Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/11/2018

Si scioglie LeU, la solita ammucchiata spacciata per “unità”

LeU non c’è più e nessuno la rimpiangerà. L’interesse per questa morte più che annunciata sta soprattutto nel suo essere – involontariamente, come sempre – un vero e proprio paradigma della breve parabola di ogni “unità a sinistra” negli ultimi dieci-quindici anni.

Proviamo a spiegarci: l’unità è un valore decisivo per chiunque si ponga il problema del cambiamento sociale in modo concreto; uniti si può vincere o perdere, divisi la sconfitta è sicura prima ancora di giocare. Le “ammucchiate”, però, sono un’altra cosa, e in genere danno uno spettacolo tristissimo che porta a risultati pessimi.

Fin dal primo giorno Liberi e Uguali è stata la solita “ammucchiata”. Di nomi famosi, peraltro (il che smentisce e condanna definitivamente ogni tentativo di disegnare liste elettorali intorno a un “nome” che possa salvare la patria della “vecchia sinistra”). Le avevano dato vita gli ex dirigenti del Pd nati nel “grande Pci” (D’Alema, Bersani, Speranza, ecc), gli ex comunisti rifondati di Sinistra Italiana (Fratoianni, dopo il ritiro di Vendola a vita privata), meteore come Pippo Civati e il suo “Possibile”, i due ultimi presidenti di Camera e Senato (Laura Boldrini e l’ex capo dell’Antimafia, Pietro Grasso).

Famosi per i motivi sbagliati, tutti. Perché protagonisti delle privatizzazioni che hanno smantellato buona parte del patrimonio industriale italiano, applicato quasi tutti i diktat della Troika (insieme a Berlusconi e Lega, alternandosi a palazzo Chigi), compresso i consumi, favorito l’esplosione della precarietà, la repressione poliziesca arbitraria (Minniti viene da lì, direttamente dall’entourage di D’Alema presidente del consiglio). Insomma: famosi come nemici del popolo. Ma “di sinistra”, nella più vaga e depistante accezione usuale nel dibattito italiano.

Dunque quei nomi non hanno “portato voti”, anzi hanno fatto fuggir via la matita degli elettori. L’insuccesso elettorale, in queste ammucchiate, diventa l’alfa e l’omega della permanenza in vita o dello scioglimento. E anche se qualcuno è stato “eletto” – ripetiamo: l’unico parametro preso in considerazione – questo non è bastato a proseguire l’avventura.

Da questa (mini) esplosione pare possano sortire almeno sei (6) formazioni diverse, tutte egualmente pretendenti a “fermare l’avanzata delle destre” e/o “federare la sinistra”. Il dettaglio sarebbe superfluo, ma è bene tenerlo presente.

Civati se n’era andato subito, perché tra i non eletti. Si era dimesso anche da leader di Possibile, di cui si sono comunque perse presto le tracce a livello nazionale (persiste qualche aggregato locale, che usa il nome per interloquire alla pari con altre realtà dello stesso tipo).

Mdp (ossia Bersani, D’Alema, Speranza) punta direttamente a rientrare nel Pd, sperando che il prossimo segretario sia Zingaretti. Qui, diciamo, di “federare la sinistra” non se ne parla neppure... «Vogliamo rimetterci in discussione in un campo nuovo», hanno scritto i coordinatori del “partito”.

Laura Boldrini si era un po’ distaccata già qualche mese fa e ora è stata eletta presidente onorario di un movimento politico alquanto immobile chiamato “Futura”, di cui non sappiamo granché, tranne che il principale animatore sarebbe Marco Furfaro, con un passato in Sel.

Stefano Fassina ne era uscito quasi subito, vista la sua posizione fortemente eurocritica in un consesso “europeista senza se e senza ma”. Ora ha fondato insieme ad altri “Patria e Costituzione” e viene tacciato – ovviamente – di essere diventato un “sovranista”.

Grasso pareva intenzionato a mantenere in vita la sigla, ma dovrà trovare qualche compagno di strada.

Resta Fratoianni con Sinistra Italiana, che ha dato l’addio a LeU nello stesso weekend in cui Rifondazione si chiamava fuori da Potere al Popolo. A pensar male ci si piglia, perché entrambe le vecchie formazioni – protagoniste della scissione di Chianciano, con ben altri numeri – dovrebbero fornire un po’ di carne, sangue e voti all'abbozzo di progetto di De Magistris. Ma restando saldamente nelle retrovie, senza mai apparire, in cambio di qualche candidatura.

L’elenco dei nomi noti si ferma qui, probabile ci sia anche qualche ulteriore frammento più in periferia.

Perché, dunque, questo triste epilogo ci sembra degno di nota in quanto paradigmatico di altri mille tentativi simili?

Perché dimostra che le “ammucchiate” spacciate per unità hanno vita breve, brutta e dannosa. Bruciano energie, deludono attivisti sinceri e disinteressati, ma soprattutto allontanano dal blocco sociale popolare che un tempo costituiva il retroterra solido della “sinistra”. A gente impoverita, disoccupata, precaria, senza sanità, scuola pubblica e trasporti funzionanti, non puoi andargli a chiedere – una volta l’anno o giù di lì – un voto per “eleggere qualcuno di noi”. Lo hanno fatto per una vita e queste formazioni, o perlomeno quei “nomi”, li hanno presi a calci in faccia togliendo loro diritti, certezze esistenziali e protagonismo sociale. Ovvio che non ti si filino, anzi ti considerino “nemico”. O quantomeno parte del loro problema, non certo della soluzione.

L'unità è un valore decisivo, ribadiamo. Si è uniti se ci si affianca nella lotta, ci si sostiene a vicenda nelle difficoltà, se si fa fronte comune sempre (non solo quando sei disposto a venire “sotto il mio comando”), se si condivide una visione – perfettibile e da perfezionare, naturalmente, ma tendenzialmente unitaria. Altrimenti ci si prende in giro. Se ognuno può sempre fare solo quello che considera più vantaggioso per sé e il proprio gruppo – situazione impropriamente definita “plurale” – non c’è alcuna unità effettiva, né nell’immediato né in una prospettiva umanamente interessante (alcuni anni, non i secoli).

Una visione unitaria necessita di un’idea di progetto paese, indicando dove e come vogliamo trasformarlo, in che direzione portarlo. Se ogni ipotesi programmatica viene invece considerata potenzialmente “divisiva” – massimamente quelle relative al’Unione Europea, dunque alle politiche economiche e al posizionamento internazionale – allora si sta cercando di fare la solita “ammucchiata”. Priva di idee, gonfia di parole, con ambizioni minime, un orizzonte breve.

Ovvero un insieme così disomogeneo da non reggere un solo giorno al di là della data del voto. E che – nel caso miracoloso di esser riuscito comunque ad “eleggere” qualcuno – si spacca i mille pezzi (molti meno, è vero) non appena deve intervenire nella dinamica politica; parlamentare o meno.

