Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
27/08/2026
Chi è Brad Parscale, il fabbricatore di bot & troll fascisti e filo-israeliani
Che sia in Argentina, Cile, Brasile o Honduras, un piccolo gruppo di attivisti dedicati alla consulenza elettorale e politica ha stabilito reti sfumate in cui il legale e l’illegale si intrecciano e in cui l’accumulo di potere nell’ombra viene usato, per lo più, per lo sviluppo di attività criminali e per la consumazione di crimini indicibili.
In tutti i casi, colui che si trova al centro nevralgico di questa rete underground è Brad Parscale, che i suoi seguaci considerano il principale “guru digitale” dell’estrema destra.
Originario di Topeka, Kansas, e con una laurea in studi finanziari internazionali presso la Trinity University, nel 2012 Parscale, fino ad allora un operatore digitale sconosciuto, si è aggregato alla famiglia Trump come progettista dei siti dei suoi vari prodotti aziendali.
Ma è stato nel 2016 che ha ottenuto la sua consacrazione contribuendo a trasformare la piattaforma pubblicitaria di Facebook grazie a un’iniziativa di micro-segmentazione tra diversi tipi di pubblico, una mossa strategica per promuovere la vittoria elettorale di Donald Trump.
Per raggiungere il suo obiettivo, Parscale non esitò a rivolgersi ai servizi di Cambridge Analytica, una società responsabile della fuga informatica di milioni di dati su potenziali elettori che, unita a una campagna sporca di bugie, distorsioni, pubblicità fuorvianti e accuse false, sarebbe diventata un modus operandi per lo sviluppo di future strategie elettorali iper-tecnologiche affrontate dall’estrema destra in tutto il pianeta.
Sulla base del successo politico del 2016, Parscale ha assunto il ruolo di responsabile della campagna per la rielezione di Trump nel 2020; tuttavia, sarebbe stato licenziato pochi mesi dopo.
Non più in diretto contatto con l’attuale presidente, sebbene lo abbia fatto con diversi leader della gioventù trumpiana, Parscale si è poi dedicato a costruire un conglomerato digitale, nella percezione che la politica non significhi più solo persuadere gli elettori, ma si concentri anche sul padroneggiare gli algoritmi che determinano ciò che le persone vedono e ciò in cui possono credere.
Nel settembre 2025, l’ex consigliere di Trump è stato nuovamente arruolato quando, tramite la sua azienda, Clock Tower X, è stato assunto per ripulire l’immagine del governo israeliano, severamente criticato a livello globale per le sue azioni a Gaza dopo gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023.
Sebbene la campagna fosse ufficialmente mirata a combattere l’aumento dell’antisemitismo online, in realtà lo scopo era impedire ai giovani conservatori di rivoltarsi contro Israele, in un processo che è peggiorato, soprattutto dalla recente guerra degli Stati Uniti contro l’Iran in poi.
Secondo il Wall Street Journal, il contratto da 45 milioni di dollari includeva l’emissione di milioni di messaggi di testo generati dall’intelligenza artificiale e inviati ai telefoni cellulari statunitensi da un gruppo chiamato “Friends for Peace”.
L’operazione è stata condotta tramite un gruppo di media e agenzie di PR interconnesse, tutte gestite da Parscale e supportate da influencer dell’ecosistema conservatore di destra che, sui loro social media, dovevano colpire i giovani con un linguaggio specifico nei post relativi a Israele.
Secondo la rivista Time, l’azienda di Parscale produrrebbe 100 contenuti originali al mese, con almeno l’80% che prenderebbe di mira la “Gen Z” su TikTok, Instagram, YouTube e podcast.
Parscale ha promesso che l’iniziativa avrebbe generato almeno 50 milioni di impressioni digitali al mese, oltre a influenzare il modo con cui strumenti di IA come ChatGPT di OpenAI, Claude di Anthropic e Gemini di Google hanno caratterizzato Israele e la sua politica a Gaza.
La spina dorsale da cui si è strutturata tutta questa operazione mediatica era Salem Media Network e i suoi “canali di distribuzione allineati”: una vasta società di trasmissione ed editoria conservatrice di orientamento cristiano, dove Parscale ricopre il ruolo di chief strategy officer.
Altre aziende di sua proprietà o che lui stesso aveva creato, come Campaign Nucleus e Influenceable, avrebbero avuto la responsabilità di penetrare direttamente nei giovani ospiti di ultradestra di Trump. Ma, finora, non sembra che la missione di Parscale abbia avuto successo.
Secondo il Pew Research Center, l’opinione positiva sia su Israele che su Netanyahu è in calo dal 2025: solo il 32% degli americani ora ha un’opinione favorevole del governo israeliano, il livello più basso degli ultimi decenni.
La tendenza si approfondisce ancora di più quando, secondo lo stesso studio, i repubblicani sotto i 30 anni hanno opinioni simili sia sugli israeliani che sui palestinesi, il che rappresenta un cambiamento radicale rispetto a quanto avvenuto qualche anno fa, quando erano molto più propensi a favorire i primi.
In un momento di crescente giudeofobia negli Stati Uniti, che cresce dal 2023, il sostegno della Casa Bianca a Israele è stato anche una delle principali cause della crisi che il finora inespugnabile movimento MAGA sta iniziando a soffrire nelle ultime settimane, e che si sta frammentando a causa dell’emergere di un nuovo settore critico nei confronti del coinvolgimento degli Stati Uniti nei conflitti esterni, come quello che si svolge da sei mesi contro l’Iran, ancora senza una soluzione chiara in vista.
Dalle sue basi a Washington e Miami, e senza trascurare i suoi affari con governi come Israele, Parscale credeva anche nella possibilità di erigere governi autoritari e anti-popolari sulla scena latinoamericana.
In generale, con collaboratori di basso rango e legato al Dipartimento di Stato guidato da Marco Rubio e ai leader repubblicani della Florida, Parscale ha fatto appello alla sua conoscenza oscura per contribuire a rovesciare le alternative progressiste e a sostituirle con figure costruite nei laboratori politici dell’ultra-destra, come Jair Bolsonaro, Javier Milei, Nasry Asfura e Rodrigo Paz, il presidente boliviano che aveva proprio Cerimedo come principale consigliere e che oggi dimostra che colui a cui ha dato tutti i benefici e privilegi per i suoi presunti contatti con Washington è lo stesso soggetto che potrebbe causare la sua drammatica uscita dal potere in un mandato non troppo lontano.
Come pubblicato su The New Yorker, l’espressione di Tara McGowan, consulente democratica e consigliera di Hillary Clinton, è stata dedicata a Parscale dopo le elezioni del 2016, ma potrebbe riferirsi a Fernando Cerimedo o a qualsiasi altro consulente “star” dell’estrema destra: “Non devi essere un genio per avere un impatto enorme. Non devi nemmeno infrangere le regole. Una persona comune, con abbastanza tempo, denaro e supporto, può usare Facebook per aiutare un demagogo a vincere un’elezione nazionale”.
Note
1) Fernando Cerimero è accusato aver pianificato l’omicidio della sua fidanzata, Nadia Beller, con l’aiuto di due sicari. È molto più di un brutale tentativo di femminicidio. Dal suo arresto si è aperta un vaso di Pandora che mostra il fondatore di La Derecha Diario, per ora dietro le sbarre, come un esponente di politiche di cui ha beneficiato non solo Javier Milei in Argentina. I suoi servizi si sono infatti estesi in Perù, Cile, Honduras, Bolivia e Brasile. Cerimedo è uno dei collegamenti che collegano l’estrema destra regionale. “L’uomo MAGA in America Latina“, lo ha definito The Economist lo scorso dicembre.
Fonte
18/08/2026
Palestina e attivismo visuale. Attivare il visibile e squarciare lo sguardo coloniale
di Gioacchino Toni
Nicholas Mirzoeff, Vedere nell’oscurità. Palestina e attivismo visuale, traduzione di Rosa Cinelli, Meltemi, Milano, 2026, pp. 162, € 15,00
Mosso dalla particolare condizione di essere ebreo e al contempo fermamente antisionista, in Vedere nell’oscurità
(Meltemi, 2026), Nicholas Mirzoeff, docente di Media, Culture and
Communication all’Università di New York, sostiene la necessità di
contrapporre al «visibile passivo», imposto dai media ufficiali,
l’attivazione di una «relazione visibile» incentrata su tre elementi:
- il diritto reciproco di guardare,
- quello di essere visti nel modo che si è scelto per sé stessi
- e il «diritto all’opacità», ossia di sottrarsi allo sguardo del controllo, sia esso quello maschile ed eteropatriarcale, quello bianco e colonialista o quello della sorveglianza automatizzata.
Se, come afferma Silvia Federici, «la Palestina è il mondo», allora oggi, sostiene Mirzoeff, vedere la Palestina significa vedere il mondo e agire a sostegno della sua libertà.
Riflettendo sull’attivismo visuale sorto a sostegno della popolazione palestinese, lo studioso evidenzia come – nonostante i filtri imposti sul materiale proveniente da Gaza reputato “sconveniente” (ad Israele e all’intero Occidente) – le “piattaforme mediali estrattiviste” siano rimaste vittime della logica bulimica inscritta nei loro stessi codici di funzionamento, consentendo così alla popolazione mondiale di prendere visione del colonialismo. Si veda a tal proposito l’analisi proposta da Silvano Cacciari nel suo scritto Palestina, la radicalizzazione algoritmica («Carmillaonline», 14 maggio 2026).
