di Alessandro Volpi
Il governo iraniano sembra intenzionato ad aprire lo Stretto di Hormuz solo a Paesi che accettino di pagare in yuan, una decisione che aggraverebbe ulteriormente la condizione del dollaro, privato del sostegno dei “petrodollari”. Donald Trump ha deciso, più o meno contemporaneamente, di bombardare l’isola di Kharg per sventare ogni rischio di aperture unilaterali di Hormuz.
È evidente che la partita iraniana è sempre più una questione tra Stati Uniti e Cina, prima di tutto in termini di tenuta della dollarizzazione e di collocamento del gigantesco debito Usa. In questo senso si può leggere anche il tentativo dello stesso Trump di spingere la Russia in rotta di collisione con la Cina, creando le condizioni di una maggiore dipendenza cinese dal gas e dal petrolio russo. Vale la pena ricordare che la Russia è sempre più fondamentale per gli Stati Uniti rispetto agli approvvigionamenti dell’uranio: nonostante la normativa introdotta da Joe Biden nel maggio del 2024 di limitazione degli acquisti di uranio da Mosca, dal 2024 e all’inizio del 2026, questa ha continuato a fornire circa il 20% dell’uranio arricchito utilizzato dai reattori commerciali statunitensi.
Non sembra sia sufficientemente chiaro nelle narrazioni ricorrenti che questa guerra è la prima in cui gli Stati Uniti, in grande crisi – il Prodotto interno lordo (Pil) annualizzato del 2026 è allo 0,7% – devono fare i conti con due altri attori internazionali, Cina e Russia appunto, che hanno un peso decisamente rilevante, molto di più di quanto ne abbiano avuto dal crollo dell’Unione Sovietica. Peraltro ogni giorno l’operazione “Epic Fury” costa in media agli Stati Uniti circa 1,88 miliardi di dollari. Nei primi giorni del conflitto, i costi hanno toccato picchi di oltre 2,2 miliardi di dollari in 24 ore, principalmente a causa dell’uso massiccio di munizioni di precisione e della perdita di mezzi costosi (come droni MQ-9 e caccia F-15). Al tempo stesso, il Tesoro statunitense deve pagare ogni giorno circa 8 miliardi di dollari per finanziare il gigantesco debito federale. Solo per pagare gli interessi sul debito esistente Washington spende circa 2,8 miliardi di dollari ogni 24 ore.
Ciò significa, in termini puramente finanziari, che la guerra pesa per circa un quarto di tutto il deficit federale che gli Stati Uniti accumulano quotidianamente in questo periodo.
Una condizione che non può durare molto. Per questo Trump cerca affannosamente una via d’uscita e soprattutto spera che l’aumento del prezzo del petrolio e del gas favorisca le esportazioni statunitensi, rafforzando anche il dollaro, per rendere almeno in parte sostenibile il costo della guerra. In estrema sintesi, la durata e la natura della guerra dipendono da due variabili: l’insostenibilità del debito Usa e l’aumento del prezzo del petrolio.
Trump ha dei vincoli strettissimi che, nel caso del debito, ha già superato. Non a caso il comandante in capo, dopo aver dichiarato che l’aumento del prezzo del petrolio renderà gli Stati Uniti più ricchi, si è affrettato ad approvare una deroga d’emergenza sul divieto di acquisto di petrolio dalla Russia per evitare che i prezzi alla pompa di benzina, aumentati di 60 centesimi in un mese soltanto, crescano troppo. Nella stessa logica sembra intenzionato a rimuovere la vecchia normativa, risalente al 1920, per cui il petrolio americano può essere trasportato solo da navi americane, aprendo di nuovo all’utilizzo delle più economiche navi di altri Paesi, Russia compresa. Allo stesso tempo, ha deciso che la deroga all’embargo russo valga anche per l’India e per altri Paesi alle prese altrimenti con un crollo degli approvvigionamenti e dunque in grado di scatenare una recessione globale. È evidente alla luce di ciò che, con il blocco di Hormuz e le sue conseguenze, le esportazioni Usa certo non bastano a evitare il disastro economico.
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