Diversi attivisti, di ritorno da Cuba dopo aver partecipato al Nuestra América Convoy, sono stati trattenuti e interrogati per ore dalle forze dell’ordine. In particolare, tra i fermati sono stati segnalati anche Thiago Ávila, Chris Smalls e la giornalista Katie Halper, il primo a Panama mentre i secondi a Miami.
Ovviamente, la ritorsione dell’imperialismo statunitense per aver sfidato l’assedio criminale dell’isola e aver consegnato tonnellate di aiuti umanitari non si è fatta attendere, ed è evidente che si è trattato di un’azione coordinata di intimidazione orchestrata dagli Stati Uniti.
Al momento del proprio rientro negli Stati Uniti, diversi solidali internazionalisti (sembrerebbe almeno 14 persone) sono stati fermati presso l’aeroporto internazionale di Miami. Secondo le testimonianze diffuse sui social media, gli agenti della dogana hanno sottoposto gli attivisti a lunghi interrogatori, arrivando a confiscare i dispositivi elettronici (smartphone e computer) di alcuni membri del gruppo, tra cui Chris Smalls, come ha comunicato attraverso una storia su Instagram.
Non si tratta di casi isolati: lunedì scorso, procedure analoghe hanno colpito altri membri del convoglio, tra cui l’avvocatessa per i diritti umani Noura Erakat. Le organizzazioni coinvolte definiscono queste azioni come una chiara strategia di intimidazione governativa volta a scoraggiare la solidarietà con l’isola caraibica.
Ancora più preoccupante è risultata la situazione a Panama City, dove l’attivista brasiliano Thiago Ávila è stato fermato durante uno scalo verso il Brasile. Ávila è stato trattenuto in regime di isolamento ed è stato interrogato per circa 6 ore. Il suo team di comunicazione ha denunciato procedure biometriche forzate e una chiara ostilità da parte degli agenti.
Nonostante le pesanti accuse di violazione del diritto alla libera circolazione, né il servizio doganale degli Stati Uniti né le autorità panamensi hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali. Per i movimenti sociali, il silenzio delle istituzioni conferma il carattere politico di queste operazioni, volte a colpire chi cerca di alleviare le conseguenze dell’embargo criminale imposto come punizione collettiva al popolo cubano per aver deciso di non piegarsi alle volontà di Washington.
“Sappiamo che ciò che portiamo sulle nostre navi è una goccia nell’oceano dei bisogni di Cuba, che vive da oltre sei decenni sotto il blocco statunitense”, aveva dichiarato Ávila al suo arrivo a L’Avana. Ma missioni come questa, e quella che sta per partire di nuovo per la Palestina, rappresentano alcune delle iniziative politiche internazionaliste più significative per amplificare il sostegno intorno alla causa della resistenza dei popoli contro l’imperialismo.
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