Povera LeU, andrebbe quasi ringraziata per averci fatto vedere tutto quello che non bisogna fare per costruire l’unità.

Non sembra perciò così “folle” che Potere al Popolo! sia nata per fare tutto al contrario. Di questa roba qui...

Fonte

13/11/2017

Ops... s’è rotto il giocattolo del Brancaccio

Non ci aveva convinto fin dall’inizio, e lo avevamo scritto subito. Troppo evidente il tentativo di creare una specie di “isola dei quasi famosi” – per motivi anche lodevolmente diversi – che avesse come punto di approdo una lista elettorale “competitiva col Pd, ma non chiusa a eventuali collaborazioni” con i miliziani di Renzi.

Cero, i discorsi erano stati più elevati, le critiche al renzismo quasi definitive, gli obiettivi ben più lontani nel tempo (ben oltre, insomma, l’orizzonte elettorale). Ma – conoscendo certa “sinistra italiana” (nel senso di sciagura, ovviamente) – non avevamo molti dubbi che la lista elettorale sarebbe stato l’alfa e l’omega intorno a cui questo ennesimo tentativo di evocare la mitica “società civile” si sarebbe inevitabilmente infranto.

Adesso ne ha dato l’annuncio ufficiale Tommaso Montanari, che apprezziamo sinceramente molto come critico e storico dell’arte ma poco credibile nella parte di “rifondatore” di quella melma impresentabile fatta di ex ministri che hanno privatizzato Telecom e fatto la guerra alla Jugoslavia (D’Alema), che hanno steso “lenzuolate” agli appetiti di imprenditori pronti a rivendere a pezzi il patrimonio industriale edificato con i soldi pubblici (Bersani), che hanno affossato scientemente l’immagine stessa dei comunisti (Vendola, Fratoianni, con alle spalle l’onda lunga di Bertinotti), che non hanno mai opposto una minima opposizione a “pacchetto Treu”, riforma delle pensioni (dalla Dini alla Fornero), Jobs Act, decontribuzione per i nuovi assunti (significa riduzione del salario “lordo”, per la parte “differita"), decreti fascistoidi da stato di polizia (quelli a firma Orlando e Minniti) e chi più ne ricorda aggiunga pure.

E’ una buona notizia, insomma. Si sgombra il campo da un’ipotesi altamente confusa, ma – in questi tempi poveri di idee – capace di confondere ulteriormente un “popolo di sinistra” che merita sinceramente qualcosa di meglio. Del resto, fin dalla prima assemblea, quel pasticcio si era mostrato chiuso e indifferente alle istanze “popolari”, guadagnandosi da subito fischi e contestazioni palesi...

Nel “manifesto del Brancaccio” c’erano molte cose che, prese singolarmente, potevano dare l’impressione di una visione programmatica. Ma questa visione non arrivava mai. Tutto veniva sempre e comunque subordinato alla prospettiva della mitica “lista”.

Come dovrebbe essere noto, i comunisti non hanno preclusioni ideologiche, né pro né contro la partecipazione alle elezioni. In fondo veniamo tutti da una storia ormai centenaria per cui ci si poteva presentare alle elezioni a febbraio, fuggire in clandestinità a luglio e conquistare il potere in Ottobre.

Per la presunta “sinistra” italica, invece, queste sono diventate da decenni l’unica ragione a supporto dell’attività politica. Banalmente, e l’ha capito per primo proprio il popolo che votava quella “sinistra”, l’arrivismo dei potenziali candidati diventava pressoché l’unica ragione di “concorrere”. L’unica altra motivazione, decisamente più nobile, era conquistare qualche sostegno economico al “partito”, fin quando c’è stato un finanziamento pubblico consistente.

La fine del Brancaccio libera, forse, qualche energia positiva che rischiava ancora una volta di lavorare per il re di Prussia. Ma non ci facciamo molte illusioni... Il problema della rappresentanza politica è molto reale, ma richiede il supporto e la verifica di pratiche sociali che ben pochi (tra i soggetti interessati a quel tentativo) possono vantare.

*****

Il Brancaccio si ferma. Per ripartire.

L’assemblea generale del percorso del Brancaccio convocata a Roma per sabato prossimo, 18 novembre, è annullata. Mi scuso personalmente con tutti coloro che, non di rado con sacrificio, hanno già acquistato il biglietto del treno o dell’aereo.

E mi scuso con tutti i cittadini che sarebbero venuti a discutere la redazione finale del progetto di Paese che è uscito dalle Cento Piazze per il Programma.

Il fatto è che sono sparite una ad una, nelle ultime ore, le condizioni minime per tenere un’assemblea democratica e per pensare che l’itinerario del Brancaccio possa arrivare a raggiungere il suo scopo.

*****

Ricordo quale fosse il progetto del Brancaccio, nelle parole della relazione di apertura che ho pronunciato nell’assemblea del 18 giugno: «Se fossimo convinti che la forma partito è sufficiente, oggi non saremmo qua: non si tratta di rifare una lista arcobaleno con una spruzzata di società civile. C’è forte l’esigenza di qualcosa di nuovo, e di qualcosa di più grande. Lo diciamo con le parole di Gustavo Zagrebelsky: è necessaria la “più vasta possibile unione che sorga fuori dei confini dei partiti tradizionali tra persone che avvertano l’urgenza del momento e non siano mosse da interessi, né tantomeno, da risentimenti personali: come servizio nei confronti dei tanti sfiduciati nella politica e nella democrazia”». Un’alleanza tra cittadini e partiti, dunque. Ma oggi sento il dovere di denunciare pubblicamente che i vertici dei partiti della Sinistra hanno deciso che, semplicemente, non vogliono questa unione più vasta possibile. Non vogliono questa alleanza con chi sta fuori dal loro controllo.

I segretari di Mdp, Possibile e Sinistra italiana hanno scelto un leader. E questo ha ‘risolto’ tutti i problemi: nella migliore tradizione messianica italiana.

Poi hanno lanciato un’assemblea, che si sta costruendo come una spartizione di delegati tra partiti, con equilibri attentamente predeterminati. E per di più un’assemblea che potrà decidere, sì e no, il nome e il simbolo della lista: ma non certo la leadership (scelta a priori, dall’alto e dal dentro), non il programma (collage di quelli dei partiti), non le liste (saldamente in mano alle segreterie). Un teatro, che copre l’obiettivo reale: rieleggere la fetta più grande possibile degli attuali gruppi parlamentari. Vorrei molto essere smentito: ma ho fortissimi argomenti per credere che, quando saranno note le liste, tutti potranno constatare che le cose stanno proprio così.

Certo non me lo auguro, ma temo che questa inerziale riedizione nazionale della coalizione che in Sicilia ha sostenuto Claudio Fava (per di più senza Rifondazione Comunista) non avrà un enorme successo elettorale.

