Il 24 marzo 2002 la Cgil di Sergio Cofferati riempiva il Circo Massimo “contro l’attacco del governo Berlusconi e di Confindustria all’articolo 18“.
Dal 13 giugno 2004 Sergio Cofferati andrà a fare il “sindaco-sceriffo” del PD a Bologna, carica che manterrà fino al 21 giugno 2009. Dal 2009 al 2019 verrà poi eletto membro del Parlamento europeo sempre nelle liste del Partito Democratico.
Intanto, il governo guidato dal Partito Democratico di Matteo Renzi approva il Decreto Legislativo 4 marzo 2015 n.23 entrato poi in vigore in data 8 ottobre 2016 e, tristemente, noto come “Jobs Act”.
Quella norma sciagurata cancella l’articolo 18 dallo statuto dei lavoratori, ovvero, il divieto di licenziamento senza giusta causa e la possibilità di rivolgersi ad un giudice terzo per chiedere il reintegro sul posto di lavoro.
Ora unite i puntini.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/03/2024
27/02/2019
Game over per il “governo del cambiamento”
“Il problema non è l’analisi costi-benefici. Nessuno vorrà investire in Italia se il paese dimostra che un governo che cambia non sta ai patti, cambia le leggi o le rende retroattive”.
Il ministro dell’economia, Giovanni Tria, apre ufficialmente la crisi della maggioranza all’indomani delle elezioni abruzzesi e sarde, che hanno confermato la crisi profonda dei Cinque Stelle. E’ notevole sia il tema che la tempistica, a indicare chiaramente che i Cinque Stelle non possono più pretendere nulla.
Lo fa quasi con le stesse parole di Wolfgang Schaeuble durante la crisi greca, davanti al “riformista” illuso Yanis Varoufakis: “Questo è stato accettato dal governo precedente e che non si può assolutamente permettere ad un’elezione di cambiare nulla. Perché abbiamo elezioni ogni giorno, siamo in 19, se ogni volta che c’è una elezione e qualcosa è cambiato, i contratti tra noi non significherebbero nulla”.
E’ la logica dei trattati europei e chiunque dica di volerli “riformare” racconta cazzate. In modo inconsapevole, se non si cura di esserne informato, in modo luridamente consapevole se invece sa di cosa parla.
Tria stava rispondendo a una domanda sul Tav da Torino a Lione, che divide il governo da mesi (insieme a molti altri dossier), ed ha scelto di metter fine alla finta discussione “unitaria” presentando il conto dei “mercati” e dei trattati. Non si può cambiare nulla, a certi livelli, anche se ci converrebbe farlo (per problemi di finanziamento, per rispetto delle popolazioni residenti, per inutilità palese di certe opere, ecc). Salvini, non a caso, si è immediatamente allineato al garante dei conti per conto dall Ue.
A pensarci bene, si apre la fine non solo per “il governo del cambiamento”, ma per qualsiasi futuro “governo del cambiamento”, seppellendo anche i fantasmi del “populismo”. A meno che non tracolli la struttura di governance dell’Unione Europea.
Cinque Stelle sulla via del rapidissimo tramonto, dunque, per manifesta impossibilità di far vivere concretamente una visione (e soluzioni) che solo in astratto potevano sembrare decisive (onestà, “uno vale uno”, due soli mandati, uso della rete, ecc) per cambiare il paese e la corruzione politico-morale della sua classe politica.
Ma attenzione a dare la Lega per trionfante nel medio periodo, anche se nell’immediato appare quasi incontrastabile, specie tenendo conto lo smorto panorama parlamentare e la non esaltante conflittualità sociale (che c’è, ma riguarda ancora soltanto singoli settori). Anche la Lega, infatti, deve la sua fortuna a una serie di soluzioni impraticabili.
Sul tema immigrazione ha ancora gioco facile. “Contrastarla” con i suoi metodi in fondo costa poco, praticamente nulla; una volta seppellito l’”umanitarismo”, senza troppe resistenze, tanto meno europee, su quella linea ci stanno praticamente tutti (ricordatevi sempre del piddino Minniti).
Ma su tutto il resto si trova esattamente nella stessa posizione dei grillini, con una “quota 100” ridotta a pochi intimi e per poco tempo, con una flat tax scomparsa dai radar già nella scorsa estate, con la minaccia di applicazione automatica degli aumenti dell’Iva il prossimo anno (o già in questo, con la “manovra correttiva”) e addirittura con il prelievo forzoso sui conti correnti all’orizzonte.
La Lega puntava manifestamente a cannibalizzare sia il centrodestra che una gran parte dei grillini, ma il gioco non gli sta riuscendo. O per lo meno non nella misura necessaria ad assicurarle una “posizione maggioritaria”.
Le azioni di “disturbo”, nel campo della destra, sono già iniziate. Il “ritorno in campo” di Berlusconi, per molti versi patetico, ha il chiaro significato di cercare di organizzare un “centrodestra europeista”, altrettanto autoritario sul piano interno ma molto meno blaterante contro la Ue.
Sul fronte opposto, la probabile investitura di Zingaretti alla testa del Pd riapre per la milionesima volta il cantiere di un “nuovo Ulivo”, in cui rappattumare tutte le frattaglie nostalgiche del ceontrosinistra prodiano, europeista senza se e senza ma, con qualche verniciata “umanitaria” e un po’ meno rozza in fatto di vaccini, religione, diritti civili. Su cui a malincuore potrebbero in prospettiva convergere quegli elettori grillini ma refrattari al neofascismo leghista.
Dunque lo scenario prossimo venturo potrebbe volgere nel giro di pochi mesi verso il vecchio “bipolarismo” tra centrodestra e autodefinito “centrosinistra”. Entrambi, però, completamente screditati agli occhi dell’“opinione pubblica”.
A questo stanno manifestamente lavorando in tanti, sia in Italia che in sede europea (l’iperattivismo di un Tajani dovrebbe far sospettare qualcosa). E anche i molti “tavoli paralleli” imbastiti intorno alla lista “di sinistra” da presentare alle europee – una esplicita, con alla testa De Magistris con “tutti dentro”, compreso Potere al Popolo, l’altra rivelata da Cofferati (tutti col Pd, senza Dema e Pap) – verranno travolti dallo spostamento d’aria dei riposizionamenti dei soggetti più grandi.
Mattarella, dal canto suo, si vede ora consegnare tutte le leve per guidare “la politica” verso nuove elezioni, che nessuno dei due “vincitori” del 4 marzo, a questo punto, vuole.
Fonte
Il ministro dell’economia, Giovanni Tria, apre ufficialmente la crisi della maggioranza all’indomani delle elezioni abruzzesi e sarde, che hanno confermato la crisi profonda dei Cinque Stelle. E’ notevole sia il tema che la tempistica, a indicare chiaramente che i Cinque Stelle non possono più pretendere nulla.
Lo fa quasi con le stesse parole di Wolfgang Schaeuble durante la crisi greca, davanti al “riformista” illuso Yanis Varoufakis: “Questo è stato accettato dal governo precedente e che non si può assolutamente permettere ad un’elezione di cambiare nulla. Perché abbiamo elezioni ogni giorno, siamo in 19, se ogni volta che c’è una elezione e qualcosa è cambiato, i contratti tra noi non significherebbero nulla”.
E’ la logica dei trattati europei e chiunque dica di volerli “riformare” racconta cazzate. In modo inconsapevole, se non si cura di esserne informato, in modo luridamente consapevole se invece sa di cosa parla.
Tria stava rispondendo a una domanda sul Tav da Torino a Lione, che divide il governo da mesi (insieme a molti altri dossier), ed ha scelto di metter fine alla finta discussione “unitaria” presentando il conto dei “mercati” e dei trattati. Non si può cambiare nulla, a certi livelli, anche se ci converrebbe farlo (per problemi di finanziamento, per rispetto delle popolazioni residenti, per inutilità palese di certe opere, ecc). Salvini, non a caso, si è immediatamente allineato al garante dei conti per conto dall Ue.
A pensarci bene, si apre la fine non solo per “il governo del cambiamento”, ma per qualsiasi futuro “governo del cambiamento”, seppellendo anche i fantasmi del “populismo”. A meno che non tracolli la struttura di governance dell’Unione Europea.
Cinque Stelle sulla via del rapidissimo tramonto, dunque, per manifesta impossibilità di far vivere concretamente una visione (e soluzioni) che solo in astratto potevano sembrare decisive (onestà, “uno vale uno”, due soli mandati, uso della rete, ecc) per cambiare il paese e la corruzione politico-morale della sua classe politica.
Ma attenzione a dare la Lega per trionfante nel medio periodo, anche se nell’immediato appare quasi incontrastabile, specie tenendo conto lo smorto panorama parlamentare e la non esaltante conflittualità sociale (che c’è, ma riguarda ancora soltanto singoli settori). Anche la Lega, infatti, deve la sua fortuna a una serie di soluzioni impraticabili.
Sul tema immigrazione ha ancora gioco facile. “Contrastarla” con i suoi metodi in fondo costa poco, praticamente nulla; una volta seppellito l’”umanitarismo”, senza troppe resistenze, tanto meno europee, su quella linea ci stanno praticamente tutti (ricordatevi sempre del piddino Minniti).
Ma su tutto il resto si trova esattamente nella stessa posizione dei grillini, con una “quota 100” ridotta a pochi intimi e per poco tempo, con una flat tax scomparsa dai radar già nella scorsa estate, con la minaccia di applicazione automatica degli aumenti dell’Iva il prossimo anno (o già in questo, con la “manovra correttiva”) e addirittura con il prelievo forzoso sui conti correnti all’orizzonte.
La Lega puntava manifestamente a cannibalizzare sia il centrodestra che una gran parte dei grillini, ma il gioco non gli sta riuscendo. O per lo meno non nella misura necessaria ad assicurarle una “posizione maggioritaria”.
Le azioni di “disturbo”, nel campo della destra, sono già iniziate. Il “ritorno in campo” di Berlusconi, per molti versi patetico, ha il chiaro significato di cercare di organizzare un “centrodestra europeista”, altrettanto autoritario sul piano interno ma molto meno blaterante contro la Ue.
Sul fronte opposto, la probabile investitura di Zingaretti alla testa del Pd riapre per la milionesima volta il cantiere di un “nuovo Ulivo”, in cui rappattumare tutte le frattaglie nostalgiche del ceontrosinistra prodiano, europeista senza se e senza ma, con qualche verniciata “umanitaria” e un po’ meno rozza in fatto di vaccini, religione, diritti civili. Su cui a malincuore potrebbero in prospettiva convergere quegli elettori grillini ma refrattari al neofascismo leghista.
Dunque lo scenario prossimo venturo potrebbe volgere nel giro di pochi mesi verso il vecchio “bipolarismo” tra centrodestra e autodefinito “centrosinistra”. Entrambi, però, completamente screditati agli occhi dell’“opinione pubblica”.
A questo stanno manifestamente lavorando in tanti, sia in Italia che in sede europea (l’iperattivismo di un Tajani dovrebbe far sospettare qualcosa). E anche i molti “tavoli paralleli” imbastiti intorno alla lista “di sinistra” da presentare alle europee – una esplicita, con alla testa De Magistris con “tutti dentro”, compreso Potere al Popolo, l’altra rivelata da Cofferati (tutti col Pd, senza Dema e Pap) – verranno travolti dallo spostamento d’aria dei riposizionamenti dei soggetti più grandi.
Mattarella, dal canto suo, si vede ora consegnare tutte le leve per guidare “la politica” verso nuove elezioni, che nessuno dei due “vincitori” del 4 marzo, a questo punto, vuole.
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24/02/2019
Il morto lasciato lì per afferrare il vivo
Da ragazzo mi è capitato di partecipare a un corso di salvataggio in mare. Il primo consiglio dell’istruttore, a noi angelici aspiranti “soccorritori”, fu drastico: “se vi avvicinate a uno che sta affogando ed è andato in panico, prima di tutto tirategli un cazzotto per tramortirlo; poi lo afferrate saldamente da dietro e provate a tirarlo verso una barca o verso riva”.
Sgranammo gli occhi e ci spiegò: “un uomo che annega si aggrappa a qualsiasi cosa con una forza mostruosa, perché sente la morte vicina; se lo lasciate aggrapparsi a voi, vi impedirà di nuotare e vi trascinerà a fondo con lui; e invece di avere un uomo salvato avremo due morti”.
Ciò che resta della “sinistra” italiana è in posizione assai simile a colui che sta per annegare. Da anni, non da un minuto. Anni passati senza eleggere qualcuno in un posto importante, quindi con sempre meno visibilità mediatica, meno finanziamenti da utilizzare per tenere insieme l’organizzazione (va riconosciuto che in parecchi casi gli eletti versavano al proprio partito quote rilevanti dello stipendio), meno agibilità politica e meno mezzi. Dunque campagne elettorali asfittiche, viaggi col contagocce, contatto con l’elettorato sempre più difficile (se si vendono le sedi per fare cassa si perde anche quel poco di presenza sul territorio). E quindi sempre meno voti, irrilevanza politica, scoramento, defezioni, scissioni, ecc.
Ogni scadenza elettorale diventa in questo clima “l’ultima spiaggia” per sopravvivere e provare a tornare nella politica che conta. E a ogni scadenza ci si arrabatta per creare una lista immancabilmente “nuova, larga, aperta, antirazzista, ambientalista, pro questo e quello e anche il loro contrario per non scontentare nessuno, ecc”, cercando “un nome importante che faccia da capolista” e acchiappavoti.
