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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/08/2026

Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a “Dialog”

Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra una omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti dritti nell’archivio della nostalgia geopolitica.

Oggi l’Élite che conta davvero, quella che non perde tempo con i comunicati stampa, che detiene le chiavi d’accesso sia al capitale finanziario sia ai codici dell’Intelligenza Artificiale e che decide se e quando fare le guerre, si riunisce altrove.

Benvenuti a Dialog, il forum segretissimo creato dal miliardario anarco-libertario Peter Thiel e dall’imprenditore dei dati Auren Hoffman, diventato a tutti gli effetti la nuova “Assemblea Segreta del Complesso Militare Tecnocratico” (come già spiegato nel mio recente libro “Webcracy”).

Mentre il mondo si arrostisce al sole metallico del Ferragosto 2026 o scivola distrattamente tra un videoclip e una news su un social e l’altro, dal 12 al 16 agosto i padroni dell’algoritmo, dell’energia e della finanza, più i generali della NATO e una pattuglia di politici occidentali di prima fascia, si erano dati appuntamento in Irlanda. Per l’esattezza nella lussuosa tenuta di Powerscourt, nel verde isolato della contea di Wicklow, a due passi da Dublino.

Il piano originale era rigorosamente “top secret” fin quando un clamoroso incidente informatico ha trasformato il meeting riservatissimo nel caso mediatico e politico dell’anno.

Lo scoop del data-leak: quando l’élite della privacy rivela la password

C’è un’ironia sottile, ai limiti della poesia popolare, in tutta questa storia: “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”. Stiamo parlando di una riunione ideata da Peter Thiel — il fondatore di Palantir, titano della sorveglianza di massa e della guerra digitale — in cui agli ospiti veniva chiesto di firmare accordi di riservatezza draconiani e di consegnare smartphone e tablet prima di sedersi al tavolo.

Ebbene, questo tempio dell’inviolabilità informatica è crollato per colpa di un banale errore di configurazione: un database su Airtable (una specie di Excel evoluto) lasciato spalancato e liberamente accessibile online.

La falla è stata individuata e i dati rinvenuti sono stati resi pubblici dall’attivista informatica e hacker Maia Arson Crimew. Maia è un personaggio: una donna trans nata in Svizzera, che usa esclusivamente le lettere minuscole quale gesto simbolico per rifiutare l’importanza attribuita al Nome Proprio, alla centralità dell’Ego e alla rappresentazione formale borghese/istituzionale.

Divenuta famosa nel 2021 per aver reso nota la lista No-Fly del governo statunitense, l’attivista ha dichiarato di aver trovato l’accesso alle liste di Dialog partendo (ma guarda un po’) da una segnalazione anonima.

Nel giro di poche ore, le inchieste investigative di testate come WIRED, Forbes e del quotidiano irlandese The Journal hanno svelato ciò che avrebbe dovuto rimanere sepolto sotto strati di Segreto di Stato: l’elenco completo dei 222 invitati, i dossier interni di profilazione e l’agenda dettagliata dei lavori. Che meraviglia!

I documenti rivelavano che Dialog gestisce persino un algoritmo interno per profilare gli ospiti: ogni partecipante veniva classificato in base a ricchezza, grado d’influenza politica e inclinazioni ideologiche per stabilire dove sedersi a tavola, con chi parlare e persino per offrire un bizzarro servizio interno di “ricerca di affinità”.

A differenza di un normale convegno d’affari o di una conferenza geopolitica, i form di registrazione su Airtable chiedevano esplicitamente ai partecipanti di specificare dettagli personali e la propria disponibilità a partecipare a programmi di abbinamento sia erotici che politici, gestiti direttamente dall’organizzazione.

Nel modulo di iscrizione ai partecipanti veniva chiesto se fossero “in cerca d’amore” e se volessero essere inseriti nei registri per single. Ma non solo: l’obiettivo era creare sinergie strategiche e ideologiche. Ad esempio, mettere allo stesso tavolo un politico in cerca di finanziamenti con un investitore della Silicon Valley sensibile alle stesse battaglie, oppure far incontrare il dirigente di una startup di droni militari con un generale della NATO interessato alle sue tecnologie. Semplice, no?

Non conferenze, ma “Azione Diretta”: il menù dei Padroni della guerra

Se a Davos ci si ammanta di retorica sul cambiamento climatico, a Dialog le maschere sarebbero cadute. Il format non prevedeva lezioni frontali o noiosi panel, ma piccoli tavoli di discussione da 8-12 persone guidati da un moderatore.

Dalle schede emerse da Airtable, i temi in agenda a Dublino sembravano usciti direttamente da un romanzo distopico o meglio da un “manuale di sopravvivenza per oligarchi”. Ecco la lista...

“Navigating WW III” (Orientarsi nella Terza Guerra Mondiale): Una guida pratica per gestire i mercati e le infrastrutture mentre il pianeta brucia e i suoi abitanti scompaiono.

“Battlefield Technologies” (Tecnologie da campo di battaglia): Come integrare l’Intelligenza Artificiale, i droni autonomi e la potenza di calcolo nei sistemi d’arma della NATO e dell’intelligence.

“Bring Back Nuclear” (Tornare al nucleare): Il rilancio del nucleare come unica fonte energetica in grado di soddisfare i mostruosi consumi di elettricità dei data center per l’AI.

“It’s Fun to Be in Charge” (È divertente essere al comando): Una disinvolta riflessione su come esercitare il potere autocratico e tecnocratico senza la seccatura dell’opposizione parlamentare.

“Build-a-Cult” (Costruire un culto): Una sessione su come costruire movimenti ideologici o para-religiosi digitali, moderata ironicamente dai fondatori di app di preghiera come Pray.com.

L’obiettivo dichiarato non era il dibattito accademico dunque, ma quella che nei documenti viene definita “Direct Action”: creare un canale direttissimo tra chi produce tecnologia militare e chi detiene i bilanci/budget di Difesa delle superpotenze.

I VIP presenti

Il parterre svelato dai file è una fotografia di gruppo di un certo Potere Occidentale. Tra gli invitati figuravano il generale Alexus Grynkewich (comandante supremo delle forze NATO); l’ex generale Stanley McChrystal e perfino attori hollywoodiani come Joseph Gordon-Levitt e Josh Brolin, arruolati nell’orbita tech per il loro peso mediatico.

Tra i “politici” USA nel dossier “invitati” si rinvenivano: il Segretario al Tesoro USA, Scott Bessent; il senatore repubblicano, Ted Cruz; l’ideologo della “sinistra liberal”, Ezra Klein; il senatore democratico, Cory Booker; il direttore dell’intelligence nazionale USA, Tulsi Gabbard; il deputato democratico, Jim Himes; l’ex segretario al Tesoro, Larry Summers e (come poteva mancare?) il genero di Trump, Jared Kushner.

Tra le personalità saudite: la Principessa Reema bint Bandar Al-Saud, ambasciatrice in USA e il Principe Turki al-Faisal, ex capo dei servizi segreti sauditi (GIP) e storico ambasciatore a Londra e Washington.

