Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
21/10/2026
“Che roba Contessa!”. Un solo coro nella politica milanese
Calmatesi (per ora) le acque, con più di 200 giovani fermati e passato il visibile spaesamento iniziale – mentre il governo si riuniva d’urgenza per militarizzare la città spedendo a Milano 500 soldati – quel coro disordinato ha quindi cominciato a definirsi lungo gli schieramenti politici e a tradursi in convocazioni di piazza “contro le violenze e i saccheggi”, palesando un’omogeneità bipartisan di vedute e contenuti che a qualcuno potrebbe ancora suonare come un’amara sorpresa. È la stessa benestante “maggioranza silenziosa” di fine anni ’60...
I primi a chiamare alla mobilitazione in difesa di “forze dell’ordine, negozianti e milanesi” sono stati naturalmente i partiti della destra di governo, riempiendo nel tardo pomeriggio di ieri la piccolissima piazza San Carlo.
Le parole d’ordine della convocazione era la richiesta di pene esemplari così come scritto nello striscione condiviso; e poi il “Vi remigreremo tutti” sullo striscione della Lega, intrappolata anche da queste parti nell’incubo della contro-rincorsa a Vannacci. A margine sono volati schiaffi da parte dei partecipanti benestanti contro un gruppetto più che pacifico di contestatori, una violenza “per bene” che non ha suscitato alcuna indignazione.
Nella mattinata, intanto, era stato diffuso l’appello della CGIL di Milano ad una “piazza per la coesione sociale”, subito rilanciato dal segretario PD cittadino Alessandro Capelli e poi materializzatosi in serata con la chiamata piddina per mercoledì (domani) in piazza della Scala con lo slogan assai meno ‘sociale’ “Milano non vuole la violenza”, appello raccolto a breve distanza da Avs.
Gli slogan scelti ci sembrano abbastanza eloquenti su quale sia la preoccupazione principale per questi signori dopo i fatti del fine settimana.
Prima ancora della Schlein, già sabato il sindaco Sala aveva dettato la linea, attaccando direttamente Piantedosi per... l’esigua dimensione – a suo dire – della quantità di forze dell’ordine schierate in città, dritto al punto di quella che è l’unica ricetta concepibile da questa classe politica, indipendentemente dal colore.
D’altronde la campagna elettorale delle prossime comunali non è più affar suo e può dire le cose come davvero le pensa, senza tanti fronzoli: diventa un problema del PD e dei nuovi contendenti a Palazzo Marino richiamare qua e là anche crisi e carovita, quando capita, o criticare l’approccio securitario del governo; salvo comunque invocare “più forze dell’ordine” nel paese che ha già oggi il più alto numero di uomini in divisa procapite d’Europa.
Formalmente più attento agli umori del paese e della città “invisibile” è stato il possibile candidato sindaco del “campo largo” Calabresi, il quale ha mormorato di “necessità di interpretare e rispondere alle manifestazioni di un malessere sociale”. Dopo di che, però, anche lui si è sperticato nella solidarietà alle forze dell’ordine, nel richiamo alla legalità e alla divisione invalicabile tra buoni che manifestano pacificamente e i violenti.
Calabresi si è spinto, insomma, quasi in “zona Bonelli-Fratoianni”, con la lancia in resta (si fa per dire) contro il governo, ma, ben inteso, “ontogeneticamente” (hanno detto proprio così) lontani dalla violenza di quelli che vengono liquidati come una manciata di “black bloc”, infiltrati e non, invece, come centinaia e centinaia di giovani delle periferie senza futuro, e pertanto decisamente arrabbiati.
Per il “campo largo”, il perimetro dentro cui segnare una discontinuità con le forze di governo – rigorosamente in vista delle elezioni ed oltre le quali non spingersi mai – è ancora una volta saldamente, e strettamente, tracciato nell’ambito delle compatibilità e di lì non si scappa; con buona pace anche delle scorribande “coraggiose” di qualche piddino solitario o della denuncia delle violenze poliziesche condivisa anche dalle loro appendici giovanili, mentre ai piani alti sono completamente sparite dai radar.
In questo senso, già il primo appello della CGIL lasciava poco spazio alla fantasia, relegando l’attacco al governo e la denuncia del carovita a problema secondario.
“I fatti che hanno colpito Milano sabato e domenica sono gravissimi. Distruzioni, vandalismi e saccheggi sono inaccettabili e non hanno nulla a che fare con il dissenso... La nostra solidarietà va a tutte le persone che hanno subito violenza... Ha anche responsabilità (il governo, ndr) sulla carenza strutturale di organico delle forze dell’ordine.”
Un appello che, se non fosse per il passaggio in cui poi si attaccano le politiche economiche del governo, si faticherebbe a distinguere da quello delle destre. La CGIL ridotta a copiare il “grattacelaro” Sala, è tutto dire...
Lo avevamo visto già sulla Palestina e nelle complicità con Israele, su guerra e riarmo, su salari e carovita, in scuole e università: gli spazi oggettivi di mediazione e di recupero con settori sempre maggiori e sempre più penalizzati della società si vanno esaurendo; ed è sempre meno credibile, di questi spazi, anche solo rappresentarne l’esistenza.
Sembrano quindi decisamente fuori tempo massimo – e certamente non parlano a chi era in strada sabato e domenica – gli appelli alla pacificazione o alla “coesione sociale”, da parte di chi in questi trent’anni ha fatto sistematicamente da garante al contenimento della rabbia e del conflitto politico e sociale davanti a ogni porcheria partorita da questa classe “dirigente”.
Possono continuare a recitare il solito teatrino, provando a dividere, tamponando da una parte, reprimendo dall’altra... Potrà forse funzionare ancora per un po’ – il livello di astensionismo già parla da solo – poi rimarrà solo la repressione. Ma intanto il tappo è già definitivamente saltato.
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12/05/2026
Giuli silura alcuni collaboratori e mostra lo scontro interno al governo
Il primo era sopravvissuto allo scandalo Sangiuliano, e in un certo senso, proprio con Proietti, secondo molti rappresentava lo zoccolo duro di Fratelli d’Italia al Ministero. Dietro la decisione di Giuli ci sarebbero varie motivazioni, alcune più “superficiali”, altre più profonde. Tutte mostrano che, però, nel governo c’è tutt’altro che un idillio.
Emanuele Merlino, uomo vicinissimo al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, avrebbe pagato caro il caso del documentario su Giulio Regeni, diretto da Simone Mainetti. Al film erano stati negati i fondi ministeriali, una decisione di cui Giuli si è detto all’oscuro e che ha definito inaccettabile.
Per quanto riguarda Elena Proietti, ex assessora di Terni, la goccia che ha fatto traboccare il vaso sarebbe stata di natura organizzativa, ma non meno grave agli occhi del Ministro: la sua mancata presenza in aeroporto per la missione ufficiale a New York lo scorso mese. Giuli deve aver visto l’azione come una sorta di delegittimazione del suo operato alla guida del dicastero.
Queste sarebbero le motivazioni esplicite, anche se non ufficiali. Francesco Lollobrigida, figura di spicco di Fd’I, si è affrettato a calmare le acque: “il ministro Giuli ha ritenuto, come è d’altronde suo diritto, modificare l’assetto della sua segreteria” a seconda delle sue esigenze funzionali. “Anche per questo – ha aggiunto – la legge consente modifiche basate esclusivamente sul rapporto fiduciario nell’incarico specifico”.
Ma le turbolenze create nel principale partito di maggioranza non sono poche. Secondo alcune indiscrezioni, il ministro avrebbe avvisato Arianna Meloni, capa della segreteria politica, solo a decreti già firmati. Per molti, Giuli rappresenta una fronda meno legata al partito, ma a cui il partito ha dato fiducia. Altre voci riportate dai giornali italiani parlano anche di un altro possibile siluramento, quello di Valentina Gemignani, attuale capo di gabinetto.
Per altri, addirittura, ci sarebbe un legame tra Giuli e il Quirinale, che vorrebbe mantenere una sponda istituzionale che sia indipendente dalla coalizione, facendo così leva sul governo. Per quanto tutto sia possibile, c’è una dinamica palese di scontro interno alla maggioranza che già di per sé è sufficiente a spiegare la maretta in cui naviga il governo, e che ha a che fare strutturalmente con i vincoli esterni in cui è stato incatenato il nostro Paese.
Giuli si è appena scontrato con Matteo Salvini, segretario della Lega, sul caso della Biennale di Venezia. Il presidente della Fondazione che gestisce la mostra, Pietrangelo Buttafuoco, sarebbe stato colpevole di aver riaperto il padiglione della Russia, con conseguente visita ministeriale che avrebbe portato alle dimissioni della giuria internazionale.
Il vicepresidente del Consiglio Salvini ha invece difeso la scelta di Buttafuoco, dopo aver discusso in Consiglio dei ministri proprio con Giuli riguardo al ruolo delle soprintendenze nel nuovo Piano Casa. Secondo alcuni, il motivo era nella riduzione del controllo politico sul mantenimento dei fasci littori ancora scolpiti su alcune facciate.
Sullo sfondo, si consuma anche lo scontro sulla legge elettorale, con Salvini che vorrebbe procedere dritto su una formula decisa autonomamente dalla maggioranza, e Tajani che vorrebbe invece dialogare per cercare un compromesso di massima con le opposizioni. Su alcuni articoli si può leggere che ciò nasconderebbe anche la diversa opinione sul deficit da sostenere: più lasca la Lega, più rigorosa Forza Italia.
In realtà, tutti questi attori rimangono perfettamente ligi, e anzi imbrigliati nei dettami europei. Il leghista Giorgetti, all’Economia, ha minacciato uno scostamento di bilancio, nonostante la conferma della procedura di infrazione sul deficit per l’Italia. Ma le minacce stanno a zero se non si denuncia l’adesione al Patto di Stabilità: si può aprire un momento di tensione all’interno della UE, ma lo scotto verrà pagato in seguito, l’anno successivo.
Difatti, le mosse di Salvini, quelle plateali e le motivazioni sottostanti, sembrano funzionali piuttosto a delineare una propria “alterità” dal resto dei partiti di maggioranza, in previsione di presentarsi più appetibile all’elettorato che si contenderà con la Meloni alla prossima tornata elettorale, nel 2027. Il Piano Casa, del resto, propone solo sfratti, altra speculazione, e zero risorse.
Il secondo governo più lungo della storia della Repubblica non ha fatto in pratica nessuna grande riforma. Ha puntato tutto su due cavalli di battaglia che riguardano l’assetto dello stato più che il rilancio dell’economia: l’Autonomia Differenziata, che è stata azzoppata dalla Consulta, e la riforma della giustizia, sonoramente cassata dal voto referendario dello scorso marzo.
I soldi non ci sono, o comunque non ce ne sono abbastanza per mettere in campo misure serie, soprattutto ora che ogni centesimo dovrà essere speso per calmierare i prezzi energetici e dei carburanti, e il Referendum del 22-23 marzo ha di fatto chiuso la legislatura del governo Meloni. Ora, quel che rimane è scornarsi sugli equilibri interni, e sulla legge elettorale da rifare per garantirsi più seggi possibili alle prossime elezioni.