È anche per questo che quella dei vertici di Mdp, Possibile e Sinistra italiana a me pare una scelta drammaticamente miope. Non è nemmeno più questione di ‘alto e basso’, o di ‘vecchio e nuovo’: la logica è quella per cui chi è ‘dentro’ il sistema della politica professionale si chiude ermeticamente verso chi è ‘fuori’.

È la logica del partito che garantisce se stesso. E il partito che è stato lasciato fuori dall’accordo, Rifondazione Comunista, ha reagito in modo identico. Dopo aver sostanzialmente preso in ostaggio l’assemblea provinciale del Brancaccio a Torino, Rifondazione ha fatto capire di voler fare altrettanto con quella del 18 a Roma: «prendiamoci il Brancaccio», si è letto sui social.

Non ci sono, dunque, le condizioni minime di lealtà e serenità per garantirvi che l’assemblea non si trasformi in un campo di battaglia tra iscritti a diversi partiti.

In quella assemblea avremmo voluto chiedere, pubblicamente e con forza, come ultima possibilità di una unione più vasta fuori dai confini dei partiti, l’adozione di un percorso veramente democratico (in cui fossero contendibili la leadership, il programma, i criteri di innovazione per le liste): quel percorso dettagliato che avevamo mandato ai responsabili di Mdp, Possibile e Sinistra italiana, senza peraltro ottenere risposta. Rifondazione Comunista (l’unico partito che a questo punto avrebbe partecipato all’assemblea) ci ha annunciato che, invece, avrebbe preteso di votare su una proposta incompatibile con il senso stesso del Brancaccio: e cioè quella di porre condizioni agli altri partiti, come se fossimo un’altra forza politica in cerca di alleanze.

E invece no: il Brancaccio non è una componente. È uno stile, un metodo, un modo di fare politica. Avrebbe avuto successo se fosse riuscito ad essere il motore di un’alleanza tra partiti e forze civiche, tra iscritti a partiti e cittadini senza tessera, non uno strumento per fare alleanze

A questo punto lo scopo del Brancaccio, lo scopo per cui vi avevamo convocati a Roma, è irraggiungibile in ogni caso: e non saremmo responsabili se non dicessimo che un’assemblea senza più nulla da decidere sarebbe solo un rissoso palcoscenico offerto all’impeto autodistruttivo dell’ultimo partito rimasto. L’unica cosa che potrebbe essere partorita ora, infatti, sarebbe una piccola lista di Rifondazione, riverniciata di civismo: ma il Brancaccio era un percorso per una vasta alleanza civica che tenesse insieme i partiti e andasse ben oltre. Qualunque risultato diverso da questo tradirebbe il mandato condiviso da tutti noi: non può e non deve finire con una seconda lista improvvisata, destinata all’irrilevanza e alla coltivazione del risentimento.

È per questo che oggi scendo dal famoso ‘autobus’. Lo avevo promesso a tutti voi, il 18 giugno: «questa ‘cosa’ nasce per ambire a percentuali a due cifre: perché ambisce a recuperare una parte dell’astensione di sinistra. E se dovesse ridursi a una lista arcobaleno con davanti le sagome della cosiddetta ‘società civile’ saremo i primi a dire che il tentativo è fallito». Ecco: oggi, lealmente, vi dico che è così.

*****

Se almeno un successo possiamo riconoscerci è stato quello di aver parlato una lingua nuova, radicale, diretta.

Di aver saputo indicare con forza le contraddizioni insanabili del progetto che partì da Piazza Santi Apostoli il 1° luglio. Di aver denunciato la follia di un centrosinistra composto con il Pd; e di aver indicato con forza la necessità di un quarto polo di sinistra radicalmente alternativo a tutto il resto.

Ebbene, questa prospettiva è stata vincente: anche per merito della presenza inedita e indiscreta del Brancaccio. A dimostrarlo è il testo della ‘lettera di intenti’ che è stata sostanzialmente ‘imposta’ a Mdp, e alla cui redazione abbiamo contribuito in modo decisivo (nel pieno rispetto del mandato del 18 giugno: quello di verificare le condizioni per una lista unica e credibile).

Quel testo demolisce tutti i ‘risultati’ del centrosinistra, e anzi impegna a ribaltarli: delineando il profilo di una sinistra radicale in Italia.

Dopo questo indiscutibile successo, è però subito arrivata la totale chiusura sul percorso democratico e sull’innovazione delle liste.

E questo è per noi inaccettabile. Perché in un’assemblea costituita con metodo democratico, cioè veramente libera dal controllo dei partiti, avremmo chiesto con forza 4 vincoli: la presenza nei posti concretamente eleggibili della lista proporzionale di un 50% di donne; di un 30 % di under 40; di un 50% di candidati mai stati in Parlamento; e infine la non candidabilità di chi ha avuto ruoli di governo.

Sono sicuro che un’assemblea libera avrebbe considerato con interesse queste minime prove di credibilità. Prove di credibilità necessarie, perché se versi il vino nuovo in otri vecchi, e compromessi, accade quel che accade in queste ore: mentre si annuncia una forza politica di Sinistra alternativa al Pd, si legge che Bersani tratta in segreto con Renzi un’alleanza di fatto. Vero, falso? Un dilemma che non esisterebbe se la guida fosse rinnovata, e democraticamente scelta.

Ma non ci arrendiamo: la forza del manifesto su cui avrebbe potuto fondarsi una lista davvero nuova era la forza del progetto di Italia che è venuto fuori dalle cento assemblee del programma.

Quello che, nella nostra ingenuità, avremmo voluto discutere e approvare il 18: prima di essere travolti dall’onda del cinismo del ceto politico.

È per questo che ci impegniamo a restituirvi tutti i materiali che ci avete inviato, rifusi in un progetto unitario che potremo discutere pubblicamente, insieme, in un incontro che fisseremo nei prossimi mesi: per misurare su quel metro radicale i programmi delle liste che andranno alle elezioni.

E per ripartire da lì.

***

Perché vogliamo ripartire. Innanzitutto comprendendo fino in fondo i nostri errori.

Lo diciamo con sincerità: se non siamo riusciti a condurre in porto il nostro progetto non è solo a causa del cieco egoismo dei partiti.

Il 18 giugno avevamo detto: «C’è chi teme che i partiti controllino questo processo, come burattinai da dietro le quinte. Questo rischio esiste. E l’esito di questo processo dipende tutto da quanti saremo, e da quanto determinati saremo. Vogliamo costruire una vera ‘azione popolare’. Ma ci riusciremo solo se la partecipazione senza tessere sarà così ampia da superare di molte volte quella degli iscritti ai partiti. Una lista di cittadinanza a sinistra: questo vogliamo costruire».

Ebbene: non è stato così. Le nostre assemblee in tutta Italia sono state tante, bellissime, importanti. E non abbiamo parole per ringraziare tutti coloro che hanno investito il loro tempo e la loro passione in questa breve stagione di entusiasmo civico e politico.

