Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/07/2024

“Il nemico interno”. Anche in Italia i liberali gettano la maschera

Qualche giorno fa era stato Angelo Panebianco a rompere i freni inibitori e ad evocare in un editoriale sul Corriere della Sera la categoria del “nemico interno da battere” in un contesto di forte crisi internazionale.

Domenica, e non poteva mancare, è stato il direttore de La Repubblica, Molinari, a fare altrettanto, sottolineando “l’estensione della guerra segreta che, dal veleno sui social network ai piani di eliminazione fisica, Mosca ed i suoi alleati stanno conducendo dentro i confini dei nostri Paesi”. Ovviamente Molinari aggiunge qualche nota di servizio pro domo ad Israele e contro l’Iran.

Per Panebianco “La crescita del «nemico interno» (le forze anti-sistema) può essere favorita da cambiamenti negli equilibri internazionali. Cambiamenti che innescano circoli viziosi: la governabilità è vieppiù compromessa, l’insoddisfazione degli elettori cresce, le forze anti-sistema guadagnano spazi e influenza”.

Per Molinari invece, il problema è certo la longa manu della Russia nei paesi occidentali, ma è anche il sostegno iraniano alle proteste anti-Israele in America che “descrivono i contorni della guerra segreta che Mosca ed i suoi alleati stanno conducendo sui territori del loro avversario: i Paesi democratici”.

Rispetto a Panebianco c’è parecchia malafede in più. Il primo appartiene alla generazione della Guerra Fredda per cui il nemico viene sempre da Est. Per Molinari – e i suoi mandanti – la estesa mobilitazione contro il genocidio dei palestinesi da parte di Israele è un problema forse ancora maggiore della contrapposizione con la Russia ed ha assunto sicuramente una dimensione e una influenza di massa superiore alle mobilitazioni contro la guerra in Ucraina.

Quali conclusioni trarre dai due editoriali dei due maggiori giornali liberali italiani?

È che coloro che si considerano gli unici titolari delle libertà sono prontissimi a vederle sopprimere nei confronti di quelli che loro considerano “il nemico interno” o un ostacolo al ristabilimento della “interrotta” egemonia sionista sulla narrazione della questione palestinese.

Ragione per cui chi manifesta contro la guerra in Ucraina e l’invio di armi italiane al fronte o in solidarietà con il popolo palestinese, non va considerato come una opzione politica con crescenti consensi nella società ma alla stregua di un nemico da colpire e neutralizzare, né più né meno dei fanti russi o dei combattenti palestinesi.

È probabile che gli editoriali di Panebianco e Molinari troveranno orecchie attente e disponibili nel governo della destra e nei suoi apparati repressivi. Anche sul piano della comunicazione e dell’informazione.

Del resto gli scenari che abbiamo visto delinearsi in Francia sono la conferma che i liberali preferiscono i fascisti ai comunisti e i guerrafondai ai pacifisti. Lo hanno detto e fatto sempre nella storia europea. Con i tragici esiti che abbiamo conosciuto dagli anni Trenta in poi.

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22/01/2024

Le impennate «antifasciste» dei liberal-reazionari italici

Bisogna riconoscere come ci sia una discreta coerenza di contenuti tra fogli e fogliacci dei liberal-reazionari italici, mutando soltanto, in ragione di una certa innegabile divisione dei compiti, linguaggio e riferimenti “politici”.

Se, per quanto riguarda la “corposità ideologica”, la distinzione tra i primi e i secondi fa capolino qua e là, ma non è poi così appariscente, è invece sfacciatamente manifesto il comune apparato di “idee” da cui discendono i diversi rigurgiti biliosi, pur afferenti a distinti strati “culturali” borghesi.

Prendiamo il caso de Il Riformista e dell’editoriale del 20 gennaio, attribuito a Matteo Renzi, diretto in maniera perentoria contro Elly Schlein (ogni incosciente riferimento a una presunta “indole di sinistra” della segreteria PD è categoricamente privo di logica), ma mirante in realtà a ben altro.

Se quella pericolosa «estremista» si arrischia a dire, in particolare davanti a una melensa assemblea PD, che il «fascismo non è un’opinione ma è un reato», o che «la destra sociale non esiste. Colpiscono i più deboli perché non hanno voce», prontamente gli italiani-vivi le ricordano che sì, va bene, «Il fascismo va combattuto, sempre», ma non c’è bisogno di scaldarsi troppo.

Anzi, ora «che l’abbiamo detto e che siamo tutti d’accordo, almeno si spera, possiamo affermare con nettezza che il fascismo oggi si presenta sotto le forme dei terroristi ed estremisti di Hamas che decapitano bambini, uccidono civili, violentano donne senza alcuna pietà? Il fascismo oggi è Hamas. Per contrastare i nazisti, i nostri partigiani non giravano con la cerbottana».

Ricordate? Per tanto tempo hanno continuato a sproloquiare con parole identiche anche a poposito della “resistenza” dei nazisti di Azov in Ucraina; e in quel caso non hanno mai avuto alcunché da recriminare l’un l’altro.

Dunque, accertato (secondo Renzi...) che il fascismo debba oggi identificarsi con una delle diverse organizzazioni di resistenza di un popolo schiacciato da ottant’anni da una potenza razzista e colonialista, cane da guardia occidentale in Medio Oriente, appare logico che i “loro partigiani” siano senz’altro oggi da immedesimarsi con chi si è militarmente evoluto e «non gira con la cerbottana», ma “resiste” con aerei, artiglierie, carri armati e missili a quei «terroristi ed estremisti di Hamas».

