Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/09/2026

Il masochismo programmatico del “campo largo”

C’è un’idea interessante, quasi estetica, nel fallimento della “sinistra” italiana. Qualcosa che ha la grazia di un suicidio assistito, ma fatto con il sorriso a trentadue denti e la cravatta sottile da rottamatore.

Prendete la matita e appuntatevi due numeri. Anno 2014, Elezioni Europee: il Partito Democratico prende il 40,81%. Undici milioni e duecentomila voti. Un’estasi. Il popolo si inchina al “giglio magico”, all’uomo delle riforme bold e della modernità a chilometro zero. Ottanta euro in tasca e il mondo ai nostri piedi.

Poi succede la magia.

Arrivano le politiche del 2022. Quello stesso PD stacca un misero 19,07%. Cinque milioni e trecentomila voti. Tradotto in italiano corretto: 5.847.051 italiani hanno preso la porta e sono scappati. Più di cinque milioni e ottocentomila persone che avevano creduto alla narrazione del “nuovo corso” e che, dopo aver assaggiato il Jobs Act, le privatizzazioni felici, lo smantellamento delle tutele e il neoliberismo con la spilla d’ordinanza sulla giacca, si sono svegliate dal sogno con una solenne e sonora arrabbiatura.

Un’intera regione d’Italia che dice: “Sapete cosa c’è? Andate a quel paese”. L’intero schieramento di centrosinistra ha bruciato strada facendo oltre 5,2 milioni di voti, crollando dal 45,78% a un malinconico 26,13%.

E mentre “a sinistra” si celebrava la liturgia del disastro, il centrodestra cosa faceva? Stava alla finestra a raccogliere i premi. Da quegli 8,6 milioni di voti del 2014 (32,32%), si è ritrovato a quota 12,3 milioni nel 2022 (43,79%). Più 3,65 milioni di voti guadagnati. Più undici punti e mezzo di percentuale presi di rimbalzo, senza manco doversi sforzare troppo. È bastato stare fermi e guardare la “sinistra” che si cannibalizzava in nome del mercato.

Ora, una persona comune, dotata del minimo sindacale di intelletto, di fronte a un simile disastro direbbe: “Forse abbiamo sbagliato analisi. Forse aver fatto la destra meglio della destra non è stata un’idea geniale”.

E invece no. Loro cosa fanno? Si mettono a progettare il Campo Largo. E verso chi spalancano le braccia? Ma certo! Verso il padre nobile di questa disfatta. Il pifferaio magico che ha polverizzato sei milioni di consensi: Matteo Renzi. Se oggi non è ancora ufficialmente seduto al tavolo è solo perché c’è Conte che si oppone e fa muro, ma l’intenzione di aprirgli la porta è chiarissima.

E in tutto questo teatrino, dove sono i duri e puri della sinistra ecologista e radicale? Dove sta Alleanza Verdi e Sinistra? Stan lì. Con la testa ricurva, il cappello in mano e lo sguardo basso. Pronti ad aprire a Renzi pur di non scontentare il Nazareno, svolgendo con devozione francescana la loro storica e naturale funzione biologica: fare i portatori d’acqua al PD. Protestano un po’ a favore di camera, fanno la smorfia, e poi si allineano. Obbedienti.

Ma allora la domanda sorge spontanea, quasi filosofica: Ma sono stupidi? O lo fanno apposta?

Perché vedete, l’incapacità pura ha un limite. La stupidità prima o poi inciampa per sbaglio in una scelta giusta. Qui siamo oltre. Qui c’è una vocazione. L’ipotesi è che non siano affatto stupidi. Hanno un compito preciso, una missione quasi liturgica: la neutralizzazione preventiva dell’alternativa.

Il loro ruolo sociale non è vincere, né tantomeno cambiare le cose. Il loro compito è recintare il dissenso. Occupare lo spazio a sinistra per impedire che nasca qualcosa di autenticamente rottamante e pericoloso per i salotti che contano. Servono a rassicurare i mercati, a dire: “Tranquilli, l’opposizione siamo noi, non faremo niente di male”. Fanno finta di essere l’alternativa per garantire che nulla cambi mai davvero.

È la “sinistra da passerella”: severa nei principi, elegantissima nelle sconfitte, e rigorosamente servile nei fatti. Un capolavoro di masochismo programmatico.

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12/02/2026

Los tres caballeros vannacciani, vecchi democristiani

Ieri alla Camera è andata in scena l’ennesima vergognosa pagina sul coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Ucraina. C’è stato infatti il via libera dell’Aula alla fiducia posta dal governo sul decreto Ucraina, con 207 sì, 119 no e 4 astenuti. Il prossimo appuntamento sarà nella settimana dal 24 al 26 febbraio, dove al Senato è previsto l’esame del decreto Ucraina.

Questo governo, in poco meno di tre anni e mezzo, è ricorso ben 107 volte al voto di fiducia per tenersi a galla e lo ha fatto sulla quasi totalità dei 120 decreti presentati dal Consiglio dei Ministri.

“Aiuti a Kiev, fiducia ok, Vannacci col governo, ma è sfida sui balneari”.

Il titolo di un ampio articolo de La Stampa ci consegna plasticamente l’immagine della pochezza del personale politico oggi a disposizione nelle sedi istituzionali, ma che ha la pretesa di gestire il paese.

La distanza siderale tra la profondità dei problemi e delle crisi all’ordine del giorno – vedi i casini nel vertice europeo in corso nel castello di Alden Biesen o i sabotaggi sulla strada di un possibile negoziato di pace sull’Ucraina – e la miseria dello scenario politico italiano, ormai stride come unghie su uno specchio, un rumore insopportabile.

I fascistoni dichiarati del gen. Vannacci, ultima variante sul tema, non fanno eccezione. La pattuglietta di deputati di Futuro Nazionale si dice pronto alla sfida.

Intanto hanno già calato le braghe votando la fiducia al governo sul decreto per altri soldi e armi all’Ucraina, ma dicono di aspettare al varco solo che arrivi in Aula un provvedimento economico: “Allora potremo presentare emendamenti per aiutare gli italiani sulle bollette” o sul taglio delle accise sulla benzina. “Magari proporremo anche quello, visto che Meloni sul diesel le ha alzate”. E poi arriva finalmente la profondità strategica (sic!): “Vogliamo tendere una mano ai balneari”, avvertono i deputati fascistissimi fedeli ai pirati del bagnasciuga.

I vannacciani, con spirito decisamente democristiano, hanno votato infatti la fiducia al governo e al tempo stesso hanno detto “no” al decreto sull’Ucraina.

Insomma, il primo test parlamentare dell’ultima covert action di Renzi (come emerso nei giorni scorsi), si muove in equilibrio tra il ridicolo e il servilismo. Qualcuno oggi richiama un famoso aforisma di Totò: “forse il coraggio ce l’ha, ma è la paura che lo frega”.

A confermare il livello del personale politico di governo c’è poi sempre “Gasperino” Tajani che non si smentisce mai: “Ma perché siete tutti così agitati? Perché mi fate tutte queste domande?”, ha risposto ai giornalisti che cercavano con insistenza una battuta su come vedeva una maggioranza sostenuta anche dai fascistoni di Vannacci.

Ma se a destra si procede “sulla fiducia” e si sguazza nel grottesco, nel centro-sinistra non va molto meglio.

Per il PD, in Aula, ha preso la parola l’ex segretario Ds Piero Fassino: “Con la fiducia volete evitare un dibattito che avrebbe messo a nudo le ambiguità di una maggioranza condizionata da settori filoputiniani” e con questo presupposto Fassino ha comunicato che dunque – come PD – “voteremo sì all’invio di aiuti militari e umanitari all’Ucraina”. Una posizione perfettamente democristiana e complementare a quella dei vannacciani, che invece hanno votato al contrario.

È un chiaroscuro in cui, direbbe Gramsci, si manifestano i fenomeni più morbosi. E in questo chiaroscuro si muove come un pesce nell’acqua un personaggio come Renzi, il quale sembra aver avviato le grandi manovre per condizionare e sgretolare anche il Pd.

Ultima in ordine di tempo è la defezione dell’eurodeputata Gualmini, mentre il renziano interno Guerini (non a caso presidente di quello scrigno che è il Copasir) lascia intendere che il sostegno militare all’Ucraina deve diventare la linea ufficiale del partito e non più oggetto di differenziazioni.

È evidente che ogni volta che si guarda dentro le sedi ufficiali della “politica” se ne esce con le mani nei capelli. Il risultato è che quando la società viene chiamata a votare ormai la metà se ne resta a casa. Sbagliano, ma è difficile dargli torto.

È difficile sentirsi decisivi in questa sorta di danza immobile che avviluppa gli apparati politici e mediatici e alimenta scientificamente lo scetticismo negando, rimuovendo o criminalizzando ogni alternativa all’esistente.

Ma è proprio questa la sfida che ci sentiamo di voler affrontare, a cominciare dal referendum del 22/23 marzo, dando il dovuto peso politico e sociale ad un NO chiaro e tondo a questo governo.

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05/02/2026

I diversivi

Non se ne sentiva nostalgia, ma la politichetta italica si è rimessa in moto secondo antiche movenze, come se negli ultimi anni nulla fosse accaduto intorno a lei. Guerre, genocidi, rapimenti di capi di stato, crisi economiche e di alleanze ottuagenarie, venir meno di rotte commerciali e coperture nucleari, crollo della partecipazione al rito elettorale e quindi della reale legittimità degli eletti... tutto ignorato, facimme ammuina.

La legislatura volge ormai al termine, anche se mancano circa venti mesi, e dunque era ora di far partire i posizionamenti, possibilmente cambiando gli schemi e spruzzare un po’ di peperoncino su una scadenza altrimenti scontata.

Il paese va a destra, grazie a un sistema mediatico che ha fatto della cronaca nera il suo pressoché unico campo di applicazione e quindi semina “terrore” anche e soprattutto quando non vola neanche una mosca.

