“Sicurezza” è sempre meno mera parola tra i 427mila vocaboli del dizionario Treccani e sempre più la summa di una filosofia incarnata dall’ultradestra di Giorgia Meloni.
Dici “sicurezza” e nella testa ti si dischiude un mondo di immagini, luoghi, suoni, lemmi che si riassumono in alcune dicotomie classiche: ordine vs. disordine; autorità vs. anarchia; rispetto delle regole vs. lassismo. E protezione. Perché, in fondo, è questo che promette l’ultradestra: affidatevi a noi e vi offriremo più protezione. In un mondo in cui la linea della storia sembra essersi spezzata e in cui il futuro nei Paesi occidentali non fa più rima con progresso, ma provoca più ansia e angoscia che speranza, l’ultradestra sembra attrezzata per rispondere a questo bisogno di protezione che vive in ampie fette della popolazione.
Un bisogno che viene interpretato, indirizzato, spostato dal terreno della materialità, piegato a un progetto politico.
L’ultradestra italiana, insomma, ha una idea-forza: sicurezza. Declinata in una miriade di provvedimenti normativi, tra i quali risaltano i “decreti sicurezza”. Talmente tanti da averne ormai perso il conto.
Questo il metodo: A un fatto di cronaca segue → l’azione del potere mediatico che lo pone in cima all’agenda, fornendo una precisa lettura e invocando risposte rapide → Il potere politico raccoglie e approva una nuova norma repressiva.
Lo schema è sempre lo stesso: per rave, Caivano, la manifestazione di Torino del 31 gennaio, ecc..
Secondo molti, soprattutto di area centrosinistra, tutto ciò sarebbe prova della natura ideologica specifica dell’ultradestra al governo, portatrice di una cultura politica autoritaria.
Si inquadra il conflitto come scontro autoritarismo vs. democrazia. O, anche, fascismo vs. antifascismo.
Sicuri che sia questa la suddivisione del campo? Se così fosse, i decreti sicurezza segnerebbero una rottura con un passato linearmente democratico, una deviazione del corso della Storia. Una posizione che ha un precedente: Croce parlava di “calata degli Hyksos” per indicare come Mussolini e vent’anni di fascismo fossero fenomeno estraneo alla storia liberale italiana: li considerava una parentesi. La soluzione sarebbe, ieri come oggi, chiudere la parentesi e riportare la Storia sui suoi binari.
E se invece la strada intrapresa dall’attuale Governo non fosse né rottura né parentesi, ma adattamento dello Stato moderno alle trasformazioni del capitalismo su scala globale?
Presi dalla polemica quotidiana, rischiamo di perdere di vista una traiettoria che va più indietro dell’ottobre 2022, che attraversa governi di colore diverso e ci parla di una forma statuale che conserva le apparenze, perfino i riti della democrazia rappresentativa, ma ne svuota progressivamente la sostanza, riconfigurando i rapporti di potere. “Democrature”, dicono oggi; in passato Nicos Poulantzas parlava di “Stato autoritario moderno”.
Lo Stato autoritario moderno si costruisce in rapporto ai mutamenti del capitalismo attuale. Assistiamo a una fase di concentrazione e centralizzazione dei capitali, con poche multinazionali e fondi d’investimento che pesano più della maggior parte degli Stati-Nazione e con il dominio del capitale finanziario.
Pochi grandi gruppi economici si spartiscono il Mondo. In un intreccio strettissimo con gli apparati statali. Guardare la foto di Trump con gli amministratori delegati delle Big Tech per avere un’immagine plastica.
In questo contesto, le forme tradizionali di mediazione politica e sociale – parlamenti, sindacati, gli stessi partiti – diventano sempre meno funzionali. Serve velocità e le mediazioni appartengono a un’epoca troppo “lenta”. Tra democrazia e autocrazia più che un’alterità ci sono linee di continuità: la democrazia che viviamo oggi, cioè, sta subendo una riconfigurazione autoritaria.
In Italia questo processo è evidente da almeno tre decenni. Il Parlamento è stato progressivamente esautorato della sua funzione centrale. Il ricorso sistematico ai decreti-legge, l’abuso dei voti di fiducia, la riduzione dei tempi di discussione parlamentare, la marginalizzazione delle opposizioni non sono più eccezioni, ma prassi.
È “particolarità” del solo Governo Meloni? Tutt’altro. È realtà in tutto il mondo occidentale. In Italia, poi, governi tecnici e di centrosinistra hanno utilizzato e normalizzato queste pratiche, sulla base di un’idea condivisa dall’ultradestra oggi a Palazzo Chigi: la governabilità è un valore superiore alla rappresentanza. Basti pensare alle leggi elettorali che lasciano senza alcuna rappresentanza settori sempre più ampi di popolazione.
I membri del Parlamento assomigliano sempre più a “yes men”, il cui compito non è elaborare, discutere, proporre leggi, ma ratificare decisioni prese in un altrove che può essere tanto l’esecutivo quanto una sede extra-parlamentare.
Il rafforzamento dell’esecutivo costituisce l’aspetto più visibile di questo processo di costruzione dello Stato autoritario moderno.
