Qualcuno se l’è anche chiesto: “com’è possibile che un giornale importante come il Corriere della Sera permetta a un suo giornalista di scrivere così tante sciocchezze?”
Si parlava nientepopodimeno che di Federico Fubini, vicedirettore del quotidiano di via Solferino, un tempo noto per gli articoli di economia. E dunque l’unica risposta possibile è stata “gliel’hanno chiesto, non permesso”.
In effetti, dopo tre anni e mezzo di guerra in cui ci siamo dovuti sorbire (citiamo a memoria, dimenticando molti altri esempi) “i russi che hanno finito le munizioni”, “vanno all’assalto con le pale”, “stanno in trincea nella neve ma senza calzini di lana” (memorabile scoop di Cecilia Sala prima di passare alle “mie prigioni” in Iran), “usano le dita negli occhi perché non hanno neanche le baionette” e altre perle del genere (ultimo “il mantello di Harry Potter” per spiegare la loro invisibilità agli ucraini)... leggere un pezzo intitolato “Donne russe al fronte e 60 perdite umane a kmq nella guerra più hi-tech della storia: ecco perché l’Ucraina non sta perdendo (ma gli aiuti a Kiev devono cambiare)” non dovrebbe essere una sorpresa.
L’elenco dei “dati” che dovrebbero convincere il lettore che la Russia, pur avanzando, in realtà sta perdendo la guerra è abbastanza datato. Crisi del reclutamento (gli analisti militari dicono il contrario), ergo donne carcerate liberate e stipendiate per andare al fronte (ma quante donne dovrebbero esserci nelle carceri per coprire l’assenza di centinaia di migliaia di presunti caduti?), “code estenuanti” per fare rifornimento di benzina (gli ucraini hanno attaccato alcune raffinerie, è vero, ma la maggior parte delle auto russe va a gasolio, e di questo Mosca ha un eccesso di produzione), cataste di morti per conquistare una frazioncina insignificante di territorio (“ogni chilometro quadrato di territorio ucraino sta costando a Mosca 60 perdite umane”)...
Non abbiamo tempo né voglia di fare il debunking di ogni singola fesseria, magari impastata anche con dati reali per complicare i distinguo; sappiamo che è un lavoro inutile, anche perché siamo abituati a vedere che il giorno dopo ne verrà prodotta un’altra, magari che afferma il contrario, e nessuno si scuserà o fingerà di ricordare d’aver detto o scritto un fake.
La domanda è diventata perciò: “a che pro Fubini – o altri come lui – si profonde in uno sforzo titanico di questa portata?”
Tutto sta nella frase chiave del lungo pezzo: “neanche l’Ucraina sta perdendo – come a volte si sostiene – anzi può ancora umiliare il suo avversario e uscire dal conflitto libera e indipendente sull’80% del proprio territorio. Può ‘avere le carte’, direbbe Donald Trump”.
Il gioco retorico è davvero semplice. Tutto il mondo vede che l’esercito russo avanza, conquista lentamente territorio, l’esercito ucraino perde pezzi e vede crescere le diserzioni, i reclutatori/sequestratori vengo presi a pietrate nelle strade (e qualcuno persino a colpi di pala!), il presidente degli Stati Uniti (che qualche informazione più realistica dovrebbe averla, e senza cui la guerra non potrebbe andare avanti...) consiglia di chiuderla qui.
Ma i vertici dell’Unione Europea vogliono che gli ucraini continuino a combattere, altrimenti sarebbero costretti a prendere atto che hanno sbagliato tutto e sciogliere la stessa UE.
Dunque un piccolo esercito di coraggiosi redattori e vicedirettori deve spendersi per rendere credibile l’incredibile: “l’Ucraina può ancora vincere!”. Ad un passo dagli asini che volano, insomma...
Certo servirebbe più droni e più avanzati (ma “l’Europa”, ahilui, non ne produce), anche se quelli ucraini – garantisce Fubini – sono ottimi e comunque migliori di quelli russi (ancora una volta: e allora perché sono costretti ad arretrare?).
Ma è inutile, dicevamo, debunkare ogni fake. Una volta chiarito che si fanno i giornali per giustificare la continuazione della guerra, tutto ne discende. Anche l’evitare di comprarli.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/09/2025
02/09/2025
L’interferenza GPS fantasma della propaganda antirussa di Bruxelles
Ieri, mentre i rappresentanti di una fetta importante del mondo discuteva al vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, la presidente della Commissione Europea von der Leyen girava per l’Est Europa a perorare la causa della guerra senza fine contro la Russia, pur non avendo né un capitale politico né uno materiale per farla.
L’obiettivo doveva essere quello di preparare il terreno dell’opinione pubblica per l’ennesimo vertice dei volenterosi, giovedì a Parigi. Ma poiché nessuno si fila la UE, allora von der Leyen ha dovuto tirare fuori il coniglio dal cilindro per provare a suscitare una bella ondata di sdegno contro “l’orco” Putin, come ha detto Macron: inventarsi una fake news intrisa di propaganda antirussa.
Questa volta la questione ha riguardato l’aereo della politica tedesca. Stando alle notizie diffuse, il velivolo su cui viaggiava la presidente sarebbe stato oggetto di alcune interferenze al GPS, poco prima dell’atterraggio all’aeroporto di Plovdiv, in Bulgaria, di cui tutto il sistema di navigazione avrebbe smesso di funzionare.
I piloti dell’aereo su cui si trovava von der Leyen sarebbero stati costretti a rimanere in volo per un’ora, per poi usare strumenti analogici e carte fisiche per atterrare. La Commissione ha confermato il disturbo al segnale, mentre le autorità bulgare sospettano che dietro vi sia la mano di Mosca.
Ecco la notizia: i russi mettono in pericolo non solo la presidente di Palazzo Berlaymont, ma anche la vita di decine e decine di civili su altri velivoli e a terra. Come se, tra l’altro, al Cremlino non tenessero in considerazione che un atto del genere sarebbe una vera e propria dichiarazione di guerra. Peccato che, nel giro di poche ore, la fake news sia stata smascherata.
Non sono stati i fact-checker di professione, non è stato David Puente a informare l’opinione pubblica del fatto che la notizia fosse falsa. A dire il vero, non l’ha fatto nessuno, perché quando si tratta di disinformazione occidentale, allora non c’è bisogno di prove o verifiche. È stato Flightradar24, servizio di tracciamento del traffico aereo, a mostrare l’inconsistenza delle accuse.
Questo è quello che si legge in post su X: “alcuni rapporti affermano che l’aereo è stato in un circuito di attesa per 1 ora. Questo è ciò che possiamo dedurre dai nostri dati. Il volo era programmato per durare 1 ora e 48 minuti. Ha impiegato 1 ora e 57 minuti. Il transponder dell’aereo ha segnalato una buona qualità del segnale GPS dal decollo all’atterraggio”.
Flightradar24 spiega anche perché i dati danno una versione differente dalla Commissione Europea: “il segnale del transponder trasmesso dall’aereo contiene un valore NIC. Il valore NIC codifica la qualità e la coerenza dei dati di navigazione ricevuti dall’aereo. […] Il volo con Ursula von der Leyen a bordo ha trasmesso un buon valore NIC dal decollo all’atterraggio”.
Insomma, non solo non sarebbe vero che il velivolo avrebbe girato a vuoto per un’ora, prima di tentare un più rischioso atterraggio senza il supporto di vari strumenti, ma non sarebbe nemmeno vero che il GPS sia stato reso inutilizzabile da un’interferenza. Ma c’è di più, stando alle parole di Stephen Bryen, consultato da InsideOver.
Bryen è un esperto di sicurezza, che ha lavorato come analista militare e funzionario del governo statunitense: una persona che di certo sa quel che dice. A suo avviso, anche fosse vera la storia dell’interferenza, ciò non dovrebbe causare i problemi che sono stati diffusi alla stampa.
L’esperto ricorda che l’aereo usato da von der Leyen è un apparecchio commerciale, che opera sotto ‘controllo positivo’: rotta, altitudine e posizione sono monitorate da segnali di atterraggio e altri marcatori, e non dipendono esclusivamente dal GPS. Anzi, “tutti gli aerei di livello commerciale hanno sistemi di navigazione inerziale (INS), quindi non hanno bisogno del GPS”.
Bryen conclude: “non ci sarebbe assolutamente alcun motivo per disturbare il GPS di un aereo commerciale (ammesso che sia possibile), poiché non otterrebbe nulla, data la pletora di aiuti all’atterraggio e sistemi di backup, o, in altre parole, non influenzerebbe le operazioni dell’aereo”.
A corollario, l’esperto afferma che è più probabile che, se un disturbo del segnale GPS sia avvenuto, esso sia stato dovuto ad attività militari locali, magari legate a un’esercitazione presso la vicina base militare di Graf Ignatievo, a 10 chilometri da Plovdiv. Anche perché, sempre Bryen, ha messo bene in chiaro una cosa: per un’interferenza del genere sarebbe stato necessario far volare un disturbatore a ridosso del velivolo di von der Leyen, o averne uno assai potente in corrispondenza del territorio bulgaro.
Se così fosse, cioè se le autorità europee dovessero davvero credere alle loro stesse fake news, allora dovrebbero ammettere o che i russi sono riusciti a infiltrarsi fino in Bulgaria, o che hanno strumenti che possono avvicinarsi a pochissima distanza dall’aereo su cui viaggia la presidente della Commissione, o – ancora peggio – che al Cremlino hanno una super-arma capace di interferenze da centinaia di chilometri di distanza.
In ogni caso, allora, tale consapevolezza dovrebbe indurre le cancellerie europee a più miti consigli verso Mosca, e non ai soliti insulti a Putin e al popolo russo, infarciti di grezza propaganda di guerra.
Fonte
L’obiettivo doveva essere quello di preparare il terreno dell’opinione pubblica per l’ennesimo vertice dei volenterosi, giovedì a Parigi. Ma poiché nessuno si fila la UE, allora von der Leyen ha dovuto tirare fuori il coniglio dal cilindro per provare a suscitare una bella ondata di sdegno contro “l’orco” Putin, come ha detto Macron: inventarsi una fake news intrisa di propaganda antirussa.
Questa volta la questione ha riguardato l’aereo della politica tedesca. Stando alle notizie diffuse, il velivolo su cui viaggiava la presidente sarebbe stato oggetto di alcune interferenze al GPS, poco prima dell’atterraggio all’aeroporto di Plovdiv, in Bulgaria, di cui tutto il sistema di navigazione avrebbe smesso di funzionare.
I piloti dell’aereo su cui si trovava von der Leyen sarebbero stati costretti a rimanere in volo per un’ora, per poi usare strumenti analogici e carte fisiche per atterrare. La Commissione ha confermato il disturbo al segnale, mentre le autorità bulgare sospettano che dietro vi sia la mano di Mosca.
Ecco la notizia: i russi mettono in pericolo non solo la presidente di Palazzo Berlaymont, ma anche la vita di decine e decine di civili su altri velivoli e a terra. Come se, tra l’altro, al Cremlino non tenessero in considerazione che un atto del genere sarebbe una vera e propria dichiarazione di guerra. Peccato che, nel giro di poche ore, la fake news sia stata smascherata.
Non sono stati i fact-checker di professione, non è stato David Puente a informare l’opinione pubblica del fatto che la notizia fosse falsa. A dire il vero, non l’ha fatto nessuno, perché quando si tratta di disinformazione occidentale, allora non c’è bisogno di prove o verifiche. È stato Flightradar24, servizio di tracciamento del traffico aereo, a mostrare l’inconsistenza delle accuse.
Questo è quello che si legge in post su X: “alcuni rapporti affermano che l’aereo è stato in un circuito di attesa per 1 ora. Questo è ciò che possiamo dedurre dai nostri dati. Il volo era programmato per durare 1 ora e 48 minuti. Ha impiegato 1 ora e 57 minuti. Il transponder dell’aereo ha segnalato una buona qualità del segnale GPS dal decollo all’atterraggio”.
Flightradar24 spiega anche perché i dati danno una versione differente dalla Commissione Europea: “il segnale del transponder trasmesso dall’aereo contiene un valore NIC. Il valore NIC codifica la qualità e la coerenza dei dati di navigazione ricevuti dall’aereo. […] Il volo con Ursula von der Leyen a bordo ha trasmesso un buon valore NIC dal decollo all’atterraggio”.
Insomma, non solo non sarebbe vero che il velivolo avrebbe girato a vuoto per un’ora, prima di tentare un più rischioso atterraggio senza il supporto di vari strumenti, ma non sarebbe nemmeno vero che il GPS sia stato reso inutilizzabile da un’interferenza. Ma c’è di più, stando alle parole di Stephen Bryen, consultato da InsideOver.
Bryen è un esperto di sicurezza, che ha lavorato come analista militare e funzionario del governo statunitense: una persona che di certo sa quel che dice. A suo avviso, anche fosse vera la storia dell’interferenza, ciò non dovrebbe causare i problemi che sono stati diffusi alla stampa.
L’esperto ricorda che l’aereo usato da von der Leyen è un apparecchio commerciale, che opera sotto ‘controllo positivo’: rotta, altitudine e posizione sono monitorate da segnali di atterraggio e altri marcatori, e non dipendono esclusivamente dal GPS. Anzi, “tutti gli aerei di livello commerciale hanno sistemi di navigazione inerziale (INS), quindi non hanno bisogno del GPS”.
Bryen conclude: “non ci sarebbe assolutamente alcun motivo per disturbare il GPS di un aereo commerciale (ammesso che sia possibile), poiché non otterrebbe nulla, data la pletora di aiuti all’atterraggio e sistemi di backup, o, in altre parole, non influenzerebbe le operazioni dell’aereo”.
A corollario, l’esperto afferma che è più probabile che, se un disturbo del segnale GPS sia avvenuto, esso sia stato dovuto ad attività militari locali, magari legate a un’esercitazione presso la vicina base militare di Graf Ignatievo, a 10 chilometri da Plovdiv. Anche perché, sempre Bryen, ha messo bene in chiaro una cosa: per un’interferenza del genere sarebbe stato necessario far volare un disturbatore a ridosso del velivolo di von der Leyen, o averne uno assai potente in corrispondenza del territorio bulgaro.
Se così fosse, cioè se le autorità europee dovessero davvero credere alle loro stesse fake news, allora dovrebbero ammettere o che i russi sono riusciti a infiltrarsi fino in Bulgaria, o che hanno strumenti che possono avvicinarsi a pochissima distanza dall’aereo su cui viaggia la presidente della Commissione, o – ancora peggio – che al Cremlino hanno una super-arma capace di interferenze da centinaia di chilometri di distanza.
In ogni caso, allora, tale consapevolezza dovrebbe indurre le cancellerie europee a più miti consigli verso Mosca, e non ai soliti insulti a Putin e al popolo russo, infarciti di grezza propaganda di guerra.
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29/05/2025
Pechino sostiene Gaza ma è prudente con Israele
di Michelangelo Cocco
Pechino ha ribadito attraverso il suo ministero degli esteri il pieno sostegno ai palestinesi di Gaza e riaffermato l’appartenenza della Striscia al territorio della Palestina.
Allo stesso tempo la Cina evita di andare allo scontro frontale con Israele per interessi economici e strategici. Ce lo spiega nella sua corrispondenza da Shanghai l’analista e giornalista Michelangelo Cocco, collaboratore di Pagine Esteri.
Collegamento al podcast.
Fonte
Pechino ha ribadito attraverso il suo ministero degli esteri il pieno sostegno ai palestinesi di Gaza e riaffermato l’appartenenza della Striscia al territorio della Palestina.
Allo stesso tempo la Cina evita di andare allo scontro frontale con Israele per interessi economici e strategici. Ce lo spiega nella sua corrispondenza da Shanghai l’analista e giornalista Michelangelo Cocco, collaboratore di Pagine Esteri.
Collegamento al podcast.
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23/03/2025
“Truppe cinesi in Ucraina”. Come si fabbrica una fake news...
Fosse stata vera, la notizia sarebbe stata certamente “epocale”, di quelle che cambiano radicalmente il quadro complessivo. Almeno quanto il passaggio di consegne da Biden a Trump...
Il settimanale tedesco Welt Am Sonntag, supplemento domenicale del quotidiano Die Welt, ha filtrato un’indiscrezione circolante nei palazzi di Bruxelles secondo cui la Cina starebbe “valutando” di unirsi alla cosiddetta “coalizione dei volonterosi europei” per inviare truppe di interposizione in Ucraina.
In una sola mossa Pechino avrebbe così rovesciato la propria posizione internazionale, schierandosi con i sempre più frustrati guerrafondai europei (Macron e Starmer su tutti, insieme a polacchi e baltici); abbandonato Mosca all’isolamento internazionale addirittura sul piano militare, nonostante la rete commerciale intensificata proprio in questi tre anni di guerra; rotto un equilibrio delicato all’interno dei Brics+ proprio mentre ne emerge il ruolo “stabilizzatore” in un mondo decisamente sconvolto; sabotato direttamente la già complicatissima trattativa di pace tra Putin e Trump (che triangola poi con Kiev); e tante altre cose ancora...
L’anonima fonte diplomatica UE che avrebbe spifferato al quotidiano tedesco spiega il perché: «Incorporare la Cina nella coalizione di volenterosi aumenterebbe il livello di accettazione da parte della Russia».
Ci sarebbe stato lo stesso da dubitarne, perché non ci vuole un Sun Tsu per capire che è impossibile far digerire come “neutrali” o addirittura peacekeepers truppe di paesi che da molti anni riforniscono il nemico contro cui si sta combattendo (e Francia, Gran Bretagna, Polonia, ecc. sono in testa alla lista, dopo gli Usa).
In pratica, riassumiamo, un funzionario della “coalizione che non c’è” (perché non riesce a trovare un accordo neanche sulla lista dei possibili partecipanti, e tanto meno sul “che fare” una volta mandati un po’ di soldati in Ucraina) avrebbe fatto sapere ai media che “viene anche la Cina”, così aumenta il tasso di credibilità dell’operazione – alla vigilia del vertice di giovedì, a Parigi – e si tiene viva la possibilità che “l’Europa” stia in campo per il gusto di starci (che possa toccare palla è escluso sia da Mosca che da Washington).
Col passare delle ore anche qualche giornalista mainstream meno pigro della media è andato a fare qualche verifica (sarebbe l’abc della “professionalità”, ma vuoi mettere quanto è obbligatorio oggi dar retta ad una “fonte anonima della UE?”).
Ed emergono le prime rettifiche: Pechino “potrebbe partecipare, ma solo se Putin dice che va bene”. Eventualità che appare bislacca, visto che Peskov e Zakharova – i portavoce di Putin e del ministro degli esteri Lavrov – dicono il contrario più volte al giorno, chiarendo bene che il problema non sta nella presenza futura di peacekeepers, ma nella loro collocazione e composizione, che dovrà tassativamente escludere paesi della Nato (ossia proprio i “volenterosi”).
Poi il pasticcio viene ulteriormente complicato, quando proprio dai “volenterosi” emerge un “piano” che somiglia ad una torta a quattro strati. Un contingente Onu da schierare sulla linea del fronte vero e proprio, nella parte orientale dell’Ucraina in modo da garantire il rispetto della tregua. E qui, secondo le teste squilibrate che giocano a risiko, andrebbe collocato anche l’eventuale contingente cinese, insieme ad altri “poveracci” del Terzo Mondo di cui ci si ricorda solo in questi casi.
Subito alle spalle dei caschi blu l’esercito di Kiev, opportunamente riarmato e rinforzato (altra cosa esclusa da Mosca, ma “chissenefrega, sta trattando Trump, mica noi”...). Poi le truppe “volenterose” ribattezzate Mfu (Multinational Force Ukraine) e quindi quelle statunitensi, se Trump si ravvederà e tornerà ad essere il vero capo della Nato.
Insomma, tutto quello che la Russia non voleva e non vuole, tanto da fare una guerra per impedirlo. Se questo è un “piano”, gli asini volano davvero...
E infatti dall’Onu si fa sapere che il segretario generale Guterres è andato – sì – a Bruxelles per discutere dell'idea di formare un contingente di peacekeeping sotto gli auspici dell’ONU, fatto quindi di “caschi blu” dall’Asia e dal Sud America. All’interno di questo schema – e di questi limiti di legalità internazionale – un contingente cinese potrebbe avere senso e l’ok da Xi Jinping.
Certo, se poi qualche furbastro pensa di poter in futuro usare queste “truppe Onu” come “scudo” per giostrare i propri soldati alle spalle dell’esercito russo e far ripartire la guerra una volta ricostruite le forze, senza che a Mosca lo si capisca... è fuori di testa.
Fonte
Il settimanale tedesco Welt Am Sonntag, supplemento domenicale del quotidiano Die Welt, ha filtrato un’indiscrezione circolante nei palazzi di Bruxelles secondo cui la Cina starebbe “valutando” di unirsi alla cosiddetta “coalizione dei volonterosi europei” per inviare truppe di interposizione in Ucraina.