Ma – noi due per primi – non siamo stati capaci di ‘travolgere’ i partiti suscitando un’ondata di partecipazione nuova e senza etichette. Se nessuno dei segretari di partito cui ci siamo rivolti ha compreso minimamente la vitale importanza di cedere sovranità a un progetto più grande, è stato perché il popolo della sinistra non li ha costretti a farlo con la forza della partecipazione.

Eppure – nonostante tutti questi fatali limiti – in questi mesi abbiamo sentito spirare un vento nuovo: in quanti ce lo avete detto, e scritto!

Ebbene, vorremmo che questo spirito, questo entusiasmo che non si vedeva da tanto tempo, continui a soffiare. Anzi vorremmo riuscire a contagiare più cittadini possibile.

Per questo abbiamo Anna ed io abbiamo costituito un’associazione, che si chiama Democrazia ed Eguaglianza, ed è in quella associazione che, subito dopo le elezioni, vogliamo riprendere il cammino, organizzandoci e moltiplicandoci.

Accogliendo tutti coloro che vorranno partecipare: donne e uomini, con o senza tessere politiche o associative in tasca. Ma senza un ruolo dei partiti come tali, e senza i loro apparati, questa volta: perché sbagliando si impara. Intendiamoci: tanti, anche nei partiti, si sono impegnati con generosità in questo percorso, convinti che la funzione delle proprie forze politiche fosse quella di convergere insieme a tutti gli altri in un unico spazio comune e democratico. Ma queste aspirazioni sono state tradite dai vertici di quegli stessi partiti.

Come dicono parole antiche, piene di saggezza profetica: «non apparteniamo oggi ad una città stabile: lavoriamo per costruire la città futura».

È dunque l’ora di costruire una Sinistra dal basso, una coalizione sociale e civica. Per costruirla sulle strade, nelle periferie, nelle povertà. Attraverso la reciprocità e la cooperazione. Per costruirla con la conoscenza, la critica, la capacità di accendere e collegare tanti fuochi di azione popolare. Per metterla in grado, quando sarà il momento, di riportare nei comuni e in Parlamento il popolo italiano. Per attuare la Costituzione, per rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, per invertire la rotta.

Ora serve inevitabilmente un impegno di medio periodo: per questo c’è l’associazione, e ci sarà un nuovo cammino da affrontare insieme.

Ma il percorso, così come lo avevamo proposto al Brancaccio e discusso insieme, non c’è più. Questo non vuol dire che si debba cedere alla rassegnazione. Nonostante la situazione in cui siamo, in tante e tanti non hanno alcuna intenzione di mollare. Lo abbiamo capito dalla pioggia di messaggi queste ultime, difficili, ore: e anche di questa vi ringraziamo.

Dopo aver promosso assemblee, dato battaglia nei propri partiti, coinvolto esperienze civiche e comitati o lavorato con determinazione a far collaborare persone diverse in nome di un obiettivo comune, l’impegno di tante e tanti continua: perché solo le spinte dal basso possono modificare uno spartito già scritto, e sorprendere tutti.

Mentre la sinistra che già c’è continua il proprio cammino, purtroppo solitario, in tanti continueranno a dare battaglia nella società, nelle associazioni e anche nei partiti per invertire la rotta, e iniziare dar corpo e forza alla sinistra che non c’è ancora, e di cui questo Paese ha tremendamente bisogno.

Grazie a voi tutti, e scusatemi per tutti i miei errori e i miei limiti,

Tomaso Montanari

Fonte

28/06/2017

Il “realismo” di Pisapia

Leggo qua e là di un “tentativo realistico” di Pisapia in cui una “sinistra intelligente” avrebbe occasione di fare la sua parte nella costruzione del progetto e rispetto a temi rilevanti.

Personalmente Pisapia me lo ricordo nella trincea del sì e non gli farei credito perché penso che il suo “realismo” conduca difilato a fianco del PD. Nella palude, per intenderci, in cui quotidianamente navighiamo, a rischio di affondare in una sorta di pattumiera della storia. Aggiungo di mio che da troppo tempo purtroppo si scambiano per l’oceano mare squallidi letamai. Benedetto chi conserva quel tanto di forza morale e onestà intellettuale per denunciare a lettere chiare l’indigenza culturale e la miseria etica di una politica ridotta “a maneggio” di periodo breve, al tempo delle campagne elettorali!

In quanto al realismo, se diventa “campanello d’allarme”, individua nel vorticoso susseguirsi delle iniziative elettorali il sintomo premonitore di una patologia cronica e ormai mortale, beh, c’è ancora da sperare. Come non concordare? Dove cercare segni di vita di quella “grande politica” di cui parlava Gramsci? Chi, al momento, sente la necessità di un progetto oltre il dato contingente, di immaginare modelli di Stati, nella crisi di quelli nazionali, cui si somma l’esito desolante sul piano sociale del grande progetto europeista? C’è l’Eurostop, progetto necessariamente di tempo lungo, che un’attenzione la meriterebbe, e c’è Varoufakis, che, però, indugia su giusti principi astratti, ma non disegna percorsi praticabili e concreti.

Dietro il respiro corto del “maneggio” elettorale, ci sono molti buchi neri: teoria senza prassi, prassi senza masse e masse senza lotte; c’è il rischio di contagio del più diffuso dei germi distruttivi: l’operazione d’immagine – bisogna far parlare la stampa a tutti i costi – la conquista del centro del palcoscenico e poi, sempre incombente, il rischio delle alleanze costruite sulle leggi del mercato: i sondaggi, lo sbarramento e, per quanto rispettabile, l’urgenza della rappresentanza che alla fine non rappresenta nemmeno se stessa, perché ha mille ragioni tattiche, ma soffre d’asma per mancanza di spessore strategico.

E’ vero, sì, è un errore fare di Renzi il tipico e unico modo di evolversi di questa malattia, quasi che Gentiloni e soci costituissero l’alternativa o addirittura un antidoto. Meno vero è al momento – domani si vedrà – che nell’analisi-diagnosi dagli esiti letali, si possa inserire una iniziativa come quella di Anna Falcone e Montanari, se non altro, perché ha alle spalle – e in essa affonda le radici – la battaglia per il no al referendum istituzionale e un’autentica stella polare: il forte richiamo all’articolo 3 della Costituzione, suo cuore pulsante, uscito dall’antifascismo e dalla Resistenza, bussola per un programma che abbia ambizioni molto più che elettorali.

