Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/01/2020

Il teatro dei pagliacci sulla “nave Gregoretti”

A parlare della “politica italiana” viene male. È come occuparsi di una pustola infetta dopo un ottimo pasto...

La notizia principale, che impegna le “migliori menti” del giornalismo italico, è l’ultima giravolta del presunto capo della Lega. Matteo Salvini, dopo aver in tutti i modi cercato di farsi proteggere dall’immunità parlamentare per la vicenda della nave Gregoretti (bloccata quattro giorni al largo, con alcuni migranti a bordo salvati dal naufragio), ha rovesciato completamente la linea di condotta ordinando – parole sue – ai senatori leghisti di votare invece a favore dell’autorizzazione a procedere.

La mossa, in sé un’idiozia, ha mandato fuori di testa Pd e giornali mainstream di supporto (Repubblica, Corriere, La7, Tg3, ecc).

Facciamo prima un po’ di “diradamento delle nebbie”, per capire di cosa si sta parlando.

La Giunta delle immunità di Palazzo Madama doveva votare sulla concessione o meno dell’autorizzazione alla magistratura di proseguire le indagini, ed eventualmente arrivare al processo, contro l’ex ministro dell’interno. Il presidente di questa giunta, al secolo Maurizio Gasparri (ex fascistissimo esponente dell’Msi ora divenuto fedelissimo di Berlusconi) aveva presentato una proposta di rigetto, per mettere al sicuro l’alleato-concorrente.

Sulla stessa convocazione di questa riunione c’era stato un feroce scontro che in tempi più seri sarebbe stato detto “istituzionale”, perché un’altra Giunta aveva deciso che la data giusta fosse il 20 gennaio – ieri – soltanto grazie al voto decisivo della Presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati. Per prassi consolidata in 75 anni, il Presidente del Senato non partecipa a votazioni per simili bazzeccole di calendario, ma...

Ma domenica 26 gennaio si vota in Emilia Romagna (e anche in Calabria, ma questo non interessa i nostri “eroi”), e Salvini aveva necessità di presentarsi agli elettori come vittima della “grande congiura” ordita da Pd e “toghe rosse”. Siccome il Pd (e i Cinque Stelle) preferivano che la vicenda dell’autorizzazione a procedere slittasse a dopo il voto, Salvini ha pensato bene di incontrarsi con la stessa Casellati affinché ci fosse almeno un voto simbolico che gli consentisse di giocare la parte della vittima.

Che la seconda carica dello Stato – dopo Sergio Mattarella – si presti a un giochino di così bassa lega dà la misura dell’inesistenza di qualsiasi “senso delle istituzioni”, tutte piegate alle peggiori esigenze della tattica elettorale.

I “democratici”, peraltro, non sono stati affatto migliori. Presi dal terrore di concedere a Salvini un argomento spendibile negli ultimi giorni di campagna elettorale hanno... “scelto l’Aventino”: non si sono presentati alla riunione della Giunta per le immunità, dove avrebbero avuto la maggioranza e quindi avrebbero potuto tranquillamente decidere se dare l’autorizzazione ai magistrati (e quindi “fare un favore elettorale” all’ex ministro dell’interno) oppure negarla (schierandosi “oggettivamente” a sua difesa). Qualsiasi decisione sarebbe stata sbagliata.

Erano sotto scacco, per propria stupidità incurabile, perché da quasi 30 anni – da quando è apparso sulla scena Berlusconi – sperano sia la magistratura a cavare il ragno dal buco, eliminando “il competitore” così come aveva fatto (su pressione statunitense evidente, dopo i “fatti di Sigonella”) con Bettino Craxi (che intanto viene “quasi riabilitato”).

Insomma: ognuno ha giocato la sua parte al contrario, ma è scontato che in questi casi sia il più disinvolto – istituzionalmente parlando – a vincere la partita.

Che non è affatto finita. Il voto della Giunta serve solo a presentare una proposta all’Aula parlamentare, perché solo il Senato al completo può decidere di far processare, oppure no, un suo membro.

Ma lì si voterà il 30, a elezioni emiliano-romagnole fatte e metabolizzate.

E il sistematico rovesciamento delle parti potrebbe costare caro al fascioleghista disinvolto, che ha già annunciato di voler far votare i suoi senatori proprio come in Giunta.

Comunque vada il voto nell’ex “regione rossa”, infatti, Salvini rischia davvero di finire a processo. Che vinca o che perda, Pd e Cinque Stelle potrebbero decidere – e di fatto sono costretti – di votare l’autorizzazione a procedere. A quel punto i loro voti si sommerebbero a quelli della Lega e la decisione dell’Aula non sarebbe più imputabile di essere una “vendetta politica” (se voti contro te stesso, di che ti lamenti?).

Perché abbiamo definito “un’idiozia” la mossa del capo leghista?

