E’ andata secondo un copione già visto, dunque prevedibile, l’assemblea nazionale convocata al teatro Brancaccio di Roma dall’appello di Anna Falcone e Tommaso Montanari (ma ispirato da ambienti di ex Pd) per una “Alleanza Popolare per la democrazia e l’uguaglianza”.
Cercando di capitalizzare sul piano elettorale la rete e l’esperienza dei Comitati per il NO attivatisi contro il referendum controcostituzionale voluto e perduto da Renzi il 4 dicembre scorso, l’appello ha chiamato a raccolta il disperso mondo della sinistra che va dai fuoriusciti del Pd ai partiti comunisti eredi dell’esperienza del Prc, da Sinistra Italiana a settori della Cgil e dell’associazionismo. L’obiettivo è quello di una lista di sinistra alle prossime elezioni capace di superare le eventuali soglie di sbarramento. Una ipotesi che però aveva lasciato fuori troppe delle questioni dirimenti e lucidamente segnalate nei giorni scorsi da Giorgio Cremaschi anche sul nostro giornale.
L’allontanamento della scadenza elettorale al prossimo anno ha reso meno ansiosa la convocazione e le persone che hanno affollato il teatro Brancaccio (come del resto era avvenuto in passato con esperienze come Cambiare si Può, Alba etc, etc.). Con Massimo D’Alema seduto in prima fila in platea. Copione rispettato. Teatri pieni, aspettative di rivalsa altissime, risultati deludenti, eppure mai un ripensamento.
Il primo problema, come al solito, sono gli interventi. In queste assemblee “democratiche e orizzontali” alla fine parlano solo quelli che devono parlare. E allora tutti lì ad aspettare “cosa dirà Gotor” (per conto di D’Alema e Bersani), cosa dirà Fratoianni (che è riuscito a non dire che con Pisapia e il Pd non è il caso di riabbracciarsi), cosa dirà Pippo Civati (e qualcuno ancora si starà chiedendo: ma cosa ha detto Pippo Civati?). Ma ci sono anche quelli che non riescono a parlare perché non devono parlare. Lo si è visto con i giovani attivisti del centro occupato “Je so pazzo” di Napoli che prima non venivano fatti entrare (ma altri entravano) e che poi hanno interrotto sul palco la sacralità dell’intervento di Gotor (guarda il video).
Eppure gli attivisti di “Je so pazzo” con una forte dose di ottimismo e ingenuità avevano interloquito nei giorni scorsi con l’appello di Falcone e Montanari (vedi la lettera pubblicata anche dal nostro giornale).
Ai compagni del Pci è andata anche peggio. La loro interlocuzione con l’assemblea di oggi, molto prudente per la verità, è stata azzerata negandogli addirittura l’intervento in assemblea. Trattamento diverso è stato riservato al segretario del Prc Acerbo che invece è potuto intervenire.
Manuela Palermi, presidente del Pci, ha diffuso su quanto avvenuto un nota piuttosto – e giustamente – critica: “Quando qualcuno non ti permette di parlare, vuol dire che non vuole sentire quello che hai da dire. Il Pci ha risposto positivamente all’appello Falcone/Montanari manifestando, per correttezza politica, la sua posizione. E cioè: nessuna alleanza col Pd, nessuna riedizione del centrosinistra e il mantenimento della proprio autonomia politica ed organizzativa. Per capirci bene tra noi: il Pci non aderisce ad alcun soggetto politico, non si scioglie, ma continua con assoluta determinazione la sua ricostruzione.
Mi pare di capire dalle agenzie di stampa che questi paletti non fanno parte della sinistra che hanno in mente Falcone e Montanari, tant’è che nell’assemblea ci sono state aperture a Pisapia. Qualcuno di voi ricorderà forse la polemica tra me e Anna Falcone proprio su questa pagina a proposito di Pisapia. Quindi abbiamo fatto tutto alla luce del sole, come fa un partito serio” scrive Manuela Palermi.
“Noi del Pci siamo convinti che una sinistra unita farebbe bene al Paese, ma non una sinistra che voglia riproporre il centrosinistra e tutti gli errori del passato. Il paese ha altre urgenze che si chiamano lavoro, salario, sanità, scuola, pensioni. Questo per noi conta ed a questo siamo fedeli. Se avessimo parlato all’assemblea l’avremmo detto senza alcun infingimento. Qualcuno, evidentemente, non ha voluto sentire”.
La seconda parte del copione visto oggi al Brancaccio verrà replicata il 1 luglio con l’assemblea convocata dal Campo progressista di Pisapia e dagli ex Pd. Una buona parte di quelli che oggi erano al Brancaccio, sia sul palco sia in platea, saranno anche lì, a sentire cosa dice questo, cosa dice quello, a nutrire e alimentare aspettative che al primo tornante decisivo (vedi il recente voto sui voucher) vedono ripresentarsi esattamente le stesse contraddizioni e le stesse ambiguità che hanno portato alla crisi la sinistra esistente e residuale (ed a parametri anagrafici che difficilmente possono attrarre nuove generazioni).
Questo mondo e questa prospettiva non ci interessano né ci riguardano più da tempo.
Ma il 1 luglio noi saremo altrove. Abbiamo un appuntamento ma di segno, contenuto e interlocuzione radicalmente diversi, anzi contrapposti a Pisapia & company. A Roma, al centro sociale Intifada (zona Tiburtina) ci sarà l’assemblea costitutiva di Eurostop, un fronte politico e sociale nato per riaffermare come presupposti discriminanti la Ital/Exit da Unione Europea, Euro e Nato e declinare questo contenuto con un programma, una identità e campagne di massa già nei prossimi mesi (tutti i documenti saranno disponibili da lunedì 26 giugno sul sito Eurostop.info). Obiettivo dichiarato: il cambiamento politico e sociale del paese. Con una precisazione niente affatto secondaria, ribadita nel coordinamento nazionale di Eurostop tenutosi sabato: non è e non sarà una ipotesi elettorale, ma un fronte politico e di classe da agire nella società, per ricomporre un blocco sociale antagonista oggi frantumato e dare rappresentanza politica organizzata ai suoi interessi contro quelli del capitale. Senza sconti per nessuno e senza la noia e l’ossessione del certificato di esistenza in vita che abbiamo visto anche oggi al Brancaccio.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/11/2015
Dino Greco: "Sull'Unione Europea la sinistra ha smesso di pensare"
Dino Greco, un passato di militanza politica e sindacale in trincea, come dirigente della Fiom e poi alla Camera del lavoro di Brescia, quindi come ultimo direttore di Liberazione, ha posto da qualche tempo dentro Rifondazione Comunista il problema della presa d'atto che l'Unione Europea è cosa ben diversa dall'”Europa”, con ovvie drastiche conseguenze sia sull'analisi complessiva del partito che sulla sua strategia politica.
Nel corso dell'ultimo Comitato Politico Nazionale, svoltosi sabato e domenica, c'è stata una discussione piuttosto articolata sul tema, anche alla luce della decisione di aderire al processo della cosiddetta “Sinistra Italiana”.
Ogni dibattito interno a un partito soffre di convenzionalismi e modi di esprimersi “per gli addetti ai lavori”, che rende spesso poco comprensibile il merito politico del contendere. Lo abbiamo intervistato per chiarire i termini di una discussione altrimenti da decrittare.
Buongiorno, Dino. Rifondazione è riuscita o no a prendere le misure della nuova situazione italiana ed europea, dopo la “svolta di Tsipras”?
È in atto un confronto molto serio, che parte naturalmente dalla vicenda greca, al netto delle solite polemiche tra chi accusa Tsipras di “tradimento” e la sgangherata tifoseria che non vuol vedere i problemi. A me pare che quell'esito parla a noi, in primo luogo, perché si è scatenata una sorta di ordalia politica contro chi sostiene che l'idea di “gestire da sinistra” il memorandum si è rivelata una clamorosa illusione. Anche noi, da anni, siamo sotto scacco di un memorandum non dissimile da quello greco. E immaginare che la strada sia quella di “fare come Syriza”, anche qui, porta in una direzione molto diversa da quella che auspichiamo: porta dritti in bocca al centrosinistra, di vecchio o di nuovo conio che sia.
Se ne sentono un po' di tutti i colori, in effetti...
Dall'Huffington Post a il manifesto, a Revelli, c'è una riesumazione del linguaggio che ha segnato i momenti più catastrofici della sinistra, con espressioni tipiche riconoscibilissime. Per esempio “riduzione del danno”, “sinistra utile” o addirittura l'invito a riscoprire il “realismo”. Che è una vera e propria ideologia della capitolazione, il contrario esatto dell'esame concreto della realtà e dei rapporti di forza (senza mettersi qui a citare Lenin). Se si resta dentro il perimetro delle condizioni date, il “realismo” è un invito a seguire la corrente. La lezione che costoro hanno tratto dalla vicenda greca è “non possumus”, altro che “podemos”!
É l'impressione che ha dato subito Sinistra Italiana...
Basta vedere come si sono orientate subito le forze politiche del “nuovo soggetto”. Sel ha elaborato il lutto alla velocità di un baleno, riportando il pendolo al punto di partenza – a prima della vittoria di Syriza, in gennaio – dichiarandosi pronta ad alleanze col Pd ovunque possibile. Come se le elezioni a Milano, Bologna, Roma, Napoli, Torino, ecc, fossero avvenimenti locali, non una partita politica nazionale. Se si dice – e su questo sono d'accordo tutti – che il Pd è l'elemento “strutturalmente centrale” delle forze economiche che guidano le politiche di austerità, come si fa a reggere localmente l'alleanza col “partito dei padroni”, quello che distrugge la Costituzione, abolisce i diritti dei lavoratori, taglia il welfare, ecc? Poi c'è Civati, che si fa comunque il suo partito. Cofferati che pensa come sempre a un nuovo Ulivo. Fassina che gioca da solo, puntando a sconfiggere Renzi, non il Pd. Quindi c'è L'Altra Europa, che nelle mani di Revelli e Argiris si sta sfaldando sui territori e si traduce a livello centrale in un direttorio autoritario, senza alcun rapporto vero con quella “struttura di base” che avrebbe dovuto travolgere gli steccati preesistenti, ecc.
Ma c'è anche Rifondazione...
Che aveva annunciato una Costituente di sinistra antiliberista, frutto dell’auspicato incontro fra le forze summenzionate e singoli personaggi, transfughi dal Pd, a cui sono state generosamente riconosciute doti eccezionali di opinion makers e almeno un po' di antiliberismo... Ma strada facendo i contenuti dirimenti – alternatività e indipendenza dal Pd, linea radicalmente anti-liberista, democrazia dal basso fondata sul principio “una testa un voto” – si sono via via sbiaditi in una pratica fatta di negoziazioni pattizie fra forze politiche con l’aggiunta di qualche maggiorente. Una via per cui l'attenzione va fatalmente al “contenitore” a dispetto della sempre più evidente eterogenesi dei fini e dell’evanescenza dei contenuti.
Ma non c'è stata alcuna riflessione seria, in Rifondazione, sulla tragica esperienza di Syriza e quindi sulla strada da prendere in Italia?
Questo è il nodo centrale. Si era iniziato bene, distinguendo tra i compiti di un partito comunista e la necessità di affrontare le scadenze elettorali, cui arrivare con una coalizione antiliberista più ampia. Poi la ricerca ha preso una via diversa, quella della costituzione di nuovo soggetto politico a tutto tondo. Che non è più, dunque, una coalizione elettorale, ma un altro partito, che trascende e sostituisce quelli esistenti ed è quindi in contraddizione con questi. Ed è esattamente quello che Sel e Fassina dicono di voler fare. Di qui la confusione creatasi tra dirigenti e militanti del Prc, che non è frutto di settarismo o primitivismo (che pure esistono, certo, ma non sono prevalenti), ma una contraddizione reale. Si sbattono come palline di flipper fra una sponda e l’altra, fra un campo e l’altro, in una crisi identitaria che si riflette nella difficoltà ad assumere in proprio qualsiasi iniziativa politica. Del resto, se l'obiettivo è un nuovo partito, chi è d'accordo lavora per questo; chi non lo è, alla fine, se ne va da un'altra parte.
Nella storia del movimento comunista non è la prima volta che si ragiona di “partito di quadri” e organizzazione di massa, anche a scopi elettorali...
Una coalizione elettorale, forte di un progetto di fase condiviso, può convivere con il partito, ha con esso un rapporto di complementarità, non di opposizione. Al contrario, la contemporanea appartenenza a due partiti è invece una contraddizione in termini. Perché ciascun partito incarna una cultura politica, una visione complessiva dei rapporti sociali, un’idea di società. L’effetto schizofrenico è evidente. Alla fine, dei due partiti, ne rimarrà uno solo: quello a trazione moderata. Il “partito di quadri” costruisce condizioni e valuta di volta in volta i compromessi utili, non qualsiasi compromesso.
Anche qui, non c'è una grande novità...
No, certo. È l'idea – esplicitata per esempio da Norma Rangeri – di un partito riformista, senza più ubbie rivoluzionarie. Proprio mentre Renzi seppellisce il riformismo, si ripropone l'idea di costruire un partito socialdemocratico. Alla base c'è la convinzione che in Italia non ci sia spazio per un partito rivoluzionario. Ovviamente con questa parola non indico quelli che vedono insurrezioni possibili sempre e comunque o che interpretano questo ruolo come una testimonianza nei secoli. Parlo di una forza che sappia darsi e costruire gli strumenti teorici, l'analisi della realtà necessaria ad elaborare una strategia e una tattica, decidendo dunque anche delle alleanze limpidamente visibili e comprensibili...
Qualcosa che non c'è da tempo, almeno all'altezza della sfida...
Da questo punto di vista siamo orfani. Non c'è analisi sull'Unione Europea – che molti non riescono neanche a distinguere dall'Europa – sulla moneta unica e la sua funzione, sulle forme istituzionali create nella Ue, sulla loro natura non democratica... Su questo c'è solo balbettio. Come Tsipras, abbiamo coltivato l'illusione che fosse possibile negoziare con la Ue la fine dell'austerity, che l’oligarchia finanziaria che governa l’Europa potesse essere disponibile a smontare il congegno posto a guardia della propria missione politica; insomma, come se fosse possibile negoziare con gli strozzini la fine dell'usura. Non abbiamo capito – come Tsipras – che la presunta neutralità dell'euro è stato uno dei più grandi successi del capitale multinazionale degli ultimi venti anni. Ci dovremmo chiarire che non si possono tenere insieme le due cose...
Un terreno delicato, dove volano spesso accuse di “nazionalismo populista”... Succede anche nel Prc?
L'accusa è in effetti quella: se ti batti contro “l'Europa” non fai che aiutare i nazionalismi populistici... A sinistra, in Italia, la paura del nazionalismo produce la stessa paralisi che produce nei tedeschi la paura dell'inflazione. Ma con questa paura non puoi organizzare lotta di classe in questo paese e finisci per consegnare alla destra il tuo blocco sociale.
Come se l'internazionalismo fosse contenuto nell'Unione Europea... Ma ci sono ormai voci europee di sinistra molto discordanti da questa visione, no?