Mentre la violenza di Stato opera per isolare ogni individuo impedendo qualsiasi forma di visione collettiva, sostiene Mirzoeff, l’adozione di un coinvolgimento attivo consente la trasformazione della dissociazione in nuove forme di associazione, come dimostrano gli accampamenti solidali con Gaza sorti in numerose università a livello planetario che lo studioso definisce espressioni embrionali di «intifada mondiale». Il supporto a Gaza attraverso i social media ha modificato in maniera tangibile le politiche visuali, dapprima tra i più giovani e poi in modo diffuso. Certo, è occorso tempo affinché la repulsione si trasformasse in azione, ma ciò è accaduto, come dimostrano le imponenti e diffuse manifestazioni in solidarietà con il popolo palestinese. Da tale contesto visuale lo studioso deriva una particolare modalità di vedere così definita e sintetizzata:
Vedere nell’oscurità comporta attivare il visibile contro lo sguardo bianco, e dominante, del colonialismo d’insediamento. L’“oscurità” è lo spazio esterno al ristretto campo dello sguardo bianco, delimitato dalla prospettiva centrale e da altre tecnologie visive incarnate oggi, in modo emblematico, dai velivoli senza equipaggio, o droni. Non corrisponde all’oscurità in senso letterale, per quanto la notte sia stata spesso una risorsa per le comunità colonizzate o ridotte in schiavitù. Consiste, piuttosto, in un vedere con entrambi gli occhi. Delinea un modo di guardare sempre relazionale, sempre diverso, sempre rivolto agli altri. Lungi dall’essere l’atto isolato di un singolo, vedere nel buio è un processo collettivo e collaborativo che custodisce una resilienza e un amore il cui nome più antico è solidarietà. Da solo non riesco a vedere nell’oscurità, ma noi, collettivamente, sì [p. 45].
Lo sguardo coloniale contemporaneo ha la sua espressione più vivida nel punto di vista zenitale del drone che, filtrato da uno schermo, giunge al militare che si mantiene a distanza di sicurezza. Uno sguardo che osserva il mondo perpendicolarmente, appiattendo le figure umane in una visione che privilegia le forme geometriche degli edifici, delle strade e degli autoveicoli. Vedere nell’oscurità, sostiene Mirzoeff, significa vedere al di fuori della cosiddetta kill box del drone, oltre il ristretto campo visivo dello sguardo colonialista. «È il modo di guardare di chi è sorvegliato, non di chi sorveglia», nei momenti in cui riesce a sottrarsi al controllo. «Vedere nel buio» è anche «un esercizio di solidarietà» che consente di, «osservare la pratica stessa del colonialismo» [p. 52].
Nello sguardo dall’alto del drone, manifestazione tangibile dello sguardo coloniale bianco che adotta la cosiddetta «prospettiva a volo d’uccello», è possibile individuare lo sguardo dei “superpredatori” a cui lo studioso contrappone la controvisualità dei volatili “comuni” che si muovono in forma comunitaria. «Lo stormo è l’atto di vedere nel buio», quel commons verso cui ci si muove supportati dalla «disperazione senza sconfitta». Lo stormo è la «negazione del consenso alle pratiche del genocidio».
Nel pensare di poter imporre la propria visione attraverso la reiterazione di una narrazione a proprio favore, lo Stato israeliano ha, di fatto, sottostimato come gli smartphone – diffusi nel mondo arabo, Gaza compresa, esattamente come nel mondo occidentale – possano sfuggire al suo controllo, nonostante tutti i filtri messi in atto. «I video e le fotografie visualizzati tramite lo smartphone influenzano e sono a loro volta influenzati dall’utente, che non è un osservatore disincarnato, come un drone, ma una presenza implicata e incarnata» [p. 59] capace di empatia nei confronti di chi sta subendo la violenza coloniale.
Il confluire sulle piattaforme del materiale visivo documentario prodotto a Gaza, e il suo permanervi anche solo il tempo necessario per essere scaricato e inoltrato, ha consentito che la visione e la condivisione trasformassero la dissociazione in associazione, la repulsione in azione, generando così un inedito senso di vicinanza e solidarietà.
Soffermandosi sulla, seppur breve, esperienza degli accampamenti solidali con Gaza che, a partire dall’aprile del 2024, si sono diffusi davanti alle università in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti, con l’obiettivo di chiedere conto pubblicamente agli atenei del loro sostegno diretto o indiretto a Israele, Mirzoeff riconosce loro il merito di aver reso visibile perché la Palestina, come afferma Silvia Federici, «è il mondo». Tali presidi hanno indubbiamente squarciato la «realtà bianca» capitalista permettendo il manifestarsi di un attivismo visuale anticoloniale.
A partire da Occupy Wall Street, nel 2011, i presidi sono stati luoghi ad altissima visibilità, caratterizzati da un modo di vedere reciproco e diretto. Prima di tutto, i manifestanti hanno collocato i propri corpi nello spazio pubblico, rivendicando il diritto di essere visti. In questo spazio urbano riconquistato, solitamente saturo di sorveglianza, i partecipanti hanno messo in comune il loro diritto di guardare, di vedere e di essere visti. Fino a quel momento nonluoghi anonimi, intitolati a qualche donatore dimenticato, gli spazi diventavano così luoghi di assemblea, di dibattito o di presidio. Rispetto alle mobilitazioni del passato, questa ondata di solidarietà con Gaza ha rivendicato anche il diritto all’opacità [p. 124].
Con una certa dose di ottimismo, al pari di Nasser Abourahme1, anche Mirzoeff, guarda alla «disperazione senza sconfitta» dei campi profughi e ai relativi commons, come a una possibile «linea di fuga» in cui, nonostante tutto, sperimentare la prefigurazione di una società decolonizzata. Analogamente, sempre con ottimismo, anche nell’esperienza degli accampamenti solidali Mirzoeff coglie la prefigurazione di una vita comunitaria svincolata dalle logiche dello sfruttamento capitalista.
Insomma, in Occidente si è dovuta attendere la visibilità delle fasi più cruente di un genocidio in atto affinché tornassero, per una breve stagione, a riempirsi le piazze. È stata necessaria l’insopportabilità del sangue, delle macerie, della tracotanza e dell’ignavia illimitate della politica. Un ultimo sussulto di umanità, più che di coscienza politica – per quanto ogni opzione di cambiamento radicale dell’esistente non possa che scaturire dal risveglio di quel che ancora resta di umanità in un mondo, soprattutto occidentale, che secolo dopo secolo ha introiettato come universo valoriale l’individualismo più cinico, la competitività e lo sfruttamento indiscriminato dei propri simili e dell’ambiente.
Note
1) N. Abourahme, Revolution after revolution: The commune as line of flight in Palestinian anticolonialism, in «Critical Times», vol. 4, n. 3, 2021.
18/06/2026
Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna
di Silvano Cacciari
L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare. È una forma di ingegneria del discorso pubblico per creare egemonia nell’opinione collettiva e influenzare le decisioni istituzionali. L’astroturfing fa parte di pratiche egemoniche che ormai hanno dietro di sé una storia e una letteratura consolidate, ma in un paese, come il nostro, che è rimasto a un concetto di egemonia calibrato sull’epoca della Costituente, rappresenta un’enorme novità.
Con l’emergere della rete, la pratica si è concentrata sul concetto di astroturfing digitale, definito come un’attività strategica (top-down), avviata da attori politici o aziendali su Internet, che imita deliberatamente il comportamento spontaneo e dal basso (bottom-up) di gruppi autonomi. A differenza delle campagne tradizionali, l’astroturfing digitale beneficia di barriere all’entrata economiche quasi inesistenti e di una scalabilità senza precedenti. I principali meccanismi attraverso cui opera includono l’automazione tramite bot per simulare ampi volumi di traffico, l’uso di sock puppets (identità fittizie gestite da operatori umani per entrare in discussioni online) e il coordinamento discreto su piattaforme di messaggistica e social network.
Mentre l’astroturfing commerciale mira principalmente all’accumulazione di profitto e alla valorizzazione dell’asset di borsa, attraverso la manipolazione delle recensioni e la falsa approvazione di un prodotto (pratica ampiamente documentata per multinazionali come Comcast, Monsanto, Microsoft, Walmart, Sony e Belkin), l’astroturfing politico persegue la trasformazione delle relazioni di potere. Punta a orientare l’agenda pubblica, screditare gli avversari politici e stimolare una domanda per politiche regressive. L’astroturfing non si limita alla semplice diffusione di notizie false, ma organizza veri e propri conflitti e recluta basi di supporto inconsapevoli che finiscono per internalizzare la propaganda e riprodurla in modo autonomo.
La penetrazione dei contenuti dell’astroturfing all’interno delle classi popolari britanniche si fonda su consolidate condizioni socio-economiche e antropologiche. La prolungata stagione della ristrutturazione economica neoliberista e dell’austerità in Gran Bretagna ha generato un profondo senso di marginalizzazione, scomposizione sociale e perdita di status personale all’interno della working class ex industriale del Regno Unito. Di fronte all’abbandono da parte delle forze politiche tradizionali di sinistra, che hanno rinunciato alla difesa degli interessi materiali di queste popolazioni, si è creato un vuoto di rappresentanza e di senso. In questa frattura si inserisce una strategia comunicativa di rinnovata razzializzazione della classe lavoratrice. Attraverso messaggi populisti ed elitari che finiscono per convergere, la complessa ed eterogenea realtà della classe lavoratrice britannica viene rappresentata, nelle pratiche di astroturfing, come un blocco monolitico, definito come white working class o classe lavoratrice autoctona e bianca, evidenziata come intrinsecamente reazionaria, patriarcale e ostile alla globalizzazione. Questa operazione comunicativa sostituisce le rivendicazioni economiche con rivendicazioni culturali, trasformando il declino materiale in un risentimento identitario. Le criticità economiche generate dalle disuguaglianze strutturali del capitalismo scompaiono a favore di capri espiatori visibili, come i migranti, i richiedenti asilo e i residenti non bianchi.
Il veicolo principale di questa strategia dei comunicazione è lo sfruttamento del valore dell’autenticità. Gli attori principali delle pratiche di astroturfing, che siano reali o generati da IA, si presentano “proprio come noi”, condividendo frammenti della sfera privata, linguaggi quotidiani e reazioni emotive per costruire una fiduciaria intimità algoritmica con l’utente. Tale dinamica consolida un vero e proprio populismo epistemologico, che rigetta la legittimità e l’autorità delle élite scientifiche, accademiche e istituzionali a favore della conoscenza di senso comune, dei vissuti soggettivi e delle “verità” percepite individualmente dalle classi popolari. All’interno di contesti caratterizzati da profonda sfiducia istituzionale e percezione di alienazione, la validazione delle esperienze private operata dagli attori dell’estrema destra offre un riconoscimento identitario immediato, senza richiedere alle persone di scendere a compromessi con le narrazioni dominanti della complessa modernità globale. Si formano così “comunità epistemiche”, algoritmicamente regolate, fortemente saldate da legami affettivi e dall’adesione a contro-saperi che interpretano la realtà attraverso schemi cospirativi e polarizzati.