Il governo Meloni procede a colpi di “pacchetti sicurezza”, uno ad ogni episodio che diventa “virale”. La sedicente “opposizione” critica la maggioranza da destra, condividendo la stessa narrazione farlocca sulla “sicurezza” ma invitandola ad assumere più poliziotti nel paese che ne ha più di tutti, in proporzione alla popolazione.

Messa così, che il centrodestra a trazione meloniana fosse destinato al bis era quasi scontato. Come fare, dunque, per vivacizzare “il dibattito” dei prossimi due anni?

Ci hanno pensato Renzi e Vannacci – e gli interessi che prosperano alle loro spalle – organizzando una mini-scissione che, visto lo scarto minimo tra le due coalizioni nei sondaggi, potrebbe rendere incerto l’esito finale. Aprendo poi la strada all’ennesima stagione di trasformismo e compravendita di parlamentari, mentre il mondo – e anche questo disgraziato paese – va alla guerra.

La pensata è un classico sempreverde della politichetta para-massonica nazionale: si azzoppa un cavallo già claudicante (la Lega di Salvini, ai minimi storici da quando ha assunto una nauseabonda identità quasi più fascista degli ex missini) e si rende così tutta la coalizione di governo a rischio di tenuta.

L’ex generale avrà buona stampa “democratica” per svolgere questo ruolo – molto “critico”, per carità – creando così un doppio danno non compensato dall’eventuale “beneficio” (far perdere le elezioni all’attuale maggioranza di governo). Dovranno infatti dare uno spazio mediatico abnorme a una neo-formazione che non ha granché da mostrare oltre al frontman, sdoganando completamente un discorso fascista nostalgico (X Mas, remigrazione, ecc.) che il governo Meloni aveva formalmente “ammorbidito” per guadagnare credibilità europea.

L’avanzare dell’estrema destra in tutto il continente, però, sta già rendendo questa necessità meno stringente, creando così persino la possibilità di una gara sfrontata a chi è davvero più fascista.

È finita qui? Ovviamente no. Lo “strappetto” a destra scompagina tutta la sapienza ingegneristica che era stata messa al lavoro per produrre l’ennesima legge elettorale sagomata sulle necessità del governo uscente.

Con la formula ancora in vigore, infatti, il centrodestra rischia di perdere un gran numero di collegi, magari per pochissimi voti, vendendosi decurtare la pattuglia parlamentare in modo drastico.

Ma anche con la “formula segreta” che era allo studio – si parla di un “quasi proporzionale” con sbarramento al 3%, più altri marchingegni limitativi ad hoc, che implicava comunque un ridisegno dei collegi – quel rischio resta grande. Ergo, dovranno rimettersi a giocare col bilancino per disegnare una nuova legge “porcata” che possa reggere almeno per una volta. Poi se ne farà un’altra... 

L’unica cosa chiara – in questo rimescolamento di carte, leggi elettorali, schieramenti e “discorso politico” – è che tutto questo sommovimento avviene nella più completa indifferenza rispetto ai “problemi del paese”, al suo declino industriale, al vivere concreto di tutti noi, al pesante clima di guerra. Un “diversivo politico” in più o in meno non cambia il quadro generale.

È un gioco esclusivo interno al più squallido ceto politico della storia, riservato ai soliti noti, quasi come le “feste” sull’isola caraibica di Jeffrey Epstein. Ma come in tutti i giochi di questo tipo “il troppo stroppia” e può produrre risultati inattesi.

Una classe politica troppo scopertamente “aliena” si trova infatti davanti un paese reale sempre meno disposto a farsi coglionare – l’astensionismo galoppante ne rappresenta solo la faccia tranquilla e “indifferente” – che sta riscoprendo un po’ alla volta la necessità e l’importanza della mobilitazione in prima persona. Uno scenario che ha scosso immediatamente il sistema nervoso del governo, ma anche dell’informe “campo largo”.

Le piazze d’autunno per la Palestina e addirittura quella ancora più “sconveniente” di solidarietà con Askatasuna possono esser state solo un primo passo di “ritorno al futuro” (la capacità di immaginarne e volerne uno), alimentate dal crescere non solo delle difficoltà a sopravvivere con redditi in calo e prezzi/tariffe in crescita, ma anche dallo schifo che suscita lo spettacolo del “palazzo”.

Su queste dimensioni sociali, una volta messe in moto, non c’è “pacchetto sicurezza” che tenga.

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30/12/2024

L’eterno ritorno del PD renziano

Alcuni di voi si saranno chiesti, almeno una volta: come mai la Schlein vuole fare il “campo largo” con Renzi? E perché in Europa i “democratici” continuano a votare per la Von Der Leyen, ovvero, per la guerra, le armi e l’austerity? Perché non alzano un dito contro Israele e contro il genocidio del popolo palestinese?

Perché non ci si può fidare del PD nemmeno sulle novelle istanze sociali che questo partito avanza da quando, caduto il governo Draghi (di cui era parte integrante) è finito all’opposizione?

Tutte domande più che legittime.

E la risposta ve la dà lui: Lorenzo Guerini, più renziano di Renzi stesso e, probabilmente, il più potente dei renziani dentro il Partito Democratico.

Ma come non menzionare, a tal proposito, anche l’ineffabile guerrafondaia Pina Picierno? O Simona Bonafè? Dario Nardella? Giorgio Gori? Simona Malpezzi? Debora Serracchiani?

Tutta bella gente con un grande curriculum alle spalle. Verrebbe da dire: mancano solo Matteo ed Elena. Tempo al tempo, no?

Ma, soprattutto, c’è l’instancabile Stefano Bonaccini, uno dei maggiori sostenitori dell’autonomia differenziata.

E poi la new entry: il nuovo governatore dell’Emilia Romagna, Michele De Pascale, il quale ha detto di volere anche lui un’autonomia differenziata, ma “diversa”.

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16/05/2024

Governo Meloni in crisi sul “bonus”, regge solo grazie a Renzi

È sempre sul debito pubblico e l’austerità europea – inscritta nel Patto di stabilità, da oltre 20 anni – che i governi “politici” si sfasciano, a prescindere dalla composizione o dal “colore”. Era accaduto a Berlusconi, è successo con tutti i successori (meno ovviamente i governi “tecnici”, che da quel Trattato venivano imposti per mantenere la rotta stabilita a Bruxelles).

E sul debito il sempre meno leghista Giorgetti ha tirato fuori l’arma “fine di mondo” che prelude sempre a una crisi verticale: “o sul bonus edilizia si fa come dico io, o vi trovate un altro ministro”.

Nell’attuale architettura dei poteri nazionali, visto che la politica estera e militare è stata ormai sussunta dalla Nato, quello dell’economia è l’unico ministero che conti. Non come capacità decisionale autonoma, ma come cartina tornasole dell’obbedienza di un paese al Patto di Stabilità e quindi alla Commissione Europea.

Cambiare ministro ha senso solo se si cambia politica di bilancio. Ma in quel caso parte immediatamente il segnale ai “mercati”, lo spread si impenna, il costo del debito pubblico anche, e alla fine il nuovo esecutivo si deve arrendere. Chiedete a Tsipras per conferma...

Il punto di frizione sembrava in fondo minimo: spalmare su 10 anni anziché su soli quattro i crediti fiscali vantati dalle imprese che avevano effettuato i lavori “scontati al 110%”, oppure che li stanno completando. La mossa però aveva parecchie controindicazioni. Dal unto di vista legislativo, implica una retroatttività che va a toccare “diritti acquisiti” (delle imprese, per l’incasso, e dei proprietari di immobili per lo sconto).

Va anche a toccare gli interessi delle banche, che vedrebbero rientrare molto più lentamente la liquidità anticipata per i lavori.

Il tutto a parziale beneficio dei conti pubblici, meno zavorrati nei prossimi quattro anni (ma più appesantiti per quelli successivi).

Forza Italia ha provato ad alzare le barricate, ma il resto del governo ha trovato ancora una volta in Matteo Renzi il “soccorso nero” per far passare la riscrittura della norma in Commissione Bilancio. Prima il governo ha spostato un fedelissimo della Meloni in questa Commissione, per aumentare il peso della maggioranza favorevole. Poi, non riuscendo comunque ad avere la certezza matematica del successo, ha chiesto e facilmente ottenuto l’aiutino del frillo di Rignano.

Partita chiusa, per ora. La spalmatura su dieci anni passa in Commissione e quindi ancora più facilmente in Aula.

Ma la ferita resta e dopo le europee si vedrà come le contraddizioni interne alla maggioranza di governo continueranno ad aggravarsi.

Del resto, tra le promesse elettorali, le chiacchiere in libertà (tipo “i salari sono diminuiti per colpa dell’euro”, invece che per le politiche di governi criminali con il lavoro), e il tentativo di scaricare sempre le responsabilità sui governi precedenti, è sempre più difficile presentare all’elettorato – anche il più credulone – un bilancio positivo.

E l’opposizione sociale va muovendo anche i sui primi passi con molta serietà. Ci vediamo in piazza il 1 giugno, contro il governo Meloni, “reazionario, padronale e guerrafondaio”.

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19/04/2024

Sicilia, crolla la “Repubblica di Sammartino”

I Carabinieri del comando provinciale di Catania hanno eseguito un’ordinanza di misura cautelare nei confronti di 11 persone, esponenti politici, funzionari comunali e imprenditori accusati, a vario titolo, di scambio elettorale politico – mafioso, estorsione aggravata dal metodo mafioso, corruzione aggravata, istigazione alla corruzione e turbativa d’asta.

Tra gli arrestati c’è il sindaco di Tremestieri Etneo, Santi Rando, destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare per scambio elettorale politico-mafioso e corruzione aggravata.

Ai domiciliari il suo oppositore politico, il farmacista Mario Ronsisvalle, diventato dopo le elezioni alleato di Rando. Fra i personaggi “che contano”, indagato per corruzione, spicca Luca Rosario Sammartino, della Lega, vice presidente della Regione Siciliana, assessore regionale all’Agricoltura, il quale è stato sospeso dalle funzioni pubbliche per un anno.