Il giorno dopo ogni elezione – inevitabilmente fallimentare, viste le premesse – ci si abbandona a recriminazioni, scoramento, altre scissioni, maledizioni reciproche. Fino alla successiva scadenza elettorale, dove gli stessi soggetti, le stesse facce, gli stessi vestiti (per chi ricorda Il maestro e Margherita), tornano a riunirsi come fosse la prima volta per celebrare l’identico rito.
Quando nacque l’idea di Potere al Popolo, effettivamente una seria novità rispetto a quello schema, ci premurammo di avvertire tutti, visto che molti compagni scendevano in campo per la prima volta: impediamo che il morto afferri il vivo. Battaglia durissima, ma vinta per un soffio, non senza perdite, dolori, fatica e un vago accenno di nausea.
Anche in vista delle elezioni europee di fine maggio, l’antico caravanserraglio della “sinistra” è tornato a rinchiudersi in interminabili riunioni senza via d’uscita, tra fratelli coltelli alla caccia di un posto buono per “eleggere” almeno uno dei propri e tirare avanti qualche altro anno.
Questa volta l’uomo del miracolo doveva essere Luigi De Magistris, sindaco di Napoli davvero eccentrico rispetto al panorama italico. Ha proposto una coalizione larghissima, con i partitini messi sullo sfondo, con pochi punti di programma, molto generici per non incontrare troppe resistenze.
Sembrava potesse essere l’unica proposta in campo, specie dopo la riapertura di un dialogo con Potere al Popolo, che decideva di “andare a vedere” dopo un sofferto voto tra gli aderenti e con “quattro punti” in grado di qualificare come effettivamente “nuova” (o quasi) una lista.
Sembrava del resto alquanto singolare che si discutesse di candidarsi al parlamento europeo senza affrontare di petto il nodo centrale: l’Unione Europea, appunto. Siamo nell’epoca del caffè decaffeinato, del tè deteinato, dei dolci senza zucchero, ma pure le elezioni senza politica è un po’ troppo...
Sono passate le settimane, il “tavolo” della coalizione si è più volte allargato e ristretto, con varie forze che pretendevano l’estromissione di Potere al Popolo perché “settario e antieuropeo”, il sindaco ha tenuto il punto e tutto sembra ora finito nel nulla.
E’ a questo punto che emerge Sergio Cofferati – il cui nome come possibile candidato era stato avanzato da Sinistra Italiana – a rivendicare d’aver lavorato contro De Magistris per affossare questa lista e provare a farne un’altra, ovviamente senza Potere al Popolo né il sindaco.
“Il Cinese” espone con la massima chiarezza il punto che quasi tutti, fin lì, avevano provato a considerare “marginale”, o addirittura “ideologico” (quanto stronzate si dicono dietro questa parola...):
“De Magistris di Europa non ha mai parlato, se non genericamente. La sua attenzione è per le regionali e le europee gli erano utili per la visibilità, lo ha detto apertamente. Per ragioni a me incomprensibili ha provato a mettere insieme formazioni incompatibili fra loro. Fra queste Prc, Si, L’Altra Europa, Diem, Possibile, fanno riferimento al partito della sinistra europea e sono europeiste. Invece Potere al Popolo ha un orientamento distruttivo verso l’Europa. Non c’era convergenza possibile... Noi siamo contro alcuni Trattati. PaP non c’entra con il partito della sinistra europea, ne è un feroce oppositore, come il francese Mélénchon a cui si collega, che è contro l’Europa.”
E’ abbastanza chiaro, ora? Il ruolo di Cofferati, e di una parte di quella che si autodefinisce “sinistra”, è quello di impedire che nasca anche sul piano elettorale una forza politica che mette radicalmente in discussione il sistema di trattati ordoliberisti e istituzioni sovranazionali chiamato “Unione Europea”.
Impedire insomma che si faccia avanti qualcuno in grado di sostenere davvero – nell’organizzazione concreta e non solo nella propaganda elettorale – un programma sociale popolare (dal salario minimo a 1.200 euro alle aliquote fiscali fortemente progressive, dalla nazionalizzazione dei settori economici strategici e delle industrie che vorrebbero delocalizzare all’abolizione del jobs act, dall’abbassamento dell’età pensionabile a un nuovo “piano casa” con obiettivo zero senza fissa dimora, ecc.). Perché un programma del genere fa toccare con mano – non con l’ideologia – che il principale ostacolo è l’Unione Europea, i suoi trattati, i suoi tecnoburocrati.
I vecchi capibastone della “sinistra europeista” stanno lì, non contano socialmente più nulla, hanno praticato per decenni politiche che hanno spianato la strada alla peggiore destra parafascista, non rientreranno mai più in gioco... ma brigano, telefonano, frenano, premono, lusingano, promettono, inciuciano. Il perché è ora dichiarato: sono “il morto” incaricato di afferrare “il vivo” e trascinarlo a fondo. Conto terzi, da veri “europeisti senza se e senza ma”.
Quando li sentite gridare “uniamo la sinistra”, ricordatevi del consiglio dell’istruttore di salvataggio...
Fonte
Sgranammo gli occhi e ci spiegò: “un uomo che annega si aggrappa a qualsiasi cosa con una forza mostruosa, perché sente la morte vicina; se lo lasciate aggrapparsi a voi, vi impedirà di nuotare e vi trascinerà a fondo con lui; e invece di avere un uomo salvato avremo due morti”.
Ciò che resta della “sinistra” italiana è in posizione assai simile a colui che sta per annegare. Da anni, non da un minuto. Anni passati senza eleggere qualcuno in un posto importante, quindi con sempre meno visibilità mediatica, meno finanziamenti da utilizzare per tenere insieme l’organizzazione (va riconosciuto che in parecchi casi gli eletti versavano al proprio partito quote rilevanti dello stipendio), meno agibilità politica e meno mezzi. Dunque campagne elettorali asfittiche, viaggi col contagocce, contatto con l’elettorato sempre più difficile (se si vendono le sedi per fare cassa si perde anche quel poco di presenza sul territorio). E quindi sempre meno voti, irrilevanza politica, scoramento, defezioni, scissioni, ecc.
Ogni scadenza elettorale diventa in questo clima “l’ultima spiaggia” per sopravvivere e provare a tornare nella politica che conta. E a ogni scadenza ci si arrabatta per creare una lista immancabilmente “nuova, larga, aperta, antirazzista, ambientalista, pro questo e quello e anche il loro contrario per non scontentare nessuno, ecc”, cercando “un nome importante che faccia da capolista” e acchiappavoti.
Il giorno dopo ogni elezione – inevitabilmente fallimentare, viste le premesse – ci si abbandona a recriminazioni, scoramento, altre scissioni, maledizioni reciproche. Fino alla successiva scadenza elettorale, dove gli stessi soggetti, le stesse facce, gli stessi vestiti (per chi ricorda Il maestro e Margherita), tornano a riunirsi come fosse la prima volta per celebrare l’identico rito.
Quando nacque l’idea di Potere al Popolo, effettivamente una seria novità rispetto a quello schema, ci premurammo di avvertire tutti, visto che molti compagni scendevano in campo per la prima volta: impediamo che il morto afferri il vivo. Battaglia durissima, ma vinta per un soffio, non senza perdite, dolori, fatica e un vago accenno di nausea.
Anche in vista delle elezioni europee di fine maggio, l’antico caravanserraglio della “sinistra” è tornato a rinchiudersi in interminabili riunioni senza via d’uscita, tra fratelli coltelli alla caccia di un posto buono per “eleggere” almeno uno dei propri e tirare avanti qualche altro anno.
Questa volta l’uomo del miracolo doveva essere Luigi De Magistris, sindaco di Napoli davvero eccentrico rispetto al panorama italico. Ha proposto una coalizione larghissima, con i partitini messi sullo sfondo, con pochi punti di programma, molto generici per non incontrare troppe resistenze.
Sembrava potesse essere l’unica proposta in campo, specie dopo la riapertura di un dialogo con Potere al Popolo, che decideva di “andare a vedere” dopo un sofferto voto tra gli aderenti e con “quattro punti” in grado di qualificare come effettivamente “nuova” (o quasi) una lista.
Sembrava del resto alquanto singolare che si discutesse di candidarsi al parlamento europeo senza affrontare di petto il nodo centrale: l’Unione Europea, appunto. Siamo nell’epoca del caffè decaffeinato, del tè deteinato, dei dolci senza zucchero, ma pure le elezioni senza politica è un po’ troppo...
Sono passate le settimane, il “tavolo” della coalizione si è più volte allargato e ristretto, con varie forze che pretendevano l’estromissione di Potere al Popolo perché “settario e antieuropeo”, il sindaco ha tenuto il punto e tutto sembra ora finito nel nulla.
E’ a questo punto che emerge Sergio Cofferati – il cui nome come possibile candidato era stato avanzato da Sinistra Italiana – a rivendicare d’aver lavorato contro De Magistris per affossare questa lista e provare a farne un’altra, ovviamente senza Potere al Popolo né il sindaco.
“Il Cinese” espone con la massima chiarezza il punto che quasi tutti, fin lì, avevano provato a considerare “marginale”, o addirittura “ideologico” (quanto stronzate si dicono dietro questa parola...):
“De Magistris di Europa non ha mai parlato, se non genericamente. La sua attenzione è per le regionali e le europee gli erano utili per la visibilità, lo ha detto apertamente. Per ragioni a me incomprensibili ha provato a mettere insieme formazioni incompatibili fra loro. Fra queste Prc, Si, L’Altra Europa, Diem, Possibile, fanno riferimento al partito della sinistra europea e sono europeiste. Invece Potere al Popolo ha un orientamento distruttivo verso l’Europa. Non c’era convergenza possibile... Noi siamo contro alcuni Trattati. PaP non c’entra con il partito della sinistra europea, ne è un feroce oppositore, come il francese Mélénchon a cui si collega, che è contro l’Europa.”
E’ abbastanza chiaro, ora? Il ruolo di Cofferati, e di una parte di quella che si autodefinisce “sinistra”, è quello di impedire che nasca anche sul piano elettorale una forza politica che mette radicalmente in discussione il sistema di trattati ordoliberisti e istituzioni sovranazionali chiamato “Unione Europea”.
Impedire insomma che si faccia avanti qualcuno in grado di sostenere davvero – nell’organizzazione concreta e non solo nella propaganda elettorale – un programma sociale popolare (dal salario minimo a 1.200 euro alle aliquote fiscali fortemente progressive, dalla nazionalizzazione dei settori economici strategici e delle industrie che vorrebbero delocalizzare all’abolizione del jobs act, dall’abbassamento dell’età pensionabile a un nuovo “piano casa” con obiettivo zero senza fissa dimora, ecc.). Perché un programma del genere fa toccare con mano – non con l’ideologia – che il principale ostacolo è l’Unione Europea, i suoi trattati, i suoi tecnoburocrati.
I vecchi capibastone della “sinistra europeista” stanno lì, non contano socialmente più nulla, hanno praticato per decenni politiche che hanno spianato la strada alla peggiore destra parafascista, non rientreranno mai più in gioco... ma brigano, telefonano, frenano, premono, lusingano, promettono, inciuciano. Il perché è ora dichiarato: sono “il morto” incaricato di afferrare “il vivo” e trascinarlo a fondo. Conto terzi, da veri “europeisti senza se e senza ma”.
Quando li sentite gridare “uniamo la sinistra”, ricordatevi del consiglio dell’istruttore di salvataggio...
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23/02/2019
La “mossa” del Cinese
Si era parlato di lui nei giorni scorsi come candidato “forte” (in verità più nei corridoi che pubblicamente), ma con l’intervista di oggi a il manifesto, Sergio Cofferati è tornato a materializzarsi nello scenario politico della cosiddetta “sinistra” in previsione delle elezioni europee. E il “Cinese” lo ha fatto alla sua maniera, andando dritto al problema e sparecchiando il tavolo su ogni illusione che in Italia ci potesse essere una “sinistra” diversa da quella impaludatasi da anni.
Cofferati infatti ha in mente una lista europeista in salsa rosso-verde “che vada da Rifondazione comunista, Sinistra italiana, Diem, Possibile ai Verdi”. Ma che tenga fuori Potere al Popolo e qualsiasi interlocuzione europea che non sia compatibile all’europeismo riformista (come Melenchon e la France Insoumise per esempio).
Nell’intervista Cofferati lo chiarisce con nettezza: “De Magistris, per ragioni a me incomprensibili ha provato a mettere insieme formazioni incompatibili fra loro. Fra queste Prc, Si, L’Altra Europa, Diem, Possibile, fanno riferimento al partito della sinistra europea e sono europeiste. Invece Potere al popolo ha un orientamento distruttivo verso l’Europa. Non c’era convergenza possibile.”
Distruttivo? PaP è contro i Trattati, proprio come le altre forze di quel tavolo.
“Noi siamo contro alcuni Trattati. PaP non c’entra con il partito della sinistra europea, ne è un feroce oppositore, come il francese Mélanchon a cui si collega, che è contro l’Europa”.
