A leggere il comunicato a firma dei segretari generali cgil cisl uil “comparto scuolebelle” i quali esultano, dopo avere appreso dalla stampa, dalla tv la manifesta intenzione del MIUR di volere internalizzare gli ex LSU-ATA ci si incazza.
Ed il motivo è semplice. Correva l’anno 2011 quando seduti ad un tavolo governativo, TUTTI INSIEME, hanno deciso di avviare le gare CONSIP. Una realtà assunta con la direttiva n°55 del 30 Giugno. Da quel giorno ed ancora prima, inizia il lungo calvario dei lavoratori LSU che più volte abbiamo denunciato.
Oggi, in Italia cambia il vento, ed i soliti compagni di merende cercano di scrollarsi di dosso le responsabilità. Cercano di togliere la sporca tovaglia che ha sempre nascosto le immani angherie perpetrate a danno dei lavoratori. Aziende che non pagano (vedi lotto 5) decurtazioni, banca ore (per fortuna respinta dal Tribunale di Agrigento) il silenzio della CONSIP, svegliata ultimamente da questa O.S. Per non parlare della organizzazione del lavoro, dei “portaborse” travestiti da padroni delle Filande. Non basterebbero centinaia di pagine, per descrivere lo scempio, il degrado dell’uomo lavoratore, privato della propria dignità.
Vogliamo ricordare ai signori Generali che basterebbe andare indietro nel tempo per analizzare il fallimento del progetto.
Anno 2012, quando l’allora ministro decise di acquistare i servizi tramite la centrale unica mettendo fine agli affidamenti diretti. Nel 2015, con il ddl “Buona Scuola” di Renzi, arriva la prima proroga fino a luglio 2016. Da premettere che a marzo del 2016 il decreto Scuola ha spostato la scadenza a fine anno, così come per il progetto “scuole belle” e le convenzioni che nel frattempo erano scadute. Si arriva così a dicembre 2016. Arriva il referendum e scatta la terza proroga per altri otto mesi.
Nonostante i pareri dell’Antitrust e dell’Anac e le evidenze, il progetto viene prorogato ancora. Raffale Cantone ad aprile 2016 invia al Parlamento e alla Procura di Roma un parere durissimo nel quale chiede di smettere una volta per tutte la pratica delle proroghe che sono “sistemi derogatori inidonei a risolvere rilevanti problematiche sociali”. In questo antico e affascinante gioco delle tre carte la soluzione per sistemare gli LSU non si trovò.
Come USB dal primo giorno ci siamo rimboccati la maniche, denunciando all’ANAC la “puzza” che emanava il progetto “scuolebelle”, presentando a giornali e tv il “Libro Nero”. Tutto questo, mentre i Generali continuavano a sottoscrivere accordi, uno dopo l’altro. Accordi che hanno permesso alle aziende di schiavizzare un’intera categoria. Vergogna.
Ricordo una frase del Teologo Gianfranco Ravasi: “Oggi non ci si vergogna più perché si è venduta la coscienza morale”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/04/2018
18/09/2017
Crisi, Stato, Sovranità
Prendo spunto da una parte dell’ottimo editoriale di Dante Barontini che condivido.
Dopo la caduta dell’URSS, la rendita di posizione che permetteva all’Italia, durante la guerra fredda, di avere dei margini di indipendenza, almeno nel business e nelle zone di influenza (Libia, M.O., paesi del terzo mondo) è cessata di brutto. L’operazione ‘Mani Pulite’e lo stragismo mafioso dei primi anni ’90 sono state le clave usate dai poteri multinazionali per ‘normalizzare’. Clave utilizzate a livello strutturale (distruzione dei partiti di massa) e a livello ideologico (l’insopportabile e ipocrita narrazione sull’onestà).
Esiste un’ampia documentazione e pubblicistica dalla quale si può ricavare un dato sicuro: l’una e l’altra operazione avevano una regia ‘atlantica’.
Pomicino, un ras della Prima Repubblica non privo di intelligenza e di onestà intellettuale (ebbene: si può essere dei Pomicini ed essere intellettualmente onesti, così come si può essere integerrimi moralisti e intellettualmente osceni), parla in un suo libro, molto interessante, di ‘manina d’oltreoceano’.
Quale era il problema da risolvere, in Italia? Lo smantellamento dei grossi monopoli pubblici, anomalia italiana con una lunga storia, che parte con Mussolini e continua con Mattei e con il primo centrosinistra.
Operazione definitivamente conclusa, si può dire.
E sappiamo quale parte politica e quali personaggi l’hanno gestita.
In trenta anni di privatizzazioni, svendite, regali a ‘capitani coraggiosi’, controriforme spacciate per riforme, siamo alla situazione attuale.
Dante Barontini dice molto bene: lo Stato Italiano non è più uno stato nel senso classico, ma un coacervo di interessi, la maggior parte ignobili, in perpetua lotta tra di loro.
Lotta che include soprattutto il dossieraggio, lo sputtanamento, l’evocazione della lotta del “BENE contro il MALE”.
In questo coacervo ci sono però dei punti fermi, delle lobby granitiche e di antico lignaggio: massonerie coperte, imprenditorie illegali (propongo di abolire i termini mafia/camorra/ndrangheta), servizi sempre deviati (deviati da dove?) e così via.
L’ineffabile e difficilmente catalogabile fascista Carminati parla di “mondo di sopra e mondo di sotto” legati dal canale di comunicazione del “mondo di mezzo” (i personaggi come lui). Mi pare una metafora indovinata e suggestiva!
In questo letamaio emergono personaggi e personaggetti che quasi dal nulla vengono imposti come grandi leader, addirittura i leader della”‘ripresa”.
In realtà sappiamo che di fronte al rigido comando delle tecno-strutture finanziarie sovranazionali costoro sono al massimo degli amministratori (spesso disonesti e incapaci) del “condominio Italia”.
Lo Stato, nel senso classico mediatore degli interessi e anche dei conflitti all’interno della classe dominante e con i dominati, in Italia, è questa roba qui: un costante flusso di scontro di interessi molto parziali, lobbistici e sicuramente vergognosi, da occultare.
Ritorniamo all’articolo di Dante Barontini: lo scontro sull’inchiesta CONSIP in realtà è solo una porzione di più vaste indagini che riguardano la criminalità ambientale, il sistema degli appalti e via discorrendo.
Barontini in modo molto corretto, da giornalista professionista, non si schiera, in assenza di informazioni.
Mi azzardo a dare una chiave di lettura:
la struttura di indagine, diretta dal PM napoletano Woodcock e a livello operativo da un ufficiale dei CC con una lunghissima storia professionale, il famoso capitano Ultimo, fino a poco tempo fa eroe nazionale, inizia a lavorare e punta i “microfoni” su vari personaggi, imprenditori o meglio rentiers, provenienti dal mondo della LegaCoop, massoni p2isti, politici.
A me sembra la stessa struttura che costrinse l’attuale sindaco di Napoli alle dimissioni dalla magistratura.
Anche nel caso di De Magistris la pugnalata alle spalle fu data dai colleghi magistrati. Evidentemente chi tocca sta roba deve essere distrutto.
Alla fine si lambisce il granduca (o meglio ex-granduca) Renzi.
Ecco che tutti quelli che si indignavano e girotondavano per le malefatte di Berlusconi, gridano addirittura al “colpo di stato”.
Le dichiarazioni della PM di Modena sono davvero incredibili: del già capitano De Caprio, ora colonnello, si può pensare quello che si vuole: eroe, sbirro, amico del popolo, fascista, ma una cosa è certa: non è un pazzo e nemmeno uno sprovveduto. Secondo la PM invece, si tratta di un “pazzo”.
Barontini fa, quindi, bene a non schierarsi, in mancanza di dati e informazioni, ma facciamo una ipotesi: se ci fosse, nello scontro tra bande e lobby mascherato dietro la retorica di “Repubblica italiana nata dalla Resistenza”, una frazione degli apparati dello stato che rivendicasse l’applicazione integrale della Costituzione (sulla quale tutti costoro hanno giurato), la sovranità nazionale, la difesa e nazionalizzazione dei settori strategici e così via, la posizione dei comunisti deve essere l’indifferenza tra i campi? Lo chiedo a me stesso, prima che ad altri.
Credo che innanzitutto dovremmo, in modo serio e professionale, fare inchiesta e acquisire informazioni, per quanto sia possibile a noi del “mondo di sotto”, per tornare al noto filosofo Carminati.
Capisco che parteggiare, anche solo in via ipotetica, per un ufficiale dei CC fa venire crisi di allergia ai compagni, (io ricorro al cortisone), ma ricordiamo una cosa: uno dei più grandi rivoluzionari della nostra epoca, il comandante Chavez, prima di schierarsi col popolo venezuelano, era un ufficiale dei corpi speciali antiguerriglia e credo che proprio in questo ruolo abbia maturato le sue scelte di campo.
Certo, si tratta di Indoamerica ma...
Grigia è, mio caro amico, ogni teoria,
verde l’albero d’oro della vita (Goethe)
Post scriptum:
Con ‘Ultimo’ condivido la nostalgia per un grande orgoglioso popolo genocidato dagli attuali padroni del pianeta.
Fonte
Dopo la caduta dell’URSS, la rendita di posizione che permetteva all’Italia, durante la guerra fredda, di avere dei margini di indipendenza, almeno nel business e nelle zone di influenza (Libia, M.O., paesi del terzo mondo) è cessata di brutto. L’operazione ‘Mani Pulite’e lo stragismo mafioso dei primi anni ’90 sono state le clave usate dai poteri multinazionali per ‘normalizzare’. Clave utilizzate a livello strutturale (distruzione dei partiti di massa) e a livello ideologico (l’insopportabile e ipocrita narrazione sull’onestà).
Esiste un’ampia documentazione e pubblicistica dalla quale si può ricavare un dato sicuro: l’una e l’altra operazione avevano una regia ‘atlantica’.
Pomicino, un ras della Prima Repubblica non privo di intelligenza e di onestà intellettuale (ebbene: si può essere dei Pomicini ed essere intellettualmente onesti, così come si può essere integerrimi moralisti e intellettualmente osceni), parla in un suo libro, molto interessante, di ‘manina d’oltreoceano’.
Quale era il problema da risolvere, in Italia? Lo smantellamento dei grossi monopoli pubblici, anomalia italiana con una lunga storia, che parte con Mussolini e continua con Mattei e con il primo centrosinistra.
Operazione definitivamente conclusa, si può dire.
E sappiamo quale parte politica e quali personaggi l’hanno gestita.
In trenta anni di privatizzazioni, svendite, regali a ‘capitani coraggiosi’, controriforme spacciate per riforme, siamo alla situazione attuale.
Dante Barontini dice molto bene: lo Stato Italiano non è più uno stato nel senso classico, ma un coacervo di interessi, la maggior parte ignobili, in perpetua lotta tra di loro.
Lotta che include soprattutto il dossieraggio, lo sputtanamento, l’evocazione della lotta del “BENE contro il MALE”.
In questo coacervo ci sono però dei punti fermi, delle lobby granitiche e di antico lignaggio: massonerie coperte, imprenditorie illegali (propongo di abolire i termini mafia/camorra/ndrangheta), servizi sempre deviati (deviati da dove?) e così via.
L’ineffabile e difficilmente catalogabile fascista Carminati parla di “mondo di sopra e mondo di sotto” legati dal canale di comunicazione del “mondo di mezzo” (i personaggi come lui). Mi pare una metafora indovinata e suggestiva!
In questo letamaio emergono personaggi e personaggetti che quasi dal nulla vengono imposti come grandi leader, addirittura i leader della”‘ripresa”.
In realtà sappiamo che di fronte al rigido comando delle tecno-strutture finanziarie sovranazionali costoro sono al massimo degli amministratori (spesso disonesti e incapaci) del “condominio Italia”.
Lo Stato, nel senso classico mediatore degli interessi e anche dei conflitti all’interno della classe dominante e con i dominati, in Italia, è questa roba qui: un costante flusso di scontro di interessi molto parziali, lobbistici e sicuramente vergognosi, da occultare.
Ritorniamo all’articolo di Dante Barontini: lo scontro sull’inchiesta CONSIP in realtà è solo una porzione di più vaste indagini che riguardano la criminalità ambientale, il sistema degli appalti e via discorrendo.
Barontini in modo molto corretto, da giornalista professionista, non si schiera, in assenza di informazioni.
Mi azzardo a dare una chiave di lettura:
la struttura di indagine, diretta dal PM napoletano Woodcock e a livello operativo da un ufficiale dei CC con una lunghissima storia professionale, il famoso capitano Ultimo, fino a poco tempo fa eroe nazionale, inizia a lavorare e punta i “microfoni” su vari personaggi, imprenditori o meglio rentiers, provenienti dal mondo della LegaCoop, massoni p2isti, politici.
A me sembra la stessa struttura che costrinse l’attuale sindaco di Napoli alle dimissioni dalla magistratura.
Anche nel caso di De Magistris la pugnalata alle spalle fu data dai colleghi magistrati. Evidentemente chi tocca sta roba deve essere distrutto.
Alla fine si lambisce il granduca (o meglio ex-granduca) Renzi.
Ecco che tutti quelli che si indignavano e girotondavano per le malefatte di Berlusconi, gridano addirittura al “colpo di stato”.
Le dichiarazioni della PM di Modena sono davvero incredibili: del già capitano De Caprio, ora colonnello, si può pensare quello che si vuole: eroe, sbirro, amico del popolo, fascista, ma una cosa è certa: non è un pazzo e nemmeno uno sprovveduto. Secondo la PM invece, si tratta di un “pazzo”.
Barontini fa, quindi, bene a non schierarsi, in mancanza di dati e informazioni, ma facciamo una ipotesi: se ci fosse, nello scontro tra bande e lobby mascherato dietro la retorica di “Repubblica italiana nata dalla Resistenza”, una frazione degli apparati dello stato che rivendicasse l’applicazione integrale della Costituzione (sulla quale tutti costoro hanno giurato), la sovranità nazionale, la difesa e nazionalizzazione dei settori strategici e così via, la posizione dei comunisti deve essere l’indifferenza tra i campi? Lo chiedo a me stesso, prima che ad altri.