È questo il paradosso della sinistra italiana. Proprio adesso che la maggioranza della sinistra radicale europea si schiera contro questo assetto, persino in Portogallo (ovviamente distinguendo tra Partito Socialista e il blocco di sinistra), o addirittura in Francia e Germania, con la presa di posizione di Melenchon e Lafontaine. Vedo la necessità di rompere lo stallo del pensiero che sta paralizzando la sinistra e i comunisti, qui da noi. Si continua a parlare del Manifesto di Ventotene come se fosse quello lo statuto dell'Unione Europea... Ma Altiero Spinelli parlava di “stati socialisti d'Europa” (“La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita”, ndr). L'esatto contrario di quel che è stato costruito con la Ue...
Fonte
Nel corso dell'ultimo Comitato Politico Nazionale, svoltosi sabato e domenica, c'è stata una discussione piuttosto articolata sul tema, anche alla luce della decisione di aderire al processo della cosiddetta “Sinistra Italiana”.
Ogni dibattito interno a un partito soffre di convenzionalismi e modi di esprimersi “per gli addetti ai lavori”, che rende spesso poco comprensibile il merito politico del contendere. Lo abbiamo intervistato per chiarire i termini di una discussione altrimenti da decrittare.
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Buongiorno, Dino. Rifondazione è riuscita o no a prendere le misure della nuova situazione italiana ed europea, dopo la “svolta di Tsipras”?
È in atto un confronto molto serio, che parte naturalmente dalla vicenda greca, al netto delle solite polemiche tra chi accusa Tsipras di “tradimento” e la sgangherata tifoseria che non vuol vedere i problemi. A me pare che quell'esito parla a noi, in primo luogo, perché si è scatenata una sorta di ordalia politica contro chi sostiene che l'idea di “gestire da sinistra” il memorandum si è rivelata una clamorosa illusione. Anche noi, da anni, siamo sotto scacco di un memorandum non dissimile da quello greco. E immaginare che la strada sia quella di “fare come Syriza”, anche qui, porta in una direzione molto diversa da quella che auspichiamo: porta dritti in bocca al centrosinistra, di vecchio o di nuovo conio che sia.
Se ne sentono un po' di tutti i colori, in effetti...
Dall'Huffington Post a il manifesto, a Revelli, c'è una riesumazione del linguaggio che ha segnato i momenti più catastrofici della sinistra, con espressioni tipiche riconoscibilissime. Per esempio “riduzione del danno”, “sinistra utile” o addirittura l'invito a riscoprire il “realismo”. Che è una vera e propria ideologia della capitolazione, il contrario esatto dell'esame concreto della realtà e dei rapporti di forza (senza mettersi qui a citare Lenin). Se si resta dentro il perimetro delle condizioni date, il “realismo” è un invito a seguire la corrente. La lezione che costoro hanno tratto dalla vicenda greca è “non possumus”, altro che “podemos”!
É l'impressione che ha dato subito Sinistra Italiana...
Basta vedere come si sono orientate subito le forze politiche del “nuovo soggetto”. Sel ha elaborato il lutto alla velocità di un baleno, riportando il pendolo al punto di partenza – a prima della vittoria di Syriza, in gennaio – dichiarandosi pronta ad alleanze col Pd ovunque possibile. Come se le elezioni a Milano, Bologna, Roma, Napoli, Torino, ecc, fossero avvenimenti locali, non una partita politica nazionale. Se si dice – e su questo sono d'accordo tutti – che il Pd è l'elemento “strutturalmente centrale” delle forze economiche che guidano le politiche di austerità, come si fa a reggere localmente l'alleanza col “partito dei padroni”, quello che distrugge la Costituzione, abolisce i diritti dei lavoratori, taglia il welfare, ecc? Poi c'è Civati, che si fa comunque il suo partito. Cofferati che pensa come sempre a un nuovo Ulivo. Fassina che gioca da solo, puntando a sconfiggere Renzi, non il Pd. Quindi c'è L'Altra Europa, che nelle mani di Revelli e Argiris si sta sfaldando sui territori e si traduce a livello centrale in un direttorio autoritario, senza alcun rapporto vero con quella “struttura di base” che avrebbe dovuto travolgere gli steccati preesistenti, ecc.
Ma c'è anche Rifondazione...
Che aveva annunciato una Costituente di sinistra antiliberista, frutto dell’auspicato incontro fra le forze summenzionate e singoli personaggi, transfughi dal Pd, a cui sono state generosamente riconosciute doti eccezionali di opinion makers e almeno un po' di antiliberismo... Ma strada facendo i contenuti dirimenti – alternatività e indipendenza dal Pd, linea radicalmente anti-liberista, democrazia dal basso fondata sul principio “una testa un voto” – si sono via via sbiaditi in una pratica fatta di negoziazioni pattizie fra forze politiche con l’aggiunta di qualche maggiorente. Una via per cui l'attenzione va fatalmente al “contenitore” a dispetto della sempre più evidente eterogenesi dei fini e dell’evanescenza dei contenuti.
Ma non c'è stata alcuna riflessione seria, in Rifondazione, sulla tragica esperienza di Syriza e quindi sulla strada da prendere in Italia?
Questo è il nodo centrale. Si era iniziato bene, distinguendo tra i compiti di un partito comunista e la necessità di affrontare le scadenze elettorali, cui arrivare con una coalizione antiliberista più ampia. Poi la ricerca ha preso una via diversa, quella della costituzione di nuovo soggetto politico a tutto tondo. Che non è più, dunque, una coalizione elettorale, ma un altro partito, che trascende e sostituisce quelli esistenti ed è quindi in contraddizione con questi. Ed è esattamente quello che Sel e Fassina dicono di voler fare. Di qui la confusione creatasi tra dirigenti e militanti del Prc, che non è frutto di settarismo o primitivismo (che pure esistono, certo, ma non sono prevalenti), ma una contraddizione reale. Si sbattono come palline di flipper fra una sponda e l’altra, fra un campo e l’altro, in una crisi identitaria che si riflette nella difficoltà ad assumere in proprio qualsiasi iniziativa politica. Del resto, se l'obiettivo è un nuovo partito, chi è d'accordo lavora per questo; chi non lo è, alla fine, se ne va da un'altra parte.
Nella storia del movimento comunista non è la prima volta che si ragiona di “partito di quadri” e organizzazione di massa, anche a scopi elettorali...
Una coalizione elettorale, forte di un progetto di fase condiviso, può convivere con il partito, ha con esso un rapporto di complementarità, non di opposizione. Al contrario, la contemporanea appartenenza a due partiti è invece una contraddizione in termini. Perché ciascun partito incarna una cultura politica, una visione complessiva dei rapporti sociali, un’idea di società. L’effetto schizofrenico è evidente. Alla fine, dei due partiti, ne rimarrà uno solo: quello a trazione moderata. Il “partito di quadri” costruisce condizioni e valuta di volta in volta i compromessi utili, non qualsiasi compromesso.
Anche qui, non c'è una grande novità...
No, certo. È l'idea – esplicitata per esempio da Norma Rangeri – di un partito riformista, senza più ubbie rivoluzionarie. Proprio mentre Renzi seppellisce il riformismo, si ripropone l'idea di costruire un partito socialdemocratico. Alla base c'è la convinzione che in Italia non ci sia spazio per un partito rivoluzionario. Ovviamente con questa parola non indico quelli che vedono insurrezioni possibili sempre e comunque o che interpretano questo ruolo come una testimonianza nei secoli. Parlo di una forza che sappia darsi e costruire gli strumenti teorici, l'analisi della realtà necessaria ad elaborare una strategia e una tattica, decidendo dunque anche delle alleanze limpidamente visibili e comprensibili...
Qualcosa che non c'è da tempo, almeno all'altezza della sfida...
Da questo punto di vista siamo orfani. Non c'è analisi sull'Unione Europea – che molti non riescono neanche a distinguere dall'Europa – sulla moneta unica e la sua funzione, sulle forme istituzionali create nella Ue, sulla loro natura non democratica... Su questo c'è solo balbettio. Come Tsipras, abbiamo coltivato l'illusione che fosse possibile negoziare con la Ue la fine dell'austerity, che l’oligarchia finanziaria che governa l’Europa potesse essere disponibile a smontare il congegno posto a guardia della propria missione politica; insomma, come se fosse possibile negoziare con gli strozzini la fine dell'usura. Non abbiamo capito – come Tsipras – che la presunta neutralità dell'euro è stato uno dei più grandi successi del capitale multinazionale degli ultimi venti anni. Ci dovremmo chiarire che non si possono tenere insieme le due cose...
Un terreno delicato, dove volano spesso accuse di “nazionalismo populista”... Succede anche nel Prc?
L'accusa è in effetti quella: se ti batti contro “l'Europa” non fai che aiutare i nazionalismi populistici... A sinistra, in Italia, la paura del nazionalismo produce la stessa paralisi che produce nei tedeschi la paura dell'inflazione. Ma con questa paura non puoi organizzare lotta di classe in questo paese e finisci per consegnare alla destra il tuo blocco sociale.
Come se l'internazionalismo fosse contenuto nell'Unione Europea... Ma ci sono ormai voci europee di sinistra molto discordanti da questa visione, no?
È questo il paradosso della sinistra italiana. Proprio adesso che la maggioranza della sinistra radicale europea si schiera contro questo assetto, persino in Portogallo (ovviamente distinguendo tra Partito Socialista e il blocco di sinistra), o addirittura in Francia e Germania, con la presa di posizione di Melenchon e Lafontaine. Vedo la necessità di rompere lo stallo del pensiero che sta paralizzando la sinistra e i comunisti, qui da noi. Si continua a parlare del Manifesto di Ventotene come se fosse quello lo statuto dell'Unione Europea... Ma Altiero Spinelli parlava di “stati socialisti d'Europa” (“La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita”, ndr). L'esatto contrario di quel che è stato costruito con la Ue...
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15/10/2015
“Cosa rossa”? Se continua così, finisce prima di cominciare
La cosa rossa sembra che stia per partire, ma ancora non fa chiarezza sul punto centrale: che rapporto vuole avere con il Pd? Vuole combatterlo o allearcisi?
Partiamo da qualche considerazione di partenza: il Pd non è un partito di sinistra e neppure di centro, è un partito di destra, a volte più a destra di Berlusconi, pertanto, la costruzione di un soggetto di sinistra non può che essere alternativo al Pd e, pertanto, non può allearcisi. La sinistra che vuol fare la “cosa rossa” non è d’accordo (o dice di non esserlo) con il Pd di Renzi su tutto, dalla deriva neo liberista, e quindi alle privatizzazioni, dal diritto del lavoro, alla riforma della Costituzione, dalla riforma elettorale a quella della scuola, dall’allineamento alla Nato, a tutta la politica estera ecc.
Dunque, in queste condizioni come potremmo definire un eventuale accordo elettorale fra essa ed il Pd? La lingua italiana è molto bella, perché ha un lessico ricco e flessibile per cui la parola giusta, più che alleanza, sarebbe “pateracchio alimentare”. “Pateracchio” perché pura alleanza di sigle senza nessuna ragione politica. “Alimentare” perché si fonderebbe solo sull’esigenza di mantenere lo stipendio di parlamentare, consigliere regionale, assessore, consulente ecc. ad un pugno di funzionari. Allora, che sta preparando la “cosa rossa”?
A quanto pare, entro ottobre saranno costituiti i nuovi gruppi parlamentari in cui confluiranno Sel, Fassina e gli ex 5stelle che hanno preso gusto alle poltrone di Montecitorio e vogliono tornarci. Resta fuori Civati che ha posto un problema: “che facciamo con il Pd, io non intendo allearmici” (chapeau!!!). Nessuna risposta. E già questo silenzio è allarmante.
Intanto, già a Milano, Cagliari, Torino, Bologna i gruppi locali di Sel stanno intrigando per entrare in coalizione con il Pd, ma, pare, con resistenze del Nazionale che frena. Dunque, avremmo una base più di “destra” e moderata ed un nazionale più di “sinistra” ed estremista? Ma forse le cose non stanno così e la spiegazione è meno semplice.
Magari, la partecipazione a questo giro amministrativo serve a mostrare i muscoli, contare il gruzzoletto di voti per trattare un po’ di posti in lista alle politiche. In questo senso, il nazionale – che forse si preoccupa delle politiche più delle amministrative che, invece stanno a cuore ai locali che aspirano a qualche assessorato – preferisce la politica delle “mani libere”, quanto meno al primo turno, per fare il pieno di voti a sinistra, per poi trattare da posizioni di maggiore forza nelle politiche. In fondo, a livello comunale si può sempre apparentarcisi al secondo turno con gli argomenti di sempre: “Volete far vincere le destre? A noi non interessa il partito ma “la partita”! Noi condizioneremo a sinistra il Pd” e via di questo passo. Ma, nel frattempo non si dice nulla sull’eventuale alleanza nazionale.
C’è un particolare che bisogna tener presente: la prossima volta voteremo con l’Italicum, per cui non ci saranno coalizioni ma solo liste, dunque occorrerà entrare direttamente nella lista del Pd. Restare fuori significa affrontare la sfida da soli, sotto l’eterno ricatto del “voto utile” sin dal primo turno (che è quello in cui il Pd punta a vincere) e schiacciati fra Pd e M5s, per cui la tagliola della clausola di sbarramento è pronta a scattare, lasciando a becco asciutto i nostri eroi. Non sia mai detto! Ovviamente, entrare nelle liste del Pd significherebbe perdere ogni visibilità e, virtualmente, scomparire. Però, intanto ci si fa un’altra legislatura. Dopo di che si può sempre sperare in una opportuna leggina che anticipi di qualche anno la pensione (pare che sia una specialità del gruppo).
Ma se le cose stessero così (ma spero di essere stato maligno e che i fatti mi diano torto) come chiamare il nuovo gruppo parlamentare? Una sigla troppo estremista potrebbe compromettere futuri accordi: come si fa ad accordarcisi con un gruppo che si chiama “comunisti arrabbiati”?
Io avrei qualche idea da sottoporre:
“Bersaniani esterni”
“Renziani di complemento”
“Sinistra domenicale, se non piove”
“Riformisti e paraculi”
Che ne dite? Magari possiamo aiutare “la Cosa rossa” indicando il nome che ritengono più opportuno. Scherzi a parte, qui non si tratta di fare dell’isolazionismo bordighista, ma prendere realisticamente atto che non ha senso allearsi con uno con il quale (almeno stando a quel che dici) non sei d’accordo su niente ed al quale vorresti fare le scarpe.
Invece, devo dar atto di coerenza e coraggio a Civati e a Rifondazione (che ha annunciato di non voler entrare nella coalizione Pd di Milano e di lavorare ad una sua presentazione autonoma) che si pongono esplicitamente come alternativa. Di Civati ho sempre detto che è la persona più seria dell’area che oggi sfocia nella “cosa Rossa” e constato con piacere di aver visto giusto. Verso Rifondazione, al contrario, non sono stato tenero negli ultimi quattro anni, ma oggi vedo che è capace di un atto di coraggio che merita rispetto. Me ne compiaccio e spero.