Bisogna ammettere che “il Cinese” dice con chiarezza l’esatta ragione della discesa in campo della “sua” coalizione nel mentre le stesse forze stavano dialogando con il sindaco di Napoli: impedire che “alla sinistra” del Pd si realizzasse – anche sul piano elettorale – un qualcosa di davvero dirompente, ossia capace di indicare con nome e cognome il vero “potere politico” negli equilibri di questo Continente. E quindi di proporne la rottura come condizione minima indispensabile per realizzare una qualsiasi politica economica e sociale a favore delle classi popolari.
Appare dunque fin troppo evidente come l’uscita di Cofferati sia la “rivendicazione” di aver lavorato con successo, insieme ad altri, per costruire sulle elezioni europee un’altra ipotesi rispetto a quella di cui si va discutendo da mesi; una lista classicamente “europeista senza se e senza ma”, con qualche tiepida velleità di revisione di alcuni trattati (quali però, non è mai stato dato sapere: Maastricht, Six Pack, Two Pack, Mes, Fiscal Compact, Dublino, il complessivo impianto del Trattato di Lisbona, etc.), o comunque una operazione tesa a far fallire l’ipotesi di lista elettorale su cui sia Potere al Popolo sia De Magistris avevano provato – con maggiori o minori aspettative – a lavorare.
Nella giornata di ieri avevamo parlato di tavoli di discussione multipli e a geometrie politiche variabili nelle varie anime della “sinistra”, dal ritorno della “Ditta” alla direzione del Pd, alle centrifughe anime di Si e Leu e quant’altro. Come al solito la realtà ha superato la fantasia.
Come abbiamo scritto in molte occasioni, le elezioni non sono sempre un certificato di esistenza in vita, perpetuando sulle solite modalità rischiano di diventare un certificato di morte, politica ovviamente.
C’è urgenza di un’altra visione politica e della ricostruzione di nuove forme di interconnessione e rappresentanza con i settori popolari devastati dalla crisi e dall’impoverimento, settori che hanno affidato il loro rancore sociale alle forze che hanno costruito un governo anomalo. Un governo che porta dentro di sé la brutalità dei governi di centro-destra e contemporaneamente la capacità di ammortizzazione sociale dei governi di centro-sinistra. Un combinato disposto micidiale.
Per romperlo serve molto di più delle mosse del Cinese, in Italia come a livello europeo. Anzi, l’esatto opposto. E la rottura del quadro esistente è un presupposto decisivo per costruire e indicare qualsiasi alternativa popolare, democratica e internazionalista degna di questo nome.
Fonte
Cofferati infatti ha in mente una lista europeista in salsa rosso-verde “che vada da Rifondazione comunista, Sinistra italiana, Diem, Possibile ai Verdi”. Ma che tenga fuori Potere al Popolo e qualsiasi interlocuzione europea che non sia compatibile all’europeismo riformista (come Melenchon e la France Insoumise per esempio).
Nell’intervista Cofferati lo chiarisce con nettezza: “De Magistris, per ragioni a me incomprensibili ha provato a mettere insieme formazioni incompatibili fra loro. Fra queste Prc, Si, L’Altra Europa, Diem, Possibile, fanno riferimento al partito della sinistra europea e sono europeiste. Invece Potere al popolo ha un orientamento distruttivo verso l’Europa. Non c’era convergenza possibile.”
Distruttivo? PaP è contro i Trattati, proprio come le altre forze di quel tavolo.
“Noi siamo contro alcuni Trattati. PaP non c’entra con il partito della sinistra europea, ne è un feroce oppositore, come il francese Mélanchon a cui si collega, che è contro l’Europa”.
Bisogna ammettere che “il Cinese” dice con chiarezza l’esatta ragione della discesa in campo della “sua” coalizione nel mentre le stesse forze stavano dialogando con il sindaco di Napoli: impedire che “alla sinistra” del Pd si realizzasse – anche sul piano elettorale – un qualcosa di davvero dirompente, ossia capace di indicare con nome e cognome il vero “potere politico” negli equilibri di questo Continente. E quindi di proporne la rottura come condizione minima indispensabile per realizzare una qualsiasi politica economica e sociale a favore delle classi popolari.
Appare dunque fin troppo evidente come l’uscita di Cofferati sia la “rivendicazione” di aver lavorato con successo, insieme ad altri, per costruire sulle elezioni europee un’altra ipotesi rispetto a quella di cui si va discutendo da mesi; una lista classicamente “europeista senza se e senza ma”, con qualche tiepida velleità di revisione di alcuni trattati (quali però, non è mai stato dato sapere: Maastricht, Six Pack, Two Pack, Mes, Fiscal Compact, Dublino, il complessivo impianto del Trattato di Lisbona, etc.), o comunque una operazione tesa a far fallire l’ipotesi di lista elettorale su cui sia Potere al Popolo sia De Magistris avevano provato – con maggiori o minori aspettative – a lavorare.
Nella giornata di ieri avevamo parlato di tavoli di discussione multipli e a geometrie politiche variabili nelle varie anime della “sinistra”, dal ritorno della “Ditta” alla direzione del Pd, alle centrifughe anime di Si e Leu e quant’altro. Come al solito la realtà ha superato la fantasia.
Come abbiamo scritto in molte occasioni, le elezioni non sono sempre un certificato di esistenza in vita, perpetuando sulle solite modalità rischiano di diventare un certificato di morte, politica ovviamente.
C’è urgenza di un’altra visione politica e della ricostruzione di nuove forme di interconnessione e rappresentanza con i settori popolari devastati dalla crisi e dall’impoverimento, settori che hanno affidato il loro rancore sociale alle forze che hanno costruito un governo anomalo. Un governo che porta dentro di sé la brutalità dei governi di centro-destra e contemporaneamente la capacità di ammortizzazione sociale dei governi di centro-sinistra. Un combinato disposto micidiale.
Per romperlo serve molto di più delle mosse del Cinese, in Italia come a livello europeo. Anzi, l’esatto opposto. E la rottura del quadro esistente è un presupposto decisivo per costruire e indicare qualsiasi alternativa popolare, democratica e internazionalista degna di questo nome.
Fonte
10/11/2015
Dino Greco: "Sull'Unione Europea la sinistra ha smesso di pensare"
Dino Greco, un passato di militanza politica e sindacale in trincea, come dirigente della Fiom e poi alla Camera del lavoro di Brescia, quindi come ultimo direttore di Liberazione, ha posto da qualche tempo dentro Rifondazione Comunista il problema della presa d'atto che l'Unione Europea è cosa ben diversa dall'”Europa”, con ovvie drastiche conseguenze sia sull'analisi complessiva del partito che sulla sua strategia politica.
Nel corso dell'ultimo Comitato Politico Nazionale, svoltosi sabato e domenica, c'è stata una discussione piuttosto articolata sul tema, anche alla luce della decisione di aderire al processo della cosiddetta “Sinistra Italiana”.
Ogni dibattito interno a un partito soffre di convenzionalismi e modi di esprimersi “per gli addetti ai lavori”, che rende spesso poco comprensibile il merito politico del contendere. Lo abbiamo intervistato per chiarire i termini di una discussione altrimenti da decrittare.
Buongiorno, Dino. Rifondazione è riuscita o no a prendere le misure della nuova situazione italiana ed europea, dopo la “svolta di Tsipras”?
È in atto un confronto molto serio, che parte naturalmente dalla vicenda greca, al netto delle solite polemiche tra chi accusa Tsipras di “tradimento” e la sgangherata tifoseria che non vuol vedere i problemi. A me pare che quell'esito parla a noi, in primo luogo, perché si è scatenata una sorta di ordalia politica contro chi sostiene che l'idea di “gestire da sinistra” il memorandum si è rivelata una clamorosa illusione. Anche noi, da anni, siamo sotto scacco di un memorandum non dissimile da quello greco. E immaginare che la strada sia quella di “fare come Syriza”, anche qui, porta in una direzione molto diversa da quella che auspichiamo: porta dritti in bocca al centrosinistra, di vecchio o di nuovo conio che sia.
Se ne sentono un po' di tutti i colori, in effetti...
Dall'Huffington Post a il manifesto, a Revelli, c'è una riesumazione del linguaggio che ha segnato i momenti più catastrofici della sinistra, con espressioni tipiche riconoscibilissime. Per esempio “riduzione del danno”, “sinistra utile” o addirittura l'invito a riscoprire il “realismo”. Che è una vera e propria ideologia della capitolazione, il contrario esatto dell'esame concreto della realtà e dei rapporti di forza (senza mettersi qui a citare Lenin). Se si resta dentro il perimetro delle condizioni date, il “realismo” è un invito a seguire la corrente. La lezione che costoro hanno tratto dalla vicenda greca è “non possumus”, altro che “podemos”!
É l'impressione che ha dato subito Sinistra Italiana...
Basta vedere come si sono orientate subito le forze politiche del “nuovo soggetto”. Sel ha elaborato il lutto alla velocità di un baleno, riportando il pendolo al punto di partenza – a prima della vittoria di Syriza, in gennaio – dichiarandosi pronta ad alleanze col Pd ovunque possibile. Come se le elezioni a Milano, Bologna, Roma, Napoli, Torino, ecc, fossero avvenimenti locali, non una partita politica nazionale. Se si dice – e su questo sono d'accordo tutti – che il Pd è l'elemento “strutturalmente centrale” delle forze economiche che guidano le politiche di austerità, come si fa a reggere localmente l'alleanza col “partito dei padroni”, quello che distrugge la Costituzione, abolisce i diritti dei lavoratori, taglia il welfare, ecc? Poi c'è Civati, che si fa comunque il suo partito. Cofferati che pensa come sempre a un nuovo Ulivo. Fassina che gioca da solo, puntando a sconfiggere Renzi, non il Pd. Quindi c'è L'Altra Europa, che nelle mani di Revelli e Argiris si sta sfaldando sui territori e si traduce a livello centrale in un direttorio autoritario, senza alcun rapporto vero con quella “struttura di base” che avrebbe dovuto travolgere gli steccati preesistenti, ecc.
Ma c'è anche Rifondazione...
Che aveva annunciato una Costituente di sinistra antiliberista, frutto dell’auspicato incontro fra le forze summenzionate e singoli personaggi, transfughi dal Pd, a cui sono state generosamente riconosciute doti eccezionali di opinion makers e almeno un po' di antiliberismo... Ma strada facendo i contenuti dirimenti – alternatività e indipendenza dal Pd, linea radicalmente anti-liberista, democrazia dal basso fondata sul principio “una testa un voto” – si sono via via sbiaditi in una pratica fatta di negoziazioni pattizie fra forze politiche con l’aggiunta di qualche maggiorente. Una via per cui l'attenzione va fatalmente al “contenitore” a dispetto della sempre più evidente eterogenesi dei fini e dell’evanescenza dei contenuti.
Ma non c'è stata alcuna riflessione seria, in Rifondazione, sulla tragica esperienza di Syriza e quindi sulla strada da prendere in Italia?
Questo è il nodo centrale. Si era iniziato bene, distinguendo tra i compiti di un partito comunista e la necessità di affrontare le scadenze elettorali, cui arrivare con una coalizione antiliberista più ampia. Poi la ricerca ha preso una via diversa, quella della costituzione di nuovo soggetto politico a tutto tondo. Che non è più, dunque, una coalizione elettorale, ma un altro partito, che trascende e sostituisce quelli esistenti ed è quindi in contraddizione con questi. Ed è esattamente quello che Sel e Fassina dicono di voler fare. Di qui la confusione creatasi tra dirigenti e militanti del Prc, che non è frutto di settarismo o primitivismo (che pure esistono, certo, ma non sono prevalenti), ma una contraddizione reale. Si sbattono come palline di flipper fra una sponda e l’altra, fra un campo e l’altro, in una crisi identitaria che si riflette nella difficoltà ad assumere in proprio qualsiasi iniziativa politica. Del resto, se l'obiettivo è un nuovo partito, chi è d'accordo lavora per questo; chi non lo è, alla fine, se ne va da un'altra parte.
Nella storia del movimento comunista non è la prima volta che si ragiona di “partito di quadri” e organizzazione di massa, anche a scopi elettorali...
Una coalizione elettorale, forte di un progetto di fase condiviso, può convivere con il partito, ha con esso un rapporto di complementarità, non di opposizione. Al contrario, la contemporanea appartenenza a due partiti è invece una contraddizione in termini. Perché ciascun partito incarna una cultura politica, una visione complessiva dei rapporti sociali, un’idea di società. L’effetto schizofrenico è evidente. Alla fine, dei due partiti, ne rimarrà uno solo: quello a trazione moderata. Il “partito di quadri” costruisce condizioni e valuta di volta in volta i compromessi utili, non qualsiasi compromesso.
Anche qui, non c'è una grande novità...
No, certo. È l'idea – esplicitata per esempio da Norma Rangeri – di un partito riformista, senza più ubbie rivoluzionarie. Proprio mentre Renzi seppellisce il riformismo, si ripropone l'idea di costruire un partito socialdemocratico. Alla base c'è la convinzione che in Italia non ci sia spazio per un partito rivoluzionario. Ovviamente con questa parola non indico quelli che vedono insurrezioni possibili sempre e comunque o che interpretano questo ruolo come una testimonianza nei secoli. Parlo di una forza che sappia darsi e costruire gli strumenti teorici, l'analisi della realtà necessaria ad elaborare una strategia e una tattica, decidendo dunque anche delle alleanze limpidamente visibili e comprensibili...
Qualcosa che non c'è da tempo, almeno all'altezza della sfida...
