In Emilia Romagna continuano le indagini ispettive, la presenza costante e le forme di pressione da parte dell’ufficio scolastico regionale. Una simile solerzia nell’orientare le delibere di collegi docenti e consigli di classe non si era fin qui mai vista in un numero di casi così alto.
Ci preoccupa notevolmente questo clima di caccia alle streghe che vede l’Ufficio di via de’ Castagnoli attivarsi con comunicati pubblici minacciosi dati in pasto ai media con una velocità che mal si abbina a un buon approfondimento, con un piglio investigativo che ha sempre come oggetto il lavoro dei docenti e, strano a dirsi, mai quello dei dirigenti scolastici.
Il recente caso del Liceo Monti di Cesena, verso il quale l’USR comunica di aver avviato indagine ispettiva, è solo l’ultimo episodio di una lunga catena di atti simili, mossi verso i docenti e le docenti delle scuole emiliano romagnole.
Capita che in un solo anno scolastico l’USR Emilia sia intervenuto innumerevoli volte, forse un caso particolarmente interessante sul piano statistico rispetto agli altri uffici scolastici.
A ottobre l’USR Emilia è intervenuto per spingere il dirigente scolastico dell’Istituto Aldrovandi Rubbiani di Bologna a revocare le delibere dei consigli di classe che avevano approvato l’incontro promosso da AssopacePalestina con i Refusenik (studenti israeliani renitenti alla leva militare).
Nella stessa scuola a dicembre l’USR ha spinto il dirigente a revocare la delibera del collegio docenti sul periodo unico di valutazione approvato a inizio anno.
Sempre a dicembre, l’USR è intervenuto sul webinar con Francesca Albanese con quello che, da molti media e sindacati, è stato definito come un nemmeno troppo celato intento di sottoporre a censura le iniziative sulla Palestina.
Il caso dell’istituto Mattei di San Lazzaro ha avuto come esito dell’ispezione: “Nessuna irregolarità nei contenuti”. Il tutto doveva concludersi con un nulla di fatto e delle pubbliche scuse alla docente ingiustamente oggetto di accertamento ispettivo in quanto il webinar era “del tutto coerente con la programmazione di educazione civica della scuola e con la programmazione disciplinare della docente coinvolta”.
E invece la contestazione formale alla docente è ancora in attesa di esito con una nota di carattere procedurale che ha proprio il sapore della ricerca del cavillo che possa fare perdurare per quasi dieci mesi l’attesa come forma di intimidazione esemplare.
Sembra di essere precipitati nell’era del Grande disciplinamento, in cui la libertà di insegnamento dei consigli di classe sul piano didattico-educativo è sempre attenzionata dall’USR in Emilia Romagna.
Ma si tratta sempre, chissà perché, di temi o decisioni che non sono gradite a viale Trastevere.
Anche le recenti “comunicazioni pubbliche” dell’USR Emilia Romagna del 6 e del 12 giugno dovrebbero spingerci tutti, lavoratori e lavoratrici, a interrogarci.
A Modena oggetto dell’indagine è una scuola primaria e dell’infanzia rea di avere organizzato un incontro pubblico a cui era invitato Wael Al Dahdouh giornalista di Al Jazeera testimone del genocidio, nonostante lo sterminio della sua famiglia, e il suo traduttore.
A Cesena oggetto di indagine ispettiva sono i consigli di classe che hanno assegnato delle tesine per l’esame di Stato, in linea con l’attuale ordinanza ministeriale voluta proprio dal ministro Valditara, per recuperare un sei in condotta attribuito ad alcuni studenti nello scrutinio finale. Oggetto della visita ispettiva che l’USR Emilia Romagna dichiara di avviare sembrerebbe essere la traccia dell’elaborato critico proposto agli studenti.
Ora, ci sembra che in Emilia Romagna stia avvenendo qualcosa di anomalo con questa serie di azioni ispettive e di comunicazioni pubbliche che, anche quando le ispezioni arrivano a un nulla di fatto, sembrano voler continuare solo a tenere in piedi un clima di sospetto, di sfiducia verso il lavoro dei docenti, di terrore e intimidazione.
Qual è il progetto? Si sta cercando di instillare nei docenti la sensazione di essere dipendenti del governo e non della Repubblica italiana antifascista nata dalla Resistenza?
Ci aspettiamo che il ministro risponda su questa strana anomalia. Come USB rigettiamo questo clima repressivo, abbiamo sempre manifestato massima solidarietà ai docenti e alle docenti colpiti da simili provvedimenti e come sempre siamo pronti a difenderli per contrastare ogni istanza di censura e di intimidazione.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
18/06/2026
Scuola sotto stretta sorveglianza ministeriale. Il caso Emilia-Romagna
28/05/2026
Quando l’imputato (Israele) minaccia la Corte
“Mi dissero... c’è qualcuno che ti vuole parlare. E spuntò un uomo da dietro l’angolo. Era il capo del Mossad all’epoca, Yossi Cohen. Mi disse: ‘Aiutaci con le indagini in Palestina. Non vorrai finire in faccende che compromettano la tua sicurezza o quella della tua famiglia’”.
In un’intervista con Al Jazeera, l’ex procuratrice capo della Corte Penale Internazionale, Fatou Bensouda, ha rivelato che l’ex direttore dei servizi segreti israeliani Yossi Cohen, la minacciò di fermare le indagini sulla Palestina per non subire ritorsioni sulla sua famiglia.
Bensouda ha spiegato che Israele cercò di bloccare l’inchiesta aperta dalla procuratrice della CPI contro Israele per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità nei Territori Palestinesi Occupati, un procedimento avviato ufficialmente nel 2021, molto prima del 7 ottobre 2023.
Secondo quanto raccontato dalla Procuratrice, il capo del Mossad Cohen la incontrò due volte, a Monaco di Baviera e a New York, chiedendole esplicitamente di interrompere l’indagine, in quello che lei ha definito un tentativo diretto di interferire con il suo lavoro.
Le pressioni aumentarono fino a includere minacce indirette ai familiari: il marito della procuratrice fu seguito e vennero raccolte informazioni personali per cercare di condizionarla.
Secondo un’inchiesta del giornale britannico The Guardian del 2024, Cohen – allora capo del Mossad e stretto alleato di Benjamin Netanyahu – guidò personalmente un’operazione segreta contro la Corte Penale Internazionale nel tentativo di sabotare le indagini sui crimini commessi nei Territori Palestinesi Occupati.
L’indagine aperta nel 2021 è poi culminata nella richiesta di mandati di arresto emessi a novembre 2024 dal successore di Bensouda, Karim Khan, contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi contro i palestinesi.
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15/05/2026
USA - Un giudice sospende le sanzioni contro Francesca Albanese
Le misure adottate dall’amministrazione Trump impedivano ad Albanese di entrare negli Stati Uniti e di aprire conti bancari nel paese. Un provvedimento che, secondo la relatrice speciale delle Nazioni Unite, aveva effetti concreti e pesanti sulla sua vita quotidiana. Nel ricorso presentato lo scorso febbraio, il marito e la figlia di Albanese, cittadina statunitense, avevano denunciato che le sanzioni stavano “di fatto privandola dell’accesso ai servizi bancari” e rendendo quasi impossibile affrontare le necessità quotidiane.
Alla base dello scontro vi sono le posizioni espresse da Albanese sul conflitto israelo-palestinese. La relatrice ONU ha raccomandato alla Corte penale internazionale di avviare procedimenti per crimini di guerra contro cittadini israeliani e americani coinvolti nelle operazioni militari nella Striscia di Gaza. Accuse che avevano provocato la dura reazione dell’amministrazione Trump e di ambienti statunitensi vicini a Israele.
Nella sua ordinanza, il giudice Richard Leon ha affermato che il fatto che Albanese viva fuori dagli Stati Uniti non annulla le tutele garantite dal Primo Emendamento della Costituzione americana. Secondo il magistrato, vi sono elementi sufficienti per ritenere che l’amministrazione abbia cercato di limitare la libertà di espressione della funzionaria ONU a causa del “messaggio o delle idee espresse”. Una formulazione che colpisce direttamente il cuore politico della vicenda e che potrebbe avere conseguenze più ampie sui rapporti tra Washington e le istituzioni internazionali.
Albanese ha accolto la decisione come un primo passo importante ma ha insistito sul carattere politico delle sanzioni. A suo giudizio, le misure adottate dagli Stati Uniti fanno parte di una strategia più ampia volta a indebolire i meccanismi di responsabilità internazionale e a scoraggiare le indagini sui possibili crimini commessi nei territori palestinesi occupati.
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26/03/2026
Fermati e interrogati diversi attivisti del Nuestra América Convoy a Panama e Miami
Ovviamente, la ritorsione dell’imperialismo statunitense per aver sfidato l’assedio criminale dell’isola e aver consegnato tonnellate di aiuti umanitari non si è fatta attendere, ed è evidente che si è trattato di un’azione coordinata di intimidazione orchestrata dagli Stati Uniti.
Al momento del proprio rientro negli Stati Uniti, diversi solidali internazionalisti (sembrerebbe almeno 14 persone) sono stati fermati presso l’aeroporto internazionale di Miami. Secondo le testimonianze diffuse sui social media, gli agenti della dogana hanno sottoposto gli attivisti a lunghi interrogatori, arrivando a confiscare i dispositivi elettronici (smartphone e computer) di alcuni membri del gruppo, tra cui Chris Smalls, come ha comunicato attraverso una storia su Instagram.
Non si tratta di casi isolati: lunedì scorso, procedure analoghe hanno colpito altri membri del convoglio, tra cui l’avvocatessa per i diritti umani Noura Erakat. Le organizzazioni coinvolte definiscono queste azioni come una chiara strategia di intimidazione governativa volta a scoraggiare la solidarietà con l’isola caraibica.
Ancora più preoccupante è risultata la situazione a Panama City, dove l’attivista brasiliano Thiago Ávila è stato fermato durante uno scalo verso il Brasile. Ávila è stato trattenuto in regime di isolamento ed è stato interrogato per circa 6 ore. Il suo team di comunicazione ha denunciato procedure biometriche forzate e una chiara ostilità da parte degli agenti.