In una sola mossa Pechino avrebbe così rovesciato la propria posizione internazionale, schierandosi con i sempre più frustrati guerrafondai europei (Macron e Starmer su tutti, insieme a polacchi e baltici); abbandonato Mosca all’isolamento internazionale addirittura sul piano militare, nonostante la rete commerciale intensificata proprio in questi tre anni di guerra; rotto un equilibrio delicato all’interno dei Brics+ proprio mentre ne emerge il ruolo “stabilizzatore” in un mondo decisamente sconvolto; sabotato direttamente la già complicatissima trattativa di pace tra Putin e Trump (che triangola poi con Kiev); e tante altre cose ancora...
L’anonima fonte diplomatica UE che avrebbe spifferato al quotidiano tedesco spiega il perché: «Incorporare la Cina nella coalizione di volenterosi aumenterebbe il livello di accettazione da parte della Russia».
Ci sarebbe stato lo stesso da dubitarne, perché non ci vuole un Sun Tsu per capire che è impossibile far digerire come “neutrali” o addirittura peacekeepers truppe di paesi che da molti anni riforniscono il nemico contro cui si sta combattendo (e Francia, Gran Bretagna, Polonia, ecc. sono in testa alla lista, dopo gli Usa).
In pratica, riassumiamo, un funzionario della “coalizione che non c’è” (perché non riesce a trovare un accordo neanche sulla lista dei possibili partecipanti, e tanto meno sul “che fare” una volta mandati un po’ di soldati in Ucraina) avrebbe fatto sapere ai media che “viene anche la Cina”, così aumenta il tasso di credibilità dell’operazione – alla vigilia del vertice di giovedì, a Parigi – e si tiene viva la possibilità che “l’Europa” stia in campo per il gusto di starci (che possa toccare palla è escluso sia da Mosca che da Washington).
Col passare delle ore anche qualche giornalista mainstream meno pigro della media è andato a fare qualche verifica (sarebbe l’abc della “professionalità”, ma vuoi mettere quanto è obbligatorio oggi dar retta ad una “fonte anonima della UE?”).
Ed emergono le prime rettifiche: Pechino “potrebbe partecipare, ma solo se Putin dice che va bene”. Eventualità che appare bislacca, visto che Peskov e Zakharova – i portavoce di Putin e del ministro degli esteri Lavrov – dicono il contrario più volte al giorno, chiarendo bene che il problema non sta nella presenza futura di peacekeepers, ma nella loro collocazione e composizione, che dovrà tassativamente escludere paesi della Nato (ossia proprio i “volenterosi”).
Poi il pasticcio viene ulteriormente complicato, quando proprio dai “volenterosi” emerge un “piano” che somiglia ad una torta a quattro strati. Un contingente Onu da schierare sulla linea del fronte vero e proprio, nella parte orientale dell’Ucraina in modo da garantire il rispetto della tregua. E qui, secondo le teste squilibrate che giocano a risiko, andrebbe collocato anche l’eventuale contingente cinese, insieme ad altri “poveracci” del Terzo Mondo di cui ci si ricorda solo in questi casi.
Subito alle spalle dei caschi blu l’esercito di Kiev, opportunamente riarmato e rinforzato (altra cosa esclusa da Mosca, ma “chissenefrega, sta trattando Trump, mica noi”...). Poi le truppe “volenterose” ribattezzate Mfu (Multinational Force Ukraine) e quindi quelle statunitensi, se Trump si ravvederà e tornerà ad essere il vero capo della Nato.
Insomma, tutto quello che la Russia non voleva e non vuole, tanto da fare una guerra per impedirlo. Se questo è un “piano”, gli asini volano davvero...
E infatti dall’Onu si fa sapere che il segretario generale Guterres è andato – sì – a Bruxelles per discutere dell'idea di formare un contingente di peacekeeping sotto gli auspici dell’ONU, fatto quindi di “caschi blu” dall’Asia e dal Sud America. All’interno di questo schema – e di questi limiti di legalità internazionale – un contingente cinese potrebbe avere senso e l’ok da Xi Jinping.
Certo, se poi qualche furbastro pensa di poter in futuro usare queste “truppe Onu” come “scudo” per giostrare i propri soldati alle spalle dell’esercito russo e far ripartire la guerra una volta ricostruite le forze, senza che a Mosca lo si capisca... è fuori di testa.
Fonte
06/09/2024
Natale ad ottobre? Ultime bufale sul Venezuela
Ci eravamo abituati alla profusione di notizie false sul Venezuela, ma quanto avvenuto oggi giovedì 5 settembre 2024 passa davvero ogni limite, anche per il diretto coinvolgimento di istituzioni italiane in prima persona.
La prima bufala infatti appare sul sito X: si tratta di un messaggio del ministro degli Esteri Tajani che inventa di sana pianta la decisione del presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro, di “anticipare il Natale”.
Vorremmo rassicurare Tajani, qualora sia in buona fede, che i Venezuelani e le Venezuelane continueranno a celebrare il Natale, festività molto sentita nel Paese, il 25 dicembre al pari del resto del mondo.
Occorre però chiedersi quali siano le radici della gigantesca topica di Tajani che, in quanto rappresentante massimo della politica estera italiana avrebbe l’obbligo di maneggiare e verificare con cura le informazioni prima di esporre se stesso, il governo di cui fa parte e tutto il Paese, a una bruttissima figura, oltre il ridicolo.
La seconda fake news è invece stata diffusa dalla principale agenzia informativa nazionale, l’ANSA, secondo la quale il Parlamento colombiano avrebbe votato all’unanimità una mozione per chiedere l’arresto di Maduro alla Corte penale internazionale. Stranamente di tale notizia non v’è traccia sulla stampa colombiana.
Approfondendo quanto riportato da un sito brasiliano si capisce che in realtà si tratta di una lettera indirizzata alla Corte penale internazionale che è stata sottoscritta da 30 congressisti colombiani su 296. L’approvazione da parte del Parlamento colombiano, mai avvenuta, è stata autocertificata dalla redattrice della lettera, tale congressista colombiana Paloma Valencia, in un video autoprodotto.
Si tratta quindi di una volgarissima bufala a evidenti fini autopromozionali. Resta da capire come possa la principale agenzia informativa nazionale, un tempo dotata di prestigiosa professionalità in campo giornalistico, essere incorsa in una cantonata del genere, purtroppo ripresa anche da taluni giornali, tra i quali il Fatto Quotidiano e il Messaggero veneto.
Oltretutto l’ANSA, e sulla sua scia i disattenti quotidiani che hanno ripreso la bufala, l’hanno ulteriormente arricchita facendo menzione di un’unanimità che neanche la stessa Valencia si era peritata di affermare.
Possiamo quindi concludere che la forsennata campagna di bugie e falsità contro il legittimo governo del Venezuela bolivariano sta facendo illustri vittime e cioè là credibilità e rispettabilità del governo e dell’informazione italiana.
Il che come cittadini italiani ci dispiace fortemente e vorremmo chiedere a tutti i soggetti implicati una formale smentita e altrettanto formali scuse non solo al governo di Caracas ma al popolo italiano subissato di improponibili e ridicole menzogne.
Fonte
La prima bufala infatti appare sul sito X: si tratta di un messaggio del ministro degli Esteri Tajani che inventa di sana pianta la decisione del presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro, di “anticipare il Natale”.
Vorremmo rassicurare Tajani, qualora sia in buona fede, che i Venezuelani e le Venezuelane continueranno a celebrare il Natale, festività molto sentita nel Paese, il 25 dicembre al pari del resto del mondo.
Occorre però chiedersi quali siano le radici della gigantesca topica di Tajani che, in quanto rappresentante massimo della politica estera italiana avrebbe l’obbligo di maneggiare e verificare con cura le informazioni prima di esporre se stesso, il governo di cui fa parte e tutto il Paese, a una bruttissima figura, oltre il ridicolo.
La seconda fake news è invece stata diffusa dalla principale agenzia informativa nazionale, l’ANSA, secondo la quale il Parlamento colombiano avrebbe votato all’unanimità una mozione per chiedere l’arresto di Maduro alla Corte penale internazionale. Stranamente di tale notizia non v’è traccia sulla stampa colombiana.
Approfondendo quanto riportato da un sito brasiliano si capisce che in realtà si tratta di una lettera indirizzata alla Corte penale internazionale che è stata sottoscritta da 30 congressisti colombiani su 296. L’approvazione da parte del Parlamento colombiano, mai avvenuta, è stata autocertificata dalla redattrice della lettera, tale congressista colombiana Paloma Valencia, in un video autoprodotto.
Si tratta quindi di una volgarissima bufala a evidenti fini autopromozionali. Resta da capire come possa la principale agenzia informativa nazionale, un tempo dotata di prestigiosa professionalità in campo giornalistico, essere incorsa in una cantonata del genere, purtroppo ripresa anche da taluni giornali, tra i quali il Fatto Quotidiano e il Messaggero veneto.
Oltretutto l’ANSA, e sulla sua scia i disattenti quotidiani che hanno ripreso la bufala, l’hanno ulteriormente arricchita facendo menzione di un’unanimità che neanche la stessa Valencia si era peritata di affermare.
Possiamo quindi concludere che la forsennata campagna di bugie e falsità contro il legittimo governo del Venezuela bolivariano sta facendo illustri vittime e cioè là credibilità e rispettabilità del governo e dell’informazione italiana.
Il che come cittadini italiani ci dispiace fortemente e vorremmo chiedere a tutti i soggetti implicati una formale smentita e altrettanto formali scuse non solo al governo di Caracas ma al popolo italiano subissato di improponibili e ridicole menzogne.
Fonte
08/04/2024
L’invenzione delle decapitazioni di bimbi e degli stupri di massa del 7 ottobre 2023
Breve storia dei fake usati per giustificare un genocidio e della pagina più buia del giornalismo italiano dal dopoguerra.
Ricordate la notizia dei 40 bambini decapitati nel kibbutz di Kfar Aza da parte di Hamas? Ebbene, dopo più di sei mesi, anche il quotidiano francese Le Monde riporta che la notizia era assolutamente falsa. Ed in ciò l’importante testata transalpina era stata preceduta, appena due settimane fa, dell’eccellente inchiesta dell’unità investigativa di Al Jazeera, “October 7”.
Ma come non ricordare quando il direttore del TG La7, Enrico Mentana, subito dopo il 7 ottobre 2023, diceva di avere le foto dei bambini decapitati, ma anche che chiedere di vederle fosse da “negazionisti di Hamas”?
Già l’11 ottobre 2023 alcuni reporter francesi ed il giornalista israeliano Oren Ziv, che si trovavano a Kfar Aza insieme a Nicole Zedek e all’esercito israeliano, affermavano di non aver visto “bambini decapitati”.
Quella stessa giornalista israeliana ammise, poi, di non aver mai visto i corpi e che la “notizia” le era stata riferita dai soldati stessi che stavano rastrellando le case.
Lo stesso avvenne per gli stupri di massa, riferiti dallo stesso Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu al Presidente Biden. La notizia circolò in tutto il mondo, ma di fronte all’assenza di evidenze, il Los Angeles Times pubblicò per primo la smentita. A ruota (come sempre) le “grandi e indipendenti” agenzie di stampa italiane rilanciarono la notizia che si trattava di un falso.
Ma ormai la macchina della disinformazione era partita.
Tuttavia, il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, noto per la sua proterva faziosità, quando si parla di Israele, nonostante le smentite, accettò ugualmente la notizia come vera parlando di un “Male che si manifesta decapitando e bruciando bambini inermi”.
E, ancora oggi, basta googlare e trovare titoli di giornali e di vari siti di informazione che riportano quella notizia assolutamente falsa che ha avvelenato, per più di sei mesi, i pozzi del dibattito pubblico intorno a ciò che davvero successe quel 7 ottobre e sugli orrori e le carneficine quotidiane che da quel 7 ottobre in poi continuano a ripetersi a Gaza, nonostante le massicce proteste globali ed uno storico pronunciamento di condanna di Israele da parte della Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU.
Fonte
Ricordate la notizia dei 40 bambini decapitati nel kibbutz di Kfar Aza da parte di Hamas? Ebbene, dopo più di sei mesi, anche il quotidiano francese Le Monde riporta che la notizia era assolutamente falsa. Ed in ciò l’importante testata transalpina era stata preceduta, appena due settimane fa, dell’eccellente inchiesta dell’unità investigativa di Al Jazeera, “October 7”.
Ma come non ricordare quando il direttore del TG La7, Enrico Mentana, subito dopo il 7 ottobre 2023, diceva di avere le foto dei bambini decapitati, ma anche che chiedere di vederle fosse da “negazionisti di Hamas”?
Già l’11 ottobre 2023 alcuni reporter francesi ed il giornalista israeliano Oren Ziv, che si trovavano a Kfar Aza insieme a Nicole Zedek e all’esercito israeliano, affermavano di non aver visto “bambini decapitati”.
Quella stessa giornalista israeliana ammise, poi, di non aver mai visto i corpi e che la “notizia” le era stata riferita dai soldati stessi che stavano rastrellando le case.
Lo stesso avvenne per gli stupri di massa, riferiti dallo stesso Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu al Presidente Biden. La notizia circolò in tutto il mondo, ma di fronte all’assenza di evidenze, il Los Angeles Times pubblicò per primo la smentita. A ruota (come sempre) le “grandi e indipendenti” agenzie di stampa italiane rilanciarono la notizia che si trattava di un falso.
Ma ormai la macchina della disinformazione era partita.
Tuttavia, il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, noto per la sua proterva faziosità, quando si parla di Israele, nonostante le smentite, accettò ugualmente la notizia come vera parlando di un “Male che si manifesta decapitando e bruciando bambini inermi”.
E, ancora oggi, basta googlare e trovare titoli di giornali e di vari siti di informazione che riportano quella notizia assolutamente falsa che ha avvelenato, per più di sei mesi, i pozzi del dibattito pubblico intorno a ciò che davvero successe quel 7 ottobre e sugli orrori e le carneficine quotidiane che da quel 7 ottobre in poi continuano a ripetersi a Gaza, nonostante le massicce proteste globali ed uno storico pronunciamento di condanna di Israele da parte della Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU.
Fonte
10/12/2023
Fake news contro Cuba
La diffusione di notizie false costituisce sempre più un ingrediente essenziale delle politiche imperialiste.
In tal modo le centrali propagandistiche votate a mantenere ad ogni costo il predominio degli Stati Uniti e della NATO su un pianeta in rapida trasformazione politica, economica e sociale, intendono calibrare la loro offensiva in relazione alle nuove caratteristiche assunte dal sistema dei media, specie con la nascita e la rapida propagazione dei cosiddetti social media.
Obiettivo privilegiato di tale offensiva propagandistica è, ancora una volta, in primo luogo il governo cubano. Alcune fonti anonime statunitensi denunciano in effetti il tentativo di danneggiare i rapporti esistenti tra Cuba e Panama, accreditando l’idea che vi sarebbe una regia cubana dietro i movimenti sociali che contestano lo sfruttamento di risorse minerarie panamensi da parte di imprese canadesi.
Casi di rilievo anche maggiore si sono verificati nei confronti della Bolivia, al tempo del colpo di Stato di Jeanine Añez e, più di recente, in Perù, dove alcune rappresentanti parlamentari del partito Avanza País hanno lamentato, senza alcun fondamento, pretese intromissioni di diplomatici cubani negli affari interni di tali Paesi.
In Messico, un agente del Dipartimento di Stato statunitense ha denunciato la presunta “opera di indottrinamento ideologico” cui si sarebbero dedicati i medici appartenenti alle Brigate internazionaliste cubane.
Analoghe accuse avevano del resto preceduto la cacciata dei medici cubani dalla Bolivia, dopo il colpo di Stato citato, e dal Brasile, dopo l’elezione di Bolsonaro e durante la sua fortunatamente effimera stagione presidenziale.
Il tentativo di screditare il governo cubano non ha risparmiato i medici che operano in numerosissime situazioni, anche in Italia, da ultimo nella Regione Calabria, svolgendo un’opera davvero preziosa di aiuto nei confronti di sistemi sanitari in evidente difficoltà per varie ragioni.
Anche in Ecuador, un giornale di estrema destra, La República, ha sostenuto che agenti cubani avrebbero favorito la fuga in Venezuela dell’ex ministra dei trasporti del governo Correa, Maria de los Ángeles Duarte.
È del resto noto che organismi statunitensi imputarono a suo tempo a Cuba il movimento Black Lives Matters, così come, grottescamente, ritennero Cuba responsabile di aver finanziato addirittura l’ascesa di Trump alla Presidenza degli Stati Uniti e, in forma altrettanto grottesca, il governo venezuelano era stato accusato di aver manipolato, non si capisce bene come, il risultato delle elezioni presidenziali statunitensi.
Insomma, ogniqualvolta nel continente americano, dalla Patagonia all’Alaska, succede qualcosa che può dar fastidio al governo statunitense o ad alcune fazioni dello stesso, ambienti governativi o spionistici statunitensi, spesso coll’appoggio dei media, sostengono che c’è di mezzo lo zampino dei cubani.
In tal modo, i sostenitori di queste tesi azzardate e fantascientifiche intendono evidentemente perseguire due scopi tra di loro strettamente interconnessi.
In primo luogo tentare di dare sostanza alla favola propagandistica che vede in Cuba un pericolo per gli interessi nazionali statunitensi e che costituisce da oramai oltre sessantaquattro anni la base per l’intervento negli affari interni cubani mediante il bloqueo, i tentativi di invasione, gli attentati terroristici ed in altri modi. In secondo luogo, costituire una sorta di capro espiatorio permanente che addossa al governo cubano tutto quanto accade che possa risultare sgradito al governo statunitense o a alcune sue fazioni.
L’anima nera di questa strategia propagandistica basata su notizie false e inventate pare sia il senatore repubblicano Marco Rubio, un cubano-americano membro del Comitato del Senato statunitense per i servizi di intelligence e da sempre in prima linea nel promuovere operazioni di destabilizzazione nei confronti di Cuba.
Il loro significato può essere meglio compreso se si pone mente al fatto che questi stessi servizi di intelligence stanno spingendo con intensità senza precedenti nei confronti dei loro referenti interni a Cuba, per realizzare manifestazioni violente che caratterizzino in modo significativo la fase delle festività natalizie nell’isola.
Si tratta in particolare dell’ordine impartito dal Dipartimento di Stato ai propri referenti Ibrahim Bosh, Orlando Gutiérrez Boronat y Manuel Milanés Pizonero, di operare per convocare uno sciopero generale nei giorni 10 e 11 dicembre, nel contesto della giornata internazionale dei diritti umani.
L’epicentro temporale di tale opera destabilizzatrice dovrebbe coincidere con la festa di San Lazaro, che si svolgerà come di consueto il 17 dicembre nella forma abituale del pellegrinaggio alla chiesa del Santo in questione.
Si tratterebbe del coronamento di una strategia comunicativa basata sul discredito interno e internazionale del governo cubano e finalizzato alla destabilizzazione del sistema socialista nel Paese.
Una strategia che si concretizza nell’alimentare lo scontento popolare di fronte a determinate insufficienze dei servizi pubblici e nel fomentare un clima di insicurezza.
Il tutto mediante un’attenzione puntuale dedicata a qualsiasi episodio di criminalità e di violenza, anche intrafamiliare, tentando di colpire le fonti di reddito del Paese, primo fra tutti il turismo, e distogliendo l’attenzione dalle conseguenze letali del blocco in atto da oltre sessant’anni.
Fonte
In tal modo le centrali propagandistiche votate a mantenere ad ogni costo il predominio degli Stati Uniti e della NATO su un pianeta in rapida trasformazione politica, economica e sociale, intendono calibrare la loro offensiva in relazione alle nuove caratteristiche assunte dal sistema dei media, specie con la nascita e la rapida propagazione dei cosiddetti social media.
Obiettivo privilegiato di tale offensiva propagandistica è, ancora una volta, in primo luogo il governo cubano. Alcune fonti anonime statunitensi denunciano in effetti il tentativo di danneggiare i rapporti esistenti tra Cuba e Panama, accreditando l’idea che vi sarebbe una regia cubana dietro i movimenti sociali che contestano lo sfruttamento di risorse minerarie panamensi da parte di imprese canadesi.
Casi di rilievo anche maggiore si sono verificati nei confronti della Bolivia, al tempo del colpo di Stato di Jeanine Añez e, più di recente, in Perù, dove alcune rappresentanti parlamentari del partito Avanza País hanno lamentato, senza alcun fondamento, pretese intromissioni di diplomatici cubani negli affari interni di tali Paesi.
In Messico, un agente del Dipartimento di Stato statunitense ha denunciato la presunta “opera di indottrinamento ideologico” cui si sarebbero dedicati i medici appartenenti alle Brigate internazionaliste cubane.
Analoghe accuse avevano del resto preceduto la cacciata dei medici cubani dalla Bolivia, dopo il colpo di Stato citato, e dal Brasile, dopo l’elezione di Bolsonaro e durante la sua fortunatamente effimera stagione presidenziale.
Il tentativo di screditare il governo cubano non ha risparmiato i medici che operano in numerosissime situazioni, anche in Italia, da ultimo nella Regione Calabria, svolgendo un’opera davvero preziosa di aiuto nei confronti di sistemi sanitari in evidente difficoltà per varie ragioni.
