Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/02/2021

Il sovranismo di destra e di sinistra si arrende a Draghi

Il “fascino” di Draghi appare irresistibile in ogni ambito, anche in quelli apparentemente più impensabili.

Non è un mistero che le battaglie No Euro e contro i diktat di Bruxelles, nelle file del M5S, siano ormai uno sfumatissimo ricordo del pur recente passato. Dall’euroscetticismo dichiarato si è passati all’europeismo e all’euroatlantismo conclamato da Di Maio, ministri, sottosegretari e segretari dei sottosegretari pentastellati. Qui il consenso al governo Draghi, come già raccontato sul nostro giornale, sembra incontrare limitate recalcitranze tra deputati e senatori.

Ha sorpreso un po’ di più (ma sempre relativamente) il peana verso Draghi di un No Euro di antica data, come il professore e deputato Alberto Bagnai, cresciuto a sinistra ma in forza alla Lega. In una intervista a La Stampa Bagnai, per creare una connessione sentimentale con il futuro premier, si affida più al suo curriculum professionale che alle posizioni politiche.

“In Europa dialoghiamo con tutti e siamo abituati a cercare soluzioni concrete, confrontandoci sui problemi concreti. L’unico imbarazzo in certe sedi lo provo nel confrontarmi con i dilettanti. Io sono economista come Draghi, lui con un’esperienza istituzionale e di mercato infinitamente più elevata, ma veniamo dalla stessa scuola e abbiamo una lingua comune” – afferma Bagnai – “È imbarazzante trovarsi a parlare con persone che parlano in termini di fede o di sogno. Sinceramente, non sono Freud: il ‘sogno europeo’ non so interpretarlo. Quindi nessun imbarazzo, Draghi saprà come gestire i soldi del Recovery Fund“.

E poi aggiunge una apertura di credito politico che allinea, forse, il più brillante degli euroscettici della Lega, alle crescenti disponibilità leghiste a essere della partita nel governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi.

“Con Draghi è possibile dialogare – sottolinea Bagnai – continuo a pensare che nel 2018 fosse improprio da parte sua sollevare allarmi sulla tenuta del sistema bancario italiano, tanto più che questo era sotto la sua vigilanza. Ma sulle sue scelte e soprattutto sulle sue analisi di politica economica, a partire dal famoso discorso di Jackson Hole nel 2014, non ho mai trovato nulla da obiettare“.

Ancora più allineato appare Claudio Borghi l’altro economista No Euro della Lega. “Draghi? È un fuoriclasse”, ha commentato il deputato leghista sul presidente del Consiglio incaricato: “Voterò la posizione che indicherà il mio partito”.

Più complicato appare il ragionamento di Stefano Fassina che in questi anni – in solitudine dentro Sinistra Italiana – è stato un po’ il rappresentante del “sovranismo di sinistra” dentro e fuori il Parlamento. Fassina, anche se con cautela, apre sui consensi al governo Draghi: “È un grave errore politico puntare a un “Governo Ursula”, ossia fare del Governo del Presidente, affidato ad una personalità super partes come Mario Draghi, un governo di una parte. L’obiettivo deve essere, come richiede la natura del mandato, un governo di tutti, compresa Lega e, se fosse possibile, anche FdI” ha detto al Tg2.

E sulla eventuale fiducia, Fassina in un’altra intervista precisa che l’eventuale si a Draghi dovrebbe avere una condizione: “Senza una scadenza elettorale definita, per quanto mi riguarda, non ci sono le condizioni per votare la fiducia al governo Draghi. A tal proposito, auspico che il Movimento Cinque Stelle si ricordi del suo mandato elettorale”.

Fassina è anche tra i pochi a spezzare una lancia a favore del dimissionato governo Conte: “con tutti i limiti di questo governo, bisogna riconoscere che aveva posto attenzione alle fasce deboli come mai era accaduto nell’ultimo periodo. Per carità: Conte non è Che Guevara” – precisa Fassina – “né ha fatto la rivoluzione, ma nessuno può negare la forza di alcuni provvedimenti adottati”.

Ma sulla questione politica di fondo, se cioè il governo del “commissario Draghi” sia o no l’ennesima ipoteca del vincolo esterno europeo sulle sorti del nostro paese, è vero che i giornalisti a Fassina non hanno posto neanche la domanda, è anche vero che su questo tema nelle sue argomentazioni non compare neanche una parola.

Appare paradossale che dopo anni di dibattiti infuocati e polemiche furiose sull’eventuale uscita dall’euro e dalla Ue, il sovranismo di destra e di sinistra sembra diventato totalmente subordinato o silente di fronte alla nomina dall’alto di un commissario europeo alla guida del paese. La cosa però non dovrebbe sorprendere.

Era il febbraio 2019 quando Draghi, in occasione della laurea ad honorem all’università di Bologna (con tanto di contestazioni da parte degli studenti, ndr), prese di petto proprio il sovranismo per riaffermare la centralità della moneta unica e della centralizzazione europea: “Porsi al di fuori dell’Ue può sì condurre a maggior indipendenza nelle politiche economiche, ma non necessariamente a una maggiore sovranità. Lo stesso argomento vale per l’appartenenza alla moneta unica“, affermò Draghi nella sua lectio magistralis a Bologna “la maggior parte dei paesi, da soli, non potrebbero beneficiare della fatturazione delle loro importazioni nella loro valuta nazionale, il che esaspererebbe gli effetti inflazionistici nel caso di svalutazioni“.

Infine, secondo Draghi “Questa tensione tra i benefici dell’integrazione e i costi associati con la perdita di sovranità nazionale – aveva proseguito l’allora presidente della Bce – è per molti aspetti e specialmente nel caso dei paesi europei, solo apparente. In realtà in molte aree l’Unione europea restituisce ai suoi paesi la sovranità nazionale che avrebbero oggi altrimenti perso“.

Inutile chiedere a Draghi esempi di questo secondo scenario, mentre la vicissitudini della Grecia e degli altri paesi Pigs smentiscono in modo contundente le sue affermazioni. Così come dalle sue argomentazioni – e da quelle dei sovranisti di destra – mancano sistematicamente ogni riferimento alle conseguenze prodotte dai processi di centralizzazione europea sul lavoro, i lavoratori, i salari e il welfare.

In questi anni abbiamo denunciato spesso come quella tra europeisti liberali e sovranisti di destra fosse una contrapposizione del tutto ingannevole, erano e restano due facce del partito unico degli affari e del capitalismo.

Con Draghi al governo la quadratura di questo cerchio e la falsità di tale contrapposizione diventa palese agli occhi di tutti.

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10/05/2020

La trappola nel Mes. M5S, resistete

Questo titolo non lo abbiamo fatto noi, è quello che appare nel blog di Stafano Fassina sull’Huffington Post. Esortazione ai grillini a parte, analizza con fredda scientificità cos’è davvero il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità), unico strumento fin qui messo sul tavolo dall’Unione Europea per affrontare la pandemia.

Tutti gli altri – fondi Bei, fondo Sure, e soprattutto il Recovery Fund – sono ancora che definire, contrattate, condizionare, ecc.

In questi giorni tutta la stampa e i partiti “europeisti” stanno sgolandosi nel garantire che questo Mes rivisitato dall’Eurogruppo e accettato dal ministro dell’economia Gualtieri (professore di Storia, peraltro, con una carriera da funzionario UE a Bruxelles... insomma, a forte rischio di conflitto di interessi) è “senza condizionalità”.

Quindi da prendere e intascare senza farsi altre domande. Perché rifiutare soldi cash restituibili in comode rate, quasi senza interessi? Stefano Fassina – economista, al contrario di Gualtieri – europeista, ex viceministro dell’economia (nel governo Monti, mica al soviet di San Pietroburgo!), smonta la bufala del “senza condizioni” in pochi semplici passaggi.

Non sono dettagli che ci erano sconosciuti, ne abbiamo parlato anche noi nei giorni scorsi. Ma sono illustrati da un ex parlamentare del Pd, un “tecnico” che conosce la materia (non un giornalista che sbobina le dichiarazioni di un politico ignorante, diffondendo così “fake news di Stato”).

Quindi dovrebbero aiutare ad aprire gli occhi anche a quei tanti – “a sinistra” – che reagiscono alla parola “Unione Europea” come i cani di Pavlov all’accendersi della lucetta...

Ci illudiamo, lo sappiamo. Ma i fatti, ossia la realtà e la verità, hanno la testa dura. E noi non conosciamo altri padroni che questi. Perché la verità è sempre rivoluzionaria, nascondere la testa sotto la sabbia è da reazionari. O da schiavi dei reazionari.