In questo frangente, sembrerebbe quasi che la Meloni stia facendo l’equilibrista tra varie pressioni, forse preoccupata che qualcuno possa tentare lo strappo prima della riforma elettorale. Giuli potrebbe rappresentare chi non è molto contento di questo atteggiamento. L’incontro di ieri tra il ministro della Cultura e la presidente del Consiglio si è svolto nella fiducia reciproca, ma staremo a vedere come evolve la situazione.
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05/02/2026
I diversivi
La legislatura volge ormai al termine, anche se mancano circa venti mesi, e dunque era ora di far partire i posizionamenti, possibilmente cambiando gli schemi e spruzzare un po’ di peperoncino su una scadenza altrimenti scontata.
Il paese va a destra, grazie a un sistema mediatico che ha fatto della cronaca nera il suo pressoché unico campo di applicazione e quindi semina “terrore” anche e soprattutto quando non vola neanche una mosca.
Il governo Meloni procede a colpi di “pacchetti sicurezza”, uno ad ogni episodio che diventa “virale”. La sedicente “opposizione” critica la maggioranza da destra, condividendo la stessa narrazione farlocca sulla “sicurezza” ma invitandola ad assumere più poliziotti nel paese che ne ha più di tutti, in proporzione alla popolazione.
Messa così, che il centrodestra a trazione meloniana fosse destinato al bis era quasi scontato. Come fare, dunque, per vivacizzare “il dibattito” dei prossimi due anni?
Ci hanno pensato Renzi e Vannacci – e gli interessi che prosperano alle loro spalle – organizzando una mini-scissione che, visto lo scarto minimo tra le due coalizioni nei sondaggi, potrebbe rendere incerto l’esito finale. Aprendo poi la strada all’ennesima stagione di trasformismo e compravendita di parlamentari, mentre il mondo – e anche questo disgraziato paese – va alla guerra.
La pensata è un classico sempreverde della politichetta para-massonica nazionale: si azzoppa un cavallo già claudicante (la Lega di Salvini, ai minimi storici da quando ha assunto una nauseabonda identità quasi più fascista degli ex missini) e si rende così tutta la coalizione di governo a rischio di tenuta.
L’ex generale avrà buona stampa “democratica” per svolgere questo ruolo – molto “critico”, per carità – creando così un doppio danno non compensato dall’eventuale “beneficio” (far perdere le elezioni all’attuale maggioranza di governo). Dovranno infatti dare uno spazio mediatico abnorme a una neo-formazione che non ha granché da mostrare oltre al frontman, sdoganando completamente un discorso fascista nostalgico (X Mas, remigrazione, ecc.) che il governo Meloni aveva formalmente “ammorbidito” per guadagnare credibilità europea.
L’avanzare dell’estrema destra in tutto il continente, però, sta già rendendo questa necessità meno stringente, creando così persino la possibilità di una gara sfrontata a chi è davvero più fascista.
È finita qui? Ovviamente no. Lo “strappetto” a destra scompagina tutta la sapienza ingegneristica che era stata messa al lavoro per produrre l’ennesima legge elettorale sagomata sulle necessità del governo uscente.
Con la formula ancora in vigore, infatti, il centrodestra rischia di perdere un gran numero di collegi, magari per pochissimi voti, vendendosi decurtare la pattuglia parlamentare in modo drastico.
Ma anche con la “formula segreta” che era allo studio – si parla di un “quasi proporzionale” con sbarramento al 3%, più altri marchingegni limitativi ad hoc, che implicava comunque un ridisegno dei collegi – quel rischio resta grande. Ergo, dovranno rimettersi a giocare col bilancino per disegnare una nuova legge “porcata” che possa reggere almeno per una volta. Poi se ne farà un’altra...
L’unica cosa chiara – in questo rimescolamento di carte, leggi elettorali, schieramenti e “discorso politico” – è che tutto questo sommovimento avviene nella più completa indifferenza rispetto ai “problemi del paese”, al suo declino industriale, al vivere concreto di tutti noi, al pesante clima di guerra. Un “diversivo politico” in più o in meno non cambia il quadro generale.
È un gioco esclusivo interno al più squallido ceto politico della storia, riservato ai soliti noti, quasi come le “feste” sull’isola caraibica di Jeffrey Epstein. Ma come in tutti i giochi di questo tipo “il troppo stroppia” e può produrre risultati inattesi.
Una classe politica troppo scopertamente “aliena” si trova infatti davanti un paese reale sempre meno disposto a farsi coglionare – l’astensionismo galoppante ne rappresenta solo la faccia tranquilla e “indifferente” – che sta riscoprendo un po’ alla volta la necessità e l’importanza della mobilitazione in prima persona. Uno scenario che ha scosso immediatamente il sistema nervoso del governo, ma anche dell’informe “campo largo”.
Le piazze d’autunno per la Palestina e addirittura quella ancora più “sconveniente” di solidarietà con Askatasuna possono esser state solo un primo passo di “ritorno al futuro” (la capacità di immaginarne e volerne uno), alimentate dal crescere non solo delle difficoltà a sopravvivere con redditi in calo e prezzi/tariffe in crescita, ma anche dallo schifo che suscita lo spettacolo del “palazzo”.
Su queste dimensioni sociali, una volta messe in moto, non c’è “pacchetto sicurezza” che tenga.
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17/12/2025
L’imbroglione
Vi ricordate quando Salvini chiedeva e prendeva i voti degli operai opponendosi fieramente alla Legge Fornero?
Oggi il governo Meloni ha definitivamente confermato quella legge iniqua e feroce, anzi l’ha peggiorata. Ancora mesi in più di lavoro e ci si avvicina ai 70 anni, mentre il pagamento della pensione viene ancora più ritardato.
Totalmente fregati coloro che avevano riscattato la laurea, che lavoreranno quasi tre anni in più. E poi ai giovani neoassunti viene rapinato il TFR, la liquidazione, a favore dei fondi pensioni delle compagnie di assicurazione. Infine nessun vero adeguamento all’inflazione delle pensioni, che continueranno a svalutarsi e a impoverirsi.
Un bel regalo alla finanza e alle banche da parte di Giorgia Meloni, che per questo può vantare il calo dello spread, perché taglia la spesa sociale, aumenta quella per le armi e obbedisce a tutti i banchieri e ai guerrafondai occidentali.
Un governo di imbroglioni, finti sovranisti e veri servi di Draghi, Ursula von der Leyen, loro padroni in comproprietà con Trump. Ma tra tutti gli imbrogli e gli imbroglioni il più ridicolo è Salvini; e più di lui fa pena chi ancora sta con lui.
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13/07/2025
Do you remenber Bibbiano? E dunque?
“Parlateci di Bibbiano”: come non ricordare questa frase, divenuta slogan, che veniva ripetuta come un mantra per stigmatizzare la bruttissima vicenda – per come si stava delineando – di Bibbiano, paesino in provincia di Reggio Emilia catapultato, tra il 2018 ed il 2019, alla ribalta del dibattito pubblico, mediatico e politico.
Un’inchiesta, partita da una serie di segnalazioni da parte dei servizi sociali, mise alla luce una serie di presunti illeciti commessi da parte di assistenti sociali e psicoterapeuti, con l’avallo di amministratori locali, a danno di famiglie a cui sarebbero stati sottratti i figli, perché vittime di altrettanto presunti abusi, per poi essere affidati ad altri nuclei familiari, in alcuni casi vicini e contigui (amici o parenti) a chi decideva sugli allontanamenti.
Le accuse di abuso sessuale nascevano, in alcuni casi, da dichiarazioni degli stessi bambini “fuorviati” dagli assistenti sociali e dagli psicoterapeuti coinvolti che avrebbero manipolato i minori inducendo in loro tali drammatiche convinzioni.
Terribile. Tutto terribile, se vero. Ma andava, appunto, verificato: dall’inchiesta e da tre gradi di processo, come si usa fare all’interno del sistema giudiziario italiano. Invece, come spesso – anzi quasi sempre – avviene, la vicenda divenne strumento di propaganda politica in maniera abnorme: gli amministratori locali di Bibbiano erano del PD, al governo c’erano il Movimento 5 Stelle e la Lega (ma sarebbe durato poco), Fratelli d’Italia era all’opposizione del governo giallo verde ma anche pronta a scagliarsi contro i Dem o chiunque altro per ottenere consensi. In più, all’orizzonte di breve termine c’erano le elezioni regionali in Emilia Romagna, con la leghista Bergonzoni (poi sconfitta) che provava a scalzare dal governo della regione Stefano Bonaccini ed il PD.
E dunque, in breve il partito guidato allora da Nicola Zingaretti divenne, nel discorso dei suoi oppositori, il partito dei sottrattori di bambini. Lo disse chiaramente Luigi Di Maio, allora alla guida del M5S: «Io col partito di Bibbiano non voglio averci nulla a che fare. Col partito che in Emilia toglieva i bambini alle famiglie con l’elettroshock per venderseli non voglio avere nulla a che fare». Fu dunque per lui uno sforzo terribile accordarsi, qualche mese dopo, proprio col PD per dare vita al governo ‘giallorosso’, nato in seguito al maldestro tentativo di Matteo Salvini di fare il colpaccio e diventare premier e terminato con la Lega all’opposizione insieme a Forza Italia e a Giorgia Meloni.
Anche lui, Matteo Salvini, partecipò all’attacco a testa bassa contro ‘il partito di Bibbiano’, addirittura portando una bambina ‘sottratta alla famiglia’ sul palco di un comizio elettorale: peccato che la minorenne in questione fosse lombarda, e nulla c’entrasse con Bibbiano. Ovviamente anche Fratelli d’Italia provò ad ottenere il massimo – elettoralmente parlando – dalla vicenda, spingendo forte sul ‘Parlateci di Bibbiano’ per mesi.
La vicenda – come spesso accade in casi del genere – perse con il tempo forza, sostituita da altre storie e questioni. Arrivò la pandemia, poi il governo Draghi (con Lega e M5S serenamente in maggioranza assieme al PD), la guerra, poi le elezioni, il governo di destra della Meloni, e chissà se un poco di quel successo elettorale nacque anche dalla potente operazione mediatica costruita sui presunti fatti di Bibbiano.
L’opinione pubblica, con il tempo, si scordò di quella storia: a differenza, immaginiamo, di chi era imputato nel processo. Ah, il processo: come dicevamo, è arrivata la sentenza di primo grado, che ha assolto undici imputati su quattordici, condannandone solo tre per reati che nulla c’entravano con i capi d’imputazione principale, relativi al presunto sistema di affidamenti illeciti.
Ovviamente il PD è immediatamente partito alla carica, chiedendo le scuse formali in particolare ai tre leader dell’epoca che tanto insistettero su quella storia: Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Scuse che ovviamente non arriveranno mai. Anzi, da Fratelli d’Italia è arrivata una specie di supercazzola che più o meno suona così: “La sentenza non cancella un sistema indegno. Continueremo a chiedere conto alla sinistra”. Di cosa, non si capisce bene: a meno che la sentenza di secondo grado ribalti questa, al momento pare che a Bibbiano – rispetto a vicende di affidamenti illeciti e presunte manipolazioni di minori – non sia accaduto praticamente nulla.
Ma qualcosa va detto, come qualcosa doveva dire il PD: rappresentazione utile a quei pochi che, in questo paese, ancora si aspettano che la politica renda contro di quel che dicono, ed in caso di palesi e madornali errori, li riconoscano e si scusino.