La dieta mediale delle classi popolari britanniche, oltretutto, si è riorganizzata da tempo attorno alla disintermediazione tipica delle piattaforme digitali. La diserzione di massa dai canali di informazione pubblica e dei media mainstream – percepiti come portavoce di un’élite metropolitana e liberal – ha spinto ampie fasce di popolazione verso un consumo informativo esclusivamente frammentato, dominato da algoritmi di raccomandazione su Facebook, TikTok, YouTube, X e Telegram. Questo ecosistema ha favorito la nascita di quella che la ricerca sul campo britannica definisce “estrema destra post-organizzativa”. La militanza non richiede più l’adesione formale a un partito o a un’organizzazione strutturata, con i relativi costi di sanzione sociale. Al contrario, gli individui e i piccoli gruppi partecipano alla politica dell’estrema destra direttamente dalla propria sfera privata, entrando e uscendo da narrazioni digitali in modo fluido, consumando contenuti multimediali a forte impatto visivo ed emotivo che normalizzano progressivamente i tropi del razzismo e della xenofobia all’interno delle conversazioni quotidiane.
In questo contesto si inseriscono forme specifiche di vulnerabilità algoritmica, ampiamente documentate dalle indagini dell’ESRC Vulnerability and Policing Futures Research Centre. Le analisi evidenziano come i soggetti con difficoltà ad esercitare attenzione e concentrazione, in particolare i giovani maschi, risultino particolarmente esposti a questo genere di “radicalizzazione” online. Gli algoritmi di raccomandazione tendono a intrappolare questi utenti in “bolle di filtraggio” tossiche, lavorando sul bisogno di interazione sociale e di appartenenza, intrecciandosi con lo sviluppo di subculture digitali nichiliste.
L’applicazione delle tattiche di astroturfing politico nel contesto britannico ha registrato successi significativi, con campagne capaci di mobilitare le classi popolari attorno a battaglie apparentemente locali o d’interesse civico, per poi canalizzare tale energia politica verso agende reazionarie ed etno-nazionaliste.
La rivolte di Belfast dell’agosto 2024 e i recenti, violenti disordini del giugno 2026 rappresentano casi di studio emblematici di come le moderne campagne di astroturfing digitale e la comunicazione psicografica, quella altamente personalizzata, riescano a tradursi in violenza fisica fascista sul territorio. In questi contesti, l’astroturfing non si limita a diffondere notizie false, ma alimenta con forza un sentimento di protesta popolare dal basso (grassroots) per mobilitare frange radicalizzate e coordinare attacchi mirati sul campo.
Durante la prima ondata di disordini nell’estate del 2024, scaturita dalla disinformazione speculativa sull’attacco di Southport, la città di Belfast è diventata uno dei principali teatri di scontro. Le indagini condotte dal Committee on the Administration of Justice (CAJ), dal sindacato UNISON e dagli esperti tecnologici di Rabble Cooperative hanno analizzato come la percezione di una mobilitazione spontanea sia stata gonfiata attraverso tecniche coordinate di astroturfing. Un vero e proprio lavoro politico, insomma.
L’indicatore più clamoroso di questo lavoro è stato documentato all’interno del canale Telegram “Southport Wake Up”, centrale operativa dei disordini nel Regno Unito. Il canale, passato in pochissimi giorni da 44 membri a oltre 15.000, ha registrato un’attività anomala il 3 agosto 2024: centinaia di utenti, la stragrande maggioranza dei quali registrata con nomi in caratteri cinesi, si sono uniti al gruppo simultaneamente nel giro di pochissimi minuti. Questo afflusso coordinato indica l’impiego di bot farm a pagamento destinate ad alterare le metriche di popolarità del canale, creando la percezione di un supporto di massa e incoraggiando gli utenti reali all’azione. L’impennata di messaggi di “rivolta contro gli immigrati” ed istruzioni logistiche (con un aumento del 327% dell’attività nei gruppi far-right su Telegram) ha registrato il suo picco massimo il 4 agosto 2024, la giornata in cui si sono consumati i disordini più distruttivi a Belfast, Middlesbrough e Rotherham.
Il nesso causale tra radicalizzazione algoritmica e violenza fisica è emerso in modo ancora più netto nei recentissimi disordini del giugno 2026. Lunedì 8 giugno 2026, un drammatico accoltellamento ai danni del quarantenne Stephen Ogilvie a North Belfast, perpetrato da un richiedente asilo di origine sudanese, è stato filmato da passanti e il video è stato immediatamente caricato in rete. La galassia dell’estrema destra globale ha immediatamente rilanciato l’evento. Tommy Robinson (nome di battaglia Stephen Yaxley-Lennon) influencer fascista, ha ricondiviso il video subito a ridosso dell’accaduto, lanciando appelli per proteste di piazza a Londra e nel resto del paese. Elon Musk, proprietario di X (con oltre 240 milioni di follower), ha agito come amplificatore primario dell’operazione. Musk ha addirittura condiviso una lista di potenziali aree di protesta nel Regno Unito scrivendo: “Solo protestando RIPETUTAMENTE e A GRAN VOCE ci sarà qualche cambiamento!”. Ha inoltre ricondiviso vecchi post affermando che la violenza era ormai inevitabile e che le persone dovevano “combattere o morire”.
Si tratta di tipiche pratiche di astroturfing, interventi dall’alto per alimentare una protesta territoriale spontanea, ma strutturalmente orientata da attori esterni con strumenti algoritmici. Come denunciato dalla Ministra della Giustizia dell’Irlanda del Nord, Naomi Long, le violenze sono “alimentate da commentatori online che farebbero fatica a trovare Belfast su una mappa”. La ministra e Anna Turley (presidente del Partito Laburista e ministra dell’Ufficio di Gabinetto) hanno stigmatizzato l’azione di “attori in malafede che siedono a migliaia di miglia di distanza” per stuzzicare la paura dei cittadini e incitare al disordine.
Un elemento che caratterizza il caso di Belfast rispetto alle città inglesi è il modo in cui l’astroturfing digitale si salda con le strutture della criminalità organizzata locale. In Irlanda del Nord, la propaganda anti-immigrazione e islamofoba lanciata online non fluttua in un vuoto organizzativo, ma viene intercettata da elementi legati al paramilitarismo lealista (fazioni dell’UVF e dell’UDA). I report del CAJ evidenziano che l’astroturfing digitale agisce da moltiplicatore epistemico: la percezione alimentata di una “invasione imminente” offre una sponda ideologica e una giustificazione morale a elementi paramilitari che già attuano pratiche storiche di controllo territoriale e intimidazione abitativa. Nel giugno 2026, la mobilitazione online ha armato e guidato folle di incappucciati che hanno eretto blocchi stradali, appiccato incendi e assaltato le case di residenti appartenenti a minoranze etniche (definito da un parlamentare locale come un “pogrom su base razziale”). Tra gli aggrediti figurano due operatrici sanitarie ugandesi, costrette a fuggire dalla propria casa solo grazie alla mediazione di un pastore protestante che ha implorato la folla di lasciarle passare.
Per far circolare l’evento e massimizzare l’impatto emotivo, i promotori della pratica di astroturfing hanno utilizzato una precisa strategia cross-piattaforma, appoggiandosi a formati visuali ad alta viralità:
- estetizzazione AI e meme: subito dopo l’attacco a Stephen Ogilvie, su Facebook sono state diffuse immagini generate dall’intelligenza artificiale che ritraevano migranti africani su un gommone presi a colpi di mazza da hurling. Questa operazione ha risignificato l’atto di difesa del cittadino nordirlandese in un simbolo estetico di violenza xenofoba e purificazione etnica;
- monetizzazione dei disordini in tempo reale: su TikTok, le dirette streaming dei disordini e dei roghi appiccati dai riottosi hanno registrato centinaia di migliaia di visualizzazioni. Alcuni streamer locali hanno esplicitamente ammesso di continuare a trasmettere in diretta solo per accumulare profitti tramite la funzione dei “regali monetizzati” della piattaforma (“likes, shares, comments, gifts and follows”);
- doxxing e coordinamento logistico: mentre sulle piattaforme mainstream (X e Facebook) si normalizzava la narrazione anti-migranti, sui canali crittografati di Telegram e WhatsApp circolavano liste di indirizzi residenziali di cittadini stranieri e hotel da colpire, convertendo istantaneamente il traffico digitale in strumenti di aggressione fisica.
Il caso di Belfast evidenzia anche la totale asimmetria tra la rapidità della comunicazione digitale e la lentezza delle risposte statali. Sebbene l’autorità di regolamentazione britannica Ofcom abbia inviato lettere di diffida a X e ad altre piattaforme per arginare l’incitamento alla violenza, il governo non ha potuto imporre la rimozione immediata dei contenuti. Una paralisi burocratica garantisce alle piattaforme e agli strateghi dell’astroturfing almeno due mesi di totale impunità operativa, lasciando che le rivolte si auto-alimentino e si consumino indisturbate.
Il ciclo inizia intercettando lo stato di vulnerabilità e frustrazione materiale del soggetto. In questa fase si applica la disinformazione basata sull’identità (Identity-Based Disinformation o IBD). Gli strateghi dell’astroturfing non propongono necessariamente notizie false, bensì operano una restrizione strategica dell’identità del target. Sfruttando i bisogni primari di appartenenza e sicurezza, propongono un flusso informativo adatto per definizioni rigide ed esclusive di chi sia il “vero britannico” (il lavoratore bianco, eterosessuale, contribuente onesto) in opposizione speculare a minacce esterne e interne. Questa ricostruzione psicografica dei comportamenti, erede dei sistemi collaudati da Cambridge Analytica, provoca un restringimento identitario e un’inflazione paranoica della minaccia, inducendo uno stato di allarme emotivo perenne che blocca la deliberazione razionale.