A Roma non ho visto reduci. Mi è piaciuto ascoltare un giornalista del “Corsera” che ci raccontava la tecnica della disinformazione – ci voleva del fegato per farlo. Ho apprezzato moltissimo il gesto dell’eurodeputata Eleonora Forenza, che ha ceduto la parola ai giovani di un collettivo, e negli interventi spesso ho riconosciuto temi dell’esperienza napoletana di questi ultimi anni: Costituzione da attuare, lotta alle disuguaglianze sociali, economiche, ambientali e culturali, neomunicipalismo come restituzione di centralità ai territori entro una rete di solidarietà sociale, accoglienza e difesa delle minoranze e degli esclusi, capacità di unire i contributi delle forze che lottano per il bene comune e la finalizzazione della proprietà pubblica e privata al godimento dei diritti fondamentali, crescita della democrazia mediante la sperimentazione di nuove forme di partecipazione alla vita politica.

Parte dei “napoletani” ha portato i valori di DemA, movimento fortemente legato all’esperienza amministrativa di De Magistris, che di originale, ha la scelta di produrre atti normativi che traducono in sostanza giuridica principi e punti programmatici; un modello che può avere dimensione nazionale, la “rivoluzione attraverso il diritto” che significa governare in senso costituzionale le barbare leggi imposte dal sistema liberista a un Parlamento sempre meno legittimo e sempre più reazionario.

Anche questa credo sia “battaglia delle idee” e scelta di campo: il movimento del sindaco con ogni probabilità seguirà il processo politico ormai aperto dall’appello, ci sarà, non creerà vuoti che sarebbero riempiti dai protagonisti dello sfascio del Paese, darà un contributo di proposte, farà muro contro il peggio e spingerà verso il meglio. Ci sarà, dovrà esserci, in nome di una convinzione: la crisi devastante della democrazia si va consumando troppo rapidamente per stare a guardare.

Ciò che sta accadendo a Napoli meriterebbe cenni specifici; troppo spesso se ne parla in termini di “masaniellismo”, becero “sudismo”, populismo o “cesarismo”. Deformazioni. Replicare sarebbe lungo. A voler stare al gioco, però, sul filo del paradosso, si potrebbe ricordare Gramsci. Cos’è, in fondo, il “cesarismo” se non uno stato di fatto in cui forze contrapposte trovano un “equilibrio catastrofico” e la prosecuzione della lotta non può risolversi che con la distruzione scambievole? Varrebbe la pena di riflettere su quello che sta accadendo nel Paese per capire se il presunto “cesarismo” s’è affermato a Napoli con De Magistris o non sia accaduto il contrario: dall’equilibrio distruttivo tra forze divise nel nome, ma tutte di destra, compreso il PD, non siano nati spazi per una forza di sinistra autentica e moderna. E, per stare al gioco fino in fondo, mettiamo che l’equazione sia verificata, che cesarismo e laboratorio Napoli siano i termini di una equivalenza. Perché non dovrebbe essere lecito ricorrere a Gramsci, per trovare una chiave di lettura? Di certo c’è che il grande pensatore ebbe a scrivere: “ci può essere un cesarismo progressivo e uno regressivo e il significato esatto di ogni forma di cesarismo, in ultima analisi, può essere ricostruito dalla storia concreta e non da uno schema sociologico”?

Finora questa ricostruzione nessuno l’ha tentata e la storia concreta è un processo in via di costruzione. Questa è, in politica, la funzione delle formule: giudicare la storia, prima che sia accaduta. Propaganda.

Fonte

21/06/2017

La coazione a ripetere del Brancaccio e la sfida di Eurostop per la rottura

Come da copione, ogni volta che si avvicina una tornata elettorale di una certa importanza tornano a squillare le trombe de “l’unità della sinistra”. L’ennesima messa in scena di una coazione a ripetere stancante quanto inefficace (anche dal punto di vista stesso dei promotori) ha riempito sabato scorso il teatro Brancaccio a Roma.

Grandi speranze, polemiche, divisioni, applausi e fischi, soprattutto calcoli elettorali. Sì, perché a unire tutti appassionatamente – ma solo fino al giorno dopo le elezioni, poi ognuno andrà per la sua strada – sono soprattutto i calcoli elettorali di quel ceto politico che si compone e scompone da anni in una eterna transumanza da una sigla all’altra, in cerca non di una unità di programmi e di metodi, ma sostanzialmente della rappresentanza istituzionale. Entrare nelle istituzioni, da quando le sinistre si fecero incastrare nei governi di centrosinistra divenendo oggettivamente corresponsabili dei disastri sociali e politici dei vari Prodi e D’Alema, si è fatto molto difficile: perché i sistemi elettorali varati negli ultimi anni sono stati pensati esplicitamente per escludere le sinistre e, particolare di non poco conto, perché queste ultime, nelle loro varie e spesso fantasiose accezioni, hanno perso ogni residua credibilità agli occhi dei loro tradizionali referenti sociali.

E così le ragioni della sinistra – la rappresentanza dei settori di classe e popolari e dei loro interessi materiali oltre che politici – sono sempre più platealmente sacrificate sull’altare dell’unico vero moloch: la costituzione di un’alleanza elettorale che tenga dentro il numero maggiore possibile di circoli, partiti, associazioni, intellettuali e che permetta di racimolare i voti sufficienti a superare l’insormontabile scoglio della soglia di sbarramento che impedisce l’ingresso in Parlamento. L’unità viene spacciata come un bene in sé, al di là dei progetti, dei contenuti, degli obiettivi comuni. Che d’altronde la consumata e rituale coazione a ripetere messa in moto dagli eterni ‘appelli all’unità della sinistra’ non potrebbero garantire.

E così, di volta in volta, ecco uscire dal cilindro di un ceto politico disperato quanto vorace il “contenitore” in grado di sommare le diverse debolezze della sinistra, i vari cocci di ciò che fu lo spazio politico ed elettorale rappresentato a suo tempo da Rifondazione Comunista e da altre formazioni nate dallo sgretolamento del Pci. Una coazione a ripetere sempre uguale a se stessa che se negli anni scorsi ha puntato su guru nazionali ed esteri – Bertinotti, poi Ingroia, poi ancora Tsipras – ora sembra giocare la carta degli outsider Montanari e Falcone dietro i quali sono però visibilissimi i promotori dell’operazione provenienti per lo più dalla ‘sinistra Pd’ in libera uscita da un partito ormai apertamente di destra oltre che dai settori più istituzionalisti di Sinistra Italiana. Una operazione a termine – che oltretutto dipenderà dalle caratteristiche più o meno escludenti di un sistema elettorale che l’attuale parlamento fatica a licenziare – e tutta politicista alla quale però sta dando credito, a volte in buona fede e spesso in maniera opportunistica, un ampio spettro di organizzazioni politiche tra le più diverse, da quelle che propugnano un liberismo temperato e sono spudoratamente europeiste ad alcuni dei partiti comunisti superstiti.

