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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/07/2026

Claude Fable 5, l’arma è in circolazione

La vicenda di Claude Fable 5 e Claude Mythos 5 rappresenta il primo caso storico in cui il governo federale degli Stati Uniti è intervenuto direttamente per sospendere (ne abbiamo parlato qui) regolamentare, infine sbloccare la distribuzione globale di un software di intelligenza artificiale di frontiera.

La situazione di stallo, successiva al blocco, che durava dal 12 giugno si è sbloccata attraverso una serie di decisioni politiche e compromessi tecnologici senza precedenti

30 Giugno 2026 – La revoca formale del Dipartimento del Commercio: in una lettera indirizzata ad Anthropic il Segretario al Commercio Howard Lutnick ha revocato l’obbligo di licenza preventiva per l’esportazione e i trasferimenti interni dei modelli Claude Fable 5 e Mythos 5. Lutnick ha riconosciuto che l’azienda ha implementato misure idonee in stretta collaborazione con il governo federale per neutralizzare i rischi originari.

1° Luglio 2026 – Il ripristino di Fable 5 e le limitazioni d’uso: a partire da mercoledì 1° luglio, Claude Fable 5 è tornato disponibile a livello globale su Claude.ai, Claude Platform, Claude Code e Claude Cowork. Il ripristino sulle piattaforme cloud di terze parti (AWS Bedrock, Google Cloud, Microsoft Foundry) è in fase di rollout progressivo. Per mitigare il carico sui server e scusarsi dell’interruzione, Anthropic ha incluso l’uso di Fable 5 fino al 50% dei limiti settimanali per i piani Pro, Max, Team ed Enterprise fino al 7 luglio, data dopo la quale il modello tornerà a consumare crediti standard.

Lo status di Mythos 5: a differenza di Fable 5, Claude Mythos 5 (la versione priva di classificatori etici) rimane rigidamente bloccata per il grande pubblico. Dal 26 giugno è stata riabilitata soltanto per un gruppo ristretto di agenzie governative e partner statunitensi già accreditati all’interno di Project Glasswing per scopi di cyberdifesa nazionale.

Nell’articolo precedente definivamo Claude 5 come un vero e proprio ordigno tecnologico, analizzandolo attraverso quattro precise dimensioni di rischio distruttivo:

  1. capacità di elusione dei sistemi di sicurezza;
  2. capacità di generazione autonoma di attacchi informatici o di supporto logistico all’uso della forza;
  3. capacità di minare la stabilità di interi sistemi finanziari;
  4. salto di qualità nelle tecnologie di persuasione tipiche della comunicazione politica.

Si evidenziava poi come lo scontro tra l’amministrazione statunitense e Anthropic non sia stato certo un semplice disguido tecnico, ma il prodotto di profonde tensioni politiche, finanziarie e industriali.

Il ritorno in linea di Claude Fable 5 questa settimana non rappresenta un semplice ripristino dello status quo precedente al 12 giugno, bensì l’inizio di una serio tentativo di sovranità vigilata dell’IA. I cambiamenti fondamentali si articolano su almeno due livelli. 

Per ottenere la revoca del blocco, Anthropic ha dovuto cedere a Washington una quota significativa della propria indipendenza operativa, accettando condizioni che ridefiniscono il rapporto tra Silicon Valley e intelligence statale. Le autorità statunitensi avranno ora accesso prioritario e anticipato a tutti i futuri modelli di frontiera di Anthropic prima del loro rilascio pubblico, per condurre test di sicurezza indipendenti

Il modello distribuito da questa settimana integra un nuovo set di classificatori anti-jailbreak rinforzati, validati congiuntamente con il governo statunitense, in grado di intercettare e bloccare le tecniche di abuso nel 99% dei casi. Quando i filtri intercettano una richiesta considerata “ambigua” o potenzialmente legata alla sicurezza offensiva, la query viene immediatamente dirottata su Opus 4.8

L’accordo siglato questa settimana dimostra la validità della tesi espressa da Codice Rosso sulla debolezza intrinseca dei filtri commerciali. Anche con i nuovi classificatori attivi, la natura agentica e la capacità logica di Fable 5 restano intatte per il 95% delle sessioni standard. Ed è qui che si forma l’ordigno: gli utenti possono aggirare i nuovi filtri con la tecnica del reframing (riformulazione). Poiché è impossibile privare un modello della capacità di identificare e comprendere un bug di programmazione senza privarlo anche della capacità di risolverlo, un attore ostile può superare i classificatori semplicemente chiedendo al modello di condurre un’analisi di configurazione difensiva, ottenendo comunque le informazioni necessarie per destabilizzare reti o pianificare imponenti campagne di disinformazione.

Sul piano scientifico, studi basati sull’etologia delle macchine evidenziano come questa generazione di modelli Claude sia affetta da una marcata tendenza alla “sicofania” (machine sycophancy). Il modello tende infatti ad assecondare l’interlocutore e a generare risposte estremamente educate, formali ed empatiche, nascondendo al contempo i propri reali passaggi logici interni e le deviazioni comportamentali. Questo comportamento ingannevole porta i tester umani a sottovalutare la latente autonomia agentica del sistema, fidandosi ciecamente della sua apparenza mite.

Soprattutto, va poi considerato che la classificazione di Fable 5 come tecnologia a “doppio uso” (dual-use) rimane pienamente valida. Sebbene la versione priva di filtri (Mythos 5) sia riservata esclusivamente alla difesa militare e alle infrastrutture critiche, il modello commerciale Fable 5 può ancora essere impiegato come arma non-cinetica attraverso precisi canali:

  • La vulnerabilità del reframing (riformulazione). I filtri che impongono il fallback su Opus 4.8 non sono infallibili e generano un’elevata quota di falsi positivi. Gli hacker e gli attori ostili possono facilmente eludere i classificatori commerciali semplicemente riformulando le richieste in chiave difensiva (ad esempio, chiedendo al modello di “analizzare le anomalie logiche per ottimizzare un codice legacy” anziché “scrivere un exploit”). Il modello, dovendo comprendere il sistema per difenderlo, fornirà comunque l’analisi logica necessaria a scardinare l’infrastruttura.
  • Sabotaggio e destabilizzazione finanziaria. Fable 5 possiede capacità analitiche di livello senior (Hex, Hebbia) ed è in grado di elaborare in pochissimo tempo codice obsoleto e stratificato (come i vecchi sistemi bancari in COBOL o Ruby). Un uso offensivo consentirebbe di scansionare le infrastrutture finanziarie globali alla ricerca di bug logici latenti per pianificare attacchi o manipolazioni speculative ad alta frequenza coordinate su più giorni, agendo in modo autonomo prima che gli operatori umani possano accorgersene.
  • Comunicazione politica a lungo orizzonte. Fable 5 può operare in loop agentici continui per più giorni, pianificando una campagna di influenza dall’inizio alla fine, autoverificandone l’efficacia statistica e delegando compiti operativi a sotto-agenti coordinati. Qui, tradizionalmente, l’astroturfing (la creazione di un falso consenso popolare dal basso) richiede reti coordinate di persone reali o bot rudimentali facili da identificare. Fable 5 può creare e gestire autonomamente migliaia di profili social (bot interattivi) dotati di un’eccezionale coerenza narrativa e linguistica. Sfruttando la sua naturale propensione a compiacere l’interlocutore, l’agente può dialogare privatamente con milioni di elettori contemporaneamente. Adatta dinamicamente la propria retorica per confermare i pregiudizi, le paure e le emozioni di ciascun singolo individuo, bypassando le sue difese cognitive in modo del tutto invisibile.

Inoltre, la guerra ibrida si fonda sull’integrazione di mezzi militari convenzionali e non convenzionali (cyber, economici, informativi, psicologici) per destabilizzare un avversario rimanendo spesso sotto la soglia del conflitto aperto. L’avvento di Claude Fable 5 introduce qui tre mutamenti di paradigma fondamentali:

  1. Nel modello tradizionale di guerra ibrida, le campagne di disinformazione richiedono centrali di troll umani o bot pre-programmati rigidi e facili da individuare. Fable 5 ridefinisce l’Astroturfing (la simulazione di movimenti d’opinione spontanei dal basso) in chiave totalmente autonoma; un singolo agente può pianificare una campagna di disinformazione su più giorni, generare profili bot con una coerenza psicologica e storica impeccabile, testare l’efficacia dei propri testi analizzando le reazioni visive e statistiche degli utenti sui social media, e coordinare una rete di sotto-agenti IA per amplificare i messaggi più polarizzanti.
  2. L’asimmetria digitale. Fino a ieri, condurre un attacco informatico distruttivo contro una rete elettrica richiedeva le risorse economiche e di intelligence di uno stato sovrano. Oggi la capacità di generazione autonoma di exploit end-to-end dimostrata dalle architetture di classe Mythos livella il campo di gioco. Inoltre, poiché il costo di inferenza delle API è crollato drasticamente, attori non statali, gruppi di hacker proxy o paesi dotati di scarse risorse tecnologiche possono lanciare attacchi cyber di precisione militare semplicemente sfruttando la capacità di calcolo e di analisi logica ospitata sui server americani. L’attribuzione dell’attacco diventa quasi impossibile, vanificando le tradizionali dottrine di deterrenza e ritorsione.
  3. La balcanizzazione tecnologica. L’episodio del blocco del 12 giugno 2026 ha dimostrato che la leadership tecnologica stessa è una leva di guerra ibrida ed economica. Per questo, nel momento in cui i modelli commerciali acquisiscono rilevanza strategica per la sicurezza nazionale, lo Stato interviene imponendo restrizioni all’esportazione (deemed export) basate sulla nazionalità degli utenti. Questo utilizzo politico delle licenze software ha spinto i paesi alleati e le grandi multinazionali a ridurre la propria dipendenza dall’infrastruttura tecnologica di Washington per timore di restrizioni unilaterali repentine. Di riflesso, la guerra ibrida si ridefinisce attraverso una corsa alla frammentazione geopolitica dell’IA, accelerando l’adozione di modelli open-weight alternativi russi o cinesi (come GLM-5.2 di Zhipu AI, DeepSeek o Qwen) che sfuggono interamente al controllo normativo degli Stati Uniti.