Vale a dire che i “loro partigiani” oggi sono invece raffigurati in quella che è (guai a dubitarne…) «l’unica democrazia del Medio Oriente», non a caso rappresentata in Italia dal “compagno d’affari” del signor Renzi, che risponde al nome di Marco Carrai, console onorario della bandiera con stella di david tra i due fiumi (dal Giordano al Nilo).

Dunque, se colei che pronuncia «Parole da estremista» di fronte a un’impaurita e un po’ seccata assemblea PD si spinge a porre «la questione di evitare di alimentare questi conflitti. Bisogna evitare l’invio di armi e l’esportazione di armi verso i conflitti, verso il conflitto in Medio oriente, in particolare in questo caso ad Israele» (ma non si deve smettere di mandarne ll’Ucraina: ci mancherebbe!), per non rischiare che con esse si commettano «crimini di guerra», ecco che a spron battuto le si ricorda di «essere a capo di quello che un tempo era un grande partito riformista e atlantista» e non di un «centro sociale occupato».

Parole chiare, non c’è dubbio... Non scordiamoci che essere “riformisti e atlantisti” sottintende il fermo schierarsi dalla parte delle armi occidentali, “democratiche” per definizione e, per proprietà transitiva, “antifasciste”: s’intende, atte a difendere «l’unica democrazia del Medio Oriente» e la «civiltà contro l’inciviltà» (Draghi) in Ucraina.

Tra l’altro, se proprio si vuol parlare di fascismo in casa nostra e si intenda «sconfiggere Giorgia Meloni... non serve evocare la minaccia del fascismo. Il lupo cattivo non è alle porte... L’Italia non corre alcun rischio fascista. Se vuoi mandare a casa il Governo non devi inventarti un lupo che non esiste. Il fascismo oggi è a Gaza, non a Roma». E questi, perdio, sono altri dividendi assicurati, in arrivo da Tel Aviv...

Quanto al fascismo, intendiamoci, siamo “italianivivi”, mica degli «estremisti» che lo identificano con una dittatura di classe, sempre pronta a ricorrere ai metodi squadristici quando i tradizionali sistemi “liberali” di sottomissione delle masse divengano insufficienti, ma in nessun modo necessariamente travestita con camicie nere. E che diamine!

Dunque, si diceva, a certi livelli di “riferimenti politici”, cambia per lo più il modo di presentare i propri “benefattori”, rimanendo stabile il perno del “comune apparato di idee”.

Ecco allora che un “realista politico” quale Angelo Panebianco, sul Corriere, non potendo negare la disfatta sul campo ucraina, ne fa discendere conseguenze «in termini di credibilità, e quindi di prestigio» anche per quelle potenze che «avevano sostenuto e aiutato la parte perdente nella guerra».

Perché riconosce che «le cose non vanno bene in nessuna delle due guerre in cui gli occidentali sono coinvolti, in Ucraina e in Medio Oriente». E, nel secondo caso, Israele «ha già perso su un piano cruciale: quello della propaganda».

Perché «dalla parte di Hamas e dell’Iran stanno non solo le grandi potenze autoritarie, Cina, Russia, l’opinione pubblica del mondo islamico, nonché tutti i Paesi che identificano Israele con l’odiato Occidente. C’è anche una parte non irrilevante dello stesso Occidente»...

Oltretutto, con Panebianco, pur con il vomitevole ritornello dell’antisemitismo, si mira al nucleo del ragionamento che Renzi non può arrangiare (anche per ovvi motivi di “vicinanza” amicale con alcuni soggetti di nota lochescion) che in maniera appena rabberciata: «Gli israeliani sono ebrei e sono alleati dell’Occidente. Il che ha generato la saldatura delle due correnti dell’antisemitismo, mai scomparso (e che sogna una seconda Shoah) e dell’antioccidentalismo».

Insomma, se l’uno (s)ragiona in termini di bottega – soprattutto la sua e quella del suo “compagno d’affari” -, ecco che l’altro, il “politologo”, procede in grande e avverte che, con due sconfitte pressoché sicure (almeno una), il mondo intero potrebbe trovarsi in balia delle «grandi potenze autoritarie» e allora, addio sacro Occidente, addio “valori liberali”, addio «civiltà contro l’inciviltà».

Dunque, per mettere qualche pezza, almeno nei punti più sdruciti, ecco che Francesco Verderami, sempre sul Corriere, impartisce le direttive, a questo punto obbligate, per ovviare al rischio che «i paletti dell’Europa sui conti» possano «bloccare gli aiuti a Kiev».

E allora, non si può tollerare che «mentre l’Ucraina è sotto il fuoco dei russi, il rigorismo economico di certe capitali fa[ccia] il fuoco di sbarramento sui principi occidentali minacciati da Mosca». Ancor meno ammissibile che, in termini di finanziamenti all’Ucraina, se «in Lituania la spesa procapite è di 168 euro, 163 in Finlandia», possa essere di «solo 14 in Francia e 12 in Italia»!

È in questo modo, con questa “miseria di aiuti italiani” che «la ferita dell’Ucraina non è stata sanata e ora il pus dilaga» (Guido Crosetto). Dove e come dilaga?

Lo spiega Verderami: «Il riferimento è all’effetto domino internazionale: dal pogrom di Hamas in Israele, alla guerra di Gaza» – proprio così, “pogrom” di Hamas e “guerra” su Gaza; anche qui viaggiano i dividendi con la stella di david – «alle tensioni nel mar Rosso, ai lanci di missili tra Iran e Pakistan, all’azione di accerchiamento cinese su Taiwan».