Fonte
Partiamo da qualche considerazione di partenza: il Pd non è un partito di sinistra e neppure di centro, è un partito di destra, a volte più a destra di Berlusconi, pertanto, la costruzione di un soggetto di sinistra non può che essere alternativo al Pd e, pertanto, non può allearcisi. La sinistra che vuol fare la “cosa rossa” non è d’accordo (o dice di non esserlo) con il Pd di Renzi su tutto, dalla deriva neo liberista, e quindi alle privatizzazioni, dal diritto del lavoro, alla riforma della Costituzione, dalla riforma elettorale a quella della scuola, dall’allineamento alla Nato, a tutta la politica estera ecc.
Dunque, in queste condizioni come potremmo definire un eventuale accordo elettorale fra essa ed il Pd? La lingua italiana è molto bella, perché ha un lessico ricco e flessibile per cui la parola giusta, più che alleanza, sarebbe “pateracchio alimentare”. “Pateracchio” perché pura alleanza di sigle senza nessuna ragione politica. “Alimentare” perché si fonderebbe solo sull’esigenza di mantenere lo stipendio di parlamentare, consigliere regionale, assessore, consulente ecc. ad un pugno di funzionari. Allora, che sta preparando la “cosa rossa”?
A quanto pare, entro ottobre saranno costituiti i nuovi gruppi parlamentari in cui confluiranno Sel, Fassina e gli ex 5stelle che hanno preso gusto alle poltrone di Montecitorio e vogliono tornarci. Resta fuori Civati che ha posto un problema: “che facciamo con il Pd, io non intendo allearmici” (chapeau!!!). Nessuna risposta. E già questo silenzio è allarmante.
Intanto, già a Milano, Cagliari, Torino, Bologna i gruppi locali di Sel stanno intrigando per entrare in coalizione con il Pd, ma, pare, con resistenze del Nazionale che frena. Dunque, avremmo una base più di “destra” e moderata ed un nazionale più di “sinistra” ed estremista? Ma forse le cose non stanno così e la spiegazione è meno semplice.
Magari, la partecipazione a questo giro amministrativo serve a mostrare i muscoli, contare il gruzzoletto di voti per trattare un po’ di posti in lista alle politiche. In questo senso, il nazionale – che forse si preoccupa delle politiche più delle amministrative che, invece stanno a cuore ai locali che aspirano a qualche assessorato – preferisce la politica delle “mani libere”, quanto meno al primo turno, per fare il pieno di voti a sinistra, per poi trattare da posizioni di maggiore forza nelle politiche. In fondo, a livello comunale si può sempre apparentarcisi al secondo turno con gli argomenti di sempre: “Volete far vincere le destre? A noi non interessa il partito ma “la partita”! Noi condizioneremo a sinistra il Pd” e via di questo passo. Ma, nel frattempo non si dice nulla sull’eventuale alleanza nazionale.
C’è un particolare che bisogna tener presente: la prossima volta voteremo con l’Italicum, per cui non ci saranno coalizioni ma solo liste, dunque occorrerà entrare direttamente nella lista del Pd. Restare fuori significa affrontare la sfida da soli, sotto l’eterno ricatto del “voto utile” sin dal primo turno (che è quello in cui il Pd punta a vincere) e schiacciati fra Pd e M5s, per cui la tagliola della clausola di sbarramento è pronta a scattare, lasciando a becco asciutto i nostri eroi. Non sia mai detto! Ovviamente, entrare nelle liste del Pd significherebbe perdere ogni visibilità e, virtualmente, scomparire. Però, intanto ci si fa un’altra legislatura. Dopo di che si può sempre sperare in una opportuna leggina che anticipi di qualche anno la pensione (pare che sia una specialità del gruppo).
Ma se le cose stessero così (ma spero di essere stato maligno e che i fatti mi diano torto) come chiamare il nuovo gruppo parlamentare? Una sigla troppo estremista potrebbe compromettere futuri accordi: come si fa ad accordarcisi con un gruppo che si chiama “comunisti arrabbiati”?
Io avrei qualche idea da sottoporre:
“Bersaniani esterni”
“Renziani di complemento”
“Sinistra domenicale, se non piove”
“Riformisti e paraculi”
Che ne dite? Magari possiamo aiutare “la Cosa rossa” indicando il nome che ritengono più opportuno. Scherzi a parte, qui non si tratta di fare dell’isolazionismo bordighista, ma prendere realisticamente atto che non ha senso allearsi con uno con il quale (almeno stando a quel che dici) non sei d’accordo su niente ed al quale vorresti fare le scarpe.
Invece, devo dar atto di coerenza e coraggio a Civati e a Rifondazione (che ha annunciato di non voler entrare nella coalizione Pd di Milano e di lavorare ad una sua presentazione autonoma) che si pongono esplicitamente come alternativa. Di Civati ho sempre detto che è la persona più seria dell’area che oggi sfocia nella “cosa Rossa” e constato con piacere di aver visto giusto. Verso Rifondazione, al contrario, non sono stato tenero negli ultimi quattro anni, ma oggi vedo che è capace di un atto di coraggio che merita rispetto. Me ne compiaccio e spero.
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07/10/2015
Cosa Rossa: a che punto siamo?
A breve dovrebbe decidersi che fine farà il progetto di nuovo soggetto di sinistra, la “Cosa Rossa” di cui si parla dalla tarda primavera. Le cose per la verità non sembrano affatto promettere niente di buono.
a- Landini sembra essersi sfilato per fare una cosa che non si capisce che è, anche perché si è messo anche lui a ripetere questa fesseria del “non sono né di destra né di sinistra” che, ovviamente, lo escludo programmaticamente da una cosa che vuol essere la nuova forza di sinistra;
b- La brigata Kalimera (io, ormai, la direi Kalispera) ha difeso Tsipras, nonostante l’indecente capriola post referendum, ma ha capito che è un brand “freddo” che non porta consensi e si sta dirigendo verso il nuovo astro di Podemos che, però, sembra in difficoltà a sua volta;
c- Vendola ha lasciato intendere di essere pronto a fare lista comune con Renzi, assestando una mazzata alla residua credibilità della sua formazione politica che, peraltro, è l’unica ad avere un gruppo parlamentare;
d- L’incauta mossa di Civati (mi spiace dirlo di un amico) di lanciare i referendum da solo si è conclusa con il prevedibile insuccesso (ma come si fa a lanciare una raccolta di firme con agosto di mezzo?!);
e- Rifondazione continua a non esistere né politicamente né organizzativamente;
f- Fassina sembra colpito da improvvisa afasia.
Non pare un bel panorama. Ma quello che conta più di tutto è il persistente vuoto di proposta politica e l’assenza di ogni dibattito. Cosa propone chi si candida ad essere la sinistra di questo paese? Nulla mischiato a niente. Oppure, quando decidono di parlare, c’è solo uno scoordinato starnazzare di oche privo di qualsiasi coerenza e propositività.
Il fatto è che questa area resta il riservato dominio di quattro leaderini da strapazzo, di cui una bella fetta di “vecchie stelle del varietà” sul palcoscenico da troppo tempo. A proposito, avrei una proposta: concedere la pensione ai leader politici ma solo quando abbiano sottoscritto un impegno a tacere definitivamente ed emigrare in un’isola delle Falkland. Che ne dite?
Sino a quando la nascita del nuovo soggetto di sinistra dipenderà da queste “piccole potenze” da operetta, qui non verrà fuori nulla, al massimo la solita lista intruglio decisa all’ultimo momento mettendo insieme tutti quelli che si possono racimolare. La solita cosa pietosa che forse supera di un soffio il 4% per rientrare in Parlamento e riprendere a litigare la sera stessa del risultato elettorale (ricordate che vi dissi della lista Tsipras?)... Ma, intanto il serbatoio si sta prosciugando. Nella mia città nativa si usa dire che “la cera si consuma e la processione non cammina”... qui di cera ne è rimasta molto poca.
L’unica possibilità è che la rifondazione di questa area riparta dal basso, con circoli, blog, gruppi di intervento, liste civiche locali ecc. In questo senso una rete di blog può essere un aiuto molto importante, ma soprattutto, se si pianta di fare polemiche da gruppettari anni settanta (ne so qualcosa) e si parli di politica: Euro e Ue, che facciamo? Quale politica fiscale? Come si rilancia l’industria in questo paese? Come possiamo attaccare la finanza? Che si fa in tema di riforma universitaria? E della Giustizia che diciamo? E così via.
Occorre una “rivoluzione copernicana” della sinistra: parlare di contenuto, inventare nuove forme di organizzazione e di comunicazione, far partire campagne mirate... Soprattutto non dare nulla per scontato e rimettere in discussione tutto. Ma occorre sbrigarsi, non c’è più molto tempo.
Fonte
a- Landini sembra essersi sfilato per fare una cosa che non si capisce che è, anche perché si è messo anche lui a ripetere questa fesseria del “non sono né di destra né di sinistra” che, ovviamente, lo escludo programmaticamente da una cosa che vuol essere la nuova forza di sinistra;
b- La brigata Kalimera (io, ormai, la direi Kalispera) ha difeso Tsipras, nonostante l’indecente capriola post referendum, ma ha capito che è un brand “freddo” che non porta consensi e si sta dirigendo verso il nuovo astro di Podemos che, però, sembra in difficoltà a sua volta;
c- Vendola ha lasciato intendere di essere pronto a fare lista comune con Renzi, assestando una mazzata alla residua credibilità della sua formazione politica che, peraltro, è l’unica ad avere un gruppo parlamentare;
d- L’incauta mossa di Civati (mi spiace dirlo di un amico) di lanciare i referendum da solo si è conclusa con il prevedibile insuccesso (ma come si fa a lanciare una raccolta di firme con agosto di mezzo?!);
e- Rifondazione continua a non esistere né politicamente né organizzativamente;
f- Fassina sembra colpito da improvvisa afasia.
Non pare un bel panorama. Ma quello che conta più di tutto è il persistente vuoto di proposta politica e l’assenza di ogni dibattito. Cosa propone chi si candida ad essere la sinistra di questo paese? Nulla mischiato a niente. Oppure, quando decidono di parlare, c’è solo uno scoordinato starnazzare di oche privo di qualsiasi coerenza e propositività.
Il fatto è che questa area resta il riservato dominio di quattro leaderini da strapazzo, di cui una bella fetta di “vecchie stelle del varietà” sul palcoscenico da troppo tempo. A proposito, avrei una proposta: concedere la pensione ai leader politici ma solo quando abbiano sottoscritto un impegno a tacere definitivamente ed emigrare in un’isola delle Falkland. Che ne dite?
Sino a quando la nascita del nuovo soggetto di sinistra dipenderà da queste “piccole potenze” da operetta, qui non verrà fuori nulla, al massimo la solita lista intruglio decisa all’ultimo momento mettendo insieme tutti quelli che si possono racimolare. La solita cosa pietosa che forse supera di un soffio il 4% per rientrare in Parlamento e riprendere a litigare la sera stessa del risultato elettorale (ricordate che vi dissi della lista Tsipras?)... Ma, intanto il serbatoio si sta prosciugando. Nella mia città nativa si usa dire che “la cera si consuma e la processione non cammina”... qui di cera ne è rimasta molto poca.
L’unica possibilità è che la rifondazione di questa area riparta dal basso, con circoli, blog, gruppi di intervento, liste civiche locali ecc. In questo senso una rete di blog può essere un aiuto molto importante, ma soprattutto, se si pianta di fare polemiche da gruppettari anni settanta (ne so qualcosa) e si parli di politica: Euro e Ue, che facciamo? Quale politica fiscale? Come si rilancia l’industria in questo paese? Come possiamo attaccare la finanza? Che si fa in tema di riforma universitaria? E della Giustizia che diciamo? E così via.
Occorre una “rivoluzione copernicana” della sinistra: parlare di contenuto, inventare nuove forme di organizzazione e di comunicazione, far partire campagne mirate... Soprattutto non dare nulla per scontato e rimettere in discussione tutto. Ma occorre sbrigarsi, non c’è più molto tempo.
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07/08/2015
I referendum di Civati
“Possibile”, la creatura appena messa al mondo da Pippo Civati, ha iniziato già dal 1 luglio la raccolta delle firme necessarie per indire otto referendum, i più importanti dei quali riguardano riforma elettorale, jobs act e riforma della scuola. Cioè, in buona sostanza, le “riforme” (o meglio “controriforme”) attuate dal governo Renzi.
Dico subito che sottoscriverò i quesiti e che invito i miei lettori a fare altrettanto: non si può mancare ad un appuntamento antirenziano e poi, Civati mi sembra l’unico che può ancora avere qualche credibilità in tutta la banda che si muove (piuttosto scompostamente, in verità) nell’area fra Pd e M5s.
A proposito: non ho ancora capito se “Possibile” fa parte o no del cantiere Vendola-Ferrero-Fassina-Campanella e come si pone verso la coalizione sociale di Landini. Qui non si capisce più niente e si va avanti alla giornata: un giorno Vendola dice che vuole costruire un soggetto alternativo al Pd, dopo due giorni la Boldrini lancia un appello a Sel per confluire nel Pd, Landini sembra un semaforo c’è? “Ora Si, ora No, Ora Si, ora No”. E così via, vedremo.
Veniamo alle perplessità.
- Sulla legge elettorale: i quesiti sono due, il primo tendente a restaurare il voto di preferenza per tutti ed abolendo le candidature bloccate dei capilista (e su questi nulla quaestio), il secondo che abroga in toto la legge. E realisticamente questo sarà bocciato immediatamente dalla Corte Costituzionale sulla base di una precedente giurisprudenza del 1992. La maggior perplessità è politica: in alcune occasioni, Civati ha lasciato intendere la propria preferenza per il vecchio Mattarellum che prevedeva collegi uninominali e listini bloccati il che, da un lato vanifica il voto di preferenza, dall’altro reintroduce inaccettabili logiche maggioritarie. La battaglia contro l’Italicum ha senso solo se ci si batte per il ritorno al proporzionale, il resto sono fesserie. Per cui mi lascia perplesso l’uso che potrebbe essere fatto di una eventuale vittoria.
- Jobs Act e scuola: questioni rilevanti su cui sono totalmente d’accordo, unico problema: siamo sicuri che siano in minoranza nel paese? Perché una vittoria del No finirebbe per fare un regalo enorme ai sostenitori di queste brutture legislative. A me sembra che la cosa sia un po’ prematura e se il conto è quello di “sommare varie minoranze” (per cui l’insegnante imbestialito per la controriforma della scuola poi vota si anche sul Jobs Act ed il lavoratore dipendente che non vuole il Jobs Act poi vota si anche sulla scuola) le cose non sono così automatiche e potremmo andare ad una disillusione molto amara.
Infine una perplessità generale: questa dei referendum a grappolo è una vecchia tattica radicale che ha finito per ammazzare i referendum ai quali poi non andava a votare più nessuno. Il referendum per sua natura è monotematico e la presenza di più quesiti può funzionare se ce ne è uno guida (ad esempio nel 1987 quello sulla giustizia), ma anche in questo caso alla lunga il gioco non funziona. Qui il referendum guida dovrebbe essere quello sulla legge elettorale che forse può funzionare sulle preferenze ma che, se dovesse investire la legge nel suo complesso (in caso la Corte decidesse contro ogni previsione di ammetterlo) temo ci vedrebbe perdenti.
In realtà, con questo mazzo di referendum, Civati mette in questione tutte le riforme renziane, per cui chiama ad un plebiscito su Renzi più che su ogni singola legge, ma, anche qui, temo che l’iniziativa sia prematura.