Ma non funziona così, è chiaro. E non solo per la politica. Vale quel che si dice nel momento in cui lo si dice, già due giorni dopo non conta più. Altrimenti – tanto per fare un esempio – qualcuno avrebbe chiesto con forza conto al nostro ministro degli Esteri delle avventate dichiarazioni sull’attacco di Israele all’Iran: “Non ci sono segnali di un attacco imminente”, aveva detto neanche 24 ore prima che le bombe israeliane iniziassero ad esplodere. Il fatto che un Ministro degli Esteri faccia una simile figura, e confermi una così smaccata distanza dalla realtà di quel che succede nelle materie di sua competenza, sarebbe grave, in un luogo ed in un tempo normale. Ma non oggi, non in Italia.
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02/05/2025
Dove vanno i voti della classe lavoratrice? Analisi flussi elettorali 2008-2022
Pubblichiamo, dopo averli assemblati, i materiali di analisi a nostra disposizione dedicati allo spostamento a destra della classe operaia italiana e dei bassi percettori di reditto durante le elezioni parlamentari che sono intercorse tra il 2008 e il 2022. In questa ricerca abbiamo fornito anche una definizione di classe operaia, coloro che sono inquadrabili nell’industria manifatturiera, e di bassi percettori di reddito, coloro che sono assimilabili per condizioni di vita alla classe operaia di oggi ma che non lavorano nell’industria. In entrambi di casi, per i 15 anni presi in considerazione nella nostra ricerca, vi è una marcata prevalenza per la scelta di voto a destra. In questo senso la classe operaia in senso stretto ha scelto come primo partito il Pdl di Berlusconi nel 2008 come ha scelto FdI di Giorgia Meloni nel 2022. Solo nel 2013 il PD è riuscito a conquistare il posto di primo partito tra la classe operaia ma, da allora, come vedremo, i competitori per l’egemonia sulla working class sono altri. Un’altra tendenza chiara dei quindici anni presi in esame è che alla stabilizzazione, a destra, del voto operaio e dei bassi percettori di reddito corriponde una crescita mai vista, in Italia, dell’astensionismo. Oltre 17 punti di percentuale di astensionismo in più in quindici anni accompagnano la stabilizzazione, a destra, dell’elettorato dei ceti subalterni. Naturalmente, questo, per dimensioni e metodo, è un lavoro di comprensione delle dinamiche dei flussi elettorali alle elezioni politiche non un saggio di analisi su cause e tendenze in atto. Ma una cosa va detta, chi ricorda le enormi manifestazioni a difesa articolo 18 del 2002? Sei anni dopo, durante elezioni 2008, il Pdl guidato da Berlusconi era il primo partito operaio. Saper entrare in questi temi, darsi spiegazioni, saper innovare su questo campo aiuta molto a definire una proposta politica all’altezza dei problemi che stiamo attraversando.
1. Introduzione
Contesto generale
Il presente report si propone di analizzare l’evoluzione del comportamento elettorale di due segmenti sociali di particolare rilevanza nel panorama italiano – la classe operaia, con un focus specifico sui lavoratori del settore manifatturiero ove possibile, e i percettori di basso reddito – nel corso delle elezioni politiche generali tenutesi tra il 2008 e il 2022. Questo arco temporale è stato testimone di profonde trasformazioni nel sistema politico italiano, segnato da una notevole instabilità, da ricorrenti crisi economiche, dall’affermazione di nuovi soggetti politici come il Movimento 5 Stelle (M5S), dal declino di forze tradizionali e, in modo particolarmente allarmante, da un progressivo e marcato aumento dell’astensionismo, che ha raggiunto livelli record nelle ultime consultazioni. Comprendere come questi mutamenti abbiano influenzato le scelte di voto di gruppi sociali storicamente significativi è cruciale per decifrare le dinamiche politiche contemporanee.
Rilevanza dell’analisi
L’analisi del voto operaio e dei bassi redditi riveste un’importanza fondamentale. Tradizionalmente considerati un bacino elettorale di riferimento per i partiti della sinistra, questi segmenti hanno manifestato, negli ultimi decenni, una crescente volatilità e un progressivo disallineamento dalle appartenenze storiche. Le loro preferenze elettorali sono diventate oggetto di contesa tra diverse forze politiche, incluse quelle populiste e di destra, e le loro scelte hanno avuto un impatto decisivo sugli equilibri politici nazionali, contribuendo a determinare l’esito delle competizioni elettorali e la formazione dei governi. Studiare i loro orientamenti permette non solo di mappare i cambiamenti socio-politici in atto, ma anche di valutare il grado di rappresentanza politica offerto a fasce della popolazione particolarmente esposte alle difficoltà economiche e sociali.
Metodologia e fonti
La presente analisi si fonda sull’esame critico di dati provenienti da diverse fonti, quali studi sui flussi elettorali, sondaggi post-voto (exit poll e survey campionarie), ricerche accademiche e analisi condotte da istituti di ricerca specializzati come ITANES (Italian National Election Studies), l’Istituto Cattaneo, IPSOS, e altri contributi specifici reperiti nei materiali di ricerca. Un’attenzione particolare è stata dedicata al tentativo di armonizzare, per quanto possibile, le diverse definizioni operative utilizzate per identificare i gruppi target (“classe operaia” e “bassi redditi”), riconoscendo i limiti intrinseci di tale operazione e la potenziale influenza delle diverse metodologie sui risultati.
Struttura del report
Il report si articola nelle seguenti sezioni:
- Una discussione preliminare sulle definizioni operative dei gruppi elettorali oggetto di studio.
- Una sintesi del contesto politico e delle principali tendenze elettorali nel periodo 2008-2022.
- Un’analisi dettagliata degli orientamenti di voto della classe operaia (operai/settore manifatturiero) per ciascuna delle quattro elezioni considerate.
- Un’analisi analoga per i percettori di basso reddito.
- Una sintesi comparativa dei risultati, inclusa una tabella riassuntiva, per evidenziare convergenze e divergenze nelle traiettorie di voto dei due gruppi.
- Una discussione sulle tendenze di fondo e sulle possibili motivazioni che hanno guidato le scelte elettorali di questi segmenti.
- Conclusioni riepilogative e riflessioni finali.
Date delle elezioni analizzate
Le elezioni politiche generali incluse in questa analisi sono quelle tenutesi nelle seguenti date:
- 13-14 aprile 2008
- 24-25 febbraio 2013
- 4 marzo 2018
- 25 settembre 2022
2. Definire l’elettorato: Classe operaia e bassi redditi
La sfida della definizione
Identificare e tracciare nel tempo il comportamento elettorale della “classe operaia” e dei “bassi percettori di reddito” presenta significative sfide metodologiche. Le definizioni operative di questi gruppi non sono univoche e variano considerevolmente tra le diverse fonti di ricerca e nel corso del tempo. Questa eterogeneità dipende da molteplici fattori, tra cui le metodologie impiegate (sondaggi individuali vs. analisi ecologiche basate sui risultati aggregati delle sezioni elettorali ) e le specifiche variabili socio-demografiche disponibili o utilizzate dai ricercatori (tipo di occupazione, settore lavorativo, auto-collocazione soggettiva, livello di reddito dichiarato o stimato, appartenenza a decili di reddito ). Tali differenze influenzano inevitabilmente le stime sul voto e rendono complessa la comparazione diacronica dei risultati.
Definizione di “classe operaia” (settore manifatturiero)
La richiesta specifica di analizzare il voto dei lavoratori del “settore manifatturiero” si scontra con la prassi comune di molte ricerche elettorali, che tendono a utilizzare la categoria più ampia di “operai” o l’espressione colloquiale “tute blu”. Studi accademici e analisi storiche, come la tesi di Occhionero o lo studio della Fondazione Di Vittorio focalizzato sul 2006, discutono l’evoluzione del concetto di classe operaia, sottolineandone la crescente eterogeneità interna e le difficoltà di una definizione univoca nel contesto post-industriale. Anche le indagini ITANES, come quelle relative al 2008 o al 2013, utilizzano prevalentemente la categoria “operai” basata sulla classificazione professionale degli intervistati.
Data questa limitazione nelle fonti primarie disponibili, il presente report utilizzerà prevalentemente la categoria “operai” come proxy per la “classe operaia del settore manifatturiero”, specificando ove possibile la natura dei dati utilizzati e riconoscendo che tale categoria include anche lavoratori di altri settori (es. edilizia, trasporti). Questa scelta, pur necessaria per condurre l’analisi, implica un certo grado di approssimazione rispetto alla richiesta originale. La difficoltà nel reperire dati disaggregati specificamente per il settore manifatturiero riflette, in parte, la trasformazione stessa del mondo del lavoro e la minor centralità analitica attribuita alle distinzioni settoriali in alcune ricerche contemporanee.
Definizione di “Bassi percettori di reddito”
Anche la definizione di “bassi percettori di reddito” presenta una notevole variabilità. Le principali questioni riscontrate nelle fonti includono:
Condizione economica auto-dichiarata. Gli intervistati valutano soggettivamente la propria situazione economica, classificandola ad esempio come “bassa”, “media” o “elevata”, come nell’analisi IPSOS per le elezioni 2022. Questo approccio cattura la percezione individuale del disagio, che può essere influenzata da fattori psicologici e sociali oltre che dal reddito oggettivo.
Appartenenza a decili di reddito. Il campione di intervistati viene suddiviso in dieci gruppi (decili) in base al reddito familiare dichiarato, e si analizza il comportamento di coloro che appartengono ai decili inferiori (es. i primi quattro decili, come nello studio basato su dati ESS9 per il 2018). Questo metodo offre una misura relativa del basso reddito all’interno del campione analizzato.
Reddito medio della zona di residenza. Si utilizzano dati aggregati sul reddito medio dichiarato ai fini fiscali (es. IRPEF) per aree geografiche definite (es. Codice di Avviamento Postale – CAP) e si correla il reddito medio della zona con i risultati elettorali delle sezioni in essa comprese. Questa tecnica, basata sull’inferenza ecologica, assume un’omogeneità interna alle zone che non sempre corrisponde alla realtà.
Correlazione con indicatori di disagio o sussidi. Si analizza la relazione tra il voto e indicatori specifici di difficoltà economica, come il tasso di disoccupazione o inattività, o la quota di beneficiari di misure di sostegno al reddito come il Reddito di Inclusione (REI) o il Reddito di Cittadinanza (RdC). Questo approccio identifica specifici sottogruppi in condizione di vulnerabilità, spesso legati a determinate politiche pubbliche.
La coesistenza di queste diverse definizioni rende evidente che il concetto di “basso reddito” può riferirsi a realtà parzialmente differenti: la povertà percepita, la posizione relativa nella distribuzione dei redditi, la residenza in aree svantaggiate, o la dipendenza da sussidi statali. Questa eterogeneità è un fattore cruciale da considerare nell’interpretazione dei risultati presentati nelle sezioni successive.