Gente, qui si ragiona in grande… Altro che battibecchi tra ex soci di una stessa consorteria demo-affaristica: qui sono in gioco “i destini del mondo”. Quello Occidentale, ovviamente. La soluzione? Concretizzare alcune idee, lanciate da un «autorevole ministro italiano»: vale a dire, dirottare in armamenti per la junta nazigolpista di Kiev una parte dei 50 miliardi previsti per la ricostruzione dell’Ucraina. Tanto, in un modo o nell’altro, sono comunque soldi che ritornano, e con gli interessi.

Ma, per definizione, «L’Italia non corre alcun rischio fascista»: sostenere una junta nazi-banderista è far valere «la civiltà contro l’inciviltà»; affamare le famiglie dei lavoratori, sprangare gli operai e gli studenti, privatizzare tutto il possibile e l’impossibile, inginocchiarsi ai piedi dei padroni è cosa che tutti fanno o hanno fatto: gli uni e gli altri. È “semplice” reazione alle esagerate pretese delle masse!

Al dunque, «nel mar Rosso gli Houthi spadroneggiano e l’Europa non si è ancora messa d’accordo sulla spedizione navale da inviare in quelle acque strategiche».

Che si aspetta ad allagare la rapida? A salpare le ancore? Non vi rendete conto che è tempo, prima che sia troppo tardi per i destini dell’Occidente, di «Andar pel vasto mar, ridendo in faccia a monna Morte ed al Destino»?

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04/01/2018

Non sarà un pranzo di gala

Non saremo mai abbastanza grati al Corriere della Sera per la sua esistenza e per le cose che scrivono i suoi editorialisti. Essi infatti ci facilitano il compito nell’individuare i nemici, le cose che pensano, quello che vogliono e il senso profondo dell’inimicizia tra classi e interessi sociali contrapposti.

L’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere del 2 dicembre (“I politici e la cuoca di Lenin”), ci fornisce tutto il materiale utile per riaffermare, anche nel XXI Secolo, il senso e il segno del conflitto di classe nel nostro e negli altri paesi, alle prese con con classi dominanti ispirate dal liberalismo politico e dal liberismo economico.

L’editoriale del Corriere comincia e conclude con una tesi: il governo è roba da competenti. Di solito questi sono solo i “simili” ai proprietari e ai giornalisti del Corriere stesso. Chi rimette in discussione tale asimmetria è un incompetente, un avventurista, un nemico mortale. E’ una ideologia talmente intrisa della propria pretesa superiorità morale (e del senso di una sorta di destino manifesto per il dominio dei “borghesi”) che cercano di insinuarla come dogma anche nella scuola, una istituzione universale nata per dare opportunità e visioni più ampie di quelle dell’homo economicus ispirate dai bocconiani e dai loro simili.

Scardinare questa ideologia è qualcosa di più e assai più appassionante che un semplice ricambio di governo. E’ la differenza tra amministrazione dell’esistente e sostituzione di priorità sociali e poteri decisionali conseguenti.

E’ per questo che la “Cuoca di Lenin” o il Che Guevara che si improvvisa economista per necessità, rappresentano un incubo per i ricchi e i loro passacarte. Un incubo ben presente nell’inizio e nella conclusione dell’editoriale di Panebianco sul Corriere della Sera, tanto da fargli scappare un “lapsus”.

Questo incubo non è l’incompetenza ma le scelte su priorità e interessi sociali contrapposti. Il boom delle disuguaglianze sociali anche nel nostro paese (secondo Geminello Alvi tornate ai livelli del 1881), conferma che i “competenti” amministratori del capitale, hanno lavorato scientemente dagli anni ‘80 per ripristinare questa s/proporzione nei rapporti sociali. Hanno costruito a tale scopo apparati complessi e sovranazionali come l’Unione Europea e la Nato. Hanno condotto una guerra interna con questo obiettivo e oggi vorrebbero che tale scenario venisse accettato dalle classi subalterne e sconfitte come inevitabile, immodificabile, anzi il migliore possibile.

Sanno che tale pretesa non è realistica e stanno cercando di smantellare con ogni mezzo anche gli strumenti minimi della democrazia rappresentativa. L’attacco della banca d’affari JP Morgan alle Costituzioni troppo garantiste dei paesi euromediterranei, ne era l’espressione più evidente.

Panebianco, e prima di lui Polito, ne hanno riproposto il senso profondo dalle pagine del Corriere della Sera, evocando il rischio della incompetenza “del popolo” al governo come minaccia e rimettendo per questo in discussione la democrazia rappresentativa. La categoria del populismo viene usata come una clava per demonizzare spinte e programmi assai diversi e talvolta contrapposti tra loro. Fino a demonizzare l’idea stessa del “potere al popolo”.

Fino ad oggi l’entrata in campo di una opzione politica, sociale ed elettorale che la dichiara sin dal nome – Potere al Popolo appunto – era stata ignorata pubblicamente ma ha cominciato ad essere osservata con attenzione nei think thank della borghesia liberale (e forse anche nelle Questure). Il fatto che a Panebianco sia sfuggita come lapsus nelle righe del suo editoriale è emblematico.

Se rappresenti un problema politico per le classi dominanti prima ti ignorano, poi ti deridono (come ha fatto con una caduta di stile non imprevedibile ma assai discutibile Luciana Castellina su Il manifesto), infine ti combattono. Ci stiamo arrivando.

Le cuoche e i cuochi di Lenin sono ormai diventati molti, sconfitti, arrabbiati, ancora troppo dispersi, ma stanno sperimentando come unire le forze e metterle in campo, dentro e oltre le elezioni. Se ci riusciranno, il Corriere della Sera e il mondo insopportabile che rappresenta non potranno certo aspettarsi un pranzo di gala. Che Potere al Popolo sia!!!