*****

Il comunicato dell’Eurogruppo di ieri conferma la trappola nel Mes, già contenuta nel Rapporto dei 19 Ministri delle Finanze del 9 Aprile, approvato dal Consiglio europeo del 23 aprile scorso.

La trappola scatta non all’accesso, incondizionato come promesso, al prestito di 36 miliardi concesso dal Mes attraverso il ‘Pandemic Crisis Support’, la linea creata ad hoc per il Covid-19. Si attiva dopo l’accesso, dentro al Meccanismo.

Per riconoscere la trappola e provare, inutilmente, ad evitare le accuse di sovranismo, anti-europeismo, posizionamento politico e ideologico, irresponsabilità verso l’Italia sofferente, dobbiamo entrare nel merito e chiedere alla lettrice e al lettore un po’ di pazienza.

Dispieghiamo il percorso di lettura dalle ultime parole dei punti 3, 5 e 10 del testo condiviso ieri sera. Punto 3: “Le norme del Mes continuano ad applicarsi”. Punto 5: “Il Mes applicherà anche il suo ‘Early Warning System’ (sistema di allarme preventivo sulla solvibilità del debitore) per assicurare il puntuale ripagamento del credito”.

Infine, per dissipare ogni dubbio, il punto 10: per ciascuno Stato membro richiedente assistenza finanziaria attraverso la linea di credito legata al Covid-19 l’approvazione del ‘Pandemic Response Plan’ (il piano di utilizzo delle risorse ricevute in prestito) da parte del Mes “segue quanto previsto dall’art 13 del Trattato” [istitutivo del Mes].

Cosa è scritto nell’Art 13 in questione? Al comma 1: “… Una volta ricevuta la domanda [di assistenza finanziaria da uno Stato membro], il presidente del consiglio dei governatori assegna alla Commissione europea, di concerto con la BCE, i seguenti compiti: … b) valutare la sostenibilità del debito pubblico. Se opportuno e possibile, tale valutazione dovrà essere effettuata insieme al FMI”.

Al comma 3: “il consiglio dei governatori affida alla Commissione europea – di concerto con la BCE e, laddove possibile, insieme all’FMI – (la Troika per intenderci) il compito di negoziare con il membro del MES interessato, un protocollo d’intesa (meglio noto come Memorandum of Understanding) che precisi le condizioni contenute nel dispositivo di assistenza finanziaria. Il contenuto del protocollo d’intesa riflette la gravità delle carenze da affrontare e lo strumento di assistenza finanziaria scelto.”

Infine, il comma 6: “Il MES istituisce un idoneo sistema di avviso per garantire il tempestivo rimborso degli eventuali importi dovuti dal membro del MES nell’ambito del sostegno alla stabilità.”

E la lettera del Commissario europeo Gentiloni e del Vice-Presidente esecutivo Dombrovkis all’Eurogruppo? Viene richiamata al punto 5 del comunicato dell’Eurogruppo. Tuttavia, nonostante il giubilo politico e mediatico, la lettera si limita, non potrebbe essere altrimenti, ad indicare gli effetti regolamentari del Rapporto dell’Eurogruppo del 9 Aprile, confinati in un pericolosamente ambiguo torno temporale (“under the circumstances of the Covid-19”).

Nella lettera, viene specificato che, “nelle circostanze del Covid-19”, non si attiva il comma 7 dell’art 3, del Regolamento 472/2013, cosi come non si attiva l’art 7 del medesimo regolamento, entrambi relativi ad un “programma di aggiustamento macroeconomico”.

Non è una novità. È la conseguenza logica dell’assenza di condizionalità all’accesso alla speciale linea di credito definita in relazione al Covid-19.

Ma la lettera di Gentiloni e Dombrovskis non disattiva, non può farlo in quanto è normativa corrispondente a quella del Mes, l’art 6 del Regolamento 472/2013 nel quale è prescritta la valutazione della sostenibilità del debito pubblico: “Qualora uno Stato membro richieda l’assistenza finanziaria ... del MES ... la Commissione valuta, d’intesa con la BCE e, ove possibile, con l’FMI, la sostenibilità del debito pubblico di detto Stato membro e le sue necessità di finanziamento effettive o potenziali.”

Conseguentemente, la lettera non disattiva neanche i commi 1, 5 e 6 dell’Art. 3 dello stesso Regolamento. Il primo comma di tale articolo è inequivocabile: “Uno Stato membro soggetto a sorveglianza rafforzata (istituto confermato nella lettera dei due Commissari anche per il PCS) adotta, previa consultazione e in collaborazione con la Commissione e d’intesa con la BCE, ... ed eventualmente l’FMI, misure atte a eliminare le cause, o le cause potenziali, di difficoltà.”

In sintesi, si accede, senza condizioni e senza Memorandum, alla linea di credito speciale del Mes. Una volta dentro, viene valutata la sostenibilità del debitore, in conseguenza dei punti richiamati del comunicato dell’Eurogruppo (punti 3, 5 e 10). Dato che siamo avviati a superare, nel 2020, il 160% nel rapporto tra debito pubblico e PIL, siamo oggettivamente a rischio di solvibilità.

Pertanto, dopo l’accesso, scatta, per statuto Mes, l’Art 13: programma di aggiustamento macroeconomico e Memorandum.

Qui è il nodo: il programma di aggiustamento macroeconomico e il connesso Memorandum con la Troika arrivano una volta dentro il Mes. Allora, le ragioni del No al Mes rimangono tutte, anzi si rafforzano dopo la sentenza della Corte Costituzionale tedesca sul Quantitative easing.

Lo scenario davanti a noi è drammatico sul piano economico e sociale e difficilissimo sul piano politico europeo. Il Governo Conte è in una tenaglia micidiale. Serve senso della realtà e determinazione. Invece di celebrare la nostra inesistente vittoria sul Mes o insistere su ‘aiuti’ sostanzialmente irrilevanti e comunque a debito, come il Sure (il programma di prestiti per il sostegno al reddito dei disoccupati), le garanzie della Banca europea per gli investimenti o il lontano e gracile Recovery Fund, il Governo italiano, insieme agli alti governi firmatari della lettera del 25 Marzo scorso al Presidente del Consiglio europeo (Francia, Spagna e Portogallo in primis), dovrebbe combattere per difendere e rafforzare la funzione della Bce, l’unica istituzione federale della Ue, dotata della potenza di fuoco finanziario per salvare l’eurozona e l’Italia, non a caso attaccata, insieme alla Corte di Giustizia europea custode del diritto comunitario, a colpi di bazooka giuridico dall’avamposto di Karlsruhe.

Senza adeguati interventi della Bce, inclusa la sterilizzazione dello stock di debito pubblico acquistata dalle Banche Centrali nazionali, la strada da intraprendere è quella del “divorzio amichevole” invocato saggiamente da Joseph Stiglitz.

Infine, appello al M5S: resistete in nome delle periferie economiche e sociali affidatesi a voi nel voto del 2018.

