Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Gattopardi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gattopardi. Mostra tutti i post

20/07/2017

Arabia Saudita - Il gattopardo Mohammed e il falso cambiamento

di Michele Giorgio – Il Manifesto

La presunta volontà di innovazione e trasformazione, sociale ed economica, di re Salman dell’Arabia Saudita e, soprattutto, di suo figlio e (neo) principe ereditario Mohammed, è il filo conduttore di un reportage, dal titolo “Il Regno svelato”, apparso a inizio luglio su Repubblica.it. Un lungo racconto che apre finestre interessanti su diversi aspetti di un Paese per vocazione inchiodato al passato e che si traveste di modernità indossando un abito fatto di costruzioni avveniristiche, automobili costose e ostentazione di ricchezza. Racconto che diventa “fiction” quando lascia intendere al lettore che il giovane Mohammed, di fatto già al comando, grazie al suo piano “Vision 2030 ha tutte le carte in regola per  «traghettare» l’Arabia Saudita verso un futuro di progresso. Per fortuna sono proprio i sauditi intervistati, anzi le saudite, a riportare il lettore alla realtà.

Mohammed bin Salman risulterà simpatico a Repubblica.it ma non è il “cambiamento” auspicato. Il rampollo è l’incarnazione del sistema saudita, è la perpetuazione di un Regno creato dal colonialismo occidentale e che si è assegnato un ruolo: imporre la sua supremazia nella regione, combattere lo Sciismo e imporre a tutti i musulmani il Wahhabismo, cugino stretto del salafismo radicale dell’Isis e di al Qaeda, grazie anche all’impiego delle ingenti fortune economiche e finanziarie prodotte dall’esportazione del greggio.

E fino a quando i Saud guideranno il Paese, in stretta alleanza con il clero Wahhabita, l’Arabia Saudita non potrà cambiare all’interno perché solo così può garantire il dominio dell’establishment politico-religioso, con il consenso di una larga parte della sua popolazione come dimostra il sostegno che ha ricevuto l’arresto della ragazza che qualche giorno fa su Snapchat aveva osato mostrarsi in minigonna e non con il tradizionale abaya nero.

Il modello wahhabita, nella visione dei Saud, è quello al quale dovranno adattarsi e piegarsi i musulmani, ovunque. È la forza che dovrà spazzare via l’Islam popolare e variegato, figlio delle culture dei suoi tanti popoli. E’ la spada che dovrà schiacciare il revival sciita incarnato dall’Iran. Il giovane principe Mohammed ha già mostrato di essere in linea con questo modello strategico, militare, economico, religioso e sociale.

Solo una lettura ingenua può vedere in “Vision 2030 un cambiamento reale, anche nella società. Nella migliore delle ipotesi è, come nel Gattopardo, un cambiamento che non cambia nulla. Parla l’ardore con il quale Mohammed bin Salman ha promosso l’intervento militare dell’Arabia Saudita in Yemen, per ribadire la storica egemonia del Paese nel più povero degli Stati della regione e fermare «l’espansionismo iraniano» alleato dei ribelli sciiti Houthi.

Una guerra sporca, sanguinosa, di cui non si parla e si scrive, nel rispetto della regola che vuole che non si riferisca dei crimini commessi dagli alleati dell’Occidente, come l’Arabia Saudita. Due giorni fa l’ennesima mattanza di civili: 20 yemeniti sono stati uccisi in un raid aereo a guida saudita su un campo profughi nella provincia di Taiz.

La notizia data dall’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha trovato ben poco spazio sui media italiani, a differenza della guerra civile in Siria, un altro scenario in cui Riyadh è largamente coinvolta con effetti devastanti, attraverso il finanziamento di gruppi salafiti responsabili di attentati e di governare con brutalità i territori sotto il loro controllo. Lo stesso era avvenuto in Afghanistan con i finanziamenti prima ai mujaheddin anticomunisti e poi ai Taliban.

Ma l’Occidente finge di non vedere. L’attenzione ora è rivolta ai «crimini del regime di Bashar Assad». Fanno gola le decine di miliardi di dollari che l’Arabia Saudita investe ogni anno nell’acquisto di armi occidentali. Ne sa qualcosa Donald Trump che due mesi fa, durante la sua visita a Riyadh, ha firmato accordi per forniture belliche ai sauditi per (almeno) 110 miliardi di dollari.

Viaggio che ha aperto la strada alla decisione di re Salman di nominare principe ereditario il figlio Mohammed, gradito alla Amministrazione Usa. E che ha anche dato il via libera all’offensiva dei Saud contro il Qatar, petromonarchia filo-Usa come quella saudita ma incostante nell’azione anti-Iran che pretende Riyadh.