L’unità nella diversità, direbbe qualcuno, necessaria per rifondare una “sinistra moderna” e capace di attirare il consenso dei grandi numeri. Un copione già visto, a nostro avviso, incapace di rappresentare i bisogni materiali di un corpo sociale massacrato in questi anni dal processo di integrazione europeo e da quei governi di centrosinistra e centro all’interno dei quali sedevano, compartecipi e correi, molti di coloro che sabato al teatro Brancaccio occupavano le prime file e intervenivano dal palco. Un’assemblea ed un progetto di segno moderato, come dimostra l’interlocuzione con il cosiddetto Campo Progressista di Pisapia e l’ingombrante presenza di Massimo D’Alema, lo stesso che su Repubblica lancia strali contro ‘gli estremisti’ e rivendica la giustezza dei bombardamenti contro le popolazioni dei Balcani ai tempi della ‘guerra del Kosovo’.

In un simile contesto i comunisti, i centri sociali, le realtà sindacali, le associazioni che si battono sul territorio contro i disastri ambientali, i gruppi di sostegno ai profughi e tutto quel magma sociale e politico che si muove genuinamente ma ingenuamente cercando riferimenti politici generali in grado di invertire la rotta non potranno che avere – se lo avranno, visto il trattamento riservato dagli organizzatori al Pci e a ‘Je so pazzo’ – un ruolo di subalternità, di portatori d’acqua ad un progetto sostanzialmente dominato da coloro che in questi anni hanno sdoganato e imposto la precarietà, la militarizzazione e la guerra, il massacro sociale, i sacrifici a senso unico.

Che per rifondare una sinistra credibile e moderna si debba consegnare il proprio patrimonio a coloro che in questi anni hanno condiviso le scelte più abiette – dal Jobs Act alla Buona Scuola fino allo Sblocca Italia alla Legge Minniti – è sinceramente inaccettabile oltre che offensivo.

La strada per la ricostruzione di un fronte politico e sociale di massa che rompa non solo con le conseguenze ma anche con le cause del massacro sociale imposto dall’ordoliberismo e dall’Unione Europea esiste. E’ quella indicata e praticata negli ultimi due anni dalla Piattaforma Sociale Eurostop, frutto di una convergenza di settori politici, sociali, sindacali e territoriali su un programma di rottura nei confronti dell’Ue, dell’Euro e della Nato. E ovviamente refrattaria alle logiche del politicismo e dell’elettoralismo che condannano al fallimento ogni ipotesi di ricomposizione e per una totale indipendenza politica dei settori di classe. Solo dentro questa indipendenza i comunisti potranno ritrovare un proprio ruolo nella definizione di una prospettiva strategica e di una pratica e organizzazione sociale tutta da ricostruire.

Il prossimo primo luglio Eurostop terrà al centro sociale Intifada di Roma la propria assemblea costituente sulla base di un programma e di una identità comuni alternativi e antagonisti ad una sinistra consumata,oltre che di una serie di campagne di massa capaci di rafforzare e rilanciare un fronte sociale e politico di aperta sfida nei confronti dell’esistente.

Una strada sicuramente più lunga e tortuosa ma anche più dignitosa del solito e trito teatrino delle ‘costituenti’ che non uniscono ma dividono, che non costruiscono ma distruggono, che non rafforzano ma indeboliscono.

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09/06/2017

Vorrei che Falcone e Montanari facessero chiarezza

Il patatrac del sistema elettorale finto tedesco, ah quanti guai in Italia a voler imitare la Germania, allontana la data delle elezioni. Questo forse depotenzierà l’urgenza della proposta di Anna Falcone e Tommaso Montanari, ma permetterà un confronto più rigoroso su di essa, senza l’assalto soverchiante di tutti quelli che: “mamma mia come superiamo il 5%? “

Non basta affermare che una proposta di sinistra unita debba essere nuova perché essa effettivamente lo sia. Dal 2008 queste proposte si susseguono, spesso con le stesse premesse e gli stessi risultati, catastrofici. Le liste della sinistra unita hanno sempre fallito il loro obiettivo elettorale tranne che alle elezioni europee, dove la lista Tsipras ha superato lo sbarramento, salvo poi frantumarsi un minuto dopo il voto, come le precedenti esperienze sconfitte.

Quindi il primo elemento di novità della proposta dovrebbe essere quello di non ripetere le esperienze del passato e di porre condizioni e discriminanti affinché il nuovo sia davvero tale. Sinceramente, non trovo chiarezza sufficiente al riguardo nel testo di Falcone e Montanari.

Si parte dalla Costituzione, anzi dalla sua anima sociale e antiliberista affermata meravigliosamente dall’articolo 3, e si sostiene che si deve prima di tutto rispondere a quel popolo di sinistra che in nome di quell’anima ha votato NO il 4 dicembre. Benissimo, questo però significa esplicitare subito alcune discriminanti. Prima di tutto non possono essere interlocutori di questa proposta coloro che hanno votato SÌ, per capirci sono fuori Giuliano Pisapia e Romano Prodi. Il problema si pone però anche verso chi ha votato NO, ma prima ha sostenuto il Jobsact, la legge Fornero e soprattutto quella mina ad orologeria contro i principi sociali della Costituzione, quale è il nuovo articolo 81 che obbliga al pareggio di bilancio in ottemperanza al mostruoso Fiscal Compact.

Durante il governo Monti il parlamento quasi unanime ha costituzionalizzato quella austerità che giustamente Falcone e Montanari vogliono rovesciare. E se non sono solo buoni propositi, la rottura con l’austerità significa soppressione immediata delle misure che emblematicamente la realizzano. Chi le ha votate naturalmente può ammettere di essersi sbagliato e sostenere un programma che proponga di cancellare quelle misure, ma lo deve fare con rigore e sofferenza e non per furbizia.

Jeremy Corbyn ha riconquistato fiducia nel mondo del lavoro, dopo essere stato svillaneggiato dalle sinistre liberali e dai loro mass media, accettando il voto sulla Brexit e proponendo un programma secco di nazionalizzazioni. Questa parola da noi è tabù nei sindacati confederali e anche in buona parte della sinistra più radicale, eppure è proprio sul terreno delle privatizzazioni che si gioca la possibilità di arrestare e veder dilagare ancora le politiche economiche liberiste.

Alitalia e Ilva sono i primi banchi di prova, poi seguiranno le Poste, le Ferrovie, Enel ed Eni e naturalmente ciò che resta del sistema bancario. O torna l’intervento pubblico diretto nell’economia, o da noi va tutto in mano alle multinazionali, visto che la grande borghesia italiana non esiste più come classe autonoma dai poteri della globalizzazione. O il pubblico, o si svende ciò che resta del paese, questa è l’alternativa reale oggi e che scelta fa al riguardo la sinistra prefigurata da Falcone e Montanari?

Lavoro con diritti, scuola pubblica e stato sociale, ambiente, territorio e beni comuni sono dichiaratamente al centro della proposta di nuova sinistra. Anche qui possiamo solo dire giustissimo, ma dobbiamo però aggiungere: che misure concrete si vogliono subito attuare, che leggi si vogliono cancellare, che nuovi atti si vogliono varare? Naturalmente ci sono programmi decennali da individuare, ma il buongiorno si vede dal mattino, ad esempio dall’impegno a cancellare tutta la buona scuola e la controriforma della sanità, a quello a fermare tutte le grandi opere, a partire dalla famigerata Tav in Valle Susa. Non è solo questo che basta, ma è questo che serve per capire se si vuol fare sul serio.

