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24/03/2026

Chiudere la guerra all'Iran, sembra facile...

Diciamo che sotto il fumo, nonostante Trump, un po’ di arrosto ci deve essere. Ma proprio The Donald, con la sua esigenza di presentare la fine della guerra all’Iran come una “vittoria”, rischia ad ogni momento di mandare tutto in vacca.

Le trattative tra “il Grande Satana” e la “teocrazia degli Ayatollah” (definizioni insultanti che le parti si scambiano da anni, non sono le nostre) sono cominciate tra luci laser e fumogeni a volontà.

Ma grattando sotto la superficie si capisce che sono gli Stati Uniti a scalpitare per chiudere al più presto una guerra che si è rivelata un errore strategico immenso. Per argomentare concretamente un’affermazione altrimenti un po’ vaga, dobbiamo ricostruire la giornata di ieri.

In un mondo che sembra diventato l’Italietta che conosciamo, può accadere che un presidente teoricamente ultra-potente annunci con un tweet, sulla sua piattaforma di proprietà, una notizia per cui il resto del mondo oggettivamente tifava da tre settimane e mezzo.

Ma siccome, dicevamo, sembra l’Italietta, può accadere anche che sia smentito nel giro di pochi minuti dalla controparte.

La prima nota di Trump era semplice e indeterminata: “ho dato ordine di sospendere tutti gli attacchi militari contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane”, in seguito a due giorni di colloqui definiti “molto positivi e produttivi” con Teheran.

L’agenzia di stampa iraniana Fars, citando una fonte, pochi minuti dopo negava persino che i colloqui avessero mai avuto luogo. E ha fornito un’interpretazione non propagandistica delle ragioni per cui il vertice Usa se n’è uscito così; “Trump ha rinunciato ad attaccare infrastrutture vitali [scadeva ieri sera il suo “ultimatum, ndr] dopo che le minacce militari dell’Iran sono state prese sul serio”, ha detto un alto funzionario della sicurezza.

“La pressione dei mercati finanziari e la minaccia alle obbligazioni negli Stati Uniti e in Occidente sono aumentate, e questo è stato un altro fattore significativo in questa marcia indietro”.

L’andamento delle borse e del prezzo del petrolio rispecchiava peraltro perfettamente questa ipotesi, salendo con la prima nota di Trump e calando con la prima smentita iraniana. Molti siti economici Usa si affrettavano a segnalare l’attivismo frenetico degli amministratori delegati delle società petrolifere ed energetiche, ma anche finanziarie, che avevano occhi solo per il Golfo e lo Stretto di Hormuz.

Ancora una manciata di ore e Trump sparava qualche dettaglio che faceva capire che sotto il fumo c’era anche un po’ di arrosto, confermato indirettamente dagli israeliani che indicavano il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad-Bagher Ghalibaf, come colui che sarebbe stato alla guida dei colloqui con Steve Witkoff e Jared Kushner per un accordo “in 15 punti”.

Nulla di più. Anzi. Solo altra propaganda per presentare la cosa come una “vittoria schiacciante” degli Usa. “È avvenuto un cambio di regime” (da Khamenei a Khamenei...), “stiamo parlando con un alto funzionario, pensiamo sia quello giusto”, è alle viste un “incontro telefonico con l’Iran, vista la difficoltà di trovare un Paese disposto ad ospitarci” (si offriva subito anche il Pakistan, “amico di entrambi”).

E poi ancora il racconto per cui i colloqui erano andati “alla perfezione”, aggiungendo che “se entrambe le parti si atterranno agli accordi presi, questo conflitto avrà fine”.

L’accento batteva subito sul punto da vendere per sbandierare la “vittoria”: loro accettano di “sbarazzarsi del materiale nucleare”, in modo avere un “un accordo che garantisca che non scoppino più guerre e che non vengano acquisite armi nucleari”.

Se teniamo conto del fatto che il defunto Ali Khamenei aveva lanciato addirittura una fatwa contro la costruzione di armi nucleari – e da quelle parti una fatwa non è una chiacchiera come tante... – si poteva già vedere che si trattava di una “vittoria” piuttosto facile, visto che non era mai stata intenzione iraniana di costruirne una.

Col passare delle ore accadeva però che Ghalibaf negava di aver avuto qualsiasi colloqui con Washington, definendolo un tentativo di “di manipolare i mercati finanziari e petroliferi per uscire dal pantano in cui sono caduti Stati Uniti e Israele”.

E il riscontro oggettivo era immediato. Anche il Corsera era costretto a registrare movimenti speculativi anonimi da parte di “investitori” che sapevano cosa Trump avrebbe detto pochi minuti prima che aprisse bocca. Che si possa giocare alla guerra mondiale per ramazzare un po’ di soldi in borsa dà, crediamo, la misura della fogna in cui è infilata questa classe dirigente occidentale... 