Il provvedimento è stato emesso nell’ambito di indagini svolte tra il 2018 e il 2021 e coordinate dalla Procura distrettuale etnea. L’inchiesta, denominata “Pandora”, ha fatto emergere gli accordi illeciti tra alcuni amministratori del Comune di Tremestieri Etneo ed elementi vicini alla cosca mafiosa Santaopaola-Ercolano, riguardanti le elezione (2015), avvenute con l’aperto sostegno di Sammartino, che allora era un esponente di spicco del PD isolano.

Ulteriori indagini hanno fatto luce su quella che la Procura definisce “la successiva degenerazione affaristica dell’Ente, messa in atto dai funzionari infedeli mediante numerose corruttele, per concedere permessi e assegnare lavori agli imprenditori amici”.

Sammartino, chi è...

Nato politicamente nell’Udc, il dentista Sammartino, fra una inchiesta giudiziaria ed un’altra, lasciava la ormai decrepita Udc per far parte del neonato movimento “Articolo 4” fondato da Lino Leanza, che a sua volta aveva abbandonato il Mpa di Raffaele Lombardo.

Successivamente Sammartino, forte di un elevato pacchetto di preferenze elettorali, aderisce al PD, dove diventerà deputato regionale con oltre 30 mila voti di preferenza, mettendo in un angolino non pochi personaggi del PD etneo, fra cui Anthony Barbagallo, l’attuale segretario regionale del PD. Ma non è ancora finita, perché Sammartino seguirà Matteo Renzi, e, quindi, lascia il Pd e aderisce a Italia Viva.

Successivamente, accade una sorta di fulmine a ciel sereno: Sammartino e i suoi voti s’imbarcano nella Lega di Salvini. E con la Lega, finalmente, Sammartino è fra i vincitori delle elezioni regionali e riceve l’incarico di vice presidente della Regione Siciliana e di assessore regionale, che per colpa... del vaso di “Pandora” ... ha dovuto mollare.

Sammartino a caccia di voti per la Chinnici...

In quella che possiamo ben definire la Repubblica di Sammartino è accaduto di tutto, come il sostegno di Sammartino, (all’epoca col PD) alla candidatura alle europee del 2019 di Caterina Chinnici (estranea all’inchiesta) anche lei all’epoca col PD.

Ronsisvalle, titolare di una farmacia a Tremestieri Etneo, scrive la Procura “anche grazie all’intervento di Luca Rosario Sammartino, principale referente politico del sindaco, all’epoca dei fatti deputato regionale e attuale vicepresidente della Regione, sarebbe stato avvantaggiato attraverso la riduzione del numero delle farmacie presenti nella pianta organica comunale, promettendo in cambio il sostegno elettorale, per le elezioni europee del 2019, al candidato sostenuto dal Sammartino”.

La candidata era Chinnici, per la quale in cambio dei voti, alcuni funzionari pubblici avrebbero compiuto “atti contrari ai doveri del loro ufficio”, approvando una delibera che riduceva il numero delle farmacie nel territorio comunale, “in contrasto con i primari interessi della popolazione”. E di seguito, come detto all’inizio, Ronsisvalle divenne il fido sostenitore del sindaco suo avversario.

Sammartino e le “operazioni di bonifica”...

Nella “Repubblica di Sammartino” accade che lo stesso Sammartino avrebbe elargito somme in denaro a un appuntato dei carabinieri in servizio alla sezione di polizia giudiziaria della Procura di Catania per fare delle bonifiche e raccogliere informazioni sulle indagini in corso.

Insomma, il carabiniere avrebbe eseguito “operazioni di bonifica” negli uffici di Sammartino, “anche attraverso strumentazione tecnica, alla ricerca di microspie”.

Sammartino avrebbe “sollecitato ripetutamente” il carabiniere a eseguire le bonifiche e avrebbe “abusato del proprio ruolo all’interno dell’Ufficio di Procura, informazioni, anche riservate e coperte da segreto istruttorio, in ordine a procedimenti penali a carico del Sammartino”.

Sammartino e la sanità... privata

Ma il cuore della “Repubblica di Sammartino” è la sanità, ovviamente quella privata, dove spicca l’azienda colosso “Humanitas centro catanese di oncologia” che all’apertura era guidata da Ivan Michele Colombo, con amministratore delegato Giuseppe Sciacca, zio dell’odontoiatra Luca Sammartino (appena rieletto nel Partito Democratico con 32mila voti durante le ultime regionali) e direttore sanitario Annunziata Sciacca, mamma di Luca.

Nel frattempo a Catania, territorio della “Repubblica di Sammartino”, arrivava il nuovo prefetto, Claudio Sammartino, lo zio...

Per la cronaca, attualmente “lo zio” è fra i giuristi nominati dal Ministro degli Interni per la commissione d’accesso che sta verificando il ruolo dell’amministrazione comunale barese nell’ambito dell’inchiesta “Codice Interno”.

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26/03/2024

Storia di classe. La svendita dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori

Il 24 marzo 2002 la Cgil di Sergio Cofferati riempiva il Circo Massimo “contro l’attacco del governo Berlusconi e di Confindustria all’articolo 18“.

Dal 13 giugno 2004 Sergio Cofferati andrà a fare il “sindaco-sceriffo” del PD a Bologna, carica che manterrà fino al 21 giugno 2009. Dal 2009 al 2019 verrà poi eletto membro del Parlamento europeo sempre nelle liste del Partito Democratico.

Intanto, il governo guidato dal Partito Democratico di Matteo Renzi approva il Decreto Legislativo 4 marzo 2015 n.23 entrato poi in vigore in data 8 ottobre 2016 e, tristemente, noto come “Jobs Act”.

Quella norma sciagurata cancella l’articolo 18 dallo statuto dei lavoratori, ovvero, il divieto di licenziamento senza giusta causa e la possibilità di rivolgersi ad un giudice terzo per chiedere il reintegro sul posto di lavoro.

Ora unite i puntini.

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22/01/2024

Le impennate «antifasciste» dei liberal-reazionari italici

Bisogna riconoscere come ci sia una discreta coerenza di contenuti tra fogli e fogliacci dei liberal-reazionari italici, mutando soltanto, in ragione di una certa innegabile divisione dei compiti, linguaggio e riferimenti “politici”.

Se, per quanto riguarda la “corposità ideologica”, la distinzione tra i primi e i secondi fa capolino qua e là, ma non è poi così appariscente, è invece sfacciatamente manifesto il comune apparato di “idee” da cui discendono i diversi rigurgiti biliosi, pur afferenti a distinti strati “culturali” borghesi.

Prendiamo il caso de Il Riformista e dell’editoriale del 20 gennaio, attribuito a Matteo Renzi, diretto in maniera perentoria contro Elly Schlein (ogni incosciente riferimento a una presunta “indole di sinistra” della segreteria PD è categoricamente privo di logica), ma mirante in realtà a ben altro.

Se quella pericolosa «estremista» si arrischia a dire, in particolare davanti a una melensa assemblea PD, che il «fascismo non è un’opinione ma è un reato», o che «la destra sociale non esiste. Colpiscono i più deboli perché non hanno voce», prontamente gli italiani-vivi le ricordano che sì, va bene, «Il fascismo va combattuto, sempre», ma non c’è bisogno di scaldarsi troppo.

Anzi, ora «che l’abbiamo detto e che siamo tutti d’accordo, almeno si spera, possiamo affermare con nettezza che il fascismo oggi si presenta sotto le forme dei terroristi ed estremisti di Hamas che decapitano bambini, uccidono civili, violentano donne senza alcuna pietà? Il fascismo oggi è Hamas. Per contrastare i nazisti, i nostri partigiani non giravano con la cerbottana».

Ricordate? Per tanto tempo hanno continuato a sproloquiare con parole identiche anche a poposito della “resistenza” dei nazisti di Azov in Ucraina; e in quel caso non hanno mai avuto alcunché da recriminare l’un l’altro.

Dunque, accertato (secondo Renzi...) che il fascismo debba oggi identificarsi con una delle diverse organizzazioni di resistenza di un popolo schiacciato da ottant’anni da una potenza razzista e colonialista, cane da guardia occidentale in Medio Oriente, appare logico che i “loro partigiani” siano senz’altro oggi da immedesimarsi con chi si è militarmente evoluto e «non gira con la cerbottana», ma “resiste” con aerei, artiglierie, carri armati e missili a quei «terroristi ed estremisti di Hamas».

Vale a dire che i “loro partigiani” oggi sono invece raffigurati in quella che è (guai a dubitarne…) «l’unica democrazia del Medio Oriente», non a caso rappresentata in Italia dal “compagno d’affari” del signor Renzi, che risponde al nome di Marco Carrai, console onorario della bandiera con stella di david tra i due fiumi (dal Giordano al Nilo).

Dunque, se colei che pronuncia «Parole da estremista» di fronte a un’impaurita e un po’ seccata assemblea PD si spinge a porre «la questione di evitare di alimentare questi conflitti. Bisogna evitare l’invio di armi e l’esportazione di armi verso i conflitti, verso il conflitto in Medio oriente, in particolare in questo caso ad Israele» (ma non si deve smettere di mandarne ll’Ucraina: ci mancherebbe!), per non rischiare che con esse si commettano «crimini di guerra», ecco che a spron battuto le si ricorda di «essere a capo di quello che un tempo era un grande partito riformista e atlantista» e non di un «centro sociale occupato».

Parole chiare, non c’è dubbio... Non scordiamoci che essere “riformisti e atlantisti” sottintende il fermo schierarsi dalla parte delle armi occidentali, “democratiche” per definizione e, per proprietà transitiva, “antifasciste”: s’intende, atte a difendere «l’unica democrazia del Medio Oriente» e la «civiltà contro l’inciviltà» (Draghi) in Ucraina.

Tra l’altro, se proprio si vuol parlare di fascismo in casa nostra e si intenda «sconfiggere Giorgia Meloni... non serve evocare la minaccia del fascismo. Il lupo cattivo non è alle porte... L’Italia non corre alcun rischio fascista. Se vuoi mandare a casa il Governo non devi inventarti un lupo che non esiste. Il fascismo oggi è a Gaza, non a Roma». E questi, perdio, sono altri dividendi assicurati, in arrivo da Tel Aviv...