Da questo punto di vista siamo orfani. Non c'è analisi sull'Unione Europea – che molti non riescono neanche a distinguere dall'Europa – sulla moneta unica e la sua funzione, sulle forme istituzionali create nella Ue, sulla loro natura non democratica... Su questo c'è solo balbettio. Come Tsipras, abbiamo coltivato l'illusione che fosse possibile negoziare con la Ue la fine dell'austerity, che l’oligarchia finanziaria che governa l’Europa potesse essere disponibile a smontare il congegno posto a guardia della propria missione politica; insomma, come se fosse possibile negoziare con gli strozzini la fine dell'usura. Non abbiamo capito – come Tsipras – che la presunta neutralità dell'euro è stato uno dei più grandi successi del capitale multinazionale degli ultimi venti anni. Ci dovremmo chiarire che non si possono tenere insieme le due cose...
Un terreno delicato, dove volano spesso accuse di “nazionalismo populista”... Succede anche nel Prc?
L'accusa è in effetti quella: se ti batti contro “l'Europa” non fai che aiutare i nazionalismi populistici... A sinistra, in Italia, la paura del nazionalismo produce la stessa paralisi che produce nei tedeschi la paura dell'inflazione. Ma con questa paura non puoi organizzare lotta di classe in questo paese e finisci per consegnare alla destra il tuo blocco sociale.
Come se l'internazionalismo fosse contenuto nell'Unione Europea... Ma ci sono ormai voci europee di sinistra molto discordanti da questa visione, no?
È questo il paradosso della sinistra italiana. Proprio adesso che la maggioranza della sinistra radicale europea si schiera contro questo assetto, persino in Portogallo (ovviamente distinguendo tra Partito Socialista e il blocco di sinistra), o addirittura in Francia e Germania, con la presa di posizione di Melenchon e Lafontaine. Vedo la necessità di rompere lo stallo del pensiero che sta paralizzando la sinistra e i comunisti, qui da noi. Si continua a parlare del Manifesto di Ventotene come se fosse quello lo statuto dell'Unione Europea... Ma Altiero Spinelli parlava di “stati socialisti d'Europa” (“La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita”, ndr). L'esatto contrario di quel che è stato costruito con la Ue...
Fonte
Nel corso dell'ultimo Comitato Politico Nazionale, svoltosi sabato e domenica, c'è stata una discussione piuttosto articolata sul tema, anche alla luce della decisione di aderire al processo della cosiddetta “Sinistra Italiana”.
Ogni dibattito interno a un partito soffre di convenzionalismi e modi di esprimersi “per gli addetti ai lavori”, che rende spesso poco comprensibile il merito politico del contendere. Lo abbiamo intervistato per chiarire i termini di una discussione altrimenti da decrittare.
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Buongiorno, Dino. Rifondazione è riuscita o no a prendere le misure della nuova situazione italiana ed europea, dopo la “svolta di Tsipras”?
È in atto un confronto molto serio, che parte naturalmente dalla vicenda greca, al netto delle solite polemiche tra chi accusa Tsipras di “tradimento” e la sgangherata tifoseria che non vuol vedere i problemi. A me pare che quell'esito parla a noi, in primo luogo, perché si è scatenata una sorta di ordalia politica contro chi sostiene che l'idea di “gestire da sinistra” il memorandum si è rivelata una clamorosa illusione. Anche noi, da anni, siamo sotto scacco di un memorandum non dissimile da quello greco. E immaginare che la strada sia quella di “fare come Syriza”, anche qui, porta in una direzione molto diversa da quella che auspichiamo: porta dritti in bocca al centrosinistra, di vecchio o di nuovo conio che sia.
Se ne sentono un po' di tutti i colori, in effetti...
Dall'Huffington Post a il manifesto, a Revelli, c'è una riesumazione del linguaggio che ha segnato i momenti più catastrofici della sinistra, con espressioni tipiche riconoscibilissime. Per esempio “riduzione del danno”, “sinistra utile” o addirittura l'invito a riscoprire il “realismo”. Che è una vera e propria ideologia della capitolazione, il contrario esatto dell'esame concreto della realtà e dei rapporti di forza (senza mettersi qui a citare Lenin). Se si resta dentro il perimetro delle condizioni date, il “realismo” è un invito a seguire la corrente. La lezione che costoro hanno tratto dalla vicenda greca è “non possumus”, altro che “podemos”!
É l'impressione che ha dato subito Sinistra Italiana...
Basta vedere come si sono orientate subito le forze politiche del “nuovo soggetto”. Sel ha elaborato il lutto alla velocità di un baleno, riportando il pendolo al punto di partenza – a prima della vittoria di Syriza, in gennaio – dichiarandosi pronta ad alleanze col Pd ovunque possibile. Come se le elezioni a Milano, Bologna, Roma, Napoli, Torino, ecc, fossero avvenimenti locali, non una partita politica nazionale. Se si dice – e su questo sono d'accordo tutti – che il Pd è l'elemento “strutturalmente centrale” delle forze economiche che guidano le politiche di austerità, come si fa a reggere localmente l'alleanza col “partito dei padroni”, quello che distrugge la Costituzione, abolisce i diritti dei lavoratori, taglia il welfare, ecc? Poi c'è Civati, che si fa comunque il suo partito. Cofferati che pensa come sempre a un nuovo Ulivo. Fassina che gioca da solo, puntando a sconfiggere Renzi, non il Pd. Quindi c'è L'Altra Europa, che nelle mani di Revelli e Argiris si sta sfaldando sui territori e si traduce a livello centrale in un direttorio autoritario, senza alcun rapporto vero con quella “struttura di base” che avrebbe dovuto travolgere gli steccati preesistenti, ecc.
Ma c'è anche Rifondazione...
Che aveva annunciato una Costituente di sinistra antiliberista, frutto dell’auspicato incontro fra le forze summenzionate e singoli personaggi, transfughi dal Pd, a cui sono state generosamente riconosciute doti eccezionali di opinion makers e almeno un po' di antiliberismo... Ma strada facendo i contenuti dirimenti – alternatività e indipendenza dal Pd, linea radicalmente anti-liberista, democrazia dal basso fondata sul principio “una testa un voto” – si sono via via sbiaditi in una pratica fatta di negoziazioni pattizie fra forze politiche con l’aggiunta di qualche maggiorente. Una via per cui l'attenzione va fatalmente al “contenitore” a dispetto della sempre più evidente eterogenesi dei fini e dell’evanescenza dei contenuti.
Ma non c'è stata alcuna riflessione seria, in Rifondazione, sulla tragica esperienza di Syriza e quindi sulla strada da prendere in Italia?
Questo è il nodo centrale. Si era iniziato bene, distinguendo tra i compiti di un partito comunista e la necessità di affrontare le scadenze elettorali, cui arrivare con una coalizione antiliberista più ampia. Poi la ricerca ha preso una via diversa, quella della costituzione di nuovo soggetto politico a tutto tondo. Che non è più, dunque, una coalizione elettorale, ma un altro partito, che trascende e sostituisce quelli esistenti ed è quindi in contraddizione con questi. Ed è esattamente quello che Sel e Fassina dicono di voler fare. Di qui la confusione creatasi tra dirigenti e militanti del Prc, che non è frutto di settarismo o primitivismo (che pure esistono, certo, ma non sono prevalenti), ma una contraddizione reale. Si sbattono come palline di flipper fra una sponda e l’altra, fra un campo e l’altro, in una crisi identitaria che si riflette nella difficoltà ad assumere in proprio qualsiasi iniziativa politica. Del resto, se l'obiettivo è un nuovo partito, chi è d'accordo lavora per questo; chi non lo è, alla fine, se ne va da un'altra parte.
Nella storia del movimento comunista non è la prima volta che si ragiona di “partito di quadri” e organizzazione di massa, anche a scopi elettorali...
Una coalizione elettorale, forte di un progetto di fase condiviso, può convivere con il partito, ha con esso un rapporto di complementarità, non di opposizione. Al contrario, la contemporanea appartenenza a due partiti è invece una contraddizione in termini. Perché ciascun partito incarna una cultura politica, una visione complessiva dei rapporti sociali, un’idea di società. L’effetto schizofrenico è evidente. Alla fine, dei due partiti, ne rimarrà uno solo: quello a trazione moderata. Il “partito di quadri” costruisce condizioni e valuta di volta in volta i compromessi utili, non qualsiasi compromesso.
Anche qui, non c'è una grande novità...
No, certo. È l'idea – esplicitata per esempio da Norma Rangeri – di un partito riformista, senza più ubbie rivoluzionarie. Proprio mentre Renzi seppellisce il riformismo, si ripropone l'idea di costruire un partito socialdemocratico. Alla base c'è la convinzione che in Italia non ci sia spazio per un partito rivoluzionario. Ovviamente con questa parola non indico quelli che vedono insurrezioni possibili sempre e comunque o che interpretano questo ruolo come una testimonianza nei secoli. Parlo di una forza che sappia darsi e costruire gli strumenti teorici, l'analisi della realtà necessaria ad elaborare una strategia e una tattica, decidendo dunque anche delle alleanze limpidamente visibili e comprensibili...
Qualcosa che non c'è da tempo, almeno all'altezza della sfida...
Da questo punto di vista siamo orfani. Non c'è analisi sull'Unione Europea – che molti non riescono neanche a distinguere dall'Europa – sulla moneta unica e la sua funzione, sulle forme istituzionali create nella Ue, sulla loro natura non democratica... Su questo c'è solo balbettio. Come Tsipras, abbiamo coltivato l'illusione che fosse possibile negoziare con la Ue la fine dell'austerity, che l’oligarchia finanziaria che governa l’Europa potesse essere disponibile a smontare il congegno posto a guardia della propria missione politica; insomma, come se fosse possibile negoziare con gli strozzini la fine dell'usura. Non abbiamo capito – come Tsipras – che la presunta neutralità dell'euro è stato uno dei più grandi successi del capitale multinazionale degli ultimi venti anni. Ci dovremmo chiarire che non si possono tenere insieme le due cose...
Un terreno delicato, dove volano spesso accuse di “nazionalismo populista”... Succede anche nel Prc?
L'accusa è in effetti quella: se ti batti contro “l'Europa” non fai che aiutare i nazionalismi populistici... A sinistra, in Italia, la paura del nazionalismo produce la stessa paralisi che produce nei tedeschi la paura dell'inflazione. Ma con questa paura non puoi organizzare lotta di classe in questo paese e finisci per consegnare alla destra il tuo blocco sociale.
Come se l'internazionalismo fosse contenuto nell'Unione Europea... Ma ci sono ormai voci europee di sinistra molto discordanti da questa visione, no?
È questo il paradosso della sinistra italiana. Proprio adesso che la maggioranza della sinistra radicale europea si schiera contro questo assetto, persino in Portogallo (ovviamente distinguendo tra Partito Socialista e il blocco di sinistra), o addirittura in Francia e Germania, con la presa di posizione di Melenchon e Lafontaine. Vedo la necessità di rompere lo stallo del pensiero che sta paralizzando la sinistra e i comunisti, qui da noi. Si continua a parlare del Manifesto di Ventotene come se fosse quello lo statuto dell'Unione Europea... Ma Altiero Spinelli parlava di “stati socialisti d'Europa” (“La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita”, ndr). L'esatto contrario di quel che è stato costruito con la Ue...
Fonte
24/01/2015
Renzi tra craxismo e berlusconismo
Che Cofferati se ne sarebbe andato dal PD non era passato per la testa a nessuno di noi, a nessuno di noi che non sia interno alle faccende del PD. Se ne è andato o è stato cacciato di fatto con la storiaccia delle primarie truffa (ma esistono primarie che non siano una truffa?) alla quale hanno votato fascisti, immigrati pagati alla bisogna con due soldi, il “popolo” di Forza Italia e del Nuovo Centro Destra.
Non solo, ma alle proteste del “povero” Cofferati hanno risposto picche ed il ministro Pinotti è andata a Genova con la proposta che il governo della regione, dopo le elezioni, venga allargato al centrodestra.
Un comportamento del PD e del suo segretario che ricorda il Craxismo nel quale decisionismo, truffe politiche e malaffare (sembra che ci sia anche un’inchiesta dell’antimafia) andavano a braccetto nella gestione del paese ed anche nello scontro con la CGIL dell’epoca; chi si ricorda il referendum sulla scala mobile? Cofferati non sta più nella CGIL ma è sempre quel segretario che ha portato in piazza “tre milioni” di lavoratori e che ha stoppato l’azione di Berlusconi sull’articolo 18, quello stesso che oggi Renzi ha di fatto eliminato.
C’è però di più e sta emergendo in queste ore: si sta facendo a meno di un pezzo del PD e di un prezzo di FI costruendo in modo più o meno palese una nuova maggioranza che si appresta ad eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica. Riusciranno ad eleggere un personaggio peggiore di Napolitano? Purtroppo sappiamo che al peggio non c’è mai fine e dunque forse riusciranno anche in questa operazione estrema. Ma il dato politico che si impone è che Berlusconi riacquista un ruolo nonostante la condanna ricevuta, sulla base di un accordo segreto che in questi giorni viene gestito in diretta TV con i molteplici incontri tra i due esponenti dei “partiti” che decidono passo passo le cose da fare. Per ora lo stiamo vedendo sulla legge elettorale che passa solo grazie alla nuova maggioranza.