Più seriamente, la tv di stato di Tehran ammetteva che “ci sono iniziative da parte di alcuni paesi della regione per ridurre la tensione, e la nostra risposta a tutte queste è chiara: non siamo noi ad aver iniziato questa guerra, e tutte queste richieste dovrebbero essere indirizzate a Washington”.

In pratica Oman e Qatar (il più danneggiato, al momento, dalle ritorsioni iraniane contro gli impianti di petrolio e gas nel Golfo) si erano attivati per avviare una qualche trattativa che li portasse fuori da una guerra che per loro è un disastro. Lo “scudo” statunitense, elemento chiave dell’egemonia Usa sui Paesi arabi, si era di fatto dimostrato più che imperfetto... 

Gli osservatori militari rilevano che anche Israele – a parole ancora “determinatissimo” a distruggere l’Iran – non sarebbe affatto contrario a farla finita, almeno per ora, visto che la pretesa “invulnerabilità” di Tel Aviv era ormai ingestibile e non credibile.

Anche qui è facile constatare come sia improvvisamente cambiata la “narrazione” israeliana: per tre settimane avevano ripetuto che “i missili iraniani erano stati tutti abbattuti dall’Iron Dome” e che i danni venivano provocati solo dai “frammenti”, punendo con l’arresto chiunque – anche giornalisti occidentali – scrivesse o fotografasse la realtà.

Poi, di punto in bianco, hanno virato sulla retorica “vittimista” che mostra i danni ad abitazioni civili (i siti militari restano mitologicamente “invulnerabili”, ovvio), qualche vittima e tanti feriti... 

Solo i media arabi e iraniani, per esempio riportavano dell’attacco con droni contro una base ai confini dell’aeroporto di Ben-Gurion, appartenente all’industria aeronautica israeliana, un complesso che produce una vasta gamma di armi (aerei, carri armati israeliani Kermal, che dovrebbero presto sostituire gli ormai datati e “vulnerabili” Merkawa).

Anche se meno “rigidi” di qualche giorno fa, i vertici israeliani sarebbero comunque rimasti un po’ sorpresi dalla mossa di Trump.

Avi Ashkenazi, corrispondente e analista di affari militari per il quotidiano israeliano Maariv, ha sintetizzato ironicamente la situazione: “È possibile che Trump stesse cercando un modo per scendere dall’alto albero su cui si era arrampicato quando ha lanciato un ultimatum drammatico per aprire lo Stretto di Hormuz entro 48 ore”.

Ed anche lui ritiene che “Trump stia attualmente conducendo una guerra economica sui prezzi del petrolio e che ieri abbia fatto un passo per allentare le tensioni, con l’obiettivo di calmare un po’ i mercati globali”.

Concludendo. La marcia indietro israelo-statunitense è innestata, ma la velocità di marcia dipenderà da molti fattori.

È sicuro che la parola definitiva sarà quella dei “mercati”, che al momento sembrano decisamente più realistici dei guerrafondai a Washington e Tel Aviv. La resistenza e resilienza di Teheran è stata così “testata e prezzata” nei suoi termini sistemici ed è stato deciso che il gioco della guerra non vale la candela dei profitti. Anzi.

I problemi riguardano ora soprattutto i termini della “soluzione politica”. Trump e gli Usa vanno di fretta, Netanyahu molto meno. Teheran ovviamente soffre i bombardamenti, ma è impegnata in una “guerra esistenziale” – ossia per la vita o per la morte – che gli è stata imposta. E non può accettare un semplice “cessate il fuoco” che riporterebbe la situazione a come era prima, quando Israele e Usa decidevano di ammazzare a piacimento scienziati, generali e dirigenti politici senza ricevere mai una risposta altrettanto forte.

Ma accettare di definire una cornice di pace insieme a Teheran senza che ci sia stato un “cambio di regime”, che mantiene il suo modello politico ed economico ferito ma stabile, è per l’imperialismo occidentale una sconfitta molto più grave di quella in Afghanistan. E rischia di mettere in moto un effetto domino che in definitiva riguarda non solo il Medio Oriente, ma tutto il Mondo.

Il convitato di pietra, l’elemento decisivo, resta l’economia mondiale. Si può pure cercare di riscrivere le modalità della “globalizzazione” a forza di dazi politicamente motivati o di avventure militari limitate. Ma se si mette in forse il funzionamento dei mercati energetici – e bloccando la produzione nel Golfo sicuramente si riduce di almeno un quinto le forniture globali – il mondo semplicemente si ferma.

E quando un treno che corre deve inchiodare, il “colpo di frusta” può essere fatale...

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