La cronaca di guerra comincia cadere nella ripetizione quotidiana, con ondate di raid aerei israeliani e statunitensi sull’Iran e analoghe ondate di droni e missili contro basi militari Usa nei paesi del Golfo e naturalmente su Israele. Il conto ufficiale di queste ultime ha superato le 50, e per la prima volta, ieri, l’Iran comunica di aver usato il modello Sejjil, a lunga gittata (2.000 km) e a combustibile solido...
Washington e Tel Aviv dicono di star attaccando i “centri di comando” dei pasdaran e dell’esercito regolare di Tehran, a partire dai lanciamissili mobili, ma contemporaneamente – e da giorni – ripetono di aver praticamente demolito tutto. Le due cose non stanno insieme, naturalmente.
Quanto ai danni reali – quelli civili si vedono benissimo – qualche dubbio viene. È risaputo che buona parte delle installazioni missilistiche e di droni sono disseminate in nascondigli sotterranei sparsi in un territorio montagnoso immenso, difficile persino da mappare.
D’altro canto sarebbe sorprendente se caserme e centri di comando vari fossero ancora “popolati” da soldati in attesa della bomba che li farà fuori. Tant’è vero che lo stesso comando israeliano ha reso noto di aver preso di mira alcuni posti di blocco dei basiji pur di avere la certezza di mirare a qualcosa di visibile...
Stando così le cose sul campo, l’attenzione si sposta sul piano politico. Le difficoltà nel raggiungere risultati sta spingendo l’amministrazione Usa a cercare – “implorare”, ironizzano i vertici iraniani – una qualche “coalizione di volenterosi” disposti a mandare navi da guerra nel Golfo per garantire il passaggio delle petroliere.
Il piano – o la minaccia – sarebbe quello di occupare fisicamente l’isola di Kharg (il terminale del greggio persiano) e pattugliare lo Stretto di Hormuz (oltre 500 km più ad est) per far passare le petroliere. Mettendo così nel mirino dei droni sia le flotte militari che i tanker commerciali.
L’invito era stato diramato a tutti i paesi che in varia misura hanno bisogno del greggio estratto nel Golfo, Cina compresa. E proprio questo dà la dimensione della gravità del problema nella conduzione della guerra da parte Usa.
Pechino ha risposto diplomaticamente a pernacchie, invitando a sua volta a cessare le ostilità e offrendosi come mediatore, visti gli ottimi rapporti costruiti con tutti i paesi del Golfo, alcuni dei quali sono entrati recentemente a far parte dei Brics+, proprio come l’Iran. Per somma ironia, un funzionario iraniano ha detto alla CNN che il suo Paese potrebbe anche consentire il passaggio sicuro delle petroliere, ma solo se il carico di petrolio venisse scambiato in yuan cinesi e non in dollari statunitensi.
Così, alla fine, l’invito è rimasto come un cerino acceso nelle mani dei soliti “alleati” europei della Nato, a cominciare da Francia e Gran Bretagna.
Occupare Kharg significa “mettere gli scarponi sul terreno”, inviando qualche migliaio di soldati che riuscirebbero abbastanza facilmente nell’intento (l’isola è grande appena 20 km quadrati), ma poi per la stessa ragione resterebbero facile bersaglio delle migliaia di droni lanciati dalla terraferma. E contare le bare avvolte nella bandiera è il peggiore incubo di qualsiasi presidenza, Usa e non solo...
D’altro canto con lo Stretto chiuso il prezzo del petrolio è destinato a crescere con il passare dei giorni. Le uniche petroliere che passano senza problemi sono quelle destinate a Cina, India e altri paesi amici o neutrali. Mentre di fatto non passa una goccia destinata ai mercati occidentali.
Così l’“invito” è diventato un “ordine”. Trump ha detto ai giornalisti a bordo dell’Air Force One che “pretende” che i Paesi della NATO e altre nazioni importatrici di petrolio aiutino gli Stati Uniti a mettere in sicurezza Hormuz. “La maggior parte di questo petrolio non è nostro, va ad altri Paesi. Quindi se lo vogliono e vogliono che il prezzo scenda, devono aiutare”, ha spiegato un funzionario Usa.
Domenica – riporta Axios – Trump ha parlato dell’iniziativa con il primo ministro britannico Keir Starmer, ribaltando completamente l’atteggiamento di soli tre giorni prima, quando aveva detto che era “troppo tardi” perché il Regno Unito potesse “dare una mano”. Oggi Starmer ha restituito la scortesia: “Il Regno Unito non si lascerà trascinare in una guerra più ampia. La priorità del Regno Unito rimane la protezione dei propri cittadini nella regione, adottando al contempo le misure necessarie per difendere se stesso e i propri alleati”.
