Nella giornata di martedì nell’aula del Senato della Repubblica si è ascoltato qualcosa di inusuale per i tempi che corrono. A cosa ci si riferisce?
Il senatore di “Articolo 1”, Francesco Laforgia, intervenendo ha posto quella che in gergo parlamentare si chiama interrogazione, o per meglio dire, come una delle prassi che viene seguita per aver risposta su fatti, tra l’altro notori all’opinione pubblica.
Sin qui, nulla di particolare, se non fosse che la richiesta posta è tale da non passare inosservata. Per farla breve, Laforgia ha chiesto la nomina di un Commissario ad acta in Lombardia.
È sotto gli occhi di tutti che la Regione in questione, la Lombardia, è al primo posto per contagi (circa il 37% dell’intero ammontare di positivi del Paese) per le migliaia di morti, con riferimento particolare a quelle avvenute per esempio nelle RSA sia di natura pubblica che privata (Pio Albergo Trivulzio e Fondazione Don Gnocchi docent), per le inadempienze, per i ritardi, per l’avvenuto corto circuito delle strutture ospedaliere pubbliche determinatosi soprattutto nelle prime 7 settimane, con il rischio che il numero di terapie intensive non bastassero più.
Insomma, roba da far tremare i polsi al Buddha in persona...
Certamente attendiamo con trepidazione la risposta che il Governo Conte darà, considerando tra l’altro che al suo interno il Ministro della Salute è l’on. Speranza (in quota LeU, come dire dello stesso gruppo parlamentare di Laforgia).
Quindi è per lo meno auspicabile pensare che vi sia consapevolezza che la questione debba andare in una direzione evidentemente concordata, chiarendo tra l’altro che il tutto ha avuto origine da una petizione on line (Change.org) che ha raccolto, allo stato dell’arte, più di 80 mila firme, promossa da un cartello di forze, tra cui Sinistra Italiana e lo stesso Art 1; i quali, come sappiamo, afferiscono a LeU.
Insomma la quadratura del cerchio sembrerebbe completa.
L’attesa verrà ricompensata? Chissà...
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/05/2020
04/10/2019
Ticket sulla sanità. Una dannosa trovata
La speranza è l’attesa fiduciosa che si realizzi qualcosa quando si ha invece la preoccupazione che non accadrà.
Il ministro della Salute Speranza, che questa estate non ha disdegnato di andare a prendere lezioni al meeting di Comunione e Liberazione, conferma il fondato timore che la sanità non si risolleverà, e non certo in relazione a ciò che evoca il suo nome.
Pensare che il Servizio Sanitario Nazionale possa riemergere dal baratro in cui è stato affondato, è ormai una utopia.
Il provvedimento sbandierato dal ministro Speranza sulla progressività dei ticket sanitari è un’altra farloccata per far dire che è un provvedimento “di sinistra” quando invece è solo fumo negli occhi.
Nell’ultimo decennio la spesa pubblica ha sottratto al Servizio Sanitario Nazionale ben 37 miliardi.
Questo dato va messo in relazione con un altro dato che è quello della spesa sanitaria privata che negli ultimi 5 anni è cresciuta del 10% sfiorando i 40 miliardi.
Tradotto in altri termini: chi ha potuto è fuggito dal servizio pubblico e si è rivolto a quello privato con la conseguenza che il pubblico è diventato sempre più inefficiente e il privato è diventato eccellenza, quantomeno nella percezione.
La progressività dei ticket sanitari calcolati in base alle effettive possibilità reddituali è un provvedimento certamente aderente al dettato costituzionale ma nella sua effettività ha senso solo ed esclusivamente se la sanità è tutta pubblica.
Se le prestazioni migliori si hanno solo nella sanità privata, perché in questi anni è stata quella maggiormente finanziata, la differenziazione dei ticket comporterà una ulteriore forbice: i ricchi che dovranno pagare il ticket più alto non andranno di certo a spenderlo nelle strutture fatiscenti del pubblico che quindi, a questo punto, sarà ulteriormente penalizzato non potendo contare sui maggiori introiti di chi può pagare di più.
Con un ticket aumentato, le persone più facoltose con maggior convinzione si rivolgeranno alla sanità privata convenzionata che in questo modo continuerà ad ingrassare.
Chi avrà meno possibilità, come già accade ora, continuerà invece a rivolgersi al servizio pubblico, con offerta sanitaria obsoleta, oltretutto ancor meno finanziata dalla assenza del ticket.
La forbice tra pubblico inefficiente e privato d’eccellenza aumenterà come in tutte le impostazioni neoliberiste introdotte nel nostro ordinamento da forze politiche di destra ma che per meglio truffare il consenso, hanno avuto il coraggio di autoqualificarsi di sinistra, come LEU e il PD.
Una vera riforma sta nella definitiva chiusura dei rubinetti verso la sanità privata che, in Italia, è cattolica.
Basterebbe una legge a costo zero: obbligarli a garantire nei loro ospedali aborto e eutanasia in cambio dei soldi pubblici, e pur di non consentire l’autodeterminazione, sarebbero disposti a rinunciare al finanziamento dello Stato.
Dunque un provvedimento a costo zero che questa classe politica, nella sua irreversibile cattolicizzazione non assumerà mai.
Qualcuno lo faccia capire a Speranza prima che si ubriachi della sua inutile e forse dannosa trovata.
Fonte
Il ministro della Salute Speranza, che questa estate non ha disdegnato di andare a prendere lezioni al meeting di Comunione e Liberazione, conferma il fondato timore che la sanità non si risolleverà, e non certo in relazione a ciò che evoca il suo nome.
Pensare che il Servizio Sanitario Nazionale possa riemergere dal baratro in cui è stato affondato, è ormai una utopia.
Il provvedimento sbandierato dal ministro Speranza sulla progressività dei ticket sanitari è un’altra farloccata per far dire che è un provvedimento “di sinistra” quando invece è solo fumo negli occhi.
Nell’ultimo decennio la spesa pubblica ha sottratto al Servizio Sanitario Nazionale ben 37 miliardi.
Questo dato va messo in relazione con un altro dato che è quello della spesa sanitaria privata che negli ultimi 5 anni è cresciuta del 10% sfiorando i 40 miliardi.
Tradotto in altri termini: chi ha potuto è fuggito dal servizio pubblico e si è rivolto a quello privato con la conseguenza che il pubblico è diventato sempre più inefficiente e il privato è diventato eccellenza, quantomeno nella percezione.
La progressività dei ticket sanitari calcolati in base alle effettive possibilità reddituali è un provvedimento certamente aderente al dettato costituzionale ma nella sua effettività ha senso solo ed esclusivamente se la sanità è tutta pubblica.
Se le prestazioni migliori si hanno solo nella sanità privata, perché in questi anni è stata quella maggiormente finanziata, la differenziazione dei ticket comporterà una ulteriore forbice: i ricchi che dovranno pagare il ticket più alto non andranno di certo a spenderlo nelle strutture fatiscenti del pubblico che quindi, a questo punto, sarà ulteriormente penalizzato non potendo contare sui maggiori introiti di chi può pagare di più.
Con un ticket aumentato, le persone più facoltose con maggior convinzione si rivolgeranno alla sanità privata convenzionata che in questo modo continuerà ad ingrassare.
Chi avrà meno possibilità, come già accade ora, continuerà invece a rivolgersi al servizio pubblico, con offerta sanitaria obsoleta, oltretutto ancor meno finanziata dalla assenza del ticket.
La forbice tra pubblico inefficiente e privato d’eccellenza aumenterà come in tutte le impostazioni neoliberiste introdotte nel nostro ordinamento da forze politiche di destra ma che per meglio truffare il consenso, hanno avuto il coraggio di autoqualificarsi di sinistra, come LEU e il PD.
Una vera riforma sta nella definitiva chiusura dei rubinetti verso la sanità privata che, in Italia, è cattolica.
Basterebbe una legge a costo zero: obbligarli a garantire nei loro ospedali aborto e eutanasia in cambio dei soldi pubblici, e pur di non consentire l’autodeterminazione, sarebbero disposti a rinunciare al finanziamento dello Stato.
Dunque un provvedimento a costo zero che questa classe politica, nella sua irreversibile cattolicizzazione non assumerà mai.
Qualcuno lo faccia capire a Speranza prima che si ubriachi della sua inutile e forse dannosa trovata.
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15/11/2018
Si scioglie LeU, la solita ammucchiata spacciata per “unità”
LeU non c’è più e nessuno la rimpiangerà. L’interesse per questa morte più che annunciata sta soprattutto nel suo essere – involontariamente, come sempre – un vero e proprio paradigma della breve parabola di ogni “unità a sinistra” negli ultimi dieci-quindici anni.
Proviamo a spiegarci: l’unità è un valore decisivo per chiunque si ponga il problema del cambiamento sociale in modo concreto; uniti si può vincere o perdere, divisi la sconfitta è sicura prima ancora di giocare. Le “ammucchiate”, però, sono un’altra cosa, e in genere danno uno spettacolo tristissimo che porta a risultati pessimi.
Fin dal primo giorno Liberi e Uguali è stata la solita “ammucchiata”. Di nomi famosi, peraltro (il che smentisce e condanna definitivamente ogni tentativo di disegnare liste elettorali intorno a un “nome” che possa salvare la patria della “vecchia sinistra”). Le avevano dato vita gli ex dirigenti del Pd nati nel “grande Pci” (D’Alema, Bersani, Speranza, ecc), gli ex comunisti rifondati di Sinistra Italiana (Fratoianni, dopo il ritiro di Vendola a vita privata), meteore come Pippo Civati e il suo “Possibile”, i due ultimi presidenti di Camera e Senato (Laura Boldrini e l’ex capo dell’Antimafia, Pietro Grasso).
Famosi per i motivi sbagliati, tutti. Perché protagonisti delle privatizzazioni che hanno smantellato buona parte del patrimonio industriale italiano, applicato quasi tutti i diktat della Troika (insieme a Berlusconi e Lega, alternandosi a palazzo Chigi), compresso i consumi, favorito l’esplosione della precarietà, la repressione poliziesca arbitraria (Minniti viene da lì, direttamente dall’entourage di D’Alema presidente del consiglio). Insomma: famosi come nemici del popolo. Ma “di sinistra”, nella più vaga e depistante accezione usuale nel dibattito italiano.
Dunque quei nomi non hanno “portato voti”, anzi hanno fatto fuggir via la matita degli elettori. L’insuccesso elettorale, in queste ammucchiate, diventa l’alfa e l’omega della permanenza in vita o dello scioglimento. E anche se qualcuno è stato “eletto” – ripetiamo: l’unico parametro preso in considerazione – questo non è bastato a proseguire l’avventura.
Da questa (mini) esplosione pare possano sortire almeno sei (6) formazioni diverse, tutte egualmente pretendenti a “fermare l’avanzata delle destre” e/o “federare la sinistra”. Il dettaglio sarebbe superfluo, ma è bene tenerlo presente.
Civati se n’era andato subito, perché tra i non eletti. Si era dimesso anche da leader di Possibile, di cui si sono comunque perse presto le tracce a livello nazionale (persiste qualche aggregato locale, che usa il nome per interloquire alla pari con altre realtà dello stesso tipo).
Mdp (ossia Bersani, D’Alema, Speranza) punta direttamente a rientrare nel Pd, sperando che il prossimo segretario sia Zingaretti. Qui, diciamo, di “federare la sinistra” non se ne parla neppure... «Vogliamo rimetterci in discussione in un campo nuovo», hanno scritto i coordinatori del “partito”.
Laura Boldrini si era un po’ distaccata già qualche mese fa e ora è stata eletta presidente onorario di un movimento politico alquanto immobile chiamato “Futura”, di cui non sappiamo granché, tranne che il principale animatore sarebbe Marco Furfaro, con un passato in Sel.
Stefano Fassina ne era uscito quasi subito, vista la sua posizione fortemente eurocritica in un consesso “europeista senza se e senza ma”. Ora ha fondato insieme ad altri “Patria e Costituzione” e viene tacciato – ovviamente – di essere diventato un “sovranista”.
Grasso pareva intenzionato a mantenere in vita la sigla, ma dovrà trovare qualche compagno di strada.
Resta Fratoianni con Sinistra Italiana, che ha dato l’addio a LeU nello stesso weekend in cui Rifondazione si chiamava fuori da Potere al Popolo. A pensar male ci si piglia, perché entrambe le vecchie formazioni – protagoniste della scissione di Chianciano, con ben altri numeri – dovrebbero fornire un po’ di carne, sangue e voti all'abbozzo di progetto di De Magistris. Ma restando saldamente nelle retrovie, senza mai apparire, in cambio di qualche candidatura.
L’elenco dei nomi noti si ferma qui, probabile ci sia anche qualche ulteriore frammento più in periferia.
Perché, dunque, questo triste epilogo ci sembra degno di nota in quanto paradigmatico di altri mille tentativi simili?
Perché dimostra che le “ammucchiate” spacciate per unità hanno vita breve, brutta e dannosa. Bruciano energie, deludono attivisti sinceri e disinteressati, ma soprattutto allontanano dal blocco sociale popolare che un tempo costituiva il retroterra solido della “sinistra”. A gente impoverita, disoccupata, precaria, senza sanità, scuola pubblica e trasporti funzionanti, non puoi andargli a chiedere – una volta l’anno o giù di lì – un voto per “eleggere qualcuno di noi”. Lo hanno fatto per una vita e queste formazioni, o perlomeno quei “nomi”, li hanno presi a calci in faccia togliendo loro diritti, certezze esistenziali e protagonismo sociale. Ovvio che non ti si filino, anzi ti considerino “nemico”. O quantomeno parte del loro problema, non certo della soluzione.
L'unità è un valore decisivo, ribadiamo. Si è uniti se ci si affianca nella lotta, ci si sostiene a vicenda nelle difficoltà, se si fa fronte comune sempre (non solo quando sei disposto a venire “sotto il mio comando”), se si condivide una visione – perfettibile e da perfezionare, naturalmente, ma tendenzialmente unitaria. Altrimenti ci si prende in giro. Se ognuno può sempre fare solo quello che considera più vantaggioso per sé e il proprio gruppo – situazione impropriamente definita “plurale” – non c’è alcuna unità effettiva, né nell’immediato né in una prospettiva umanamente interessante (alcuni anni, non i secoli).
Una visione unitaria necessita di un’idea di progetto paese, indicando dove e come vogliamo trasformarlo, in che direzione portarlo. Se ogni ipotesi programmatica viene invece considerata potenzialmente “divisiva” – massimamente quelle relative al’Unione Europea, dunque alle politiche economiche e al posizionamento internazionale – allora si sta cercando di fare la solita “ammucchiata”. Priva di idee, gonfia di parole, con ambizioni minime, un orizzonte breve.
Ovvero un insieme così disomogeneo da non reggere un solo giorno al di là della data del voto. E che – nel caso miracoloso di esser riuscito comunque ad “eleggere” qualcuno – si spacca i mille pezzi (molti meno, è vero) non appena deve intervenire nella dinamica politica; parlamentare o meno.
Povera LeU, andrebbe quasi ringraziata per averci fatto vedere tutto quello che non bisogna fare per costruire l’unità.
Non sembra perciò così “folle” che Potere al Popolo! sia nata per fare tutto al contrario. Di questa roba qui...
Fonte
Proviamo a spiegarci: l’unità è un valore decisivo per chiunque si ponga il problema del cambiamento sociale in modo concreto; uniti si può vincere o perdere, divisi la sconfitta è sicura prima ancora di giocare. Le “ammucchiate”, però, sono un’altra cosa, e in genere danno uno spettacolo tristissimo che porta a risultati pessimi.
Fin dal primo giorno Liberi e Uguali è stata la solita “ammucchiata”. Di nomi famosi, peraltro (il che smentisce e condanna definitivamente ogni tentativo di disegnare liste elettorali intorno a un “nome” che possa salvare la patria della “vecchia sinistra”). Le avevano dato vita gli ex dirigenti del Pd nati nel “grande Pci” (D’Alema, Bersani, Speranza, ecc), gli ex comunisti rifondati di Sinistra Italiana (Fratoianni, dopo il ritiro di Vendola a vita privata), meteore come Pippo Civati e il suo “Possibile”, i due ultimi presidenti di Camera e Senato (Laura Boldrini e l’ex capo dell’Antimafia, Pietro Grasso).
Famosi per i motivi sbagliati, tutti. Perché protagonisti delle privatizzazioni che hanno smantellato buona parte del patrimonio industriale italiano, applicato quasi tutti i diktat della Troika (insieme a Berlusconi e Lega, alternandosi a palazzo Chigi), compresso i consumi, favorito l’esplosione della precarietà, la repressione poliziesca arbitraria (Minniti viene da lì, direttamente dall’entourage di D’Alema presidente del consiglio). Insomma: famosi come nemici del popolo. Ma “di sinistra”, nella più vaga e depistante accezione usuale nel dibattito italiano.
Dunque quei nomi non hanno “portato voti”, anzi hanno fatto fuggir via la matita degli elettori. L’insuccesso elettorale, in queste ammucchiate, diventa l’alfa e l’omega della permanenza in vita o dello scioglimento. E anche se qualcuno è stato “eletto” – ripetiamo: l’unico parametro preso in considerazione – questo non è bastato a proseguire l’avventura.
Da questa (mini) esplosione pare possano sortire almeno sei (6) formazioni diverse, tutte egualmente pretendenti a “fermare l’avanzata delle destre” e/o “federare la sinistra”. Il dettaglio sarebbe superfluo, ma è bene tenerlo presente.
Civati se n’era andato subito, perché tra i non eletti. Si era dimesso anche da leader di Possibile, di cui si sono comunque perse presto le tracce a livello nazionale (persiste qualche aggregato locale, che usa il nome per interloquire alla pari con altre realtà dello stesso tipo).
Mdp (ossia Bersani, D’Alema, Speranza) punta direttamente a rientrare nel Pd, sperando che il prossimo segretario sia Zingaretti. Qui, diciamo, di “federare la sinistra” non se ne parla neppure... «Vogliamo rimetterci in discussione in un campo nuovo», hanno scritto i coordinatori del “partito”.
Laura Boldrini si era un po’ distaccata già qualche mese fa e ora è stata eletta presidente onorario di un movimento politico alquanto immobile chiamato “Futura”, di cui non sappiamo granché, tranne che il principale animatore sarebbe Marco Furfaro, con un passato in Sel.
Stefano Fassina ne era uscito quasi subito, vista la sua posizione fortemente eurocritica in un consesso “europeista senza se e senza ma”. Ora ha fondato insieme ad altri “Patria e Costituzione” e viene tacciato – ovviamente – di essere diventato un “sovranista”.
Grasso pareva intenzionato a mantenere in vita la sigla, ma dovrà trovare qualche compagno di strada.
Resta Fratoianni con Sinistra Italiana, che ha dato l’addio a LeU nello stesso weekend in cui Rifondazione si chiamava fuori da Potere al Popolo. A pensar male ci si piglia, perché entrambe le vecchie formazioni – protagoniste della scissione di Chianciano, con ben altri numeri – dovrebbero fornire un po’ di carne, sangue e voti all'abbozzo di progetto di De Magistris. Ma restando saldamente nelle retrovie, senza mai apparire, in cambio di qualche candidatura.
