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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/05/2026

Giuli silura alcuni collaboratori e mostra lo scontro interno al governo

Il Ministero della Cultura continua a essere nell’occhio del ciclone. Il ministro Alessandro Giuli ha deciso di usare il pugno di ferro, revocando con effetto immediato gli incarichi a due figure chiave del suo staff: Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica, ed Elena Proietti, a capo della segreteria personale.

Il primo era sopravvissuto allo scandalo Sangiuliano, e in un certo senso, proprio con Proietti, secondo molti rappresentava lo zoccolo duro di Fratelli d’Italia al Ministero. Dietro la decisione di Giuli ci sarebbero varie motivazioni, alcune più “superficiali”, altre più profonde. Tutte mostrano che, però, nel governo c’è tutt’altro che un idillio.

Emanuele Merlino, uomo vicinissimo al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, avrebbe pagato caro il caso del documentario su Giulio Regeni, diretto da Simone Mainetti. Al film erano stati negati i fondi ministeriali, una decisione di cui Giuli si è detto all’oscuro e che ha definito inaccettabile.

Per quanto riguarda Elena Proietti, ex assessora di Terni, la goccia che ha fatto traboccare il vaso sarebbe stata di natura organizzativa, ma non meno grave agli occhi del Ministro: la sua mancata presenza in aeroporto per la missione ufficiale a New York lo scorso mese. Giuli deve aver visto l’azione come una sorta di delegittimazione del suo operato alla guida del dicastero.

Queste sarebbero le motivazioni esplicite, anche se non ufficiali. Francesco Lollobrigida, figura di spicco di Fd’I, si è affrettato a calmare le acque: “il ministro Giuli ha ritenuto, come è d’altronde suo diritto, modificare l’assetto della sua segreteria” a seconda delle sue esigenze funzionali. “Anche per questo – ha aggiunto – la legge consente modifiche basate esclusivamente sul rapporto fiduciario nell’incarico specifico”.

Ma le turbolenze create nel principale partito di maggioranza non sono poche. Secondo alcune indiscrezioni, il ministro avrebbe avvisato Arianna Meloni, capa della segreteria politica, solo a decreti già firmati. Per molti, Giuli rappresenta una fronda meno legata al partito, ma a cui il partito ha dato fiducia. Altre voci riportate dai giornali italiani parlano anche di un altro possibile siluramento, quello di Valentina Gemignani, attuale capo di gabinetto.

Per altri, addirittura, ci sarebbe un legame tra Giuli e il Quirinale, che vorrebbe mantenere una sponda istituzionale che sia indipendente dalla coalizione, facendo così leva sul governo. Per quanto tutto sia possibile, c’è una dinamica palese di scontro interno alla maggioranza che già di per sé è sufficiente a spiegare la maretta in cui naviga il governo, e che ha a che fare strutturalmente con i vincoli esterni in cui è stato incatenato il nostro Paese.

Giuli si è appena scontrato con Matteo Salvini, segretario della Lega, sul caso della Biennale di Venezia. Il presidente della Fondazione che gestisce la mostra, Pietrangelo Buttafuoco, sarebbe stato colpevole di aver riaperto il padiglione della Russia, con conseguente visita ministeriale che avrebbe portato alle dimissioni della giuria internazionale.

Il vicepresidente del Consiglio Salvini ha invece difeso la scelta di Buttafuoco, dopo aver discusso in Consiglio dei ministri proprio con Giuli riguardo al ruolo delle soprintendenze nel nuovo Piano Casa. Secondo alcuni, il motivo era nella riduzione del controllo politico sul mantenimento dei fasci littori ancora scolpiti su alcune facciate.

Sullo sfondo, si consuma anche lo scontro sulla legge elettorale, con Salvini che vorrebbe procedere dritto su una formula decisa autonomamente dalla maggioranza, e Tajani che vorrebbe invece dialogare per cercare un compromesso di massima con le opposizioni. Su alcuni articoli si può leggere che ciò nasconderebbe anche la diversa opinione sul deficit da sostenere: più lasca la Lega, più rigorosa Forza Italia.

In realtà, tutti questi attori rimangono perfettamente ligi, e anzi imbrigliati nei dettami europei. Il leghista Giorgetti, all’Economia, ha minacciato uno scostamento di bilancio, nonostante la conferma della procedura di infrazione sul deficit per l’Italia. Ma le minacce stanno a zero se non si denuncia l’adesione al Patto di Stabilità: si può aprire un momento di tensione all’interno della UE, ma lo scotto verrà pagato in seguito, l’anno successivo.

Difatti, le mosse di Salvini, quelle plateali e le motivazioni sottostanti, sembrano funzionali piuttosto a delineare una propria “alterità” dal resto dei partiti di maggioranza, in previsione di presentarsi più appetibile all’elettorato che si contenderà con la Meloni alla prossima tornata elettorale, nel 2027. Il Piano Casa, del resto, propone solo sfratti, altra speculazione, e zero risorse.

Il secondo governo più lungo della storia della Repubblica non ha fatto in pratica nessuna grande riforma. Ha puntato tutto su due cavalli di battaglia che riguardano l’assetto dello stato più che il rilancio dell’economia: l’Autonomia Differenziata, che è stata azzoppata dalla Consulta, e la riforma della giustizia, sonoramente cassata dal voto referendario dello scorso marzo.

I soldi non ci sono, o comunque non ce ne sono abbastanza per mettere in campo misure serie, soprattutto ora che ogni centesimo dovrà essere speso per calmierare i prezzi energetici e dei carburanti, e il Referendum del 22-23 marzo ha di fatto chiuso la legislatura del governo Meloni. Ora, quel che rimane è scornarsi sugli equilibri interni, e sulla legge elettorale da rifare per garantirsi più seggi possibili alle prossime elezioni.

In questo frangente, sembrerebbe quasi che la Meloni stia facendo l’equilibrista tra varie pressioni, forse preoccupata che qualcuno possa tentare lo strappo prima della riforma elettorale. Giuli potrebbe rappresentare chi non è molto contento di questo atteggiamento. L’incontro di ieri tra il ministro della Cultura e la presidente del Consiglio si è svolto nella fiducia reciproca, ma staremo a vedere come evolve la situazione.

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10/06/2024

Elezioni europee. I primi dati danno in crescita la Meloni, il PD e Verdi e Sinistra

Con l’astensionismo più alto di sempre (questa volta ha votato meno del 50% degli elettori, il 49,6), le proiezioni sui dati reali restituiscono alla premier Meloni e al suo partito un dato superiore al 28 per cento, un po’ in più di quanto raccolto alle scorse elezioni politiche in termini percentuali ma non certo numerici, infatti i consensi sono scesi dai 7,3 milioni del 2022 a 6,7 di oggi, sono circa 600 mila voti in meno.

Si segnala la “steccata” per la Lega di Matteo Salvini che, nonostante le aspettative sulla candidatura del generale Roberto Vannacci, non riesce a diminuire la distanza con Fratelli d’Italia e perde la gara con Forza Italia raggiungendo solo l’8,5%.

Sull’altro versante la segretaria del Partito democratico Elly Schlein ha parlato di “un risultato straordinario: siamo il partito che cresce di più dalle politiche”. Il Pd raggiungendo il 24% – e guadagnando circa 250mila voti – ha indubbiamente ridotto la distanza da Fratelli d’Italia e da Giorgia Meloni ed ha “cannibalizzato” un bel po’ il M5S che scende al 10%.

Una operazione, questa, non riuscita con l’Alleanza Verdi Sinistra che ha visto un inaspettato boom di crescita dei propri voti arrivando ben oltre il quorum al 6,6%. “Per noi – ha commentato Nicola Fratoianni annunciando anche il successo di Ilaria Salis, che a questo punto andrà come europarlamentare a Strasburgo – è un risultato straordinario. Siamo stati la sorpresa, con un risultato superiore anche alle nostre attese”. Nel collegio Nord-Ovest Ilaria Salis ha ottenuto 122mila preferenze (64mila solo in Lombardia), in quello delle Isole 54mila, per un totale di 176mila preferenze.

Commenti soddisfatti dentro Potere al Popolo che aveva scelto di sostenere la candidatura di Ilaria Salis suscitando non poche discussioni, per la verità più all’esterno che all’interno.

Non supera il quorum la lista Pace Terra Dignità guidata da Michele Santoro, una proposta che ha marciato in salita sin dall’inizio, anche a causa dell’autocentrismo del suo leader, che però gli aveva assicurato una visibilità mediatica non registrata in altre occasioni.

Giustamente puniti dagli elettori e dal destino le opzioni di Calenda e Renzi/Bonino – Azione e Stati Uniti d’Europa. Quando sono state scrutinate due terzi delle sezioni, per entrambi i partiti la soglia del 4 per cento è apparso un miraggio. Forse per questo, a tarda notte non era ancora pervenuto alcun commento dei leader a totale geometria politica variabile. Una punizione sacrosanta.

Colpisce il fatto che nessuno abbia trovato il coraggio di commentare l’enorme astensionismo.

Nelle prossime ore ci saranno valutazioni più approfondite.

I dati sull’astensionismo nei vari paesi europei.


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04/06/2024

L’ottimismo delle probabilità

“Come se non ci fosse una guerra che condizionerà le politiche europee”.

Nella loro cronica distanza dalla realtà sociale, i partiti movimentano promesse all’ingrosso. La “vendita” al dettaglio la lasciano ai talk show.

A una settimana dal voto, ci sono però due novità, una è nelle carte degli Imprevisti, come al Monopoli. L’ha pescata Meloni e la carta riguarda Salvini. Il vero scontro elettorale è stato ingaggiato dai due leader della coalizione di governo.

Salvini forse ha bucato il sacco del bottino dei voti che Meloni pensava di avere saldamente in spalla. Se FdI è cresciuta a spese di Lega e Forza Italia, l’Imprevisto è che potrebbe scendere a loro favore.

D’altronde, che il sistema elettorale proporzionale delle europee non faccia bene al sistema maggioritario che ha eletto il governo in carica, non è una novità. Che la maggioranza si faccia opposizione da sola, nemmeno.

Quello che però sta venendo a galla è che è andato al governo chi è riuscito ad avvantaggiarsi dell’astensionismo.

“Gli italiani che il 25 settembre 2022 hanno deciso di dare il potere alla coalizione di destra guidata dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni sono appena il 24,7 per cento di tutti gli elettori: alla Camera, 12.587.650 su 50.864.123. Meno di uno su quattro.” (da “Io so’ io: Come i politici sono tornati a essere intoccabili” di Sergio Rizzo).

Ed ecco che qui Schlein pesca la carta delle Probabilità. Secondo Huffpost i sondaggi, che non sono più pubblici, il numero dei votanti alle prossime europee potrebbe superare il 50% degli aventi diritto e questo darebbe linfa al Pd, portandolo a superare la soglia del 20%, con il risultato di far perdere peso a FdI.

Un po’ poco per “l’ottimismo della volontà” di gramsciana memoria, ma tant’è.

Per fare il punto della situazione bisogna gioco-forza aspettare il voto. Tuttavia, il quadro della situazione potrebbe delineare un rafforzamento di Schlein nel Pd e di conseguenza nell’opposizione e un indebolimento di Meloni e di conseguenza nella coalizione di governo. Le probabilità saranno più consistenti degli imprevisti?

