Dunque il leader acclamato dal partito dei fuoriusciti dal PD sarà Giuliano Pisapia, che al referendum costituzionale stava con Renzi e che come massima ambizione ha quella di ricostituire il centrosinistra.
Nelle aziende questa si chiama esternalizzazione di un reparto, in politica trasformismo. La lista unica della sinistra, a cui aspirano il Manifesto, Montanari e Falcone, Sinistra Italiana e tutti i rassegnati dell’ex antagonismo, mostra così precocemente la sua assoluta inutilità.
Se dovesse avere successo, ma difficilmente l’avrà, si batterà duramente perché Gentiloni ed il PD scarichino Renzi e la sua sempre più fastidiosa corte e tornino al mondo di Prodi. Sai che entusiasmo...
Anche questo è un segno che la sinistra politica in Italia, come in gran parte dell’Europa, è finita in un vicolo cieco della storia nel quale è destinata a concludere stancamente e tristemente il suo percorso.
Una sinistra vera, di lotta, anticapitalista e antagonista al potere, di cui c’è infinito bisogno, rinascerà prima o poi, ma sicuramente altrove. Intanto allontaniamoci il più possibile dalla sinistra inutile.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/07/2017
La paura della politica. Da Pisapia in là
Se una notte d’inverno un viaggiatore avesse coltivato una qualche illusione sull’iniziativa promossa dall’ex- sindaco di Milano e denominata “Campo Progressista” e su quella, parallela, avviata dall’area appena uscita dal PD può tranquillamente dismettere le sue aspirazioni: tutto l’insieme della baracca (al di là delle difficoltà nel definirne i contorni) appare inevitabilmente rinchiusa nel recinto del tatticismo governista e dell’inspiegabile nostalgia dell’Ulivo.
La nostalgia di quando si cercò di portare un pezzo importante della sinistra italiana in un non meglio precisato Ulivo “mondiale” (con Clinton e Blair) e si finì bombardando Belgrado.
Tutto ciò adesso come adesso, particolare non secondario, nell’evidente difficoltà dei promotori di intercettare le reali contraddizioni che attraversano la società italiana nel quadro internazionale limitando, invece, i propri interventi al riferimento mass –mediatico e alla ricerca della visibilità personale in vista di una agognata rivincita elettorale.
Anche l’altra iniziativa sul terreno, quella avviata dall’appello Falcone – Montanari e tradottasi poi nell’assemblea del Brancaccio del 18 giugno scorso, non pare vivere un momento di slancio esaltante.
Anzi pare proprio che stia per essere avviluppata dalle spire di un movimentismo senza ragione: lo stesso movimentismo che, accompagnato dalla smania elettorale, fu alla base del fallimento totale di altri tanti tentativi a partire dal crack dell’Arcobaleno.
Non dicono nulla le sigle di ALBA, Cambiare si può, Rivoluzione Civile, Lista Tsipras o l’Altro qui o l’Altro là, soltanto per fare alcuni esempi?
Tutti tentativi più o meno elettorali, eseguiti sullo schema del movimento dal basso imposto da un vertice autonominatosi e da leader improvvisati sempre pronti, tra l’altro, a saltar di qua o di là a seconda dei casi e degli eventi.
Tra l’altro, nella fattispecie del tentativo attualmente in atto, si nota come si verifichi un'esitazione (termine benevolo) da parte dei due soggetti organizzati che ancora si misurano con una idea d’identità comunista (Rifondazione e il Partito Comunista) a mettere a disposizione quanto permane di esistente da parte loro sul piano organizzativo.
Appaiono anche forti difficoltà a porsi in relazione a quanto si muove a sinistra sul delicato terreno del sindacalismo di base e di nuove forme di aggregazione politica a partire dai movimenti come nel caso di Eurostop.
Senza dimenticare l’altro movimentismo alimentato dalla vocazione personalistica del sindaco di Napoli: area della quale, dopo il fallimento di un’ipotesi “arancione” posta sul piano nazionale appaiono ignote le possibili mosse politiche nell’immediato futuro.
Da parte dei promotori dell’iniziativa dell’assemblea del Brancaccio si pensa, infatti, di ripartire con assemblee locali tematiche per costruire “un programma dal basso”.
Che cosa si pensa di fare? Si parlerà di porti a Genova, di expo a Milano, di raccolta di rifiuti a Roma e via discorrendo: tutto questo mentre è di nuovo in atto, se mai era stato dismesso, un attacco al cuore della Costituzione e si punta alla ripresa del progetto di costruzione di un vero e proprio regime?
Si faranno assemblee tematiche (film già visto, per altro) sottovalutando il quadro politico generale complessivo che richiede, invece, un’iniziativa posta proprio a quel livello del quadro generale mettendo in moto urgentemente un processo di aggregazione organizzata?
Si parla di “nodi” sul piano territoriale (termine quanto mai ambiguo, nel definire un progetto organizzativo) senza disporre di un assetto, provvisorio certamente e da verificare nelle sedi opportune (quelle di un Congresso costituente?), ma in grado già di funzionare dal punto di vista del riferimento complessivo.
Un assetto da costruire attraverso l’elaborazione di un documento e la promozione di una struttura politico – organizzativa provvisoria ma funzionante da subito.
È questo il punto vero da affrontare sul cammino di un nuovo soggetto che non risulti essere un semplice assemblaggio dell’incerto esistente.
Vanno sicuramente ricercate forme innovative rispetto alla forma – partito del passato.
Rimane però la necessità di garantire un minimo di continuità operatività nella necessaria distinzione dei ruoli politici attraverso la formazione di prime strutture dirigenti almeno a livello provinciale.
Strutture dirigenti formate da delegate/i sicuramente revocabili, evitando l’installazione di un ceto politico, ma poste in grado di garantire operatività, iniziativa e aggregazione sul territorio.
Su tutto questo ambaradan però sovrasta una domanda: perché si ha questa paura folle della politica e soprattutto dell’organizzazione politica e si cede a tutte le mode imposte dalla cattiva coscienza di chi ha colpevolmente praticato la propria autonomia istituzionale ?
Perché alla fine non si fa altro che cadere in quella che si può tranquillamente definire, senza tema di cadere nel banale, l’antipolitica?
Queste poche righe contengono semplicemente una constatazione e un appello.
La constatazione riguarda l’intera sinistra italiana, quella rivoluzionaria, quella massimalista, quella riformista (tanto per rispettare le antiche separazioni e appartenenze) che sembra aver trovato – in negativo – un denominatore comune: quello della paura della politica e, di conseguenza, del ricercare di nascondersi e di mistificarsi dietro le “assemblee tematiche” e le “costruzioni del basso” (partendo dal tetto, però).
Viene così colpevolmente negata, nel corso di questi anni, la storia originale e particolare delle formazioni politiche che hanno rappresentato, nel ‘900, il movimento operaio italiano e, insieme, le parti più avanzate dell’intellettualità del nostro Paese.
Viene negata la storia dei rappresentanti di un agire politico che aveva prodotto aggregazione e iniziativa all’interno dei grandi partiti di massa.
Si è rinnegata la forma della politica attiva con la scusa della modernità, una modernità intesa come individualismo, negazione dell’agire pubblico e collettivo.
Si è fraintesa la politica con l’idea della governabilità come unica frontiera possibile, scambiando le elezioni come il solo momento possibile di espressione politica, riducendosi a un elettoralismo deteriore: com’è dimostrato sia dalla vicenda dell’evoluzione del PDS in PD, dell’implosione dell’area socialista come della storia dell’involuzione drammatica dell’area che aveva dato vita a Rifondazione Comunista.