Tra i politici europei: Jens Spahn, membro del parlamento tedesco ed ex Ministro della Salute; Tom Tugendhat, deputato britannico del Partito Conservatore ed ex sottosegretario alla Sicurezza del Regno Unito; Matt Clifford, consigliere del Primo Ministro britannico per le strategie sull’Intelligenza Artificiale.

E l’Italia? Le location da sogno e i dossier riservati

In questo scacchiere euroatlantico/saudita, qual è la posizione dell’Italia? Negli elenchi trapelati non comparivano ministri di primo piano del nostro governo, ma la presenza del Belpaese era tutt’altro che marginale: rinvenibile su due livelli strategici.

Il primo è quello logistico ed estetico. Prima di approdare in Irlanda, uno dei vertici preliminari più esclusivi e blindati di Dialog si è tenuto in primavera a Venezia, nella cornice del San Clemente Palace, situato su un’isola privata della laguna tra la Giudecca e il Lido. L’Italia offre l’ambientazione perfetta per le élite che desiderano discutere di transumanesimo ed economia bellica circondate dal lusso e lontane da sguardi indiscreti.

Il secondo livello riguarda gli apparati d’intelligence e gli esperti di geopolitica. Nei documenti compaiono contatti e profili di accademici e diplomatici italiani afferenti alla NATO Defence College Foundation di Roma, interpellati in veste di consulenti su temi caldi come la sicurezza delle rotte marittime nel Mediterraneo e l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla guerra cibernetica.

I dati confermano una tendenza precisa del club: l’assenza di esponenti della politica parlamentare italiana “di facciata”, a favore di figure inserite nei circuiti della finanza internazionale e degli apparati di analisi strategica legati all’asse NATO.

Una vittoria della Società Civile

Testate come The Journal, l’Irish Examiner e l’emittente nazionale RTÉ hanno confermato che la maxi-conferenza prevista nella tenuta di Powerscourt dal 12 al 16 agosto non si è tenuta nella forma e nella sede originarie.

Già a inizio luglio, travolta dalle proteste della politica locale e degli attivisti dopo le rivelazioni di WIRED, la direzione del resort a 5 stelle ha diramato una nota ufficiale dichiarando annullata la prenotazione dell’organizzazione.

Negli ultimi giorni inoltre, quotidiani come l’Irish Examiner hanno ripreso la vicenda evidenziando il clima politico rovente generatosi in Dáil Éireann (il Parlamento irlandese). Deputati dell’opposizione (in particolare di Sinn Féin e del People Before Profit) hanno chiesto conto al governo delle misure di sicurezza e della presenza di esponenti NATO e contractor militari sul suolo irlandese, definendo la vicenda un insulto alla storica neutralità dell’Irlanda.

Gli analisti della stampa investigativa locale e internazionale concordano però su uno scenario: l’evento di massa da 222 persone a Powerscourt è stato annullato, ma la rete si è mossa nell’ombra.

La stampa irlandese evidenzia come sia prassi consolidata per questo tipo di network non annullare mai del tutto i vertici, bensì frazionarli. Anziché la grande convention con 200 ospiti a Dublino, la cerchia ristretta (i fondatori Peter Thiel e Auren Hoffman con i delegati di massimo livello) si è quasi certamente riorganizzata in piccoli gruppi presso residenze private o location ancora più blindate e non tracciate.

Ecco perché i quotidiani irlandesi non stanno raccontando la “cronaca dell’inaugurazione”, ma la vittoria politica e mediatica che ha costretto il vertice della Silicon Valley a smantellare la sua sede ufficiale in Irlanda per rintanarsi in sessioni private ed estemporanee altrove.

Fra qualche giorno ne sapremo di più.

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30/07/2026

Fascismo digitale, stadio superiore del capitalismo

Quando Vladimir Lenin scrisse sull’imperialismo e lo classificò come lo stadio più elevato del capitalismo, stava identificando il momento in cui il capitale era passato dallo spazio della libera concorrenza al mondo del monopolio, dove le banche si erano fuse con l’industria, lo Stato si era trasformato in uno strumento diretto al servizio del capitale finanziario e il mondo era stato ridiviso con la forza tra i grandi blocchi monopolistici.

Oggi, a più di un secolo di distanza, ci troviamo di fronte a una trasformazione simile nell’essenza, ma diversa negli strumenti: il fascismo digitale rappresenta lo stadio in cui il capitalismo monopolistico supera i limiti dell’imperialismo classico, invadendo lo spazio della coscienza, del comportamento e dei dati, attraverso una fusione organica tra il capitale tecnologico monopolistico e il potere politico nazionalista estremista.

Questa fusione trova oggi la sua espressione più vivida nel progetto trumpiano, nelle sue alleanze e nelle sue guerre aggressive.

Aziende digitali e tecnologiche ben note per le loro strette relazioni con le forze armate israeliane e i sistemi di deportazione forzata negli Stati Uniti, tra cui Palantir, costituiscono un modello rivelatore di questo stadio.

Tuttavia, la questione va oltre una singola azienda. Il punto centrale risiede nel fatto che il capitale digitale monopolistico, avendo esaurito le possibilità di espansione solo attraverso i mercati di consumo, oggi si sta orientando a trasformare i propri strumenti in armi e a impiegarli in un progetto politico nazionalista aggressivo che riproduce la logica della dominazione coloniale, questa volta sostenuta dal linguaggio degli algoritmi.

Dal monopolio del denaro al dominio degli algoritmi

All’epoca di Lenin, il monopolio si basava sul controllo dei mezzi di produzione industriale e dei mercati finanziari. Oggi, a ciò si aggiunge il controllo dell’infrastruttura digitale stessa: algoritmi, banche dati, sistemi di segmentazione e piattaforme di comunicazione.

Questo nuovo monopolio non è meno centrale del suo predecessore finanziario e, anzi, lo supera nella sua capacità di infiltrarsi nei minimi dettagli della vita quotidiana. Oggi, ogni utente, uomo o donna, si trasforma in un servo digitale all’interno di sistemi di cui non è proprietario e sui quali non ha alcuna reale capacità di influenza.

A differenza del monopolio finanziario classico analizzato da Lenin, il monopolio digitale non si accontenta dello sfruttamento economico silenzioso. Avanza rapidamente verso uno stadio in cui le principali aziende monopolistiche dichiarano il loro progetto ideologico e politico con crescente franchezza, abbandonando la maschera della neutralità tecnica dietro cui si sono nascoste per così tanto tempo.

Dichiarazioni filosofiche e politiche emesse dai vertici di queste aziende inquadrano l’investimento in strumenti di segmentazione e sorveglianza come un dovere morale verso la nazione e la civiltà, e dipingono il rifiuto di partecipare a questo progetto come un fallimento o una negligenza.

Fascismo digitale: l’alleanza della Silicon Valley con lo Stato-nazione aggressivo

Questa alleanza trova la sua traduzione più chiara nel secondo governo Trump. Il movimento dell’accelerazionismo tecnologico, con le sue figure influenti nella Silicon Valley, fornisce a questo governo gli strumenti digitali per trasformare la sua retorica nazionalista aggressiva in controllo effettivo, all’interno attraverso la deportazione forzata dei migranti e all’esterno attraverso sistemi di segmentazione che supportano campagne militari.