Quanto al fascismo, intendiamoci, siamo “italianivivi”, mica degli «estremisti» che lo identificano con una dittatura di classe, sempre pronta a ricorrere ai metodi squadristici quando i tradizionali sistemi “liberali” di sottomissione delle masse divengano insufficienti, ma in nessun modo necessariamente travestita con camicie nere. E che diamine!

Dunque, si diceva, a certi livelli di “riferimenti politici”, cambia per lo più il modo di presentare i propri “benefattori”, rimanendo stabile il perno del “comune apparato di idee”.

Ecco allora che un “realista politico” quale Angelo Panebianco, sul Corriere, non potendo negare la disfatta sul campo ucraina, ne fa discendere conseguenze «in termini di credibilità, e quindi di prestigio» anche per quelle potenze che «avevano sostenuto e aiutato la parte perdente nella guerra».

Perché riconosce che «le cose non vanno bene in nessuna delle due guerre in cui gli occidentali sono coinvolti, in Ucraina e in Medio Oriente». E, nel secondo caso, Israele «ha già perso su un piano cruciale: quello della propaganda».

Perché «dalla parte di Hamas e dell’Iran stanno non solo le grandi potenze autoritarie, Cina, Russia, l’opinione pubblica del mondo islamico, nonché tutti i Paesi che identificano Israele con l’odiato Occidente. C’è anche una parte non irrilevante dello stesso Occidente»...

Oltretutto, con Panebianco, pur con il vomitevole ritornello dell’antisemitismo, si mira al nucleo del ragionamento che Renzi non può arrangiare (anche per ovvi motivi di “vicinanza” amicale con alcuni soggetti di nota lochescion) che in maniera appena rabberciata: «Gli israeliani sono ebrei e sono alleati dell’Occidente. Il che ha generato la saldatura delle due correnti dell’antisemitismo, mai scomparso (e che sogna una seconda Shoah) e dell’antioccidentalismo».

Insomma, se l’uno (s)ragiona in termini di bottega – soprattutto la sua e quella del suo “compagno d’affari” -, ecco che l’altro, il “politologo”, procede in grande e avverte che, con due sconfitte pressoché sicure (almeno una), il mondo intero potrebbe trovarsi in balia delle «grandi potenze autoritarie» e allora, addio sacro Occidente, addio “valori liberali”, addio «civiltà contro l’inciviltà».

Dunque, per mettere qualche pezza, almeno nei punti più sdruciti, ecco che Francesco Verderami, sempre sul Corriere, impartisce le direttive, a questo punto obbligate, per ovviare al rischio che «i paletti dell’Europa sui conti» possano «bloccare gli aiuti a Kiev».

E allora, non si può tollerare che «mentre l’Ucraina è sotto il fuoco dei russi, il rigorismo economico di certe capitali fa[ccia] il fuoco di sbarramento sui principi occidentali minacciati da Mosca». Ancor meno ammissibile che, in termini di finanziamenti all’Ucraina, se «in Lituania la spesa procapite è di 168 euro, 163 in Finlandia», possa essere di «solo 14 in Francia e 12 in Italia»!

È in questo modo, con questa “miseria di aiuti italiani” che «la ferita dell’Ucraina non è stata sanata e ora il pus dilaga» (Guido Crosetto). Dove e come dilaga?

Lo spiega Verderami: «Il riferimento è all’effetto domino internazionale: dal pogrom di Hamas in Israele, alla guerra di Gaza» – proprio così, “pogrom” di Hamas e “guerra” su Gaza; anche qui viaggiano i dividendi con la stella di david – «alle tensioni nel mar Rosso, ai lanci di missili tra Iran e Pakistan, all’azione di accerchiamento cinese su Taiwan».

Gente, qui si ragiona in grande… Altro che battibecchi tra ex soci di una stessa consorteria demo-affaristica: qui sono in gioco “i destini del mondo”. Quello Occidentale, ovviamente. La soluzione? Concretizzare alcune idee, lanciate da un «autorevole ministro italiano»: vale a dire, dirottare in armamenti per la junta nazigolpista di Kiev una parte dei 50 miliardi previsti per la ricostruzione dell’Ucraina. Tanto, in un modo o nell’altro, sono comunque soldi che ritornano, e con gli interessi.

Ma, per definizione, «L’Italia non corre alcun rischio fascista»: sostenere una junta nazi-banderista è far valere «la civiltà contro l’inciviltà»; affamare le famiglie dei lavoratori, sprangare gli operai e gli studenti, privatizzare tutto il possibile e l’impossibile, inginocchiarsi ai piedi dei padroni è cosa che tutti fanno o hanno fatto: gli uni e gli altri. È “semplice” reazione alle esagerate pretese delle masse!

Al dunque, «nel mar Rosso gli Houthi spadroneggiano e l’Europa non si è ancora messa d’accordo sulla spedizione navale da inviare in quelle acque strategiche».

Che si aspetta ad allagare la rapida? A salpare le ancore? Non vi rendete conto che è tempo, prima che sia troppo tardi per i destini dell’Occidente, di «Andar pel vasto mar, ridendo in faccia a monna Morte ed al Destino»?

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01/06/2023

Esplode la “bomba” delle intercettazioni dei servizi segreti a politici e giornalisti

Il nuovo libro di Luigi Bisignani e Paolo Madron – “I potenti al tempo di Giorgia Meloni” – contiene alcune pagine che hanno fatto esplodere una “bomba politica”: quella delle intercettazioni dei servizi segreti a danno di politici e giornalisti con il sistema della “pesca a strascico” e senza l’autorizzazione di un magistrato.

“Giorgia e la passione per gli 007” è sicuramente uno dei capitoli del nuovo libro di Luigi Bisignani, che affronta e indaga il potere e le logiche del Palazzo da parte di un “sussurratore” che ne conosce bene anche gli angoli più remoti e infrequentabili. In uno degli otto capitoli viene analizzato proprio il rapporto tra l’attuale premier e i servizi segreti, svelando alcune “rogne”, in particolare in materia di intercettazioni.

Nel libro si parla infatti di “400 utenze captate” dall’intelligence, utenze “su vari personaggi che ruotavano intorno al suo mondo (di Meloni, ndr)”, tra cui rientra “anche qualche giornalista”. Secondo Madron e Bisignani i Servizi Segreti italiani hanno insomma attenzionato, sorvegliato, controllato centinaia di persone. Con una domanda che pesa come macigno: con quale tipo di autorizzazione? Sembrerebbe nessuna.

Ci sono infatti sedici pagine dedicate alla passione di Meloni per l’intelligence e il lavoro degli 007, con dettagli sul ruolo di Mantovano, attuale segretario alla Presidenza del Consiglio e uomo chiave della “cabina di regia” nella violenta repressione delle manifestazioni al G8 di Genova, nel luglio 2001.

Nel libro trapela che proprio Mantovano intende modificare la Legge 124 del 2007, che regola le funzioni dei servizi di sicurezza da quando sono stati sciolti per gli ennesimi scandali i vecchi servizi segreti (Sisde e Sismi) e sostituiti con nuove agenzie (Aise, Aisi, Dis). Ma viene anche sottolineata la fascinazione di Giuseppe Conte per i servizi segreti quando era in carica come Presidente del Consiglio.

Nella realizzazione del progetto, Mantovano sta gestendo i rapporti con tutti i direttori delle agenzie di intelligence (Aisi, Aise, Dis), con i comandanti generali delle forze armate e i capi della polizia (dove è stato silurato prima della fine del mandato Giannini, ndr).

Nella sede dei servizi segreti in piazza Dante a Roma, si è svolto di recente un forum con tutte le autorità che in passato si sono occupate o hanno avuto la delega politica sui servizi di intelligence.

Tra questi il berlusconiano di ferro Gianni Letta e il piddino Marco Minniti, ma anche Gianni De Gennaro (tra i condannati per i depistaggi sulla scuola Diaz, a Genova 2001, quando era “solo” capo della polizia). Insieme a loro c’erano gli amministratori delegati di Enel, Eni, Leonardo, ministri e magistrati.

Luigi Bisignani scrive nel suo nuovo libro che l’intelligence italiana effettuerebbe centinaia di intercettazioni preventive. Le intercettazioni preventive sono legittime per i servizi segreti ma occorre che siano autorizzate preventivamente da un magistrato. Ma quelle indicate non sarebbero intercettazioni come quelle che subiscono gli indagati: in questo caso non rimangono degli atti, vengono effettuate dai servizi segreti motu proprio, senza alcuna finalità giudiziaria. Servono ufficialmente a capire “se ci sono dei potenziali rischi per la tenuta del sistema istituzionale ed economico del Paese”.

Nel libro “si sussurra” che negli ultimi anni ci sia stata l’irresistibile tendenza ad allargare le maglie di queste intercettazioni, attraverso una sorta di pesca a strascico giuridicamente possibile, ma politicamente molto discutibile. E dentro la rete – così fanno capire Bisignani e Madron – sarebbero finiti anche direttori di giornali, parlamentari e avversari politici del Governo in carica.

Luigi Bisignani, noto come “l’uomo che sussurrava ai potenti” (da cui prende il titolo l’omonimo libro) è ufficialmente un ex giornalista dell’Ansa, un affarista e un professionista di relazioni nel sottobosco prima andreottiano e poi berlusconiano. Condannato a due anni e sei mesi per la tangente Enimont, nel 2014 Bisignani ha patteggiato un’altra condanna di un anno e sette mesi per l’inchiesta sulla cosiddetta P4.

A dare risalto alla “bomba politica” contenuta nel nuovo libro di Bisignani ci ha pensato un’intervista rilasciata a Repubblica da Matteo Renzi, in questo caso in veste di senatore e non di neodirettore de Il Riformista, che sta ampiamente cavalcando la vicenda.

Renzi, che con i servizi segreti ha notoriamente avuto rapporti molto in chiaroscuro, afferma che il Copasir si deve occupare della vicenda e che Alfredo Mantovano, responsabile dei servizi segreti nel governo Meloni, deve fare chiarezza. “Fare chiarezza”, in quel mondo, è quasi un ossimoro. Che probabilmente rivela “guerre di posizione”, “diritti di ingerenza”, non certo un riportare “i servizi” ad un ruolo istituzionale che, in fondo, non hanno mai rispettato.