La Ue è l’oste con cui bisognerà fare i conti in autunno, perché debito pubblico, spesa sociale, produzione, occupazione e reddito torneranno a mordere le calcagna della politica.

Non si potrà continuare a pescare le carte degli Imprevisti o delle Probabilità. Perché coi soldi del Monopoli non si campa.

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16/06/2023

La rivoluzione conservatrice. Le lezioni severe che Berlusconi ha inflitto alle sinistre

All’inizio degli anni ’10, quando le sinistre avevano imboccato una parabola discendente ancora oggi senza ritorno, Forza Italia era, nelle analisi dei flussi elettorali, il primo partito operaio del paese. Lascerà poi il testimone della rappresentanza operaia al Movimento 5 Stelle, poi alla Lega e infine a Fratelli d’Italia.

Questo per dire che con Berlusconi, la classe operaia identificabile come tale – di cui già dagli anni ’70 la componente più ribelle e intuitiva della sinistra ne aveva colto la fine della centralità nei processi produttivi – aveva subito non solo ristrutturazioni economiche e una catastrofe culturale, ma anche uno sconvolgimento nel posizionamento sull’asse politico.

E questo nonostante le enormi proteste di piazza, sull’articolo 18, quelle con fiumi di persone a perdita d’occhio, dirette dalla CGIL, nonostante che la crescita della Berlusconi economy (la filiera edilizia, comunicazione, sanità privata) sia stata decisamente postoperaia e che, nello stesso periodo, la contrazione strutturale del PIL e la deindustrializzazione in Italia si siano semplicemente sovrapposte.

Se c’è un dato, quindi, che spiega bene la rivoluzione conservatrice nel nostro paese, operata dal fenomeno Forza Italia, è quello dello spostamento del consenso operaio a destra nella profonda trasformazione, sempre da destra, di economia, cultura e società in senso marcatamente conservatore. Non solo: tanto più l’Italia si deindustrializzava tanto più la classe operaia ristrutturata passava a destra. Un fenomeno che ai giorni nostri ha caratterizzato l’ascesa di Trump ma che ha rappresentato, in Italia, una vera e propria premonizione politica per tutto l’Occidente.

Ma per capire cosa è accaduto torniamo indietro all’autunno del 1980, con la storica sconfitta operaia di ottobre alla FIAT e il lancio, a novembre, di Canale 5. Un passaggio di testimone nel protagonismo politico del paese che all’epoca non tanto fu inavvertito ma semplicemente improponibile.

Con la fine degli anni ’70, infatti, almeno tre fattori in Europa si erano manifestati come protagonisti della nuova decade: la rivoluzione microelettronica, l’estensione delle reti televisive e la mutazione del paradigma economico da industriale a postindustriale. I partiti operai in Europa, e a maggior ragione in Italia, erano strutturati ancora secondo le regole imposte dal fordismo. Il berlusconismo, all’inizio lontano dalla politica, basato sul solo business dell’intrattenimento, ha finito per fare da testa d’ariete alla politica postfordista: consenso raccolto attorno al simbolico mediale dell’intrattenimento, capo carismatico, partito leggero che serve solo a eseguire le direttive del vertice.

Prima severa lezione, divenuta evidente con la discesa in campo del 1994: se cambiano tecnologia, comunicazione e paradigma economico cambia la società e muta il modo di fare politica. Berlusconi rappresenta l’uso carismatico e pastorale di questa mutazione della politica grazie alla televisione. Una rivoluzione, la forza d’urto necessaria per prendere il potere, il cui aspetto conservatore – i valori dell’Italietta del boom economico – rappresenta il tratto tipicamente berlusconiano di questo processo. Poteva andare diversamente? Si, ma le rivoluzioni vanno cavalcate quando avvengono e Berlusconi l’ha fatto. Di qui almeno quattro lezioni:

- la forza politica è organizzare il tempo libero. Il business dell’intrattenimento, per tutte le fasce d’età, è la spina dorsale per la conquista di una egemonia che da culturale si fa politica, da materia per fatturati stellari diventa strumento di consenso elettorale;

- la forza politica è suscitare spontanee proteste di piazza. Le proteste, di metà anni ’80, contro lo spegnimento, a opera della magistratura, delle tv berlusconiane erano chiaramente il segno di una mutazione antropologica che si è fatta poi politica. Qui siamo a Gramsci a Cologno Monzese, una lezione mai appresa e mai raccontata da nessuna controinchiesta;

- la forza politica è l’organizzazione del simbolico dello sport. Il Milan come strumento di promozione simbolica dell’azienda berlusconiana prima e del modello politico di Forza Italia poi. A differenza dell’organizzazione dello sport di base da parte dei partiti di massa qui si organizza una squadra professionistica e la si eleva a modello del fitness e del vivere. George Mosse a San Siro e in diretta globale, questo sconosciuto all’antropologia politica;

- la forza politica è il modello leninista rovesciato nella rivoluzione conservatrice. Dal giornale al partito, dalla Pravda al partito bolscevico, qui viene reinterpretato in un “dal gruppo editoriale al partito”, da Mediaset a Forza Italia. In questo modo la politica si intreccia, e da destra, con le mutazioni del mondo postfordista.

Nelle sinistre, molto differenti tra loro, al massimo ci si è adoperati nella denuncia degli effetti collaterali della rivoluzione conservatrice berlusconiana (corruzione, mafia, tangenti, scandali sessuali, uso autoritario della politica e della piazza) mentre la solita letteratura dell’inautentico, quella sui media come crepuscolo della civiltà, aiutava a non capire il fattore costitutivo, persino dionisiaco di questo potere. Di lì le severe lezioni, per le varie sinistre, mai metabolizzate. E, non a caso, dalla mancata recezione della lezione della rivoluzione conservatrice in Italia, sono arrivate le lezioni grilline, leghiste e di Fratelli d’Italia.

Quando tecnologia, media e paradigma economico cambiano anche la politica deve farlo. Altrimenti la fine è quella degli Amish, come sta accadendo oggi, ovvero comunità di un’altra epoca recintate su un pianeta in continua mutazione. Chi, invece, ha cavalcato, come rivoluzione conservatrice, queste mutazioni ha fatto presa sul mondo.

Armin Mohler, autore chiave del filone della Konservative Revolution in Germania pensava che la reazione contro la tecnica desse spazio a quel genere di movimento culturale e politico. La rivoluzione conservatrice in Italia ci ha mostrato che questa può avvenire con un uso consapevole, e declamato, della tecnica stessa. Una lezione quindi, anche per la destra.

Con la morte di Berlusconi si celebra la piena egemonia della rivoluzione conservatrice in Italia. Se la segretaria del principale partito avversario aderisce senza riserve alla celebrazione di questa egemonia tramite rito funebre medialmente ossessivo, se non è in grado di pronunciare una contronarrazione, se balbetta formule che finiscono per lasciarla nelle mani di chi, in quel momento, il pallino della storia lo detiene davvero, significa che l’ora più alta dell’egemonia è suonata. Vedremo il seguito.

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14/09/2022

Militari e dirigenti del sistema non vogliono limiti per le loro retribuzioni

È saltato, in alcuni casi espressamente previsti, il tetto finora fissato a 240mila alle retribuzioni dei dirigenti dello Stato. La deroga è stata infilata con un emendamento, firmato da Forza Italia, poi riformulato dal governo e approvato durante l’esame al Senato del Decreto Aiuti bis.

Il provvedimento è quello che ha stanziato 17 miliardi di aiuti a sostegno delle imprese e delle famiglie contro il caro bollette. Che cosa c’entri l’eliminazione del limite ai superstipendi dei dirigenti dello Stato è un mistero ma anche l’ennesima vergogna che conferma come “i ricchi” godano sempre di un trattamento e di corsie privilegiate e intoccabili, sia sul piano delle retribuzioni sia su quello pensionistico.

Si dice che la cosa sia stata accolta con “disappunto” da Palazzo Chigi. Viene fatto notare dalla Presidenza del Consiglio, che si tratta di un emendamento parlamentare inserito in un provvedimento Aiuti che “nulla ha a che vedere” con il tema del tetto. Fatto sta che quell’emendamento c’è ed è stato approvato con la fiducia votata da tutti i partiti ai quali, come spesso accade, sfuggono sempre i dettagli. I diretti interessati – e beneficiati – ci diranno magari che tutto è avvenuto “a loro insaputa”.

Andando a vedere emerge però che l’emendamento approvato prevede che al Capo della polizia, al Direttore generale della Pubblica Sicurezza, al Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, al Comandante generale della Guardia di Finanza, al Capo del Dap, così come agli altri Capi di Stato Maggiore, nonché ai Capi dipartimento della presidenza del Consiglio e al Segretario generale della Presidenza del Consiglio, e ai Capi Dipartimento e ai Segretari generali dei ministeri, è consentito – in deroga al tetto di 240mila euro previsto per i manager pubblici (pari alla retribuzione del primo presidente della Corte di Cassazione) – un “trattamento economico accessorio per ciascuno, di importo determinato nel limite massimo delle disponibilità del fondo” deliberato con decreto del presidente del Consiglio su proposta del ministro dell’Economia.

In pratica si tratta di tutte figure relative agli apparati coercitivi e militari, più i dirigenti degli apparati esecutivi. Sono quelli che riempiono le sale e le sedie in tutte le occasioni e le cerimonie ufficiali al Quirinale o in altre sedi istituzionali. In pratica è il “nucleo duro” dello Stato ad aver ritenuto che per esso non possono esserci limiti o tetti alle proprie retribuzioni. In tempi di guerra e di economia di guerra come questi si tratta dunque di assicurarsi la fedeltà degli apparati alle scelte della politica.

Curiosamente poche settimane fa anche i sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali si sono visti aumentare considerevolmente le loro retribuzioni. Le voci di proteste sono state flebili, anzi flebilissime, nonostante l’emergenza sociale che si è abbattuta sul paese.

Una conferma in più che gli stolti che in questi anni hanno denunciato “la casta” hanno abbaiato alla luna, tagliando ad esempio il numero dei parlamentari invece di tenere d’occhio la “trama” tessuta tra gli apparati decisivi dello Stato e i prenditori privati. Quando poi la “casta vera” ha menato le sue zampate li vedi aggirarsi in preda allo smarrimento.

Per questo occorre una rottura e una alternativa di sistema, il resto è diventato ben presto fuffa.

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26/08/2022

La “gioventù scapestrata” di Nicolò Ghedini

Nei giorni scorsi è morto Nicolò Ghedini, noto per essere stato a lungo avvocato di Silvio Berlusconi.

I media di regime hanno intonato il solito coro orientato alla beatificazione postuma, con scarni accenni alla “gioventù scapestrata” di quel magro “aristocratico padovano”, che meritava – secondo loro – comunque un apprezzamento e non andava confuso con il suo assistito.

Ci sembra giusto ricordare, a tanti anni di distanza, di che natura fosse quella “gioventù scapestrata”: quella dei gruppi fascisti di Padova, frammisti sempre con le trame stragiste.

Non è una sottolineatura malevola post mortem, ma la semplice constatazione dei fatti. Come si può agevolmente verificare da questo verbale di interrogatorio sottoscritto dallo stesso Ghedini nel 1980.

L’indagine cercava di far luce sulla strage del treno Italicus, e l’interrogatorio avviene pochissimi giorni prima della strage alla stazione di Bologna.