Successivamente, il soggetto viene attirato all’interno di spazi digitali apparentemente slegati dall’estremismo politico, come gruppi di quartiere contro le tasse locali o forum di automobilisti. Una volta registrata la prima interazione dell’utente con questi temi, gli algoritmi di raccomandazione delle grandi piattaforme (come TikTok e X) si attivano spontaneamente in chiave predittiva. I sistemi sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza sul sito e l’interazione emotiva, favorendo la diffusione di contenuti altamente polarizzanti. I dati pubblicati dal LSE rivelano che gli algoritmi di raccomandazione di X hanno amplificato del 30% i post contenenti immagini associate alle teorie complottiste del “Genocidio bianco” e della “Grande sostituzione”. La costruzione della percezione si avvale della traduzione culturale e risemantizzazione di narrazioni cospirazioniste straniere che, secondo il modello della semiotica della cultura di Yuri Lotman, vengono sciolte e assimilate all’interno della cultura ricevente, venendo interpretate come una continuazione organica di istanze locali tradizionali fino a essere percepite come “buon senso” autoctono.
Nella fase che segue si assiste alla totale rimozione dello stigma morale associato al razzismo e alla xenofobia. La diffusione di immagini fotorealistiche generate con intelligenza artificiale gioca un ruolo decisivo. L’indagine dell’LSE evidenzia come la diffusione di immagini AI ritraenti maschi musulmani come predatori sessuali pronti ad aggredire giovani ragazze bianche abbia registrato tassi di interazione tre volte superiori rispetto a qualsiasi altro contenuto. Dopo l’attacco di Southport, si è registrato un repentino slittamento estetico verso la celebrazione dell’eroe britannico bianco contrapposto all’invasore straniero, utilizzando l’estetica dei meme per normalizzare ed estetizzare la violenza. La radicalizzazione viene ulteriormente favorita attraverso dinamiche di palese disinformazione. Ad esempio, durante le manifestazioni “Unite the Kingdom” di Londra, esponenti della destra nazionalista polacca (Dominic Tarinsky, cui è stato vietato l’ingresso nel Regno Unito come ospite dei fascisti UK) e account anti-immigrazione britannici hanno condiviso vecchi filmati aerei spacciandoli per attuali al fine di gonfiare artificialmente il numero dei partecipanti, dichiarando la presenza di 2 milioni di persone a fronte di una stima reale della polizia metropolitana di circa 60.000 presenze, costruendo così la percezione del consenso e offrendo alle classi popolari l’illusione di far parte di una maggioranza schiacciante e irresistibile.
Il ciclo si compie quando l’utente sperimenta la “fusione identitaria” e i confini del sé individuale si dissolvono all’interno dell’identità collettiva del gruppo fascista. La realtà viene letta esclusivamente attraverso schemi apocalittici e di autoconservazione biologica. Il soggetto è ora pienamente disponibile per la mobilitazione di piazza guidata dall’estrema destra post-organizzativa. La rabbia sociale generata dall’austerità e dall’esclusione economica viene definitivamente orientata contro obiettivi fisici precisi, come moschee o hotel per richiedenti asilo, realizzando concretamente la funzione del fascismo come “ariete” controrivoluzionario che indirizza il conflitto sociale verso una violenza etnica orizzontale e distruttiva, lasciando intatte le reali strutture di potere economico e finanziario.
Entrare nella dimensione dell’astroturfing digitale e politico, consegna un ritratto inquietante della metamorfosi contemporanea della propaganda. Non siamo di fronte alla classica propaganda ma a un’ingegneria algoritmica del consenso che si annida nelle pieghe più intime della vita digitale delle classi popolari, offrendo riconoscimento identitario a chi è stato abbandonato dalla sinistra tradizionale. Il ciclo che conduce dalla vulnerabilità materiale alla fusione identitaria con il gruppo fascista mostra come l’astroturfing non è un semplice rumore informativo, bensì un dispositivo politico completo: intercetta la solitudine, restringe l’identità, normalizza l’odio attraverso l’estetica dei meme e dell’intelligenza artificiale, gonfia la percezione del consenso e, infine, offre bersagli fisici su cui scaricare una rabbia sociale che altrimenti cercherebbe responsabilità più in alto, dove realmente risiedono il potere economico e quello finanziario.
Inoltre, l’emergere dell’IA agentica – intesa come sistemi di agenti autonomi basati su Large Language Models (LLM) dotati di capacità di reasoning, tool-use, memoria persistente e coordinamento multi-agente – sta producendo una trasformazione radicale nella natura e nell’efficacia dell’astroturfing nella comunicazione politica. A differenza delle forme tradizionali, basate su bot rigidi, sockpuppet gestiti manualmente o reti di influencer pagati, gli agenti IA introducono un livello di autonomia, adattività e mimetismo che erode progressivamente il confine tra attività orchestrata (top-down) e partecipazione genuina (grassroots).
In primo luogo, la generazione di contenuti diviene sempre più diffusa e personalizzata: ciascun agente IA può adattare tono, framing e argomentazioni in tempo reale sulla base del feedback della piattaforma, delle reazioni degli utenti reali e delle dinamiche di rete, superando le limitazioni dei template statici o dei bot rule-based. In secondo luogo, emerge un coordinamento decentralizzato: sciami di agenti possono auto-organizzarsi, dividersi compiti (uno amplifica, un altro polarizza, un terzo modera o contro-argomenta), simulare conversazioni credibili tra “utenti” diversi e replicare pattern di amplificazione organica, come dimostrato in simulazioni recenti in cui LLM agents riproducono strategie tipiche delle Information Operations (IO) senza supervisione umana costante. Questo riduce drasticamente i costi marginali e aumenta la scala, permettendo campagne di dimensioni e velocità precedentemente impossibili.
Dal punto di vista comunicativo-politico, l’IA agentica rivoluziona tre dimensioni chiave. La prima è la percezione del consenso:
grazie alla variabilità linguistica, all’invecchiamento credibile dei
profili, all’uso di volti e storie generate sinteticamente e
all’interazione human-like, gli agenti rendono l’illusione di social proof più resistente ai detector attuali basati su pattern di coordinamento o text-IA.
La seconda è l’ibridazione con utenti reali:
gli agenti non si limitano a postare, ma ingaggiano, rispondono e
incoraggiano amplificazioni organiche, creando un effetto moltiplicatore
in cui il contenuto fake viene “legittimato” da interazioni genuine.
La
terza è l’evoluzione temporale e adattiva:
gli sciami di agenti IA possono apprendere, evolvere tattiche e migrare
su piattaforme diverse in risposta a contromisure (ban, shadowban, CIB
detection), rendendo l’astroturfing un fenomeno dinamico e resiliente.
Queste innovazioni pongono enormi sfide teoriche e materiali alla politica: l’astroturfing non è più solo manipolazione del dibattito, ma una forma di sintesi artificiale del pubblico che produce direttamente la percezione della volontà popolare e mina i presupposti della deliberazione democratica. La letteratura recente evidenzia come la detection classica dei falsi basata su pattern di coordinamento o su text classifier perda efficacia di fronte a comportamenti emergenti e variabili introdotti dagli agenti. Di conseguenza, la ricerca deve orientarsi verso nuovi approcci relazionali, network-informed e multi-modali, mentre le policy (DSA, platform governance) devono confrontarsi con la necessità di nuove metriche di autenticità che tengano conto dell’autonomia agentica. In sintesi, l’IA agentica trasforma l’astroturfing da tecnica di manipolazione rilevabile in un paradigma comunicativo scalabile, adattivo e potenzialmente indistinguibile dalla dimensione grassroots che simula, con implicazioni profonde per l’integrità del discorso pubblico e per i modelli teorici della persuasione politica online.
C’è quindi un passaggio che merita di essere nominato con chiarezza. La vera vittoria dell’astroturfing contemporaneo non sta solo nella sua efficacia mobilitante, ma nell’aver reso indistinguibile, agli occhi di chi lo subisce e anche di chi lo osserva, la fabbricazione dalla spontaneità. È qui che si consuma il cortocircuito più profondo: la categoria stessa di “autenticità popolare”, cardine di ogni discorso democratico e di ogni analisi critica delle classi subalterne, è stata colonizzata. L’astroturfing non si limita a imitare il grassroot: lo produce materialmente, lo alimenta, gli dà voce, finché la copia non precede più l’originale, e la rivolta di strada diventa al tempo stesso genuina nel suo dolore e totalmente eterodiretta nei suoi obiettivi. Questo scarto rende obsoleta ogni denuncia che si limiti a smascherare la “falsità” della mobilitazione, perché la mobilitazione è vera per chi la vive, vera nelle sue conseguenze letali, vera nella sua capacità di incendiare un quartiere.
Il punto non è più distinguere il sintetico dall’autentico, ma capire che l’astroturfing ha imparato a fabbricare autenticità come si fabbrica una merce, e che le piattaforme digitali sono le fabbriche in cui questa merce viene prodotta in serie. La Gran Bretagna è un vero e proprio laboratorio di questa dimensione, Belfast un suo diretto e drammatico prodotto.
Da qui discende una responsabilità che interroga non solo i regolatori e le società tecnologiche, ma le sinistre, i sindacati, l’associazionismo e la ricerca sociale. Continuare a opporre fact-checking alla propaganda significa ritrovarsi con una realtà che vuole che ogni campagna di alfabetizzazione digitale rimanga un argine di sabbia contro la marea emotiva e identitaria che l’astroturfing sa cavalcare con spaventosa precisione. I fatti di Belfast non sono un incidente della cronaca britannica, ma un promemoria universale: il fascismo del XXI secolo non ha bisogno di prendere il potere con un colpo di Stato; gli basta affittare gli spazi pubblicitari delle piattaforme e attendere che la rabbia faccia il resto.
08/06/2026
Fuga da Big Tech
YouTube, Facebook, Instagram, TikTok: sono le piattaforme social più utilizzate dagli italiani. Social media, e non social network, visto che – come sottolinea Kenobit nel suo nuovo saggio “Assalto alle piattaforme” (Agenzia X) – l’obiettivo è tenerci agganciati a consumare passivamente contenuti multimediali, invece che mobilitarci per creare rete.
App come queste sono infatti caratterizzate dall’apparente gratuità e da un algoritmo esplicitamente progettato per generare dipendenza, stimolando uno scrolling destinato a non finire mai. Lo stesso Aza Raskin, il designer che nel 2006 ha ideato lo scrolling infinito (cioè il caricamento continuo e automatico di nuovi contenuti durante lo scorrimento, senza un punto di arresto naturale), a distanza di 20 anni si è dichiarato pentito della sua invenzione. Inoltre queste piattaforme intrappolano gli utenti in modo che non clicchino su link che rimandano a siti esterni, inibendo così l’uscita dalle piattaforme.