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13/09/2018

Il dibattito (guasto) tra Fassina e gli anti-Fassina

Sembrerebbe tutto un proliferare di patrioti, a giudicare dall’ennesima iniziativa promossa questa volta da Fassina e D’Attorre. In realtà, tutto si muove nel placido solco della virtualità, dove rossi, bruni e rossobruni se le danno di santa ragione a patto di non incontrarsi mai nella realtà. Fassina è però riuscito ad aizzare uno scombinato dibattito che merita d’essere commentato. Patria e Costituzione, dunque. Su cui si sono scatenati i cacciatori di rossobruni. Che partono da un dato incontrovertibile: Fassina è un essere squalificato. Basterebbe questo a chiudere il discorso (e noi la pensiamo proprio così: in politica non conta cosa dice chi, ma chi dice cosa). Eppure – come sempre – il dibattito sulla “questione nazionale” (perché, al fondo, di questo parliamo quando parliamo di “rossobrunismo”, “populismo”, “sovranismo” e “internazionalismo”) parte immediatamente per la tangente e il problema non è più Fassina, ma i temi politici che Fassina solleva malamente. Fassina è un pretesto, il problema è altrove. Vediamo cosa dice Fassina nel pezzo pubblicato sul manifesto del 6 settembre:
«da un lato, non regge più l’impalcatura mercantilista del mercato unico e dell’euro e, dall’altro, è venuta meno, in realtà è stata sempre un miraggio, la prospettiva della sovranità democratica europea. Così, gli europeisti, sia liberal conservatori, sia delle sinistre, in tutte le sfumature, sono senza programma fondamentale, cornice per un’opposizione convinta e convincente».
E’ la spudorata verità di questi anni, eppure tale contesto viene semplicemente eluso dagli europeisti di ogni risma, soprattutto di quelli provenienti da sinistra. L’Unione europea ha fallito, è un progetto politico-economico totalmente dentro logiche capitalistiche e ordoliberali, e va dunque combattuto e abbattuto. Questo è il nodo che la sinistra europeista non affronta, occultando il quale, certo, ogni altra riflessione, sia di Fassina sia di altri, risulta incomprensibile e meramente nazionalista. Chi rimane unioneuropeista è uscito di fatto dalla cornice di comprensibilità politica delle masse. Non gli rimane che aggregare qualche bocconiano masterizzato, hipster quarantenni e ricercatori universitari. Ma il pezzo di Fassina prosegue:
«Noi europeisti di sinistra dobbiamo reimpostare la declinazione del nesso nazionale-sovranazionale. È esiziale dividere l’agone politico tra Fronte Repubblicano e Fronte Sovranista, ossia, tra continuità nella retorica del «più Europa» e cambiamento regressivo. È al contempo impolitico affidarsi a liste transnazionali segnalate da un radicalismo astratto «per democratizzare l’Unione europea».
Anche in questo caso possiamo più o meno essere d’accordo, ma una cosa sentiamo di condividere: il nesso nazionale-sovranazionale è oggi completamente capovolto. Viene definito come “sovranista” ogni moto che sottopone a critica radicale l’Unione europea, mentre viene confuso per “internazionalista” tutto ciò che invece prende le forme del cosmopolitismo liberista, che è un “sovra-nazionalismo” e non un “inter-nazionalismo”. Non sono le barriere, le dogane e le frontiere che il processo europeista abolisce, ma il controllo politico sui movimenti di capitale. Questo controllo politico è ancora oggi collegato alla statualità. Nessuna statolatria, per carità: quando un movimento reale allargherà i confini della rappresentanza politica, i suoi meccanismi, le sue corrispondenze tra volere popolare e volere politico, su di un piano più vasto ed effettivamente internazionale, tanti saluti allo Stato e alle sue logiche repressive. Oggi è di questo che stiamo parlando? O, piuttosto, stiamo nel mezzo di uno straordinario processo regressivo che sottrae poteri a popolazioni e territori per delegarli a forze economiche giuridicamente e fiscalmente irresponsabili, di fatto immaterializzate e deterritorializzate? Perché a un certo punto dobbiamo anche fare mestamente i conti con la realtà, e questa ci dice che stiamo nella merda, non a un passo dalla liberazione del famigerato “Stato-nazione”. Torniamo a Fassina:
«Tra l’insostenibile e incorreggibile europeismo liberista e la degenerazione nazionalista va costruito lo spazio culturale e politico per una alternativa: una comunità nazionale aperta, dove i conflitti, a partire da quelli di classe e ambientali, si combattono e si compongono in riferimento alla dignità del lavoro, alla giustizia sociale, al rispetto della natura; una comunità cooperativa per affrontare enormi sfide globali, innanzitutto la riconversione ecologica delle economie e delle società e il governo dei flussi migratori».
Ecco, le dice Fassina queste cose e quindi valgono zero. Ma nel merito, se per un attimo volessimo ragionarci, dove è lo scandalo? Dove l’assurdo nella volontà di costruire uno spazio alternativo tanto alla «degenerazione nazionalista» (all’anima del rossobruno…) quanto – soprattutto – allo «insostenibile e incorreggibile europeismo liberista»? Non c’è scandalo, ma se si oscura – come fa la sinistra unioneuropeista – il problema della Ue, tutto diviene effettivamente incomprensibile e ambiguo. Ma è un trucco usato per screditare non tanto il Fassina di turno – che è già screditato di per sé – quanto il tema della lotta alla Ue.

Siccome Fassina è un personaggio screditato per precisi motivi politici e non per ideologiche alterità esistenziali, dall’analisi – sostanzialmente giusta – si va a finire alla peggiore esaltazione – questa si – nazionalista:
«Dobbiamo riscoprire il sentimento positivo di Patria e Nazione per rilegittimare e, qui il punto politico decisivo, rivitalizzare nelle sue funzioni essenziali lo Stato nazionale e riconnettere, nella misura possibile all’avvio del XXI Secolo, popolo e democrazia costituzionale».
Qui casca il Fassina, se – ribadiamo – volessimo davvero entrare nel merito delle sue argomentazioni. La lotta alla Ue è una lotta al capitalismo liberista, all’imperialismo, alla torsione ordoliberale importata dal modello tedesco, non il ritorno ai “valori della Costituzione” e, ancor meno, scimmiottando patriottismi che nulla hanno a che vedere con le lotte per l’indipendenza dei popoli colonizzati e molto a che fare con declinazioni patriottiche à la grandeur francese. Ognuno ha le proprie tradizioni storiche. L’Italia, da questo punto di vista, non sarà mai la Francia. Potremmo anche rammaricarcene, sebbene lo “Stato forte” – che prevede anche una forte etica pubblica che si traduce in consenso di massa per lo status quo – sia uno strumento di dominio tanto interno – contro il proprio popolo – quanto esterno – contro popoli altrui. Che questo sia il desiderio di un Fassina è nell’ordine delle cose. Che una proposta di questo tipo possa davvero sostenere le basi di una nuova sinistra popolare, avremmo più di qualche dubbio.

Come detto, però, le obiezioni dei cacciatori di rossobruni non solo celano il contesto entro cui questi ragionamenti prendono piede, cioè le politiche liberiste della Ue e il conseguente rifiuto popolare di quelle politiche. Le obiezioni tacciano – esplicitamente o meno – di rossobrunismo, quindi di sovranismo, quindi di nazismo mascherato – in una catena che parte dalla critica alla globalizzazione e finisce con Hitler – tutto ciò che si oppone all’Unione europea e al controllo politico sui movimenti di capitale. Ci casca persino il nostro amico Giacomo Russo Spena, con un articolo volto a dimostrare la natura reazionaria e para-fascista di Fassina.



Titolo e sottotitolo sgomberano il campo da equivoci: «All’armi, son rossobruni! – Da Diego Fusaro a Stefano Fassina [...] ritratto di un fenomeno politico sovranista, no euro, affascinato da Putin. [...] Un populismo simile per non dire identico a quello della destra». Sono qui inquadrati i tre poli della fenomenologia rossobruna: sovranismo, no euro e Putin. Ecco come la lotta all’euro viene spacciata per deriva sovranista, quindi rossobruna, quindi...
«I punti di pericoloso contatto con i neofascisti – ma pure con la lega e il M5S – sono l’uscita dall’euro, il sovranismo, la politica estera (lo spinto antiamericanismo), la questione migratoria, la lotta al capitalismo e alla globalizzazione. […] Chi è rimasto persuaso dal rossobrunismo è passato sui social dal postare link di critica, da sinistra, all’Unione Europea al sostegno di Donald Trump. […] Questa è la loro base teorica: dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si sarebbe instaurato un pensiero unico dominante che si è appoggiato sul capitalismo totalitario, una struttura egemonica che ha escluso ogni alternativa. […] Vogliono rompere l’Europa e uscire dalla gabbia dell’euro».
Quelli che Russo Spena cita a titolo d’esempio come caratteri del rossobrunismo sono, in realtà, temi squisitamente di sinistra: l’antiamericanismo – inteso come lotta all’imperialismo statunitense – la lotta al capitalismo, alla globalizzazione, così come, oggi, il tema dell’uscita dall’euro, rompere la gabbia liberista della Ue, eccetera. Non sono “punti di contatto” con il fascismo, sono temi che storicamente si sono affermati dentro il movimento operaio, ma soprattutto – verrebbe da dire – dentro il proletariato italiano ed europeo. Il fatto che qualche fascista cavalchi alcune retoriche della sinistra non rende questa “meno sinistra”, così come la lotta per la casa non diviene “meno di sinistra” se viene fatta propria (a parole) anche da Casapound. Il problema è il calderone informe che viene orchestrato per escludere dal novero delle opzioni politiche praticabili la lotta alla Ue: «questione migratoria e uscita dall’euro», «critica all’Unione Europea e sostegno a Trump», «sovranismo, no euro e Putin», eccetera. Si parte dalla lotta all’euro e si finisce all’estrema destra. Anzi: chi parte per la tangente anti-unioneuropeista finisce necessariamente con la destra sovranista. Si parte dalla Ue e si finisce a Trump. Riecheggia il monito di Giovanardi: s’inizia con una cannetta e ti ritrovi con l’eroina iniettata nelle vene. E’ una conseguenza logica che però rimanda alla distruzione della ragione più che a presunti abboccamenti con l’estrema destra. Come minimo, non lamentiamoci dell’incomunicabilità tra “sinistra” e “popolo”.