Piccola precisazione da parte nostra: per il contenuto e il tono del verbale, Ghedini in quel caso si mosse da “informatore” degli inquirenti. Un po’ al di fuori dei gruppi fascisti armati, ma neanche tanto (in fondo a Padova ci si conosce un po’ tutti, no?).

*****

Niccolò Ghedini – dichiarazioni del 27/09/1980 sulla strage dell’Italicus

Non ho mai sentito parlare di metaldetector; non ho mai sentito parlare nessuno dei miei amici di fare delle buche nel terreno sull’argine di un fiume e precisamente sul Brenta. Non ho mai sentito parlare nessuno di qualche rinvenimento di cassa metallica probabilmente contenente armi, documenti o altro.

Preciso che un paio d’anni fa in piazza Cavour a Padova il Contin mi ha accennato l’esistenza di uno schedario con informazioni sul nostro conto che non facevano parte del gruppo di Contin.

Non far parte del “gruppo Contin” si intendeva; non far politica attiva, essere contrario a qualsiasi altra linea politica estremistica e violenta.

Preciso, anche se non ho nessuna prova che Contin allora faceva parte di un gruppo violento della sezione Arcella, almeno presumo. Il gruppo del quale faceva parte il Contin era formato: Rinani, Benelle, Bertocco, Fasolato ed altri conosciuti da me solo di vista che frequentavano piazza Cavour, il Pedrocchi.

Il Contin con il gruppo summenzionato faceva capo a Rinani, unica persona che secondo me aveva una ascendenza su questi ragazzi, capace di trascinarli ed indottrinarli secondo il suo volere.

Preciso che da quando Rinani si è dato alla latitanza il gruppo anzidetto mi è sembrato che fosse sbandato, che non avesse più un capo carismatico. Il predetto gruppo era formato da circa 20 unità, ed anzi se avessi la possibilità di consultare delle fotografie – schedari – potrei anche riconoscerli e indicarveli.

Questi giovani erano tutti di Padova e provincia. Altra persona che conosceva tutti i componenti predetto gruppo era tale Giomo Franco di Rovigo. Il Giomo mi è stato presentato da De Angelis Gabriele.

Quest’ultimo era conosciuto da me dai tempi della mia militanza occasionale al Fronte della Gioventù di Padova, via Zabarella. Il Giomo, come già detto, mi è stato presentato da De Angelis Gabriele come segretario del Fuan di Rovigo, o segretario della sezione di Rovigo.

Il tutto risale al 1978, successivamente ci siamo rivisti ancora perché una mia amica era molto simpatica al Giomo ed abbiamo continuato a vederci per alcuni mesi.

Appena dopo ho perso quei contatti perché esso non si è più fatto vivo con me. Ho provato qualche volta a rintracciarlo a casa sua, ma non l’ho mai trovato ed infatti non lo vedo da più di un anno.

Dei fratelli De Angelis e cioè Gabriele e Mimmo, so che ambedue facevano politica attiva in senso al Msi. Ci frequentavamo sempre quando essi venivano a Padova provenienti da Roma.

Gabriele è una persona molto in gamba e preparata e ricordo che una volta mi disse che preferiva non uscire con Benelle (altro mio amico, anno 1978), perché facevano un tipo di politica che serviva per mascherare altre attività illecite, non posso precisare di che genere. Voglio ricordarvi infatti che Benelle faceva parte del gruppo Rinani.

Si dà atto che al Ghedini viene mostrata la foto di Scannagatta Franco e non viene da lui riconosciuto. In una occasione ho rivisto il De Angelis Gabriele a Padova in compagnia di un ragazzo di Roma ed erano a bordo di una autovettura “CX Citroen” di colore verde scuro e siamo andati a mangiare insieme ad una trattoria di Padova i due giovani si sono fermati a Padova 4 – 5 giorni ed hanno pernottato a casa di un amico del De Angelis, che non so il nome.

Il De Angelis secondo me potrebbe conoscere persone appartenenti a gruppi di estrema destra probabilmente della clandestinità. Questo l’ho capito dai discorsi avuti con lui.

Non so cosa sia ” Terza Posizione” ho letto solo qualche cosa sui giornali. Per quanto riguarda Ordine Nuovo, Ordine Nero, non so nulla se non solo notizie apprese sulla stampa.

Ritornando a Rinani posso dire che aveva una sua personalità ben chiara quasi sembrava non avere nessun altro al di sopra di lui. Non conosco Fachini Massimiliano.

L’amico romano di De Angelis, aveva senz’altro idee di estrema destra e se ricordo bene doveva essere figlio di un deputato o un onorevole, comunque suo padre era un pezzo grosso. Non conosco nessuno di Roma. O meglio dire conosco altra gente che non si occupa di politica.

Ho conosciuto Contin 3 o 4 anni fa a Padova. Ci siamo visti parecchie volte ed ho avuto rapporti amichevoli con lui. è un po’ matto ed è soprannominato nell’ambiente Padovano “Matto” , come il Bertocco è soprannominato “Sfregio”.

L’ultima volta che mi ha telefonato è stato quando è stato interrogato a Bologna. Mi ha chiesto un appuntamento, dicendomi che era ricercato e che voleva da me ospitalità.

Poco dopo ci vedemmo in una località di Padova, dove mi ci recai per evitare che esso venisse a casa mia. Mi ha chiesto di poter essere ospite a casa mia o in campagna o a Padova. Gli dissi che non era assolutamente possibile perché non volevo un ricercato in casa, e non volevo fare un atto illecito.

Perciò gli consigliai di costituirsi al più presto onde evitare effetti più gravi perché se realmente era innocente non gli sarebbe stato fatto nulla. Dopo di che gli chiesi come mai aveva di questi problemi e lui mi rispose che era stato portato a Bologna ed interrogato, non in merito alla strage ma in merito alla sua connivenza con gruppi padovani, e quindi aveva paura di essere arrestato.

Gli ribadii che se non centrava la cosa migliore da fare era quella di parlare con il giudice e lui mi disse che aveva paura che lo mettessero dentro.

A questo punto è intervenuto il suo amico che era presente, dicendo che vedendo la mia non disponibilità avrebbe trovato un’altra sistemazione quest’ultimo ragazzo non è conosciuto da me, perché non l’avevo mai visto prima. Potrei solo riconoscerlo in una fotografia se me la mostrate. Preciso che nei giorni successivi l’ho nuovamente rivisto in piazza Cavour insieme a Bertocco e ad altri. Non ho mai conosciuto Brancato Giuseppe.

Preciso che di questo non sono sicuro perché probabilmente se lo vedessi potrei conoscerli solo di vista, certo è comunque che di nome non lo conosco. Mi ritengo a vostra disposizione per altri chiarimenti.

Fatto letto confermato e sottoscritto in data e luogo di cui sopra.

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04/03/2022

Solo la riforma del catasto incrina la maggioranza di Draghi

Mentre l’attenzione pubblica è dirottata sapientemente su un solo tema – la guerra in Ucraina – il governo Draghi procede sotto la linea di galleggiamento con le sue misure economiche, concordate con l’Unione Europea come parte integrante del Recovery Fund.

Ed è in qualche modo straordinario vedere come la maggioranza bulgara disposta a mandare armi, ad obbedire in tutto e per tutto alla Nato e alla UE in una materia altamente rischiosa come la guerra, si spacchi clamorosamente intorno a una questione decisamente meno importante: la riforma del catasto.

La Commissione Finanze della Camera ha approvato il testo governativo con 23 voti contro 22, grazie al “tradimento” di un parlamentare “centrista” che non se l’è sentita di mandare sotto il governo su una faccenda del genere. Tanto più che la sottosegretaria Maria Cecilia Guerra aveva esplicitamente minacciato la crisi di governo se il provvedimento non fosse stato approvato.

Se ne riparlerà in aula, perché la Commissione ha solo il potere di ammettere un testo alla discussione del Parlamento oppure no. Ma gli schieramenti in campo restano decisamente agguerriti: pardon, accatastat...

Forza Italia e Lega hanno infatti tentato fino all’ultimo di ‘ridimensionare’ la norma (ridefinizione degli estimi su cui si pagano le tasse, visto che sono tutti molto vecchi e spesso basati su valori lontanissimi da quelli di mercato attuali, specie nei centri storici) e raggiungere un compromesso: “ok alla mappatura purché si metta nero su bianco che non comporterà nuove tasse sulla casa e si proceda con la sola emersione degli immobili ‘fantasma’”.

Insieme a loro i fascisti ripuliti di Fratelli d’Italia, che fiutava la possibilità di mandare il governo in tilt e rafforzare così il proprio successo nei sondaggi.

Il tema è d’altronde fortemente impopolare, visto che la platea dei proprietari di casa – spesso solo virtuali, visto che ci sono in giro mutui immobiliari per 200 miliardi; ossia debiti e ipoteche – sfiora ormai l’80%.

Parlare di aumento delle tasse sulla casa significa sollevare un vespaio sociale incredibile, anche se le case sono molto diverse le une dalle altre. Chi sta in immobili di pregio, chi in catapecchie autocostruite, chi nei centri storici chi in periferie degradate, ecc.

Ma i partiti di cui abbiamo parlato rappresentano soprattutto la media e piccola borghesia, che ha vissuto e fatto soldi – fin qui – più con l’evasione fiscale che con il successo imprenditoriale. Ma questa è l’”avanguardia caciarona” che cerca di strumentalizzare un intero popolo che non sa bene cosa stia bollendo in pentola.

Draghi e i suoi boys – espressione di una borghesia molto più ricca, multinazionale e forte (“europea”, insomma) – non hanno del resto chiarito quale gioco intendano fare e quindi quali fasce sociali colpire con la riforma degli estimi catastali. L’unica affermazione fatta – “non cambierà nulla dal punto di vista fiscale” – è chiaramente una menzogna: perché fare quel lavoro immenso (rivedere gli estimi di tutti gli immobili in Italia) per restare con gettito identico?

In linea puramente teorica sarebbe anche possibile – alzando di molto l’imponibile per gli immobili prestigiosi e diminuendo un po’ quelli degli alloggi di tipo “popolare” – ma il riserbo fin qui tenuto fa sospettare che non sarà affatto così. Molto più probabile, e semplice da fare, un incremento generale “proporzionale” che andrebbe a colpire maggiormente i redditi più bassi (come avviene per ogni aumento dell’Iva, del resto).

Proprio mentre vengono sommersi dall’aumento delle bollette, dei prezzi energetici e non. A salari fermi o in diminuzione...

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07/02/2022

Addio, "seconda Repubblica"

Il big bang era cominciato da tempo, ma ora il rimescolamento generale della classetta politica italiana è entrato nel momento decisivo.

Fatte le debite proporzioni, si tratta – in termini generali – di poco più d'una tempesta in un bicchiere d’acqua. Ma sul piano interno, e quindi della rappresentanza politica, apre anche ufficialmente i giochi per passare alla “Terza Repubblica”. Presidenzialista e autoritaria, nonché “commissariata”.

Le notizie di queste ore sono note. Luigi Di Maio ministro degli esteri, ex “capo politico” del movimento Cinque Stelle, si è dimesso dal “comitato di garanzia” del partito, in aperta polemica con Giuseppe Conte, suo sostituto da quasi un anno.

La motivazione ufficiale è formalmente impeccabile – per contribuire al «nuovo corso» nel partito vuole poter esprimere le sue idee come desidera, ergo non può «ricoprire ruoli di garanzia all’interno del MoVimento».