Anche in Ecuador, un giornale di estrema destra, La República, ha sostenuto che agenti cubani avrebbero favorito la fuga in Venezuela dell’ex ministra dei trasporti del governo Correa, Maria de los Ángeles Duarte.
È del resto noto che organismi statunitensi imputarono a suo tempo a Cuba il movimento Black Lives Matters, così come, grottescamente, ritennero Cuba responsabile di aver finanziato addirittura l’ascesa di Trump alla Presidenza degli Stati Uniti e, in forma altrettanto grottesca, il governo venezuelano era stato accusato di aver manipolato, non si capisce bene come, il risultato delle elezioni presidenziali statunitensi.
Insomma, ogniqualvolta nel continente americano, dalla Patagonia all’Alaska, succede qualcosa che può dar fastidio al governo statunitense o ad alcune fazioni dello stesso, ambienti governativi o spionistici statunitensi, spesso coll’appoggio dei media, sostengono che c’è di mezzo lo zampino dei cubani.
In tal modo, i sostenitori di queste tesi azzardate e fantascientifiche intendono evidentemente perseguire due scopi tra di loro strettamente interconnessi.
In primo luogo tentare di dare sostanza alla favola propagandistica che vede in Cuba un pericolo per gli interessi nazionali statunitensi e che costituisce da oramai oltre sessantaquattro anni la base per l’intervento negli affari interni cubani mediante il bloqueo, i tentativi di invasione, gli attentati terroristici ed in altri modi. In secondo luogo, costituire una sorta di capro espiatorio permanente che addossa al governo cubano tutto quanto accade che possa risultare sgradito al governo statunitense o a alcune sue fazioni.
L’anima nera di questa strategia propagandistica basata su notizie false e inventate pare sia il senatore repubblicano Marco Rubio, un cubano-americano membro del Comitato del Senato statunitense per i servizi di intelligence e da sempre in prima linea nel promuovere operazioni di destabilizzazione nei confronti di Cuba.
Il loro significato può essere meglio compreso se si pone mente al fatto che questi stessi servizi di intelligence stanno spingendo con intensità senza precedenti nei confronti dei loro referenti interni a Cuba, per realizzare manifestazioni violente che caratterizzino in modo significativo la fase delle festività natalizie nell’isola.
Si tratta in particolare dell’ordine impartito dal Dipartimento di Stato ai propri referenti Ibrahim Bosh, Orlando Gutiérrez Boronat y Manuel Milanés Pizonero, di operare per convocare uno sciopero generale nei giorni 10 e 11 dicembre, nel contesto della giornata internazionale dei diritti umani.
L’epicentro temporale di tale opera destabilizzatrice dovrebbe coincidere con la festa di San Lazaro, che si svolgerà come di consueto il 17 dicembre nella forma abituale del pellegrinaggio alla chiesa del Santo in questione.
Si tratterebbe del coronamento di una strategia comunicativa basata sul discredito interno e internazionale del governo cubano e finalizzato alla destabilizzazione del sistema socialista nel Paese.
Una strategia che si concretizza nell’alimentare lo scontento popolare di fronte a determinate insufficienze dei servizi pubblici e nel fomentare un clima di insicurezza.
Il tutto mediante un’attenzione puntuale dedicata a qualsiasi episodio di criminalità e di violenza, anche intrafamiliare, tentando di colpire le fonti di reddito del Paese, primo fra tutti il turismo, e distogliendo l’attenzione dalle conseguenze letali del blocco in atto da oltre sessant’anni.
Fonte
15/10/2023
Guerra israelo-palestinese. Una valanga di post sono falsi o fuorvianti
Mentre la guerra tra Israele e gruppi palestinesi entra nel quinto giorno, la disinformazione sugli eventi si diffonde a macchia d’olio sui social media.
Le forze israeliane hanno fatto piovere una raffica di attacchi aerei sulla Striscia di Gaza questa settimana, uccidendo almeno 950 persone [è stata nel frattempo superata la cifra ufficiale di 1300, ndr].
Questo è avvenuto dopo che sabato Hamas ha lanciato a sorpresa un assalto su più fronti contro le comunità israeliane, lanciando migliaia di razzi e inviando combattenti in Israele attraverso terra, aria e mare. Più di 1.200 israeliani sono stati uccisi e circa 130 persone sono state fatte prigioniere a Gaza.
L’escalation della situazione si sta svolgendo in tempo reale online, in particolare su X (precedentemente noto come Twitter). Ma molti post che stanno diventando virali sui social media sono completamente falsi o fuorvianti.
Elon Musk, il miliardario proprietario di X, è apparso domenica ad aggravare il problema, esortando gli utenti (in un post ora cancellato) a rimanere aggiornati sulla situazione in Israele e Palestina seguendo due account noti per aver precedentemente spacciato disinformazione.
Gran parte della disinformazione è stata pubblicata da account con spunte blu, che indicano che l’utente ha acquistato un abbonamento premium X per 8 dollari al mese.
Le spunte blu hanno dato ai post una parvenza di autenticità e hanno fatto sì che apparissero in cima alle timeline degli utenti, indipendentemente dalla loro accuratezza.
Le affermazioni false includono presunti bombardamenti a Gaza che in realtà mostrano tifosi di calcio algerini, un falso portavoce dei talebani che afferma che il gruppo afghano si sta unendo agli sforzi bellici di Hamas e filmati di videogiochi spacciati per attacchi aerei.
Un video postato dal commentatore di destra Ian Miles Cheong affermava che i combattenti di Hamas andavano di casa in casa uccidendo tutte le persone all’interno delle abitazioni.
Gli utenti si sono affrettati a far notare che il video postato era in realtà della polizia israeliana, in base alle loro uniformi. Alla fine è stata aggiunta una “nota della comunità” al post da X per sottolineare l’imprecisione, prima che venisse cancellato da Cheong.
Altrove, alcuni account di blue-tick hanno affermato che Israele aveva bombardato la chiesa di San Porfirio, la più antica di Gaza.
La chiesa è intervenuta su Facebook per chiarire che le notizie erano false e che aveva effettivamente aperto le porte alle persone sfollate a causa dei bombardamenti di Israele nell’enclave assediata.
Un video che affermava di mostrare “combattenti di Hamas che abbattono un elicottero da guerra israeliano a Gaza“, era in realtà un filmato tratto dal videogame Arma 3.
Alcuni spezzoni dello stesso videogioco sono stati falsamente pubblicati dal leader dell’estrema destra Britain First, Paul Golding, come se Israele “stesse facendo piovere fuoco infernale su Gaza“.
Un altro post sosteneva, in modo assurdo, che Israele aveva approvato un “attacco nucleare tattico sulla Striscia di Gaza“. L’affermazione era falsa e il filmato condiviso riguardava test nucleari condotti negli Stati Uniti diversi decenni fa.
Bombardamenti in Siria e calcio algerino
Diversi video falsi, ampiamente condivisi sui social media, pretendono di mostrare che il conflitto ha origine in altre parti del Medio Oriente e del Nord Africa, o mostrano vecchi filmati in Israele e Palestina.
Un tweet di un account blue-tick con sede in India e quasi 400.000 follower sembrava mostrare il bombardamento di una moschea, con la didascalia: “Israele avrebbe dovuto lasciare che l’adhaan [chiamata alla preghiera] fosse completa“, con un’emoji che ride.
Il post (che è ancora attivo, senza alcuna nota della comunità) mostra in realtà una moschea distrutta dal gruppo militante dello Stato Islamico a Raqqa, in Siria, nel 2014.
In un’altra clip proveniente dalla Siria, gli account di blue-tick hanno affermato di mostrare combattenti di Hamas che ridono, prima che venga sganciata una bomba israeliana.
Il video originale è stato pubblicato su YouTube almeno quattro anni fa e sembra mostrare un attacco a un convoglio in Siria.
Avichay Adraee, un portavoce militare israeliano per i media arabi, ha pubblicato un video con diversi spezzoni, che sembra mostrare Israele che bombarda Gaza.
Il primo di questi filmati mostra invece le forze governative siriane che bombardano la città di Ariha, nella provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, controllata dai ribelli.
Ma il video non mostrava affatto questo: si trattava di un video di tifosi di calcio algerini che festeggiavano la vittoria della squadra di calcio Belouizdad nel campionato nazionale di quest’anno.
Altrove, un account verificato con sede in India ha affermato di mostrare Israele che risponde ad Hamas con attacchi aerei, commentando: “ben fatto... grande rappresaglia“.
Alcuni filmati condivisi online mostravano bombardamenti israeliani su Gaza, ma non erano dei giorni scorsi.
Un post di un candidato politico britannico di destra, Jim Ferguson, che pretendeva di mostrare Israele che “risponde ai colpi“, era un filmato di un grattacielo di Gaza bombardato durante l’offensiva israeliana del maggio 2021.
Un altro post, di Shurat HaDin, un centro legale pro-Israele, affermava che Israele “colpisce obiettivi terroristici a Gaza“. Pur mostrando un attacco israeliano a Gaza, il post risale al 13 maggio, come riportato dal giornalista open source Chris Osieck.
Storie false su bambini e neonati
Sono emersi anche diversi video falsi o fuorvianti relativi al maltrattamento di neonati e bambini durante il conflitto.
Ma il video è stato condiviso su TikTok a settembre ed è completamente estraneo all’attuale situazione a Gaza.
Altrove, un account blue-tick ha pubblicato un video di telecamere che riprendevano un attore bambino sul pavimento, come prova del fatto che gli israeliani “fanno video falsi dicendo che i Palestine Freedom Fighters hanno ucciso bambini“.
Il video è in realtà tratto da un cortometraggio palestinese intitolato Empty Place, diretto da Awni Eshtaiwe, che si basa sulla prigionia del detenuto palestinese Ahmed Manasra.
Un altro video ampiamente diffuso ha affermato di mostrare bambini israeliani “rapiti e tenuti in gabbia da Hamas“.
Non ci sono prove che indichino che ciò sia avvenuto.
Sebbene non sia immediatamente chiaro da dove o quando il filmato provenga, è stato pubblicato su TikTok il 4 ottobre, prima che i combattenti palestinesi attaccassero Israele.
Presunto sostegno dei Talebani e degli Stati Uniti
Un altro falso tweet – proveniente da un account ora sospeso che sostiene di rappresentare il dipartimento di pubbliche relazioni dei Talebani – affermava che il gruppo afghano aveva chiesto ai governi di Iran, Iraq e Giordania un passaggio per potersi unire allo sforzo bellico a Gaza.
La falsa notizia, riportata anche dal Jerusalem Post, è stata smentita sabato da un portavoce dei Talebani. L’account di blue-tick che l’ha pubblicata è stato ora sospeso.
In un altro esempio di notizie false su espressioni di sostegno internazionale, un’immagine falsificata ha preteso di mostrare un memorandum scritto dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in cui approvava 8 miliardi di dollari di aiuti militari a Israele in risposta alla situazione.
L’affermazione è completamente inventata ed è stata sfatata da un fact-check dell’AFP. La Casa Bianca non ha scritto alcun memorandum di questo tipo e ha confermato in un comunicato che la lettera era falsa.
Fonte
Le forze israeliane hanno fatto piovere una raffica di attacchi aerei sulla Striscia di Gaza questa settimana, uccidendo almeno 950 persone [è stata nel frattempo superata la cifra ufficiale di 1300, ndr].
Questo è avvenuto dopo che sabato Hamas ha lanciato a sorpresa un assalto su più fronti contro le comunità israeliane, lanciando migliaia di razzi e inviando combattenti in Israele attraverso terra, aria e mare. Più di 1.200 israeliani sono stati uccisi e circa 130 persone sono state fatte prigioniere a Gaza.
L’escalation della situazione si sta svolgendo in tempo reale online, in particolare su X (precedentemente noto come Twitter). Ma molti post che stanno diventando virali sui social media sono completamente falsi o fuorvianti.
Elon Musk, il miliardario proprietario di X, è apparso domenica ad aggravare il problema, esortando gli utenti (in un post ora cancellato) a rimanere aggiornati sulla situazione in Israele e Palestina seguendo due account noti per aver precedentemente spacciato disinformazione.
Gran parte della disinformazione è stata pubblicata da account con spunte blu, che indicano che l’utente ha acquistato un abbonamento premium X per 8 dollari al mese.
Le spunte blu hanno dato ai post una parvenza di autenticità e hanno fatto sì che apparissero in cima alle timeline degli utenti, indipendentemente dalla loro accuratezza.
Le affermazioni false includono presunti bombardamenti a Gaza che in realtà mostrano tifosi di calcio algerini, un falso portavoce dei talebani che afferma che il gruppo afghano si sta unendo agli sforzi bellici di Hamas e filmati di videogiochi spacciati per attacchi aerei.
Un video postato dal commentatore di destra Ian Miles Cheong affermava che i combattenti di Hamas andavano di casa in casa uccidendo tutte le persone all’interno delle abitazioni.
Gli utenti si sono affrettati a far notare che il video postato era in realtà della polizia israeliana, in base alle loro uniformi. Alla fine è stata aggiunta una “nota della comunità” al post da X per sottolineare l’imprecisione, prima che venisse cancellato da Cheong.
Altrove, alcuni account di blue-tick hanno affermato che Israele aveva bombardato la chiesa di San Porfirio, la più antica di Gaza.
La chiesa è intervenuta su Facebook per chiarire che le notizie erano false e che aveva effettivamente aperto le porte alle persone sfollate a causa dei bombardamenti di Israele nell’enclave assediata.
Un video che affermava di mostrare “combattenti di Hamas che abbattono un elicottero da guerra israeliano a Gaza“, era in realtà un filmato tratto dal videogame Arma 3.
Alcuni spezzoni dello stesso videogioco sono stati falsamente pubblicati dal leader dell’estrema destra Britain First, Paul Golding, come se Israele “stesse facendo piovere fuoco infernale su Gaza“.
Un altro post sosteneva, in modo assurdo, che Israele aveva approvato un “attacco nucleare tattico sulla Striscia di Gaza“. L’affermazione era falsa e il filmato condiviso riguardava test nucleari condotti negli Stati Uniti diversi decenni fa.
Bombardamenti in Siria e calcio algerino
Diversi video falsi, ampiamente condivisi sui social media, pretendono di mostrare che il conflitto ha origine in altre parti del Medio Oriente e del Nord Africa, o mostrano vecchi filmati in Israele e Palestina.
Un tweet di un account blue-tick con sede in India e quasi 400.000 follower sembrava mostrare il bombardamento di una moschea, con la didascalia: “Israele avrebbe dovuto lasciare che l’adhaan [chiamata alla preghiera] fosse completa“, con un’emoji che ride.
Il post (che è ancora attivo, senza alcuna nota della comunità) mostra in realtà una moschea distrutta dal gruppo militante dello Stato Islamico a Raqqa, in Siria, nel 2014.
In un’altra clip proveniente dalla Siria, gli account di blue-tick hanno affermato di mostrare combattenti di Hamas che ridono, prima che venga sganciata una bomba israeliana.
Il video originale è stato pubblicato su YouTube almeno quattro anni fa e sembra mostrare un attacco a un convoglio in Siria.
Avichay Adraee, un portavoce militare israeliano per i media arabi, ha pubblicato un video con diversi spezzoni, che sembra mostrare Israele che bombarda Gaza.
Il primo di questi filmati mostra invece le forze governative siriane che bombardano la città di Ariha, nella provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, controllata dai ribelli.
Ma il video non mostrava affatto questo: si trattava di un video di tifosi di calcio algerini che festeggiavano la vittoria della squadra di calcio Belouizdad nel campionato nazionale di quest’anno.
Altrove, un account verificato con sede in India ha affermato di mostrare Israele che risponde ad Hamas con attacchi aerei, commentando: “ben fatto... grande rappresaglia“.
Alcuni filmati condivisi online mostravano bombardamenti israeliani su Gaza, ma non erano dei giorni scorsi.
Un post di un candidato politico britannico di destra, Jim Ferguson, che pretendeva di mostrare Israele che “risponde ai colpi“, era un filmato di un grattacielo di Gaza bombardato durante l’offensiva israeliana del maggio 2021.
Un altro post, di Shurat HaDin, un centro legale pro-Israele, affermava che Israele “colpisce obiettivi terroristici a Gaza“. Pur mostrando un attacco israeliano a Gaza, il post risale al 13 maggio, come riportato dal giornalista open source Chris Osieck.
Storie false su bambini e neonati
Sono emersi anche diversi video falsi o fuorvianti relativi al maltrattamento di neonati e bambini durante il conflitto.
Ma il video è stato condiviso su TikTok a settembre ed è completamente estraneo all’attuale situazione a Gaza.
Altrove, un account blue-tick ha pubblicato un video di telecamere che riprendevano un attore bambino sul pavimento, come prova del fatto che gli israeliani “fanno video falsi dicendo che i Palestine Freedom Fighters hanno ucciso bambini“.
Il video è in realtà tratto da un cortometraggio palestinese intitolato Empty Place, diretto da Awni Eshtaiwe, che si basa sulla prigionia del detenuto palestinese Ahmed Manasra.
Un altro video ampiamente diffuso ha affermato di mostrare bambini israeliani “rapiti e tenuti in gabbia da Hamas“.
Non ci sono prove che indichino che ciò sia avvenuto.
Sebbene non sia immediatamente chiaro da dove o quando il filmato provenga, è stato pubblicato su TikTok il 4 ottobre, prima che i combattenti palestinesi attaccassero Israele.
Presunto sostegno dei Talebani e degli Stati Uniti
Un altro falso tweet – proveniente da un account ora sospeso che sostiene di rappresentare il dipartimento di pubbliche relazioni dei Talebani – affermava che il gruppo afghano aveva chiesto ai governi di Iran, Iraq e Giordania un passaggio per potersi unire allo sforzo bellico a Gaza.
La falsa notizia, riportata anche dal Jerusalem Post, è stata smentita sabato da un portavoce dei Talebani. L’account di blue-tick che l’ha pubblicata è stato ora sospeso.
In un altro esempio di notizie false su espressioni di sostegno internazionale, un’immagine falsificata ha preteso di mostrare un memorandum scritto dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in cui approvava 8 miliardi di dollari di aiuti militari a Israele in risposta alla situazione.
L’affermazione è completamente inventata ed è stata sfatata da un fact-check dell’AFP. La Casa Bianca non ha scritto alcun memorandum di questo tipo e ha confermato in un comunicato che la lettera era falsa.
Fonte
13/10/2023
Bambini decapitati, stupri di massa. Le fake news della propaganda di Netanyahu
Il caso dei “40 bambini decapitati” da Hamas e degli stupri di massa è un falso. Ecco come si fabbrica una fake news. Non facciamoci arruolare dalla propaganda di Netanyahu.
Premessa: in Palestina è in corso un conflitto armato, e come con tutti i conflitti siamo messi di fronte all’atrocità e alla barbarie della morte violenta ovunque. Come in tutti i conflitti, però, alcune atrocità vengono rimosse, altre pompate o addirittura, come in questo caso, create ad arte per orientare l’opinione pubblica.
Noi non vogliamo fare disinformazione al contrario, anzi. Il nostro ruolo come comunità internazionale deve essere quello di fare corretta informazione e lavorare incessantemente per l’unica soluzione possibile: il cessate il fuoco, la fine dell’occupazione militare e dell’apartheid in Palestina.
C’è una notizia che sta circolando in queste ore, quella di 40 bambini decapitati dai miliziani di Hamas durante l’incursione nel Kibbutz di Kfar Aza. La notizia è stata diffusa, in diretta, da Nicole Zedek, una giornalista di I24, che è una emittente israeliana vicina alla corrente di Netanyahu.
La notizia fa il giro del mondo, tanto che altre importanti emittenti iniziano a contattare direttamente l’esercito israeliano. Anadolou, agenzia di stampa turca, contatta le IDF che affermano “di non essere in possesso di documenti che provano le decapitazioni di bambini da parte di Hamas“.
Alcuni reporter francesi e il giornalista israeliano Oren Ziv, che si trovavano insieme a Nicole Zedek a Kfar Aza e all’esercito israeliano confermano i dubbi: non hanno visto i bambini.
A quel punto la stessa giornalista ammette di non aver mai visto i corpi, ma che la notizia le era stata riferita dai soldati stessi che stavano rastrellando le case.
Lo stesso avviene per gli stupri di massa, riferiti dallo stesso Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu al Presidente Biden. La notizia circola in tutto il mondo, ma di fronte all’assenza di evidenze questa volta è il Los Angeles Times che pubblica per primo la smentita, agendo secondo deontologia professionale.
In Italia solo ora le agenzie stanno battendo la notizia che si tratti di un falso.
Ma ormai la macchina della disinformazione è partita, basta googlare i titoli dei pezzi scritti dai principali quotidiani online. Molinari, il direttore di Repubblica, in prima fila con toni da guerra santa, accetta la notizia per vera senza verificarla e parla di un “Male che si manifesta decapitando e bruciando bambini inermi“, affermando che Hamas avrebbe ucciso per odio contro gli ebrei in quanto ebrei, dunque per antisemitismo, come i nazisti, e non perché impegnata in un’azione di guerriglia contro un esercito occupante, come la stessa Hamas afferma nel suo comunicato.