Va da sé che aderire alla “coalizione” significa entrare in guerra con l’Iran ed esporre tutti i propri interessi nel Golfo a possibili attacchi, a qual punto pienamente legittimi anche dal punto di vista del defunto diritto internazionale.
Comprensibili, quindi, le molte esitazioni di leader impopolari anche nel loro paese (Starmer e Macron sono agli sgoccioli, Merz ha subito detto “no, grazie” per non arrivare allo stesso punto). Al che Trump ha cambiato tono minacciando che “Se non ci sarà risposta o se sarà negativa, penso che sarà molto negativo per il futuro della NATO”, ha detto al Financial Times.
“La guerra in Iran non ha nulla a che vedere con la NATO”, ha dichiarato un portavoce del governo tedesco. “Finché questa guerra continuerà, non ci sarà alcuna partecipazione, nemmeno in alcun tentativo di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz con mezzi militari”. Anche la Grecia, più modestamente, ha detto la stessa cosa tramite il portavoce del governo, Pavlos Marinakis.
Rivelatrice delle difficoltà è una dichiarazione ufficiale di un alto funzionario della Casa Bianca: “Il presidente non resterà ad aspettare lasciando che siano gli iraniani a dettare il ritmo del conflitto”.
Succede a chi conta eccessivamente sulla propria forza militare, ha una visione “coloniale” e suprematista del mondo, e quindi sottovaluta costantemente la complessità gigantesca delle azioni e reazioni che si mettono in moto quando si cerca di “cambiare radicalmente il gioco”.
Difficoltà – e cecità – che si ripercuote anche nell’assetto politico interno agli Stati Uniti.
Il presidente della Commissione federale per le comunicazioni, Brendan Carr, ha minacciato di revocare le licenze delle emittenti statunitensi a causa del mondo in cui parlano della guerra contro l’Iran. Il giorno prima il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva preso di mira la CNN e auspicato l’arrivo di un proprietario più favorevole.
Lo stesso Trump ha scritto domenica sera su Truth di essere “entusiasta” che Carr stia “riesaminando le licenze” di alcune “organizzazioni di ‘notizie’ altamente antipatriottiche”.
La libertà di stampa negli Usa era già stata sostanzialmente messa in discussione da alcune operazioni finanziarie (Jeff Bezos, padrone di Amazon, ha per esempio acquistato lo storico Washington Post e ne ha rovesciato subito l’orientamento politico-culturale). Ma ora l’attacco punta direttamente a chiudere le testate che non sposano al 100% la “linea Trump”.
Fine degli alibi per i servi imbecilli di casa nostra, che ci raccontano da 80 anni ogni guerra d’aggressione Usa come una “difesa della democrazia”.
In aggiornamento
55° ondata di missili su basi di Usa e Israele
Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno annunciato l’avvio della 55ª ondata dell’operazione “True Promise 4”. Nello specifico, gli obiettivi erano i centri di produzione di armi militari e i centri di rifornimento in volo della Israeli Aerospace Industries (IAI) a Tel Aviv e Ben Gurion.
Inoltre sono stati presi di mira i centri militari statunitensi presso la base aerea di Al Dhafra, la base navale di Al Juffair e la base aerea di Sheikh Isa, utilizzando missili a medio raggio a propellente solido e a guida di precisione modelli Fateh, Zulfiqar e Dezful, oltre a droni intelligenti e kamikaze.
Nella stessa ondata, la Guardia ha anche lanciato missili ipersonici superpesanti a guida di precisione dei tipi “Fattah”, “Emad” e “Qadr”, supportati da droni kamikaze. Parallelamente, la Guardia Nazionale ha annunciato che la sua difesa aerea ha abbattuto un drone Heron nei cieli di Teheran e un altro drone Hermes 900 nella città di Jam, nel sud del Paese.
La svalvolata rispose: “l’UE discuterà su come mantenere aperto lo Stretto di Hormuz”
Gli Stati membri dell’UE discuteranno su cosa si possa fare, dal punto di vista europeo, per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz, ha dichiarato Kaja Kallas, responsabile della politica estera dell’UE.
“È nel nostro interesse mantenere aperto lo Stretto di Hormuz ed è per questo che stiamo discutendo anche di cosa possiamo fare a questo proposito dal punto di vista europeo”, ha affermato, parlando con i giornalisti prima di una riunione della commissione affari esteri dell’UE a Bruxelles. Del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli non più fino parlare...