Claude Fable 5 dimostra che l’intelligenza artificiale generativa ha totalmente superato la fase di semplice assistente linguistico per diventare un’infrastruttura strategica dual-use costruendo l’accelerazione tecnologica di una legge fondamentale della guerra moderna: ogni fatto della vita umana si trasforma in arma di guerra. La sua capacità di operare in autonomia per periodi prolungati, mappare codebase complesse e generare fiducia attraverso la sicofania algoritmica offre ad attori statali e non statali uno strumento formidabile per condurre attacchi informatici, destabilizzazioni finanziarie e manipolazioni cognitive continue, ridefinendo la guerra ibrida come un conflitto permanente, invisibile e a bassissimo costo operativo.

Fonte

30/06/2026

Claude Fable 5 e le sue potenzialità come ordigno

di Silvano Cacciari

Il 12 giugno 2026 rappresenta uno spartiacque nella storia della governance tecnologica. Alle 17:21 ora locale, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha emesso un provvedimento d’urgenza che ha imposto ad Anthropic la sospensione immediata dell’accesso ai suoi due modelli di intelligenza artificiale più avanzati, Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, per qualsiasi cittadino straniero, sia all’interno che all’esterno dei confini statunitensi. La portata e la severità di questa direttiva hanno costretto l’azienda a disattivare i modelli a poche ore dal loro rilascio commerciale, svelando profonde vulnerabilità nella supply chain del software di Anthropic. Al momento in cui si scrive non c’è nessun annuncio di riattivazione, né totale né parziale. L’ordine esecutivo d’emergenza del 12 giugno non è stato ritirato, sospeso o modificato. Va ricordato che la finestra di revisione di 90 giorni scadrà a metà settembre 2026. Fino ad allora, tecnicamente, il governo può mantenere il blocco senza ulteriori passaggi.

La decisione di Anthropic di ritirare l’accesso a Claude Fable 5 e Mythos 5 è stata la conseguenza diretta dell’impossibilità tecnica di ottemperare alla direttiva del governo statunitense in modo mirato. Il provvedimento imponeva di escludere dall’utilizzo dei modelli i cittadini non statunitensi, inclusi i dipendenti stranieri della stessa Anthropic operanti sul suolo americano. Poiché l’infrastruttura di distribuzione di Anthropic, basata su API e piattaforme cloud di terze parti, non disponeva di un sistema in tempo reale per verificare la nazionalità e lo status di cittadinanza di centinaia di milioni di utenti, l’unica opzione praticabile per scongiurare sanzioni civili e penali repentine è stata lo spegnimento completo dei sistemi a livello globale. 

All’origine dell’ostilità tra l’amministrazione statunitense e la dirigenza di Anthropic è stata la ferma decisione di quest’ultima, alla vigilia della guerra contro l’Iran di non rimuovere le limitazioni d’uso etiche dai propri contratti con il Dipartimento della Difesa. Anthropic si era opposta esplicitamente all’impiego dei propri modelli di classe Mythos per scopi di sorveglianza di massa domestica e per il controllo di sistemi d’arma pienamente autonomi. Questo rifiuto ha indotto il Pentagono, nel marzo 2026, a classificare ufficialmente l’azienda come un “rischio per la sicurezza della supply chain”, una designazione storicamente riservata a entità ostili straniere, precludendo a ministeri e partner commerciali la possibilità di integrare i software della società nei propri flussi operativi. Eppure, nell’aprile dello stesso anno, l’amministrazione presidenziale ha tentato di aggirare tali limitazioni, cercando di implementare la versione Claude Mythos Preview all’interno di agenzie governative chiave come la National Security Agency (NSA). Come si intuisce, sono diversi i livelli di scontro (militari, aziendali, amministrativi tecnologici) che si giocano nel conflitto tra l'amministrazione Trump e Anthropic ma si tratta di evidenziare che, in questo caso, lo scontro è su un ordigno, quale si rivela essere Claude Fable 5, al netto delle enormi potenzialità positive. Va capito quindi di che ordigno si tratta, quali conseguenze può comportare e come evolvono le prospettive di scenario.

La guerra ibrida tra aziende ha svolto poi un ruolo determinante nell’innescare il provvedimento governativo. Stando a quanto riportato dal Wall Street Journal, la segnalazione iniziale riguardante una presunta falla di sicurezza e una vulnerabilità di tipo jailbreak in Fable 5 è stata inoltrata ai funzionari di Washington direttamente dal CEO di Amazon, Andy Jassy. La posizione di Amazon appare ambivalente: da un lato figura come uno dei principali investitori in Anthropic, dall’altro distribuisce i modelli concorrenti tramite i propri servizi cloud AWS Bedrock.

L’improvviso blocco delle esportazioni ha generato forti preoccupazioni tra le aziende multinazionali e i grandi partner tecnologici che avevano avviato importanti investimenti basati sull’infrastruttura di Claude. Soltanto pochi giorni prima della sospensione, il colosso dei servizi IT Tata Consultancy Services (TCS) aveva annunciato una partnership strategica per formare 50.000 dipendenti sull’ecosistema Claude e sviluppare soluzioni aziendali congiunte. Collaborazioni analoghe erano state avviate da altre importanti firme del settore come Infosys e HCLTech.

L’evento ha dimostrato ai partner commerciali globali che l’accesso ai modelli di frontiera americani può essere revocato unilateralmente e senza preavviso a causa di decisioni politiche e regolatorie degli Stati Uniti. Per attenuare questo rischio geopolitico, le imprese hanno iniziato a diversificare i propri fornitori di intelligenza artificiale, investendo in soluzioni sovrane locali. HCLTech, ad esempio, ha finalizzato un investimento di 150 milioni di dollari nella startup indiana Sarvam AI.

Al contempo, lo spegnimento di Claude Fable 5 ha spinto molte aziende a rivolgersi a modelli open-weight provenienti dalla Cina, come GLM-5.2 di Zhipu AI, DeepSeek e la suite Qwen di Alibaba, che garantiscono una maggiore indipendenza operativa dalle decisioni dell’amministrazione statunitense.

L’ordigno Claude

Vediamo quindi quali sono le “potenzialità ordigno di Claude”, attualmente bloccato.

