo infatti una sottile angoscia, una tensione strisciante coniugata al gusto un po’ perfido di ergersi a giudici, comodamente seduti in poltrona o davanti a un pc.

L’apparente informalità del contesto (benché amplificato da un clima da tesi di laurea, il tutto deve sembrare spontaneo come una chiacchierata) è in realtà funzionale a rendere piacevole, confortevole, condivisa la separazione di fatto tra l’uno e gli altri: da una parte il leader di successo, l’eroe omerico che affronta un piccolo viaggio verso l’ignoto (e lo vince regolarmente, adeguatamente istruito da un attentissimo staff), dall’altra il pubblico, giunto ad avallare non tanto gli argomenti presentati quanto la personale riuscita dell’oratore, la sua specificità, il suo “avercela fatta” ed essersi distinto da loro, anonimamente seduti in platea e paghi del contentino di dispensare o meno il proprio applauso.

Applaudiranno, naturalmente. Perché non è previsto nulla di diverso. Ma quel che realmente porteranno a casa non è una più ricca visione del mondo, al di là di qualche stimolo, quanto la sensazione sottopelle che ognuno di loro, un giorno, potrà forse trovarsi al posto di quell’uomo o di quella donna al centro del palco. La possibilità è aperta a tutti, basta crederci, basta volerlo davvero.

Nonostante alcuni interventi sinceramente interessanti, dunque (si veda la conferenza di Vera Gheno), l’impressione di fondo è che l’aspetto più persuasivo della proposta sia, come sempre, ciò che viene dato per implicito: il definitivo sdoganamento di un individualismo di stampo mediatico, televisivo, pubblicitario, del tutto figlio della cultura statunitense d’origine, e ormai tracimato anche in campi apparentemente estranei.

In questo senso appare illuminante, tra gli altri, l’intervento di Paolo Bonolis (reperibile su YouTube). E soprattutto, i relativi commenti: ad una timida osservazione sul contenuto ne seguono almeno venti totalmente incentrate sull’oratore, che viene definito ora colto, ora brillante, e finanche immaginato come il docente che tutti vorrebbero avere.

I temi affrontati nelle talks (così definite, con il conformistico vezzo di un inutile ricorso alla lingua inglese), per quanto accuratamente selezionati e tra loro coerenti rappresentano poco più che aspetti secondari e di puro richiamo: la lucida buccia di una mela, rossa e appariscente, che ne preserva e nasconde la polpa, l’aspetto prioritario e tutto interno alla rappresentazione.

Le coordinate del TED-pensiero si contano sulle dita di una mano, e non contrastano con l’analisi sinora avanzata: una visione ipertecnologica ed entusiastica del futuro; la volontà di leggere come opportunità di crescita ogni difficoltà lavorativa o esistenziale; l’assenza di qualunque analisi critica dell’esistente, sostituita dall’individuazione delle opportunità dalle quali possiamo trarre profitto.

Tutto, in sostanza, è caricato sulle spalle del singolo, che come unica prospettiva (ma quanto ricca di occasioni!) ha l’accettazione dell’esistente, indiscutibile in quanto già dato. Il solo spazio di movimento possibile è individuale, e consiste nel modificare di volta in volta i nostri atteggiamenti e i nostri obiettivi. Ognuno, di fatto, lotta per sé stesso. Ed essendo solo, lotta sempre.

Nulla di precisamente sbagliato, in realtà. Non mancano interventi sacrosanti e godibili. Ma tutto volutamente parziale, e pedissequamente corrispondente al sentire contemporaneo. Non c’è un solo elemento di attrito, in TED, rispetto ai valori correnti. Questo spiega perché reperire testimonianze di una qualsiasi perplessità rispetto a questo format sia così difficile (quantomeno in Italia, dove l’iniziativa è relativamente recente). Ed è cosa che fa luce sul sostanziale conformismo del progetto.

Considerare la realtà come “già data”, sfruttando a nostro vantaggio gli eventuali margini di manovra, a ben vedere è cosa del tutto interna alla logica capitalistica. Le stesse società capitalistiche concepiscono sé stesse come realtà immutabili, qualcosa su cui è impensabile intervenire a fondo. I valori di cui siamo imbevuti sono ormai talmente interiorizzati da non riuscire più a percepirne il portato ideologico.

Assai significativa, in questo senso, una delle conferenze statunitensi, in cui sin dal titolo (fin troppo scoperto) ci viene spiegato che “il capitalismo non è un’ideologia, è un sistema operativo”. Un realtà indiscutibile, dunque, che per sua natura è in costante aggiornamento ma non prevede stravolgimenti, e che necessita soltanto di essere compresa e utilizzata.

Nelle conferenze di TED risulta totalmente assente, invece, qualsiasi accenno alla necessità di una ritrovata consapevolezza della nostra dimensione collettiva. Ed è cosa che non sorprende.

Il realistico obiettivo di TED, dunque, non è contribuire a traghettare la società verso più agevoli lidi. La sua funzione, piuttosto, è paragonabile al ruolo di uno psicologo che, trovandosi di fronte ad un paziente impossibilitato a recuperare un sereno equilibrio rispetto al quotidiano, gli insegni finalmente ad imporre sé stesso, nel modo più conveniente possibile, per riuscire a sopravvivere in un mondo di squali.

Per convincerlo, però, dovrà raccontargli che può diventare davvero qualcuno, una guida, il leader che tutti vorrebbero essere.

Non lo diventerà, al pari della quasi totalità delle persone che lo circondano, per una semplice questione numerica: i leader sono tali perché guidano persone che non lo sono. Ma ingannandosi riuscirà probabilmente a tirare avanti, e a non inceppare il meccanismo.

Come cantava Bob Dylan, nel lontano 1965, “....Cartelloni pubblicitari ti portano a pensare / che tu sia colui che può fare / ciò che non è mai stato fatto / Che può vincere ciò che non è mai stato vinto / E intanto, intorno a te, la vita fa il suo corso”.

Fonte

28/06/2021

Windows 11 - Supercazzole nell'anima

Purtroppo a sinistra quando si parla di informatica, si cade in modo quasi sistematico in panegirici senza capo ne coda. Qui sotto un valido esempio di confusione, che sfocia in supercazzole degne di quei proto complottisti che erano i nerd di 15 anni fa quando discutevano di TPM, sicurezza informatica e quant'altro.

*****

Giovedì 24 giugno Microsoft ha annunciato il prossimo rilascio della versione 11 del suo sistema operativo Windows, sistema che gira su 1 miliardo e 300 milioni di computer. L’aggiornamento non è obbligatorio. Si potrà continuare ad usare Windows 10 fino alla scadenza del supporto.

La novità, che derubrica a fatterelli innocui tutte le violazioni della privacy legate al turn pandemico, riguarda l’introduzione della tecnologia Trusted Platform Modules (TPM).

Il TPM, si legge sul sito di Microsoft, è progettato per offrire funzioni di sicurezza basate sull’hardware. In soldoni, i nostri dispositivi (computer, tablet o telefoni) per sfruttare appieno le funzionalità di Windows 11 dovranno avere preinstallato un chip TPM o un Processore abilitato alla criptazione.

L’elemento hardware includerà meccanismi di sicurezza fisica in grado di proteggere il dispositivo da manomissioni. I software malevoli (Ransomware, Spyware, Worm, etc) non saranno in grado di manomettere le funzioni di sicurezza del TPM.

I vantaggi, dicono a Microsoft, sono immediati ed evidenti. La tecnologia TPM autentica il dispositivo usando una chiave RSA univoca, integrata nel dispositivo stesso. Questa chiave permetterà di archiviare limitando l’uso di chiavi crittografiche. Garantirà l’integrità del dispositivo.

L’unico limite di questa tecnologia, dicono su The Verge (theverge.com), e in particolare del TPM 2.0, è che per funzionare richiede processori di ultima generazione, e comunque non inferiori a Intel di ottava generazione e AMD Ryzen 2000. In computer comprati l’altro ieri il TPM 2.0 non funzionerà.

Si tratta della solita manovra keynesiana nota come Obsolescenza Pianificata, la quale agisce sulla domanda stimolandola artatamente.