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22/06/2018

“Rompere il binomio tra europeismo liberista e nazionalismo di destra”. Come farlo in Italia e in Europa?

Il dibattito tenutosi giovedì in una sala del Senato con George Kuzmanovich (France Insoumise) e Fabio De Masi (Linke) organizzato da Stefano Fassina (Sinistra Italiana), ha presentato diversi punti di interesse sulla funzione delle forze alternative in Europa.

Per Stefano Fassina che ha aperto la discussione, occorre spezzare il binomio tra “l’europeismo liberista e le risposte nazionaliste e xenofobe”. Il problema è come mettiamo in campo una controffensiva che rompa questo bipolarismo? Fassina sottolinea il valore del documento di Lisbona (di cui abbiamo parlato sul nostro giornale nei mesi scorsi) sottoscritto da France Insoumise, Podemos e Bloco de Esquerda del Portogallo. Nel documento è scritto che “è ora di rompere la camicia di forza dei Trattati europei” e propone di cominciare a lavorare su obiettivi comuni, in particolare contro i paradisi fiscali, la grande evasione e la tassazione delle multinazionali.

Stefano Fassina, attualmente dentro Leu dove vorrebbe portare questa discussione ben sapendo che l’ambiente non è certo favorevole, ha posto il problema di come costruire una proposta comune per le prossime elezioni europee e presentare un'alternativa che rompa il bipolarismo tra europeismo liberista e nazionalismo di destra.

Il deputato della Linke Fabio De Masi (di origine italiana) ha sostenuto che oggi la battaglia è tra globalizzazione e democrazia e che “i consensi alla destra sono il risultato degli errori della sinistra”. Oggi la discussione non è tra europeisti ed euroscettici. Il nuovo governo italiano chiede di scorporare le spese per gli investimenti dai vincoli di bilancio ma la Germania ha già risposto di no, anche se Germania e Francia stanno già lavorando per sottrarre le spese militari dai vincoli del patto di stabilità. De Masi sottolinea poi un aspetto della battaglia politica “Quando non possiamo ottenere risultati sul piano europeo, lavoriamo per ottenere risultati nello spazio nazionale, non perché siamo nazionalisti ma perché non possiamo aspettare che ci siano otto governi di sinistra in Europa per poter fare qualcosa”. Non poteva mancare nella discussione la contraddizione su cui la destra gioca con maggiore profitto le sue carte. Sull’immigrazione, afferma De Masi, abbiamo sempre combattuto contro le guerre e i trattati di libero scambio che hanno penalizzato i paesi del terzo mondo. Servono però regole per i migranti economici, c’è troppo lavoro nero e sottopagato per gli immigrati, inclusi i giovani italiani che hanno ricominciato ad emigrare massicciamente in Germania. L’immigrazione non è un problema solo per i paesi di arrivo, è una tragedia per i paesi di origine che si vedono sottrarre i giovani e le risorse umane migliori.

George Kuzmanovich, responsabile esteri di France Insoumise, ha esordito ricordando che gli ultraliberisti sono al governo in Europa da più di venti anni, ma la sfida contro di essi è stata lanciata dalla destra e non dalla sinistra che spesso, in questi venti anni, è stata al governo. “Oggi se i partiti di sinistra vogliono andare al governo devono cambiare radicalmente politica”. Nelle elezioni presidenziali del 2017, “France Insoumise ha provato a far cambiare di passo la sinistra con un approccio più popolare, al limite del populismo, parlando però dei problemi sociali e scagliandosi contro i Trattati europei e i trattati di libero scambio”.

Kuzmanovich spiega poi che “la capitolazione di Tsipras ci ha convinti ad elaborare il Piano A e il Piano B e non si tratta di nazionalismo”.

L’immigrazione è stato spesso “un problema ignorato dai partiti di sinistra al governo, mentre i trattati di libero scambio tra Ue e paesi africani hanno creato uno squilibrio devastante che ha spinto la gente ad emigrare”.

In vista delle elezioni europee, ha sostenuto Kuzmanovich, vorrebbero farci apparire come nazionalisti, in realtà siamo europeisti ma dalla parte della gente come dimostra il documento di Lisbona. “E’ difficile fare un partito comune della sinistra in Europa, ma possiamo darci degli obiettivi comuni, come quello della tassazione dei grandi gruppi capitalisti con l’obiettivo di reperire risorse per il settore pubblico, è una ricetta classicamente keynesiana”.

La discussione apertasi successivamente ha presentato spunti interessanti su questioni come democrazia, sovranità popolare, populismo, sul come entrare in campo contro un governo contraddittorio al suo interno, con il dato comune, ormai da tutti riconosciuto, che la destra è cresciuta soprattutto per gli errori o lo snobismo della sinistra e non solo sull’immigrazione.

E’ intervenuta nella discussione anche la Piattaforma Eurostop, portando il proprio contributo.

In primo luogo basta con la confusione tra Europa ed Unione Europea. La seconda è la gabbia costruita dalle classi dominanti sull’Europa ed è questa la gabbia che va rotta. Su questo Eurostop ha avanzato una proposta di legge affinché si possa tenere un referendum, anche in Italia come avvenuto in altri paesi. Ed ha scelto la raccolta di firme nelle strade proprio per andare a verifica e mettere fine a quella “paura del popolo” che ha ingabbiato e poi sbaragliato ogni “connessione sentimentale” tra la sinistra e le classi popolari nel nostro paese.

Per Eurostop, il documento di Lisbona è un buon punto di partenza ma quello che può fare la differenza e invertire la tendenza è il Piano B come strategia comune delle forze popolari e alternative in Europa, anche nelle elezioni europee. Il Piano B non indica solo la possibilità della rottura con l’Unione Europea dei Trattati – anche unilaterale – ma indica anche una alternativa attraverso l’alleanza dei paesi euromediterranei, un’alleanza che apre due possibilità: quella di una economia centrata sulle possibilità e i bisogni della popolazione (come ben ha elaborato Samir Amin nella sua tesi sulla disconnessione) e la possibilità di gestire la questione immigrazione in termini non colonialisti e razzisti. Si apre una sfida che va ingaggiata con maggiore determinazione e coraggio politico, proprio per rompere lo schema tra europeismo liberista ed euronazionalismo di destra che ha un denominatore comune: riaffermare il dominio del profitto sul lavoro e delle oligarchie sulle classi popolari.

Fonte

18/06/2018

Il triste Stefano (Fassina)

Che qualcosa non doveva essere giusto lo deve aver capito quel giorno che un corteo di lavoratori lo ha cacciato a calci urlandogli dietro la cosa del jobs act. Da quel giorno Stefano è tormentato.

L’anno scorso si aggirava al corteo contro i 50 anni della UE. Un caffè e all’uscita dal bar... “ciao come stai, ci sei anche te oggi?” e lui: “no figurati, passavo di qui saluto due compagni”.

Poi scrive per LEU (ancora!!!) testi durissimi contro la UE e le banche ma li legge davanti a Grasso e company tutti immersi in telefonate con Renzi, Draghi e Marchionne. Ma lui insiste, sempre più triste.

Ieri si aggirava alla partenza del corteo del 16 giugno. Anche lì in disparte, bandiere sue non ne vede. Qualcuno gli fa un cenno con la mano, lui sorride. Qualcuno una pernacchia e manco sta li a sbatterlo fuori. Di giornalisti che lo intervistano nemmeno mezzo. Chissà che pensa.

Io dico questo: Stefano noi non siamo settari. Tu, da solo e senza i tuoi amici. Vieni lì, beccati due insulti e un paio di testate. Poi mettiti lì col megafono da solo davanti a un mercato rionale. Col sandwich attaccato al collo con scritto: prima gli sfruttati, potere al popolo.

Con calma fai volantinaggi, presidi, piccoli interventi in plenaria dove ti si ascolta in silenzio senza neppure un applauso che poi ti allarghi. Poi vediamo... Non sarei settario con te, volantinaggi da fare ce ne sono sempre. E dopo qualche mese di militanza, un caffè e una birra insieme la si prende dai... noi non siamo come i tuoi amici.