Credo che innanzitutto dovremmo, in modo serio e professionale, fare inchiesta e acquisire informazioni, per quanto sia possibile a noi del “mondo di sotto”, per tornare al noto filosofo Carminati.
Capisco che parteggiare, anche solo in via ipotetica, per un ufficiale dei CC fa venire crisi di allergia ai compagni, (io ricorro al cortisone), ma ricordiamo una cosa: uno dei più grandi rivoluzionari della nostra epoca, il comandante Chavez, prima di schierarsi col popolo venezuelano, era un ufficiale dei corpi speciali antiguerriglia e credo che proprio in questo ruolo abbia maturato le sue scelte di campo.
Certo, si tratta di Indoamerica ma...
Grigia è, mio caro amico, ogni teoria,
verde l’albero d’oro della vita (Goethe)
Post scriptum:
Con ‘Ultimo’ condivido la nostalgia per un grande orgoglioso popolo genocidato dagli attuali padroni del pianeta.
Fonte
16/09/2017
La caduta del dio carabiniere
L’Italia è un paese disperato dove “le istituzioni” credibili si riducono a ben poco. Di questo poco, fin qui, e in modo ampiamente immeritato, “la benemerita” ha rappresentato la parte più ampia, strombazzata, incensata, protetta.
In poche settimane i carabinieri sono diventati “come tutti gli altri”. Non solo nella percezione popolare – che da sempre li conosce come nemici e guardiani degli interessi dei potenti – ma persino in quella della “classe dirigente”, del sistema mediatico-padronale, di ministri ed ex premier.
Fin qui quasi tutte le malefatte dei membri dell’Arma – di qualunque grado e funzione – erano state coperte e silenziate, con un gesto di fastidio e l’evocazione implicita o esplicita dell’antico mantra sulle “poche mele marce che non devono offuscare il grande lavoro di centomila uomini in divisa”.
L’immagine mediatica della benemerita aveva superato senza troppi scossoni prove che avrebbero dovuto o potuto essere letali. Citiamo a memoria solo alcuni casi clamorosi:
a) il colonnello Michele Riccio – uomo di punta del generale Dalla Chiesa, capo del commando autore dell’eccidio di via Fracchia, a Genova – che aveva trasformato la caserma sotto il suo comando in una raffineria di droga, da cui coordinava sia “indagini” che la gestione del mercato;
b) tutti i componenti della stazione di Aulla, in Lunigiana, diventati “i padroni del paese”, pestando, perseguitando, minacciando i cittadini con metodi a dir poco criminali;
c) i quattro carabinieri arrestati a Roma con l’accusa di aver ricattato l’ex presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, pretendendo da lui somme di denaro per non divulgare un filmato da loro stessi girato con telecamere nascoste in una camera da letto.
Potremmo andare avanti a lungo, con le decine di persone uccise in strada o in caserma (per Stefano Cucchi ci sono voluti anni, prima di arrivare a istruire un processo contro quelli che l’hanno pestato a morte). Ma basta guardare come sono stati trattati dai media i due militi (presunti?) stupratori di due ragazze americane a Firenze – non ancora arrestati, non cacciati dall’Arma – con infiniti articoli che minimizzavano o, obliquamente, suggerivano che fossero caduti in una “trappola” tesa da due “astute” studentesse ventenni clinicamente in stato di semi-incoscienza.
Un sistema blindato, insomma, a protezione della “credibilità” di un corpo militare spesso al centro – nel dopoguerra – di ricorrenti ipotesi di golpe (ultimo, in ordine di tempo e di serietà, quello del generale Pappalardo).
Inattaccabile anche a dispetto dell’evidenza e del pericolo che rappresenta.
Almeno fin quando qualcuno di loro non ha cominciato a intercettare – indagando sul “caso Consip” – il padre dell’ex presidente del consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi.
Sia chiaro: non sappiamo nulla di più di quel che pubblicano in materia i media mainstream e, conoscendoli, ci guardiamo bene dal prenderli per oro colato. Ma non possiamo non sottolineare alcune cose che prescindono largamente dal merito dell’indagine e contro-indagine su quelle intercettazioni.
a) «Quei due sono veramente dei matti. Abbiamo fatto bene a liberarcene subito». «Le loro intercettazioni? Fatte coi piedi». Le informative? «Roba da marziani». Parola del procuratore di Modena Lucia Musti il 17 luglio, davanti alla prima commissione del Csm (Repubblica)
b) “Resta la necessità di liberare le istituzioni da pezzi di apparati che, come troppe volte nella storia d’Italia, agiscono in modo deviato ed eversivo” (Mario Calabresi, Repubblica).
c) “Ho letto le dichiarazioni del colonnello De Caprio, che sono da attribuire a lui personalmente, non certo all’Arma dei Carabinieri. Ma credo che dovranno essere valutate dal comando generale per capirne l’opportunità” (la ministra della Difesa, Roberta Pinotti)
d) “Dietro l’inchiesta Consip complotto contro le istituzioni” (Il Giornale). E via così...
“Ultimo”, dal canto suo, dimostra in prima persona di non rientrare nello stereotipo dell’“usi a obbedir tacendo”, facendosi intervistare più che volentieri per fare il populista di complemento: «Stiano sereni tutti, perché mai abbiamo voluto contrastare Matteo Renzi o altri politici, mai abbiamo voluto alcun potere. L’unico golpe che vediamo è quello perpetrato contro i cittadini della Repubblica, quelli che non hanno una casa e non hanno un lavoro».
Ci mancherebbe pure mettersi a fare il tifo pro o contro...
L’unica cosa che si può dire è che la caduta del dio carabiniere rivela l’inconsistenza della struttura istituzionale italica e della relativa “cultura” espressa dagli uomini e donne che “servono lo Stato” in funzioni delicate. Sia a livello di responsabilità politico-amministrativa, sia nei corpi militari e polizieschi.
Di fatto, ne viene fuori uno “Stato” lottizzato da gruppi e consorterie che lavorano per affermare interessi particolari, spesso minimi e di nessuna rilevanza “nazionale”; tantomeno “collettivi”. Uno Stato che non è vissuto come proprio neppure dalla classe dominante, ma come un semplice meccanismo attraverso cui esercitare un certo grado di potere (in diminuzione con la “cessione di sovranità” alla Ue), una res nullius di cui ogni gruppo abbastanza furbo può disporre temporaneamente a proprio piacimento e in cui ogni frammento istituzionale che non si controlla in prima persona – di conseguenza – è sospettato di agire per conto dei concorrenti. Ed è persino vero.
Uno Stato insomma che dimostra come la “classe dominante” non sia neppure un blocco unitario stretto intorno a interessi “di classe” (in qualche modo limitativi degli interessi particolari all’interno di quella classe), pur facendo rapidamente quadrato arcigno e violento contro “il mondo di sotto”, quando si mobilita.
Da questa vicenda vien fuori un puzzo nauseante di bande e consorterie, massonerie e “uomini di mano”, che travolge anche la magistratura. Che mostra di essere “politicizzata” in un senso molto diverso da quello comunemente in uso (le “toghe rosse” che andrebbero a caccia di politici a loro invisi). Come se tutti – nell’èlite di “quelli che contano” – sapessero perfettamente che ogni banda ha i sui magistrati “a disposizione”, così come un ufficiale dei carabinieri “a disposizione” o un segretario comunale (o altro funzionario utile).
E se lo Stato italico è – come è ovvio che sia – lo specchio della classe dominante, si capisce meglio perché, per esempio nella vicina Francia, possano emergere dei figli di p... imperiali come Emmanuel Macron (pollo in batteria allevato dal capitale fin dalle scuole medie), mentre qui svolazzano alla meno peggio tronfi tacchini di pessimo carattere, ma senza alcuna idea più alta del riempirsi – individualmente o per gruppi familistici – la panza.
Fonte
11/07/2017
Inchiesta Consip/3. Gli uomini del “Giglio magico” di Renzi
Cominciamo
questa terza puntata riportando quanto scritto da il Fatto Quotidiano
del 23 DICEMBRE 2016: Appalti Consip, anche Luca Lotti è indagato. E
l’inchiesta passa a Pignatone. Sono probabilmente questi gli articoli
che hanno portato sotto inchiesta il giornalista Marco Lillo.
“Il braccio destro di Renzi,
già sottosegretario alla Presidenza del consiglio, attuale ministro
allo sport e aspirante alla delega sui servizi segreti con Gentiloni, è indagato a seguito delle dichiarazioni del suo amico Luigi Marroni.
L’ex assessore alla sanità della Regione Toscana, promosso da Renzi a
capo della Consip, nel suo esame come persona informata dei fatti, ha
tirato in ballo anche il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, comandante della Legione Toscana, indagato per le stesse ipotesi di reato.”
Secondo il Fatto, l’amministratore delegato Marroni sentito dai PM Henry John Woodcock, Celeste Carrano ed Enrica Parascandolo tira in ballo nuovi nomi: “Dice di avere saputo dell’indagine dal presidente di Consip Luigi Ferrara che a sua volta era stato informato dal comandante Tullio Del Sette. Poi aggiunge altri nomi. I più importanti sono Lotti e il generale Emanuele Saltalamacchia, suoi amici.”
Ricapitolando
i due generali e il Ministro Luca Lotti, che hanno comunque smentito,
sarebbero gli autori delle soffiate ai vertici Consip, e in posizione
più defilata entrano nell’inchiesta anche altri due personaggi. Scrive
sempre il Fatto il 23 dicembre 2016: “L’indagine che potrebbe essere stata danneggiata dalle presunte soffiate vede al centro Alfredo Romeo, imprenditore napoletano, finanziatore nel 2012, con contributi leciti, della Fondazione di Matteo Renzi. L’inchiesta però riguarda anche, in posizione molto più defilata, un imprenditore 33enne di Scandicci di nome Carlo Russo. Russo, secondo quanto risulta al Fatto, è in stretti rapporti con Romeo e ha incontrato sia l’amministratore di Consip Luigi Marroni sia Tiziano Renzi.”
“Il
reato di traffico di influenze, contestato al padre dell’ex premier in
concorso con altri, è stato introdotto nel codice penale nel 2012: mira a
colpire anche il mediatore di un accordo corruttivo al fine di
prevenire la corruzione stessa. Il ruolo del padre del segretario Pd ha
attirato le attenzioni dei magistrati poiché strettamente collegato a
quello del suo vecchio amico Carlo Russo, un imprenditore toscano molto
vicino ad Alfredo Romeo, protagonista principale dell’inchiesta della
Procura partenopea.”
Infine ultimo in ordine di apparizione come riporta il Fatto del 1° marzo 2017 “l’ex parlamentare di An Italo Bocchino, che di Romeo
è consulente. Nelle carte dell’inchiesta, l’ex parlamentare viene
definito “consigliere strategico” dell’imprenditore e, scrive il pm,
avrebbe “capacità di accedere ad informazioni riservate anche grazie al
suo trascorso di deputato e membro del Comitato parlamentare di
controllo sui Servizi segreti e con perduranti contatti con sedicenti ed
effettivi appartenenti all’intelligence, nonché con politici e pubblici
funzionari in posizione apicale”. “Presumibilmente anche grazie alla
costante attività di relazione” di Bocchino, scrive il pubblico
ministero, Romeo “ha avuto contezza di indagini sul proprio conto
sicuramente già dal settembre 2016″. L’ex finiano, però, non è indagato
per corruzione bensì per traffico di influenze.”
Prima di aggiungere qualche considerazione finale facciamo nostri gli interrogativi posti dal Fatto nell’articolo del 23 dicembre 2016: “Marroni
potrebbe anche avere travisato le frasi dei suoi interlocutori o
potrebbe ricordare male. Come si spiega, però, il suo ritrovamento delle
cimici dopo i colloqui con gli amici toscani? In questa storia le cose
sono due: o Marroni ha capito male ed è stato molto “fortunato” a
pescare le cimici o qualcuno mente.
In
questa seconda ipotesi la domanda a cui dovrà rispondere il procuratore
Pignatone è: perché tante persone così vicine a Renzi erano così
allarmate per l’indagine sulla Consip? L’ipotizzato favoreggiamento di
Lotti e dei carabinieri chi voleva favorire?”
Fin
qui i fatti ad oggi conosciuti, come si usa dire in queste circostanze,
aspettiamo che l’operato della magistratura faccia il suo corso ed
esprima il suo giudizio, ma qualcosa possiamo già affermare: i coinvolti
sono esponenti di un Governo che, come già con Monti, con Renzi e con
quelli che li hanno preceduti, continua a far pagare a tutti i
lavoratori i costi di un sistema corruttivo e clientelare, negando
diritti, salario e stato sociale.
Sono
gli stessi artefici di riforme declamate come grandi conquiste di
modernità e crescita e che hanno invece prodotto precarietà e
disoccupazione (il JOB ACTS), la morte dell’istruzione pubblica (con la
Buona Scuola), la fine della sanità pubblica attraverso la riduzione dei
finanziamenti e il boom delle assicurazioni private, l’azzardata deriva
autoritaria con l’attentato alla Costituzione, neutralizzata dalla
coscienza del 60% del popolo italiano il 4 dicembre scorso nel
referendum.
Infine,
ma non per importanza, nella relazione sulla Spending Review –
commissionata al consigliere economico di Renzi, l’israeliano Gutgeld – e
presentata recentemente al Parlamento, si afferma che il “sistema
Consip” non ha affatto abbassato le spese per le forniture di beni e
servizi alla Pubblica amministrazione, anzi queste sono aumentate del 27% nonostante il resto della spesa pubblica sia stata brutalmente tagliata
(soprattutto sui dipendenti pubblici). E allora? Di cosa ci vengono a
parlare quando starnazzano sulla corruzione ma colpiscono solo i
lavoratori?