Rifondazione Comunista che dopo aver accettato il movimentismo, la personalizzazione, la governabilità, di scissione in scissione, si è ridotta – letteralmente – a nascondersi com’è stato nel caso dell’Arcobaleno, della Lista Ingroia, di quella Tsipras, dell’Altro qui e dall’Altro là, aderendo a principi che sono esattamente il contrario di quelli che dovrebbero ispirare un’azione politica comunista: il personalismo, l’opportunismo, il decadimento dei valori portanti della nostra storia.
Ci si è nascosta la verità: non era sparita la classe operaia, non erano venuti a mancare i soggetti di una possibile alternativa politica e sociale: al contrario, proprio la ferocia capitalistica nella gestione del ciclo che stiamo vivendo ha riacutizzato gli elementi portanti di quella che doveva rappresentare un’identità.
Un’identità da ridefinire per tutti a partire dalla necessità di misurarsi appieno con la contraddizione un tempo definita “principale” da intrecciarsi strettamente con quelle contraddizioni post-materialiste tra le quali emerge l’altro feroce atteggiamento del capitalismo rispetto all’ambiente naturale e alla devastazione del territorio e al calpestare la differenza di genere.
La paura più evidente e drammatica che attraversa l’area della sinistra di alternativa nelle sue diverse componenti riguarda però principalmente la “forma” dell’azione politica.
Una azione politica ormai ridotta e stretta tra la separatezza di un’autonomia del politico rivolta alla ricerca del potere puro e semplice e il movimentismo.
Un movimentismo (figlio dell’idea della “moltitudine”) che rifiuta da tempo di ricercarsi e costituirsi come soggettività trascinandosi nell’indeterminatezza, ammantandosi di belle parole riguardanti la cessione di “sovranità dello stato – nazione”, il ruolo dell’Europa, l’utilizzo delle nuove tecnologie in politica, lo svuotamento di senso complessivo all’interno di una società vista (erroneamente) come ormai priva di classi e dimensionata in una forma definita, ormai, come “liquida”.
Questo disastro è stato attuato da una generazione che non lascia eredi e che può contare nelle sue fila un numero consistente di super privilegiati fin dai tempi delle “vacche grasse” che, nascondendosi dietro l’apparente impossibilità di ricostituire un’adeguata soggettività politica, puntano a perpetuare la loro ignavia e il loro sostanziale cinismo.
Le generazioni successive che si approcciano alla politica, esaurita la fase della riflessione sugli universali e sull’appartenenza diretta alla rappresentanza delle contraddizioni sociali, sono così composte in gran parte, come dimostrano i vari “gigli magici”, da feroci carrieristi e apparenti iconoclasti che stanno preparando la fase della raccolta di futuri privilegi da “intoccabili”.
La storia del PD è tutta lì a dimostrare la verità di queste affermazioni: una storia, su questo terreno, del tutto imitatoria di quella della destra.
La sinistra italiana nelle sue diverse componenti ha alle sue spalle una storia lunga e gloriosa che non può essere dismessa, così come non possono essere dismesse le volontà di rivolta.
L’appello riguarda la necessità di ripensare l’organizzazione politica, anche partendo da modeste dimensioni, rifiutando sempre di considerare le idee di eguaglianza come marginali o minoritarie e ricollocando l’idea della costruzione del partito politico nella sua insuperabile “centralità sistemica”.
Abbiamo visto come esistano ancora gli spazi per nuove capacità di aggregazione come ha dimostrato la risposta all’attacco alla Costituzione.
Il nostro compito è sempre quello indicato da Antonio Gramsci: trasformare le masse da ribelli a rivoluzionarie.
Scanso equivoci, tutti sappiamo che per “rivoluzionario” Gramsci non si riferiva ad una palingenesi da attuarsi in 24 ore.
Gramsci pensava a lungo percorso, alla guerra di posizione, al rapporto tra struttura e sovrastruttura, alla conquista delle “casematte”, all’espressione di una egemonia sulla base della quale sviluppare una “rivoluzione intellettuale e morale”.
Fonte
La nostalgia di quando si cercò di portare un pezzo importante della sinistra italiana in un non meglio precisato Ulivo “mondiale” (con Clinton e Blair) e si finì bombardando Belgrado.
Tutto ciò adesso come adesso, particolare non secondario, nell’evidente difficoltà dei promotori di intercettare le reali contraddizioni che attraversano la società italiana nel quadro internazionale limitando, invece, i propri interventi al riferimento mass –mediatico e alla ricerca della visibilità personale in vista di una agognata rivincita elettorale.
Anche l’altra iniziativa sul terreno, quella avviata dall’appello Falcone – Montanari e tradottasi poi nell’assemblea del Brancaccio del 18 giugno scorso, non pare vivere un momento di slancio esaltante.
Anzi pare proprio che stia per essere avviluppata dalle spire di un movimentismo senza ragione: lo stesso movimentismo che, accompagnato dalla smania elettorale, fu alla base del fallimento totale di altri tanti tentativi a partire dal crack dell’Arcobaleno.
Non dicono nulla le sigle di ALBA, Cambiare si può, Rivoluzione Civile, Lista Tsipras o l’Altro qui o l’Altro là, soltanto per fare alcuni esempi?
Tutti tentativi più o meno elettorali, eseguiti sullo schema del movimento dal basso imposto da un vertice autonominatosi e da leader improvvisati sempre pronti, tra l’altro, a saltar di qua o di là a seconda dei casi e degli eventi.
Tra l’altro, nella fattispecie del tentativo attualmente in atto, si nota come si verifichi un'esitazione (termine benevolo) da parte dei due soggetti organizzati che ancora si misurano con una idea d’identità comunista (Rifondazione e il Partito Comunista) a mettere a disposizione quanto permane di esistente da parte loro sul piano organizzativo.
Appaiono anche forti difficoltà a porsi in relazione a quanto si muove a sinistra sul delicato terreno del sindacalismo di base e di nuove forme di aggregazione politica a partire dai movimenti come nel caso di Eurostop.
Senza dimenticare l’altro movimentismo alimentato dalla vocazione personalistica del sindaco di Napoli: area della quale, dopo il fallimento di un’ipotesi “arancione” posta sul piano nazionale appaiono ignote le possibili mosse politiche nell’immediato futuro.
Da parte dei promotori dell’iniziativa dell’assemblea del Brancaccio si pensa, infatti, di ripartire con assemblee locali tematiche per costruire “un programma dal basso”.
Che cosa si pensa di fare? Si parlerà di porti a Genova, di expo a Milano, di raccolta di rifiuti a Roma e via discorrendo: tutto questo mentre è di nuovo in atto, se mai era stato dismesso, un attacco al cuore della Costituzione e si punta alla ripresa del progetto di costruzione di un vero e proprio regime?
Si faranno assemblee tematiche (film già visto, per altro) sottovalutando il quadro politico generale complessivo che richiede, invece, un’iniziativa posta proprio a quel livello del quadro generale mettendo in moto urgentemente un processo di aggregazione organizzata?
Si parla di “nodi” sul piano territoriale (termine quanto mai ambiguo, nel definire un progetto organizzativo) senza disporre di un assetto, provvisorio certamente e da verificare nelle sedi opportune (quelle di un Congresso costituente?), ma in grado già di funzionare dal punto di vista del riferimento complessivo.