Fonte

04/07/2017

“Insieme” per fare cosa? Intervista a Stefano Fassina

Comunque la si pensi – e noi la pensiamo decisamente male – la mini-kermesse di Piazza Santi Apostoli, dove l’ectoplasma di Pisapia ha presentato il suo “Insieme”, è un fatto politico. Di che tipo, non è difficile da capire. Contenuti pressoché zero (solo uscite individuali su questo e quello), tanto politicismo astratto (chiedere a Renzi “primarie di coalizione” mentre si va a votare con una legge elettorale che prevede liste singole, ma non coalizioni, dà l’idea della confusione mentale nella testa del “leader”), non detti più numerosi delle affermazioni (alternativi a Renzi ma pronti a convergere “per non far vincere le destre”, mentre lo stesso Renzi vuole fermissimamente fare il governo col Berlusca...).

Un bel groviglio di insensatezze che è bene chiarire parlando con chi, magari un po’ lateralmente e con idee spesso contrastanti (per esempio sull’euro e l’Unione Europea), in quel percorso ci ha messo un piede, andando in quella piazza.

L’intervista con Stefano Fassina è stata realizzata da Radio Città Aperta.

Il nostro spazio di approfondimento di oggi vede ospite Stefano Fassina, di Sinistra Italiana, che parlerà con noi della nascita di “Insieme”, questa formazione che è stata tenuta a battesimo sabato pomeriggio a Roma. Buongiorno Fassina.

Buongiorno a voi.

Sabato pomeriggio è stata tenuta a battesimo “Insieme”, che Giuliano Pisapia ha definito la “Nuova casa del centrosinistra” e che raccoglie una serie di sigle di quell’area. In innumerevoli altre occasioni abbiamo visto aggregazioni di sigle politiche che però non sono riuscite ad aggregare i rispettivi elettorati, producendo nelle urne risultati molto deludenti rispetto alle aspettative. Perché questa crede che possa essere, se lo crede, un’esperienza diversa?

C’è un processo in corso che ha avuto sabato a Santi Apostoli una tappa. Ne ha avuta un’altra prima, il 18 giugno, al Brancaccio. Quindi gli affluenti che possono concorrere al grande fiume di una proposta politica in grado di tornare a rappresentare il lavoro, la giustizia sociale, la sostenibilità ambientale, la democrazia costituzionale, sono diversi e raccolgono non solo porzioni di forze politiche, ma anche energie della cittadinanza attiva; in particolare quelle che si sono misurate con la vittoria del No il 4 dicembre scorso. Questo è un elemento, per venire alla tua domanda, che motiva le ragioni per cui stavolta è diverso rispetto ad altre volte. E poi c’è un’altra ragione fondamentale. Noi in questi anni, almeno dalle elezioni dell’Emilia Romagna del novembre 2014, che sono state il primo momento elettorale dopo l’approvazione del jobs act, abbiamo registrato un crescente allontanamento, distacco, rottura, ostilità di una parte di quel popolo di sinistra rispetto al Partito Democratico. C’è un vuoto, un deficit di rappresentanza, che spiega poi anche la crescente disaffezione/astensione dal voto. Quindi ci sono ragioni di fondo, non i capricci di qualche fuoriuscito dal Pd – come continuano a ripetere alcuni strumentalmente. Ci sono ragioni di fondo a motivare la necessità di una proposta politica che torni a rappresentare il lavoro.

Una proposta politica che dovrebbe però rappresentare una rottura significativa rispetto alle politiche fin qui tenute negli ultimi anni dal Partito Democratico. Il punto è che l’elettorato a cui ci si rivolge sembra essere, in realtà, quasi lo stesso.

No, non è così. L’elettorato a cui ci si rivolge è quell’elettorato innanzitutto che non è andato più a votare, perché anche qualche settimana fa, alle elezioni amministrative a Genova, a Pistoia – parlo di roccaforti, un tempo, di territori che erano luoghi di insediamento molto intenso, storico, della sinistra – abbiamo avuto un crollo della partecipazione al voto. Quindi non è lo stesso elettorato. Noi vorremmo puntare ad un elettorato che se ne è andato, o nell’astensione o anche verso altre proposte, come i 5 Stelle. Ma anche a destra, come abbiamo visto anche in altri paesi europei. La competizione non è sul residuo bacino elettorale del Pd. La competizione è per riconquistare un popolo che oggi non guarda il Pd, non guarda nessuno, oppure guarda verso interlocutori, che noi consideriamo interlocutori inadeguati.

Lei invocava un cambio di rotta nelle politiche del nostro paese, delle politiche che siano più chiaramente rivolte a sinistra. Come si può conciliare l’idea di portare avanti politiche di questo genere con una permanenza all’interno dell’Unione europea? Mi spiego meglio... Poniamo il caso che questa formazione giunga al 51% e vada a governare. A quel punto poi c’è da fare i conti con gli altri leader europei: la Francia, la Germania, le politiche che l’Unione Europea pretende che vengano attuate nel nostro paese. Diventa complicato. O no?

Assolutamente sì. Quello che, ad esempio Syriza e Alexis Tsipras stanno sperimentando in Grecia – un partito con una proposta politica radicalmente alternativa al neoliberismo, che vinse nel luglio 2015 il referendum a larghissima maggioranza, quello che disse NO al memorandum della Troika – e si trova, da allora, ad attuare un programma neoliberista. Quindi è evidente che c’è una contraddizione... C’è un conflitto che si deve aprire con un impianto normativo dell’Unione europea e dell’eurozona, con un’agenda liberista che è contraddittoria con gli obiettivi di valutazione del lavoro, di redistribuzione del reddito e anche con la crescita, perché poi la svalutazione del lavoro e l’aumento delle disuguaglianze pesa negativamente anche sulle possibilità di crescita e di occupazione. Quindi si apre un conflitto, una vertenza, un negoziato, si compiono atti che possono anche contraddire la normativa europea. Faccio un esempio. In queste ore ricominciamo a discutere alla Camera del decreto per il salvataggio delle banche venete. Il governo ha detto, rispetto alla nostra proposta – l’ingresso dello Stato nel capitale della banche – che non l’ha potuto fare perché la normativa europea lo impedisce. Ecco, da questo punto di vista avremmo dovuto fare una forzatura. Entrare con i soldi dello Stato nel capitale della banche per fare in modo di non dare a BancaIntesa la parte buona e lasciare sulle spalle dei contribuenti i crediti inesigibili; ma cercare di tenere insieme i due pezzi e fare in modo di minimizzare l’impatto del salvataggio sui contribuenti. Il governo non l’ha fatto, invece si sarebbe dovuto fare, andando fino in fondo alla Corte di Giustizia, se necessario, per affermare il primato della nostra Costituzione rispetto a trattati europei che ne contraddicono radicalmente i principi.

Parliamo comunque di una rimodulazione delle politiche europee. Non è contemplata invece un’ipotesi di uscita dell’Italia dall’Unione...

Guardi, le scorciatoie purtroppo non ci sono. Noi dobbiamo fare in modo che in una fase così complicata non ci siano atti unilaterali. E’ chiaro che il governo che in Italia avesse la forza e la determinazione di una radicale svolta rispetto al quadro normativo europeo dovrebbe innanzitutto cercare alleanze con altri governi e costruire un fronte comune, perché non ci sono atti unilaterali che consentono di migliorare la situazione. Le soluzioni alternative allo status quo vanno costruite con un arco di paesi europei, quelli più colpiti nell’Eurozona, altrimenti non funzionano.

Potremmo pensare ad Italia, Grecia, Portogallo...

Spagna...

Che hanno anche una direzione a sinistra, un governo a sinistra...

Sì, ma anche forze importanti dell’opposizione. Perché in Spagna il governo non è di sinistra, ma ci sono forze importanti all’opposizione come Podemos; e mi pare che sempre di più il partito socialista, con la rielezione di Sànchez, voglia prendere le distanze dal governo Rajoy. Quindi si tratta di fare un’operazione di relazione tra governi, ma di relazione anche con quelle forze politiche che spingono nella stessa direzione. E’ evidente che non c’è nulla di facile. Non ci sono soluzioni tecniche da attivare. C’è un lavoro politico intenso da fare e anche atti di discontinuità, a partire da una legge di bilancio che, se fosse per noi, dovrebbe prevedere la sospensione del fiscal compact e il finanziamento di investimenti in piccole opere pubbliche; piccole opere per far ripartire il lavoro, per mettere in sicurezza il territorio o mettere in sicurezza le scuole pubbliche.

Le foto sono tutte di Patrizia Cortellessa.

Fonte 

Madonna santa che inconcludenza, questi vorrebbero una Syriza all'ombra del Colosseo nemmeno si rendono conto di arrivare con almeno 2-3 anni di tirardo.