Quello di Molinari, che esclude qualsiasi verifica delle fonti, non è giornalismo, ma propaganda di guerra.
La figura del giornalista "arruolato"
Dalla Prima Guerra Mondiale in avanti quella dell’arruolamento di intellettuali e giornalisti è una pratica ben sperimentata dagli eserciti. La costruzione di notizie false serve a deumanizzare il nemico, rappresentandolo come una “bestia umana”, contro cui qualsiasi crimine di guerra è possibile, e per dare all’opinione pubblica quella giusta dose di irrazionalità che serve per sostenere il sacrificio del combattimento.
L’esercito israeliano deve far dimenticare al mondo che esso è l’occupante e il principale responsabile dell’apartheid dei palestinesi e deve produrre un sentimento emotivo tale da giustificare un assedio medievale e il bombardamento della popolazione civile rinchiusa nella striscia di Gaza senza possibilità di uscire, senza fonti d’acqua, cibo e medicinali dall’esterno.
Per questo, come denunciato da Yumna Patel, direttrice della news agency Mondoweiss di Betlemme, l’esercito israeliano sta organizzando dei veri e propri “tour” della morte per mostrare le atrocità di cui i miliziani di Hamas si sarebbero macchiati.
A nessun giornalista internazionale è permesso di recarsi nei luoghi delle stragi al di fuori dei tour organizzati dall’esercito, e men che meno a giornalisti che parlano l’ebraico, ai quali si vuole impedire di raccogliere critiche in merito all’operato del Governo Netanyahu, che molti giornali israeliani stanno accusando di essere il vero responsabile della situazione.
Ovviamente, a nessun giornalista internazionale è permesso di entrare a Gaza, fatto che mina alla base il diritto all’informazione.
Come scrive Yumna Patel: “questa è una situazione win-win per Israele. Può mostrare al mondo le immagini che vuole (Israeliani morti), limitando al tempo stesso cosa non vuole che si veda (la vita vera a Gaza e i suoi abitanti come esseri umani), ed evitando che la verità dell’enorme fallimento della sua politica arrivi alle orecchie dei suoi concittadini israeliani”.
Benvenuti nella Terra Promessa
Fonte
Premessa: in Palestina è in corso un conflitto armato, e come con tutti i conflitti siamo messi di fronte all’atrocità e alla barbarie della morte violenta ovunque. Come in tutti i conflitti, però, alcune atrocità vengono rimosse, altre pompate o addirittura, come in questo caso, create ad arte per orientare l’opinione pubblica.
Noi non vogliamo fare disinformazione al contrario, anzi. Il nostro ruolo come comunità internazionale deve essere quello di fare corretta informazione e lavorare incessantemente per l’unica soluzione possibile: il cessate il fuoco, la fine dell’occupazione militare e dell’apartheid in Palestina.
C’è una notizia che sta circolando in queste ore, quella di 40 bambini decapitati dai miliziani di Hamas durante l’incursione nel Kibbutz di Kfar Aza. La notizia è stata diffusa, in diretta, da Nicole Zedek, una giornalista di I24, che è una emittente israeliana vicina alla corrente di Netanyahu.
La notizia fa il giro del mondo, tanto che altre importanti emittenti iniziano a contattare direttamente l’esercito israeliano. Anadolou, agenzia di stampa turca, contatta le IDF che affermano “di non essere in possesso di documenti che provano le decapitazioni di bambini da parte di Hamas“.
Alcuni reporter francesi e il giornalista israeliano Oren Ziv, che si trovavano insieme a Nicole Zedek a Kfar Aza e all’esercito israeliano confermano i dubbi: non hanno visto i bambini.
A quel punto la stessa giornalista ammette di non aver mai visto i corpi, ma che la notizia le era stata riferita dai soldati stessi che stavano rastrellando le case.
Lo stesso avviene per gli stupri di massa, riferiti dallo stesso Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu al Presidente Biden. La notizia circola in tutto il mondo, ma di fronte all’assenza di evidenze questa volta è il Los Angeles Times che pubblica per primo la smentita, agendo secondo deontologia professionale.
In Italia solo ora le agenzie stanno battendo la notizia che si tratti di un falso.
Ma ormai la macchina della disinformazione è partita, basta googlare i titoli dei pezzi scritti dai principali quotidiani online. Molinari, il direttore di Repubblica, in prima fila con toni da guerra santa, accetta la notizia per vera senza verificarla e parla di un “Male che si manifesta decapitando e bruciando bambini inermi“, affermando che Hamas avrebbe ucciso per odio contro gli ebrei in quanto ebrei, dunque per antisemitismo, come i nazisti, e non perché impegnata in un’azione di guerriglia contro un esercito occupante, come la stessa Hamas afferma nel suo comunicato.
Quello di Molinari, che esclude qualsiasi verifica delle fonti, non è giornalismo, ma propaganda di guerra.
La figura del giornalista "arruolato"
Dalla Prima Guerra Mondiale in avanti quella dell’arruolamento di intellettuali e giornalisti è una pratica ben sperimentata dagli eserciti. La costruzione di notizie false serve a deumanizzare il nemico, rappresentandolo come una “bestia umana”, contro cui qualsiasi crimine di guerra è possibile, e per dare all’opinione pubblica quella giusta dose di irrazionalità che serve per sostenere il sacrificio del combattimento.
L’esercito israeliano deve far dimenticare al mondo che esso è l’occupante e il principale responsabile dell’apartheid dei palestinesi e deve produrre un sentimento emotivo tale da giustificare un assedio medievale e il bombardamento della popolazione civile rinchiusa nella striscia di Gaza senza possibilità di uscire, senza fonti d’acqua, cibo e medicinali dall’esterno.
Per questo, come denunciato da Yumna Patel, direttrice della news agency Mondoweiss di Betlemme, l’esercito israeliano sta organizzando dei veri e propri “tour” della morte per mostrare le atrocità di cui i miliziani di Hamas si sarebbero macchiati.
A nessun giornalista internazionale è permesso di recarsi nei luoghi delle stragi al di fuori dei tour organizzati dall’esercito, e men che meno a giornalisti che parlano l’ebraico, ai quali si vuole impedire di raccogliere critiche in merito all’operato del Governo Netanyahu, che molti giornali israeliani stanno accusando di essere il vero responsabile della situazione.
Ovviamente, a nessun giornalista internazionale è permesso di entrare a Gaza, fatto che mina alla base il diritto all’informazione.
Come scrive Yumna Patel: “questa è una situazione win-win per Israele. Può mostrare al mondo le immagini che vuole (Israeliani morti), limitando al tempo stesso cosa non vuole che si veda (la vita vera a Gaza e i suoi abitanti come esseri umani), ed evitando che la verità dell’enorme fallimento della sua politica arrivi alle orecchie dei suoi concittadini israeliani”.
Benvenuti nella Terra Promessa
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18/02/2023
Disinformazione a pagamento per manipolare le elezioni
Dopo la NSO, creatrice del famigerato spyware Pegasus impiegato da dittature e governi autoritari per spiare oppositori, dissidenti e giornalisti, ieri è stata smascherata un’altra società israeliana accusata di pirateria informatica, la Demoman International (DI) con sede a Modiin, tra Gerusalemme e Tel Aviv, e regolarmente registrata al Ministero della difesa. A guidarla è Tal Hanan, un ex membro di unità speciali delle forze armate dello Stato ebraico. Agisce con il nome in codice di Team Jorge ed impiega sia ex appartenenti alle Forze armate sia ex agenti dell’intelligence. Incassa tra 400mila e 600mila dollari al mese per fare disinformazione automatizzata e influenzare, cioè manipolare, elezioni e referendum in tutto il mondo. Riesce a farlo in molti modi: hackerando, ad esempio, il servizio di messaggistica istantanea Telegram, che pure è ritenuto uno dei più sicuri, e il server di posta elettronica Gmail. E impiegando un software – Advanced Impact Media Solutions (AIMS) – controlla oltre 30 mila bot, ossia profili non riconducibili a persone reali su Twitter, LinkedIn, Facebook e YouTube. Alcuni avatar hanno persino account Amazon con carte di credito, portafogli bitcoin e account Airbnb.
A portare alla luce Team Jorge, scriveva due giorni fa il Guardian, è stata una indagine condotta da Forbidden Stories, un’ong francese la cui missione è portare avanti e sviluppare il lavoro svolto da giornalisti assassinati, minacciati o incarcerati. Ha partecipato all’inchiesta un consorzio di giornalisti di 30 testate tra cui Le Monde, Der Spiegel ed El País e anche il quotidiano israeliano Haaretz. Tre giornalisti di Radio France, Haaretz e The Marker si sono spacciati per potenziali clienti hanno preso contatto con Team Jorge. Tal Hanan, illustrando ed esaltando le capacità della sua azienda, ha detto di «essere intervenuto in 33 campagne elettorali a livello presidenziale», dal Kenya alla Catalogna. Di queste, «i due terzi» si sono tenute in Africa e «27 sono state un successo». In Africa, ha proseguito, «possiamo confermare che durante l’estate 2022, mentre l’elezione presidenziale kenyana si avvicinava, Team Jorge si è interessato ai conti dei conoscenti del futuro presidente William Ruto».
In più di sei ore di riunioni registrate segretamente, Hanan e i suoi collaboratori hanno parlato di come sono in grado di raccogliere informazioni, vantandosi di piantare materiale anche in testate giornalistiche riconosciute. E di come Team Jorge sia abile ad intromettersi senza lasciare traccia. Gran parte della loro strategia ruota attorno all’interruzione o al sabotaggio delle campagne elettorali: la squadra della disinformazione ha riferito di aver persino inviato un sex toy a casa di un politico, con l’obiettivo di far sospettare alla moglie che l’uomo avesse una relazione extraconiugale. Uno dei componenti chiave della manipolazione è AIMS, molto efficace nei social media, in particolare Twitter. È stato scoperto, ad esempio, che un bot di nome @Canaelan ha collegamenti a numerosi falsi profili di social media, tutti controllati da AIMS. Con 58 follower e un’immagine rassicurante di un uomo sorridente con gli occhiali, Canaelan condivide periodicamente link ad articoli di fonti come AP, Bloomberg e la BBC e a prima vista nessuno potrebbe dubitare della sua autenticità. L’inchiesta ha però accertato che gli effetti causati da questo bot non sono stati affatto modesti. E uniti a quelli di altri profili fake sono stati efficaci per manipolare l’opinione pubblica.
La rivelazione – alla quale Tal Hanan ha reagito affermando di non aver commesso «alcun illecito» – è straordinaria per la gravità delle attività svolte da questa società israeliana. Eppure, sebbene sia stata riferita da molti mezzi di informazione, le reazioni dei paesi coinvolti, in buona parte africani, sono state modeste. Insignificanti anche quelle dei paesi occidentali dove, almeno a parole, si assegna particolare attenzione alle fake news e alla disinformazione pianificata. Certo sono state ben diverse rispetto a quelle riguardanti attività simili svolte da società e organizzazioni russe.
Fonte
A portare alla luce Team Jorge, scriveva due giorni fa il Guardian, è stata una indagine condotta da Forbidden Stories, un’ong francese la cui missione è portare avanti e sviluppare il lavoro svolto da giornalisti assassinati, minacciati o incarcerati. Ha partecipato all’inchiesta un consorzio di giornalisti di 30 testate tra cui Le Monde, Der Spiegel ed El País e anche il quotidiano israeliano Haaretz. Tre giornalisti di Radio France, Haaretz e The Marker si sono spacciati per potenziali clienti hanno preso contatto con Team Jorge. Tal Hanan, illustrando ed esaltando le capacità della sua azienda, ha detto di «essere intervenuto in 33 campagne elettorali a livello presidenziale», dal Kenya alla Catalogna. Di queste, «i due terzi» si sono tenute in Africa e «27 sono state un successo». In Africa, ha proseguito, «possiamo confermare che durante l’estate 2022, mentre l’elezione presidenziale kenyana si avvicinava, Team Jorge si è interessato ai conti dei conoscenti del futuro presidente William Ruto».
In più di sei ore di riunioni registrate segretamente, Hanan e i suoi collaboratori hanno parlato di come sono in grado di raccogliere informazioni, vantandosi di piantare materiale anche in testate giornalistiche riconosciute. E di come Team Jorge sia abile ad intromettersi senza lasciare traccia. Gran parte della loro strategia ruota attorno all’interruzione o al sabotaggio delle campagne elettorali: la squadra della disinformazione ha riferito di aver persino inviato un sex toy a casa di un politico, con l’obiettivo di far sospettare alla moglie che l’uomo avesse una relazione extraconiugale. Uno dei componenti chiave della manipolazione è AIMS, molto efficace nei social media, in particolare Twitter. È stato scoperto, ad esempio, che un bot di nome @Canaelan ha collegamenti a numerosi falsi profili di social media, tutti controllati da AIMS. Con 58 follower e un’immagine rassicurante di un uomo sorridente con gli occhiali, Canaelan condivide periodicamente link ad articoli di fonti come AP, Bloomberg e la BBC e a prima vista nessuno potrebbe dubitare della sua autenticità. L’inchiesta ha però accertato che gli effetti causati da questo bot non sono stati affatto modesti. E uniti a quelli di altri profili fake sono stati efficaci per manipolare l’opinione pubblica.
La rivelazione – alla quale Tal Hanan ha reagito affermando di non aver commesso «alcun illecito» – è straordinaria per la gravità delle attività svolte da questa società israeliana. Eppure, sebbene sia stata riferita da molti mezzi di informazione, le reazioni dei paesi coinvolti, in buona parte africani, sono state modeste. Insignificanti anche quelle dei paesi occidentali dove, almeno a parole, si assegna particolare attenzione alle fake news e alla disinformazione pianificata. Certo sono state ben diverse rispetto a quelle riguardanti attività simili svolte da società e organizzazioni russe.
Fonte
05/03/2022
02/12/2020
09/11/2020
Ennesima querela contro Gero Grassi per le sue falsità sul sequestro Moro
Per l’ex parlamentare Gero Grassi il sequestro Moro sta diventando
una vera iattura. L’ex membro della seconda commissione parlamentare
d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, che ha chiuso i
battenti nella passata legislatura, è incappato in una nuova querela (vedi qui la prima).
A denunciarlo stavolta è stata la giornalista Birgit Kraatz, corrispondente in Italia per oltre trent’anni delle più importanti testate giornalistiche tedesche. Nella denuncia per «diffamazione aggravata a mezzo stampa e internet» e per altri reati che la procura potrebbe ulteriormente individuare, la giornalista contesta a Gero Grassi di aver sostenuto in più occasioni la sua appartenenza al «gruppo eversivo tedesco denominato 2 giugno, noto specialmente in Germania per avere compiuto negli anni '70 atti di terrorismo», insinuando che nel 1978, quando la giornalista abitava a Roma, in Via Massimi 91, avrebbe fiancheggiato «l’attività delle Brigate Rosse durante la prigionia dell’onorevole Aldo Moro». Tale affermazione, precisa ulteriormente la giornalista nella sua denuncia, viene poi ribadita da Grassi con ampio risalto in alcune pagine del volume (pp. 143 e 159) «Aldo Moro la verità negata, terza edizione, edito nel 2019 col patrocinio della Regione Puglia e dell’Anci, da Pegaus Edizioni (scaricabile gratuitamente anche dal suo sito: http://www.gerograssi.it), nelle quali si riferisce la vicinanza della Kraatz «ai terroristi tedeschi», la sua appartenenza al gruppo 2 giugno e si afferma che dalle finestre della sua casa «Franco Piperno avrebbe da lì osservato i movimenti di Moro e della sua scorta». Come se non bastasse, più avanti – scrive sempre la giornalista – «sono stata descritta come membro della Raf (organizzazione terroristica analoga alle Brigate rosse) avente ruolo di probabile appoggio logistico nelle vicende relative al tragico sequestro» (p.159 e 160).
Un racconto grossolanamente falso e inverosimile, protesta la Kraatz che nella querela riassume la sua esperienza lavorativa e di vita in Italia ricordando di essere arrivata nel 1968 come corrispondente del settimanale Die Weltwoche; di aver successivamente lavorato per la Zdf (il secondo canale della televisione tedesca) e poi, nel 1976, di essere divenuta capo della redazione romana di Stern e dal 1980 fino al 1990 di aver assunto la stessa posizione per Der Spiegel. In seguito, racconta ancora la donna, «ho collaborato come corrispondente diplomatico per Rai 3 in occasione del processo politico di riunificazione tedesca, effettuando varie interviste e reportage». Iscritta alla Spd dal 1974 – come si può facilmente leggere nella biografia presente su Wikipedia – la Kraatz di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 lo stesso segretario nazionale Enrico Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha pubblicato per Editori riuniti un libro intervista col premier e capo della socialdemocrazia tedesca fautore della Ostpolitik, Willy Brandt, Non siamo nati eroi. Nel corso della sua carriera ha intervistato anche Helmut Schmidt, Theo Waigel, Oskar Lafontaine. Per la sua attività lavorativa gli sono stati riconosciuti alcuni premi giornalistici, come il Premiolino nel 1974 e il Città di Roma. Insomma una professionista affermata e molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, compagna di Lucio Magri con cui ha avuto una figlia nel 1974. Nella denuncia, Birgit Kraatz precisa anche di «aver sempre abitato da sola in Via dei Massimi 91, con la figlia Jessica, all’epoca di 4 anni, e la governante che accudiva la bambina quando era fuori per lavoro», sottolinea inoltre che all’epoca del sequestro Moro «non aveva alcun rapporto sentimentale con il prof. Franco Piperno che aveva conosciuto anni prima durante una intervista». Circostanza che aveva già riferito ai consulenti della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, il magistrato Guido Salvini e il tenente colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, che l’avevano ascoltata in una caserma dei carabinieri il 20 febbraio 2017. Dichiarazioni riprese a pagina 261 del testo della terza relazione della Commissione: «La stessa Kraatz ha ricordato la sua relazione con il Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio».
L’impossibile difesa di Gero Grassi
In una intervista a Radio radicale del 22 ottobre scorso (ascolta qui), Gero Grassi ha tentato una disperata difesa sostenendo di essersi soltanto limitato a riportare quanto sostenuto nella terza relazione della commissione, approvata dalla camera il 13 dicembre 2017 (in commissione era passata col voto contrario di Fabio Lavagno ascolta qui la sua intervista) e dunque di non avere colpa se quanto vi era sostenuto, sulla scorta del lavoro prodotto dai suoi consulenti, non risponde al vero. Un tentativo di trincerarsi dietro l’immunità che protegge i lavori della commissione parlamentare. In realtà, le contestazioni mosse all’ex parlamentare dalla signora Kraatz fanno riferimento ad affermazioni e testi successivi alla decadenza del mandato parlamentare, ma soprattutto reiterate quando ormai era nota e comprovata la loro infondatezza. Già il 26 aprile 2018, sul quotidiano il Dubbio era apparsa una intervista a Franco Piperno nella quale erano presenti numerose informazioni che smentivano le affermazioni della Commissione. Il 4 ottobre successivo, in una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del suo libro sui lavori della commissione da lui presieduta, Giuseppe Fioroni spiegava, dopo le insistenze di alcuni giornalisti, che ad agosto 2018 era pervenuta una nuova informativa che smentiva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno. L’Ansa del giorno successivo riprendeva le sue parole: «Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente“». In difficoltà per la micidiale bufala scolpita ad memoriam nella relazione della commissione, Fioroni balbettava che «il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”».[1]
Nonostante questa importante rettificata che avrebbe dovuto metterlo sull’avviso, indurlo a maggiore prudenza svolgendo le necessarie verifiche, Gero Grassi dava alle stampe a dicembre e diffondeva spavaldamente su internet la terza edizione del suo libro su Moro, nel quale tirava nuove bordate contro la Kraatz ribadendo la sua promiscuità con la formazione della sinistra armata tedesca e la sua complicità logistica col sequestro di Aldo Moro. In una successiva intervista all’Agi del 5 marzo 2020, chiamava ancora una volta in causa la donna evocando lo stabile del Vaticano in Via dei Massimi 91 «frequentato da Piperno, Faranda e da una terrorista della Raf». Ma non è finita qui!
La verità non detta di Fioroni
Nella querela, Birgit Kraatz elenca i ripetuti tentativi fatti per informare il presidente della commissione Fioroni dell’errore commesso e chiedere la dovuta rettifica. Intanto va ricordato che la signora Kraatz, del tutto ignara delle reali ragioni che avevano portato la commissione ad interessarsi della sua persona, si era dimostrata assolutamente collaborativa quando il 20 febbraio del 2017 era stata convocata per essere escussa da alcuni suoi consulenti che nel porgli le domande restarono evasivi sul nodo essenziale che giustificava il loro interesse nei suoi confronti. Si limitarono a cercare conferma della sua residenza nel 1978 in un appartamento di Via dei Massimi 91 e delle sue relazioni con Franco Piperno. Un modo assai strano di accertare la realtà dei fatti che impedì fin da subito alla Kraatz di fornire elementi obiettivi per smontare le grossolane fandonie raccolte sul suo conto. Ricordiamo che la commissione disponeva di poteri giudiziari ed i suoi consulenti erano nella stragrande maggioranza magistrati o ufficiali di polizia giudiziaria, un ruolo che li obbligava al dovere di agire secondo criteri di correttezza giuridica nella escussione dei testi.