Il Venezuela si distingue come un modello rivelatore di questa dimensione, poiché Washington, dalla metà del 2025, ha fatto affidamento su sistemi avanzati di sorveglianza digitale e intelligence per tracciare i movimenti e identificare bersagli, il che ha portato a attacchi aerei e navali e a un’ampia operazione militare all’inizio di gennaio 2026, culminata nel criminale sequestro del presidente venezuelano, in flagrante violazione del diritto internazionale.

Questa aggressione non è nemmeno separata dal brutale blocco imposto a Cuba per oltre sei decenni.

Quanto al partenariato tra Washington e Tel Aviv, si tratta di una profonda partnership tecnica che fornisce a Israele dati e sistemi di puntamento basati sull’intelligenza artificiale, il che rende gli Stati Uniti e le principali aziende digitali partner effettivi in crimini di guerra documentati contro i civili palestinesi, mentre Trump lavora per approfondire questa alleanza attraverso contratti massicci di sicurezza e militari che garantiscono a queste aziende un’influenza crescente nella formulazione delle politiche.

A differenza del fascismo tradizionale, che necessitava di uno Stato poliziesco visibile e di un discorso propagandistico fragoroso, uccidere oggi non richiede una decisione umana responsabile né una dichiarazione di guerra; richiede invece un algoritmo, dati e un via libera da un dispositivo che non è soggetto ad alcun rendiconto.

Il crimine inizia con la classificazione, non con la bomba, e quando intere comunità vengono descritte come una minaccia attraverso criteri digitali silenziosi, l’uccisione di civili si trasforma in mera “gestione della sicurezza”, e non in crimini genocidi che richiedono responsabilità, in una logica che riproduce il colonialismo classico ma nel linguaggio dei big data.

Tuttavia, il pericolo più grave risiede nella società della sorveglianza, dove il controllo diventa più interno che esterno. Quando un individuo sa di essere costantemente sorvegliato, si autocensura e si allontana da idee contrarie, e questa autovigilanza volontaria limita i movimenti della sinistra e sindacali dall’interno, senza bisogno di prigioni, diventando la forma più efficiente di dominazione ideologica e la più difficile da contrastare, poiché penetra nel tessuto della vita quotidiana e lo rimodella dall’interno.

L’alternativa: proprietà collettiva e socialismo digitale

Collegare l’imperialismo al fascismo digitale non è una metafora teorica, ma piuttosto una necessità analitica per comprendere che gli strumenti di dominazione si sono evoluti, mentre la loro essenza di classe è rimasta invariata. La lotta oggi non riguarda solo come la tecnologia viene utilizzata, ma piuttosto chi la possiede, chi ne determina gli obiettivi e a favore di quale classe sociale viene impiegata.

La tecnologia non diventerà uno strumento di liberazione finché rimarrà sotto il controllo di monopoli digitali alleati con i progetti dell’estrema destra, le guerre e la repressione.

Pertanto, qualsiasi discussione seria sul futuro della tecnologia deve partire dalla necessità di costruire un’alternativa socialista digitale basata sulla proprietà collettiva e comunitaria dell’infrastruttura digitale, e che sottoponga gli algoritmi e l’intelligenza artificiale a un autentico controllo democratico di massa, attraverso politiche locali e globali che esprimano gli interessi delle masse lavoratrici e delle comunità danneggiate dalla dominazione digitale.

La lotta per la giustizia sociale oggi passa inevitabilmente attraverso la lotta per liberare la tecnologia da questa coalizione di classe razzista, di destra e aggressiva.

Così come Lenin diagnosticò l’imperialismo come lo stadio più elevato del capitalismo ai suoi tempi, possiamo dire oggi che il fascismo digitale rappresenta lo stadio più elevato nello sviluppo di quello stesso imperialismo, in cui il capitale monopolistico digitale si fonde con il progetto nazionalista estremo in un’alleanza organica, il cui obiettivo è concentrare potere, ricchezza, coscienza e destino umano nelle mani di una piccola minoranza di ricchi e politici.

Per affrontare questa realtà, la critica e l’analisi non sono sufficienti; dobbiamo invece avanzare nella costruzione di un lavoro internazionalista congiunto attraverso internazionali digitali di sinistra in grado di condurre la lotta nello spazio tecnologico e nella pratica. Questo sarà il tema di un prossimo articolo.

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27/06/2026

Il “clan dei decisori” alla corte di Peter Thiel

Venti anni fa, il miliardario della tecnologia Peter Thiel e un suo socio fondarono Dialog, una rete su invito riservata a élite del mondo degli affari, del mondo accademico e della politica. Dialog era così segreta da non avere mai aperto un sito web pubblico, e i suoi partecipanti non venivano mai identificati all’esterno.
Fino ad ora.

Dati relativi a Dialog, che Thiel ha creato con l’investitore della Silicon Valley Auren Hoffman, sono stati esposti online, aprendo una finestra su questa organizzazione influente ma discreta.

I dati, forniti a Straight Arrow da un ricercatore di sicurezza, rivelano i nomi dei membri attuali e passati, i loro indirizzi email personali e numeri di telefono, nonché dettagli in precedenza privati sulle discussioni riservate dell’organizzazione, incluso un evento in programma per agosto a Dublino, in Irlanda.

Dialog è stato spesso paragonato dai media al Gruppo Bilderberg, un forum privato istituito nel 1954 per favorire conversazioni tra i leader europei e nordamericani. Anch’esso è avvolto nel segreto.

Non è chiaro dai dati trapelati se Dialog si impegni in attività politica, sebbene l’organizzazione abbia acquistato un terreno fuori Washington lo scorso anno per un campus permanente.

Thiel – co-fondatore di PayPal e della società di data mining Palantir Technologies – è un prominente sostenitore del vicepresidente JD Vance, ha dichiarato di aver votato per il presidente Donald Trump e di aver donato denaro per la costruzione della sala da ballo della Casa Bianca di Trump. Secondo i dati federali, Thiel ha donato più di 1,7 milioni di dollari a candidati e partiti politici nel 2024.

Thiel si identifica come “libertario” e una volta disse: “Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili”.

Un portavoce di Thiel non ha risposto martedì a un’email di Straight Arrow che cercava un commento.

Profili dei Partecipanti a Dialog

I dati trapelati da Dialog mostrano che il suo sito web – in precedenza disponibile solo a membri e ospiti – conteneva un codice che rivelava 113 nomi di persone di spicco legate al gruppo, secondo un ricercatore di sicurezza svizzero, Maia Arson Crimew, noto soprattutto per aver scoperto una copia esposta della lista dei divieti di volo del governo statunitense nel 2023.

I nomi legati a Dialog includono il Segretario al Tesoro Scott Bessent; Sarah Bond, ex presidente di Xbox presso Microsoft; il senatore Ted Cruz, (Repubblicano, Texas); l’attore di Hollywood Joseph Gordon-Levitt; il conduttore di podcast e autore Sam Harris; e l’imprenditore tecnologico e appassionato di longevità Bryan Johnson.