Perché, se si va al processo, i magistrati dovranno valutare esclusivamente se il blocco della Gregoretti in mare aperto fosse legittimo e legale oppure no.

Dovranno insomma occuparsi dei fatti, al contrario di quanto avvenuto nel chiacchiericcio isterico di questa ignobile “classe politica”. Dove nessuno – nessuno – ha avuto l’intelligenza di provare a bucare il palloncino della propaganda salviniana, da mesi inchiodata in una serie di frasi senza senso che riassumiamo con l’ultima, di ieri: “che si faccia questo processo politico a chi ha difeso la sicurezza, i confini e l’onore di questo Paese“.

Il “caso Gregoretti” è infatti decisamente un’altra cosa. Quella nave era ed è una nave militare italiana. Un pezzo dello Stato di questo Paese, non un naviglio “nemico” e neppure di una oscura Ong (un “soggetto privato”, insomma, magari “straniero”). Aveva raccolto in mare dei migranti sull’orlo del naufragio e, come previsto dalla legislazione sia italiana che internazionale, si era diretta verso il “paese di appartenenza”. Che, per una nave militare italiana, sembra proprio essere l’Italia.

È come se un commissario di polizia non facesse rientrare una volante in caserma perché ha preso a bordo dei “fermati”.

Che si possa dire di “aver difeso la sicurezza, i confini e l’onore di questo Paese” impedendo a una propria nave militare di entrare in porto per quattro giorni è una cazzata che neanche il miglior Fantozzi avrebbe potuto partorire...

Non abbiamo affatto una grande opinione circa “l’indipendenza della magistratura” di questo paese. Troppe volte – quasi sempre – ha dimostrato di essere al servizio di questo o quel “potere forte”, di un partito o meglio di un “sistema”. Dunque, nel corso di tre gradi di giudizio, Salvini vedrà sparire il suo processo in qualche “porto delle nebbie”.

In ogni caso, la sentenza definitiva arriverà tra molti anni, probabilmente quando la sua carriera politica sarà già finita per altri motivi (i “leader”, di questi tempi, si consumano in fretta...). Ma un rischio, seppure percentualmente marginale, lo corre.

Vi sembra che questo possa essere il “vero centro” della politica italiana mentre il Mediterraneo – e tutto il Medio Oriente – sono sull’orlo della più grave crisi da molti decenni a questa parte?

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19/04/2018

La “sinistra” sull’uscio delle consultazioni per il nuovo governo

L’incarico affidato dal presidente Mattarella alla presidente del Senato Casellati, sembra essere una missione esplorativa con un solo scopo: verificare se esistono i presupposti per una maggioranza tra la coalizione di centrodestra e Movimento 5 Stelle, entrambi non autosufficienti per formare un governo.

Domani la presidente del Senato dovrà ripresentarsi al Quirinale per riferire i risultati dei suoi colloqui. Se la missione della Casellati si chiuderà con un fallimento, il capo dello Stato si prenderà altre 48 ore di riflessione. Poi avrà a disposizione come alternativa, quella di affidare un ulteriore mandato esplorativo alla terza carica dello Stato, Roberto Fico, ma l’opzione non è automatica.

Nel Pd continua a prevalere l’opzione di Renzi che si è arroccato su un Pd come “partito di opposizione”. Per prendere in esame altre opzioni, inclusa quella di un governo con il M5S, i dirigenti del Partito Democratico hanno sempre preteso che Di Maio rinunci alla premiership, il che non esclude che potrebbe essere disponibile ad un incarico affidato a Fico.

Nei residui della “sinistra residuale”, la situazione appare ancora più depressa. Dentro Liberi e Uguali si confrontano a distanza due opzioni.

La prima, sostenuta da Bersani e da Roberto Speranza, pensa di andare avanti con LeU, trasformandola in una sorta di federazione costruendo un quarto polo insieme a Sinistra Italiana e Possibile.

La seconda, invece, è esplicitata in un documento firmato da Pietro Folena e Simone Oggionni e sostenuto dal presidente della regione Toscana Enrico Rossi confida invece su un Pd “derenzizzato” per fondare “Un nuovo soggetto laburista, europeo, moderno, popolare, radicale, con una vocazione naturale al governo”. Oppure lavorare alla costruzione di un nuovo partito socialista comunque alleato di volta in volta al Pd.

Il quotidiano La Repubblica riferisce di una riunione a porte chiuse promossa da D’Alema con Andrea Orlando, Nicola Zingaretti, Gianni Cuperlo, Luigi Zanda, nella quale D’Alema punterebbe all’avvio di un governo tra M5S, Pd e LeU.

Sempre secondo La Repubblica, Sinistra Italiana prosegue il suo percorso interno a LeU ma tra mille malumori, “perché una componente interna guarda invece a Potere al popolo”, dove spera di trovare attenzione nella parte residua del partito degli assessori (il “morto che cerca di afferrare il vivo”), ma incontra una palpabile ostilità da parte degli attivisti che hanno dato vita a Potere al Popolo come esperienza politica e sociale alternativa e antagonista in rottura con questo passato.