Avuta notizia di quanto veniva affermato nei suoi confronti in alcune pagine della terza ed ultima relazione della commissione, il 22 febbraio 2018 Birgit Kraatz inviava una prima raccomandata al presidente Fioroni nella quale ricordava tra l’altro di aver frequentato per il suo lavoro uomini del mondo politico e della cultura, «come La Malfa, Berlinguer, Napolitano, Reichlin, Pertini, Amendola, Craxi, Cossiga, Galloni, Spadolini, Lama, Trentin, Agnelli, de Benedetti, Scalfaro, Scalfari, Fellini, Rosi, Moravia, Eco, a tal punto da essere ricevuta da costoro anche più di una volta per interviste esclusive. Alcune di queste personalità hanno anche frequentato la mia casa». Precisava inoltre che dalle finestre della sua abitazione «l’entrata del garage di Via dei Massimi 91 non era né visibile né raggiungibile, come sarebbe stato facile verificare con un semplice sopralluogo».
La raccomandata non riceveva risposta anche perché nel frattempo la commissione aveva concluso i suoi lavori e le camere erano state sciolte in attesa di nuove elezioni politiche indette per il 4 marzo 2018. Il 22 febbraio si era tenuta l’ultima seduta della commissione che aveva deliberato criteri e modalità di pubblicazione degli atti e incaricato una struttura tecnica composta da alcuni ex consulenti di seguire questo lavoro. È più che probabile che la raccomandata della signora Kraatz sia giunta a questo ufficio e che l’ex presidente Fioroni ne abbia avuto cognizione. Anche se aveva terminato l’incarico non è pensabile che le relazioni con i suoi ex collaboratori si fossero interrotte, come dimostrano le stesse parole di Fioroni, riprese dall’Ansa del 5 ottobre, su un nuovo documento – giunto nel frattempo – che smentiva l’appartenenza della Kraatz alla “2 giugno”. Certo è che nel suo volume, Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta, scritto con la giornalista Maria Antonietta Calabrò, dato alle stampe nell’aprile 2018 (edizioni Lindau), Fioroni mostrando grande scaltrezza evita improvvisamente di definire Birgit Kraatz una esponente del «movimento 2 giugno», parlando di una semplice «giornalista tedesca». Tuttavia l’ex presidente della Commissione Moro 2 – in piena coerenza col sottotitolo del suo volume – evitava di spiegare ai lettori il perché di quella repentina e significativa correzione rispetto a quanto era stato sostenuto nella pagine della relazione, nelle note dei consulenti e nelle numerose dichiarazioni pubbliche rese durante i lavori della commissione.
Il 18 ottobre 2018 gli avvocati di Birgit Kraatz inviavano una seconda raccomandata al presidente Fioroni contenente un documento della Bundeskriminalamt (Ufficio federale della polizia criminale). La più alta autorità pubblica tedesca in materia di polizia affermava che la signora Kraatz: «non ha mai avuto contatti o altro legame col gruppo “2 Giugno” che vadano aldilà dell’attinenza del lavoro giornalistico allora svolto sull’argomento di sinistra in Germania e in Italia». I legali chiedevano anche di correggere i passi errati della relazione riferiti alla Kraatz e di far cancellare i medesimi passaggi dai motori di ricerca di Internet. Fioroni ancora una volta taceva: nessuna richiesta di scuse o gesto di cortesia perveniva alla signora Kraatz dall’ex presidente della Commissione Moro 2, nessuna dichiarazione pubblica che correggesse quel grossolano errore, nessun suggerimento a Gero Grassi affinché abbassasse i toni e correggesse le sue affermazioni. L’ex parlamentare Giuseppe Fioroni ha dimostrato fino all’ultimo di sentirsi sollevato da ogni responsabilità politica e morale nei confronti della signora Kraatz, anzi, ancora recentemente, lo scorso 16 ottobre presso la biblioteca e archivio storico del Senato in occasione della presentazione del libro di Gero Grassi oggetto della querela, invece di cogliere l’occasione per correggere l’errore sulla Kraatz ribadiva che in Via dei Massimi 91 «c’era di tutto e di più... c’era qualche fiancheggiatrice della 2 giugno» (ascolta qui dopo il minuto 41.10). [2]
La commissione Moro 2, ovvero l’officina delle fake news
Il motivo del coinvolgimento della Bundeskriminalamt nel clamoroso errore commesso dalla Commissione Moro 2 sulla giornalista Birgit Kraatz è dovuto al fatto che in una vecchia relazione del 31 luglio 2000, presentata da due parlamentari della destra postfascista, il senatore Alfredo Mantica e il deputato Enzo Fragalà, membri della commissione Stragi presieduta dal senatore Pellegrino, appariva in modo del tutto abusivo il nome di Birgit Kraatz. A seguito di una rogatoria diretta alle autorità tedesche, presentata dal giudice Francesco Amato sui nomi di alcuni esponenti vicini al movimento eversivo 2 giugno, la polizia tedesca inviava in risposta una relazione. Senza alcuna giustificazione comprensibile, l’Ucigos – l’Ufficio centrale della polizia politica destinatario della relazione – riportava il nome di Birgit Kraatz nella lettera che accompagnava il testo della Bundeskriminalamt. Nome che non era presente all’interno del documento della polizia tedesca e che mai più riapparirà. Nella successiva minuta della Digos di Roma, che riceve la documentazione dall’Ucigos e la rigira al magistrato, non vi è infatti più alcuna traccia della Kraatz. Nonostante questa evidente anomalia, i due parlamentari senza svolgere verifiche riportano il nome della donna nella loro relazione, indicandola come una esponente del gruppo “2 giugno”. Alcuni consulenti della commissione Fioroni che lavoravano da tempo sulla palazzina di Via dei Massimi 91, ossessionati dall’idea che fosse un luogo chiave del sequestro Moro, scandagliano i materiali digitalizzati delle precedenti commissioni avvalendosi di parole chiave. Intercettano in questo modo il nome della Kraatz incrociandolo con quello delle persone che risiedevano all’epoca nella palazzina dello Ior. Nasce così il grossolano errore: nessuno legge attentamente le carte e si domanda perché il nome della Kraatz sia assente dalla relazione inviata della polizia tedesca ma compaia nella minuta che l’accompagna. Non si svolgono le necessarie verifiche, non si cercano risposte a questa incongruenza, non si fanno approfondimenti su altre fonti di informazione. In poche parole non si utilizza una corretta metodologia. Stupisce anche che autori di indagini giudiziarie che da decenni traversano gli anni '70 non abbiano avuto le capacità di arrivare a comprendere chi fosse veramente Birgit Kraatz, certamente non una personalità sconosciuta. Emerge un modo di lavorare superficiale, viziato dal pregiudizio, orientato unicamente a trovare conferma delle proprie convinzioni, evitando sistematicamente ogni indizio, segnale, o prova che sollevi dei problemi, inceppi o allontani dalla meta prefigurata o peggio smentisca i teoremi precostituiti. Insomma un metodo fallimentare, una gigantesca officina di fake news.
Note:
1) Moro: Fioroni, Kraatz non fa parte organizzazione 2 giugno. Su cronista tedesca ex di Piperno. Risulta da atto recente
(ANSA) – ROMA, 5 OTT – Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente”.
Così Giuseppe Fioroni precisa il riferimento alla giornalista tedesca che fu corrispondente in Italia dal 1968-98 per Spiegel, Stern e Zdf e citata nel libro che l’ex ministro ha scritto sul caso Moro (sulla base del lavoro svolto dalla commissione parlamentare d’inchiesta Moro2, presieduta da Fioroni). La donna ha escluso a più riprese la sua appartenenza al gruppo estremista, contestando quanto scritto, invece, nella relazione della Commissione, in cui viene citata come “già attiva nel movimento estremista 2 giugno e compagna di Franco Piperno”. Un passaggio che nel libro non c’è.
A pagina 123 Kraatz viene nominata perché, all’epoca del rapimento dello statista della Dc, abitava in un palazzo di proprietà dello Ior, in via Massimi a Roma, e lo stesso che ospitò poco dopo Prospero Gallinari, Br, che era nel gruppo che uccise la scorta di Moro. Inoltre, come si legge nel libro, la donna a quel tempo era “legata sentimentalmente a Franco Piperno, il leader di Autonomia operaia”, e “secondo la testimonianza di più condomini – continua il testo – Piperno frequentava l’abitazione della Kraatz che ha confermato alla commissione il suo rapporto d’amore con Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio, anche se vi si recava qualche volta”.
Quindi, come ha chiarito Fioroni alla presentazione del libro ieri al Senato, il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”. (ANSA).
2) Venerdì 16 Ottobre 2020, ore 10,30, presentazione del volume di Gero Grassi “Aldo Moro, la verità negata”. Interventi di Gianni Marilotti, Gero Grassi, Giuseppe Fioroni, Luigi Zanda, Stefania Limiti. Coordina: Anthony Muroni. Link video
Fonte
A denunciarlo stavolta è stata la giornalista Birgit Kraatz, corrispondente in Italia per oltre trent’anni delle più importanti testate giornalistiche tedesche. Nella denuncia per «diffamazione aggravata a mezzo stampa e internet» e per altri reati che la procura potrebbe ulteriormente individuare, la giornalista contesta a Gero Grassi di aver sostenuto in più occasioni la sua appartenenza al «gruppo eversivo tedesco denominato 2 giugno, noto specialmente in Germania per avere compiuto negli anni '70 atti di terrorismo», insinuando che nel 1978, quando la giornalista abitava a Roma, in Via Massimi 91, avrebbe fiancheggiato «l’attività delle Brigate Rosse durante la prigionia dell’onorevole Aldo Moro». Tale affermazione, precisa ulteriormente la giornalista nella sua denuncia, viene poi ribadita da Grassi con ampio risalto in alcune pagine del volume (pp. 143 e 159) «Aldo Moro la verità negata, terza edizione, edito nel 2019 col patrocinio della Regione Puglia e dell’Anci, da Pegaus Edizioni (scaricabile gratuitamente anche dal suo sito: http://www.gerograssi.it), nelle quali si riferisce la vicinanza della Kraatz «ai terroristi tedeschi», la sua appartenenza al gruppo 2 giugno e si afferma che dalle finestre della sua casa «Franco Piperno avrebbe da lì osservato i movimenti di Moro e della sua scorta». Come se non bastasse, più avanti – scrive sempre la giornalista – «sono stata descritta come membro della Raf (organizzazione terroristica analoga alle Brigate rosse) avente ruolo di probabile appoggio logistico nelle vicende relative al tragico sequestro» (p.159 e 160).
Un racconto grossolanamente falso e inverosimile, protesta la Kraatz che nella querela riassume la sua esperienza lavorativa e di vita in Italia ricordando di essere arrivata nel 1968 come corrispondente del settimanale Die Weltwoche; di aver successivamente lavorato per la Zdf (il secondo canale della televisione tedesca) e poi, nel 1976, di essere divenuta capo della redazione romana di Stern e dal 1980 fino al 1990 di aver assunto la stessa posizione per Der Spiegel. In seguito, racconta ancora la donna, «ho collaborato come corrispondente diplomatico per Rai 3 in occasione del processo politico di riunificazione tedesca, effettuando varie interviste e reportage». Iscritta alla Spd dal 1974 – come si può facilmente leggere nella biografia presente su Wikipedia – la Kraatz di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 lo stesso segretario nazionale Enrico Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha pubblicato per Editori riuniti un libro intervista col premier e capo della socialdemocrazia tedesca fautore della Ostpolitik, Willy Brandt, Non siamo nati eroi. Nel corso della sua carriera ha intervistato anche Helmut Schmidt, Theo Waigel, Oskar Lafontaine. Per la sua attività lavorativa gli sono stati riconosciuti alcuni premi giornalistici, come il Premiolino nel 1974 e il Città di Roma. Insomma una professionista affermata e molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, compagna di Lucio Magri con cui ha avuto una figlia nel 1974. Nella denuncia, Birgit Kraatz precisa anche di «aver sempre abitato da sola in Via dei Massimi 91, con la figlia Jessica, all’epoca di 4 anni, e la governante che accudiva la bambina quando era fuori per lavoro», sottolinea inoltre che all’epoca del sequestro Moro «non aveva alcun rapporto sentimentale con il prof. Franco Piperno che aveva conosciuto anni prima durante una intervista». Circostanza che aveva già riferito ai consulenti della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, il magistrato Guido Salvini e il tenente colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, che l’avevano ascoltata in una caserma dei carabinieri il 20 febbraio 2017. Dichiarazioni riprese a pagina 261 del testo della terza relazione della Commissione: «La stessa Kraatz ha ricordato la sua relazione con il Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio».
L’impossibile difesa di Gero Grassi
In una intervista a Radio radicale del 22 ottobre scorso (ascolta qui), Gero Grassi ha tentato una disperata difesa sostenendo di essersi soltanto limitato a riportare quanto sostenuto nella terza relazione della commissione, approvata dalla camera il 13 dicembre 2017 (in commissione era passata col voto contrario di Fabio Lavagno ascolta qui la sua intervista) e dunque di non avere colpa se quanto vi era sostenuto, sulla scorta del lavoro prodotto dai suoi consulenti, non risponde al vero. Un tentativo di trincerarsi dietro l’immunità che protegge i lavori della commissione parlamentare. In realtà, le contestazioni mosse all’ex parlamentare dalla signora Kraatz fanno riferimento ad affermazioni e testi successivi alla decadenza del mandato parlamentare, ma soprattutto reiterate quando ormai era nota e comprovata la loro infondatezza. Già il 26 aprile 2018, sul quotidiano il Dubbio era apparsa una intervista a Franco Piperno nella quale erano presenti numerose informazioni che smentivano le affermazioni della Commissione. Il 4 ottobre successivo, in una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del suo libro sui lavori della commissione da lui presieduta, Giuseppe Fioroni spiegava, dopo le insistenze di alcuni giornalisti, che ad agosto 2018 era pervenuta una nuova informativa che smentiva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno. L’Ansa del giorno successivo riprendeva le sue parole: «Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente“». In difficoltà per la micidiale bufala scolpita ad memoriam nella relazione della commissione, Fioroni balbettava che «il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”».[1]
Nonostante questa importante rettificata che avrebbe dovuto metterlo sull’avviso, indurlo a maggiore prudenza svolgendo le necessarie verifiche, Gero Grassi dava alle stampe a dicembre e diffondeva spavaldamente su internet la terza edizione del suo libro su Moro, nel quale tirava nuove bordate contro la Kraatz ribadendo la sua promiscuità con la formazione della sinistra armata tedesca e la sua complicità logistica col sequestro di Aldo Moro. In una successiva intervista all’Agi del 5 marzo 2020, chiamava ancora una volta in causa la donna evocando lo stabile del Vaticano in Via dei Massimi 91 «frequentato da Piperno, Faranda e da una terrorista della Raf». Ma non è finita qui!
La verità non detta di Fioroni
Nella querela, Birgit Kraatz elenca i ripetuti tentativi fatti per informare il presidente della commissione Fioroni dell’errore commesso e chiedere la dovuta rettifica. Intanto va ricordato che la signora Kraatz, del tutto ignara delle reali ragioni che avevano portato la commissione ad interessarsi della sua persona, si era dimostrata assolutamente collaborativa quando il 20 febbraio del 2017 era stata convocata per essere escussa da alcuni suoi consulenti che nel porgli le domande restarono evasivi sul nodo essenziale che giustificava il loro interesse nei suoi confronti. Si limitarono a cercare conferma della sua residenza nel 1978 in un appartamento di Via dei Massimi 91 e delle sue relazioni con Franco Piperno. Un modo assai strano di accertare la realtà dei fatti che impedì fin da subito alla Kraatz di fornire elementi obiettivi per smontare le grossolane fandonie raccolte sul suo conto. Ricordiamo che la commissione disponeva di poteri giudiziari ed i suoi consulenti erano nella stragrande maggioranza magistrati o ufficiali di polizia giudiziaria, un ruolo che li obbligava al dovere di agire secondo criteri di correttezza giuridica nella escussione dei testi.
Avuta notizia di quanto veniva affermato nei suoi confronti in alcune pagine della terza ed ultima relazione della commissione, il 22 febbraio 2018 Birgit Kraatz inviava una prima raccomandata al presidente Fioroni nella quale ricordava tra l’altro di aver frequentato per il suo lavoro uomini del mondo politico e della cultura, «come La Malfa, Berlinguer, Napolitano, Reichlin, Pertini, Amendola, Craxi, Cossiga, Galloni, Spadolini, Lama, Trentin, Agnelli, de Benedetti, Scalfaro, Scalfari, Fellini, Rosi, Moravia, Eco, a tal punto da essere ricevuta da costoro anche più di una volta per interviste esclusive. Alcune di queste personalità hanno anche frequentato la mia casa». Precisava inoltre che dalle finestre della sua abitazione «l’entrata del garage di Via dei Massimi 91 non era né visibile né raggiungibile, come sarebbe stato facile verificare con un semplice sopralluogo».
La raccomandata non riceveva risposta anche perché nel frattempo la commissione aveva concluso i suoi lavori e le camere erano state sciolte in attesa di nuove elezioni politiche indette per il 4 marzo 2018. Il 22 febbraio si era tenuta l’ultima seduta della commissione che aveva deliberato criteri e modalità di pubblicazione degli atti e incaricato una struttura tecnica composta da alcuni ex consulenti di seguire questo lavoro. È più che probabile che la raccomandata della signora Kraatz sia giunta a questo ufficio e che l’ex presidente Fioroni ne abbia avuto cognizione. Anche se aveva terminato l’incarico non è pensabile che le relazioni con i suoi ex collaboratori si fossero interrotte, come dimostrano le stesse parole di Fioroni, riprese dall’Ansa del 5 ottobre, su un nuovo documento – giunto nel frattempo – che smentiva l’appartenenza della Kraatz alla “2 giugno”. Certo è che nel suo volume, Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta, scritto con la giornalista Maria Antonietta Calabrò, dato alle stampe nell’aprile 2018 (edizioni Lindau), Fioroni mostrando grande scaltrezza evita improvvisamente di definire Birgit Kraatz una esponente del «movimento 2 giugno», parlando di una semplice «giornalista tedesca». Tuttavia l’ex presidente della Commissione Moro 2 – in piena coerenza col sottotitolo del suo volume – evitava di spiegare ai lettori il perché di quella repentina e significativa correzione rispetto a quanto era stato sostenuto nella pagine della relazione, nelle note dei consulenti e nelle numerose dichiarazioni pubbliche rese durante i lavori della commissione.
Il 18 ottobre 2018 gli avvocati di Birgit Kraatz inviavano una seconda raccomandata al presidente Fioroni contenente un documento della Bundeskriminalamt (Ufficio federale della polizia criminale). La più alta autorità pubblica tedesca in materia di polizia affermava che la signora Kraatz: «non ha mai avuto contatti o altro legame col gruppo “2 Giugno” che vadano aldilà dell’attinenza del lavoro giornalistico allora svolto sull’argomento di sinistra in Germania e in Italia». I legali chiedevano anche di correggere i passi errati della relazione riferiti alla Kraatz e di far cancellare i medesimi passaggi dai motori di ricerca di Internet. Fioroni ancora una volta taceva: nessuna richiesta di scuse o gesto di cortesia perveniva alla signora Kraatz dall’ex presidente della Commissione Moro 2, nessuna dichiarazione pubblica che correggesse quel grossolano errore, nessun suggerimento a Gero Grassi affinché abbassasse i toni e correggesse le sue affermazioni. L’ex parlamentare Giuseppe Fioroni ha dimostrato fino all’ultimo di sentirsi sollevato da ogni responsabilità politica e morale nei confronti della signora Kraatz, anzi, ancora recentemente, lo scorso 16 ottobre presso la biblioteca e archivio storico del Senato in occasione della presentazione del libro di Gero Grassi oggetto della querela, invece di cogliere l’occasione per correggere l’errore sulla Kraatz ribadiva che in Via dei Massimi 91 «c’era di tutto e di più... c’era qualche fiancheggiatrice della 2 giugno» (ascolta qui dopo il minuto 41.10). [2]
La commissione Moro 2, ovvero l’officina delle fake news
Il motivo del coinvolgimento della Bundeskriminalamt nel clamoroso errore commesso dalla Commissione Moro 2 sulla giornalista Birgit Kraatz è dovuto al fatto che in una vecchia relazione del 31 luglio 2000, presentata da due parlamentari della destra postfascista, il senatore Alfredo Mantica e il deputato Enzo Fragalà, membri della commissione Stragi presieduta dal senatore Pellegrino, appariva in modo del tutto abusivo il nome di Birgit Kraatz. A seguito di una rogatoria diretta alle autorità tedesche, presentata dal giudice Francesco Amato sui nomi di alcuni esponenti vicini al movimento eversivo 2 giugno, la polizia tedesca inviava in risposta una relazione. Senza alcuna giustificazione comprensibile, l’Ucigos – l’Ufficio centrale della polizia politica destinatario della relazione – riportava il nome di Birgit Kraatz nella lettera che accompagnava il testo della Bundeskriminalamt. Nome che non era presente all’interno del documento della polizia tedesca e che mai più riapparirà. Nella successiva minuta della Digos di Roma, che riceve la documentazione dall’Ucigos e la rigira al magistrato, non vi è infatti più alcuna traccia della Kraatz. Nonostante questa evidente anomalia, i due parlamentari senza svolgere verifiche riportano il nome della donna nella loro relazione, indicandola come una esponente del gruppo “2 giugno”. Alcuni consulenti della commissione Fioroni che lavoravano da tempo sulla palazzina di Via dei Massimi 91, ossessionati dall’idea che fosse un luogo chiave del sequestro Moro, scandagliano i materiali digitalizzati delle precedenti commissioni avvalendosi di parole chiave. Intercettano in questo modo il nome della Kraatz incrociandolo con quello delle persone che risiedevano all’epoca nella palazzina dello Ior. Nasce così il grossolano errore: nessuno legge attentamente le carte e si domanda perché il nome della Kraatz sia assente dalla relazione inviata della polizia tedesca ma compaia nella minuta che l’accompagna. Non si svolgono le necessarie verifiche, non si cercano risposte a questa incongruenza, non si fanno approfondimenti su altre fonti di informazione. In poche parole non si utilizza una corretta metodologia. Stupisce anche che autori di indagini giudiziarie che da decenni traversano gli anni '70 non abbiano avuto le capacità di arrivare a comprendere chi fosse veramente Birgit Kraatz, certamente non una personalità sconosciuta. Emerge un modo di lavorare superficiale, viziato dal pregiudizio, orientato unicamente a trovare conferma delle proprie convinzioni, evitando sistematicamente ogni indizio, segnale, o prova che sollevi dei problemi, inceppi o allontani dalla meta prefigurata o peggio smentisca i teoremi precostituiti. Insomma un metodo fallimentare, una gigantesca officina di fake news.