Si mandano al macero macchine vecchie appena di tre anni, ritenute inservibili, mentre macchine come quella sulla quale sto scrivendo – Hp con Intel di seconda generazione (2011), con Sistema Operativo Gnu/Linux aggiornato all’ultima versione, e con livello di sicurezza superiore a Windows, e senza TPM – funzionano alla grande.

La tecnologia TPM è sostenuta dal Trusted Computing Group (TCG), un consorzio promosso da AMD, Cisco, Dell, HP, IBM, Intel, Microsoft e le cinesi Lenovo e Huawei. La convergenza verso sistemi di controllo estremo è trasversale.

Ma cosa implica nei fatti questo tipo di controllo, ci si potrà fidare del proprio Dispositivo?

Su gnu.org (Can You Trust Your Computer?), RMS dice che già a partire dal 2015 si è tentato di introdurre nei Dispositivi elettronici il TPM come piattaforma per la gestione digitale delle restrizioni di uso per l’utente finale, e che solo per ragioni pratiche il tentativo è fallito, limitando l’impiego del TPM al solo scopo di verificare che sul Dispositivo non fossero state apportate modifiche da terzi.

Fintanto che il controllo del TPM si limita a questa funzione non ci sono grossi problemi, ma se il controllo si estende, implicando una verifica da remoto, la musica cambia, dice RMS.

Potrebbe succedere, per esempio, dice RMS, di «ricevere un’email in cui il nostro datore di lavoro voglia imporci una procedura illegale o moralmente equivoca, come la distruzione dei documenti fiscali. Oggi è possibile far arrivare il messaggio a un giornalista e rendere pubblica quell’attività. Ma grazie all’informatica trusted (TPM), il giornalista potrebbe non essere in grado di leggere il documento, il suo computer rifiuterebbe di obbedirgli. L’informatica trusted diventa il paradiso della corruzione».

«Gli elaboratori di testi come Microsoft Word – dice RMS – potrebbero ricorrere all’informatica trusted quando salvano i documenti, per assicurarsi che non possano esser letti da nessun elaboratore di testi rivale».

«I programmi che usano l’informatica trusted scaricheranno in continuazione via Internet nuove regole per le autorizzazioni, onde imporle automaticamente al nostro lavoro.

Qualora a Microsoft, o al governo statunitense, non dovesse piacere quanto scriviamo in un documento, potrebbero diffondere nuove istruzioni dicendo a tutti i computer di impedire a chiunque la lettura di tale documento. Una volta scaricate le nuove istruzioni, ogni computer dovrà obbedire.

Il nostro documento potrebbe subire la cancellazione retroattiva, in pieno stile “1984”. Lo stesso utente che lo ha redatto potrebbe trovarsi impossibilitato a leggerlo».

Mi fermo qui. Ho riportato alcuni esempi, tutto sommato innocui, dell’informatica trusted.

Immaginate cosa potrebbe significare l’introduzione di tecnologie trusted sui dispositivi che usiamo per fare ogni cosa: pagare le bollette, ordinare una pizza, calcolare e pagare l’IMU, scaricare una ricetta, scegliere il medico, guidare un’auto elettrica, programmare l’accensione e lo spegnimenti di condizionatore e caldaia, guardare il registro elettronico della scuola, prenotare i pasti alla mensa scolastica e pagare la tariffa, richiedere un certificato all’anagrafe, ordinare su ebay Il manuale pratico per occupare una casa di J. Pikula, eccetera.

Fonte

31/01/2021

Perché Boeri sputa ancora sul popolo?

Il 22 giugno scorso l’ANSA dava notizia che il Guardian di Londra aveva dato notizia che il comune di Campli – 6.833 anime in provincia di Teramo – si era messo al lavoro mentre il resto d’Italia era in regime di segregazione legale. La missione era chiara: finire sulle guide turistiche.

A sua volta, il Guardian citava Il Foglio, il quale, in un rapporto sullo stato della Montagna, pubblicato il 12 aprile 2020, aveva sentito – perché informato sui fatti – l’ideatore del Bosco sul balcone, del boschetto ideale – della boschività parcellizzata – ovvero l’architetto Stefano Boeri.

L’architetto milanese aveva affidato al Foglio la seguente direttiva: “La città policentrica ha ucciso il suo mood (Kcussì!). L’orizzontalità multipolare è scaduta – bisogna ristabilire la verticalità moderna. Dunque, contrordine: Popòl, tutti in montagna!”

Ora che non dipendiamo più dall’ufficio in centro, aveva detto Boeri, e che Venezia e Firenze hanno subito un’emorragia di residenti, bisogna fuggire in montagna, o, perlomeno, in collina. Fuggire, per esempio, a Campli – l’obscure Village – dove possiamo ammirare le meraviglie di Giotto e Raffaello (in verità dei loro discepoli) e partecipare alla più antica sagra della porchetta.

Si chiama, dice Boeri, “turismo di prossimità“. Se hai l’ufficio a Garbagnate milanese o a Bariola puoi andare in trasmutanza al Mottarone o al Piano di Rancio, sopra Merone. Si tratta di luoghi, dice Boeri, in cui puoi interagire con la gente del posto. Vedere il pomodoro diventare conserva e la pecora arrosticino.

Secoli di fenomenologia buttati nel cesso. Spremute di meningi Critiche date in pasto ai porci.

L’Abruzzo deve stare davvero a cuore al Guardian. Il 29 agosto 2018, il giornale di Londra aveva trattato la materia per informarci che (virgolette) con 25 sterline per un volo Ryanair da Londra Stansted si può arrivare a Pescara, e che con un’altra oretta di macchina, si può pascolare tra i filari delle vigne piantate a Cococciola, accompagnati da Jono e sua moglie Fern Green, scrittrice e stilista del cibo, per poi riparare in una comoda iurta – la famosa iurta abruzzese.

Popòl di Harlow, commesse di Chelmsford, imbianchini di Basildon, postini di Stevenage, ragionieri di Braintree, pensionati di Aylesbury... ecco per voi un vero foodie weekend, alla modica cifra di 25 sterline per i primi 30 che prenotano senza possibilità di recesso.

Con i voli economici di Ryanair potete raggiungere l’Abruzzo in un’ora e mezza, e scofanarvi di arrosticini, ntuja, spaghetti alla chitarra, scrippelle, ndurciulline e morzellu. Per i più fortunati un corso rapido di sommelier d’olio, impartito direttamente in un frantoio del XVII secolo.

Il Guardian aveva già trattato l’argomento il 1 dicembre 2013. Molto prima della fuga dalla città reclamizzata dall’architetto forestale milanese. Non aveva mancato di segnalare le rocche e i merli del XIV secolo, le trazzere che salgono dai Ripari di Giobbe, Tollo, Crecchio, Sant’Amato Nasuti, verso Guardiagrele, Cepagatti, su fino a Lama dei Peligni, dove si viene accolti da una schiera di danzatori bulgari a piedi nudi sui bracieri ardenti.

Non c’è bisogno di dire che per smuovere il Popòl, e fargli scucire 25 sterline di volo e 550 di iurta all inclusive, c’è bisogno che un rispettabile e papabile compasso d’oro dia il là, e che uno o più giornali portino a turno la croce e cantino.

Poi c’è bisogno di far credere che Venezia e Firenze si stiano svuotando, che le persone che se ne intendono andranno a vivere in Montagna, e panzane un tanto al chilo.

P.S: ma che ci frega se tutta questa cattiva pubblicità è infarcita di luogo-comunismo d’accatto, come hanno registrato gli architetti Giulia De Cunto e Francesco Pasta qui; o che, per esempio, Firenze, nel 2020 – anno della pandemia – rispetto al 2019 (dati ISTAT), si è svuotata di un misero 0,79%, mentre nel 2019 (su 2018) si è svuotata di 2,9%, e l’anno precedente di uno 0,34%, e che dunque questo svuotamento – ammesso che ci sia stato – non è dovuto né alla segregazione legale, né tanto meno al telelavoro e alla voglia di montagna; che ce frega, bastano Fish and chips e merli medievali, meglio se carolingi, e tutto fila liscio e Ryanair riempie i suoi aerei.