Comunque, per ora firmiamoli, poi vedremo quanti ne saranno ammessi, quando si voterà e su cosa e vedremo il da farsi.
Fonte
Dico subito che sottoscriverò i quesiti e che invito i miei lettori a fare altrettanto: non si può mancare ad un appuntamento antirenziano e poi, Civati mi sembra l’unico che può ancora avere qualche credibilità in tutta la banda che si muove (piuttosto scompostamente, in verità) nell’area fra Pd e M5s.
A proposito: non ho ancora capito se “Possibile” fa parte o no del cantiere Vendola-Ferrero-Fassina-Campanella e come si pone verso la coalizione sociale di Landini. Qui non si capisce più niente e si va avanti alla giornata: un giorno Vendola dice che vuole costruire un soggetto alternativo al Pd, dopo due giorni la Boldrini lancia un appello a Sel per confluire nel Pd, Landini sembra un semaforo c’è? “Ora Si, ora No, Ora Si, ora No”. E così via, vedremo.
Veniamo alle perplessità.
- Sulla legge elettorale: i quesiti sono due, il primo tendente a restaurare il voto di preferenza per tutti ed abolendo le candidature bloccate dei capilista (e su questi nulla quaestio), il secondo che abroga in toto la legge. E realisticamente questo sarà bocciato immediatamente dalla Corte Costituzionale sulla base di una precedente giurisprudenza del 1992. La maggior perplessità è politica: in alcune occasioni, Civati ha lasciato intendere la propria preferenza per il vecchio Mattarellum che prevedeva collegi uninominali e listini bloccati il che, da un lato vanifica il voto di preferenza, dall’altro reintroduce inaccettabili logiche maggioritarie. La battaglia contro l’Italicum ha senso solo se ci si batte per il ritorno al proporzionale, il resto sono fesserie. Per cui mi lascia perplesso l’uso che potrebbe essere fatto di una eventuale vittoria.
- Jobs Act e scuola: questioni rilevanti su cui sono totalmente d’accordo, unico problema: siamo sicuri che siano in minoranza nel paese? Perché una vittoria del No finirebbe per fare un regalo enorme ai sostenitori di queste brutture legislative. A me sembra che la cosa sia un po’ prematura e se il conto è quello di “sommare varie minoranze” (per cui l’insegnante imbestialito per la controriforma della scuola poi vota si anche sul Jobs Act ed il lavoratore dipendente che non vuole il Jobs Act poi vota si anche sulla scuola) le cose non sono così automatiche e potremmo andare ad una disillusione molto amara.
Infine una perplessità generale: questa dei referendum a grappolo è una vecchia tattica radicale che ha finito per ammazzare i referendum ai quali poi non andava a votare più nessuno. Il referendum per sua natura è monotematico e la presenza di più quesiti può funzionare se ce ne è uno guida (ad esempio nel 1987 quello sulla giustizia), ma anche in questo caso alla lunga il gioco non funziona. Qui il referendum guida dovrebbe essere quello sulla legge elettorale che forse può funzionare sulle preferenze ma che, se dovesse investire la legge nel suo complesso (in caso la Corte decidesse contro ogni previsione di ammetterlo) temo ci vedrebbe perdenti.
In realtà, con questo mazzo di referendum, Civati mette in questione tutte le riforme renziane, per cui chiama ad un plebiscito su Renzi più che su ogni singola legge, ma, anche qui, temo che l’iniziativa sia prematura.
Comunque, per ora firmiamoli, poi vedremo quanti ne saranno ammessi, quando si voterà e su cosa e vedremo il da farsi.
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07/07/2015
Civati, Fassina, Cofferati: cosa si muove a sinistra?
Con l’uscita di Fassina (e di un’altra parlamentare) dal Pd, che si aggiungono a Civati e Cofferati, inizia a prender corpo un soggetto a sinistra del Pd. Siamo ancora ad una fase embrionale, ma conviene guardare con attenzione alla cosa.
Sicuramente le premesse sono più convincenti della fumosissima coalizione sociale di Landini, che non si capisce cosa vuol essere e che, sospetto, neppure Landini sappia bene cosa sia. Almeno qui sappiamo che si tratta di una formazione politica che intende occupare uno spazio a sinistra del Pd e crearsi un suo spazio elettorale.
Il fatto è molto positivo e può aprire la strada ad una decantazione nell’area del Pd. Una volta si diceva “i passeri con i passeri ed i merli con i merli”, applicato ai nostri giorni significa quelli di sinistra con quelli di sinistra e quelli di destra con quelli di destra, dato che l’ala renziana non è neppure di centro ma semplicemente di destra.
Lo spazio a sinistra del Pd c’è ed è molto consistente: oltre che le aree residuali di Sel, Rifondazione ecc, ci sono molte centinaia di migliaia di ex elettori del Pd e dell’ex Rifondazione, ex M5s, oltre che di parte dell’Idv che hanno smesso di votare e si astengono. Poi ci sono molti elettori che continuano a votare Pd ma che guarderebbero con interesse a qualcosa altro che li rappresenti meglio e ci sono anche aree di gruppi intorno al Pd (Verdi, socialisti, formazioni locali) che potrebbero essere interessate. Complessivamente potrebbe trattarsi di un bacino teorico fra i tre ed i cinque milioni di elettori. Naturalmente, nessuno riesce mai ad assorbire tutto il suo elettorato potenziale, e, in questo caso c’è la concorrenza del M5s sugli astenuti e del Pd su quelli in bilico fra sé e la nuova formazione, che dovrà sgomitare per affermarsi fra i due. Ma può giocare su un’area, per ora imprecisata, che non intende più votare per il Pd e non ritiene soddisfacente l’offerta del M5s.
Dunque, il potenziale c’è, bisogna vedere quale sarà la capacità della nuova formazione di intercettare questi consensi, quali le risorse per raggiungere questi elettori, quali le soluzioni organizzative.
Per ora mi sembra che ci siano un paio di perplessità: in primo luogo, dai discorsi che si fanno, viene fuori una formazione che somiglia troppo alla casa madre da cui ci si stacca, una sorta di Pd un po’ più radicale e, forse, meno decisionista e più democratico. Ma, se fosse questo, sarebbe decisamente troppo poco per motivare gli elettori a confluire sul nuovo venuto. Lo spazio, il nuovo gruppo se lo può conquistare solo se si dà una marcata identità, ponendosi radicalmente in alternativa al Pd.
Si pensi alle ultime regionali: il miglior successo è stato conquistato in Liguria dove la Lista Pastorino si presentava apertamente in rottura e come alternativa al Pd, dove, invece, la sinistra “radicale” si è presentata in coalizione con il Pd (penso alla Puglia) o in alternativa ma con una identità scolorita (penso a Veneto e Campania) i risultati sono stati molto modesti e non sono andati al di là delle dimensioni del solito cespuglio ai piedi della (ex) Quercia.
Anche l’idea di presentarsi come la rinascita dell’Ulivo non mi sembra una gran cosa: l’Ulivo è storia passata, di mezzo c’è un decennio in cui si è aperta una crisi senza precedenti ed il clima politico è radicalmente cambiato. Parlare di Ulivo oggi è una minestra riscaldata che non ha alcuna particolare appetibilità.
Ma tutto questo, magari, lo scopriranno ben presto da soli e saranno costretti a girare il timone, anche perché il primo punto programmatico della nuova formazione non potrà essere che disfare quasi tutto quello che il governo Renzi (e Monti e Letta prima di esso) ha fatto, dal fisco alla scuola, dalla legge elettorale alla riforma istituzionale. A proposito, non sento ancora parlare di un tema cruciale come la fine della morsa fiscale inaugurata da Monti: con questi livelli di pressione fiscale facciamo bancarotta prima di subito.
La seconda perplessità è l’imitazione un po’ pedissequa di Podemos, in primo luogo perché questa mania di scopiazzare le sinistre vincenti altrove (da Zapatero a Tsipras, dalla Linke a Podemos) è una sciocchezza che non ha mai dato risultati. E poi perché proprio il modello in questione mi convince poco: Podemos mi sembra una Sel che parla in grillese: il moderatismo politico di Sel con il culto della rete del M5s. Intendiamoci: la rete è uno strumento formidabile di espressione ed il M5s ha innovato fortemente le modalità della partecipazione politica, ma non è tutto ed io resto convinto del modello territoriale (che peraltro Podemos non ignora). Le forme espressive e di organizzazione da sole non bastano, ci vogliono i contenuti politici e Podemos fra “europeismo” e reddito di cittadinanza mi pare che ripeta molti luoghi comuni della sinistra moderata. Questo non è un tempo che si affronta con politiche moderate, il neo liberismo impone progetti radicali*.
Qui forse una correzione di rotta sarà meno facile e scontata. Ma questo non toglie che l’esperimento vada guardato con interesse. Vedremo.
Fonte
Vorrei capire come può il neoliberismo essere affrontato con progetti da radicali da gente come Fassina o Civati, che sono stati totalmente complementari all'applicazione delle politiche neoliberiste continentali dopo il disarcionamento di Berlusconi datato 2011.
Non vorrei che questi soggetti venissero scambiati per cioccolata perché messi a paragone con un Renzi sempre più identificato con quella materia anfibia ed informe che naviga nelle fogne.
Sicuramente le premesse sono più convincenti della fumosissima coalizione sociale di Landini, che non si capisce cosa vuol essere e che, sospetto, neppure Landini sappia bene cosa sia. Almeno qui sappiamo che si tratta di una formazione politica che intende occupare uno spazio a sinistra del Pd e crearsi un suo spazio elettorale.
Il fatto è molto positivo e può aprire la strada ad una decantazione nell’area del Pd. Una volta si diceva “i passeri con i passeri ed i merli con i merli”, applicato ai nostri giorni significa quelli di sinistra con quelli di sinistra e quelli di destra con quelli di destra, dato che l’ala renziana non è neppure di centro ma semplicemente di destra.
Lo spazio a sinistra del Pd c’è ed è molto consistente: oltre che le aree residuali di Sel, Rifondazione ecc, ci sono molte centinaia di migliaia di ex elettori del Pd e dell’ex Rifondazione, ex M5s, oltre che di parte dell’Idv che hanno smesso di votare e si astengono. Poi ci sono molti elettori che continuano a votare Pd ma che guarderebbero con interesse a qualcosa altro che li rappresenti meglio e ci sono anche aree di gruppi intorno al Pd (Verdi, socialisti, formazioni locali) che potrebbero essere interessate. Complessivamente potrebbe trattarsi di un bacino teorico fra i tre ed i cinque milioni di elettori. Naturalmente, nessuno riesce mai ad assorbire tutto il suo elettorato potenziale, e, in questo caso c’è la concorrenza del M5s sugli astenuti e del Pd su quelli in bilico fra sé e la nuova formazione, che dovrà sgomitare per affermarsi fra i due. Ma può giocare su un’area, per ora imprecisata, che non intende più votare per il Pd e non ritiene soddisfacente l’offerta del M5s.
Dunque, il potenziale c’è, bisogna vedere quale sarà la capacità della nuova formazione di intercettare questi consensi, quali le risorse per raggiungere questi elettori, quali le soluzioni organizzative.
Per ora mi sembra che ci siano un paio di perplessità: in primo luogo, dai discorsi che si fanno, viene fuori una formazione che somiglia troppo alla casa madre da cui ci si stacca, una sorta di Pd un po’ più radicale e, forse, meno decisionista e più democratico. Ma, se fosse questo, sarebbe decisamente troppo poco per motivare gli elettori a confluire sul nuovo venuto. Lo spazio, il nuovo gruppo se lo può conquistare solo se si dà una marcata identità, ponendosi radicalmente in alternativa al Pd.
Si pensi alle ultime regionali: il miglior successo è stato conquistato in Liguria dove la Lista Pastorino si presentava apertamente in rottura e come alternativa al Pd, dove, invece, la sinistra “radicale” si è presentata in coalizione con il Pd (penso alla Puglia) o in alternativa ma con una identità scolorita (penso a Veneto e Campania) i risultati sono stati molto modesti e non sono andati al di là delle dimensioni del solito cespuglio ai piedi della (ex) Quercia.
Anche l’idea di presentarsi come la rinascita dell’Ulivo non mi sembra una gran cosa: l’Ulivo è storia passata, di mezzo c’è un decennio in cui si è aperta una crisi senza precedenti ed il clima politico è radicalmente cambiato. Parlare di Ulivo oggi è una minestra riscaldata che non ha alcuna particolare appetibilità.
Ma tutto questo, magari, lo scopriranno ben presto da soli e saranno costretti a girare il timone, anche perché il primo punto programmatico della nuova formazione non potrà essere che disfare quasi tutto quello che il governo Renzi (e Monti e Letta prima di esso) ha fatto, dal fisco alla scuola, dalla legge elettorale alla riforma istituzionale. A proposito, non sento ancora parlare di un tema cruciale come la fine della morsa fiscale inaugurata da Monti: con questi livelli di pressione fiscale facciamo bancarotta prima di subito.
La seconda perplessità è l’imitazione un po’ pedissequa di Podemos, in primo luogo perché questa mania di scopiazzare le sinistre vincenti altrove (da Zapatero a Tsipras, dalla Linke a Podemos) è una sciocchezza che non ha mai dato risultati. E poi perché proprio il modello in questione mi convince poco: Podemos mi sembra una Sel che parla in grillese: il moderatismo politico di Sel con il culto della rete del M5s. Intendiamoci: la rete è uno strumento formidabile di espressione ed il M5s ha innovato fortemente le modalità della partecipazione politica, ma non è tutto ed io resto convinto del modello territoriale (che peraltro Podemos non ignora). Le forme espressive e di organizzazione da sole non bastano, ci vogliono i contenuti politici e Podemos fra “europeismo” e reddito di cittadinanza mi pare che ripeta molti luoghi comuni della sinistra moderata. Questo non è un tempo che si affronta con politiche moderate, il neo liberismo impone progetti radicali*.
Qui forse una correzione di rotta sarà meno facile e scontata. Ma questo non toglie che l’esperimento vada guardato con interesse. Vedremo.
Fonte
Vorrei capire come può il neoliberismo essere affrontato con progetti da radicali da gente come Fassina o Civati, che sono stati totalmente complementari all'applicazione delle politiche neoliberiste continentali dopo il disarcionamento di Berlusconi datato 2011.
Non vorrei che questi soggetti venissero scambiati per cioccolata perché messi a paragone con un Renzi sempre più identificato con quella materia anfibia ed informe che naviga nelle fogne.
27/05/2015
Tutto è possibile. Tranne cambiare
Ok, parlare di Giuseppe Civati il giorno dopo il grande successo politico ed elettorale delle liste collegate a Podemos e alla sinistra nuova dello stato spagnolo sembra un eccessivo spreco di energie e di tempo. O forse parlare di Civati è sempre uno spreco di tempo.
La presentazione del suo nuovo "movimento" - chiamato Possibile - ci ispira però qualche considerazione semi seria.
Con un genio degno del migliore Von Clausewitz, il nostro presunto nuovo leader della sinistra italiana ha avuto la bella pensata di richiamare il nome Podemos per collegarsi idealmente all'esperienza spagnola nel fondare il suo nuovo "movimento" (scusate le virgolette, ma davvero non ce la facciamo a chiamare seriamente movimento qualcosa che esiste solo nella mente del suo portavoce e che comunque è un progetto politico verticistico e senza legami sociali), che quindi si chiamerebbe Possibile.