08/06/2017

La sinistra parla a pochi e non al Sud. Non si costruisce così l’alternativa

Stefano Fassina in un articolo molto bello titolato “Il teatro dell’assurdo” a commento del convegno dell’Mdp di Milano pubblicato il 22 maggio su Huffington post, dichiara tra l’altro:
“È urgente, in vista delle imminenti elezioni politiche, avviare un percorso per una lista unitaria e alternativa al Pd, a partire dalle città dove da tempo, in particolare dalle elezioni amministrative di giugno 2016 per arrivare a oggi, sono operative esperienze politiche unitarie e portatrici di un valore aggiunto rispetto alle consumate energie dei partiti della sinistra storica. Soltanto con radicali discontinuità di forme della politica, di programma e di classi dirigenti si può arginare e recuperare lo smottamento di popolo verso proposte regressive”.
Sono dichiarazioni chiare, incisive e totalmente condivisibili.

L’iniziativa, invece, che parte dalla “Rete delle Città in Comune” che si rivolge ad associazioni, a movimenti, a forze sindacali per condividere tempi e modi per l’avvio di un percorso partecipato nelle città è apprezzabile ma appare ancora insufficiente e chiusa dentro un perimetro ristretto.

Un percorso, che parta dalle città, per essere efficace e credibile deve essere il più ampio e partecipato possibile, coinvolgendo una pluralità di liste, di esperienze di civismo organizzato e di movimenti che non si esauriscono nella “Rete delle città in Comune”, ma vivono, per fortuna, con grande ricchezza e varietà di contenuti nelle nostre città, esprimendo esigenze, sensibilità e bisogni differenti.

E’ un cammino che deve avere non solo l’obiettivo immediato di comporre una lista unitaria, ma anche quello di costruire per il futuro un progetto con ambizioni più alte che raggiungere la soglia di sbarramento imposta dalla nuova legge elettorale, un progetto che punti davvero a presentarsi nel paese come alternativa coerente ed affidabile.

Bisogna partire, sull’esempio di Podemos in Spagna, dalle nostre Barcellona e Madrid, dalle città, che esprimono la ricchezza delle spinte sociali e dei movimenti; bisogna partire da Luigi de Magistris a Napoli, da Renato Accorinti a Messina, da Leoluca Orlando a Palermo che si appresta a vincere di nuovo, e dalle “nuove amministrazioni del Mezzogiorno”.

Nel paese avanza una domanda prepotente di discontinuità col sistema politico attuale ed una richiesta di radicalità nei contenuti, è una domanda che al Centro Nord si è tradotta quasi sempre nella vittoria alle amministrative della Lega di Salvini e del Movimento 5 stelle, anche in quelle città che erano una volta le storiche roccaforti della Sinistra.

E’ tempo, quindi, che la Sinistra riconosca che la novità della sua proposta politica oggi parte indubbiamente dal Sud, sono Napoli, Palermo, Messina, molti comuni della Calabria e tante altre amministrazioni del Mezzogiorno, a costituire il maggior punto di resistenza alle politiche ed alle logiche neoliberiste; in questi territori, nelle lotte ambientali, negli spazi liberati, nella politica dei beni comuni, nel protagonismo civico, in un moderno meridionalismo identitario ma senza barriere, sta già crescendo la classe dirigente del futuro.

Le lezioni di solidarietà, di accoglienza, di partecipazione e democrazia arrivano da qui, basti pensare alle politiche verso i migranti, a quello striscione Welcome Refugees, una delle cose più belle di questi ultimi anni, basti pensare all’intuizione geniale di Terroni Uniti a quel concerto a Pontida che ha messo in crisi la Lega a casa sua, e ancora alla scritta comparsa nella manifestazione contro il G7 a Taormina: “Sicilia in marcia contro i potenti della terra”.

L’epoca del triangolo industriale è conclusa, bisogna saperlo capire, aggiornare un’analisi ormai datata, superare l’autoreferenzialità perché l’alternativa, con noi o senza, è cominciata; il Mezzogiorno in Italia manda segnali potenti come del resto accade anche in Europa, ma la Sinistra appare ancora, come sempre, incapace di leggerli.

PIIGS nel nostro paese sono Napoli, Palermo, Messina, la Calabria, il Mezzogiorno tutto, è da qui che si può rilanciare il futuro.

A firma di :

Napoli Bene Comune: Melinda Di Matteo, Pino De Stasio consigliere II Municipalità , Emanuele Lieto consigliere IV Municipalità

Messina Bene Comune: Domenico Midili

Palermo Bene Comune: Tommaso Lima

Sicilia Bene Comune : Maurizio Rella consigliere comunale a Messina

Firmano ancora: Teresa Amato avvocato penalista, Gianfranco Amodeo, Manuela Arduino scenografa, Vittorio Balestrieri del Comitato Casa, Gabriele Bonomo stilista, Andrea Calderini amministratore di cooperativa sociale, Agostino Carbone psicoterapeuta, Nancy Carbone ballerina classica, Oriana Cerbone Associazione Nazionale Archeologi, Stefania Colizzi Associazione MIA, Emilio Coppola avvocato penalista, Pasquale Coppola imprenditore, Ciro Discolo attore, Donatella Ercolini insegnante, Umberto Liberti architetto, Paola Paradisi attrice, Rita Riccio operatrice sociale, Roberto Strati cancelliere, Massimo Torre scrittore.

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19/07/2016

Varoufakis, ovvero gli errori del volontarismo

Yanis Varoufakis, ex ministro delle finanze della Grecia, ha pubblicato su il manifesto un articolo di critica alle posizioni di Stefano Fassina sull’Europa, sviluppate sull’onda di Brexit. Fassina propone “la riaffermazione della sovranità democratica a scala nazionale”, aggiungendo che “sono sempre più retoriche e astratte le invocazioni degli “Stati uniti d’Europa” e le mobilitazioni per democratizzare l’Unione Europea, proposte da Diem 25”.

Varoufakis, principale ispiratore del movimento Diem 25, ha definito “preoccupante” il discorso di Fassina, accusandolo di “ritirarsi dentro posizioni nazionaliste”, simili a quelle di esponenti della destra europea come Marine Le Pen. La soluzione di Varoufakis per risolvere la crisi attuale è “una ricostruzione democratica del continente” in modo da “ricostruire, attraverso lotte e conflitto, un demos europeo che possa richiedere una costituzione federale e democratica”. Quindi, mentre Fassina propende per il superamento della moneta unica, Varoufakis è per conservare l’area euro, pensando di poterla democratizzare.

In effetti, in questo Fassina ha ragione, la posizione di Varoufakis appare astratta. Per capire se è possibile operare una democratizzazione dell’Europa occorre guardare a che cosa è l’Europa oggi nel concreto, cioè alla sua struttura materiale. Tale struttura è data soprattutto dai meccanismi dell’integrazione valutaria, che rappresentano la gabbia che imbraca l’azione del movimento operaio e delle classi subalterne. Lo spostamento a livello sovranazionale di importanti competenze economiche, l’esistenza di una banca centrale europea indipendente da qualunque controllo e l’impossibilità a manovrare i tassi di cambio valutari, il tutto dovuto all’esistenza di una moneta unica, rappresentano dei vincoli di carattere materiale che non è possibile bypassare.

La questione centrale non sta tanto nel decidere se fare o meno una lotta a livello nazionale oppure a livello europeo o se combinare i due livelli. Il punto che, prima di tutto, va chiarito è l’indirizzo generale del movimento dei lavoratori a livello nazionale ed europeo. L’obiettivo della lotta non può non essere la disgregazione dell’area euro, dal momento che la moneta unica è il nocciolo attorno al quale ruota non solo l’applicazione delle politiche di austerity ma anche tutti i processi di riorganizzazione dell’economia e della società europee, indirizzati a scaricare la stagnazione secolare, in cui è inchiodato il modo di produzione capitalistico, sul lavoro salariato e sulle classi subalterne.

Quanto alla realizzazione di lotte europee che coalizzino, come dice Varoufakis, precari italiani, mini-jobbers tedeschi e chi protesta in Francia contro la Loi Travail, bisogna anche qui guardare alla realtà. L’integrazione valutaria determina non la convergenza dei Paesi europei ma la divergenza delle loro condizioni. Di conseguenza, anche se le politiche neoliberiste si sono sviluppate dappertutto, non dappertutto hanno avuto la stessa intensità e hanno determinato le stesse conseguenze. Di fatto, la classe lavoratrice europea, a partire dall’introduzione dell’euro e ancor di più dallo scoppio della crisi nel 2008, è molto più divisa che nel periodo precedente. Qui non si tratta di decidere se esista o meno un demos/popolo europeo, scomodando persino Gramsci come fa Varoufakis. Si tratta di guardare a come funzionano le cose. Se la strategia del capitale europeo è complessiva, essa però si articola in modo differenziato e in mercati del lavoro e condizioni istituzionali e politiche molto differenti. Infatti, non ci pare che, fino ad ora, sia stato possibile realizzare lotte a livello europeo.