Note:
1) Moro: Fioroni, Kraatz non fa parte organizzazione 2 giugno. Su cronista tedesca ex di Piperno. Risulta da atto recente
(ANSA) – ROMA, 5 OTT – Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente”.
Così Giuseppe Fioroni precisa il riferimento alla giornalista tedesca che fu corrispondente in Italia dal 1968-98 per Spiegel, Stern e Zdf e citata nel libro che l’ex ministro ha scritto sul caso Moro (sulla base del lavoro svolto dalla commissione parlamentare d’inchiesta Moro2, presieduta da Fioroni). La donna ha escluso a più riprese la sua appartenenza al gruppo estremista, contestando quanto scritto, invece, nella relazione della Commissione, in cui viene citata come “già attiva nel movimento estremista 2 giugno e compagna di Franco Piperno”. Un passaggio che nel libro non c’è.
A pagina 123 Kraatz viene nominata perché, all’epoca del rapimento dello statista della Dc, abitava in un palazzo di proprietà dello Ior, in via Massimi a Roma, e lo stesso che ospitò poco dopo Prospero Gallinari, Br, che era nel gruppo che uccise la scorta di Moro. Inoltre, come si legge nel libro, la donna a quel tempo era “legata sentimentalmente a Franco Piperno, il leader di Autonomia operaia”, e “secondo la testimonianza di più condomini – continua il testo – Piperno frequentava l’abitazione della Kraatz che ha confermato alla commissione il suo rapporto d’amore con Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio, anche se vi si recava qualche volta”.
Quindi, come ha chiarito Fioroni alla presentazione del libro ieri al Senato, il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”. (ANSA).
2) Venerdì 16 Ottobre 2020, ore 10,30, presentazione del volume di Gero Grassi “Aldo Moro, la verità negata”. Interventi di Gianni Marilotti, Gero Grassi, Giuseppe Fioroni, Luigi Zanda, Stefania Limiti. Coordina: Anthony Muroni. Link video
Fonte
05/07/2020
Putin-Talebani, le fake news del NYT
L’ultima gigantesca fake news anti-russa, pubblicata nel fine settimana dal New York Times,
continua a rimbalzare sui media americani e a dominare il dibattito
politico di Washington nonostante l’assurdità delle accuse rivolte al
Cremlino e la totale assenza di prove del comportamento attribuito a
Mosca. L’intelligence militare russa, com’è ormai noto, avrebbe offerto
incentivi in denaro ai Talebani per spingerli a uccidere militari che
fanno parte del contingente americano di occupazione dell’Afghanistan.
I tre autori del pezzo, uscito venerdì scorso sulla versione on-line del quotidiano newyorchese e il giorno successivo su quella cartacea, si sono basati come sempre per la loro “esclusiva” sulle imbeccate di anonimi “funzionari” governativi e dei servizi segreti USA, le cui confidenze vengono puntualmente spacciate come fatti incontrovertibili da quello che dovrebbe essere il più autorevole giornale americano.
La notizia aveva il preciso scopo immediato di scatenare un polverone di polemiche contro il presidente Trump e ravvivare, come accade a intervalli regolari, la campagna di demonizzazione contro la Russia di Putin. Sulla questione della “taglia” messa dai russi sulla testa dei soldati americani si sono così scatenati nel fine settimana tutti i network d’oltreoceano, nessuno dei quali ha sollevato anche un solo dubbio sulla veridicità del rapporto del Times.
Seguendo un copione ben collaudato, lunedì la palla è passata alla politica. I leader democratici al Congresso hanno per primi ripreso le accuse contro la Casa Bianca e il suo inquilino, bollato come un burattino di Putin, per poi chiedere chiarezza sia al presidente sia ai servizi segreti USA, soprattutto sul possibile fatto che Trump fosse stato informato per iscritto già nel mese di febbraio circa il pericolo che incombeva sui militari americani a causa delle manovre di Mosca.
La messinscena è stata corredata dal solito coro di insulti e accuse nei confronti di Putin, a cui si è presto unita buona parte dei membri repubblicani del Congresso. Tra i più coloriti nell’esprimere la propria indignazione per un’operazione che con ogni probabilità non è mai avvenuta è stato il senatore repubblicano dell’Oklahoma, James Inhofe, il quale ha ricordato come sia risaputo “da tempo che Putin è un criminale e un assassino”.
Ancora, briefing tra il Congresso e la Casa Bianca sono stati convocati con urgenza. Lunedì è stato ragguagliato sullo scandalo del momento un gruppo di parlamentari repubblicani, mentre martedì è toccato ai democratici. Trump e la sua portavoce, Kaleigh McEnany, hanno dato invece una spiegazione perfettamente coerente con la natura inconsistente della vicenda, cioè che il presidente non era stato messo al corrente dei presunti fatti denunciati dal Times perché l’informazione riguardante le ricompense offerte dai russi ai Talebani non risultava credibile.
Un’analisi fattuale di questa “rivelazione” sarebbe di poca utilità, visto che essa non contiene nessun fatto concreto né alcuna prova di quanto viene sostenuto. L’articolo iniziale e i successivi di contorno sono pura propaganda, diffusa da quelli che assomigliano più a stenografi della CIA che non a giornalisti. L’operazione del Times non è nuova ma si inserisce in uno schema che viene continuamente alimentato sulle ceneri del defunto “Russiagate” con obiettivi ben precisi. Questi ultimi sono riconducibili allo sforzo del “deep state” americano per creare un clima di isteria collettiva volto a dipingere il governo di Putin come un nemico mortale degli Stati Uniti e, in ultima analisi, a preparare la popolazione a una futura guerra contro la seconda potenza nucleare del pianeta.
Nell’immediato, questi ambienti ferocemente anti-russi puntano a tenere alta la pressione sulla Casa Bianca per scoraggiare anche il minimo segnale di distensione tra Washington e Mosca. La prima conseguenza di ciò sarà probabilmente l’affondamento del piano di Trump di invitare nuovamente la Russia di Putin al prossimo G7, in modo anche da frustrare qualsiasi ipotesi di riavvicinamento strategico tra l’Occidente e Mosca nel quadro internazionale che prenderà forma dopo l’emergenza Coronavirus.
Con l’operazione orchestrata assieme al New York Times, gli oppositori dell’amministrazione Trump all’interno dell’apparato di potere americano hanno anche come obiettivo il boicottaggio del complicato processo di pace in corso in Afghanistan. L’accordo siglato tra la Casa Bianca e i Talebani a inizio anno prevede la graduale uscita di scena del contingente di occupazione USA dal paese centro-asiatico, vincolata al lancio e al successo di negoziati di pace tra i Talebani e il governo-fantoccio di Kabul.
In molti a Washington vedono però con preoccupazione un ritiro dall’Afghanistan, paese considerato cruciale nel “grande gioco” dell’integrazione euro-asiatica e alla luce della competizione strategica con Russia e Cina. Come minimo, poi, queste manovre mirano a estromettere il Cremlino dagli sforzi diplomatici in atto in Afghanistan, seminando nel governo di Kabul il dubbio dell’inaffidabilità del governo di Mosca come facilitatore della trattativa con i Talebani.
Per quanto riguarda ancora il merito delle accuse sollevate dall’articolo del Times, una riflessione superficiale sulle vicende afgane e sugli obiettivi russi basterebbe a svelare l’esclusiva per quello che realmente è, vale a dire un’operazione di propaganda. Prima ancora di ciò, lo stesso giornale di New York, così come il Washington Post, il Wall Street Journal e altri media che hanno tempestivamente “confermato” le rivelazioni iniziali, sono stati anch’essi costretti ad ammettere che non esistono prove dei pagamenti russi ai Talebani per colpire i militari americani in Afghanistan.
Inoltre, dagli stessi articoli dei giorni scorsi emerge come all’interno della comunità dell’intelligence USA ci fossero voci discordanti che giudicavano inattendibile il presunto rapporto sul piano russo. Soprattutto, le fonti principali delle accuse contro il Cremlino sarebbero militanti e criminali detenuti in Afghanistan, più o meno legati ai Talebani. Dell’affidabilità di confessioni ottenute in questo modo è quasi inutile discutere e anche l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana (NSA), secondo quanto riportato dal Washington Post, si sarebbe mostrata estremamente scettica circa le informazioni ricavate da simili interrogatori. Tutte le ricostruzioni apparse sulla stampa “mainstream”, in ogni caso, sono infarcite di precisazioni (“vaghe informazioni di intelligence”, “prove non del tutto confermate”) che, a ben vedere, finiscono per smontare la tesi centrale costruita contro il Cremlino.
Il Pentagono, inoltre, tramite un portavoce ha emesso un comunicato lunedì per smentire l’esistenza di prove che confermino “le recenti accuse sollevate dalla stampa”, riferendosi in particolare a una notizia diffusa dalla Associated Press. L’agenzia di stampa americana aveva scritto che l’intelligence USA stava indagando la morte di tre militari in un attentato dell’aprile 2019 vicino alla base aerea di Bagram come un possibile episodio da collegare ai pagamenti fatti dai servizi segreti militari russi (GRU) ai Talebani.
Anche in questo caso non vengono fornite prove o indizi che giustifichino i sospetti. È probabile piuttosto che fonti governative USA abbiano passato l’informazione alla Associated Press per rimediare a uno dei tanti punti deboli della notizia originariamente pubblicata dal New York Times, cioè che Mosca poteva forse avere la responsabilità indiretta della morte di un solo militare americano in Afghanistan. Nessun commentatore o giornale ufficiale ha poi fatto notare come sia assurdo che i russi abbiano potuto pensare che esistesse la necessità di incoraggiare i Talebani ad attaccare e uccidere membri delle forze di occupazione, quando da quasi vent’anni stanno già combattendo una guerra sanguinosa che ha fatto più di 2.300 vittime tra i militari americani.
Non c’è dubbio, d’altro canto, che Mosca segua con estrema attenzione le vicende afgane, com’è ovvio che sia per ragioni geografiche e strategiche. Anzi, l’approccio della Russia ai Talebani si è evoluto nel tempo fino a considerare gli “studenti del Corano” come una forza con cui confrontarsi nel futuro assetto dell’Afghanistan. I Talebani controllano peraltro già oggi più della metà del territorio del paese asiatico. L’attitudine russa è perciò del tutto comprensibile e legittima, ma questa realtà, rafforzata dai numerosi colloqui tenuti tra i rappresentanti talebani e del Cremlino, viene sfruttata dalla stampa americana per dimostrare l’esistenza di legami criminali che hanno l’obiettivo di colpire le forze armate USA.
Va ricordato, infine, che se anche la notizia riportata dal New York Times fosse vera, le accuse rivolte contro Mosca si riferirebbero a operazioni dalla rilevanza trascurabile se paragonate ai danni causati alla Russia dagli Stati Uniti. Per restare al solo Afghanistan, la guerra fomentata da Washington negli anni Ottanta contro l’occupazione sovietica, tramite la creazione, il finanziamento e la fornitura di armi ai guerriglieri mujaheddin, provocò, secondo alcune stime, circa 15 mila vittime tra i soldati russi. In molti altri teatri di guerra, poi, il denaro, le armi e le manovre dei militari e dei servizi segreti americani hanno provocato un numero imprecisato di vittime russe, come ad esempio in Cecenia o in Siria.
Nel complesso, l’intera vicenda dimostra ancora una volta l’intenzione di una parte della classe dirigente americana di voler fare della Russia il nemico numero uno di Washington, tramite la menzogna e la costante falsificazione della realtà. Il livello di disperazione e di ottusità che questa ossessione dimostra è stato riassunto perfettamente da un comunicato del ministero degli Esteri russo nel fine settimana: “Questo piano banale illustra chiaramente le scarse abilità intellettuali dei propagandisti dell’intelligence americana, i quali, non essendo in grado di ideare qualcosa di plausibile, sono costretti a inventarsi un’assurdità” come quella pubblicata venerdì scorso dal New York Times.
Fonte
I tre autori del pezzo, uscito venerdì scorso sulla versione on-line del quotidiano newyorchese e il giorno successivo su quella cartacea, si sono basati come sempre per la loro “esclusiva” sulle imbeccate di anonimi “funzionari” governativi e dei servizi segreti USA, le cui confidenze vengono puntualmente spacciate come fatti incontrovertibili da quello che dovrebbe essere il più autorevole giornale americano.
La notizia aveva il preciso scopo immediato di scatenare un polverone di polemiche contro il presidente Trump e ravvivare, come accade a intervalli regolari, la campagna di demonizzazione contro la Russia di Putin. Sulla questione della “taglia” messa dai russi sulla testa dei soldati americani si sono così scatenati nel fine settimana tutti i network d’oltreoceano, nessuno dei quali ha sollevato anche un solo dubbio sulla veridicità del rapporto del Times.
Seguendo un copione ben collaudato, lunedì la palla è passata alla politica. I leader democratici al Congresso hanno per primi ripreso le accuse contro la Casa Bianca e il suo inquilino, bollato come un burattino di Putin, per poi chiedere chiarezza sia al presidente sia ai servizi segreti USA, soprattutto sul possibile fatto che Trump fosse stato informato per iscritto già nel mese di febbraio circa il pericolo che incombeva sui militari americani a causa delle manovre di Mosca.
La messinscena è stata corredata dal solito coro di insulti e accuse nei confronti di Putin, a cui si è presto unita buona parte dei membri repubblicani del Congresso. Tra i più coloriti nell’esprimere la propria indignazione per un’operazione che con ogni probabilità non è mai avvenuta è stato il senatore repubblicano dell’Oklahoma, James Inhofe, il quale ha ricordato come sia risaputo “da tempo che Putin è un criminale e un assassino”.
Ancora, briefing tra il Congresso e la Casa Bianca sono stati convocati con urgenza. Lunedì è stato ragguagliato sullo scandalo del momento un gruppo di parlamentari repubblicani, mentre martedì è toccato ai democratici. Trump e la sua portavoce, Kaleigh McEnany, hanno dato invece una spiegazione perfettamente coerente con la natura inconsistente della vicenda, cioè che il presidente non era stato messo al corrente dei presunti fatti denunciati dal Times perché l’informazione riguardante le ricompense offerte dai russi ai Talebani non risultava credibile.
Un’analisi fattuale di questa “rivelazione” sarebbe di poca utilità, visto che essa non contiene nessun fatto concreto né alcuna prova di quanto viene sostenuto. L’articolo iniziale e i successivi di contorno sono pura propaganda, diffusa da quelli che assomigliano più a stenografi della CIA che non a giornalisti. L’operazione del Times non è nuova ma si inserisce in uno schema che viene continuamente alimentato sulle ceneri del defunto “Russiagate” con obiettivi ben precisi. Questi ultimi sono riconducibili allo sforzo del “deep state” americano per creare un clima di isteria collettiva volto a dipingere il governo di Putin come un nemico mortale degli Stati Uniti e, in ultima analisi, a preparare la popolazione a una futura guerra contro la seconda potenza nucleare del pianeta.
Nell’immediato, questi ambienti ferocemente anti-russi puntano a tenere alta la pressione sulla Casa Bianca per scoraggiare anche il minimo segnale di distensione tra Washington e Mosca. La prima conseguenza di ciò sarà probabilmente l’affondamento del piano di Trump di invitare nuovamente la Russia di Putin al prossimo G7, in modo anche da frustrare qualsiasi ipotesi di riavvicinamento strategico tra l’Occidente e Mosca nel quadro internazionale che prenderà forma dopo l’emergenza Coronavirus.
Con l’operazione orchestrata assieme al New York Times, gli oppositori dell’amministrazione Trump all’interno dell’apparato di potere americano hanno anche come obiettivo il boicottaggio del complicato processo di pace in corso in Afghanistan. L’accordo siglato tra la Casa Bianca e i Talebani a inizio anno prevede la graduale uscita di scena del contingente di occupazione USA dal paese centro-asiatico, vincolata al lancio e al successo di negoziati di pace tra i Talebani e il governo-fantoccio di Kabul.
In molti a Washington vedono però con preoccupazione un ritiro dall’Afghanistan, paese considerato cruciale nel “grande gioco” dell’integrazione euro-asiatica e alla luce della competizione strategica con Russia e Cina. Come minimo, poi, queste manovre mirano a estromettere il Cremlino dagli sforzi diplomatici in atto in Afghanistan, seminando nel governo di Kabul il dubbio dell’inaffidabilità del governo di Mosca come facilitatore della trattativa con i Talebani.
Per quanto riguarda ancora il merito delle accuse sollevate dall’articolo del Times, una riflessione superficiale sulle vicende afgane e sugli obiettivi russi basterebbe a svelare l’esclusiva per quello che realmente è, vale a dire un’operazione di propaganda. Prima ancora di ciò, lo stesso giornale di New York, così come il Washington Post, il Wall Street Journal e altri media che hanno tempestivamente “confermato” le rivelazioni iniziali, sono stati anch’essi costretti ad ammettere che non esistono prove dei pagamenti russi ai Talebani per colpire i militari americani in Afghanistan.
Inoltre, dagli stessi articoli dei giorni scorsi emerge come all’interno della comunità dell’intelligence USA ci fossero voci discordanti che giudicavano inattendibile il presunto rapporto sul piano russo. Soprattutto, le fonti principali delle accuse contro il Cremlino sarebbero militanti e criminali detenuti in Afghanistan, più o meno legati ai Talebani. Dell’affidabilità di confessioni ottenute in questo modo è quasi inutile discutere e anche l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana (NSA), secondo quanto riportato dal Washington Post, si sarebbe mostrata estremamente scettica circa le informazioni ricavate da simili interrogatori. Tutte le ricostruzioni apparse sulla stampa “mainstream”, in ogni caso, sono infarcite di precisazioni (“vaghe informazioni di intelligence”, “prove non del tutto confermate”) che, a ben vedere, finiscono per smontare la tesi centrale costruita contro il Cremlino.
Il Pentagono, inoltre, tramite un portavoce ha emesso un comunicato lunedì per smentire l’esistenza di prove che confermino “le recenti accuse sollevate dalla stampa”, riferendosi in particolare a una notizia diffusa dalla Associated Press. L’agenzia di stampa americana aveva scritto che l’intelligence USA stava indagando la morte di tre militari in un attentato dell’aprile 2019 vicino alla base aerea di Bagram come un possibile episodio da collegare ai pagamenti fatti dai servizi segreti militari russi (GRU) ai Talebani.
Anche in questo caso non vengono fornite prove o indizi che giustifichino i sospetti. È probabile piuttosto che fonti governative USA abbiano passato l’informazione alla Associated Press per rimediare a uno dei tanti punti deboli della notizia originariamente pubblicata dal New York Times, cioè che Mosca poteva forse avere la responsabilità indiretta della morte di un solo militare americano in Afghanistan. Nessun commentatore o giornale ufficiale ha poi fatto notare come sia assurdo che i russi abbiano potuto pensare che esistesse la necessità di incoraggiare i Talebani ad attaccare e uccidere membri delle forze di occupazione, quando da quasi vent’anni stanno già combattendo una guerra sanguinosa che ha fatto più di 2.300 vittime tra i militari americani.