Nonostante le pesanti accuse di violazione del diritto alla libera circolazione, né il servizio doganale degli Stati Uniti né le autorità panamensi hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali. Per i movimenti sociali, il silenzio delle istituzioni conferma il carattere politico di queste operazioni, volte a colpire chi cerca di alleviare le conseguenze dell’embargo criminale imposto come punizione collettiva al popolo cubano per aver deciso di non piegarsi alle volontà di Washington.
“Sappiamo che ciò che portiamo sulle nostre navi è una goccia nell’oceano dei bisogni di Cuba, che vive da oltre sei decenni sotto il blocco statunitense”, aveva dichiarato Ávila al suo arrivo a L’Avana. Ma missioni come questa, e quella che sta per partire di nuovo per la Palestina, rappresentano alcune delle iniziative politiche internazionaliste più significative per amplificare il sostegno intorno alla causa della resistenza dei popoli contro l’imperialismo.
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07/03/2026
Decreto sicurezza, una pioggia di multe per bloccare proteste e dissenso
Tenere traccia dei provvedimenti che piovono non è semplice. I primi sono arrivati nei piccoli centri: Massa Carrara, Catania, Brescia, Pisa, Livorno, Ravenna, Taranto. Poi Bologna con oltre 100 denunce e Genova con 80. L’ultima in ordine di tempo è Cagliari, con un’inchiesta che ha portato a 90 denunce.
Sono più di 400 i denunciati con decine di multe in tutta Italia e mancano Roma e Milano all’appello. Mentre a Torino sono almeno 50 le multe e poi ci sono le denunce, che spesso però racchiudono più episodi, anche manifestazioni che non hanno a che fare con Gaza e che la procura vuole inserire nel filo rosso che collega tutto ad Askatasuna.
«Nelle grandi città è probabile che inviino un unico piano indiziario. Il rischio è che con la partenza della nuova Flotilla, ad aprile, si voglia bloccare il ripetersi dell’autunno», spiega Cristina Mazzoccoli, avvocata di Usb. «Siamo più preoccupati per le multe che per le denunce: il penale ha delle garanzie difensive, mentre nel procedimento amministrativo sono ridotte e le modalità di impugnazione limitate. Per studenti e operai è difficile pagare multe che arrivano fino a 5mila euro».
Non tutti sono accusati di aver bloccato la circolazione, alcuni soltanto di essere entrati in stazione da porte non consentite o aver stazionato sulla banchina. Gli avvocati dei sindacati di base sottolineano come in realtà la circolazione ferroviaria non ha risentito in maniera rilevante: «Vogliamo dimostrarlo chiedendo le audizioni, ma per ora nessun soggetto è stato convocato».
Al momento la decisione collettiva è quella di non pagare e capire se oltre al verbale arriverà anche l’ordinanza di ingiunzione, con la possibilità di ricorrere al giudice di pace. «Le presunzioni di colpevolezza non si basano su dati oggettivi, ma su questioni presupposte su dati di digos e questura: i diretti interessati non vogliono pagare le multe perché non credono di aver fatto nulla, rivendicando il diritto di manifestare», aggiunge Mazzoccoli.
Intanto si moltiplicano le casse di resistenza per raccogliere fondi: «Sono misure restrittive non giustificate da pericolosità». A preoccupare, rispetto all’ultimo pacchetto sicurezza, è la modifica dell’articolo 18 del Tulps (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) sul preavviso di manifestazione alla questura: finora reato, ma sono state poche le condanne, con la depenalizzazione potrebbe diventare uno degli strumenti più efficaci per fare in modo che le persone desistano dallo scendere in piazza.
«In pratica parcellizzi il procedimento, le multe e le ordinanze diventano singole, non si possono unire per fare una class action. Quindi se prima potevo improvvisare un presidio magari per un evento, come accaduto per la Flotilla, ora si rischia una multa fino a 12mila euro», spiega l’avvocato Gianluca Vitale.
Per stabilire poi chi sono i promotori, potranno essere utilizzati anche i social e risalire a chi ha diffuso per primo l’incontro. «In quest’ultimo decreto i dubbi di incostituzionalità riguardano la proporzionalità della pena e le sanzioni elevate. Una sponda potrebbe essere ricorrere alla Cedu – spiega Vitale – che lascia via libera alle sanzioni, ma tali che non risultino deterrente al diritto di manifestazione, come pare avvenire in questo caso».
Mentre il fermo preventivo, sempre nell’ultimo decreto sicurezza, che limita le persone nella circolazione, si baserebbe su un sospetto di pericolosità e sulla profilazione, anche solo per il fatto di appartenere a un movimento. «Sono tutti mezzi intimidatori – conclude Vitale – Il fermo per identificazione è già usato come pretesto per tenere in questura le persone per ore ma da noi spesso contestato come sequestro di persona, ora diventa legittimo».
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05/02/2026
Le minacce a Rita Rapisardi e l’attacco frontale al diritto di cronaca
È presidio di democrazia. Proprio per questo il lavoro di Rita Rapisardi, giornalista de il manifesto, è diventato bersaglio di una campagna d’odio violenta e organizzata.
Da giorni Rapisardi è oggetto di minacce, insulti, attacchi personali e intimidazioni, soprattutto sul web ma non solo. Una caccia alimentata da leoni da tastiera, da ex appartenenti alle forze dell’ordine e – fatto ancora più grave – da alcuni giornalisti che hanno scelto di mettere in dubbio la sua professionalità invece di confrontarsi con i fatti.
Non è una polemica: è un tentativo di delegittimazione. Non è critica: è intimidazione.
Il messaggio è chiaro e inquietante: chi rompe la narrazione unica, chi mostra ciò che viene sistematicamente rimosso – le violenze poliziesche, la gestione repressiva della piazza, la sproporzione nell’uso della forza – deve pagare un prezzo.
È il metodo classico delle stagioni autoritarie: non smentire i fatti, colpire chi li racconta.
Il diritto di cronaca non può essere messo al rogo ogni volta che la realtà non coincide con una versione precostituita, comoda al potere e rassicurante per chi invoca ordine e repressione. Colpire una giornalista perché ha fatto bene il suo lavoro non è un attacco individuale: è censura.
È un attacco alla libertà di stampa e al diritto dei cittadini a essere informati in modo corretto e completo.
Non è un caso isolato. È il clima. È il risultato di anni di criminalizzazione del dissenso e di delegittimazione di chi prova a raccontarlo. Quando la cronaca diventa un problema di ordine pubblico e il giornalismo viene trattato come un atto ostile, la linea è già stata superata.
A Rita Rapisardi è arrivata la solidarietà del quotidiano il manifesto, del Comitato di redazione di Radio Popolare, testata con cui collabora, e di Alberto Deambrogio per Rifondazione Comunista. Segnali importanti, ma non sufficienti se restano isolati.
Le compagne e i compagni dell’Osservatorio Repressione sono vicini, complici e solidali con Rita Rapisardi. Perché difendere chi racconta la verità non è un atto di cortesia: è una necessità politica. O si difende il diritto di cronaca adesso, o domani resterà solo la versione dei manganelli.
Manifestazione di Torino: la solidarietà dell’ordine alla giornalista vittima di una campagna di odio
Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, riunito a Roma nei giorni di martedì 3 e mercoledì 4 febbraio, nel condividere la solidarietà già espressa dall’esecutivo del Consiglio ai colleghi della troupe della Rai aggrediti durante la manifestazione organizzata a Torino contro lo sgombero di un centro sociale. Il Consiglio esprime piena solidarietà a Rita Rapisardi che in queste ore è oggetto di offese e minacce per aver fatto cronaca puntuale di quanto accaduto a Torino nella manifestazione di sabato 31 gennaio 2026. Che la descrizione della verità sostanziale dei fatti possa scatenare una campagna di odio è un segnale preoccupante dello stato della libertà d’informazione in Italia.
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10/09/2025
Attaccata una seconda barca della Global Sumud Flotilla
Un’altra imbarcazione della Global Sumud Flotilla è stata attaccata da un drone in acque tunisine. Attendiamo pazientemente che qualche complice del genocidio – parlamentare o «giornalista» che sia – ci venga a raccontare che è «un giallo», «un mistero», o «un semplice incidente a bordo».
È a questo punto molto chiaro che Israele ha deciso di attaccare la Flotilla già a grande distanza da Gaza. Non solo per “intimidire”, ma per “sfoltire” il gruppo, in modo da non avere decine di imbarcazioni da colpire tutte insieme quando dovrebbero arrivare a destinazione (nota supplementare: il mare di Gaza è “acque territoriali palestinesi”, non israeliane).
Non per bontà d’animo – è tassativamente escluso che Netanyahu, BenGivr, Smotrich o i generali ne siano dotati – ma per una preoccupazione politica minimale: attaccando una folla di obiettivi civili molto vicini tra loro sarebbe più probabile ammazzare un numero di attivisti assolutamente ingiustificabile anche per gli specialisti dell’hasbara.
Nell’attacco di questa notte non ci sono state vittime o feriti, viene specificato.
“Confermiamo che il 9 settembre un’altra imbarcazione della nostra flotta – la ‘Alma’ – è stata attaccata da un drone mentre era attraccata in acque tunisine”, si legge in un comunicato pubblicato dalla Gsf sui suoi canali social.
“L’imbarcazione, battente bandiera britannica, ha subito danni da incendio sul ponte superiore. L’incendio è stato successivamente spento e tutti i passeggeri e l’equipaggio sono al sicuro. È attualmente in corso un’indagine e, non appena saranno disponibili ulteriori informazioni, saranno pubblicate immediatamente”.
“Questo è il secondo attacco di questo tipo in due giorni. Questi ripetuti attacchi si verificano durante l’intensificarsi dell’aggressione israeliana contro i palestinesi a Gaza e sono un tentativo orchestrato per distrarre e far deragliare la nostra missione. La Global Sumud Flotilla continua imperterrita. Il nostro viaggio pacifico per rompere l’assedio illegale di Israele su Gaza e dimostrare incrollabile solidarietà con il suo popolo prosegue con determinazione e risolutezza”.
“Nonostante l’attacco di ieri sera a una delle nostre imbarcazioni, la Global Sumud Flotilla (Gsf) rimane risoluta e imperterrita. Ci stiamo preparando a partire da Tunisi, in attesa degli ultimi controlli meccanici, delle valutazioni meteorologiche e della preparazione dei partecipanti”.