Un assetto da costruire attraverso l’elaborazione di un documento e la promozione di una struttura politico – organizzativa provvisoria ma funzionante da subito.
È questo il punto vero da affrontare sul cammino di un nuovo soggetto che non risulti essere un semplice assemblaggio dell’incerto esistente.
Vanno sicuramente ricercate forme innovative rispetto alla forma – partito del passato.
Rimane però la necessità di garantire un minimo di continuità operatività nella necessaria distinzione dei ruoli politici attraverso la formazione di prime strutture dirigenti almeno a livello provinciale.
Strutture dirigenti formate da delegate/i sicuramente revocabili, evitando l’installazione di un ceto politico, ma poste in grado di garantire operatività, iniziativa e aggregazione sul territorio.
Su tutto questo ambaradan però sovrasta una domanda: perché si ha questa paura folle della politica e soprattutto dell’organizzazione politica e si cede a tutte le mode imposte dalla cattiva coscienza di chi ha colpevolmente praticato la propria autonomia istituzionale ?
Perché alla fine non si fa altro che cadere in quella che si può tranquillamente definire, senza tema di cadere nel banale, l’antipolitica?
Queste poche righe contengono semplicemente una constatazione e un appello.
La constatazione riguarda l’intera sinistra italiana, quella rivoluzionaria, quella massimalista, quella riformista (tanto per rispettare le antiche separazioni e appartenenze) che sembra aver trovato – in negativo – un denominatore comune: quello della paura della politica e, di conseguenza, del ricercare di nascondersi e di mistificarsi dietro le “assemblee tematiche” e le “costruzioni del basso” (partendo dal tetto, però).
Viene così colpevolmente negata, nel corso di questi anni, la storia originale e particolare delle formazioni politiche che hanno rappresentato, nel ‘900, il movimento operaio italiano e, insieme, le parti più avanzate dell’intellettualità del nostro Paese.
Viene negata la storia dei rappresentanti di un agire politico che aveva prodotto aggregazione e iniziativa all’interno dei grandi partiti di massa.
Si è rinnegata la forma della politica attiva con la scusa della modernità, una modernità intesa come individualismo, negazione dell’agire pubblico e collettivo.
Si è fraintesa la politica con l’idea della governabilità come unica frontiera possibile, scambiando le elezioni come il solo momento possibile di espressione politica, riducendosi a un elettoralismo deteriore: com’è dimostrato sia dalla vicenda dell’evoluzione del PDS in PD, dell’implosione dell’area socialista come della storia dell’involuzione drammatica dell’area che aveva dato vita a Rifondazione Comunista.
Rifondazione Comunista che dopo aver accettato il movimentismo, la personalizzazione, la governabilità, di scissione in scissione, si è ridotta – letteralmente – a nascondersi com’è stato nel caso dell’Arcobaleno, della Lista Ingroia, di quella Tsipras, dell’Altro qui e dall’Altro là, aderendo a principi che sono esattamente il contrario di quelli che dovrebbero ispirare un’azione politica comunista: il personalismo, l’opportunismo, il decadimento dei valori portanti della nostra storia.
Ci si è nascosta la verità: non era sparita la classe operaia, non erano venuti a mancare i soggetti di una possibile alternativa politica e sociale: al contrario, proprio la ferocia capitalistica nella gestione del ciclo che stiamo vivendo ha riacutizzato gli elementi portanti di quella che doveva rappresentare un’identità.
Un’identità da ridefinire per tutti a partire dalla necessità di misurarsi appieno con la contraddizione un tempo definita “principale” da intrecciarsi strettamente con quelle contraddizioni post-materialiste tra le quali emerge l’altro feroce atteggiamento del capitalismo rispetto all’ambiente naturale e alla devastazione del territorio e al calpestare la differenza di genere.
La paura più evidente e drammatica che attraversa l’area della sinistra di alternativa nelle sue diverse componenti riguarda però principalmente la “forma” dell’azione politica.
Una azione politica ormai ridotta e stretta tra la separatezza di un’autonomia del politico rivolta alla ricerca del potere puro e semplice e il movimentismo.
Un movimentismo (figlio dell’idea della “moltitudine”) che rifiuta da tempo di ricercarsi e costituirsi come soggettività trascinandosi nell’indeterminatezza, ammantandosi di belle parole riguardanti la cessione di “sovranità dello stato – nazione”, il ruolo dell’Europa, l’utilizzo delle nuove tecnologie in politica, lo svuotamento di senso complessivo all’interno di una società vista (erroneamente) come ormai priva di classi e dimensionata in una forma definita, ormai, come “liquida”.
Questo disastro è stato attuato da una generazione che non lascia eredi e che può contare nelle sue fila un numero consistente di super privilegiati fin dai tempi delle “vacche grasse” che, nascondendosi dietro l’apparente impossibilità di ricostituire un’adeguata soggettività politica, puntano a perpetuare la loro ignavia e il loro sostanziale cinismo.
Le generazioni successive che si approcciano alla politica, esaurita la fase della riflessione sugli universali e sull’appartenenza diretta alla rappresentanza delle contraddizioni sociali, sono così composte in gran parte, come dimostrano i vari “gigli magici”, da feroci carrieristi e apparenti iconoclasti che stanno preparando la fase della raccolta di futuri privilegi da “intoccabili”.
La storia del PD è tutta lì a dimostrare la verità di queste affermazioni: una storia, su questo terreno, del tutto imitatoria di quella della destra.
La sinistra italiana nelle sue diverse componenti ha alle sue spalle una storia lunga e gloriosa che non può essere dismessa, così come non possono essere dismesse le volontà di rivolta.
L’appello riguarda la necessità di ripensare l’organizzazione politica, anche partendo da modeste dimensioni, rifiutando sempre di considerare le idee di eguaglianza come marginali o minoritarie e ricollocando l’idea della costruzione del partito politico nella sua insuperabile “centralità sistemica”.
Abbiamo visto come esistano ancora gli spazi per nuove capacità di aggregazione come ha dimostrato la risposta all’attacco alla Costituzione.
Il nostro compito è sempre quello indicato da Antonio Gramsci: trasformare le masse da ribelli a rivoluzionarie.
Scanso equivoci, tutti sappiamo che per “rivoluzionario” Gramsci non si riferiva ad una palingenesi da attuarsi in 24 ore.
Gramsci pensava a lungo percorso, alla guerra di posizione, al rapporto tra struttura e sovrastruttura, alla conquista delle “casematte”, all’espressione di una egemonia sulla base della quale sviluppare una “rivoluzione intellettuale e morale”.
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21/06/2017
La coazione a ripetere del Brancaccio e la sfida di Eurostop per la rottura
Come da copione, ogni volta che si avvicina una tornata elettorale di una certa importanza tornano a squillare le trombe de “l’unità della sinistra”. L’ennesima messa in scena di una coazione a ripetere stancante quanto inefficace (anche dal punto di vista stesso dei promotori) ha riempito sabato scorso il teatro Brancaccio a Roma.
Grandi speranze, polemiche, divisioni, applausi e fischi, soprattutto calcoli elettorali. Sì, perché a unire tutti appassionatamente – ma solo fino al giorno dopo le elezioni, poi ognuno andrà per la sua strada – sono soprattutto i calcoli elettorali di quel ceto politico che si compone e scompone da anni in una eterna transumanza da una sigla all’altra, in cerca non di una unità di programmi e di metodi, ma sostanzialmente della rappresentanza istituzionale. Entrare nelle istituzioni, da quando le sinistre si fecero incastrare nei governi di centrosinistra divenendo oggettivamente corresponsabili dei disastri sociali e politici dei vari Prodi e D’Alema, si è fatto molto difficile: perché i sistemi elettorali varati negli ultimi anni sono stati pensati esplicitamente per escludere le sinistre e, particolare di non poco conto, perché queste ultime, nelle loro varie e spesso fantasiose accezioni, hanno perso ogni residua credibilità agli occhi dei loro tradizionali referenti sociali.