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09/12/2017

Le fake news di Angelo Panebianco

Ormai tutti gli opinionisti dotati di un minimo di onestà intellettuale riconoscono che le cosiddette fake news sono, nella migliore delle ipotesi, un termine di moda privo di contenuto reale (più o meno come il termine populismo, usato indiscriminatamente per screditare gli avversari politici), nella peggiore, un’arma propagandistica da usare contro quei media alternativi che, dall’elezione di Trump alla Brexit, senza dimenticare il referendum del 4 dicembre 2016, si sono rivelati efficaci nell’azione di contrasto alle campagne terroristiche orchestrate da giornali e tv per “sconsigliare” comportamenti elettorali incompatibili con gli interessi delle élite al potere.

Il ricorso alla diffusione di falsità è arma politica antica. Si tratta di falsità "divenute luoghi comuni, acriticamente assunti come veri. Sono, almeno in parte, frutto di automatismi mentali, di cortocircuiti cognitivi. Per lo più, le asserzioni false circolano per una combinazione di interessi (qualcuno ha interesse che il falso venga creduto vero) di chi le ribadisce e della pigrizia intellettuale di chi le ascolta". Sottoscrivo anche le virgole, peccato che l’autore di questa azzeccatissima definizione sia Angelo Panebianco, il quale, nel resto dell’articolo citato (l’editoriale del "Corriere della Sera" del 5 dicembre scorso), sciorina una sontuosa serie di falsità che corrispondono perfettamente alla definizione che lui stesso ne ha appena dato.

Prima bufala. Panebianco si scaglia contro il "luogo comune" secondo cui l’Italia avrebbe troppi pochi laureati, per poi affermare che la verità è che abbiamo troppi laureati in scienze umanistiche mentre ne abbiamo troppo pochi nelle discipline tecnico scientifiche (sottinteso: i primi aspiranti parassiti destinati a vivacchiare in nicchie improduttive a spese del contribuente i secondi preziosa quanto scarsa linfa vitale per l’economia).

Qui le falsità sono tre in colpo solo:
1) che in Italia i laureati scarseggino è un dato di fatto attestato dal confronto con altri Paesi europei;
2) il luogo comune secondo cui ci sono troppi umanisti è dettato dalla preoccupazione che in generale chi compie questo tipo di studi è più portato a sviluppare capacità critiche nei confronti del sistema e quindi a rompere le scatole;
3) il continuo calo degli iscritti all'università (tanto umanistiche che scientifiche) è causato dal ruolo marginale che la divisione del lavoro imposta dal vertice della Ue a trazione tedesca attribuisce al nostro Paese, sempre più deindustrializzato e votato alle attività del terziario arretrato. In questo contesto le famiglie meno abbienti non hanno interesse a investire nella formazione di figli che finiranno a lavorare nei call center o a consegnare pizze a domicilio. Mentre i laureati in discipline scientifiche per trovare lavoro devono emigrare (quindi anche loro sono "troppi" rispetto alla domanda) per cui non favoriscono la crescita, ma anzi sottraggono capitale umano al nostro Paese che li ha formati.

Seconda bufala. Basta con le richieste di lavoro, tuona Panebianco, chi avanza questa pretesa evidentemente aspira al lavoro improduttivo ("scavare buche e poi riempirle", scrive evocando il più becero dei luoghi comuni sulle politiche economiche keynesiane, delle quali sia lui che la stragrande maggioranza degli apologeti del liberismo conoscono poco e capiscono meno). Invece di chiedere lavoro bisognerebbe chiedere crescita. Ma come si cresce? Meno tasse, meno spesa pubblica (licenziare ancora un bel po’ di dipendenti pubblici), liberalizzazioni, ecc. (ma prima occorre ridurre drasticamente il debito altrimenti non si possono abbassare le tasse).

Insomma le ricette dell’austerity che hanno messo definitivamente in ginocchio la Grecia invece di risanarla. Sembra incredibile che ci sia ancora chi crede davvero in queste bugie (dopo una crisi disastrosa che gli economisti liberisti non hanno saputo prevedere né tanto meno fronteggiare) e dopo che lo stesso Fondo monetario internazionale ha messo in discussione i dogmi su cui si fondava il Washington consensus. Ma forse il nostro non ci crede, forse, per citare le sue stesse parole, "qualcuno ha interesse che il falso venga creduto vero" e scommette sulla pigrizia mentale di chi lo sta ad ascoltare.

Ultima bufala (ce ne sarebbero altre ma credo bastino queste tre). Si continua ad attaccare la casta dei politici, scrive Panebianco, ma non si indica mai qual è la loro vera colpa: non rubare, servire gli interessi delle lobby finanziarie, ecc. ma fare da "cavalier serventi" di gruppi annidati nelle pubbliche amministrazioni e nella magistratura che, "sfruttando varie circostanze hanno tolto il bastone del comando alla politica e si sono impadroniti del potere decisionale che un tempo apparteneva al regime rappresentativo e ai suoi esponenti". E qui siamo alle comiche: se la casta ci opprime non è perché toglie i soldi dalle nostre tasche per regalarli alle banche, secondo il vecchio principio "socializzare le perdite privatizzare i profitti", ma perché gratta la pancia ai dipendenti pubblici (notoriamente ricoperti d’oro, anche sono sette anni che non ne vengono rinnovati i contratti), alle "corporazioni" (il vero nemico del popolo sono i tassisti, non Goldman Sachs e soci) e ai giudici. Visto che mi illudo che esistano ancora professori dotati di un minimo di coscienza civile e politica, li invito caldamente a leggere in classe questo articolo per spiegare ai ragazzi quali sono le vere fake news.

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22/07/2017

Preparano un attacco alla prima parte della Costituzione

L’illustre professor Panebianco, la mattina del 21 luglio 2017, dalle colonne del Corriere della Sera sferra un duro attacco alla prima parte della Costituzione: un attacco molto serrato, quasi da far pensare a una nuova stagione di tentativi di deformazione costituzionale come quella che abbiamo appena terminato di trascorrere con il voto vittorioso del 4 dicembre 2016.