Ma, chissà se inconsapevolmente o meno, Civati ha sbagliato la traduzione.
Mente Podemos/Possiamo è l'esortazione collettiva di chi è consapevole che insieme e dal basso si può cambiare, Possibile ci pare un triste rimando alla piattezza di quanto è realizzabile, di quanto è nel campo del realismo politico, della sinistra così com'è. Richiamo realistico, forse, ma anche una presa d'atto di quanto questa sinistra possibile abbia un richiamo pari a poco più di zero (non parliamo di percentuali elettorali, che poco ci interessano, in questo momento).
Chissà se Civati era inconsapevole anche quando ha scelto il simbolo che riportano i quotidiani di oggi. Sembra incredibile, ma è proprio lo stesso simbolo che i quotidiani sportivi assegnano graficamente in classifica alle squadre che pareggiano, che restano immobili. Un rimando alla piattezza, alla staticità. Il simbolo di un pareggio appunto, non certo di una vittoria possibile. Che può andare bene per il "primo non prenderle" di calcistica memoria, ma ci pare abbastanza triste per un progetto politico che si vorrebbe di cambiamento.
Ben diverso il cerchio di Podemos, che richiama ancora una volta un progetto collettivo, un'esperienza che si vuole democratica e partecipata. Altro che un movimento fondato dall'alto, che sarà anche possibile, ma ben poco necessario.
Dopo il successo delle liste collegate a Podemos nello stato spagnolo, quello che resta della cosiddetta sinistra radicale italiana si è lanciata nella solita elegia all'unità della sinistra.
Parliamoci chiaro: l'esperienza di Podemos sta all'unità della sinistra di Ferrero-Vendola-Civati come l'unità dal basso di lavoratrici e lavoratori sta al sindacato unico di Renzi (e di CgilCislUil).
Da una parte ci sono processi sociali che diventano esperienza politica, partecipata e con un segno di novità che può trasformare la sinistra "oltre la sinistra" (come recita il sottotitolo del bel libro su Podemos di Giacomo Russo Spena e Matteo Pucciarelli).
Dall'altra c'è la triste e perdente riproposizione di un ceto politico che si pensa parte della soluzione, quando è parte - a differenti responsabilità - del problema della sinistra di questo paese, umiliata e offesa anche da loro (oltre che da processi sociali profondi).
Gli sfugge che un progetto politico di cambiamento anche in Italia presuppone non solo un forte movimento sociale ma anche la rottura della gabbia dei residui della sinistra radicale. Senza questo, nulla è possibile.
Fonte
Nulla da eccepire sulla critica a Civati (e ci mancherebbe che questo giovane trombone non venga intellettualmente mazzolato come merita), ma ho l'impressione che nella sinistra movimentista gli entusiasmi per gli exploit della "nuova" sinistra d'oltre confine siano un po' eccessivi e prestino al fianco a potenziali batoste future.
La presentazione del suo nuovo "movimento" - chiamato Possibile - ci ispira però qualche considerazione semi seria.
Con un genio degno del migliore Von Clausewitz, il nostro presunto nuovo leader della sinistra italiana ha avuto la bella pensata di richiamare il nome Podemos per collegarsi idealmente all'esperienza spagnola nel fondare il suo nuovo "movimento" (scusate le virgolette, ma davvero non ce la facciamo a chiamare seriamente movimento qualcosa che esiste solo nella mente del suo portavoce e che comunque è un progetto politico verticistico e senza legami sociali), che quindi si chiamerebbe Possibile.
Ma, chissà se inconsapevolmente o meno, Civati ha sbagliato la traduzione.
Mente Podemos/Possiamo è l'esortazione collettiva di chi è consapevole che insieme e dal basso si può cambiare, Possibile ci pare un triste rimando alla piattezza di quanto è realizzabile, di quanto è nel campo del realismo politico, della sinistra così com'è. Richiamo realistico, forse, ma anche una presa d'atto di quanto questa sinistra possibile abbia un richiamo pari a poco più di zero (non parliamo di percentuali elettorali, che poco ci interessano, in questo momento).
Chissà se Civati era inconsapevole anche quando ha scelto il simbolo che riportano i quotidiani di oggi. Sembra incredibile, ma è proprio lo stesso simbolo che i quotidiani sportivi assegnano graficamente in classifica alle squadre che pareggiano, che restano immobili. Un rimando alla piattezza, alla staticità. Il simbolo di un pareggio appunto, non certo di una vittoria possibile. Che può andare bene per il "primo non prenderle" di calcistica memoria, ma ci pare abbastanza triste per un progetto politico che si vorrebbe di cambiamento.
Ben diverso il cerchio di Podemos, che richiama ancora una volta un progetto collettivo, un'esperienza che si vuole democratica e partecipata. Altro che un movimento fondato dall'alto, che sarà anche possibile, ma ben poco necessario.
Dopo il successo delle liste collegate a Podemos nello stato spagnolo, quello che resta della cosiddetta sinistra radicale italiana si è lanciata nella solita elegia all'unità della sinistra.
Parliamoci chiaro: l'esperienza di Podemos sta all'unità della sinistra di Ferrero-Vendola-Civati come l'unità dal basso di lavoratrici e lavoratori sta al sindacato unico di Renzi (e di CgilCislUil).
Da una parte ci sono processi sociali che diventano esperienza politica, partecipata e con un segno di novità che può trasformare la sinistra "oltre la sinistra" (come recita il sottotitolo del bel libro su Podemos di Giacomo Russo Spena e Matteo Pucciarelli).
Dall'altra c'è la triste e perdente riproposizione di un ceto politico che si pensa parte della soluzione, quando è parte - a differenti responsabilità - del problema della sinistra di questo paese, umiliata e offesa anche da loro (oltre che da processi sociali profondi).
Gli sfugge che un progetto politico di cambiamento anche in Italia presuppone non solo un forte movimento sociale ma anche la rottura della gabbia dei residui della sinistra radicale. Senza questo, nulla è possibile.
Fonte
Nulla da eccepire sulla critica a Civati (e ci mancherebbe che questo giovane trombone non venga intellettualmente mazzolato come merita), ma ho l'impressione che nella sinistra movimentista gli entusiasmi per gli exploit della "nuova" sinistra d'oltre confine siano un po' eccessivi e prestino al fianco a potenziali batoste future.
08/05/2015
Tutti eccitati intorno a Civati
“Civati è uscito dal Pd, i civatiani rimarranno. E comunque io guardo ad altri che per ora stanno in silenzio”. E' laconica la conclusione dell'intervista di Pippo Civati al quotidiano online Lettera 43, ma forse è emblematica della “leggerezza” politica e progettuale del personaggio. In fondo Civati non ha niente di eccezionale: è rimasto fermo mentre il suo partito andava a destra. Ovvio che l'illusione ottica la veda collocato obiettivamente sulla sinistra. Ma basta questo per giustificare l'eccitazione pubblica e di sinistra sulla fuoriuscita di Pippo Civati dal Pd?
Le reazioni non si sono fatte attendere e, come al solito, l'aspettativa cresce, solleticando le congetture di una generazione politica e anagrafica da sette anni in cerca di rivincite ma che stenta a fare i conti con la nuova fase storica, con i nuovi rapporti di forza (immensamente sfavorevoli) e con la speranza inconfessata che tutto possa tornare come prima. Ma così non è, e probabilmente non sarà.
La mancanza di coraggio politico nelle scelte da fare e che andrebbero fatte, si nasconde dietro la paura della solitudine, è il caso di Michele Serra che in una lettera a Civati scrive “Preferiamo rassegnarci in compagnia che ribellarci da soli”. Non va troppo lontano Nichi Vendola quando, annunciando l'ennesimo superamento – questa volta di Sel – afferma che: “Non sono impegnato in un’opera di reclutamento nel mio contenitore. Mando un messaggio a tutti coloro che pensano che la solitudine dei lavoratori, la precarietà esistenziale dei giovani, la povertà disseminata siano la ragione sociale di una sinistra che non rinuncia ai progetti di trasformazione radicale. Dobbiamo uscire dal bivio: o un riformismo subalterno che smarrisce per strada il tema della giustizia sociale o un radicalismo che si contenta di testimoniare il disagio del mondo”. Non pare, ma anche Vendola non si discosta da Serra quando sostiene in fondo che il riformismo – e un progetto ad esso conseguente – sia l'unico orizzonte per la sinistra italiana e che chi guarda più in là fa solo testimonianza.
Infine c'è Paolo Ferrero l'attuale segretario del Prc. Nella newsletter di Rifondazione, Ferrero afferma che “L’uscita di Civati dal gruppo del PD – che salutiamo molto positivamente – è la prima risposta forte all’arroganza di Renzi. Adesso si tratta di dar vita ad una costituente della sinistra che metta in campo una alternativa alle due destre che hanno occupato l’intero spazio mediatico della politica italiana”. Ma le reazioni e i commenti all'intervista del segretario del Prc non sembrano molto entusiasti della prospettiva.
E' ancora presto per azzardare ipotesi compiute. Tra venti giorni si vota in alcune regioni importanti (Campania, Veneto, Liguria, Marche etc.) e i risultati – per quanto a macchia di leopardo per il perdurare delle specificità locali su un progetto nazionale – indicheranno i margini di concretizzazione o meno delle aspettative e della eccitazione circolante. Non solo. Tra le malefatte dell'Italicum c'è un aspetto che alimenta invece delle aspettative a sinistra: quella soglia di sbarramento abbassata al 3% che rende abbordabile il superamento del quorum anche per un rassemblement a ranghi ridotti. Niente che possa preoccupare il Pd né erodere i consensi conquistatisi dal M5S, al quale va riconosciuto obiettivamente un atteggiamento dei gruppi parlamentari coerente con quella che dovrebbe essere una vera opposizione nelle sedi istituzionali.
Quello che si può affermare già da adesso, è che la sinistra residua nel nostro paese si vede ancora come “sinistra di governo” e dunque lo spazio che vorrebbe occupare altro non è che lo spazio riformista. Qualcuno, come Ferrero, alimenta il mito di una Syriza italiana o di Podemos ma è una narrazione fuori bersaglio. Sono due cose diverse tra loro e soprattutto diversissime dagli innumerevoli contenitori prodotti in serie dalla sinistra italiana dall'Arcobaleno del 2008 a oggi. Contenitori appunto, sui contenuti sembra di vivere ancora in un'altra epoca: quella di una volta.
Fonte
Le reazioni non si sono fatte attendere e, come al solito, l'aspettativa cresce, solleticando le congetture di una generazione politica e anagrafica da sette anni in cerca di rivincite ma che stenta a fare i conti con la nuova fase storica, con i nuovi rapporti di forza (immensamente sfavorevoli) e con la speranza inconfessata che tutto possa tornare come prima. Ma così non è, e probabilmente non sarà.
La mancanza di coraggio politico nelle scelte da fare e che andrebbero fatte, si nasconde dietro la paura della solitudine, è il caso di Michele Serra che in una lettera a Civati scrive “Preferiamo rassegnarci in compagnia che ribellarci da soli”. Non va troppo lontano Nichi Vendola quando, annunciando l'ennesimo superamento – questa volta di Sel – afferma che: “Non sono impegnato in un’opera di reclutamento nel mio contenitore. Mando un messaggio a tutti coloro che pensano che la solitudine dei lavoratori, la precarietà esistenziale dei giovani, la povertà disseminata siano la ragione sociale di una sinistra che non rinuncia ai progetti di trasformazione radicale. Dobbiamo uscire dal bivio: o un riformismo subalterno che smarrisce per strada il tema della giustizia sociale o un radicalismo che si contenta di testimoniare il disagio del mondo”. Non pare, ma anche Vendola non si discosta da Serra quando sostiene in fondo che il riformismo – e un progetto ad esso conseguente – sia l'unico orizzonte per la sinistra italiana e che chi guarda più in là fa solo testimonianza.
Infine c'è Paolo Ferrero l'attuale segretario del Prc. Nella newsletter di Rifondazione, Ferrero afferma che “L’uscita di Civati dal gruppo del PD – che salutiamo molto positivamente – è la prima risposta forte all’arroganza di Renzi. Adesso si tratta di dar vita ad una costituente della sinistra che metta in campo una alternativa alle due destre che hanno occupato l’intero spazio mediatico della politica italiana”. Ma le reazioni e i commenti all'intervista del segretario del Prc non sembrano molto entusiasti della prospettiva.
E' ancora presto per azzardare ipotesi compiute. Tra venti giorni si vota in alcune regioni importanti (Campania, Veneto, Liguria, Marche etc.) e i risultati – per quanto a macchia di leopardo per il perdurare delle specificità locali su un progetto nazionale – indicheranno i margini di concretizzazione o meno delle aspettative e della eccitazione circolante. Non solo. Tra le malefatte dell'Italicum c'è un aspetto che alimenta invece delle aspettative a sinistra: quella soglia di sbarramento abbassata al 3% che rende abbordabile il superamento del quorum anche per un rassemblement a ranghi ridotti. Niente che possa preoccupare il Pd né erodere i consensi conquistatisi dal M5S, al quale va riconosciuto obiettivamente un atteggiamento dei gruppi parlamentari coerente con quella che dovrebbe essere una vera opposizione nelle sedi istituzionali.
Quello che si può affermare già da adesso, è che la sinistra residua nel nostro paese si vede ancora come “sinistra di governo” e dunque lo spazio che vorrebbe occupare altro non è che lo spazio riformista. Qualcuno, come Ferrero, alimenta il mito di una Syriza italiana o di Podemos ma è una narrazione fuori bersaglio. Sono due cose diverse tra loro e soprattutto diversissime dagli innumerevoli contenitori prodotti in serie dalla sinistra italiana dall'Arcobaleno del 2008 a oggi. Contenitori appunto, sui contenuti sembra di vivere ancora in un'altra epoca: quella di una volta.
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10/10/2014
Tanto tuonò che… non successe niente: la resa della “Sinistra” Pd
Una decina di giorni fa, in un pezzo ripreso dal blog di Grillo (perciò preso per un invito ufficiale del M5s), proponevo di mettere da parte i dissensi precedenti e concordare una azione parlamentare e di piazza fra Sel, minoranza Pd, Fiom e M5s, magari in vista di uno sciopero generale (che la Cgil si è ben guardata dal proclamare) per determinare la caduta del governo Renzi. Reazioni del tutto negative: far cadere Renzi sarebbe da irresponsabili, il M5s è inaffidabile e sui sindacati “La pensa come Renzi”, i grillini sanno solo rompere tutto ecc. E ciò si accompagnava a fieri propositi di battaglia contro l’abolizione dell’art 18 che, senza rompere niente e grazie all’opposizione “costruttiva” della sinistra Pd, avrebbe ottenuto il risultato sperato. Per la verità, Cuperlo, che come si sa è un educatissimo signore triestino, se ne uscì con pacatissime dichiarazioni, che non promettevano alcuna battaglia e che, al massimo potevano suonare come blande esortazioni (del tipo: “Dai Matteo, non fare così con la Camusso che è tanto una simpatica ragazza. Dai non mi pare il caso…”).