Ma è chiaro anche ai morti che lo strappo arriva dopo gli scontri sull’elezione del presidente della Repubblica (Conte aveva proposto ad un certo punto il capo dei servizi segreti, Elisabetta Belloni, mentre Di Maio era per Draghi e poi per Mattarella).

Anche questa è però una motivazione per nulla persuasiva, visto che – appunto – la discussione riguarda il ruolo e la funzione del MoVimento nel prossimo futuro, ammesso e non concesso che ci arrivi.

Stesso processo nel centrodestra, dove si sommano più processi divisivi. Quello della coalizione è più appariscente con Salvini e Meloni su sponde opposte dopo parecchio tempo. Berlusconi che si ripropone come garante di una destra europeista interna al Ppe (la solita Democrazia Cristiana; continentale, però). E le ruggini interne alla Lega, con Giorgetti che viene incaricato di scalzare Salvini da qui alle prossime elezioni politiche.

In entrambi i casi – per “movimenti” che nutrivano grandi illusioni di poter dettare l’agenda politica e le soluzioni per questo paese (da un punto di vista assai limitato, “nazionalistico” o anche più ristretto) – si tratta di prendere atto che qualsiasi percentuale elettorale, o combinazione atta a trovare una maggioranza di governo, sbatterà contro un potere più grande, alto, sovradimensionato.

“Mercati”, Unione Europea e Nato – per sintetizzarla in “sigle” conosciute – non sono istituzioni disposte a ridefinire il proprio rapporto con ogni paese “soltanto perché cambia un governo“.

Ma questo, per quel tipo di formazioni politiche, significa di fatto la fine di una prospettiva e quindi l’esplodere delle contraddizioni tra interessi che cercano una via rapida per la subordinazione privilegiata e altri che ancora non si capacitano del fatto che “avere i voti” non significa affatto “avere il potere”. Tanto meno quello “pieno”.

Piccole grandi manovre anche tra i rimasugli “centristi”, con +Europa, i quattro gatti di Calenda, Renzi, Toti e Brugnaro, oltre a qualche democristiano vecchio stampo (e un Cottarelli in panchina), in cerca di una collocazione e di qualche posto in Parlamento, obiettivo ora più difficile con la riduzione del numero di senatori e deputati.

Ma qui, di illusioni, non ne erano mai state nutrite. Al massimo cordate clientelari, ambizioni personali, guastatori senza più un mandante (vi ricordate dei Radicali?) e killer politici di stampo massonico pronti a vendersi a chiunque paghi bene.

Solo apparentemente fuori dalla mischia il PD, che però è notoriamente una sommatoria di clientele aggregate alla bell’e meglio, dove i “renziani della prima ora” ancora godono di posizioni di rilievo e i democristiani (Letta, Franceschini, ecc.) contano assai più dei vecchi appartenenti alla “ditta”.

Qui, e non da ora, “mercati” e altre istituzioni europee hanno trovato da tempo un nido da cui programmare le mosse istituzionali più complicate, senza troppo apparire in prima persona.

Ci troviamo davanti, insomma, un caos apparente sotto cui si vedono da tempo in azione processi che vengono da lontano (nel tempo) e dall’alto (come livelli decisionali).

Il più importante è venuto allo scoperto – forse ben oltre i livelli desiderati – durante il “romanzo Quirinale”: la politica italiana è commissariata.

Si può giocare poi con le parole o con le possibili identità del “commissario” (l’Unione Europea, “i mercati”, la Nato, ecc.), ma non c’è dubbio che il questore-capo sia quello che siede a Palazzo Chigi dopo aver diretto per otto complicati anni nientepopodimeno che la Bce. Ossia un pilastro pensante della Troika.

Quello di più lungo periodo, però, riguarda proprio la rappresentanza politica di interessi sociali. Se guardiamo a quali interessi vengano rappresentati dalla classe politica si nota al primo sguardo che c’è un “eccesso di offerta”.

Una volta esclusi gli interessi dei “mercati” (il capitale multinazionale, sia finanziario sia industriale), che hanno ben poco appeal elettorale e si impongono a forza di spread e trattati UE, abbiamo di fronte media e piccola borghesia imprenditoriale, borghesia delle professioni, “imprenditori di se stessi” (definizione autoconsolatoria degli sfruttatori di se stessi alle prese con i tormenti della partita Iva).

Della stragrande maggioranza del popolo fanno tutti volentieri a meno, tranne che in periodo elettorale.

Questa vasta ma ridotta platea sociale aveva trovato due momentanei “rappresentanti di massa” nella Lega (piccola e media imprenditoria nel Nord, cordate clientelari nel Sud) e nei Cinque Stelle (professioni, partite Iva, startappari metropolitani, disoccupati attirati con la promessa del reddito di cittadinanza, ecc.).

E proprio queste due formazioni – inizialmente presentatesi come “euroscettiche” – sono state bersaglio di attacchi concentrici che hanno fatto apparire in superficie incapacità, improvvisazione, illusioni, aperta ignoranza di come funziona il mondo attuale.

Del resto, se Mario Draghi parla tranquillamente – e da tempo – di “imprese zombie” che non meritano di essere salvate (e dunque anche altri interessi sociali da sacrificare), perché mai dovrebbe essere tollerata una loro “rappresentanza politica” in grado – per il solo fatto di essere in Parlamento ed avere diritto di voto – di inceppare processi strategici di portata continentale?

Non è stato un caso – e lo avevamo scritto subito – che il disegno e l’avvio del PNRR, ossia la modalità concreta in cui il Recovery Fund verrà applicato in Italia, abbia anche segnato la chiusura dell’”era Conte” (double face, con la Lega e con il PD) e l’apertura dell’era Draghi.

Ci sono insomma troppe formazioni politiche a rappresentare ben pochi “interessi legittimi”. Anzi, alcuni di questi interessi sono già stati definiti come “non importanti”, sebbene non proprio da ignorare come quelli di lavoratori, pensionati, studenti, disoccupati, ecc.

Il rapido processo di scomposizione/ricomposizione della classetta politica nazionale deve perciò rispondere alla domanda: come si restringe l’”offerta politica” e la concorrenza (per i 400 posti da deputato e i 200 da senatore), in modo da farla corrispondere meglio alla ristrettezza degli interessi sociali aventi diritto?

Un problema che manda in soffitta le chiacchiere ideologiche sul “sistema maggioritario”, in primo luogo.

Un po’ perché, se “la politica è commissariata” dall’alto, allora non serve più costringere diverse rappresentanze dentro lo stesso contenitore, che poi esplode.

Un po’ perché il rischio di “restare fuori dai giochi” investe un po’ troppi personaggi e formazioni fin qui sopravvissute come parassiti, sfruttando inquinamento, corruzione e correnti.

Si riaffaccia perciò l’idea di tornare al “proporzionale”, in modo da selezionare con più chiarezza quali interessi sociali – borghesi, sia chiaro – stanno dietro una formazione, giustificandone o meno l’esistenza in Parlamento.

Un proporzionale con soglie di sbarramento alte, naturalmente. Sia mai detto che i ceti popolari individuino qualcun altro come il proprio – e vero – rappresentante politico.

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27/07/2021

Trattativa Stato-Mafia. La politica si adegua (terza parte)

Nel dicembre del 1991, i capi delle principali famiglie mafiose siciliane si incontrarono in una località della provincia di Enna. Erano preoccupati. A gennaio era prevista la sentenza della Corte di Cassazione sul maxi processo che aveva visto, per la prima volta, pesanti condanne contro decine di esponenti mafiosi siciliani. Quella che si incontra nelle campagne di Enna, non è solo il gotha della mafia, ma è gente abituata a fiutare l’aria, a capire quando c’è qualcosa che non quadra. I contatti nella politica e nella magistratura questa volta non danno le garanzie del passato sull’aggiustamento del processo. Il rischio è che decine di mafiosi stavolta in carcere debbano rimanerci per molti anni.

La sentenza della Corte di Cassazione arriva il 31 gennaio 1992 e conferma le condanne contro gli imputati mafiosi del maxiprocesso. Il procedimento questa volta non è finito tra le mani del dott. Corrado Carnevale, conosciuto come “l’amazzasentenze”. Il quale, solo per parlare del 1991, a marzo, alla Corte di Cassazione aveva annullato il provvedimento di custodia cautelare relativamente all’ accusa di associazione camorristica, a carico di Francesco Schiavone, il boss della camorra conosciuto come Sandokan e il 29 ottobre aveva annullato la custodia cautelare ordinata dalla corte d’ assise per alcuni capi dei clan Moccia e Magliulo, della camorra di Afragola.

In compenso, subito dopo la sentenza del 31 gennaio, ovvero il 17 febbraio 1992 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla la custodia cautelare per Bruno e Claudio Carbonaro, pluripregiudicati, accusati di essere stati tra i killer della strage di Gela che provocò otto morti: non valgono le dichiarazioni di un pentito che li accusava di aver fatto parte del commando assassino. Il 27 febbraio 1992 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullò la sentenza con cui la Corte d’assise d’appello di Torino aveva inflitto tredici ergastoli e ottanta altre condanne agli uomini di alcuni clan della mafia catanese trapiantata nel torinese. Niente associazione di stampo mafioso. Il 19 marzo 1992, la Cassazione annulla quattro ergastoli nel grande processo contro le cosche mafiose di Reggio Calabria. Il 24 giugno 1992 nel maxiprocesso-ter la Cassazione annulla quattro ergastoli confermando l’assoluzione per i mafiosi Michele Greco, Paolo Alfano, Salvatore Montalto, Salvatore Rotolo e Vincenzo Sinagra, che dovranno essere riprocessati. Il 1 settembre 1992 la Cassazione annulla l’ordinanza di rinvio a giudizio del maxiprocesso, la sentenza di condanna a 18 anni di primo grado e la condanna d’appello ad otto anni a carico del boss Alfredo Bono.

Il dott. Carnevale nel 1998 venne rinviato a giudizio per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Secondo alcuni pentiti di mafia Carnevale era il “referente” di Cosa nostra in Cassazione, dove molti processi a boss e gregari di Cosa nostra sarebbero stati “aggiustati”. In primo grado venne assolto. La successiva condanna in appello fu poi annullata in Cassazione senza rinvio. Assolto perché le deposizioni dei suoi colleghi che denunciavano le sue pressioni per aggiustare i processi riferivano fatti accaduti in Camera di Consiglio, quindi coperte da segreto, trascurando che alcuni fatti erano accaduti all’esterno del Tribunale. Grazie all’assoluzione il dott. Carnevale è rimasto in servizio fino al 2013.

Fra il 1991 e il 1992, il rapporto tra i vecchi garanti politici e i capi di Cosa Nostra era completamente saltato e doveva essere ricostituito sulla base dei nuovi equilibri – sia internazionali che interni – che si andavano ridefinendo dopo l’affondamento della precedente classe dirigente con Tangentopoli. Sono anni significativi. Cosa Nostra si contrappone frontalmente alla politica perché si ritiene “tradita” dalla conferma delle condanne al maxiprocesso nel gennaio del 1992. Ed è in questo contesto che vengono decise azioni come l’uccisione del dirigente siciliano della DC Salvo Lima, le stragi di Capaci (Falcone) e via D’Amelio (Borsellino).