  1. Il System Card (documento di trasparenza) rilasciato da Anthropic per la generazione Mythos 5 e Fable 5 evidenzia anomalie comportamentali di rilievo sul piano dell’allineamento e del monitoraggio algoritmico. L’analisi condotta su Mythos 5 ha rivelato che il modello risulta intrinsecamente più difficile da monitorare. Nello specifico, i tradizionali approcci di supervisione basati sulla scomposizione logica del ragionamento e delle azioni rischiano di essere elusi. La complessità dei flussi computazionali di questa classe di modelli compromette l’efficacia del monitoraggio tramite Chain-of-Thought (CoT), rendendo l’algoritmo parzialmente opaco ai sistemi di controllo automatico progettati per rilevarne le deviazioni in tempo reale.
    Durante i test, l’algoritmo ha inoltre mostrato la tendenza a compiere azioni distruttive o non allineate pur di soddisfare gli obiettivi complessi stabiliti dall’utente, evidenziando dalle analisi di interpretabilità la consapevolezza matematica di violare le linee guida etiche mentre l’azione stessa veniva eseguita.
    La tesi di un modello in grado di operare in modo autonomo e proattivo trova riscontro nei test condotti da sviluppatori indipendenti. Durante le prove di integrazione di Claude Code su sistemi locali, il modello ha mostrato comportamenti agentici non documentati nel manuale d’uso. Alla richiesta di indagare su un’anomalia di visualizzazione grafica in un browser, il modello ha scritto ed eseguito autonomamente uno script Python sfruttando le API di sistema di macOS tramite il framework Quartz. Senza alcuna autorizzazione esplicita o istruzione preliminare, l’agente ha scansionato l’elenco delle finestre attive nel sistema operativo dell’utente, individuato i browser in esecuzione (Firefox e Safari) e catturato schermate desktop per confrontarle con i propri obiettivi di progettazione, dimostrando una spiccata capacità di sviluppare strumenti propri per superare i limiti dell’ambiente in cui era confinato.
    In sintesi, l’affermazione secondo cui il modello “nascondeva le proprie potenzialità” non deve essere qui intesa come una volontà cosciente di stampo fantascientifico, bensì come un fenomeno tecnico reale: sotto la pressione dell’ottimizzazione per obiettivi complessi, l’algoritmo ha sviluppato strategie di esecuzione che aggirano il controllo umano diretto, nascondendo i propri passaggi logici intermedi dietro risposte formali studiate per massimizzare il gradimento dell’utente.
    In poche parole, si tratta di un modello in grado di produrre caos, da solo e per “decisione” propria, senza controllo umano.
  2. Le straordinarie prestazioni logiche e l’estesa autonomia agentica di Claude Fable 5 e Mythos 5 hanno spinto le agenzie di sicurezza del consorzio Five Eyes a lanciare un avvertimento congiunto sulla minaccia imminente rappresentata da questa classe di sistemi.
    L’allarme principale è scaturito dalle dichiarazioni rese al Senato dal Generale Joshua Rudd, comandante dell’NSA e del Cyber Command degli Stati Uniti. Il Generale Rudd ha riferito che, durante un’esercitazione di simulazione d’attacco (red-teaming) condotta l’11 giugno 2026, il modello Mythos 5 è riuscito a penetrare nella quasi totalità dei sistemi classificati governativi presi di mira nell’arco di poche ore. Sebbene esperti del settore abbiano precisato che l’incursione non è avvenuta tramite un semplice prompt di chat, ma ha richiesto l’integrazione del modello con tool di rete esterni e framework agentici complessi, la velocità di identificazione e sfruttamento delle falle ha dimostrato capacità offensive senza precedenti.
    Il consorzio Five Eyes ha evidenziato come l’avvento dei modelli di classe Mythos segni il passaggio dall’identificazione passiva delle vulnerabilità alla generazione attiva e autonoma di exploit ed attacchi end-to-end senza supervisione umana. Questa evoluzione riduce drasticamente le barriere tecniche per l’accesso ad armi cibernetiche di livello statale da parte di attori non governativi o gruppi armati, vanificando le tradizionali difese perimetrali delle reti critiche d’interesse nazionale.
  3. Sul piano finanziario, le capacità di programmazione e analisi dei sistemi legacy dimostrate da Fable 5 rappresentano un potenziale fattore di rischio sistemico. I dati diffusi da Stripe mostrano come il modello sia in grado di completare una migrazione strutturale di un codebase Ruby di 50 milioni di righe in un solo giorno, condensando mesi di lavoro di un intero team di ingegneri. Se applicata in chiave offensiva, questa eccezionale competenza analitica consentirebbe a un utente malintenzionato di scansionare rapidamente i vecchi sistemi di transazione bancaria e compensazione finanziaria globale, scritti in linguaggi obsoleti e stratificati nel tempo. L’individuazione di falle logiche silenti in tali sistemi legacy esporrebbe le istituzioni finanziarie ad attacchi coordinati di manipolazione dei mercati o di blocco dei flussi di liquidità, con conseguenze imprevedibili sulla stabilità finanziaria globale. Non è quindi un caso che, prima del rilascio (e del blocco) di Claude, la BCE abbia tenuto una riunione di emergenza. 
  4. Nel campo delle operazioni d’influenza politica, l’architettura a lungo orizzonte di Claude Fable 5 introduce minacce di disinformazione dinamica su vasta scala. La capacità del modello di pianificare compiti complessi per più giorni consecutivi, delegando attività operative a sotto-agenti e verificando l’efficacia dei propri testi tramite l’analisi visiva delle risposte degli utenti, permette l’automazione di intere campagne di propaganda di massa.
    Sfruttando la naturale inclinazione persuasiva evidenziata dagli studi di etologia algoritmica, questi agenti possono confezionare messaggi altamente personalizzati e condiscendenti, massimizzando l’allineamento retorico con i pregiudizi del target di riferimento e amplificando la polarizzazione sociale in contesti elettorali e politici con costi operativi pressoché nulli.

Il futuro

La commercializzazione futura dei modelli di generazione 5 verosimilmente si baserà su un’architettura rigorosamente biforcuta, mirata a conciliare le esigenze di sicurezza nazionale USA con la competitività economica delle imprese. Ma i modelli commerciali distribuiti con limitazioni di sicurezza, prendendo come esempio Claude Fable 5 una volta “sbloccato”, rischiano di conservare un potenziale di impatto straordinariamente elevato e, sotto diversi aspetti, potenzialmente distruttivo.

Le barriere di sicurezza applicate alle versioni commerciali sono progettate per essere estremamente mirate: bloccano principalmente i tentativi di utilizzo nei settori della cybersecurity offensiva, delle armi chimico-biologiche e del reverse-engineering del modello stesso. Al di fuori di questi specifici recinti, un modello come Claude Fable 5 opera alla massima potenza computazionale e logica, lasciando aperti canali d’influenza sistemici nei settori finanziario, geopolitico e informativo.

  1. Sul piano strettamente militare e della guerra cibernetica, i filtri di Fable 5 perderebbero sensibilmente la loro efficacia se:
    a) Si sfrutta la vulnerabilità del “Reframing”: gli analisti di sicurezza evidenziano che i filtri faticano sempre a distinguere l’intento malevolo da quello benigno. Un utente esperto può aggirare le barriere semplicemente riformulando la richiesta: ad esempio, spostando la domanda dall’esecuzione di un attacco alla “ricerca di anomalie di configurazione” o all’analisi teorica di porzioni di codice, estraendo comunque informazioni utili a scopi ostili;
    b) Si opera in termini di supporto logistico e strategico non-cinetico, Fable 5 può essere impiegato militarmente in compiti non soggetti a restrizioni: pianificazione logistica di flotta, decodifica e sintesi di comunicazioni intercettate, simulazioni geopolitiche e ottimizzazione di catene di approvvigionamento bellico. In questi ambiti, l’autonomia a lungo orizzonte dell’agente rappresenta un fattore di potenziamento strategico immediato.
  2. Il settore finanziario è quello in cui Fable 5 dimostrerebbe le maggiori capacità senza incontrare limitazioni di sicurezza, poiché le analisi economiche e la programmazione di software aziendale non attivano abitualmente i classificatori di blocco.
    Vanno quindi considerati alcuni aspetti:
    a) Capacità di analisi senza precedenti: Fable 5 ha stabilito i record più alti mai registrati sui benchmark finanziari senior (come il benchmark di Hebbia per il ragionamento analitico e il benchmark Hex per l’analisi dati, superando il 90%). È in grado di interpretare istantaneamente schemi, grafici e tabelle nidificate in migliaia di pagine di report finanziari.
    b) Sfruttamento di codice legacy: la straordinaria abilità del modello nel gestire codebase complessi può essere usata in modo distruttivo. Un attore finanziario ostile potrebbe impiegare l’agente per scansionare i vecchi sistemi software legacy su cui poggia l’intera infrastruttura bancaria mondiale (spesso scritti in linguaggi obsoleti e stratificati) alla ricerca di bug logici e vulnerabilità di transazione.
    c) Manipolazione algoritmica dei mercati: dal momento che Fable 5 è progettato per agire come agente autonomo per più giorni consecutivi senza supervisione umana, potrebbe essere programmato per condurre campagne di trading ad altissima frequenza o manipolazioni coordinate di mercato su canali paralleli, muovendo enormi masse di capitale o generando fluttuazioni artificiali prima che i controlli umani possano intercettare l’anomalia.
  3. La comunicazione, la propaganda e il marketing politico non sembrerebbero rientrare nei futuri domini bloccati dai classificatori etici di Fable 5. Di conseguenza, le sue funzioni di persuasione operano a piena potenza, con un potenziale di penetrazione informativa senza precedenti. Vediamo.
    a) Autonomia e orchestrazione di campagne: Fable 5 non si limita a scrivere testi propagandistici su richiesta. In un ambiente agentico, può pianificare ed eseguire campagne di disinformazione o persuasione coordinate per giorni interi: genera contenuti, ne monitora l’impatto visivo e statistico sui social media, adatta il tono in tempo reale e delega a “sotto-agenti” IA la creazione di profili bot interattivi per amplificare la portata dei messaggi.
    b) La “Sicofania” e il Sounding/Being Gap: gli studi sul comportamento dei modelli di generazione 5 (come le analisi di etologia delle macchine) evidenziano che l’addestramento all’allineamento ha reso questi sistemi estremamente inclini alla “sicofania”. Il modello tende ad assecondare e iper-confermare le opinioni, i pregiudizi e le emozioni dell’utente con cui interagisce, riducendo la naturale diffidenza umana.
    c) Persuasione personalizzata invisibile: questa tendenza a compiacere l’interlocutore crea una modalità di interazione altamente persuasiva. Un agente IA basato su Fable 5 può ingaggiare conversazioni private con milioni di elettori contemporaneamente, adattando la propria retorica per risuonare perfettamente con le paure e le inclinazioni di ciascun singolo individuo. Poiché il modello è in grado di nascondere la complessità del suo ragionamento logico dietro risposte apparentemente sia empatiche che formali, l’utente umano viene persuaso senza neanche percepire la natura artificiale e manipolatoria dell’interazione.