L’elenco non indica se queste persone siano membri, partecipanti a conferenze o ospiti di Dialog. Altri dati esposti, tuttavia, forniscono maggiori dettagli su coloro che sono associati all’organizzazione.

I “Profili dei Partecipanti a Dialog” elencano i dettagli forniti dalle persone che dovrebbero partecipare all’evento di agosto: nomi, datori di lavoro, sedi, indirizzi email, indirizzi email degli assistenti, date di nascita, numeri di cellulare, contatti di emergenza, restrizioni dietetiche, biografie, previsioni per il 2031, “curiosità”, talenti e interessi, consigli di libri – e persino se stanno “cercando l’amore” a Dialog.

Ai partecipanti viene anche chiesto di fornire la loro “inclinazione politica” e vengono date le scelte “Estrema Sinistra”, “Sinistra”, “Destra” ed “Estrema Destra”. Una nota informativa accanto all’opzione afferma che “le risposte NON saranno condivise nell’app o con altri partecipanti – mai”.

Un profilo compilato dall’attore di Hollywood Josh Brolin include gran parte delle informazioni richieste dal modulo. Straight Arrow ha chiamato il numero di telefono indicato per Brolin, che nei dati risulta essere un “Dialogante per la Prima Volta”. La chiamata è andata alla segreteria telefonica con quella che sembrava essere la voce di Brolin. Egli non ha risposto al messaggio.

Altri profili includono quelli di Shmuel Abramzon, Capo Economista presso il Ministero delle Finanze di Israele; Scott Cook, co-fondatore della società di software finanziario Intuit; e “Membro Attivo” Lisa Gevelber, vicepresidente globale di Google.

‘È Divertente Essere al Comando’

L’incontro di Dialog a Dublino prevederà sessioni su argomenti importanti e, forse, meno seri.

Una sessione è intitolata “Riportare il Nucleare”. Un’altra si concentrerà su “Disinformazione e Deepfake”. I partecipanti ascolteranno “Punti di Vista Contrarian sull’IA”, “Tre Previsioni per l’Iran” e “Democrazia sotto Sorveglianza”.

Una sessione è intitolata “Costruisci un Culto (Tribuna Libera)”, mentre un’altra dichiara: “È Divertente Essere al Comando”.

Le attività opzionali includono visite private a una distilleria, alla Cattedrale di San Patrizio e alla Guinness Storehouse. Non è chiaro se la fuga di dati cambierà i piani per l’evento.

In ogni caso, Crimew, il ricercatore di sicurezza, ha detto a Straight Arrow che è sorprendente che le informazioni di questa organizzazione segreta su alcune delle persone più potenti del mondo siano diventate pubbliche.

“È semplicemente incredibile per me come questo dimostri ancora una volta che le persone che governano il mondo sono così fiduciose nella loro sicurezza che non si preoccupano davvero di alcuna adeguata sicurezza operativa”, ha detto, “nemmeno per le loro convention segrete ‘off the record’ dove fanno tutti rete e discutono del nostro futuro collettivo”.

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18/06/2026

Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna

di Silvano Cacciari

L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare. È una forma di ingegneria del discorso pubblico per creare egemonia nell’opinione collettiva e influenzare le decisioni istituzionali. L’astroturfing fa parte di pratiche egemoniche che ormai hanno dietro di sé una storia e una letteratura consolidate, ma in un paese, come il nostro, che è rimasto a un concetto di egemonia calibrato sull’epoca della Costituente, rappresenta un’enorme novità.

Con l’emergere della rete, la pratica si è concentrata sul concetto di astroturfing digitale, definito come un’attività strategica (top-down), avviata da attori politici o aziendali su Internet, che imita deliberatamente il comportamento spontaneo e dal basso (bottom-up) di gruppi autonomi. A differenza delle campagne tradizionali, l’astroturfing digitale beneficia di barriere all’entrata economiche quasi inesistenti e di una scalabilità senza precedenti. I principali meccanismi attraverso cui opera includono l’automazione tramite bot per simulare ampi volumi di traffico, l’uso di sock puppets (identità fittizie gestite da operatori umani per entrare in discussioni online) e il coordinamento discreto su piattaforme di messaggistica e social network.

Mentre l’astroturfing commerciale mira principalmente all’accumulazione di profitto e alla valorizzazione dell’asset di borsa, attraverso la manipolazione delle recensioni e la falsa approvazione di un prodotto (pratica ampiamente documentata per multinazionali come Comcast, Monsanto, Microsoft, Walmart, Sony e Belkin), l’astroturfing politico persegue la trasformazione delle relazioni di potere. Punta a orientare l’agenda pubblica, screditare gli avversari politici e stimolare una domanda per politiche regressive. L’astroturfing non si limita alla semplice diffusione di notizie false, ma organizza veri e propri conflitti e recluta basi di supporto inconsapevoli che finiscono per internalizzare la propaganda e riprodurla in modo autonomo.

L’ancoraggio antropologico e lo sfruttamento delle debolezze popolari

La penetrazione dei contenuti dell’astroturfing all’interno delle classi popolari britanniche si fonda su consolidate condizioni socio-economiche e antropologiche. La prolungata stagione della ristrutturazione economica neoliberista e dell’austerità in Gran Bretagna ha generato un profondo senso di marginalizzazione, scomposizione sociale e perdita di status personale all’interno della working class ex industriale del Regno Unito. Di fronte all’abbandono da parte delle forze politiche tradizionali di sinistra, che hanno rinunciato alla difesa degli interessi materiali di queste popolazioni, si è creato un vuoto di rappresentanza e di senso. In questa frattura si inserisce una strategia comunicativa di rinnovata razzializzazione della classe lavoratrice. Attraverso messaggi populisti ed elitari che finiscono per convergere, la complessa ed eterogenea realtà della classe lavoratrice britannica viene rappresentata, nelle pratiche di astroturfing, come un blocco monolitico, definito come white working class o classe lavoratrice autoctona e bianca, evidenziata come intrinsecamente reazionaria, patriarcale e ostile alla globalizzazione. Questa operazione comunicativa sostituisce le rivendicazioni economiche con rivendicazioni culturali, trasformando il declino materiale in un risentimento identitario. Le criticità economiche generate dalle disuguaglianze strutturali del capitalismo scompaiono a favore di capri espiatori visibili, come i migranti, i richiedenti asilo e i residenti non bianchi.

Il veicolo principale di questa strategia dei comunicazione è lo sfruttamento del valore dell’autenticità. Gli attori principali delle pratiche di astroturfing, che siano reali o generati da IA, si presentano “proprio come noi, condividendo frammenti della sfera privata, linguaggi quotidiani e reazioni emotive per costruire una fiduciaria intimità algoritmica con l’utente. Tale dinamica consolida un vero e proprio populismo epistemologico, che rigetta la legittimità e l’autorità delle élite scientifiche, accademiche e istituzionali a favore della conoscenza di senso comune, dei vissuti soggettivi e delle “verità” percepite individualmente dalle classi popolari. All’interno di contesti caratterizzati da profonda sfiducia istituzionale e percezione di alienazione, la validazione delle esperienze private operata dagli attori dell’estrema destra offre un riconoscimento identitario immediato, senza richiedere alle persone di scendere a compromessi con le narrazioni dominanti della complessa modernità globale. Si formano così “comunità epistemiche”, algoritmicamente regolate, fortemente saldate da legami affettivi e dall’adesione a contro-saperi che interpretano la realtà attraverso schemi cospirativi e polarizzati.