E così le ragioni della sinistra – la rappresentanza dei settori di classe e popolari e dei loro interessi materiali oltre che politici – sono sempre più platealmente sacrificate sull’altare dell’unico vero moloch: la costituzione di un’alleanza elettorale che tenga dentro il numero maggiore possibile di circoli, partiti, associazioni, intellettuali e che permetta di racimolare i voti sufficienti a superare l’insormontabile scoglio della soglia di sbarramento che impedisce l’ingresso in Parlamento. L’unità viene spacciata come un bene in sé, al di là dei progetti, dei contenuti, degli obiettivi comuni. Che d’altronde la consumata e rituale coazione a ripetere messa in moto dagli eterni ‘appelli all’unità della sinistra’ non potrebbero garantire.
E così, di volta in volta, ecco uscire dal cilindro di un ceto politico disperato quanto vorace il “contenitore” in grado di sommare le diverse debolezze della sinistra, i vari cocci di ciò che fu lo spazio politico ed elettorale rappresentato a suo tempo da Rifondazione Comunista e da altre formazioni nate dallo sgretolamento del Pci. Una coazione a ripetere sempre uguale a se stessa che se negli anni scorsi ha puntato su guru nazionali ed esteri – Bertinotti, poi Ingroia, poi ancora Tsipras – ora sembra giocare la carta degli outsider Montanari e Falcone dietro i quali sono però visibilissimi i promotori dell’operazione provenienti per lo più dalla ‘sinistra Pd’ in libera uscita da un partito ormai apertamente di destra oltre che dai settori più istituzionalisti di Sinistra Italiana. Una operazione a termine – che oltretutto dipenderà dalle caratteristiche più o meno escludenti di un sistema elettorale che l’attuale parlamento fatica a licenziare – e tutta politicista alla quale però sta dando credito, a volte in buona fede e spesso in maniera opportunistica, un ampio spettro di organizzazioni politiche tra le più diverse, da quelle che propugnano un liberismo temperato e sono spudoratamente europeiste ad alcuni dei partiti comunisti superstiti.
L’unità nella diversità, direbbe qualcuno, necessaria per rifondare una “sinistra moderna” e capace di attirare il consenso dei grandi numeri. Un copione già visto, a nostro avviso, incapace di rappresentare i bisogni materiali di un corpo sociale massacrato in questi anni dal processo di integrazione europeo e da quei governi di centrosinistra e centro all’interno dei quali sedevano, compartecipi e correi, molti di coloro che sabato al teatro Brancaccio occupavano le prime file e intervenivano dal palco. Un’assemblea ed un progetto di segno moderato, come dimostra l’interlocuzione con il cosiddetto Campo Progressista di Pisapia e l’ingombrante presenza di Massimo D’Alema, lo stesso che su Repubblica lancia strali contro ‘gli estremisti’ e rivendica la giustezza dei bombardamenti contro le popolazioni dei Balcani ai tempi della ‘guerra del Kosovo’.
In un simile contesto i comunisti, i centri sociali, le realtà sindacali, le associazioni che si battono sul territorio contro i disastri ambientali, i gruppi di sostegno ai profughi e tutto quel magma sociale e politico che si muove genuinamente ma ingenuamente cercando riferimenti politici generali in grado di invertire la rotta non potranno che avere – se lo avranno, visto il trattamento riservato dagli organizzatori al Pci e a ‘Je so pazzo’ – un ruolo di subalternità, di portatori d’acqua ad un progetto sostanzialmente dominato da coloro che in questi anni hanno sdoganato e imposto la precarietà, la militarizzazione e la guerra, il massacro sociale, i sacrifici a senso unico.
Che per rifondare una sinistra credibile e moderna si debba consegnare il proprio patrimonio a coloro che in questi anni hanno condiviso le scelte più abiette – dal Jobs Act alla Buona Scuola fino allo Sblocca Italia alla Legge Minniti – è sinceramente inaccettabile oltre che offensivo.
La strada per la ricostruzione di un fronte politico e sociale di massa che rompa non solo con le conseguenze ma anche con le cause del massacro sociale imposto dall’ordoliberismo e dall’Unione Europea esiste. E’ quella indicata e praticata negli ultimi due anni dalla Piattaforma Sociale Eurostop, frutto di una convergenza di settori politici, sociali, sindacali e territoriali su un programma di rottura nei confronti dell’Ue, dell’Euro e della Nato. E ovviamente refrattaria alle logiche del politicismo e dell’elettoralismo che condannano al fallimento ogni ipotesi di ricomposizione e per una totale indipendenza politica dei settori di classe. Solo dentro questa indipendenza i comunisti potranno ritrovare un proprio ruolo nella definizione di una prospettiva strategica e di una pratica e organizzazione sociale tutta da ricostruire.
Il prossimo primo luglio Eurostop terrà al centro sociale Intifada di Roma la propria assemblea costituente sulla base di un programma e di una identità comuni alternativi e antagonisti ad una sinistra consumata,oltre che di una serie di campagne di massa capaci di rafforzare e rilanciare un fronte sociale e politico di aperta sfida nei confronti dell’esistente.
Una strada sicuramente più lunga e tortuosa ma anche più dignitosa del solito e trito teatrino delle ‘costituenti’ che non uniscono ma dividono, che non costruiscono ma distruggono, che non rafforzano ma indeboliscono.
Fonte
Grandi speranze, polemiche, divisioni, applausi e fischi, soprattutto calcoli elettorali. Sì, perché a unire tutti appassionatamente – ma solo fino al giorno dopo le elezioni, poi ognuno andrà per la sua strada – sono soprattutto i calcoli elettorali di quel ceto politico che si compone e scompone da anni in una eterna transumanza da una sigla all’altra, in cerca non di una unità di programmi e di metodi, ma sostanzialmente della rappresentanza istituzionale. Entrare nelle istituzioni, da quando le sinistre si fecero incastrare nei governi di centrosinistra divenendo oggettivamente corresponsabili dei disastri sociali e politici dei vari Prodi e D’Alema, si è fatto molto difficile: perché i sistemi elettorali varati negli ultimi anni sono stati pensati esplicitamente per escludere le sinistre e, particolare di non poco conto, perché queste ultime, nelle loro varie e spesso fantasiose accezioni, hanno perso ogni residua credibilità agli occhi dei loro tradizionali referenti sociali.
E così le ragioni della sinistra – la rappresentanza dei settori di classe e popolari e dei loro interessi materiali oltre che politici – sono sempre più platealmente sacrificate sull’altare dell’unico vero moloch: la costituzione di un’alleanza elettorale che tenga dentro il numero maggiore possibile di circoli, partiti, associazioni, intellettuali e che permetta di racimolare i voti sufficienti a superare l’insormontabile scoglio della soglia di sbarramento che impedisce l’ingresso in Parlamento. L’unità viene spacciata come un bene in sé, al di là dei progetti, dei contenuti, degli obiettivi comuni. Che d’altronde la consumata e rituale coazione a ripetere messa in moto dagli eterni ‘appelli all’unità della sinistra’ non potrebbero garantire.