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13/02/2023

Nulla è più di destra che fare la guerra

Le reazioni isteriche alle dichiarazioni di Berlusconi su Zelensky confermano che c’è un partito unico della guerra – i dirigenti del PD, Renzi e Meloni – che, contro la volontà degli italiani, sta portando il paese alla guerra totale contro la Russia.

È questa la destra più pericolosa, la stessa che, con i proclami dannunziani ed il golpe del re, nel 1915 trascinò il paese nel massacro della prima guerra mondiale e poi nel fascismo.

Vogliono “la guerra per la democrazia”, ma sono i primi a negare la democrazia se la maggioranza del popolo rifiuta la loro guerra.

È il momento di alzare la voce con tutte le nostre forze contro i guerrafondai, che ci stanno spingendo verso la terza guerra mondiale.

Dobbiamo pretendere che si fermi l’invio di armi in Ucraina, che ci sia il cessate il fuoco e che si aprano vere trattative di pace.

I soldi delle armi, anzi molti di più, dovranno essere spesi per ricostruire l’Ucraina e per aiutare il suo popolo, non il suo regime. Così come bisogna togliere le sanzioni alla Siria devastata dal terremoto.

E a quei fanatici idioti che ora accuseranno i pacifisti di stare non solo con Putin, ma anche con Berlusconi, bisogna rispondere a muso duro.

Sono i guerrafondai che, pur di vincere la guerra contro la Russia, stanno con i discendenti dei fascisti italiani ed esaltano come eroi della libertà i battaglioni nazisti in Ucraina e tutti i reazionari in Europa.

Nulla e più di destra che fare la guerra.

“Svuotate gli arsenali e riempite i granai”, disse Sandro Pertini, questa è la vera sinistra.

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26/07/2022

Renzi ed il Pd nemici dei lavoratori

La Corte Costituzionale ha condannato le norme del Jobs Act sui licenziamenti, affermando che non tutelano i lavoratori e chiedendo al Parlamento di cambiare la legge.

Noi lo abbiamo sempre saputo e detto, ora è confermato anche sul piano giuridico: il Jobs Act è stata un vergognoso atto a favore dei peggiori padroni e contro i diritti civili e umani dei lavoratori.

Quando vi parlano di “destra” e “sinistra” ricordate che è profondamente di destra colpire le libertà e la dignità di chi lavora, come ha fatto il Jobs Act.

È quello che hanno fatto Renzi ed il PD, autentici nemici dei lavoratori.

Ora non fatevi incantare da fumi elettorali: il PD vuole l’“agenda Draghi”, nella quale il Jobs Act continua a prosperare e a far danni a chi lavora.

Bisogna invece abolire questa legge iniqua, ripristinare l’articolo 18 contro i licenziamenti, cancellare i contratti precari e schiavisti, istituire il salario minimo ad almeno 10 euro all’ora.

Basta con tutti coloro che chiedono il voto ai lavoratori per poi venderli allo sfruttamento.

Qui informazioni sul salario minimo.

Qui per aderire.

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22/07/2022

Renzi vs Brancaccio sulla crisi di governo

20 luglio 2022 – “Nell’articolo sul Financial Times che ho pubblicato ieri e che avete gentilmente citato, io ho criticato proprio il tipo di argomentazione che Matteo Renzi ha appena usato nel suo discorso al Senato. Draghi è un indubbio protagonista della vita politica italiana e internazionale, ma legare adesso i suoi destini a quelli dello scudo anti-spread e della linea generale che verrà decisa dalla BCE, è una palese esagerazione. Su temi così grandi, che toccano un complesso di paesi e di interessi in conflitto tra loro, sarebbe meglio evitare manie di protagonismo”. Durante lo speciale sulla crisi di governo, RAI Radio Uno intervista l’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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03/08/2021

La sofferenza (altrui) è la virtù degli sfruttatori

Un tema che sta particolarmente a cuore alle classi dominanti di ogni epoca è quello della sofferenza. Per i poveri, s’intende.

Dopo un incessante e continuo lavorio del Governo Draghi su varie tematiche (vedasi, tra le altre, alla voce sblocco dei licenziamenti), sembra ora essere diventato fertile il terreno per uno dei prossimi passi: il progressivo abbattimento del reddito di cittadinanza. E chi poteva incaricarsi di aprire le danze, se non uno dei massimi alfieri della lotta non alla povertà, ma ai poveri, ergo Italia Viva capitanata da Matteo Renzi? Nell’ultimo mese il prode di Rignano si è infatti reso protagonista di una escalation continua di dichiarazioni contro il reddito di cittadinanza. Dopo aver attaccato il provvedimento del fu Governo giallo-verde accusandolo di essere diseducativo e clientelare, il nostro torna alla carica affermando ancora più esplicitamente: “Io voglio mandare a casa il reddito di cittadinanza perché voglio riaffermare l’idea che la gente deve soffrire, rischiare, provare, correre, giocarsela, se non ce la fai ti diamo una mano, ma bisogna sudare ragazzi”. Su questo tipo di attacco hanno subito fatto trapelare il loro malcelato consenso esponenti di varie fazioni, tra cui (immancabilmente) Salvini, Meloni e Calenda.

Non è ovviamente difficile mettere in luce il portato d’odio ferocemente diretto alle fasce più deboli della popolazione che tale operazione politica contiene. Basta infatti riportare alcuni dei dati che il rapporto INPS ha segnalato con specifico riferimento all’applicazione del reddito di cittadinanza. La platea dei tre milioni e settecentomila soggetti che fino ad ora hanno percepito il sussidio beneficiari è infatti composta da un fiume di persone disoccupate di lungo periodo, scoraggiate, disabili e minori. In media l’importo percepito è stato di 583 euro. Questo tipo di intervento sarebbe quindi per Renzi diseducativo. Sì, ma per chi? Ci troviamo qui infatti di fronte a un caso da manuale di avversione dei ceti dominanti nei riguardi di quelle misure che possano in qualche modo costituire un seppur minimo trasferimento di risorse alle classi meno abbienti volto a, minimissimamente, alleviarne la povertà e ridurne la ricattabilità. In tale ottica, sembra chiaro come Renzi si faccia portavoce del desiderio di andare a fare uno screening certosino ad ogni tipo di contributo che possa anche solo pallidamente allontanare le grandi masse di poveri e disgraziati da quella che, in maniera altrettanto candida, Padoa Schioppa definì a suo tempo la “durezza del vivere”. E allora perché non lasciare che proprio l’ex Ministro del fu Governo Prodi ci spieghi per filo e per segno qual è il (neanche tanto) retro pensiero che anima oggigiorno Renzi?

“Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l’individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato.” In maniera esplicita, Padoa Schioppa afferma ciò che Renzi solo accenna: un distillato dell’odio delle classi dominanti, messo nero su bianco.

Eppure, oltre a questo c’è anche un ulteriore dato politico da sottolineare. Il reddito di cittadinanza, insieme a Quota 100, ha rappresentato una novità introdotta dal Governo giallo-verde rispetto al corso generale delle politiche economiche degli ultimi decenni. Ad oggi possiamo però vedere, su un orizzonte più ampio di quello dei mesi immediatamente successivi all’approvazione di queste misure, quale fosse il reale portato politico di quegli interventi. M5S e Lega non avevano infatti altro in mente se non un contentino necessario a dar seguito all’incredibile ondata anti-euro e fintamente anti-sistema che aveva sospinto entrambi i partiti verso percentuali fino ad allora impensabili. Tuttavia, tali contentini non sono stati accompagnati da una adeguata lotta ai vincoli europei, senza la quale, dal punto di vista strettamente economico, il mantenimento di qualsivoglia forma di tutela sociale viene posto immediatamente sotto pressione. In più, dal punto di vista politico, entrambi i partiti si sono immediatamente convertiti all’appoggio all’attuale Governo Draghi, vero alfiere delle ‘riforme strutturali’ che metteranno ulteriormente alle strette lo Stato sociale nostrano.

Quel timidissimo e subito rimangiato passo in una direzione differente può quindi ora essere messo sotto attacco, in modo da potersi riprendere anche qualche briciola inopinatamente caduta dal tavolo dei ricchi verso terra. È allora qui il caso di ricordare come, se implementato a regime, il reddito di cittadinanza possa per vari canali non essere quella panacea di tutti i mali che i suoi sostenitori della prima ora credono possa rappresentare. Tuttavia, le critiche ad una misura di questo tipo volte a metterne in luce criticità e punti deboli nulla debbono avere a che vedere con un ignominioso rigurgito atto a togliere il pane a chi più ne ha bisogno, che in quanto tale va respinto con forza al mittente.

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05/05/2021

La passione di Renzi per i servizi segreti

La passione di Renzi per le relazioni “particolari” con il mondo dei servizi segreti, è tornata in auge per il servizio di Report sul suo incontro in un autogrill con un noto dirigente dei servizi di intelligence dalla carriera piuttosto movimentata.

Replicando alle domande di Sigfrido Ranucci, Renzi ha detto un paio di cose che meritano qualche domande e, da parte sua, qualche risposta. Anzi, non sarebbe male se qualche interrogazione parlamentare chiedesse conto al senatore Renzi di questa sua particolare passione.

Il leader di Italia Viva ha affermato: “Io sulle nomine dei servizi non ho mai messo bocca da un giorno specifico, che è il giorno 4 dicembre 2016”, ossia dal giorno delle sue dimissioni da premier dopo la sconfitta nel referendum costituzionale.

In realtà a gennaio del 2021 nella lettera pubblica inviata all’allora premier Conte, Renzi scriveva: “L’intelligence appartiene a tutti, non è la struttura privata di qualcuno: per questo Ti chiediamo di indicare un nome autorevole per gestire questo settore. Io mi sono avvalso della collaborazione istituzionale di Minniti, Monti ha lavorato con De Gennaro, Berlusconi con Letta: tu non puoi lavorare con te stesso anche in questo settore”.