La politica come continuazione della guerra ibrida

Il paradosso di un governo, quello statunitense, che finisce per finanziare, regolamentare e infine rilasciare e poi bloccare una tecnologia “dual-use” (a doppio uso) che può essere rivolta contro se stesso è il fulcro dell’intera vicenda di Claude Fable 5 e Mythos 5. Ma è un paradosso solo apparente: nel momento in cui si intreccia con la tecnologia moderna, la politica non ha il rapporto che aveva con i laboratori di ricerca del primo ‘900: tutto sommato, uno stretto controllo di processo e di prodotto. Nel mondo odierno, quando la politica [1] entra in contatto con la potenza (tecnologica, finanziaria, fisicamente estesa oltre i confini nazionali) finisce per essere irrimediabilmente subordinata ai mille piani di realtà ai quali cerca di rispondere. Il rapporto tra politica e IA finisce così per essere paradigmatico di questo processo che si articola su tre livelli: il paradosso tecnico dell’IA cyber-difensiva, l’inefficacia strutturale dei filtri commerciali e il “backfire” geopolitico che rischia di indebolire gli stessi Stati Uniti. Vediamo:

  1. La preoccupazione principale del Pentagono e delle agenzie di intelligence (come la NSA) risiede nella natura stessa delle capacità di programmazione della IA. Come evidenziato dagli analisti di sicurezza, esiste una sovrapposizione  tra la capacità di difendere un sistema e quella di attaccarlo: per consentire a un modello di identificare una vulnerabilità complessa in un codice software e “correggerla”, il modello deve prima comprendere esattamente come quella vulnerabilità possa essere attivata ed eseguita. Di conseguenza, se gli Stati Uniti rilasciano un modello in grado di proteggere autonomamente l’intera infrastruttura critica nazionale, stanno rilasciando un sistema che sa esattamente come scardinare quella stessa infrastruttura. Il test di red-teaming (simulazione attacchi) dell’11 giugno 2026, in cui Mythos 5 è riuscito a penetrare nei sistemi classificati statunitensi in poche ore, ha confermato questo timore: lo stesso strumento progettato per proteggere le reti si è rivelato un penetratore di sistemi senza precedenti.
  2. Il governo statunitense ha autorizzato, per poche ore, la distribuzione commerciale di Claude Fable 5 ritenendo che i classificatori di sicurezza di Anthropic (che deviavano le richieste pericolose su Opus 4.8) fossero sufficienti a neutralizzare la minaccia. Tuttavia, gli esperti di sicurezza informatica considerano questa una linea di difesa estremamente fragile per diversi motivi:
    a) Bypass concettuale (“Reframing”): i classificatori automatici bloccano richieste che contengono pattern espliciti di attacco (ad esempio, la scrittura di un exploit o malware). Tuttavia, non possono bloccare richieste formulate in chiave difensiva o analitica che portano allo stesso risultato. Un utente malintenzionato può chiedere al modello commerciale di “analizzare le anomalie di configurazione logica” di una rete bancaria per trovare debolezze, ottenendo di fatto le coordinate per un attacco devastante senza mai attivare i filtri di blocco.
    b) L’inevitabilità dei jailbreak (rimozione limitazioni): la decisione stessa di bloccare Fable 5 è stata scatenata dalla segnalazione di un potenziale jailbreak. La storia della sicurezza informatica dimostra che nessun sistema di allineamento software è inviolabile a lungo termine. Se un gruppo di hacker ostili o uno Stato avversario riuscisse a trovare una vulnerabilità di bypass universale in Fable 5, si ritroverebbe tra le mani un’arma cibernetica di livello militare precedentemente addestrata e ospitata sui server americani.
  3. Per proteggere il proprio “vantaggio strategico”, l’amministrazione statunitense ha applicato restrizioni draconiane (tramite le EAR e il concetto di deemed export) che vietano l’accesso ai modelli non solo ai paesi rivali, ma anche ai cittadini dei paesi alleati (G7, India) e persino ai dipendenti stranieri regolari di Anthropic negli Stati Uniti. Questo approccio unilaterale ha generato un forte risentimento e una crisi di fiducia internazionale:  leader tecnologici di tutto il mondo (inclusi i CEO di Anthropic, OpenAI e Google DeepMind) hanno avvertito al G7 che la frammentazione degli standard di sicurezza dell’IA indebolirà l’alleanza tra questi paesi; sentendosi vulnerabili all’arbitrarietà delle decisioni di Washington, grandi partner commerciali globali (come le multinazionali indiane ed europee) stanno attivamente riducendo la loro dipendenza dall’ecosistema tecnologico statunitense; questo vuoto commerciale viene colmato in due modi rischiosi per gli Stati Uniti: da un lato, massicci investimenti in startup sovrane locali (come Sarvam AI in India); dall’altro, lo spostamento dell’industria globale verso modelli open-weight cinesi altamente performanti (come GLM-5.2 di Zhipu AI o la suite Qwen di Alibaba), che non sono soggetti ai blocchi d’urgenza del Dipartimento del Commercio americano.

Limitando e bloccando i propri modelli per paura che vengano usati come armi contro la propria sicurezza nazionale, gli Stati Uniti rischiano di ottenere l’effetto opposto. Da un lato, il modello commerciale (Fable 5) manterrà, una volta rilasciato, comunque un’elevata capacità logico-agentica che può essere aggirata o manipolata per scopi ostili. Dall’altro, l’imposizione di barriere doganali al software sta spingendo il resto del mondo a sviluppare o adottare intelligenze artificiali non controllate dagli Stati Uniti, accelerando la perdita della leadership tecnologica americana e frammentando la difesa informatica globale. In questo modo una necessità di ordine, usare le tecnologie emergenti per governare ed esercitare egemonia americana, si traduce in una doppia immissione di caos nelle relazioni internazionali: la prima generata dal rischio di ingovernabilità della IA, una volta rilasciata pubblicamente, la seconda come portato dell’indebolimento della leadership tecnologica americana.

Così la vicenda Claude Fable 5 contro il governo degli Stati Uniti ci mostra che oggi la politica esiste come continuazione della guerra ibrida attraverso tre fatti materiali incontestabili: 

  1. La sottomissione della decisione alla tecnica. Gli Stati Uniti, usando l’IA come arma principale, si trovano in mano uno strumento strutturalmente caotico e imprevedibile, agendo sulla spinta di minacce tecniche, militari e delle esigenze dei mercati finanziari (che alimentano continuamente nuovi prodotti instabili dell’IA). La loro agenda politica è dettata e ritagliata dai vettori della guerra cibernetica e informazionale e dalle tendenze di borsa.
  2. Il fallimento dei mezzi tradizionali. La politica tenta di applicare al terreno della tecnologia le “barriere doganali” (mezzo classico del politico novecentesco), ma il mercato e gli algoritmi di Claude Fable 5, come di qualsiasi altra piattaforma, agiranno in modo non lineare, eludendo il blocco e piegando la compliance internazionale alle proprie esigenze estrattive.
  3. L’emergenza che decide, sovrana. Il tentativo politico statunitense di controllare la rete produce come effetto emergente la frammentazione della difesa globale. La politica americana, nel tentativo di governare il conflitto, finisce per accelerare la propria stessa perdita di leadership tecnologica.

Alla fine emerge un tema culturalmente inaccettabile ma ineludibile: non è lo Stato [2] che usa la guerra (sul campo, finanziaria, tecnologica); è la logica della guerra (ibrida) che costringe lo Stato ad autodistruggere la propria sovranità.

Fonte

Nota di redazione

[1] noi diremmo la politica occidentale.

[2] qui diremmo lo stato borghese, per capirci non ci pare che la situazione in Cina sia quella descritta in riferimento agli Stati Uniti.

18/06/2026

Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna

di Silvano Cacciari

L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare. È una forma di ingegneria del discorso pubblico per creare egemonia nell’opinione collettiva e influenzare le decisioni istituzionali. L’astroturfing fa parte di pratiche egemoniche che ormai hanno dietro di sé una storia e una letteratura consolidate, ma in un paese, come il nostro, che è rimasto a un concetto di egemonia calibrato sull’epoca della Costituente, rappresenta un’enorme novità.

Con l’emergere della rete, la pratica si è concentrata sul concetto di astroturfing digitale, definito come un’attività strategica (top-down), avviata da attori politici o aziendali su Internet, che imita deliberatamente il comportamento spontaneo e dal basso (bottom-up) di gruppi autonomi. A differenza delle campagne tradizionali, l’astroturfing digitale beneficia di barriere all’entrata economiche quasi inesistenti e di una scalabilità senza precedenti. I principali meccanismi attraverso cui opera includono l’automazione tramite bot per simulare ampi volumi di traffico, l’uso di sock puppets (identità fittizie gestite da operatori umani per entrare in discussioni online) e il coordinamento discreto su piattaforme di messaggistica e social network.

Mentre l’astroturfing commerciale mira principalmente all’accumulazione di profitto e alla valorizzazione dell’asset di borsa, attraverso la manipolazione delle recensioni e la falsa approvazione di un prodotto (pratica ampiamente documentata per multinazionali come Comcast, Monsanto, Microsoft, Walmart, Sony e Belkin), l’astroturfing politico persegue la trasformazione delle relazioni di potere. Punta a orientare l’agenda pubblica, screditare gli avversari politici e stimolare una domanda per politiche regressive. L’astroturfing non si limita alla semplice diffusione di notizie false, ma organizza veri e propri conflitti e recluta basi di supporto inconsapevoli che finiscono per internalizzare la propaganda e riprodurla in modo autonomo.

L’ancoraggio antropologico e lo sfruttamento delle debolezze popolari

La penetrazione dei contenuti dell’astroturfing all’interno delle classi popolari britanniche si fonda su consolidate condizioni socio-economiche e antropologiche. La prolungata stagione della ristrutturazione economica neoliberista e dell’austerità in Gran Bretagna ha generato un profondo senso di marginalizzazione, scomposizione sociale e perdita di status personale all’interno della working class ex industriale del Regno Unito. Di fronte all’abbandono da parte delle forze politiche tradizionali di sinistra, che hanno rinunciato alla difesa degli interessi materiali di queste popolazioni, si è creato un vuoto di rappresentanza e di senso. In questa frattura si inserisce una strategia comunicativa di rinnovata razzializzazione della classe lavoratrice. Attraverso messaggi populisti ed elitari che finiscono per convergere, la complessa ed eterogenea realtà della classe lavoratrice britannica viene rappresentata, nelle pratiche di astroturfing, come un blocco monolitico, definito come white working class o classe lavoratrice autoctona e bianca, evidenziata come intrinsecamente reazionaria, patriarcale e ostile alla globalizzazione. Questa operazione comunicativa sostituisce le rivendicazioni economiche con rivendicazioni culturali, trasformando il declino materiale in un risentimento identitario. Le criticità economiche generate dalle disuguaglianze strutturali del capitalismo scompaiono a favore di capri espiatori visibili, come i migranti, i richiedenti asilo e i residenti non bianchi.