Nell’occasione si prende a pretesto la proposta della “flat tax” (aliquota fiscale unica, in questo caso al 25%) considerandola la panacea di tutti i mali anzi il provvedimento che, secondo l’autore “darebbe una frustata così vigorosa alla nostra economia da farla ripartire al galoppo dopo decenni di alternanza, tra stagnazione, recessione e bassa crescita”.

Ma c’è un però sulla strada dell’applicazione di questo possibile miracolo: ed è la Costituzione, retro-gradatamente socialista secondo il giudizio JP Morgan, che indulge nel difendere un’”antistorica progressività della tassazione” (l'articolo 53 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. E aggiunge: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”).

Un ostacolo messo lì da un testo costituzionale che prevede una “Repubblica fondata sul lavoro”: definizione frutto di un “compromesso fra alcune forze (democristiani, socialisti, comunisti) che all’epoca non brillavano per adesione ai principi liberali. Era una Costituzione adatta a qualsiasi uso. Servì ad ancorare l’Italia al mondo Occidentale dopo la vittoria democristiana sui social comunisti nelle elezioni del 1948 ma avrebbe potuto diventare – senza bisogno di revisioni – la carta fondamentale di una “democrazia popolare” se i social-comunisti avessero vinto”.

Panebianco si è interrogato: “I risultati del referendum costituzionale hanno messo fuori gioco per chi sa quante generazioni la possibilità di riformare la seconda parte della Costituzione (essersi mossi su quel terreno è giudicato, da parte del professore, un grave errore da parte dei “riformisti”). Perché allora non cominciamo a discutere della prima? E’ sicuro, tanto per fare un esempio, che la nostra convivenza civile ci rimetterebbe se la nostra Repubblica, anziché essere fondata sul lavoro fosse fondata sulla libertà? E’ sicuro che se il diritto di proprietà, anziché essere relegato tra i cosiddetti “interessi legittimi” fosse riconosciuto fra i diritti fondamentali, quelli su cui poggia la libertà, ce la passeremmo peggio?”.

E conclude: “Magari, chissà? Sarà la discussione sulla flat tax che, finalmente, costringerà molti a trattare meno acriticamente i principi costituzionali su cui si regge la Repubblica.

E in precedenza aveva scritto: “Forse è arrivato il momento di chiedersi se non sia il caso di intervenire col bisturi sulla prima parte della Costituzione, sui famosi principi”.

Mi pare inutile segnalare, verso chi si è battuto per la difesa della Costituzione nell’occasione dell’ultima tornata referendaria, la pericolosità di queste affermazioni, vero e proprio preludio a un attacco in grande stile attraverso il dibattito sulla flat tax (che qualcuno già pronostica come il vero e proprio “oggetto del contendere” della prossima tornata elettorale legislativa, assieme alla questione dell’Europa).

In molti, nel corso dei tanti anni di lavoro in difesa del dettato Costituzionale (tre occasioni: Bicamerale D’Alema, progetto Berlusconi, deforma renziana) avevamo tentato di segnalare la delicatezza dell’intreccio tra seconda parte (che veniva messa in discussione nelle occasioni citate) e prima parte (fintamente, in quei casi, ritenuta intangibile).

Adesso arriva, dalla prima pagina dell’antico “Corriere dello Zar” l’attacco diretto.

Occorre avere consapevolezza di questo stato di cose, a partire dalla mancata risposta politica al voto del 4 Dicembre, e attrezzarsi all’evenienza senza ritardi, sottovalutazioni, tentennamenti.

La lettura di quest’articolo di Panebianco non deve lasciare dubbi: la difesa integrale della Costituzione Repubblicana rimane l’imperativo prioritario per tutti i conseguenti democratici e per la sinistra italiana (che deve considerare questo punto “l’ubi consistam” della sua possibile ricostruzione come soggetto politico).

Una difesa che è necessario princìpi da un altro elemento messo in discussione nell’articolo citato: quello della coerenza tra il sistema elettorale proporzionale e il testo Costituzionale.

02/10/2016

La grande confusione della legge elettorale

Neanche il tempo di passare al vaglio della Corte Costituzionale (o forse proprio grazie alla soffiata di qualche giudice costituzionale amico), e già l’Italicum è in via di superamento. Il dibattito intorno alla futura legge elettorale è però esemplare, racchiude cioè nel suo piccolo la scomparsa della sinistra dalla politica generale. E’ infatti un dibattito in cui apparentemente ci si scanna tra acerrimi nemici, ma nessuna delle proposte di revisione si avvicina a quella che dovrebbe essere una legge elettorale “di sinistra”, cioè democratica nella sostanza e non solo nel chiacchiericcio neoliberale quotidiano. Le varie proposte appaiono tutte interne ad un sistema di valori neoliberale fondato sul sacro principio della “governabilità”, bene supremo a cui tutti i ragionamenti dovrebbero ricondursi. L’Italicum, come dovremmo ormai sapere, è una legge altamente distorsiva, nonostante sia, in teoria, una legge elettorale proporzionale. Questo smonta il primo e principale artificio retorico del ceto liberale in guerra contro ogni ipotesi di proporzionalità tra voti espressi ed eletti in parlamento. Secondo Angelo Panebianco (Corriere della Sera del 28 settembre), “i fautori del No alla riforma costituzionale si stanno schierando a favore di un sistema elettorale proporzionale. A suo modo è una cosa lodevole. E’ giusto infatti che chi sia a favore della conservazione costituzionale, della conservazione della Costituzione così come essa è, sia anche un nostalgico del ritorno al proporzionale”. Il povero Panebianco, accecato dall’odio ideologico, non si accorge che in Italia si vota già alle elezioni politiche con il sistema elettorale proporzionale, quantomeno dalla soppressione del Mattarellum avvenuta nel 2005. Sono undici anni che esiste un sistema proporzionale, spurio e altamente distorsivo perché pesantemente corretto da premi di maggioranza e soglie di sbarramento, ma tant’è, e l’Italicum in questo senso non corregge la natura proporzionale della legge, ma si limita (per così dire) a distorcere ulteriormente la proporzionalità tra voti ed eletti introducendo un secondo turno che deciderà tramite un ballottaggio chi andrà al governo.