In una intervista al Corriere della Sera, proprio sul tema della nomina alla delega di Palazzo Chigi sui servizi segreti Renzi ha affermato: “La situazione internazionale richiederebbe ben altra professionalità rispetto a chi invia la geolocalizzazione degli incontri segreti in Libia come ha fatto per mera visibilità il portavoce di Palazzo Chigi o passerelle mediatiche quando si liberano – con metodi notoriamente non convenzionali – ostaggi provati da lunghe prigionie”.

Insomma nelle settimane di tiro al bersaglio contro Conte e il suo governo, Renzi ha sempre tirato dentro la questione di chi avrebbe dovuto controllare i servizi segreti per conto di Palazzo Chigi.

È bene ricordare che quando Renzi era Presidente del Consiglio, il progetto di metterci un suo amico – quel Carrai con le mani in pasta nelle società di cybersicurezza ed ottime relazioni nel Mossad israeliano – vide proprio i vertici dei servizi segreti insorgere per sbarrargli la strada.

Ma nella trasmissione Report Renzi ha detto testualmente anche un’altra cosa, piuttosto inquietante e che meriterebbe una risposta pubblica:

“Marco Mancini è uno dei dirigenti dei servizi segreti con cui ho avuto incontri riservati. Penso di averlo visto anche all’autogrill, quindi figuriamoci. Se lei fa riferimento al fatto che io l’ho incontrato nel mese di dicembre all’Autogrill, assolutamente sì, l’ho incontrato qui”, ha detto Renzi intervenendo nella trasmissione e indicando il suo studio da senatore a Palazzo Giustiniani, “come ho incontrato tanti altri dirigenti”.

La nostra domanda è semplice: perché mai un uomo politico che dal 2016 non ha incarichi di governo dovrebbe incontrare tanti dirigenti dei servizi segreti nel suo studio da senatore o in altri luoghi riservati?

Sarebbe interessante a questo punto verificare il via via di “barbe finte” nello studio di Renzi a Palazzo Giustiniani. E non dovrebbe essere neanche troppo difficile, visto che è uno dei luoghi istituzionali più discretamente ma intensamente controllato di cui si abbia conoscenza.

Ma ci ha colpito anche l’interlocutore dell’incontro galeotto di Renzi all’autogrill di Fiano. Si tratta infatti di Marco Mancini, dirigente dei servizi segreti e con almeno due incidenti di percorso noti nella sua carriera in cui è stato salvato dall’imposizione del segreto di Stato.

La foto pubblica di Mancini più nota è quella che lo vede accogliere all’aeroporto la giornalista Giuliana Sgrena, ferita e di ritorno in Italia dopo il suo sequestro in Iraq che costò la vita al dirigente dei servizi segreti Nicola Calipari (ucciso da un marines statunitense ad un check point).

I guai pubblici di Mancini iniziano poco dopo. Al processo di Milano per il sequestro dell’imam Abu Omar – un caso di sequestro illegale di un presunto terrorista islamico nelle strade di Milano che vide accusati 26 agenti della Cia e alcuni dirigenti dei servizi segreti italiani –il pm Spataro chiese una condanna a 10 anni per Mancini. La sentenza di primo grado (4 novembre 2009) deciderà invece il non luogo a procedere, invocando il segreto di Stato, per il capo del Sismi Niccolò Pollari e per il dirigente del Sismi Marco Mancini. In appello (15 dicembre 2010) viene confermato il proscioglimento per segreto di Stato dei due dirigenti dei servizi segreti italiani.

Ma in Cassazione (19 settembre 2012) il proscioglimento viene annullato, perché il segreto di Stato non può mai coprire un fatto-reato. Così si arriva ad nuovo processo d’appello (13 febbraio 2013) che condanna Mancini a 9 anni di reclusione e Pollari a 10.

Il segreto di Stato sul caso Abu Omar sarà confermato da tutti i governi che si succedono dal 2009 in poi (Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi), aprendo conflitti d’attribuzione tra i vari poteri dello Stato, anche ricorrendo alla Corte Costituzionale contro i pm e giudici dei processi per il sequestro di Abu Omar. Quindi i dirigenti dei servizi segreti processati e condannati si salvano.

Ma per Marco Mancini le disavventure giudiziarie non sono affatto finite. Il 12 dicembre 2006, viene arrestato con l’accusa di essere coinvolto nei dossieraggi illegali realizzati dalla struttura di security della Pirelli-Telecom Italia, diretta da Giuliano Tavaroli, un collega di Mancini ai tempi dell’antiterrorismo. Secondo i pm, i due avevano messo in piedi una sorta di servizio segreto parallelo, pubblico-privato, che spiava e raccoglieva materiale riservato su centinaia di persone, imprenditori, politici, calciatori.

All’udienza preliminare (ottobre 2009), Mancini invoca di nuovo il segreto di Stato sui rapporti tra Sismi e Telecom. Il gup accoglie la sua richiesta e lo proscioglie, in parte per non aver commesso il fatto, in parte dichiarando di non doversi procedere per segreto di Stato. La Cassazione nel 2013 conferma le motivazioni del proscioglimento, ma in questo modo conferma che dentro la vicenda dello spionaggio Telecom a danno di cittadini agivano anche “interessi dello Stato”.

La vicenda della joint venture spionistica tra Telecom e servizi segreti, vedrà il 13 febbraio del 2013, la Corte d’Assise di Milano condannare l’ex collaboratore del Sisde, Marco Bernardini, a 7 anni e mezzo di reclusione, l’ex investigatore privato Emanuele Cipriani a 5 anni e mezzo, il giornalista Guglielmo Sasinini a 3 anni e mezzo. Gli altri protagonisti della vicenda se l’erano invece cavata giocandosi la causa in proprio. Il capo del security della Telecom Giuliano Tavaroli aveva patteggiato 4 anni e 6 mesi. Mentre l’ex numero due del Sismi, Marco Mancini come abbiamo visto se l’era cavata grazie al “segreto di Stato”.

Sullo sfondo della vicenda dello spionaggio/dossieraggio tramite le utenze Telecom, si apre però una partita strategica: quella del cyberspionaggio e della cybersicurezza. Su questo capitolo vengono ormai stanziati finanziamenti rilevanti e, se andate a vedere, il tema della cybersecurity è ormai prevalente e dominante anche nella relazione annuale che i servizi segreti consegnano al Parlamento. Sulla destinazione dei fondi e sulle gerarchie di comando e controllo del settore si consumano, dentro i servizi segreti e tra i terminali politici delle varie componenti, scontri durissimi e assai poco visibili all’opinione pubblica e allo stesso Parlamento.

Lo stesso Copasir (il comitato di controllo parlamentare sui servizi) sembra più impegnato a fungere da ring per schermaglie parlamentari che a istituzione chiamata proprio a rendere trasparenti e costituzionali attività necessariamente riservate per natura della loro dimensione operativa, ma che devono comunque corrispondere agli assetti democratici di una repubblica costituzionale.

E forse questa mission è l’unica che non interessa veramente a Renzi, che appare appassionato al mondo delle “barbe finte” perché da lì pervengono informazioni riservate e utili alle sue ambizioni politiche.

Ormai sono in tanti a chiedersi come possa essere così influente e potente il leader di un partito piccolissimo. E non c’è solo la spregiudicatezza personale che lo rende inviso alla gran parte del paese. Insomma, almeno in Senato qualche domanda a Renzi su questa sua particolare passione andrebbe posta.

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25/03/2021

Nel Pd è scontro tra maschi, ma “in nome delle donne”

Lo scontro Letta-renziani, ovvero, due modi speculari di usare strumentalmente la questione delle “pari opportunità”.

Da un lato, il nuovo segretario, Enrico Letta, che vuole due donne ai vertici del PD, nei ruoli di capigruppo a Camera e Senato. “Con vertici fatti solo di uomini il partito è irricevibile“, dice.

Salvo, dimenticare, che si tratterebbe, comunque, di una decisione dall’alto, di un capo-maschio, in stile rigorosamente patriarcale, non certo dell’esito di un processo reale, autonomo dalla contesa in atto per il controllo del partito.

Dall’altro il super-renziano Andrea Marcucci, capogruppo al Senato, che, ovviamente, gli risponde picche e chiede “coerenza” al segretario. Se parità di genere deve essere, è il ragionamento di Marcucci, si cominci dal leader: “Io voglio coerenza, bisogna smetterla con la tradizione di avere segretari sempre uomini“.

Marcucci o è scarso di memoria o è in malafede.

Fu proprio sotto il governo Renzi che si svolse il “Fertility Day“; fu sempre Renzi che, in occasione della sua nomina a segretario durante l’assemblea nazionale 2017 del PD, riassunse le sue priorità in “lavoro, casa e mamme”.

E fu ancora Renzi che, quando divise nello stesso anno gli obiettivi del partito in 40 dipartimenti, creò il “Dipartimento mamme”. Renzi, quello che dice di essere a favore di un “femminismo de-ideologizzato e concreto”: il suo.

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15/03/2021

Il Lettopardo

Cambiare tutto per non cambiare niente. Il Gattopardo, al Nazareno, ha le sembianze di un democristiano felpato, sornione e un po’ sonnolento. È Enrico Letta, eletto domenica segretario del Pd. Il risultato in assemblea è bulgaro (860 sì, 2 no e 4 astenuti), ma solo perché l’ex Premier, di fatto, non aveva avversari: era l’unico nome spendibile per non lasciare la nave alla deriva e allo stesso tempo disinnescare la guerra civile. Almeno per ora.

Sotto il profilo politico, l’ascesa di Letta segna un punto a favore di Nicola Zingaretti. Con le dimissioni a sorpresa, l’ex leader del partito ha spiazzato gli avversari interni, ossia Base Riformista, la corrente degli ex renziani (che poi tanto ex non sono). Il progetto di Guerini, Lotti & Co. era chiaro: logorare il segretario fino all’autunno, costringerlo a convocare un congresso con le primarie e sostituirlo con Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna. Per capire la strategia, bisogna considerare che Base riformista domina i gruppi parlamentari dem (galeotte furono le liste elettorali colonizzate da Renzi nel 2018), ma allo stesso tempo ha numeri risibili in assemblea. L’incoronazione di Bonaccini aveva quindi un duplice obiettivo. Da una parte riaprire le porte al leader di Rignano (prigioniero del fallimento di Italia Viva) e rompere il fronte con M5S e Leu, avvicinando il Pd a Forza Italia e ai cespugli di centro. Dall’altra, garantirsi un posto in Parlamento anche al prossimo giro di giostra.