L’errore principale di Varoufakis è il volontarismo, ossia pensare che la soluzione sia una questione di esercizio della volontà, che volere sia potere. Purtroppo non è così. Volere è potere se si parte dalle contraddizioni reali e soprattutto se nella proposta si tiene conto degli ostacoli reali. Altrimenti si va incontro alla sconfitta. Ed è esattamente questo che è accaduto in Grecia l’anno scorso, quando Varoufakis condusse lunghe e fallimentari trattative con la speranza di ottenere dalle istituzioni europee condizioni accettabili. Di fatto, Varoufakis sta proponendo la stessa ricetta che è fallita in Grecia e che lo ha condotto alle dimissioni. Ora, pensa che la ricetta possa avere successo se applicata su scala europea. Ma non è l’aumento della scala che annulla le condizioni oggettive. Del resto, il problema non sta nella ottusità delle regole europee, dovute alla miopia di qualcuno, come pensa Varoufakis, che rimprovera a Renzi la mancanza d’ambizione di richiedere un summit per riscrivere quelle regole. L’architettura dell’euro nasce strutturalmente con uno scopo preciso su indicazione di classi sociali e interessi economici precisi, dei quali Renzi, come altri politici europei, è espressione organica.

Oggi, difendere l’integrazione europea o, peggio ancora, pensare che la crisi si risolva con più Europa, cioè con uno stato federale, finisce per offrire una stampella, per quanto involontaria, a un progetto reazionario che sta vacillando per le sue contraddizioni interne e per l’ostilità di ampi settori popolari e salariati (come è stato evidente in Inghilterra), molto più che per l’azione di forze populiste, xenofobe o di destra. Anche ridurre il dibattito tra chi è per il superamento e chi è per il mantenimento dell’euro ad uno scontro tra nazionalisti, di destra, e internazionalisti, di sinistra, è una semplificazione che non favorisce il dibattito interno alla sinistra europea. Oggi, a differenza degli anni ’30, il capitale non punta strategicamente sul nazionalismo bensì sul cosmopolitismo. E questo sempre per ragioni oggettive, cioè perché il capitale è, nella sua fase storica di accumulazione globale, internazionalizzato.

La disgregazione dell’euro è sufficiente a risolvere le difficoltà dei lavoratori e della sinistra europea? Certamente no, perché l’uscita dall’euro non abolisce i rapporti di produzione esistenti né crea di per sé rapporti di produzione alternativi. Ma, d’altro canto, la disgregazione dell’euro è una condizione necessaria, per quanto non sufficiente, a ristabilire condizioni di lotta più favorevoli e a recuperare e allargare spazi di sovranità democratica e popolare, la cui eliminazione è stata determinata soprattutto dalla delega di importanti competenze economiche a organismi sovranazionali e ai meccanismi autoregolati del mercato e della moneta unica. L’inutilità del referendum greco dell’anno scorso ne è stata purtroppo esemplare dimostrazione.

Per questa ragione parlare di superamento dell’euro e, quindi, di recupero della sovranità democratica e popolare non può essere scambiato per nazionalismo. Al contrario, si tratta di un elemento imprescindibile per la ridefinizione di un posizionamento e di un profilo adeguato non solo della sinistra dei singoli Paesi ma soprattutto della sinistra europea. Il superamento dell’euro è forse l’unico elemento, in ogni caso il principale elemento, attorno al quale in questa fase storica si possano riaggregare i popoli europei e soprattutto la frammentata classe lavoratrice europea, i cui pezzi sono stati messi gli uni contro gli altri, e ricostruire così un vero internazionalismo europeo che oggi, non a caso, è pressoché inesistente.

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10/11/2015

Dino Greco: "Sull'Unione Europea la sinistra ha smesso di pensare"

Dino Greco, un passato di militanza politica e sindacale in trincea, come dirigente della Fiom e poi alla Camera del lavoro di Brescia, quindi come ultimo direttore di Liberazione, ha posto da qualche tempo dentro Rifondazione Comunista il problema della presa d'atto che l'Unione Europea è cosa ben diversa dall'”Europa”, con ovvie drastiche conseguenze sia sull'analisi complessiva del partito che sulla sua strategia politica.

Nel corso dell'ultimo Comitato Politico Nazionale, svoltosi sabato e domenica, c'è stata una discussione piuttosto articolata sul tema, anche alla luce della decisione di aderire al processo della cosiddetta “Sinistra Italiana”.

Ogni dibattito interno a un partito soffre di convenzionalismi e modi di esprimersi “per gli addetti ai lavori”, che rende spesso poco comprensibile il merito politico del contendere. Lo abbiamo intervistato per chiarire i termini di una discussione altrimenti da decrittare.

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Buongiorno, Dino. Rifondazione è riuscita o no a prendere le misure della nuova situazione italiana ed europea, dopo la “svolta di Tsipras”?

È in atto un confronto molto serio, che parte naturalmente dalla vicenda greca, al netto delle solite polemiche tra chi accusa Tsipras di “tradimento” e la sgangherata tifoseria che non vuol vedere i problemi. A me pare che quell'esito parla a noi, in primo luogo, perché si è scatenata una sorta di ordalia politica contro chi sostiene che l'idea di “gestire da sinistra” il memorandum si è rivelata una clamorosa illusione. Anche noi, da anni, siamo sotto scacco di un memorandum non dissimile da quello greco. E immaginare che la strada sia quella di “fare come Syriza”, anche qui, porta in una direzione molto diversa da quella che auspichiamo: porta dritti in bocca al centrosinistra, di vecchio o di nuovo conio che sia.

Se ne sentono un po' di tutti i colori, in effetti...

Dall'Huffington Post a il manifesto, a Revelli, c'è una riesumazione del linguaggio che ha segnato i momenti più catastrofici della sinistra, con espressioni tipiche riconoscibilissime. Per esempio “riduzione del danno”, “sinistra utile” o addirittura l'invito a riscoprire il “realismo”. Che è una vera e propria ideologia della capitolazione, il contrario esatto dell'esame concreto della realtà e dei rapporti di forza (senza mettersi qui a citare Lenin). Se si resta dentro il perimetro delle condizioni date, il “realismo” è un invito a seguire la corrente. La lezione che costoro hanno tratto dalla vicenda greca è “non possumus”, altro che “podemos”!

É l'impressione che ha dato subito Sinistra Italiana...

Basta vedere come si sono orientate subito le forze politiche del “nuovo soggetto”. Sel ha elaborato il lutto alla velocità di un baleno, riportando il pendolo al punto di partenza – a prima della vittoria di Syriza, in gennaio – dichiarandosi pronta ad alleanze col Pd ovunque possibile. Come se le elezioni a Milano, Bologna, Roma, Napoli, Torino, ecc, fossero avvenimenti locali, non una partita politica nazionale. Se si dice – e su questo sono d'accordo tutti – che il Pd è l'elemento “strutturalmente centrale” delle forze economiche che guidano le politiche di austerità, come si fa a reggere localmente l'alleanza col “partito dei padroni”, quello che distrugge la Costituzione, abolisce i diritti dei lavoratori, taglia il welfare, ecc? Poi c'è Civati, che si fa comunque il suo partito. Cofferati che pensa come sempre a un nuovo Ulivo. Fassina che gioca da solo, puntando a sconfiggere Renzi, non il Pd. Quindi c'è L'Altra Europa, che nelle mani di Revelli e Argiris si sta sfaldando sui territori e si traduce a livello centrale in un direttorio autoritario, senza alcun rapporto vero con quella “struttura di base” che avrebbe dovuto travolgere gli steccati preesistenti, ecc.

Ma c'è anche Rifondazione...

Che aveva annunciato una Costituente di sinistra antiliberista, frutto dell’auspicato incontro fra le forze summenzionate e singoli personaggi, transfughi dal Pd, a cui sono state generosamente riconosciute doti eccezionali di opinion makers e almeno un po' di antiliberismo... Ma strada facendo i contenuti dirimenti – alternatività e indipendenza dal Pd, linea radicalmente anti-liberista, democrazia dal basso fondata sul principio “una testa un voto” – si sono via via sbiaditi in una pratica fatta di negoziazioni pattizie fra forze politiche con l’aggiunta di qualche maggiorente. Una via per cui l'attenzione va fatalmente al “contenitore” a dispetto della sempre più evidente eterogenesi dei fini e dell’evanescenza dei contenuti.