Un altro cliché ideologico è quello che relaziona i sistemi elettorali proporzionali ai cosiddetti “governi deboli”, favorendo un sillogismo assolutamente artificioso e non comprovato nella realtà. Sempre Panebianco, ambasciatore dell’ideologia neoliberale governista, traccia un bignami dei luoghi comuni di questi anni: “la proporzionale completava e sorreggeva un sistema parlamentare congegnato in modo da favorire la formazione di quei governi deboli, a loro volta indispensabili in una democrazia difficile nella quale nessuno poteva fidarsi di nessuno. La proporzionale aveva il compito di non permettere esclusioni rilevanti dal gioco politico, e di assicurare anche all’opposizione capacità di pressione e di influenza sul comportamento dei governi[…]Vincesse il No nel referendum di dicembre, la spinta a reintrodurre la proporzionale diventerebbe probabilmente irresistibile”. Ora, a parte ricordare nuovamente che l’Italicum è già una legge proporzionale, che supera la “legge Calderoli” che già era una legge proporzionale, sarebbe ora di riflettere anche su questo falso mito liberista dei presunti governi deboli prodotti dalla legge proporzionale.

Dal 1946 al 1981 l’Italia è stata governata da Primi ministri di un unico partito, e dal 1945 al 1993 governata di fatto da un unico partito, la Democrazia cristiana, come socio di maggioranza alleato di volta in volta ad altri piccoli e meno piccoli partiti. In sostanza, per quasi cinquant’anni il paese è stato governato da un’unica direzione politica. Allo stesso tempo, quello stesso governo e quella stessa legge elettorale hanno impedito per cinquant’anni di alternarsi al potere con l’opposizione elettoralmente più rilevante, il Pci. Definire questo come periodo di “instabilità politica” istituzionale, e derivare questa presunta instabilità dalla legge elettorale, è quantomeno fantasioso. Attraverso quale relazione con la legge elettorale può definirsi un sistema politico governato per cinquant’anni da un unico partito, con l’opposizione formata da un partito impossibilitato a governare, come “sistema instabile”? E’ infatti fuffa neoliberale, ideologia post-moderna, la stessa che prova a descrivere l’Italia come un paese “governato dalle sinistre” per decenni. I problemi di stabilità, che pure evidentemente esistevano, derivavano dalla natura intrinseca del partito al potere (cioè dai suoi scontri interni); dalle spinte sociali fortissime presenti nel corpo della nazione e che si riverberavano di conseguenza (e fortunatamente) sul piano dei rapporti politici di governo; dalla natura instabile delle relazioni internazionali condizionate dallo scontro est-ovest; ma non dalla legge elettorale. Tanto per dire, in Germania, che ha visto dal 1949 ad oggi alternarsi solamente nove Cancellieri federali, vige un sistema elettorale proporzionale puro, corretto da una forte soglia di sbarramento al 5% valida per tutti i partiti. Il sistema proporzionale, in altre parole, non c’entra nulla con la “stabilità governativa”, posto che questa sia un valore in sé e non il prodotto della dialettica politica nel suo complesso, quindi non solo di palazzo ma nella società nel suo insieme. Non avendo argomenti razionali, l’apogeo dell’invettiva di Panebianco scomoda anche il debito pubblico: “è difficile negare che la proporzionale abbia contribuito, soprattutto negli anni Ottanta dello scorso secolo, alla lievitazione di quel grande debito pubblico che ci trasciniamo ancora dietro”. Fantasia al potere.

Eppure il discorso sulla legge elettorale è importante e direttamente collegato con la riforma costituzionale, perché è altresì vero che i due sistemi viaggiano di pari passo. La legge elettorale è, in altri termini, una delle concretizzazione della più complessa architettura costituzionale che un paese si dà. Non possono essere in contraddizione plateale l’una con l’altra. Ma allora, quale dovrebbe essere la legge elettorale migliore, ovviamente da un punto di vista di classe?
Come molti altri ragionamenti, anche quello sulla rappresentanza istituzionale si è andato perdendo per strada, una volta sancito unilateralmente che “sinistra” e “rappresentanza” non dovevano avere più niente a che fare, anzi, che “rappresentanza” fosse di per sé un concetto di destra. Il risultato di questo ripiego storico è sotto gli occhi di tutti: la rappresentanza rimane un concetto ineludibile, e l’aver abbandonato il campo non ha eliminato il problema, ma lo ha consegnato unicamente all’interno del recinto borghese entro cui vengono escogitate le soluzioni più varie, magari opposte, ma tutte accomunate dall’essere contro ogni ipotesi di rappresentanza popolare. Chiaramente il concetto stesso di rappresentanza non si esaurisce nei meccanismi formali e istituzionali di cui stiamo qui parlando, ma altrettanto chiaramente questi sono una delle articolazioni del discorso. Se è sbagliato concentrarsi troppo sui formalismi, altrettanto insufficiente è nasconderseli sperando intimamente di non doverci mai avere niente a che fare. E per una sinistra aliena al potere e alle sue logiche, disinteressata alla gestione generale della società, è naturale non avere gran ché da dire in merito. La storia però va avanti ugualmente, e soprattutto, in assenza di quella stessa sinistra, peggiora costantemente. Ecco perché anche su questo piano sarebbe utile sviluppare un dibattito e avere proposte credibili da fare.