Non sono tutte vittorie quelle che ha raccolto il giovane falco Mohammed. Anzi, proprio Washington ha frenato i suoi impulsi “eccessivi” che rischiavano di compromettere la stabilità del Golfo a danno degli interessi statunitensi. Le 13 condizioni che i Saud, e i loro alleati, avevano posto a Doha per mettere fine alla crisi, ora sono diventate sei “principi” per un compromesso. Una battuta d’arresto che non fermerà il principe saudita che ha in mente un solo futuro per il suo Paese: egemonia regionale e conservazione sociale.

18/01/2015

Cofferati lascia. Dopo i gattopardi, le jene


A séguito di quanto successo nelle ‘primarie’ liguri in cui si era presentato come candidato al governo regionale, Sergio Cofferati, come è noto, ha deciso di abbandonare il Partito democratico. Il motivo è più che giustificato, poiché, battendo ogni primato di manipolazione truffaldina del voto espresso in queste assurde elezioni all’americana e facendo impallidire anche il ricordo dei brogli che avevano contrassegnato le ‘primarie’ napoletane, in Liguria a favore di Lella Paita, candidata alternativa a Cofferati, la quale si è aggiudicata la vittoria, hanno votato, all’infuori dei morti, i soggetti più improbabili: dai cinesi ai latino-americani (opportunamente remunerati per il servizio reso), dai neofascisti ai leghisti e ai forzaitalioti (cui è stata graziosamente concessa, ma non è la prima volta, la simpatica opportunità di concorrere a determinare gli indirizzi politico-elettorali di un partito formalmente distinto dai rispettivi partiti di appartenenza).

Ora Cofferati, il quale, come lui stesso tiene a ricordare, è stato uno dei quarantacinque fondatori del Partito democratico e solo l’anno scorso è stato eletto al parlamento europeo nelle liste di tale partito, si è accorto, essendo stato sconfitto con metodi, come dire?, ad un tempo mafiosi e “americani”, che la sua appartenenza al partito renziano-burlandiano (siamo in Liguria) è incompatibile con “valori etici di riferimento”, da lui non meglio precisati. Tra l’altro - e l’episodio è utile per misurare lo stile personalistico e il linguaggio postribolare dei politicanti borghesi e piccolo-borghesi che vanno per la maggiore -, risulta da un articolo del “Secolo XIX”, il maggiore quotidiano della Liguria, che, apprendendo i risultati elettorali che confermavano la sua sconfitta, il “Cinese” abbia esclamato: «Se pensano di potermi camminare sui c…i si sbagliano di grosso! Io sono uno dei quarantacinque fondatori di questo partito!», laddove una siffatta estrinsecazione dimostra come nel comportamento politico di certi soggetti non vi sia la benché minima traccia di un senso di responsabilità verso la propria base sociale, ma soltanto ed esclusivamente la preoccupazione di natura personale per il prestigio e il successo del “caro io”. Non so, né mi interessa sapere, quale continuazione avrà la parabola politica e personale di un trasformista ‘segato’ da giochi di potere spregiudicati, di cui, dopo averli praticati forse in proprio, ora è rimasto vittima. Certo, di che pasta fosse l’uomo era emerso chiaramente con la pavida ritirata dalla scena politica e dalla possente mobilitazione contro il secondo governo Berlusconi, al centro della quale Cofferati si era venuto a trovare, accendendo mal riposte speranze in vasti settori della sinistra, dopo la grande manifestazione popolare dei tre milioni di lavoratori al Circo Massimo di Roma, realizzata dalla Cgil il 23 marzo del 2002 in difesa dell’articolo 18.

Sennonché una domanda sorge spontanea: possibile che Sergio Cofferati non si sia mai reso conto della mutazione genetica del Partito democratico e arrivi a scoprirla e a reagirvi solo quando a farne le spese è proprio lui, “uno dei quarantacinque fondatori del partito”? In quale Olimpo o in quale Iperuranio ha soggiornato l’europarlamentare Cofferati durante i tredici anni che sono intercorsi dalla fine del suo mandato di segretario generale della Cgil sino ad oggi? Certo, i limiti umani, politici e morali di questo personaggio sono talmente palesi, che non varrebbe la pena insistervi più di tanto, poiché il problema della degenerazione della politica borghese, che pure nel nostro paese ha conosciuto fasi meno deprimenti di quella attuale, non può essere caricato solo sulle spalle di un perito industriale, di un impiegato della Pirelli di Milano, essendo connesso alla differente dislocazione e verticalizzazione degli effettivi centri decisionali nel quadro della globalizzazione imperialistica (leggi: UE, BCE, FMI) e quindi a meccanismi di selezione del personale politico ormai del tutto sganciati da qualsiasi forma di legittimazione democratica e popolare. Che cosa insegna allora la vicenda di Cofferati? La risposta merita di essere affidata al “Gattopardo” in persona, il quale così si rivolge all’inviato del governo piemontese, Chevalley, nel colloquio che è il centro ideologico e letterario di quello che è forse il più grande romanzo politico del nostro Novecento: «…dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno [gli attuali ‘rottamatori’] saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra».

Fonte