Più decisi erano stati in Direzione, Bersani e soprattutto D’Alema che avevano fatto capire che non avrebbero votato la riforma dell’art. 18 e, nel caso, non sarebbero arretrati nemmeno di fronte alla minaccia dell’espulsione. E, infatti, qualche giorno dopo, “Il Foglio” riferì di cauti sondaggi di D’Alema sull’ipotesi di un suo partitino personale, magari una cosa sul modello del vecchio Pri.
Il più radicale di tutti fu Civati che giunse a prospettare un suo passaggio con Sel ed assicurò che non avrebbe votato la proposta renziana.
Come è andata a finire? Renzi ha incastrato tutti presentando una ipotesi di legge delega-in-bianco (una innovazione costituzionale assoluta) e imponendo su essa il voto di fiducia. Per la verità, data l’audacia costituzionale di un legge delega così sommariamente delineata, il Presidente del Senato avrebbe potuto eccepire qualcosa, sostenendo che non si può mettere in votazione un testo che suona come “Il governo farà tutto quel che gli parrà ed il Parlamento approva sin d’ora ogni sua scelta”. Ma figuriamoci se il caporale Pietro Grasso ha il coraggio di una simile uscita!
E la leggendaria sinistra Pd?
Gli unici parzialmente coerenti - con i battaglieri proclami di qualche giorno prima - sono stati i civatiani, (alcuni non si sono presentati alla seduta, due sono usciti al momento del voto, due hanno optato per l’astensione, che al Senato vale come voto contrario). Insomma, non è il massimo, avendolo fatto con meno compattezza di quel che sarebbe stato opportuno, ma, insomma, è qualcosa.
Invece, bersaniani, dalemiani, cuperliani (per non dire di quelle tragiche macchiette che sono i “giovani turchi”, ormai renziani di complemento) allineati e coperti hanno votato sì come un sol uomo! Quando si dice la coerenza!
Per la verità non avevamo mai riposto troppe speranze nel coraggio della “sinistra” Pd. Lanciare un appello all’azione comune in difesa dei diritti dei lavoratori era doveroso, almeno per chi sta da questa parte della barricata, ma sapevamo quanto poco c’era da attendersi. Ci abbiamo provato e ci riproveremo ancora, quando la gravità dei temi in discussione lo imporrà, perché, in fondo, la speranza è sempre l’ultima a morire; ma lo sappiamo quanto vale questo drappello di “virtuosi della ritirata”.
Neanche a dirlo, questo atteggiamento pone le premesse per la definitiva sconfitta e dissoluzione di questa mitica “sinistra”: Renzi ha già iniziato ad assorbire i più pronti a salire sul carro del vincitore, poi quando si tratterà di fare le liste, userà il plotone di esecuzione per decimarli e loro, di fatto, spariranno dalla geografia parlamentare e del partito. D’altro canto, il crollo del tesseramento, l’americanizzazione del partito, la riforma dell’art. 18 che servirà a far fuori la Cgil dal comparto privato, sono tutti segnali precisi che la speranza di riconquistare il partito è una pia illusione dei vari Cuperlo (il “Leopoldo”), Bersani ecc.
Renzi probabilmente durerà meno di quel che pensa, ma non per questa opposizione di cartone, quanto per opera di quella parte di poteri forti che non lo sopporta e non ha ancora trovato il modo di sostituirlo, ma, lo sta cercando.
Ma perché questo che fu, in sostanza, l’ex Pds-Ds sta avviandosi tranquillamente al macello senza fiatare? Le ragioni principali, probabilmente sono due. In primo luogo questa area del Pd ha come suo orizzonte teorico e politico quello della “socialdemocrazia” (tipo Spd, socialisti francesi alla Hollande, laburisti). Quella socialdemocrazia che ha accettato tutti i dogmi del neo liberismo e che si illude di un suo ruolo riformista cercando di lavorare sui ristrettissimi margini che pensano esserci ancora. Ma il neo liberismo è una forma di fondamentalismo che non concede spazi, tanto più in tempi di crisi; per cui questa pseudo sinistra riformista non ha nulla da dire, può vivacchiare nelle istituzioni, magari in improbabili coalizioni con la destra, ma è condannata a scomparire. Questo Renzi l’ha capito ed accetta tutti i dogmi neo liberisti, salvo fare piccole battaglie tattiche che gli facciano giocare la parte dell’enfant terrible dell’ordinamento liberista, niente di più.
In realtà, la sinistra Pd non ha alcuna strategia alternativa a quella renziana: ha fatto un po’ di capricci per rilanciarsi, ma alla stretta finale si è data indietro. E qui subentra la seconda ragione di debolezza: l’assoluta incapacità di pensare alla politica se non come presenza nel Palazzo e conseguente timore di restare fuori. “Renzi cade? Ci sono le elezioni anticipate: e se poi non ci candida?… Facciamo la scissione: e se il partito non prende il 4%?… andiamo con Sel? Ma siamo già troppi noi, poi con quelli di Sel da far rientrare, quanti posti avremmo?”
E siccome l’idea è quella di fare politica sino a 99 anni (cioè restare a Palazzo sino a quella età) niente azzardi e tutto è pensato in funzione della propria sopravvivenza “politica” personale. Ed allora, per ora teniamoci Renzi e non rischiamo una espulsione che si tradurrebbe nell’avventura di una scissione… aspettiamo tempi migliori. Verranno.
Ed in nome di questo si rinuncia a svolgere qualsiasi ruolo politico. E’ triste, molto triste ma è così.
Fonte
Più decisi erano stati in Direzione, Bersani e soprattutto D’Alema che avevano fatto capire che non avrebbero votato la riforma dell’art. 18 e, nel caso, non sarebbero arretrati nemmeno di fronte alla minaccia dell’espulsione. E, infatti, qualche giorno dopo, “Il Foglio” riferì di cauti sondaggi di D’Alema sull’ipotesi di un suo partitino personale, magari una cosa sul modello del vecchio Pri.
Il più radicale di tutti fu Civati che giunse a prospettare un suo passaggio con Sel ed assicurò che non avrebbe votato la proposta renziana.
Come è andata a finire? Renzi ha incastrato tutti presentando una ipotesi di legge delega-in-bianco (una innovazione costituzionale assoluta) e imponendo su essa il voto di fiducia. Per la verità, data l’audacia costituzionale di un legge delega così sommariamente delineata, il Presidente del Senato avrebbe potuto eccepire qualcosa, sostenendo che non si può mettere in votazione un testo che suona come “Il governo farà tutto quel che gli parrà ed il Parlamento approva sin d’ora ogni sua scelta”. Ma figuriamoci se il caporale Pietro Grasso ha il coraggio di una simile uscita!
E la leggendaria sinistra Pd?
Gli unici parzialmente coerenti - con i battaglieri proclami di qualche giorno prima - sono stati i civatiani, (alcuni non si sono presentati alla seduta, due sono usciti al momento del voto, due hanno optato per l’astensione, che al Senato vale come voto contrario). Insomma, non è il massimo, avendolo fatto con meno compattezza di quel che sarebbe stato opportuno, ma, insomma, è qualcosa.
Invece, bersaniani, dalemiani, cuperliani (per non dire di quelle tragiche macchiette che sono i “giovani turchi”, ormai renziani di complemento) allineati e coperti hanno votato sì come un sol uomo! Quando si dice la coerenza!
Per la verità non avevamo mai riposto troppe speranze nel coraggio della “sinistra” Pd. Lanciare un appello all’azione comune in difesa dei diritti dei lavoratori era doveroso, almeno per chi sta da questa parte della barricata, ma sapevamo quanto poco c’era da attendersi. Ci abbiamo provato e ci riproveremo ancora, quando la gravità dei temi in discussione lo imporrà, perché, in fondo, la speranza è sempre l’ultima a morire; ma lo sappiamo quanto vale questo drappello di “virtuosi della ritirata”.
Neanche a dirlo, questo atteggiamento pone le premesse per la definitiva sconfitta e dissoluzione di questa mitica “sinistra”: Renzi ha già iniziato ad assorbire i più pronti a salire sul carro del vincitore, poi quando si tratterà di fare le liste, userà il plotone di esecuzione per decimarli e loro, di fatto, spariranno dalla geografia parlamentare e del partito. D’altro canto, il crollo del tesseramento, l’americanizzazione del partito, la riforma dell’art. 18 che servirà a far fuori la Cgil dal comparto privato, sono tutti segnali precisi che la speranza di riconquistare il partito è una pia illusione dei vari Cuperlo (il “Leopoldo”), Bersani ecc.
Renzi probabilmente durerà meno di quel che pensa, ma non per questa opposizione di cartone, quanto per opera di quella parte di poteri forti che non lo sopporta e non ha ancora trovato il modo di sostituirlo, ma, lo sta cercando.
Ma perché questo che fu, in sostanza, l’ex Pds-Ds sta avviandosi tranquillamente al macello senza fiatare? Le ragioni principali, probabilmente sono due. In primo luogo questa area del Pd ha come suo orizzonte teorico e politico quello della “socialdemocrazia” (tipo Spd, socialisti francesi alla Hollande, laburisti). Quella socialdemocrazia che ha accettato tutti i dogmi del neo liberismo e che si illude di un suo ruolo riformista cercando di lavorare sui ristrettissimi margini che pensano esserci ancora. Ma il neo liberismo è una forma di fondamentalismo che non concede spazi, tanto più in tempi di crisi; per cui questa pseudo sinistra riformista non ha nulla da dire, può vivacchiare nelle istituzioni, magari in improbabili coalizioni con la destra, ma è condannata a scomparire. Questo Renzi l’ha capito ed accetta tutti i dogmi neo liberisti, salvo fare piccole battaglie tattiche che gli facciano giocare la parte dell’enfant terrible dell’ordinamento liberista, niente di più.
In realtà, la sinistra Pd non ha alcuna strategia alternativa a quella renziana: ha fatto un po’ di capricci per rilanciarsi, ma alla stretta finale si è data indietro. E qui subentra la seconda ragione di debolezza: l’assoluta incapacità di pensare alla politica se non come presenza nel Palazzo e conseguente timore di restare fuori. “Renzi cade? Ci sono le elezioni anticipate: e se poi non ci candida?… Facciamo la scissione: e se il partito non prende il 4%?… andiamo con Sel? Ma siamo già troppi noi, poi con quelli di Sel da far rientrare, quanti posti avremmo?”
E siccome l’idea è quella di fare politica sino a 99 anni (cioè restare a Palazzo sino a quella età) niente azzardi e tutto è pensato in funzione della propria sopravvivenza “politica” personale. Ed allora, per ora teniamoci Renzi e non rischiamo una espulsione che si tradurrebbe nell’avventura di una scissione… aspettiamo tempi migliori. Verranno.
Ed in nome di questo si rinuncia a svolgere qualsiasi ruolo politico. E’ triste, molto triste ma è così.
Fonte
14/07/2014
Civati, Cuperlo, Vendola tre tenori del niente politico in tour a Livorno
Il raduno, voluto da Pippo Civati nella nostra città dopo la sconfitta del PD, a regola non avrebbe meritato più una decina di righe di commento. Con l'invito, nella giornata conclusiva, anche di Gianni Cuperlo e Nichi Vendola qualche spunto di riflessione alla fine viene fuori. Anche se si tratta di una formula del genere tre tenori che, se va bene per la lirica, ha prodotto una serie di stecche politiche a ripetizione.
Prima di tutto a causa del linguaggio usato: nonostante Twitter si continua a parlare di identitarismo degli schieramenti entro il logoro gioco dell'apparentamento dei capicorrente. Poi l'assenza solare di contenuti specifici. Infine, dopo la retorica dei distinguo, il solito repertorio o meglio il niente: guarda caso infatti, spunta alla fine l'insuperabilità politica del Pd.
Intendiamoci: ognuno dei tre tenori ha bisogno dell'altro. Civati, a forza di prese di distanza impalpabili da Renzi, esiste solo su Facebook, sul Fatto e in qualche intervista televisiva. Cuperlo, con il suo modo di combattere il liberismo che prelude all'esatto contrario, è esponente di un'area, naturalmente priva di ogni prospettiva strategica di uscita da questa situazione, che colloca sempre meno nomine e amministratori. Vendola, dopo aver perso la sua occasione di leadership a sinistra nell'attesa che il PD finisse di smantellare parte del paese insieme a Monti, si vede sempre meno utile per Renzi. Di qui la riproposizione, molto stanca a dire il vero, dell'ennesima formula del "farsi valere come sinistra per trattare un'alleanza con il centro" che è stata la stella polare della autoproclamata sinistra dalla caduta del muro di Berlino in poi.
Per capire il futuro di un atteggiamento simile basta la semplice rendicontazione degli orrori prodotti dalla precedente versione di questa formula, officiante Fausto Bertinotti. E su due soli punti: introduzione della precarietà lavorativa, voto favorevole sulla legge Treu nel '97, e adesione rigida alla disciplina di bilancio Ue con la crisi in arrivo, voto alla finanziaria Padoa-Schioppa del 2006 (con tanto di dichiarazione sulla bontà di un compromesso con Mario Draghi, assieme a Marchionne da parte di Bertinotti sul Corsera).
A dire la verità tutti e tre i tenori sembrano accontentarsi di uno scenario di accordi molto più al ribasso rispetto alle pretese di Bertinotti: magari qualche spuntatina alle intenzioni di Poletti dando la sensazione che lo sconto di qualche decimo di punto sulle manovre imposte da Bruxelles sia frutto della "sinistra". Un po' pochino, anzi il niente assoluto di fronte ad una società italiana ed europea in piena mutazione globale. Quando la Banca dei regolamenti internazionali, che è l'istituto di regolazione di oltre 50 banche centrali a livello globale, scrive "nei paesi colpiti dalla crisi non è realistico attendersi che il livello del pil ritorni al trend pre-crisi” è chiaro che si impone un modello di sviluppo radicalmente nuovo. Non una dialettica politica tutta tesa all'aggiustamento del vecchio, di una seconda repubblica decotta.
Abbiamo invece tre signori - di cui nessuno di loro fa una capillare campagna politica su accesso diffuso ed egualitario a sapere, tecnologie, credito essenziali per il tessuto sociale del prossimo domani - che si autoconvincono della centralità della concezione della "crescita" del Pd. Solo che, bontà loro, va "spostata a sinistra". C'è un problema però: la crescita, come raccontata da Renzi non ci sarà mai, come da previsioni di istituti come la Banca dei regolamenti internazionali (o anche dai centri studi Google se si va a vedere il problema dal tecnologico). Quindi nel migliore dei casi si sposterà il niente.
Resta la curiosità su come tre signori, la cui ignoranza dello scenario che ci attraversa è e resterà palese, possano essere presi ormai sul serio da qualcuno. E che si stiano ormai sfiorando le frontiere della ciarlataneria, oltre le quali non ti prendi più la critica politica ma il riso in faccia, lo si vede da come è stata trattata Livorno dall'allegra banda Civati. Non un'analisi robusta sul perché ciò che viene, a sproposito, chiamata sinistra abbia perso. Non un discorso dove si rivivono i fatti, non una proposta originale a partire dall'analisi del territorio che si visita.