La fine della DC come interlocutore e garante politico di Cosa Nostra, costringe i gruppi mafiosi a guardarsi intorno e, in qualche modo, a orientarsi nel crearsi la propria rappresentanza politica, a questo punto anche autonomamente dai vecchi partner politici. Il 4 dicembre 1992, dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino, il pentito Leonardo Messina, interrogato dalla commissione Antimafia, ebbe a dire: “Cosa Nostra sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro... In tutto questo Cosa Nostra non è sola è aiutata dalla massoneria... Ci sono forze alle quali si stanno rivolgendo”. “Quali?”, chiese il presidente della commissione Violante? La risposta di Messina fu la seguente: “Sono formazioni nuove... e non vengono dalla Sicilia”.

In quel periodo, in tutto il Meridione, fra il 1991 e il 1993, in Italia si comincia a parlare e respirare un clima secessionista. Se al Nord cresce la Lega, al Sud era stato tutto un fiorire di leghe regionalistiche: la prima fu Sicilia Libera, poi ci furono Campania Libera, Lega Lucana, Calabria Libera, Abruzzo libero, eccetera. Il denominatore comune, scaturito dalle indagini, è l’alta concentrazione in questi movimenti di esponenti mafiosi e della criminalità organizzata del Sud, di massoni e di esponenti neofascisti. Ma verso la metà del 1993, in tutto il Sud non se ne fece più niente, l’opzione secessionista si spegne. Si opta per guardare – politicamente – a “formazioni nuove e che non vengono dalla Sicilia”. Se la vecchia struttura politica, economica e istituzionale si è indebolita, qualcuno offre la possibilità di inserirvisi direttamente, di “fare sistema”.

Il 29 giugno 1993 viene costituita “Forza Italia! Associazione per il buon governo” presso lo studio del notaio Roveda a Milano. Il 10 novembre 1993 nascerà l’Associazione nazionale dei club di Forza Italia. Il 15 dicembre 1993 viene inaugurata la sede centrale di Forza Italia a Roma, in via dell’Umiltà. Il 18 gennaio 1994 nasce il movimento politico Forza Italia e a marzo – in alleanza con i leghisti al nord e con i fascisti al centro-sud – stravincerà le prime elezioni a cui si presenta. In Sicilia e nel sud poi sarà un plebiscito.

In Sicilia sono singolari le coincidenze della data con cui nasce il partito di Forza Italia e la data in cui si organizzano i primi club a Palermo e dove si tengono le prime riunioni del nascente partito. Una di queste viene tenuta, non a caso, all’Hotel San Paolo di Palermo. L’Hotel San Paolo, è stato edificato dai costruttori Ienna per conto della famiglia mafiosa dei Graviano, una di quelle che al vertice nelle campagne di Enna di fine 1991 c’era.

Il progetto di Forza Italia, infatti, è precedente alla data ufficiale di fondazione (1993). Un ex alto dirigente di Publitalia, Ezio Carlo Cartotto così racconta ai magistrati: “Nel maggio-giugno 1992 sono stato contattato da Marcello Dell’Utri perché lo stesso voleva coinvolgermi in un progetto da lui caldeggiato. In particolare Dell’Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo degli ordinari referenti politici del gruppo Fininvest, il gruppo stesso “entrasse in politica” per evitare che una affermazione delle sinistre potesse portare prima ad un ostracismo e poi a gravi difficoltà per il gruppo Berlusconi”. Siamo dunque nella primavera del 1992. Pochi mesi dopo la sentenza tombale della Corte di Cassazione contro i mafiosi, è il periodo dell’attentato mortale a Falcone, siamo in piena Tangentopoli, siamo a poche settimane dall’esplosione della prima crisi del debito pubblico italiano e degli attacchi speculativi alla Lira.

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09/01/2021

Il sapore marcio del rimpasto lombardo

Il rimpasto della giunta lombarda annunciato l’8 gennaio, dopo giorni di gestazione, ha due obiettivi: uno d’immagine e uno di riequilibrio dei poteri all’interno della destra.

Il primo obiettivo è evidentemente legato a cercare di recuperare un po’ di credibilità, anche se di facciata, dopo la tragedia della sanità lombarda: più di 25.000 morti da Covid, strutture incapaci di fronteggiare alcuna emergenza, scandali e conflitti d’interesse, mancanza di un piano vaccinale contro l’influenza stagionale.

E da ultimo l’inesistenza di un piano per la vaccinazione anti-Covid.

La Lombardia è attualmente la penultima regione nella classifica del rapporto tra dosi consegnate e dosi somministrate, mentre si calcola che al ritmo attuale ci vorranno dai quattro ai cinque anni per vaccinare tutta la popolazione lombarda.

Di tutto ciò ha fatto le spese l’assessore al welfare Gallera che, unico, ha pagato le sue gravi colpe ma anche quelle di altri (in primo luogo del presidente Fontana) e soprattutto il disastro di un sistema sanitario privatistico e affaristico. Gallera è stato cacciato senza appello, anche se sino all’ultimo ha supplicato una poltrona qualunque in giunta, anche uno strapuntino, per non essere l’unico a pagare.

Il secondo obiettivo, vale a dire il riequilibrio dei rapporti di potere nella destra, si rende palese se si osserva che a condurre il balletto del rimpasto sono stati personalmente Salvini e Berlusconi, leader nazionali di Lega e di Forza Italia.

Berlusconi può essere contento di avere installato al posto dell’incapace Gallera una sua fedelissima di lunga data, Letizia Moratti, che diventa oltretutto vicepresidente della Regione e forse prossima candidata alla presidenza.

Salvini è riuscito a piazzare alcune sue figure in altri assessorati, soprattutto in quello dello Sviluppo economico con delega alla gestione del Recovery Plan, dove sarà il leghista Guido Guidesi a gestire una fetta di bilancio importante, cioè quella parte dei fondi europei che arriveranno in Lombardia.

Alessandra Locatelli va all’assessorato alla famiglia, alla disabilità e alle politiche sociali. Ricordiamo la Locatelli assessore al Comune di Como, dove la sua politica sociale fu soprattutto quella di perseguitare gli immigrati e i senza tetto.

Singolare che l’italoforzuto Mattinzoli riceva una delega all’housing sociale, probabilmente un’intenzione di pestare i piedi, nel territorio milanese, alla giunta PD di Beppe Sala.

In cambio della nomina più importante, quella di Letizia Moratti, sembra che Salvini abbia ottenuto il via libera alla candidatura a sindaco di Milano di Roberto Rasia dal Polo, poco apprezzato da Berlusconi.

Concentriamoci però sulla figura più nota in questo rimpasto. Letizia Moratti, figura importante della finanza milanese, è stata presidente della Rai, Ministro dell’Istruzione e Sindaco di Milano dal 2006 al 2011.

Fu proprio con la sua gestione che il ministero della Pubblica Istruzione perse l’aggettivo “Pubblica”. In effetti, la politica scolastica morattiana non solo favorì le scuole private, ma portò alla diminuzione del tempo scuola, con un accrescimento delle disuguaglianze scolastiche, minore attenzione ai disabili e agli alunni in difficoltà e un aumento dei caratteri classisti delle scuole superiori.

Come sindaco di Milano, fu disastrosa e ha subito anche una condanna per danno erariale, confermata dalla Corte dei Conti, per lo “scriteriato agire, improntato ad assoluto disinteresse dell’interesse pubblico alla legalità e alla economicità dell’espletamento della funzione di indirizzo politico-amministrativo spettante all’organo di vertice comunale”.

In base a tale sentenza Moratti fu condannata a risarcire al Comune di Milano 591.000 euro per avere assegnato incarichi dirigenziali a soggetti esterni sprovvisti di requisiti adeguati e di avere “gonfiato” l’ufficio stampa del Comune con 20 addetti non necessari.

Per tale vicenda furono condannati anche altri membri della giunta, in particolare il vicesindaco, il “fratello d’Italia” De Corato (oggi assessore alla sicurezza della Regione Lombardia), per un risarcimento che arrivò in totale a oltre 1 milione di euro.

Probabilmente Letizia Moratti non ebbe difficoltà a pagare quel risarcimento, poiché fu presto nominata presidente del consiglio di gestione di Ubi Banca, dove il suo stipendio annuale era quasi sufficiente a coprire quella cifra.

Tuttavia, ha avuto dei problemi anche in quel ruolo. Infatti, la Procura di Cagliari sta valutando alcune operazioni di acquisto di greggio “estero su estero” da parte della Saras, raffineria di proprietà della famiglia Moratti, per le quali Ubi Banca avrebbe anticipato il denaro.

I sospetti della Procura riguardano sia la provenienza di tale petrolio, che potrebbe essere stato contrabbandato dal Kurdistan iracheno, sia altre operazioni con ditte in odore di mafia, a cui Ubi Banca avrebbe offerto copertura.

Proprio verso la fine del mandato di sindaco di Letizia Moratti, emerse poi un altro episodio, piuttosto grottesco. Il figlio della Moratti, fanatico di Batman, fu denunciato per abuso edilizio avendo trasformato un edificio industriale nella sua abitazione, ispirata alla Bat caverna (ma con poligono di tiro, piscine, saune, bunker ecc.), senza pagare i relativi oneri per il cambio di destinazione d’uso.

Il consigliere comunale Basilio Rizzo denunciò l’assenza di controlli sull’operazione da parte del Comune. La vicenda si concluse con il patteggiamento, da parte di Gabriele Moratti, di una pena di sei mesi convertiti in 49.000 euro di multa.

Altre attività di Letizia Moratti? Finanziare la discussa Comunità di San Patrignano e presiedere un’associazione per promuovere una classe dirigente industriale in Africa (insomma, aiutiamoli al loro paese).

Legittimo chiedersi se questa sia la persona giusta per rimettere in sesto la disastrata sanità lombarda, che avrebbe soprattutto bisogno che si ponesse fine alla scandalosa ingerenza degli interessi dei privati in ciò che deve essere totalmente pubblico.

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06/06/2020

Lombardia - Ritirato il piano sanitario: ravvedimento o furberia?

Colpo di scena, mercoledì 3 giugno alla commissione sanità della Regione Lombardia: la maggioranza ha ritirato dal voto il piano sanitario regionale già pronto da novembre. La motivazione addotta dal presidente della commissione, il leghista Emanuele Monti, è molto generica, si riferisce al “nuovo contesto” creato dall’emergenza Covid-19, che non poteva evidentemente essere prevista quando il piano fu scritto.

In effetti, il Piano sanitario regionale, che avrebbe dovuto costituire l’ossatura della sanità lombarda per i prossimi anni portava all’estremo la linea seguita negli ultimi anni dalla Regione: priorità all’ospedalizzazione, accentramento dell’assistenza nelle “eccellenze”, delega al privato delle prestazioni remunerative, smantellamento delle strutture territoriali, di prossimità e di prevenzione.

La stessa linea di politica sanitaria che ha portato al crollo del sistema lombardo in occasione dell’attuale epidemia.

Un fallimento di cui si sta occupando anche la Magistratura, in relazione alla strage nelle RSA, ma anche alla questione della riapertura dell’ospedale di Alzano Lombardo e alla mancata istituzione delle zone rosse nella bergamasca. Rispetto a quest’ultimo problema, la coppia Fontana-Gallera sostiene che l’istituzione delle “zone rosse” sarebbe di esclusiva competenza governativa, ma ciò contrasta sia con l’art. 32 comma 3 della legge 833/78 sia con il D.L. n. 6 del 23/2/2020.