Fonte

05/07/2020

Reddito di base, Sinistra e Tecnologia: intervista a Roberto Ciccarelli

Non è una giornata particolarmente feconda di letture interessanti quella di oggi. Dopo le analisi economiche che invertono la causa con l'effetto, di seguito propongo una tirata fin troppo estesa che ha tttavia il pregio di dimostrare come sia possibile parlare di sinistra eludendo i temi centrali della stessa ovvero il salario sostituito con il reddito, la sovranità popolare con l'orizzontalismo delle moltitudini e il controllo dei mezzi di produzione con l'internazionalismo del fisco...
Con l'autore concordo comunque su un punto, "siamo ancora indietro". Sì e molto.

*****

1. In questo periodo di crisi, moltiplicata a causa dell’epidemia del Coronavirus, si è discusso della possibilità di un reddito incondizionato di base in sostituzione di un reddito di emergenza, di istituti come la cassa integrazione o misure varie di sostegno ai redditi bassi e fasce più deboli. Di fronte alla narrazione quotidiana di Confindustria, partiti asserviti al potere economico, giornali, tv e media che senso ha oggi parlare di un vero e proprio reddito di esistenza (definito così anni fa da Andrea Fumagalli e da altri ricercatori economici)? In che misura, come e dove attivarlo?

I primi avversari di una riforma universalistica del Welfare, che contiene anche la possibilità dell’istituzione di un reddito di base incondizionato a livello nazionale e sovranazionale, sono i partiti attualmente al governo in Italia, a cominciare dal Pd, da Italia Viva e dal movimento 5 stelle che ha creato con la Lega il cosiddetto “reddito di cittadinanza”: un pericoloso sistema di workfare che, almeno sulla carta, prevede fino a 16 ore di lavoro gratuito a settimana erogato agli enti locali, mobilità obbligatoria anche su tutto il territorio nazionale alla ricerca di un lavoro, fondi alle imprese che assumono. Chi non rispetta queste norme è penalizzato e punito fino alla perdita del sussidio. È difficile che queste condizioni entrino in funzione: il lavoro precario a cui si voleva avviare i beneficiari del “reddito” giudicati abili al lavoro non si troverà a causa della devastante recessione. La piattaforma digitale che avrebbe dovuto incrociare la domanda e l’offerta secondo gli schemi del workfare neoliberale non è entrata in funzione, e probabilmente non lo farà mai a causa dei gravi problemi causati dall’agenzia per le politiche attive del lavoro (Anpal) bloccata, anche a causa del presidente nominato dai Cinque Stelle Domenico Parisi. Nei fatti, oggi, il “reddito di cittadinanza” è un reddito di base, di 500 euro in media. Non è un brutto risultato, nonostante tutto. Ma si tratta di una misura razzista. Sono esclusi tutti i cittadini extracomunitari residenti in Italia da meno di 10 anni. Una misura decisa dalla Lega e imposta ai Cinque Stelle. Nessuno intende cambiarla nell’attuale governo di segno diverso, ma sempre con i Cinque Stelle. Tutto questo resta incardinato in una struttura politica e sociale fortemente regressiva, orientata alle imprese, nell’ipotesi inesistente al momento, che serva a governare i poveri e a gestire una forza lavoro non specializzata, per di più orientata per creare l’effetto ottico di una diminuzione della povertà assoluta che c’è stata, ma è stata di dimensioni tutto sommato modeste: meno 400 mila unità negli ultimi mesi del 2019, rispetto ai più di 5 milioni di poveri assoluti del 2018. Queste cifre sono destinate ad essere spazzate vie dalla nuova crisi innescata dal Covid-19. La povertà, probabilmente, è destinata addirittura a raddoppiare. E si capirà che il reddito, con le sue forti condizioni fiscali e patrimoniali si dimostrerà inutile per affrontare questa ondata paurosa. Resterà tutt’al più un sussidio di ultima istanza, inadeguato. Le imprese hanno rifiutato violentemente questa misura giudicata come “assistenziale”. E non hanno mai preso sul serio il desiderio dei Cinque Stelle di consegnargli manodopera a basso prezzo e non qualificata. Lo stesso orientamento è stato adottato da tutto il sistema mediatico dominante, tranne alcuni giornali: il fatto quotidiano che sostiene i Cinque Stelle e Il Manifesto. Quest’ultimo giornale critica fortemente i creatori del reddito, così come la misura che hanno concepito, e fa parte della campagna mondiale per l’istituzione del reddito di base incondizionato. Nei mesi della quarantena per il Covid-19 abbiamo fatto un passo in avanti, politicamente parlato. Abbiamo creato una rivendicazione ampia sull’estensione senza vincoli né condizionalità dell’attuale “reddito di cittadinanza” – che non è un “reddito di cittadinanza”. Esso può diventare ora, subito, adesso uno strumento ampio e strutturale capace di raggiungere almeno 15 milioni di persone in Italia per affrontare la nuova povertà che si aggiungerà a quella già enorme esistente prima del 2020. Senza entrare troppo nello specifico, in una parola si può aumentare subito il reddito a 780 euro A TESTA, il massimale già previsto dalla legge in vigore. È necessario riformare tutti gli ammortizzatori sociali in uno solo universale modulabile per categoria. Trasformare Sanità, Istruzione, tutele sociali universali a partire dalla casa e dai trasporti nell’ottica di una ripubblicizzazione gratuita e universale del Welfare. Politiche del salario minimo per evitare il dumping salariale. Sono questi i primi punti essenziali da cui partire per comporre un’agenda per la politica nuova. Non sarà facile. Nulla è scontato. Rischiamo di restare passivi e subalterni. A dodici anni dalla prima crisi del 2008, e con la nuova che è appena iniziata, sarebbe una tragedia. A me piacerebbe vivere, almeno una volta nella vita, un movimento che si rafforza e si impone. A questo lavoro. Potrei non vivere nulla di tutto questo. Spero un giorno di vedere almeno un inizio.

2. In Italia si possono trovare alcuni movimenti e piani della sinistra (per intenderci non quella della PD o quella della sinistra di destra...) che, presi singolarmente, sono molto interessanti, ma che sembrano isolati e separati da un progetto generale e condiviso; pensiamo appunto al reddito incondizionato di base, alla questione del salario minimo, ben evidenziata dai lavori di Marta e Simone Fana, alla battaglia intorno al capitalismo digitale e agli appelli di un’unione di tutti i lavoratori del web, dei Riders o dei precari, ai movimenti femministi e anti razzisti, al Municipalismo e ai progetti partecipativi... Com’è possibile unire, una volta per tutte, le linee della sinistra? E le nuove generazioni, anche se è riduttivo parlare di categorie come generazioni, come possono costituire parte integrante di questo insieme?