E così, di volta in volta, ecco uscire dal cilindro di un ceto politico disperato quanto vorace il “contenitore” in grado di sommare le diverse debolezze della sinistra, i vari cocci di ciò che fu lo spazio politico ed elettorale rappresentato a suo tempo da Rifondazione Comunista e da altre formazioni nate dallo sgretolamento del Pci. Una coazione a ripetere sempre uguale a se stessa che se negli anni scorsi ha puntato su guru nazionali ed esteri – Bertinotti, poi Ingroia, poi ancora Tsipras – ora sembra giocare la carta degli outsider Montanari e Falcone dietro i quali sono però visibilissimi i promotori dell’operazione provenienti per lo più dalla ‘sinistra Pd’ in libera uscita da un partito ormai apertamente di destra oltre che dai settori più istituzionalisti di Sinistra Italiana. Una operazione a termine – che oltretutto dipenderà dalle caratteristiche più o meno escludenti di un sistema elettorale che l’attuale parlamento fatica a licenziare – e tutta politicista alla quale però sta dando credito, a volte in buona fede e spesso in maniera opportunistica, un ampio spettro di organizzazioni politiche tra le più diverse, da quelle che propugnano un liberismo temperato e sono spudoratamente europeiste ad alcuni dei partiti comunisti superstiti.
L’unità nella diversità, direbbe qualcuno, necessaria per rifondare una “sinistra moderna” e capace di attirare il consenso dei grandi numeri. Un copione già visto, a nostro avviso, incapace di rappresentare i bisogni materiali di un corpo sociale massacrato in questi anni dal processo di integrazione europeo e da quei governi di centrosinistra e centro all’interno dei quali sedevano, compartecipi e correi, molti di coloro che sabato al teatro Brancaccio occupavano le prime file e intervenivano dal palco. Un’assemblea ed un progetto di segno moderato, come dimostra l’interlocuzione con il cosiddetto Campo Progressista di Pisapia e l’ingombrante presenza di Massimo D’Alema, lo stesso che su Repubblica lancia strali contro ‘gli estremisti’ e rivendica la giustezza dei bombardamenti contro le popolazioni dei Balcani ai tempi della ‘guerra del Kosovo’.
In un simile contesto i comunisti, i centri sociali, le realtà sindacali, le associazioni che si battono sul territorio contro i disastri ambientali, i gruppi di sostegno ai profughi e tutto quel magma sociale e politico che si muove genuinamente ma ingenuamente cercando riferimenti politici generali in grado di invertire la rotta non potranno che avere – se lo avranno, visto il trattamento riservato dagli organizzatori al Pci e a ‘Je so pazzo’ – un ruolo di subalternità, di portatori d’acqua ad un progetto sostanzialmente dominato da coloro che in questi anni hanno sdoganato e imposto la precarietà, la militarizzazione e la guerra, il massacro sociale, i sacrifici a senso unico.
Che per rifondare una sinistra credibile e moderna si debba consegnare il proprio patrimonio a coloro che in questi anni hanno condiviso le scelte più abiette – dal Jobs Act alla Buona Scuola fino allo Sblocca Italia alla Legge Minniti – è sinceramente inaccettabile oltre che offensivo.
La strada per la ricostruzione di un fronte politico e sociale di massa che rompa non solo con le conseguenze ma anche con le cause del massacro sociale imposto dall’ordoliberismo e dall’Unione Europea esiste. E’ quella indicata e praticata negli ultimi due anni dalla Piattaforma Sociale Eurostop, frutto di una convergenza di settori politici, sociali, sindacali e territoriali su un programma di rottura nei confronti dell’Ue, dell’Euro e della Nato. E ovviamente refrattaria alle logiche del politicismo e dell’elettoralismo che condannano al fallimento ogni ipotesi di ricomposizione e per una totale indipendenza politica dei settori di classe. Solo dentro questa indipendenza i comunisti potranno ritrovare un proprio ruolo nella definizione di una prospettiva strategica e di una pratica e organizzazione sociale tutta da ricostruire.
Il prossimo primo luglio Eurostop terrà al centro sociale Intifada di Roma la propria assemblea costituente sulla base di un programma e di una identità comuni alternativi e antagonisti ad una sinistra consumata,oltre che di una serie di campagne di massa capaci di rafforzare e rilanciare un fronte sociale e politico di aperta sfida nei confronti dell’esistente.
Una strada sicuramente più lunga e tortuosa ma anche più dignitosa del solito e trito teatrino delle ‘costituenti’ che non uniscono ma dividono, che non costruiscono ma distruggono, che non rafforzano ma indeboliscono.
Fonte
18/06/2017
La “sinistra” replica il copione, al teatro Brancaccio
E’ andata secondo un copione già visto, dunque prevedibile, l’assemblea nazionale convocata al teatro Brancaccio di Roma dall’appello di Anna Falcone e Tommaso Montanari (ma ispirato da ambienti di ex Pd) per una “Alleanza Popolare per la democrazia e l’uguaglianza”.
Cercando di capitalizzare sul piano elettorale la rete e l’esperienza dei Comitati per il NO attivatisi contro il referendum controcostituzionale voluto e perduto da Renzi il 4 dicembre scorso, l’appello ha chiamato a raccolta il disperso mondo della sinistra che va dai fuoriusciti del Pd ai partiti comunisti eredi dell’esperienza del Prc, da Sinistra Italiana a settori della Cgil e dell’associazionismo. L’obiettivo è quello di una lista di sinistra alle prossime elezioni capace di superare le eventuali soglie di sbarramento. Una ipotesi che però aveva lasciato fuori troppe delle questioni dirimenti e lucidamente segnalate nei giorni scorsi da Giorgio Cremaschi anche sul nostro giornale.
L’allontanamento della scadenza elettorale al prossimo anno ha reso meno ansiosa la convocazione e le persone che hanno affollato il teatro Brancaccio (come del resto era avvenuto in passato con esperienze come Cambiare si Può, Alba etc, etc.). Con Massimo D’Alema seduto in prima fila in platea. Copione rispettato. Teatri pieni, aspettative di rivalsa altissime, risultati deludenti, eppure mai un ripensamento.
Il primo problema, come al solito, sono gli interventi. In queste assemblee “democratiche e orizzontali” alla fine parlano solo quelli che devono parlare. E allora tutti lì ad aspettare “cosa dirà Gotor” (per conto di D’Alema e Bersani), cosa dirà Fratoianni (che è riuscito a non dire che con Pisapia e il Pd non è il caso di riabbracciarsi), cosa dirà Pippo Civati (e qualcuno ancora si starà chiedendo: ma cosa ha detto Pippo Civati?). Ma ci sono anche quelli che non riescono a parlare perché non devono parlare. Lo si è visto con i giovani attivisti del centro occupato “Je so pazzo” di Napoli che prima non venivano fatti entrare (ma altri entravano) e che poi hanno interrotto sul palco la sacralità dell’intervento di Gotor (guarda il video).
Eppure gli attivisti di “Je so pazzo” con una forte dose di ottimismo e ingenuità avevano interloquito nei giorni scorsi con l’appello di Falcone e Montanari (vedi la lettera pubblicata anche dal nostro giornale).
Ai compagni del Pci è andata anche peggio. La loro interlocuzione con l’assemblea di oggi, molto prudente per la verità, è stata azzerata negandogli addirittura l’intervento in assemblea. Trattamento diverso è stato riservato al segretario del Prc Acerbo che invece è potuto intervenire.