Queste nuove ed informali larghe intese sembrano inarrestabili ma c’è qualcosa che stona; le classi dominanti di questo paese e dell’Unione Europea hanno faticato sette camicie per poter far fuori Berlusconi; la BCE, la magistratura, le stesse fratture interne al PDL dell’epoca ci hanno detto che quel modello politico non era funzionale alle prospettive generali del paese inserite nell’Unione Europea. Rimettere in ballo quel tipo di rappresentanza ed interessi economici non sta bene, forse, all’elettore coerentemente di sinistra ma sta ancora meno bene a quei gruppi di potere che con Berlusconi hanno fatto uno scontro mortale, e che mirava alla sua morte politica. Tra questi il gruppo di “Repubblica” che oggi si ritrova tra i piedi questa situazione paradossalmente a causa dell’agire politico del proprio “pupillo”. Questa cosa già traspariva negli scritti domenicali di Eugenio Scalfari sul giornale ma oggi viene alla luce prepotentemente.
Questo esito probabilmente era divenuto abbastanza inevitabile a causa dello scontro feroce e senza “rispetto” che Renzi aveva iniziato già con l’accoltellamento alle spalle di Letta, con lo sbeffeggiamento della minoranza PD e della stessa CGIL. Spintosi fino a questo punto è chiaro che Renzi o tornava all’ovile in attesa della macellazione oppure proseguiva nello scontro frontale fino alla sostituzione dei voti della propria minoranza. E’ esattamente quello che sta avvenendo. Quella che si apre sarà perciò una fase estremamente instabile contraddicendo quell’aspettativa di stabilità che gli eurocrati si aspettano da tutti i paesi ma soprattutto da quelli più in difficoltà economica.
Da questa situazione gli scenari che potranno determinarsi non sono ancora chiari ma è certo che non si ritornerà al punto di partenza: potranno esserci nuove larghe intese o le elezioni o altro ancora, non abbiamo la sfera di cristallo. Ma è certo che i processi politici si accelereranno ulteriormente e si vedranno nuove/vecchie ipotesi scendere in campo; ad esempio non è più impossibile una rottura del PD che potrebbe ridare protagonismo agli ex dirigenti del partito assieme, probabilmente, ad una CGIL concertativa in cerca di “autore”, anche se finora le sue mobilitazioni sono state molto fiacche e puramente di facciata. Ci troveremo di fronte ad una “Rifondazione” dei DS, con gli ex democristiani alla Bindi, che assumerà il centro dello schieramento e dell’opposizione di sinistra nel quale gli orfani del PRC in tutte le salse penseranno di trovare la loro consolazione e non solo.
Ma se sul piano sovrastrutturale le ipotesi e gli scenari possono essere molteplici il convitato di pietra di questa situazione è la crisi economica che per l’Italia significa direttamente crisi sociale, ed i dati sulla disoccupazione per quanto manipolati stanno li a testimoniarlo. Le prospettive per noi non sono rosee e dunque chi si sta misurando a fare il prestigiatore politico dovrà fare i conti con i fatti che, come si sa, hanno la testa dura. Per i comunisti, per il movimento di classe ed antagonista in generale si apre una nuova sfida politica che va assunta in pieno e, nella piena coscienza del proprio peso relativo, che deve essere utilizzata per allagare un fronte di lotta e quella sedimentazione delle forze, complessivamente intese, che sono il vero risultato praticabile in una condizione storica dove i rapporti di forza sono del tutto sfavorevoli alle classi subalterne.
Un’ultima nota. Ma chi ha eletto Renzi a segretario del PD? E’ stato quel popolo di sinistra che ha una storia ed anche una certa età media, che sta soprattutto nelle regioni rosse, che è iscritto in gran parte alla CGIL, che si sente coerentemente “democratico”; allora perché ha votato Renzi alle primarie se il premier ha rappresentato valori sostanzialmente diversi da quelli propri di quel popolo a cominciare dalla “rottamazione” che presuppone uno scontro tra giovani e vecchi? Probabilmente perché voleva “vincere” comunque ed a prescindere dai contenuti, perché era confusamente antiberlusconiano, perché pensa che le classi non esistono più ed esiste solo la società politica. Senza dare giudizi di merito, che pure abbiamo, l’esito di quel modo di pensare del popolo della sinistra (modo coltivato con cura dai D’Alema, Veltroni, Bersani e Renzi in fin dei conti è il loro figlio“evoluto”) dimostra che non esiste più nessuna cultura politica, nessuna identità di una parte importante della società che comunque ha fatto la storia degli ultimi decenni portando alla definitiva liquefazione dell’unico partito di massa che era rimasto in Italia.
Fonte
Non solo, ma alle proteste del “povero” Cofferati hanno risposto picche ed il ministro Pinotti è andata a Genova con la proposta che il governo della regione, dopo le elezioni, venga allargato al centrodestra.
Un comportamento del PD e del suo segretario che ricorda il Craxismo nel quale decisionismo, truffe politiche e malaffare (sembra che ci sia anche un’inchiesta dell’antimafia) andavano a braccetto nella gestione del paese ed anche nello scontro con la CGIL dell’epoca; chi si ricorda il referendum sulla scala mobile? Cofferati non sta più nella CGIL ma è sempre quel segretario che ha portato in piazza “tre milioni” di lavoratori e che ha stoppato l’azione di Berlusconi sull’articolo 18, quello stesso che oggi Renzi ha di fatto eliminato.
C’è però di più e sta emergendo in queste ore: si sta facendo a meno di un pezzo del PD e di un prezzo di FI costruendo in modo più o meno palese una nuova maggioranza che si appresta ad eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica. Riusciranno ad eleggere un personaggio peggiore di Napolitano? Purtroppo sappiamo che al peggio non c’è mai fine e dunque forse riusciranno anche in questa operazione estrema. Ma il dato politico che si impone è che Berlusconi riacquista un ruolo nonostante la condanna ricevuta, sulla base di un accordo segreto che in questi giorni viene gestito in diretta TV con i molteplici incontri tra i due esponenti dei “partiti” che decidono passo passo le cose da fare. Per ora lo stiamo vedendo sulla legge elettorale che passa solo grazie alla nuova maggioranza.
Queste nuove ed informali larghe intese sembrano inarrestabili ma c’è qualcosa che stona; le classi dominanti di questo paese e dell’Unione Europea hanno faticato sette camicie per poter far fuori Berlusconi; la BCE, la magistratura, le stesse fratture interne al PDL dell’epoca ci hanno detto che quel modello politico non era funzionale alle prospettive generali del paese inserite nell’Unione Europea. Rimettere in ballo quel tipo di rappresentanza ed interessi economici non sta bene, forse, all’elettore coerentemente di sinistra ma sta ancora meno bene a quei gruppi di potere che con Berlusconi hanno fatto uno scontro mortale, e che mirava alla sua morte politica. Tra questi il gruppo di “Repubblica” che oggi si ritrova tra i piedi questa situazione paradossalmente a causa dell’agire politico del proprio “pupillo”. Questa cosa già traspariva negli scritti domenicali di Eugenio Scalfari sul giornale ma oggi viene alla luce prepotentemente.
Questo esito probabilmente era divenuto abbastanza inevitabile a causa dello scontro feroce e senza “rispetto” che Renzi aveva iniziato già con l’accoltellamento alle spalle di Letta, con lo sbeffeggiamento della minoranza PD e della stessa CGIL. Spintosi fino a questo punto è chiaro che Renzi o tornava all’ovile in attesa della macellazione oppure proseguiva nello scontro frontale fino alla sostituzione dei voti della propria minoranza. E’ esattamente quello che sta avvenendo. Quella che si apre sarà perciò una fase estremamente instabile contraddicendo quell’aspettativa di stabilità che gli eurocrati si aspettano da tutti i paesi ma soprattutto da quelli più in difficoltà economica.
Da questa situazione gli scenari che potranno determinarsi non sono ancora chiari ma è certo che non si ritornerà al punto di partenza: potranno esserci nuove larghe intese o le elezioni o altro ancora, non abbiamo la sfera di cristallo. Ma è certo che i processi politici si accelereranno ulteriormente e si vedranno nuove/vecchie ipotesi scendere in campo; ad esempio non è più impossibile una rottura del PD che potrebbe ridare protagonismo agli ex dirigenti del partito assieme, probabilmente, ad una CGIL concertativa in cerca di “autore”, anche se finora le sue mobilitazioni sono state molto fiacche e puramente di facciata. Ci troveremo di fronte ad una “Rifondazione” dei DS, con gli ex democristiani alla Bindi, che assumerà il centro dello schieramento e dell’opposizione di sinistra nel quale gli orfani del PRC in tutte le salse penseranno di trovare la loro consolazione e non solo.
Ma se sul piano sovrastrutturale le ipotesi e gli scenari possono essere molteplici il convitato di pietra di questa situazione è la crisi economica che per l’Italia significa direttamente crisi sociale, ed i dati sulla disoccupazione per quanto manipolati stanno li a testimoniarlo. Le prospettive per noi non sono rosee e dunque chi si sta misurando a fare il prestigiatore politico dovrà fare i conti con i fatti che, come si sa, hanno la testa dura. Per i comunisti, per il movimento di classe ed antagonista in generale si apre una nuova sfida politica che va assunta in pieno e, nella piena coscienza del proprio peso relativo, che deve essere utilizzata per allagare un fronte di lotta e quella sedimentazione delle forze, complessivamente intese, che sono il vero risultato praticabile in una condizione storica dove i rapporti di forza sono del tutto sfavorevoli alle classi subalterne.
Un’ultima nota. Ma chi ha eletto Renzi a segretario del PD? E’ stato quel popolo di sinistra che ha una storia ed anche una certa età media, che sta soprattutto nelle regioni rosse, che è iscritto in gran parte alla CGIL, che si sente coerentemente “democratico”; allora perché ha votato Renzi alle primarie se il premier ha rappresentato valori sostanzialmente diversi da quelli propri di quel popolo a cominciare dalla “rottamazione” che presuppone uno scontro tra giovani e vecchi? Probabilmente perché voleva “vincere” comunque ed a prescindere dai contenuti, perché era confusamente antiberlusconiano, perché pensa che le classi non esistono più ed esiste solo la società politica. Senza dare giudizi di merito, che pure abbiamo, l’esito di quel modo di pensare del popolo della sinistra (modo coltivato con cura dai D’Alema, Veltroni, Bersani e Renzi in fin dei conti è il loro figlio“evoluto”) dimostra che non esiste più nessuna cultura politica, nessuna identità di una parte importante della società che comunque ha fatto la storia degli ultimi decenni portando alla definitiva liquefazione dell’unico partito di massa che era rimasto in Italia.
Fonte
21/01/2015
Liguria. Lotta di potere tra i due PD
Le polemiche successive alle primarie in Liguria non accennano a smorzarsi. Le dimissioni di Cofferati dal Partito Democratico mandano in fibrillazione la politica non solo ligure. Mentre pezzi di “sinistra” cercano di convincere Cofferati a ricostruire il centrosinistra che fu, in consiglio comunale gli stessi, con alcune eccezioni, fanno carta straccia del programma con cui erano stati eletti e si apprestano a gettare via milioni di euro per la gronda autostradale.
Ogni progetto di cambiamento sociale che rimane all'interno dei rapporti con il partito regime PD si scontra inevitabilmente con un grumo d'interessi consolidato che rimane egemone. I risultati delle primarie ci consentono quindi di esplicitare meglio la natura di classe di questi interessi che sono in contrasto anche all'interno dello stesso PD. L'annullamento del voto in 13 seggi è solo la punta di un iceberg. In realtà l'analisi (a posteriori...) di Cofferati coglie nel segno: le primarie regionali sono state una lotta interna ai poteri liguri in cui hanno avuto un ruolo imprenditori, mafiosi e pezzi di quell'associazionismo che una volta rappresentava l'asse portante della sinistra (ARCI, Cooperative, pezzi di sindacato, etc...).
Lo schieramento compatto di pezzi del centrodestra ligure a sostegno di Raffaella Paita è la dimostrazione concreta dell'esistenza di quell'asse Burlando-Scajola che da anni regge le fila della politica ligure. Questo è un mondo fatto di palazzinari, banchieri corrotti, false cooperative e mafia. Questo sistema di potere è molto forte soprattutto nel ponente di Savona e nella provincia di Imperia ma trova riscontro anche nei centri cittadini più importanti. Gli apparentamenti di questi settori sociali con la candidatura Paita sono stati siglati alla luce del sole. Gli stessi risultati delle primarie lo confermano con evidenza: in provincia di La Spezia il numero dei votanti è di pochissimo inferiore rispetto al numero dei votanti in provincia di Genova nonostante la disparità elevatissima di residenti.
Di contro, Cofferati ha avuto dalla sua parte l'associazionismo di sinistra che da anni resiste grazie a concessioni e appalti concessi dalla parte di sinistra del potere. Questi gruppi gestiscono spazi, concessioni in cui portano avanti politiche progressiste e culturali. La loro autonomia si ferma però di fronte alla politica che li mantiene: la sconfitta di Cofferati getta nel panico questo mondo che vede nella Paita un nemico esattamente negli stessi termini della Cgil nei confronti di Renzi. Il rischio è l'avvio di una politica in cui gli enti intermedi della sinistra storica verranno totalmente stritolati dalla vittoria della concorrenza di destra.