L’elenco dei nomi noti si ferma qui, probabile ci sia anche qualche ulteriore frammento più in periferia.
Perché, dunque, questo triste epilogo ci sembra degno di nota in quanto paradigmatico di altri mille tentativi simili?
Perché dimostra che le “ammucchiate” spacciate per unità hanno vita breve, brutta e dannosa. Bruciano energie, deludono attivisti sinceri e disinteressati, ma soprattutto allontanano dal blocco sociale popolare che un tempo costituiva il retroterra solido della “sinistra”. A gente impoverita, disoccupata, precaria, senza sanità, scuola pubblica e trasporti funzionanti, non puoi andargli a chiedere – una volta l’anno o giù di lì – un voto per “eleggere qualcuno di noi”. Lo hanno fatto per una vita e queste formazioni, o perlomeno quei “nomi”, li hanno presi a calci in faccia togliendo loro diritti, certezze esistenziali e protagonismo sociale. Ovvio che non ti si filino, anzi ti considerino “nemico”. O quantomeno parte del loro problema, non certo della soluzione.
L'unità è un valore decisivo, ribadiamo. Si è uniti se ci si affianca nella lotta, ci si sostiene a vicenda nelle difficoltà, se si fa fronte comune sempre (non solo quando sei disposto a venire “sotto il mio comando”), se si condivide una visione – perfettibile e da perfezionare, naturalmente, ma tendenzialmente unitaria. Altrimenti ci si prende in giro. Se ognuno può sempre fare solo quello che considera più vantaggioso per sé e il proprio gruppo – situazione impropriamente definita “plurale” – non c’è alcuna unità effettiva, né nell’immediato né in una prospettiva umanamente interessante (alcuni anni, non i secoli).
Una visione unitaria necessita di un’idea di progetto paese, indicando dove e come vogliamo trasformarlo, in che direzione portarlo. Se ogni ipotesi programmatica viene invece considerata potenzialmente “divisiva” – massimamente quelle relative al’Unione Europea, dunque alle politiche economiche e al posizionamento internazionale – allora si sta cercando di fare la solita “ammucchiata”. Priva di idee, gonfia di parole, con ambizioni minime, un orizzonte breve.
Ovvero un insieme così disomogeneo da non reggere un solo giorno al di là della data del voto. E che – nel caso miracoloso di esser riuscito comunque ad “eleggere” qualcuno – si spacca i mille pezzi (molti meno, è vero) non appena deve intervenire nella dinamica politica; parlamentare o meno.
Povera LeU, andrebbe quasi ringraziata per averci fatto vedere tutto quello che non bisogna fare per costruire l’unità.
Non sembra perciò così “folle” che Potere al Popolo! sia nata per fare tutto al contrario. Di questa roba qui...
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01/09/2018
Sinistra? No grazie
In questa – particolare e cupa – estate italiana caratterizzata da tragedie più o meno annunciate e, soprattutto, dalla rinnovata azione razzista di Salvini e dei suoi sodali di governo inizia a fare capolino un fantasma che pensavamo si fosse dissolto nel tumultuoso gorgo dell’ultimo ciclo della vicenda politica del nostro paese.
Stiamo parlando della “sinistra” ossia di quel consumato caravanserraglio di cui, forse un po’ “ingenuamente”, pensavamo di esserci liberati dopo la lunga serie di disastri politici e sociali di cui è stata foriera e soggetto attivo a tutto campo.
Nell’evocare tale spettro ci vengono a mente l’inenarrabile sequenza di atti e di processi politici che hanno contribuito – non poco – all’attuale condizione di frantumazione della società, di perdita di ogni elemento di unità politica e materiale della classe e, particolarmente, all’affermarsi dei vari totem ideologici ed identitari (la competitività, il trionfo del mercato, la difesa dell’Azienda/Italia, la superiorità dell’Occidente...) su cui, da oltre un trentennio, la “sinistra” ha costruito la sua narrazione e la sua idea di società e di relazioni.
Confessiamo di aver avvertito i brividi nell’ascoltare le, consumate, dichiarazioni della Boldrini sulla necessità di un “soggetto unitario di sinistra”, dell’amerikano Walter Veltroni che si sforza di dare “consigli agli amici”, dei guru Eugenio Scalfari e Massimo Cacciari che, dalle colonne de “la Repubblica” e del “Corriere” dettano la linea. Insomma abbiamo la sensazione di rivivere un incubo a cui ritenevamo di essere sopravvissuti seppur malconci.
E’ bastata una manifestazione contro la venuta del premier ungherese Orban a Milano per rimettere in moto, strumentalmente, questa vera e propria mucillagine la quale – senza alcun senso del ridicolo e del pudore – si è riscoperta “antirazzista”, “europeista” e “civile” (con tanto di ostentazione delle bandiere dell’Unione Europea che hanno orgogliosamente sfilato accanto a quelle del PD e della CGIL).
Eppure basterebbe – in questa fase caratterizzata dall’opacizzazione e dalla rimozione di ogni forma di memoria storica – ricordare, specie alle giovani generazioni, le “perle” prodotte da questa “sinistra” lungo oltre 30 anni (senza voler andare troppo indietro nel tempo!) in cui sono state, scientemente, affossate tutte le possibilità di avanzamento e di affermazione (badate bene non stiamo parlando della Rivoluzione!) degli interessi, storici ed immediati, dei settori popolari della società.
Da qui, dunque, il rifiuto ed il rigetto netto di ogni pulsione, consapevole e/o inconsapevole, di rieditare una impossibile, quanto suicida, “nuova stagione della sinistra” la quale, in ogni sua versione – compresa quella patinata, ma più subdola, de “l’Espresso” e del Maresciallo Roberto Saviano – si configura, e si caratterizzerà sempre più nel prossimo periodo, come una sbiadita riverniciatura rosè di un involucro politico profondamente antisociale ed antipopolare.
Da comunisti – che non amano trastullarsi nel cielo dell’impotente astrazione (ideologistica) ma che hanno come linea di condotta agente l’intervento organizzato nei settori sociali – suoniamo un esplicito campanello d’allarme politico verso quanti potrebbero restare disorientati o, peggio, affabulati da questo indecente revival.
La necessità di una opposizione seria al governo giallo/verde e al complesso dei dispositivi dell’Unione Europea, la costruzione di un movimento antirazzista percepito – a partire dai proletari autoctoni del nostro paese – come uno strumento utile per il miglioramento delle generali condizioni di vita e di lavoro ed, infine, la definizione di blocco sociale che aspiri ad un alternativa di rottura sistemica sono elementi programmatici che si collocano, oggettivamente, fuori dal campo, politico e pratico, della “sinistra” in ogni sua sfumatura.
Non sarà semplice e lineare ridefinire – teoricamente ed organizzativamente – una possibile Rappresentanza Politica degli interessi dei ceti subalterni della società ed occorrerà farlo in maniera controcorrente attraverso una cesura definitiva con gli antichi codici e vizi della “sinistra” (l’elettoralismo, l’istituzionalismo, l’autonomia del politico, l’elitarismo).
Una alternativa popolare, di classe ed anticapitalista potrà – finalmente – configurarsi intrecciando e connettendo le lotte, il conflitto politico, sociale e sindacale, l’indispensabile battaglia delle idee ma, prima di tutto, ancorandosi all’autonomia e all’indipendenza da ogni sirena compatibilista e normalizzatrice verso gli attuali rapporti sociali.
Le sperimentazioni in atto – a partire da quella delle compagne, dei compagni e degli attivisti di Potere al Popolo – sono un buon viatico per provare a misurarsi politicamente nel concreto dei prossimi appuntamenti politici e nella complessa ricostruzione di una connessione sentimentale con i settori popolari della società.
Fonte
Stiamo parlando della “sinistra” ossia di quel consumato caravanserraglio di cui, forse un po’ “ingenuamente”, pensavamo di esserci liberati dopo la lunga serie di disastri politici e sociali di cui è stata foriera e soggetto attivo a tutto campo.
Nell’evocare tale spettro ci vengono a mente l’inenarrabile sequenza di atti e di processi politici che hanno contribuito – non poco – all’attuale condizione di frantumazione della società, di perdita di ogni elemento di unità politica e materiale della classe e, particolarmente, all’affermarsi dei vari totem ideologici ed identitari (la competitività, il trionfo del mercato, la difesa dell’Azienda/Italia, la superiorità dell’Occidente...) su cui, da oltre un trentennio, la “sinistra” ha costruito la sua narrazione e la sua idea di società e di relazioni.
Confessiamo di aver avvertito i brividi nell’ascoltare le, consumate, dichiarazioni della Boldrini sulla necessità di un “soggetto unitario di sinistra”, dell’amerikano Walter Veltroni che si sforza di dare “consigli agli amici”, dei guru Eugenio Scalfari e Massimo Cacciari che, dalle colonne de “la Repubblica” e del “Corriere” dettano la linea. Insomma abbiamo la sensazione di rivivere un incubo a cui ritenevamo di essere sopravvissuti seppur malconci.
E’ bastata una manifestazione contro la venuta del premier ungherese Orban a Milano per rimettere in moto, strumentalmente, questa vera e propria mucillagine la quale – senza alcun senso del ridicolo e del pudore – si è riscoperta “antirazzista”, “europeista” e “civile” (con tanto di ostentazione delle bandiere dell’Unione Europea che hanno orgogliosamente sfilato accanto a quelle del PD e della CGIL).
Eppure basterebbe – in questa fase caratterizzata dall’opacizzazione e dalla rimozione di ogni forma di memoria storica – ricordare, specie alle giovani generazioni, le “perle” prodotte da questa “sinistra” lungo oltre 30 anni (senza voler andare troppo indietro nel tempo!) in cui sono state, scientemente, affossate tutte le possibilità di avanzamento e di affermazione (badate bene non stiamo parlando della Rivoluzione!) degli interessi, storici ed immediati, dei settori popolari della società.
Da qui, dunque, il rifiuto ed il rigetto netto di ogni pulsione, consapevole e/o inconsapevole, di rieditare una impossibile, quanto suicida, “nuova stagione della sinistra” la quale, in ogni sua versione – compresa quella patinata, ma più subdola, de “l’Espresso” e del Maresciallo Roberto Saviano – si configura, e si caratterizzerà sempre più nel prossimo periodo, come una sbiadita riverniciatura rosè di un involucro politico profondamente antisociale ed antipopolare.
Da comunisti – che non amano trastullarsi nel cielo dell’impotente astrazione (ideologistica) ma che hanno come linea di condotta agente l’intervento organizzato nei settori sociali – suoniamo un esplicito campanello d’allarme politico verso quanti potrebbero restare disorientati o, peggio, affabulati da questo indecente revival.
La necessità di una opposizione seria al governo giallo/verde e al complesso dei dispositivi dell’Unione Europea, la costruzione di un movimento antirazzista percepito – a partire dai proletari autoctoni del nostro paese – come uno strumento utile per il miglioramento delle generali condizioni di vita e di lavoro ed, infine, la definizione di blocco sociale che aspiri ad un alternativa di rottura sistemica sono elementi programmatici che si collocano, oggettivamente, fuori dal campo, politico e pratico, della “sinistra” in ogni sua sfumatura.
Non sarà semplice e lineare ridefinire – teoricamente ed organizzativamente – una possibile Rappresentanza Politica degli interessi dei ceti subalterni della società ed occorrerà farlo in maniera controcorrente attraverso una cesura definitiva con gli antichi codici e vizi della “sinistra” (l’elettoralismo, l’istituzionalismo, l’autonomia del politico, l’elitarismo).
Una alternativa popolare, di classe ed anticapitalista potrà – finalmente – configurarsi intrecciando e connettendo le lotte, il conflitto politico, sociale e sindacale, l’indispensabile battaglia delle idee ma, prima di tutto, ancorandosi all’autonomia e all’indipendenza da ogni sirena compatibilista e normalizzatrice verso gli attuali rapporti sociali.
Le sperimentazioni in atto – a partire da quella delle compagne, dei compagni e degli attivisti di Potere al Popolo – sono un buon viatico per provare a misurarsi politicamente nel concreto dei prossimi appuntamenti politici e nella complessa ricostruzione di una connessione sentimentale con i settori popolari della società.
Fonte
03/08/2018
La differenza tra “il vivo” e “il morto” colpisce anche Caldarola
La politica è battaglia tra interessi sociali (strutturati o meno), visioni del mondo e idee su come cambiarlo secondo gli interessi che si supportano. In genere imprese multinazionali e finanza da una parte, piccole e medie imprese da un’altra (a tratti con disperazione), da un’altra ancora lavoratori dipendenti ormai tutti precari e insicuri, disoccupati, pensionati, senza casa, giovani, migranti, ecc.
L’aspetto intellettualmente più interessante della battaglia politica si mostra quando si incontrano persone collocate in campi assai diversi, ma capaci di guardare in faccia i problemi, bastonando – se necessario – la propria parte per indicare i punti di debolezza, forza, scoperti, sia nel proprio fronte che in quelli avversi.
Peppino Caldarola, tra le altre cose ex direttore de l’Unità, è una di queste persone, con cui più volte abbiamo intrecciato di fioretto o sciabola, a volte concordando e altre criticandolo anche duramente.
Stavolta coglie il punto essenziale di fragilità devastante in Liberi e uguali – l’immobilismo politico e sociale, ovvero il “far politica con le dichiarazioni” invece che con l’azione tra la gente che poi, ogni tanto, vota anche. E oggi non li pensa più.
Il punto di partenza è un sondaggio Swg che dà ora Potere al Popolo! davanti a Grasso e Bersani, che pur precipitando nella scala del potere godono ancora di “buona stampa” o ampie e frequenti apparizioni in tv. Pur sapendo forse meglio di tanti “esperti di statistica da tastiera” che i sondaggi sono ballerini e – su certe percentuali – alquanto aleatori, Caldarola non sottovaluta affatto questo “sorpassino”.
L’intento, esplicito, è quello di frustare l’orgoglio di quelli con cui ha condiviso una lunghissima stagione di lotta politica (Bersani, D’Alema, Cofferati, ecc), invitandoli ad agire. In qualsiasi modo, su qualsiasi tema, ma ad agire. A uscire insomma dalla routine delle riunioni diplomatiche, degli “abboccamenti” con Tizio o Caio in sofferenza nel Pd renziano, dei talk show in cui diventa ogni volta più palese l’assenza di idee (e di coerenza) del poveraccio di turno che viene invitato. E tornare finalmente a parlare “alla gente”, a immergersi “tra le masse” per un benefico bagno di umiltà, autocritica, recupero di energie e credibilità.
A noi – lo diciamo senza spocchia – sembra una speranza impossibile. Quel ceto politico ha frequentato Parlamento e ministeri per decenni. I suoi vertici hanno legalizzato la precarietà, incentivato il “lavoro gratuito”, spinto centinaia di migliaia di giovani a cercare fortuna all’estero. Hanno distrutto il sistema sanitario pubblico, quello pensionistico e l’edilizia popolare, l’istruzione a tutti i livelli; hanno regalato le industrie e le banche pubbliche per un tozzo di pane. Non hanno alcuna più credibilità sociale. Neanche se si sottoponessero a mesi di “riabilitazione” maoista riuscirebbero a farsi perdonare quel che hanno combinato in oltre venti anni di obbedienza alle politiche di austerità dell’Unione Europea. Anche se la memoria collettiva in questo paese è sempre piuttosto scarsa, ci penserebbero di certo quelli della destra o i grillini a ricordarlo h24...
L’aspetto interessante, in effetti, non è questo, ma l’aver colto la differenza qualitativa tra il soggetto calante e quello crescente nella “percezione di autenticità” della popolazione. Numeri piccoli, differenze infinitesimali che magari la prossima settimana saranno ribaltate a causa di qualche fattore contingente, ma che indicano una dinamica totalmente opposta da qui in avanti.
Sintetizza brutalmente Caldarola: “Siamo assediati da citazioni di Bernie Sanders e di Jeremy Corbyn, ma nessuno che dica che cosa è il socialismo italiano. Accade perciò che se andate in mezzo alle persone vere, in molte città ci troverete solo quelli di Potere al Popolo. Spesso ne ho parlato bene, spesso li ho criticati, cosa che loro non sopportano. Continuerò a fare l’una cosa e l’altra. Con rispetto, perché, vivaddio, loro almeno si muovono”.
E’ il tema di una discussione che sta attraversando in questo periodo tutta l’area politica informe che sta tra Leu, appunto, e anche oltre Potere al Popolo! Con tanti singoli compagni, collettivi, componenti organizzate e frazioni di esse, tirate come corde di violino tra l’antico andazzo “politicista” e la spinta a “fare tutto al contrario”. In mezzo alla nostra gente, battagliando porta a porta, problema per problema, rivendicazione per rivendicazione, bisogno per bisogno. Sbagliando cento volte, per ingenuità, inesperienza e qualche errore di calcolo... Ci sta e ci si correggerà. In fondo, alle generazioni nuove di questo paese non ci sembra che nessuno possa offrire un “modello di sinistra vincente”. No?
Non è una contrapposizione ideologica (anche se c’è sempre chi, in difficoltà con la pratica, la butta su questo piano sterile), ma un’articolazione politica che si risolve solo facendo. Se è ancora vero che il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente, e non una serie di massime e icone da esibire con orgoglio un po’ solitario...
Non è difficile. Qualcuno che una volta era comunista, come Caldarola, ha riconosciuto a lume di naso “ciò che è vivo e ciò che è morto”. Anche se con dolore, perché “i suoi” sono decisamente l’esempio calzante del “morto che non riesce più ad afferrare il vivo”.
Peppino Caldarola
Lettera 43
L’immobilismo dei dirigenti di sinistra in questo periodo storico non ha precedenti. Così Liberi e uguali ha aperto la strada alla crescita di Potere al Popolo.
Tranne pochissimi casi, non leggo mai parole allarmate di leader di sinistra su quel che sta accadendo. Non vorrei essere frainteso: tanti dichiarano contro il governo, contro il razzismo, contro Matteo Salvini e poi Luigi Di Maio. Ma non si percepisce mai il senso della drammaticità della situazione nella sinistra. Io ho già scritto come la penso. Credo che serva una rivoluzione contro l’establishment di sinistra e una dotazione culturale che parta da un pensiero che inglobi la critica globale del capitalismo. Penso che anche se l’attuale maggioranza di governo ha sondaggi favorevoli, non credo siano dati definitivi perché molti contrasti li divideranno e molti punti di crisi sono già aperti fra alcuni di loro e porzioni di elettorato. Penso, infine, che la caduta di questa maggioranza di destra possa avvenire se si rianima una destra costituzionale che prende la bandiera della moderazione e la impugni con severità e aggressività. Non vedo, invece, fatti nuovi a sinistra a parte la buona, anzi ottima, volontà di alcuni, Maurizio Martina per primo. Prendiamo il caso del sondaggio che dà Potere al Popolo in sorpasso su Liberi ed uguali. Viola Carofalo si sta mangiando Pietro Grasso.