“Il gioco è sempre lo stesso”, scrive Kenobit. “Visto che il profitto delle piattaforme è direttamente proporzionale al tempo che gli dedichiamo, i loro meccanismi sono studiati scientificamente per aumentarlo il più possibile. Produciamo valore quando creiamo contenuti, ma anche quando li consumiamo”.
Per un utente che non cerca altro che intrattenimento, luoghi del genere sembrano l’Eldorado. E invece si tratta, antropologicamente parlando, di veri e propri non luoghi: spazi in cui non si creano connessioni, ma che si attraversano di passaggio per andare da un contenuto a un altro senza che resti all’utente alcun valore aggiunto.
“Se non stai pagando per il prodotto, il prodotto sei tu”, verrebbe da dire, riprendendo le parole rese celebri dal film “The social dilemma”. Ed ecco una delle frasi che Kenobit punta a decostruire nel suo saggio: su queste piattaforme persino chi paga – le aziende e le attività che versano una quota per occupare spazi pubblicitari – è a sua volta un prodotto, perché genera ulteriori dati che le piattaforme raccolgono e sfruttano per arricchirsi vendendoli.
Ma cosa – o meglio chi – sono queste piattaforme? Tra quelle citate, si possono raggruppare Facebook e Instagram (e WhatsApp), del gruppo Meta fondato da Mark Zuckerberg. C’è poi YouTube, proprietà come Google della holding Alphabet Inc., di cui i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, sono ancora i maggiori azionisti e membri del consiglio di amministrazione, detenendo di fatto il controllo dell’azienda, pur non essendo più amministratori delegati.
Meta ha registrato un fatturato di 164,5 miliardi di dollari per l’intero anno 2024, segnando una crescita del 22% rispetto al 2023. Alphabet Inc. ha registrato ricavi annuali record, superando i 400 miliardi di dollari nel 2025, grazie alla crescita della pubblicità. C’è di più: entrambi i colossi hanno espliciti legami con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e sono nella lista BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per il loro coinvolgimento nel genocidio in Palestina.
Ma se sono così poco etiche perché è tanto difficile abbandonare queste piattaforme? Probabilmente, perché non tutto ciò che avviene sui social è nocivo. Quante amicizie, progetti, idee, iniziative non sarebbero nate o diventate così note se non fosse stato per i social? Kenobit fa l’esempio delle mobilitazioni per la Palestina realizzate dal 7 ottobre 2023 in poi, in cui i social, nonostante le varie dinamiche di shadow ban – cioè di oscuramento della tematica, costringendo talvolta a utilizzare caratteri speciali per parlarne (per esempio scrivendo G4z4 invece di Gaza) – hanno avuto un ruolo fondamentale. Il ruolo dei social è stato centrale anche nella formazione di grandi movimenti di protesta come Fridays For Future, con la nascita di nuclei di attivisti in ogni parte del mondo, o Black Lives Matter, con la condivisione di massa del video della morte di George Floyd e la propagazione delle sue ultime parole “I can’t breathe”.
Il problema è che, sui social, in breve tempo si passa oltre: nuovi contenuti, nuovi trend, nuove cose a cui prestare attenzione, togliendo forza al desiderio e all’urgenza di convergenza e di organizzazione. Tra i limiti dell’attivismo online c’è infatti la necessità di sottostare alle logiche algoritmiche delle piattaforme, con Meta che al contempo blocca la possibilità di promuovere post dal contenuto a sfondo politico o sociale e ne limita anche la diffusione organica, tramite l’impostazione che permette di non visualizzare contenuti politici tra quelli suggeriti nel proprio feed.
Fare attivismo sui social significa inoltre rischiare di scivolare, talvolta senza rendersene nemmeno conto, in quello che viene definito slacktivism, o attivismo da poltrona, cioè un tipo di attivismo che si limita alla condivisione di contenuti sui propri canali, senza che questo gesto si concretizzi in nulla di più radicale o d’impatto.
Inoltre, perché il proprio attivismo cambi le cose, l’obiettivo dev’essere quello di costruire comunità. Appoggiarsi alle piattaforme mainstream significa invece, come scrive Kenobit, “costruire a casa d’altri”, lasciando in mano loro il destino del nostro attivismo ed esponendosi al rischio che post, profili e gruppi vengano cancellati in qualsiasi momento, quasi senza possibilità di replica. “Queste piattaforme non sono democratiche”, scrive sempre Kenobit. Chi crea contenuti rischia, tra l’altro, di diventare schiavo dei numeri, piegandosi a trattare di temi non controversi o divisivi in modo da raggiungere il maggior numero di persone possibili – talvolta finendo per capitalizzare le lotte sponsorizzando prodotti che con queste hanno qualche punto di contatto (magliette, tote bag o oggetti figli, per esempio, del greenwashing). Così facendo, l’attivismo diventa un lavoro da influencer più che da potenziali leader politici.
È possibile cambiare piattaforme?“Abbiamo davanti una lotta impari, contro un nemico ben fortificato, con risorse economiche e tecnologiche senza precedenti nella storia dell’umanità”, prosegue Kenobit nel saggio. “Non lo prenderemo mai per sfinimento, né possiamo sperare di batterlo sul suo stesso terreno. Le piattaforme possiedono tutto, incluso il campo di battaglia, e se anche riuscissimo a metterle in difficoltà in casa loro potrebbero semplicemente cambiare le regole del gioco. Per lo stesso motivo, anche se usare alcuni dei loro strumenti può avere dei meriti strategici, non possiamo sperare di cambiarle dall’interno. Non può esserci riformismo in una dittatura. La disparità è evidente anche sul fronte della comunicazione, perché le piattaforme, controllando la dimensione digitale, proiettano un’influenza tangibile sul reale”.
Nonostante questa posizione, Kenobit è abilissimo nel fornire alternative valide a ciascuno dei problemi legati alle piattaforme, spiegando con parole comprensibili a tutti che cosa si può fare e perché dovremmo farlo. Per esempio, la proposta di passare al Fediverso come alternativa ai social media mainstream è legata all’eticità dell’utilizzo di un software open source, ovvero il cui codice è consultabile e utilizzabile praticamente da chiunque, invece che chiuso, proprietario e i cui meccanismi sono noti solo a pochi eletti.
Come si legge in “Assalto alle piattaforme” (disponibile gratuitamente anche come audiolibro):
Il software libero si basa su una filosofia completamente diversa. Come suggerisce il nome, è pensato per tutelare la nostra libertà. Nello specifico, quattro libertà:
- la libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo;
- la libertà di studiare come funziona il programma e di modificarlo in base alle proprie necessità;
- la libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo;
- la libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.
Kenobit elenca molti motivi per cui preferire i social del Fediverso a quelli ancora mainstream: tra questi, l’assenza di un algoritmo che determina che cosa mostrare a chi a favore di un feed che rispetta l’ordine cronologico delle pubblicazioni, garantendo a tutti di non perdersi nulla e di dare a ogni contenuto la giusta dignità e diffusione. “L’assenza di pubblicità vanifica la necessità di un algoritmo che seleziona al posto nostro cosa mostrarci”.
Va da sé che è impossibile che il passaggio dai social mainstream al Fediverso sia rapido e collettivo. Per questo, una valida soluzione intermedia consiste nel mantenere i propri profili sui social tradizionali, ma smettendo gradualmente di postare contenuti e utilizzandoli soprattutto, come da tempo fa Kenobit, per sponsorizzare il passaggio ad altre piattaforme.
Più cooperazione e meno competizioneIl controllo che Big Tech può esercitare va però ben oltre le singole piattaforme. Durante una presentazione del libro che si è svolta a Torino, a Radio Blackout, l’11 febbraio 2026, è nato un dibattito sul possesso delle dorsali internet (backbone): infrastrutture fisiche ad altissima capacità, composte da cavi sottomarini in fibra ottica posati sui fondali oceanici. Trasportano oltre il 99% del traffico dati mondiale tra continenti, connettendo reti locali e garantendo la velocità della connessione web.
Già questo aspetto pone un importante problema, perché, anche utilizzando piattaforme alternative a quelle mainstream, ci si continuerebbe ad appoggiare a questo sistema, che resta in buona parte in mano a colossi privati. Le dorsali sono infatti gestite da un consorzio di grandi aziende di telecomunicazioni internazionali, colossi tecnologici (Google, Meta, Amazon, Microsoft) e, in parte, da governi.
In risposta a questa osservazione, Kenobit ha suggerito di cercare il sito di Antennine, che punta a costruire reti comunitarie. Citando il loro blog, “le reti comunitarie sono infrastrutture locali di telecomunicazione create da gruppi di persone (una comunità) per connettersi a Internet e fornire servizi di comunicazione digitale. Sono costruite e gestite come un bene comune, cioè una risorsa prodotta e mantenuta collettivamente, piuttosto che detenuta privatamente, come alternativa alle grandi reti commerciali o statali e ai fornitori di servizi Internet”. Sul sito di Antennine sono presenti le istruzioni per contattare gli organizzatori del progetto e unirsi alla rete. È solo un inizio, che rappresenta però un baluardo di resistenza per ricordarsi che costruire delle alternative è possibile.
Altri esempi internazionali di gestione comunitaria e democratica dell’accesso a internet sono Guifi.net, nata in Catalogna nel 2004 e che punta a costruire una rete dal basso in modo da connettere aree rurali portando la connessione internet laddove non arrivano gli operatori commerciali tradizionali, e Freifunk, nata a Berlino, che ha come obiettivo quello di fornire una rete internet libera e accessibile a tutti.
Un altro tema critico riguarda le conoscenze necessarie per poter usare – o anche solo entrare in contatto – con le piattaforme alternative. È necessaria in primis un’alfabetizzazione digitale, non scontata in un contesto in cui solo il 46% degli italiani possiede competenze di base in quest’ambito, ma anche una coscienza politica tale da problematizzare le piattaforme, oltre a contatti che tramite il passaparola permettano di accedere ad alternative come il Fediverso.
Per fare effettivamente la differenza, c’è insomma prima di tutto
bisogno di fare massa critica, scegliere che direzione prendere e
costruirla insieme. Come scrive Kenobit, “abbiamo un’occasione
imperdibile per rivendicare una dimensione digitale fondata sulla
cooperazione invece che sulla competizione”.