Lo afferma la stessa Gsf in un comunicato pubblicato sui suoi canali web. “L’aggressione che abbiamo subito non può in alcun modo essere paragonata agli orrori quotidiani che i palestinesi affrontano sotto la brutale occupazione, i bombardamenti e il blocco imposto da Israele”.
“Partiamo per questa missione. Nessun atto di aggressione ci fermerà. Nei prossimi giorni la flottiglia sarà unita in mare nella nostra missione per rompere l’assedio, porre fine al genocidio e stare al fianco del popolo palestinese nella sua giusta lotta per la libertà”, dichiara Saif Abukeshek del membro comitato direttivo Gsf.
Si deve sottolineare che la barca attaccata batte bandiera britannica. Ovvero il paese forse più filo-sionista del vecchio continente, quello che arresta centinaia di attivisti di qualsiasi età che protestano contro Israele.
Si tratta di un attacco contro una imbarcazione civile, assolutamente disarmata, per di più in acque internazionali a migliaia di chilometri da Israele. Secondo il diritto internazionale e i normali rapporti tra Stati è un atto di pirateria che equivale ad una dichiarazione di guerra.
Naturalmente Londra farà finta che quella barca non sia una propria zolla di “territorio sovrano”, proseguendo nella persecuzione dei solidali che denunciano il genocidio dei palestinesi. Ma questo attacco dimostra che per il governo di Tel Aviv non esistono, o quanto meno non contano nulla, neanche “i complici”.
L’unica relazione che ricercano è quella di dominio su chiunque, con giustificazioni da delirio psichiatrico come “la volontà di un dio” che avrebbe eletto una tribù di pastori – circa 4.000 anni fa – a “popolo privilegiato” sul resto del Mondo.
Chiacchiere metafisiche, ovviamente, con cui si maschera un suprematismo razzista dagli interessi concretissimi nel presente.
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05/09/2025
Gran Bretagna - Raid dell’antiterrorismo contro i solidali con Palestine Action
Non è la prima volta che attivisti della DOJ vengono bersagliati da misure di repressione, dato che si sono mossi massicciamente per difendere Palestine Action, rete di sostegno alla causa del popolo palestinese che è stata dichiarata organizzazione terroristica da Londra. Ciò ha reso chiunque anche solo solidarizzi con Palestine Action perseguibile come un pericolo per la sicurezza nazionale.
Gli arresti sono avvenuti poche ore prima rispetto a quando DOJ avrebbe dovuto annunciare in una conferenza stampa i dettagli di una mobilitazione di massa da lanciare a breve a Londra. Il fatto che l’antiterrorismo sia andato a prelevare gli attivisti a casa è ancora peggiore se si considera che l’operazione voleva avere lo scopo evidente di intimidere e scoraggiare proprio la protesta promossa da DOJ.
La conferenza stampa è stata dunque rimandata a mercoledì. DOJ ha fatto sapere che gli arrestati sono dei “portavoce chiave” del movimento. Alcune fonti hanno affermato che lo studente di giurisprudenza Paddy Friend è stato arrestato ai sensi dell’articolo 12 del Terrorism Act del 2000 per aver ospitato una videochiamata Zoom con i membri della campagna di solidarietà, riporta The Cradle.
Anche Amnesty International ha condannato le irruzioni nelle case degli attivisti, le quali sono state definite una violazione del diritto internazionale. Kerry Moscogiuri, alla guida delle iniziative di Amnesty International UK, ha affermato che le proteste pacifiche come quelle promosse da DOJ sono protette dalle convenzioni sui diritti umani.
La manifestazione, che doveva tenersi sabato, è stata confermata, e si prevede la partecipazione di almeno 1.500 persone. DOJ ha detto che, questa volta, la mobilitazione non avrà limiti di tempo, ed è abbastanza facile attendersi che la polizia eseguirà vari altri arresti, come è già successo in precedenti piazze per centinaia di attivisti.
Infatti, anche se Palestine Action potrà discutere il proprio caso di fronte all’Alta Corte nel prossimo novembre, il giudice che si occupa del caso ha rifiutato di sospendere momentaneamente la messa al bando dell’organizzazione. Nel frattempo, il governo ‘di sinistra’ di Starmer si mostra accondiscendente verso le violenze razziste che stanno attraversando la Gran Bretagna.
Già l’anno scorso il Regno Unito era stato attraversato da mobilitazioni contro i migranti. Questa estate sono continuate, in particolare davanti ad alberghi e pensioni dove vengono alloggiati i migranti in attesa che le loro richieste d’asilo vengono passate al vaglio. Il caso del Bell Hotel, in Epping, Sussex, è diventato il catalizzatore di queste proteste, spesso organizzate da formazioni di estrema destra.
Starmer, invece di combattere l’ondata razzista, ha affermato di capire perfettamente i dimostranti. “La maggior parte della gente del posto non vuole questi hotel nelle loro città, nei loro luoghi, e nemmeno io. Sono completamente d’accordo con loro su questo”, ha aggiunto, prima di ripromettere, come aveva già fatto in passato, di voler chiudere ogni singolo istituto di accoglienza.
Mentre la retorica antimigranti viene assecondata e fomentata, il governo britannico etichetta come terrorista un’organizzazione che si batte per interrompere la catena di complicità del proprio paese nel genocidio dei palestinesi, e va ad arrestare nelle loro case gli attivisti che protestano contro questa escalation repressiva. Questa è lo stato di putrefazione che ha raggiunto la democrazia occidentale.
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16/07/2024
La destra e gli apparati israeliani contro una conferenza su Gaza alla Camera
“Reputiamo che non ci siano più le condizioni minime necessarie per tutelare Shawan Jabarin, direttore generale della ong palestinese Al-Haq, e garantire la centralità che deve avere l’attuale inaccettabile strage in corso a Gaza e la grave crisi umanitaria nella Cisgiordania occupata”, hanno dichiarato le associazioni promotrici della conferenza.
”Richiamiamo la stampa e la politica ad affrontare questioni fondamentali per la nostra democrazia fuori da polemiche strumentali. Censura e propaganda, criminalizzazione delle Ong e dei difensori dei diritti umani sono temi che meritano attenzione e adeguate misure di contrasto. Riproporremo in altra sede ed in altre forme l’evento con Shawan Jabarin”.
Gli organizzatori hanno così accettato di rinunciare all’iniziativa alla Camera dei Deputati a causa del killeraggio politico scatenato dalla destra e dagli apparati israeliani.
Il deputato e dirigente di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli ha attaccato i tre parlamentari promotori dell’evento: Laura Boldrini, Stefania Ascari e Francesco Mari. Il deputato di FdI, non soddisfatto per la rinuncia a intervenire nella conferenza da parte dell’avvocato Nicola Quatrano – già sottoposto a linciaggio da parte della destra nei giorni scorsi – ha puntato il dito sull “‘ospite d’onore”, ossia sul giurista palestinese Shawan Jabarin.
Donzelli ha ripetuto a pappagallo le veline delle autorità israeliane affermando che l’Ong Al Haq “secondo il Ministero della Difesa israeliano, è un’organizzazione terroristica perché è un’emanazione diretta del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, che per l’Unione europea è un’organizzazione terroristica a tutti gli effetti, e non è una cosa nuova”. Donzelli ha poi insistito sul disco rotto che la destra ripete ormai in tutta Europa. “Tutto questo non è sostenibile, perché l’antisemitismo è un virus pericoloso che deve essere condannato unanimemente e – ha concluso – non ci deve essere nessuna ambiguità e questa ambiguità, domani, invece, si paleserà alla Camera con questa conferenza stampa, che reputiamo indegna per questo luogo e per questa istituzione”.
Donzelli ignora – o meglio finge di ignorare – che Shawar Jabarin è un uomo che sta pagando sulla propria pelle accuse infamanti fatte circolare per screditarlo. Shawan Jabarin, è il presidente dell’Organizzazione non governativa Al-Haq ed è componente del Comitato Consultivo di Human Rights Watch per il Medio Oriente e, dal 2012, membro esecutivo della ICJ-CH di Ginevra (Commissione internazionale di Giuristi).
Da tempo Jabarin collabora con l’Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Ahmad Khan.
Il suo lavoro ha avuto numerosi riconoscimenti internazionali, in particolare il Premio Alumni 2024 dell’Università di Galway per diritto, politiche pubbliche e società e il Gwynne Skinner Human Rights Award 2020, lo Human Rights and Business Award 2019, lo Human Rights Prize of the French Republic 2018.
Il 22 dicembre 2021, Shawan Jabarin viene invitato dall’allora presidente della Camera Laura Boldrini per essere audito dal Comitato per i diritti umani, ma arrivò subito una nota dell’ambasciata israeliana a tutti i media, denunciando «l’invito di un terrorista a Montecitorio».
Rinunciare a tenere la conferenza dentro la Camera dei deputati è, a nostro avviso, un errore. Di fronte agli attacchi della destra e degli apparati israeliani riteniamo che vada sempre mantenuto il punto. Negli anni scorsi aver subito le loro intimidazioni è stato estremamente dannoso nella diffusione e circolazione di iniziative di informazione e denuncia sulla questione palestinese. Finalmente, da ottobre in poi, questo meccanismo intimidatorio e politicida contro la solidarietà verso i palestinesi è stato spezzato in più punti. Ricominciare ad arretrare è un passo che non possiamo consentire.
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14/06/2024
Roma - Assalto al Sally Brown, arrestati tre fascisti
Come racconta chi era di turno, per più di 15 minuti gli assalitori hanno provato a forzare la porta d’ingresso principale e la serranda laterale, chiuse per le consuete operazioni di fine serata.
Contemporaneamente i locali del pub sono stati investiti da un numeroso lancio di bottiglie.
Il fracasso provocato dall’assalto e probabilmente l’allarme lanciato dai residenti ha fatto intervenire le forze dell’ordine, che hanno arrestato tre uomini, trovati in possesso di un martello e un’accetta.
Incolumi i turnisti del pub, un uomo e una donna, che prontamente avevano serrato il locale impedendo ulteriori danni materiali e garantendo la loro incolumità.