Dobbiamo dire con chiarezza che le due prospettive sono diverse. Un conto è il mantenimento di un carattere progressista, solidale e antifascista, un altro è il trionfo dei poteri mafiosi, imprenditoriali e parafascisti. Sono due prospettive per un certo verso antitetiche che però nel corso degli ultimi venti anni hanno convissuto all'interno del potere regionale trovando nelle due anime del PD una coesione. Questa coesione ora è saltata mettendo a nudo l'insopportabilità di questa gestione. La Liguria è infatti una regione in cui i tassi di disoccupazione e di sfruttamento dei lavoratori sono enormi, in cui la cementificazione e le grandi opere sottraggono risorse alla sanità, ai servizi pubblici e alle politiche sulle casa. E' una regione che ha subito un processo di deindustrializzazione che ha fatto perdere posti di lavoro solo in parte recuperati con una economia dei servizi in cui vige lo strapotere dei contratti precari.
Il compromesso di potere che coinvolgeva anche un pezzo di sinistra è definitivamente saltato non tanto per l'insopportabilità di figure come la Paita o come Burlando ma per la reale impossibilità di continuare a gestire esternalizzazioni, privatizzazioni senza creare malcontento tra gli strati popolari. Per anni la sinistra è stata coinvolta per tramite della parte amica del PD in una politica in cui si privatizzava ma il potere veniva appaltato a cooperative o a strutture che garantivano comunque un rispetto almeno formale di alcuni criteri solidaristici. In questo modo il blocco sociale della sinistra poteva mantenere una rete solidale accettando però di fatto che la gestione rimanesse nelle mani di un partito che via via assumeva sempre di più i connotati di regime.
Nei quartieri operai sfasciati dalla crisi, dal caro affitti, dalla disoccupazione l'idea di mantenere una rete di sostegno e di cultura solidale e antifascista non regge più. Il rischio di ritrovarsi in una situazione in cui ciò che si autodefinisce sinistra è il potere che rappresenta solo se stesso e si disinteressa dei concreti bisogni si è avverato. La risposta è quella del trionfo dell'antipolitica, dello sviluppo della destra estrema (Lega Nord soprattutto). In questi giorni la sinistra che in un precedente intervento definivamo in preda al panico sta cercando una via di uscita. Notiamo però che questa via non si discosta dalla riproposizione di una vecchia ricetta in cui la “sinistra” PD cerca di recuperare terreno. E' l'eterno ritorno del sempre uguale. Cofferati, civatiani, SEL, ciò che resta del PRC più una parte di associazionismo che ben lungi dal prendere atto del fallimento strategico di questi anni tentano una improbabile riscossa che non porterà in dote niente per i lavoratori e le fasce meno abbienti.
Dall'altra parte c'è chi (con maggiore coerenza, ad esempio l'Altra Liguria) vorrebbe rompere definitivamente col sistema di potere PD ma non ne ha la forza perché costituito su un'idea prettamente elettoralistica senza un blocco sociale di riferimento. Noi siamo convinti che da questa palude (frutto di decenni di compromessi e abbandono dei luoghi di lavoro) non si esce con formule improvvisate. Tutti i soggetti che affrontano con coerenza la battaglia contro il sistema di potere PD sono ancora però immersi in una cultura politica in cui l'unico ambito di intervento sono le elezioni. L'astensionismo diffuso colpisce soprattutto nelle fasce più deboli e nei lavoratori privi di rappresentanza. Occorre ricostruire un rapporto con questi ceti sociali che rappresentano l'unico blocco sociale possibile per una sinistra degna di questo nome. E' un lavoro lungo che prevede di lasciare perdere per un po' le elezioni e di concentrare le proprie esigue forze in progetti di più ampio respiro.
Fonte
Ogni progetto di cambiamento sociale che rimane all'interno dei rapporti con il partito regime PD si scontra inevitabilmente con un grumo d'interessi consolidato che rimane egemone. I risultati delle primarie ci consentono quindi di esplicitare meglio la natura di classe di questi interessi che sono in contrasto anche all'interno dello stesso PD. L'annullamento del voto in 13 seggi è solo la punta di un iceberg. In realtà l'analisi (a posteriori...) di Cofferati coglie nel segno: le primarie regionali sono state una lotta interna ai poteri liguri in cui hanno avuto un ruolo imprenditori, mafiosi e pezzi di quell'associazionismo che una volta rappresentava l'asse portante della sinistra (ARCI, Cooperative, pezzi di sindacato, etc...).
Lo schieramento compatto di pezzi del centrodestra ligure a sostegno di Raffaella Paita è la dimostrazione concreta dell'esistenza di quell'asse Burlando-Scajola che da anni regge le fila della politica ligure. Questo è un mondo fatto di palazzinari, banchieri corrotti, false cooperative e mafia. Questo sistema di potere è molto forte soprattutto nel ponente di Savona e nella provincia di Imperia ma trova riscontro anche nei centri cittadini più importanti. Gli apparentamenti di questi settori sociali con la candidatura Paita sono stati siglati alla luce del sole. Gli stessi risultati delle primarie lo confermano con evidenza: in provincia di La Spezia il numero dei votanti è di pochissimo inferiore rispetto al numero dei votanti in provincia di Genova nonostante la disparità elevatissima di residenti.
Di contro, Cofferati ha avuto dalla sua parte l'associazionismo di sinistra che da anni resiste grazie a concessioni e appalti concessi dalla parte di sinistra del potere. Questi gruppi gestiscono spazi, concessioni in cui portano avanti politiche progressiste e culturali. La loro autonomia si ferma però di fronte alla politica che li mantiene: la sconfitta di Cofferati getta nel panico questo mondo che vede nella Paita un nemico esattamente negli stessi termini della Cgil nei confronti di Renzi. Il rischio è l'avvio di una politica in cui gli enti intermedi della sinistra storica verranno totalmente stritolati dalla vittoria della concorrenza di destra.
Dobbiamo dire con chiarezza che le due prospettive sono diverse. Un conto è il mantenimento di un carattere progressista, solidale e antifascista, un altro è il trionfo dei poteri mafiosi, imprenditoriali e parafascisti. Sono due prospettive per un certo verso antitetiche che però nel corso degli ultimi venti anni hanno convissuto all'interno del potere regionale trovando nelle due anime del PD una coesione. Questa coesione ora è saltata mettendo a nudo l'insopportabilità di questa gestione. La Liguria è infatti una regione in cui i tassi di disoccupazione e di sfruttamento dei lavoratori sono enormi, in cui la cementificazione e le grandi opere sottraggono risorse alla sanità, ai servizi pubblici e alle politiche sulle casa. E' una regione che ha subito un processo di deindustrializzazione che ha fatto perdere posti di lavoro solo in parte recuperati con una economia dei servizi in cui vige lo strapotere dei contratti precari.
Il compromesso di potere che coinvolgeva anche un pezzo di sinistra è definitivamente saltato non tanto per l'insopportabilità di figure come la Paita o come Burlando ma per la reale impossibilità di continuare a gestire esternalizzazioni, privatizzazioni senza creare malcontento tra gli strati popolari. Per anni la sinistra è stata coinvolta per tramite della parte amica del PD in una politica in cui si privatizzava ma il potere veniva appaltato a cooperative o a strutture che garantivano comunque un rispetto almeno formale di alcuni criteri solidaristici. In questo modo il blocco sociale della sinistra poteva mantenere una rete solidale accettando però di fatto che la gestione rimanesse nelle mani di un partito che via via assumeva sempre di più i connotati di regime.
Nei quartieri operai sfasciati dalla crisi, dal caro affitti, dalla disoccupazione l'idea di mantenere una rete di sostegno e di cultura solidale e antifascista non regge più. Il rischio di ritrovarsi in una situazione in cui ciò che si autodefinisce sinistra è il potere che rappresenta solo se stesso e si disinteressa dei concreti bisogni si è avverato. La risposta è quella del trionfo dell'antipolitica, dello sviluppo della destra estrema (Lega Nord soprattutto). In questi giorni la sinistra che in un precedente intervento definivamo in preda al panico sta cercando una via di uscita. Notiamo però che questa via non si discosta dalla riproposizione di una vecchia ricetta in cui la “sinistra” PD cerca di recuperare terreno. E' l'eterno ritorno del sempre uguale. Cofferati, civatiani, SEL, ciò che resta del PRC più una parte di associazionismo che ben lungi dal prendere atto del fallimento strategico di questi anni tentano una improbabile riscossa che non porterà in dote niente per i lavoratori e le fasce meno abbienti.
Dall'altra parte c'è chi (con maggiore coerenza, ad esempio l'Altra Liguria) vorrebbe rompere definitivamente col sistema di potere PD ma non ne ha la forza perché costituito su un'idea prettamente elettoralistica senza un blocco sociale di riferimento. Noi siamo convinti che da questa palude (frutto di decenni di compromessi e abbandono dei luoghi di lavoro) non si esce con formule improvvisate. Tutti i soggetti che affrontano con coerenza la battaglia contro il sistema di potere PD sono ancora però immersi in una cultura politica in cui l'unico ambito di intervento sono le elezioni. L'astensionismo diffuso colpisce soprattutto nelle fasce più deboli e nei lavoratori privi di rappresentanza. Occorre ricostruire un rapporto con questi ceti sociali che rappresentano l'unico blocco sociale possibile per una sinistra degna di questo nome. E' un lavoro lungo che prevede di lasciare perdere per un po' le elezioni e di concentrare le proprie esigue forze in progetti di più ampio respiro.
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19/01/2015
Acque agitate tra gli ex amanti del Pd
La rottura di Cofferati, dopo gli evidenti (e parzialmente ammessi) brogli nelle "primarie" liguri, cade com un boomerang sul Pd renziano e assume i contorni dell'evento salvifico per quanto fa finta di muoversi alla "sinistra" del Pd. Diciamo "fa finta di muoversi" perché preferiamo sempre concentrarci sugli elementi di programma che compattano o dividono le varie formazioni politiche anziché farci abbacinare dai nomi. Guardiamo insomma ai processi in evoluzione, più che le facce dei momentanei protagonisti. Operazione tanto più necessaria in un microuniverso di figure transitorie, com'è la politica di palazzo italiana.
Le ultime esternazioni dei vari Fassina, Civati, Vendola, danno conto di un rimescolamento di carte nella confusa area dei trombati dalla resistibile ascesa renziana. Addirittura viene prospettata una pesante "conseguenza" sulla scelta del prossimo presidente della Repubblica, come se questa dipendesse soltanto dalle infinite combinazioni possibili tra quei mille "grandi elettori" e non - prinicipalmente - dalla necessità che il presidente sia un "garante" dell'affidabilità dell'Italia rispetto alle direttive dell'Unione Europea o più in generale della Troika.
Ma è comunque indubbio che "qualcosa" sta avvenendo, almeno per quanto concerne la possibilità di rappattumare un ceto politico fatto di furbetti storici ora sconfitti in un "nuovo grande contenitore di centrosinistra". E stante la sempre ribadita intenzione di Maurizio Landini di non "scendere in politica" - terreno di sabbie mobili perenni, preferendo di gran lunga restare alla guida della Fiom e di lì puntare alla segreteria della Cgil - la figura del "Cinese" sembra avere il carismo sufficiente a catalizzare una massa critica non del tutto irrilevante, pescando a piene mani in quell'area numerosa di "delusi" dal Pd alleato di Berlusconi, in grandi parti della Cgil, ecc. Parliamo di un'area in grado di superare di gran lunga la soglia minima del 3%, se la legge elettorale chiamata Italicum dovesse restare quella fin qui indicata. Ma totalmente innocua sul piano delle alternative politiche, perché il suo orizzonte - già ora - è al massimo nel rovesciamento dei rapporti di forza numerici ed elettorali rispetto alla componente renziana.
Vedremo gli sviluppi, ma certo il volgare giochetto avvenuto in Liguria ai danni di Cofferati appare un errore clamoroso, sul piano tattico, da parte dei renziani. In fondo non era affatto indispensabile "blindare" la Liguria a favore della brutta copia della Boschi. Cofferati "governatore" avrebbe forse potuto rappresentare una modesta spina nel fianco al momento della legge di stabilità, agendo da capofila degli enti locali impoveriti dai tagli di spesa. Ma non avrebbe rappresentato un pericolo come invece può ora diventare, rappresentando il punto di catalizzazione del pulviscolo "a sinistra del Pd" ma niente affatto alternativo al sistema Pd.
I renziani si sono mossi posseduti dall'ansia di stravincere, come una banda di rapinatori che deve spartire velocemente il bottino prima di sparire nell'ombra da cui sono emersi quasi a loro insaputa. Ora rischiano di non vincere le regionali liguri, a maggio, e si complicano la vita nel percorso parlamentare delle "riforme". Non dubitiamo che reagiranno "alla Renzi", aumentando il grado di conflittualità e di "asfaltamento" dell'opposizione interna. Sanno benissimo, infatti, che la cultura politica, le abitudini, le convinzioni radicate nell'area degli ex-Pci è un groviglio inestricabile di genericità programmatica, disponibilità assoluta all'infinito compromesso (indimenticabile il Cesare Damiano che, di fronte alla iattura del Jobs act, parlava di "successo nella riduzione del danno"), gelosie reciproche insanabili, assenza di qualsivoglia impostazione "alternativa". Lo vedono ogni giorno: ad ogni decisione da prendere, quell'area si sfarina in cinque-sei posizioni diverse.
Ciò nonostante quest'area possiede ancora numeri importanti nella compagine parlamentare. Si può dunque prevedere una massiccia "campagna acquisti" - Orfini, ex ombra di Fassina ora "elevato" a presidente del partito, insegna - mentre dall'altra parte ci sarà tutto un brulicare di convegni e telefonate per concordare uno straccio di tessuto comune.
