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31/03/2026

“I mercati” vogliono lo stop della guerra all'Iran, Trump in affanno

Il fronte principale della guerra si è spostato decisamente sull’economia mondiale. Non perché le vicende militari sia cessate, continuano ogni giorni e ogni giorno c’è gente che muore. Ma la “vittoria” si gioca nell’economia, visto che è ormai assodato che una vera “operazione di terra”, per gli Stati Uniti, è matematicamente impossibile.

Calcoli semplici, anche se approssimati, dicono che facendo un paragone con l’Iraq (dove vennero impiegati 225.000 soldati Usa più circa 80.000 degli “alleati” occidentali), e tenendo conto della diversa estensione del paese nonché della popolazione e quindi anche delle forze armate, occorrerebbero all’incirca un milione di soldati.

Di fatto, l’intero esercito degli Stati Uniti (1,3 milioni di effettivi, senza guardare ad età, specializzazioni e idoneità al combattimento).

È possibile ovviamente immaginare di accompagnare la guerra aerea con “operazioni militari speciali” su obbiettivi significativi come le isole iraniane nel Golfo oppure gli stock di uranio parzialmente arricchito (qualche centinaio di chili).

Ma le isole, proprio perché molto piccole, sono sì facili da conquistare, ma difficili da “tenere”. Sarebbero infatti un bersaglio sufficientemente grande per droni e missili di Teheran, ma in cui le truppe Usa non troverebbero molti luoghi per stare al riparo. Per non parlare della problematicità dei rifornimenti di munizioni e viveri.

Da questo punto di vista il paragone andrebbe fatto con la “trappola afgana”, quando lo stesso tipo di “guerra mista” – bombardamenti più operazioni mirate speciali – è andato avanti per 20 anni senza risultati e con una fuga ingloriosa in stile Saigon.

La cattura e il sequestro dell’uranio sarebbe uno “scalpo” da agitare per proclamare di aver vinto, ma non è affatto sicuro che stia tutto in un solo deposito, e di certo richiede di essere trattato da un personale tecnico specializzato ben diverso dai Navy Seals (spara, ammazza e vattene).

Il controllo anche parziale delle coste di Hormuz – montagne a picco sul mare – richiederebbe uno sforzo militare notevole e assolutamente incerto quanto a risultati e soprattutto tempi. Durante tutta la durata degli eventuali combattimenti in loco non passerebbero neanche le petroliere dei paesi neutrali, che attualmente hanno via libera.

Ed è manifesto che Trump e la sua amministrazione hanno bisogno di concludere la guerra al più presto, proprio perché l’economia mondiale sta facendo calcoli terrorizzanti sulle conseguenze del prezzo del petrolio e del gas, con il Brent stamattina a 113-115 dollari al barile (era a 59 il giorno prima dell’attacco israelo-americano).

Tant’è vero che diverse fonti giornalistiche “autorevoli” – ossia statunitensi dei grandi media – riportano che Trump avrebbe deciso che la guerra dovrà finire anche se lo Stretto rimarrà “parzialmente chiuso”. Ossia vietato alle navi dei paesi complici dei due attaccanti.

Si comprende facilmente, perciò quale esigenza ci sia dietro la pubblicazione, sul suo social, del video sulla distruzione di un deposito di munizioni ad Isfahan. Spettacolare, certo, come ogni esplosione (chi non ricorda il finale di Zabriskie Point?), ma una cosa in fondo “normale” in guerra, quasi banale. Dev’essere grande il bisogno di “fare punto”, se ci si accontenta di così poco...

È durata invece meno di cinque minuti la minaccia di “distruggere gli impianti petroliferi dell’isola di Kharg”, il terminale attraverso cui viene imbarcato il 90% del greggio iraniano, che aveva fatto salire in un attimo il prezzo del barile oltre i 120 dollari. Devono aver ricordato aTrump che l’Iran, in quel caso, avrebbe fatto lo stesso con tutti gli impianti petroliferi del Golfo, gettando l’economia globale in una crisi senza vie d’uscita.

Siccome non si può produrre nulla senza energia, e buona parte dell’industria occidentale si regge ancora sul binomio petrolio-gas (anzi: sta rinunciando addirittura ad ogni idea di transizione energetica per non imporre alle imprese costi di riconversione), scatterebbe in quel caso una corsa all’accaparramento che farebbe volare il prezzo ed anche molte flotte aeree verso i paesi produttori in altre zone del mondo per prenderne il controllo.

Tra le ragioni che spingono alla ricerca di una rapida conclusione degli attacchi c’è poi, non ultimo, il problema delle munizioni missilistiche in magazzino per Usa-Israele. Si sapeva che i sistemi intercettori come Patriot e Thaad erano ormai al limite dell’esaurimento, tanto che sia il territorio israeliano che le base americane nel Golfo sono ormai esposte quasi ad ogni attacco di Teheran, ma ora cominciano a mancare anche i missili di attacco lanciati dai cacciabombardieri.

Nel primo mese di guerra sono stati usati, infatti, 850 missili Tomahawk, dal costo di 3,6 milioni l’uno. Il problema serio è che se ne producono solo un centinaio l’anno, e in Medio Oriente le scorte sono prossime alla fine. Non rimpiazzabili (non è che si possono usare missili di altro tipo al loro posto).

L’insieme rende bene l’immagine di un attacco condotto senza una strategia logica, per quanto criminale. Lo stesso vicepresidente J.D. Vance, messo alle strette sugli obbiettivi concreti di questa guerra, non è riuscito ad andare al di là di un “indebolire l’Iran il più possibile, in modo da non dover ripetere questa operazione troppo presto”. Per l’Iran, insomma, ogni giorno di resistenza attiva in più è di fatto una vittoria che allontana gli artigli yankee dalla regione.

Come finiva quella metafora sui “reazionari che alzano le pietre al cielo...”?

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