Oggi, condotto dall’ultradestra meloniana, significa rafforzamento in primis in termini assoluti. Il “premierato” va così inteso come tassello di un progetto organico di ristrutturazione dello Stato: irrobustisce l’investitura diretta del capo dell’esecutivo, separandolo ancor di più dal Parlamento, cui non lo lega più un rapporto di dipendenza, e trasformando il voto in un atto quasi-plebiscitario. Se andasse in porto, avremmo la sanzione di un ridimensionamento di due organi di mediazione politica: parlamento e partiti.
Un esecutivo, però, è più forte anche in relazione agli altri poteri dello stato. Quello legislativo, come scrivevamo sopra. Ma anche quello giudiziario.
Le riforme del sistema giudiziario, a partire dalla cosiddetta separazione delle carriere dei giudici, ci vengono spacciate per interventi utili e/o necessari per superare gli orrori e le inefficienze della giustizia. Ma non affrontano i problemi concreti che toccano la quotidianità di milioni di persone e, soprattutto, sono un passo lungo la strada della costruzione dello Stato autoritario moderno.
In uno Stato sempre più orientato alla rapidità e alla verticalità, ogni forma di controllo indipendente si tramuta in ostacolo. La magistratura, in quanto potere autonomo, diventa un problema politico prima ancora che istituzionale. Da qui la sua delegittimazione sistematica nel discorso pubblico, la rappresentazione come potere politicizzato, l’esigenza di “rimetterla al suo posto”. Non si tratta di negare le criticità del sistema giudiziario (che esistono eccome), ma di cogliere il senso politico di queste riforme: ridurre i vincoli all’azione dei governi.
C’è poi il potere mediatico. Non considerato nella tradizionale divisione dei poteri, dal XX secolo ha acquisito un’importanza crescente.
In Italia la TV continua a farla da padrona. Ed è un terreno in cui al monopolio pubblico è seguito l’oligopolio, centrale per la normalizzazione e l’ascesa dell’ultradestra. In questi ultimi anni, in riferimento alla RAI, parliamo di TeleMeloni per indicare un’occupazione quasi totale delle reti pubbliche da parte di giornalisti e manager fedeli alla compagine governativa.
Se tutto ciò accade è però perché Meloni ha trovato le porte spalancate. Non da qualche cattivissimo fascista, ma dall’allora segretario del PD, Matteo Renzi. La riforma da lui voluta ha spostato il controllo del servizio pubblico dal Parlamento al Governo: il passaggio ha segnato l’integrazione strutturale dell’informazione e dell’intrattenimento pubblico nella sfera dell’esecutivo. A danno non solo e non tanto dell’autonomia, quanto del pluralismo.
Uno Stato autoritario moderno, tuttavia, non si può costruire in assenza di nemici. All’esterno, ma anche all’interno. È qui che arrivano i “decreti sicurezza”: l’ultradestra divide il campo sociale, per distrarre e impedire che il conflitto si organizzi lungo la linea verticale capitale/lavoro e si dia su quelle orizzontali: migranti/autoctoni, lavoratori che scioperano/lavorano, ecc..
La questione salariale sparisce dalla scena, mediatica e normativa. La frustrazione per giornate piene di lavoro che ti ripagano con un frigo vuoto non si deve “sfogare” in un conflitto sindacale contro l’impresa o politico contro il governo, ma contro il “mostro” additato dai decreti sicurezza e dal potere mediatico dell’ultradestra: chi sciopera, gli attivisti per l’ambiente, i migranti.
La repressione ha così una duplice funzione: punire il nemico e, nello stesso momento, rafforzare il consenso del proprio blocco sociale. Il bisogno di protezione viene indirizzato a impedire che chi sta peggio di te possa migliorare la propria posizione. Non guardare in alto, suggerisce l’ultradestra meloniana; piuttosto concentrati verso il basso, verso chi sta un po’ peggio di te. È da loro che l’esecutivo di “Giorgia” ti proteggerà. Perché se è vero che la tua situazione non migliora – o addirittura peggiora – c’è chi peggiorerà di più e più rapidamente. E tu rimarrai penultimo.
In sintesi, l’adattamento dello Stato alle necessità del capitale si dà attraverso una torsione autoritaria. Che non è legata all’eccezionale personalità di Meloni né costituisce un tratto accidentale. Da ciò discendono conseguenze politiche e organizzative. Per invertire la rotta non basterà, infatti, mandare a casa questo esecutivo, né difendere come un feticcio le forme di democrazia parlamentare già svuotate.
Dovremo certamente fermare nel breve i progetti dell’ultradestra – a partire dal referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo – ma avere pure uno sguardo di medio-lungo periodo: riaprire il tema del potere reale, della partecipazione popolare (non solo quando si aprono le urne), della lotta contro la passivizzazione, dell’organizzazione sociale, inventare nuove istituzioni autonome dal basso.
L’orizzonte non è il “recupero” di una democrazia che non c’è più e al cui smantellamento hanno contribuito tutti coloro che hanno gestito il sistema negli ultimi decenni, ma la costruzione di un orizzonte nuovo.
Di una cosa possiamo esser certi: senza conflitto che metta al centro i rapporti di produzione nessuna possibilità ci si aprirà dinanzi.
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