Fonte
17/05/2026
Palestina, la radicalizzazione algoritmica
di Silvano Cacciari
Le dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e tecnologico schiacciante sulla Palestina e a dominare i canali diplomatici tradizionali, la sua capacità di influenzare il “feed” della comunicazione globale è in una fase di declino accelerato, superata da flussi informativi orizzontali e decentralizzati che privilegiano l’immediata mobilitazione di massa.
1.
Nei processi di comunicazione la transizione dalla centralità dei
gatekeeper tradizionali (giornalisti, editori, esperti istituzionali) a
un ecosistema mediatico governato da algoritmi di raccomandazione ha
alterato la gerarchia della visibilità e quindi del peso politico.
Storicamente, la diplomazia pubblica israeliana, nota come Hasbara, ha
operato con successo influenzando i media mainstream e i decision-maker
politici attraverso narrazioni centralizzate e controllate. Tuttavia, la
nuova struttura dell’opinione pubblica si fonda su piattaforme come
TikTok, Instagram e YouTube, che bypassano completamente questi filtri.
Non si tratta più solo di una dinamica generazionale che coinvolge gli
under-35; i dati indicano che anche la maggioranza degli over-35 si
informa ora primariamente attraverso contenuti visuali e social media,
segnando una rottura definitiva con il consumo mediatico del XX secolo.
2.
L’architettura dei social media promuove un flusso informativo
orizzontale in cui la credibilità non è più concessa dall’autorità
istituzionale, ma dall’engagement e dalla percezione di autenticità. In
questo contesto, Israele si trova in una posizione di svantaggio
strutturale: controlla il territorio e l’accesso fisico dei giornalisti a
Gaza, ma non possiede più gli strumenti per arginare il flusso di
immagini e storie che emergono dal basso. La narrazione istituzionale,
spesso percepita come “costruita” o “inautentica”, fatica a competere
con la potenza emotiva di video brevi sui social, meme e testimonianze
dirette che si allineano perfettamente con le logiche algoritmiche.
Questo spostamento dell’asse dei processi di comunicazione ha
trasformato il campo di battaglia della legittimità politica
internazionale. Se Israele vince sui telegiornali della sera grazie a
relazioni consolidate con le élite mediatiche, perde sistematicamente
nei feed di TikTok, dove risiede l’attenzione della nuova opinione
pubblica globale. Gli algoritmi non sono intrinsecamente schierati per
una parte politica, ma sono programmati per massimizzare e monetizzare
il tempo di visualizzazione e l’interazione; di conseguenza, premiano i
contenuti che generano forti reazioni emotive come l’indignazione
morale, la protesta radicale e l’empatia verso le vittime civili.
3.
La radicalizzazione algoritmica non deve essere intesa come un processo
di conversione ideologica lineare, ma come una condizione di
“intensificazione affettiva”. Le piattaforme monitorano il comportamento
dell’utente a livello micro – replay, like, commenti e tempo di
permanenza su un frame – per inferire interessi e regolare le
raccomandazioni di visualizzazione. Durante il conflitto a Gaza, questo
design ha permesso la creazione di un pubblico che si mobilita attorno a
narrazioni emotivamente cariche.
La logica della piattaforma privilegia quello che può essere definito
“arousal emotivo”. I contenuti pro-palestinesi, spesso caratterizzati da
immagini di sofferenza umana, resistenza grassroots e simbolismo visivo
potente, performano meglio secondo le metriche di engagement rispetto
alle dichiarazioni istituzionali o ai video di operazioni militari
tecniche. Questa dinamica crea una circolarità: l’utente che
interagisce con un contenuto di protesta riceve dosi sempre più massicce
di contenuti simili, rinforzando una specifica visione del conflitto e
marginalizzando i punti di vista israeliani, di fatto privi di appetibilità algoritmica.
La ricerca di Laura Edelson della Northeastern University evidenzia una disparità quantitativa e qualitativa senza precedenti nella distribuzione dei contenuti su TikTok: l’analisi di questi dati rivela un’intuizione profonda: mentre il post pro-Israele mediano riceve leggermente più visualizzazioni (indicando una base di supporto stabile ma limitata), quella che possiamo chiamare lotteria della viralità è dominata in modo schiacciante dalla causa palestinese. Avendo 17 volte più “biglietti della lotteria” (post), la probabilità che un contenuto pro-palestinese diventi virale e raggiunga milioni di utenti è esponenzialmente molto più alta. Inoltre, i tassi di engagement (like e condivisioni) sono significativamente superiori per la narrazione palestinese, suggerendo che quest’ultima risuoni in modo più efficace con le strutture psicologiche incentivate dall’algoritmo.
4.
Il processo di piattaformizzazione dei media ha reso le multinazionali
tecnologiche (Meta, ByteDance, Google) i nuovi regolatori della
sovranità informativa. Questo ha portato a ciò che alcuni analisti
chiamano colonialismo dei dati, dove le attività giornalistiche e di
attivismo diventano prigioniere di economie estrattive che ottimizzano
la visibilità basandosi su logiche commerciali e non su valori
democratici o di verità. In questo scenario, la Hasbara israeliana ha
cercato di adattarsi attraverso investimenti massicci in pubblicità
mirata e intelligenza artificiale, ma tali sforzi sono spesso percepiti
come tentativi di manipolazione del mercato dell’attenzione piuttosto
che come espressioni credibili.
Lo stato di Israele ha storicamente fondato la propria legittimità su
una narrazione di vittimismo storico unita a un’eccezionalità morale e
tecnologica. Con lo scoppio della guerra nel 2023, questa strategia è
entrata in collisione con un ambiente informativo che premia la velocità
e la trasparenza radicale. Le autorità israeliane hanno iniziato a
definire la situazione come una guerra di conoscenza, cercando di
superare il concetto ormai logoro di Hasbara. Tuttavia, il passaggio a
una gestione centralizzata della propaganda governativa ha mostrato
limiti evidenti di fronte alla fluidità delle reti decentralizzate.
Per contrastare la perdita di egemonia, il governo israeliano ha
lanciato iniziative sofisticate come il Progetto Esther. Questo progetto
non deve essere confuso con l’omonima iniziativa della Heritage
Foundation negli Stati Uniti, sebbene condividano obiettivi simili di
contrasto al movimento pro-palestinese. Il Progetto Esther guidato da
Israele è una campagna di propaganda digitale segreta che utilizza
influencer pagati e tecnologie IA per influenzare l’opinione pubblica
americana.
Nonostante la sofisticazione tecnica, queste campagne non risultano
credibili: il tentativo di presentare un volto moderno e democratico di
Israele attraverso influencer sponsorizzati si scontra violentemente con
le immagini di distruzione documentate in tempo reale da cittadini e
attivisti a Gaza. Mentre gli influencer del Progetto Esther producono
contenuti patinati ed embedded con l’esercito, il feed globale viene
inondato da video grezzi e non filtrati che l’algoritmo identifica come
più autentici e quindi meritevoli di maggiore visibilità.
Immediatamente dopo il 7 ottobre 2023, migliaia di cittadini israeliani e
professionisti dell’hi-tech si sono mobilitati spontaneamente per
creare war room digitali. Sono state mappate inoltre circa 120 sale
operative e 40 organizzazioni dedicate allo sviluppo di strumenti
tecnologici per rendere la Hasbara più efficace. Tuttavia, queste
iniziative sono declinate rapidamente. Molti volontari hanno percepito i
propri sforzi come una goccia nell’oceano rispetto allo tsunami della
narrazione pro-palestinese mondiale. Inoltre, molta di questa attività
ha finito per risuonare quasi esclusivamente all’interno della società
israeliana, creando una camera dell’eco domestica che non è riuscita a
scalfire le percezioni internazionali.
5.
La lezione fondamentale emersa dal conflitto è che i sostenitori della
causa palestinese hanno mostrato una maggiore fluidità nell’uso del
linguaggio algoritmico. Mentre Israele ha combattuto una guerra di
comunicazione del XX secolo – basata sul controllo dei messaggi e sulla
narrazione istituzionale – la controparte ha utilizzato un fiume di
formati nativi del XXI secolo: meme, template virali e audio trending
che si adattano perfettamente ai criteri di selezione degli algoritmi.
L’uso di TikTok da parte dei palestinesi e dei loro sostenitori
rappresenta un caso studio di “attivismo ludico”. Questa pratica non si
limita alla protesta seria, ma utilizza la cultura dell’imitazione e
della competizione tipica della piattaforma (sfide, duetti, lip-syncing)
per veicolare messaggi politici profondi. Analizzando i video sotto
l’hashtag #gazaunderattack, diversi analisti hanno identificato tre
template memetici principali che alimentano flussi affettivi di
contenuti audiovisivi tra cui il Lip-syncing: Utilizzo di audio virali
per narrare l’esperienza dell’occupazione o della guerra, rendendo il
messaggio politico facilmente digeribile e imitabile; i duetti (Duets),
funzione che permette agli utenti di reagire visivamente ai video
provenienti da Gaza, creando un senso di comunità e testimonianza
condivisa; il Point-of-View (POV), formato che mette lo spettatore nei
panni di chi vive il conflitto, massimizzando l’empatia e l’impatto
emotivo.
Queste pratiche trasformano gli utenti ordinari in nodi di distribuzione
attivi, amplificando narrazioni emotivamente risonanti in cerca di
validazione sociale. In contrasto, i tentativi istituzionali di Israele
di utilizzare influencer spesso falliscono perché percepiti come cringe o
palesemente orchestrati, mancando di quella spontaneità che l’algoritmo
premia con la portata organica.
Un esempio brillante di fluidità algoritmica è l’adozione dell’emoji
dell’anguria come simbolo di solidarietà palestinese. Questo fenomeno,
noto come algospeak, nasce dalla necessità di bypassare la censura
automatizzata e lo shadowbanning su piattaforme come Meta, che tendono a
limitare la visibilità di post contenenti termini come “Gaza” o
“Palestine”.