Peraltro, più semplicemente, il fatto che le altre Regioni abbiano istituito in tutta Italia ben 117 zone rosse dimostra che anche la Lombardia avrebbe potuto farlo.

Purtroppo, anche l’esperienza degli ultimi giorni conferma che non è in corso un reale “ravvedimento” della giunta regionale, poiché nell’attuale fase sarebbe fondamentale fare test e tamponi e svolgere il tracciamento dei contagi e il controllo dei contatti in particolare sui luoghi di lavoro. Tutte attività di cui non si ha notizia, mentre i test sierologici e i tamponi per i cittadini sono invece disponibili solo in strutture private e a pagamento di parecchie decine se non centinaia di euro.

Una politica demenziale che porta alla triste constatazione che i dati diffusi dalla Protezione civile, al 5 maggio, attribuiscono alla Lombardia l’80% dei nuovi contagi in tutta Italia, con un rapido aumento di oltre il 400% dal giorno precedente: da 84 a 402.

Cosa può significare, dunque, il ritiro del piano sanitario regionale? Escluso che esista un vero ripensamento della giunta – Fontana dichiara sempre che “non ha sbagliato nulla” – si possono fare due ipotesi.

La prima è che nella giunta sia in atto un regolamento di conti tra la Lega e Forza Italia, incentrato sulla posizione di Gallera, assessore al welfare e autore del piano sanitario della Lombardia. In effetti, abbiamo già riferito di voci insistenti che vorrebbero in gestazione un rimpasto della giunta di cui Gallera, già sorvegliato speciale di Salvini, potrebbe fare le spese. In pratica si tratterebbe di offrire la testa di Gallera per salvare la giunta, il “sistema Lombardia” e la rendita di posizione della Lega, derivante dall’importanza di tale regione sul piano nazionale.

Esiste però una seconda ipotesi, più inquietante. Il piano sanitario della Lombardia era, in realtà, un’applicazione della legge regionale n. 23/2015 che riformò la sanità lombarda. Tale legge è in fase di sperimentazione sino ad agosto 2020 quando, presumibilmente, si dovrà aprire un confronto, anche con il governo, che potrebbe mettere in discussione non solo la sua coerenza con la legge 833/78, istitutiva del Sistema sanitario nazionale, ma anche la sua compatibilità con la Costituzione.

Ritirare il piano regionale, quindi, potrebbe essere un tentativo di fermare i giochi per il tempo necessario a riscriverlo, lasciando fuori dalla pericolosa discussione la legge 23/2015 che né è l’ispiratrice e a cui la destra lombarda non vuole rinunciare.

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04/06/2020

Chi sta manovrando le piazze della destra?

Quanto si è palesato per le strade della Capitale il giorno della Festa della Repubblica va compreso molto bene, oltre quello che i media mainstream pompano oltre ogni ritegno.

L’idea che viene diffusa a piene mani è quella che il governo Conte debba mettere fine alla sua esistenza ed essere sostituito da un governo di unità nazionale – magari guidato da Draghi – per gestire la crisi economica e l’emergenza sociale che ne sta derivando. L’attuale esecutivo, reso poco credibile dalla presenza del M5S, non viene ritenuto adatto allo scopo e già da mesi veniva evocato Draghi come salvatore della Patria.

Paradossalmente su questo obiettivo convergono La Repubblica o il gruppo Cairo e la destra, la Confindustria e l’establishment europeo.

E tutti usano le piazze della destra, ma non solo, per dare l’immagine di una situazione insostenibile e che richiede un cambio di governo, già evocato prima dell’emergenza coronavirus e congelato proprio a causa della pandemia. Ma adesso che le restrizioni sono finite o ridotte, che la stessa percezione del pericolo viene relativizzata in mille modi (dai luminari della sanità privata ai fomentati del basta mascherine), il conto alla rovescia per il governo Conte ha acquistato velocità.

Che il clima politico e sociale in Italia sia rovente e che sia già conclusa la fase “unitaria dovuta all’emergenza Covid-19” lo ha notato rapidamente la stampa tedesca. Il 2 giugno, nota la Sueddeutsche Zeitung, “di norma non si protesta, ma questa volta la destra e i Gilet arancioni sono scesi in piazza per manifestare contro il governo e la sua gestione della crisi”.

Nella manifestazione della destra istituzionale lungo via del Corso, Forza Italia si è sentita un po’ tirata per i capelli dagli alleati Lega e Fratelli d’Italia ed è stata costretta a stare in piazza, ma lo giustifica come un tentativo di contenere la rabbia che sale nel paese. Lo ha spiegato Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, intervenendo ad “Agorà” su Rai Tre. “Certo a Roma qualche assembramento c’è stato, credo fosse inevitabile: ma come Forza Italia abbiamo avuto una grandissima attenzione e credo che lo stesso abbiano fatto i nostri alleati”, ha detto, spiegando che la volontà “era quella di rappresentare un’alternativa e non far scivolare il paese nel ribellismo o nella rabbia, sentimenti che ci sono: noi invece vogliamo rappresentare un’alternativa repubblicana al governo Conte”.

Ma le marce su Roma del 2 giugno, hanno trovato una visibilità enorme anche sui media “liberal” come quelli del gruppo Fiat/La Repubblica o La 7. Non solo quelle della destra istituzionale, ma anche quella della deep society, un fenomeno grigio, tendente al nero, che ha trovato nelle restrizioni sanitarie dovute alla pandemia un fattore detonante e che ha individuato nell’ex generale dei carabinieri Pappalardo il suo totem. “Siamo stati costretti a vivere nelle nostre abitazioni come reclusi mentre mascalzoni vendono il nostro paese alle potenze straniere. Mussolini durante la marcia su Roma non l’ha fermato nessuno, ma a noi ci vogliono fermare, hanno fermato i nostri pullman per non farci manifestare” ha detto il generale e leader dei Gilet arancioni Antonio Pappalardo dal palco di piazza del Popolo, dove ha replicato la manifestazione senza mascherine di Milano una settimana fa.

Ma questo movimento non ha trovato il gradimento dei neofascisti più strutturati. Uno dei caporioni di Casa Pound ha liquidato le sortite del generale Pappalardo come “una supercazzola”.

La settimana scorsa poi c’era stata la gazzarra in piazza organizzata da un raggruppamento che si definisce “Marcia su Roma”, evocando quella delle camice nere all’inizio del ventennio fascista. Anche questa, nonostante i numeri ridottissimi, aveva trovato ampia amplificazione in modo decisamente trasversale.

Infine l’offensiva della destra sulla Capitale sembra non essersi ancora conclusa. Come riferiamo in altra parte del giornale, il prossimo appuntamento lo stanno indicando alcuni settori degli ultras di varie curve in fortissimo odore di estrema destra.

Insomma, l’immagine che restituiscono queste piazze piene di risentimento sociale non vanno però oltre la declinazione degli interessi di precisi settori sociali penalizzati dalla recessione prima e dal lockdown poi: commercianti, artigiani, partite Iva, piccoli esercenti, ambulanti, fornitori di servizi marginali con un piede dentro e uno fuori le regole. Cioè di tutti coloro che non avevano l’autonomia economica per reggere a lungo neanche prima dell’emergenza sanitaria e che oggi hanno prospettive ancora più incerte. Dietro di loro soffiano sul fuoco gli interessi ben strutturati in Confindustria che punta a fare rubamazzo degli aiuti di Stato e di quelli europei.

Da queste piazze mancano ancora i lavoratori dipendenti pubblici e privati, gli operatori sanitari passati nelle trincee dell’emergenza pandemica, i disoccupati veri e propri. Da troppi anni questi interessi materiali hanno perso la loro rappresentanza politica organizzata. In parlamento e nel paese non ci sono più i “partiti dei lavoratori”, ci sono solo quegli altri.

Sta in questa assenza il buco da riempire e rapidamente. La lotta di classe, che qualcuno voleva liquidata, oggi infuria più feroce di prima, ma una delle parti in conflitto combatte con entrambe le mani legate dietro la schiena, viene continuamente imbrigliata in discorsi che ne confondono identità e coscienza sociale e ne indeboliscono le potenzialità.

Le piazze della destra preoccupano ma vengono strumentalizzate in modo trasversale. È urgente che altre piazze si manifestino creando un dualismo di interessi sociali e di potere politico. Arrivare ai passaggi decisivi dei prossimi mesi (a cominciare dalla Legge di Stabilità che disegnerà le priorità sociali) non con le mani legate, ma con le mani pienamente disponibili, potrebbero essere non solo utile ma indispensabile.

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19/03/2020

La privatizzazione dell’emergenza coronavirus in Lombardia. Un’ipoteca sul futuro, da battere

Su quanto sta accadendo in questi giorni in Lombardia, facciamo così. Noi segnaliamo alcuni fattori, voi collegate i punti e insieme tiriamo fuori una chiave di lettura.

Il 10 marzo il governatore della Lombardia riapre il fuoco contro il governo sulla gestione dell’emergenza coronavirus e annuncia che gli interventi della Protezione Civile in Lombardia saranno affidati a Guido Bertolaso, creando così uno sdoppiamento su base “regionale” della struttura nazionale guidata da Borrelli e che ha il compito di coordinare gli interventi da Trento a Siracusa.

Il 16 marzo Bertolaso rientra in Italia e viene spammato come uomo della provvidenza da tutto il sistema massmediatico vicino alla Lega e dai network Mediaset. La Rai fa buon viso a cattivo gioco. Alle 16:30 dello stesso giorno del suo rientro, Bertolaso insieme a Fontana e agli assessori regionali Gallera (sanità) e Caparini (bilancio) fa un sopralluogo ai padiglioni della Fiera di Milano dove l’establishment lombardo ha deciso che dovrà prendere corpo l’ospedale ex novo definito come il “miracolo italiano”, anzi, pardòn, lombardo. “Evidente quindi che la giunta lombarda voglia tentare di riconquistare prestigio con un’opera tutta “sua”, un nuovo ospedale realizzato “alla cinese” in pochi giorni” scrivevamo alcuni giorni fa.

Il 17 marzo si rende pubblico che il capo di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha effettuato una donazione da 10 milioni di euro alla Regione Lombardia per l’acquisto di materiale sanitario per affrontare l’emergenza sanitaria della Covid-19. I soldi di Berlusconi, ovviamente, andranno a contribuire alla realizzazione del reparto di 400 posti di terapia intensiva presso la Fiera di Milano “o, eventualmente, per altre emergenze”. “Grazie Presidente per questo gesto d’amore per la sua città e per il suo Paese”, ha twittato immediatamente Bertolaso sul suo profilo.

A distanza di poche ore anche un altro boss del capitalismo “lombardo”, il patron di Esselunga Giuseppe Caprotti (figlio del fondatore Bernardo), ha annunciato donazioni da 10 milioni ma sempre per il padiglione alla Fiera di Milano. Altri 10 milioni sono arrivati dal marchio multinazionale della moda Moncler. Della partita di finanziamenti a questa vera e propria regionalizzazione e privatizzazione della Protezione Civile e dell’emergenza sanitaria in Lombardia, hanno deciso di far parte anche altri soggetti privati come Fondazione Invernizzi, Allianz e Sapio.