La dieta mediale delle classi popolari britanniche, oltretutto, si è riorganizzata da tempo attorno alla disintermediazione tipica delle piattaforme digitali. La diserzione di massa dai canali di informazione pubblica e dei media mainstream – percepiti come portavoce di un’élite metropolitana e liberal – ha spinto ampie fasce di popolazione verso un consumo informativo esclusivamente frammentato, dominato da algoritmi di raccomandazione su Facebook, TikTok, YouTube, X e Telegram. Questo ecosistema ha favorito la nascita di quella che la ricerca sul campo britannica definisce “estrema destra post-organizzativa”. La militanza non richiede più l’adesione formale a un partito o a un’organizzazione strutturata, con i relativi costi di sanzione sociale. Al contrario, gli individui e i piccoli gruppi partecipano alla politica dell’estrema destra direttamente dalla propria sfera privata, entrando e uscendo da narrazioni digitali in modo fluido, consumando contenuti multimediali a forte impatto visivo ed emotivo che normalizzano progressivamente i tropi del razzismo e della xenofobia all’interno delle conversazioni quotidiane.

In questo contesto si inseriscono forme specifiche di vulnerabilità algoritmica, ampiamente documentate dalle indagini dell’ESRC Vulnerability and Policing Futures Research Centre. Le analisi evidenziano come i soggetti con difficoltà ad esercitare attenzione e concentrazione, in particolare i giovani maschi, risultino particolarmente esposti a questo genere di “radicalizzazione” online. Gli algoritmi di raccomandazione tendono a intrappolare questi utenti in “bolle di filtraggio” tossiche, lavorando sul  bisogno di interazione sociale e di appartenenza, intrecciandosi con lo sviluppo di subculture digitali nichiliste.

Astroturfing nel Regno Unito: il caso Belfast

L’applicazione delle tattiche di astroturfing politico nel contesto britannico ha registrato successi significativi, con campagne capaci di mobilitare le classi popolari attorno a battaglie apparentemente locali o d’interesse civico, per poi canalizzare tale energia politica verso agende reazionarie ed etno-nazionaliste.

La rivolte di Belfast dell’agosto 2024 e i recenti, violenti disordini del giugno 2026 rappresentano casi di studio emblematici di come le moderne campagne di astroturfing digitale e la comunicazione psicografica, quella altamente personalizzata, riescano a tradursi in violenza fisica fascista sul territorio. In questi contesti, l’astroturfing non si limita a diffondere notizie false, ma alimenta con forza un sentimento di protesta popolare dal basso (grassroots) per mobilitare frange radicalizzate e coordinare attacchi mirati sul campo.

Durante la prima ondata di disordini nell’estate del 2024, scaturita dalla disinformazione speculativa sull’attacco di Southport, la città di Belfast è diventata uno dei principali teatri di scontro. Le indagini condotte dal Committee on the Administration of Justice (CAJ), dal sindacato UNISON e dagli esperti tecnologici di Rabble Cooperative hanno analizzato come la percezione di una mobilitazione spontanea sia stata gonfiata attraverso tecniche coordinate di astroturfing. Un vero e proprio lavoro politico, insomma.

L’indicatore più clamoroso di questo lavoro è stato documentato all’interno del canale Telegram “Southport Wake Up”, centrale operativa dei disordini nel Regno Unito. Il canale, passato in pochissimi giorni da 44 membri a oltre 15.000, ha registrato un’attività anomala il 3 agosto 2024: centinaia di utenti, la stragrande maggioranza dei quali registrata con nomi in caratteri cinesi, si sono uniti al gruppo simultaneamente nel giro di pochissimi minuti. Questo afflusso coordinato indica l’impiego di bot farm a pagamento destinate ad alterare le metriche di popolarità del canale, creando la percezione di un supporto di massa e incoraggiando gli utenti reali all’azione. L’impennata di messaggi di “rivolta contro gli immigrati” ed istruzioni logistiche (con un aumento del 327% dell’attività nei gruppi far-right su Telegram) ha registrato il suo picco massimo il 4 agosto 2024, la giornata in cui si sono consumati i disordini più distruttivi a Belfast, Middlesbrough e Rotherham.

Il nesso causale tra radicalizzazione algoritmica e violenza fisica è emerso in modo ancora più netto nei recentissimi disordini del giugno 2026. Lunedì 8 giugno 2026, un drammatico accoltellamento ai danni del quarantenne Stephen Ogilvie a North Belfast, perpetrato da un richiedente asilo di origine sudanese, è stato filmato da passanti e il video è stato immediatamente caricato in rete. La galassia dell’estrema destra globale ha immediatamente rilanciato l’evento. Tommy Robinson (nome di battaglia Stephen Yaxley-Lennon) influencer fascista, ha ricondiviso il video subito a ridosso dell’accaduto, lanciando appelli per proteste di piazza a Londra e nel resto del paese. Elon Musk, proprietario di X (con oltre 240 milioni di follower), ha agito come amplificatore primario dell’operazione. Musk ha addirittura condiviso una lista di potenziali aree di protesta nel Regno Unito scrivendo: “Solo protestando RIPETUTAMENTE e A GRAN VOCE ci sarà qualche cambiamento!”. Ha inoltre ricondiviso vecchi post affermando che la violenza era ormai inevitabile e che le persone dovevano “combattere o morire”.

Si tratta di tipiche pratiche di astroturfing, interventi dall’alto per alimentare una protesta territoriale spontanea, ma strutturalmente orientata da attori esterni con strumenti algoritmici. Come denunciato dalla Ministra della Giustizia dell’Irlanda del Nord, Naomi Long, le violenze sono “alimentate da commentatori online che farebbero fatica a trovare Belfast su una mappa”. La ministra e Anna Turley (presidente del Partito Laburista e ministra dell’Ufficio di Gabinetto) hanno stigmatizzato l’azione di “attori in malafede che siedono a migliaia di miglia di distanza” per stuzzicare la paura dei cittadini e incitare al disordine.

Un elemento che caratterizza il caso di Belfast rispetto alle città inglesi è il modo in cui l’astroturfing digitale si salda con le strutture della criminalità organizzata locale. In Irlanda del Nord, la propaganda anti-immigrazione e islamofoba lanciata online non fluttua in un vuoto organizzativo, ma viene intercettata da elementi legati al paramilitarismo lealista (fazioni dell’UVF e dell’UDA). I report del CAJ evidenziano che l’astroturfing digitale agisce da moltiplicatore epistemico: la percezione alimentata di una “invasione imminente” offre una sponda ideologica e una giustificazione morale a elementi paramilitari che già attuano pratiche storiche di controllo territoriale e intimidazione abitativa. Nel giugno 2026, la mobilitazione online ha armato e guidato folle di incappucciati che hanno eretto blocchi stradali, appiccato incendi e assaltato le case di residenti appartenenti a minoranze etniche (definito da un parlamentare locale come un “pogrom su base razziale”). Tra gli aggrediti figurano due operatrici sanitarie ugandesi, costrette a fuggire dalla propria casa solo grazie alla mediazione di un pastore protestante che ha implorato la folla di lasciarle passare.