TROPPO SILENZIO DA PARTE DI DIRIGENTI E INTELLETTUALI DI SINISTRA
Avete letto un commento, una analisi, un cenno di preoccupazione in quella decina di parlamentari che hanno occupato manu militari le liste escludendone, ad esempio, il medico di Lampedusa Pietro Bartolo? Avete letto una presa di posizione di Pietro Grasso e di altri maggiorenti che abbia cercato di dare una spiegazione e si siano offerti di elaborare una strategia? Che si siano, come si diceva una volta, messi in gioco? Niente. Io ricordo bene la crisi del Psiup, piccolo partito denso di personalità eccezionali che ruppe con il Psi quando nacque il primo centro-sinistra organico. Era un partito vero ma era al tempo stesso un amalgama malriuscito in cui però c’era gente che veniva dai Quaderni Rossi, dal socialismo, c’erano sindacalisti alla Vittorio Foa, assieme a “carristi” alla Tullio Vecchietti e Dario Valori. Fu una campagna elettorale malriuscita, che non elesse neppure un parlamentare, a segnare la morte di quel partito che era già stato ucciso dal suo gruppo dirigente “carrista” che, a differenza del Pci, scelse i sovietici nello scontro su Praga. Tuttora, però, raccogliamo i testi apparsi nelle riviste, nei giornali pubblicati in quegli anni e vissuti poco tempo, cerchiamo i discorsi di tanti intellettuali di sinistra e di tanti giovani (in quel partito c’erano Peppino Impastato e Mauro Rostagno, un genio assoluto) e troviamo il senso del tempo, la drammaticità del tempo. I dirigenti di LeU avranno preso, in questi mesi, una dose tripla di Tavor perché non si scompongono. Il sorpasso di Potere al Popolo continuerà ad accrescere le distanze.
I RENZIANI SONO ORMAI UNA BUFFA SETTA
È ovvio che un elettorato di sinistra di fronte ad azioni esemplari preferirà questo gruppo a chi è solo chiacchiere e distintivo. Tuttavia – lo sottolineava tempo fa Antonio Bassolino in un seminario di Italianieuropei – questa assenza di drammaticità, questa incomprensione del ruolo che bisogna svolgere di fronte alla storia e ai propri errori spiegano perché questa classe dirigente non potrà fare nulla di buono. Da un lato i renziani sono, ormai, una buffa setta che nega l’evidenza (come il famoso colonnello Buttiglione del film di Mino Guerrini (del 1973), dall’altra gli anti-renziani (non tutti, ci sono molte eccezioni) si sono specializzati in convegnistica, e aspettano che il Movimento 5 stelle si “ravveda”. Non era mai successo che la sinistra stesse così ferma, così attonita, così priva di iniziativa in tutti questi decenni repubblicani. Ripeto, mai. Siamo assediati da citazioni di Bernie Sanders e di Jeremy Corbyn, ma nessuno che dica che cosa è il socialismo italiano. Accade perciò che se andate in mezzo alle persone vere, in molte città ci troverete solo quelli di Potere al Popolo. Spesso ne ho parlato bene, spesso li ho criticati, cosa che loro non sopportano. Continuerò a fare l’una cosa e l’altra. Con rispetto, perché, vivaddio, loro almeno si muovono.
Fonte
L’aspetto intellettualmente più interessante della battaglia politica si mostra quando si incontrano persone collocate in campi assai diversi, ma capaci di guardare in faccia i problemi, bastonando – se necessario – la propria parte per indicare i punti di debolezza, forza, scoperti, sia nel proprio fronte che in quelli avversi.
Peppino Caldarola, tra le altre cose ex direttore de l’Unità, è una di queste persone, con cui più volte abbiamo intrecciato di fioretto o sciabola, a volte concordando e altre criticandolo anche duramente.
Stavolta coglie il punto essenziale di fragilità devastante in Liberi e uguali – l’immobilismo politico e sociale, ovvero il “far politica con le dichiarazioni” invece che con l’azione tra la gente che poi, ogni tanto, vota anche. E oggi non li pensa più.
Il punto di partenza è un sondaggio Swg che dà ora Potere al Popolo! davanti a Grasso e Bersani, che pur precipitando nella scala del potere godono ancora di “buona stampa” o ampie e frequenti apparizioni in tv. Pur sapendo forse meglio di tanti “esperti di statistica da tastiera” che i sondaggi sono ballerini e – su certe percentuali – alquanto aleatori, Caldarola non sottovaluta affatto questo “sorpassino”.
L’intento, esplicito, è quello di frustare l’orgoglio di quelli con cui ha condiviso una lunghissima stagione di lotta politica (Bersani, D’Alema, Cofferati, ecc), invitandoli ad agire. In qualsiasi modo, su qualsiasi tema, ma ad agire. A uscire insomma dalla routine delle riunioni diplomatiche, degli “abboccamenti” con Tizio o Caio in sofferenza nel Pd renziano, dei talk show in cui diventa ogni volta più palese l’assenza di idee (e di coerenza) del poveraccio di turno che viene invitato. E tornare finalmente a parlare “alla gente”, a immergersi “tra le masse” per un benefico bagno di umiltà, autocritica, recupero di energie e credibilità.
A noi – lo diciamo senza spocchia – sembra una speranza impossibile. Quel ceto politico ha frequentato Parlamento e ministeri per decenni. I suoi vertici hanno legalizzato la precarietà, incentivato il “lavoro gratuito”, spinto centinaia di migliaia di giovani a cercare fortuna all’estero. Hanno distrutto il sistema sanitario pubblico, quello pensionistico e l’edilizia popolare, l’istruzione a tutti i livelli; hanno regalato le industrie e le banche pubbliche per un tozzo di pane. Non hanno alcuna più credibilità sociale. Neanche se si sottoponessero a mesi di “riabilitazione” maoista riuscirebbero a farsi perdonare quel che hanno combinato in oltre venti anni di obbedienza alle politiche di austerità dell’Unione Europea. Anche se la memoria collettiva in questo paese è sempre piuttosto scarsa, ci penserebbero di certo quelli della destra o i grillini a ricordarlo h24...
L’aspetto interessante, in effetti, non è questo, ma l’aver colto la differenza qualitativa tra il soggetto calante e quello crescente nella “percezione di autenticità” della popolazione. Numeri piccoli, differenze infinitesimali che magari la prossima settimana saranno ribaltate a causa di qualche fattore contingente, ma che indicano una dinamica totalmente opposta da qui in avanti.
Sintetizza brutalmente Caldarola: “Siamo assediati da citazioni di Bernie Sanders e di Jeremy Corbyn, ma nessuno che dica che cosa è il socialismo italiano. Accade perciò che se andate in mezzo alle persone vere, in molte città ci troverete solo quelli di Potere al Popolo. Spesso ne ho parlato bene, spesso li ho criticati, cosa che loro non sopportano. Continuerò a fare l’una cosa e l’altra. Con rispetto, perché, vivaddio, loro almeno si muovono”.
E’ il tema di una discussione che sta attraversando in questo periodo tutta l’area politica informe che sta tra Leu, appunto, e anche oltre Potere al Popolo! Con tanti singoli compagni, collettivi, componenti organizzate e frazioni di esse, tirate come corde di violino tra l’antico andazzo “politicista” e la spinta a “fare tutto al contrario”. In mezzo alla nostra gente, battagliando porta a porta, problema per problema, rivendicazione per rivendicazione, bisogno per bisogno. Sbagliando cento volte, per ingenuità, inesperienza e qualche errore di calcolo... Ci sta e ci si correggerà. In fondo, alle generazioni nuove di questo paese non ci sembra che nessuno possa offrire un “modello di sinistra vincente”. No?
Non è una contrapposizione ideologica (anche se c’è sempre chi, in difficoltà con la pratica, la butta su questo piano sterile), ma un’articolazione politica che si risolve solo facendo. Se è ancora vero che il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente, e non una serie di massime e icone da esibire con orgoglio un po’ solitario...
Non è difficile. Qualcuno che una volta era comunista, come Caldarola, ha riconosciuto a lume di naso “ciò che è vivo e ciò che è morto”. Anche se con dolore, perché “i suoi” sono decisamente l’esempio calzante del “morto che non riesce più ad afferrare il vivo”.
*****
Se Viola Carofalo si mangia Pietro Grasso
Peppino Caldarola
Lettera 43
L’immobilismo dei dirigenti di sinistra in questo periodo storico non ha precedenti. Così Liberi e uguali ha aperto la strada alla crescita di Potere al Popolo.
Tranne pochissimi casi, non leggo mai parole allarmate di leader di sinistra su quel che sta accadendo. Non vorrei essere frainteso: tanti dichiarano contro il governo, contro il razzismo, contro Matteo Salvini e poi Luigi Di Maio. Ma non si percepisce mai il senso della drammaticità della situazione nella sinistra. Io ho già scritto come la penso. Credo che serva una rivoluzione contro l’establishment di sinistra e una dotazione culturale che parta da un pensiero che inglobi la critica globale del capitalismo. Penso che anche se l’attuale maggioranza di governo ha sondaggi favorevoli, non credo siano dati definitivi perché molti contrasti li divideranno e molti punti di crisi sono già aperti fra alcuni di loro e porzioni di elettorato. Penso, infine, che la caduta di questa maggioranza di destra possa avvenire se si rianima una destra costituzionale che prende la bandiera della moderazione e la impugni con severità e aggressività. Non vedo, invece, fatti nuovi a sinistra a parte la buona, anzi ottima, volontà di alcuni, Maurizio Martina per primo. Prendiamo il caso del sondaggio che dà Potere al Popolo in sorpasso su Liberi ed uguali. Viola Carofalo si sta mangiando Pietro Grasso.
TROPPO SILENZIO DA PARTE DI DIRIGENTI E INTELLETTUALI DI SINISTRA
Avete letto un commento, una analisi, un cenno di preoccupazione in quella decina di parlamentari che hanno occupato manu militari le liste escludendone, ad esempio, il medico di Lampedusa Pietro Bartolo? Avete letto una presa di posizione di Pietro Grasso e di altri maggiorenti che abbia cercato di dare una spiegazione e si siano offerti di elaborare una strategia? Che si siano, come si diceva una volta, messi in gioco? Niente. Io ricordo bene la crisi del Psiup, piccolo partito denso di personalità eccezionali che ruppe con il Psi quando nacque il primo centro-sinistra organico. Era un partito vero ma era al tempo stesso un amalgama malriuscito in cui però c’era gente che veniva dai Quaderni Rossi, dal socialismo, c’erano sindacalisti alla Vittorio Foa, assieme a “carristi” alla Tullio Vecchietti e Dario Valori. Fu una campagna elettorale malriuscita, che non elesse neppure un parlamentare, a segnare la morte di quel partito che era già stato ucciso dal suo gruppo dirigente “carrista” che, a differenza del Pci, scelse i sovietici nello scontro su Praga. Tuttora, però, raccogliamo i testi apparsi nelle riviste, nei giornali pubblicati in quegli anni e vissuti poco tempo, cerchiamo i discorsi di tanti intellettuali di sinistra e di tanti giovani (in quel partito c’erano Peppino Impastato e Mauro Rostagno, un genio assoluto) e troviamo il senso del tempo, la drammaticità del tempo. I dirigenti di LeU avranno preso, in questi mesi, una dose tripla di Tavor perché non si scompongono. Il sorpasso di Potere al Popolo continuerà ad accrescere le distanze.
I RENZIANI SONO ORMAI UNA BUFFA SETTA
È ovvio che un elettorato di sinistra di fronte ad azioni esemplari preferirà questo gruppo a chi è solo chiacchiere e distintivo. Tuttavia – lo sottolineava tempo fa Antonio Bassolino in un seminario di Italianieuropei – questa assenza di drammaticità, questa incomprensione del ruolo che bisogna svolgere di fronte alla storia e ai propri errori spiegano perché questa classe dirigente non potrà fare nulla di buono. Da un lato i renziani sono, ormai, una buffa setta che nega l’evidenza (come il famoso colonnello Buttiglione del film di Mino Guerrini (del 1973), dall’altra gli anti-renziani (non tutti, ci sono molte eccezioni) si sono specializzati in convegnistica, e aspettano che il Movimento 5 stelle si “ravveda”. Non era mai successo che la sinistra stesse così ferma, così attonita, così priva di iniziativa in tutti questi decenni repubblicani. Ripeto, mai. Siamo assediati da citazioni di Bernie Sanders e di Jeremy Corbyn, ma nessuno che dica che cosa è il socialismo italiano. Accade perciò che se andate in mezzo alle persone vere, in molte città ci troverete solo quelli di Potere al Popolo. Spesso ne ho parlato bene, spesso li ho criticati, cosa che loro non sopportano. Continuerò a fare l’una cosa e l’altra. Con rispetto, perché, vivaddio, loro almeno si muovono.
Fonte
02/08/2018
Il balletto osceno sull’art. 18
La sagra dell’ipocrisia è andata in scena alla Camera. Canovaccio: l’articolo 18, ossia l’impossibilità per le aziende di “licenziare senza giusta causa”, ovvero per “colpa grave” del lavoratore.
Si discuteva del cosiddetto “decreto dignità”, quel nulla che di fatto – nelle formulazione originaria presentata da Di Maio – conservava integralmente il Jobs Act di Renzi, con qualche irrilevante modifica cosmetica che ha fatto gridare ai peggiori tra gli industriali italiani (600 imprenditori veneti, quelli che una volta “piccolo era bello”) ci volete rovinare!
Tanto è bastato a spaventare i leghisti e di conserva i grillini, sempre timorosi di veder saltare la loro prima esperienza di governo nazionale. Quindi, sì alla reintroduzione dei voucher e altra spazzatura cancellata nientepopodimeno che da Gentiloni (ma solo per evitare il referendum, mica per una valutazione etica...).
In questo clima fetido, gli ex Pd di Liberi e Uguali piazzano la propria bandierina: un emendamento per reintrodurre proprio l’art. 18, la cui cancellazione era considerata dalle imprese come la “scossa” che avrebbe permesso all’economia italiana di eguagliare i tassi di crescita degli anni ‘50 (ve ne sarete accorti, no?, dopo tre anni non sappiamo più come spendere lo stipendio...).
Il primo firmatario dell’emendamento è Guglielmo Epifani, ex segretario generale della Cgil poi eletto senatore col Pd, ora alla Camera con Leu. Ossia un vero esperto dell’argomento, uno che aveva votato senza problemi l’abolizione di quella norma in obbedienza ai diktat renziani e dell’Unione Europea. Una mossa per cercare di ricostruire la verginità perduta della pattuglia di Leu, senza alcuna pretesa di successo. Anzi, con l'assoluta certezza che non sarebbe mai passata, nemmeno per sbaglio.
E infatti i Cinque Stelle – che in campagna elettorale avevano promesso la reintroduzione dell’art. 18 – votano compattamente contro. Così come la Lega e ovviamente Forza Italia, mentre il Pd si astiene. Solo i 13 “leuisti” approvano l’emendamento e tutta la parte davvero importante finisce lì.
Il resto è la sagra dell’infame. Quelli del Pd rilasciano dichiarazioni di fuoco contro i Cinque Stelle per “aver tradito le promesse elettorali”, pur essendosi rifiutati di votare (se non altro per bandiera polemica) l’emendamento. Un’astensione che avrebbe consigliato delle persone intellettualmente oneste a tacere...
I Cinque Stelle, altrettanto ovviamente, hanno glissato, con il “chiacchiera” Di Maio che si è sdilinquito in altre recite fantasmagoriche: “il governo sta tutelando il lavoro dagli abusi e le imprese dalla concorrenza sleale di chi prende i soldi pubblici e poi scappa in altri Paesi”. Silenzio sull’argomento art. 18...
C’è un’autostrada larghissima e infinita per chi voglia davvero costruire l’opposizione sociale e politica in questo disgraziato paese. Certo, dovremmo tutti smettere di pensare che si possa percorrere con vecchie carrette e qualche frammento del disperso “ceto politico” finto-progressista. Tipo quello che prima cancella un diritto vitale e poi fa credere di volerlo reintrodurre; ma solo quando è sicuro che non si possa fare...
Fonte
Si discuteva del cosiddetto “decreto dignità”, quel nulla che di fatto – nelle formulazione originaria presentata da Di Maio – conservava integralmente il Jobs Act di Renzi, con qualche irrilevante modifica cosmetica che ha fatto gridare ai peggiori tra gli industriali italiani (600 imprenditori veneti, quelli che una volta “piccolo era bello”) ci volete rovinare!
Tanto è bastato a spaventare i leghisti e di conserva i grillini, sempre timorosi di veder saltare la loro prima esperienza di governo nazionale. Quindi, sì alla reintroduzione dei voucher e altra spazzatura cancellata nientepopodimeno che da Gentiloni (ma solo per evitare il referendum, mica per una valutazione etica...).
In questo clima fetido, gli ex Pd di Liberi e Uguali piazzano la propria bandierina: un emendamento per reintrodurre proprio l’art. 18, la cui cancellazione era considerata dalle imprese come la “scossa” che avrebbe permesso all’economia italiana di eguagliare i tassi di crescita degli anni ‘50 (ve ne sarete accorti, no?, dopo tre anni non sappiamo più come spendere lo stipendio...).
Il primo firmatario dell’emendamento è Guglielmo Epifani, ex segretario generale della Cgil poi eletto senatore col Pd, ora alla Camera con Leu. Ossia un vero esperto dell’argomento, uno che aveva votato senza problemi l’abolizione di quella norma in obbedienza ai diktat renziani e dell’Unione Europea. Una mossa per cercare di ricostruire la verginità perduta della pattuglia di Leu, senza alcuna pretesa di successo. Anzi, con l'assoluta certezza che non sarebbe mai passata, nemmeno per sbaglio.
E infatti i Cinque Stelle – che in campagna elettorale avevano promesso la reintroduzione dell’art. 18 – votano compattamente contro. Così come la Lega e ovviamente Forza Italia, mentre il Pd si astiene. Solo i 13 “leuisti” approvano l’emendamento e tutta la parte davvero importante finisce lì.
Il resto è la sagra dell’infame. Quelli del Pd rilasciano dichiarazioni di fuoco contro i Cinque Stelle per “aver tradito le promesse elettorali”, pur essendosi rifiutati di votare (se non altro per bandiera polemica) l’emendamento. Un’astensione che avrebbe consigliato delle persone intellettualmente oneste a tacere...
I Cinque Stelle, altrettanto ovviamente, hanno glissato, con il “chiacchiera” Di Maio che si è sdilinquito in altre recite fantasmagoriche: “il governo sta tutelando il lavoro dagli abusi e le imprese dalla concorrenza sleale di chi prende i soldi pubblici e poi scappa in altri Paesi”. Silenzio sull’argomento art. 18...
C’è un’autostrada larghissima e infinita per chi voglia davvero costruire l’opposizione sociale e politica in questo disgraziato paese. Certo, dovremmo tutti smettere di pensare che si possa percorrere con vecchie carrette e qualche frammento del disperso “ceto politico” finto-progressista. Tipo quello che prima cancella un diritto vitale e poi fa credere di volerlo reintrodurre; ma solo quando è sicuro che non si possa fare...