Eppure è proprio Livorno, con quello che è successo, ad aver dato occasione a Civati di montare il suo set. Ci sarebbe anche da notare che è esattamente la formula dei tre tenori, appoggio al Pd con distinguo dell'autoproclamata sinistra, che proprio a Livorno ha sonoramente perso. Già, quando si dice andare per apprendere lezioni dal territorio dove si va.
Redazione, 13 luglio 2014
Fonte
Prima di tutto a causa del linguaggio usato: nonostante Twitter si continua a parlare di identitarismo degli schieramenti entro il logoro gioco dell'apparentamento dei capicorrente. Poi l'assenza solare di contenuti specifici. Infine, dopo la retorica dei distinguo, il solito repertorio o meglio il niente: guarda caso infatti, spunta alla fine l'insuperabilità politica del Pd.
Intendiamoci: ognuno dei tre tenori ha bisogno dell'altro. Civati, a forza di prese di distanza impalpabili da Renzi, esiste solo su Facebook, sul Fatto e in qualche intervista televisiva. Cuperlo, con il suo modo di combattere il liberismo che prelude all'esatto contrario, è esponente di un'area, naturalmente priva di ogni prospettiva strategica di uscita da questa situazione, che colloca sempre meno nomine e amministratori. Vendola, dopo aver perso la sua occasione di leadership a sinistra nell'attesa che il PD finisse di smantellare parte del paese insieme a Monti, si vede sempre meno utile per Renzi. Di qui la riproposizione, molto stanca a dire il vero, dell'ennesima formula del "farsi valere come sinistra per trattare un'alleanza con il centro" che è stata la stella polare della autoproclamata sinistra dalla caduta del muro di Berlino in poi.
Per capire il futuro di un atteggiamento simile basta la semplice rendicontazione degli orrori prodotti dalla precedente versione di questa formula, officiante Fausto Bertinotti. E su due soli punti: introduzione della precarietà lavorativa, voto favorevole sulla legge Treu nel '97, e adesione rigida alla disciplina di bilancio Ue con la crisi in arrivo, voto alla finanziaria Padoa-Schioppa del 2006 (con tanto di dichiarazione sulla bontà di un compromesso con Mario Draghi, assieme a Marchionne da parte di Bertinotti sul Corsera).
A dire la verità tutti e tre i tenori sembrano accontentarsi di uno scenario di accordi molto più al ribasso rispetto alle pretese di Bertinotti: magari qualche spuntatina alle intenzioni di Poletti dando la sensazione che lo sconto di qualche decimo di punto sulle manovre imposte da Bruxelles sia frutto della "sinistra". Un po' pochino, anzi il niente assoluto di fronte ad una società italiana ed europea in piena mutazione globale. Quando la Banca dei regolamenti internazionali, che è l'istituto di regolazione di oltre 50 banche centrali a livello globale, scrive "nei paesi colpiti dalla crisi non è realistico attendersi che il livello del pil ritorni al trend pre-crisi” è chiaro che si impone un modello di sviluppo radicalmente nuovo. Non una dialettica politica tutta tesa all'aggiustamento del vecchio, di una seconda repubblica decotta.
Abbiamo invece tre signori - di cui nessuno di loro fa una capillare campagna politica su accesso diffuso ed egualitario a sapere, tecnologie, credito essenziali per il tessuto sociale del prossimo domani - che si autoconvincono della centralità della concezione della "crescita" del Pd. Solo che, bontà loro, va "spostata a sinistra". C'è un problema però: la crescita, come raccontata da Renzi non ci sarà mai, come da previsioni di istituti come la Banca dei regolamenti internazionali (o anche dai centri studi Google se si va a vedere il problema dal tecnologico). Quindi nel migliore dei casi si sposterà il niente.
Resta la curiosità su come tre signori, la cui ignoranza dello scenario che ci attraversa è e resterà palese, possano essere presi ormai sul serio da qualcuno. E che si stiano ormai sfiorando le frontiere della ciarlataneria, oltre le quali non ti prendi più la critica politica ma il riso in faccia, lo si vede da come è stata trattata Livorno dall'allegra banda Civati. Non un'analisi robusta sul perché ciò che viene, a sproposito, chiamata sinistra abbia perso. Non un discorso dove si rivivono i fatti, non una proposta originale a partire dall'analisi del territorio che si visita.
Eppure è proprio Livorno, con quello che è successo, ad aver dato occasione a Civati di montare il suo set. Ci sarebbe anche da notare che è esattamente la formula dei tre tenori, appoggio al Pd con distinguo dell'autoproclamata sinistra, che proprio a Livorno ha sonoramente perso. Già, quando si dice andare per apprendere lezioni dal territorio dove si va.
Redazione, 13 luglio 2014
Fonte
17/06/2014
Se il Pippo Civati show tocca anche Livorno
Se lo spettacolo è un fenomeno che si riduce fondamentalmente alla facoltà di andare a vedere ciò che è diventato banale, come scriveva Guy Debord, allora Pippo Civati regala la possibilità di far vedere in prima persona la banalità della politica spettacolo. Artefice di una sorta di presenzialismo amichevole, allegro ma mai volgare, Civati, nemmeno quarantenne, ha già navigato per molti lidi della politica ma anche della filosofia. Già perché non lo si crederebbe ma l'autore di banalità da twitter e facebook, di distillati di genericità genere Ballarò è laureato e dottore di ricerca in filosofia. Autore di un libro su Gadamer ed Ernesto Grassi (per inciso, un filosofo imprescindibile per capire il pensiero tedesco degli anni '30 e '40) ma anche di un generalista "L'amore ai tempi di facebook", per una casa editrice che si chiama Zelig , Pippo Civati non ha disdegnato di navigare tra ermeneutica, umanesimo, rinascimento, modernariato, culture digitali e attenzione al trendy.
Il punto è che, almeno ufficialmente, si occuperebbe anche di politica ed è anche qui l'eclettismo, che resta un bene culturale, non manca causando non pochi problemi di inquadramento e di coerenza del personaggio. Lo si ritrova sul palco della primissima Leopolda, assieme a Matteo Renzi ma anche candidato contro Renzi alle primarie. Lo si vede sempre sul punto di differenziarsi dal Pd ma mai di rompere, di dialogare con il movimento 5 stelle ma mai di accordarsi. Pippo Civati infatti non è proposta politica è presenza, posizionamento, angolatura di telecamera, numero di follower, di like, di percentuale di spettatori entro un'audience diffusa. E' difficile legare il nome, il brand Pippo Civati ad una precisa campagna politica, ad una battaglia, ad una corrente insomma a tutto ciò che fa strategico nel campo del politico. E' facile vederlo sempre in compagnia di bella gente, politicamente parlando, sorridente e pieno di inascoltate idee di sinistra (almeno quelle che lui pensa essere di sinistra, poi c'è la realtà ma non esageriamo).
L'ultima scoperta del Pippo Civati show, lo spettacolo che tiene in vita il personaggio autoproclamatosi politico, è proprio la nostra città, Livorno. Che sarà sede, come ha affermato lo stesso parlamentare piddino, di una "Leopolda di sinistra". Insomma, ammissione che l'altra Leopolda, quella originaria, proprio di sinistra non era. Il punto è che il cofondatore dell'altra Leopolda è sempre Pippo Civati, assieme a Renzi, ma non sono tempi in cui si bada per il sottile.
Livorno diventa così, per il Pippo piddino famoso per gli spettatori di Striscia la notizia, l'occasione per rifondare la sinistra. Parlando con la "società civilissima", cosa voglia dire ce lo spiegheranno i filosofo e il sociologo delle culture digitali uniti nella stessa persona, prima di tutto di "diritti civili, costituzione e ambiente". L'impressione che il Civati venga nella nostra città giusto per farsi riprendere dalle telecamere sul set di un argomento trendy è, naturalmente, quella giusta. Comunque senza riflessioni impegnative su diritti civili e costituzione, qui non resta che attendere il Civati giurista per qualche perla in materia, un suggerimento ci permettiamo di avanzarlo. Si occupi, Pippo Civati, di ambiente. Scopra le responsabilità di quella che lui chiama sinistra nel triste posizionamento della provincia di Livorno come seconda più inquinata d'Italia. Già che c'è guardi anche al primo posto, occupato da quella di Taranto, per accorgersi magari delle responsabilità di ciò che si proclama di sinistra nel disastro dell'Ilva, la Bhopal italiana. Spiace che Civati abbia scoperto la nostra città. Fortunamente tra l'estate, il week-end delle finali mondiali e qualche dichiarazione senza contenuto buona per tg, quelli che di luglio non guarda nessuno, tutto passerà senza lasciare traccia.
Pessoa, uno scrittore scoperto dal dalemiano Tabucchi, scriveva: "Il tedio è questo: la perdita, da parte dell’anima, della sua capacità di illudersi". Civati non si illude mai per questo è così noioso, senz'anima e, fortunatamente, qualcosa che non comporta conseguenze politiche. Livorno ha digerito di peggio ed in ben più di un fine settimana di luglio. Venga pure il Pippo Civati show senza lasciare alcun segno del suo passaggio. Uno sbadiglio lo accompagnerà.
redazione, 16 giugno 2014
Fonte
Il punto è che, almeno ufficialmente, si occuperebbe anche di politica ed è anche qui l'eclettismo, che resta un bene culturale, non manca causando non pochi problemi di inquadramento e di coerenza del personaggio. Lo si ritrova sul palco della primissima Leopolda, assieme a Matteo Renzi ma anche candidato contro Renzi alle primarie. Lo si vede sempre sul punto di differenziarsi dal Pd ma mai di rompere, di dialogare con il movimento 5 stelle ma mai di accordarsi. Pippo Civati infatti non è proposta politica è presenza, posizionamento, angolatura di telecamera, numero di follower, di like, di percentuale di spettatori entro un'audience diffusa. E' difficile legare il nome, il brand Pippo Civati ad una precisa campagna politica, ad una battaglia, ad una corrente insomma a tutto ciò che fa strategico nel campo del politico. E' facile vederlo sempre in compagnia di bella gente, politicamente parlando, sorridente e pieno di inascoltate idee di sinistra (almeno quelle che lui pensa essere di sinistra, poi c'è la realtà ma non esageriamo).
L'ultima scoperta del Pippo Civati show, lo spettacolo che tiene in vita il personaggio autoproclamatosi politico, è proprio la nostra città, Livorno. Che sarà sede, come ha affermato lo stesso parlamentare piddino, di una "Leopolda di sinistra". Insomma, ammissione che l'altra Leopolda, quella originaria, proprio di sinistra non era. Il punto è che il cofondatore dell'altra Leopolda è sempre Pippo Civati, assieme a Renzi, ma non sono tempi in cui si bada per il sottile.
Livorno diventa così, per il Pippo piddino famoso per gli spettatori di Striscia la notizia, l'occasione per rifondare la sinistra. Parlando con la "società civilissima", cosa voglia dire ce lo spiegheranno i filosofo e il sociologo delle culture digitali uniti nella stessa persona, prima di tutto di "diritti civili, costituzione e ambiente". L'impressione che il Civati venga nella nostra città giusto per farsi riprendere dalle telecamere sul set di un argomento trendy è, naturalmente, quella giusta. Comunque senza riflessioni impegnative su diritti civili e costituzione, qui non resta che attendere il Civati giurista per qualche perla in materia, un suggerimento ci permettiamo di avanzarlo. Si occupi, Pippo Civati, di ambiente. Scopra le responsabilità di quella che lui chiama sinistra nel triste posizionamento della provincia di Livorno come seconda più inquinata d'Italia. Già che c'è guardi anche al primo posto, occupato da quella di Taranto, per accorgersi magari delle responsabilità di ciò che si proclama di sinistra nel disastro dell'Ilva, la Bhopal italiana. Spiace che Civati abbia scoperto la nostra città. Fortunamente tra l'estate, il week-end delle finali mondiali e qualche dichiarazione senza contenuto buona per tg, quelli che di luglio non guarda nessuno, tutto passerà senza lasciare traccia.
Pessoa, uno scrittore scoperto dal dalemiano Tabucchi, scriveva: "Il tedio è questo: la perdita, da parte dell’anima, della sua capacità di illudersi". Civati non si illude mai per questo è così noioso, senz'anima e, fortunatamente, qualcosa che non comporta conseguenze politiche. Livorno ha digerito di peggio ed in ben più di un fine settimana di luglio. Venga pure il Pippo Civati show senza lasciare alcun segno del suo passaggio. Uno sbadiglio lo accompagnerà.
redazione, 16 giugno 2014
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13/06/2014
Civati. "Mineo rimosso con un sms di Renzi"
Non ci venite a dire che Renzi non è "trendy", eh... Chi altri può vantarsi di aver superato le regole costituzionali e i regolamenti parlamentari con un solo sms?
Come ricorderete, quando Grillo chiese ai suoi "dissidenti" di dimettersi per aver violato il voto degli elettori, disconoscendo l'art. 67 della Costituzione (quello che considera ogni singolo parlamentare come "rappresentante della nazione", e che quindi esercita la sua funzione "senza vincolo di mandato" elettorale), tutti gli saltarono giustamente alla gola (renziani compresi, of course). Nun se po' ffà...
Ora l'ha fatto Renzi, spiega Civati, e a parte "dodici apostoli" senatori del Pd, tutti gli altri tacciono. Oltretutto, sputtana miseramente il ridotto gruppo parlamentare del Pd al Senato, che avrebbe acconsentito a esaudire gli ordini di Renzi facendo finta che la sostituzione di Mineo sia stata una propria "libera iniziativa".
Questo il lancio dell'Ansa con il messaggio - non leonino, diciamolo subito - di Civati (a quanto pare "rottamatore della prima ora" oggi alquanto pentito).
Renzi ha 'firmato' la sostituzione di Mineo "con un sms" ed è "ridicolo" dire che "è stato il gruppo a decidere". Lo dice Pippo Civati osservando che "a questo punto è chiaro che Renzi le riforme le fa con gli amici suoi". Civati precisa che la decisione è stata presa dall'ufficio di presidenza del gruppo al Senato con il sostegno anche degli esponenti delle altre componenti della minoranza: "Sappiano che i prossimi sono loro. Quando non saranno d'accordo, verranno rimossi".
Fonte
Come ricorderete, quando Grillo chiese ai suoi "dissidenti" di dimettersi per aver violato il voto degli elettori, disconoscendo l'art. 67 della Costituzione (quello che considera ogni singolo parlamentare come "rappresentante della nazione", e che quindi esercita la sua funzione "senza vincolo di mandato" elettorale), tutti gli saltarono giustamente alla gola (renziani compresi, of course). Nun se po' ffà...
Ora l'ha fatto Renzi, spiega Civati, e a parte "dodici apostoli" senatori del Pd, tutti gli altri tacciono. Oltretutto, sputtana miseramente il ridotto gruppo parlamentare del Pd al Senato, che avrebbe acconsentito a esaudire gli ordini di Renzi facendo finta che la sostituzione di Mineo sia stata una propria "libera iniziativa".
Questo il lancio dell'Ansa con il messaggio - non leonino, diciamolo subito - di Civati (a quanto pare "rottamatore della prima ora" oggi alquanto pentito).