Nell’assalto sono stati rinvenuti adesivi di un gruppo fascista di Bordeaux chiamato “La Bastide Bordelaise” e della campagna “Defend Europe”.
Come riporta il quotidiano francese Libération, “La Bastide Bordelaise” è la ridenominazione di “Bordeaux Nationaliste”, movimento fascista sciolto a inizio 2023 dal ministro dell’Interno Darmanin perché portatore di “un’ideologia xenofoba, una propaganda machista e razzista e inneggiante all’odio e alla violenza”.
Subito dopo lo scioglimento, il movimento ha tranquillamente continuato a operare nelle strade di Bordeaux col nuovo nome, vantandosi di difendere la città dall’invasione di antifascisti, stranieri e omosessuali, non mancando di partecipare a commemorazioni nostalgiche del fascismo europeo.
Il gruppo fa riferimento anche alla campagna neofascista europea che si riconosce dietro lo slogan “Defend Europe”.
Striscioni con questo slogan e di difesa della razza ariana contro l’assalto di antifa, musulmani e altri vari untermenschen appaiono negli ultimi anni negli stadi di mezza Europa e nelle manifestazioni di richiamo alle esperienze nazi-fasciste europee, soprattutto nella penisola balcanica e ai confini est dell’UE.
In Francia, il movimento di riferimento della campagna si chiama “Génération identitaire”, gruppo fascista e islamofobo, di cui ci siamo già occupati in questo giornale, sciolto ufficialmente anch’esso nel 2021 e salito alle cronache alcuni anni fa nell’ambito delle operazioni nel Mediterraneo per impedire ai migranti di giungere in territorio europeo.
Nel 2017, Andrea Palladino di Famiglia Cristiana definiva “Defend Europe” come “una rete sì nazifascista continentale, ma pienamente nelle mani ‘sapienti’ dei servizi segreti di più paesi dell’Unione Europea; il suo ruolo è ancillare rispetto alle ‘operazioni di intelligence’ più diverse”.
Questo ennesimo grave atto di intimidazione si inserisce in un clima di violenza fascio-sionista crescente in città e nel paese, come sperimentato il 25 aprile a Porta San Paolo, nelle università e con l’agguato subito da Chef Rubio.
Clima in qualche modo sospinto dalla virata a destra registrata nel continente nelle recenti elezioni europee, che sicuramente impone un innalzamento del livello di attenzione e prudenza ai presìdi antifascisti e lotte sociali che attraversano lo stivale.
A noi della Redazione non resta che esprimere tutta la solidarietà e vicinanza ai compagni e alle compagne del Sally Brown. NO PASARAN!
Fonte
19/02/2023
Firenze - Assalto fascista contro studenti del liceo Michelangiolo
Dalle immagini si vedono chiaramente almeno quattro adulti (testimoni parlano di 6 o 7) aggredire alcuni adolescenti. Secondo le prime ricostruzioni a subire l’aggressione sono stati degli studenti del collettivo Sum, mentre gli aggressori sono militanti dell’”estrema destra”, non meglio identificati ma alquanto noti in città. Non dovrebbe insomma essere complicato risalire alle loro identità personali e politiche.
Rita Gaeta, dirigente scolastica dell’Istituto, ha chiamato la Digos che sta svolgendo le indagini su quanto accaduto. La scena, ripresa da alcuni cellulari, è rimbalzata sui social.
Sull’episodio, nonostante la consuetudine dei fascisti con la menzogna spudorata, non ci possono essere equivoci. Gli studenti erano lì dove era normale che fossero (davanti la loro scuola), mentre i minorati adulti che li aggrediscono ci sono andati proprio per aggredirli. Semplice anche la conclusione politica: i topi di fogna di terza fascia si sentono anche loro “al governo”.
Certi, insomma, che dalle “forze dell’ordine” e dalla magistratura la loro azione verrà vista con un occhio di maggior riguardo.
P.s. E infatti le prime indagini hanno portato all’identificazione di almeno sei membri di Azione Studentesca, gruppo legato al partito della presidente del consiglio. Per esempio...
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28/06/2021
Tattiche diffuse di intimidazione
Altra modalità è quella della criminalizzazione di chi pratica solidarietà con i migranti o di chi si batte per la tutela dei territori, come ben evidenziato nel caso di Dana Lauriola, attivista No TAV, in carcere solo per aver espresso la propria opposizione al treno ad alta velocità in Val Di Susa.
Quel che si pensava fosse un problema di oltreconfine, ossia l’agibilità civica ed il diritto a difendere i diritti umani, è quindi questione che riguarda anche il nostro paese, e si estende ad ogni forma di dissenso o di resistenza, dal diritto all’informazione, al diritto allo sciopero, a quello di proteggere vite umane.
SLAPP, acronimo che in inglese riassume una delle strategie e tattiche diffuse di intimidazione a chi è impegnato nel diritto di informare e chi si attiva per la protezione dell’ambiente, sta per “ Strategic Lawsuits against Public Participation”, ossia l’uso della legge ed il ricorso a querele per diffamazione per mettere a tacere voci critiche con la minaccia di ingenti risarcimenti.
Secondo l’ultimo rapporto sullo stato dei diritti civili in Europa a cura di Civil Liberties Union for Europe (rappresentata in Italia dalla CILD)[1] tale pratica è in crescita soprattutto in Croazia, Polonia, Slovenia, e Spagna, ma sta diventando sempre più comune anche in Francia, Irlanda ed Italia.
Non a caso è stata lanciato un osservatorio europeo sulle SLAPP che l’Osservatorio Balcani Causaso Transeuropa [2], realtà attiva anche nel nodo trentino della rete In difesa Di, ha contribuito a fondare. Inoltre, il Parlamento Europeo, dopo aver approvato due risoluzioni sul tema nel 2018 e nel 2020, ha iniziato a occuparsi concretamente della questione nel maggio scorso. [3]
Pochi giorni dopo, in una sua dichiarazione il Commissario per i Diritti Umani Dunja Mijatović, ha esortato a prendere iniziative per assicurare la tutela dei difensori dell’ambiente in Europa [4].
Lo stesso Consiglio d’Europa nel rapporto annuale sulla protezione e la sicurezza dei giornalisti pubblicato quest’anno, ha denunciato l’aumento significativo di ricorsi agli SLAPP nel 2020 [5].
Le querele per diffamazione sono solo una delle modalità con le quali la legge ed il diritto vengono usati in maniera arbitraria per perseguire i difensori dei diritti umani e dell’ambiente.
Altra modalità è quella della criminalizzazione di chi pratica solidarietà con i migranti o di chi si batte per la tutela dei territori, come ben evidenziato nel caso di Dana Lauriola, attivista No TAV, in carcere solo per aver espresso la propria opposizione al treno ad alta velocità in Val Di Susa.
Sul caso di Dana Lauriola Centro Riforma dello Stato, Fondazione Basso ed altre importanti realtà italiane lanciarono un appello sottoscritto da migliaia di personalità [6], seguito poi da due importanti iniziative sulla repressione del dissenso. [7]
Quel che si pensava fosse un problema di oltreconfine, ossia l’agibilità civica ed il diritto a difendere i diritti umani, è quindi questione che riguarda anche il nostro paese, e si estende ad ogni forma di dissenso o di resistenza, dal diritto all’informazione, al diritto allo sciopero, a quello di proteggere vite umane, come appunto nei casi di Mediterranea, SeaWatch, Open Arms, o Linea d’Ombra.
O nei casi recentemente venuti alla luce delle intercettazioni ai danni della giornalista Nancy Porsia o di difensori dei diritti umani quali Alessandra Ballerini o Don Mussie Zerai. [8]
O nei casi dei movimenti No TAP o No TAV o delle Mamme contro l’operazione Lince e contro la Repressione in Sardegna, e delle mamme No PFAS nel Veneto.
Quest’ultimo caso è stato analizzato anche da una delegazione dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, l’OSCE che ha visitato l’Italia lo scorso anno, proprio per svolgere una valutazione della situazione relativa ai difensori dei diritti umani nel paese e che è in procinto di pubblicare un rapporto contenente una serie di raccomandazioni alle istituzioni italiane competenti.
Vale la pena di ricordare che il nostro paese è tenuto a rispettare ed applicare la Dichiarazione ONU sui Difensori dei Diritti Umani [9] anche nella dimensione “interna” come anche le linee guida OSCE /ODIHR per i difensori dei diritti umani [10].
L’OSCE ha infatti adottato delle linee guida sui difensori dei diritti umani che sono valide anche per l’Italia sia per le rappresentanze diplomatiche nei paesi OSCE che a livello nazionale. [11]
In particolare, le linee-guida invitano testualmente le istituzioni statuali ed i pubblici funzionari ad evitare di essere coinvolti in campagne di diffamazione, delegittimazione o stigmatizzazione dei difensori dei diritti umani ed il loro lavoro, e dovrebbero “intraprendere iniziative per contrastare tali campagne di stigmatizzazione dei difensori anche da parte di terzi”.
Inoltre, i governi e le istituzioni statuali ad ogni livello dovrebbero “condannare pubblicamente queste manifestazioni ed ogni attacco ai difensori dei diritti umani”.
Ciononostante, sia nei casi di criminalizzazione della solidarietà che in quelli degli attivisti No TAP o No TAV le autorità nazionali preposte a contribuire all’applicazione e rispetto delle linee guida e della Dichiarazione ONU quando non sono state attivamente coinvolte e complici, hanno comunque omesso di impegnarsi effettivamente per il loro rispetto e riconoscerne pubblicamente il ruolo.
Ciò è senz’altro frutto di una mancata consapevolezza di chi oggi è un difensore dei diritti umani, di una ancor poco diffusa cultura dei diritti umani, della mancata formazione ai diritti umani, di un’eccessiva frammentazione delle competenze a livello istituzionale, e dell’assenza nel nostro paese di una Autorità Nazionale indipendente sui diritti umani preposta a vigilare sul loro rispetto, sullo sfondo di scelte politiche decisamente orientate verso la repressione e la criminalizzazione del dissenso e della disobbedienza civile.