Regione Lombardia ha invece respinto al mittente la proposta venuta da un gruppo di medici per una soluzione alternativa al padiglione Covin 19 alla Fiera di Milano ossia ripristinare un padiglione in disuso dell’ospedale di Legnano. “È tutto pronto, non ci sarebbero sprechi” hanno scritto in una lettera. L’ospedale già esistente si trova a poca distanza dalla zona fiera ed è in possesso di due padiglioni realizzati e predisposti 10 anni fa con tutte le attrezzature che oggi sarebbero utili per l’emergenza Coronavirus. Nella lettera si legge che sono già disponibili camere attrezzate per l’ossigeno, una rianimazione e reparti di terapia intensiva che sono chiusi da tempo, “mentre resta aperto e funzionante in una struttura nuovissima un prezioso laboratorio di analisi”. In serata l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera ha fatto però sapere di aver già eseguito nei giorni scorsi i dovuti controlli, a suo avviso, per essere pronta, la struttura avrebbe bisogno di almeno 6 mesi.

Prevedibile l’immediato endorsement della Lega all’operazione messa in piedi in Lombardia. “Attilio Fontana sta lavorando e sarebbe un miracolo italiano aprire un ospedale da 500 posti letto nei padiglioni della Fiera di Milano in poco tempo” ha detto il leader della Lega Matteo Salvini.

Allora provate a collegare tra loro tutti questi fattori. Quella messa in piedi alla Fiera di Milano si sta rivelando una iniziativa tutta gestita dai privati, in aperta competizione con la gestione centralizzata dell’emergenza coronavirus sia sul piano sanitario sia della protezione civile, con il pieno avallo della Regione Lombardia e del mondo del business lombardo.

È una operazione che cercherà sin da ora di ipotecare lo scenario del post emergenza sulla base di un criterio molto nitido e molto cinico: nessuno pensi di rimettere in discussione il modello di aziendalizzazione e privatizzazione della sanità costruito in Lombardia in questi anni, né le ambizioni di piena autonomia della regione più ricca dallo Stato (autonomia differenziata, ndr) che in queste settimane ha subito dei duri rovesci.

Nonostante l’emergenza coronavirus abbia dimostrato tutta la fallacità sia del modello sanitario che della regionalizzazione ossessiva della Lombardia.

Ma questa aggiunta è farina del nostro sacco, cioè la nostra tesi. Fatevi la vostra.

Infine, per non dare l’impressione di essere prevenuti, segnaliamo che nel resto del paese e in particolare nel Lazio, il magnate romano Caltagirone (costruzioni, editoria, Acea etc.) si è rivelato più democristiano e con le braccine più corte, come da tradizione. Infatti ha donato “solo” 1 milione di euro per il contrasto dell’epidemia di coronavirus ma ripartito esattamente. Nel dettaglio si tratta di due distinte donazioni da 500 mila euro.

La prima verrà eseguita da Immobiliare Caltagirone (Ical), società personale della famiglia al cui capitale partecipano il Cavaliere del lavoro Francesco Gaetano Caltagirone e i figli Azzurra, Alessandro e Francesco junior, è andrà a favore del Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma (ospedale religioso). La seconda donazione è stata deliberata, invece, dal cda del Gruppo Caltagirone, guidato da Francesco Gaetano Caltagirone, e prenderà la via dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma (ospedale pubblico).

La donazione di Caltagirone al Gemelli si aggrega al combinato disposto messo in piedi dalla Regione Lazio che, per prepararsi all’emergenza coronavirus, ha preferito finanziare con soldi pubblici l’ospedale privato Columbus (di proprietà del Gemelli e pieno di debiti) invece che strutture pubbliche. Ma questa è un’altra misera storia. Ne parleremo presto.

Abbiamo fatto la promessa di non fare sconti a nessuno, anche ai tempi del coronavirus, perchè se qualcuno pensa che tutto possa o debba tornare come prima, sta commettendo un grosso errore.

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28/01/2020

Giannuli - Prime riflessioni sul voto alle regionali

Vista la quantità di opinioni, soprattutto nella "sinistra radicale", che il voto emiliano sta producendo (anche se penso sia una sottovalutazione non fare almeno due ragionamenti anche su quello calabrese), val la pena leggere anche l'opinione di un fiformista di ferro ma sempre ben informato come Giannuli.

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Dati ancora incompleti ma sufficienti per ragionarci su. Cominciamo dalle evidenze:

- la “spallata” non c’è stata, il governo resta in piedi e non si voterà in primavera per le politiche;

- Salvini incassa la sua prima sconfitta elettorale dal 2018 e vede incrinata la sua ledership carismatica;

- M5s e Forza Italia praticamente non esistono più;

- il blocco di centro destra esce sconfitto, ma non battuto definitivamente perché vince in Calabria e prende quasi il 45% dei voti nella regione roccaforte della sinistra, per cui è ancora un competitore temibile;

- le “sardine” sono state importanti, anche se probabilmente Bonaccini avrebbe vinto egualmente senza di loro, ma con uno scarto molto inferiore a questo 8%;

- la sinistra radicale è ridotta al lumicino non solo perché le tre liste minori (Potere al Popolo, Pci di Rizzo ecc.) prendono risultati infinitesimali, ma anche perché la sinistra più istituzionale, che appoggiava Bonaccini con la sigla Emilia Romagna coraggiosa, non fa nemmeno il 4%.

E veniamo ai presumibili effetti sulle diverse forze politiche:

Movimento 5 stelle: è la fine che avevo previsto sin dall’autunno del 2018 e le dimissioni di Di Maio non solo non hanno spostato niente in positivo ma hanno aggiunto confusione al casino. Ora, per le prossime regionali (Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania, Puglia) la scelta è partecipare o meno? Se si presentano prendono una sfilza di risultati sotto il 5% ed anche il residuo elettorato inizia a pensare che non vale la pena di votarli neppure alle politiche, se non si presentano, comunque escono dal radar degli elettori e alle politiche prenderanno pochissimo. Di Maio tutti i danni che poteva fare li ha fatti ed ora non c’è salvezza.

Lega: ha ancora una solida base elettorale, ma la sconfitta avrà riflessi psicologici non irrilevanti, inoltre ha di fronte un turno di regionali non proprio agevole: ragionevolmente vincerà in Veneto e Liguria, ma perderà in Toscana ed ha buone probabilità di perdere in Campania se il Pd farà l’accordo con De Magistris ed in Puglia dove Emiliano parte avvantaggiato. Unica partita contendibile quella delle Marche. Se finisse 4 a 2 o anche 3 pari ma con la Lega che vince in una sola delle grandi regioni (Veneto) mentre la sinistra vince in ben tre regioni maggiori (Campania, Toscana e Puglia) non sarebbe affatto un bilancio positivo. Ora è probabile che la Lega cercherà di cambiare strada, rinunciando a puntare sullo scenario nazionale, scegliendo candidati più consistenti dell’inesistente Borgonzoni e parlando di temi legati al territorio. Ma è più facile a dirsi che a farsi: in primo luogo perché devi trovare candidati ad hoc e non pare che la Lega ne abbia in Toscana e soprattutto Campania e Puglia. Poi devi avere alle spalle una storia di iniziative sul terreno locale che la Lega non ha, salvo che in Veneto (che infatti è la regione dove più sicuramente vincerà). Il rischio è quello di non guadagnare voti nell’elettorato più moderato ed attento alle questioni regionali e di perderne fra quelli che vogliono la Lega di lotta sul terreno nazionale.

Ma, soprattutto, la Lega deve attrezzarsi ad una traversata nel deserto di almeno un altro anno, sino alla primavera del 2021 se non di due, sino alla primavera 2022 ed i sondaggi fanno presto a squagliarsi.

Pd: è andato innegabilmente bene in Emilia e se l’è cavicchiata in Calabria, ma questo potrebbe indurlo facilmente in errore, sentendosi il perno del nuovo campo riformista, sottovalutando la possibilità che gli elettori abbiano dato quel voto come parcheggio momentaneo in attesa di meglio.

Zingaretti promette un partito completamente nuovo, staremo a vedere ma non ci sembra una cosa molto credibile. Di fatto in Emilia il Pd ha giocato la carta dell’usato sicuro, del buon governo locale ecc. ma queste sono cose che servono poco in una competizione nazionale.

Sardine: hanno avuto un buon successo anche se non strepitoso, si confermano sangue fresco per la sinistra, però ora devono dirci cosa vogliono fare da grandi. Sin qui ci hanno detto montalianamente “cosa non siamo, cosa non vogliano”. Molto bene, Montale ci è sempre piaciuto, ma adesso diteci qualcosa di più, esclusa (almeno per ora) la scelta di presentarsi direttamente alle elezioni, le scelte sono queste:

- restare movimento più o meno sommariamente organizzato con l’unica proiezione della mobilitazione di piazza;
- diventare movimento organizzato e qualificato da una serie di battaglie tematiche con queste possibili sotto scelte: entrare nel Pd e diventarne la componente movimentista, restare fuori dal Pd ma fiancheggiarlo come le Trade Union con il Labour Party, restare fuori e dare genericamente appoggio a tutte le forze del centro sinistra o solo ad alcune di esse.

Di fatto la prima soluzione è quella più debole: antisalvinismo e piazza vanno bene per i due mesi di una campagna elettorale ma, come insegnano le esperienze dei girotondi, della Pantera, dell’Onda ecc., non reggono oltre una manciata di settimane.

Per cui aspettiamo di vedere che decideranno di fare a Scampia. Degli altri parleremo in una prossima occasione.

Chiedo scusa per la lunga assenza dal blog, ma in altri tempi ero in grado di scrivere un libro e contemporaneamente scrivere il blog, ma adesso con i problemi di vista, faccio una cosa o l’altra, ma a breve tornerò.

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27/01/2020

Elezioni regionali - Emilia Romagna al Pd, Calabria a destra


Ore 7:30. A schede quasi completamente scrutinate, escono confermate le prime proiezioni Swg (la Rai, che si era affidata al network Opinio, ha fatto la figura della propaggine ufficiale de “la Bestia” o dei servi sciocchi di Salvini). Bonaccini vince con quasi otto punti di scarto sulla Borgonzoni, sperano il 51%. Spariscono di fatto i Cinque Stelle, e quello che “a sinistra” si è raccolto va analizzato con una qualche cura.

Ore 24. La proiezione sull’8% del campione assegna a Bonaccini il 51,8%, mentre la Borgonzoni è dieci punti dietro (41,8). Significativo che il candidato piddino ha preso 3 punti in più della somma delle liste che lo appoggiano, mentre la Borgonzoni ha preso il 3% in meno delle “sue” liste. Se il dato fosse confermato nel prosieguo dello spoglio, vorrebbe dire che una parte dei leghisti ha votato sì la propria lita, ma ha ritenuto Bonaccini perfettamente in grado di fare le politiche che la Lega vuole.

Ore 23:35. La prima proiezione derivanti da dati reali – schede scrutinate – dà il piddino Bonaccini in netto vantaggio (48,6-52,6%), mentre la leghista Borgonzoni scende su una forchetta tra il 40 4 il 44%.