Fonte
01/08/2018
Perchè il Pd e la Cgil non sono un argine al razzismo dilagante nel paese
Negli ultimi giorni assistiamo a una rapida escalation di azioni razziste estremamente preoccupanti, i fatti di cronaca si conoscono: dal brutale linciaggio ad Aprilia fino all’aggressione dell’atleta Daisy Osakue, queste vicende rappresentano un inasprimento dentro a una scia di lungo periodo non ancora esauritasi ma che, al contrario, può svilupparsi in scenari ancora più violenti come l’uso sistematico della “giustizia fai da te” o addirittura in pogrom.
L’attuale governo giallo-verde minimizza la crescente ondata razzista producendo cosi la legittimità sostanziale di queste azioni e contemporaneamente mantenendo il tema “emergenza migranti” al centro del dibattito politico distogliendo così l’attenzione dai reali problemi che affliggono le fasce popolari che vivono in questo paese.
Questo “gioco” ha come primo effetto quello di permette all’esecutivo di mettere in ombra i temi sul quale hanno fondato gran parte del proprio successo elettorale, pensiamo solo all’abolizione della legge Fornero o al reddito di cittadinanza, che anzi vengono smontati giorno dopo giorno dal Ministro dell’economia Tria, per di più si ottiene anche un secondo effetto: il variegato arcipelago del “mondo della sinistra”, quell’insieme di sigle come PD, CGIL, ARCI, LEU e via andando, si ricompone con la scusa di costruire un argine all’imbarbarimento della società.
Un tentativo maldestro di ricostruirsi una verginità in chiara funzione elettorale che però non ha nulla a che vedere con un’ipotesi di cambiamento, anche solo progressista, della realtà.
Il PD in particolare, oltre ad ospitare al proprio interno personaggi come Minniti e Orlando, ha anche la faccia tosta di chiamare mobilitazioni contro il razzismo a distanza di pochi giorni dopo l’aver votato compatti (proprio insieme alla Lega) un provvedimento per assegnare motovedette e sostegno alla marina (sarebbe più corretto parlare di milizia) libica.
Ma non ci interessa qui fare un lungo elenco delle responsabilità di ogni singola sigla sopracitata, ci importa invece evidenziare la funzione di degradazione delle condizioni di vita delle classi subalterne che hanno prodotto sostenendo le politiche dell’Unione Europea che per essere competitiva necessita di ristrutturarsi continuamente schiacciando sotto di sé diritti, salari e dignità dei lavoratori e delle lavoratrici, senza distinzione di colore della pelle.
Questa macelleria sociale è la reale causa dell’impoverimento generale che stiamo vivendo, e sul quale soffiano i razzisti (utili idioti) di turno mistificando la responsabilità della pauperizzazione verso chi sta più in basso, fomentando la guerra tra poveri. Stiamo parlando di due facce della stessa moneta, perché dal PD alla Lega l’elemento in comune è l’inviolabilità dei vincoli imposti a livello sovranazionale, i pugni sbattuti sul tavolo di Bruxelles da Renzi o Salvini rimangono pura propaganda distante dalla realtà delle politiche portate avanti.
L’autunno che ci aspetta dovrà tenere presente questi elementi non più rimovibili per chiunque si ponga la necessità di un cambio di passo, in questo senso la manifestazione del 16 giugno scorso a Roma ha molto da insegnarci su cosa significhi una prospettiva diversa, così come già avevamo appreso dalla piazza di Macerata del 10 febbraio che era stata boicottata proprio dalle forze che ora invocano il “fronte repubblicano”.
Sostenere e costruire un'organizzazione politica autonoma, supporto al sindacalismo di classe che non scende a compromessi, ribaltare il discorso del padrone che ci divide e ci mette gli uni contro gli altri. Questi sono gli strumenti per arginare e respingere il razzismo!
Fonte
L’attuale governo giallo-verde minimizza la crescente ondata razzista producendo cosi la legittimità sostanziale di queste azioni e contemporaneamente mantenendo il tema “emergenza migranti” al centro del dibattito politico distogliendo così l’attenzione dai reali problemi che affliggono le fasce popolari che vivono in questo paese.
Questo “gioco” ha come primo effetto quello di permette all’esecutivo di mettere in ombra i temi sul quale hanno fondato gran parte del proprio successo elettorale, pensiamo solo all’abolizione della legge Fornero o al reddito di cittadinanza, che anzi vengono smontati giorno dopo giorno dal Ministro dell’economia Tria, per di più si ottiene anche un secondo effetto: il variegato arcipelago del “mondo della sinistra”, quell’insieme di sigle come PD, CGIL, ARCI, LEU e via andando, si ricompone con la scusa di costruire un argine all’imbarbarimento della società.
Un tentativo maldestro di ricostruirsi una verginità in chiara funzione elettorale che però non ha nulla a che vedere con un’ipotesi di cambiamento, anche solo progressista, della realtà.
Il PD in particolare, oltre ad ospitare al proprio interno personaggi come Minniti e Orlando, ha anche la faccia tosta di chiamare mobilitazioni contro il razzismo a distanza di pochi giorni dopo l’aver votato compatti (proprio insieme alla Lega) un provvedimento per assegnare motovedette e sostegno alla marina (sarebbe più corretto parlare di milizia) libica.
Ma non ci interessa qui fare un lungo elenco delle responsabilità di ogni singola sigla sopracitata, ci importa invece evidenziare la funzione di degradazione delle condizioni di vita delle classi subalterne che hanno prodotto sostenendo le politiche dell’Unione Europea che per essere competitiva necessita di ristrutturarsi continuamente schiacciando sotto di sé diritti, salari e dignità dei lavoratori e delle lavoratrici, senza distinzione di colore della pelle.
Questa macelleria sociale è la reale causa dell’impoverimento generale che stiamo vivendo, e sul quale soffiano i razzisti (utili idioti) di turno mistificando la responsabilità della pauperizzazione verso chi sta più in basso, fomentando la guerra tra poveri. Stiamo parlando di due facce della stessa moneta, perché dal PD alla Lega l’elemento in comune è l’inviolabilità dei vincoli imposti a livello sovranazionale, i pugni sbattuti sul tavolo di Bruxelles da Renzi o Salvini rimangono pura propaganda distante dalla realtà delle politiche portate avanti.
L’autunno che ci aspetta dovrà tenere presente questi elementi non più rimovibili per chiunque si ponga la necessità di un cambio di passo, in questo senso la manifestazione del 16 giugno scorso a Roma ha molto da insegnarci su cosa significhi una prospettiva diversa, così come già avevamo appreso dalla piazza di Macerata del 10 febbraio che era stata boicottata proprio dalle forze che ora invocano il “fronte repubblicano”.
Sostenere e costruire un'organizzazione politica autonoma, supporto al sindacalismo di classe che non scende a compromessi, ribaltare il discorso del padrone che ci divide e ci mette gli uni contro gli altri. Questi sono gli strumenti per arginare e respingere il razzismo!
Fonte
18/06/2018
Il triste Stefano (Fassina)
L’anno scorso si aggirava al corteo contro i 50 anni della UE. Un caffè e all’uscita dal bar... “ciao come stai, ci sei anche te oggi?” e lui: “no figurati, passavo di qui saluto due compagni”.
Poi scrive per LEU (ancora!!!) testi durissimi contro la UE e le banche ma li legge davanti a Grasso e company tutti immersi in telefonate con Renzi, Draghi e Marchionne. Ma lui insiste, sempre più triste.
Ieri si aggirava alla partenza del corteo del 16 giugno. Anche lì in disparte, bandiere sue non ne vede. Qualcuno gli fa un cenno con la mano, lui sorride. Qualcuno una pernacchia e manco sta li a sbatterlo fuori. Di giornalisti che lo intervistano nemmeno mezzo. Chissà che pensa.
Io dico questo: Stefano noi non siamo settari. Tu, da solo e senza i tuoi amici. Vieni lì, beccati due insulti e un paio di testate. Poi mettiti lì col megafono da solo davanti a un mercato rionale. Col sandwich attaccato al collo con scritto: prima gli sfruttati, potere al popolo.
Con calma fai volantinaggi, presidi, piccoli interventi in plenaria dove ti si ascolta in silenzio senza neppure un applauso che poi ti allarghi. Poi vediamo... Non sarei settario con te, volantinaggi da fare ce ne sono sempre. E dopo qualche mese di militanza, un caffè e una birra insieme la si prende dai... noi non siamo come i tuoi amici.
Fonte
19/04/2018
La “sinistra” sull’uscio delle consultazioni per il nuovo governo
L’incarico affidato dal presidente Mattarella alla presidente del Senato Casellati, sembra essere una missione esplorativa con un solo scopo: verificare se esistono i presupposti per una maggioranza tra la coalizione di centrodestra e Movimento 5 Stelle, entrambi non autosufficienti per formare un governo.
Domani la presidente del Senato dovrà ripresentarsi al Quirinale per riferire i risultati dei suoi colloqui. Se la missione della Casellati si chiuderà con un fallimento, il capo dello Stato si prenderà altre 48 ore di riflessione. Poi avrà a disposizione come alternativa, quella di affidare un ulteriore mandato esplorativo alla terza carica dello Stato, Roberto Fico, ma l’opzione non è automatica.
Nel Pd continua a prevalere l’opzione di Renzi che si è arroccato su un Pd come “partito di opposizione”. Per prendere in esame altre opzioni, inclusa quella di un governo con il M5S, i dirigenti del Partito Democratico hanno sempre preteso che Di Maio rinunci alla premiership, il che non esclude che potrebbe essere disponibile ad un incarico affidato a Fico.
Nei residui della “sinistra residuale”, la situazione appare ancora più depressa. Dentro Liberi e Uguali si confrontano a distanza due opzioni.
La prima, sostenuta da Bersani e da Roberto Speranza, pensa di andare avanti con LeU, trasformandola in una sorta di federazione costruendo un quarto polo insieme a Sinistra Italiana e Possibile.
La seconda, invece, è esplicitata in un documento firmato da Pietro Folena e Simone Oggionni e sostenuto dal presidente della regione Toscana Enrico Rossi confida invece su un Pd “derenzizzato” per fondare “Un nuovo soggetto laburista, europeo, moderno, popolare, radicale, con una vocazione naturale al governo”. Oppure lavorare alla costruzione di un nuovo partito socialista comunque alleato di volta in volta al Pd.
Il quotidiano La Repubblica riferisce di una riunione a porte chiuse promossa da D’Alema con Andrea Orlando, Nicola Zingaretti, Gianni Cuperlo, Luigi Zanda, nella quale D’Alema punterebbe all’avvio di un governo tra M5S, Pd e LeU.
Sempre secondo La Repubblica, Sinistra Italiana prosegue il suo percorso interno a LeU ma tra mille malumori, “perché una componente interna guarda invece a Potere al popolo”, dove spera di trovare attenzione nella parte residua del partito degli assessori (il “morto che cerca di afferrare il vivo”), ma incontra una palpabile ostilità da parte degli attivisti che hanno dato vita a Potere al Popolo come esperienza politica e sociale alternativa e antagonista in rottura con questo passato.
Fonte
Domani la presidente del Senato dovrà ripresentarsi al Quirinale per riferire i risultati dei suoi colloqui. Se la missione della Casellati si chiuderà con un fallimento, il capo dello Stato si prenderà altre 48 ore di riflessione. Poi avrà a disposizione come alternativa, quella di affidare un ulteriore mandato esplorativo alla terza carica dello Stato, Roberto Fico, ma l’opzione non è automatica.
Nel Pd continua a prevalere l’opzione di Renzi che si è arroccato su un Pd come “partito di opposizione”. Per prendere in esame altre opzioni, inclusa quella di un governo con il M5S, i dirigenti del Partito Democratico hanno sempre preteso che Di Maio rinunci alla premiership, il che non esclude che potrebbe essere disponibile ad un incarico affidato a Fico.
Nei residui della “sinistra residuale”, la situazione appare ancora più depressa. Dentro Liberi e Uguali si confrontano a distanza due opzioni.
La prima, sostenuta da Bersani e da Roberto Speranza, pensa di andare avanti con LeU, trasformandola in una sorta di federazione costruendo un quarto polo insieme a Sinistra Italiana e Possibile.
La seconda, invece, è esplicitata in un documento firmato da Pietro Folena e Simone Oggionni e sostenuto dal presidente della regione Toscana Enrico Rossi confida invece su un Pd “derenzizzato” per fondare “Un nuovo soggetto laburista, europeo, moderno, popolare, radicale, con una vocazione naturale al governo”. Oppure lavorare alla costruzione di un nuovo partito socialista comunque alleato di volta in volta al Pd.
Il quotidiano La Repubblica riferisce di una riunione a porte chiuse promossa da D’Alema con Andrea Orlando, Nicola Zingaretti, Gianni Cuperlo, Luigi Zanda, nella quale D’Alema punterebbe all’avvio di un governo tra M5S, Pd e LeU.
Sempre secondo La Repubblica, Sinistra Italiana prosegue il suo percorso interno a LeU ma tra mille malumori, “perché una componente interna guarda invece a Potere al popolo”, dove spera di trovare attenzione nella parte residua del partito degli assessori (il “morto che cerca di afferrare il vivo”), ma incontra una palpabile ostilità da parte degli attivisti che hanno dato vita a Potere al Popolo come esperienza politica e sociale alternativa e antagonista in rottura con questo passato.
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12/03/2018
Genova. Il risultato di Potere al Popolo e le “incomprensioni” di Repubblica
I risultati elettorali in centro storico assegnano a Potere al Popolo un risultato molto incoraggiante. I voti oscillano tra il 5 e il 7 percento in tutti i seggi.
Genova City Strike ringrazia chi ha sostenuto potere al popolo. La nostra sede di Piazza dei Truogoli di Santa Brigida è aperta e invitiamo tutti i compagni e le compagne ad attivarsi e partecipare.
Di seguito una precisazione rispetto a un testo giornalistico uscito sulla Repubblica sui nostri compiti:
http://www.citystrike.org/
Sull’edizione genovese di Repubblica, è uscito un articolo che parla del risultato di Potere al Popolo in centro storico e del “circolo popolare in piazza Truogoli Santa Brigida” (si chiama Spazio Popolare Santa Brigida, sede di Genova City Strike, Eurostop e Potere al Popolo).
Ringraziamo per l’interessamento ma in realtà il giornalista non ha capito cosa siamo e cosa vogliamo rappresentare.
L’articolo ci mette in unico calderone con LEU, PD e Lista Bonino. Quindi, saremmo la sinistra del centrosinistra. Inoltre il tutto viene filtrato attraverso l’unica lente dell’immigrazione. In sostanza, hanno vinto gli antirazzisti.
Noi non abbiamo nulla a che fare con questi movimenti. Chi li ha votati avrà fatto un ragionamento che non conosciamo ma con i loro dirigenti non abbiamo mai preso neppure un caffè e non abbiamo nessuna intenzione di farlo.
Anche sull’immigrazione non abbiamo nulla da spartire. Siamo sicuramente antirazzisti e per la libera circolazione, ma non crediamo che la politica della sinistra in tema vada bene.
Noi non sopportiamo di vedere gente ai lati della strada che chiede l’elemosina, non sopportiamo di vedere migranti costretti a lavorare gratis per far lavori che dovrebbero essere pagati ai lavoratori pubblici.
Non ci piace il sistema dell’accoglienza di lorsignori delle cooperative e dei loro padrini PD e Leu. Per noi gli immigrati sono lavoratori come tutti gli altri, sono i più sfruttati, sono la cavia su cui il sistema applica politiche barbare che applicheranno prima o poi a tutti gli altri.
Per noi gli immigrati stranieri e gli italiani devono unirsi e cacciare tutti gli sfruttatori. Dalla Lega che li vuole prendere a calci al “centrosinistra” che applica le politiche di impoverimento generale dettate dalla UE e dalle banche.
Per noi costruire potere al popolo significa questo: costruire una organizzazione di classe per mandare via gli sfruttatori. Siamo soddisfatti che i cittadini del centro storico ci abbiano votato, ma i nostri voti non si sommeranno mai al resto della ex sinistra. Che prima sparisce e meglio è.
Fonte
Genova City Strike ringrazia chi ha sostenuto potere al popolo. La nostra sede di Piazza dei Truogoli di Santa Brigida è aperta e invitiamo tutti i compagni e le compagne ad attivarsi e partecipare.
Di seguito una precisazione rispetto a un testo giornalistico uscito sulla Repubblica sui nostri compiti:
http://www.citystrike.org/
Sull’edizione genovese di Repubblica, è uscito un articolo che parla del risultato di Potere al Popolo in centro storico e del “circolo popolare in piazza Truogoli Santa Brigida” (si chiama Spazio Popolare Santa Brigida, sede di Genova City Strike, Eurostop e Potere al Popolo).
Ringraziamo per l’interessamento ma in realtà il giornalista non ha capito cosa siamo e cosa vogliamo rappresentare.
L’articolo ci mette in unico calderone con LEU, PD e Lista Bonino. Quindi, saremmo la sinistra del centrosinistra. Inoltre il tutto viene filtrato attraverso l’unica lente dell’immigrazione. In sostanza, hanno vinto gli antirazzisti.
Noi non abbiamo nulla a che fare con questi movimenti. Chi li ha votati avrà fatto un ragionamento che non conosciamo ma con i loro dirigenti non abbiamo mai preso neppure un caffè e non abbiamo nessuna intenzione di farlo.
Anche sull’immigrazione non abbiamo nulla da spartire. Siamo sicuramente antirazzisti e per la libera circolazione, ma non crediamo che la politica della sinistra in tema vada bene.
Noi non sopportiamo di vedere gente ai lati della strada che chiede l’elemosina, non sopportiamo di vedere migranti costretti a lavorare gratis per far lavori che dovrebbero essere pagati ai lavoratori pubblici.
Non ci piace il sistema dell’accoglienza di lorsignori delle cooperative e dei loro padrini PD e Leu. Per noi gli immigrati sono lavoratori come tutti gli altri, sono i più sfruttati, sono la cavia su cui il sistema applica politiche barbare che applicheranno prima o poi a tutti gli altri.
Per noi gli immigrati stranieri e gli italiani devono unirsi e cacciare tutti gli sfruttatori. Dalla Lega che li vuole prendere a calci al “centrosinistra” che applica le politiche di impoverimento generale dettate dalla UE e dalle banche.
Per noi costruire potere al popolo significa questo: costruire una organizzazione di classe per mandare via gli sfruttatori. Siamo soddisfatti che i cittadini del centro storico ci abbiano votato, ma i nostri voti non si sommeranno mai al resto della ex sinistra. Che prima sparisce e meglio è.
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03/03/2018
Elezioni ed economia: Potere al Popolo contro le false alternative al sistema
La scadenza elettorale del 4 marzo incombe inesorabile. Nessuno degli scenari plausibili per il post-elezioni appare particolarmente piacevole; nessuna delle combinazioni di partiti e liste che potrebbero formare un Governo è qualificabile come meno che disastrosa per lavoro e diritti. Con ogni probabilità, da qui ad un mese ci ritroveremo con una riproposizione stantia di una qualche variante delle maggioranze di governo che tormentano il paese dal 2011, con un programma elettorale scritto a Bruxelles e Francoforte e tristi figuranti a recitare la parte di ministri di un paese sovrano. In questo scenario fosco, un osservatore superficiale potrebbe essere tentato di considerare come elementi di rottura, di cambiamento, di alternativa tre forze politiche che, alla prova dei fatti, altro non sono che tre false varianti del blocco di potere dominante. Per cercare di chiarire questo, a dir la verità inspiegabile, equivoco, un piccolo promemoria.