09/07/2017
Inchiesta Consip/2. Appalti, soffiate e cimici
L’arresto di Alfredo Romeo con l’accusa di corruzione nell’inchiesta CONSIP e l’iscrizione nel registro degli indagati, con diverse ipotesi di reato di Luca Lotti (Ministro dello sport), Tiziano Renzi (padre dell’ex premier), del generale dei carabinieri Tullio Del Sette e del generale Emanuele Saltalamacchia (comandante dei carabinieri della Toscana), imprime una svolta nell’indagine partita da Napoli e oggi nelle mani della Procura di Roma.
La vicenda CONSIP, svelata dal Fatto Quotidiano a partire dal 22 dicembre 2016, a prescindere dall’esito dell’indagine sembra andare molto oltre l’ennesima brutta storia di corruzione di qualche dirigente di secondo piano della P.A.
La più grande macchina di acquisti della P.A., la Consip, gestita interamente dal MEF (nata nel 1997 per garantire una gestione degli appalti efficace, trasparente e con l’intento di ridurre i costi degli acquisti e servizi della P.A.), è al centro di un’inchiesta che vede coinvolti alti poteri dello Stato e dirigenti di partito fino ai massimi livelli nel solito intreccio con imprenditori senza scrupoli e già giudicati in passato per illeciti ai danni della pubblica amministrazione e corruzione. In attesa naturalmente del giudizio della Magistratura, sembrano essere direttamente chiamati in causa Il Governo, il PD e L’Arma dei Carabinieri.
Vale la pena, avvalendoci della puntuale e “inspiegabilmente” solitaria inchiesta del Fatto Quotidiano, ripercorrere le tappe mettendo insieme nomi, cognomi e vicende dei tanti “autorevolissimi” protagonisti.
Partiamo da un po’ di tempo fa. Da il Fatto Quotidiano del 24 giugno 2015:
Da il Fatto Quotidiano del 22 DICEMBRE 2016:
Il Generale Del Sette avrebbe informato qualcuno della presenza di “cimici” (microspie), nei locali della CONSIP e sulla base di queste informazioni, l’amministratore delegato Luigi Marroni ha incaricato una società privata di effettuare la bonifica degli uffici stessi.
Pratica a dir poco inusuale per chi dovrebbe esercitare (stiamo parlando di alti funzionari della P.A) come un credo l’onestà e la trasparenza nello svolgimento delle proprie funzioni.
Fatto sta che i PM forse annusano puzza di bruciato e sentono il Marroni che alla fine “canta”:
Sulle ragioni della chiamata a Roma di Luigi Marroni da parte di Matteo Renzi, compresi i relativi dubbi sul fatto che sia proprio la persona giusta al posto giusto, ne abbiamo parlato sopra riportando pareri e giudizi espressi dal Fatto Quotidiano.
Sulla venuta al MEF di Luigi Ferrara invece e a prescindere dall’esito della vicenda Consip, possiamo affermare con assoluta convinzione che le ragioni vanno individuate nella volontà praticata con miopia e arroganza dal Governo Renzi di annullare/negare le relazioni sindacali e imporre la nuova “governance” autoritaria modello UE, che ha già dimostrato essere totalmente fallimentare e bocciata dai lavoratori e dai popoli in ogni latitudine.
Fonte
La vicenda CONSIP, svelata dal Fatto Quotidiano a partire dal 22 dicembre 2016, a prescindere dall’esito dell’indagine sembra andare molto oltre l’ennesima brutta storia di corruzione di qualche dirigente di secondo piano della P.A.
La più grande macchina di acquisti della P.A., la Consip, gestita interamente dal MEF (nata nel 1997 per garantire una gestione degli appalti efficace, trasparente e con l’intento di ridurre i costi degli acquisti e servizi della P.A.), è al centro di un’inchiesta che vede coinvolti alti poteri dello Stato e dirigenti di partito fino ai massimi livelli nel solito intreccio con imprenditori senza scrupoli e già giudicati in passato per illeciti ai danni della pubblica amministrazione e corruzione. In attesa naturalmente del giudizio della Magistratura, sembrano essere direttamente chiamati in causa Il Governo, il PD e L’Arma dei Carabinieri.
Vale la pena, avvalendoci della puntuale e “inspiegabilmente” solitaria inchiesta del Fatto Quotidiano, ripercorrere le tappe mettendo insieme nomi, cognomi e vicende dei tanti “autorevolissimi” protagonisti.
Partiamo da un po’ di tempo fa. Da il Fatto Quotidiano del 24 giugno 2015:
“Da assessore alla Salute della Regione Toscana alla poltrona di amministratore delegato della Consip,[…] che presidia 40 miliardi di Euro annui. Un salto notevole quello compiuto da Luigi Marroni lo scorso 12 giugno, chiamato a Roma dal ministero dell’Economia per volere del premier Matteo Renzi. Un altro toscano importato nei Palazzi della Capitale.”Prosegue l’articolo:
“L’ex assessore della giunta di Enrico Rossi non ha però alcuna esperienza di bilanci o spesa pubblica.” Anzi afferma Giovanni Donzelli di Fratelli d’Italia “Ha fatto carriera con lo spreco di soldi pubblici”. E ancora: la gestione degli immobili Asl, accusa, “è stata cialtrona se non truffaldina”. La commissione regionale d’inchiesta, insediata appositamente la scorsa primavera, ha individuato diverse irregolarità: “Lavori affidati senza appalto, destinazioni d’uso cambiate in corso, proprietari che in un caso hanno venduto l’immobile alla Regione un giorno prima di averlo acquistato, dichiarazioni di immediata utilizzabilità affidate quando ancora c’era soltanto un campo ed era tutto da costruire, appalti assegnati con selezioni pubbliche poco trasparenti”.Conclude l’articolo:
“gli immobili fantasma e il buco di bilancio della Asl di Massa sarebbero liquidabili come pasticci locali, vicende confinate nelle province toscane, se non fosse che Marroni oggi è a Roma, chiamato a guidare la cassa della pubblica amministrazione italiana, non proprio una Asl di periferia. La Consip, per dare un’idea, nel 2014 ha presidiato una spesa di 38 miliardi di Euro e bandito gare per 13 miliardi 554 milioni in forte aumento rispetto agli anni precedenti: nel 2011 la spesa ammontava a 27, 5 miliardi per 3,7 banditi. Questo perché nell’aprile 2014 il governo Renzi ha cambiato il quadro normativo affidando alla Consip il ruolo di attore principale del sistema nazionale degli approvvigionamenti. Un bell’impegno per un ex assessore alla Salute.”SOFFIATE E CIMICI
Da il Fatto Quotidiano del 22 DICEMBRE 2016:
“Il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette è indagato per favoreggiamento e rivelazione del segreto istruttorio nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti Consip che lambisce il cosiddetto ‘Giglio Magico’ e il padre del leader del Pd, Tiziano Renzi, che non è indagato ma il cui nome è tirato in ballo nelle carte. L’accelerazione dell’inchiesta dei PM di Napoli Henry John Woodcock, Enrica Parascandolo e Celeste Carrano c’è stata nella notte di martedì 20 dicembre.”Ma di che soffiata si parla e a chi è stata fatta?
“l’imprenditore Alfredo Romeo è indagato con l’accusa di avere corrotto un alto dirigente della Consip, Marco Gasparri. Al centro degli accertamenti dei PM c’è l’appalto cosiddetto FM4, la mega-gara di facility management, bandita nel 2014 e suddivisa in molti lotti, tre dei quali potrebbero essere aggiudicati alla società di Alfredo Romeo insieme ad altre. Le forniture pluriennali di tutti gli uffici delle pubbliche amministrazioni e delle università italiane valgono 2,7 miliardi di euro, pari a più dell’11 per cento della spesa pubblica nel settore.”
Il Generale Del Sette avrebbe informato qualcuno della presenza di “cimici” (microspie), nei locali della CONSIP e sulla base di queste informazioni, l’amministratore delegato Luigi Marroni ha incaricato una società privata di effettuare la bonifica degli uffici stessi.
Pratica a dir poco inusuale per chi dovrebbe esercitare (stiamo parlando di alti funzionari della P.A) come un credo l’onestà e la trasparenza nello svolgimento delle proprie funzioni.
Fatto sta che i PM forse annusano puzza di bruciato e sentono il Marroni che alla fine “canta”:
“È stato il presidente della Consip Luigi Ferrara a dirmi che lo aveva messo in guardia il Comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette”.Sugli incarichi di Ferrara Il Fatto confonde i tempi poiché egli è stato prima vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio ed è attualmente Capo del Dipartimento del Personale del MEF e per questa ragione presidente pro-tempore della CONSIP.
“I PM saltano sulla sedia e immediatamente convocano il presidente Ferrara, 46 anni, napoletano, un tecnico molto introdotto e influente, oltre a essere presidente di Consip è vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio. In passato era capo del Dipartimento del personale del ministero del Tesoro ed era considerato vicino a Enrico Letta.”
Sulle ragioni della chiamata a Roma di Luigi Marroni da parte di Matteo Renzi, compresi i relativi dubbi sul fatto che sia proprio la persona giusta al posto giusto, ne abbiamo parlato sopra riportando pareri e giudizi espressi dal Fatto Quotidiano.
Sulla venuta al MEF di Luigi Ferrara invece e a prescindere dall’esito della vicenda Consip, possiamo affermare con assoluta convinzione che le ragioni vanno individuate nella volontà praticata con miopia e arroganza dal Governo Renzi di annullare/negare le relazioni sindacali e imporre la nuova “governance” autoritaria modello UE, che ha già dimostrato essere totalmente fallimentare e bocciata dai lavoratori e dai popoli in ogni latitudine.
“Al Fatto ieri Ferrara ha spiegato con molta ritrosia: “Del Sette mi disse di stare attento agli incontri che facevo con gli imprenditori e in particolare con Alfredo Romeo e io riferii la cosa all’amministratore delegato Marroni per consigliare anche a lui le migliori regole di ingaggio per gli imprenditori, ma non ricordo ora di avere parlato di Romeo”. Il racconto di Ferrara sembra però incoerente con il prosieguo della storia. Se la prima stazione appaltante d’Italia viene messa in guardia dal numero uno dei Carabinieri su un imprenditore (indagato ma allora in segreto) la reazione naturale è quella di evitare incontri. Non quella di bonificare gli uffici. Al Fatto Ferrara replica: “Io non c’entro con quella scelta e non ne sapevo nulla. Non ho neanche un vero ufficio in Consip”. E il dirigente indagato? “Abbiamo già deciso di intervenire sulla sua posizione. Faremo un comunicato”.Non vorremmo cadere in errore ma non ci sembra di aver letto alcun comunicato in merito e, a quanto pare, tutti quelli sentiti a vario titolo o indagati sulla vicenda sono regolarmente al loro posto. Primo fra tutti il Generale Tullio Del Sette al quale il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della Difesa Roberta Pinotti ha prorogato l’incarico di comandante generale dei Carabinieri. E non ultimo L’AD Marroni al quale il Ministro dell’Economia e delle finanze Pier Carlo Padoan ha confermato la piena fiducia e invitato ad andare avanti nel suo incarico. (fine seconda puntata)
Fonte
07/07/2017
Inchiesta Consip/1: Intimidire giornalisti e magistrati
Il comunicato dell’Associazione Stampa Romana, affiliata alla Fnsi, sulla perquisizione e il sequestro di computer, cellulare ed altro a Marco Lillo, giornalista de Il Fatto, è perentorio: “Valenza intimidatoria”.
La Guardia di Finanza, su ordine della Procura di Napoli, ha infatti perquisito sia a Roma che in Calabria, le abitazioni e l’ufficio del vicedirettore del Fatto Quotidiano, Marco Lillo. La motivazione merita di essere compresa e respinta. Si tratta dell’inchiesta su presunte rivelazioni del segreto investigativo nel caso Consip.
A Marco Lillo sono stati sequestrati telefoni, tablet, pc, pen drive, cd e dvd appartenenti a lui ed anche a persone a lui vicine, anche se estranee alla sua attività professionale. Telefono e computer sono stati sequestrati anche a Fabio Corsi, Art director del Fatto quotidiano.
L’inchiesta nasce da una querela di Alfredo Romeo, l’imprenditore napoletano indagato per corruzione di un dirigente Consip e per questo arrestato nel marzo scorso. Romeo, due anni fa ha querelato per diffamazione anche Contropiano (il processo sta definendo la sede del tribunale di competenza), poi è finito di nuovo in carcere.
Nei giorni scorsi è stato restituito il telefonino a Federica Sciarelli, la giornalista Rai conduttrice di “Chi l’ha visto?” che era stato sequestrato dalla Procura di Roma nell’ambito di un’altra indagine per rivelazione di segreto, ma sempre relativa al caso Consip.
Nella nota diffusa dal sindacato dei giornalisti si afferma che: “Siamo certi che le Procure di Roma e Napoli conducano con altrettanta solerzia e determinazione le indagini sugli appalti miliardari della Consip e sulle rivelazioni di segreto che nel dicembre 2016 consentirono ai vertici della centrale acquisti pubblica di ripulire i loro uffici dalle microspie collocate dai carabinieri su ordine dei pm del capoluogo campano, vanificando in larga parte l’indagine. Tuttavia, fino a oggi, non abbiamo avuto notizia del sequestro di telefoni e pc dei principali presunti responsabili, dal ministro Luca Lotti a Tiziano Renzi”.
“Ferma restando la nostra incrollabile fiducia nella magistratura e negli organi di polizia giudiziaria – conclude la nota della stampa romana/Fnsi – occorre sottolineare la valenza intimidatoria del sequestro di telefoni e memorie digitali dei giornalisti, che attenta alla segretezza delle fonti senza la quale non può esistere un’informazione libera. I giornalisti e chiunque entri in contatto con loro sono esposti ad azioni giudiziarie che colpiscono di fatto il diritto di cronaca e l’interesse generale a un’informazione libera e non condizionata, tutelati dall’art. 21 della Costituzione italiana. Piena solidarietà ai colleghi Corsi, Lillo, Sciarelli e alle persone in vario modo coinvolte nell’operazione di oggi”.