Basti pensare al Decreto Sicurezza nelle parti relative alla gestione dell’ordine pubblico, o all’uso ricorrente del DASPO per limitare la libertà di movimento di attivisti in ogni parte del paese. O delle SLAPP, come accennato in precedenza.
L’attenzione internazionale, e degli organismi di tutela verso l’Italia continua quindi ad essere alta, e ciò può offrire un’importante sponda per lanciare un’iniziativa nazionale che veda partecipare una gamma il più ampia possibile di realtà, organizzazioni, associazioni e singoli individui preoccupati per il rispetto dei diritti umani, della libertà di associazione, manifestazione, espressione, ed in generale della qualità stessa della democrazia.
Un’iniziativa rivolta ai più alti vertici dello Stato affinché si intervenga con un programma nazionale per la protezione e tutela dei difensori dei diritti umani e del diritto al dissenso, e che offra gli strumenti necessari per assicurare trasparenza, responsabilizzazione delle autorità competenti all’applicazione della Convenzione ONU sui Difensori dei Diritti Umani e delle linee guida OSCE.
Per far ciò sarà anzitutto urgente istituire l’Autorità Nazionale indipendente per i diritti umani (tuttora al vaglio della Camera a venti anni circa dall’approvazione della risoluzione dell’Assemblea Generale ONU che impegnava gli stati membri a istituire tali organismi indipendenti) e prevedere l’inclusione nel proprio mandato la verifica ed il monitoraggio del rispetto e sostegno agli Human Rights Defenders.
L’Autorità potrebbe predisporre e coordinare un programma nazionale per la protezione dei difensori dei diritti umani che operi con la partecipazione attiva della società civile e che assicuri il coordinamento inter-istituzionale, e capacità di indagine e seguito a eventuali violazioni dei diritti dei difensori dei diritti umani.
In attesa della creazione dell’Autorità, sarà comunque necessario mettere a punto un piano di azione nazionale (possibilmente di competenza del Comitato Interministeriale per i Diritti Umani – CIDU) che assicuri il coordinamento e la coerenza per quanto riguarda i rapporti con gli organismi internazionali di tutela degli Human Rights Defenders, (ONU, Fundamental Rights Agency (FRA) della Unione Europea, Consiglio d’Europa, OSCE).
È giunto pertanto il momento per lavorare ad una campagna alla quale possano convergere e collaborare tutte quelle realtà e soggetti che in varia maniera si occupano nel nostro paese di difendere i diritti umani, e dell’ambiente, il diritto alla liberà di espressione e assemblea.
A maggior ragione mentre ci si appresta a ricordare quelle giornate di venti anni fa, quando a Genova rappresentanti di movimenti di ogni parte del mondo si trovarono al centro della più drammatica sospensione dello stato di diritto del secondo dopoguerra.
Note:
1) https://www.liberties.eu/en/stories/demanding-on-democracy-liberties-report-2020/43366
2) https://www.balcanicaucaso.org/Occasional-papers/SLAPP-la-querela-che-minaccia-la-liberta-di-espressione
3) https://www.balcanicaucaso.org/aree/Italia/Contro-le-querele-bavaglio-una-nuova-spinta-dall-Europarlamento-210690
4) https://www.coe.int/en/web/commissioner/-/let-us-make-europe-a-safe-place-for-environmental-human-rights-defenders
5) https://rm.coe.int/final-version-annual-report-2021-en-wanted-real-action-for-media-freed/1680a2440e
6) https://centroriformastato.it/liberta-per-dana/
7) A questi link le registrazione dei due convegni svolti ad aprile e maggio scorso su “Pensiero Unico, Dissenso e Repressione” promossi da CRS, Controsservatorio Valsusa, Fondazione Basso, Società della ragione, Studi sulla questione criminale, UDI Palermo e Volere la Luna https://www.fondazionebasso.it/2015/publications/video-22-iv-2021-pensiero-unico-dissenso-repressione/
https://www.societadellaragione.it/primo-piano/pensiero-unico-dissenso-repressione/
8) A questo link la registrazione di un webinar tenutosi il 6 maggio 2021 su diritto all’informazione e difensori dei diritti umani a cura di Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa. https://fb.watch/5KcTBEnI2O/
9) https://www.ohchr.org/en/issues/srhrdefenders/pages/declaration.aspx
10) Interessante notare come le linee guida siano state utilizzate come strumento di monitoraggio indipendente della situazione dei difensori dell’ambiente in Salento https://ecor.network/italia/un-dossier-sulla-criminalizzazione-dei-movimenti-salentini/
11) https://www.osce.org/it/node/384705
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16/05/2021
Gaza. Oltre i palestinesi Israele bombarda anche l’informazione
L’aviazione israeliana ha deliberatamente bombardato e distrutto la torre Al Jalaa a Gaza city, un alto edificio dove hanno sede diversi media, fra cui Al Jazeera e l’agenzia stampa statunitense Associated Press.
Le forze israeliane avevano avvertito gli occupanti dell’edificio di sgomberarlo prima di bombardarlo. Per non farsi fraintendere avevano anche mandato come avvertimento il sistema del ‘roof knocking’, un razzo contro il tetto dell’edificio.
Un portavoce dell’esercito israeliano, senza citare esplicitamente il caso, ha dichiarato che tutti gli edifici oggetto di bombardamenti erano “sedi operative di Hamas“.
Ma secondo alcuni reporter che operavano nel palazzo prima della sua distruzione, l’edificio – diversamente da quanto affermato dalle autorità israeliane – non veniva usato da Hamas per le sue operazioni e l’iniziativa israeliana rappresenta quindi un’intimidazione alla stampa attiva sullo scenario di guerra in corso.
Il direttore generale ad interim di Al Jazeera Media Network, Mostefa Souag, ha definito l’attacco come “barbaro” e ha detto che Israele dovrebbe essere ritenuto responsabile. “Lo scopo di questo crimine odioso è mettere a tacere i media e nascondere la carneficina e la sofferenza indicibili della gente di Gaza“, ha detto in una nota.
Il presidente dell’Associated Press, Gary Pruitt, ha definito il bombardamento del palazzo “uno sviluppo incredibilmente inquietante“, riferendo che una dozzina di giornalisti e liberi professionisti dell’AP erano stati nell’edificio ed erano stati evacuati in tempo. “Siamo scioccati e inorriditi dal fatto che l’esercito israeliano abbia preso di mira e distrutto l’edificio che ospita l’ufficio di AP e altre organizzazioni giornalistiche a Gaza“, ha detto in un comunicato.
Il bombardamento del palazzo dei media da parte israeliana è diventato fonte di serio imbarazzo per gli Stati Uniti. “La sicurezza dei media è una responsabilità essenziale”, afferma la Casa Bianca in una nota in cui commenta la distruzione dell’edificio della stampa a Gaza City, dove si trovava anche l’ufficio dell’Associated Press.
Occorre ammettere che Biden da giorni sta parlando un linguaggio diverso da quello consueto sulla contraddizione israelo-palestinese. Ma non appare certo fuori luogo rammentare agli Stati Uniti il loro deliberato bombardamento della sede della televisione di Belgrado nel 1999 durante l’aggressione alla Serbia. Sedici tra giornalisti e tecnici della televisione morirono sotto il bombardamento.
Da tempo oltre alla guerra sui media è in corso anche la guerra ai media, soprattutto se si trovano oltre le linee delle veline ufficiali. L’intimidazione israeliana ai mass media che riferiscono da Gaza e non – o non solo – da Tel Aviv, con questo bombardamento è fin troppo evidente.
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13/09/2020
Sei mesi di sospensione senza stipendio per aver fatto rispettare le regole anti-Covid
Le disposizioni di servizio vanno rispettate, anche quando mettono a rischio la salute di lavoratrici, lavoratori e pazienti ricoverati. È questa la grottesca teoria che sta alla base della sanzione disciplinare di sei mesi di sospensione senza stipendio comminata a Francesco Scorzelli, delegato USB presso l’ASST di Lecco che amministra gli ospedali di Lecco, Merate e Bellano.
In piena emergenza Covid, Francesco, nella sua qualità di coordinatore infermieristico, si era rifiutato di dare seguito alle disposizioni arrivate dalla dirigenza aziendale, ritenendo (e a ragione, come il tempo ha dimostrato) che queste mettessero a rischio la salute del personale del servizio di cui è responsabile e, di conseguenza – trattandosi di un servizio di distribuzione di materiale nei reparti di degenza – anche quella dei ricoverati.
Sono le medesime disposizioni che costituiscono parte degli allegati all’esposto che l’USB ha depositato giovedì 10 settembre presso la Procura della Repubblica di Lecco, in merito alla mancata osservanza di alcune elementari misure di sicurezza previste dai decreti legge del governo per contrastare la pandemia negli ospedali dell’ASST di Lecco. Nei quali, vale la pena ricordarlo, sono morti per Covid-19 circa 347 pazienti e almeno 400 dipendenti sono risultati positivi, mentre ben 850 sono stati gli operatori in malattia tra marzo ed aprile.
Davvero una singolare “coincidenza” intimidatoria quella per cui, poche ore dopo il deposito del nostro esposto, la dirigenza aziendale ha deciso di inviare la sanzione al nostro delegato. Così come una strana “coincidenza” è la presenza a Lecco dell’assessore regionale Gallera che, proprio il giorno prima dell’annunciata consegna dell’esposto, ha definito “triste” la nostra decisione di “denunciare l’ospedale”.
Si tratta, con ogni evidenza, di precise scelte, contro chi – come l’USB ed i suoi delegati – ha puntato il dito verso un sistema sanitario regionale che ha dimostrato le enormi fragilità derivanti da scelte scellerate che hanno messo il profitto e non la salute al centro dell’interesse, evidenziando le responsabilità dei dirigenti ad ogni livello. Contro un sindacato che in un panorama sindacale appiattito e spesso complice, si è distinto per la capacità di analisi e di denuncia del tanto marciume che ammanta il mondo della sanità lombarda.
Nelle prossime ore, e con ogni probabilità entro la giornata di sabato 12, nella quale si riunisce il Coordinamento Nazionale, verranno decise le iniziative da mettere in campo a tutela del delegato Francesco Scorzelli e, soprattutto, di contrasto al sistema pseudo-mafioso che governa la sanità lombarda con i risultati che si sono resi drammaticamente visibili durante la pandemia.