Manuela Palermi, presidente del Pci, ha diffuso su quanto avvenuto un nota piuttosto – e giustamente – critica: “Quando qualcuno non ti permette di parlare, vuol dire che non vuole sentire quello che hai da dire. Il Pci ha risposto positivamente all’appello Falcone/Montanari manifestando, per correttezza politica, la sua posizione. E cioè: nessuna alleanza col Pd, nessuna riedizione del centrosinistra e il mantenimento della proprio autonomia politica ed organizzativa. Per capirci bene tra noi: il Pci non aderisce ad alcun soggetto politico, non si scioglie, ma continua con assoluta determinazione la sua ricostruzione.
Mi pare di capire dalle agenzie di stampa che questi paletti non fanno parte della sinistra che hanno in mente Falcone e Montanari, tant’è che nell’assemblea ci sono state aperture a Pisapia. Qualcuno di voi ricorderà forse la polemica tra me e Anna Falcone proprio su questa pagina a proposito di Pisapia. Quindi abbiamo fatto tutto alla luce del sole, come fa un partito serio” scrive Manuela Palermi.
“Noi del Pci siamo convinti che una sinistra unita farebbe bene al Paese, ma non una sinistra che voglia riproporre il centrosinistra e tutti gli errori del passato. Il paese ha altre urgenze che si chiamano lavoro, salario, sanità, scuola, pensioni. Questo per noi conta ed a questo siamo fedeli. Se avessimo parlato all’assemblea l’avremmo detto senza alcun infingimento. Qualcuno, evidentemente, non ha voluto sentire”.
La seconda parte del copione visto oggi al Brancaccio verrà replicata il 1 luglio con l’assemblea convocata dal Campo progressista di Pisapia e dagli ex Pd. Una buona parte di quelli che oggi erano al Brancaccio, sia sul palco sia in platea, saranno anche lì, a sentire cosa dice questo, cosa dice quello, a nutrire e alimentare aspettative che al primo tornante decisivo (vedi il recente voto sui voucher) vedono ripresentarsi esattamente le stesse contraddizioni e le stesse ambiguità che hanno portato alla crisi la sinistra esistente e residuale (ed a parametri anagrafici che difficilmente possono attrarre nuove generazioni).
Questo mondo e questa prospettiva non ci interessano né ci riguardano più da tempo.
Ma il 1 luglio noi saremo altrove. Abbiamo un appuntamento ma di segno, contenuto e interlocuzione radicalmente diversi, anzi contrapposti a Pisapia & company. A Roma, al centro sociale Intifada (zona Tiburtina) ci sarà l’assemblea costitutiva di Eurostop, un fronte politico e sociale nato per riaffermare come presupposti discriminanti la Ital/Exit da Unione Europea, Euro e Nato e declinare questo contenuto con un programma, una identità e campagne di massa già nei prossimi mesi (tutti i documenti saranno disponibili da lunedì 26 giugno sul sito Eurostop.info). Obiettivo dichiarato: il cambiamento politico e sociale del paese. Con una precisazione niente affatto secondaria, ribadita nel coordinamento nazionale di Eurostop tenutosi sabato: non è e non sarà una ipotesi elettorale, ma un fronte politico e di classe da agire nella società, per ricomporre un blocco sociale antagonista oggi frantumato e dare rappresentanza politica organizzata ai suoi interessi contro quelli del capitale. Senza sconti per nessuno e senza la noia e l’ossessione del certificato di esistenza in vita che abbiamo visto anche oggi al Brancaccio.
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Cercando di capitalizzare sul piano elettorale la rete e l’esperienza dei Comitati per il NO attivatisi contro il referendum controcostituzionale voluto e perduto da Renzi il 4 dicembre scorso, l’appello ha chiamato a raccolta il disperso mondo della sinistra che va dai fuoriusciti del Pd ai partiti comunisti eredi dell’esperienza del Prc, da Sinistra Italiana a settori della Cgil e dell’associazionismo. L’obiettivo è quello di una lista di sinistra alle prossime elezioni capace di superare le eventuali soglie di sbarramento. Una ipotesi che però aveva lasciato fuori troppe delle questioni dirimenti e lucidamente segnalate nei giorni scorsi da Giorgio Cremaschi anche sul nostro giornale.
L’allontanamento della scadenza elettorale al prossimo anno ha reso meno ansiosa la convocazione e le persone che hanno affollato il teatro Brancaccio (come del resto era avvenuto in passato con esperienze come Cambiare si Può, Alba etc, etc.). Con Massimo D’Alema seduto in prima fila in platea. Copione rispettato. Teatri pieni, aspettative di rivalsa altissime, risultati deludenti, eppure mai un ripensamento.
Il primo problema, come al solito, sono gli interventi. In queste assemblee “democratiche e orizzontali” alla fine parlano solo quelli che devono parlare. E allora tutti lì ad aspettare “cosa dirà Gotor” (per conto di D’Alema e Bersani), cosa dirà Fratoianni (che è riuscito a non dire che con Pisapia e il Pd non è il caso di riabbracciarsi), cosa dirà Pippo Civati (e qualcuno ancora si starà chiedendo: ma cosa ha detto Pippo Civati?). Ma ci sono anche quelli che non riescono a parlare perché non devono parlare. Lo si è visto con i giovani attivisti del centro occupato “Je so pazzo” di Napoli che prima non venivano fatti entrare (ma altri entravano) e che poi hanno interrotto sul palco la sacralità dell’intervento di Gotor (guarda il video).
Eppure gli attivisti di “Je so pazzo” con una forte dose di ottimismo e ingenuità avevano interloquito nei giorni scorsi con l’appello di Falcone e Montanari (vedi la lettera pubblicata anche dal nostro giornale).
Ai compagni del Pci è andata anche peggio. La loro interlocuzione con l’assemblea di oggi, molto prudente per la verità, è stata azzerata negandogli addirittura l’intervento in assemblea. Trattamento diverso è stato riservato al segretario del Prc Acerbo che invece è potuto intervenire.
Manuela Palermi, presidente del Pci, ha diffuso su quanto avvenuto un nota piuttosto – e giustamente – critica: “Quando qualcuno non ti permette di parlare, vuol dire che non vuole sentire quello che hai da dire. Il Pci ha risposto positivamente all’appello Falcone/Montanari manifestando, per correttezza politica, la sua posizione. E cioè: nessuna alleanza col Pd, nessuna riedizione del centrosinistra e il mantenimento della proprio autonomia politica ed organizzativa. Per capirci bene tra noi: il Pci non aderisce ad alcun soggetto politico, non si scioglie, ma continua con assoluta determinazione la sua ricostruzione.
Mi pare di capire dalle agenzie di stampa che questi paletti non fanno parte della sinistra che hanno in mente Falcone e Montanari, tant’è che nell’assemblea ci sono state aperture a Pisapia. Qualcuno di voi ricorderà forse la polemica tra me e Anna Falcone proprio su questa pagina a proposito di Pisapia. Quindi abbiamo fatto tutto alla luce del sole, come fa un partito serio” scrive Manuela Palermi.
“Noi del Pci siamo convinti che una sinistra unita farebbe bene al Paese, ma non una sinistra che voglia riproporre il centrosinistra e tutti gli errori del passato. Il paese ha altre urgenze che si chiamano lavoro, salario, sanità, scuola, pensioni. Questo per noi conta ed a questo siamo fedeli. Se avessimo parlato all’assemblea l’avremmo detto senza alcun infingimento. Qualcuno, evidentemente, non ha voluto sentire”.