Oggi intanto i magistrati che indagano sullo scandalo Consip interrogano un loro collega: il giudice Woodcock. Anche lui è indagato di aver reso pubbliche le indagini che aveva avviato sulla Consip.
Ma cos’è lo scandalo Consip e perché sta producendo intorno a se un clima “a valenza intimidatoria” come scrive il sindacato dei giornalisti?
Chiudiamo questa prima puntata sottolineando solo quale sia la posta in gioco.
La Consip (acronimo di Concessionaria Servizi Informativi Pubblici) è la centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana. Il suo azionista unico è il ministero dell’Economia e delle Finanza (Mef), del quale è una società in-house. Per legge è previsto che operi nell’esclusivo interesse dello Stato. Consip nasce nel 1997 per gestire i servizi informatici dell’allora ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica. Con il Decreto legislativo 19 novembre 1997 n. 414 sono state affidate alla Consip le attività informatiche dell’amministrazione statale in materia finanziaria e contabile.
L’inchiesta sull’appalto FM4 (un super appalto il cui valore è di 2,7 miliardi) risale al 2014, ha portato all’arresto per corruzione dell’imprenditore campano Romeo e a indagini che investono un ministro (Lotti), due generali dei Carabinieri (Del Sette e Saltalamacchia). Il bando per l’appalto è stato suddiviso in lotti. La società Facility Management è finita al centro del ‘Caso Consip’ in seguito all’inchiesta nata a Napoli, e condotta dai pm della Dda Henry John Woodcock e Celeste Carrano.
Secondo un'inchiesta, condotta dalla Procura di Roma, Romeo dal 2012 avrebbe corrotto Marco Gasparri – dirigente della Consip – per un totale di 100mila euro. Tra gli altri, l’inchiesta vede coinvolti Tiziano Renzi, Denis Verdini, Italo Bocchino, Luca Lotti e i due generali dei Carabinieri.
Insomma una inchiesta che coinvolge pesi massimi del sistema di potere in Italia. (fine prima puntata)
Fonte
La Guardia di Finanza, su ordine della Procura di Napoli, ha infatti perquisito sia a Roma che in Calabria, le abitazioni e l’ufficio del vicedirettore del Fatto Quotidiano, Marco Lillo. La motivazione merita di essere compresa e respinta. Si tratta dell’inchiesta su presunte rivelazioni del segreto investigativo nel caso Consip.
A Marco Lillo sono stati sequestrati telefoni, tablet, pc, pen drive, cd e dvd appartenenti a lui ed anche a persone a lui vicine, anche se estranee alla sua attività professionale. Telefono e computer sono stati sequestrati anche a Fabio Corsi, Art director del Fatto quotidiano.
L’inchiesta nasce da una querela di Alfredo Romeo, l’imprenditore napoletano indagato per corruzione di un dirigente Consip e per questo arrestato nel marzo scorso. Romeo, due anni fa ha querelato per diffamazione anche Contropiano (il processo sta definendo la sede del tribunale di competenza), poi è finito di nuovo in carcere.
Nei giorni scorsi è stato restituito il telefonino a Federica Sciarelli, la giornalista Rai conduttrice di “Chi l’ha visto?” che era stato sequestrato dalla Procura di Roma nell’ambito di un’altra indagine per rivelazione di segreto, ma sempre relativa al caso Consip.
Nella nota diffusa dal sindacato dei giornalisti si afferma che: “Siamo certi che le Procure di Roma e Napoli conducano con altrettanta solerzia e determinazione le indagini sugli appalti miliardari della Consip e sulle rivelazioni di segreto che nel dicembre 2016 consentirono ai vertici della centrale acquisti pubblica di ripulire i loro uffici dalle microspie collocate dai carabinieri su ordine dei pm del capoluogo campano, vanificando in larga parte l’indagine. Tuttavia, fino a oggi, non abbiamo avuto notizia del sequestro di telefoni e pc dei principali presunti responsabili, dal ministro Luca Lotti a Tiziano Renzi”.
“Ferma restando la nostra incrollabile fiducia nella magistratura e negli organi di polizia giudiziaria – conclude la nota della stampa romana/Fnsi – occorre sottolineare la valenza intimidatoria del sequestro di telefoni e memorie digitali dei giornalisti, che attenta alla segretezza delle fonti senza la quale non può esistere un’informazione libera. I giornalisti e chiunque entri in contatto con loro sono esposti ad azioni giudiziarie che colpiscono di fatto il diritto di cronaca e l’interesse generale a un’informazione libera e non condizionata, tutelati dall’art. 21 della Costituzione italiana. Piena solidarietà ai colleghi Corsi, Lillo, Sciarelli e alle persone in vario modo coinvolte nell’operazione di oggi”.
Oggi intanto i magistrati che indagano sullo scandalo Consip interrogano un loro collega: il giudice Woodcock. Anche lui è indagato di aver reso pubbliche le indagini che aveva avviato sulla Consip.
Ma cos’è lo scandalo Consip e perché sta producendo intorno a se un clima “a valenza intimidatoria” come scrive il sindacato dei giornalisti?
Chiudiamo questa prima puntata sottolineando solo quale sia la posta in gioco.
La Consip (acronimo di Concessionaria Servizi Informativi Pubblici) è la centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana. Il suo azionista unico è il ministero dell’Economia e delle Finanza (Mef), del quale è una società in-house. Per legge è previsto che operi nell’esclusivo interesse dello Stato. Consip nasce nel 1997 per gestire i servizi informatici dell’allora ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica. Con il Decreto legislativo 19 novembre 1997 n. 414 sono state affidate alla Consip le attività informatiche dell’amministrazione statale in materia finanziaria e contabile.
L’inchiesta sull’appalto FM4 (un super appalto il cui valore è di 2,7 miliardi) risale al 2014, ha portato all’arresto per corruzione dell’imprenditore campano Romeo e a indagini che investono un ministro (Lotti), due generali dei Carabinieri (Del Sette e Saltalamacchia). Il bando per l’appalto è stato suddiviso in lotti. La società Facility Management è finita al centro del ‘Caso Consip’ in seguito all’inchiesta nata a Napoli, e condotta dai pm della Dda Henry John Woodcock e Celeste Carrano.
Secondo un'inchiesta, condotta dalla Procura di Roma, Romeo dal 2012 avrebbe corrotto Marco Gasparri – dirigente della Consip – per un totale di 100mila euro. Tra gli altri, l’inchiesta vede coinvolti Tiziano Renzi, Denis Verdini, Italo Bocchino, Luca Lotti e i due generali dei Carabinieri.
Insomma una inchiesta che coinvolge pesi massimi del sistema di potere in Italia. (fine prima puntata)
Fonte
06/03/2017
Renzi, Consip e i compagni di merende
La vicenda che pare proprio coinvolgere la famiglia Renzi, assieme a un giro di amici noti alle cronache nazionali,
ripercorre schemi già noti. Quelli di una rete – territoriale o
familiare a seconda del processo di formazione – in grado di entrare
nell’amministrazione dello stato, di affiliarsi con altre reti simili
per estrarre fondi quanto più possibile grazie ad attività di relazione e
di mediazione.
Le modalità familistiche o territoriali di formazione della rete,
o quelle di rafforzamento di vere e proprie strutture di clan
professionali, fanno capire molto dello spessore antropologico del
potere italiano. In poche parole, del potere reale quello che si
nasconde, spesso nemmeno troppo, dietro le forme. I Renzi sono una delle
forme che ha assunto, più recentemente, questo potere.
L’alleanza della rete Renzi con Verdini,
che queste forme del potere le conosce bene essendo stato in Forza
Italia (la struttura di celebrazione del potere neotribale italiano
recente), è forse quella che aiuta di più a leggere questo spessore
antropologico. Quello che caratterizza la rete dei Renzi, e comunque in
tutte le reti di potere che mantengono un carattere provinciale, è la
persistenza del potere patriarcale del capostipite. Una persistenza tale
da mettere nei guai i figli. Si pensi non solo a Tiziano Renzi, ormai onnipresente sui media, ma anche a una delle famiglie affiliate ai Renzi, i Boschi, le cui vicende bancarie del padre hanno politicamente messo in difficoltà la figlia Maria Elena. Per non parlare dei Lotti, altra famiglia affiliata ai Renzi, nei quali la figura del padre è ancora forte (e toccata dalle cronache). Mattone, relazioni, banche:
questo il terreno di formazione originaria dei Renzi, intesi come
famiglia forte di una rete di potere familistico formata da altre unità.
C’è poi l’allargamento al business dei grandi appalti come nell’ormai nota vicenda Consip.
Vicenda che coinvolge, come indagati anche il capo dell’arma dei
carabinieri, prorogato e quindi confermato nella carica dal governo
Gentiloni, e il ministro dello sport, Lotti. Vicenda che, quindi, fa
capire come la struttura di governo sia condizionata da quella della
rete di potere familistica che ospita. Non si tratta certo di una novità
nemmeno nella politica progressista contemporanea, si pensi ai Clinton,
ma di un fatto strutturale con il quale fare i conti. E il fatto strutturale è quello di una economia dei favori,
l’espressione è quello di una ricerca antropologica tratta da un testo
di Henig e Makovicky, che si riproduce aspirando risorse a danno del
resto della società. Ed è un fatto strutturale che avvicina le società
occidentale alle altre, facendo saltare il confine tra potere statale e reti privatistiche di pressione, e in maniera accelerata negli ultimi anni. Se si va infatti a vedere un recente articolo di Carolyn Warner (Sources of Corruption in the European Union) un motivo, di questo avvicinamento e di questa accelerazione, emerge chiaramente. Ovvero i
processi di privatizzazione e di decentralizzazione attuati dall’Ue
negli ultimi anni sono stati tutti occasione, per le reti dell’economia
del favore e dell’accumulazione privata, di accelerare i processi
corruttivi.
A guardare lo specifico della vicenda Consip,
i favori sul mega appalto, sembra però che anche i processi di
centralizzazione della spesa, decisi per risparmiare sulla spesa
pubblica, servano perfettamente alle esigenze di riproduzione
dell’economia del favore. C’è una struttura materiale delle reti sociali
di corruzione, di cui i singoli rappresentano sempre e solo la punta
dell’iceberg, che andrebbe quindi stroncata più a fondo. Specie quando
misure che parevano centrate secondo la retorica politica corrente, come
la centralizzazione della spesa per ridurre gli sprechi, si rivelano
utili solo per nuove occasioni di accaparramento privato. Con il
coinvolgimento, stando alle cronache sulla vicenda Consip, dei livelli
più alti del paese: arma dei carabinieri, governo, principale partito di
maggioranza.
Tutte vicende già conosciute con la Dc,
e dopo, ma sulle quali, all’epoca, veniva data una spiegazione
salvifica: una volta attuati i processi di privatizzazione il paese
sarebbe diventato più efficiente quindi più equo. È andata a
finire che i processi di privatizzazione, e di relativo dissolvimento
delle entità politiche organizzate, hanno favorito chi era organizzato
dal punto di vista delle reti familistiche e di potere.
Garantendo accaparramento. Reti familistiche informali, e mobili, si
intende. Quando si parla di affiliazione, qui, non si intende certo un
rito di sangue. Ma qualcosa che si ferma a riti e simbolico ben minori.
Per poter dire più facilmente, di fronte ad una inchiesta, che non ci
sono le prove di una rete reale tra famiglie sodali. O per riconvertire
velocemente alleanze in caso di bisogno. Un familismo pronto a
dissolversi all’istante quindi. E a descrivere le proprie conoscenze in
un qualcosa di molto simile al ritrovo occasionale e per scopi puramente
ricreativi. Compagni di merende, appunto.
Per Senza Soste, nique la police
3 marzo 2017
05/03/2017
Fidarsi dei carabinieri? Non ci riescono più neanche i magistrati...
Lasciamo perdere la telenovela Renzi-padre-figlio-Romeo-Lotti e frattaglie varie. Ne emerge, come abbiamo scritto, un quadro da fine impero, con boss politici di terz’ordine e “squadre di governo” fatte di gruppi familistico-amicali che in nessun modo può essere oggetto di analisi di lungo periodo. Giustamente, se ne può occupare solo la cronaca. Non a caso soprattutto giudiziaria.
Sia che si parli di Italia, di Stati Uniti o di Francia, la politica è una zona contendibile affollata di mezze figure, prive di qualsiasi visione progettuale sul futuro, sottoposta ai diktat dell’economia finanziaria globale ed esposta a ricatti, indagini, accuse. Esemplare in questo senso la vicenda Usa, con un neopresidente apertamente osteggiato per mesi dalla Cia – la Cia! – che ora accusa il predecessore di averlo tenuto sotto intercettazioni durante la campagna elettorale.
La magistratura, in questo vuoto programmaticamente voluto – basti guardare al cosiddetto “parlamento europeo”, l’unico al mondo privo di qualsiasi potere legislativo – emerge un po’ dappertutto come potere residuale (stante l’antica tripartizione tra esecutivo, legislativo e giudiziario), ma con alcuni pesanti handicap: assenza di legittimazione popolare, frequente dipendenza dal potere esecutivo, forte “sensibilità” verso i poteri economici. Eccezioni a parte, naturalmente...
Sembrerebbe dunque che al cittadino bisognoso di legalità non sia rimasto che aggrapparsi alle strutture poliziesche, alle cosiddette “forze dell’ordine”. Anche qui, noi comuni cittadini non sudditi, troviamo ogni giorni forti motivi di sarcasmo, diffidenza, estraneità e – in molti casi – ostilità reciproca (cariche in piazze, pestaggi nei commissariati, uccisioni frequenti e immotivate di poveri cristi).
Dal lato dell’establishment, comunque, si è continuato a incensare questo presunto “presidio di legalità” a dispetto di evidenti dipendenze partitiche, corruzione dilagante (gli appalti dell’esercito riservano più sorprese della media nazionale, pare...). In testa a tutte le classifiche sulla residua “fiducia degli italiani” campeggia da sempre la Benemerita, ovvero i Carabinieri.