L’anguria, avendo gli stessi colori della bandiera palestinese (rosso,
verde, bianco e nero), è diventata un simbolo di resistenza che
trascende le lingue e le culture. Questo codice segreto permette di
mantenere la visibilità del messaggio politico ingannando gli algoritmi
di moderazione che non possono facilmente penalizzare l’emoji di un
frutto senza apparire arbitrari. È un caso esemplare di come la
radicalizzazione politica sappia confrontarsi consapevolmente con la
radicalizzazione algoritmica, volgendone a proprio favore i meccanismi
di funzionamento.
Possiamo avanzare una similitudine tra questo fenomeno e il boom del
mercato musicale e dell’editoria a cavallo del 1968. In quegli anni, la
controcultura trovò un alleato potente nell’espansione dei prodotti
culturali (dischi, libri, giornali) che, pur essendo merci
capitalistiche, permettevano la diffusione di idee radicali su scala di
massa. Allo stesso modo, oggi gli algoritmi dei social media fungono da
veicolo per la radicalizzazione politica contemporanea.
Come sappiamo, esiste un pregiudizio culturale profondo che vede le
culture di sinistra spesso diffidenti nei confronti degli algoritmi,
considerati inautentici in quanto macchinici e artificiali, a differenza
dei libri o dei dischi, che non solo altro che tecnologie, percepiti
come oggetti autentici. Questa visione, un po' troppo influenzata dalla
vecchia teoria critica, impedisce di comprendere che la radicalizzazione
politica ha un futuro solo se saprà confrontarsi con la
radicalizzazione algoritmica. I sostenitori della Palestina lo hanno
fatto trasformando la sofferenza e la resistenza in un prodotto
culturale virale che si adatta perfettamente alle logiche di consumo
rapido di TikTok. Mentre la Hasbara israeliana cerca ancora di
“spiegare” (Hasbara significa letteralmente spiegazione), la causa
palestinese ha scelto di influenzare attraverso il sentimento,
comprendendo che nell’economia dell’attenzione contemporanea, l’emozione
precede sempre la ragione.
6.
Israele si trova in un paradosso geopolitico: possiede un’enorme
superiorità tecnologica e militare e controlla fisicamente il territorio
(comprese le infrastrutture di comunicazione di Gaza), ma non controlla
più il flusso delle storie. Questa asimmetria è amplificata dalle nuove
tecnologie di monitoraggio open-source (OSINT). Le azioni militari che
un tempo potevano essere giustificate o oscurate attraverso la nebbia
della guerra sono ora monitorate dallo spazio in tempo reale.
Ricercatori come Lina Eklund dell’Università di Lund utilizzano immagini
satellitari radar (Sentinel-1) per analizzare settimana dopo settimana
la distruzione degli edifici a Gaza.
Questa trasparenza forzata, amplificata dai social della
radicalizzazione algoritmica, è un nemico mortale per la diplomazia
tradizionale basata sulla gestione accurata dell’informazione. Israele
può impedire ai giornalisti internazionali di entrare a Gaza, ma non può
spegnere i satelliti né impedire che i dati grezzi vengano trasformati
in mappe virali e contenuti di denuncia sui social media. La
radicalizzazione moderna non avviene in uno spazio puramente digitale
separato dalla realtà fisica. Si svolge in quello che il filosofo
Luciano Floridi definisce spazio “onlife”, dove l’online e l’offline si
integrano senza soluzione di continuità.
La canzone ‘Leve Palestina’ (Lunga vita alla Palestina) della band
Kofia, composta nel 1976, è diventata infatti un fenomeno internazionale
nel 2023 proprio grazie a questa dinamica ibrida. Questo esempio
dimostra come la radicalizzazione algoritmica non sia finta o virtuale,
ma sia un motore di mobilitazione reale che si nutre della velocità e
della capacità di superare i confini nazionali tipica delle piattaforme.
Israele, cercando di combattere questa ondata con il Progetto Esther o
con la censura diretta, non fa altro che confermare la propria natura di
superato gatekeeper del XX secolo agli occhi di una popolazione globale
che percepisce la libertà di espressione digitale come un diritto
fondamentale.
7.
In ultima analisi, bisogna ribadire che l’algoritmo non è
intrinsecamente “pro-Palestina” o “pro-Israele”. La sua unica lealtà è
verso la viralità, l’engagement e la monetizzazione. Tuttavia, nel
contesto specifico del conflitto mediorientale, le caratteristiche
strutturali della narrazione palestinese (grassroots, emotiva, visuale,
resistente) si allineano meglio con i criteri algoritmici rispetto alla
narrazione israeliana (istituzionale, giustificativa, tecnologica,
statale).
Israele ha perso il controllo del flusso delle immagini perché ha
continuato a investire in un’egemonia comunicativa basata sull’influenza
delle élite, mentre il potere si è spostato orizzontalmente verso il
“feed”. La radicalizzazione algoritmica è l’ariete che ha abbattuto le
mura della Hasbara non perché l’algoritmo abbia scelto una parte, ma
perché una parte ha saputo abitare lo spazio digitale con maggiore
fluidità, trasformando la propria lotta in un contenuto nativo del XXI
secolo.
Per i movimenti politici del futuro, la sfida non è resistere
all’algoritmo in nome di una purezza autodefinitasi autentica, ma capire
che la battaglia per la legittimità politica si vince o si perde nella
capacità di tradurre le proprie istanze nel linguaggio della
radicalizzazione algoritmica. Il caso Palestina insegna che il controllo
del territorio militare è una vittoria parziale, e forse effimera, se
non si possiede la fluidità necessaria per navigare le correnti
affettive che oggi governano l’opinione pubblica globale.
Il futuro della politica globale sarà sempre più determinato da questa
capacità di sincronizzare la radicalizzazione politica con le
architetture di engagement delle piattaforme. Chi rimane ancorato ai
modelli comunicativi del secolo scorso, pur avendo il vantaggio delle
armi, e persino della IA come principale arma militare, rischia di
trovarsi isolato in un mondo che non si informa più attraverso i
telegiornali, ma attraverso lo scorrere infinito di uno schermo che
premia l’indignazione e la mobilitazione veloce.
Silvano Cacciari, autore di Guerra. Per una nuova antropologia politica (McGraw-Hill 2025)
11/05/2026
Chi decide chi odiare oggi?
Un’ex MAGA ci svela come funziona la propaganda d’odio online
Ashley St. Clair ha 27 anni, un milione di follower su X e un figlio con Elon Musk. Per anni è stata una delle influencer più feroci dell’ecosistema MAGA, ma oggi ne è diventata la principale accusatrice, svelandoci come funziona il meccanismo a pagamento dei politici dell’estrema destra americana, che pagano influencer e “hater’s” per seminare odio online.
Le sue rivelazioni, con tanto di screenshot di chat di gruppo coordinate da funzionari della Casa Bianca, pagamenti in nero per amplificare certi messaggi, “pacchetti di compenso” da migliaia di dollari per post politici non dichiarati, non sorprendono chi studia i meccanismi della disinformazione.
Ma la sua testimonianza diretta, documentata da screenshot e messaggi, offre qualcosa di raro: una visione dall’interno di come funziona davvero la fabbrica dell’odio digitale.
E quella fabbrica, come vedremo, non è un’esclusiva americana.
Il “Gabinete do Ódio” brasiliano: quando lo Stato coordina l’odio
A migliaia di chilometri da New York, il Supremo Tribunal Federal brasiliano e la Polícia Federal hanno portato alla luce una struttura simile due anni fa: in Brasile, il coordinamento dell’odio online era gestito direttamente dall’interno del Palazzo del Planalto, la sede della presidenza.
Il cosiddetto Gabinete do Ódio (letteralmente “Ufficio dell’Odio”) era una cellula operativa informale che lavorava durante il governo Bolsonaro, composta da collaboratori stretti del presidente, incluso suo figlio Carlos, candidato al Senato della Repubblica nelle elezioni di Ottobre. Il suo compito era produrre e amplificare contenuti aggressivi, diffondere disinformazione sulle istituzioni democratiche, sulle elezioni e sulla stampa, e mobilitare reti di influencer e troll per attaccare gli oppositori.
La prima a rivelarlo è stata l’ex deputata bolsonarista Joice Hasselmann. La persecuzione è avvenuta dopo che lei si era allontanata dal governo Bolsonaro e aveva denunciato il gruppo alla Commissione Parlamentare di Inchiesta delle Fake News, il che ha provocato attacchi coordinati sui social network: minacciavano di stuprarla, ucciderla, la chiamavano “maiala”, Peppa Pig e grassa.
Le indagini hanno rivelato un sistema strutturato: account coordinati, messaggi standardizzati da diffondere simultaneamente, e una gerarchia che collegava i “soldati digitali” (termine usato da Bolsonaro stesso per i suoi sostenitori online) direttamente alle stanze del potere.
Non era spontaneismo di base. Era un’operazione.
Il parallelo con quanto descritto da St. Clair è evidente: chat di gruppo con nomi evocativi, “ordini di marcia” distribuiti dall’alto, influencer che si presentavano come voci indipendenti del popolo mentre ricevevano istruzioni coordinate. La differenza è forse solo di scala e di brasiliana spregiudicatezza nell’istituzionalizzare il tutto.
E in Italia? La “cattiveria performativa” è arrivata anche qui
Sarebbe comodo liquidare queste storie come patologie delle Americhe.
Ma chiunque trascorra del tempo sui social media italiani riconosce schemi identici.
Ci sono profili (alcuni con decine di migliaia di follower), altri con pochi amici, foto vecchie, di animali, mai aggiornati o senza foto, che sembrano muoversi in sincronia. Stessa notizia, stesso frame interpretativo, stesso tono aggressivo, a volte le stesse identiche parole, pubblicate a distanza di minuti.
Quando esce una notizia su un migrante che annega, sulla Global Sumud Flotilla, su Francesca Albanese, sul genocidio del popolo palestinese o qualsiasi altro bersaglio identificato dalle destre come il nemico, la macchina si attiva in pochi secondi.
Alla notizia del sequestro e della tortura di Saif Abukeshek e Thiago Ávila, nelle carceri israeliane, e della morte della madre del secondo, sono arrivate le faccine sorridenti.