Ti chiedo: ma quando mai, nella storia del concetto di “sinistra”, si è dato un Unico Soggetto di Sinistra? La sinistra è la storia di conflitti, anche violenti, persino fratricidi, dissennati, senza senso. E non solo questo, per fortuna. È un concetto che cambia con la storia e ha sempre avuto bisogno di essere aggettivato per essere comprensibile. Diciamo basta a questa nostalgia dell’età dell’oro che non è mai stata tale. Basta con questa retromania per il Grande Partito. Pratichiamo le genealogie, caliamoci nella storia, abbandoniamo il presentismo. Ho trovato interessante una genealogia di Dario Gentili secondo il quale sinistra significa sinisteritas: una linea spezzata, divergente, obliqua, inadatta a dettare la linea, ma capace di tracciare più linee, punti di fuga. Più che il concetto in sé, perché “sinistra” è tutt’al più un concetto, non una pratica, né una politica, a me interessa la molteplicità che emerge dal concetto e non si fa ridurre da esso. È impossibile da riportarla all’Uno. Anzi, è l’Uno che si dà in questa molteplicità. Per spiegare questo meccanismo più che sull’unità a cui tendere mi soffermerei dunque sul concetto di totalizzazione che si pratica mentre nascono i movimenti molteplici. Più che sul concetto sostantivato di sinistra, o sul suo aggettivo inteso come un soggetto, trovo molto più decisivi i movimenti femministi, ecologisti e antirazzisti intesi come processi di totalizzazione infiniti, agenti, sono sempre aperti a nuove totalizzazioni. Questa è la forma della politica da pensare per arrivare a un’idea di istituzione e alla contemporanea trasformazione critica della società, dell’economia, della vita. La nuova onda di Black Lives Matter dopo l’omicidio razzista di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis ha dimostrato che il lavoro politico nella società americana è un processo di totalizzazione molto profondo che unisce il conflitto alla necessità di una radicale modifica delle istituzioni. I primissimi risultati si vedono, persino a livello mondiale considerata la diffusione della solidarietà che questo movimento ha avuto. Questa dialettica della totalizzazione può essere utile per riprendere e rafforzare la critica dell’economia politica del capitalismo che non è semplicemente “anticapitalista”, ma è una visione storica e politica del capitalismo diretta al suo superamento. La pratica di questo punto di vista contro i poteri razzisti, sessisti e patriarcali, capitalisti è co-rivoluzionaria: insieme siamo tutto, divisi siamo niente. Senza questo punto di vista non c’è totalizzazione in prospettiva, né unità nella contingenza. La politica di questo tipo è una sperimentazione continua. Può portare alla definizione delle nuove forme della politica che stiamo in molti cercando. Ciò che manca non è dunque la “sinistra”. Ciò che manca è la piena sperimentazione di nuove forme collettive, e individuali, della politica nei movimenti della totalizzazione. Bisogna intensificare la ricerca, a partire dall’esistenza di ciascuno, sperimentare quel poco, o quel tanto, che abbiamo capito, da soli e insieme. Farlo subito. E non stancarsi mai di correggere, migliorare, in maniera generosa, ma non dispersiva, in una prospettiva internazionalista. l’Internazionale è la coabitazione della futura umanità con i prossimi e gli stranieri già da oggi. Questo significa oggi “la nostra patria è il mondo intero”. Cantiamo gli inni, queste parole sono bellissime. È una prospettiva necessaria per coltivare contemporaneamente una disposizione alla pratica, all’impegno, alla solidarietà, alla cooperazione. Quando parliamo di conflitto, dovremmo nutrirci prima della potenza che questa tessitura permette di sviluppare. Senza, non c’è conflitto. A volte ho l’impressione che sarà un lavoro che terrà impegnata almeno la prossima generazione, anche se alcuni risultati li intravediamo già oggi, anche per necessità, considerando la violenza delle crisi ambientali, pandemiche, economiche che si stanno abbattendo su di noi. Non è un lavoro scontato. È necessario continuarlo. E spero non saranno solo risultati parziali, allusioni, aspirazioni. Il campo della sperimentazione è ampio, è attuale, sta già accadendo e ha comunque superato il mantra della “sinistra che non c’è”. Detto questo, alla luce di un lavoro diffuso, globale, molecolare, posso dirti che non mi interessa molto la “sinistra”, mi interessano i movimenti marxisti nella realtà e una rinnovata politica della classe. Un concetto ripensato alla luce della nuova divisione del lavoro e della società e delle nuove politiche della cooperazione sociale e produttiva. Marxista è un movimento femminista che fa il discorso sulla razza, la classe e la liberazione delle donne. Marxista è un movimento antirazzista che combatte contro la polizia omicida. Marxista è un movimento ecologista che chiede la rivoluzione del modo di produzione capitalista. Marxista è prendere parte con i senza parte affinché la divisione in parti della società sia rovesciata da una politica capace di sperimentare ciò che è singolarmente comune, ciò che è universalmente singolare. Parlare di “sinistra” è invece troppo generico e spesso riconduce questi sintomi di una nuova politica alla trinità di proprietà, confini e sovranità. “Sinistra” è parlare dei diritti fondamentali senza partire dai diritti sociali, considerati sganciati da questi altri diritti. Chi parla di “sinistra” in quanto tale può anche organizzare la divisione del lavoro, di classe, di sesso e di razza. O le accetta illudendosi di riformare, migliorare, neutralizzare. Sinistra oggi può significare anche la possibilità di vivere in una società classista illudendosi che non esistano più le classi sociali, che la storia è finita, che non esista più una lotta di classe e solo la denuncia delle “diseguaglianze”. Sinistra è anche definire la politica come governabilità. Non si tratta dunque di unire i suoi frammenti, politicamente ininfluenti. Se si riuniranno, se proprio sarà il caso, quando sarà affrontato, con le conseguenti pratiche, il superamento della cultura quotidiana che organizza le divisioni di cui la “sinistra” è parte organica. Senza una politica dell’egemonia, alla luce dei nuovi elementi con i quali l’attualità ci interroga fortemente, nulla di tutto questo potrà essere fatto.

3. Cosa possiamo fare di fronte alla potenza del “ lato oscuro della rivoluzione digitale” che ci sta rubando lavoro, tempo, spazio e vita? Come possiamo muoverci in questo mondo di big data e di fake news, controllato e costituito da piattaforme invasive come Google, Amazon, Facebook e Apple o di fronte a quei progetti economici e sociali come quelli “ scritti” in Cina (vedi WeChat o Smart City), come ci suggerisce Simone Pieranni nel suo ultimo libro?

Al momento si fa poco. Siamo ancora alle premesse di un ragionamento, così come delle possibili politiche alternative. La forza di questi attori è tale, così come lo scontro geoeconomico tra multinazionali Usa e cinesi, che non è possibile ancora agire all’altezza. Ma è invece possibile lavorare sul piano culturale e politico per cercare di influenzare a livello programmatico le decisioni. Anche da questo punto di vista mi sembra che siamo ancora indietro. A questo proposito è utile riprendere il tema del reddito, da un altro punto di vista. Parto dalla tesi per cui il reddito di base risponde alla questione sociale del XXI secolo: sempre più grandi moltitudini di persone vivranno male perché lavorano troppo e male, mentre sono ancora più numerosi coloro che non trovano lavoro e sono distrutti dal bisogno. Le piattaforme digitali trasformano questa condizione in un profitto. Più aumenta la crisi, più spingono i loro utenti a farsi profilare e ad acquistare i prodotti pubblicizzati dalle aziende che pagano per apparire sugli schermi. Oppure convincono i lavoratori poveri ad accettare mansioni servili e compensi al di sotto della soglia di povertà. Il reddito di base è una possibilità di liberarsi da queste trappole, pretendere un lavoro liberato, abitare dignitosamente la vita. Chi parla di reddito digitale di base capovolge la logica delle piattaforme che si appropriano del valore della forza lavoro senza riconoscere nulla in cambio. Il ragionamento è il seguente: tanto più queste interfacce sono usate, tanto più dovrebbero accrescere il valore di chi le usa, liberando la forza lavoro dalla ripetizione degli schemi comportamentali e permettendo alla sua potenza di esercitarsi diversamente nella vita virtuale e in quella reale. Il reddito digitale di base non andrebbe erogato alle persone solo perché cliccano su uno schermo, ma a una forza lavoro che produce il valore complessivo delle piattaforme. Tale valore non è di proprietà delle aziende. È comune e, come tale, va redistribuito. La proposta è finanziare il reddito tassando le piattaforme. Il nuovo sistema fiscale va assicurato con accordi vincolanti a livello sovranazionale. È stato anche indicato un criterio utile per intercettare la nuova ricchezza. Le grandi aziende tecnologiche non andrebbero tassate solo sulla base dei data center, degli uffici o del fatturato che producono in un paese, ma sulla base dei dati prodotti dalla forza lavoro dei loro utenti. Se in un paese esistono 30-40 milioni di utenti, ad esempio l’Italia, allora la tassazione va commisurata in base alla produzione totale. Una volta raccolti, i fondi andrebbero convogliati sul reddito e non dispersi in altre misure. A questo scopo dovrebbero servire anche le multe comminate alle piattaforme dalla Commissione Europea o dalle autorità federali degli Stati Uniti per abuso di posizione dominante sul mercato, oppure i capitali recuperati dall’evasione o dall’elusione fiscale operate dalle piattaforme. Sono il prodotto del lavoro dei prosumers, devono essere restituiti in modo equo paese per paese attraverso un dividendo distribuito in maniera equa. È giusto che questi lavoratori digitali comprendano di essere parte di una società e non solo di una comunità virtuale di proprietà di un capitalista. È uno dei provvedimenti utili per redistribuire le ricchezze incommensurabili accumulate dagli anni Ottanta del XX secolo ad oggi e per intervenire su quelle che saranno prodotte dalla forza lavoro in futuro. A titolo di esempio, sono citati la Tobin Tax sui capitali finanziari; la Carbon Tax per la conversione ecologica dell’industria fossile; l’“euro-dividendo”, ovvero un reddito di importo variabile in base al costo medio della vita in ciascuno stato membro dell’Unione Europea, o perlomeno dell’Eurozona, integrato in maniera variabile dalla Banca Centrale Europea; le imposte progressive sulla proprietà, l’eredità e i redditi superiori a una soglia del milione di euro. Insieme, queste e altre misure possono finanziare una riforma del Welfare su basi universalistiche, sostenere un cambiamento del sistema di produzione e una trasformazione della contrattazione del lavoro.