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27/07/2020
La richiesta
L’infinito rosario di “deviazioni istituzionali” delle forze di polizia, e segnatamente dell’Arma – dentro scenari epocali come i tentati golpe, o miserabilmente locali come lo spaccio piacentino – non deve distrarci da un punto essenziale: è la “normalità” delle cose, che deve preoccuparci, non i fatti eclatanti. È il quotidiano, la minuteria, che deve farci riflettere – e in qualche caso spaventare.
Un esempio viene da un’altra istituzione benemerita, il Settimo Reparto Mobile. Avevo sentito parlare di una strana procedura, evidentemente legale, che veniva promossa dagli uffici di tale settore di polizia, una prassi talmente equivoca che a me sembrava anche poco credibile.
Esisteva davvero un documento scritto che la provasse? Poi, finalmente ne ho trovato uno. È una fotocopia grigiastra, un po’ sbiadita, sbianchettata nei nomi ma leggibile. È un reperto che andrebbe conservato, per raccontare e ricordare l’Italia del 2020, al di là delle smancerie sull’“andrà tutto bene”; questo pezzo di carta dice esattamente il contrario: andrà tutto male. Ed è un messaggio piuttosto esplicito.
La carta intestata è, appunto, quella del Settimo Reparto Mobile di Bologna Ufficio generale e coordinamento. L’oggetto è una richiesta di risarcimento danni subiti dall’Amministrazione. Il destinatario? Il nome non è molto importante. È uno dei tanti. Uno tra le migliaia di donne e uomini che in questi ultimi anni hanno alzato la testa – e qualche bandiera – per reclamare il minimo sindacale dei diritti contrattuali.
Potrebbe essere uno qualsiasi tra i forzati dei prosciuttifici o piuttosto un abitatore dei frenetici magazzini della logistica emiliana, o un qualunque sfruttato situato in qualche snodo caldo, lungo la mefitica catena dell’agroalimentare italiano.
Nel caso specifico, è sicuramente uno dei centinaia (500? 600?) cittadini modenesi che hanno una posizione aperta presso il Tribunale di Modena, per reati “gravissimi” come il picchettaggio dell’azienda (in cui magari hanno lavorato per vent’anni) o la celeberrima accoppiata “resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale” – due categorie penali che viaggiano sempre insieme: si oltraggia e si resiste sempre in simultanea, nei verbali di polizia.
Torniamo al reperto cartaceo. Questa che ho davanti è una raccomandata a.r. L’oggetto è inequivocabile: “Lesioni patite dal Viceispettore XXXX in occasione del presidio sindacale davanti allo stabilimento XXXX Risarcimento danni subiti dall’Amministrazione per le assenze del personale della P.S. per colpa terzi.”
Una richiesta danni spedita da un ufficio della Celere ai danni di un manifestante – sicuramente già deferito all’autorità giudiziaria.
Quindi, se ho capito bene: il Viceispettore in questione ha “patito lesioni” in occasione di un presidio sindacale e i costi del disagio organizzativo vengono addebitati al presunto responsabile.
Attenzione, però, qua c’è il primo elemento bizzarro: che ci siano state lesioni e patimento deve dirlo un giudice, mica una denuncia di polizia.
L’amministrazione però è dinamica, vuole guardare avanti. Ti metti ad aspettare le sentenze, di questi tempi? Loro calcolano che comunque il vuoto in organico c’è stato, e nei paragrafi successivi si puntualizza anche il danno erariale in termini di oneri assistenziali, previdenziali, retributivi. Il danno è contabilizzato con burocratica e italianissima precisione centesimale: EURO TREDICIMILASESSANTOTTO, 74.
Quindi il destinatario del provvedimento, ha partecipato a un picchetto sindacale; che ha provocato un tafferuglio; che ha cagionato un patimento all’ispettore; che si è messo in malattia; che ha provocato un vuoto di organico; che ha portato un vulnus economico che il destinatario con dolo causò (qua ci starebbe bene una colonna sonora di Branduardi)...
L’accusa fa riferimento ad una nota vertenza che ha avuto una certa eco nazionale, presso uno stabilimento modenese, tra il 2018 e il 2019. Quasi tutte le protagoniste di quella vertenza erano donne, parecchie non più giovani, nessuna armata di strumenti atti ad offendere, tutte ripetutamente intossicate da gas lacrimogeni profusi quotidianamente per evitare qualsiasi intralcio al carico/scarico merci.
Lavoratori della logistica e solidali arrivavano la mattina per dare un mano al presidio e sostenere le ragioni di quelle lavoratrici. Tutto davanti alle telecamere e agli smartphone che producevano dirette facebook su ciò che accadeva. L’agente ferito sarà stato refertato presso l’ospedale di Baggiovara, immaginiamo: ci sono eloquenti immagini in rete di una fila di celerini bardati in attesa di essere visitati, durante una di quelle giornate.
Il fatto che tali blandissime dinamiche di piazza producano una denuncia penale, è un meccanismo abbastanza consueto, ognuno può trarre le conclusioni che vuole su questi scenari ricorrenti: chi siamo noi per mettere in dubbio che queste amazzoni-operaie o questi facchini ninja, seduti in terra e con le mani alzate, possano provocare “patimento” ai giovanottoni super attrezzati che devono garantire il libero mercato?
Ma qui, con questa richiesta specifica, entriamo in un campo inedito: il Settimo Reparto Celere sta chiedendo in prima persona un risarcimento diretto all’operaio denunciato, senza attendere nessuna sentenza di giustizia penale o amministrativa.
Il corpo di polizia afferma che con la sua violenza, il signore o la signora in questione abbiano comunque cagionato un danno all’organizzazione del Reparto – perché aspettare un giudice? E quindi, prima di qualsiasi provvedimento giudiziario, intima formalmente, in via amministrativa, l’azione di risarcimento. Tredicimila e dispari euro.
Ripetiamo: un corpo di polizia, assai noto per chiunque abbia avuto a che fare con manifestazioni di piazza, invia una raccomandata ad un privato cittadino e gli chiede, senza troppi formalismi, di effettuare un versamento (in questo caso ingente) sul proprio conto corrente. In calce al documento sono anche riportate le coordinate IBAN (specificare nella causale: risarcimento danni). Il Settimo Reparto Mobile ha un conto corrente intestato.
Potrebbe toccare a chiunque, di ricevere questa intimazione. Potrebbe trattarsi, ad esempio, di una richiesta di risarcimento per gli straordinari pagati a seguito di una manifestazione non autorizzata a cui abbiamo preso parte – anche inconsapevolmente o senza esiti cruenti.
Questa cifra, per altro, non essendo una oblazione o una sanzione comminata da un giudice, non estingue la denuncia. È in qualche modo una richiesta da “privato” a “privato”. Il documento non è neanche firmato da un avvocato o da una struttura legale, come sarebbe per un richiesta danni tra condomini: è il Primo Dirigente della Polizia di Stato (tale è la sua qualifica) che firma direttamente l’intimazione. Ci dia i soldi, punto.
Ne sono arrivate anche altre, di queste sorprese a mezzo raccomandata – non tutte facilmente reperibili. Le operaie sono terrorizzate. Simili richieste possono mandare zampe all’aria una famiglia povera.
In un caso una signora, attiva nella medesima vertenza, ha ricevuto un avviso orale alla presenza del figlio piccolo, mentre andava a rinnovare il permesso di soggiorno per il bimbo. L’avviso orale consiste in un verbale da firmare: non c’è la contestazione di un reato specifico, ma si invita con tono minaccioso la persona a “cambiare condotta di vita” (proprio questa è la formula, che poteva uscire di bocca a un curato di paese 50 anni fa).
Non ci risulta, per altro, che alcun imprenditore, appaltatore, capo cooperativa dedito alla intermediazione illegale di mano d’opera, sia mai stato “avvisato” dal Questore. I consigli di amministrazione, i caporali, i consulenti del lavoro, i commercialisti complici, di solito non vengono invitati a cambiare vita.
Questi lavoratori bersagliati da raccomandate minacciose, oltre che da denunce e processi, cominciano a rendersi conto che in questo paese (sono in prevalenza non italiane/i) reclamare diritti e legalità sia una faccenda pericolosa, che può comportare strascichi penali e pericoli personali per molti anni.
Qualcuno forse sta cominciando a pensare: chi se ne frega? Agli italiani sta bene così? Gli piace come gira questo loro paese? Perché devo mettere a rischio la mia fedina penale o il futuro dei miei figli? Meglio adattarsi. Le cose, alla fine, vanno un po’ come in molte delle loro nazioni d’origine: i poveri devono subire e se si ribellano la polizia li minaccia. Tutto il mondo è così, penseranno. Forse è questa la famosa integrazione, che si chiede agli stranieri.
La forza di deterrenza – chiamiamola così – di queste iniziative è psicologicamente molto potente: un corpo armato dello Stato chiede soldi ad un privato cittadino, con scadenza perentoria e nessun margine di discussione. Se sono importi consistenti probabilmente il destinatario della richiesta si rivolgerà ad un avvocato che gli sconsiglierà assolutamente di pagare alcunché, vista la inconsistenza giuridica della pretesa.
Se però le cifre sono più basse e il “danno causato” ammonta a qualche centinaio di euro, qualche povera anima potrebbe anche essere tentata di fare il versamento e amen; penseranno: loro sono poliziotti, magari proprio quelli che mi hanno bastonato, io sono un poveraccio che lavora precario in fabbrica, per di più straniero, forse è meglio pagare e ridurre il danno.
Mi rendo conto che sono molti i paesi in cui la Polizia chiede soldi ai cittadini, al di fuori di qualsiasi procedura giudiziale; qui i metodi sono formalmente ineccepibili, con timbri e raccomandate: ma la sostanza cambia poi molto? La fantasia semantica potrebbe suggerire molte diverse definizioni di una tale prassi.
Che razza di paese stiamo diventando? Una mattina vai alla cassetta della posta e trovi, insieme alle solite bollette, delle misteriose richieste di risarcimenti inappellabili.