Non c’è dubbio, d’altro canto, che Mosca segua con estrema attenzione le vicende afgane, com’è ovvio che sia per ragioni geografiche e strategiche. Anzi, l’approccio della Russia ai Talebani si è evoluto nel tempo fino a considerare gli “studenti del Corano” come una forza con cui confrontarsi nel futuro assetto dell’Afghanistan. I Talebani controllano peraltro già oggi più della metà del territorio del paese asiatico. L’attitudine russa è perciò del tutto comprensibile e legittima, ma questa realtà, rafforzata dai numerosi colloqui tenuti tra i rappresentanti talebani e del Cremlino, viene sfruttata dalla stampa americana per dimostrare l’esistenza di legami criminali che hanno l’obiettivo di colpire le forze armate USA.
Va ricordato, infine, che se anche la notizia riportata dal New York Times fosse vera, le accuse rivolte contro Mosca si riferirebbero a operazioni dalla rilevanza trascurabile se paragonate ai danni causati alla Russia dagli Stati Uniti. Per restare al solo Afghanistan, la guerra fomentata da Washington negli anni Ottanta contro l’occupazione sovietica, tramite la creazione, il finanziamento e la fornitura di armi ai guerriglieri mujaheddin, provocò, secondo alcune stime, circa 15 mila vittime tra i soldati russi. In molti altri teatri di guerra, poi, il denaro, le armi e le manovre dei militari e dei servizi segreti americani hanno provocato un numero imprecisato di vittime russe, come ad esempio in Cecenia o in Siria.
Nel complesso, l’intera vicenda dimostra ancora una volta l’intenzione di una parte della classe dirigente americana di voler fare della Russia il nemico numero uno di Washington, tramite la menzogna e la costante falsificazione della realtà. Il livello di disperazione e di ottusità che questa ossessione dimostra è stato riassunto perfettamente da un comunicato del ministero degli Esteri russo nel fine settimana: “Questo piano banale illustra chiaramente le scarse abilità intellettuali dei propagandisti dell’intelligence americana, i quali, non essendo in grado di ideare qualcosa di plausibile, sono costretti a inventarsi un’assurdità” come quella pubblicata venerdì scorso dal New York Times.
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16/06/2020
Venezuela - Nuove supercazzole imperialiste contro la rivoluzione bolivariana
Il mondo occidentale rotola verso dinamiche di guerra, in mano a una classe dirigente inetta, volgare, prepotente, ignorante.
In una parola: di destra.
L’aspetto peggiore, e più preoccupante, è il drastico calo della “professionalità”, anche nelle più consuete operazioni da servizi segreti internazionali.
La notizia rimbalzata ieri su tutti i media era di quelle ghiotte, per giornali costretti ad occuparsi delle miserie della politichetta italiana: “Il Venezuela ha mandato 3,5 milioni (di euro o di dollari, non si capisce bene) al Movimento 5 Stelle”.
Col passare delle ore arrivano i dettagli. La cosa sarebbe avvenuta dieci anni fa, quando il M5S era agli albori (ed elettoralmente non contava niente).
A riceverli sarebbe stato Gianroberto Casaleggio (che nel frattempo è morto, quindi non può neanche smentire).
A portare materialmente la valigetta con i soldi sarebbe stato un personaggio poi condannato per traffico di droga e anche lui, nel frattempo, morto oppure detenuto negli Usa.
A fare da “intermediario” sarebbe stato l’attuale console venezuelano a Milano, che si mette ovviamente a ridere.
Lo scopo – già da solo è una autosmentita della notizia – sarebbe stato quello di appoggiare un nuovo “movimento rivoluzionario anticapitalista e di sinistra nella Repubblica italiana” (i Cinque Stelle?).
Il resto è ordinaria miseria da politichetta italiana, tra noti quaquaraqua che si trincerano dietro un apparentemente rispettoso “attendiamo le indagini della magistratura” e la destra più squallida che cavalca l’onda momentanea senza farsi neanche una domanda.
L’occasione arriva (o viene prodotta) nel momento giusto, mentre i Cinque Stelle sono attraversati da febbri più alte del solito intorno a domande che davvero non tolgono il sonno a nessuno: “sarà o no Giuseppe Conte il nuovo capo del Movimento?”, “il ritorno di Di Battista prelude a una scissione?”, “le battute di Beppe Grillo cosa significano davvero?”, ecc.
Roba buona per il ripetitivo salottino seriale di Lilli Gruber (ricordiamolo: ammessa alle riunioni del Bilderberg insieme a Mario Monti, Vittorio Colao e Chicco Testa; qualcosa vorrà dire...), non certo per fare luce su cosa accadrà in questo Paese dopo l’estate (quando scadranno gli ammortizzatori sociali straordinari e i nuovi disoccupati andranno contati a milioni).
Anche la provenienza dello “scoop” lascia molto a desiderare: uno spagnolo che si definisce giornalista “free lance”, che ha ricevuto una busta per posta con dentro qualche foglio, e che piazza il suo servizio sul giornale Abc, ritenuto piuttosto vicino alla destra franchista di Vox, forza emergente del neofascismo iberico e per questo “simpatica” a Salvini e Meloni.
Il tizio – tal Marcos Garcia Rey – si professa “un esperto” in materia, assicurando di aver “verificato” l’autenticità di documenti e notizia. “Non sono un novellino incosciente: ho 46 anni, coordino un master di giornalismo investigativo, faccio parte dell’Icij, l’International consortium of investigative journalists”; il che significa semplicemente che il tuo indirizzo è tra quelli “appetibili” per mandare “documenti scottanti”.
Il giornalismo libero, o free lance, è una nobile professione, che con fatica e senza soldi facciamo anche noi. E qualcosina, in materia di notizie difficili da verificare, ne sappiamo...
Quelle che riguardano i servizi segreti (oltretutto di altri paesi!) e che arrivano per posta hanno due caratteristiche costanti:
a) non sono verificabili con gli strumenti che possiede un giornalista (qualche numero di telefono di “addetti ai lavori”, al massimo; e vale anche per i professionisti dei “grandi giornali”), il processo di verifica consiste nel chiedere a un paio dei tuoi “contatti” se la cosa è attendibile o meno; ma i tuoi “contatti” sono molto probabilmente o all’oscuro di tutto oppure sono i mittenti del documento che hai ricevuto;
b) stuzzicano il desiderio individuale di fare “il grande salto” nel “giornalismo vero”, ossia quello con stipendi importanti per editori importanti.
Il foglio in questione (chiamarlo “documento” è un’esagerazione) è qui a fianco, potete leggervelo da soli e farvi rapidamente un’opinione. Sta di fatto che già stamattina, a meno di 24 ore dallo “scoop”, i giornali più importanti – affidandosi ai loro “contatti” con i servizi segreti italiani – lo smontano pezzo per pezzo. Timbri sbagliati, diciture inesistenti... una bufala fatta pure male.
Tra i giornali più importanti, da decenni, non può essere annoverata Repubblica, che invece ospita un subacuto commento di Filippo Ceccarelli, tutto incentrato sulle antiche infatuazioni giovanili latinoamericane di alcuni grillini di prima fascia (lo stesso Di Battista, Di Stefano, ecc) e – Udite! Udite! – rispolvera un “può essere” pronunciato nientepopodimeno che dal narcotrafficante Juan Guaidò, autonominatosi “presidente del Venezuela” su investitura della Cia.
Il governo venezuelano, dal canto suo, si è giustamente rifiutato di commentare certe “bambinate”, affidando a un tweet del ministro degli esteri Jorge Arreaza l’unica reazione ufficiale all’ennesima bufala contro il suo Paese.
“La mitomania dei media di destra del mondo contro il Venezuela è un’antologia di antigiornalismo. Sono fabbriche di menzogne, infamie, falsità e calunnie. Riciclano vecchie notizie false con spudorato sensazionalismo. In questo e in altri casi intraprenderemo un’azione legale. Basta!”
Com’è noto, quando soffiano tempi di guerra, la prima vittima è la verità. E il “giornalismo” viene arruolato...
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14/05/2020
La Nato entra in guerra... contro le “fake news”?
Ci aveva abituato alle manovre militari con carri armati, navi ed aerei, ricordiamo l’installazione degli euromissili in Europa o dei sistemi antimissile ai confini, la ricordiamo protagonista dell’aggressione militare contro la ex Jugoslavia. Ma che la Nato del 2020 dichiari guerra alle fake news è decisamente un passaggio che colpisce.
A esplicitare questa priorità strategica è stato proprio il segretario della Nato, un caso di nomen omen visto che si chiama Stoltenberg.
Secondo Stoltemberg la minaccia sono la Cina e la Russia che con la loro propaganda, con la loro disinformazione, sul Covid-19 sono impegnate in atti destabilizzanti contro l’Occidente per guadagnare influenza politica sui partner di Nato ed Unione europea.
In una intervista al quotidiano La Repubblica, completamente embedded nella Nato dopo il recente cambio di proprietà e direzione, Stoltenberg sostiene che “Attori governativi e non governativi cinesi e russi hanno diffuso una massa di disinformazione e propaganda per distorcere la verità”.
Per il segretario della Nato si tratta di un atteggiamento sbagliato, di “un tentativo di Mosca e Pechino di influenzare il dibattito nei partner di Nato e Unione europea, non vedo altra ragione di tanta propaganda e disinformazione”.
Insomma quella che nella Guerra Fredda era la disinformatja, torna ad inquietare la fiducia reciproca e i rapporti euroatlantici. Stoltemberg denuncia “la disinformazione propagata con dichiarazioni pubbliche di soggetti governativi cinesi e russi, c’è tutto un filone di false notizie da fonti nascoste. Un esempio lampante è la fake news secondo la quale la Nato sarebbe stata in procinto di ritirare le truppe dalla Lituania a supporto della quale è stata fatta circolare una falsa lettera a mia firma”.
Il segretario della Nato non dice molto di più ed è costretto ad ammettere di non poter entrare in “dettagli di intelligence”, ma è chiaro che “non è stata l’opera di un dilettante bensì parte di una campagna organizzata e molto complessa spalmata su varie piattaforme e tradotta in diverse lingue. Dobbiamo rimanere molto vigili”.
Ma qual è la vera preoccupazione che rivela questa intervista e l’ossessione che manifesta? È l’indebolimento, la perdita di credibilità e l’insignificanza di prospettive economiche comuni dell’alleanza e degli storici rapporti euroatlantici. Stati Uniti ed Unione Europea fanno a sportellate sui dazi e le relazioni commerciali; le sanzioni Usa e Ue hanno chiuso all’Italia e ai paesi europei i mercati russi, iraniani, venezuelani etc., dentro l’Unione Europea crescono le spinte centrifughe e l’insofferenza verso la supremazia tedesca; il modello mercantilista fondato sull’export sconta la precipitazione dei “mercati altrui” e viene emergendo la necessità di rafforzare la domanda interna ai vari paesi.
In questa crepa si è inserita rapidamente la Cina fornendo mercato e investimenti, agisce la Russia fornitrice di risorse energetiche e di mercati nell’est. La tempestività e l’enfasi sugli aiuti cinesi, russi, cubani durante la prima fase della pandemia di Covid-19 in Italia e, contestualmente, l’assenza e la scarsezza degli aiuti dei partner euroatlantici, hanno scosso profondamente percezioni e rendite di posizione storiche su chi sono e potranno essere gli "amici" di domani.
Che questo sia una contraddizione ormai aperta con gli interessi rappresentati anche dalla Nato lo si capisce dalle parole di Stoltemberg nell’intervista a La Repubblica: “Io ho mobilitato la Nato e gli alleati hanno fatto molto per aiutarsi reciprocamente contro il virus. In generale, sono i governi a decidere se accettare assistenza da chi è disponibile a offrirla. Però è importante che gli aiuti non siano usati per disinformare”. E si capisce anche che la partita è tutt’altro che chiusa: “Dobbiamo essere pronti a una seconda ondata di contagi: se e quando ci sarà, dovremo aver aumentato la nostra resilienza assicurandoci la capacità di non perdere il controllo delle infrastrutture critiche”.
La sostanza di questo ragionamento? Se state nella Nato e nell’Unione Europea dovete accettare di vedere precipitare le condizioni di vita della popolazione e il valore delle vostre aziende. Noi le acquisteremo a due soldi e vi daremo una mano a tenere le proteste sociali sotto il tallone di ferro dichiarando che siete comunque una democrazia. Ma guai se accetterete di commerciare o ricevere investimenti cinesi in Italia.
Un messaggio chiaro che richiederebbe anche nel nostro paese una risposta altrettanto chiara: lo sganciamento dalla vecchia e ormai suicida gabbia euroatlantica, una politica estera neutrale e di non allineamento, una proiezione delle relazioni economiche e commerciali dell’Italia senza più i vincoli che la stanno strangolando ormai da decenni.
Fonte
A esplicitare questa priorità strategica è stato proprio il segretario della Nato, un caso di nomen omen visto che si chiama Stoltenberg.
Secondo Stoltemberg la minaccia sono la Cina e la Russia che con la loro propaganda, con la loro disinformazione, sul Covid-19 sono impegnate in atti destabilizzanti contro l’Occidente per guadagnare influenza politica sui partner di Nato ed Unione europea.
In una intervista al quotidiano La Repubblica, completamente embedded nella Nato dopo il recente cambio di proprietà e direzione, Stoltenberg sostiene che “Attori governativi e non governativi cinesi e russi hanno diffuso una massa di disinformazione e propaganda per distorcere la verità”.
Per il segretario della Nato si tratta di un atteggiamento sbagliato, di “un tentativo di Mosca e Pechino di influenzare il dibattito nei partner di Nato e Unione europea, non vedo altra ragione di tanta propaganda e disinformazione”.
Insomma quella che nella Guerra Fredda era la disinformatja, torna ad inquietare la fiducia reciproca e i rapporti euroatlantici. Stoltemberg denuncia “la disinformazione propagata con dichiarazioni pubbliche di soggetti governativi cinesi e russi, c’è tutto un filone di false notizie da fonti nascoste. Un esempio lampante è la fake news secondo la quale la Nato sarebbe stata in procinto di ritirare le truppe dalla Lituania a supporto della quale è stata fatta circolare una falsa lettera a mia firma”.
Il segretario della Nato non dice molto di più ed è costretto ad ammettere di non poter entrare in “dettagli di intelligence”, ma è chiaro che “non è stata l’opera di un dilettante bensì parte di una campagna organizzata e molto complessa spalmata su varie piattaforme e tradotta in diverse lingue. Dobbiamo rimanere molto vigili”.
Ma qual è la vera preoccupazione che rivela questa intervista e l’ossessione che manifesta? È l’indebolimento, la perdita di credibilità e l’insignificanza di prospettive economiche comuni dell’alleanza e degli storici rapporti euroatlantici. Stati Uniti ed Unione Europea fanno a sportellate sui dazi e le relazioni commerciali; le sanzioni Usa e Ue hanno chiuso all’Italia e ai paesi europei i mercati russi, iraniani, venezuelani etc., dentro l’Unione Europea crescono le spinte centrifughe e l’insofferenza verso la supremazia tedesca; il modello mercantilista fondato sull’export sconta la precipitazione dei “mercati altrui” e viene emergendo la necessità di rafforzare la domanda interna ai vari paesi.
In questa crepa si è inserita rapidamente la Cina fornendo mercato e investimenti, agisce la Russia fornitrice di risorse energetiche e di mercati nell’est. La tempestività e l’enfasi sugli aiuti cinesi, russi, cubani durante la prima fase della pandemia di Covid-19 in Italia e, contestualmente, l’assenza e la scarsezza degli aiuti dei partner euroatlantici, hanno scosso profondamente percezioni e rendite di posizione storiche su chi sono e potranno essere gli "amici" di domani.
Che questo sia una contraddizione ormai aperta con gli interessi rappresentati anche dalla Nato lo si capisce dalle parole di Stoltemberg nell’intervista a La Repubblica: “Io ho mobilitato la Nato e gli alleati hanno fatto molto per aiutarsi reciprocamente contro il virus. In generale, sono i governi a decidere se accettare assistenza da chi è disponibile a offrirla. Però è importante che gli aiuti non siano usati per disinformare”. E si capisce anche che la partita è tutt’altro che chiusa: “Dobbiamo essere pronti a una seconda ondata di contagi: se e quando ci sarà, dovremo aver aumentato la nostra resilienza assicurandoci la capacità di non perdere il controllo delle infrastrutture critiche”.
La sostanza di questo ragionamento? Se state nella Nato e nell’Unione Europea dovete accettare di vedere precipitare le condizioni di vita della popolazione e il valore delle vostre aziende. Noi le acquisteremo a due soldi e vi daremo una mano a tenere le proteste sociali sotto il tallone di ferro dichiarando che siete comunque una democrazia. Ma guai se accetterete di commerciare o ricevere investimenti cinesi in Italia.
Un messaggio chiaro che richiederebbe anche nel nostro paese una risposta altrettanto chiara: lo sganciamento dalla vecchia e ormai suicida gabbia euroatlantica, una politica estera neutrale e di non allineamento, una proiezione delle relazioni economiche e commerciali dell’Italia senza più i vincoli che la stanno strangolando ormai da decenni.
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08/04/2020
Coronavirus - Smontate le principali fake news contro la Cina
C’è un virus che ha ormai contagiato gran parte delle redazioni del circuito informativo mainstream. Non si tratta dell’ormai famigerato Covid-19. Si tratta bensì del virus delle fake news. Un virus che nei confronti della Cina è andato ad acquistare virulenza man mano che il gigante asiatico è riuscito a sconfiggere l’epidemia di Covid-19, mostrando così al mondo intero come il socialismo sia di gran lunga superiore al capitalismo neoliberista capace solo di devastare i sistemi sanitari occidentali. Col risultato che i paesi cosiddetti avanzati si sono trovati letteralmente travolti dal coronavirus.
Contro la Cina hanno scritto e detto, i soliti noti che ormai ben conosciamo e che non citiamo per non regalargli immeritata pubblicità, che ha barato sui numeri come mostrerebbero le consegne delle urne funerarie nella città di Wuhan e cercato di nascondere l’epidemia al mondo.
Queste accuse rispondono al vero? Andiamo a controllare.
Le immagini di lunghe code e pile di urne nelle case funebri di Wuhan - scrive Global Times - hanno dato a politici e media stranieri nuove munizioni per attaccare la trasparenza della Cina sui dati relativi al coronavirus.
Alcuni media occidentali, come Newsweek, hanno fatto una stima audace ma dubbia, usando l'immagine di una lunga fila, alcune dichiarazioni dei residenti locali e urne distribuite, per affermare che Wuhan avesse un bilancio di 26.000 vittime.
La città è rimasta sigillata per due mesi, quindi anche le pompe funebri. Oltre alle morti causate dal virus sono da registrare anche le morti non causate dal virus in una metropoli da 9 milioni di abitanti. Come spiegato da Zheng Shuqian, un dipendente di uno dei centri sanitari della comunità di Wuhan, che ha anche accompagnato i residenti a raccogliere le urne. Un totale di 47.900 persone sono morte a Wuhan nel 2018, il che significa che circa 4.000 persone sono morte mensilmente in media, secondo i dati dell'ufficio di statistica di Wuhan.
I dati ufficiali mostrano che 2.535 persone a Wuhan sono morte a causa del virus, portando il tasso di moralità della città al 4,6 per cento.
Martedì, la Cina ha anche ordinato l'inclusione dei casi di coronavirus senza sintomi nella cifra delle statistiche nazionali. Ma il numero è relativamente piccolo. Secondo la National Health Commission (NHC), un totale di 1.541 pazienti asintomatici sono stati messi sotto osservazione in Cina a partire da lunedì.
Il quotidiano South China Morning Post, ha affermato di aver ottenuto un documento riservato dove viene detto che la Cina ha omesso di riferire tutti i suoi casi confermati di COVID-19, circa un terzo, ossia più di 40.000 infezioni.
L'NHC ha dichiarato martedì che le autorità hanno iniziato a censire i pazienti asitomatici già dal 28 gennaio. Ai pazienti asintomatici e ai loro stretti contatti è stato richiesto di mettersi in quarantena di 14 giorni, il che ha confuta le affermazioni secondo cui la Cina non è riuscita a regolare o aveva "coperto" questo gruppo di pazienti.
Martedì gli esperti medici hanno anche dichiarato al Global Times che era ragionevole per la Cina escludere in precedenza i pazienti asintomatici, perché se uno non ha sintomi non ha bisogno di essere curato.
Wang Guangfa, direttore del dipartimento di medicina respiratoria e di terapia intensiva presso il Primo Ospedale dell'Università di Pechino, ha sottolineato che la Cina ha testato e riportato più soggetti rispetto ad alcuni paesi occidentali, tra cui persone con sintomi lievi e contatti stretti.
All'inizio dell'epidemia, la Cina ha trascurato di controllare sospetti contagiati e stretti contatti a causa della mancanza di conoscenza del virus e dell'assenza di kit di test. Il governo è stato presto avvisato dalla gravità del virus e ha corso contro il tempo per radunare quelli che dovevano essere messi in isolamento, e ha classificato le misure di quarantena di tutti i pazienti COVID-19, casi sospetti e contatti stretti.