Abbiamo sempre ritenuto il Movimento 5 Stelle un elemento di stabilizzazione dell’attuale sistema economico e politico, una forza politica che, al di là delle dichiarazioni tonitruanti e ribelliste, ha creato il suo consenso solleticando gli istinti più bassi dell’elettorato, con un misto di invidia sociale, rancori piccolo-borghesi, moralismi ed una pericolosa venatura autoritaria. Ma in uno scenario desolato come quello italiano, non era incomprensibile come una fetta consistente dell’elettorato potesse comunque considerare i 5 Stelle quanto meno come un’alternativa a Renzi e Berlusconi.
Questi ultimissimi giorni di campagna elettorale stanno finalmente operando una utile operazione di disvelamento. Vi ricordate quando Di Maio ci raccontava come la Legge Fornero fosse da abolire senza pietà, accusando per di più Salvini di essersi venduto per un piatto di lenticchie (cosa indubbia, d’altronde) per avere cambiato idea al riguardo? Beh, evidentemente avevamo capito male, perché il ministro dell’Economia in pectore ci rassicura che invece “Non miriamo a un’abolizione tout court della riforma Fornero ma a un suo superamento”. Purtroppo le leggi sbagliate ed anti-popolari si cancellano, si abrogano; il superamento è un concetto vuoto e privo di significato, che serve a rassicurare il benpensante che all’ultimo minuto ha la tentazione di provare il brivido e votare i grillini. E che dire di quando Di Maio ci raccontava che “la riforma Renzi (i.e. la Buona Scuola) non ha nulla di buono. La smantelleremo”. Anche in questo caso, niente da fare. La legge non va abolita, al massimo migliorata e superata (aridaje). Poche altre note sparse: in una intervista al Sole 24 Ore, sempre il ministro in pectore dell’Economia con una mano promette stimoli keynesiani, con l’altra si chiede stupito come mai nessuna forza politica abbia dato applicazione al Piano Cottarelli, di fatto un progetto di attacco ai servizi pubblici in Italia. A quanto pare, ci penseranno i ragazzi del Movimento a fare il lavoro sporco.
Che dire del rapporto con i vincoli europei, che strozzano il nostro paese e l’Europa tutta? Anche qui, il messaggio deve essere rassicurante e trasudare ragionevolezza. Il vincolo del 3% al rapporto deficit/PIL? “È un feticcio che non trova nessuna giustificazione nella teoria macroeconomica”. La realtà bussa però presto alla porta, perché nella frase immediatamente seguente, scopriamo che “Va quindi rispettato, ma in maniera flessibile”. (Secondo il dizionario Treccani, alla voce quindi: Con valore causale, perciò, per tal motivo).
Per finire, è educativo provare a non perdersi in tanti fronzoli ed andare al cuore delle questioni, ai tre punti dirimenti che Di Maio ha identificato nelle sue ultime apparizioni televisive come elementi fondamentali di ogni governo che vedesse la partecipazione dei 5 Stelle: a) introduzione del vincolo di mandato, cioè misura autoritaria, anticostituzionale ed antidemocratica; b) dimezzamento degli stipendi dei parlamentari, per generare qualche briciola con cui poter fare un po’ di elemosina, nel migliore dei casi, o da regalare alle imprese, come la storia dei 5 Stelle ci insegna; c) aiuti economici alle famiglie che fanno figli (amen). Passiamo oltre, dunque.
Avere votato praticamente ogni misura proposta dal Governo Monti in poi dovrebbe essere ragione più che sufficiente per mettere Liberi e Uguali nella giusta prospettiva: cosa ci possiamo aspettare da chi ha votato il Fiscal Compact e la Legge Fornero? Il Governo Renzi è verosimilmente stato, nel dopoguerra, uno dei più schiacciati sugli interessi dei pochi, a scapito della stragrande maggioranza della popolazione: jobs act, abolizione dell’art. 18 e altri disastri che stiamo pagando caro. Uno dei tanti effetti collaterali di ciò è stata una generalizzata alterazione della percezione di ciò che c’era prima di Renzi ed il subdolo diffondersi di una narrativa secondo la quale il PD di Renzi è brutto e cattivo, mentre prima era un partito tutto sommato niente male, erede di grandi tradizioni politiche ed altre amenità.
Rinfreschiamoci la memoria: durante la campagna elettorale per le Elezioni Politiche del 2013, Bersani, padre nobile ed uno dei principali azionisti di Liberi e Uguali, così prefigurava la sua azione di Governo: “La mia ricetta? Quella di Monti più qualcosa.” Brividi. Per poi chiarire: “Ci vuole rigore e austerità ma anche lavoro ed equità”. L’attuale programma elettorale, ammantato da buoni sentimenti, quando si trova ad affrontare le questioni più dirimenti, non a caso, si limita a sognare “una Europa più giusta, più democratica e solidale”. Aspettiamo ancora di vedere una qualche forza politica, di ogni colore, che ci proponga una Europa ingiusta, antidemocratica ed egoista. Stranamente, l’arco costituzionale di tutti i paesi europei ripete esattamente le stesse parole, con i risultati che viviamo quotidianamente.
Con queste premesse, risulta francamente di difficile comprensione l’appello lanciato da un nutrito gruppo di intellettuali, i quali lucidamente riconoscono che “LeU non ha dato precisi segnali di discontinuità rispetto al processo che ha portato i partiti tradizionali della sinistra a convertirsi alle idee del “pensiero unico” e alle scelte che questo ha comportato, prima fra tutte quella di disegnare un’organizzazione sociale funzionale ai desideri (non alle “necessità”) del mercato, subordinando ad essi le istanze di promozione sociale che la Costituzione pone come scopo della Repubblica”. Purtroppo non si fanno discendere da questa riflessione condivisibile le ovvie conseguenze. Liberi e Uguali è parte del problema, non c’è da chiedere nessun chiarimento in merito alle loro posizioni su Europa e neoliberismo, posizioni che hanno la sola virtù di essere trasparenti nell’aderenza alla stessa ideologia che ha informato il PD di Renzi.
La Lega (non più) Nord è un partito razzista, e questo già ci basterebbe per considerarli un nemico politico. Matteo Salvini ha commentato i fatti di Macerata – dove un fascista candidato della Lega ha sparato indiscriminatamente su tutte le persone di colore che incontrava sulla sua strada – dando la colpa a chi “ci riempie di clandestini” e razionalizzando di fatto un’azione che non può che definirsi terrorista. Salvini è la stessa persona che si presentò in televisione vestito di tutto punto e con ai piedi dei doposci, cercando di sottolineare la sua vicinanza alle popolazioni terremotate del centro Italia e facendo la figura dello sciacallo fatto e finito. Salvini ha percorso un lungo tratto di cammino con i fascisti di Casa Pound, che tutt’ora considerano Salvini e la Lega un interlocutore privilegiato.
Uno solo di questi elementi sarebbe più che sufficiente per ricordare come la Lega svolga un ruolo storico preciso, determinato, il ruolo che fascisti e para-fascisti hanno sempre ricoperto e per il quale sono nati: fomentare la divisione tra sfruttati e subalterni; incanalare e controllare la rabbia proletaria, dirigendola verso nemici immaginari e distogliendola dalle reali cause di sfruttamento e disuguaglianze; dare legittimità ed una patina di politicizzazione ai rutti dei padroncini (un tempo del Nord Est e ora di tutta Italia) che non vogliono pagare le tasse e sguazzano nel lavoro nero, se possibile di migranti irregolari ricattabili. Tutto questo dovrebbe essere risaputo, tutto questo dovrebbe essere abbastanza.
La Lega è tuttavia di più e peggio, la Lega strepita contro l’Europa per fornire copertura politica a Berlusconi mentre in realtà propone un pacchetto di misure ultraliberiste perfettamente funzionali all’architettura europea, la sua ideologia ed i suoi vincoli più asfissianti: dalla Flat Tax al condono fiscale passando per i minibot, una sottospecie di moneta alternativa all’euro disegnata stando attenti a rispettare tutti i vincoli europei – dunque una vera e propria pantomima per raccattare voti sulla giusta rabbia di chi vorrebbe rompere la gabbia dell’Europa. Non solo un argomento del tipo “ok, sono razzisti ma almeno sono contro l’austerità/l’Euro/i Trattati europei etc.” è ingiustificabile ed inammissibile. È semplicemente falso.
E quindi? Che fare? Abbandonarsi allo sconforto? Turarsi il naso e votare il meno peggio? Quale è il meno peggio? Fare ragionamenti machiavellici e votare qualcosa a prima vista inaccettabile ma con la speranza di cambiarlo dall’interno? No. Il 4 marzo si può votare senza vergognarsi, per chi dice o prova a dire le cose giuste su lavoro, Europa, immigrazione, economia, diritto all’abitare, sanità. Il 4 marzo si può votare per chi, pur tra molte difficoltà e contraddizioni, prova a proporre una visione di società alternativa e cerca di rompere vincoli politici ed istituzionali che ci stanno lentamente soffocando. Il 4 marzo si può votare Potere al Popolo.
Fonte
Abbiamo sempre ritenuto il Movimento 5 Stelle un elemento di stabilizzazione dell’attuale sistema economico e politico, una forza politica che, al di là delle dichiarazioni tonitruanti e ribelliste, ha creato il suo consenso solleticando gli istinti più bassi dell’elettorato, con un misto di invidia sociale, rancori piccolo-borghesi, moralismi ed una pericolosa venatura autoritaria. Ma in uno scenario desolato come quello italiano, non era incomprensibile come una fetta consistente dell’elettorato potesse comunque considerare i 5 Stelle quanto meno come un’alternativa a Renzi e Berlusconi.
Questi ultimissimi giorni di campagna elettorale stanno finalmente operando una utile operazione di disvelamento. Vi ricordate quando Di Maio ci raccontava come la Legge Fornero fosse da abolire senza pietà, accusando per di più Salvini di essersi venduto per un piatto di lenticchie (cosa indubbia, d’altronde) per avere cambiato idea al riguardo? Beh, evidentemente avevamo capito male, perché il ministro dell’Economia in pectore ci rassicura che invece “Non miriamo a un’abolizione tout court della riforma Fornero ma a un suo superamento”. Purtroppo le leggi sbagliate ed anti-popolari si cancellano, si abrogano; il superamento è un concetto vuoto e privo di significato, che serve a rassicurare il benpensante che all’ultimo minuto ha la tentazione di provare il brivido e votare i grillini. E che dire di quando Di Maio ci raccontava che “la riforma Renzi (i.e. la Buona Scuola) non ha nulla di buono. La smantelleremo”. Anche in questo caso, niente da fare. La legge non va abolita, al massimo migliorata e superata (aridaje). Poche altre note sparse: in una intervista al Sole 24 Ore, sempre il ministro in pectore dell’Economia con una mano promette stimoli keynesiani, con l’altra si chiede stupito come mai nessuna forza politica abbia dato applicazione al Piano Cottarelli, di fatto un progetto di attacco ai servizi pubblici in Italia. A quanto pare, ci penseranno i ragazzi del Movimento a fare il lavoro sporco.
Che dire del rapporto con i vincoli europei, che strozzano il nostro paese e l’Europa tutta? Anche qui, il messaggio deve essere rassicurante e trasudare ragionevolezza. Il vincolo del 3% al rapporto deficit/PIL? “È un feticcio che non trova nessuna giustificazione nella teoria macroeconomica”. La realtà bussa però presto alla porta, perché nella frase immediatamente seguente, scopriamo che “Va quindi rispettato, ma in maniera flessibile”. (Secondo il dizionario Treccani, alla voce quindi: Con valore causale, perciò, per tal motivo).
Per finire, è educativo provare a non perdersi in tanti fronzoli ed andare al cuore delle questioni, ai tre punti dirimenti che Di Maio ha identificato nelle sue ultime apparizioni televisive come elementi fondamentali di ogni governo che vedesse la partecipazione dei 5 Stelle: a) introduzione del vincolo di mandato, cioè misura autoritaria, anticostituzionale ed antidemocratica; b) dimezzamento degli stipendi dei parlamentari, per generare qualche briciola con cui poter fare un po’ di elemosina, nel migliore dei casi, o da regalare alle imprese, come la storia dei 5 Stelle ci insegna; c) aiuti economici alle famiglie che fanno figli (amen). Passiamo oltre, dunque.
Avere votato praticamente ogni misura proposta dal Governo Monti in poi dovrebbe essere ragione più che sufficiente per mettere Liberi e Uguali nella giusta prospettiva: cosa ci possiamo aspettare da chi ha votato il Fiscal Compact e la Legge Fornero? Il Governo Renzi è verosimilmente stato, nel dopoguerra, uno dei più schiacciati sugli interessi dei pochi, a scapito della stragrande maggioranza della popolazione: jobs act, abolizione dell’art. 18 e altri disastri che stiamo pagando caro. Uno dei tanti effetti collaterali di ciò è stata una generalizzata alterazione della percezione di ciò che c’era prima di Renzi ed il subdolo diffondersi di una narrativa secondo la quale il PD di Renzi è brutto e cattivo, mentre prima era un partito tutto sommato niente male, erede di grandi tradizioni politiche ed altre amenità.
Rinfreschiamoci la memoria: durante la campagna elettorale per le Elezioni Politiche del 2013, Bersani, padre nobile ed uno dei principali azionisti di Liberi e Uguali, così prefigurava la sua azione di Governo: “La mia ricetta? Quella di Monti più qualcosa.” Brividi. Per poi chiarire: “Ci vuole rigore e austerità ma anche lavoro ed equità”. L’attuale programma elettorale, ammantato da buoni sentimenti, quando si trova ad affrontare le questioni più dirimenti, non a caso, si limita a sognare “una Europa più giusta, più democratica e solidale”. Aspettiamo ancora di vedere una qualche forza politica, di ogni colore, che ci proponga una Europa ingiusta, antidemocratica ed egoista. Stranamente, l’arco costituzionale di tutti i paesi europei ripete esattamente le stesse parole, con i risultati che viviamo quotidianamente.
Con queste premesse, risulta francamente di difficile comprensione l’appello lanciato da un nutrito gruppo di intellettuali, i quali lucidamente riconoscono che “LeU non ha dato precisi segnali di discontinuità rispetto al processo che ha portato i partiti tradizionali della sinistra a convertirsi alle idee del “pensiero unico” e alle scelte che questo ha comportato, prima fra tutte quella di disegnare un’organizzazione sociale funzionale ai desideri (non alle “necessità”) del mercato, subordinando ad essi le istanze di promozione sociale che la Costituzione pone come scopo della Repubblica”. Purtroppo non si fanno discendere da questa riflessione condivisibile le ovvie conseguenze. Liberi e Uguali è parte del problema, non c’è da chiedere nessun chiarimento in merito alle loro posizioni su Europa e neoliberismo, posizioni che hanno la sola virtù di essere trasparenti nell’aderenza alla stessa ideologia che ha informato il PD di Renzi.
La Lega (non più) Nord è un partito razzista, e questo già ci basterebbe per considerarli un nemico politico. Matteo Salvini ha commentato i fatti di Macerata – dove un fascista candidato della Lega ha sparato indiscriminatamente su tutte le persone di colore che incontrava sulla sua strada – dando la colpa a chi “ci riempie di clandestini” e razionalizzando di fatto un’azione che non può che definirsi terrorista. Salvini è la stessa persona che si presentò in televisione vestito di tutto punto e con ai piedi dei doposci, cercando di sottolineare la sua vicinanza alle popolazioni terremotate del centro Italia e facendo la figura dello sciacallo fatto e finito. Salvini ha percorso un lungo tratto di cammino con i fascisti di Casa Pound, che tutt’ora considerano Salvini e la Lega un interlocutore privilegiato.
Uno solo di questi elementi sarebbe più che sufficiente per ricordare come la Lega svolga un ruolo storico preciso, determinato, il ruolo che fascisti e para-fascisti hanno sempre ricoperto e per il quale sono nati: fomentare la divisione tra sfruttati e subalterni; incanalare e controllare la rabbia proletaria, dirigendola verso nemici immaginari e distogliendola dalle reali cause di sfruttamento e disuguaglianze; dare legittimità ed una patina di politicizzazione ai rutti dei padroncini (un tempo del Nord Est e ora di tutta Italia) che non vogliono pagare le tasse e sguazzano nel lavoro nero, se possibile di migranti irregolari ricattabili. Tutto questo dovrebbe essere risaputo, tutto questo dovrebbe essere abbastanza.
La Lega è tuttavia di più e peggio, la Lega strepita contro l’Europa per fornire copertura politica a Berlusconi mentre in realtà propone un pacchetto di misure ultraliberiste perfettamente funzionali all’architettura europea, la sua ideologia ed i suoi vincoli più asfissianti: dalla Flat Tax al condono fiscale passando per i minibot, una sottospecie di moneta alternativa all’euro disegnata stando attenti a rispettare tutti i vincoli europei – dunque una vera e propria pantomima per raccattare voti sulla giusta rabbia di chi vorrebbe rompere la gabbia dell’Europa. Non solo un argomento del tipo “ok, sono razzisti ma almeno sono contro l’austerità/l’Euro/i Trattati europei etc.” è ingiustificabile ed inammissibile. È semplicemente falso.
E quindi? Che fare? Abbandonarsi allo sconforto? Turarsi il naso e votare il meno peggio? Quale è il meno peggio? Fare ragionamenti machiavellici e votare qualcosa a prima vista inaccettabile ma con la speranza di cambiarlo dall’interno? No. Il 4 marzo si può votare senza vergognarsi, per chi dice o prova a dire le cose giuste su lavoro, Europa, immigrazione, economia, diritto all’abitare, sanità. Il 4 marzo si può votare per chi, pur tra molte difficoltà e contraddizioni, prova a proporre una visione di società alternativa e cerca di rompere vincoli politici ed istituzionali che ci stanno lentamente soffocando. Il 4 marzo si può votare Potere al Popolo.
Fonte
01/03/2018
Liberi e Uguali, cioè un voto per Renzusconi
L’unico motivo per interessarsi a queste elezioni, ci tocca ribadirlo, è la presenza di Potere al Popolo. Per il resto, tutto scorre nella noia più scontata.
Sappiamo tutti che, da lunedì, cominceranno le grandi manovre per formare un “governo del presidente”, con (quasi) tutti dentro. Pilastri centrali Berlusconi e Renzi, Forza Italia e Pd; poi, visto che certamente non avranno la maggioranza dei parlamentari, imbarcheranno alcuni o tutti gli alleati. Per il Pd non c’è problema, tranne quello della soglia di sbarramento che appare insuperabile per tutti e tre i cespuglietti che si porta dietro (Bonino compresa, ipervalutata sui media ma invisa a tutti nelle strade).
Più problematica la situazione del Caimano, che rischia di non potersi portar dietro i due alleati più grossi (Salvini e Meloni), che ottengono un po’ di consensi solo grazie a una “differenza” più gridata che reale.