Roberto Ciccarelli, filosofo, blogger e giornalista, scrive anche per il Manifesto. Ha pubblicato, tra l’altro, Il Quinto Stato (con Giuseppe Allegri), La furia dei cervelli (con Giuseppe Allegri, 2011), 2035. Fuga dal precariato (2011), Immanenza. Filosofia, diritto e politica della vita dal XIX al XX secolo (2009), Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (2018) e Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro (2018).

Fonte

17/06/2020

Salasso del 20% per Professori e Impiegati pubblici, dice Ichino

Ieri mattina, dopo aver realizzato di essere in uno dei suoi incubi e non sul pianeta Terra, il Professore Pietro Ichino ha spedito un fax al giornale Libero (quello di carta) e ha chiesto un’intervista. I giornalisti lo hanno accontentato – un’intervista non si nega a nessuno, soprattutto a un professore universitario di una università occidentale (anche se con piazzamento da Stato delle Banane).

Dopo un’introduzione sulle solite ricette svedesi o danesi (ricette tradotte con google translate), e prima di sparare la notiziona, il Professore ha speso due parole sui lavoratori, argomento peraltro trattato accademicamente per una trentina di ore all’anno (paga al 100%) in Via Festa del Perdono 7, a Milano.

In autunno, dice (pietroichino.it), ci sarà un’ondata di licenziamenti. È invalutabile. Prorogare il blocco sarebbe un errore.

Apro una piccola parentesi. Il Prof, come nelle previsioni meteo radiofoniche, usa la terza persona per segnalare l’ineluttabilità dell’evento, evento naturale contro il quale non si può opporre resistenza umana. Il licenziamento – come la grandine – è inevitabile.

L’integrazione salariale (traduco: la cassa integrazione), dice, genera perversione e inerzia (traduco: i lavoratori intascano i soldi e se la spassano, e magari svolgono un altro lavoro aumm aumm). Insomma, dice Ichino, in questa Emergenza sono stati fatti alcuni errori, ma mai così tanti come nel Pubblico. Nelle Scuole, nei Comuni e nelle Regioni, nelle Agenzie fiscali, persino nelle Motorizzazioni civili, è trionfato l’opportunismo e l’irresponsabilità. Nella maggior parte dei casi, dice, per i dipendenti pubblici è stata una vacanza pressoché totale. Vacanza, pensate un po’, retribuita al 100%.

E invece, invece, dice Ichino, si sarebbe potuto estendere a questi lavoratori il trattamento di integrazione salariale (traduco: si sarebbero potuti mettere i lavoratori pubblici in cassa integrazione e dargli l’80% dello stipendio).

Ciò che stupisce in questa trovata è proprio il linguaggio parascientifico (anzi, paraculo). Il Prof, prigioniero del ruolo, dalle vette scientifiche e neutrali, sarà caduto nella «Verfallenheit.» Sarà sprofondato nella deiezione del «si», del «si dice», abbandonandosi a quel modo d’essere inautentico che, negli anni Trenta del Novecentesco, il filosofo esistenzialista identificava con il mondo banale della quotidianità e della pubblicità, ossia con quella dimensione di rapporti che è ancorata al «si» come a una sorta di soggetto neutro, impersonale («si» dice, «si» pensa, ci «si» diverte ecc.). Che è caratteristica di chi si muove nell’orizzonte della chiacchiera, della curiosità, dell’equivoco; equivoco e chiacchiera che sfociano (copincollo da wikipedia) in una sorta di estraneazione per cui il Prof. Ichino crede di realizzare la propria apertura al mondo, quando invece sta sguazzando nelle proprie deiezioni.

Mi sono fatto prendere la mano, e forse ho un po’ divagato. Se avessimo cassintegrato i dipendenti della Motorizzazione civile e delle Agenzie fiscali (e ovviamente i prof delle scuole) con il 20% di stipendi risparmiati, dice Ichino, avremmo potuto (virgolette) fornire i pc agli insegnanti, costretti a fare la didattica a distanza coi mezzi propri.

Se questa non è scienza, perlomeno è ragioneria.

E non venite a dire che il lavoro non c’è! Il lavoro c’è – non si fa trovare. La gente non è formata. Il lavoro si nasconde, bisogna saperlo cercare. Bisogna costringere i disoccupati – come hanno costretto il sottoscritto per due anni di fila – alla Flexicurity danese (anzi, lappone).

Bisogna mettere l’imbecille disoccupato italico nella mani di un vero job advisor, e fargli frequentare il corso di scrittura creativa «Curriculum europeo 1», e «Curriculum europeo 1 (corso avanzato)», e poi gettarlo per strada. A questo punto sarà il lavoro a uscire dal nascondiglio e a cercare l’istruito malcapitato. Parola di Pietro Ichino.

Se questo è il livello, preferisco fare il bidello – ma in telelavoro, magari per un’università telematica. E pensare che c’è gente che soffre ancora di disturbi del sonno per non avere superato il concorso per professore associato.

Fonte

16/06/2020

Il copia incolla di Colao e soci

Non è la prima volta che in Italia degli uomini politici, anche con responsabilità di governo oppure economisti e funzionari di livello vengono scoperti con le mani nella marmellata rispetto a loro lavori “scientifici”, tesi di laurea o di dottorato che si scopre essere copiate. A quest’attività sembrano particolarmente votati gli economisti, veri campioni del copia/incolla o, per essere più in linea con quell’ambiente, che predilige l’inglese, cut/copy/paste.

Che però una commissione nominata dal Presidente del Consiglio con il delicato compito di “far ripartire l’Italia” si dedichi a una pratica del genere è davvero troppo.

Avevamo già dedicato un articolo a contestare quel micidiale misto di idiozie aziendaliste, liberiste e confindustriali che compongono le pagine sulla scuola e l’università della commissione Colao che, forse anche per mancanza al suo interno di esperti di scuola e pedagogia, si è concentrata quasi esclusivamente sull’università.

Ora scopriamo che quel capitolo di riflessione (naturalmente smart) per l’università post Covid era già stato pubblicato ben tre anni fa nel libro Salvare l’Università firmato, con due suoi colleghi, da Marino Regini, professore emerito di Sociologia Economica all’Università Statale di Milano.

Il prof. Regini ha fatto parte della Commissione Colao, evidentemente incapace di fare una riflessione originale sul futuro dell’istruzione in Italia, ma anche meno seria, rispetto ai propri doveri, di un ragazzino di terza media di fronte alla tesina per l’esame.

La cosa più divertente, comunque, è che i dati utilizzati dal prof. Regini per il suo libro – per giustificare le “necessarie riforme” contro l’università – erano stati a loro volta copiati ed erano sbagliati! Succede anche a scuola, di copiare da un asino...

A denunciare questa grottesca vicenda è stata la redazione del sito www.roars.it (Return on Academic Research and School) di cui riportiamo l’articolo sulla questione.

Di questa gentucola è fatta, oggi, la “classe dirigente” che dovrebbe indicare la “via del rilancio” a questo disgraziato Paese...

*****


Lo “Spunto di riflessione – Una differenziazione smart per il sistema universitario” contenuto nel Rapporto redatto dal Comitato di esperti in materia economica e sociale, presieduto dal top manager Vittorio Colao, già oggetto di un tagliente post di Giuseppe De Nicolao, è stato copiato e incollato (senza citazione) da un libro uscito nel 2017 per i tipi de Il Mulino. Il libro è intitolato Salvare l’università italiana. Gli autori di quel volume sono Giliberto Capano, Matteo Turri e Marino Regini, quest’ultimo parte della task-force capitanata da Colao.