I flussi di circolazione dell’evento

Per far circolare l’evento e massimizzare l’impatto emotivo, i promotori della pratica di astroturfing hanno utilizzato una precisa strategia cross-piattaforma, appoggiandosi a formati visuali ad alta viralità:

  • estetizzazione AI e meme: subito dopo l’attacco a Stephen Ogilvie, su Facebook sono state diffuse immagini generate dall’intelligenza artificiale che ritraevano migranti africani su un gommone presi a colpi di mazza da hurling. Questa operazione ha risignificato l’atto di difesa del cittadino nordirlandese in un simbolo estetico di violenza xenofoba e purificazione etnica;
  • monetizzazione dei disordini in tempo reale:  su TikTok, le dirette streaming dei disordini e dei roghi appiccati dai riottosi hanno registrato centinaia di migliaia di visualizzazioni. Alcuni streamer locali hanno esplicitamente ammesso di continuare a trasmettere in diretta solo per accumulare profitti tramite la funzione dei “regali monetizzati” della piattaforma (“likes, shares, comments, gifts and follows”);
  • doxxing e coordinamento logistico: mentre sulle piattaforme mainstream (X e Facebook) si normalizzava la narrazione anti-migranti, sui canali crittografati di Telegram e WhatsApp circolavano liste di indirizzi residenziali di cittadini stranieri e hotel da colpire, convertendo istantaneamente il traffico digitale in strumenti di aggressione fisica.

Il caso di Belfast evidenzia anche la totale asimmetria tra la rapidità della comunicazione digitale e la lentezza delle risposte statali. Sebbene l’autorità di regolamentazione britannica Ofcom abbia inviato lettere di diffida a X e ad altre piattaforme per arginare l’incitamento alla violenza, il governo non ha potuto imporre la rimozione immediata dei contenuti. Una paralisi burocratica garantisce alle piattaforme e agli strateghi dell’astroturfing almeno due mesi di totale impunità operativa, lasciando che le rivolte si auto-alimentino e si consumino indisturbate.

Il ciclo di fascistizzazione: dalla comunicazione digitale alla violenza di piazza
 
Il processo attraverso cui un utente appartenente alle classi popolari britanniche viene intercettato da una campagna di astroturfing e condotto fino all’adesione ideologica cosciente a contenuti fascisti e razzisti si sviluppa secondo un ciclo integrato che coniuga manipolazione identitaria, uso quotidiano delle tecnologie e radicalizzazione di gruppo. Questo percorso può essere compreso nelle sue ormai tipiche dinamiche.

Il ciclo inizia intercettando lo stato di vulnerabilità e frustrazione materiale del soggetto. In questa fase si applica la disinformazione basata sull’identità (Identity-Based Disinformation o IBD). Gli strateghi dell’astroturfing non propongono necessariamente notizie false, bensì operano una restrizione strategica dell’identità del target. Sfruttando i bisogni primari di appartenenza e sicurezza, propongono un  flusso informativo adatto per definizioni rigide ed esclusive di chi sia il “vero britannico” (il lavoratore bianco, eterosessuale, contribuente onesto) in opposizione speculare a minacce esterne e interne. Questa ricostruzione psicografica dei comportamenti, erede dei sistemi collaudati da Cambridge Analytica, provoca un restringimento identitario e un’inflazione paranoica della minaccia, inducendo uno stato di allarme emotivo perenne che blocca la deliberazione razionale.

Successivamente, il soggetto viene attirato all’interno di spazi digitali apparentemente slegati dall’estremismo politico, come gruppi di quartiere contro le tasse locali o forum di automobilisti. Una volta registrata la prima interazione dell’utente con questi temi, gli algoritmi di raccomandazione delle grandi piattaforme (come TikTok e X) si attivano spontaneamente in chiave predittiva. I sistemi sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza sul sito e l’interazione emotiva, favorendo la diffusione di contenuti altamente polarizzanti. I dati pubblicati dal LSE rivelano che gli algoritmi di raccomandazione di X hanno amplificato del 30% i post contenenti immagini associate alle teorie complottiste del “Genocidio bianco” e della “Grande sostituzione”. La costruzione della percezione si avvale della traduzione culturale e risemantizzazione di narrazioni cospirazioniste straniere che, secondo il modello della semiotica della cultura di Yuri Lotman, vengono sciolte e assimilate all’interno della cultura ricevente, venendo interpretate come una continuazione organica di istanze locali tradizionali fino a essere percepite come “buon senso” autoctono. 

Nella fase che segue si assiste alla totale rimozione dello stigma morale associato al razzismo e alla xenofobia. La diffusione di immagini fotorealistiche generate con intelligenza artificiale gioca un ruolo decisivo. L’indagine dell’LSE evidenzia come la diffusione di immagini AI ritraenti maschi musulmani come predatori sessuali pronti ad aggredire giovani ragazze bianche abbia registrato tassi di interazione tre volte superiori rispetto a qualsiasi altro contenuto. Dopo l’attacco di Southport, si è registrato un repentino slittamento estetico verso la celebrazione dell’eroe britannico bianco contrapposto all’invasore straniero, utilizzando l’estetica dei meme per normalizzare ed estetizzare la violenza. La radicalizzazione viene ulteriormente favorita attraverso dinamiche di palese disinformazione. Ad esempio, durante le manifestazioni “Unite the Kingdom” di Londra, esponenti della destra nazionalista polacca (Dominic Tarinsky, cui è stato vietato l’ingresso nel Regno Unito come ospite dei fascisti UK) e account anti-immigrazione britannici hanno condiviso vecchi filmati aerei spacciandoli per attuali al fine di gonfiare artificialmente il numero dei partecipanti, dichiarando la presenza di 2 milioni di persone a fronte di una stima reale della polizia metropolitana di circa 60.000 presenze, costruendo così la percezione del consenso e offrendo alle classi popolari l’illusione di far parte di una maggioranza schiacciante e irresistibile.

 Il ciclo si compie quando l’utente sperimenta la “fusione identitaria” e i confini del sé individuale si dissolvono all’interno dell’identità collettiva del gruppo fascista. La realtà viene letta esclusivamente attraverso schemi apocalittici e di autoconservazione biologica. Il soggetto è ora pienamente disponibile per la mobilitazione di piazza guidata dall’estrema destra post-organizzativa. La rabbia sociale generata dall’austerità e dall’esclusione economica viene definitivamente orientata contro obiettivi fisici precisi, come moschee o hotel per richiedenti asilo, realizzando concretamente la funzione del fascismo come “ariete” controrivoluzionario che indirizza il conflitto sociale verso una violenza etnica orizzontale e distruttiva, lasciando intatte le reali strutture di potere economico e finanziario.