C’è insomma la necessità di imbarcare anche qualcun altro per fare il 50%+1. Vero è che Berlusca ha già aperto le porte agli eventuali eletti nei Cinque Stelle messi fuori prima del voto ma ormai inseriti nelle liste (al massimo 4-5 di loro potranno arrivare a Montecitorio).
Potrebbero non bastare. E allora che si fa? Ecco Liberi e Uguali, lato Piero Grasso, pronto a salire sul carrozzone con quelli contro cui quotidianamente spara (si fa per dire) un po’ di critiche moralistiche. “Se ci dovesse essere questo scopo, se il presidente Mattarella ce lo chiedesse, noi saremmo assolutamente disponibili”.
Vero è che Laura Boldrini dice per ora il contrario, ma fate chiudere le urne (dove LeU rischia una sorpresa negativa piuttosto grossa, altro che “due cifre”!) e poi vedrete quanti saranno quelli a storcere ancora il naso.
Per giustificare la disponibilità “assoluta” a quella soluzione orribile, l’inascoltabile Grasso ha provato a condire il piatto con qualche spruzzata di finto sinistrismo. Quindi un colpetto ai grillini («Su alcuni temi sono incompatibili con i valori, le idee e i principi di sinistra, come Europa, immigrazione e diritti civili. Quindi sono incompatibili con Liberi e Uguali, perché noi siamo la sinistra»), uno sguardo al futuro più prossimo («Leu nasce dall’unione di Si, Mdp e Possibile ma abbiamo un progetto comune che non è finalizzato alle elezioni ma è molto più ambizioso») e una bel atteggiarsi a “responsabili” (come Razzi e Scilipoti, insomma).
Meglio riderci sopra, allora, come ha fatto ieri sera Viola Carofalo, “capo politico” di PalP (non candidata per scelta): “Voglio ringraziare ufficialmente Piero Grasso per il sostegno che sta dando a Potere al Popolo! Dopo aver dichiarato che è sbagliato cancellare la Fornero e aver detto che è in sintonia con Minniti, oggi si è dichiarato disponibile a un governo di scopo con Renzi e Berlusconi. Il leader del PD 2 mette una pietra tombale sull’ipotesi che un voto a LeU sia un voto di opposizione e di alternativa ai governi di questi anni. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: di fronte a noi c’è un monoblocco che va da Salvini a Grasso, pronti a governare insieme, magari anche col sostegno di Di Stefano. Dall’altra parte invece c’è chi non è disposto a nessun compromesso con coloro che hanno portato il paese allo stato misero in cui si trova. Crediamo che a questo punto non ci siano dubbi sul fatto che il 4 Marzo il vero voto utile sia quello dato a Potere al Popolo!”
Amen.
Fonte
Sappiamo tutti che, da lunedì, cominceranno le grandi manovre per formare un “governo del presidente”, con (quasi) tutti dentro. Pilastri centrali Berlusconi e Renzi, Forza Italia e Pd; poi, visto che certamente non avranno la maggioranza dei parlamentari, imbarcheranno alcuni o tutti gli alleati. Per il Pd non c’è problema, tranne quello della soglia di sbarramento che appare insuperabile per tutti e tre i cespuglietti che si porta dietro (Bonino compresa, ipervalutata sui media ma invisa a tutti nelle strade).
Più problematica la situazione del Caimano, che rischia di non potersi portar dietro i due alleati più grossi (Salvini e Meloni), che ottengono un po’ di consensi solo grazie a una “differenza” più gridata che reale.
C’è insomma la necessità di imbarcare anche qualcun altro per fare il 50%+1. Vero è che Berlusca ha già aperto le porte agli eventuali eletti nei Cinque Stelle messi fuori prima del voto ma ormai inseriti nelle liste (al massimo 4-5 di loro potranno arrivare a Montecitorio).
Potrebbero non bastare. E allora che si fa? Ecco Liberi e Uguali, lato Piero Grasso, pronto a salire sul carrozzone con quelli contro cui quotidianamente spara (si fa per dire) un po’ di critiche moralistiche. “Se ci dovesse essere questo scopo, se il presidente Mattarella ce lo chiedesse, noi saremmo assolutamente disponibili”.
Vero è che Laura Boldrini dice per ora il contrario, ma fate chiudere le urne (dove LeU rischia una sorpresa negativa piuttosto grossa, altro che “due cifre”!) e poi vedrete quanti saranno quelli a storcere ancora il naso.
Per giustificare la disponibilità “assoluta” a quella soluzione orribile, l’inascoltabile Grasso ha provato a condire il piatto con qualche spruzzata di finto sinistrismo. Quindi un colpetto ai grillini («Su alcuni temi sono incompatibili con i valori, le idee e i principi di sinistra, come Europa, immigrazione e diritti civili. Quindi sono incompatibili con Liberi e Uguali, perché noi siamo la sinistra»), uno sguardo al futuro più prossimo («Leu nasce dall’unione di Si, Mdp e Possibile ma abbiamo un progetto comune che non è finalizzato alle elezioni ma è molto più ambizioso») e una bel atteggiarsi a “responsabili” (come Razzi e Scilipoti, insomma).
AVVISO AI NAVIGANTI.Un atteggiamento così sguaiato che non è nemmeno criticabile seriamente...
Mancano pochi giorni prima del voto. In rete POTERE AL POPOLO sta andando FORTE!Un appello ai giovani: parlate con tutti, AMICI, PARENTI, COLLEGHI, invitiamoli a votare per POTERE AL POPOLO.IL FUTURO è NOSTRO E STA NASCENDO ADESSO!
Pubblicato da Eurostop.info su martedì 27 febbraio 2018
Meglio riderci sopra, allora, come ha fatto ieri sera Viola Carofalo, “capo politico” di PalP (non candidata per scelta): “Voglio ringraziare ufficialmente Piero Grasso per il sostegno che sta dando a Potere al Popolo! Dopo aver dichiarato che è sbagliato cancellare la Fornero e aver detto che è in sintonia con Minniti, oggi si è dichiarato disponibile a un governo di scopo con Renzi e Berlusconi. Il leader del PD 2 mette una pietra tombale sull’ipotesi che un voto a LeU sia un voto di opposizione e di alternativa ai governi di questi anni. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: di fronte a noi c’è un monoblocco che va da Salvini a Grasso, pronti a governare insieme, magari anche col sostegno di Di Stefano. Dall’altra parte invece c’è chi non è disposto a nessun compromesso con coloro che hanno portato il paese allo stato misero in cui si trova. Crediamo che a questo punto non ci siano dubbi sul fatto che il 4 Marzo il vero voto utile sia quello dato a Potere al Popolo!”
Amen.
Fonte
27/02/2018
LeU-Pd spacciano proposte irrealizzabili senza mettere in discussione i trattati europei
I “giovani leoni” di Liberi e Uguali e i “dissidenti” del Pd sono molto presenti in tv e sui giornali, nella speranza – dell’establishment – che riescano a ramazzare qualche voto che altrimenti rischia di finire a Potere al Popolo.
Quando provano a dire cosa farebbero, nel caso assi improbabile che qualcun altro li imbarchi in un governo, se ne escono con idee brillanti che hanno l’unico difetto di essere irrealizzabili senza mettere in discussione il tabù del vincolo di bilancio. E quindi l’architettura dei trattati che costituisce la prigione dell’Unione Europea.
L’esperto di fondi Ue, Andrea Del Monaco, autore del volume “SUD COLONIA TEDESCA”, spiega su La7 l’inattuabilità delle proposte di Pietro Grasso e Andrea Orlando sul Sud.
Andrea Orlando dice di volere 100.000 assunzioni nello Stato; Pietro Grasso sbandiera la “Clausola Ciampi” (45% degli investimenti nazionali dovrebbe andare al Mezzogiorno).
Tali proposte sarebbero un palliativo rispetto alle condizioni di vita di larghissima parte della popolazione meridionale, ma certo non sono questi i tempi dove si butta via qualcosa.
Peccato che queste due proposte siano inattuabili. O meglio, per poterle concretizzare, per quanto poco servano, bisognerebbe cancellare il pareggio di bilancio dalla Costituzione e stracciare il Fiscal Compact (che sarà pienamente operativo dal 1° gennaio prossimo).
Dovendo dunque raggiungere il pareggio di bilancio nel 2020, come prescritto dalla Commissione Europea, abbiamo due possibilità:
1) rinunciamo ad investire ed assumere;
2) investiamo ed assumiamo, ma nel contempo tagliamo spesa pubblica in un altro settore, magari la sanità.
Diceva Totò: è la somma che fa il totale! Aggiungiamo noi: Potere al Popolo è l’unica forza che vuole abolire il pareggio di bilancio in Costituzione.
Qui di seguito il video dalla trasmissione Var Condicio, su La7:
Fonte
Quando provano a dire cosa farebbero, nel caso assi improbabile che qualcun altro li imbarchi in un governo, se ne escono con idee brillanti che hanno l’unico difetto di essere irrealizzabili senza mettere in discussione il tabù del vincolo di bilancio. E quindi l’architettura dei trattati che costituisce la prigione dell’Unione Europea.
L’esperto di fondi Ue, Andrea Del Monaco, autore del volume “SUD COLONIA TEDESCA”, spiega su La7 l’inattuabilità delle proposte di Pietro Grasso e Andrea Orlando sul Sud.
Andrea Orlando dice di volere 100.000 assunzioni nello Stato; Pietro Grasso sbandiera la “Clausola Ciampi” (45% degli investimenti nazionali dovrebbe andare al Mezzogiorno).
Tali proposte sarebbero un palliativo rispetto alle condizioni di vita di larghissima parte della popolazione meridionale, ma certo non sono questi i tempi dove si butta via qualcosa.
Peccato che queste due proposte siano inattuabili. O meglio, per poterle concretizzare, per quanto poco servano, bisognerebbe cancellare il pareggio di bilancio dalla Costituzione e stracciare il Fiscal Compact (che sarà pienamente operativo dal 1° gennaio prossimo).
Dovendo dunque raggiungere il pareggio di bilancio nel 2020, come prescritto dalla Commissione Europea, abbiamo due possibilità:
1) rinunciamo ad investire ed assumere;
2) investiamo ed assumiamo, ma nel contempo tagliamo spesa pubblica in un altro settore, magari la sanità.
Diceva Totò: è la somma che fa il totale! Aggiungiamo noi: Potere al Popolo è l’unica forza che vuole abolire il pareggio di bilancio in Costituzione.
Qui di seguito il video dalla trasmissione Var Condicio, su La7:
Fonte
24/02/2018
Dietro il Reddito di Cittadinanza c’è lo spettro di Hartz
La disinformazione sul Reddito di cittadinanza da parte della pseudo sinistra ha un obiettivo? Roberto Lucarelli sul Manifesto, in calce ad un articolo in cui illustra la proposta del Movimento Cinque Stelle, segnala la disponibilità di LeU ad un intesa su questo terreno, citando Roberto Speranza: “Se c’è da costruire una misura universale di contrasto alla povertà che il M5S chiama reddito di cittadinanza (a me non piace molto il modo in cui lo hanno costruito) io sono pronto a votare su temi specifici”.
Sergio Cararo ha segnalato su Contropiano le possibili implicazioni sociali della proposta dei Cinque Stelle in occasione della presentazione all’USB di Roma del libro Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto? Ha titolato “Di Hartz si muore. Lavoro coatto come soluzione alla povertà?”[1].
Questa problematica sociale e politica è fuori dall’orizzonte del Manifesto, dove Roberto Lucarelli in “La ricetta dei Cinque Stelle: Reddito di cittadinanza e lavoro gratuito”, pubblica un articolo infarcito di citazioni di Di Maio, cominciando da questa sua sintetica esposizione. “Il reddito di cittadinanza non darà soldi a chi vuol stare seduto sul divano. Dovrà per il breve periodo in cui avrà il contributo, formarsi e dare otto ore di lavoro gratuito allo Stato. Dal secondo anno il reddito di cittadinanza inizia a scalare perché la persona viene inserita nel mondo del lavoro”.
Per Lucarellì questa “precisazione” “permette di comprendere la natura del reddito di cittadinanza”, ed esprime disappunto, perché è “una misura non universalistica e condizionata alla scelta di un lavoro, ed è vincolata a una prestazione gratuita obbligatoria per finalità contingenti”.
Sviluppata la critica, Lucarelli cade in stato confusionale. “Il 4 gennaio scorso Di Maio ha detto che tale meccanismo mira all’abolizione del ‘reddito di cittadinanza’ stesso. Questo obiettivo [l’abolizione?], basato su un’analisi del ciclo economico discutibile, dovrebbe essere raggiunto grazie a un investimento di 2,1 miliardi di euro (su 17, tanto costerebbe il workfare basato sul lavoro coatto) per rilanciare i centri per l’impiego e il reinserimento lavorativo. Le risorse arriverebbero dalla ‘spending review’ sulla spesa improduttiva, dalla tassazione sul gioco d’azzardo e sui concessionari autostradali”.
Dentro questa incomprensibile sintesi dell’intervista di Di Maio al Mattino, Lucarelli inciampa nel ‘workfare basato sul lavoro coatto’, ma non dice di che cosa si tratta. Quanto alle fonti di finanziamento, non ricorda che la copertura della spesa prevedeva nel 2015 un forte taglio alle spese militari e una robusta patrimoniale, dal 2016 le spese militari non figurano più, e nel 2017 anche la patrimoniale è sparita.
Lucarelli tenta invece di prendere in castagna Di Maio perché utilizzerebbe l’Agenzia delle politiche attive, “creata dal Jobs Act criticato dai Cinque Stelle”, per far incontrare domanda e offerta di lavoro a livello nazionale e non a livello provinciale. “E’ un sistema simile a quello della ‘Buona scuola’ che ha obbligato i docenti ad emigrare da Sud a Nord per mantenere il lavoro. Giustamente criticato dai Cinque Stelle ora rischia di ripresentarsi con effetti peggiori”.
Tra una critica e l’altra infila questa frase di Di Maio: “Una volta trovato un lavoro confacente alle caratteristiche del cittadino, non si potrà rifiutare la proposta, pena la perdita immediata del sussidio”. E, dopo aver arzigogolato ancora, Lucarelli arriva al dunque. “Non è affatto detto che al termine del periodo del ‘reddito di cittadinanza’ (18 mesi? due anni?) il beneficiario trovi una ‘offerta di lavoro confacente’”.
Qui casca l’asino. Se, invece di limitarsi a collezionare le citazioni di Di Maio, avesse letto il testo del disegno di legge dei Cinque Stelle, Lucarelli avrebbe appreso che per l’erogazione del reddito non c’è un termine; cessa infatti quando il beneficiario supera la soglia della povertà. E, a proposito del ‘lavoro confacente’, avrebbe fatto altre più rilevanti scoperte, che lo avrebbero potuto portare fino a Hartz IV, in Germania, dove gran parte di coloro che entrano nel sistema del reddito sociale non ne escono più.
Peggio di Lucarelli, che sul Manifesto ha in appalto le tematiche del reddito minimo, fanno Andrea Fumagalli e Cristina Morini. Su Effimera. Critica e sovversione del presente pubblicano “Dell’uso strumentale del reddito per finalità politiche”. Passano in rassegna le proposte di reddito minimo, dilungandosi sul Rei e su quella friedmaniana di Berlusconi, per approdare al reddito universale incondizionato. Di questo Fumagalli è un guru, citato per cognome persino nel testo del disegno di legge Cinque Stelle nella parte che presenta l’iniziativa come primo passo verso il reddito universale incondizionato.
Nel lungo articolo, Fumagalli e Morini riservano al Reddito di cittadinanza questo passo: “Nella proposta dei 5 Stelle si fa notare con enfasi che il ‘reddito di cittadinanza’ è una misura ‘condizionata’. Comporta, cioè, precisi obblighi per il destinatario, come l’iscrizione ai centri per l’impiego pubblici e la necessità di garantire un contributo di circa otto ore settimanali ai progetti sociali del Comune di residenza. I controlli sono affidati agli stessi centri, collegati telematicamente con i ministeri e con l’Agenzia delle Entrate. Come giustamente afferma Roberto Ciccarelli: “c’è una truffa lessicale che, tra l’altro, si è trasformato in un boomerang per questo movimento. Il reddito di cittadinanza va a tutti i residenti con la cittadinanza a vita. In questa forma è applicato solo in Alaska. Quello del M5S è invece un reddito minimo condizionato dallo scambio con un lavoro”.
Tutto qui. Se avessero letto il testo del disegno di legge, Fumagalli e Morini avrebbero scoperto che ‘i precisi obblighi’ vanno ben oltre ‘le circa otto ore settimanali’.
Per una informazione corretta e per una analisi meno superficiale, sarebbe stato sufficiente leggere gli articoli 11 e 12 del disegno di legge del M5S. L’articolo 11 chiarisce come i poveri che aspirano al reddito debbano sottomettersi ai centri per l’impiego, obbligandosi a svolgere – e a documentare puntualmente – una ricerca attiva individuale di lavoro per almeno due ore quotidiane. L’articolo 12 li obbliga al lavoro, e, se al secondo anno non ce l’hanno ancora, dispone che devono accettare quello che viene loro imposto. Di qualsiasi tipo a qualsiasi salario.
Così il Reddito di cittadinanza può diventare lo strumento per riprodurre Hartz IV in Italia: un’operazione gigantesca di disciplinamento di milioni di persone che vivono al di sotto della soglia della povertà relativa. Sconquassa la struttura occupazionale e salariale. Abbassa il costo del lavoro sotto il livello di sussistenza, e fa dipendere il diritto di esistenza da un sussidio che serve ai padroni. Immettendo 15-20 miliardi di euro nell’economia stimola i consumi, a beneficio di imprenditori e commercianti, fulcro del blocco sociale al quale guarda il M5S, utilizzatore del nuovo legittimato lavoro servile.
Alla pseudo sinistra questo non interessa. Del resto Hartz IV è stato introdotto in Germania dal socialdemocratico Schroeder.
Note
[1] Contropiano, 3 novembre 2017.
di Giordano Sivini docente emerito dell’Università della Calabria, coautore di “Reddito di Cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?”, edizioni Asterios
Fonte
Sergio Cararo ha segnalato su Contropiano le possibili implicazioni sociali della proposta dei Cinque Stelle in occasione della presentazione all’USB di Roma del libro Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto? Ha titolato “Di Hartz si muore. Lavoro coatto come soluzione alla povertà?”[1].
Questa problematica sociale e politica è fuori dall’orizzonte del Manifesto, dove Roberto Lucarelli in “La ricetta dei Cinque Stelle: Reddito di cittadinanza e lavoro gratuito”, pubblica un articolo infarcito di citazioni di Di Maio, cominciando da questa sua sintetica esposizione. “Il reddito di cittadinanza non darà soldi a chi vuol stare seduto sul divano. Dovrà per il breve periodo in cui avrà il contributo, formarsi e dare otto ore di lavoro gratuito allo Stato. Dal secondo anno il reddito di cittadinanza inizia a scalare perché la persona viene inserita nel mondo del lavoro”.
Per Lucarellì questa “precisazione” “permette di comprendere la natura del reddito di cittadinanza”, ed esprime disappunto, perché è “una misura non universalistica e condizionata alla scelta di un lavoro, ed è vincolata a una prestazione gratuita obbligatoria per finalità contingenti”.