Evidentemente per rilanciare l’università dopo l’emergenza COVID, non c’era niente di meglio da fare che rispolverare una ricetta di qualche anno fa (fortunatamente) dimenticata.

Il testo dello spunto di riflessione di Colao riporta letteralmente, con qualche taglio, gran parte delle pagine 146-148 del volume di Capano, Regini e Turri.

Per essere precisi, Colao e la sua task-force hanno fatto un solo intervento rilevante sul testo originario: hanno trasformato la “differenziazione intelligente” di Capano et al. in “differenziazione smart“, come richiede un testo dal piglio manageriale.

Nella figura riportata sopra si confrontano visivamente il testo di Colao (in celeste a sinistra) e quello originario di Capano et al. (a destra). Nelle tre pagine di destra sono evidenziate in giallo le parti copiate e incollate dalla task-force.

L’effetto è a tratti esilarante. Il lettore del rapporto è portato a credere che Colao e la sua task-force abbiano effettivamente elucubrato e discusso e poi scritto:

“È possibile allora ... stimolare ciascuna università a a definire la propria particolare vocazione in una specifica combinazione di quelle funzioni per ciascuna delle aree scientifiche al suo interno, tendendo conto delle risorse disponibili e delle esigenze del territorio di riferimento? Noi riteniamo di sì.“

Peccato che quella domanda e quel “noi riteniamo di sì” siano stati scritti non da Colao e dalla task-force, ma da Capano e coautori a pagina 148 del loro libro.

Una volta trovato l’originale, è stato facile trovare e ricostruire anche la fonte originaria della supercazzola sui dati VQR sbeffeggiata nel post di Giuseppe De Nicolao. Una supercazzola di terza mano, come vedremo.

Scrive la task-force:

La qualità scientifica in Italia non è concentrata in pochi atenei eccellenti, ma è relativamente diffusa. Prendiamo l’esempio dell’area economica: nel primo esercizio di valutazione della qualità della ricerca (Vqr) i ricercatori che hanno presentato lavori valutati tutti come ‘eccellenti’ erano solo 296 (poco più del 6% del totale), ma distribuiti in ben 59 atenei e 93 diversi dipartimenti.”

La task force ha copiato e incollato le frasi in rosso della precedente citazione dal testo di Capano e coautori. Purtroppo i tre dati contenuti in quelle frasi sono tutti sbagliati:
1)  non è vero che ‘i ricercatori valutati tutti come eccellenti erano solo 296 (poco più del 6%)”. Nella VQR 2004-2010 i ricercatori di area economica che presentarono “lavori valutati tutti come eccellenti” furono infatti 440 pari al 9,6% (lo si legge a pagina 30 del rapporto ANVUR di Area 13). Tra questi 440, scrive ANVUR, si distinguono “144 soggetti con un numero di lavori attesi inferiore a 3 (si tratta in massima parte di giovani ricercatori assunti...) e i 296 soggetti valutati con 3 valutazioni eccellenti (6,4% del totale)”;

2) non è vero che quei “296 ... erano distribuiti in ben 59 atenei”; erano distribuiti su 52 atenei. Mentre ad essere distribuiti su 59 atenei erano i 440 ricercatori eccellenti (tabella 4.14 del rapporto VQR);

3) infine non è vero che quei 296 appartenessero a “93 dipartimenti diversi”. Secondo il testo del rapporto ANVUR (p. 31) sono i 440 totali che si distribuivano su 93 dipartimenti diversi. (Peccato solo che il dato riportato nel rapporto ANVUR non coincida con quanto contenuto nella tabella 4.15 dello stesso rapporto, dove i dipartimenti con almeno un ricercatore “tutto eccellente” sono 107. Ma si sa dei dati dell’ANVUR non c’è da fidarsi).

Ma perché Capano, Regini e Turri riportano dati sbagliati? Perché pure loro li hanno presi di seconda mano, senza controllare cosa c’era veramente scritto nel rapporto VQR. Li hanno copiati e incollati (citando la fonte) non da una pubblicazione scientifica o dal rapporto originale di ANVUR, ma da un post firmato dagli economisti della Voce.info (che evidentemente essendo eccellenti e avendo a suo tempo occupato in forze il panel di valutazione della VQR, non possono certo scrivere dati sbagliati).

Nel post pubblicato sul sito del FattoQuotidiano il 22 luglio 2013, rilanciato il giorno successivo sul blog lavoce.info, gli economisti della voce avevano scritto:

coloro che hanno ricevuto la valutazione massima in ciascuno dei lavori presentati... sono complessivamente 296 (poco più del 6 per cento del totale), e presenti in 59 diversi atenei e 93 dipartimenti distinti.

Quindi, per riassumere, la task-force capitanata da Colao, per tratteggiare i dati essenziali sulla ricerca in Italia, fa copia-incolla da un libro di Capano, Regini e Turri; i quali a loro volta, invece di verificare i dati alla fonte, li avevano ripresi da un post su internet, errori inclusi.

Se il rilancio dell’Italia è affidato a questi esperti, che possiamo dire?

Andrà tutto bene!

Fonte

12/06/2020

Colao e la supercazzola della VQR

Per qualche ragione misteriosa chi in Italia si sente titolato a prescrivere ricette sulle riforme dell’Università è solito imbastire discorsi corredati di numeri e citazioni che impressionano il lettore distratto o sprovveduto, ma che, una volta dissezionati, rivaleggiano con la famosa supercazzola prematurata. L’ultimo episodio di una lunga serie è lo “Spunto di riflessione” riportato nel Rapporto redatto dal Comitato di esperti in materia economica e sociale, presieduto dal top manager Vittorio Colao. Si intitola “Una differenziazione smart per il sistema universitario” che, tradotto in parole povere, significa “Università di serie A e serie B”. Perché bisogna differenziarsi? Ce lo chiede la VQR: nell’Area economica c’è solo un misero 6% di ricercatori eccellenti che, per di più, sono dispersi in tutta Italia. ”Un’analoga frammentazione della migliore ricerca è stata rilevata nelle Vqr successive ed è propria di quasi tutte le aree scientifiche” ci garantisce la task force. Abbiamo controllato e abbiamo scoperto che era solo una “Tarapìa tapiòco”. Nelle altre aree ci sono percentuali di eccellenti fino a 5 volte maggiori e in molti atenei più del 50% dei ricercatori sono “eccellenti”, qualsiasi cosa possa voler dire. Come non bastasse, il vero dato dell’area economica era 9% e non 6%. Per quanto riguarda l’Università, il rapporto della task force di Colao assomiglia un po’ troppo a quei rapporti che ti rifilano a caro prezzo alcune quotate società di consulenza: storielle per gli ingenui, confezionate per puntellare scelte decise a priori (la differenziazione tra università di serie A e serie B, tanto per cambiare). In tutto ciò, che ruolo hanno i numeri? Beh, fungono da guarnizione. Come la panna montata spray.

L’indimenticato Conte Mascetti di Amici miei, per non pagare una multa, stordiva il vigile sciorinando una cantilena senza senso: «Tarapìa tapiòco! Prematurata la supercazzola, o scherziamo». Per qualche ragione misteriosa chi in Italia si sente titolato a prescrivere ricette sulle riforme dell’Università è solito imbastire discorsi corredati di numeri e citazioni che impressionano il lettore distratto o sprovveduto, ma che, una volta dissezionati, rivaleggiano con la famosa supercazzola prematurata.