La notizia del momento – non a caso pressoché silenziata sulla stampa di regime – è che proprio un ramo dei Carabinieri è stato sollevato da un’indagine affidatagli dalla magistratura.
Stiamo parlando del Noe (Nucleo operativo ecologico), cui gli inquirenti napoletani avevano affidato le indagini sull’imprenditore Alfredo Romeo, poi allargatasi al “gliglio magico” renziano e al padre dell’ex premier. I giudici romani, guidati dall’esperto Giuseppe Pignatone (che si era fatto le ossa e la blindatura in quel di Reggio Calabria), hanno osservato che ogni loro iniziativa destinata a restar riservata (fin da quando l’indagine era ancora napoletana) finiva immancabilmente sui tavoli dei cronisti e nelle orecchie degli indagati. Non essendoci altri a conoscenza di certi dettagli, a causa di “ripetute rivelazioni di notizie coperte da segreto, sia prima che dopo la trasmissione degli atti a questo ufficio, la procura di Roma ha revocato al Nucleo operativo ecologico dei carabinieri la delega per ulteriori indagini, che è stata affidata al Nucleo investigativo di Roma dell’Arma”.
Direte: sempre di carabinieri si tratta. Ed è vero. Ma i nuovi inquirenti partono con gli occhi addosso, devono misurare ogni passo. E anche il giro degli inquisiti più potenti deve cambiare in corsa il giro delle conoscenze che possano portare agli stessi risultati (soffiate che consentano loro di difendersi da intercettazioni o pedinamenti).
C’è un ma, comunque. Nell’inchiesta ci sono i nomi anche di due esponenti di vertice dei carabinieri: il comandante provinciale di Firenze, Emanuele Saltalamacchia, e addirittura il comandante generale, Tullio Del Sette. Quest’ultimo è sospettato di aver comunicato a Luca Lotti – ex sottosegretario alla presidenza del consiglio, attuale ministro dello Sport, da sempre considerato “spicciafaccende” per conto di Matteo Renzi – che esisteva un’indagine a carico del padre del premier o comunque a ridosso dei vertici della Consip.
Anche le “forze dell’ordine” sono insomma un pilastro pesantemente tarlato.
Resta da vedere se questo “Stato” abbia ancora qualche anticorpo in circolazione. I marcatori tumorali, invece, proliferano alla grande...
Ultimo'ora: La Procura di Roma ha avviato una serie di procedimenti contro ignoti. Ma dopo la revoca delle indagini al Noe dei carabinieri, a nessuno sfugge che l'obiettivo degli inquirenti è individuare quei "pubblici ufficiali" che hanno avuto a che fare con l'inchiesta, sospettati come responsabili della fuga di notizie.
Fonte
Sia che si parli di Italia, di Stati Uniti o di Francia, la politica è una zona contendibile affollata di mezze figure, prive di qualsiasi visione progettuale sul futuro, sottoposta ai diktat dell’economia finanziaria globale ed esposta a ricatti, indagini, accuse. Esemplare in questo senso la vicenda Usa, con un neopresidente apertamente osteggiato per mesi dalla Cia – la Cia! – che ora accusa il predecessore di averlo tenuto sotto intercettazioni durante la campagna elettorale.
La magistratura, in questo vuoto programmaticamente voluto – basti guardare al cosiddetto “parlamento europeo”, l’unico al mondo privo di qualsiasi potere legislativo – emerge un po’ dappertutto come potere residuale (stante l’antica tripartizione tra esecutivo, legislativo e giudiziario), ma con alcuni pesanti handicap: assenza di legittimazione popolare, frequente dipendenza dal potere esecutivo, forte “sensibilità” verso i poteri economici. Eccezioni a parte, naturalmente...
Sembrerebbe dunque che al cittadino bisognoso di legalità non sia rimasto che aggrapparsi alle strutture poliziesche, alle cosiddette “forze dell’ordine”. Anche qui, noi comuni cittadini non sudditi, troviamo ogni giorni forti motivi di sarcasmo, diffidenza, estraneità e – in molti casi – ostilità reciproca (cariche in piazze, pestaggi nei commissariati, uccisioni frequenti e immotivate di poveri cristi).
Dal lato dell’establishment, comunque, si è continuato a incensare questo presunto “presidio di legalità” a dispetto di evidenti dipendenze partitiche, corruzione dilagante (gli appalti dell’esercito riservano più sorprese della media nazionale, pare...). In testa a tutte le classifiche sulla residua “fiducia degli italiani” campeggia da sempre la Benemerita, ovvero i Carabinieri.
La notizia del momento – non a caso pressoché silenziata sulla stampa di regime – è che proprio un ramo dei Carabinieri è stato sollevato da un’indagine affidatagli dalla magistratura.
Stiamo parlando del Noe (Nucleo operativo ecologico), cui gli inquirenti napoletani avevano affidato le indagini sull’imprenditore Alfredo Romeo, poi allargatasi al “gliglio magico” renziano e al padre dell’ex premier. I giudici romani, guidati dall’esperto Giuseppe Pignatone (che si era fatto le ossa e la blindatura in quel di Reggio Calabria), hanno osservato che ogni loro iniziativa destinata a restar riservata (fin da quando l’indagine era ancora napoletana) finiva immancabilmente sui tavoli dei cronisti e nelle orecchie degli indagati. Non essendoci altri a conoscenza di certi dettagli, a causa di “ripetute rivelazioni di notizie coperte da segreto, sia prima che dopo la trasmissione degli atti a questo ufficio, la procura di Roma ha revocato al Nucleo operativo ecologico dei carabinieri la delega per ulteriori indagini, che è stata affidata al Nucleo investigativo di Roma dell’Arma”.
Direte: sempre di carabinieri si tratta. Ed è vero. Ma i nuovi inquirenti partono con gli occhi addosso, devono misurare ogni passo. E anche il giro degli inquisiti più potenti deve cambiare in corsa il giro delle conoscenze che possano portare agli stessi risultati (soffiate che consentano loro di difendersi da intercettazioni o pedinamenti).
C’è un ma, comunque. Nell’inchiesta ci sono i nomi anche di due esponenti di vertice dei carabinieri: il comandante provinciale di Firenze, Emanuele Saltalamacchia, e addirittura il comandante generale, Tullio Del Sette. Quest’ultimo è sospettato di aver comunicato a Luca Lotti – ex sottosegretario alla presidenza del consiglio, attuale ministro dello Sport, da sempre considerato “spicciafaccende” per conto di Matteo Renzi – che esisteva un’indagine a carico del padre del premier o comunque a ridosso dei vertici della Consip.
Anche le “forze dell’ordine” sono insomma un pilastro pesantemente tarlato.
Resta da vedere se questo “Stato” abbia ancora qualche anticorpo in circolazione. I marcatori tumorali, invece, proliferano alla grande...
Ultimo'ora: La Procura di Roma ha avviato una serie di procedimenti contro ignoti. Ma dopo la revoca delle indagini al Noe dei carabinieri, a nessuno sfugge che l'obiettivo degli inquirenti è individuare quei "pubblici ufficiali" che hanno avuto a che fare con l'inchiesta, sospettati come responsabili della fuga di notizie.
Fonte
03/03/2017
Il Palazzo ha la filiera corta
Le vicende giudiziarie che stanno trascinando il Pd renziano verso l’implosione, a partire dalla principiale – l’affare Consip, centrale degli acquisti per le amministrazioni pubbliche – non stupisce nessuno. La classe dirigente italiana – imprenditori e politici, funzionari e corpi militari – è un abisso da cui ogni persona onesta vorrebbe distogliere lo sguardo.
Eppure una cosa stupisce: l’asimmetria palese tra dimensioni colossali degli affari o delle ambizioni e il nanismo imbarazzante delle filiere in competizione per accaparrarseli.
In questa oscena faccenda saltano fuori faccendieri più o meno improvvisati, quasi sempre figli, padri, fratelli, amici di infanzia e di famiglia. Tutti referenti di piccoli “imprenditori” – prestanome di altrettanti amici, parenti, famigli. Vien quasi da rimpiangere la Prima Repubblica, i grandi partiti divisi da visioni del mondo strutturate, in cui gli affari sporchi erano affidati a militanti provatissimi, pronti ad immolarsi anche in carcere pur di salvaguardare gli interessi del partito (Severino Citaristi per la Dc, Primo Greganti per il Pci, ecc). Crollate le fedi, volatili le appartenenze, individualizzate le ambizioni, non resta che affidarsi alla famiglia, al giro stretto di quelli che "io ti ho creato, io ti distruggo". Come nella n'drangheta...
Solo uno spaccato sintetico per capirci qualcosa, utilizzando le cronache giudiziarie. Il “povero” Alfredo Romeo aspira all’affare della sua vita puntando all’appalto per le pulizie dei palazzi del potere situati nel centro storico di Roma. Un business da 100 milioni facili facili (con il jobs act si possono fare miracoli imprenditoriali pagando quasi nulla i lavoratori precari) dagli importati risvolti “politici”. Pulire i cessi del potere è già di per sé uno stare nelle stanze del potere, no? Una volta lì, da cosa può nascere cosa...
Cerca un contatto con il padre di Renzi tramite un ragazzotto poco più che trentenne che però conosce bene sia il padre Tiziano che lo stesso (allora) premier. Può vantare – diventa la sua dote principale, nel resoconto che sarebbe stato fatto a Luca Lotti – di essere affidabile perché capace di tenere la bocca chiusa anche se rinchiuso in carcere (come avvenne qualche anno fa, poi assolto). Quest’ultimo è sospettato – dallo stesso Romeo e dagli inquirenti – di fare “il doppio gioco”, perché c’è un concorrente (la Cofely del piemontese Bigotti) che però sarebbe vicinissimo a Denis Verdini. Con il quale lo stesso Tiziano Renzi ha una innegabile conoscenza pluridecennale (era il distributore del Giornale di Toscana, in qualche modo proprietà del Verdini ieri condannato anche per questioni connesse a quel giornale).
Usciamo da questi maleodoranti anfratti e cerchiamo di respirare – speranza vana – innalzandoci alle vette della polichetta italiana. Qui “l’affaire Consip” sta destabilizzando il percorso del congresso del Pd, voluto proprio da Renzi il più rapido e sbrigativo possibile (idee e progetti da discutere non ce ne sono, perché perder tempo...). Più passano i giorni, più consistenti pezzi della vecchia maggioranza renziana si vanno sbriciolando. Per paura che il purosangue si sia dimostrato un ronzino molto dopato (la botta della sconfitta al referendum avrebbe determinato la sua scomparsa, in un paese normale), per vaghe tentazioni egemoniche (Franceschini, più che Orlando o Emiliano), per le incertezze sul futuro (tra un sistema politico balcanizzato dal proporzionale e una ormai certa presa di controllo del paese da parte dell’Unione Europea, se le elezioni in Francia e Germania non produrranno sconquassi inimmaginabili).
Sorprende, insomma, che le prevedibili traversie giudiziarie di una filiera corta come il “giglio magico” possano esser diventate il detonatore in grado di far esplodere ciò che resta del sistema politico italiano. Se il Pd – come si ammette ormai quasi apertamente – è sul punto dell’esplosione per motivi così bassi, non esiste nessuna alternativa che possa risultare credibile ai mitici “mercati”, alla Troika e non da ultimo alla popolazione di questo paese. I Cinque Stelle non lo sono per una lunga serie di motivi, che la giunta Raggi si è incaricata di esemplificare. E comunque, una qualsiasi offerta politica che possa risultare gradita a Bruxelles o Francoforte è ipso facto invisa a un elettorato dal “vaffa” facile. Anche se nell’immediato fosse possibile presentargliela con una “narrazione” fascinosa, tempo pochi mesi e le cose si chiariscono bene...
Filiera cortissima, quella fiorentina. Un “comitato d’affari” ristretto in pochi chilometri quadrati, rivelatosi incapace di rappresentare una soluzione efficace per ciò che resta della borghesia di questo paese; incapace di qualsiasi “visione” più concreta di un acido lisergico, intellettualmente nano e concentrato unicamente sui propri interessi personali; una compagnia di ventura a chilometri zero.
Che è poi la vera cifra del “pensiero politico” diffuso in ogni ambiente di questo paese: vista corta, miope, con molti gradi di astigmatismo.