Renzi ha 'firmato' la sostituzione di Mineo "con un sms" ed è "ridicolo" dire che "è stato il gruppo a decidere". Lo dice Pippo Civati osservando che "a questo punto è chiaro che Renzi le riforme le fa con gli amici suoi". Civati precisa che la decisione è stata presa dall'ufficio di presidenza del gruppo al Senato con il sostegno anche degli esponenti delle altre componenti della minoranza: "Sappiano che i prossimi sono loro. Quando non saranno d'accordo, verranno rimossi".
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26/11/2013
Chi vota alle primarie danneggia anche te: digli di smettere.
L’8 Dicembre ci sono le primarie. Qualche mese fa ho scritto un pezzo per spiegare perché non avrei partecipato in nessuna maniera alle primarie del centrosinistra. Questa volta si tratta di primarie tutte interne al Partito Democratico, non ho quindi nessun motivo per partecipare al “congresso” di un Partito di cui non faccio parte.
È più interessante provare a trarre delle conclusioni “storiche” da quello che è successo nell’ultimo anno sul tema “primarie”.
Un anno fa scrivevo che le primarie sono un ottimo mezzo per dare una verniciata di partecipazione popolare a delle decisioni politiche che di democratico non hanno nulla. Di fatto, le primarie che hanno incoronato nell’ordine Prodi, Veltroni e Bersani sono state delle ratifiche di scelte già prese dai gruppi dirigenti del centrosinistra o del PD. Una ratifica popolare immediatamente buttata nel cestino quando i gruppi dirigenti hanno deciso di licenziare Prodi, Veltroni e Bersani. La vittoria annunciata di Renzi s’inserisce in questo schema: Cuperlo e Civati a questo punto possono contendersi qualche voto sui gradini più bassi del podio.
La seconda considerazione è che con le primarie il PD ha trovato un mezzo straordinario per sterilizzare ogni dissenso contro la deriva centrista. Bertinotti e Vendola, una volta ratificato il loro ruolo di minoranza pittoresca, non hanno potuto fare altro che accettare le decisioni di Prodi e Bersani. Addirittura Vendola riuscendo nel capolavoro di non andare al governo e rimanere nell’angolo durante la costruzione della Grande Coalizione. Mentre in tutta Europa accade il processo inverso, con pezzi di socialdemocrazia che vanno a costruire alternative di sistema insieme ai comunisti, in Italia le primarie assicurano che a ogni appuntamento importante ci sia un capo bandiera che illuda di poter cambiare il PD. Oggi, si tratta di Pippo Civati.
In terzis, le primarie prolungano il mito della frammentazione del PD e nascondo la reale compattezza. Il luogo comune vuole che i Democratici siano incapaci di trovare l’unità su qualsiasi questione e che i feroci scontri verbali in occasione delle primarie rischino di far saltare l’intero partito. In realtà, aldilà della retorica, Renzi, Cuperlo e Civati sono compattamente a favore delle politiche di austerità e pur promettendo che non ci saranno più grandi alleanze nel futuro, nessuno mette in discussione il governo Letta.
Quarto punto: le parlamentarie. Parlando con alcuni membri del PD nell’estate 2012 mi veniva detto che all’epoca, regnante Monti, era vero che il PD faceva schifo ma a causa dei gruppi parlamentari scelti da Veltroni. Tralasciando che lo stesso Veltroni era stato eletto a furor di primarie, i gruppi parlamentari scelti attraverso le primarie hanno dato il peggio di sé appena insediati con il balletto sull’elezione del Presidente della Repubblica. Dopo mesi è ancora un mistero (di Pulcinella) chi siano i 101 “traditori” ad aver impallinato Prodi. Ma è bene ricordare che la buffonata partì fin dal momento in cui i gruppi parlamentari decisero di sostenere insieme al PdL Franco Marini, salvo poi mangiarselo nello scrutinio segreto.
Infine, quella che nella liturgia comunista si chiama “doverosa autocritica”, o più comunemente “ho fatto una stronzata”. Un anno fa scrivevo che l’istituto delle primarie poteva comunque avere senso nel caso si trattasse di scegliere il candidato per una carica monocratica. Non posso negarlo: una giustificazione per la partecipazione di Rifondazione alle primarie del centrosinistra lombardo. In quell’occasione sostenemmo il professor Di Stefano, un ottimo candidato, competente e capace di parlare anche ai cattolici. E che è stato schiacciato in maniera inesorabile dai meccanismi delle primarie.
Ambrosoli si è confermato come un candidato deciso dai dirigenti del centrosinistra che non riuscivano a trovare una quadra su altri papabili, un candidato profondamente elitario legittimato solo da una consultazione primaria in cui il grado di consapevolezza degli elettori era pari a zero. Nonostante il 30% raggiunto da Di Stefano, appena finite le primarie Ambrosoli ha occupato tutti gli spazi possibili, ha personalizzato la competizione e ha fatto carta straccia dei programmi comuni. L’attività odierna della Lista Ambrosoli e della cosiddetta opposizione di centrosinistra in Lombardia risulta non pervenuta.
Il risultato finale della lista Etico Con Di Stefano, in maniera imbarazzante sotto l’1%, dimostra che la scorciatoia delle primarie la possono percorrere i democristiani come Ambrosoli e Renzi. Che invece punta ad altro, ha tutto da perdere dalla partecipazione a questo carrozzone. Prima lo capiamo meglio è.
Fonte
È più interessante provare a trarre delle conclusioni “storiche” da quello che è successo nell’ultimo anno sul tema “primarie”.
Un anno fa scrivevo che le primarie sono un ottimo mezzo per dare una verniciata di partecipazione popolare a delle decisioni politiche che di democratico non hanno nulla. Di fatto, le primarie che hanno incoronato nell’ordine Prodi, Veltroni e Bersani sono state delle ratifiche di scelte già prese dai gruppi dirigenti del centrosinistra o del PD. Una ratifica popolare immediatamente buttata nel cestino quando i gruppi dirigenti hanno deciso di licenziare Prodi, Veltroni e Bersani. La vittoria annunciata di Renzi s’inserisce in questo schema: Cuperlo e Civati a questo punto possono contendersi qualche voto sui gradini più bassi del podio.
La seconda considerazione è che con le primarie il PD ha trovato un mezzo straordinario per sterilizzare ogni dissenso contro la deriva centrista. Bertinotti e Vendola, una volta ratificato il loro ruolo di minoranza pittoresca, non hanno potuto fare altro che accettare le decisioni di Prodi e Bersani. Addirittura Vendola riuscendo nel capolavoro di non andare al governo e rimanere nell’angolo durante la costruzione della Grande Coalizione. Mentre in tutta Europa accade il processo inverso, con pezzi di socialdemocrazia che vanno a costruire alternative di sistema insieme ai comunisti, in Italia le primarie assicurano che a ogni appuntamento importante ci sia un capo bandiera che illuda di poter cambiare il PD. Oggi, si tratta di Pippo Civati.
In terzis, le primarie prolungano il mito della frammentazione del PD e nascondo la reale compattezza. Il luogo comune vuole che i Democratici siano incapaci di trovare l’unità su qualsiasi questione e che i feroci scontri verbali in occasione delle primarie rischino di far saltare l’intero partito. In realtà, aldilà della retorica, Renzi, Cuperlo e Civati sono compattamente a favore delle politiche di austerità e pur promettendo che non ci saranno più grandi alleanze nel futuro, nessuno mette in discussione il governo Letta.
Quarto punto: le parlamentarie. Parlando con alcuni membri del PD nell’estate 2012 mi veniva detto che all’epoca, regnante Monti, era vero che il PD faceva schifo ma a causa dei gruppi parlamentari scelti da Veltroni. Tralasciando che lo stesso Veltroni era stato eletto a furor di primarie, i gruppi parlamentari scelti attraverso le primarie hanno dato il peggio di sé appena insediati con il balletto sull’elezione del Presidente della Repubblica. Dopo mesi è ancora un mistero (di Pulcinella) chi siano i 101 “traditori” ad aver impallinato Prodi. Ma è bene ricordare che la buffonata partì fin dal momento in cui i gruppi parlamentari decisero di sostenere insieme al PdL Franco Marini, salvo poi mangiarselo nello scrutinio segreto.
Infine, quella che nella liturgia comunista si chiama “doverosa autocritica”, o più comunemente “ho fatto una stronzata”. Un anno fa scrivevo che l’istituto delle primarie poteva comunque avere senso nel caso si trattasse di scegliere il candidato per una carica monocratica. Non posso negarlo: una giustificazione per la partecipazione di Rifondazione alle primarie del centrosinistra lombardo. In quell’occasione sostenemmo il professor Di Stefano, un ottimo candidato, competente e capace di parlare anche ai cattolici. E che è stato schiacciato in maniera inesorabile dai meccanismi delle primarie.
Ambrosoli si è confermato come un candidato deciso dai dirigenti del centrosinistra che non riuscivano a trovare una quadra su altri papabili, un candidato profondamente elitario legittimato solo da una consultazione primaria in cui il grado di consapevolezza degli elettori era pari a zero. Nonostante il 30% raggiunto da Di Stefano, appena finite le primarie Ambrosoli ha occupato tutti gli spazi possibili, ha personalizzato la competizione e ha fatto carta straccia dei programmi comuni. L’attività odierna della Lista Ambrosoli e della cosiddetta opposizione di centrosinistra in Lombardia risulta non pervenuta.
Il risultato finale della lista Etico Con Di Stefano, in maniera imbarazzante sotto l’1%, dimostra che la scorciatoia delle primarie la possono percorrere i democristiani come Ambrosoli e Renzi. Che invece punta ad altro, ha tutto da perdere dalla partecipazione a questo carrozzone. Prima lo capiamo meglio è.
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29/04/2013
Già finita la fronda Pd. Civati & co votetanno la fiducia a Letta?
Nessuna pensava che fossero pronti per la rivoluzione, ma che potessero
mostrare un brandello di resipiscenza morale - visto anche quanto stava
accadendo nella disperata base del loro partito - questo sembrava
possibile. Quel tanto che bastava a salvare la faccia prima di
arrendersi alle "soverchianti forze nemiche" incaricate dell'inciucio.
E invece niente. Civati, Puppato e gli altri "dissidenti a ore" del Pd hanno deciso che si poteva finirla qui. E rientrare nella maggioranza prima che lo sbrego con la linea "napolitania" diventasse per loro irrecuperabile, troncandone le velleità di carriera.
"Accordiamo la fiducia a questo governo assumendoci le nostre responsabilità di eletti". Così in un documento, i deputati Pd Pippo Civati, Sandro Gozi, Laura Puppato e Sandra Zampa hanno chinato la testolina. Ma come si usa in tutte le chiese, dopo aver manifestato dissenso bisogna mostrare ampia "dissociazione" e volontà di reinserimento. E quindi esprimono anche la "speranza che in questa fase di emergenza democratica, economica, sociale ed europea rinasca l'obbligo morale di rappresentare quel cambiamento di stile e di obiettivi di cui gli italiani sentono un disperato bisogno".
"In questo momento drammatico per il nostro Paese e per la democrazia sentiamo l'obbligo di rappresentare, più di quanto non sia avvenuto nel recente passato, un popolo che soffre e che teme per il proprio futuro. Abbiamo richiamato la necessità che il governo presieduto da Enrico Letta, pur nelle grandissime difficoltà di fare sintesi di linee politiche fortemente diverse, nascesse nuovo, anche nelle figure, e garante dell'unica necessità di individuare soluzioni ai problemi urgenti dell'Italia. È con questo spirito che accordiamo la fiducia a questo governo assumendoci le nostre responsabilità di eletti".
"Non vogliamo creare l'ennesima area organizzata all'interno del Partito Democratico soprattutto perché siamo convinti che le correnti e i gruppi di potere siano stati il principale problema del nostro Partito e della nostra azione parlamentare. Anche ascoltando i nostri elettori e il Paese lavoreremo affinché il Partito Democratico diventi quello che avevamo promesso e che aveva ridato speranza ed entusiasmo a milioni di italiani".
E per rispettare le promesse elettorali, anche loro adesso si daran da fare per salvaguardare i giaguari.
Ultim'ora. Civati dirama una smentita che lascia aperta la suspence.
“Circola da qualche minuto un documento che include anche la mia firma e in cui annuncio il mio voto di fiducia al Governo. Non so come sia uscito, ma non ho firmato alcuna dichiarazione di fiducia e quindi smentisco. Come ho detto più volte in questi giorni, e ancora poche ore fa in diretta su Rai 3, le mie perplessità sul Governo Letta rimangono, e prenderò una decisione in merito alla fiducia solo dopo averne discusso, come ho ripetutamente richiesto, domattina con il resto dei colleghi del Pd. Non prima”.
Fonte
Che dirigenza da avanspettacolo quella del PD.
E invece niente. Civati, Puppato e gli altri "dissidenti a ore" del Pd hanno deciso che si poteva finirla qui. E rientrare nella maggioranza prima che lo sbrego con la linea "napolitania" diventasse per loro irrecuperabile, troncandone le velleità di carriera.
"Accordiamo la fiducia a questo governo assumendoci le nostre responsabilità di eletti". Così in un documento, i deputati Pd Pippo Civati, Sandro Gozi, Laura Puppato e Sandra Zampa hanno chinato la testolina. Ma come si usa in tutte le chiese, dopo aver manifestato dissenso bisogna mostrare ampia "dissociazione" e volontà di reinserimento. E quindi esprimono anche la "speranza che in questa fase di emergenza democratica, economica, sociale ed europea rinasca l'obbligo morale di rappresentare quel cambiamento di stile e di obiettivi di cui gli italiani sentono un disperato bisogno".
"In questo momento drammatico per il nostro Paese e per la democrazia sentiamo l'obbligo di rappresentare, più di quanto non sia avvenuto nel recente passato, un popolo che soffre e che teme per il proprio futuro. Abbiamo richiamato la necessità che il governo presieduto da Enrico Letta, pur nelle grandissime difficoltà di fare sintesi di linee politiche fortemente diverse, nascesse nuovo, anche nelle figure, e garante dell'unica necessità di individuare soluzioni ai problemi urgenti dell'Italia. È con questo spirito che accordiamo la fiducia a questo governo assumendoci le nostre responsabilità di eletti".
"Non vogliamo creare l'ennesima area organizzata all'interno del Partito Democratico soprattutto perché siamo convinti che le correnti e i gruppi di potere siano stati il principale problema del nostro Partito e della nostra azione parlamentare. Anche ascoltando i nostri elettori e il Paese lavoreremo affinché il Partito Democratico diventi quello che avevamo promesso e che aveva ridato speranza ed entusiasmo a milioni di italiani".
E per rispettare le promesse elettorali, anche loro adesso si daran da fare per salvaguardare i giaguari.
Ultim'ora. Civati dirama una smentita che lascia aperta la suspence.
“Circola da qualche minuto un documento che include anche la mia firma e in cui annuncio il mio voto di fiducia al Governo. Non so come sia uscito, ma non ho firmato alcuna dichiarazione di fiducia e quindi smentisco. Come ho detto più volte in questi giorni, e ancora poche ore fa in diretta su Rai 3, le mie perplessità sul Governo Letta rimangono, e prenderò una decisione in merito alla fiducia solo dopo averne discusso, come ho ripetutamente richiesto, domattina con il resto dei colleghi del Pd. Non prima”.
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Che dirigenza da avanspettacolo quella del PD.
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