Non sono stati riferiti dati per gli altri candidati-

I primi exit poll, non proprio affidabilissimi per copertura del campione statistico, danno leggermente in vantaggio Stefano Bonaccini (Pd e liste collegate) in Emilia Romagna, con una “forchetta” tra il 48 e il 51%. Mentre la leghista Lucia Borgonzoni lo tallona a 3 punti medi di distanza.
In Calabria, invece, la berlusconiana Jole Santelli supera largamente – nel sondaggio all’uscita dei seggi – il candidato-imprenditore Callipo, che raccoglie i vori del Pd.

Come recitano tutti i commentatori, bisogna attendere le prime proiezioni dai voti “veri” per avere un quadro più realistico. In particolare, per quanto ci interessa, per valutare il voto per Marta Collot e Potere al Popolo, che ovviamente lavora per costruirsi nel prossimo futuro e ha fatto vedere – raccogliendo quasi 10.000 firme per presentarsi alle elezioni – che il suo corpo di attivisti è stato capace di crescere tantissimo.

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31/12/2019

'ndrangheTav. Lo Stato arresta Nicoletta per difendere il business mafioso

L’arresto di Nicoletta Dosio è un’infamia grave e sarà meglio ricordare a tutti “il contesto” entro cui avviene. L’opposizione popolare alla “grande opera inutile” è considerata un reato grave, mentre non lo è – o perlomeno non è considerata altrettanto “pericolosa” – la massa di interessi mafiosi che si sono coagulati intorno a questa “occasione di business”.

Nei giorni scorsi, per citare solo un esempio recente, è finito in galera Roberto Rosso, cinque volte parlamentare parafascista (Fratelli d’Italia), proprio come quel Giancarlo Pittelli, avvocato di primo piano ed ex parlamentare di Forza Italia, accolto con la fanfara dalla “legalitaria” Giorgia Meloni quando – declinando Berlusconi – cambiò velocemente cavallo.

Nelle stesse ore, con meno fragore mediatico (finché non scattano le manette, gli affari si fanno in silenzio), si veniva a sapere degli incontri “riservati” tra boss della ‘ndrangheta e altri esponenti politici, di entrambi gli schieramenti che dicono di essere in feroce opposizione reciproca. Tema: far ripartire velocemente i lavori del Tav, fermi per innumerevoli problemi (oltre alla resistenza della Valsusa).

Vi proponiamo qui un articolo di NOTav.info che ci sembra decisamente chiarificatore. Nicoletta e gli altri compagni arrestati vengono puniti per essersi opposti a criminali “normali” e “politici”. I partiti “SìTav” sono pappa e ciccia con le mafie, e non c’è tra loro nessuna “sinistra”. Solo chiacchiere, prepotenza e “monopolio della violenza”.

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Mentre ieri l’attenzione di tutti si concentrava sull’arresto per scambio politico-mafioso di Roberto Rosso, una notizia bomba tichettava nelle carte dell’inchiesta sulla ‘ndrangheta in Piemonte. Negli atti dell’inchiesta, ancora secretati ma usciti grazie a una fuga di notizia, non c’è solo l’assessore degli striscioni sitav in comune ma si parla anche di un altro incontro tra esponenti politici di altissimo livello e le cosche piemontesi.

È il 24 febbraio 2019. A Nichelino si incontrano Francesco “Franco” Viterbo, portavoce del boss Onofrio Garacea, e alcuni onorevoli. Garacea è esponente del clan Bonavota ed è considerato “il reggente dei calabresi” tra Genova e Torino. Come riferirà Viterbo al patron delle cosche del basso Piemonte, all’incontro sono presenti esponenti di spicco della politica nazionale, tra gli altri, “Napoli e Bertoncino”.

Osvaldo Napoli il 10 novembre,
in piazza per si al tav
Si tratta con tutta probabilità della candidata alle europee per +Europa, Maurizia Bertoncino e del deputato di Forza Italia, Osvaldo Napoli. Il colonnello forzista è uno dei più accaniti sostenitori del TAV in Piemonte, da oltre 15 anni instancabile garante degli interessi opachi che si nascondo dietro la nuova Torino-Lione: già sindaco di Giaveno, promotore di uno dei primissimi esprimenti di movimento sitav nel 2010, non perde occasione per chiedere di arrestare i notav come terroristi, accoglie con giubilo ogni avanzamento dell’opera, elargisce solidarietà a profusione ai poliziotti che proteggono il cantiere, pretende la chiusura dei centri sociali torinesi accusati di dare manforte ai valsusini nella battaglia contro l’alta velocità. Più importante ancora, l’on. Napoli dal 2013 ha affiancato Paolo Foietta come vice-presidente dell’Osservatorio ministeriale alla realizzazione dell’asse Ferroviario Torino-Lione.

Quanto a +Europa, il partito di Bonino in Piemonte sta facendo del TAV letteralmente la sua bandiera durante la campagna elettorale, arrivando a battezzare la lista per le europee “+EUROPA-SITAV”.

In quei giorni, il dibattito sulla seconda Torino-Lione imperversa in tutta Italia. Non sono passate neanche due settimane da quando l’analisi-costi benefici del MIT ha attestato che l’opera, oltre ad avere un impatto ambientale devastante sull’arco alpino, è in perdita per diversi miliardi di euro. Dopo 20 anni di battaglie, il progetto TAV sembra ormai arrivato finalmente al capolinea e molti stanno sudando freddo. È in questo momento che boss e deputati convengono sulla necessità di “dover prendere il paese in mano”. Che cosa significa? Come riferisce l’inchiesta, il punto di convergenza individuato tra le parti nell’incontro del 24 febbraio è sulla necessità che “i lavori presso i cantieri della TAV di Chiomonte devono proseguire”.


Il resto è storia. Nel maggio 2019 il futuro consigliere regionale di FDI Roberto Rosso compra tramite Garacea pacchetti di voti dalle ‘ndrine calabresi e viene eletto con il record di preferenze nella giunta di Alberto Cirio. Il 23 luglio il governo gialloverde, per bocca del presidente del consiglio Conte smentisce clamorosamente l’analisi costi benefici e annuncia che il TAV verrà regolarmente finanziato. Il deputato Osvaldo Napoli dichiara “la Tav va avanti, come il buon senso vuole è una vittoria per l’Italia con ciò si conferma che l’ideologia della decrescita felice è stata e rimane il più grande ostacolo allo sviluppo dell’Italia. Con la decisione sulla TAV, Conte si pone come naturale punto di equilibrio fra la maggioranza e le opposizioni”. Il 9 agosto, a poche settimane dall’insediamento, Cirio visita il cantiere del tunnel geognostico di Chiomonte in compagnia del direttore di TELT Mario Virano e del consigliere Rosso e dichiara “l’opera è irreversibile è venuto il momento di far ripartire i lavori”.


Questi fatti sono noti da ieri in tutte le redazioni del nostro paese. Nessun quotidiano nazionale né TG però ne sta parlando se non su qualche sperduto trafiletto. Per mesi hanno pompato ogni minchiata riguardante il TAV, sperticandosi sui dettagli della cromatura della talpa Federica o il guardaroba delle madamin, ma il fatto che la ‘ndrangheta ordini a dei parlamentari di continuare con la più controversa opera pubblica in Italia non è degno di nota. Come definire un’informazione del genere? Distratta? Complice? Collusa?

Quanto a questa vomitevole macchina che vuole spolpare il nostro territorio anche nota come TAV, che pieghino armi e bagagli e non si facciano mai più vedere. A cambiare i cartelli della Val di Susa in Val di Scusa ci pensiamo noi.

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20/12/2019

Retata antimafia in Calabria, decapitati tutti i partiti

Di solito, non ci occupiamo delle retate antimafia. Non disponendo di inviati, e non volendo ridurci al ruolo di megafoni degli inquirenti (magistratura, polizie varie, ecc.), preferiamo prendere atto e caso mai vedere se c’è qualche ricaduta delle indagini sulla politica. Con questa logica, per esempio, abbiamo seguito “Mafia Capitale” o l’omicidio del fascista-tifoso-spacciatore Piscitelli (i media mainstream si sono fermati alle due ultime “qualifiche”, guardandosi bene dall’accennare alla prima).

Ma l’inchiesta calabrese del 19 novembre ha una dimensione tale (334 arrestati, 416 indagati) che avrebbe ricadute politiche a prescindere dall’identità degli arrestati. È comunque un pezzo di mondo regionale, una delle aree del potere.

Andando poi a guardare alcuni dei nomi coinvolti nell’inchiesta Rinascita-Scott (anche il nome richiederà qualche precisazione) si vede a occhio nudo che è stata devastata tutta la “politica” regionale, senza distinzioni di partito.

A cominciare da quel Giancarlo Pittelli, avvocato di primo piano ed ex parlamentare di Forza Italia, nonché a lungo coordinatore regionale della maison Berlusconi, sostenitore di rango della candidata proposta alle regionali, Jole Santelli, confermata nel ruolo mentre uscivano i lanci di agenzia sulla retata.

L’accusa nei suoi confronti è circostanziata e piuttosto secca: avrebbe “condiviso la modalità di gestione della cosca (Mancuso di Limbadi, che domina la provincia di Vibo Valentia. Ndr), aderendo alla politica gestionale di Luigi Mancuso”. Anche lui arrestato mentre fuggiva in treno verso Milano.

Ma Pittelli non è (o era) soltanto questo, visto il ruolo di primo piano rivestito nelle logge massoniche: “in quella particolare frangia di collegamento con la società civile rappresentata dal limbo delle logge coperte”. Un vero boss, secondo l’accusa, della ‘ndrangheta-massona, che avrebbe messo a disposizione delle cosche “il proprio rilevante patrimonio di conoscenze e di rapporti privilegiati con esponenti di primo piano a livello politico-istituzionale, del mondo imprenditoriale e delle professioni, anche per acquisire informazioni coperte dal segreto d’ufficio e per garantirne lo sviluppo nel settore imprenditoriale”.

Altro nome rilevante è quello di Gianluca Callipo, “cugino carnale” del re del tonno, individuato da Zingaretti come candidato presidente ideale del Pd alle ormai prossime elezioni regionali.

Agli arresti domiciliari, invece, ma non meno coinvolto, è Nicola Adamo, ex vicepresidente della giunta regionale Pd, marito di Enza Bruno Bossio, attualmente deputata dello stesso partito. Naturalmente al fianco dell’attuale governatore uscente piddino, Gerardo Oliverio.

Nelle peste anche Luigi Incarnato, commissario alla Sorical e coordinatore della campagna elettorale di Olverio. L’accusa nei suoi confronti è di aver ottenuto l’appoggio della cosca alle elezioni politiche del 2018, sempre per il Pd, finendo però egualmente battuto dal Cinque Stelle Massimo Misiti.

Poi una marea di professionisti, funzionari, due capi o ex capi della Polizia Locale, un colonnello dei Carabinieri ex comandante dei Ros (reparti speciali!) di Catanzaro, imprenditori... Insomma: uno spaccato della “classe dirigente”, senza alcuna distinzione di partito, professionalità, specializzazione. Non c’è alcuna differenza tra “destra” (in questo caso Forza Italia, ma due anni fa Pittelli era passato a Fratelli d’Italia accolto con un post entusiasta di Giorgia Meloni).

Interessante, comunque, anche la “dedica” che il pool del giudice Gratteri ha voluto fare – intitolandogli l’operazione Rinascita-Scott – al capo della Dea, agenzia antidroga degli Stati Uniti, Hacker Scott.

Così, tanto per ricordare chi comanda ancora in questo paese...

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