Implicazioni metodologiche
Le differenze nelle definizioni operative e nelle metodologie di rilevazione (sondaggi vs. analisi ecologica) comportano cautele interpretative. I risultati basati su sondaggi riflettono le dichiarazioni e le percezioni individuali, mentre le analisi ecologiche stimano comportamenti individuali da dati aggregati, introducendo un potenziale margine di errore (la “fallacia ecologica”). La comparabilità dei dati tra diverse elezioni è inoltre influenzata dai cambiamenti nelle metodologie di indagine e nelle stesse categorie socio-professionali o di reddito utilizzate. Pertanto, ogni dato presentato sarà contestualizzato rispetto alla fonte e alla definizione specifica impiegata, evidenziando le tendenze generali pur nella consapevolezza di queste limitazioni.
3. Il panorama elettorale 2008-2022: contesto politico e principali tendenze
Il periodo compreso tra le elezioni politiche del 2008 e quelle del 2022 è stato uno dei più turbolenti e trasformativi nella storia della Repubblica Italiana. Comprendere il contesto politico generale è essenziale per interpretare le scelte elettorali della classe operaia e dei bassi redditi.
Le elezioni del 2008 (13-14 aprile). Svoltesi dopo la caduta prematura del secondo governo Prodi, queste elezioni videro un ritorno apparente al bipolarismo, con la netta affermazione della coalizione di centrodestra (Popolo della Libertà – PdL, Lega Nord, MPA) guidata da Silvio Berlusconi, a scapito del Partito Democratico (PD) di Walter Veltroni. La legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza (“Legge Calderoli” o “Porcellum”) favorì la semplificazione del quadro politico, riducendo drasticamente il numero di liste rappresentate in Parlamento rispetto al 2006. L’affluenza, pur ancora elevata (80,6%), registrò un calo rispetto alle tornate precedenti.
Le elezioni del 2013 (24-25 febbraio). Tenutesi in un clima di profonda crisi economica e sfiducia verso la politica tradizionale, acuita dall’esperienza del governo tecnico guidato da Mario Monti, queste elezioni segnarono la fine traumatica del bipolarismo. L’elemento dirompente fu l’affermazione del Movimento 5 Stelle (M5S) di Beppe Grillo, che divenne il primo partito per voti alla Camera. Nessuna coalizione ottenne la maggioranza assoluta dei seggi, portando a una lunga fase di instabilità e alla formazione di governi di larghe intese. La legge elettorale “Calderoli”, ancora in vigore, fu successivamente dichiarata parzialmente incostituzionale. L’astensionismo subì un’ulteriore, significativa crescita, con un tasso di partecipazione al 75,2%.
Le elezioni del 2018 (4 marzo). Il sistema politico apparve consolidato su una struttura tripolare: la coalizione di centrodestra (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia-UDC), la coalizione di centrosinistra (PD e alleati) e il M5S. Il M5S si confermò primo partito, mentre la coalizione di centrodestra risultò la più votata, trainata da una Lega in forte crescita a livello nazionale. Tuttavia, nessuna delle tre forze raggiunse la maggioranza parlamentare. Dopo una complessa fase di negoziati, si formò il governo “giallo-verde” tra M5S e Lega. L’affluenza continuò il suo declino, attestandosi al 72,9%. Le elezioni si svolsero con la nuova legge elettorale “Rosatellum”, un sistema misto maggioritario-proporzionale.
Le elezioni del 2022 (25 settembre). Indette anticipatamente a seguito della crisi del governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi, queste elezioni furono caratterizzate da una chiara vittoria della coalizione di centrodestra, guidata da Fratelli d’Italia (FdI) di Giorgia Meloni, che divenne il primo partito con il 26% dei consensi. Il PD si confermò secondo partito, mentre il M5S, dato in forte calo nei mesi precedenti, registrò un recupero significativo attestandosi come terza forza. L’elemento più drammatico fu il crollo storico della partecipazione al voto, scesa per la prima volta sotto il 64%. Queste elezioni si tennero con la legge “Rosatellum” e furono le prime con il numero ridotto di parlamentari (400 deputati e 200 senatori).
Tendenze Generali del Periodo 2008-2022
Questo quindicennio è stato segnato da alcune tendenze di fondo:
1) Frammentazione e riconfigurazione continua. Il sistema partitico ha perso i suoi ancoraggi tradizionali, passando da una logica bipolare a una tripolare, per poi vedere l’emergere di una nuova forza egemone (FdI) nel centrodestra nel 2022.
2) Elevata volatilità elettorale. Gli elettori hanno mostrato una propensione crescente a cambiare voto tra un’elezione e l’altra, come evidenziato dalle analisi dei flussi elettorali che mostrano significativi spostamenti tra partiti e coalizioni.
3) Crescita imponente dell’astensionismo. Il calo della partecipazione al voto è stato il fenomeno più costante e preoccupante del periodo. Tra il 2008 e il 2022, la quota di votanti è diminuita di quasi 17 punti percentuali, portando l’area del non voto a superare per dimensioni quella di qualsiasi partito o coalizione. Questo trend segnala una profonda crisi di fiducia e di rappresentanza.
4) Persistenza delle fratture territoriali. Nonostante i cambiamenti, le tradizionali differenze di voto tra Nord e Sud Italia sono rimaste significative, influenzando le strategie dei partiti e l’esito delle elezioni.
5) Impatto delle crisi economiche. Le difficoltà economiche, l’aumento della disoccupazione, la precarizzazione del lavoro e l’erosione dei salari reali hanno costituito uno sfondo costante, alimentando il malcontento sociale e influenzando le scelte politiche degli elettori.
4. Orientamenti di voto della classe operaia (settore manifatturiero)
Come anticipato, l’analisi seguente si riferisce principalmente alla categoria “operai” come definita nelle diverse fonti, data la difficoltà di isolare specificamente il solo settore manifatturiero in modo consistente per tutte le elezioni considerate.
Elezioni 2008. Le fonti dirette disponibili per questa analisi e il volume ITANES dedicato (“Il ritorno di Berlusconi”) non quantificano esplicitamente le percentuali di voto operaio per i singoli partiti. Tuttavia, alcuni elementi contestuali permettono di formulare un’ipotesi plausibile. Lo studio della Fondazione Di Vittorio relativo al 2006 indicava già una spaccatura nel voto operaio: il centrosinistra prevaleva a livello nazionale, ma il centrodestra (in particolare la Lega Nord) era più forte tra gli operai delle regioni settentrionali, specialmente nel Nord-Est. La tesi di Sirna, analizzando il periodo 1994-2008, sottolinea come il fattore occupazionale fosse diventato cruciale, con una tendenza dei lavoratori autonomi a preferire la destra e dei dipendenti la sinistra, ma evidenzia anche la capacità di Berlusconi di raccogliere consensi trasversali, presentando il PdL come un partito dal volto “popolare”. Considerando la netta vittoria del PdL nel 2008 e queste tendenze pregresse, è ragionevole stimare che i due principali partiti per l’elettorato operaio a livello nazionale fossero:
Popolo della Libertà (PdL) (Stima)*
Partito Democratico (PD) (Stima)* *Nota: Questa è un’inferenza basata su dati indiretti e contesto generale, da considerare con cautela. È probabile che la Lega Nord abbia raccolto una quota significativa del voto operaio al Nord, confluita in parte nel risultato nazionale del PdL.
Elezioni 2013. Per questa tornata elettorale, disponiamo di dati più specifici grazie alla tesi di Occhionero, che utilizza dati dell’indagine ITANES 2013. L’analisi indica chiaramente che i primi due partiti scelti dagli operai intervistati (per la Camera dei Deputati) furono:
Partito Democratico (PD) (34,1%)
Movimento 5 Stelle (M5S) (24,3%) Il 2013 rappresenta un momento di svolta significativo. Pur confermandosi come primo partito tra gli operai, il PD vede l’irruzione prepotente del M5S, che si posiziona come seconda forza. Questo risultato segnala un indebolimento del legame tradizionale tra classe operaia e sinistra istituzionale e l’apertura di questo elettorato verso un voto di protesta, anti-establishment, catalizzato dalla grave crisi economica e dalla sfiducia verso la politica tradizionale. Il M5S riesce a sottrarre consensi sia al PD, sia al centrodestra (PdL, frammentato in questa elezione) e agli astenuti.
Elezioni 2018. Le fonti ITANES specifiche per il 2018 (“Vox Populi” e analisi correlate ) non forniscono nei brani disponibili una classifica diretta dei partiti più votati dagli operai a livello nazionale. Tuttavia, le analisi dei flussi elettorali condotte dall’Istituto Cattaneo e le analisi socio-economiche offrono indicazioni convergenti. La Lega emerge come un partito “pigliatutto”, capace di attrarre voti operai da diverse provenienze, inclusi ex elettori PD e M5S, specialmente nelle regioni del Nord, confermando e ampliando la tendenza già osservata nel 2006. Il M5S, pur perdendo voti verso la Lega al Nord, rimane molto forte al Sud, dove intercetta il disagio sociale. Il PD, invece, subisce pesanti perdite verso entrambi. Sulla base di queste dinamiche e dei risultati generali dell’elezione (con M5S primo partito e Lega forza trainante del centrodestra), è altamente probabile che i primi due partiti tra gli operai a livello nazionale fossero:
Lega (Stima)*
Movimento 5 Stelle (M5S) (Stima)* *Nota: Stima basata sull’analisi dei flussi, delle correlazioni socio-economiche e del contesto politico. Sussistono significative differenze territoriali, con la Lega dominante al Nord e il M5S probabilmente prevalente tra gli operai del Sud. Il 2018 sembra quindi sancire il sorpasso dei due principali partiti populisti/sovranisti sul PD all’interno dell’elettorato operaio. Questo cambiamento riflette una profonda trasformazione, dove le tematiche identitarie, la sicurezza, la critica all’immigrazione e all’establishment (portate avanti dalla Lega) e la protesta contro il sistema e il disagio economico (cavalcate dal M5S) trovano maggiore risonanza rispetto all’offerta politica del centrosinistra tradizionale.
Elezioni 2022. L’analisi post-voto condotta da IPSOS fornisce un quadro chiaro per le ultime elezioni. Tra gli operai (“tute blu”), i primi due partiti sono risultati essere:
Fratelli d’Italia (FdI). (oltre il 33%)
Lega (oltre il 13%). Il 2022 segna un’ulteriore e decisa svolta a destra del voto operaio. Fratelli d’Italia emerge come il partito egemone in questo segmento, superando nettamente la Lega. Questo successo si spiega con la capacità di FdI di attrarre consistenti flussi di voto sia dalla Lega stessa, sia dal M5S rispetto al 2018. Si consolida così un blocco di destra/centrodestra tra i lavoratori manuali. Il M5S, pur recuperando a livello generale, non figura tra i primi due partiti in questa specifica categoria a livello nazionale, a differenza di quanto avviene tra i bassi redditi. Il PD rimane ai margini delle preferenze operaie. Questa evoluzione suggerisce che l’offerta politica di FdI, incentrata su identità nazionale, sicurezza, e forse una retorica di protezione sociale coniugata a politiche economiche di destra, abbia trovato particolare ascolto tra i lavoratori operai, superando sia l’appeal sovranista della Lega del 2018, sia quello anti-sistema del M5S.
5. Orientamenti di voto dei bassi percettori di reddito
Anche per questo gruppo, è fondamentale ricordare la variabilità delle definizioni utilizzate (auto-percezione, decili di reddito, reddito medio di zona, beneficiari di sussidi).