Sviluppata la critica, Lucarelli cade in stato confusionale. “Il 4 gennaio scorso Di Maio ha detto che tale meccanismo mira all’abolizione del ‘reddito di cittadinanza’ stesso. Questo obiettivo [l’abolizione?], basato su un’analisi del ciclo economico discutibile, dovrebbe essere raggiunto grazie a un investimento di 2,1 miliardi di euro (su 17, tanto costerebbe il workfare basato sul lavoro coatto) per rilanciare i centri per l’impiego e il reinserimento lavorativo. Le risorse arriverebbero dalla ‘spending review’ sulla spesa improduttiva, dalla tassazione sul gioco d’azzardo e sui concessionari autostradali”.
Dentro questa incomprensibile sintesi dell’intervista di Di Maio al Mattino, Lucarelli inciampa nel ‘workfare basato sul lavoro coatto’, ma non dice di che cosa si tratta. Quanto alle fonti di finanziamento, non ricorda che la copertura della spesa prevedeva nel 2015 un forte taglio alle spese militari e una robusta patrimoniale, dal 2016 le spese militari non figurano più, e nel 2017 anche la patrimoniale è sparita.
Lucarelli tenta invece di prendere in castagna Di Maio perché utilizzerebbe l’Agenzia delle politiche attive, “creata dal Jobs Act criticato dai Cinque Stelle”, per far incontrare domanda e offerta di lavoro a livello nazionale e non a livello provinciale. “E’ un sistema simile a quello della ‘Buona scuola’ che ha obbligato i docenti ad emigrare da Sud a Nord per mantenere il lavoro. Giustamente criticato dai Cinque Stelle ora rischia di ripresentarsi con effetti peggiori”.
Tra una critica e l’altra infila questa frase di Di Maio: “Una volta trovato un lavoro confacente alle caratteristiche del cittadino, non si potrà rifiutare la proposta, pena la perdita immediata del sussidio”. E, dopo aver arzigogolato ancora, Lucarelli arriva al dunque. “Non è affatto detto che al termine del periodo del ‘reddito di cittadinanza’ (18 mesi? due anni?) il beneficiario trovi una ‘offerta di lavoro confacente’”.
Qui casca l’asino. Se, invece di limitarsi a collezionare le citazioni di Di Maio, avesse letto il testo del disegno di legge dei Cinque Stelle, Lucarelli avrebbe appreso che per l’erogazione del reddito non c’è un termine; cessa infatti quando il beneficiario supera la soglia della povertà. E, a proposito del ‘lavoro confacente’, avrebbe fatto altre più rilevanti scoperte, che lo avrebbero potuto portare fino a Hartz IV, in Germania, dove gran parte di coloro che entrano nel sistema del reddito sociale non ne escono più.
Peggio di Lucarelli, che sul Manifesto ha in appalto le tematiche del reddito minimo, fanno Andrea Fumagalli e Cristina Morini. Su Effimera. Critica e sovversione del presente pubblicano “Dell’uso strumentale del reddito per finalità politiche”. Passano in rassegna le proposte di reddito minimo, dilungandosi sul Rei e su quella friedmaniana di Berlusconi, per approdare al reddito universale incondizionato. Di questo Fumagalli è un guru, citato per cognome persino nel testo del disegno di legge Cinque Stelle nella parte che presenta l’iniziativa come primo passo verso il reddito universale incondizionato.
Nel lungo articolo, Fumagalli e Morini riservano al Reddito di cittadinanza questo passo: “Nella proposta dei 5 Stelle si fa notare con enfasi che il ‘reddito di cittadinanza’ è una misura ‘condizionata’. Comporta, cioè, precisi obblighi per il destinatario, come l’iscrizione ai centri per l’impiego pubblici e la necessità di garantire un contributo di circa otto ore settimanali ai progetti sociali del Comune di residenza. I controlli sono affidati agli stessi centri, collegati telematicamente con i ministeri e con l’Agenzia delle Entrate. Come giustamente afferma Roberto Ciccarelli: “c’è una truffa lessicale che, tra l’altro, si è trasformato in un boomerang per questo movimento. Il reddito di cittadinanza va a tutti i residenti con la cittadinanza a vita. In questa forma è applicato solo in Alaska. Quello del M5S è invece un reddito minimo condizionato dallo scambio con un lavoro”.
Tutto qui. Se avessero letto il testo del disegno di legge, Fumagalli e Morini avrebbero scoperto che ‘i precisi obblighi’ vanno ben oltre ‘le circa otto ore settimanali’.
Per una informazione corretta e per una analisi meno superficiale, sarebbe stato sufficiente leggere gli articoli 11 e 12 del disegno di legge del M5S. L’articolo 11 chiarisce come i poveri che aspirano al reddito debbano sottomettersi ai centri per l’impiego, obbligandosi a svolgere – e a documentare puntualmente – una ricerca attiva individuale di lavoro per almeno due ore quotidiane. L’articolo 12 li obbliga al lavoro, e, se al secondo anno non ce l’hanno ancora, dispone che devono accettare quello che viene loro imposto. Di qualsiasi tipo a qualsiasi salario.
Così il Reddito di cittadinanza può diventare lo strumento per riprodurre Hartz IV in Italia: un’operazione gigantesca di disciplinamento di milioni di persone che vivono al di sotto della soglia della povertà relativa. Sconquassa la struttura occupazionale e salariale. Abbassa il costo del lavoro sotto il livello di sussistenza, e fa dipendere il diritto di esistenza da un sussidio che serve ai padroni. Immettendo 15-20 miliardi di euro nell’economia stimola i consumi, a beneficio di imprenditori e commercianti, fulcro del blocco sociale al quale guarda il M5S, utilizzatore del nuovo legittimato lavoro servile.
Alla pseudo sinistra questo non interessa. Del resto Hartz IV è stato introdotto in Germania dal socialdemocratico Schroeder.
Note
[1] Contropiano, 3 novembre 2017.
di Giordano Sivini docente emerito dell’Università della Calabria, coautore di “Reddito di Cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?”, edizioni Asterios
Fonte
23/02/2018
Antifascismo. Perchè non saremo in piazza a Roma il 24 febbraio
Le compagne e i compagni di Eurostop non saranno in piazza a Roma sabato 24 febbraio nella manifestazione antifascista convocata da Anpi, Arci, Cgil e altre venti associazioni e partiti.
La manifestazione di sabato riprende l’appello “Mai più fascismi” presentato il 1 febbraio, ma soprattutto nasce come iniziativa “riparatrice” dopo la vergognosa ritirata di molte delle organizzazioni aderenti dalla manifestazione antifascista di Macerata lo scorso 10 febbraio di fronte al divieto opposto dal ministro degli interni Minniti.
Non sfugge a nessuno che la manifestazione di sabato verrà apertamente utilizzata dal Pd e da Liberi e Uguali per la propria campagna elettorale e per legittimare se stessi come baluardo contro le destre. Con una enorme contraddizione: il loro governo è esattamente quello che ha come ministro degli Interni quel Minniti che aveva vietato la manifestazione antifascista a Macerata e che è stato costretto a fare marcia indietro dalla impetuosa risposta emersa in tutto il paese.
Questa contraddizione non è rimovibile, anche perché la linea seguita dal governo e dal sistema mediatico affine al Pd è stata proprio quella di sdoganare e utilizzare i gruppi neofascisti e il pericolo della destra in funzione di un recupero di consensi elettorali in caduta libera.
Non solo. Negli anni precedenti è emerso, anche clamorosamente il livello di copertura e legittimazione degli apparati dello Stato verso i gruppi neofascisti riqualificati come “bravi ragazzi impegnati nel sociale”. Nei mesi precedenti abbiamo invece assistito ad una operazione tesa ad amplificare il ruolo delle organizzazioni neofasciste in rapporto al disagio sociale. Una equazione che serviva a dimostrare come il disagio sociale delle periferie potesse esprimersi politicamente solo attraverso la destra, alimentando le tensioni sociali e razziali. In questo modo il Pd poteva presentarsi come il garante della tenuta sociale e democratica del paese, nonostante le sue evidenti responsabilità proprio nel peggioramento delle condizioni di vita dei settori popolari.
Questa operazione però è saltata con l’entrata in campo, imprevista e poi osteggiata spudoratamente, di Potere al Popolo che l’equazione disagio sociale/fascisti come unica espressione politica, l’ha completamente rovesciata, cercando proprio di ridare rappresentanza politica alle esigenze popolari e alle contraddizioni sociali prodotte da decenni di misure lacrime e sangue imposte dall’Unione Europea e dai diktat liberisti.
La nostra campagna elettorale si sta concentrando proprio nei quartieri popolari delle periferie per affermare questa prospettiva e contendere metro a metro lo spazio “politico” che il potere vorrebbe consegnare ai fascisti. E’ con questo spirito e in questo senso che rivendichiamo e pratichiamo l’antifascismo militante.
L’operazione progettata dal Pd, dai suoi apparati governativi e mediatici ha dovuto così rettificare il tiro di corsa, reintroducendo la tesi degli “opposti estremismi” di destra e di sinistra come minaccia alla democrazia e alla stabilità. Una chiave di lettura che è diventato anche un assist a Berlusconi secondo cui la minaccia sono solo gli antifascisti.
Esattamente come in passato, nelle piazze abbiamo assistito ad un evidente doppio standard. Le manganellate degli apparati di Minniti fioccano solo contro i manifestanti di sinistra e antifascisti, mai contro i fascisti (nel fermare la marcia di Forza Nuova a Macerata contro “i bravi ragazzi italiani” non si è alzato un solo manganello ma c’è stato solo contenimento). Qualche volta, come a Pavia, abbiamo visto gli agenti caricare fianco a fianco ai fascisti.
I fascisti di Forza Nuova riescono ad entrare comodamente negli studi televisivi del La7 nonostante ci fossero in studio Renzi e D’Alema. Qualche anno fa i fascisti di Casa Pound fecero una indisturbata incursione notturna dentro la Rai.
Di tutto questo non c’è e non ci poteva essere traccia nella manifestazione di sabato 24 febbraio a Roma. Questa manifestazione, così come è venuta configurandosi dopo Macerata, sarà una occasione solo per il Pd e in misura minore per Liberi e Uguali. A nostro avviso commettono un errore i compagni che vi partecipano e bene ha fatto Potere al Popolo a non aderirvi.
Fonte
La manifestazione di sabato riprende l’appello “Mai più fascismi” presentato il 1 febbraio, ma soprattutto nasce come iniziativa “riparatrice” dopo la vergognosa ritirata di molte delle organizzazioni aderenti dalla manifestazione antifascista di Macerata lo scorso 10 febbraio di fronte al divieto opposto dal ministro degli interni Minniti.
Non sfugge a nessuno che la manifestazione di sabato verrà apertamente utilizzata dal Pd e da Liberi e Uguali per la propria campagna elettorale e per legittimare se stessi come baluardo contro le destre. Con una enorme contraddizione: il loro governo è esattamente quello che ha come ministro degli Interni quel Minniti che aveva vietato la manifestazione antifascista a Macerata e che è stato costretto a fare marcia indietro dalla impetuosa risposta emersa in tutto il paese.
Questa contraddizione non è rimovibile, anche perché la linea seguita dal governo e dal sistema mediatico affine al Pd è stata proprio quella di sdoganare e utilizzare i gruppi neofascisti e il pericolo della destra in funzione di un recupero di consensi elettorali in caduta libera.
Non solo. Negli anni precedenti è emerso, anche clamorosamente il livello di copertura e legittimazione degli apparati dello Stato verso i gruppi neofascisti riqualificati come “bravi ragazzi impegnati nel sociale”. Nei mesi precedenti abbiamo invece assistito ad una operazione tesa ad amplificare il ruolo delle organizzazioni neofasciste in rapporto al disagio sociale. Una equazione che serviva a dimostrare come il disagio sociale delle periferie potesse esprimersi politicamente solo attraverso la destra, alimentando le tensioni sociali e razziali. In questo modo il Pd poteva presentarsi come il garante della tenuta sociale e democratica del paese, nonostante le sue evidenti responsabilità proprio nel peggioramento delle condizioni di vita dei settori popolari.
Questa operazione però è saltata con l’entrata in campo, imprevista e poi osteggiata spudoratamente, di Potere al Popolo che l’equazione disagio sociale/fascisti come unica espressione politica, l’ha completamente rovesciata, cercando proprio di ridare rappresentanza politica alle esigenze popolari e alle contraddizioni sociali prodotte da decenni di misure lacrime e sangue imposte dall’Unione Europea e dai diktat liberisti.
La nostra campagna elettorale si sta concentrando proprio nei quartieri popolari delle periferie per affermare questa prospettiva e contendere metro a metro lo spazio “politico” che il potere vorrebbe consegnare ai fascisti. E’ con questo spirito e in questo senso che rivendichiamo e pratichiamo l’antifascismo militante.
L’operazione progettata dal Pd, dai suoi apparati governativi e mediatici ha dovuto così rettificare il tiro di corsa, reintroducendo la tesi degli “opposti estremismi” di destra e di sinistra come minaccia alla democrazia e alla stabilità. Una chiave di lettura che è diventato anche un assist a Berlusconi secondo cui la minaccia sono solo gli antifascisti.
Esattamente come in passato, nelle piazze abbiamo assistito ad un evidente doppio standard. Le manganellate degli apparati di Minniti fioccano solo contro i manifestanti di sinistra e antifascisti, mai contro i fascisti (nel fermare la marcia di Forza Nuova a Macerata contro “i bravi ragazzi italiani” non si è alzato un solo manganello ma c’è stato solo contenimento). Qualche volta, come a Pavia, abbiamo visto gli agenti caricare fianco a fianco ai fascisti.
I fascisti di Forza Nuova riescono ad entrare comodamente negli studi televisivi del La7 nonostante ci fossero in studio Renzi e D’Alema. Qualche anno fa i fascisti di Casa Pound fecero una indisturbata incursione notturna dentro la Rai.
Di tutto questo non c’è e non ci poteva essere traccia nella manifestazione di sabato 24 febbraio a Roma. Questa manifestazione, così come è venuta configurandosi dopo Macerata, sarà una occasione solo per il Pd e in misura minore per Liberi e Uguali. A nostro avviso commettono un errore i compagni che vi partecipano e bene ha fatto Potere al Popolo a non aderirvi.
Fonte
22/02/2018
L’imbeccata a Caldarola per fare autocritica su Potere al Popolo
Pio Pompa è vivo e lotta insieme a loro. Per chi ha meno di 30 anni è bene ricordare che era un agente dei servizi segreti (il “ramo esteri”, che allora si chiamava Sismi), il cui compito era “indirizzare” la stampa mainstream, ingaggiando singoli giornalisti, facendo circolare veline, suggerendo “fonti” altamente inquinate che lui stesso o i suoi uomini avevano predisposto.
Il caso scoppiò quando il vicedirettore di Libero, Renato Farina, al secolo “agente Betulla”, si fece “sgamare” dall’allora pm di Milano, Armando Spataro, cui cercava di carpire qualche informazione sul sequestro in Italia di Abu Omar da parte di un commando della Cia.
Un episodio che gettò l’ombra della manipolazione sul complesso dell’informazione in Italia, già di suo prostrata da proprietari “impuri” (gente che si serve di un media per combattere i concorrenti di business), direttori e capiredattori alquanto disposti a obbedire, cronisti sempre più esposti al precariato assoluto, ecc.
Può sembrare ingeneroso scomodare il fantasma di Pio Pompa per l’articolo scritto da Peppino Caldarola contro Potere al Popolo su Lettera43, uno dei migliori giornali online italiani. Ma c’è un perché.
Caldarola è un giornalista acuto, con una lunga e brillante storia professionale. E’ stato anche direttore de l’Unità in tempi in cui il giornale navigava in acque non troppo tempestose. Su Potere al Popolo, come correttamente ricorda lui stesso, aveva già scritto altri due articoli, per nulla antipatizzanti, pur premettendo sempre che lui avrebbe votato Liberi e Uguali.
“Io su Potere al Popolo ho scritto tre articoli. Nel primo segnalavo la presenza di questa formazione prevedendo un suo buon risultato e indicando come la sua leader, Viola, come la chiama confidenzialmente la signora Raffaella Ferraro, fosse brava in tivù. Nel secondo articolo mi servivo della visita di Melenchon a Napoli, invitato da Potere al Popolo, per criticare Liberi e Uguali che non aveva chiamato qui alcun esponente della sinistra per fare un pezzo di campagna elettorale. Poi, e si arriva all’ultimo articolo, ho scoperto una rivista della loro area secondo cui anche Potere al Popolo era un partito a vita limitata. Le prime due volte tutti zitti, la terza è scattata la lesa maestà”.
Pur non avendone scritto, noi di Contropiano ci eravamo accorti dei primi due, valutandoli come una sorta di “sveglia” fatta risuonare nelle orecchie dei “leu-cemici”, privi di un qualsivoglia interesse per possibili partner europei (due giorni fa Grasso ha cercato di porvi rimedio andando a Londra per incontrare i dirigenti laburisti).
Il terzo, invece, ci è sembrato motivato dalla necessità di farsi perdonare l’eccesso di critica nei confronti dei suoi leader. Saremo fantasiosi, ma ci siamo immaginato un Mandrake con il baffino tuonare al telefono un “ma che cavolo scrivi?”.
Se Caldarola avesse preso la tastiera per scrivere un pezzo di critica feroce a Potere al Popolo, beh, ce ne saremmo fatti una ragione (le elezioni non sono il regno del bon ton, specie in questo paese) e avremmo lasciato perdere, come facciamo ogni (rara) volta che qualche giornale di peso nomina la nostra lista.
Il problema è che per stendere il suo articolo Caldarola si è affidato come fonte a un “pezzo” pubblicato da una “rivista” sconosciuta persino a noi che, lo confessiamo, abbiamo una certa antica dimestichezza con l’editoria “dura e purissima”.
Un qualsiasi programma in grado di censire la notorietà di un qualsiasi sito nel mondo – ad esempio Alexa.com o SEMrush – non riesce proprio a trovare traccia di vita intorno ai sedicenti “Tempi post moderni”.
Potreste dire: Beh, certo, chi volete che legga certe cose nel 2018? Obiezione in parte giusta ma, se si fa la prova con altri siti di impostazione anche più settaria, qualche segnale lo si può registrare. Minimo, magari, ma non zero carbonella.
Dunque è quantomeno un sito fin troppo anonimo. Aprendolo, si nota subito – al di là della scenografia iper “comunista” – che non c’è un nome, una firma, un riferimento geografico o di area ad esclusione di un articolo sull’anniversario del Pci firmato da uno stimato compagno torninese.
L’articolo – chiamiamolo così – da cui Caldarola prende spunto è chiaramente scritto da qualcuno che ha buttato un occhio in qualche assemblea di Potere al Popolo, cogliendo – non ci vuole molto – le differenze generazionali, di appartenenza “partitica” (esageruma nen, dicono in Piemonte), di radicamento sociale, ecc. Quel che insomma fa la forza di questa lista e promette di durare bel al di là del 4 marzo.