L’ultimo episodio di una lunga serie è lo “Spunto di riflessione” (sic) riportato a pagina 38 del Rapporto Iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022”, redatto dal Comitato di esperti in materia economica e sociale, presieduto dal top manager Vittorio Colao. Ecco il primo paragrafo.
Spunto di riflessione – Una differenziazione smart per il sistema universitario

La qualità scientifica in Italia non è concentrata in pochi atenei eccellenti, ma è relativamente diffusa. Prendiamo l’esempio dell’area economica: nel primo esercizio di valutazione della qualità della ricerca (Vqr) i ricercatori che hanno presentato lavori valutati tutti come ‘eccellenti’ erano solo 296 (poco più del 6% del totale), ma distribuiti in ben 59 atenei e 93 diversi dipartimenti. Un’analoga frammentazione della migliore ricerca è stata rilevata nelle Vqr successive ed è propria di quasi tutte le aree scientifiche. Si tratta dunque di un dato che contraddistingue stabilmente il sistema universitario italiano rispetto alla maggior parte dei sistemi universitari più avanzati. Questa dispersione dei migliori ricercatori fra le varie sedi ci aiuta a spiegare un apparente paradosso. Da un lato, nonostante il cronico sotto-investimento in ricerca e il bassissimo numero di ricercatori occupati, la qualità complessiva della produzione scientifica risulta molto elevata in Italia in termini comparati e in netto aumento negli ultimi 15 anni. Dall’altro, le università italiane risultano pressoché assenti fra le top 100 in tutti i ranking internazionali basati su produttività e impatto della ricerca, mentre sono molto numerose fra le top 500. Una spiegazione di questo paradosso sta appunto nell’elevata dispersione dei migliori ricercatori italiani fra atenei diversi, che fa sì che molti atenei siano di buona qualità, ma (quasi) nessuno eccellente.
Un’argomentazione scritta con autorevolezza e fondata sui numeri, come insegna lo stile McKinsey, azienda da cui è transitato Colao. In sintesi:

- solo il 6% di ricercatori “eccellenti”;

- viene citata solo l’area economica e, per di più, prestazioni vecchie di un decennio (VQR 2004-2010), ma state tranquilli: “Un’analoga frammentazione della migliore ricerca è stata rilevata nelle Vqr successive ed è propria di quasi tutte le aree scientifiche“;

- dato che i pochi “eccellenti” sono dispersi in tante sedi, nessun ateneo raggiunge la massa critica per entrare nell’Olimpo delle top 100 nei ranking internazionali.

Chi ha un minimo di pratica con i dati della VQR, sente però ronzare nelle orecchie “Tarapìa tapiòco!” E anche: “come fosse Antani!“.

È propria di quasi tutte le aree scientifiche” ci rassicurano i cervelloni della task force. Bene, verifichiamo come stavano le Scienze Fisiche in quanto a ricercatori eccellenti. I dati che ci servono sono nella Tabella 2.17a del Rapporto VQR di Area 2:

- il 35% dei ricercatori (736 su 2.113) hanno ottenuto il punteggio massimo;
un altro 32% ha ottenuto punteggio “quasi massimo” (2 giudizi eccellenti e 1 buono su tre prodotti, pari al 93% del punteggio massimo);

- nessuno dei 50 atenei è privo di “eccellenti”, ma il loro numero varia da 1 a 54 (Roma Sapienza). A Padova gli eccellenti sono 49 su 102 ricercatori, ovvero quasi il 50%;

- per quanto riguarda la massa critica, in 8 atenei la percentuale di eccellenti supera il 50%.

È vero nell’area della Fisica le cose vanno diversamente dall’Economia, ma una rondine non fa primavera, obietterà qualcuno. Gli esperti hanno precisato che la mancanza di massa critica di eccellenza era propria di “quasi tutte le aree scientifiche”. Prendiamo allora l’Ingegneria Industriale e dell’Informazione, Tabella 4.16 del Rapporto VQR di Area 9:

- il 34% dei ricercatori (1.661 su 4.822) hanno ottenuto il punteggio massimo;

- un altro 26% dei ricercatori ha ottenuto punteggio “quasi massimo”, pari al 93% del punteggio massimo;

- il numero di “eccellenti” per singolo ateneo varia da 0 a 250 (Milano Politecnico);

- in 11 atenei la percentuale di eccellenti supera il 50%: Trento, Ferrara, Torino, Catanzaro, Roma Foro Italico, Urbino, Bolzano, Pisa Sant’Anna, Enna, Roma Biomedico, Napoli Parthenope.

Nella maggior parte delle aree l’Anvur non aveva fornito le statistiche dei voti individuali, ma per farci un’idea di quanto l’eccellenza sia rara, dispersa e carente di massa critica, bastano le seguenti percentuali di prodotti eccellenti (Tabella 6.2 di Tabelle Parte Prima):

- Scienze Matematiche e informatiche: 40%

- Scienze Chimiche: 55%

- Scienze Biologiche: 39%

- Scienze Veterinaria: 41%

- Ingegneria Civile: 41%

A questo punto, facciamo un esperimento. Riprendiamo il paragrafo dello “spunto di riflessione” e vediamo come suona se sostituiamo i dati dell’area economica con quelli dell’Ingegneria industriale e dell’informazione.
Spunto di riflessione – Una differenziazione smart per il sistema universitario
La qualità scientifica in Italia non è concentrata in pochi atenei eccellenti, ma è relativamente diffusa. Prendiamo l’esempio dell’area dell’ingegneria industriale e dell’informazione: nel primo esercizio di valutazione della qualità della ricerca (Vqr) i ricercatori che hanno presentato lavori valutati tutti come ‘eccellenti’ erano solo 1.661 (poco più del 34% del totale), ma distribuiti in ben 58 atenei. […]
Solo 1.661 eccellenti? Solo il 34%? Ci sono ricercatori eccellenti in 58 atenei e dovremmo preoccuparcene? Abbiamo 4 atenei (Milano Politecnico, Padova, Bologna, Torino Politecnico) in ciascuno dei quali ci sono più di 100 ricercatori a punteggio pieno e piagnucoliamo perché non riusciamo a concentrare le eccellenze? Il Conte Mascetti era un dilettante, al confronto.

Se l’esperto che ha partorito questo “Spunto” credesse veramente ai responsi della VQR, dovrebbe piuttosto concludere che, mentre in diverse aree le concentrazioni di eccellenti ci sono e sono anche parecchie, ci sono aree che scontano dei ritardi. Tra queste vi è l’area economica, una sacca di sottosviluppo nel panorama dell’accademia italiana. Dato che i numeri del Rapporto sono stati presi pari pari dalle pagine 31-32 del Rapporto VQR 2004-2010 dell’area economica, è lecito sospettare che l’esperto fosse proprio un economista. Curiosamente, ha anche ritoccato verso il basso la percentuale dei ricercatori che hanno presentato lavori valutati tutti come ‘eccellenti’ (9,6%), sostituendola con quella dei valutati con 3 valutazioni eccellenti (6,4%). Perché negare la medaglia di eccellente ai giovani che, essendo tenuti a presentare meno di tre lavori, avevano comunque ottenuto l’en plein? La battuta sarebbe fin troppo facile: l’area economica è talmente scientificamente depressa da annoverare come “esperto” chi ha persino scordato quel minimo rigore scientifico che ti fa controllare i numeri (e magari riportarli fedelmente), prima di dare per scontato che la propria desolante situazione sia rappresentativa delle altre aree. Ma, a differenza del Rapporto Colao, preferiamo tenerci lontani dalle analisi sociologiche un tanto al cento.

In base ai numeri, le ricette avrebbero dovuto essere ben diverse. È evidente che gli italiani sono un popolo di fisici, di ingegneri (e di matematici, di chimici, etc), ma non di economisti. Inutile che l’Italia butti soldi in un secchio bucato, meglio concentrare i finanziamenti nelle aree in cui eccelliamo davvero e  riorientare gli studi economici verso corsi professionalizzanti, capaci di fornire, senza fronzoli inutili, le competenze basilari richieste dal mondo del lavoro. Alla luce di quel misero 6%, mettiamo in pratica la differenziazione smart e lasciamo la scienza economica a quelle nazioni in cui l’eccellenza economica può raggiungere masse critiche che non fanno per noi.

Vista la sua credulità nella VQR, questo avrebbe dovuto concludere l’esperto della task force, se solo avesse controllato cosa dicevano davvero i numeri. Ma si sarebbe ugualmente sbagliato. Chi crede nella VQR difficilmente la conosce a fondo. Infatti, la sua fede subirebbe un duro colpo se scoprisse che, in base alla VQR, Unicusano e Messina superano i Politecnici di Milano e Torino per qualità della ricerca.