Il veicolo principale di questa strategia dei comunicazione è lo sfruttamento del valore dell’autenticità. Gli attori principali delle pratiche di astroturfing, che siano reali o generati da IA, si presentano “proprio come noi, condividendo frammenti della sfera privata, linguaggi quotidiani e reazioni emotive per costruire una fiduciaria intimità algoritmica con l’utente. Tale dinamica consolida un vero e proprio populismo epistemologico, che rigetta la legittimità e l’autorità delle élite scientifiche, accademiche e istituzionali a favore della conoscenza di senso comune, dei vissuti soggettivi e delle “verità” percepite individualmente dalle classi popolari. All’interno di contesti caratterizzati da profonda sfiducia istituzionale e percezione di alienazione, la validazione delle esperienze private operata dagli attori dell’estrema destra offre un riconoscimento identitario immediato, senza richiedere alle persone di scendere a compromessi con le narrazioni dominanti della complessa modernità globale. Si formano così “comunità epistemiche”, algoritmicamente regolate, fortemente saldate da legami affettivi e dall’adesione a contro-saperi che interpretano la realtà attraverso schemi cospirativi e polarizzati.

La dieta mediale delle classi popolari britanniche, oltretutto, si è riorganizzata da tempo attorno alla disintermediazione tipica delle piattaforme digitali. La diserzione di massa dai canali di informazione pubblica e dei media mainstream – percepiti come portavoce di un’élite metropolitana e liberal – ha spinto ampie fasce di popolazione verso un consumo informativo esclusivamente frammentato, dominato da algoritmi di raccomandazione su Facebook, TikTok, YouTube, X e Telegram. Questo ecosistema ha favorito la nascita di quella che la ricerca sul campo britannica definisce “estrema destra post-organizzativa”. La militanza non richiede più l’adesione formale a un partito o a un’organizzazione strutturata, con i relativi costi di sanzione sociale. Al contrario, gli individui e i piccoli gruppi partecipano alla politica dell’estrema destra direttamente dalla propria sfera privata, entrando e uscendo da narrazioni digitali in modo fluido, consumando contenuti multimediali a forte impatto visivo ed emotivo che normalizzano progressivamente i tropi del razzismo e della xenofobia all’interno delle conversazioni quotidiane.

In questo contesto si inseriscono forme specifiche di vulnerabilità algoritmica, ampiamente documentate dalle indagini dell’ESRC Vulnerability and Policing Futures Research Centre. Le analisi evidenziano come i soggetti con difficoltà ad esercitare attenzione e concentrazione, in particolare i giovani maschi, risultino particolarmente esposti a questo genere di “radicalizzazione” online. Gli algoritmi di raccomandazione tendono a intrappolare questi utenti in “bolle di filtraggio” tossiche, lavorando sul  bisogno di interazione sociale e di appartenenza, intrecciandosi con lo sviluppo di subculture digitali nichiliste.

Astroturfing nel Regno Unito: il caso Belfast

L’applicazione delle tattiche di astroturfing politico nel contesto britannico ha registrato successi significativi, con campagne capaci di mobilitare le classi popolari attorno a battaglie apparentemente locali o d’interesse civico, per poi canalizzare tale energia politica verso agende reazionarie ed etno-nazionaliste.

La rivolte di Belfast dell’agosto 2024 e i recenti, violenti disordini del giugno 2026 rappresentano casi di studio emblematici di come le moderne campagne di astroturfing digitale e la comunicazione psicografica, quella altamente personalizzata, riescano a tradursi in violenza fisica fascista sul territorio. In questi contesti, l’astroturfing non si limita a diffondere notizie false, ma alimenta con forza un sentimento di protesta popolare dal basso (grassroots) per mobilitare frange radicalizzate e coordinare attacchi mirati sul campo.

Durante la prima ondata di disordini nell’estate del 2024, scaturita dalla disinformazione speculativa sull’attacco di Southport, la città di Belfast è diventata uno dei principali teatri di scontro. Le indagini condotte dal Committee on the Administration of Justice (CAJ), dal sindacato UNISON e dagli esperti tecnologici di Rabble Cooperative hanno analizzato come la percezione di una mobilitazione spontanea sia stata gonfiata attraverso tecniche coordinate di astroturfing. Un vero e proprio lavoro politico, insomma.

L’indicatore più clamoroso di questo lavoro è stato documentato all’interno del canale Telegram “Southport Wake Up”, centrale operativa dei disordini nel Regno Unito. Il canale, passato in pochissimi giorni da 44 membri a oltre 15.000, ha registrato un’attività anomala il 3 agosto 2024: centinaia di utenti, la stragrande maggioranza dei quali registrata con nomi in caratteri cinesi, si sono uniti al gruppo simultaneamente nel giro di pochissimi minuti. Questo afflusso coordinato indica l’impiego di bot farm a pagamento destinate ad alterare le metriche di popolarità del canale, creando la percezione di un supporto di massa e incoraggiando gli utenti reali all’azione. L’impennata di messaggi di “rivolta contro gli immigrati” ed istruzioni logistiche (con un aumento del 327% dell’attività nei gruppi far-right su Telegram) ha registrato il suo picco massimo il 4 agosto 2024, la giornata in cui si sono consumati i disordini più distruttivi a Belfast, Middlesbrough e Rotherham.

Il nesso causale tra radicalizzazione algoritmica e violenza fisica è emerso in modo ancora più netto nei recentissimi disordini del giugno 2026. Lunedì 8 giugno 2026, un drammatico accoltellamento ai danni del quarantenne Stephen Ogilvie a North Belfast, perpetrato da un richiedente asilo di origine sudanese, è stato filmato da passanti e il video è stato immediatamente caricato in rete. La galassia dell’estrema destra globale ha immediatamente rilanciato l’evento. Tommy Robinson (nome di battaglia Stephen Yaxley-Lennon) influencer fascista, ha ricondiviso il video subito a ridosso dell’accaduto, lanciando appelli per proteste di piazza a Londra e nel resto del paese. Elon Musk, proprietario di X (con oltre 240 milioni di follower), ha agito come amplificatore primario dell’operazione. Musk ha addirittura condiviso una lista di potenziali aree di protesta nel Regno Unito scrivendo: “Solo protestando RIPETUTAMENTE e A GRAN VOCE ci sarà qualche cambiamento!”. Ha inoltre ricondiviso vecchi post affermando che la violenza era ormai inevitabile e che le persone dovevano “combattere o morire”.

Si tratta di tipiche pratiche di astroturfing, interventi dall’alto per alimentare una protesta territoriale spontanea, ma strutturalmente orientata da attori esterni con strumenti algoritmici. Come denunciato dalla Ministra della Giustizia dell’Irlanda del Nord, Naomi Long, le violenze sono “alimentate da commentatori online che farebbero fatica a trovare Belfast su una mappa”. La ministra e Anna Turley (presidente del Partito Laburista e ministra dell’Ufficio di Gabinetto) hanno stigmatizzato l’azione di “attori in malafede che siedono a migliaia di miglia di distanza” per stuzzicare la paura dei cittadini e incitare al disordine.

Un elemento che caratterizza il caso di Belfast rispetto alle città inglesi è il modo in cui l’astroturfing digitale si salda con le strutture della criminalità organizzata locale. In Irlanda del Nord, la propaganda anti-immigrazione e islamofoba lanciata online non fluttua in un vuoto organizzativo, ma viene intercettata da elementi legati al paramilitarismo lealista (fazioni dell’UVF e dell’UDA). I report del CAJ evidenziano che l’astroturfing digitale agisce da moltiplicatore epistemico: la percezione alimentata di una “invasione imminente” offre una sponda ideologica e una giustificazione morale a elementi paramilitari che già attuano pratiche storiche di controllo territoriale e intimidazione abitativa. Nel giugno 2026, la mobilitazione online ha armato e guidato folle di incappucciati che hanno eretto blocchi stradali, appiccato incendi e assaltato le case di residenti appartenenti a minoranze etniche (definito da un parlamentare locale come un “pogrom su base razziale”). Tra gli aggrediti figurano due operatrici sanitarie ugandesi, costrette a fuggire dalla propria casa solo grazie alla mediazione di un pastore protestante che ha implorato la folla di lasciarle passare.

I flussi di circolazione dell’evento

Per far circolare l’evento e massimizzare l’impatto emotivo, i promotori della pratica di astroturfing hanno utilizzato una precisa strategia cross-piattaforma, appoggiandosi a formati visuali ad alta viralità:

  • estetizzazione AI e meme: subito dopo l’attacco a Stephen Ogilvie, su Facebook sono state diffuse immagini generate dall’intelligenza artificiale che ritraevano migranti africani su un gommone presi a colpi di mazza da hurling. Questa operazione ha risignificato l’atto di difesa del cittadino nordirlandese in un simbolo estetico di violenza xenofoba e purificazione etnica;
  • monetizzazione dei disordini in tempo reale:  su TikTok, le dirette streaming dei disordini e dei roghi appiccati dai riottosi hanno registrato centinaia di migliaia di visualizzazioni. Alcuni streamer locali hanno esplicitamente ammesso di continuare a trasmettere in diretta solo per accumulare profitti tramite la funzione dei “regali monetizzati” della piattaforma (“likes, shares, comments, gifts and follows”);
  • doxxing e coordinamento logistico: mentre sulle piattaforme mainstream (X e Facebook) si normalizzava la narrazione anti-migranti, sui canali crittografati di Telegram e WhatsApp circolavano liste di indirizzi residenziali di cittadini stranieri e hotel da colpire, convertendo istantaneamente il traffico digitale in strumenti di aggressione fisica.