Elezioni 2008. Similmente al caso degli operai, le fonti disponibili e il volume ITANES non forniscono una classifica diretta dei partiti più votati dai bassi redditi nel 2008. L’analisi dell’elettorato di Berlusconi (PdL) evidenzia una composizione eterogenea, che includeva anche fasce caratterizzate da “marginalità sociale”. Il PD, d’altro canto, risultava forte tra pensionati e impiegati, categorie che possono includere anche persone a basso reddito. Data la vittoria complessiva del PdL e la sua capacità di penetrazione in segmenti popolari, si può ipotizzare, con notevole incertezza, che i partiti principali fossero:
Popolo della Libertà (PdL) (Stima)*
Partito Democratico (PD) (Stima)* *Nota: Inferenza basata su dati parziali e contesto, da trattare con estrema cautela.
Elezioni 2013. Non emergono dati diretti dai brani forniti sui primi due partiti per i bassi redditi nel 2013. Tuttavia, il contesto è illuminante. L’elezione si svolge nel pieno della crisi economica e vede l’esplosione del M5S, un partito che, fin da subito, si caratterizza per un forte messaggio anti-establishment e di critica alle politiche di austerity. Le analisi dei flussi mostrano come il M5S abbia attratto voti trasversalmente, pescando da PD, Pdl e, in modo significativo, dall’astensione. Considerando che il disagio economico tende a correlarsi con la sfiducia politica e la ricerca di alternative radicali, è altamente probabile che il M5S sia stato il partito più votato da questo segmento. La seconda posizione è più incerta, potenzialmente occupata dal PD o dalle forze eredi del PdL, ma è anche plausibile un alto tasso di astensione tra i più poveri, data la correlazione positiva tra reddito e partecipazione al voto. Pertanto, la stima è:
Movimento 5 Stelle (M5S) (Stima)*
Partito Democratico (PD) / Eredi PdL / Astensione (Stima)* *Nota: Inferenza basata su contesto, flussi generali e natura del voto M5S. Il 2013 segna verosimilmente l’inizio dell’affermazione del M5S come punto di riferimento per una parte consistente dell’elettorato a basso reddito, deluso dalle politiche tradizionali e attratto da promesse di cambiamento radicale.
Elezioni 2018. Per questa tornata, le evidenze sono più robuste e convergenti. Lo studio di Di Cocco e Monechi, basato sui dati della European Social Survey (ESS9) e utilizzando i decili di reddito, indica chiaramente che i due partiti più votati dagli elettori appartenenti ai decili più bassi (1°-4°) furono:
Movimento 5 Stelle (M5S). (Il 47,2% dei suoi elettori totali proveniva da questi decili). Altre analisi confermano la forte correlazione tra il voto al M5S e varie forme di disagio socio-economico, specialmente nel Mezzogiorno, e la sua popolarità tra i beneficiari del Reddito di Inclusione (misura antesignana del Reddito di Cittadinanza). Questi dati consolidano l’immagine del M5S come partito egemone tra le fasce più deboli della popolazione nel 2018, probabilmente anche in virtù della promessa del Reddito di Cittadinanza, percepita come una risposta diretta alle loro difficoltà.
Lega. (Il 44,3% dei suoi elettori totali proveniva da questi decili)L’emergere della Lega come seconda forza suggerisce che anche l’offerta sovranista, incentrata su sicurezza e immigrazione, riusciva a intercettare una parte significativa di questo elettorato, forse con accentuazioni diverse a livello territoriale (più forte al Nord) o tra sottogruppi specifici (es. lavoratori poveri vs. assistiti).
Elezioni 2022. Le analisi post-voto confermano la tenuta del M5S in questo segmento, nonostante il calo rispetto al picco del 2018. L’indagine IPSOS identifica il Movimento 5 Stelle (M5S) come il primo partito tra coloro che si dichiarano in difficoltà economica. La stessa analisi e quella basata sui dati dei CAP nelle grandi città indicano che la seconda posizione è occupata dalla Lega, affiancata o seguita da Forza Italia (FI). L’analisi per CAP è particolarmente eloquente: nei quartieri più poveri delle grandi città (Napoli, Palermo), il M5S ottiene percentuali altissime (oltre il 50-60%), mentre FdI e PD risultano molto deboli. La classifica è quindi:
Movimento 5 Stelle (M5S). Nel 2022, il M5S riesce a mantenere la sua leadership tra i bassi redditi, un risultato probabilmente legato alla strenua difesa del Reddito di Cittadinanza durante la campagna elettorale, misura percepita come essenziale da molti in condizioni di povertà o precarietà.
Lega / Forza Italia (FI). La Lega e Forza Italia conservano una presenza significativa, indicando la persistenza di un appeal legato ad altre tematiche o a reti clientelari locali. Il dato più rilevante è la debolezza di FdI in queste fasce, nonostante il trionfo a livello nazionale e tra gli operai. Questo fenomeno evidenzia una chiara divergenza nel 2022 tra il comportamento della classe operaia (intesa in senso lato) e quello dei percettori di basso reddito: mentre i primi si sono spostati in massa verso FdI, i secondi sono rimasti in larga parte fedeli al M5S.
6. Analisi comparativa e sintesi
Per fornire una visione d’insieme immediata delle tendenze di voto dei due gruppi target nelle quattro elezioni analizzate, si presenta la seguente tabella riassuntiva. È fondamentale tenere presenti le note relative alle definizioni utilizzate e al grado di certezza dei dati (stime vs. dati diretti).
Confronto delle Traiettorie e la Divergenza del 2022
L’analisi comparativa dei percorsi elettorali dei due gruppi rivela dinamiche complesse e non lineari.
- Nel 2008, entrambi i gruppi sembrano essere principalmente contesi tra il PdL berlusconiano e il PD, sebbene con specificità territoriali importanti, come la forza della Lega tra gli operai del Nord già evidente nel 2006.
- La svolta del 2013, innescata dalla crisi economica e dalla sfiducia politica, vede l’irruzione del M5S come attore protagonista per entrambi i segmenti. Diventa la seconda forza tra gli operai e, con alta probabilità, la prima tra i bassi redditi, segnalando un comune allontanamento dalle forze politiche tradizionali.
- Le elezioni del 2018 mostrano un consolidamento di questa tendenza, ma con sfumature diverse. La Lega sembra conquistare la leadership tra gli operai (specialmente al Nord), mentre il M5S rafforza la sua egemonia tra i bassi redditi, in particolare al Sud, anche grazie all’attesa per il Reddito di Cittadinanza. Il PD appare ormai marginalizzato in entrambi i segmenti.
- Il 2022 segna il punto di massima divergenza tra i due gruppi. Mentre la classe operaia si sposta decisamente verso il blocco di destra guidato da FdI, i percettori di basso reddito confermano in maggioranza il loro sostegno al M5S.
Questa divergenza finale è particolarmente significativa. Suggerisce che, pur condividendo spesso condizioni di disagio economico e sociale, le priorità e le risposte politiche ricercate dai due gruppi non sono più sovrapponibili nel 2022. Per la classe operaia, sembrano prevalere istanze legate all’identità nazionale, alla sicurezza, alla critica all’immigrazione e forse a un certo nazionalismo economico, intercettate efficacemente da FdI e Lega. Per i bassi redditi, invece, la difesa di misure di welfare come il Reddito di Cittadinanza e un persistente sentimento anti-establishment sembrano mantenere forte l’attrattiva del M5S. Questa biforcazione rappresenta una sfida complessa per tutti gli attori politici che ambiscono a rappresentare le classi popolari in Italia.
7. Tendenze di fondo e motivazioni
I cambiamenti osservati negli orientamenti di voto della classe operaia e dei bassi redditi tra il 2008 e il 2022 non sono casuali, ma riflettono tendenze profonde di natura sociale, economica e politica.
Il declino del voto di classe tradizionale. Il periodo analizzato ha visto un’accelerazione dell’erosione del tradizionale legame tra classe operaia e partiti di sinistra. Le trasformazioni strutturali dell’economia (deindustrializzazione, crescita del terziario, globalizzazione), la frammentazione del mercato del lavoro (aumento della precarietà, declino del lavoro standard), la crisi di rappresentanza dei sindacati tradizionali e i mutamenti nell’offerta politica hanno contribuito a questo disallineamento. I partiti del centrosinistra, in particolare il PD, sono stati percepiti da segmenti crescenti del mondo del lavoro manuale e delle fasce a basso reddito come distanti dai loro problemi materiali, più focalizzati sui ceti medi urbani, sui diritti civili o sull’integrazione europea. Al contrario, il PD ha consolidato il suo consenso tra gli elettori con livelli di istruzione più elevati, accentuando la distanza dalle classi popolari.
L’impatto delle crisi economiche e dell’insicurezza. Le ripetute crisi economiche (la crisi finanziaria globale del 2008-2009, la crisi del debito sovrano del 2011-2012, le conseguenze della pandemia e della crisi energetica più recenti) hanno avuto un impatto devastante sul tessuto sociale italiano, aumentando la disoccupazione, la povertà e l’insicurezza economica. Questa condizione di vulnerabilità diffusa ha alimentato sentimenti di rabbia, frustrazione e sfiducia verso le istituzioni e le élite politiche, creando un terreno fertile per il voto di protesta e per l’affermazione di partiti che promettevano un cambiamento radicale o una maggiore protezione sociale.
L’appeal dei partiti Popolari/Sovranisti
- Il Movimento 5 Stelle ha capitalizzato su questo malcontento, presentandosi come forza anti-sistema (“né di destra né di sinistra”) capace di dare voce alla protesta dei cittadini contro la “casta” politica. La sua capacità di attrarre voti da tutti gli schieramenti e dall’astensione ne ha decretato il successo, specialmente nel 2013 e 2018. Il suo radicamento tra i bassi redditi, in particolare nel Mezzogiorno è stato poi cementato dalla promessa e successiva implementazione (e difesa) del Reddito di Cittadinanza, percepito come una risposta concreta al disagio sociale.
- La Lega, sotto la leadership di Matteo Salvini, ha trasformato la sua identità da partito autonomista nordista a forza nazionale sovranista. Il suo successo tra gli operai, specialmente al Nord, si è basato su un mix di temi: sicurezza, forte contrasto all’immigrazione, critica all’Unione Europea, difesa dell’identità nazionale e promesse di riduzione fiscale. La Lega è riuscita ad attrarre anche ex elettori di sinistra, dimostrando la permeabilità dei vecchi confini ideologici.
- Fratelli d’Italia ha raccolto l’eredità di questo spostamento a destra, riuscendo nel 2022 a superare la Lega e a diventare il partito egemone nel centrodestra e tra la classe operaia. Il suo successo deriva dalla capacità di attrarre voti sia dalla Lega, sia dal M5S, proponendo un’agenda nazional-conservatrice che combina temi identitari, sicurezza, e una retorica di difesa degli interessi nazionali, che ha evidentemente trovato forte risonanza in ampi settori dell’elettorato popolare.