Ma perché pagare? La paghiamo già, la polizia. Fino all’ultimo centesimo. Paghiamo anche gli interventi straordinari coordinati con le direzioni aziendali e le guardie giurate assoldate dalle medesime. Paghiamo salari, mezzi, strutture, caserme, indennità. Paghiamo quelli che ci picchiano, quelli che ci arrestano, che ci spiano indefessamente. Perché chiederci altri soldi? Dovrebbe essere tutto compreso nel servizio.
Questo a Modena, città medaglia d’oro della Resistenza, dove il Tribunale è intasato di fascicoli istruiti contro operaie e operai.
Poi c’è Piacenza, con la sua gang in bandoliera. E Bologna dove i PM si succedono, ma sempre con le medesime ossessioni anti-sovversione. Sempre l’Emilia, che è poi l’Emilia della Uno Bianca, la vecchia Emilia che si crogiola nelle sue stinte mitologie, rifiutando di fare i conti con la sua storia recente. E subisce scivolamenti pericolosissimi negli equilibri istituzionali.
Per capirci: quando si torturavano i prigionieri politici, era il presidente Spadolini a dare l’ok al dott. De Tormentis; quando poliziotti travisati sparavano a Giorgiana Masi, era Cossiga ad assumersene la responsabilità pubblica.
Ma oggi non è questo lo scenario: oggi c’è un vuoto politico disperato, pienamente post (molto post) democratico, con figurine esangui di governatori e premier palesemente inabili a qualsiasi funzione di mediazione politica, totalmente privi di consapevolezza o autorevolezza.
E in questo vuoto sguazzano i corpi dello Stato: pezzi di amministrazione pubblica, sbirri, Procure, direttori di penitenziari – bande armate, microcircuiti di potere, segmenti e signorotti che si allargano ogni giorno di più, guadagnando spazio in un processo di feudalizzazione delle funzioni pubbliche. Fino a chiedere soldi ai cittadini a domicilio.
È sotto il pelo d’acqua di questa palude che si intravede il ghigno di Palamara, il narcotraffico in divisa, il magistrato anti No Tav che invoca le leggi antiterrorismo, il celerino che mette a posto le vertenze sindacali a bastonate, con i sinceri ringraziamenti della proprietà.
Torniamo all’inizio: fa più paura la normalità o l’eccezionalità, nell’Italia del 2020?
Fonte
22/04/2020
Le intimidazioni di stampo mafioso contro i lavoratori
Come si prepara la riuscita della FASE2 nonostante il disastro sanitario e la carenza di misure di sicurezza nei luoghi di lavoro? Cercando di far tacere i lavoratori con il ricatto, l’intimidazione, il licenziamento.
Dopo il licenziamento di un operatore ecologico a Firenze, c’è stata la sospensione di lavoratori del Don Gnocchi di Milano e ora il licenziamento di un operaio ArcelorMittal di Taranto.
Per tutti la ragione è la stessa, aver denunciata la mancata sicurezza e protezione dal Covid, che l’azienda ha considerato un grave danno all’immagine aziendale.
Gli enti locali di Firenze, la Curia di Milano, una grande multinazionale, cui fanno capo i lavoratori colpiti, hanno tutti usato lo stesso provvedimento con le stesse motivazioni.
Non è una coincidenza, è una scelta.
Le direzioni aziendali sanno come si lavora e sanno anche che se i lavoratori fossero liberi di denunciare ogni inadempienza, allora in tanti posti o non si lavorerebbe o si dovrebbe cambiare tutto.
Così si sviluppa il ricatto per i precari, che subiscono per paura di non essere confermati. Oppure si licenzia proprio con quel nuovo barbaro e incostituzionale principio scoperto dagli uffici del personale: danno all’immagine aziendale.
Danno che non sarebbe provocato dalla mancanza di sicurezza, ma dal lavoratore che ha il coraggio di denunciarla.
È il padronato del Jobsact, legge di cui continuiamo a scoprire lo spirito e gli effetti criminali, che pretende dai lavoratori una fedeltà di tipo medioevale che non solo cancella la Costituzione antifascista, ma i più elementari diritti di cittadinanza.
I lavoratori sono carne da macello e non devono parlare, cosi si apre la Fase2.
Siamo di fronte ad una vera e propria strategia di intimidazione di stampo mafioso da parte delle direzioni aziendali, che va denunciata e combattuta con tutte le forze.
Nel nome della democrazia e della salute, entrambe colpite da questi miserabili comportamenti delle imprese.
Fonte
15/06/2018
Indagare sui fondi della Lega è pericoloso. Fermati tre giornalisti
D’altra parte, avere un ministro dell’interno che si muove totalmente fuori dalle regole costituzionali – dunque con logica di guerra, seppure essenzialmente elettorale – può presentare più di un problema per la libertà di stampa. Specie se, come in questo caso, i giornalisti vanno a ficcare il naso negli “strani” flussi di denaro dentro e fuori le casse del partito di cui è anche capo politico.
Qualcuno potrebbe dire che ipotizzare l’azione diretta di un ministro a difesa dei propri interessi – politici e non – con l’utilizzo delle “forze dell’ordine” al posto di qualche intimidatore privato faccia un po’ troppo repubblica delle banane. E certo sarebbe un paragone eccessivo. Bisogna però vedere in che senso...
A voi, qui di seguito, un articolo tratto dalla testata Tpi e la denuncia della Federazione nazionale della stampa. Chi non vuole crederci può consultare numerose altre fonti. Es:
https://ilmanifesto.it/indagano-sui-fondi-della-lega-tre-giornalisti-fermati-dalla-finanza/
https://www.informazione.it/n/06B38D88-2DBE-4428-9363-0E8C2A077A21/Giornalisti-interrogati-a-Bolzano-sui-soldi-Lega-l-inviato-de-La-Stampa-a-TPI
Tacciono solo le testate direttamente interessate. Per ora...
La Federazione nazionale della stampa: “Comportamento intimidatorio di magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni”.
Tre giornalisti che stanno seguendo l’indagine della procura di Genova sui flussi finanziari della Lega sono stati fermati a Bolzano dalla Guardia di Finanza e tenuti in caserma per tre ore per rispondere a domande sui loro articoli.
Si tratta di Matteo Indice del La Stampa, Ferruccio Sansa del Fatto Quotidiano e Marco Preve di Repubblica. L’episodio è avvenuto nella mattina di mercoledì 13 giugno 2018.
Indice ha raccontato a TPI la sua versione dei fatti avvenuti.
La Federazione nazionale della Stampa italiana (Fnsi) in un comunicato ha condannato “il comportamento intimidatorio messo in atto da magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni”.
“Sorprende la scelta ‘muscolare’ di magistratura e polizia giudiziaria, il loro tentativo di imbavagliare l’informazione e imbrigliare la libertà di stampa”, scrive nella sua nota la Fnsi.
I tre giornalisti scrivono per i quotidiani Il Fatto Quotidiano, La Repubblica e La Stampa ed erano stati inviati a Bolzano per seguire gli sviluppi dell’indagine sulla Lega, che riguarda il presunto occultamento all’estero di 3 milioni di euro.
Il comunicato del sindacato nazionale dei giornalisti Fnsi è stato firmato anche dalle sigle locali Associazione Ligure Giornalisti, Ordine Giornalisti della Liguria, Gruppo Cronisti Liguri, Sindacato giornalisti Alto Adige e l’Unione cronisti del Trentino Alto Adige.
Di seguito il testo integrale del comunicato, diffuso nella serata del 13 giugno.
Questa mattina tre giornalisti genovesi, appartenenti alle testate Il Fatto Quotidiano, La Repubblica e La Stampa, inviati a Bolzano per seguire l’indagine della Procura di Genova sui flussi finanziari della Lega, sono stati identificati dalla Guardia di finanza, convocati e trattenuti in caserma per tre ore per rispondere, su richiesta della Procura genovese, di alcuni articoli in materia pubblicati oggi stesso.
Federazione nazionale della Stampa italiana, Associazione Ligure Giornalisti, Ordine Giornalisti della Liguria e Gruppo Cronisti Liguri condannano il comportamento intimidatorio messo in atto da magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni, riportando aggiornamenti importanti e di sicuro interesse pubblico su un’indagine finanziaria che riguarda riciclaggio conseguente a truffa ai danni dello Stato nel percepimento di 48 milioni di fondi pubblici.
Sorprende la scelta “muscolare” di magistratura e polizia giudiziaria, il loro tentativo di imbavagliare l’informazione e imbrigliare la libertà di stampa.
Ai tre colleghi esprimono solidarietà anche il Sindacato giornalisti e l’Unione cronisti del Trentino Alto Adige. “L’Associazione regionale di stampa e l’Unione cronisti – scrivono in una nota – condannano il comportamento intimidatorio messo in atto da magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni, riportando aggiornamenti importanti e di sicuro interesse pubblico su un’indagine finanziaria che riguarda riciclaggio conseguente a truffa ai danni dello Stato nel percepimento di 48 milioni di fondi pubblici”.
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23/02/2018
I padrini dell’Unione Europea “condizionano” le elezioni
Ieri pomeriggio il “condizionamento” è in effetti scattato con veemenza inaudita, pur avendo il volto fintamente pacioso di Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, il cosiddetto “governo della UE”.
A dieci giorni dal voto, infatti, il lussemburghese se n’è uscito con un “avvertimento” in puro stile mafioso: “C’è un inizio di marzo molto importante per l’Ue. C’è il referendum Spd in Germania e le elezioni italiane, e sono più preoccupato per l’esito delle elezioni italiane che per il risultato del referendum dell’Spd” (sull’accordo per una grande coalizione con la Cdu-Csu di Angela Merkel). Per essere ancora più minaccioso ha aggiunto che “dobbiamo prepararci allo scenario peggiore. Il peggiore scenario potrebbe essere nessun governo operativo in Italia”.
Dubbi peggiori sulla stessa tenuta dell’architettura europea: è possibile “una forte reazione dei mercati nella seconda metà di marzo, ci prepariamo a questo scenario”. “Non mi faccio illusioni sull’Europa, meglio non essere troppo ottimisti”.