In assenza di questo dibattito esistono però alcuni punti fermi che vanno riaffermati con forza, anche nella battaglia referendaria, e che concernono direttamente la caratterizzazione sociale del NO al referendum renziano. Anzitutto, ribadendo che il potere risiede nel Parlamento, e non nel Governo. E’ il Parlamento che elegge il Governo, non è quest’ultimo che viene eletto direttamente tramite le elezioni. Questo determina che ogni possibile “governabilità” passa dal rafforzamento dei poteri parlamentari a scapito di quelli governativi. Da ciò, ne consegue che il Parlamento dev’essere espressione, la più fedele possibile, dei rapporti di forza politici presenti nella società. In altri termini, nel Parlamento dovrebbe essere rappresentata fedelmente la reale composizione politica della società. Questo è possibile solamente tramite una legge elettorale proporzionale pura, senza soglie di sbarramento – o quantomeno con soglie molto basse, nell’ordine dell’1% – e, soprattutto, senza premi di maggioranza distorsivi il risultato elettorale e dunque la volontà del corpo elettorale. Oltretutto, i candidati dovrebbero essere espressione della dialettica interna alle organizzazioni politiche che rappresentano. In altre parole, gli eletti dovrebbero essere scelti attraverso una selezione politica interna ai diversi partiti, non tramite le famigerate “preferenze”, sistema individualista post-politico fondato sul censo che ha prodotto i potentati locali basati sulla forza economica dei singoli candidati, slegati da ogni processo politico collettivo che non sia il rapporto diretto con gli elettori creato e mantenuto dalla forza economica personale di cui sopra. E’ il partito che elegge il candidato, non il “popolo”, che viene a conoscenza unicamente di quei candidati che possono permettersi una visibilità tale da pubblicizzare la propria presenza nel mercato elettorale.

In questa fase una proposta del genere è semplicemente inammissibile, perché alla base della discussione sulla riforma costituzionale e sulla legge elettorale è posto un enorme non-detto che nasconde i reali interessi in campo. Detto altrimenti, il combinato tra riforma della Costituzione e Italicum serve e preparare la svolta presidenzialista prevista per il nostro paese, che segue la traccia indicata dall’Unione europea del processo di esecutivizzazione della politica. Il problema non è il Senato delle regioni, qualche decina di parlamentari o senatori in meno, l’abolizione del Cnel o delle Provincie, o la “distorsione” elettorale generata dall’attuale legge elettorale. Il problema è preparare il terreno per quella che una volta si sarebbe definita “svolta gollista”, la soppressione di fatto del Parlamento come luogo deputato all’azione legislativa e di indirizzo politico del paese, e alla rappresentanza dei reali rapporti di forza politici presenti nel paese.

La Francia torna peraltro utile per un paragone diretto. Da più parti si individua il sistema francese come esempio virtuoso di governabilità. In realtà, per dirla con le parole di D’Alema, “la Francia è il paese meno governabile d’Europa” (questo oggi che il maiale è impegnato nella battaglia referendaria per il NO; anni fa, al contrario, individuava nel sistema francese il miglior modello possibile per l’Italia). A parte il partito vincente le elezioni, tutti gli altri sono notevolmente sottorappresentati, producendo così uno stallo dell’attività politica e legislativa aggirato dai poteri presidenziali del Presidente, che però si scontra perennemente col fatto di essere minoranza nel paese e tra le forze politiche. Ora, ci potrà pure far piacere che il Front National sia di fatto escluso dal Parlamento, ma una forza che viaggia costantemente tra il 15 e il 25% dei voti continua ad avere due (2) eletti in Parlamento, una sproporzione aberrante che infatti non genere alcuna fantomatica “governabilità”, ma solo l’impossibilità di decidere alcunché di politicamente concreto. Per dire, alle ultime elezioni il “Parti radical de gauche”, con l’1,65% dei voti ha raccolto 12 deputati; il Front National, col 13,60%, 2 deputati. Meglio così, potremmo concludere, ma da una lettura più profonda non può che sorgere una domanda: può definirsi ancora “democrazia” un sistema così platealmente distorsivo della volontà pubblica? Secondo noi, no.

Per tornare alle cose italiane, allora, l’unica possibilità di garantirsi la sacra “governabilità” è tornare allo spirito della Costituzione, legare cioè le sorti del Governo alla forza del Parlamento. E’ tramite la dialettica parlamentare, che significa il confronto e lo scontro con le diverse anime politiche espresse dal corpo elettorale, che viene deciso chi dovrà governare e soprattutto *come* dovrà governare, se cioè concedendo più a sinistra o più a destra, più alle forze del lavoro o più a quelle del capitale, e così via. Questo però, in regime controllato dalla Ue, non è pensabile, perché un Parlamento veramente rappresentativo le tendenze politiche generali impedirebbe alle forze attualmente al Governo di governare assecondando i vincoli esterni. A quel punto l’ingovernabilità la farebbe da padrona, e tutto il meccanismo incepperebbe il processo europeista di svuotamento dei poteri nazionali rappresentativi in favore dei poteri sovranazionali non rappresentativi. Questa è la radice di ogni possibile discorso “di sinistra” riguardo alla legge elettorale. Ogni altra fantasia prodotta dal potere neoliberale, di “destra” come di “sinistra”, è fumo negli occhi, arma di distrazione di massa ad uso e consumo di un ceto politico completamente scollegato da qualsiasi volontà elettorale e/o popolare.