L'inutilità "strategica" di questo tentativo che ora potrebbe prendere corpo comporta comunque dei danni anche "a sinistra". Vediamo da anni questo brulicare alla ricerca di una nuova identità-collettore-contenitore. E vediamo da anni che il motore fondamentale resta la ricerca di una rappresentanza elettorale al di sopra del quorum. Mentre su programma, obiettivi e radicamento sociale tutto viene ammesso, venduto, svenduto.
Questi tentativi - vogliano dire in sintesi - hanno fin qui avuto l'unico risultato di impedire l'aggregazione di un pensiero e di una prassi sociale-politica totalmente alternativa al "sistema Pd". Persino aree "antagoniste" guardano infatti a questi rimescolamenti con l'interesse motivato dalla possibilità di strappare un consigliere comunale lì, un rapporto privilegiato con un assessore là. Senza nessuna prospettiva "diversa" ("antagonista" sarebbe davvero eccessivo).
L'unico risultato "positivo", insomma, potrebbe essere l'indebolimento forte di Renzi, già in drastico calo di popolarità.
Fonte
Questa mi sembra un'analisi decisamente più coi piedi per terra rispetto a quella di Giannuli.
Le ultime esternazioni dei vari Fassina, Civati, Vendola, danno conto di un rimescolamento di carte nella confusa area dei trombati dalla resistibile ascesa renziana. Addirittura viene prospettata una pesante "conseguenza" sulla scelta del prossimo presidente della Repubblica, come se questa dipendesse soltanto dalle infinite combinazioni possibili tra quei mille "grandi elettori" e non - prinicipalmente - dalla necessità che il presidente sia un "garante" dell'affidabilità dell'Italia rispetto alle direttive dell'Unione Europea o più in generale della Troika.
Ma è comunque indubbio che "qualcosa" sta avvenendo, almeno per quanto concerne la possibilità di rappattumare un ceto politico fatto di furbetti storici ora sconfitti in un "nuovo grande contenitore di centrosinistra". E stante la sempre ribadita intenzione di Maurizio Landini di non "scendere in politica" - terreno di sabbie mobili perenni, preferendo di gran lunga restare alla guida della Fiom e di lì puntare alla segreteria della Cgil - la figura del "Cinese" sembra avere il carismo sufficiente a catalizzare una massa critica non del tutto irrilevante, pescando a piene mani in quell'area numerosa di "delusi" dal Pd alleato di Berlusconi, in grandi parti della Cgil, ecc. Parliamo di un'area in grado di superare di gran lunga la soglia minima del 3%, se la legge elettorale chiamata Italicum dovesse restare quella fin qui indicata. Ma totalmente innocua sul piano delle alternative politiche, perché il suo orizzonte - già ora - è al massimo nel rovesciamento dei rapporti di forza numerici ed elettorali rispetto alla componente renziana.
Vedremo gli sviluppi, ma certo il volgare giochetto avvenuto in Liguria ai danni di Cofferati appare un errore clamoroso, sul piano tattico, da parte dei renziani. In fondo non era affatto indispensabile "blindare" la Liguria a favore della brutta copia della Boschi. Cofferati "governatore" avrebbe forse potuto rappresentare una modesta spina nel fianco al momento della legge di stabilità, agendo da capofila degli enti locali impoveriti dai tagli di spesa. Ma non avrebbe rappresentato un pericolo come invece può ora diventare, rappresentando il punto di catalizzazione del pulviscolo "a sinistra del Pd" ma niente affatto alternativo al sistema Pd.
I renziani si sono mossi posseduti dall'ansia di stravincere, come una banda di rapinatori che deve spartire velocemente il bottino prima di sparire nell'ombra da cui sono emersi quasi a loro insaputa. Ora rischiano di non vincere le regionali liguri, a maggio, e si complicano la vita nel percorso parlamentare delle "riforme". Non dubitiamo che reagiranno "alla Renzi", aumentando il grado di conflittualità e di "asfaltamento" dell'opposizione interna. Sanno benissimo, infatti, che la cultura politica, le abitudini, le convinzioni radicate nell'area degli ex-Pci è un groviglio inestricabile di genericità programmatica, disponibilità assoluta all'infinito compromesso (indimenticabile il Cesare Damiano che, di fronte alla iattura del Jobs act, parlava di "successo nella riduzione del danno"), gelosie reciproche insanabili, assenza di qualsivoglia impostazione "alternativa". Lo vedono ogni giorno: ad ogni decisione da prendere, quell'area si sfarina in cinque-sei posizioni diverse.
Ciò nonostante quest'area possiede ancora numeri importanti nella compagine parlamentare. Si può dunque prevedere una massiccia "campagna acquisti" - Orfini, ex ombra di Fassina ora "elevato" a presidente del partito, insegna - mentre dall'altra parte ci sarà tutto un brulicare di convegni e telefonate per concordare uno straccio di tessuto comune.
L'inutilità "strategica" di questo tentativo che ora potrebbe prendere corpo comporta comunque dei danni anche "a sinistra". Vediamo da anni questo brulicare alla ricerca di una nuova identità-collettore-contenitore. E vediamo da anni che il motore fondamentale resta la ricerca di una rappresentanza elettorale al di sopra del quorum. Mentre su programma, obiettivi e radicamento sociale tutto viene ammesso, venduto, svenduto.
Questi tentativi - vogliano dire in sintesi - hanno fin qui avuto l'unico risultato di impedire l'aggregazione di un pensiero e di una prassi sociale-politica totalmente alternativa al "sistema Pd". Persino aree "antagoniste" guardano infatti a questi rimescolamenti con l'interesse motivato dalla possibilità di strappare un consigliere comunale lì, un rapporto privilegiato con un assessore là. Senza nessuna prospettiva "diversa" ("antagonista" sarebbe davvero eccessivo).
L'unico risultato "positivo", insomma, potrebbe essere l'indebolimento forte di Renzi, già in drastico calo di popolarità.
Fonte
Questa mi sembra un'analisi decisamente più coi piedi per terra rispetto a quella di Giannuli.
18/01/2015
Cofferati e i "limiti" della sinistra
Sergio Cofferati esce dal PD pronunciando, sul piano etico, un duro giudizio nel merito delle primarie liguri ma estendibile a tutto l’andamento di questo partito sul piano morale e politico: del resto da un partito che nasce proclamando una presunta “vocazione maggioritaria” fondata, al suo interno, sull’antico “homini, homini lupus” ben dimostrato nell’occasione dell’ascesa del suo segretario alla Presidenza del Consiglio non c’era (e non c’è) d’aspettarsi molto di meglio.
Il PD rappresenta la quintessenza dello smarrimento totale di un minimo rapporto tra etica e politica collocandosi al centro di un’idea di “governabilità” senza principi, senza indirizzi, buona soltanto ad alimentare la voracità di potere dei suoi famelici gruppi dirigenti. Inoltre questo gruppo dirigente o “giglio magico” che dir si voglia si muove in termini di presenza sociale e politica che molto assomigliano ai metodi di un triste passato regime: presenzialismo esasperato, clientele, utilizzo della funzione pubblica per favorire la macchina di una parte del partito.
La campagna delle primarie in Liguria è stata soprattutto questo se guardiamo, tanto per fare un esempio, all’utilizzo delle cooperative sociali proprio in una funzione di esclusiva raccolta d’indiscriminato e inavvertito consenso. Aver partecipato a questa kermesse rende Sergio Cofferati (e SeL) difficilmente credibili in un’operazione di distacco non tanto e non solo dal PD, ma dalle fonti primarie dell’esercizio di margini di potere.
La questione è sempre la stessa, da molto tempo e riguarda la finalità complessiva dell’agire politico: se noi la individuiamo esclusivamente nell’esercizio del potere, allora non servono le regole e tutto si riduce, alla fine, alla logica dello scambio, del mercimonio politico. L’assenza di un’idea di costruzione di una diversa soggettività che traspare già in queste ore appare essere il giusto corollario di questo stato di cose: come si può costruire un nuovo soggetto quando si pensa esclusivamente alle tornate elettorali in funzione di far parte di maggioranze comunque?
E’ questo il punto, l’ombra che insegue la sinistra italiana dal decisionismo craxiano allo “sblocco del sistema politico” di marca occhettiana: il resto è disceso giù per i rami. Non c’è più nemmeno il coraggio di tentare una seria operazione politica di marca socialdemocratica (eppure programmi di marca keynesiana avrebbero spazio). Si tratterebbe di un’operazione di verità perché potrebbe aprire anche gli altri grandi temi inespressi: quelli dell’opposizione e della “questione comunista”.
Due temi che dovrebbero essere necessariamente affrontati con coraggio e capacità d’analisi e che invece restano negletti e quasi dimenticati. Par di capire che si va verso l’ennesima associazione (ce ne saranno già una dozzina in giro) rifiutando il terreno della soggettività e della rappresentanza politica, a dimostrazione dello smarrimento profondo in cui si trovano le (necessariamente) diverse realtà della sinistra italiana: sia per quello che riguarda l’area che si vuole moderata, sia per quel che concerne l’area che si vorrebbe alternativa.
Fonte
Il PD rappresenta la quintessenza dello smarrimento totale di un minimo rapporto tra etica e politica collocandosi al centro di un’idea di “governabilità” senza principi, senza indirizzi, buona soltanto ad alimentare la voracità di potere dei suoi famelici gruppi dirigenti. Inoltre questo gruppo dirigente o “giglio magico” che dir si voglia si muove in termini di presenza sociale e politica che molto assomigliano ai metodi di un triste passato regime: presenzialismo esasperato, clientele, utilizzo della funzione pubblica per favorire la macchina di una parte del partito.
La campagna delle primarie in Liguria è stata soprattutto questo se guardiamo, tanto per fare un esempio, all’utilizzo delle cooperative sociali proprio in una funzione di esclusiva raccolta d’indiscriminato e inavvertito consenso. Aver partecipato a questa kermesse rende Sergio Cofferati (e SeL) difficilmente credibili in un’operazione di distacco non tanto e non solo dal PD, ma dalle fonti primarie dell’esercizio di margini di potere.
La questione è sempre la stessa, da molto tempo e riguarda la finalità complessiva dell’agire politico: se noi la individuiamo esclusivamente nell’esercizio del potere, allora non servono le regole e tutto si riduce, alla fine, alla logica dello scambio, del mercimonio politico. L’assenza di un’idea di costruzione di una diversa soggettività che traspare già in queste ore appare essere il giusto corollario di questo stato di cose: come si può costruire un nuovo soggetto quando si pensa esclusivamente alle tornate elettorali in funzione di far parte di maggioranze comunque?
E’ questo il punto, l’ombra che insegue la sinistra italiana dal decisionismo craxiano allo “sblocco del sistema politico” di marca occhettiana: il resto è disceso giù per i rami. Non c’è più nemmeno il coraggio di tentare una seria operazione politica di marca socialdemocratica (eppure programmi di marca keynesiana avrebbero spazio). Si tratterebbe di un’operazione di verità perché potrebbe aprire anche gli altri grandi temi inespressi: quelli dell’opposizione e della “questione comunista”.
Due temi che dovrebbero essere necessariamente affrontati con coraggio e capacità d’analisi e che invece restano negletti e quasi dimenticati. Par di capire che si va verso l’ennesima associazione (ce ne saranno già una dozzina in giro) rifiutando il terreno della soggettività e della rappresentanza politica, a dimostrazione dello smarrimento profondo in cui si trovano le (necessariamente) diverse realtà della sinistra italiana: sia per quello che riguarda l’area che si vuole moderata, sia per quel che concerne l’area che si vorrebbe alternativa.
Fonte
Cofferati lascia. Dopo i gattopardi, le jene
A séguito di quanto successo nelle ‘primarie’ liguri in cui si era presentato come candidato al governo regionale, Sergio Cofferati, come è noto, ha deciso di abbandonare il Partito democratico. Il motivo è più che giustificato, poiché, battendo ogni primato di manipolazione truffaldina del voto espresso in queste assurde elezioni all’americana e facendo impallidire anche il ricordo dei brogli che avevano contrassegnato le ‘primarie’ napoletane, in Liguria a favore di Lella Paita, candidata alternativa a Cofferati, la quale si è aggiudicata la vittoria, hanno votato, all’infuori dei morti, i soggetti più improbabili: dai cinesi ai latino-americani (opportunamente remunerati per il servizio reso), dai neofascisti ai leghisti e ai forzaitalioti (cui è stata graziosamente concessa, ma non è la prima volta, la simpatica opportunità di concorrere a determinare gli indirizzi politico-elettorali di un partito formalmente distinto dai rispettivi partiti di appartenenza).