Già, le faccine. È forse il fenomeno più inquietante della cattiveria digitale italiana contemporanea: la risposta con emoji gioiose (😂 🎉 😊 ) sotto notizie di morti, stupri, lutti, bombardamenti su popolazioni civili. Non inganniamoci: non è sfogo emotivo ma linguaggio codificato, un segnale di appartenenza a una tribù che misura la propria coesione nella capacità di disumanizzare l’altro, di trasformare la sofferenza altrui in intrattenimento comunitario. È una rete che nelle Americhe funziona a pagamento.
St. Clair ha definito X un sito “alimentato dalla cattiveria performativa”. È una formula che si adatta perfettamente anche al panorama italiano: un’indignazione che non nasce da convinzioni autentiche ma viene eseguita per un pubblico, calibrata per massimizzare la reazione emotiva, ottimizzata per l’algoritmo.
Chi decide chi odiare oggi?
La domanda che emerge dalle rivelazioni di St. Clair è: quanto di quello che vediamo sui social è spontaneo, e quanto è orchestrato?
In Italia mancano ancora indagini giudiziarie della portata di quella brasiliana, e testimonianze dirette come quella dell’ex influencer americana. Ma alcuni segnali sono visibili a occhio nudo.
Le campagne di odio contro singoli bersagli (giornalisti/e, attivisti/e, scrittrici e scrittori e movimenti sociali considerati “nemici”) hanno spesso una durata e un’intensità che suggerisce coordinamento.
Il bersaglio cambia con una regolarità sospetta. Oggi è il magistrato, domani è l’ONG, dopodomani è il professore universitario che ha firmato un appello. La logica è quella descritta da St. Clair: qualcuno, da qualche parte, decide chi odiare quel giorno, e la rete si mobilita.
Non è necessario che esista un “Gabinete do Ódio” formale. Bastano chat su Telegram, gruppi WhatsApp, stanze private su Discord e piattaforme che premiano economicamente i contenuti più divisivi.
Il punto non è l’ideologia, ma il modello di business.
Il risultato è un degrado progressivo dello spazio pubblico digitale. Non perché le persone siano cattive, ma perché il sistema le incentiva a comportarsi come se lo fossero, pagando alcune di loro profumatamente.
St. Clair dice di parlare perché vuole che i suoi figli sappiano “che non si dovrebbe mai sacrificare ciò che è giusto per il benessere materiale”. È un’affermazione personale, quasi intimista. Ma pone una questione politica urgente.
La trasparenza sui finanziamenti dei contenuti politici online (in Italia come negli USA) è ancora largamente assente.
Le piattaforme non sono tenute a rivelare chi paga per amplificare certi messaggi, per questo gli influencer politici operano in un vuoto normativo che andrebbe regolato.
Nel frattempo, ogni volta che qualcuno mette una faccina sorridente sotto la notizia di una strage, sta partecipando (consciamente o no) a un sistema costruito per normalizzare la disumanizzazione. Eseguendo la sua parte in uno spettacolo scritto da altri, per fini che spesso non conosce, crede di rendere peggiore la giornata di qualcuno quando, in realtà, rovina se stesso.
Riconoscere il meccanismo è il primo passo per sottrarsi a esso.
Fonti
1. The Washington Post: “Inside a MAGA influencer’s turn against the right-wing machine” (07/05/2026)
2. New Republic: “The Ex-MAGA Influencer Who Now Hates All Things MAGA—and Herself Too” (05/05/2026)
3. Huffpost: “Ex-Trump Ally: MAGA Influencers Were Paid To Coordinate Talking Points After WHCD Shooting” (28/04/2026)
4. Supremo Tribunal Federal. Inquérito 4781 — Inquérito das Fake News.
5. Polícia Federal do Brasil. Relatório de investigação sobre o Gabinete do Ódio, 2023–2024.
6. Nobre, Marcos. Limites da Democracia. Todavia, 2022
Fonte
26/04/2026
Classismo digitale
di Gioacchino Toni
Martina Miccichè, Saverio Nichetti, Classismo digitale. Nella società delle piattaforme, la merce, la fabbrica e il consumo siamo noi, Eris, Torino, 2026, pp. 80, € 8,00
Dietro alle estetiche accattivanti delle piattaforme social, all’apparente gratuità con cui queste sembrerebbero donare divertimento e affettività digitali dispensando connessione all’utenza, scrivono Martina Miccichè e Saverio Nichetti nel volume Classismo digitale (Eris 2026), si cela un più prosaico scopo imprenditoriale: «mettere a reddito la nostra capacità di entrare in relazione. E di farlo in un modo nuovo, efficiente, pratico e veloce» (p. 6). Le promesse di orizzontalità, uguaglianza e comunità di queste piattaforme nascondono un’opera di digitalizzazione, traduzione e amplificazione delle diseguaglianze e delle loro ideologie esistenti offline. «Il sistema ci cataloga, stigmatizzando e sovrascrivendo le nostre identità, per darci una funzione produttiva e con essa percorsi diversi» (p. 8), dando l’illusione che nel mondo digitale a chiunque sia concesso di fare tutto.
La misurabilità che regna sovrana all’interno dell’universo online determina una «potenza sociale, culturale e materiale» che agisce sulle vite materiali e sugli immaginari degli esseri umani anche oltre lo schermo. «In questo territorio di codici, meccanismi e interazioni, opera il classismo digitale ovvero quella tendenza individuale tanto quanto collettiva, informale e via via più istituzionalizzata, a costruire e favorire classi digitali dominanti, cioè quei gruppi che accumulano potere economico, sociale, politico e mediale per mezzo dei social, a spese delle altre classi digitali, e non, subordinate» (p. 12).
Non è, però, soltanto una questione di classe, avvertono Miccichè e Nichetti: nella rete i ruoli di genere sessualizzati e conservatori vengono amplificati alimentando il patriarcato che si manifesta attraverso una molteplicità di sfumature di violenza. «L’idealtipo per cui sono pensate le piattaforme è decisamente bianco, proprietario, maschilizzato cisgender, eterosessuale, temporaneamente abile e neurotipico » (p. 17). Oltre al genere, anche l’età e la classe concorrono a modificare la collocazione e le possibilità nell’universo della rete. «L’età rischia di essere un fattore di esclusione quando considerata avanzata e la classe determina i tempi, la modalità e le opportunità di accesso alla connessione, a uno smartphone e alle funzioni digitali» (p. 18) che variano a seconda dei dispositivi detenuti dai diversi soggetti. «La disuguaglianza digitale separa una parte consistente di popolazione dalla rete e dalle connessioni che questa potrebbe permettere […] Ciò che conta è consumare e finché si rientra nel novero delle persone che possono essere considerate consumatrici, un portale di accesso è garantito» (pp. 19-20).
Nella rete l’esigenza umana di interazioni viene assorbita e messa a profitto, le soggettività strutturate digitalmente coinvolgono anche coloro che non agiscono direttamente sulla rete, tanto da coinvolgere anche l’infanzia. «Il consenso, come relazione basata sul riconoscimento della volontà, quale che sia, non è contemplato nella creazione delle identità digitali altrui, anzi. Alcuni soggetti sono semplicemente presi e condivisi» p. 26). A essere messe a profitto, ricordano Miccichè e Nichetti, sono anche quelle «soggettività che non vengono contemplate tali nemmeno nel mondo analogico, figurarsi in quello digitale. I video che ritraggono gli animali non umani sono tra i più popolari sui social media» (p. 27).
Lo sfruttamento dell’identità digitale quindi ha effetti individuali, sulla singola soggettività la cui immagine viene presa e usata e messa in moto, ma anche collettivi proprio perché rinforza quei modelli che tolgono dal piatto l’idea che un soggetto marginalizzato possa o abbia diritto a esercitare la sua volontà, a dare o non dare il proprio consenso, a determinarsi liberamente e, magari, scegliere se avere o no un’identità e una storia digitale a cui altre persone reagiranno in base a come il contesto culturale etichetta e norma il suo corpo e le sue espressioni (p. 30).
Alla corte digitale e alla visibilità che questa permette si è ammessi soltanto se si dispone di un sufficiente pacchetto di follower – conquistati soprattutto professando conformismo – a patto che non contrasti la logica che governa i social, altrimenti scatta un periodo di quarantena o l’allontanamento. La corte digitale, sottolineano Miccichè e Nichetti, è un ambiente fortemente concorrenziale generante senso di inadeguatezza in cui si sgomita con ogni mezzo necessario per ottenere visibilità.
Il rapporto tra colossi digitali e Stati si è fatto via via sempre più stretto. Se per queste grandi aziende private gli Stati rappresentano acquirenti privilegiati sia per l’entità delle commesse che per il ritorno in termini di potere che derivano dal rapporto privilegiato che instaurano con essi, altrettanto importanti sono per gli Stati i rapporti di partnership con i colossi digitali.
Se una piattaforma ha la tecnologia per tradurre i comportamenti, le idee, le preferenze o le volontà di una moltitudine di categorie, definibili e perimetrabili, uno Stato che vi ha accesso gode di uno strumento capace di semplificare le interazioni con la massa su cui esercita il suo potere. E di farlo organizzando il proprio controllo in base alle categorie che gli sono più affini (p. 64).
Mentre gli episodi di Black Mirror ci aiutano a prendere visione dello stato di asservimento a cui siamo ridotti, la piattaforma che ci vende la serie procede nell’opera di datificazione/mercificazione nei nostri confronti. È già tutto scritto, dunque? Non resta che rassegnarsi e far finta di nulla o, al limite, piangersi addosso? Miccichè e Nichetti invitano piuttosto a guardare alle molteplici forme di soggettività hackeranti in azione prospettando «un hackeraggio totale e liberatorio» in grado di indirizzare altrimenti (anche) la tecnologia digitale. «In una società capitalista la cultura è capitalista e finché questa non viene hackerata e fatta a pezzi, ogni sua produzione sarà sempre un prodotto finalizzato al raggiungimento di interessi coerenti con le forze che lo hanno generato» (p. 75).
Classismo digitale di Miccichè e Nichetti è un volume agile che, oltre a spiegare come nella società delle piattaforme, la merce, la fabbrica e il consumo siamo noi, prospetta la possibilità di una via d’uscita dal dominio di una tecnologia rispondente agli interessi capitalistici. Se, in generale, si più convenire sulla possibilità di un uso differente delle tecnologie, per una società altra, resta da domandarsi se una tecnologia presupponente un processo di maniacale e diffusa datificazione possa davvero non essere una tecnologia di dominio.