La seconda parte del copione visto oggi al Brancaccio verrà replicata il 1 luglio con l’assemblea convocata dal Campo progressista di Pisapia e dagli ex Pd. Una buona parte di quelli che oggi erano al Brancaccio, sia sul palco sia in platea, saranno anche lì, a sentire cosa dice questo, cosa dice quello, a nutrire e alimentare aspettative che al primo tornante decisivo (vedi il recente voto sui voucher) vedono ripresentarsi esattamente le stesse contraddizioni e le stesse ambiguità che hanno portato alla crisi la sinistra esistente e residuale (ed a parametri anagrafici che difficilmente possono attrarre nuove generazioni).
Questo mondo e questa prospettiva non ci interessano né ci riguardano più da tempo.
Ma il 1 luglio noi saremo altrove. Abbiamo un appuntamento ma di segno, contenuto e interlocuzione radicalmente diversi, anzi contrapposti a Pisapia & company. A Roma, al centro sociale Intifada (zona Tiburtina) ci sarà l’assemblea costitutiva di Eurostop, un fronte politico e sociale nato per riaffermare come presupposti discriminanti la Ital/Exit da Unione Europea, Euro e Nato e declinare questo contenuto con un programma, una identità e campagne di massa già nei prossimi mesi (tutti i documenti saranno disponibili da lunedì 26 giugno sul sito Eurostop.info). Obiettivo dichiarato: il cambiamento politico e sociale del paese. Con una precisazione niente affatto secondaria, ribadita nel coordinamento nazionale di Eurostop tenutosi sabato: non è e non sarà una ipotesi elettorale, ma un fronte politico e di classe da agire nella società, per ricomporre un blocco sociale antagonista oggi frantumato e dare rappresentanza politica organizzata ai suoi interessi contro quelli del capitale. Senza sconti per nessuno e senza la noia e l’ossessione del certificato di esistenza in vita che abbiamo visto anche oggi al Brancaccio.
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09/06/2017
Vorrei che Falcone e Montanari facessero chiarezza
Il patatrac del sistema elettorale finto tedesco, ah quanti guai in Italia a voler imitare la Germania, allontana la data delle elezioni. Questo forse depotenzierà l’urgenza della proposta di Anna Falcone e Tommaso Montanari, ma permetterà un confronto più rigoroso su di essa, senza l’assalto soverchiante di tutti quelli che: “mamma mia come superiamo il 5%? “
Non basta affermare che una proposta di sinistra unita debba essere nuova perché essa effettivamente lo sia. Dal 2008 queste proposte si susseguono, spesso con le stesse premesse e gli stessi risultati, catastrofici. Le liste della sinistra unita hanno sempre fallito il loro obiettivo elettorale tranne che alle elezioni europee, dove la lista Tsipras ha superato lo sbarramento, salvo poi frantumarsi un minuto dopo il voto, come le precedenti esperienze sconfitte.
Quindi il primo elemento di novità della proposta dovrebbe essere quello di non ripetere le esperienze del passato e di porre condizioni e discriminanti affinché il nuovo sia davvero tale. Sinceramente, non trovo chiarezza sufficiente al riguardo nel testo di Falcone e Montanari.
Si parte dalla Costituzione, anzi dalla sua anima sociale e antiliberista affermata meravigliosamente dall’articolo 3, e si sostiene che si deve prima di tutto rispondere a quel popolo di sinistra che in nome di quell’anima ha votato NO il 4 dicembre. Benissimo, questo però significa esplicitare subito alcune discriminanti. Prima di tutto non possono essere interlocutori di questa proposta coloro che hanno votato SÌ, per capirci sono fuori Giuliano Pisapia e Romano Prodi. Il problema si pone però anche verso chi ha votato NO, ma prima ha sostenuto il Jobsact, la legge Fornero e soprattutto quella mina ad orologeria contro i principi sociali della Costituzione, quale è il nuovo articolo 81 che obbliga al pareggio di bilancio in ottemperanza al mostruoso Fiscal Compact.
Durante il governo Monti il parlamento quasi unanime ha costituzionalizzato quella austerità che giustamente Falcone e Montanari vogliono rovesciare. E se non sono solo buoni propositi, la rottura con l’austerità significa soppressione immediata delle misure che emblematicamente la realizzano. Chi le ha votate naturalmente può ammettere di essersi sbagliato e sostenere un programma che proponga di cancellare quelle misure, ma lo deve fare con rigore e sofferenza e non per furbizia.
Jeremy Corbyn ha riconquistato fiducia nel mondo del lavoro, dopo essere stato svillaneggiato dalle sinistre liberali e dai loro mass media, accettando il voto sulla Brexit e proponendo un programma secco di nazionalizzazioni. Questa parola da noi è tabù nei sindacati confederali e anche in buona parte della sinistra più radicale, eppure è proprio sul terreno delle privatizzazioni che si gioca la possibilità di arrestare e veder dilagare ancora le politiche economiche liberiste.
Alitalia e Ilva sono i primi banchi di prova, poi seguiranno le Poste, le Ferrovie, Enel ed Eni e naturalmente ciò che resta del sistema bancario. O torna l’intervento pubblico diretto nell’economia, o da noi va tutto in mano alle multinazionali, visto che la grande borghesia italiana non esiste più come classe autonoma dai poteri della globalizzazione. O il pubblico, o si svende ciò che resta del paese, questa è l’alternativa reale oggi e che scelta fa al riguardo la sinistra prefigurata da Falcone e Montanari?
Lavoro con diritti, scuola pubblica e stato sociale, ambiente, territorio e beni comuni sono dichiaratamente al centro della proposta di nuova sinistra. Anche qui possiamo solo dire giustissimo, ma dobbiamo però aggiungere: che misure concrete si vogliono subito attuare, che leggi si vogliono cancellare, che nuovi atti si vogliono varare? Naturalmente ci sono programmi decennali da individuare, ma il buongiorno si vede dal mattino, ad esempio dall’impegno a cancellare tutta la buona scuola e la controriforma della sanità, a quello a fermare tutte le grandi opere, a partire dalla famigerata Tav in Valle Susa. Non è solo questo che basta, ma è questo che serve per capire se si vuol fare sul serio.
Il bilancio delle spese militari dello stato italiano è in continua ascesa e Gentiloni si è impegnato quasi a raddoppiarlo per raggiungere quel 2% del PIL posto dagli accordi NATO. Si ribalta questa scelta nel suo opposto con il taglio delle spese ed il ritiro dalle missioni all’estero, o ci si accontenta di partecipare alla sfilata del 2 giugno con la spilla della pace? Anche qui le scelte programmatiche, che Falcone e Montanari pongono giustamente come discriminanti, se sono vere individuano già di che pasta e di quali persone dovrebbe essere composta la nuova sinistra.
Che alla fine dovrà misurarsi con la questione di fondo: le politiche del lavoro, dell’ambiente e dello stato sociale, in alternativa alla austerità e alle spese di guerra, sono realizzabili accettando i vincoli UE e NATO? Noi che abbiamo costituito Eurostop pensiamo di no, che senza la rottura con quelle istituzioni nulla di buono sia possibile per i poveri e gli sfruttati. Noi pensiamo così, ma siamo disposti ad accettare la sfida di chi invece pensa che quelle istituzioni siano positivamente riformabili. Chi crede a questo però deve essere disposto a rompere se poi dovesse verificare che il suo programma posto è posto all’indice proprio da quelle istituzioni. E deve dirlo.