Il virologo belga Guido Vanham, ex capo della virologia presso l'Istituto di medicina tropicale dell'Università di Anversa, ritiene che la Cina abbia svolto un lavoro migliore rispetto alla maggior parte dei paesi in Europa e negli Stati Uniti. È possibile che all'inizio ci siano state alcune esitazioni a Wuhan e Hubei, ma questa era una situazione completamente nuova. È molto meno comprensibile che la maggior parte dei paesi europei e degli Stati Uniti, dopo aver visto ciò che era accaduto in Cina, non abbiano anticipato in precedenza e abbiano esitato così a lungo a prendere le misure appropriate, che sono in esecuzione proprio ora.
I paesi potrebbero non aver creato un sistema per identificare i pazienti con COVID-19, ma hanno una base diagnostica molto simile, tra cui sintomi clinici, CT e risultati dei test nucleici, ha affermato l'epidemiologo capo del Centro cinese per le malattie e il controllo Zeng Guang, rilevando che è sbagliato accusare la Cina di adottare diversi criteri diagnostici solo per ridurre il numero di infezioni del paese.
I media britannici hanno affermato che il primo ministro Boris Johnson è stato avvertito da alcuni consulenti scientifici che le statistiche dichiarate ufficialmente dalla Cina sul numero di casi di infezione da coronavirus potrebbero essere “sottostimate da un fattore di 15 a 40 volte", ma tali rapporti non specificavano chi fossero i consulenti o come sono arrivati alle loro conclusioni.
L’accusa però è totalmente infondata.
A tali accuse infondate non potevano non unirsi i politici USA. Il presidente Trump ha espresso i suoi dubbi sul numero di casi COVID-19 segnalati dalla Cina. "Non sappiamo quali sono i numeri in Cina", ha detto il presidente quando gli è stato chiesto da un giornalista se fosse sorpreso che gli Stati Uniti abbiano superato la Cina nel numero dei casi.
Unendosi a Trump, il senatore Marco Rubio - uno dei falchi in servizio permanente contro i paesi progressisti e socialisti in America Latina - ha scritto su Twitter che si tratta di "un cattivo giornalismo" riferire che gli Stati Uniti hanno più casi di coronavirus rispetto alla Cina, in quanto "[noi] non abbiamo IDEA di quanti casi la Cina abbia realmente, ma senza dubbio sono significativamente più di quanto ammettano”.
Molti politici in Occidente sono avvelenati da questa "mentalità malsana" che rende difficile per loro accettare il fatto che l'epidemia si stata neutralizzata in Cina così in fretta, ha detto il professor Zhang Yiwu dell'Università di Pechino.
Zhang ha affermato che la mentalità origina dalla loro supposta "supremazia occidentale" ed è stata amplificata dal netto contrasto tra la vittoria graduale della Cina sul virus nei confronti dei loro strazianti sforzi di prevenzione del virus.
"In precedenza avevano criticato le misure di blocco della Cina e la sua costruzione di ospedali improvvisati, che in seguito si sono rivelati l'unica soluzione efficace ed è stato come uno schiaffo in faccia. Quindi hanno spostato il loro attacco alla Cina sulla trasparenza dei dati".
Gli osservatori hanno notato che è inutile incolparsi l'un l'altro in un momento così critico, poiché tutti sono esposti al danno del virus. "È tempo che i paesi si uniscano per combattere insieme il virus", ha esortato Zhang.
Fonte
Contro la Cina hanno scritto e detto, i soliti noti che ormai ben conosciamo e che non citiamo per non regalargli immeritata pubblicità, che ha barato sui numeri come mostrerebbero le consegne delle urne funerarie nella città di Wuhan e cercato di nascondere l’epidemia al mondo.
Queste accuse rispondono al vero? Andiamo a controllare.
Le immagini di lunghe code e pile di urne nelle case funebri di Wuhan - scrive Global Times - hanno dato a politici e media stranieri nuove munizioni per attaccare la trasparenza della Cina sui dati relativi al coronavirus.
Alcuni media occidentali, come Newsweek, hanno fatto una stima audace ma dubbia, usando l'immagine di una lunga fila, alcune dichiarazioni dei residenti locali e urne distribuite, per affermare che Wuhan avesse un bilancio di 26.000 vittime.
La città è rimasta sigillata per due mesi, quindi anche le pompe funebri. Oltre alle morti causate dal virus sono da registrare anche le morti non causate dal virus in una metropoli da 9 milioni di abitanti. Come spiegato da Zheng Shuqian, un dipendente di uno dei centri sanitari della comunità di Wuhan, che ha anche accompagnato i residenti a raccogliere le urne. Un totale di 47.900 persone sono morte a Wuhan nel 2018, il che significa che circa 4.000 persone sono morte mensilmente in media, secondo i dati dell'ufficio di statistica di Wuhan.
I dati ufficiali mostrano che 2.535 persone a Wuhan sono morte a causa del virus, portando il tasso di moralità della città al 4,6 per cento.
Martedì, la Cina ha anche ordinato l'inclusione dei casi di coronavirus senza sintomi nella cifra delle statistiche nazionali. Ma il numero è relativamente piccolo. Secondo la National Health Commission (NHC), un totale di 1.541 pazienti asintomatici sono stati messi sotto osservazione in Cina a partire da lunedì.
Il quotidiano South China Morning Post, ha affermato di aver ottenuto un documento riservato dove viene detto che la Cina ha omesso di riferire tutti i suoi casi confermati di COVID-19, circa un terzo, ossia più di 40.000 infezioni.
L'NHC ha dichiarato martedì che le autorità hanno iniziato a censire i pazienti asitomatici già dal 28 gennaio. Ai pazienti asintomatici e ai loro stretti contatti è stato richiesto di mettersi in quarantena di 14 giorni, il che ha confuta le affermazioni secondo cui la Cina non è riuscita a regolare o aveva "coperto" questo gruppo di pazienti.
Martedì gli esperti medici hanno anche dichiarato al Global Times che era ragionevole per la Cina escludere in precedenza i pazienti asintomatici, perché se uno non ha sintomi non ha bisogno di essere curato.
Wang Guangfa, direttore del dipartimento di medicina respiratoria e di terapia intensiva presso il Primo Ospedale dell'Università di Pechino, ha sottolineato che la Cina ha testato e riportato più soggetti rispetto ad alcuni paesi occidentali, tra cui persone con sintomi lievi e contatti stretti.
All'inizio dell'epidemia, la Cina ha trascurato di controllare sospetti contagiati e stretti contatti a causa della mancanza di conoscenza del virus e dell'assenza di kit di test. Il governo è stato presto avvisato dalla gravità del virus e ha corso contro il tempo per radunare quelli che dovevano essere messi in isolamento, e ha classificato le misure di quarantena di tutti i pazienti COVID-19, casi sospetti e contatti stretti.
Il virologo belga Guido Vanham, ex capo della virologia presso l'Istituto di medicina tropicale dell'Università di Anversa, ritiene che la Cina abbia svolto un lavoro migliore rispetto alla maggior parte dei paesi in Europa e negli Stati Uniti. È possibile che all'inizio ci siano state alcune esitazioni a Wuhan e Hubei, ma questa era una situazione completamente nuova. È molto meno comprensibile che la maggior parte dei paesi europei e degli Stati Uniti, dopo aver visto ciò che era accaduto in Cina, non abbiano anticipato in precedenza e abbiano esitato così a lungo a prendere le misure appropriate, che sono in esecuzione proprio ora.
I paesi potrebbero non aver creato un sistema per identificare i pazienti con COVID-19, ma hanno una base diagnostica molto simile, tra cui sintomi clinici, CT e risultati dei test nucleici, ha affermato l'epidemiologo capo del Centro cinese per le malattie e il controllo Zeng Guang, rilevando che è sbagliato accusare la Cina di adottare diversi criteri diagnostici solo per ridurre il numero di infezioni del paese.
I media britannici hanno affermato che il primo ministro Boris Johnson è stato avvertito da alcuni consulenti scientifici che le statistiche dichiarate ufficialmente dalla Cina sul numero di casi di infezione da coronavirus potrebbero essere “sottostimate da un fattore di 15 a 40 volte", ma tali rapporti non specificavano chi fossero i consulenti o come sono arrivati alle loro conclusioni.
L’accusa però è totalmente infondata.
A tali accuse infondate non potevano non unirsi i politici USA. Il presidente Trump ha espresso i suoi dubbi sul numero di casi COVID-19 segnalati dalla Cina. "Non sappiamo quali sono i numeri in Cina", ha detto il presidente quando gli è stato chiesto da un giornalista se fosse sorpreso che gli Stati Uniti abbiano superato la Cina nel numero dei casi.
Unendosi a Trump, il senatore Marco Rubio - uno dei falchi in servizio permanente contro i paesi progressisti e socialisti in America Latina - ha scritto su Twitter che si tratta di "un cattivo giornalismo" riferire che gli Stati Uniti hanno più casi di coronavirus rispetto alla Cina, in quanto "[noi] non abbiamo IDEA di quanti casi la Cina abbia realmente, ma senza dubbio sono significativamente più di quanto ammettano”.
Molti politici in Occidente sono avvelenati da questa "mentalità malsana" che rende difficile per loro accettare il fatto che l'epidemia si stata neutralizzata in Cina così in fretta, ha detto il professor Zhang Yiwu dell'Università di Pechino.
Zhang ha affermato che la mentalità origina dalla loro supposta "supremazia occidentale" ed è stata amplificata dal netto contrasto tra la vittoria graduale della Cina sul virus nei confronti dei loro strazianti sforzi di prevenzione del virus.
"In precedenza avevano criticato le misure di blocco della Cina e la sua costruzione di ospedali improvvisati, che in seguito si sono rivelati l'unica soluzione efficace ed è stato come uno schiaffo in faccia. Quindi hanno spostato il loro attacco alla Cina sulla trasparenza dei dati".
Gli osservatori hanno notato che è inutile incolparsi l'un l'altro in un momento così critico, poiché tutti sono esposti al danno del virus. "È tempo che i paesi si uniscano per combattere insieme il virus", ha esortato Zhang.
Fonte
26/03/2020
L’urgenza di un “nemico”, per allontanare da sè il proprio fallimento
Essere chiusi in casa e necessità di farsene una ragione “altra da noi” può produrre mostri.
L’emergenza che tutti stiamo vivendo a causa della pandemia di coronavirus, ha visto in questi giorni proliferare nel deep web la tesi secondo cui il virus è colpa dei cinesi. Lo strumento per questa idiozia è un vecchio video del 2015 della trasmissione scientifica del TGR Leonardo su una simulazione in laboratorio di una pandemia simile a quella con cui stiamo combattendo in questi mesi.
Il TGR Leonardo nel servizio del 2015 dava notizia di uno studio pubblicato il 12 novembre dello stesso anno sulla rivista scientifica Nature e nel quale si resocontava di una simulazione scientifica sulla creazione di un supervirus polmonare per motivi di studio in Cina.
Apriti cielo!
È partita subito dall’alto e dal basso una campagna virale (nel senso della diffusione in rete in questo caso) di accuse alla Cina di aver pianificato il tutto da tempo.
Inutile dire che il video in questione e la tesi anticinese sono stati condivisi anche da Salvini sulla sua pagina facebook, il leader della Lega ha annunciato un’interrogazione urgente al governo ed ha così legittimato la campagna di fake news. Altrettanto inutile dire che dietro gli è andata anche la Meloni. Chi si piglia si somiglia!!
Ovviamente numerosi scienziati ed esperti hanno smentito l’ipotesi che l’attuale virus possa avere avuto origine in laboratorio. Il video di TGR Leonardo racconta di come un gruppo di ricercatori cinesi abbia innestato una proteina presa dai pipistrelli sul virus della Sars, la polmonite acuta, derivata dai topi. In questo modo veniva creato un “supervirus” per motivi di studi.
La stessa rivista Nature, il 17 marzo scorso ha pubblicato uno studio realizzato da un gruppo internazionale di ricerca guidato dal californiano Scripps Research Institute, in cui si giunge alla conclusione che il virus SarsCoV2 non è nato in laboratorio ma è nato in natura.
Una netta smentita è arrivata anche dal professor Enrico Bucci, docente alla Templey University (Usa), epidemiologo di fama mondiale in una intervista a RaiNews24: “Il Covid-19 non è lo stesso virus creato in laboratorio dai cinesi nel 2015“. Una smentita decisamente categorica. “Il virus creato nel 2015 – dice il professor Bucci – non aveva capacità epidemica. Inoltre è indubbio che il Covid-19 non è stato creato in laboratorio ma è frutto di una selezione naturale“.
Secondo Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute e rappresentante italiano all’Oms, quella diffusa strumentalmente sul web “è una notizia destituita da ogni fondamento come dimostrato da uno studio pubblicato da Nature che ha analizzato con tecniche e competenze sofisticatissime che questo virus non è nato in laboratorio ma è frutto di una evoluzione. In questo momento è più importante che mai affidarsi solo a fonti scientifiche accreditate e non credere a quello che viene sbandierato sui social, in questo caso un servizio che si riferiva a una situazione completamente diversa“.
Anche la redazione del TGR Leonardo, attraverso Silvia Rosa Brusin, ha sottolineato che “tra quel virus e il virus attuale non c’è parentela, se non la stessa modalità di azione. Il Covid-19 è di originale naturale come la rivista Nature ha dimostrato decodificando la sequenza genica. In laboratorio si realizzano molti esperimenti per simulare ciò che potrebbe avvenire in realtà. Come dimostra la sequenza dei geni, non è lo stesso virus”.
Nessuno finora ha trovato traccia di ingegnerizzazione – cioè la creazione in laboratorio – relativa al virus Sars-cov-2.
Dunque tutte le massime autorità scientifiche, inclusa la rivista Nature che pubblicò lo studio nel 2015, smentiscono le notizie diffusesi in questi giorni su un virus creato in laboratorio dai cinesi.
Ma perché assistiamo a questa campagna di manipolazione e distorsione informativa? Come abbiamo visto non si tratta solo di “bestie da tastiera della Bestia”. Lo stesso Salvini ha avallato in qualche modo questa tesi. Prima e con maggior enfasi di lui lo aveva fatto Trump. E qui il cerchio torna a quadrare.
Appare fin troppo evidente che il personale politico più indecente tra le classi dirigenti indecenti della storia contemporanea – e Salvini, Trump, Johnson sono certamente tra questi – sta cercando di raggiungere un doppio obiettivo:
a) avendo fatto fortuna politica costruendo nemici su cui convogliare e scatenare l’odio, di fronte ad un nemico invisibile sono entrati in crisi. Ragione per cui “un nemico”, uno qualsiasi, diventa vitale per sopravvivere politicamente. Quindi: dare addosso ai cinesi. Ci avevano provato anche all’inizio dell’emergenza coronavirus, ma erano stati smentiti e smascherati.
b) La seconda ragione è ancora più vitale della prima. Questa pandemia sta mostrando a intere società i limiti e le storture insanabili di un modello economico/sociale capitalista fin qui dominante e unico.
Nelle schiene di banchieri, industriali, manager, dirigenti, tecnocrati e politici sta scorrendo da settimane un brivido lungo la schiena.
Che la soluzione all’emergenza venga indicata e sostenuta attivamente da paesi che hanno un altro modello economico/sociale è come l’effetto della battaglia e della vittoria di Stalingrado, nella seconda guerra mondiale, sulle giovani generazioni che avevano aderito entusiasticamente al fascismo e al nazismo in Europa: uno shock che cambia completamente i parametri di riferimento.
E allora si capisce sia il timore sia l’isteria che le “Bestie” cercando di esorcizzare, anche diffondendo altre fake news nella rete.
Fonte
L’emergenza che tutti stiamo vivendo a causa della pandemia di coronavirus, ha visto in questi giorni proliferare nel deep web la tesi secondo cui il virus è colpa dei cinesi. Lo strumento per questa idiozia è un vecchio video del 2015 della trasmissione scientifica del TGR Leonardo su una simulazione in laboratorio di una pandemia simile a quella con cui stiamo combattendo in questi mesi.
Il TGR Leonardo nel servizio del 2015 dava notizia di uno studio pubblicato il 12 novembre dello stesso anno sulla rivista scientifica Nature e nel quale si resocontava di una simulazione scientifica sulla creazione di un supervirus polmonare per motivi di studio in Cina.
Apriti cielo!
È partita subito dall’alto e dal basso una campagna virale (nel senso della diffusione in rete in questo caso) di accuse alla Cina di aver pianificato il tutto da tempo.
Inutile dire che il video in questione e la tesi anticinese sono stati condivisi anche da Salvini sulla sua pagina facebook, il leader della Lega ha annunciato un’interrogazione urgente al governo ed ha così legittimato la campagna di fake news. Altrettanto inutile dire che dietro gli è andata anche la Meloni. Chi si piglia si somiglia!!
Ovviamente numerosi scienziati ed esperti hanno smentito l’ipotesi che l’attuale virus possa avere avuto origine in laboratorio. Il video di TGR Leonardo racconta di come un gruppo di ricercatori cinesi abbia innestato una proteina presa dai pipistrelli sul virus della Sars, la polmonite acuta, derivata dai topi. In questo modo veniva creato un “supervirus” per motivi di studi.
La stessa rivista Nature, il 17 marzo scorso ha pubblicato uno studio realizzato da un gruppo internazionale di ricerca guidato dal californiano Scripps Research Institute, in cui si giunge alla conclusione che il virus SarsCoV2 non è nato in laboratorio ma è nato in natura.
Una netta smentita è arrivata anche dal professor Enrico Bucci, docente alla Templey University (Usa), epidemiologo di fama mondiale in una intervista a RaiNews24: “Il Covid-19 non è lo stesso virus creato in laboratorio dai cinesi nel 2015“. Una smentita decisamente categorica. “Il virus creato nel 2015 – dice il professor Bucci – non aveva capacità epidemica. Inoltre è indubbio che il Covid-19 non è stato creato in laboratorio ma è frutto di una selezione naturale“.
Secondo Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute e rappresentante italiano all’Oms, quella diffusa strumentalmente sul web “è una notizia destituita da ogni fondamento come dimostrato da uno studio pubblicato da Nature che ha analizzato con tecniche e competenze sofisticatissime che questo virus non è nato in laboratorio ma è frutto di una evoluzione. In questo momento è più importante che mai affidarsi solo a fonti scientifiche accreditate e non credere a quello che viene sbandierato sui social, in questo caso un servizio che si riferiva a una situazione completamente diversa“.
Anche la redazione del TGR Leonardo, attraverso Silvia Rosa Brusin, ha sottolineato che “tra quel virus e il virus attuale non c’è parentela, se non la stessa modalità di azione. Il Covid-19 è di originale naturale come la rivista Nature ha dimostrato decodificando la sequenza genica. In laboratorio si realizzano molti esperimenti per simulare ciò che potrebbe avvenire in realtà. Come dimostra la sequenza dei geni, non è lo stesso virus”.
Nessuno finora ha trovato traccia di ingegnerizzazione – cioè la creazione in laboratorio – relativa al virus Sars-cov-2.
Dunque tutte le massime autorità scientifiche, inclusa la rivista Nature che pubblicò lo studio nel 2015, smentiscono le notizie diffusesi in questi giorni su un virus creato in laboratorio dai cinesi.
Ma perché assistiamo a questa campagna di manipolazione e distorsione informativa? Come abbiamo visto non si tratta solo di “bestie da tastiera della Bestia”. Lo stesso Salvini ha avallato in qualche modo questa tesi. Prima e con maggior enfasi di lui lo aveva fatto Trump. E qui il cerchio torna a quadrare.
Appare fin troppo evidente che il personale politico più indecente tra le classi dirigenti indecenti della storia contemporanea – e Salvini, Trump, Johnson sono certamente tra questi – sta cercando di raggiungere un doppio obiettivo:
a) avendo fatto fortuna politica costruendo nemici su cui convogliare e scatenare l’odio, di fronte ad un nemico invisibile sono entrati in crisi. Ragione per cui “un nemico”, uno qualsiasi, diventa vitale per sopravvivere politicamente. Quindi: dare addosso ai cinesi. Ci avevano provato anche all’inizio dell’emergenza coronavirus, ma erano stati smentiti e smascherati.
b) La seconda ragione è ancora più vitale della prima. Questa pandemia sta mostrando a intere società i limiti e le storture insanabili di un modello economico/sociale capitalista fin qui dominante e unico.
Nelle schiene di banchieri, industriali, manager, dirigenti, tecnocrati e politici sta scorrendo da settimane un brivido lungo la schiena.
Che la soluzione all’emergenza venga indicata e sostenuta attivamente da paesi che hanno un altro modello economico/sociale è come l’effetto della battaglia e della vittoria di Stalingrado, nella seconda guerra mondiale, sulle giovani generazioni che avevano aderito entusiasticamente al fascismo e al nazismo in Europa: uno shock che cambia completamente i parametri di riferimento.
E allora si capisce sia il timore sia l’isteria che le “Bestie” cercando di esorcizzare, anche diffondendo altre fake news nella rete.
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