Fonte
Valutata con i parametri dei risultati aziendali, la Romeo Gestioni spa dell’imprenditore Alfredo Romeo sembrerebbe una storia di successo. Adesso è di nuovo finita nella bufera con l’accusa di corruzione nel maxi-appalto per le forniture alle amministrazioni pubbliche tramite la Consip. Conoscere questa storia è però illuminante per comprendere la natura e la sostanza del capitalismo e degli imprenditori “ di successo” nel nostro paese. La Romeo Gestioni, la società ha gestito fino al 2012 il patrimonio immobiliare del Comune di Napoli, gestione per il quale è finita sotto inchiesta nel 2007 ed ora nuovamente nel 2016. Relativamente all’appalto per la gestione del patrimonio del Comune di Roma (revocato nel 2014), il contratto con Romeo risale al 2005, durava 7 anni e da quella scadenza si va avanti a proroghe del servizio, che riguarda appunto la manutenzione ordinaria (4 milioni) ma anche l’aspetto gestionale come attività contabile e contenziosi amministrativi (6 milioni) e rimborsi, per esempio la spesa di inoltro bollette (1 milione). Nel 2008 il sindaco Alemanno sottrasse al gruppo dell’imprenditore napoletano il contratto pluriennale di 720 milioni di euro per la manutenzione stradale prendendo spunto dalle vicende giudiziarie dell’imprenditore a Napoli, ma confermò a Romeo il contratto di affidamento sopracitato, siglato dall’amministrazione Veltroni il 30 settembre 2005 per la durata di 7 anni. L’imprenditore Alfredo Romeo, arrestato mercoledi, ha finanziato destra e sinistra a colpi di migliaia di euro. 25.000 euro per sostenere le elezioni politiche di Italo Bocchino (An), 40.000 euro per Alleanza Nazionale, 50.000 euro per Goffredo Bettini (Pd) per le elezioni politiche del 2013, 50.000 euro per Francesco Rutelli (Pd) per le elezioni comunali 2008, 230.000 euro a Nicola Zingaretti (Pd) per le elezioni provinciali dei 2008, 98.000 euro per i Democratici di Sinistra nel 2006, 30.000 euro per Nicola Latorre (Pd) per le politiche del 2013. Ma la lista è ancora più lunga se torniamo indietro nel tempo. Nel 2009, in occasione del processo che lo vedrà condannato in primo e secondo grado e poi assolto in Cassazione. venne fuori la lista dei finanziamenti erogati da quattro società che fanno capo a Romeo (Romeo Gestioni, Isvafim spa, Romeo Partecipazioni srl, Romeo Alberghi srl). I finanziamenti riguardano il biennio 2007 – 2008. La relazione degli amministratori giudiziari contiene, tra l’altro, due finanziamenti di 60mila e 50mila euro, erogati dalla Romeo Alberghi al Comitato per Rutelli. Altri soldi erano venuti fuori anche per il Comitato che sosteneva l’allora candidato alla presidenza della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti: 110mila euro dalla Isvafim. Altri 90mila euro sono finiti dalla Romeo Partecipazioni alla associazione Liberinsieme, indicata dagli amministratori giudiziari «espressione del Pd». Molto inferiore invece il finanziamento per una cena che si tenne al Palazzo dei Congressi dell’Eur, organizzata dal comitato provvisorio del Pd: 5mila euro. Mentre una bella sommetta la incassò la Fondazione di Iniziativa Mezzogiorno Europa Onlus: 32mila euro. La Fondazione è presieduta da Andrea Geremicca, una delle menti più lucide dell’ex Pci, ex parlamentare ed ex assessore all’Edilizia pubblica e privata, ai tempi della prima giunta rossa al comune di Napoli, con sindaco Maurizio Valenzi. Soldi anche alla Fondazione Sant’Egidio (32mila euro) e alla Fondazione A voce de’ criature, (18mila euro), promossa dal parroco anticamorra don Luigi Merola, fino a qualche tempo fa, in servizio a Forcella. Quindicimila euro anche per il centro studi Nomisma, versati in due tranche da 7.500 euro l’una. Nonostante le sue disavventure giudiziarie, la Romeo Gestioni continua ad avere un successo fuori dal comune. Ne dà conto oggi il Sole 24 Ore segnalando come il fatturato sia aumentato di ben il 65% (224 milioni) in soli 4 anni, decisamente in controtendenza con la situazione di altre società analoghe.Anche l’utile netto è cresciuto di 10 milioni di euro negli ultimi quattro anni, arrivando a 29 milioni nel 2015. Una società concorrente – il gigante Manutencoop – nello stesso anno e con un fatturato cinque volte superiore alla Romeo, nel 2015 ha chiuso in perdita e i suoi utili nell’anno precedente erano solo di 12 milioni di euro (un terzo di quelli della Rome Gestioni). Sarà una coincidenza, ma il governo Renzi si è insediato esattamente quattro anni fa, un lasso di tempo che coincide con gli straordinari successi nei bilanci della Romeo Gestioni. Secondo La Repubblica, un alto ufficiale dei servizi segreti si incontrò con Alfredo Romeo per assicurargli che era nella lista di “dieci intoccabili”. Un imprenditore di successo, dunque, ma ancora una volta sempre e solo con i soldi pubblici. Anche per l’appaltone della Consip, i soldi non sarebbero arrivati “dai mercati” (quelli a cui occorre inchinarsi e con cui ci sfracassano ogni volta che si parla delle esigenze popolari) ma da quella spesa pubblica contro cui si accaniscono con un mano tutti i castigatori, magari pronti ad allungare l’altra per prendersi la loro parte. Un capitalismo d'ombra e imprenditori parassiti dunque. Infine ma non importanza. Nei giorni scorsi abbiamo ricordato come nel 2014 Alfredo Romeo querelò Contropiano per diffamazione. Due giorni prima della pubblicazione di un nostro articolo che lo definiva condannato (e tale era stato in primo e secondo grado), Alfredo Romeo era stato assolto in Cassazione. Abbiamo, giustamente, riconosciuto l’errore e corretto la notizia ma la querela non risulta cancellata e tuttora pendente. Essendo allergici al giustizialismo non proviamo alcuna goduria nell’invocare le manette per alcuno. Ma che l’onorabilità di qualcuno possa ritenersi offesa da Contropiano quando le circostanze sono quelle che abbiamo ricostruito appare decisamente irricevibile
Valutata con i parametri dei risultati aziendali, la Romeo Gestioni spa dell’imprenditore Alfredo Romeo sembrerebbe una storia di successo. Adesso è di nuovo finita nella bufera con l’accusa di corruzione nel maxi-appalto per le forniture alle amministrazioni pubbliche tramite la Consip. Conoscere questa storia è però illuminante per comprendere la natura e la sostanza del capitalismo e degli imprenditori “ di successo” nel nostro paese.
La Romeo Gestioni è la società che ha gestito fino al 2012 il patrimonio immobiliare del Comune di Napoli, gestione per il quale è finita sotto inchiesta nel 2007 ed ora nuovamente nel 2016.
Relativamente all’appalto per la gestione del patrimonio del Comune di Roma (revocato nel 2014), il contratto con Romeo risale al 2005, durava 7 anni e da quella scadenza si va avanti a proroghe del servizio, che riguarda appunto la manutenzione ordinaria (4 milioni) ma anche l’aspetto gestionale come attività contabile e contenziosi amministrativi (6 milioni) e rimborsi, per esempio la spesa di inoltro bollette (1 milione). Nel 2008 il sindaco Alemanno sottrasse al gruppo dell’imprenditore napoletano il contratto pluriennale di 720 milioni di euro per la manutenzione stradale prendendo spunto dalle vicende giudiziarie dell’imprenditore a Napoli, ma confermò a Romeo il contratto di affidamento sopracitato, siglato dall’amministrazione Veltroni il 30 settembre 2005 per la durata di 7 anni.
L’imprenditore Alfredo Romeo, arrestato mercoledì, ha finanziato destra e sinistra a colpi di migliaia di euro. 25.000 euro per sostenere le elezioni politiche di Italo Bocchino (An), 40.000 euro per Alleanza Nazionale, 50.000 euro per Goffredo Bettini (Pd) per le elezioni politiche del 2013, 50.000 euro per Francesco Rutelli (Pd) per le elezioni comunali 2008, 230.000 euro a Nicola Zingaretti (Pd) per le elezioni provinciali del 2008, 98.000 euro per i Democratici di Sinistra nel 2006, 30.000 euro per Nicola Latorre (Pd) per le politiche del 2013.
Ma la lista è ancora più lunga se torniamo indietro nel tempo. Nel 2009, in occasione del processo che lo vedrà condannato in primo e secondo grado e poi assolto in Cassazione, venne fuori la lista dei finanziamenti erogati da quattro società che fanno capo a Romeo (Romeo Gestioni, Isvafim spa, Romeo Partecipazioni srl, Romeo Alberghi srl).
I finanziamenti riguardano il biennio 2007 – 2008. La relazione degli amministratori giudiziari contiene, tra l’altro, due finanziamenti di 60mila e 50mila euro, erogati dalla Romeo Alberghi al Comitato per Rutelli. Altri soldi erano venuti fuori anche per il Comitato che sosteneva l’allora candidato alla presidenza della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti: 110mila euro dalla Isvafim.
Altri 90mila euro sono finiti dalla Romeo Partecipazioni all'associazione Liberinsieme, indicata dagli amministratori giudiziari «espressione del Pd». Molto inferiore invece il finanziamento per una cena che si tenne al Palazzo dei Congressi dell’Eur, organizzata dal comitato provvisorio del Pd: 5mila euro. Mentre una bella sommetta la incassò la Fondazione di Iniziativa Mezzogiorno Europa Onlus: 32mila euro. La Fondazione è presieduta da Andrea Geremicca, una delle menti più lucide dell’ex Pci, ex parlamentare ed ex assessore all’Edilizia pubblica e privata, ai tempi della prima giunta rossa al comune di Napoli, con sindaco Maurizio Valenzi.
Soldi anche alla Fondazione Sant’Egidio (32mila euro) e alla Fondazione A voce de’ criature, (18mila euro), promossa dal parroco anticamorra don Luigi Merola, fino a qualche tempo fa, in servizio a Forcella. 15mila euro anche per il centro studi Nomisma, versati in due tranche da 7.500 euro l’una.
Nonostante le sue disavventure giudiziarie, la Romeo Gestioni continua ad avere un successo fuori dal comune. Ne dà conto oggi il Sole 24 Ore segnalando come il fatturato sia aumentato di ben il 65% (224 milioni) in soli 4 anni, decisamente in controtendenza con la situazione di altre società analoghe. Anche l’utile netto è cresciuto di 10 milioni di euro negli ultimi quattro anni, arrivando a 29 milioni nel 2015. Una società concorrente – il gigante Manutencoop – nello stesso anno e con un fatturato cinque volte superiore alla Romeo, nel 2015 ha chiuso in perdita e i suoi utili nell’anno precedente erano solo di 12 milioni di euro (un terzo di quelli della Rome Gestioni). Sarà una coincidenza, ma il governo Renzi si è insediato esattamente quattro anni fa, un lasso di tempo che coincide con gli straordinari successi nei bilanci della Romeo Gestioni. Secondo La Repubblica, un alto ufficiale dei servizi segreti si incontrò con Alfredo Romeo per assicurargli che era nella lista di “dieci intoccabili”.
Un imprenditore di successo, dunque, ma ancora una volta sempre e solo con i soldi pubblici. Anche per l’appaltone della Consip, i soldi non sarebbero arrivati “dai mercati” (quelli a cui occorre inchinarsi e con cui ci sfracassano ogni volta che si parla delle esigenze popolari) ma da quella spesa pubblica contro cui si accaniscono con un mano tutti i castigatori, magari pronti ad allungare l’altra per prendersi la loro parte. Un capitalismo d'ombra e imprenditori parassiti dunque.
Infine ma non importanza. Nei giorni scorsi abbiamo ricordato come nel 2014 Alfredo Romeo querelò Contropiano per diffamazione. Due giorni prima della pubblicazione di un nostro articolo che lo definiva condannato (e tale era stato in primo e secondo grado), Alfredo Romeo era stato assolto in Cassazione. Abbiamo, giustamente, riconosciuto l’errore e corretto la notizia ma la querela non risulta cancellata e tuttora pendente. Essendo allergici al giustizialismo non proviamo alcuna goduria nell’invocare le manette per alcuno. Ma che l’onorabilità di qualcuno possa ritenersi offesa da Contropiano quando le circostanze sono quelle che abbiamo ricostruito appare decisamente irricevibile.
Fonte
La Romeo Gestioni è la società che ha gestito fino al 2012 il patrimonio immobiliare del Comune di Napoli, gestione per il quale è finita sotto inchiesta nel 2007 ed ora nuovamente nel 2016.
Relativamente all’appalto per la gestione del patrimonio del Comune di Roma (revocato nel 2014), il contratto con Romeo risale al 2005, durava 7 anni e da quella scadenza si va avanti a proroghe del servizio, che riguarda appunto la manutenzione ordinaria (4 milioni) ma anche l’aspetto gestionale come attività contabile e contenziosi amministrativi (6 milioni) e rimborsi, per esempio la spesa di inoltro bollette (1 milione). Nel 2008 il sindaco Alemanno sottrasse al gruppo dell’imprenditore napoletano il contratto pluriennale di 720 milioni di euro per la manutenzione stradale prendendo spunto dalle vicende giudiziarie dell’imprenditore a Napoli, ma confermò a Romeo il contratto di affidamento sopracitato, siglato dall’amministrazione Veltroni il 30 settembre 2005 per la durata di 7 anni.
L’imprenditore Alfredo Romeo, arrestato mercoledì, ha finanziato destra e sinistra a colpi di migliaia di euro. 25.000 euro per sostenere le elezioni politiche di Italo Bocchino (An), 40.000 euro per Alleanza Nazionale, 50.000 euro per Goffredo Bettini (Pd) per le elezioni politiche del 2013, 50.000 euro per Francesco Rutelli (Pd) per le elezioni comunali 2008, 230.000 euro a Nicola Zingaretti (Pd) per le elezioni provinciali del 2008, 98.000 euro per i Democratici di Sinistra nel 2006, 30.000 euro per Nicola Latorre (Pd) per le politiche del 2013.
Ma la lista è ancora più lunga se torniamo indietro nel tempo. Nel 2009, in occasione del processo che lo vedrà condannato in primo e secondo grado e poi assolto in Cassazione, venne fuori la lista dei finanziamenti erogati da quattro società che fanno capo a Romeo (Romeo Gestioni, Isvafim spa, Romeo Partecipazioni srl, Romeo Alberghi srl).
I finanziamenti riguardano il biennio 2007 – 2008. La relazione degli amministratori giudiziari contiene, tra l’altro, due finanziamenti di 60mila e 50mila euro, erogati dalla Romeo Alberghi al Comitato per Rutelli. Altri soldi erano venuti fuori anche per il Comitato che sosteneva l’allora candidato alla presidenza della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti: 110mila euro dalla Isvafim.
Altri 90mila euro sono finiti dalla Romeo Partecipazioni all'associazione Liberinsieme, indicata dagli amministratori giudiziari «espressione del Pd». Molto inferiore invece il finanziamento per una cena che si tenne al Palazzo dei Congressi dell’Eur, organizzata dal comitato provvisorio del Pd: 5mila euro. Mentre una bella sommetta la incassò la Fondazione di Iniziativa Mezzogiorno Europa Onlus: 32mila euro. La Fondazione è presieduta da Andrea Geremicca, una delle menti più lucide dell’ex Pci, ex parlamentare ed ex assessore all’Edilizia pubblica e privata, ai tempi della prima giunta rossa al comune di Napoli, con sindaco Maurizio Valenzi.