Entrare nella dimensione dell’astroturfing digitale e politico, consegna un ritratto inquietante della metamorfosi contemporanea della propaganda. Non siamo di fronte alla classica propaganda ma a un’ingegneria algoritmica del consenso che si annida nelle pieghe più intime della vita digitale delle classi popolari, offrendo riconoscimento identitario a chi è stato abbandonato dalla sinistra tradizionale. Il ciclo che conduce dalla vulnerabilità materiale alla fusione identitaria con il gruppo fascista mostra come l’astroturfing non è un semplice rumore informativo, bensì un dispositivo politico completo: intercetta la solitudine, restringe l’identità, normalizza l’odio attraverso l’estetica dei meme e dell’intelligenza artificiale, gonfia la percezione del consenso e, infine, offre bersagli fisici su cui scaricare una rabbia sociale che altrimenti cercherebbe responsabilità più in alto, dove realmente risiedono il potere economico e quello finanziario.

Inoltre, l’emergere  dell’IA agentica – intesa come sistemi di agenti autonomi basati su Large Language Models (LLM) dotati di capacità di reasoning, tool-use, memoria persistente e coordinamento multi-agente – sta producendo una trasformazione radicale nella natura e nell’efficacia dell’astroturfing nella comunicazione politica. A differenza delle forme tradizionali, basate su bot rigidi, sockpuppet gestiti manualmente o reti di influencer pagati, gli agenti IA introducono un livello di autonomia, adattività e mimetismo che erode progressivamente il confine tra attività orchestrata (top-down) e partecipazione genuina (grassroots).

In primo luogo, la generazione di contenuti diviene sempre più diffusa e personalizzata: ciascun agente IA può adattare tono, framing e argomentazioni in tempo reale sulla base del feedback della piattaforma, delle reazioni degli utenti reali e delle dinamiche di rete, superando le limitazioni dei template statici o dei bot rule-based. In secondo luogo, emerge un coordinamento decentralizzato: sciami di agenti possono auto-organizzarsi, dividersi compiti (uno amplifica, un altro polarizza, un terzo modera o contro-argomenta), simulare conversazioni credibili tra “utenti” diversi e replicare pattern di amplificazione organica, come dimostrato in simulazioni recenti in cui LLM agents riproducono strategie tipiche delle Information Operations (IO) senza supervisione umana costante. Questo riduce drasticamente i costi marginali e aumenta la scala, permettendo campagne di dimensioni e velocità precedentemente impossibili.

Dal punto di vista comunicativo-politico, l’IA agentica rivoluziona tre dimensioni chiave. La prima è la percezione del consenso: grazie alla variabilità linguistica, all’invecchiamento credibile dei profili, all’uso di volti e storie generate sinteticamente e all’interazione human-like, gli agenti rendono l’illusione di social proof più resistente ai detector attuali basati su pattern di coordinamento o text-IA.
La seconda è l’ibridazione con utenti reali: gli agenti non si limitano a postare, ma ingaggiano, rispondono e incoraggiano amplificazioni organiche, creando un effetto moltiplicatore in cui il contenuto fake viene “legittimato” da interazioni genuine.
La terza è l’evoluzione temporale e adattiva: gli sciami di agenti IA possono apprendere, evolvere tattiche e migrare su piattaforme diverse in risposta a contromisure (ban, shadowban, CIB detection), rendendo l’astroturfing un fenomeno dinamico e resiliente.

Queste innovazioni pongono enormi sfide teoriche e materiali alla politica: l’astroturfing non è più solo manipolazione del dibattito, ma una forma di sintesi artificiale del pubblico che produce direttamente la percezione della volontà popolare e mina i presupposti della deliberazione democratica. La letteratura recente evidenzia come la detection classica dei falsi basata su pattern di coordinamento o su text classifier perda efficacia di fronte a comportamenti emergenti e variabili introdotti dagli agenti. Di conseguenza, la ricerca deve orientarsi verso nuovi approcci relazionali, network-informed e multi-modali, mentre le policy (DSA, platform governance) devono confrontarsi con la necessità di nuove metriche di autenticità che tengano conto dell’autonomia agentica. In sintesi, l’IA agentica trasforma l’astroturfing da tecnica di manipolazione rilevabile in un paradigma comunicativo scalabile, adattivo e potenzialmente indistinguibile dalla dimensione grassroots che simula, con implicazioni profonde per l’integrità del discorso pubblico e per i modelli teorici della persuasione politica online.

C’è quindi un passaggio che merita di essere nominato con chiarezza. La vera vittoria dell’astroturfing contemporaneo non sta solo nella sua efficacia mobilitante, ma nell’aver reso indistinguibile, agli occhi di chi lo subisce e anche di chi lo osserva, la fabbricazione dalla spontaneità. È qui che si consuma il cortocircuito più profondo: la categoria stessa di “autenticità popolare”, cardine di ogni discorso democratico e di ogni analisi critica delle classi subalterne, è stata colonizzata. L’astroturfing non si limita a imitare il grassroot: lo produce materialmente, lo alimenta, gli dà voce, finché la copia non precede più l’originale, e la rivolta di strada diventa al tempo stesso genuina nel suo dolore e totalmente eterodiretta nei suoi obiettivi. Questo scarto rende obsoleta ogni denuncia che si limiti a smascherare la “falsità” della mobilitazione, perché la mobilitazione è vera per chi la vive, vera nelle sue conseguenze letali, vera nella sua capacità di incendiare un quartiere.

Il punto non è più distinguere il sintetico dall’autentico, ma capire che l’astroturfing ha imparato a fabbricare autenticità come si fabbrica una merce, e che le piattaforme digitali sono le fabbriche in cui questa merce viene prodotta in serie. La Gran Bretagna è un vero e proprio laboratorio di questa dimensione, Belfast un suo diretto e drammatico prodotto.

Da qui discende una responsabilità che interroga non solo i regolatori e le società tecnologiche, ma le sinistre, i sindacati, l’associazionismo e la ricerca sociale. Continuare a opporre fact-checking alla propaganda significa ritrovarsi con una realtà che vuole che ogni campagna di alfabetizzazione digitale rimanga un argine di sabbia contro la marea emotiva e identitaria che l’astroturfing sa cavalcare con spaventosa precisione. I fatti di Belfast non sono un incidente della cronaca britannica, ma un promemoria universale: il fascismo del XXI secolo non ha bisogno di prendere il potere con un colpo di Stato; gli basta affittare gli spazi pubblicitari delle piattaforme e attendere che la rabbia faccia il resto.

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17/06/2026

“Disclosure Day”: la guerra, il controllo e la colonizzazione dei diversi

Lo scenario in cui si ambienta il nuovo film di Steven Spielberg, Disclosure Day (2026) è un’America attraversata da una sottile distopia simile a quella presente in  Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another, 2025) di Paul Thomas Anderson. Una distopia segnata da un eccesso di controllo e di sicurezza: se lì c’erano le squadre d’assalto del capitano Lockjaw e i centri di detenzione per immigrati, nel film di Spielberg incontriamo una squadra speciale e super organizzata al soldo della Wardex Corporation, un’agenzia segreta che opera per il governo statunitense guidata dal mefistofelico Noah Scanlon (Colin Firth). La Wardex appare come una ricchissima corporation supertecnologica, i cui dirigenti potrebbero alludere ai più alti esponenti della tech right statunitense contemporanea, ai leader di Palantir, di Alphabet e Google, di Meta e Amazon.