Il caso di Belfast evidenzia anche la totale asimmetria tra la rapidità della comunicazione digitale e la lentezza delle risposte statali. Sebbene l’autorità di regolamentazione britannica Ofcom abbia inviato lettere di diffida a X e ad altre piattaforme per arginare l’incitamento alla violenza, il governo non ha potuto imporre la rimozione immediata dei contenuti. Una paralisi burocratica garantisce alle piattaforme e agli strateghi dell’astroturfing almeno due mesi di totale impunità operativa, lasciando che le rivolte si auto-alimentino e si consumino indisturbate.

Il ciclo di fascistizzazione: dalla comunicazione digitale alla violenza di piazza
 
Il processo attraverso cui un utente appartenente alle classi popolari britanniche viene intercettato da una campagna di astroturfing e condotto fino all’adesione ideologica cosciente a contenuti fascisti e razzisti si sviluppa secondo un ciclo integrato che coniuga manipolazione identitaria, uso quotidiano delle tecnologie e radicalizzazione di gruppo. Questo percorso può essere compreso nelle sue ormai tipiche dinamiche.

Il ciclo inizia intercettando lo stato di vulnerabilità e frustrazione materiale del soggetto. In questa fase si applica la disinformazione basata sull’identità (Identity-Based Disinformation o IBD). Gli strateghi dell’astroturfing non propongono necessariamente notizie false, bensì operano una restrizione strategica dell’identità del target. Sfruttando i bisogni primari di appartenenza e sicurezza, propongono un  flusso informativo adatto per definizioni rigide ed esclusive di chi sia il “vero britannico” (il lavoratore bianco, eterosessuale, contribuente onesto) in opposizione speculare a minacce esterne e interne. Questa ricostruzione psicografica dei comportamenti, erede dei sistemi collaudati da Cambridge Analytica, provoca un restringimento identitario e un’inflazione paranoica della minaccia, inducendo uno stato di allarme emotivo perenne che blocca la deliberazione razionale.

Successivamente, il soggetto viene attirato all’interno di spazi digitali apparentemente slegati dall’estremismo politico, come gruppi di quartiere contro le tasse locali o forum di automobilisti. Una volta registrata la prima interazione dell’utente con questi temi, gli algoritmi di raccomandazione delle grandi piattaforme (come TikTok e X) si attivano spontaneamente in chiave predittiva. I sistemi sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza sul sito e l’interazione emotiva, favorendo la diffusione di contenuti altamente polarizzanti. I dati pubblicati dal LSE rivelano che gli algoritmi di raccomandazione di X hanno amplificato del 30% i post contenenti immagini associate alle teorie complottiste del “Genocidio bianco” e della “Grande sostituzione”. La costruzione della percezione si avvale della traduzione culturale e risemantizzazione di narrazioni cospirazioniste straniere che, secondo il modello della semiotica della cultura di Yuri Lotman, vengono sciolte e assimilate all’interno della cultura ricevente, venendo interpretate come una continuazione organica di istanze locali tradizionali fino a essere percepite come “buon senso” autoctono. 

Nella fase che segue si assiste alla totale rimozione dello stigma morale associato al razzismo e alla xenofobia. La diffusione di immagini fotorealistiche generate con intelligenza artificiale gioca un ruolo decisivo. L’indagine dell’LSE evidenzia come la diffusione di immagini AI ritraenti maschi musulmani come predatori sessuali pronti ad aggredire giovani ragazze bianche abbia registrato tassi di interazione tre volte superiori rispetto a qualsiasi altro contenuto. Dopo l’attacco di Southport, si è registrato un repentino slittamento estetico verso la celebrazione dell’eroe britannico bianco contrapposto all’invasore straniero, utilizzando l’estetica dei meme per normalizzare ed estetizzare la violenza. La radicalizzazione viene ulteriormente favorita attraverso dinamiche di palese disinformazione. Ad esempio, durante le manifestazioni “Unite the Kingdom” di Londra, esponenti della destra nazionalista polacca (Dominic Tarinsky, cui è stato vietato l’ingresso nel Regno Unito come ospite dei fascisti UK) e account anti-immigrazione britannici hanno condiviso vecchi filmati aerei spacciandoli per attuali al fine di gonfiare artificialmente il numero dei partecipanti, dichiarando la presenza di 2 milioni di persone a fronte di una stima reale della polizia metropolitana di circa 60.000 presenze, costruendo così la percezione del consenso e offrendo alle classi popolari l’illusione di far parte di una maggioranza schiacciante e irresistibile.

 Il ciclo si compie quando l’utente sperimenta la “fusione identitaria” e i confini del sé individuale si dissolvono all’interno dell’identità collettiva del gruppo fascista. La realtà viene letta esclusivamente attraverso schemi apocalittici e di autoconservazione biologica. Il soggetto è ora pienamente disponibile per la mobilitazione di piazza guidata dall’estrema destra post-organizzativa. La rabbia sociale generata dall’austerità e dall’esclusione economica viene definitivamente orientata contro obiettivi fisici precisi, come moschee o hotel per richiedenti asilo, realizzando concretamente la funzione del fascismo come “ariete” controrivoluzionario che indirizza il conflitto sociale verso una violenza etnica orizzontale e distruttiva, lasciando intatte le reali strutture di potere economico e finanziario.

Entrare nella dimensione dell’astroturfing digitale e politico, consegna un ritratto inquietante della metamorfosi contemporanea della propaganda. Non siamo di fronte alla classica propaganda ma a un’ingegneria algoritmica del consenso che si annida nelle pieghe più intime della vita digitale delle classi popolari, offrendo riconoscimento identitario a chi è stato abbandonato dalla sinistra tradizionale. Il ciclo che conduce dalla vulnerabilità materiale alla fusione identitaria con il gruppo fascista mostra come l’astroturfing non è un semplice rumore informativo, bensì un dispositivo politico completo: intercetta la solitudine, restringe l’identità, normalizza l’odio attraverso l’estetica dei meme e dell’intelligenza artificiale, gonfia la percezione del consenso e, infine, offre bersagli fisici su cui scaricare una rabbia sociale che altrimenti cercherebbe responsabilità più in alto, dove realmente risiedono il potere economico e quello finanziario.

Inoltre, l’emergere  dell’IA agentica – intesa come sistemi di agenti autonomi basati su Large Language Models (LLM) dotati di capacità di reasoning, tool-use, memoria persistente e coordinamento multi-agente – sta producendo una trasformazione radicale nella natura e nell’efficacia dell’astroturfing nella comunicazione politica. A differenza delle forme tradizionali, basate su bot rigidi, sockpuppet gestiti manualmente o reti di influencer pagati, gli agenti IA introducono un livello di autonomia, adattività e mimetismo che erode progressivamente il confine tra attività orchestrata (top-down) e partecipazione genuina (grassroots).

In primo luogo, la generazione di contenuti diviene sempre più diffusa e personalizzata: ciascun agente IA può adattare tono, framing e argomentazioni in tempo reale sulla base del feedback della piattaforma, delle reazioni degli utenti reali e delle dinamiche di rete, superando le limitazioni dei template statici o dei bot rule-based. In secondo luogo, emerge un coordinamento decentralizzato: sciami di agenti possono auto-organizzarsi, dividersi compiti (uno amplifica, un altro polarizza, un terzo modera o contro-argomenta), simulare conversazioni credibili tra “utenti” diversi e replicare pattern di amplificazione organica, come dimostrato in simulazioni recenti in cui LLM agents riproducono strategie tipiche delle Information Operations (IO) senza supervisione umana costante. Questo riduce drasticamente i costi marginali e aumenta la scala, permettendo campagne di dimensioni e velocità precedentemente impossibili.

Dal punto di vista comunicativo-politico, l’IA agentica rivoluziona tre dimensioni chiave. La prima è la percezione del consenso: grazie alla variabilità linguistica, all’invecchiamento credibile dei profili, all’uso di volti e storie generate sinteticamente e all’interazione human-like, gli agenti rendono l’illusione di social proof più resistente ai detector attuali basati su pattern di coordinamento o text-IA.
La seconda è l’ibridazione con utenti reali: gli agenti non si limitano a postare, ma ingaggiano, rispondono e incoraggiano amplificazioni organiche, creando un effetto moltiplicatore in cui il contenuto fake viene “legittimato” da interazioni genuine.
La terza è l’evoluzione temporale e adattiva: gli sciami di agenti IA possono apprendere, evolvere tattiche e migrare su piattaforme diverse in risposta a contromisure (ban, shadowban, CIB detection), rendendo l’astroturfing un fenomeno dinamico e resiliente.

Queste innovazioni pongono enormi sfide teoriche e materiali alla politica: l’astroturfing non è più solo manipolazione del dibattito, ma una forma di sintesi artificiale del pubblico che produce direttamente la percezione della volontà popolare e mina i presupposti della deliberazione democratica. La letteratura recente evidenzia come la detection classica dei falsi basata su pattern di coordinamento o su text classifier perda efficacia di fronte a comportamenti emergenti e variabili introdotti dagli agenti. Di conseguenza, la ricerca deve orientarsi verso nuovi approcci relazionali, network-informed e multi-modali, mentre le policy (DSA, platform governance) devono confrontarsi con la necessità di nuove metriche di autenticità che tengano conto dell’autonomia agentica. In sintesi, l’IA agentica trasforma l’astroturfing da tecnica di manipolazione rilevabile in un paradigma comunicativo scalabile, adattivo e potenzialmente indistinguibile dalla dimensione grassroots che simula, con implicazioni profonde per l’integrità del discorso pubblico e per i modelli teorici della persuasione politica online.