Soldi anche alla Fondazione Sant’Egidio (32mila euro) e alla Fondazione A voce de’ criature, (18mila euro), promossa dal parroco anticamorra don Luigi Merola, fino a qualche tempo fa, in servizio a Forcella. 15mila euro anche per il centro studi Nomisma, versati in due tranche da 7.500 euro l’una.
Nonostante le sue disavventure giudiziarie, la Romeo Gestioni continua ad avere un successo fuori dal comune. Ne dà conto oggi il Sole 24 Ore segnalando come il fatturato sia aumentato di ben il 65% (224 milioni) in soli 4 anni, decisamente in controtendenza con la situazione di altre società analoghe. Anche l’utile netto è cresciuto di 10 milioni di euro negli ultimi quattro anni, arrivando a 29 milioni nel 2015. Una società concorrente – il gigante Manutencoop – nello stesso anno e con un fatturato cinque volte superiore alla Romeo, nel 2015 ha chiuso in perdita e i suoi utili nell’anno precedente erano solo di 12 milioni di euro (un terzo di quelli della Rome Gestioni). Sarà una coincidenza, ma il governo Renzi si è insediato esattamente quattro anni fa, un lasso di tempo che coincide con gli straordinari successi nei bilanci della Romeo Gestioni. Secondo La Repubblica, un alto ufficiale dei servizi segreti si incontrò con Alfredo Romeo per assicurargli che era nella lista di “dieci intoccabili”.
Un imprenditore di successo, dunque, ma ancora una volta sempre e solo con i soldi pubblici. Anche per l’appaltone della Consip, i soldi non sarebbero arrivati “dai mercati” (quelli a cui occorre inchinarsi e con cui ci sfracassano ogni volta che si parla delle esigenze popolari) ma da quella spesa pubblica contro cui si accaniscono con un mano tutti i castigatori, magari pronti ad allungare l’altra per prendersi la loro parte. Un capitalismo d'ombra e imprenditori parassiti dunque.
Infine ma non importanza. Nei giorni scorsi abbiamo ricordato come nel 2014 Alfredo Romeo querelò Contropiano per diffamazione. Due giorni prima della pubblicazione di un nostro articolo che lo definiva condannato (e tale era stato in primo e secondo grado), Alfredo Romeo era stato assolto in Cassazione. Abbiamo, giustamente, riconosciuto l’errore e corretto la notizia ma la querela non risulta cancellata e tuttora pendente. Essendo allergici al giustizialismo non proviamo alcuna goduria nell’invocare le manette per alcuno. Ma che l’onorabilità di qualcuno possa ritenersi offesa da Contropiano quando le circostanze sono quelle che abbiamo ricostruito appare decisamente irricevibile.
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Consip: siamo alla vigilia di un avviso di garanzia per Matteo Renzi?
Con l’arresto di Romeo lo scandalo Consip è ad una svolta decisiva. Non sappiamo, se non per indiscrezioni giornalistiche, cosa abbiano in mano i magistrati ed il garantismo vale sempre,
anche se l’indiziato si chiama Tiziano Renzi, per cui vedremo quando le
cose saranno più chiare. Ma c’è una frase dell’ordinanza cautelare che
lascia cadere di sfuggita queste parole: “livello politico più alto”. Di
che livello politico si parla?
Qui è già coinvolto un ministro, e allora?
Insomma, non prendiamoci in giro e prendiamo il toro per le corna: sta
arrivando un avviso di garanzia (o peggio) a Renzi figlio?
Come lo stesso Renzi ha ricordato, all’indomani della sua sconfitta
referendaria, non essendo parlamentare, non gode di immunità per
l’arresto e nulla fa pensare, almeno per ora, ad una misura così grave,
ma anche un semplice avviso di garanzia, nel pieno del congresso del Pd
ed alla vigilia di elezioni politiche (che arriveranno al più tardi fra
10 mesi) avrebbe effetti devastanti per Renzi, per il Pd e per l’intero
sistema.
Certo: sappiamo che le colpe dei padri non ricadono sui figli e non
c’è motivo per venir meno a questa regola di civiltà, ma qui ci sono
molti punti scabrosi da chiarire.
Tiziano Renzi smentisce di aver richiesto o ricevuto danaro e va bene:
vedremo che prove ci sono, ma resta un fatto che non pare smentito,
cioè che lui abbia incontrato (sembra per una cena segreta ed in una
taverna) l’imprenditore Romeo. Ed allora sorge una domanda: a che titolo
lo ha incontrato, visto che non pare abbia alcun incarico
istituzionale?
L’uomo è molto attivo, come segnalano i numerosi
procedimenti penali che lo hanno visto coinvolto anche se il più delle
volte archiviato da Genova ad Arezzo, ma in che veste dispiega questo
attivismo? Ha speso il nome del figlio? E il Presidente del Consiglio
non ne sapeva nulla? Come si fa a crederlo? Anche nel caso in cui sia il padre sia
Lotti non gliene abbiano detto nulla, per non coinvolgerlo (il che,
però, fa pensare che fossero coscienti dell’inconfessabilità
dell’azione) possibile che i servizi di informazione e sicurezza non lo
abbiano messo sull’avviso? Poi, quando uno ha un padre così vivace ed
arzillo, magari cerca di tenerlo d’occhio, o no?
Come se non bastasse, ci si aggiunge l’intervento di Michele Emiliano, governatore della Puglia e candidato alla segreteria del Pd, che dice che ricevette un sms che lo invitava a ricevere l’imprenditore Russo,
ed ovviamente, da magistrato e da cittadino, ritiene suo dovere rendere
testimonianza davanti all’Ag che procede. Alcuni nel Pd osservano che
questo lo mette in condizione di conflitto di interessi fra il suo
essere testimone (ma sarebbe più giusto dire, persona informata dei
fatti) ed il suo essere rivale di Renzi nella competizione per la
segreteria.
Conflitto di interessi? E perché mai? Rendere testimonianza non è un
interesse ma un dovere, e sostenere il contrario significa dire che un
cittadino nelle condizioni di Emiliano, dovrebbe sottrarsi ad un dovere
di legge per poter concorrere alle elezioni interne ad un partito. Nel
Pd hanno convinzioni giuridiche molto particolari.
Più insidiosamente, il presidente della Commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, rilascia una intervista alla Repubblica,
per ricordare che Emiliano dovrebbe decidersi se essere iscritto ad un
partito e dimettersi da magistrato o se rientrare in Magistratura, ma
rinunciando alla corsa alla segreteria Pd. Nel merito, la Ferranti non
ha torto, perché la legge proibisce ad un magistrato di iscriversi ad un
partito senza eccezioni, deroghe o periodi interinali. Sin qui va bene,
però, considerato che Emiliano è stato per 4 anni segretario regionale
del partito in Puglia (e quindi iscritto) senza che nel Pd questo
sollevasse alcun dubbio, la cosa suona strana ora, alla vigilia della
sua deposizione. Suona un po’ come il preavviso di un’azione
disciplinare in Csm e come un forte segnale di nervosismo nelle alte
sfere renziane.
Personalmente consiglierei a Michele (che conosco
dai tempi dell’Università, ahimè 37-8 anni fa) di dimettersi prima dalla
magistratura, spezzando il giocattolo nelle mani dei suoi avversari:
evitando così una procedura che lo danneggerebbe mediaticamente. Ma la
cosa suona strana.
In primo luogo, Emiliano riceve la sollecitazione a ricevere un
imprenditore, da un suo collega di partito, ma non ha trovato un minuto
di tempo per riceverlo. Certo, l’attività di governatore è molto
assorbente, ma un esterno potrebbe anche avere l’impressione che
Emiliano abbia intenzionalmente evitato di riceverlo. Perché?
Poi, in secondo luogo: personalmente ricevo 15-20
sms al giorno (non so voi che mi leggete) ed immagino che il governatore
di una regione ne riceva molti di più o, comunque non meno. Ovviamente,
non è possibile conservarli tutti, invece Emiliano conserva quegli sms.
Conoscendo Michele, come ho detto, so che non è uomo che
faccia qualcosa senza pensarci su, così casualmente ed allora, perché ha
conservato quegli sms?
Mettendo in relazione le due cose (gli sms conservati e la mancata
visita) sorge un sospetto: che la vicenda Consip fosse già molto
chiacchierata all’interno del Pd, al punto che Emiliano pensò di non
ricevere un personaggio che riteneva compromettente e conservò gli sms
cautelativamente. Poi, tanto per non lasciare dubbi, risponde a chi gli
chiede se non sia preoccupato della sua doppia veste di testimone e di
candidato alla segreteria, che “altri candidati hanno da preoccuparsi”. E
non credo parlasse di Orlando.
Credo che sia un caso che ci darà ancora molte sorprese:
già un po’ più di un anno fa scrissi che se un avviso di garanzia fosse
arrivato a Lotti o Carrai, il siluro sarebbe arrivato in sala macchine e
mi pare che...
01/03/2017
Arrestato Alfredo Romeo. Altro piombo nelle ali di Renzi
Un arresto eccellente, si sarebbe detto una volta. E anche un arresto che mostra l’abisso in cui è precipitata una delle famiglie che hanno fatto la storia industriale italiana. Alfredo Romeo è stato arrestato questa mattina dai carabinieri e dalla guardia di Finanza in relazione ad un episodio di corruzione nell'ambito dell'inchiesta Consip.
Per restare in ambito “famiglie”, si tratta di una notizia che complica notevolmente il già disagevole “ritorno del futuro”, ovvero il tentativo di Matteo Renzi di ripresentarsi sulla scena come mattatore. Tralasciamo per il momento la lunga serie di indiscrezioni – ampiamente riportata da tutti i giornali – sulle fibrillazioni interne a quello che fu la sua maggioranza dentro il Pd, con gente che scende dal suo carro senza essere sostituita da nessuno. Vediamo perché questo arresto è per lui un problema ulteriore.
Tutto nasce dalle dichiarazioni dell'alto dirigente della Consip Mario Gasparri, interrogato a dicembre dai pm di Napoli, Henry John Woodcock e Celeste Carrano. L’inchiesta è stata poi trasferita a Roma per competenza ed ha assunto, se possibile, un ritmo di marcia molto incalzante. Per esempio, scrive Repubblica, “Gli uffici di Romeo sono stati intercettati per mesi dalla procura napoletana sia con il virus Trojan sia con metodi tradizionali e perfino sui balconi di alcune stanze romane. I carabinieri del Noe hanno tra l'altro recuperato, nella discarica di Roma, i 'pizzini' strappati e poi ricomposti, con appunti che recavano tracce, secondo gli inquirenti, di dazioni di denaro, accordi illeciti e favori di varia natura”.
Colore a parte (i “pizzini” saranno stati recuperati tra i rifiuti dell’ufficio, non certo “in discarica”), sembra chiaro che “c’è ciccia”. Ed anche tanta. Consip è infatti la società – controllata dal ministero dell’economia – che centralizza gli acquisti dello Stato. Pensata per eliminare la corruzione diffusa (ogni centrale di spesa locale era facilmente avvicinabile da interessi privati anche relativamente piccoli o addirittura malavitosi), si sta rivelando invece una “centrale sicura” per i grandi corruttori, quelli che muovono società miliardarie e “competono” per appalti di quelle dimensioni. Ovviamente, per ottenerli, devono o cercano di “ungere” le rotelle giuste. Ossia funzionari di altissimo livello, nominati direttamente dal governo.
Uno di questi – Mario Gasparri, appunto – direttore della divisione Sourcing Servizi e Utility di Consip, il settore che si occupa delle gare d’appalto per l’acquisto dei servizi per tutte le amministrazioni, ha ammesso davanti ai magistrati inquirenti di aver ricevuto da Alfredo Romeo somme “consistenti” in cambio di informazioni riservate utili a fargli vincere un appalto da 700 milioni di euro nell’ambito dell’appalto più grande d’Europa: il Fm4 (facility management). La gara era stata indetta nel 2014 per l’affidamento dei servizi gestionali di uffici, università e centri di ricerca della Pubblica amministrazione. Tutto, insomma. Per un totale di 2,7 miliardi di euro da affidare “in convenzione”, corrispondenti all’11,5% del totale della spesa statale corrente.
Viene da chiedersi come potesse un impero economico fondamentalmente centrato sul business immobiliare (Romeo ha gestito per anni anche le case di proprietà del Comune di Roma, grazie a una delibera di Veltroni nel 2005) garantire “servizi” di tutt’altra natura. Ma concentriamoci sui rischi per “il futuro”, ossia Renzi.
L’inchiesta giudiziaria, andando avanti, ha messo nel mirino – per rivelazione di segreto di ufficio e favoreggiamento – Luca Lotti, l’amico personale di Renzi che nel suo governo aveva ottenuto deleghe delicatissime e che avrebbe voluto anche quella ai servizi segreti nell’esecutivo Gentiloni. Respinto con perdite, si è dovuto accontentare della nomina a ministro dello sport, che assicura comunque una notevole vicinanza alle grandi opere per possibili eventi (immaginiamo con quanta gioia debba avere accolto il “no” alle Olimpiadi 2014). Lotti avrebbe infatti avvertito l’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, di essere sotto inchiesta, con i telefoni sotto controllo. Il quale ordina una verifica dei suoi uffici e scopre un bel numero di “cimici”. Interrogato, Marroni tira in ballo anche il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, comandante dell’arma in Toscana.
Peggio ancora. È stato iscritto nel registro degli indagati anche Tiziano Renzi, padre dell’ex premier. Nel suo caso il reato ipotizzato è “traffico di influenze illecite”, e non sembra difficile capire di cosa si tratta, in un giro di “conoscenze” che mette in contatto continuo premier, ministri, imprenditori e generali dei carabinieri. Il contatto sbagliato, quello che lega Romeo al padre di Renzi, è Carlo Russo, giovanissimo imprenditore di Scandicci “legatissimo” a Tiziano.
A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca. Se poi i cattivi pensieri vengono confermati dalle intercettazioni, dai “pizzini” stracciati e da qualche confessione... La filiera delle “conoscenze” sarebbe insomma abbastanza chiara, e avrebbe prodotto il risultato voluto: aggiudicazione dell’appalto in cambio di...