Iran: “Lo Stretto di Hormuz non è aperto a chi ci vuole colpire”
Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz non sarà aperto a nessun Paese che intenda colpire l’Iran. Il passaggio delle navi attraverso lo stretto avverrà in condizioni speciali a causa di quella che ha definito l’insicurezza creata da Israele e dagli Stati Uniti nella regione, aggiungendo che le forze armate iraniane controllano il passaggio e nessun Paese può utilizzarlo per lanciare attacchi contro l’Iran.
Ha aggiunto che l’Iran, in quanto paese costiero, ha il diritto di adottare le misure necessarie nello Stretto di Hormuz per garantire la sicurezza nazionale e impedire a quelli che ha definito aggressori di utilizzare impropriamente la via navigabile. Baghaei ha affermato che l’Iran è stato storicamente il garante del passaggio sicuro attraverso lo stretto, ma ha incolpato gli Stati Uniti e Israele per aver creato le condizioni attuali.
Idf: “abbiamo avviato operazioni di terra ‘limitate’ nel Libano meridionale”
L‘esercito di occupazione israeliano ha annunciato l’inizio di un’operazione di terra “limitata” contro le posizioni di Hezbollah nel Libano meridionale, con l’obiettivo di “rafforzare le difese avanzate e smantellare le infrastrutture militari”.
Ha affermato che “le forze della 91ª Divisione hanno avviato nei giorni scorsi operazioni di terra mirate a posizioni chiave nel Libano meridionale”.
Sul campo, l’esercito di occupazione sta tentando da giorni di avanzare nel Libano meridionale, mentre i combattenti di Hezbollah continuano a respingere le incursioni israeliane, in particolare nell’asse strategico della città di Khiam, dove i combattenti della resistenza sono impegnati in feroci scontri a distanza ravvicinata con armi leggere, medie e lanciarazzi, imponendo perdite alle forze israeliane.
Questo nuovo tentativo di conquista terrestre giunge dopo i ripetuti fallimenti dell’occupazione nel tentativo di stabilire nuove posizioni al confine, e coincide con l’intensificarsi degli attacchi missilistici e dei droni di Hezbollah contro le concentrazioni di truppe nelle caserme e negli insediamenti settentrionali, alcuni dei quali si estendono fino a Tel Aviv.
Ciò sottopone le forze israeliane a una pressione di logoramento diretta nei villaggi di confine, che si sono trasformati in una “trappola” per i soldati dell’occupazione e i loro veicoli.
Da parte sua, il Channel 14 israeliano ha rivelato che si sta parlando di una serie di siti militari che l’esercito israeliano intende realizzare nel Libano meridionale, non meno di 18.
Media israeliani: Danni nella “Grande Tel Aviv” causati da missili iraniani...
I media israeliani hanno riferito di aver rilevato lanci di missili dall’Iran verso la “Grande Tel Aviv”, in concomitanza con il suono delle sirene ad Ashdod.
Secondo alcune fonti, a Tel Aviv si sarebbero udite violente esplosioni causate dalla caduta di un missile con testata a frammentazione iraniano, mentre un missile sarebbe caduto nella città di Rishon LeZion e un altro nella regione centrale, con esplosioni registrate in più di una località.
Si è inoltre parlato di un missile caduto nelle vicinanze dell’aeroporto Ben Gurion, oltre al monitoraggio di 10 siti in cui sono caduti proiettili a frammentazione, tra cui un’area vicina all’aeroporto, e dei danni a un edificio a Shoham causati dai missili.
Secondo le segnalazioni, si sarebbero registrati feriti tra gli israeliani nella regione centrale e danni materiali.
Il Ministero della Salute israeliano ha confermato che 142 israeliani sono stati ricoverati in ospedale nelle 24 ore successive al bombardamento iraniano.
Un ex ufficiale dell’Idf esorta alla diplomazia per evitare un pantano militare in Libano
Yair Golan, leader dei Democratici di centrosinistra ed ex vice capo dell’esercito israeliano, afferma che non si dovrebbe permettere al governo israeliano di trascinare il Paese “in una guerra senza fine” in Libano, come ha fatto a Gaza.
“Conosco il Libano. Sono stato il comandante del Comando Nord. Ho trascorso la maggior parte della mia carriera professionale lì, come combattente e comandante”, ha dichiarato su X, aggiungendo “E lo dico chiaramente: dobbiamo esaurire ogni opzione diplomatica prima di mandare le divisioni nel pantano libanese”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
16/03/2026
Una coalizione “a là carte” per Hormuz
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