Una delle conseguenze dell’avvento dell’Anvur e delle sue valutazioni pseudoscientifiche è aver messo in circolazione dei fondi di caffè che vengono pensosamente interpretati dagli esperti di turno, chiamati al capezzale di un malato che, invece, avrebbe un gran bisogno di levarsi di torno i venditori di elisir miracolosi (e scaduti, visto che gli ingredienti sono quelli di 10 e più anni fa).

Di fondi di caffè ce ne sono già a sufficienza in circolazione, anche senza l’Anvur. Basta pensare alle classifiche internazionali degli atenei, il cui unico merito è quello di essere una cartina di tornasole quasi infallibile: se incroci qualcuno che porta le classifiche a sostegno dei suoi ragionamenti, puoi star sicuro che di istruzione superiore ha studiato e capito ben poco. Infatti, solo chi non le conosce e non sa come funzionano può dar credito a quelle classifiche e usarle a supporto delle proprie tesi senza provare imbarazzo. Difficile dare troppo credito alla scientificità dei World University Rankings di Times Higher Education se sai che l’Università di Assuan (Egitto) con i suoi 100 punti su 100 (a pari merito con altri 6 atenei), è la prima università mondiale per impatto scientifico (misurato dall’indicatore Citations). Gli egiziani superano di diverse posizioni Stanford (posizione 8-9, a pari merito con la Anglia Ruskin University), Massachusetts Institute of Technology (posizione 14-15, a pari merito con la Nova Southeastern University) e Harvard (18-19, a pari merito con la cilena University of Desarrollo).


Le più note classifiche internazionali sono costruite in modo da premiare con le prime posizioni nella classifica generale gli atenei con bilanci miliardari e, da un certo punto in poi, sono troppo influenzate dal rumore statistico e dall’arbitrarietà degli algoritmi di standardizzazione. Sono pertanto inutilizzabili per qualsiasi valutazione delle prestazioni scientifiche e didattiche e, a maggior ragione, delle loro variazioni nel tempo. Nel 2019, Roma Sapienza è tornata la prima delle università italiane nella classifica ARWU, grazie alle affiliazioni di due scienziati Highly cited: un ex-docente ultraottantenne che negli articoli si firma come affiliato a diversi enti (Helmholtz Institute Ulm, IIT, … ), tutti diversi da Roma Sapienza, e un professore che invece era di Ferrara. Il rettore aveva commentato il “balzo in avanti” con queste parole: «Questo risultato giunge grazie all’impegno di tutti ed è frutto di investimenti della Sapienza per quanto possibile crescenti».  Secondo Paolo Fox, il 2020 sarebbe stato “un anno di crescita, vantaggioso per viaggi e spostamenti”;”tra gennaio e maggio avete una bellissima situazione”, aggiungeva. Se c’è chi crede agli oroscopi, perché non dovrebbe esserci anche chi crede nei ranking degli atenei?

Il vero problema è che ci creda anche chi dovrebbe avere per mestiere una mentalità scientifica. Beata l’ingenuità di chi si spiega l’assenza degli atenei italiani nelle “top 100” con la storiella della dispersione:
le università italiane risultano pressoché assenti fra le top 100 in tutti i ranking internazionali basati su produttività e impatto della ricerca, mentre sono molto numerose fra le top 500. Una spiegazione di questo paradosso sta appunto nell’elevata dispersione dei migliori ricercatori italiani
Ma è davvero così? Proviamo a rispondere guardando i numeri.


La figura mostra il punteggio PUB (pubblicazioni) estratto dagli indicatori della classifica ARWU per 20 “national champions” (rosso), ovvero le prime università delle rispettive nazioni e per gli atenei italiani censiti dalla classifica (blu). Il punteggio PUB mostra una chiara correlazione con i costi operativi: chi dispone di più risorse pubblica di più e scala la classifica. Si vede anche che, con i fondi a loro disposizione, gli atenei italiani ottengono ottimi risultati.

Per quanto riguarda l’Università, il rapporto della task force di Colao assomiglia un po’ troppo a quei rapporti che ti rifilano a caro prezzo alcune quotate società di consulenza: storielle per gli ingenui, confezionate per puntellare scelte decise a priori (la differenziazione tra università di serie A e serie B, tanto per cambiare). In tutto ciò, che ruolo hanno i numeri? Beh, fungono da guarnizione. Come la panna montata spray.

Fonte

01/06/2020

Zangrillo e Gualtieri, padroni e servitori

Se non fosse che il dessert viene servito dopo pranzo, per di più da una Tv pubblica come Rai3, quella di ieri se fosse stata una semplice intervista ad un giornale, magari come Libero, poteva tranquillamente passare come il replay della carnevalata fuori stagione alla quale, il giorno prima, si era assistito, grazie al prefetto di Milano, con l’utilizzo di Piazza del Duomo.

Tutto concesso, per il primo comizio pubblico post emergenza coronavirus, al generale in pensione Pappalardo, ex ras dei Forconi, oggi leader dei nostrani “gilet arancioni” copia sbiadita di quelli d’oltralpe, tra l’altro di colore – e soprattutto programma – ben diverso.

Gli stessi contenuti usati per arringare poco meno di un migliaio di persone, così come riportato dal Corriere della Sera.

Ma il risalto mediatico avuto dal primario dell’Ospedale privato S. Raffaele, il dottor Zangrillo, pro-rettore dell’omonima università, nonché noto medico personale di Berlusconi, ha fatto il giro delle case italiane e ne siamo certi, presto raggiungerà i mediocri della Terra, come Trump. Ad alimentare di altra benzina la follia omicida di chi di sangue umano già gronda.

Stiamo però alla nuda cronaca, per quanto oramai già risaputa.

Questo presunto luminare della medicina, confortato – a suo dire – da dichiarazioni di clinici di fama mondiale come il professor Silvestri dell’Università di Atlanta (USA) e dal virologo italiano prof. Clementi, ha affermato in modo lapidario (ancora una volta assistiamo a “show” fuori programma da Lucia Annunziata) che “il coronavirus, da un punto di vista clinico, non esiste più!”.

E che tutto il battage che incessantemente viene riportato dai media, sarebbe in funzione esclusiva di un rallentamento della ripresa della essenziale normalità, i quali rilevano “i tentennamenti” del Governo Conte.

L’accostamento con le interviste rilasciate dal nuovo presidente di Confindustria viene spontanea. Insomma siamo in presenza di un’incessante bombardamento da postazioni diverse, ma con lo stesso medesimo scopo.

E che dire di questo appuntamento televisivo domenicale con la politica che poco prima aveva avuto la presenza del ministro dell’Economia, Gualtieri, il quale nella pervicace volontà di mantenere il consueto equilibrio, al limite della monotonia espressiva, aveva ribadito concetti già sentiti in precedenti occasioni dallo stesso Conte; ovvero che le parti sociali, intese come “forze produttive del Paese”, non solo erano state attentamente ascoltate, ma che le loro richieste erano state anche ampiamente accolte, tanto quanto altre provenienti da settori di cittadinanza non meglio definiti.

E si vede, eccome! Basta osservare lo stanziamento in Sanità di circa 3 miliardi di euro, sterilizzato dal mancato introito nelle casse dello Stato dell’imposta governativa meglio conosciuta come IRAP.

Seppur con l’incidere dialettico di un burocrate dello Stato, Gualtieri ha dichiarato che il Governo sta lavorando per un piano pluriennale (una pianificazione di sovietica memoria?) in pieno accoglimento... delle richieste avanzate a Bruxelles dalla UE.

Ma – udite, udite! – con un gran lesinare soldi per interventi pubblici, non specificati per l’occasione, avvalorando così una tesi vacillante a metà, di voler andare in controtendenza con l’andazzo degli ultimi trent’anni.

Talmente contraddittorio il ministro dell’Economia, il quale non ha escluso anzi, il ricorso al prestito Mes (così lo ha nominato), utilissimo per aiutare un’economia “integrata” come quella italiana.

A supporto di ciò, ha infine preso ad esempio quello della Rete Autostradale, dove pur definendola come “bene comune”, non ha potuto fare a meno di dire che si dovrà, in qualche modo, trovare un accordo con Atlantia e irregimentare nuove tariffe.

Alla faccia dei morti di Genova, ancora lì a chiedere giustizia!

Fonte