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Per restare in ambito “famiglie”, si tratta di una notizia che complica notevolmente il già disagevole “ritorno del futuro”, ovvero il tentativo di Matteo Renzi di ripresentarsi sulla scena come mattatore. Tralasciamo per il momento la lunga serie di indiscrezioni – ampiamente riportata da tutti i giornali – sulle fibrillazioni interne a quello che fu la sua maggioranza dentro il Pd, con gente che scende dal suo carro senza essere sostituita da nessuno. Vediamo perché questo arresto è per lui un problema ulteriore.
Tutto nasce dalle dichiarazioni dell'alto dirigente della Consip Mario Gasparri, interrogato a dicembre dai pm di Napoli, Henry John Woodcock e Celeste Carrano. L’inchiesta è stata poi trasferita a Roma per competenza ed ha assunto, se possibile, un ritmo di marcia molto incalzante. Per esempio, scrive Repubblica, “Gli uffici di Romeo sono stati intercettati per mesi dalla procura napoletana sia con il virus Trojan sia con metodi tradizionali e perfino sui balconi di alcune stanze romane. I carabinieri del Noe hanno tra l'altro recuperato, nella discarica di Roma, i 'pizzini' strappati e poi ricomposti, con appunti che recavano tracce, secondo gli inquirenti, di dazioni di denaro, accordi illeciti e favori di varia natura”.
Colore a parte (i “pizzini” saranno stati recuperati tra i rifiuti dell’ufficio, non certo “in discarica”), sembra chiaro che “c’è ciccia”. Ed anche tanta. Consip è infatti la società – controllata dal ministero dell’economia – che centralizza gli acquisti dello Stato. Pensata per eliminare la corruzione diffusa (ogni centrale di spesa locale era facilmente avvicinabile da interessi privati anche relativamente piccoli o addirittura malavitosi), si sta rivelando invece una “centrale sicura” per i grandi corruttori, quelli che muovono società miliardarie e “competono” per appalti di quelle dimensioni. Ovviamente, per ottenerli, devono o cercano di “ungere” le rotelle giuste. Ossia funzionari di altissimo livello, nominati direttamente dal governo.
Uno di questi – Mario Gasparri, appunto – direttore della divisione Sourcing Servizi e Utility di Consip, il settore che si occupa delle gare d’appalto per l’acquisto dei servizi per tutte le amministrazioni, ha ammesso davanti ai magistrati inquirenti di aver ricevuto da Alfredo Romeo somme “consistenti” in cambio di informazioni riservate utili a fargli vincere un appalto da 700 milioni di euro nell’ambito dell’appalto più grande d’Europa: il Fm4 (facility management). La gara era stata indetta nel 2014 per l’affidamento dei servizi gestionali di uffici, università e centri di ricerca della Pubblica amministrazione. Tutto, insomma. Per un totale di 2,7 miliardi di euro da affidare “in convenzione”, corrispondenti all’11,5% del totale della spesa statale corrente.
Viene da chiedersi come potesse un impero economico fondamentalmente centrato sul business immobiliare (Romeo ha gestito per anni anche le case di proprietà del Comune di Roma, grazie a una delibera di Veltroni nel 2005) garantire “servizi” di tutt’altra natura. Ma concentriamoci sui rischi per “il futuro”, ossia Renzi.
L’inchiesta giudiziaria, andando avanti, ha messo nel mirino – per rivelazione di segreto di ufficio e favoreggiamento – Luca Lotti, l’amico personale di Renzi che nel suo governo aveva ottenuto deleghe delicatissime e che avrebbe voluto anche quella ai servizi segreti nell’esecutivo Gentiloni. Respinto con perdite, si è dovuto accontentare della nomina a ministro dello sport, che assicura comunque una notevole vicinanza alle grandi opere per possibili eventi (immaginiamo con quanta gioia debba avere accolto il “no” alle Olimpiadi 2014). Lotti avrebbe infatti avvertito l’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, di essere sotto inchiesta, con i telefoni sotto controllo. Il quale ordina una verifica dei suoi uffici e scopre un bel numero di “cimici”. Interrogato, Marroni tira in ballo anche il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, comandante dell’arma in Toscana.
Peggio ancora. È stato iscritto nel registro degli indagati anche Tiziano Renzi, padre dell’ex premier. Nel suo caso il reato ipotizzato è “traffico di influenze illecite”, e non sembra difficile capire di cosa si tratta, in un giro di “conoscenze” che mette in contatto continuo premier, ministri, imprenditori e generali dei carabinieri. Il contatto sbagliato, quello che lega Romeo al padre di Renzi, è Carlo Russo, giovanissimo imprenditore di Scandicci “legatissimo” a Tiziano.
A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca. Se poi i cattivi pensieri vengono confermati dalle intercettazioni, dai “pizzini” stracciati e da qualche confessione... La filiera delle “conoscenze” sarebbe insomma abbastanza chiara, e avrebbe prodotto il risultato voluto: aggiudicazione dell’appalto in cambio di...
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23/12/2016
I lotti di Lotti. Cè del marcio nella centrale per gli appalti pubblici?
C'è un appalto gigantesco che fa gola a molti, anzi a moltissimi. E' il “Facility Managment 4”. Il nome in inglese non tragga in inganno, si tratta di una classica gara d'appalto bandita nel 2014 e che scade nel II trimestre 2017. L'appalto è per “beni e servizi per immobili”, la convenzione dura 36 mesi e il contratto di servizio tra i 4 e i 6 anni. I lotti degli immobili di enti pubblici per cui assicurare beni e servizi, sono collocati in molte regioni, dalla Val D'Aosta alla Puglia. Inclusi quelli dei Municipi del Comune di Roma.
Si tratta di 2,7 miliardi di euro di risorse pubbliche (lo 0,2% del Pil) da spendere ed il cui coordinamento è stato affidato alla mitica Consip (la centrale unica degli acquisti), una sorta di “garante” diventata un meta mito come l'Anac di Cantone.
Ma lì dove si muovono i soldi e si assegnano gli appalti per l'acquisto di beni e servizi, si precipitano con discrezione o rumore gli appetiti di molti.
Avere dall'interno una “soffiata” sull'aria che tira, sulle caratteristiche indispensabili per vincere uno o più lotti dell'appalto o sulle cose da non dire al telefono o in ufficio (perchè magari ci sono le cimici ordinate dalla magistratura) diventa così materia preziosa, talvolta da remunerare con mazzette, omaggi, scambi di favori.
Sarebbero queste “soffiate”, che diventano favoreggiamento e rivelazione di segreto, ad aver messo nei guai un membro del cerchio magico di Renzi, il piddino Luca Lotti, attualmente ministro allo Sport nel governo Gentiloni. Per ora si tratta solo di un avviso di garanzia, ma la Procura di Napoli da tempo ha avviato una indagine sulla corruzione all'interno della Consip, arrivando a piazzare cimici in alcuni uffici. “L'affare” si è ingrossato e, puntuale, è arrivata la Procura di Roma che per competenza territoriale si è avocato il ramo principale dell'indagine.
Nel filone originario – quello della Procura di Napoli – risultano indagati il dirigente della Consip Marco Gasparri e l'immobiliarista napoletano Alfredo Romeo (protagonista di una querela contro il nostro giornale e che ha come consulente l'ex parlamentare di An Italo Bocchino).
Gasparri è l'ex assessore alla sanità della Toscana, silurato dall'attuale presidente della Regione ma amico di Lotti e di Renzi, e da quest'ultimo nominato a capo della Consip come “ricompensa”. Convocato dai magistrati, Gasparri parla e chiama in causa prima il generale Saltalamacchia, capo dei Carabinieri della Legione Toscana e poi finisce indagato anche il Comandante stesso dell'Arma dei carabinieri, generale Del Sette. I due generali avrebbero saputo dell'indagine in corso e lo avevano rivelato al presidente della Consip, Luigi Ferrara.
Nei mesi scorsi, Gasparri aveva avuto il sospetto di avere delle cimici in ufficio (non gli sgradevoli insetti ma gli apparati-spia). Aveva fatto fare una bonifica che aveva dato esito positivo, ovvero le cimici c'erano davvero. Neutralizzato il problema per il presente e il futuro, restava il problema di cosa era stato detto in passato tra le mura di quell'ufficio. Chiamato a renderne conto dai magistrati di Napoli, Gasparri deve aver detto qualcosa di interessante e l'indagine ha visto partire avvisi di reato per il ministro Lotti e i generali Saltalamacchia e Delsette.
Ma la vicenda giudiziaria, nella sua fase “ricognitiva”, visto che un avviso di garanzia significa niente più di questo, ha anche seri risvolti politici sul governo.
Lotti è un ministro ed un altro ministro, quello della Difesa Pinotti, ha già detto che se ne frega delle indagini – “Non ci faremo condizionare” sembra abbia detto la ministra – ed ha fatto sapere che il generale Delsette non si tocca. Anche se a fine mandato, al generale era stata accordata un proroga di un anno del suo incarico.
Come abbiamo più volte sottolineato, detestiamo ogni vocazione giustizialista per cui un avviso di garanzia diventa immediatamente una condanna. Quello che riteniamo inaccettabile è il doppio standard. Abbiamo già visto il trattamento differenziato riservato dalla “politica” e dai mass media al sindaco di Milano, Sala (tornato al suo posto) e al sindaco di Roma, Raggi (per la quale è addirittura il giornale “La Repubblica” ad invocare un avviso di garanzia al quale far seguire invece le dimissioni). Rimane il problema per cui le mani nella marmellata, le soffiate, le “dritte” e l'accesso agli appalti/risorse pubbliche, sono sempre monopolio di cricche ben definite, spesso su base regionale. Adesso è il momento dei “toscani”, un giglio magico fiorito intorno a Renzi, per il quale la rottamazione “degli altri” è solo un pretesto per prenderne il posto.
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Si tratta di 2,7 miliardi di euro di risorse pubbliche (lo 0,2% del Pil) da spendere ed il cui coordinamento è stato affidato alla mitica Consip (la centrale unica degli acquisti), una sorta di “garante” diventata un meta mito come l'Anac di Cantone.
Ma lì dove si muovono i soldi e si assegnano gli appalti per l'acquisto di beni e servizi, si precipitano con discrezione o rumore gli appetiti di molti.
Avere dall'interno una “soffiata” sull'aria che tira, sulle caratteristiche indispensabili per vincere uno o più lotti dell'appalto o sulle cose da non dire al telefono o in ufficio (perchè magari ci sono le cimici ordinate dalla magistratura) diventa così materia preziosa, talvolta da remunerare con mazzette, omaggi, scambi di favori.
Sarebbero queste “soffiate”, che diventano favoreggiamento e rivelazione di segreto, ad aver messo nei guai un membro del cerchio magico di Renzi, il piddino Luca Lotti, attualmente ministro allo Sport nel governo Gentiloni. Per ora si tratta solo di un avviso di garanzia, ma la Procura di Napoli da tempo ha avviato una indagine sulla corruzione all'interno della Consip, arrivando a piazzare cimici in alcuni uffici. “L'affare” si è ingrossato e, puntuale, è arrivata la Procura di Roma che per competenza territoriale si è avocato il ramo principale dell'indagine.
Nel filone originario – quello della Procura di Napoli – risultano indagati il dirigente della Consip Marco Gasparri e l'immobiliarista napoletano Alfredo Romeo (protagonista di una querela contro il nostro giornale e che ha come consulente l'ex parlamentare di An Italo Bocchino).
Gasparri è l'ex assessore alla sanità della Toscana, silurato dall'attuale presidente della Regione ma amico di Lotti e di Renzi, e da quest'ultimo nominato a capo della Consip come “ricompensa”. Convocato dai magistrati, Gasparri parla e chiama in causa prima il generale Saltalamacchia, capo dei Carabinieri della Legione Toscana e poi finisce indagato anche il Comandante stesso dell'Arma dei carabinieri, generale Del Sette. I due generali avrebbero saputo dell'indagine in corso e lo avevano rivelato al presidente della Consip, Luigi Ferrara.
Nei mesi scorsi, Gasparri aveva avuto il sospetto di avere delle cimici in ufficio (non gli sgradevoli insetti ma gli apparati-spia). Aveva fatto fare una bonifica che aveva dato esito positivo, ovvero le cimici c'erano davvero. Neutralizzato il problema per il presente e il futuro, restava il problema di cosa era stato detto in passato tra le mura di quell'ufficio. Chiamato a renderne conto dai magistrati di Napoli, Gasparri deve aver detto qualcosa di interessante e l'indagine ha visto partire avvisi di reato per il ministro Lotti e i generali Saltalamacchia e Delsette.
Ma la vicenda giudiziaria, nella sua fase “ricognitiva”, visto che un avviso di garanzia significa niente più di questo, ha anche seri risvolti politici sul governo.
Lotti è un ministro ed un altro ministro, quello della Difesa Pinotti, ha già detto che se ne frega delle indagini – “Non ci faremo condizionare” sembra abbia detto la ministra – ed ha fatto sapere che il generale Delsette non si tocca. Anche se a fine mandato, al generale era stata accordata un proroga di un anno del suo incarico.
Come abbiamo più volte sottolineato, detestiamo ogni vocazione giustizialista per cui un avviso di garanzia diventa immediatamente una condanna. Quello che riteniamo inaccettabile è il doppio standard. Abbiamo già visto il trattamento differenziato riservato dalla “politica” e dai mass media al sindaco di Milano, Sala (tornato al suo posto) e al sindaco di Roma, Raggi (per la quale è addirittura il giornale “La Repubblica” ad invocare un avviso di garanzia al quale far seguire invece le dimissioni). Rimane il problema per cui le mani nella marmellata, le soffiate, le “dritte” e l'accesso agli appalti/risorse pubbliche, sono sempre monopolio di cricche ben definite, spesso su base regionale. Adesso è il momento dei “toscani”, un giglio magico fiorito intorno a Renzi, per il quale la rottamazione “degli altri” è solo un pretesto per prenderne il posto.
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