Chi ha votato NO il 4 dicembre non può dimenticare che tutta la governance europea si era spesa per il SI. Né può ignorare che la Costituzione del 1948 e i trattati di Maastricht e Lisbona sono formalmente e concretamente incompatibili. Si può non volere la rottura con la UE nel programma, ma si deve essere disposti a farla se le istituzioni comunitarie quel programma ti impediscono di realizzarlo. Tsipras tra il rispetto del referendum popolare e quello dei diktat della Troika ha scelto il secondo. La sinistra proposta da Falcone e Montanari è disposta a fare la scelta esattamente opposta?
Siccome nel testo di Falcone e Montanari non ho trovato risposte chiare a domande per me decisive per capire cosa essi vogliano fare, mi sono permesso alcune di quelle domande di formularle io. Mi permetto di suggerire ai due estensori dell’appello di parlarne esplicitamente nell’assemblea del 18 giugno. Magari si affermi l’opposto di quanto scritto qui, ma per favore si faccia chiarezza. E non si parli d’altro per favore, sappiamo tutti che i nodi sono questi e non si sciolgono coprendoli di grandi valori e buoni propositi.
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Non basta affermare che una proposta di sinistra unita debba essere nuova perché essa effettivamente lo sia. Dal 2008 queste proposte si susseguono, spesso con le stesse premesse e gli stessi risultati, catastrofici. Le liste della sinistra unita hanno sempre fallito il loro obiettivo elettorale tranne che alle elezioni europee, dove la lista Tsipras ha superato lo sbarramento, salvo poi frantumarsi un minuto dopo il voto, come le precedenti esperienze sconfitte.
Quindi il primo elemento di novità della proposta dovrebbe essere quello di non ripetere le esperienze del passato e di porre condizioni e discriminanti affinché il nuovo sia davvero tale. Sinceramente, non trovo chiarezza sufficiente al riguardo nel testo di Falcone e Montanari.
Si parte dalla Costituzione, anzi dalla sua anima sociale e antiliberista affermata meravigliosamente dall’articolo 3, e si sostiene che si deve prima di tutto rispondere a quel popolo di sinistra che in nome di quell’anima ha votato NO il 4 dicembre. Benissimo, questo però significa esplicitare subito alcune discriminanti. Prima di tutto non possono essere interlocutori di questa proposta coloro che hanno votato SÌ, per capirci sono fuori Giuliano Pisapia e Romano Prodi. Il problema si pone però anche verso chi ha votato NO, ma prima ha sostenuto il Jobsact, la legge Fornero e soprattutto quella mina ad orologeria contro i principi sociali della Costituzione, quale è il nuovo articolo 81 che obbliga al pareggio di bilancio in ottemperanza al mostruoso Fiscal Compact.
Durante il governo Monti il parlamento quasi unanime ha costituzionalizzato quella austerità che giustamente Falcone e Montanari vogliono rovesciare. E se non sono solo buoni propositi, la rottura con l’austerità significa soppressione immediata delle misure che emblematicamente la realizzano. Chi le ha votate naturalmente può ammettere di essersi sbagliato e sostenere un programma che proponga di cancellare quelle misure, ma lo deve fare con rigore e sofferenza e non per furbizia.
Jeremy Corbyn ha riconquistato fiducia nel mondo del lavoro, dopo essere stato svillaneggiato dalle sinistre liberali e dai loro mass media, accettando il voto sulla Brexit e proponendo un programma secco di nazionalizzazioni. Questa parola da noi è tabù nei sindacati confederali e anche in buona parte della sinistra più radicale, eppure è proprio sul terreno delle privatizzazioni che si gioca la possibilità di arrestare e veder dilagare ancora le politiche economiche liberiste.
Alitalia e Ilva sono i primi banchi di prova, poi seguiranno le Poste, le Ferrovie, Enel ed Eni e naturalmente ciò che resta del sistema bancario. O torna l’intervento pubblico diretto nell’economia, o da noi va tutto in mano alle multinazionali, visto che la grande borghesia italiana non esiste più come classe autonoma dai poteri della globalizzazione. O il pubblico, o si svende ciò che resta del paese, questa è l’alternativa reale oggi e che scelta fa al riguardo la sinistra prefigurata da Falcone e Montanari?
Lavoro con diritti, scuola pubblica e stato sociale, ambiente, territorio e beni comuni sono dichiaratamente al centro della proposta di nuova sinistra. Anche qui possiamo solo dire giustissimo, ma dobbiamo però aggiungere: che misure concrete si vogliono subito attuare, che leggi si vogliono cancellare, che nuovi atti si vogliono varare? Naturalmente ci sono programmi decennali da individuare, ma il buongiorno si vede dal mattino, ad esempio dall’impegno a cancellare tutta la buona scuola e la controriforma della sanità, a quello a fermare tutte le grandi opere, a partire dalla famigerata Tav in Valle Susa. Non è solo questo che basta, ma è questo che serve per capire se si vuol fare sul serio.
Il bilancio delle spese militari dello stato italiano è in continua ascesa e Gentiloni si è impegnato quasi a raddoppiarlo per raggiungere quel 2% del PIL posto dagli accordi NATO. Si ribalta questa scelta nel suo opposto con il taglio delle spese ed il ritiro dalle missioni all’estero, o ci si accontenta di partecipare alla sfilata del 2 giugno con la spilla della pace? Anche qui le scelte programmatiche, che Falcone e Montanari pongono giustamente come discriminanti, se sono vere individuano già di che pasta e di quali persone dovrebbe essere composta la nuova sinistra.
Che alla fine dovrà misurarsi con la questione di fondo: le politiche del lavoro, dell’ambiente e dello stato sociale, in alternativa alla austerità e alle spese di guerra, sono realizzabili accettando i vincoli UE e NATO? Noi che abbiamo costituito Eurostop pensiamo di no, che senza la rottura con quelle istituzioni nulla di buono sia possibile per i poveri e gli sfruttati. Noi pensiamo così, ma siamo disposti ad accettare la sfida di chi invece pensa che quelle istituzioni siano positivamente riformabili. Chi crede a questo però deve essere disposto a rompere se poi dovesse verificare che il suo programma posto è posto all’indice proprio da quelle istituzioni. E deve dirlo.
Chi ha votato NO il 4 dicembre non può dimenticare che tutta la governance europea si era spesa per il SI. Né può ignorare che la Costituzione del 1948 e i trattati di Maastricht e Lisbona sono formalmente e concretamente incompatibili. Si può non volere la rottura con la UE nel programma, ma si deve essere disposti a farla se le istituzioni comunitarie quel programma ti impediscono di realizzarlo. Tsipras tra il rispetto del referendum popolare e quello dei diktat della Troika ha scelto il secondo. La sinistra proposta da Falcone e Montanari è disposta a fare la scelta esattamente opposta?
Siccome nel testo di Falcone e Montanari non ho trovato risposte chiare a domande per me decisive per capire cosa essi vogliano fare, mi sono permesso alcune di quelle domande di formularle io. Mi permetto di suggerire ai due estensori dell’appello di parlarne esplicitamente nell’assemblea del 18 giugno. Magari si affermi l’opposto di quanto scritto qui, ma per favore si faccia chiarezza. E non si parli d’altro per favore, sappiamo tutti che i nodi sono questi e non si sciolgono coprendoli di grandi valori e buoni propositi.
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