Il significato dell’astensionismo. L’impressionante crescita dell’astensionismo non può essere interpretata semplicisticamente come mera apatia o disinteresse. Essa rappresenta, per molti versi, una forma di protesta silenziosa, un segnale di profonda disillusione e sfiducia verso l’intero sistema politico. Le analisi dei flussi indicano che una parte significativa degli astenuti proviene da elettori che in precedenza avevano votato per partiti come il M5S o la Lega. Questo suggerisce che la disaffezione colpisce anche le forze politiche emerse più recentemente, forse a causa di aspettative deluse o della percezione di un tradimento delle promesse iniziali. Per la classe operaia e i bassi redditi, l’astensione può rappresentare l’esito di un percorso di allontanamento dalla politica, culminato nella sensazione che nessun partito sia in grado o abbia la volontà di rappresentare efficacemente i loro interessi. Questa vasta area di non voto costituisce un sintomo preoccupante della crisi di rappresentanza democratica e un potenziale bacino elettorale per future mobilitazioni.
La dimensione territoriale. Le differenze tra Nord e Sud rimangono cruciali per comprendere queste dinamiche. Il M5S ha trovato nel Mezzogiorno il suo bacino elettorale più solido tra i bassi redditi, grazie alla maggiore incidenza del disagio sociale e all’impatto del Reddito di Cittadinanza. Al Nord, invece, la Lega prima e FdI poi hanno dimostrato una maggiore capacità di attrarre il voto operaio, facendo leva su temi identitari, produttivistici e sulla critica all’immigrazione. Questa geografia politica del voto popolare riflette fratture economiche, sociali e culturali profonde del Paese.
8. Conclusioni
L’analisi del comportamento elettorale della classe operaia e dei percettori di basso reddito in Italia tra il 2008 e il 2022 rivela un quadro di profonda trasformazione e crescente instabilità. I principali risultati possono essere così sintetizzati:
1) Disallineamento dalla sinistra. Entrambi i gruppi hanno progressivamente abbandonato i partiti tradizionali di sinistra, che storicamente ne costituivano il principale punto di riferimento politico. Il PD, in particolare, ha visto erodere costantemente il proprio consenso in questi segmenti, pur mantenendo forza tra gli elettori più istruiti.
2) Affermazione di nuove forze politiche. Il vuoto lasciato dalla sinistra è stato riempito da nuovi attori politici. Il Movimento 5 Stelle è emerso come forza significativa per entrambi i gruppi nel 2013, consolidandosi poi come partito egemone tra i bassi redditi, specialmente al Sud, grazie a un messaggio anti-establishment e a politiche di welfare mirate. La Lega ha conquistato una posizione di rilievo tra gli operai, soprattutto al Nord, facendo leva su temi identitari e securitari. Infine, Fratelli d’Italia ha capitalizzato su queste tendenze, diventando nel 2022 il primo partito tra gli operai e la forza trainante del centrodestra.
3) Divergenza finale (2022). Nonostante un percorso parzialmente simile nella fase centrale del periodo, le scelte dei due gruppi sono apparse nettamente divergenti nel 2022. La classe operaia si è orientata decisamente verso il blocco di destra (FdI-Lega), mentre i bassi redditi hanno in maggioranza confermato il loro sostegno al M5S. Questa biforcazione suggerisce l’emergere di priorità e logiche di voto differenti all’interno del mondo popolare.
4) Ruolo del contesto e delle crisi. Le crisi economiche ricorrenti, l’aumento dell’insicurezza sociale e la sfiducia verso le istituzioni hanno giocato un ruolo cruciale nell’alimentare la volatilità elettorale e la ricerca di alternative politiche radicali o percepite come più vicine ai bisogni concreti.
5) Astensionismo come sintomo. La crescita esponenziale dell’astensionismo, alimentata anche da elettori delusi provenienti da M5S e Lega, segnala una profonda crisi di rappresentanza che colpisce in modo particolare questi segmenti sociali, lasciando una vasta area di cittadini ai margini della partecipazione politica attiva.
L’interpretazione complessiva di questi fenomeni rimanda a una più ampia trasformazione del sistema politico italiano, caratterizzata dalla crisi delle ideologie tradizionali, dalla personalizzazione della politica, dall’impatto della globalizzazione e dalla crescente rilevanza di fratture culturali (identità vs. cosmopolitismo, apertura vs. chiusura) che si sommano e talvolta sostituiscono la tradizionale frattura di classe. Gli allineamenti elettorali emersi appaiono fluidi e potenzialmente instabili, soggetti all’evoluzione del contesto economico e all’efficacia delle strategie messe in campo dai diversi attori politici.
Questi spostamenti pongono sfide significative per la rappresentanza democratica. I partiti che oggi raccolgono il consenso della classe operaia (FdI, Lega) e dei bassi redditi (M5S) sono chiamati a dimostrare la capacità di tradurre questo sostegno in politiche concrete che rispondano alle esigenze di questi gruppi, al di là della retorica elettorale. La divergenza osservata nel 2022 solleva interrogativi sulla possibilità di costruire piattaforme politiche capaci di unificare le diverse anime del mondo popolare.
Guardando al futuro, la volatilità dimostrata da questi elettorati suggerisce che gli equilibri attuali non sono necessariamente definitivi. L’evoluzione della situazione economica, l’impatto delle politiche del governo in carica e le strategie dei partiti di opposizione potrebbero innescare ulteriori cambiamenti. La vasta platea degli astenuti, in particolare, rappresenta un’incognita e un potenziale serbatoio di voti per chi saprà interpretarne le ragioni della disaffezione e offrire prospettive credibili di cambiamento e rappresentanza. Comprendere e affrontare la crisi di partecipazione che coinvolge ampi strati delle classi popolari rimane una delle sfide più urgenti per la salute della democrazia italiana.
Fonte
21/04/2025
Il Ponte sullo Stretto per la mobilità militare, contro ogni tutela ambientale
Di sostenibile non c’è però nulla. La novità di questa delibera è che, per la prima volta, si fa appello alla procedura Imperative reasons of overidding public interest (IROPI), con la quale si richiede di poter scavalcare le norme comunitarie in materia di tutela ambientale sulla base del carattere strategico dell’opera che si vuole realizzare.
La società Stretto di Messina sarà tenuta a mettere in campo “ogni misura compensativa necessaria”, ma bisogna sottolineare come è già previsto che per tre delle quindici aree interessate dal Ponte (i monti Peloritani, la Costa Viola e i fondali da Punta Pezzo a Capo delle Armi) non esistono forme di mitigazione dell’impatto ambientale.
È compito del ministro dell’Ambiente inviare tale delibera alla Commissione Europea, che ne prende semplicemente atto: tramite l’IROPI, infatti, vengono oltrepassate le valutazioni sull’impatto ambientale previste dalla direttiva comunitaria Habitat. E questo avviene perché vengono indicati dei motivi imperativi che non prevedono soluzioni alternative.
Tra questi motivi viene citata la velocità con cui autobotti e vari aiuti possono arrivare nell’isola in caso di fenomeni sismici, così come l’integrazione dei servizi sanitari tra le due sponde dello Stretto. Inutile dire che, ovviamente, non è questa grande opera che risolve i problemi citati, senza considerare che in caso di terremoto il ponte sarebbe l’ultimo dei vettori affidabili.
Nella delibera si legge poi che “l’aumentata connettività della Sicilia rispetto al resto del Paese e dell’Europa ha delle chiare implicazioni geopolitiche e, quindi, per la difesa del territorio”. Nella delibera è scritto: “l’Unione Europea ha sviluppato il Military Mobility Action Plan per rafforzare la capacità di spostamento rapido delle truppe all’interno del continente”.
È l’interesse per la mobilità militare e la presenza di basi e centri NATO quali quelli di Augusta, Sigonella, Trapani, Catania a essere usata come ragione del ricorso all’IROPI. Nodo che mostra come, al di là delle dichiarazioni propagandistiche, anche la Lega sostiene il riarmo e lo sviluppo di una difesa europea, utili agli imperialisti del Vecchio Continente.
Una notizia che non sorprende, come non sorprende che in questi giorni la finta opposizione parlamentare si stia svegliando, usando a sua volta un’operazione di greenwashing per condannare il governo. Palazzo Chigi non ha fatto altro che usare le ragioni della deriva bellicista per far passare una grande opera, con i ringraziamenti degli speculatori.
Ma del resto, l’ipotetico ruolo che dovrebbe assumere il Ponte sullo Stretto tra i corridoi militari europei non è una novità. Ne avevamo già scritto sul giornale qualche mese fa, e perciò oggi sentire esponenti di AVS, PD e M5S condannare Palazzo Chigi senza condannare apertamente ogni tentativo di rafforzare l’apparato bellico UE – compresa la difesa comune – mostra tutto il loro opportunismo.
Importante è invece l’azione dei movimenti di lotta contro il Ponte, che stanno già prendendo parola su tale delibera e continuano a organizzarsi e a opporsi veramente a questa grande opera. Nelle prossime settimane non mancheranno certamente iniziative in questo senso.
Fonte
27/03/2025
I docenti devono stare attenti a come si comportano, pure fuori scuola
Nel “mirino” della maggioranza parlamentare vi sarebbero anche i docenti ‘attivisti’ e le teorie gender proposte agli scolari. Secondo l’Ansa, è “la Lega, soprattutto, a mostrarsi molto attiva su questi temi, sollevando ora il caso di una docente giudicata troppo vicina ai centri sociali, ora quello di un fumetto Lgbt finito nella mani di una scolaretta di 11 anni”.
“La prima vicenda – continua l’agenzia di stampa – riguarda Treviso, dove il deputato pugliese della Lega Rossano Sasso, si è accorto dell’attivismo politico troppo spinto – a suo avviso – di una insegnante assunta come supplente in una scuola media della provincia di Treviso, leader di un centro sociale”.
“La donna ha spesso guidato manifestazioni per i diritti civili, o a favore del popolo palestinese. Sasso – non nuovo a queste iniziative – l’ha così ‘segnalato’ all’ufficio scolastico regionale del Veneto: per il leghista “è un caso unico, secondo solo a quello della Salis in quanto a docenti fanatici e ideologizzati”.
Le ‘colpe’ della prof trevigiana, sostiene Sasso anche in un post social, sarebbero quelle di aver riportato “delle condanne penali e svariate denunce, dalle occupazioni abusive agli scontri con le forze dell’ordine, passando per le diffamazioni e le ingiurie contro esponenti politici”.
“Chi è condannato, anche se solo in primo grado, e senza interdizione dai pubblici uffici, può continuare ad insegnare a dei bambini?”, chiede Sasso alla direzione regionale, aggiungendo la proposta di “una valutazione psico-attitudinale per chi si affaccia al mestiere”.
Contro la prof attivista si scaglia anche Fratelli d’Italia. “Siamo davanti ad un paradosso – scrive la coordinatrice cittadina, Marina Bonotto – Come può ricoprire un ruolo pubblico di educazione chi ha fatto dell’ostilità verso l’autorità una bandiera? La sinistra trevigiana, sempre pronta a difendere l’indifendibile, ci vuole convincere che sia normale affidare l’educazione dei nostri figli a chi ha una lunga storia di estremismo, occupazioni abusive e insulti alle istituzioni”.
La docente interessata, sentita dalla ‘Tribuna di Treviso’, ha però smentito di essere stata denunciata – “sono stata solo fermata dalle forze dell’ordine per una manifestazione pro-Palestina a Vicenza”, ha spiegato.