Il compito della Wardex, composta da prosastici e più realistici men in black, è quello di tenere nascosti alla popolazione mondiale gli incontri ravvicinati con gli extraterrestri avvenuti negli ultimi 79 anni. Se gli esponenti della Wardex sono a conoscenza di una verità preclusa alla popolazione, i tecnocrati miliardari di estrema destra che, nella realtà, guidano le corporation digitali, tengono in pugno la stessa popolazione mondiale. Google, Amazon, Meta sono giganti che strutturano la vita quotidiana degli individui. La Wardex, grazie ai suoi sistemi sofisticatissimi, riesce immediatamente a localizzare il ribelle Daniel Kellner (Josh O’Connor), esperto informatico che ha sottratto le prove dell’esistenza aliena, durante la sua fuga. I tecnocrati, la cui ideologia (che si può definire “libertarian” di destra e riassumere col classico “io so’ io e voi non siete un cazzo”) è improntata unicamente a uno spiccato benessere individuale, nella realtà profilano e controllano i gusti e le stesse vite di milioni di persone che utilizzano gli strumenti digitali. Inutile dire, poi, che sono tutti appassionati dei ‘segreti’ dell’universo, inclini a finanziare ipotetiche corse allo spazio e affascinati dalla stessa presunta esistenza degli extraterrestri.

Il film di Spielberg ci mostra quindi una distopia mica poi tanto distopica: un mondo preda della menzogna, una caverna di Platone in cui il benessere e la verità sono riservati a pochi e, dulcis in fundo, il tutto avviene in uno scenario sull’orlo della terza guerra mondiale con – lo intuiamo da alcune notizie passate sui media – la Russia e la Corea del Nord che si stanno armando contro il resto del mondo. Certo, i cattivi in un film del genere devono essere per forza essere russi o orientali ma lo scenario non è poi troppo lontano dalla realtà che viviamo: guerre in svariati angoli del mondo e una popolazione, come quella palestinese, sottoposta a un efferato genocidio attuato anche per mezzo di sofisticatissimi strumenti creati e manipolati da quei tecnocrati miliardari di estrema destra di cui sopra. Insomma, saremmo anche in difficoltà nel decidere se la distopia maggiore sia fuori o dentro lo schermo. Daniel Kellner, dotato dagli alieni di particolari poteri, come una sorta di moderno Prometeo, ruba il segreto a un consesso di semidei (la Wardex) sotto la guida di un Prometeo ancora più grande, Hugo Wakefield (Colman Domingo), il capo dei ribelli (che non poteva essere che un afroamericano) il quale ci fa pensare un po’ al Morpheus di Matrix (The Matrix, 1999) delle sorelle Wachowski.

Un’altra caratteristica dello scenario dipinto da Spielberg che ci rimanda alla realtà è l’inarrestabile colonizzazione del mondo da parte dell’occidente capitalistico e la sua volontà di estendere il controllo e il divieto a ogni angolo del pianeta collocabile come ‘diverso’. Se la destra trumpiana mira a controllare con la violenza (anche tramite l’ICE, assai simile alle truppe speciali della Wardex) gli immigrati, i ‘diversi’ per credo, cultura o colore della pelle in qualsiasi parte del mondo per annientarli o ricondurli sotto il suo dominio, il governo americano nel film arriva a catturare e sottoporre a crudeli esperimenti e torture i diversi per eccellenza, gli alieni. La tecnologia e il suo avanzamento si configurano continuamente come rapina: una rapina ai danni delle popolazioni aliene i cui ritrovati scientifici vengono razziati per far avanzare le tecnologie di un gruppo ristretto di tecnocrati. Nei filmati d’archivio sottratti da Kellner vediamo piccoli corpi indifesi sottoposti a brutali esperimenti, recrudescenza tecnologica dei campi di sterminio, di Guantanamo e di Gaza; gli alieni sono i diversi, sono una minoranza, sono i deboli immancabilmente oggetto della violenza perpetrata dall’homo capitalisticus e tecnologico. Non è un caso che quando essi si vogliono mostrare ai prescelti lo facciano sotto forma animale: gli animali, infatti, costituiscono un’altra minoranza continuamente violentata e devastata dalla macchina capitalistica della tecnologia distruttrice di ecosistemi.

Eppure, rimangono delle perplessità: perché così numerosi atterraggi di alieni dagli anni Sessanta ad oggi? La scienza non è il pezzo forte del film, sembra non esistere, non lavora a una risposta, è solo la tecnologia di avvistamento e cattura degli alieni a funzionare. Seviziano gli alieni, a che scopo? Possono dimostrare che sono dei mostri? A cosa serve la tortura? È un esperimento scientifico? Di che tipo? Hanno steso una relazione piuttosto sulla natura sensoriale ed eventualmente emotiva, di questi alieni? Per ciò che riguarda gli atterraggi, potrebbero essere casuali, improbabile però per il loro numero, elevato, quando la scienza afferma che uno scalo sulla terra da parte degli alieni è un evento altamente improbabile. Anche la filosofia non è di certo il pezzo forte del film. Cosa vorrebbero gli alieni da noi? Perché, da principio, hanno coinvolto e reso simili a loro due umani? I tecnocrati nascondono alla popolazione questi avvenimenti a scopo filantropico, la popolazione non può sopportare di sapere certe verità, pena rivolgimenti sociali pericolosi. Non vi è una intenzione cattiva, sostanzialmente. Bella lezione, davvero, anche perché a un certo punto lo spettatore pensa che non è poi del tutto falsa questa teoria, è supportata per un certo tempo anche da una persona di grande spiritualità, Jane, una ex monaca, la compagna di Daniel. Succede esattamente questo nella guerra degli Usa con l’Iran: Trump dice che ha vinto, bisogna credergli, nonostante i fatti dicano tutt’altro. Non è poi così male, e quindi falso, quello che il presidente dice, è per il bene della popolazione, giusto? Rimangono poi i soliti cliché di forma, quelle fughe degli eroi, già viste in migliaia di film, in cui si salvano all’ultimo secondo.

Spielberg, infatti, ci mostra una fuga rocambolesca attraverso gli States venata di accenti fiabeschi (numerosi sono i rimandi alle fiabe dell’infanzia) in cui gli alieni cercano di comunicare con i ‘prescelti’: oltre a Daniel Kellner c’è infatti anche un’altra ‘senziente’ dotata di poteri, Margaret Fairchild – il cui cognome rimanda appunto alle fiabe e all’infanzia – interpretata da una brava Emily Blunt che tiene da sola le redini del film. E, alla fine, in questo scenario devastato da guerre, controllo e violenza non può non comparire anche un alieno in carne ed ossa (ma su questo non vogliamo rivelare di più), assai simile all’E.T., creazione del grande Carlo Rambaldi quando ancora non c’era l’IA, di E.T. l’extra terrestre (E.T. the Extraterrestrial, 1982) dello stesso Spielberg. Insomma, in fin dei conti, it’s the capitalism, baby, altro che distopia. E vallo a dire agli alieni.

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