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25/03/2018

Le Camere hanno i presidenti, si profila un governo M5S-Lega?

L’elezione di Maria Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico alle presidenze di Senato e Camera potrebbe indicare il patto che indirizza M5S e Lega sulla strada per la formazione del governo. E’ un sentiero tuttora impervio che ha come ostacoli sia il nodo della premiership sia le modalità della partecipazione “attiva” di FI.

Ma dalle due votazioni che hanno ampiamente incoronato i due presidenti emergono due novità dirimenti: che tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini esiste un filo diretto di una qualche solidità e che il M5S, nella sua nuova veste istituzionale, si è rivelato disponibile a tradire la sua ortodossia votando, ad esempio, un’esponente berlusconiana.

Il tentativo di tenere separata la questione delle guide di Palazzo Madama e di Montecitorio da quella del governo è comunque ormai più di facciata che di sostanza. Una convergenza c’è stata, i segnali di sintonia sono andati oltre quanto si era intuito in queste tre settimane dopo il voto.

Ufficialmente il M5S continua a tenere separati l’accordo sulle Camere dalla formazione di una maggioranza di governo tenendo socchiusa la porta al Pd. “Siamo aperti a tutti, i partiti si facciano avanti per il bene del Paese”, ha dichiarato in serata Di Maio ponendo in evidenza il nodo della premiership sul governo. La conditio sine qua non per Di Maio come premier, al momento, non sembra venire meno. D’altro canto difficilmente Matteo Salvini, dopo aver “perso” la guida di Camera e Senato, accetterebbe di fare da comprimario ad un premier M5S.

Emerge, come possibile exit strategy, il profilo di un asse governativo Lega-M5S – con l’appoggio esterno di FI – che abbia un soggetto “terzo” come capo dell’esecutivo (il governo Flick?).

Sarebbe, in qualsiasi caso un governo certificato come “tecnico”, un esecutivo di breve durata, orientato a convocare a breve nuove elezioni e a gestire la manovra finanziaria “correttiva” che entro il 30 aprile l’Italia deve assicurare alla Commissione Europea che sta già rammentando, quasi quotidianamente, i suoi diktat.

Il recente vertice tra Makron e la Merkel aveva paragonato l’esito delle elezioni italiani alla “Brexit” britannica, indicando che l’Italia a questo punto deve disciplinarsi rapidamente al percorso obbligato indicato dalle oligarchie europee se non vuole essere tagliata dal nuovo processo di gerarchizzazione impostato da Francia e Germania.

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24/03/2018

Casellati al Senato: godono Previti, Ghedini e la destra cattolica

Figlia assunta al ministero, leggi ad personam, contraria alle unioni civili e dentro la banda Previti-Ghedini: ecco chi è la nuova presidente del Senato

Correva l’anno 2004, il Movimento 5 Stelle era ancora lontano dal nascere, e Maria Elisabetta Casellati era da tempo nota alle cronache giornalistiche. Tanto da essere oggetto di un articolo di Gian Antonio Stella, quello che scriverà La Casta con Sergio Rizzo, per un caso di nepotismo, anzi di familismo, da manuale. Non appena nominata sottosegretario al ministero della salute, infatti, Maria Elisabetta Casellati nominò subito la figlia come capo di gabinetto. Il nome giusto per una presidenza del Senato all’insegna del rinnovamento, insomma.

Ma il problema della Casellati non sta tanto in questi episodi da vecchio regime, ma dal provenire dallo stretto entourage di Ghedini. Basta fare una ricerca su Google affiancando il suo nome a quello dell’avvocato di Berlusconi, e dall’aver fatto parte, come sottosegretario, di quel Ministero della Giustizia che ha provato a far passare tutte le leggi ad personam nel periodo caldo dei processi per Berlusconi. E, pur essendo stata al Csm, alla Casellati è mancata certo la larghezza di vedute tipica di chi occupa questo ruolo. Per la neo-presidente, infatti, le unioni civili sono un provvedimento discriminatorio per le coppie eterosessuali (sic). In diversi sostengono che la carriera della Casellati abbia avuto un mentore: Cesarone Previti. Di sicuro, come vedete dal link che pubblichiamo, la Casellati si è scagliata contro le sentenze sfavorevoli a Berlusconi e Previti bollandole come “politiche”.

Se dobbiamo argomentare alla grillina chiudiamo così: Di Maio ha detto che gli inquisiti e i condannati non dovevano diventare presidenti del Senato. Ha finito per votare una presidente che gli inquisiti e i condannati li ha sempre difesi assieme ai loro privilegi, ostentando comportamenti da casta. Tutto questo in cambio di cosa? Un’idea ce la siamo fatta ma aspettiamo le prossime puntate.

Redazione, 24 marzo 2018

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