Il bilancio delle spese militari dello stato italiano è in continua ascesa e Gentiloni si è impegnato quasi a raddoppiarlo per raggiungere quel 2% del PIL posto dagli accordi NATO. Si ribalta questa scelta nel suo opposto con il taglio delle spese ed il ritiro dalle missioni all’estero, o ci si accontenta di partecipare alla sfilata del 2 giugno con la spilla della pace? Anche qui le scelte programmatiche, che Falcone e Montanari pongono giustamente come discriminanti, se sono vere individuano già di che pasta e di quali persone dovrebbe essere composta la nuova sinistra.

Che alla fine dovrà misurarsi con la questione di fondo: le politiche del lavoro, dell’ambiente e dello stato sociale, in alternativa alla austerità e alle spese di guerra, sono realizzabili accettando i vincoli UE e NATO? Noi che abbiamo costituito Eurostop pensiamo di no, che senza la rottura con quelle istituzioni nulla di buono sia possibile per i poveri e gli sfruttati. Noi pensiamo così, ma siamo disposti ad accettare la sfida di chi invece pensa che quelle istituzioni siano positivamente riformabili. Chi crede a questo però deve essere disposto a rompere se poi dovesse verificare che il suo programma posto è posto all’indice proprio da quelle istituzioni. E deve dirlo.

Chi ha votato NO il 4 dicembre non può dimenticare che tutta la governance europea si era spesa per il SI. Né può ignorare che la Costituzione del 1948 e i trattati di Maastricht e Lisbona sono formalmente e concretamente incompatibili. Si può non volere la rottura con la UE nel programma, ma si deve essere disposti a farla se le istituzioni comunitarie quel programma ti impediscono di realizzarlo. Tsipras tra il rispetto del referendum popolare e quello dei diktat della Troika ha scelto il secondo. La sinistra proposta da Falcone e Montanari è disposta a fare la scelta esattamente opposta?

Siccome nel testo di Falcone e Montanari non ho trovato risposte chiare a domande per me decisive per capire cosa essi vogliano fare, mi sono permesso alcune di quelle domande di formularle io. Mi permetto di suggerire ai due estensori dell’appello di parlarne esplicitamente nell’assemblea del 18 giugno. Magari si affermi l’opposto di quanto scritto qui, ma per favore si faccia chiarezza. E non si parli d’altro per favore, sappiamo tutti che i nodi sono questi e non si sciolgono coprendoli di grandi valori e buoni propositi.

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09/02/2014

Lista Tsipras: coazione a riperdere


Coazione a ripetere, quindi coazione a riperdere. Bertinotti, poi Ingroia, ora Tsipras. Non importa cosa vogliono o pensano, non importa quali forze reali nella società debbano o vogliano rappresentare sul piano politico-elettorale. Non importa a quali interessi materiali debbano ancorarsi. A chi li espone a mo’ di reliquia salvifica o di bandiera importa solo che, volta per volta, queste icone siano in grado di coprire la pochezza di una classe politica che parla a sé stessa e che accumula fallimenti dopo fallimenti. Perché la scorciatoia del ‘salvatore della patria’ di turno – finiti quelli italiani ci si è affidati al leader della sinistra ellenica – non solo è sbagliata sul piano metodologico e politico ma, particolare non da poco, non funziona nei fatti. Mettere tutti assieme in un contenitore elettorale senza programmi e senza progetti ma rappresentato dalla faccia giusta non è finora servito a riportare nelle istituzioni una sinistra che ha perso perché ha governato insieme alla destra ed è stata punita. Molti, dentro quell’universo, sono convinti del fatto che la tremenda sconfitta del 2008 sia stata un semplice incidente di percorso al quale sarà possibile prima o poi rimediare inventando l’escamotage opportuno. Ma finora non è stato così e nulla lascia intendere che possa essere così nell’immediato futuro. Il problema non è, evidentemente la figura di Alexis Tsipras – alcune delle cose che propone sono giuste e condivisibili, molte altre invece no – ma è l’uso che di questo personaggio si apprestano a fare ristretti gruppi dirigenti che proprio non va bene. Stati maggiori con sempre meno truppe alle spalle che approfittano di una crescente abitudine alla delega e di una passività della loro base sempre più desolante e disarmante. Non avendo più nulla da proporre, se non la propria autoriproduzione e la propria autoconservazione – oltre naturalmente al proprio ritorno nelle istituzioni, costi quel che costi – è ovvio che certi personaggi si attacchino all’unto dal signore di turno. Ma che una parte consistente dei militanti della sinistra continuino a cadere nella trappola è meno ovvio e fa assai più rabbia. E’ possibile che si debba, a dieci anni di distanza e con tutto ciò che nel frattempo è successo in Italia, in Europa e nel mondo, continuare a dare credito a chi oggi propone la ‘riforma dell’Unione Europea’? A chi oggi afferma che è semplicemente una questione di individuare l’uomo giusto e tutto tornerà a funzionare, ad andare bene, a marciare nella giusta direzione? E’ un po’ più complicato di così, e mettere insieme i cocci non servirà a creare un’unità che, lo abbiamo visto, dura il tempo di una tornata elettorale per poi esplodere, deflagrare in mille pezzi e approfondire ulteriormente le divisioni di un arcipelago sempre più debole e afasico. Per fortuna c’è ancora chi ragiona, chi parte dall’analisi concreta della situazione concreta. E’ il caso dell’intervento del Collettivo Militant che pubblichiamo qui di seguito.

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L’Europa e la psicopatologia della sinistra italiana: come perseverare nell’errore senza imparare dai fallimenti

Per alcuni anni, questi più recenti, la dinamica elettorale di parte del movimento è stata sempre simile: a un astensionismo crescente, la risposta era creare l’ennesimo contenitore “alternativo” dei movimenti e delle lotte sociali, volto a colmare in qualche modo l’istinto astensionista di larga parte della popolazione. Se l’offerta politica ufficiale non soddisfa più, creare l’alternativa elettorale sembrava il modo migliore per recuperare questo distacco politico sempre più ampio e quasi maggioritario. I continui fallimenti di questo percorso evidenziano soprattutto una cosa: non è la bontà o meno di questa o quella lista ad essere determinante, ma il costante distacco delle masse dal momento elettorale, visto come legittimazione di un quadro politico ormai sempre più “altro” e opposto ai bisogni delle stesse. Continuare a candidarsi non sposta l’atteggiamento di questa popolazione, ma al contrario identifica in questa l’eguaglianza di fatto esistente tra mondo della politica “ufficiale” e quella parte dei movimenti che ancora insistono a legittimare quel mondo. Perché in maniera a-politica e inconscia, probabilmente assolutamente inconsapevole, quella parte di popolazione sempre più astensionista una cosa la sta percependo: non c’è più alcuno spazio per la mediazione, e dunque per il riformismo. L’attuale sistema, cioè, non può essere riformato sotto la spinta dei movimenti antagonisti attraverso il momento elettorale.