01/03/2016

La contestazione a Panebianco: e se i ragazzi avessero ragione?

Come si sa, Angelo Panebianco, docente ordinario di scienza della politica a Bologna e importante politologo, abituale editorialista del Corriere della Sera, ha scritto un articolo che invitava a “preparare il popolo alla guerra di Libia”. A seguito di esso, i ragazzi del Collettivo Universitario Autonomo lo hanno contestato per un paio di volte chiamandolo assassino ed interrompendone la lezione.
 
Ne è seguito un caso nazionale, con la stampa insorta a difendere l’insigne politologo, la polizia che gli assegna una scorta (non c’è stato nessun accenno di violenza), la Procura che sembra apra un fascicolo per “interruzione di pubblico servizio” (criterio con il quale, fatte le dovute proporzioni,  nel sessantotto avremmo dovuto essere tutti deferiti ad una corte marziale) mentre Rettore ed autorità accademiche, che evidentemente, non hanno nulla di più serio da fare, studiano misure disciplinari per i responsabili e via su questa strada, mentre l’illustre studioso ha fatto balenare la possibilità di denunciare i contestatori.

Di Panebianco ho letto e spesso citato i libri come il suo ottimo “Modelli di Partito” che, però è di 34 anni fa, so che è uno dei pochi docenti italiani noti all’estero. Trovo le forme della contestazione un po’ rituali, ripetitive ad anche un po’ rozze (nel 1977, almeno, c’erano gli “indiani” che usavano l’arma dell’ironia e della creatività), ma, detto questo, mi pare che nella sostanza i ragazzi abbiano ragione.

Ma insomma, ci sono state 4 guerre maggiori (Golfo 1, Golfo 2, Afghanistan, Libia) e una pioggia di interventi minori (Somalia, Sudan, Costa d’Avorio, Mali ecc. ecc.) e non uno dei casi si è concluso positivamente, anzi ogni guerra ha posto le premesse per un’altra guerra ed ha lasciato dietro stati falliti, aprendo la strada agli jihadisti e, anzi che riflettere su tutto questo e sul perché di 25 anni di fallimenti, tutto quello che i vertici europei riescono a trovare è un’altra guerra che, per di più ha ottime probabilità di trasformarsi in un disastro militare?

Ed un celebre politologo, non trova di meglio che fare il coro d’appoggio a questi scriteriati, per una impresa sconclusionata e votata al fallimento come questa. Insomma, inizio a dubitare che sia poi quel grande politologo che ci era parso, anche perché il livello dell’articolo è quello della Maggioranza Silenziosa degli anni settanta (altro che intellettuale liberale). Peraltro, quando si scrive su un grande quotidiano e si assumono posizioni che hanno immediata influenza politica, si assumono delle responsabilità che espongono anche ad essere contestati. I fischi fanno parte della lotta politica in democrazia; magari i ragazzi sono andati oltre i fischi, ma insomma, neanche tanto, non mi pare che ci sia stata alcuna violenza. Vice versa, la posizione di Panebianco, sul piano morale, più ancora che politico, mi sembra molto più grave ed anzi, usiamo i termini giusti, proprio indecente.

Per cui, mi spiace, ma sto dalla parte dei ragazzi.

29/02/2016

A Panebianco…

Negli ultimi 3 giorni il Corriere della Sera ha dedicato complessivamente ben cinque pagine alle contestazioni subite da Angelo Panebianco. Per avere un’idea delle proporzioni e dell’unità di misura con cui pesa le notizie il principale quotidiano italiano, basti pensare che poche settimane prima, la strage di 86 nigeriani a Dalori per mano di Boko Haram si era meritata niente di più che un trafiletto nascosto nelle pagine interne. Cosa sarà successo allora di così grave all’Università di Bologna da meritare tanto inchiostro? Forse uno dei reati più gravi in un Paese come il nostro: quello di “lesa maestà”. Come dimostrano le immagini circolate in rete, Panebianco non ha subito alcuna “aggressione”, ma si è visto contestare, giustamente e legittimamente, le proprie opinioni guerrafondaie da un gruppo di studenti e compagni. E questo è inaccettabile, anzi, è pericolosissimo, perchè crea un precedente. Eppure la possibilità di dire pubblicamente la propria e contestare le idee di chi esercita il potere dovrebbe essere il sale di quella democrazia liberale che tanto sta a cuore proprio al professor Panebianco e a quelli come lui. Anche perchè ciò che gli viene contestato non è il suo ruolo di docente universitario (ed anche in questo caso sarebbe più che legittimo farlo), ma quello che scrive come opinionista politico dalle colonne del più influente organo di stampa italiano. Lo strumento che insieme ad altri contribuisce ad orientare l’opinione pubblica in merito ad una possibile guerra il Libia, quella si “violenta”. Quindi se c’è una libertà d’opinione da difendere è proprio quella degli studenti (per cui oggi vengono invece richiesti a gran voce provvedimenti disciplinari e penali) e non certo quella di un barone che oltre alle idee guerrafondaie ha dimostrato di conservare una concezione autoritaria e gerarchica dell’insegnamento. Con sprezzo del ridicolo, dopo aver rievocato il ’77, le intimidazioni, la violenza politica, ecc. ecc. ieri il Corriere titolava a tutta pagina che finalmente erano stati identificati gli autori del raid contro Panebianco. Verrebbe da rispondergli che i raid, quelli veri, sono proprio quelli che evocava Panebianco in Libia. Quelli in cui muoiono migliaia di persone per tutelare gli interessi dei padroni del giornale su cui Panebianco scrive. Ma tanto già sappiamo che sarebbe fiato sprecato.

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