Se avesse parlato in tarda serata, probabilmente non avrebbe fatto grandi danni. Tutti sanno che l’attendibilità di Juncker cala col passare delle ore (dicono sia un vero “intenditore”, tipo un vecchio sketch di Crozza). Invece ha parlato in pieno giorno, a mercati aperti, e immediatamente ha fatto crollare le borse europee, soprattutto quella italiana (ha chiuso a -0,84%, dopo aver raggiunto anche il -1,6), e il famoso spread ha ripreso a correre verso l’alto, raggiungendo i 137 punti di divario rispetto ai Bund tedeschi.
Non c’è dubbio che il messaggio principale fosse diretto all’Italia e agli elettori, perché scelgano – come si usa dire – “partiti europeisti”, anziché quelli definiti “populisti”. Sorge il fondato dubbio che a Juncker non abbiano spiegato bene la situazione italiana, dove tutti i partiti principali sono ormai saldamente “fedeli fino alla morte” alle direttive di Bruxelles. Anche quelli che fino a qualche tempo fa sembravano più “dirazzanti” hanno spiegato in lungo e in largo che adesso sono prontissimi a fare esattamente come i governi Monti e Renzi. Il neo “capo politico” dei Cinque Stelle ha fatto il classico giro delle sette chiese (Stati Uniti, Cernobbio, la City di Londra, ecc.) per rassicurare “i mercati”. E lo stesso Salvini, tra un borborigmo e un insulto, sa benissimo che tutte le sue chance ministeriali dipendono dalla buona disposizione del Cavaliere (ora “garante” presso la Merkel).
A prima vista, dunque, la “proposta che non si può rifiutare” avanzata da Juncker sembrerebbe superflua, ma da quelle parti devono aver pensato che la marea di promesse buttate lì in campagna elettorale potrebbero creare nella popolazione una “irrazionale euforia”. Al contrario, Bruxelles ha già annunciato che a maggio – qualsiasi sia il governo che uscirà fuori dal cilindro di Mattarella – ci sarà da fare una prima manovra “lacrime e sangue”. E l’anno prossimo, data di inizio del ventennio scandito dal Fiscal Compact, comincerà una vera ecatombe sociale.
“Dire la verità agli elettori” non sembra il primo pensiero dei politici dell’establishment italiano; e allora ci pensa Juncker a sussurrare “ricordati che devi morire...”.
Visto dalla nostra angolazione, però, la sortita del lussemburghese risulta paradossalmente utile a rischiarare l’orizzonte verso cui dovrebbe viaggiare una “sinistra” con qualche ambizione di cambiamento favorevole a lavoratori, giovani, pensionati, disoccupati: il nostro nemico vero non è soltanto il padronato italico (sempre più in fuga) o i vecchi (?) partiti politici, che nell’insieme comandano soltanto sulle proprie ridotte clientele (con il taglio della spesa pubblica, c’è di meno da distribuire). Ma soprattutto l’Unione Europea, organismo tecnoburocratico messo a difesa degli interessi delle multinazionali e della grande finanza continentale.
Sapevatelo...
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07/07/2017
Inchiesta Consip/1: Intimidire giornalisti e magistrati
La Guardia di Finanza, su ordine della Procura di Napoli, ha infatti perquisito sia a Roma che in Calabria, le abitazioni e l’ufficio del vicedirettore del Fatto Quotidiano, Marco Lillo. La motivazione merita di essere compresa e respinta. Si tratta dell’inchiesta su presunte rivelazioni del segreto investigativo nel caso Consip.
A Marco Lillo sono stati sequestrati telefoni, tablet, pc, pen drive, cd e dvd appartenenti a lui ed anche a persone a lui vicine, anche se estranee alla sua attività professionale. Telefono e computer sono stati sequestrati anche a Fabio Corsi, Art director del Fatto quotidiano.
L’inchiesta nasce da una querela di Alfredo Romeo, l’imprenditore napoletano indagato per corruzione di un dirigente Consip e per questo arrestato nel marzo scorso. Romeo, due anni fa ha querelato per diffamazione anche Contropiano (il processo sta definendo la sede del tribunale di competenza), poi è finito di nuovo in carcere.
Nei giorni scorsi è stato restituito il telefonino a Federica Sciarelli, la giornalista Rai conduttrice di “Chi l’ha visto?” che era stato sequestrato dalla Procura di Roma nell’ambito di un’altra indagine per rivelazione di segreto, ma sempre relativa al caso Consip.
Nella nota diffusa dal sindacato dei giornalisti si afferma che: “Siamo certi che le Procure di Roma e Napoli conducano con altrettanta solerzia e determinazione le indagini sugli appalti miliardari della Consip e sulle rivelazioni di segreto che nel dicembre 2016 consentirono ai vertici della centrale acquisti pubblica di ripulire i loro uffici dalle microspie collocate dai carabinieri su ordine dei pm del capoluogo campano, vanificando in larga parte l’indagine. Tuttavia, fino a oggi, non abbiamo avuto notizia del sequestro di telefoni e pc dei principali presunti responsabili, dal ministro Luca Lotti a Tiziano Renzi”.
“Ferma restando la nostra incrollabile fiducia nella magistratura e negli organi di polizia giudiziaria – conclude la nota della stampa romana/Fnsi – occorre sottolineare la valenza intimidatoria del sequestro di telefoni e memorie digitali dei giornalisti, che attenta alla segretezza delle fonti senza la quale non può esistere un’informazione libera. I giornalisti e chiunque entri in contatto con loro sono esposti ad azioni giudiziarie che colpiscono di fatto il diritto di cronaca e l’interesse generale a un’informazione libera e non condizionata, tutelati dall’art. 21 della Costituzione italiana. Piena solidarietà ai colleghi Corsi, Lillo, Sciarelli e alle persone in vario modo coinvolte nell’operazione di oggi”.
Oggi intanto i magistrati che indagano sullo scandalo Consip interrogano un loro collega: il giudice Woodcock. Anche lui è indagato di aver reso pubbliche le indagini che aveva avviato sulla Consip.
Ma cos’è lo scandalo Consip e perché sta producendo intorno a se un clima “a valenza intimidatoria” come scrive il sindacato dei giornalisti?
Chiudiamo questa prima puntata sottolineando solo quale sia la posta in gioco.
La Consip (acronimo di Concessionaria Servizi Informativi Pubblici) è la centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana. Il suo azionista unico è il ministero dell’Economia e delle Finanza (Mef), del quale è una società in-house. Per legge è previsto che operi nell’esclusivo interesse dello Stato. Consip nasce nel 1997 per gestire i servizi informatici dell’allora ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica. Con il Decreto legislativo 19 novembre 1997 n. 414 sono state affidate alla Consip le attività informatiche dell’amministrazione statale in materia finanziaria e contabile.
L’inchiesta sull’appalto FM4 (un super appalto il cui valore è di 2,7 miliardi) risale al 2014, ha portato all’arresto per corruzione dell’imprenditore campano Romeo e a indagini che investono un ministro (Lotti), due generali dei Carabinieri (Del Sette e Saltalamacchia). Il bando per l’appalto è stato suddiviso in lotti. La società Facility Management è finita al centro del ‘Caso Consip’ in seguito all’inchiesta nata a Napoli, e condotta dai pm della Dda Henry John Woodcock e Celeste Carrano.
Secondo un'inchiesta, condotta dalla Procura di Roma, Romeo dal 2012 avrebbe corrotto Marco Gasparri – dirigente della Consip – per un totale di 100mila euro. Tra gli altri, l’inchiesta vede coinvolti Tiziano Renzi, Denis Verdini, Italo Bocchino, Luca Lotti e i due generali dei Carabinieri.
Insomma una inchiesta che coinvolge pesi massimi del sistema di potere in Italia. (fine prima puntata)
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14/03/2017
Roma. Prove di fascismo contro il cinema palestinese
"Abbiamo appreso con sorpresa dell’improvvisa cancellazione dell’evento previsto per mercoledì 15 marzo al teatro Palladium. Si tratta del film della regista palestinese Mai Masri "3000 Nights ". In attesa di conoscere le ragioni della scelta dell’Università Roma Tre, l’AAMOD ha deciso di svolgere ugualmente la proiezione presso la Sala Zavattini della Fondazione in Via Ostiense 106 a Roma. Per facilitare l’accesso del pubblico saranno effettuate tre repliche con questo programma orario: 16, 18, 21. Alle 20 è previsto l’incontro con la regista."La sala della Protomoteca revocata, la programmazione del cinema Aquila minacciata, adesso questo nuovo episodio in un teatro in pochi giorni. Non è più un caso, è una strategia. Può sembrare un paradosso o una forzatura ma non lo è. Questo clima pesante, censorio, inaccettabile, irricevibile è imposto dalla lobby sionista che sta agendo su tutte le istituzioni pubbliche cercando di impedire non solo manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese ma addirittura proiezioni di film sulla Palestina che hanno partecipato a premi internazionali, giudicati meritevoli di esserci da giurie autorevoli.
Accade ormai con sistematicità che ogni occasione di informazione sulla resistenza e l'esistenza del popolo palestinese, sia essa un dibattito, una conferenza o addirittura un film, vede scattare una escalation di pressioni e intimidazioni sulle istituzioni (Comune, università, fondazioni culturali etc) da parte di organizzazioni di una parte della comunità ebraica convintamente sioniste e dell'ambasciata israeliana tese ad impedirle. Drammaticamente, gran parte delle istituzioni cittadine piegano vergognosamente la testa a queste minacce e a questi ricatti.
Fortunatamente Roma è una comunità più pulita e libera delle sue istituzioni e un pezzo di questa città non intende in alcun modo accettare questo fascismo crescente che addirittura intende praticare la censura sulle programmazioni cinematografiche e il politicidio culturale nei confronti dei palestinesi. Su quanto sta avvenendo tutti i partiti – Pd, M5S, Sinistra Italiana fino ai partiti di destra – stanno dando il peggio di sé, operandosi per la censura o accettando i ricatti della lobby sionista.
Un primo appuntamento è per martedì 14 marzo alle ore 18.30 davanti al cinema Aquila (via Prenestina, zona Pigneto), il secondo è mercoledì 15 pomeriggio all'Archivio del Movimento Operaio e Democratico (via Ostiense). E' un allarme rosso per la democrazia, la cultura, la libertà, la solidarietà con i popoli oppressi e per il nostro stesso paese. Nessuno faccia finta di niente.
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