“Commenti come quello di Sasso, che sostiene non abbia i requisiti per stare in cattedra – ha aggiunto – arrivano da qualcuno che non vuole dare spazio al pensiero critico e alle idee diverse dalle sue. Quando scendo in piazza – ha proseguito – non sento di dare il cattivo esempio a nessuno. Se difendere i più deboli è qualcosa di negativo, bisogna interrogarsi allora su cosa intendiamo con esempi positivi”.
Ma Rossano Sasso, capogruppo in commissione Cultura alla Camera, c’entra anche nel secondo caso, quello di un fumetto Lgbt che sarebbe finito in mano ad una bambina di 11 anni durante una visita scolastica alla biblioteca comunale di Bologna. A Sasso si è aggiunto il deputato emiliano e collega di partito Davide Bergamini; ora i due si dicono pronti a presentare sul caso una interrogazione parlamentare.
“Lasciamo che i bimbi giochino serenamente e leggano libri adatti alla loro età, mettendo da parte ogni tentativo subdolo di condizionare i più piccoli inquinandoli con argomenti da adulti”, ha detto Bergamini, che aggiunge: “le giustificazioni frettolose delle docenti non bastano, perché è inammissibile che ad un bambino vengano consegnate pubblicazioni di questo tipo, ultra ideologizzate e per nulla adeguate alla loro età. Giusto far luce. Se questa è la cultura che certa sinistra vorrebbe propinare a scuola e nei nostri ragazzi, noi continueremo a dare battaglia per tenere la propaganda gender fuori dalla portata dei più piccoli”.
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13/03/2025
La politica fibrilla sulla guerra, è un bene
In Europa la questione è particolarmente drammatica. Il continente è stato il teatro principale di due guerre mondiali. Questa amara esperienza storica ha reso possibile per alcuni decenni l’apparenza di una ritrovata “saggezza” diventata patrimonio comune di intere classi dirigenti.
Ma l’Europa del XXI° Secolo – diventata Unione Europea con un processo gerarchico e dominato dagli spiriti animali dell’ordoliberismo di stampo tedesco – ha esaurito da almeno una trentina d’anni tale patrimonio, costruendo e selezionando classi dirigenti arroganti, avventuriste, disabituate alla lungimiranza e dalla visione spaventosamente corta.
I furori bellicisti incarnati da Von der Leyen, ai quali si allineano volentieri molti leader e forze politiche europee, sembrano voler riprodurre molti dei fattori – e dei linguaggi – degli anni Trenta dello scorso secolo, quelli che hanno incubato i mostri e le tragedie successive.
Non solo. Il piano da 800 miliardi per il riarmo europeo e il relativo posizionamento a favore o contro, richiama molto da vicino il sostegno ai “crediti di guerra” del 1914 che spaccò e mise in ginocchio l'allora crescente movimento operaio in Europa. La minoranza che si oppose ai crediti di guerra con la Conferenza di Zimmerwald aveva visto lungo, tutti gli altri trascinarono i propri paesi e i propri popoli nella carneficina delle trincee.
Immemore di tutto questo, oggi la politica in Europa e in Italia si divide per linee trasversali a favore o contro il processo bellicista che si va imponendo quasi senza resistenza nei nostri paesi.
Se la tagliente spada del “sì” o del “no” alla guerra divide il campo, è tempo di affrontare di petto il come collocarsi e agire dentro il campo che si oppone alle forze guerrafondaie.
Al Parlamento europeo abbiamo assistito ad un voto trasversale a favore del piano Von der Leyen e alla dichiarazione di sostegno militare all’Ucraina.
Contro hanno votato le forze della sinistra alternativa ma anche parte della destra, mentre l’ambiguità ha nuovamente divorato dall’interno il PD, spaccatosi tra favorevoli e “astenuti”; una posizione, quest’ultima, che ha diviso a sua volta il gruppo parlamentare europeo dei “socialisti e democratici”.
Il PD ha invece votato più compatto a favore della risoluzione sull’Ucraina, la cui logica non era molto diversa ma, non parlando di soldi, deve essere sembrata più “potabile”.
AVS ha visto il voto contrario della sola Ilaria Salis e dei Verdi alla risoluzione sul piano di riarmo della Von der Leyen, diventato però solo astensione alla risoluzione sull’Ucraina.
Se non altro più nitida, invece, la posizione del M5S – e a destra della Lega – che hanno votato contro entrambe le risoluzioni.
Dunque i campi di chi è favore o contro le misure che spingono alla guerra in Europa si sono divisi trasversalmente e questo ci pone alcuni problemi che vanno presi rapidamente in considerazione.
Il primo è che sulla guerra tutti coloro che vi si oppongono – spesso con motivazioni totalmente diverse – diventano in qualche modo, “oggettivamente”, compagni di strada. Diciamo che in presenza della “contraddizione principale” (la guerra), le altre diventano contraddizioni secondarie. Ma non per questo possono o devono essere annullate o sottovalutate.
Il secondo è che dentro un campo siffatto l’autonomia e il peso delle proprie posizioni vanno rafforzati, non indeboliti. Non è mai un paradosso affermare che “per unirsi occorre definirsi”.
In un campo contro la guerra che tiene dentro forze di sinistra, M5S, cattolici ma anche forze di destra, sarebbe un errore rinunciare alle proprie posizioni in nome dell’unità di scopo. Anche dentro un obiettivo comune e prioritario – sottrarre il proprio paese alla spirale dell’economia di guerra e della guerra – le posizioni antimperialiste devono avere la loro visibilità e conquistarsi la loro credibilità.
Il terzo problema è che vediamo troppa “compagneria”, più o meno organizzata, rinunciare al proprio ruolo autonomo e affidarsi alla maggiore forza progressista oggi attiva nel campo contro la guerra: il M5S.
C’è molta differenza tra il riconoscere questo ruolo al M5S e il rendersi subalterni alla sua chiave di lettura e capacità di iniziativa solo “perché è più grosso”. Su questo terreno occorre saper coniugare autonomia politica, capacità di azione e convergenze quando necessarie, ma le seconde senza le prima portano alla subalternità e quindi alla scomparsa di una visione alternativa o antagonista.
Infine, il problema non è quello della riuscita di una manifestazione – e siamo sicuri che quella in piazza Barberini alternativa a quella dell’Effetto Serra riuscirà.
Il problema è avere in mente e cominciare a ragionare su un percorso di mobilitazione contro la guerra che abbia presente sia l’autonomia politica che l’unità d’azione. Questo riguarda una capacità di interlocuzione sociale oltre che politica.
Il complesso militare-industriale e l’economia di guerra hanno una loro base materiale di consenso e un apparato ideologico a proprio sostegno. Quale è invece la nostra? E se ancora non esiste o non riesce a rappresentarsi, come ci apprestiamo a dargli riconoscibilità di interessi e rappresentanza?
Una visione corta e subalterna relegherebbe le forze di classe in una posizione del tutto marginale, anche davanti ad una necessità/opportunità come quella che la storia ci va presentando.
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10/02/2025
I “Patrioti” europei al servizio di Musk
Lo scenario in cui cercano un posto al sole è quello di una UE che deve fare i conti col cambio di approccio deciso da Washington verso l’altra sponda dell’Atlantico. E, nonostante il nome che si sono dati, le realtà presenti nella capitale dello stato spagnolo non hanno espresso alcun sussulto patriottico, anzi.
Tra richiami all’identità cristiana dell’Europa, l’attacco ai migranti e alle lotte di genere, e altri tipici cavalli di battaglia delle espressioni più reazionarie a cui ci siamo purtroppo abituati negli ultimi anni, lo slogan più usato è stato preso in prestito dal nuovo inquilino della Casa Bianca: “Make Europe Great Again”.
Certo, era già stato fatto proprio dal primo ministro ungherese Viktor Orbàn, tra i promotori della creazione dei “Patrioti”, per il semestre alla presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, conclusosi a dicembre. Ma pochi giorni fa è stato rilanciato da Elon Musk, chiamando a raccolta possibili alleati europei alla nuova linea statunitense.
La Lega, Rassemblement National, i fascisti di Vox, Orbàn appunto e l’estrema destra olandese capitanata da Geert Wilders, insieme ad altri soggetti hanno deciso di rispondere alla chiamata. Per capirci, una chiamata il cui contenuto nemmeno troppo nascosto è quello di relegare la UE a un ruolo di totale subordinazione agli interessi stelle-e-strisce.
Dunque, tutt’altro che la trita e ritrita adunata dei “sovranisti”, anche se qualcuno continua a raccontarli secondo il vecchio copione. Ad esempio, Elly Schlein, che dal congresso di +Europa ha detto che ci troviamo di fronte una “internazionale di nazionalisti” che ha identificato i propri nemici nei “migranti, i giornalisti liberi, i magistrati, i sindacati, gli attivisti e le opposizioni”.
Una internazionale di nazionalisti non è cosa del tutto paradossale, a differenza di quello che sembra credere la segretaria del PD. E in fondo anche negli anni ’30 del secolo scorso si è visto qualcosa di simile. Ci troviamo di fronte a una fase in cui gli interessi nazionali tra realtà fino a ieri alleate vanno divergendo profondamente, e dunque non ci si può stupire se per alcune formazioni è meglio farla finita con velleità comunitarie considerate ormai fallite e cercare sponsor più solidi cui vendere se stessi e il proprio paese.
Sia chiaro, non significa rompere la UE, considerata comunque una sovrastruttura indispensabile per la borghesia continentale. Quello a cui abbiamo assistito a Madrid è un vento reazionario che ha già deciso di piegarsi al nuovo corso trumpiano, convinto di ottenere di poterla fare finita anche qui con tutte quelle balle da establishment “presentabile e civile” (democrazia, green, stato di diritto...).
Basta pensare che la sera prima della grande riunione, i leader già presenti nella capitale dello stato spagnolo sono andati a cena con alcuni esponenti del think tank Heritage Foundation. Il suo Project 2025 è un programma di riforme di stampo palesemente autoritario, ed è stato spesso associato a Trump, anche se il tycoon ha sempre negato.
Certo, giocare sulle divisioni nazionali, ora come ora, fa la felicità della nuova amministrazione statunitense, perché aiuta ad arrestare il tentativo europeo di assumere un ruolo autonomo a livello strategico. Ma permette anche di imbarcarsi senza troppe zavorre nello scontro contro un altro nemico, che politici come la Schlein condividono con l’estrema destra ma che la segretaria del PD ha evitato consapevolmente di nominare: il mondo multipolare.
Ma la kermesse dei Patrioti è servita soprattutto ad aprire una fase da resa dei conti interna alla classe politica europea. “L’era delle élite di Bruxelles è finita”, è stato un motivo continuo degli interventi fatti dai vari politici presenti, in un quadro di profonda crisi di legittimità di tante maggioranze continentali.
Una sfida che non arriva comunque da figure tenute ai margini dalle nostre ‘democrature’. In Italia, Ungheria e Olanda i Patrioti sono al governo, Bayrou a Parigi ha appena superato la mozione di sfiducia presentata dalla France Insoumise perché i socialisti e i deputati del Rassemblement National non l’hanno votata.
Giusto alcuni esempi in linea con la maggioranza politica della seconda Commissione von der Leyen, che vede i post-fascisti di Fratelli d’Italia tra le proprie fila, e con quello che è successo in Germania sulla legge anti-migranti, che aveva visto la convergenza di conservatori e AfD, altro alleato di Musk.