Ieri a Roma abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione di questa voglia di sconfitta, quando al cospetto del “nuovo salvatore” di turno, Alexis Tsipras, si è riunito l’intero corpo di quel ceto politico che porta la responsabilità di oltre vent’anni di fallimenti e sconfitte della sinistra italiana. Ad applaudire il golden boy della sinistra greca c’erano tutti: da Ferrero a Flores D’Arcais, da Agnoletto e Furio Colombo, da Paolo Cento alla Castellina. E chi non c’era in corpo era comunque presente con lo spirito. Ci riferiamo agli endorsement ricevuti negli scorsi giorni dai vari Bertinotti, Vendola, Casarini e compagnia cantante. Tutti in fila come al banco dei pegni a cercare l’ennesima soluzione elettoralistica ad un problema di cui fanno indissolubilmente parte.

Questo discorso, valido per il contesto italiano, è moltiplicato per quello europeo. L’Unione Europea non ha alcun margine di riformabilità, proprio perché processo in atto della costruzione di un nuovo polo imperialista, concorrente a quello statunitense, e basato non più sull’integrazione delle masse nelle proprie istituzioni attraverso la mediazione politica, ma sull’esclusione e il controllo di quote di popolazione sempre più maggioritarie. Non è presente cioè una guerra per accaparrarsi l’adesione popolare, come avvenuto per una larga parte del Novecento: non sono presenti forze politiche contrapposte che si giocano la propria legittimità sul terreno del consenso, ma tutte le forze politiche riconosciute concorrono a promuovere l’esclusione di parte della popolazione dal consesso legittimato a prendere le decisioni. Economicamente, questa parte di popolazione esclusa è esattamente quella da cui il capitale estrae le principali quote di profitto.

Da questa premessa emergono dunque alcune considerazioni conseguenti. L’Unione Europea non si riforma ma si combatte senza mediazioni. Come detto recentemente da un compagno in un’assemblea, lottare contro il proprio imperialismo è sempre più difficile che combattere l’imperialismo opposto. Finché l’imperialismo era solo quello statunitense, era in fondo facile per il mondo della sinistra opporvisi senza cedimenti. Ma quando l’imperialismo costituisce l’essenza del proprio contesto politico, quando se ne fa parte, diventa molto più complicato comprendere il livello della posta in gioco. La storia della Seconda Internazionale e delle vicende politiche che portarono all’adesione socialista della Prima Guerra Mondiale stanno lì a confermarlo. Oggi in prospettiva non c’è una nuova guerra mondiale simmetrica, ma l’appartenenza a uno dei due campi che inequivocabilmente il capitale ha posto davanti a noi nella costruzione di questa Unione Europea: o si aderisce a questo progetto, anche in maniera critica, o lo si combatte. Candidarsi a riformare questa Unione Europea, legittimarne le istituzioni prive di potere effettivo, dare prestigio a un gioco elettorale ormai sempre più marginale, significa appoggiare la costruzione del polo imperialista europeo. Anche in maniera profondamente critica, come può esserlo questa ipotetica “lista Tsipras”, significa accettare non solo quel piano di gioco, ma soprattutto le sue premesse politiche.

A dire il vero, questa lista Tsipras non raccoglie alcuna adesione concreta. Frutto più di un intellettualismo provocatorio fine a se stesso, per fortuna non ha convinto nessuno all’interno dei movimenti di classe. E non è un caso che un appoggio esplicito a questa presunta lista radicale venga dal mondo di Repubblica: perché con tutte le sue contraddizioni e i suoi mal di pancia, questa lista concorre a cementificare il progetto europeista neoliberale, e non certo ad abbatterlo, neanche in via teorica. Esattamente la posizione politica del giornale-partito: appoggiare senza dubbio questa Unione Europea, e provare a riformarla in senso keynesiano dal di dentro. Ma questo, come più volte detto, è una contraddizione in termini. Questa architettura politico-economica è concreta dal momento che abbatte ogni possibilità di mediazione politica, non se la promuove attraverso un riformismo radicale. Del resto su questo Tsipras è sempre stato abbastanza chiaro. In un passaggio dell’intervista pubblicata oggi dal Manifesto suggerisce che “la soluzione non è distruggere il quadro europeo, ma cambiarlo. L’egemonia di Merkel in Europa porterà alla distruzione della UE. La realtà e che noi siamo l’unica forza filo-europea. Perché vogliamo un cambiamento capace di mutarne le caratteristiche per tornare ai valori che avevamo: la democrazia e la solidarietà”.  Gli fa il coro Vendola, il cui partito ha già deciso di aderire alla lista unitaria, quando ribadisce che “sta nascendo a sinistra una contestazione ragionevole contro l’Europa dei tecnocrati”. Dove sia questa natura originariamente virtuosa sinceramente stentiamo a comprenderlo: la CEE prima e l’UE dopo nascono e si sviluppano, seppur in maniera contraddittoria, come tentativo di costruzione di un polo imperialista autonomo e in concorrenza con quello nordamericano. Non comprenderlo significa appunto non comprenderne la natura stessa. Non subiamo il monetarismo e l’austerità perché la Merkel è cattiva e Hollande fa il vago, ma perché questa è la matrice stessa dell’UE e come tale va combattuta e, auspicabilmente, distrutta.

Per questo motivo, la lista Tsipras fa parte di quel mondo da combattere. Al di là della sincerità e della bontà di alcuni suoi appartenenti, a cominciare da Tsipras stesso, che certo non può essere definito corresponsabile di questo modello d’Europa. Ma la sua sostanza politica, la sua natura oggettiva, lo portano ad essere dall’altra parte della barricata ideale, barricata che – si badi bene – è l’Unione Europea che ha costruito. Insomma, oggi il movimento di classe, anche di fronte al sempre più evidente allontanamento delle masse da questa rappresentanza politica, ha il dovere di relazionarsi a questo distacco, organizzarlo, giocare sulla contraddizione. Non imbrigliarlo in atteggiamenti intellettualoidi, anestetizzarlo per riproporre l’ennesimo cartello riformista mirante ad essere rappresentato in luoghi privi di qualsiasi potere d’indirizzo o di controllo. Oggi sono quelle masse astensioniste ad indicarci la strada, e sono le strutture politiche a doverla metabolizzare e organizzare. Ed è per questo che noi lotteremo per un abbattimento dell’Unione Europea, che passerà anche attraverso una astensione cosciente e un tentativo di dialogo con quella popolazione che già ha percepito quali sono i propri nemici. Si tratta oggi di capire chi sono i loro amici.

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