Quelle differenze le racconta come insormontabili, laceranti, abissali, brodo di coltura di rapidi tradimenti, ben prima – addirittura! – della giornata elettorale. Insomma un articolo/bulldozer per cercare di smontare quello che si sta cercando di costruire e ricomporre. Una speranza soggettiva dello/degli scriventi. Ma tanto basta a Caldarola per intingere la penna nel (poco) veleno offerto da questa “fonte” quasi anonima.
Gli auguriamo con questo servizio di aver in qualche misura rammendato la sfilacciatura nei rapporti con i “leu-cemici” e di poter brindare al loro risultato.
Non gliene vorremo più tanto ma, come è noto, il rapporto tra mass media e ingegnerie degli apparati dello stato è diventato fin troppo grigio. La nascita di Potere al Popolo è stata, da gennaio in poi, una variabile imprevista e destabilizzante per uno schema politico e mediatico già allestito. Farsi venire qualche dubbio diventa più che legittimo.
Fonte
20/02/2018
Come stiamo andando? Bene, ma c’è da sprintare ancora
I sondaggi sono stati secretati dal 16 febbraio, ma non è impossibile capire le tendenza dell’elettorato “di sinistra” con altri strumenti. La rete e i social network sono solo uno di questi, ma tornano particolarmente utili perché – per programmazione – sono orientati a restituire la dimensione quantitativa e anche qualcos’altro. Naturalmente anche in rete è possibile produrre “fake fan”, seguaci fasulli o inventati per incrementare il traffico a favore di tizio o caio. E’ di queste ore il risultato di un’indagine sui follower su Twitter dei vari partiti, con dati reali enormemente inferiori a quelli dichiarati.
L’indagine compiuta dal sito di informazione Libero Pensiero è ristretta per esempio a un confronto social tra Potere al Popolo e Liberi e Uguali. Quel che ne vien fuori è un quadro esattamente rovesciato rispetto a quello dei sondaggi ufficiali. Non è il caso di trarre conclusioni affrettate (PaP doppia o triplica i “leu-cemici”), perché la natura del medium seleziona anche l’area di riferimento in modo drastico. Però si capisce senza sforzo che PaP va forte tra chi usa abitualmente Internet, quindi soprattutto “giovani” (nativi digitali, si diceva una volta). E’ comunque la maggioranza della popolazione, quindi comincia ad avere un significato statistico utile.
I dati che ci arrivano dalla propaganda all’antica, pedibus calcantibus, per strada, ci danno un conforto ancora maggiore, ma naturalmente sappiamo da soli che con le nostre forze – messe assieme in poche settimane e con una base di attivisti minima rispetto al compito nazionale – non sono sufficienti a restituire un “campione” su cui strologare con toni enfatici. Però vediamo che “facciamo presa”. E soprattutto vediamo che siamo i soli a girare per i quartieri “difficili”, davanti alle fabbriche, supermercati, snodi del trasporto urbano, ecc. Tutte indicazioni utili per il futuro.
Naturalmente c’è una quota importantissima della popolazione che si informa in modo tradizionale (tv e – sempre meno – quotidiani), e quindi quasi non si è accorta della presenza di Potere al Popolo.
In queste condizioni, perciò, non ci lanciamo in previsioni prive di fondamento. Ci limitiamo a ricordare che l’ultimo sondaggio Lorien ci dava “al 2,7%, in crescita” e che, nel Lazio, dove si rinnova anche il consiglio regionale, i dati del ministero dell’interno (una fonte certamente “non amichevole” nei nostri confronti) ci attribuiscono un robusto 3,5%.
Sappiamo benissimo che i sondaggi valgono ormai ben poco (la maggior parte degli interpellati si rifiuta persino di rispondere; 10 volte su 11, secondo Lorien), tanto che tutte le più recenti consultazioni mondiali hanno smentito le previsioni (dal referendum costituzionale alla Brexit, all’elezione di Trump), ma da analisi ragionate come questa che vi proponiamo è possibile trarre indicazioni su cosa fare nei dieci giorni che ci separano dal 4 marzo.
Al lavoro e alla lotta!
*****
Potere al Popolo vs Liberi e Uguali, la campagna elettorale a suon di click
Andrea Palumbo
Siamo a due settimane esatte dal voto, gli ultimi sondaggi sono stati resi noti (con il divieto di pubblicazione da sabato scorso fino al voto di domenica 4 marzo) e i recentissimi dati hanno mostrato la lista Liberi e Uguali (LeU), guidata da Pietro Grasso, al di sotto delle aspettative maturate agli esordi, al contrario di Potere al Popolo (PaP), il cui capo politico è Viola Carofalo, che potrebbe addirittura superare la soglia di sbarramento.
La loro avventura in questa tornata elettorale parte dall’iniziativa del Brancaccio, promossa da Anna Falcone e Tomaso Montanari, che doveva essere un tentativo per aggregare una volta per tutte la sinistra italiana, includendo tutti i soggetti del campo progressista del nostro Paese, tra cui gli attivisti dell’Ex-Opg-Je So’ Pazzo di Napoli, ossia coloro i quali hanno poi dato vita a PaP. Tuttavia, il sogno di sinistra unita è svanito ma non stiamo qui a spiegarvi i motivi.
Nel panorama delle liste di sinistra, dunque, Potere al Popolo e Liberi e Uguali sono gli unici due schieramenti che potrebbero avere rappresentanti in Parlamento. Ma quale tra le due liste ha vinto finora la campagna elettorale su Facebook? E, soprattutto, quanto pesano i “mi piace” sul voto?
Partiamo dall’ultima domanda.
I “mi piace” non sono una variabile determinante ai fini del voto. Ad esempio, Matteo Salvini è il leader con più fan sulla propria pagina Facebook, eppure la Lega non è la più votata.
Ciò però non toglie che sia interessante analizzare come i vari attori in gioco usino i social nel corso della campagna elettorale e, soprattutto, osservare quale tra essi generi più engagement (ossia più interazioni tra mi piace, commenti e condivisioni).
Perché abbiamo scelto Facebook? Semplicemente perché, stando agli ultimi dati Censis, è il social network più utilizzato con un’utenza pari al 56,2% degli italiani (più di 30 milioni di persone).
Ecco perché abbiamo estratto i dati dalle pagine Facebook di PaP ed LeU per confrontare i flussi di produzione e l’engagement generato.
1/Flussi di produzione – Campagna elettorale digitale (Facebook) di PaP ed LeU
2/Media post giornalieri – Campagna elettorale digitale (Facebook) di PaP ed LeU
Volendo fare una media dei post giornalieri pubblicati dalle pagine dei due schieramenti, Potere al Popolo è sempre in vantaggio con quasi 7 post al giorno, a cui Liberi e Uguali risponde con soli 3 post quotidiani. Da questi primi numeri è evidente che le due liste hanno una tattica comunicativa diversa o almeno a livello quantitativo. Vediamo adesso la risposta a tali flussi comunicativi.
3/Livelli di engagement – Campagna elettorale digitale (Facebook) di PaP ed LeU
Il grafico parla chiaro: almeno su Facebook il divario percentuale presentato dai sondaggi tra le due liste non esiste, anzi: PaP ha un engagement (mi piace+commenti+condivisioni) che ammonta a più del triplo di LeU: 358.111 vs. 98.320.
4/Engagement medio giornaliero – Campagne elettorale digitale (Facebook) di PaP ed LeU
Logicamente, prima abbiamo presentato l’engagement considerando il totale dei post. Come abbiamo visto, però, nel primo grafico, PaP è molto più produttiva di LeU. Ciò nonostante, considerando l’engagement medio rispetto a ogni singolo post la situazione non cambia. Significa, detto in soldoni, che PaP ha più seguito di LeU sul social network, seppur poi la lista di Grasso sembrerebbe avere più consenso tra gli elettori. Il perché è da ricercare probabilmente nel profilo demografico dei sostenitori delle due coalizioni, molto più adulto per LeU e, di contro, molto più giovane in PaP (di conseguenza più abitudinario sulla Rete). Ma queste sono considerazioni soggettive.
Crescita fanbase (periodo: 20 gennaio-16 febbraio)
Guardando i dati sull’andamento delle fanbase (ossia il numero di “mi piace” alle pagine), nell’ultimo mese circa, PaP ha raddoppiato i propri fan sulla pagina Facebook dimostrando quindi una crescita esponenziale. Invece LeU, nonostante abbia una struttura più solida e navigata (almeno considerando gli esponenti di spicco del partito), ha una scarsa attrattiva sul proprio canale Facebook.
E le ricerche su Google?
Non solo Facebook, è interessante osservare i dati anche su Google, visto che è il motore di ricerca più utilizzato nel mondo. Dal grafico, riferito al periodo che va dal 1 al 17 febbraio 2018, si evince che i volumi di ricerca per le keyword selezionate (“viola carofalo”, “pietro grasso”, “potere al popolo”, “liberi e uguali”) sono in media maggiori per PaP (linea gialla nel grafico), mentre è poco ricercata la Carofalo.
Sapete benissimo che il mondo online non è una fotografia esatta della realtà offline però viviamo pur sempre, oggi, in una società strutturalmente connessa e, quindi, Internet e i social network sicuramente hanno il loro peso. Diventa, quindi, necessario capire come gli elettori (e i partiti) si muovono realmente sul web.
Alla luce di questa analisi, Potere al Popolo è più spreadable e ricercata di Liberi e Uguali. Le urne, probabilmente, ci diranno altro. Manca poco per saperlo.
Fonte
07/02/2018
L’orrore senza vergogna dei candidati “professionisti”
“la vergogna dovrebbe proibire ad ognuno di fare ciò che le leggi non proibiscono”.
Seneca
Ci hanno chiesto di dare il nostro contributo alla competizione elettorale ed abbiamo accettato. Personalmente per poter proseguire il lavoro iniziato da tempo per la difesa e l’attuazione della Costituzione italiana del ’48, dei diritti umani e sociali e per la difesa di donne e minori vittime di violenza.
Non è stata una decisione facile, preferendo il “fare” al “parlare”; e c’è veramente tanto da fare. Da RIfare.
Come ci sono anche tanti che per opportunismo remano contro.
Il programma politico di “Potere al Popolo” è come un ampio respiro dopo anni di apnea; è come la sensazione di benessere quando si torna a casa dopo anni di esilio forzato.
Questo programma è il frutto delle persone che vivono NELLA terribile realtà di oggi e non al di fuori.
Ognuna con le proprie peculiarità e spesso con vite affatto facili sulle spalle, vite che fortificano la determinazione ad andare avanti nella lotta giornaliera.
La rappresentanza politica andrebbe scelta proprio tra chi nella lotta e nella fatica di vivere c’è sempre stato, spesso senza ritorni economici, sviluppando sentimenti di solidarietà, sensibilità ed empatia.
Dopo la totale assenza dal dibattito politico degli ultimi 40 anni, è ora che torni a partecipare seriamente una sinistra integra e costituzionale, giusta e disinteressata e che agisca per la risoluzione dei problemi drammatici che affliggono le persone di questo Paese (condizioni economiche, sociali, del lavoro e del welfare, corruzione ed evasione, scuola e sanità, cultura e ricerca, guerra, povertà e assenza tutele delle fragilità, mafia e fascismo, e tanti altri).
In primis e con urgenza il disastro economico, che trova unica risoluzione solo nell’attuazione reale dell’art. 53 e contestualmente nell’eliminazione del principio del Pareggio di Bilancio voluto in Costituzione dal Governo Monti.
Questa è l’unica via per poter attuare gli artt. 1, 2, 3 della Costituzione e nessun altro partito fin’ora lo ha messo in programma. Idem per lo stop alla guerra, agli armamenti e alla NATO con la sua inesauribile sete di sangue.
Sappiamo bene, comunque e purtroppo, che chi vive di mera propaganda non si cura né delle conseguenze, né delle persone che ne soffriranno.
Entriamo quindi in qualche dettaglio di questa campagna elettorale, alla cui propaganda tristissima manca solo la “vendita della madre”.
Riguardo i concorrenti, per alcuni vorremmo offrire più di qualche riga di congedo. Un congedo definitivo per inescusabili e reiterate condotte incostituzionali, auspicando che le persone rinsaviscano e agiscano per disinnescare questi “ordigni ambulanti” che hanno frantumato le fragili fondamenta sulle quali la neonata democrazia muoveva i primi passi 70 anni fa grazie alla Costituzione antifascista del ’48.
Oltre 50 anni di Casini; anche di Errani. Che dire?
Parlare di Casini è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. E’ talmente palese la sua “non votabilità” da rendere la situazione quasi imbarazzante.
Giusto per rinfrescare la memoria di chi conosce e per suggerire approfondimenti:
Andreotti, Evangelisti, Gaetano e Franco Caltagirone, Francesco Bellavista Caltagirone, Berlusconi, Dell’Utri, Fini, Cuffaro, Borzacchelli, Costa, Lo Giudice, D’Amico, Iacono, D’Arrigo, Lo Monte, Incardonna, Miceli, Lombardo, Lusi (e tutti quei partiti finanziati e sostenuti. La lista è lunga).
Casini è quel signore, come narrava Luttazzi, che due giorni prima della sentenza di condanna per mafia chiamò Dell’Utri per dirgli che lo stimava.
E’ anche quel signore che faceva visite regolari in carcere a Totò Cuffaro, condannato per favoreggiamento alla mafia, dichiarandolo “dovere morale”. La “morale” di chi?
Che dire poi del rapporto di forte conflittualità tra Casini, i diritti umani e la Costituzione italiana?
A luglio 2012 il signor Casini esordisce con: “il matrimonio fra gay è una idea profondamente incivile”, e prosegue giudicandolo “una violenza della natura sulla natura”. Spiegare che l’omoaffettività ha identico valore dell’eteroaffettività (ché di rispetto dei sentimenti si tratta) appare tempo sprecato con chi, come Casini, concepisce solo l’accezione sessuale del vincolo matrimoniale.
Nel 2013 sempre il signor Casini dichiara: “Per NOI il matrimonio è quello tra uomo e donna. Per NOI la famiglia è quella considerata tale dalla Costituzione”, dando prova inconfutabile di non aver studiato la Costituzione ed i verbali di chi fu costituente e che oggi l’avrebbe sbeffeggiato volentieri a cominciare da La Pira per proseguire con Moro, Benvenuti, Merlin, Corsanego e per finire con Calamandrei. Anche il buon Dossetti oggi gli avrebbe dato torto.
Casini manifesta apertamente una “mentalità famigliare e sociale” afferente i dettami albertini e i dogmi fascisti nei quali, tramite crudeli leggi ordinarie razziste e sessiste, il diktat imposto alla famiglia era “Tutto per lo Stato. Tutto nello Stato. Nulla contro lo Stato”.
Vorremmo ricordare al signor Casini che la nostra Costituzione antifascista antirazzista e antisessista non permette ad un rappresentante del Paese simili affermazioni; il suo poterle fare senza alcuna conseguenza deriva da condotte partitiche antidemocratiche portate avanti da chiunque abbia governato il Paese negli ultimi 50 anni, dall’assenza di un potere giuridico libero da influenze partitiche e da legislatori che tutelano interessi di parte.
Riguardo i suoi convincimenti su adozioni e la tutela minori stendiamo un velo pietoso, ricordando al Casini che “procreazione assistita” e “surrogazione di maternità gestazionale commerciale”, da lui tanto pubblicamente criticate, vedono la luce con la sua tanto amata mentalità patriarcale dove lo “Ius sanguinis” ha sempre dominato elargendo diritti e privilegi a condizione che fossero per pochi e solo per i diretti discendenti.
Tragedia questa interamente pagata dall’infanzia e sulle spalle di decine di migliaia di minori abbandonati (spesso maltrattati, se non abusati) in strutture religiose/statali/private da sempre riceventi milioni dallo Stato.
Dunque bando anche alle affermazioni ipocrite della CEI a riguardo, invadenti ed inopportune considerato l’art.7 della Costituzione. C’è solo da vergognarsi profondamente nel negare il diritto inalienabile a qualsiasi creatura di essere accolta e amata e nel negare alle persone il diritto inalienabile di amare. La famiglia è “diritto naturale”ed ha valore superiore alla legge di Stato, dove “naturale” trova significante nei Diritti Umani e non nella Zoologia. Questo è scritto nella Costituzione, signor Casini, negli artt. 29, 2, 3 e 5.
I rappresentanti del Paese avrebbero dovuto svolgere mero ruolo di sostegno e di aiuto alla famiglia; ruolo che le classi partitiche hanno ripetutamente disatteso, fino ad arrivare alla tragica situazione odierna.
Riguardo il sig. Casini credo sia più che sufficiente quanto detto.
Ora un breve cenno anche su Vasco Errani, pure lui nel mondo partitico praticamente fin da adolescente. Crediamo possano bastare anche gli ultimi 10 anni di sua militanza nel PD per descriverlo, senza soffermarci troppo nel tentativo di trovare le “verità su Giovanni” o dissertando sugli opinabili risultati riguardanti la ricostruzione delle aree colpite dai terremoti. In realtà su questo ci sarebbe molto di cui parlare, ma per motivi di spazio soprassediamo. Ricordiamo che il PD, facendo una metafora, era ed è quella creatura prodotta ad hoc tramite l’ennesima inseminazione tra destra e democristiani, ove l’involucro gestazionale, o utero, era rappresentato da ciò che rimaneva di un partito che ormai di sinistra aveva poco e niente e certamente non forte abbastanza per competere.
Ora Errani si ripropone (come una peperonata non digerita, la mattina dopo) con Liberi e Uguali.
Ma cos’è LeU?
LeU ha scelto (pur avendo avuto alternativa concreta) di essere il frutto di persone da anni in contrasto con il “paterno ostello” e che difficilmente avrebbero avuto qualche speranza di nuova collocazione a causa del conflitto con “il figliolo preferito”, che decide e dispone ogni ruolo e ogni “sedia”.
I “capi partito” di LeU hanno deciso di proseguire nella decennale scia strategica elettorale, preferendo raccogliere i voti della “classe borghese medio-alta delusa dal PD o incazzata con Renzi”, anziché dare voce ed onore alle persone del popolo che più negli ultimi anni si sono distinte per avere lottato attivamente e disinteressatamente sul territorio contro le nefandezze prodotte dai vari Governi degli ultimi 40 anni.
Nessuna nuova svolta quindi e nessun ricambio istituzionale, ma mero “rattoppo” di un abito già logoro come ultimo tentativo per alcuni di “conservazione del potere goduto” e dunque prosecuzione di un “mondo partitico” ancora una volta lontano dalla politica reale e popolare.
Infine la domanda che ci dovremmo porre in primis è: “chi sono le persone che votano gente come Casini ed Errani? E Di Maio la Volpe, voluto a dispetto dei santi e che non giudica le aggressioni fasciste? O il trio Berlusconi/Salvini/Meloni, che proseguono con la “cultura dell’odio verso i più deboli” per coprire i loro disastri sociali?” Per non parlare dei candidati neofascisti, a cui nessun partito ha impedito coi fatti di presentarsi.
Chi sono dunque gli elettori di costoro? Viene da rispondere: “persone che non conoscono la vergogna”.
Parafrasando Seneca: “Nessuna legge ti proibisce di votare questi ‘elementi’; dovrebbe bastare la vergogna a non fartelo fare”.
di Francesca Fortuzzi - candidata di Potere al Popolo
Fonte
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