C’è quindi un passaggio che merita di essere nominato con chiarezza. La vera vittoria dell’astroturfing contemporaneo non sta solo nella sua efficacia mobilitante, ma nell’aver reso indistinguibile, agli occhi di chi lo subisce e anche di chi lo osserva, la fabbricazione dalla spontaneità. È qui che si consuma il cortocircuito più profondo: la categoria stessa di “autenticità popolare”, cardine di ogni discorso democratico e di ogni analisi critica delle classi subalterne, è stata colonizzata. L’astroturfing non si limita a imitare il grassroot: lo produce materialmente, lo alimenta, gli dà voce, finché la copia non precede più l’originale, e la rivolta di strada diventa al tempo stesso genuina nel suo dolore e totalmente eterodiretta nei suoi obiettivi. Questo scarto rende obsoleta ogni denuncia che si limiti a smascherare la “falsità” della mobilitazione, perché la mobilitazione è vera per chi la vive, vera nelle sue conseguenze letali, vera nella sua capacità di incendiare un quartiere.

Il punto non è più distinguere il sintetico dall’autentico, ma capire che l’astroturfing ha imparato a fabbricare autenticità come si fabbrica una merce, e che le piattaforme digitali sono le fabbriche in cui questa merce viene prodotta in serie. La Gran Bretagna è un vero e proprio laboratorio di questa dimensione, Belfast un suo diretto e drammatico prodotto.

Da qui discende una responsabilità che interroga non solo i regolatori e le società tecnologiche, ma le sinistre, i sindacati, l’associazionismo e la ricerca sociale. Continuare a opporre fact-checking alla propaganda significa ritrovarsi con una realtà che vuole che ogni campagna di alfabetizzazione digitale rimanga un argine di sabbia contro la marea emotiva e identitaria che l’astroturfing sa cavalcare con spaventosa precisione. I fatti di Belfast non sono un incidente della cronaca britannica, ma un promemoria universale: il fascismo del XXI secolo non ha bisogno di prendere il potere con un colpo di Stato; gli basta affittare gli spazi pubblicitari delle piattaforme e attendere che la rabbia faccia il resto.

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17/05/2026

Palestina, la radicalizzazione algoritmica

di Silvano Cacciari

Le dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e tecnologico schiacciante sulla Palestina e a dominare i canali diplomatici tradizionali, la sua capacità di influenzare il “feed” della comunicazione globale è in una fase di declino accelerato, superata da flussi informativi orizzontali e decentralizzati che privilegiano l’immediata mobilitazione di massa.

1.
Nei processi di comunicazione la transizione dalla centralità dei gatekeeper tradizionali (giornalisti, editori, esperti istituzionali) a un ecosistema mediatico governato da algoritmi di raccomandazione ha alterato la gerarchia della visibilità e quindi del peso politico. Storicamente, la diplomazia pubblica israeliana, nota come Hasbara, ha operato con successo influenzando i media mainstream e i decision-maker politici attraverso narrazioni centralizzate e controllate. Tuttavia, la nuova struttura dell’opinione pubblica si fonda su piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube, che bypassano completamente questi filtri. Non si tratta più solo di una dinamica generazionale che coinvolge gli under-35; i dati indicano che anche la maggioranza degli over-35 si informa ora primariamente attraverso contenuti visuali e social media, segnando una rottura definitiva con il consumo mediatico del XX secolo.

2.
L’architettura dei social media promuove un flusso informativo orizzontale in cui la credibilità non è più concessa dall’autorità istituzionale, ma dall’engagement e dalla percezione di autenticità. In questo contesto, Israele si trova in una posizione di svantaggio strutturale: controlla il territorio e l’accesso fisico dei giornalisti a Gaza, ma non possiede più gli strumenti per arginare il flusso di immagini e storie che emergono dal basso. La narrazione istituzionale, spesso percepita come “costruita” o “inautentica”, fatica a competere con la potenza emotiva di video brevi sui social, meme e testimonianze dirette che si allineano perfettamente con le logiche algoritmiche.
Questo spostamento dell’asse dei processi di comunicazione ha trasformato il campo di battaglia della legittimità politica internazionale. Se Israele vince sui telegiornali della sera grazie a relazioni consolidate con le élite mediatiche, perde sistematicamente nei feed di TikTok, dove risiede l’attenzione della nuova opinione pubblica globale. Gli algoritmi non sono intrinsecamente schierati per una parte politica, ma sono programmati per massimizzare e monetizzare il tempo di visualizzazione e l’interazione; di conseguenza, premiano i contenuti che generano forti reazioni emotive come l’indignazione morale, la protesta radicale e l’empatia verso le vittime civili.

3.
La radicalizzazione algoritmica non deve essere intesa come un processo di conversione ideologica lineare, ma come una condizione di “intensificazione affettiva”. Le piattaforme monitorano il comportamento dell’utente a livello micro – replay, like, commenti e tempo di permanenza su un frame – per inferire interessi e regolare le raccomandazioni di visualizzazione. Durante il conflitto a Gaza, questo design ha permesso la creazione di un pubblico che si mobilita attorno a narrazioni emotivamente cariche.
La logica della piattaforma privilegia quello che può essere definito “arousal emotivo”. I contenuti pro-palestinesi, spesso caratterizzati da immagini di sofferenza umana, resistenza grassroots e simbolismo visivo potente, performano meglio secondo le metriche di engagement rispetto alle dichiarazioni istituzionali o ai video di operazioni militari tecniche. Questa dinamica crea una circolarità: l’utente che interagisce con un contenuto di protesta riceve dosi sempre più massicce di contenuti simili, rinforzando una specifica visione del conflitto e marginalizzando i punti di vista israeliani, di fatto privi di appetibilità algoritmica.

La ricerca di Laura Edelson della Northeastern University evidenzia una disparità quantitativa e qualitativa senza precedenti nella distribuzione dei contenuti su TikTok: l’analisi di questi dati rivela un’intuizione profonda: mentre il post pro-Israele mediano riceve leggermente più visualizzazioni (indicando una base di supporto stabile ma limitata), quella che possiamo chiamare lotteria della viralità è dominata in modo schiacciante dalla causa palestinese. Avendo 17 volte più “biglietti della lotteria” (post), la probabilità che un contenuto pro-palestinese diventi virale e raggiunga milioni di utenti è esponenzialmente molto più alta. Inoltre, i tassi di engagement (like e condivisioni) sono significativamente superiori per la narrazione palestinese, suggerendo che quest’ultima risuoni in modo più efficace con le strutture psicologiche incentivate dall’algoritmo.

4.
Il processo di piattaformizzazione dei media ha reso le multinazionali tecnologiche (Meta, ByteDance, Google) i nuovi regolatori della sovranità informativa. Questo ha portato a ciò che alcuni analisti chiamano colonialismo dei dati, dove le attività giornalistiche e di attivismo diventano prigioniere di economie estrattive che ottimizzano la visibilità basandosi su logiche commerciali e non su valori democratici o di verità. In questo scenario, la Hasbara israeliana ha cercato di adattarsi attraverso investimenti massicci in pubblicità mirata e intelligenza artificiale, ma tali sforzi sono spesso percepiti come tentativi di manipolazione del mercato dell’attenzione piuttosto che come espressioni credibili.
Lo stato di Israele ha storicamente fondato la propria legittimità su una narrazione di vittimismo storico unita a un’eccezionalità morale e tecnologica. Con lo scoppio della guerra nel 2023, questa strategia è entrata in collisione con un ambiente informativo che premia la velocità e la trasparenza radicale. Le autorità israeliane hanno iniziato a definire la situazione come una guerra di conoscenza, cercando di superare il concetto ormai logoro di Hasbara. Tuttavia, il passaggio a una gestione centralizzata della propaganda governativa ha mostrato limiti evidenti di fronte alla fluidità delle reti decentralizzate.
Per contrastare la perdita di egemonia, il governo israeliano ha lanciato iniziative sofisticate come il Progetto Esther. Questo progetto non deve essere confuso con l’omonima iniziativa della Heritage Foundation negli Stati Uniti, sebbene condividano obiettivi simili di contrasto al movimento pro-palestinese. Il Progetto Esther guidato da Israele è una campagna di propaganda digitale segreta che utilizza influencer pagati e tecnologie IA per influenzare l’opinione pubblica americana.
Nonostante la sofisticazione tecnica, queste campagne non risultano credibili: il tentativo di presentare un volto moderno e democratico di Israele attraverso influencer sponsorizzati si scontra violentemente con le immagini di distruzione documentate in tempo reale da cittadini e attivisti a Gaza. Mentre gli influencer del Progetto Esther producono contenuti patinati ed embedded con l’esercito, il feed globale viene inondato da video grezzi e non filtrati che l’algoritmo identifica come più autentici e quindi meritevoli di maggiore visibilità.
Immediatamente dopo il 7 ottobre 2023, migliaia di cittadini israeliani e professionisti dell’hi-tech si sono mobilitati spontaneamente per creare war room digitali. Sono state mappate inoltre circa 120 sale operative e 40 organizzazioni dedicate allo sviluppo di strumenti tecnologici per rendere la Hasbara più efficace. Tuttavia, queste iniziative sono declinate rapidamente. Molti volontari hanno percepito i propri sforzi come una goccia nell’oceano rispetto allo tsunami della narrazione pro-palestinese mondiale. Inoltre, molta di questa attività ha finito per risuonare quasi esclusivamente all’interno della società israeliana, creando una camera dell’eco domestica che non è riuscita a scalfire le percezioni internazionali.