La mossa in contropiede di Zingaretti ha sconvolto questi piani. Incapaci di opporre un nome credibile a quello di Letta, gli ex renziani sono stati costretti ad accettare l’ex premier e a fare marcia indietro sulla richiesta di primarie. Il congresso, se si farà, sarà solo tematico. Prima di accettare l’incarico, infatti, Letta ha chiarito che non farà da traghettatore: se torna, lo fa solo con la garanzia di rimanere in sella fino alla scadenza del mandato, nel 2023. Tradotto, significa che nel 2022 sarà lui a trattare con gli altri leader di maggioranza per l’elezione del Presidente della Repubblica e che sempre lui compilerà le liste elettorali per le politiche del 2023.

Non solo. L’elezione di Letta significa anche la conferma della linea politica zingarettiana, ossia l’alleanza fra Pd, M5S e LeU tanto osteggiata da Base Riformista. Ed è questa la peggiore sconfitta per Matteo Renzi, che ha fatto cadere il governo Conte 2 (anche) per rompere il fronte del cosiddetto “nuovo centrosinistra” e ora si ritrova con i suoi più acerrimi nemici a guidare i due principali partiti dello schieramento: Letta al Pd e Conte al Movimento 2050, o comunque si chiamerà la creatura in gestazione nel ventre grillino.

Il problema è che tutto questo riguarda sempre e solo gli equilibri di palazzo. Chi si aspetta un cambiamento vero nell’anima del Pd, nella sua capacità di dialogare con i ceti popolari, di aumentare la presa sul territorio, non potrà che rimanere deluso. E questo perché la retorica del Nazareno di fonda su un grande equivoco: si parla di “recuperare” il rapporto con le periferie, di “tornare” ad ascoltare i bisogni delle persone, ma i verbi sono sbagliati perché i dem non hanno mai avuto alcun rapporto con le periferie, né sono mai stati vicini agli ultimi. Il Pd non è diventato il partito delle Ztl: lo è sempre stato. Dalla fondazione, non ha mai vinto le elezioni politiche, eppure è stato quasi sempre al governo, dimostrando di conoscere i corridoi del potere molto più delle strade.

Fa quasi tenerezza oggi sentire Letta che parla di “rivoluzione nei circoli”. Parole vacue, come sempre, che non significano nulla per nessuno. Che non accendono l’interesse, la passione, il senso di appartenenza di nessuno. Il nuovo segretario potrà anche illudersi di cambiare tutto stravolgendo la segreteria, l’organizzazione, gli assetti, gli incarichi del partito. Ma la verità è che, se avrà un merito, sarà quello d’impedire la resurrezione di Renzi e dei renziani. Come dire che, nel migliore dei casi, non cambierà niente.

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08/03/2021

Se fosse un giallo...

Se fosse un romanzo, qualche mese fa ci sarebbe stata una riunione.

In un posto lussuoso e segreto, con una ampia vetrata che dà sul mare e consente di guardare gli yacht ondeggianti placidamente, coi marinai a bordo che preparano un perfetto pranzo a base di pesce.

Alla riunione avrebbero partecipato pochi uomini, sei o sette.

Di mezza età ma ben tenuti, nessuno dei quali noto alla stampa o alla televisione, abituati a non farsi vedere e a dare secchi comandi a qualche collaboratore incaricato di muovere le fila.

Una riunione rara, perché normalmente si sentono attraverso linee criptate e sicure: ma il momento è grave, meglio parlarsi de visu.

Se fosse un romanzo, l’occasione sarebbe enorme e pressoché irripetibile: arrivano duecentodieci miliardi dal cielo in questo piccolo povero paese che la mezza dozzina di uomini riuniti ha già spolpato fino all’osso.

Non si può lasciare che tutto questo ben di dio venga gestito da quattro politici inconsapevoli e ignoranti, peraltro in gran parte provenienti da movimenti populisti, da vecchi partiti allo sbando e da sovranisti arrabbiati. Bisogna intervenire.

Gli uomini riuniti di fronte al mare non portano la mascherina, perché appena trovato il vaccino hanno ricevuto le primissime dosi. Ma sono preoccupati lo stesso, perché non possono lasciare che la faccenda gli sfugga dalle rapaci mani. Tutto rimonta a loro: la grande finanza, l’industria, la comunicazione; e anche il riciclaggio, l’evasione, le organizzazioni criminali. Sono a monte di tutto, nel romanzo.

Sono la cupola delle cupole.

Nel romanzo si apre una porta ed entra il Consulente, il braccio armato, quello che in genere si occupa della messa in opera delle soluzioni concordate. Resta rispettosamente in piedi, e nessuno lo invita a sedersi.

Fuori le barche ondeggiano, i marinai sfaccendano e il mare è più azzurro che mai.

Il Consulente ascolta le paure degli uomini riuniti. Resta in silenzio e pondera, come è abituato a fare. Poi propone la soluzione.

Basta trovare un politico giovane e in gamba, determinato a un’azione apparentemente suicida che faccia saltare il banco, pilotando le cose in maniera da evitare stravolgimenti elettorali dall’esito imprevedibile. L’azione peraltro sembrerà così onesta e idealista da non essere accusabile di interesse privato.

Certo, costerà: ma il giovane politico coi poteri forti ha già una stretta consuetudine, magari qualche vecchio debito da saldare che può essere messo all’incasso, e farà sempre in tempo a rimettersi all’impiedi, magari tra una legislatura o due.

Nel romanzo qualcuno degli uomini, preoccupato, chiede al Consulente che cosa succederà dopo che il giovane politico avrà fatto saltare il banco.

Il Consulente, con la voce calma di chi ha già visto tutto e il contrario di tutto, spiegherà che il pallino andrà necessariamente a un nome super partes, di grande prestigio internazionale e che, guarda caso, proviene proprio dal mondo della finanza e della gestione delle risorse continentali.

Nel romanzo questo Personaggio esiste, e ognuno degli uomini presenti alla riunione in qualche modo ci avrà avuto a che fare.

Qualcuno a quel punto chiede, con residua inquietudine, come se la caverebbe il Personaggio col parlamento litigioso e violento, impossibile da mettere d’accordo su qualsiasi fesseria, figurarsi su una cosa grossa come questa.

Il Consulente, nel romanzo, sorride sornione.

Dice che di fronte all’eventualità di tornarsene a casa perdendo poltrone e stipendi e soprattutto il potere di gestire formalmente, perché nella sostanza tutto resterebbe saldamente nelle mani dei presenti, tutto quel ben di Dio, l’accordo lo troverebbero. Eccome, se lo troverebbero.

E il Consulente nel romanzo parlerebbe di un governo politico nella gestione ordinaria e tecnico per i ministeri seri, quelli che dovranno ricevere il recovery fund.

Dell’alleggerimento sostanziale della presenza meridionale, privilegiando ministri provenienti dai luoghi dove hanno sede grandi banche e grandi industrie, non sia mai che qualcuno abbia ripensamenti territoriali.

Della ricompensa per il Personaggio che dovrà guidare il governo, in corrispondenza dell’elezione di un presidente che potrebbe tornare sempre utile.

Nel romanzo la strategia del Consulente provocherebbe un progressivo, largo sorriso dei presenti.

E la riunione sarebbe sciolta in corrispondenza della perfetta cottura dello spaghetto allo scoglio sulla più bella delle navi alla fonda nel piccolo porticciolo privato, al di là della vetrata.

Fortuna che i romanzi non sono la realtà. Per questo sono sempre così belli.

Purtroppo non è un romanzo.

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28/02/2021

Il principe saudita Bin Salman mandante dell’omicidio Kashoggi. Ci sono domande?


Il principe saudita Mohammed bin Salman, il giovane uomo forte della petromonarchia e principe ereditario dell’Arabia Saudita, diede il via libera all’operazione che portò nel 2018 al brutale assassinio del giornalista Jamal Khashoggi a Instanbul.

È questa la conclusione, scritta nero su bianco, contenuta nel rapporto dell’Ufficio del Direttore Nazionale dell’Intelligence americana, che coordina le agenzie dei servizi segreti statunitensi.

Questo rapporto era pronto da tempo ma finora era rimasto segreto per opportunità politiche nell’alleanza tra Usa e Arabia Saudita. In realtà alcune delle sue conclusioni erano già state fatte filtrare all’esterno – pare – proprio da parte della Cia.

Le quattro pagine del rapporto dell’intelligence Usa rese pubbliche omettono molte informazioni, rimaste comunque top secret. Ma il rapporto giunge alla conclusione che inchioda le responsabilità del principe saudita Bin Salman per il suo noto e fortissimo controllo proprio degli apparati di sicurezza responsabili del delitto.

Risultano infatti coinvolti nell’operazione anche uno stretto consigliere del principe e i membri della sua squadra personale di sicurezza. Secondo il rapporto l’indicazione di Bin Sallman ai suoi uomini era quella della cattura o dell’uccisione del dissidente.

“Valutiamo che il principe ereditario Mohammed bin Salman approvò una operazione a Istanbul, in Turchia, per catturare o uccidere il giornalista saudita Jamal Khashoggi”, si legge nel rapporto reso pubblico da Avril Haines, direttore nazionale dell’intelligence dell’amministrazione Biden.

Il documento afferma inoltre che il leader saudita non si è limitato a prendere di mira Khashoggi: “Ha sostenuto il ricorso a misure violente per zittire dissidenti all’estero, compreso Khashoggi”.

La decisione di rendere pubblico il rapporto che inchioda il principe Bin Salman come mandante dell’omicidio Kashoggi, va interpretata con attenzione.

