La vicenda che pare proprio coinvolgere la famiglia Renzi, assieme a un giro di amici noti alle cronache nazionali,
ripercorre schemi già noti. Quelli di una rete – territoriale o
familiare a seconda del processo di formazione – in grado di entrare
nell’amministrazione dello stato, di affiliarsi con altre reti simili
per estrarre fondi quanto più possibile grazie ad attività di relazione e
di mediazione.
Le modalità familistiche o territoriali di formazione della rete,
o quelle di rafforzamento di vere e proprie strutture di clan
professionali, fanno capire molto dello spessore antropologico del
potere italiano. In poche parole, del potere reale quello che si
nasconde, spesso nemmeno troppo, dietro le forme. I Renzi sono una delle
forme che ha assunto, più recentemente, questo potere.
L’alleanza della rete Renzi con Verdini,
che queste forme del potere le conosce bene essendo stato in Forza
Italia (la struttura di celebrazione del potere neotribale italiano
recente), è forse quella che aiuta di più a leggere questo spessore
antropologico. Quello che caratterizza la rete dei Renzi, e comunque in
tutte le reti di potere che mantengono un carattere provinciale, è la
persistenza del potere patriarcale del capostipite. Una persistenza tale
da mettere nei guai i figli. Si pensi non solo a Tiziano Renzi, ormai onnipresente sui media, ma anche a una delle famiglie affiliate ai Renzi, i Boschi, le cui vicende bancarie del padre hanno politicamente messo in difficoltà la figlia Maria Elena. Per non parlare dei Lotti, altra famiglia affiliata ai Renzi, nei quali la figura del padre è ancora forte (e toccata dalle cronache). Mattone, relazioni, banche:
questo il terreno di formazione originaria dei Renzi, intesi come
famiglia forte di una rete di potere familistico formata da altre unità.
C’è poi l’allargamento al business dei grandi appalti come nell’ormai nota vicenda Consip.
Vicenda che coinvolge, come indagati anche il capo dell’arma dei
carabinieri, prorogato e quindi confermato nella carica dal governo
Gentiloni, e il ministro dello sport, Lotti. Vicenda che, quindi, fa
capire come la struttura di governo sia condizionata da quella della
rete di potere familistica che ospita. Non si tratta certo di una novità
nemmeno nella politica progressista contemporanea, si pensi ai Clinton,
ma di un fatto strutturale con il quale fare i conti. E il fatto strutturale è quello di una economia dei favori,
l’espressione è quello di una ricerca antropologica tratta da un testo
di Henig e Makovicky, che si riproduce aspirando risorse a danno del
resto della società. Ed è un fatto strutturale che avvicina le società
occidentale alle altre, facendo saltare il confine tra potere statale e reti privatistiche di pressione, e in maniera accelerata negli ultimi anni. Se si va infatti a vedere un recente articolo di Carolyn Warner (Sources of Corruption in the European Union) un motivo, di questo avvicinamento e di questa accelerazione, emerge chiaramente. Ovvero i
processi di privatizzazione e di decentralizzazione attuati dall’Ue
negli ultimi anni sono stati tutti occasione, per le reti dell’economia
del favore e dell’accumulazione privata, di accelerare i processi
corruttivi.
A guardare lo specifico della vicenda Consip,
i favori sul mega appalto, sembra però che anche i processi di
centralizzazione della spesa, decisi per risparmiare sulla spesa
pubblica, servano perfettamente alle esigenze di riproduzione
dell’economia del favore. C’è una struttura materiale delle reti sociali
di corruzione, di cui i singoli rappresentano sempre e solo la punta
dell’iceberg, che andrebbe quindi stroncata più a fondo. Specie quando
misure che parevano centrate secondo la retorica politica corrente, come
la centralizzazione della spesa per ridurre gli sprechi, si rivelano
utili solo per nuove occasioni di accaparramento privato. Con il
coinvolgimento, stando alle cronache sulla vicenda Consip, dei livelli
più alti del paese: arma dei carabinieri, governo, principale partito di
maggioranza.
Tutte vicende già conosciute con la Dc,
e dopo, ma sulle quali, all’epoca, veniva data una spiegazione
salvifica: una volta attuati i processi di privatizzazione il paese
sarebbe diventato più efficiente quindi più equo. È andata a
finire che i processi di privatizzazione, e di relativo dissolvimento
delle entità politiche organizzate, hanno favorito chi era organizzato
dal punto di vista delle reti familistiche e di potere.
Garantendo accaparramento. Reti familistiche informali, e mobili, si
intende. Quando si parla di affiliazione, qui, non si intende certo un
rito di sangue. Ma qualcosa che si ferma a riti e simbolico ben minori.
Per poter dire più facilmente, di fronte ad una inchiesta, che non ci
sono le prove di una rete reale tra famiglie sodali. O per riconvertire
velocemente alleanze in caso di bisogno. Un familismo pronto a
dissolversi all’istante quindi. E a descrivere le proprie conoscenze in
un qualcosa di molto simile al ritrovo occasionale e per scopi puramente
ricreativi. Compagni di merende, appunto.
Per Senza Soste, nique la police
3 marzo 2017
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