Ora Cofferati, il quale, come lui stesso tiene a ricordare, è stato uno dei quarantacinque fondatori del Partito democratico e solo l’anno scorso è stato eletto al parlamento europeo nelle liste di tale partito, si è accorto, essendo stato sconfitto con metodi, come dire?, ad un tempo mafiosi e “americani”, che la sua appartenenza al partito renziano-burlandiano (siamo in Liguria) è incompatibile con “valori etici di riferimento”, da lui non meglio precisati. Tra l’altro - e l’episodio è utile per misurare lo stile personalistico e il linguaggio postribolare dei politicanti borghesi e piccolo-borghesi che vanno per la maggiore -, risulta da un articolo del “Secolo XIX”, il maggiore quotidiano della Liguria, che, apprendendo i risultati elettorali che confermavano la sua sconfitta, il “Cinese” abbia esclamato: «Se pensano di potermi camminare sui c…i si sbagliano di grosso! Io sono uno dei quarantacinque fondatori di questo partito!», laddove una siffatta estrinsecazione dimostra come nel comportamento politico di certi soggetti non vi sia la benché minima traccia di un senso di responsabilità verso la propria base sociale, ma soltanto ed esclusivamente la preoccupazione di natura personale per il prestigio e il successo del “caro io”. Non so, né mi interessa sapere, quale continuazione avrà la parabola politica e personale di un trasformista ‘segato’ da giochi di potere spregiudicati, di cui, dopo averli praticati forse in proprio, ora è rimasto vittima. Certo, di che pasta fosse l’uomo era emerso chiaramente con la pavida ritirata dalla scena politica e dalla possente mobilitazione contro il secondo governo Berlusconi, al centro della quale Cofferati si era venuto a trovare, accendendo mal riposte speranze in vasti settori della sinistra, dopo la grande manifestazione popolare dei tre milioni di lavoratori al Circo Massimo di Roma, realizzata dalla Cgil il 23 marzo del 2002 in difesa dell’articolo 18.
Sennonché una domanda sorge spontanea: possibile che Sergio Cofferati non si sia mai reso conto della mutazione genetica del Partito democratico e arrivi a scoprirla e a reagirvi solo quando a farne le spese è proprio lui, “uno dei quarantacinque fondatori del partito”? In quale Olimpo o in quale Iperuranio ha soggiornato l’europarlamentare Cofferati durante i tredici anni che sono intercorsi dalla fine del suo mandato di segretario generale della Cgil sino ad oggi? Certo, i limiti umani, politici e morali di questo personaggio sono talmente palesi, che non varrebbe la pena insistervi più di tanto, poiché il problema della degenerazione della politica borghese, che pure nel nostro paese ha conosciuto fasi meno deprimenti di quella attuale, non può essere caricato solo sulle spalle di un perito industriale, di un impiegato della Pirelli di Milano, essendo connesso alla differente dislocazione e verticalizzazione degli effettivi centri decisionali nel quadro della globalizzazione imperialistica (leggi: UE, BCE, FMI) e quindi a meccanismi di selezione del personale politico ormai del tutto sganciati da qualsiasi forma di legittimazione democratica e popolare. Che cosa insegna allora la vicenda di Cofferati? La risposta merita di essere affidata al “Gattopardo” in persona, il quale così si rivolge all’inviato del governo piemontese, Chevalley, nel colloquio che è il centro ideologico e letterario di quello che è forse il più grande romanzo politico del nostro Novecento: «…dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno [gli attuali ‘rottamatori’] saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra».
Fonte
12/01/2015
Liguria. Primarie Pd col broglio, Cofferati denuncia
Le primarie, negli Stati Uniti, sono elezioni serie. Votano soltanto gli elettori che sono iscritti nelle liste elettorali come sostenitori del partito per cui le primarie si fanno. Ovvero: solo gli elettori che si sono dichiarati pubblicamente, registrandosi come tali, repubblicani possono votare per i cadidati repubblicani, e viceversa per i democratici. Recinti separati per opinioni politiche - teoricamente - contrapposte.
Tutto il contrario di quel rodeo per imbecilli che sono le primarie del Pd, qui in Italia. Un happening in cui vota chiunque, anche chi non ha neanche la cittadinanza e quindi non potrà votare alle elezioni vere e proprie; anche chi sostiene il partito opposto. E' un metodo che si è rivelato favoloso per "scalare" il Pd, portando Renzi con i voti berlusconiani alla segreteria del partito e poi a palazzo Chigi.
E' lo stesso metodo, ormai consolidato, con cui in Liguria la renziana Raffaella Paita ha "vinto" primarie per le regionali ampiamente compromesse, prima del rodeo, dall'endorsement a suo favore fatto dai maggiorenti di Forza Italia. Che naturalmente si sono poi anche recati "alle urne", mobilitando le proprie clientele.
Il candidato avversario, Sergio Cofferati, non proprio uno di primo pelo, aveva denunciato questo broglio preventivo prima ancora che si aprissero le "votazioni", domenica mattina. Poi, a voto in corso, aveva segnalato strane partecipazioni (in particolare di gruppi di immigrati di origine e cittadinanza cinese, molti a digiuno dei rudimenti della lingua italiana, al punto di rendere difficile per gli "scrutatori" la registrazione del nome).
Nella serata di ieri il risultato, scontato viste le premesse: Raffaella Paita, 40 anni, ha "vinto"con 28916 voti, Sergio Cofferati ne ha ottenuti 24827 e Massimiliano Tovo (Centro democratico) 687. Questi i voti. Da segnalare che Cofferati ha stravinto a Genova, dove alla fin fine c'è stato almeno un po' di "controllo" sulla regolarità del voto. Mentre la Paita ha fatto il pieno nelle altre province.
"Non riconosco questo risultato. Aspetto il pronunciamento del Comitato di garanzia sulle segnalazioni di irregolarità e poi commenterò". Sergio Cofferati, aspettando i risultati nella sede del Pd, ha rivelato anche che "ci sono state moltissime segnalazioni di irregolarità. Ci sono elementi da procura".
Noi ci limitiamo a far osservare che è in questo groviglio di vipere e con queste pratiche da imbroglioni che si selezionano coloro che poi ci vengono a fare lezioni di "democrazia" mentre amministrano la cosa pubblica per conto e negli interessi della Troika.
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Tutto il contrario di quel rodeo per imbecilli che sono le primarie del Pd, qui in Italia. Un happening in cui vota chiunque, anche chi non ha neanche la cittadinanza e quindi non potrà votare alle elezioni vere e proprie; anche chi sostiene il partito opposto. E' un metodo che si è rivelato favoloso per "scalare" il Pd, portando Renzi con i voti berlusconiani alla segreteria del partito e poi a palazzo Chigi.
E' lo stesso metodo, ormai consolidato, con cui in Liguria la renziana Raffaella Paita ha "vinto" primarie per le regionali ampiamente compromesse, prima del rodeo, dall'endorsement a suo favore fatto dai maggiorenti di Forza Italia. Che naturalmente si sono poi anche recati "alle urne", mobilitando le proprie clientele.
Il candidato avversario, Sergio Cofferati, non proprio uno di primo pelo, aveva denunciato questo broglio preventivo prima ancora che si aprissero le "votazioni", domenica mattina. Poi, a voto in corso, aveva segnalato strane partecipazioni (in particolare di gruppi di immigrati di origine e cittadinanza cinese, molti a digiuno dei rudimenti della lingua italiana, al punto di rendere difficile per gli "scrutatori" la registrazione del nome).
Nella serata di ieri il risultato, scontato viste le premesse: Raffaella Paita, 40 anni, ha "vinto"con 28916 voti, Sergio Cofferati ne ha ottenuti 24827 e Massimiliano Tovo (Centro democratico) 687. Questi i voti. Da segnalare che Cofferati ha stravinto a Genova, dove alla fin fine c'è stato almeno un po' di "controllo" sulla regolarità del voto. Mentre la Paita ha fatto il pieno nelle altre province.
"Non riconosco questo risultato. Aspetto il pronunciamento del Comitato di garanzia sulle segnalazioni di irregolarità e poi commenterò". Sergio Cofferati, aspettando i risultati nella sede del Pd, ha rivelato anche che "ci sono state moltissime segnalazioni di irregolarità. Ci sono elementi da procura".
Noi ci limitiamo a far osservare che è in questo groviglio di vipere e con queste pratiche da imbroglioni che si selezionano coloro che poi ci vengono a fare lezioni di "democrazia" mentre amministrano la cosa pubblica per conto e negli interessi della Troika.
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02/10/2014
Perchè la Cgil con Renzi "non ce la può fare"
In una intervista a Il Manifesto Sergio Cofferati sottolinea la differenza tra la mobilitazione da lui guidata, con successo, nel 2002 contro il tentativo di Berlusconi di colpire l'articolo 18 e quella promossa oggi dalla CGIL. Allora si univano opposizione sociale e opposizione politica, oggi, dice Cofferati, bisogna mobilitare il popolo del centrosinistra contro chi lo rappresenta al governo. È vero, ma così non si sottolinea solo una difficoltà ma una contraddizione. Il collateralismo tra CGIL e PD è un dato di fatto e che esso sia avvenuto soprattutto tra il gruppo dirigente sindacale e l'attuale minoranza di quel partito non cambia la sostanza. Anzi la aggrava perché dà spazio al qualunquismo di potere di Renzi e della sua banda.
Quando l'attuale minoranza del PD era maggioranza e sosteneva il governo Monti, la CGIL ha lasciato passare la più feroce controriforma delle pensioni d'Europa e la prima gravissima modifica dell'articolo 18. È stato infatti il governo dei tecnici, con il consenso di CGIL CISL UIL, ad aprire la via alla sostituzione della reintegra con il risarcimento monetario nel caso di licenziamento ingiustificato. E già abbiamo centinaia di licenziamenti che il giudice ha riconosciuto come ingiusti, che nel passato avrebbero avuto come conseguenza il ritorno del lavoratore colpito nel suo posto di lavoro, e che invece oggi si concludono con un po' di soldi che non compensano certo un futuro di disoccupazione. È chiaro che Renzi vuole andare oltre, abolendo sostanzialmente la reintegra e soprattutto, come ha più volte dichiarato, togliendo ogni ruolo ai giudici. Che per lui come per ogni reazionario non debbono più inserirsi nel rapporto tra impresa lavoratore: lì ci deve essere solo il mercato, non il diritto. Susanna Camusso ha colto la gravità dei propositi del segretario del PD capo di governo, ma cerca di chiudere un portone che ha lasciato spalancare. Se la CGIL avesse lottato sul serio contro Monti e la riforma Fornero delle pensioni, e allora c' erano tra i lavoratori consenso e forza sufficienti, oggi non subirebbe impaurita dagli sberleffi di Renzi, e soprattutto sarebbero i lavoratori a reagire. L'abilità manipolatrice permette invece al presidente del consiglio di esercitare un'operazione in totale malafede, ma non per questo poco efficace. Il capo del governo mette assieme il dilagante scontento in tutto il mondo del lavoro verso la passività di CGIL CISL UIL, che per me è sacrosanto, con la vandea reazionaria di chi sostiene che il sindacato ha rovinato l'Italia. Lo può fare perché la CGIL, soprattutto in questi anni di crisi, si è ritirata dal conflitto per paura di perderlo. Così Renzi accusa di essere fermi agli anni '70 gruppi dirigenti sindacali che per primi hanno messo in discussione le pratiche e la cultura di quel decennio e che per primi in ogni riunione premettono: non siamo più negli anni '70!
Sergio Cofferati probabilmente ricorderà che in un congresso della CGIL di quasi venti anni fa con Claudio Sabattini fu posta la necessità della totale indipendenza della CGIL dal quadro politico. Quella scelta non fu fatta e ora il collateralismo da condizione di sopravvivenza diventa un danno. Renzi può vantarsi: noi con la CGIL non c'entriamo niente anzi, ma Susanna Camusso non può rompere con il PD. Se lo facesse, per i promotori del jobsact sarebbe un colpo ben più duro che quello di uno sciopero generale. Ma ripeto, con l'attuale intreccio tra sistema politico e sistema sindacale, che percorre tutto il paese, Camusso non potrebbe dire basta con il PD neppure se lo volesse.
Ma la questione non é solo di rapporti politici. Ancora una volta la CGIL deve verificare che il patto tra i produttori, cioè quell'accordo tra i rappresentanti delle forze produttive con il quale condizionare la politica che il gruppo dirigente sindacale persegue da anni, quell'accordo non esiste. Dalla Confindustria alle banche alle cooperative, tutto il sistema delle imprese ha mollato la CGIL e si è schierato con Renzi. CISL e UIL naturalmente han fatto lo stesso. Eppure solo il 10 gennaio di quest'anno si era firmato un testo sulla rappresentanza, per me liberticida, che veniva presentato come il nuovo avvio della stagione delle regole.
Anche sul merito dei provvedimenti del governo la CGIL non riesce ad avere una posizione senza contraddizioni. Come si fa ad accreditare la positività del contratto a tutele crescenti, quando è chiaro che con esso passa il principio che si può terminare in ogni istante il rapporto lavorativo, perché in ogni momento si può essere licenziati ingiustamente e mandati casa? Anche la FIOM qui ha preso una cantonata.
Non credo che si possa davvero lottare contro la svolta reazionaria di Renzi, ispirata da Draghi e Marchionne, con il peso di tutte queste contraddizioni sulle spalle. Non credo che si possa ottenere un risultato restando in continuità con un modello sindacale che ha accumulato solo sconfitte. Renzi fa il gradasso e prende in giro la CGIL perché conta di aver sempre di fronte il solito sindacato rassegnato al meno peggio. O i sindacati, la CGIL, cambiano rapidamente e nella direzione esattamente opposta a quella seguita negli ultimi trenta anni, rompendo con il PD e con il sistema di potere che sostiene il governo, oppure sarà un'altra terribile sconfitta. Che ricadrà tutta sulle condizioni di un mondo del lavoro che già sta precipitando verso i livelli più bassi d'Europa.
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