Com’è noto, storicamente Washington affianca e sostiene l’alleato saudita, sia per i comuni interessi nel mercato petrolifero, sia per le ingenti forniture di armi e protezione strategica che gli Usa assicurano da sempre a Riad.

Inoltre Washington punta molto sull’Arabia Saudita in funzione anti-Iran e per il lavoro sporco che spesso i sauditi hanno fatto per conto degli Usa in giro per il mondo (Afghanistan, Bosnia, Kosovo, Cecenia, Siria).

Questo tipo di relazioni erano diventate ancora più strette durante l’amministrazione Trump che aveva innalzato l’Arabia Saudita a leader regionale e del mondo islamico e decisivo alleato statunitense. Anche Trump, come Obama, aveva sostenuto le operazioni militari saudite nello Yemen in chiave anti-iraniana.

Biden sembra, per ora, introdurre una diversa variante. Ha cominciato con lo stop al sostegno alla guerra saudita nello Yemen ed ora mette sulla graticola l’attuale uomo forte e capo di fatto del regime saudita, ossia un giovane principe rampante. Anche se, occorre dire, non lo ha ancora messo nella “lista nera” delle persone sanzionabili. In compenso ci sono qualche decina di funzionari sauditi.

Il parziale sganciamento da parte degli Usa sta forse proprio in questa caratteristica. A Washington preferiscono da sempre che un paese come l’Arabia Saudita sia nelle mani di persone mediocri e manipolabili e non di giovani ambiziosi.

In fondo, il contesto in cui sono maturati gli attentati dell’11 settembre, era proprio questo. Le aspirazioni frustrate dei giovani rampanti della classe dirigente di quella petromonarchia, avevano minato le basi di una alleanza fondata sulla totale subalternità.

P.S.: Sulla vicenda stiamo ancora aspettando qualche parola chiara di qualcuno che in Italia è abituato a straparlare e lo ha fatto anche nel salotto del principe Bin Salman: Matteo Renzi.

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03/02/2021

Arriva il feldmaresciallo Draghi

Beh, ci pare tempo che la redazione di Contropiano cambi lavoro e apra un fiorente ufficio scommesse a Londra...

Da mesi cercavamo di spiegare, alla “compagneria” e non solo, che si stava correndo verso un governo Draghi. Ma solo chi non era ipnotizzato dal costante fluire e rifluire di “dichiarazioni roboanti” di questo o quel carneade riusciva a vedere le stesse cose.

Meglio così, comunque. Ora le cose sono davvero semplici e chiare. O, per lo meno, diventerà difficile per chiunque “inventarsi” un’analisi della realtà per giustificare il proprio miserando traccheggiare quotidiano.

La crisi di governo, come sapete, si è chiusa martedì sera (2 febbraio) con la relazione del presidente della Camera, Roberto Fico, al Quirinale: “non c’è una maggioranza per sostenere un Conte ter”.

Si sapeva da settimane, e le circonvoluzioni altrimenti inspiegabili del serial killer Matteo Renzi puntavano da giorni scopertamente a dimostrare questo dato. Richieste di poltrone, vaneggiamenti sul programma, penultimatum su questioni palesemente provocatorie (pretendere la testa di Gualtieri, appena incoronato da Confindustria come “il nostro uomo a Palazzo Chigi”, le batte tutte), erano scopertamente miranti ad azzerare la “dialettica parlamentare” nella costruzione di una maggioranza.

Certo, ora la sua carriera in Italia è chiusa. Chiunque lo incontri sarà legittimato a “partirgli di capoccia”, ma non mancano i criminali all’estero disposti a utilizzarne i servizi. Come si diceva nell’Europa post rinascimentale, “di veleno o di coltello un fiorentino si trova sempre”.

Ma l’obbiettivo è stato raggiunto.

Il presidente Sergio Mattarella, che non aspettava altro dal giorno in cui aveva dovuto ritirare l’incarico a Cottarelli “mani di forbice” (era giugno del 2018, un’era geologica fa), ha tirato la riga e convocato Mario Draghi per dargli in mano le chiavi del Paese.

Lo diciamo da mesi, ma conviene ripeterlo: è una svolta definitiva, un commissariamento del Paese da parte del capitale multinazionale e del suo organo politico-amministrativo, l’Unione Europea.

L’analogia è certamente con il 2011, quando – in agosto – il presidente uscente della Bce (Jean-Claude Trichet) e quello entrante (toh, proprio Mario Draghi) inviano una irrituale lettera al governo italiano (l’ultimo di Silvio Berlusconi) indicando “il programma” che avrebbe dovuto realizzare.

Tempo tre mesi, tra uno spread spinto alle stelle dai “mercati finanziari” e il crollo in borsa del titolo Mediaset, Berlusconi veniva “convinto” ad accomodarsi fuori da Palazzo Chigi. Al suo posto, come sappiamo, Mario Monti, ex rettore della Bocconi ed ex Commissario europeo. Un “garante” di interessi esogeni...

La “riforma Fornero” delle pensioni e altre piacevolezze per palati ricchi furono la cura “lacrime e sangue” che nessuna maggioranza politica avrebbe potuto far accettare al Paese, ma che tutti i partiti allora presenti (tranne rare e non lodevoli eccezioni) votarono come un sol uomo.

Stavolta, però, la scala dimensionale è molto più ampia. Dopo dieci anni la crisi economica irrisolta era già di nuovo sul punto dell’esplosione. La pandemia ha dato il colpo di grazia (il -8,9% del Pil 2020 è il dato peggiore di sempre, nel dopoguerra).

Dopo un anno tra lockdown finti e mezze misure, l’Unione Europea non ha ancora messo in campo un solo centesimo. Il Recovery Fund è ancora tutto sulla carta, con linee guida precise e condizionalità chiare. Il governo italiano – come quelli di tutti i partner europei – deve indicare il suo “progetto” (il Recovery Plan) entro la fine di aprile.

Per questo, oltre che per la pandemia, non si può andare a votare. Lo ha spiegato Mattarella e anche noi, nel nostro piccolo, ci eravamo sgolati nel dirlo a tutti quei coglioni “di sinistra” – autodefinizione davvero poco credibile, ormai – che già invocavano “un ampio fronte democratico per contrastare l’avanzata delle destre”.

Ora ci sono due anni – prima delle prossime elezioni politiche – in cui dovranno esserci molte “riforme”. Non ci dilunghiamo qui su quelle prevedibili e ammazzapoveri – ancora un attacco alle pensioni, probabilmente con tagli agli assegni di quelle già in essere, la giustizia, lo sfoltimento di una pubblica amministrazione che è invece sotto organico, ecc. – e vediamo le conseguenze sistemiche dell’“era Draghi”.

In primo luogo, l’azzeramento dell’attuale classe politica, frutto marcio della “discesa in campo della società civile” a seguito di Tangentopoli.

Gli ultimi giorni, il punto più basso della “dialettica parlamentare”, hanno mostrato che “la politica” in questo paese è un torneo non cavalleresco tra bande di piccolo cabotaggio, con interessi limitati quanto il settore sociale che le esprime (fondamentalmente piccola borghesia commerciale o professionale, piccola o media impresa, senza proiezione e dunque visione internazionale), senza un progetto generale autonomo.

Questa armata Brancaleone impegnata nella rissa da cortile, assiste ora impotente all’ingresso delle panzer divisionen europee sotto la guida del feldmaresciallo Draghi. Non c’è partita, non c’è battaglia. Anzi, per la maggior parte si dispongono già all’applauso.

La maggioranza in Parlamento sarà larga, certamente. Il Pd lo sapeva da sempre. Forza Italia aveva già espresso il suo gradimento per “un governo dei migliori”. Persino l’anima democristiana della Lega (Giorgetti, Zaia, ecc.) da mesi reclamava una svolta di questo tipo. Faranno finta di opporsi i Cinque Stelle – almeno in parte, i Di Maio sono sempre pronti alla più rapida delle inversioni di marcia – ma più “resisteranno”, più perderanno pezzi.

Alle “ali estreme” – stiamo scherzando, è ovvio – cercheranno una ragione per votare a favore o contro sia quelli di Leu che i “meloniani” parafascisti. Poi c’è la poltiglia dei “gruppi occasionali”, un po’ “responsabili”, un po’ disposti a tutto a poco prezzo.

Ma nessuno, specie a destra, potrà fare l’opposizione vera. Basterà ricordare loro quel capogruppo europarlamentare ungherese, ultra-machista e omofobo, del clan Orbàn che scendeva – nudo – aggrappato a una canna fumaria per sfuggire alla polizia durante un festino gay. I “servizi” sono già molto coordinati – dalla Cia, prima ancora che dalla Ue – e non faranno sconti a nessuno.

In secondo luogo, le istituzioni per la rappresentanza politica (dal Parlamento all’ultimo municipio) perdono gran parte del loro senso “democratico” (raccogliere gli interessi sociali e trasformarli in obbiettivi di governo). Ci sarà il problema di come giustificarne la sopravvivenza formale – continueremo a votare, ma conterà ancor meno di prima – e come costruire una nuova classe politica.

In questo momento può sembrare quasi superfluo, ma sul medio-lungo periodo non è possibile governare un paese senza “collettori di consenso”, senza “corpi intermedi” tra popolazione e Stato. Specie se “lo Stato” che governa davvero non è più “nazionale” (e tantomeno “popolare”).

In terzo luogo, finisce qui la lunga stagione della “comunicazione al posto della politica”, fatta dai cetto laqualunque – tanto a destra quanto, o soprattutto, “a sinistra” – ossia da personaggi improvvisati, aspiranti esperti del galleggiamento, ologrammi che sparano promesse e “soluzioni” immaginarie, che schivano i problemi invece di affrontarli.

Con l’“era Draghi” si vedrà fisicamente chi comanda, ossia quali forze hanno da sempre il potere ed ora hanno deciso che non potevano più delegare a una banda di scimuniti il governo. E dunque lo prendono in mano direttamente.

Nessuno si potrà più illudere di “cambiare le cose dal di dentro” a questi assetti di potere.

Finisce la stagione dei pupazzi. Ora, chi vuol “cambiare il mondo” farà bene a ricordare che “quando il gioco si fa duro...”

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