Ma non c'è stata alcuna riflessione seria, in Rifondazione, sulla tragica esperienza di Syriza e quindi sulla strada da prendere in Italia?

Questo è il nodo centrale. Si era iniziato bene, distinguendo tra i compiti di un partito comunista e la necessità di affrontare le scadenze elettorali, cui arrivare con una coalizione antiliberista più ampia. Poi la ricerca ha preso una via diversa, quella della costituzione di nuovo soggetto politico a tutto tondo. Che non è più, dunque, una coalizione elettorale, ma un altro partito, che trascende e sostituisce quelli esistenti ed è quindi in contraddizione con questi. Ed è esattamente quello che Sel e Fassina dicono di voler fare. Di qui la confusione creatasi tra dirigenti e militanti del Prc, che non è frutto di settarismo o primitivismo (che pure esistono, certo, ma non sono prevalenti), ma una contraddizione reale. Si sbattono come palline di flipper fra una sponda e l’altra, fra un campo e l’altro, in una crisi identitaria che si riflette nella difficoltà ad assumere in proprio qualsiasi iniziativa politica. Del resto, se l'obiettivo è un nuovo partito, chi è d'accordo lavora per questo; chi non lo è, alla fine, se ne va da un'altra parte.

Nella storia del movimento comunista non è la prima volta che si ragiona di “partito di quadri” e organizzazione di massa, anche a scopi elettorali...

Una coalizione elettorale, forte di un progetto di fase condiviso, può convivere con il partito, ha con esso un rapporto di complementarità, non di opposizione. Al contrario, la contemporanea appartenenza a due partiti è invece una contraddizione in termini. Perché ciascun partito incarna una cultura politica, una visione complessiva dei rapporti sociali, un’idea di società. L’effetto schizofrenico è evidente. Alla fine, dei due partiti, ne rimarrà uno solo: quello a trazione moderata. Il “partito di quadri” costruisce condizioni e valuta di volta in volta i compromessi utili, non qualsiasi compromesso.

Anche qui, non c'è una grande novità...

No, certo. È l'idea – esplicitata per esempio da Norma Rangeri – di un partito riformista, senza più ubbie rivoluzionarie. Proprio mentre Renzi seppellisce il riformismo, si ripropone l'idea di costruire un partito socialdemocratico. Alla base c'è la convinzione che in Italia non ci sia spazio per un partito rivoluzionario. Ovviamente con questa parola non indico quelli che vedono insurrezioni possibili sempre e comunque o che interpretano questo ruolo come una testimonianza nei secoli. Parlo di una forza che sappia darsi e costruire gli strumenti teorici, l'analisi della realtà necessaria ad elaborare una strategia e una tattica, decidendo dunque anche delle alleanze limpidamente visibili e comprensibili...

Qualcosa che non c'è da tempo, almeno all'altezza della sfida...

Da questo punto di vista siamo orfani. Non c'è analisi sull'Unione Europea – che molti non riescono neanche a distinguere dall'Europa – sulla moneta unica e la sua funzione, sulle forme istituzionali create nella Ue, sulla loro natura non democratica... Su questo c'è solo balbettio. Come Tsipras, abbiamo coltivato l'illusione che fosse possibile negoziare con la Ue la fine dell'austerity, che l’oligarchia finanziaria che governa l’Europa potesse essere disponibile a smontare il congegno posto a guardia della propria missione politica; insomma, come se fosse possibile negoziare con gli strozzini la fine dell'usura. Non abbiamo capito – come Tsipras – che la presunta neutralità dell'euro è stato uno dei più grandi successi del capitale multinazionale degli ultimi venti anni. Ci dovremmo chiarire che non si possono tenere insieme le due cose...

Un terreno delicato, dove volano spesso accuse di “nazionalismo populista”... Succede anche nel Prc?

L'accusa è in effetti quella: se ti batti contro “l'Europa” non fai che aiutare i nazionalismi populistici... A sinistra, in Italia, la paura del nazionalismo produce la stessa paralisi che produce nei tedeschi la paura dell'inflazione. Ma con questa paura non puoi organizzare lotta di classe in questo paese e finisci per consegnare alla destra il tuo blocco sociale.

Come se l'internazionalismo fosse contenuto nell'Unione Europea... Ma ci sono ormai voci europee di sinistra molto discordanti da questa visione, no?

È questo il paradosso della sinistra italiana. Proprio adesso che la maggioranza della sinistra radicale europea si schiera contro questo assetto, persino in Portogallo (ovviamente distinguendo tra Partito Socialista e il blocco di sinistra), o addirittura in Francia e Germania, con la presa di posizione di Melenchon e Lafontaine. Vedo la necessità di rompere lo stallo del pensiero che sta paralizzando la sinistra e i comunisti, qui da noi. Si continua a parlare del Manifesto di Ventotene come se fosse quello lo statuto dell'Unione Europea... Ma Altiero Spinelli parlava di “stati socialisti d'Europa” (“La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita”, ndr). L'esatto contrario di quel che è stato costruito con la Ue...

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07/10/2015

Cosa Rossa: a che punto siamo?

A breve dovrebbe decidersi che fine farà il progetto di nuovo soggetto di sinistra, la “Cosa Rossa” di cui si parla dalla tarda primavera. Le cose per la verità non sembrano affatto promettere niente di buono.

a- Landini sembra essersi sfilato per fare una cosa che non si capisce che è, anche perché si è messo anche lui a ripetere questa fesseria del “non sono né di destra né di sinistra” che, ovviamente, lo escludo programmaticamente da una cosa che vuol essere la nuova forza di sinistra;

b- La brigata Kalimera (io, ormai, la direi Kalispera) ha difeso Tsipras, nonostante l’indecente capriola post referendum, ma ha capito che è un brand “freddo” che non porta consensi e si sta dirigendo verso il nuovo astro di Podemos che, però, sembra in difficoltà a sua volta;

c- Vendola ha lasciato intendere di essere pronto a fare lista comune con Renzi, assestando una mazzata alla residua credibilità della sua formazione politica che, peraltro, è l’unica ad avere un gruppo parlamentare;

d- L’incauta mossa di Civati (mi spiace dirlo di un amico) di lanciare i referendum da solo si è conclusa con il prevedibile insuccesso (ma come si fa a lanciare una raccolta di firme con agosto di mezzo?!);

e- Rifondazione continua a non esistere né politicamente né organizzativamente;

f- Fassina sembra colpito da improvvisa afasia.

Non pare un bel panorama. Ma quello che conta più di tutto è il persistente vuoto di proposta politica e l’assenza di ogni dibattito. Cosa propone chi si candida ad essere la sinistra di questo paese? Nulla mischiato a niente. Oppure, quando decidono di parlare, c’è solo uno scoordinato starnazzare di oche privo di qualsiasi coerenza e propositività.

Il fatto è che questa area resta il riservato dominio di quattro leaderini da strapazzo, di cui una bella fetta di “vecchie stelle del varietà” sul palcoscenico da troppo tempo. A proposito, avrei una proposta: concedere la pensione ai leader politici ma solo quando abbiano sottoscritto un impegno a tacere definitivamente ed emigrare in un’isola delle Falkland. Che ne dite?

Sino a quando la nascita del nuovo soggetto di sinistra dipenderà da queste “piccole potenze” da operetta, qui non verrà fuori nulla, al massimo la solita lista intruglio decisa all’ultimo momento mettendo insieme tutti quelli che si possono racimolare. La solita cosa pietosa che forse supera di un soffio il 4% per rientrare in Parlamento e riprendere a litigare la sera stessa del risultato elettorale (ricordate che vi dissi della lista Tsipras?)... Ma, intanto il serbatoio si sta prosciugando. Nella mia città nativa si usa dire che “la cera si consuma e la processione non cammina”... qui di cera ne è rimasta molto poca.

L’unica possibilità è che la rifondazione di questa area riparta dal basso, con circoli, blog, gruppi di intervento, liste civiche locali ecc. In questo senso una rete di blog può essere un aiuto molto importante, ma soprattutto, se si pianta di fare polemiche da gruppettari anni settanta (ne so qualcosa) e si parli di politica: Euro e Ue, che facciamo? Quale politica fiscale? Come si rilancia l’industria in questo paese? Come possiamo attaccare la finanza? Che si fa in tema di riforma universitaria? E della Giustizia che diciamo? E così via.

Occorre una “rivoluzione copernicana” della sinistra: parlare di contenuto, inventare nuove forme di organizzazione e di comunicazione, far partire campagne mirate... Soprattutto non dare nulla per scontato e rimettere in discussione tutto. Ma occorre sbrigarsi, non c’è più molto tempo.

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