Le prossime elezioni tedesche potrebbero vedere il successo del partito di ultradestra, che proprio a Madrid ha ricevuto l’appoggio da Santiago Abascal, presidente di Vox, e seppur in maniera più velata anche da Salvini. Anche se per ora fanno parte di schieramenti differenti a Strasburgo, poco conta.
Quel che conta è che c’è un evidente spinta reazionaria in Europa, e ad aprire la strada sono stati i ‘moderati’ e ‘democratici’ della UE. Ricordiamo che l’ex presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, diceva che “con l’estrema destra è possibile collaborare”. Ora però l’estrema destra vorrebbe governare da sola.
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25/01/2025
La Lega contro la scienza
Sì, avete capito bene.
Un Paese come il nostro, che ha pagato uno dei prezzi più alti alla pandemia, che ha visto ospedali al collasso e medici in prima linea fino allo sfinimento, vuole uscire dall’unico organismo internazionale che coordina la lotta alle pandemie, promuove la salute pubblica e combatte le emergenze sanitarie globali.
Perché? Perché la scienza dà fastidio. Perché i dati, i vaccini, la prevenzione, il metodo scientifico sono troppo complessi da spiegare a un elettorato che si nutre di bufale, di complotti e di scemenze lette su Facebook.
Del resto, stiamo parlando dello stesso partito che ha dato spazio e voce ai negazionisti, a chi gridava contro le “dittature sanitarie” mentre gli ospedali scoppiavano.
Stiamo parlando dello stesso partito che ha diffuso disinformazione sulla pandemia, mettendo in discussione ogni misura di sicurezza giocando con la vita delle persone;
E ora? Ora si va oltre. Addio ai protocolli internazionali, addio al coordinamento nelle emergenze sanitarie, addio ai fondi per la ricerca, addio alle linee guida condivise.
E poi cosa? Niente più vaccini, niente più farmaci condivisi, niente più risposte rapide in caso di una nuova pandemia? Meglio le teorie complottiste dei loro amici di talk show? Meglio affidarsi a qualche guru del web?
La Lega ci vuole fuori dall’OMS. Noi vorremmo loro, una volta per tutte, fuori da qualsiasi governo.
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16/12/2024
Il precettatore dimezzato
Che la parabola di Matteo Salvini fosse sempre più vicina all’impatto sulla terra, era chiaro da tempo. Passare dal 40% circa dei voti ad appena l’8% non sembra in nessun caso un successo. Se poi pensiamo che nel comune di Bologna, alle recenti elezioni regionali, la Lega (3,01%) ha ottenuto meno voti di un Potere al Popolo in crescita (3,44%) abbiamo un reel che descrive a che velocità è arrivata la caduta libera.
La certificazione della fine del Salvini tonitruante e vincente è arrivata con il congresso regionale in Lombardia. Ieri, infatti, si è imposto come nuovo segretario lumbard Massimiliano Romeo, attuale capogruppo al Senato, che non ha certo lesinato le critiche chiedendo – di fatto – che la Lega torni alle origini, a Umberto Bossi, perché “se non parliamo più del nord, al nord i voti non li prendiamo”. La standing ovation della sala ha incenerito il “tonitruante”, che ha poi parlato con i toni soliti ma senza trascinare più neanche i suoi.
Di più, Romeo ha buttato alle ortiche l’intera linea politica leghista degli anni salviniani: “Nell’immaginario collettivo, la destra sarà sempre rappresentata dalla Meloni. È inspiegabile questo continuo cercare un posizionamento politico nuovo e dimenticarci di coltivare il nostro spazio politico. La Lega rappresenta il movimento del territorio agli occhi dei cittadini, noi i voti li prendevamo dappertutto. Questa deve essere l’idea: riprendiamoci la nostra identità, la vera identità, poi possiamo parlare di temi di destra, sinistra o centro”.
Addio “Lega Nazionale”, insomma, tutta concentrata sulla demonizzazione dei migranti e dei sindacati, della magistratura e dei cantanti... Si vede e si sente che quel tanto di base operaia che negli anni scorsi aveva scelto i leghisti abbandonando CGIL e PD – responsabili della distruzione del potere contrattuale dei lavoratori e dello smantellamento dei diritti – sta vivendo l’ennesima delusione.
Il pur minimo neo-movimentismo della CGIL, sfociato nel primo sciopero generale da tempo immemorabile, deve aver fatto presa lì dove era cominciata la frana. E la smania di precettare i lavoratori, anche quando era chiaramente senza alcun appiglio legale, ha contribuito non poco a far spezzare il ramo che Salvini aveva scambiato per un tronco.
Persino il pallido presidente regionale, Attilio Fontana, ha mollato sul ciocco l’ex “capitano”. “Io se sono qui, sono qui per combattere a favore della Lombardia e a favore del Nord. Perché il problema del Nord c’è, ed è sempre più presente. Non possiamo far finta che sia una cosa superata”. E “qualche nemico c’è anche nella Lega perché quando vedo certi emendamenti, firmati da alcuni rappresentanti di altre zone, che vanno a danno della Lombardia, io mi incazzo come una bestia”.
Il riferimento esplicito è a quei presidenti meridionali di centrodestra che hanno larvatamente appoggiato la richiesta di referendum popolare contro la legge sull’autonomia differenziata.
Salvini aveva fatto i suoi conti già prima e, per evitare una conta che lo avrebbe messo in forte minoranza, ha fatto ritirare il “suo” candidato alla segreteria, quel Luca Toccalini messo a capo dei “ggiovani”.
Ma è in ogni caso una sconfitta storica, e proprio in casa sua.
La strada ora sembra tutta in discesa verso una defenestrazione definitiva. Forse non sarà in occasione del processo per il sequestro di una nave della Marina militare che trasportava migranti, ma non mancheranno altre occasioni.
Il precettatore è dimezzato. Il governo Meloni si prepara perciò ad altre turbolenze. Diamoci da fare perché siano devastanti...
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20/11/2024
Il day after delle elezioni. Destra alla resa dei conti, campo largo a misura del PD
In questo bacino la competizione avviene tra i due blocchi principali – centrodestra e campo largo del centrosinistra – con scostamenti nei risultati spesso limitatissimi, talvolta legati alla credibilità dei candidati, altre volte alle “percezioni” della congiuntura, altre ancora alla qualità del messaggio pubblicitario, esattamente come un prodotto da banco su uno scaffale del supermercato.
Di fronte a questa strettoia tra astensionismo di massa e bipolarismo blindato, per chi ha in mente una alternativa sistemica e di rottura della gabbia restano poche opzioni. Rifugiarsi nell’astensione o provare a “fare guerriglia” negli interstizi di un meccanismo elettorale truccato.
Inevitabilmente c’è anche chi propone di arrendersi allo stato delle cose e legarsi ad uno dei due campi cercando di rosicchiare qualcosa come “voce critica”.
Ma a fare l’andatura e definire le priorità rimangono i capi bastone locali e le dirigenze centrali dei blocchi principali. Come ci documenta un passato fin troppo recente, alla fine si perde anche la funzione di voce critica e si viene assimilati/accomunati ai partiti principali perdendo ogni autonomia di azione e indipendenza politica.
È per questo che tra le opzioni possibili ci convince ancora quella della rottura possibile e di una alternativa dichiarata, anche in condizioni temporaneamente minoritarie.
Il candidato della lista alternativa Emilia Romagna Pace, Ambiente, Lavoro, ha preso l’1,9% a livello regionale ma ha superato il 3,4 a Bologna.
“Abbiamo fatto una campagna elettorale coraggiosa, in cui abbiamo portato i temi e le lotte al centro del dibattito, e vogliamo ringraziare tutte e tutti coloro che hanno usato il loro voto per dare un segnale che un’alternativa in questo “sistema Emilia-Romagna” c’è e si deve rafforzare” è il commento della lista Emilia Romagna Pace, Ambiente, Lavoro costituita da Potere al Popolo, Rifondazione Comunista e Partito Comunista Italiano. “Nonostante non abbiamo raggiunto la soglia di sbarramento, il candidato presidente Federico Serra e alcune candidature di rottura hanno saputo raccogliere un consenso indicativo e molto superiore rispetto al nostro recente passato”.
Non è molto, ma se gestito bene, con lungimiranza politica ed estensione del radicamento sociale, non è neanche poco ci sentiamo di aggiungere. Del resto se valutiamo il mondo solo sulla base dei dati elettorali, questo è il bacino di influenza elettorale da anni della sinistra radicale comunque apparecchiata. Per i più anziani è come tornare ai tempi di Democrazia Proletaria, con la sola differenza che il sistema elettorale precedente anche con quei risultati assicurava la rappresentanza parlamentare o locale, adesso invece c’è spazio solo per i “pezzi grossi”.
I risultati delle elezioni regionali in due regioni storicamente “di sinistra” come Emilia Romagna e Umbria (la seconda perduta e riconquistata), ci consegnano un quadro politico che vede in maggiore difficoltà la destra piuttosto che il campo largo del centrosinistra.
I risultati sono stati severissimi con le due “variabili” nei due blocchi. Crolla il M5S (che però sul piano locale non è mai andato benissimo) e c’è una Lega fortemente indebolita a vantaggio di una Forza Italia rinvigorita. Forza Italia, gioisce per la costante crescita dei consensi. “Faremo valere il nostro status di secondo partito della coalizione, prendano sul serio le nostre istanze”, chiosano vari parlamentari del partito.
Nella coalizione di centro-destra Fratelli d’Italia (che continua a perdere voti ad ogni tornata elettorale, ndr) si prepara a far valere il proprio peso, con il rischio di un braccio di ferro a oltranza con la Lega sia a livello centrale che locale.
Per le prossime elezioni regionali in Veneto, ad esempio, la Lega non sembra disposta a cedere di un millimetro. “Il percorso per un candidato presidente della Lega è già iniziato”, afferma un deputato leghista del Nord-Est. Anche l’ipotesi della candidatura di Luca Zaia a sindaco di Venezia come contropartita non sembra soddisfare la Lega. E addirittura c’è chi ipotizza che “non è escluso che la Lega possa correre anche da sola”. Per Fratelli d’Italia un nome alternativo a Zaia ci sarebbe già, ed è quello di Luca de Carlo.
Nel campo largo del centrosinistra, il Pd non solo può rivendicare la “riconquista” dell’Umbria, ma anche il pieno di voti a discapito del M5S. Che per vincere in Umbria si sia dovuti ricorrere ad una sindaca democristiana, antiabortista, cattolica ma filo-israeliana, non sembra sconvolgere nessuno a sinistra.
Sullo sfondo del centrosinistra c’è poi la “rogna” del terzo mandato di De Luca per la regione Campania. Lo “sceriffo di Salerno” non intende mollare la presa per le elezioni regionali del prossimo anno, mentre il PD nazionale gli chiede di farsi da parte rischiando di perdere il governo regionale. È la resa dei conti tra “cacicchi” e nuova leadership piddina, una incognita di prima grandezza in un sistema che sui poteri e i potentati locali fonda molto del suo rapporto di “fidelizzazione” con la ormai metà dell’elettorato. Le elezioni regionali sono lì a dimostrarlo.
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