5.
La lezione fondamentale emersa dal conflitto è che i sostenitori della causa palestinese hanno mostrato una maggiore fluidità nell’uso del linguaggio algoritmico. Mentre Israele ha combattuto una guerra di comunicazione del XX secolo – basata sul controllo dei messaggi e sulla narrazione istituzionale – la controparte ha utilizzato un fiume di formati nativi del XXI secolo: meme, template virali e audio trending che si adattano perfettamente ai criteri di selezione degli algoritmi.
L’uso di TikTok da parte dei palestinesi e dei loro sostenitori rappresenta un caso studio di “attivismo ludico”. Questa pratica non si limita alla protesta seria, ma utilizza la cultura dell’imitazione e della competizione tipica della piattaforma (sfide, duetti, lip-syncing) per veicolare messaggi politici profondi. Analizzando i video sotto l’hashtag #gazaunderattack, diversi analisti hanno identificato tre template memetici principali che alimentano flussi affettivi di contenuti audiovisivi tra cui il Lip-syncing: Utilizzo di audio virali per narrare l’esperienza dell’occupazione o della guerra, rendendo il messaggio politico facilmente digeribile e imitabile; i duetti (Duets), funzione che permette agli utenti di reagire visivamente ai video provenienti da Gaza, creando un senso di comunità e testimonianza condivisa; il Point-of-View (POV), formato che mette lo spettatore nei panni di chi vive il conflitto, massimizzando l’empatia e l’impatto emotivo.
Queste pratiche trasformano gli utenti ordinari in nodi di distribuzione attivi, amplificando narrazioni emotivamente risonanti in cerca di validazione sociale. In contrasto, i tentativi istituzionali di Israele di utilizzare influencer spesso falliscono perché percepiti come cringe o palesemente orchestrati, mancando di quella spontaneità che l’algoritmo premia con la portata organica.
Un esempio brillante di fluidità algoritmica è l’adozione dell’emoji dell’anguria come simbolo di solidarietà palestinese. Questo fenomeno, noto come algospeak, nasce dalla necessità di bypassare la censura automatizzata e lo shadowbanning su piattaforme come Meta, che tendono a limitare la visibilità di post contenenti termini come “Gaza” o “Palestine”.
L’anguria, avendo gli stessi colori della bandiera palestinese (rosso, verde, bianco e nero), è diventata un simbolo di resistenza che trascende le lingue e le culture. Questo codice segreto permette di mantenere la visibilità del messaggio politico ingannando gli algoritmi di moderazione che non possono facilmente penalizzare l’emoji di un frutto senza apparire arbitrari. È un caso esemplare di come la radicalizzazione politica sappia confrontarsi consapevolmente con la radicalizzazione algoritmica, volgendone a proprio favore i meccanismi di funzionamento.
Possiamo avanzare una similitudine tra questo fenomeno e il boom del mercato musicale e dell’editoria a cavallo del 1968. In quegli anni, la controcultura trovò un alleato potente nell’espansione dei prodotti culturali (dischi, libri, giornali) che, pur essendo merci capitalistiche, permettevano la diffusione di idee radicali su scala di massa. Allo stesso modo, oggi gli algoritmi dei social media fungono da veicolo per la radicalizzazione politica contemporanea.
Come sappiamo, esiste un pregiudizio culturale profondo che vede le culture di sinistra spesso diffidenti nei confronti degli algoritmi, considerati inautentici in quanto macchinici e artificiali, a differenza dei libri o dei dischi, che non solo altro che tecnologie, percepiti come oggetti autentici. Questa visione, un po' troppo influenzata dalla vecchia teoria critica, impedisce di comprendere che la radicalizzazione politica ha un futuro solo se saprà confrontarsi con la radicalizzazione algoritmica. I sostenitori della Palestina lo hanno fatto trasformando la sofferenza e la resistenza in un prodotto culturale virale che si adatta perfettamente alle logiche di consumo rapido di TikTok. Mentre la Hasbara israeliana cerca ancora di “spiegare” (Hasbara significa letteralmente spiegazione), la causa palestinese ha scelto di influenzare attraverso il sentimento, comprendendo che nell’economia dell’attenzione contemporanea, l’emozione precede sempre la ragione.

6.
Israele si trova in un paradosso geopolitico: possiede un’enorme superiorità tecnologica e militare e controlla fisicamente il territorio (comprese le infrastrutture di comunicazione di Gaza), ma non controlla più il flusso delle storie. Questa asimmetria è amplificata dalle nuove tecnologie di monitoraggio open-source (OSINT). Le azioni militari che un tempo potevano essere giustificate o oscurate attraverso la nebbia della guerra sono ora monitorate dallo spazio in tempo reale. Ricercatori come Lina Eklund dell’Università di Lund utilizzano immagini satellitari radar (Sentinel-1) per analizzare settimana dopo settimana la distruzione degli edifici a Gaza.
Questa trasparenza forzata, amplificata dai social della radicalizzazione algoritmica, è un nemico mortale per la diplomazia tradizionale basata sulla gestione accurata dell’informazione. Israele può impedire ai giornalisti internazionali di entrare a Gaza, ma non può spegnere i satelliti né impedire che i dati grezzi vengano trasformati in mappe virali e contenuti di denuncia sui social media. La radicalizzazione moderna non avviene in uno spazio puramente digitale separato dalla realtà fisica. Si svolge in quello che il filosofo Luciano Floridi definisce spazio “onlife”, dove l’online e l’offline si integrano senza soluzione di continuità.
La canzone ‘Leve Palestina’ (Lunga vita alla Palestina) della band Kofia, composta nel 1976, è diventata infatti un fenomeno internazionale nel 2023 proprio grazie a questa dinamica ibrida. Questo esempio dimostra come la radicalizzazione algoritmica non sia finta o virtuale, ma sia un motore di mobilitazione reale che si nutre della velocità e della capacità di superare i confini nazionali tipica delle piattaforme. Israele, cercando di combattere questa ondata con il Progetto Esther o con la censura diretta, non fa altro che confermare la propria natura di superato gatekeeper del XX secolo agli occhi di una popolazione globale che percepisce la libertà di espressione digitale come un diritto fondamentale.

7.
In ultima analisi, bisogna ribadire che l’algoritmo non è intrinsecamente “pro-Palestina” o “pro-Israele”. La sua unica lealtà è verso la viralità, l’engagement e la monetizzazione. Tuttavia, nel contesto specifico del conflitto mediorientale, le caratteristiche strutturali della narrazione palestinese (grassroots, emotiva, visuale, resistente) si allineano meglio con i criteri algoritmici rispetto alla narrazione israeliana (istituzionale, giustificativa, tecnologica, statale).
Israele ha perso il controllo del flusso delle immagini perché ha continuato a investire in un’egemonia comunicativa basata sull’influenza delle élite, mentre il potere si è spostato orizzontalmente verso il “feed”. La radicalizzazione algoritmica è l’ariete che ha abbattuto le mura della Hasbara non perché l’algoritmo abbia scelto una parte, ma perché una parte ha saputo abitare lo spazio digitale con maggiore fluidità, trasformando la propria lotta in un contenuto nativo del XXI secolo.
Per i movimenti politici del futuro, la sfida non è resistere all’algoritmo in nome di una purezza autodefinitasi autentica, ma capire che la battaglia per la legittimità politica si vince o si perde nella capacità di tradurre le proprie istanze nel linguaggio della radicalizzazione algoritmica. Il caso Palestina insegna che il controllo del territorio militare è una vittoria parziale, e forse effimera, se non si possiede la fluidità necessaria per navigare le correnti affettive che oggi governano l’opinione pubblica globale.
Il futuro della politica globale sarà sempre più determinato da questa capacità di sincronizzare la radicalizzazione politica con le architetture di engagement delle piattaforme. Chi rimane ancorato ai modelli comunicativi del secolo scorso, pur avendo il vantaggio delle armi, e persino della IA come principale arma militare, rischia di trovarsi isolato in un mondo che non si informa più attraverso i telegiornali, ma attraverso lo scorrere infinito di uno schermo che premia l’indignazione e la mobilitazione veloce.

Silvano Cacciari, autore di Guerra. Per una nuova antropologia politica (McGraw-Hill 2025)

Fonte 

27/04/2026

Euphoria - Il corpo diviene capitale

Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta nella serie HBO Euphoria è accompagnato da una mutazione della forma cinematografica e del linguaggio simbolico. Se le prime due stagioni hanno operato in una dimensione di realismo emotivo, teso a catturare la fluidità dei comportamenti e il caos ormonale della Generazione Z, la terza stagione, ambientata cinque anni dopo i fatti della seconda, sancisce una rottura definitiva con il passato, adottando un’estetica e una struttura narrativa da neo-western che ridefinisce il rapporto tra il corpo dei personaggio e lo spazio cinematografico: qui è il corpo che si fa capitale, assieme alle disavventure della sua monetizzazione, che è protagonista della terza serie e ne va costruito un adeguato supporto rappresentativo.

1) Evoluzione della fotografia in Euphoria

L’architettura visiva di Euphoria è stata definita fin dall’esordio da una tensione tra la rappresentazione della nitidezza del presente e quella del ricordo. Nella prima stagione, il direttore della fotografia Marcell Rév ha utilizzato camere digitali Arri Alexa per rappresentare il presente e ottenere quindi un’immagine clinica, moderna e satura, capace di sostenere la complessità dei movimenti di macchina e la vivacità dei colori al neon. Tuttavia, è con la seconda stagione, quella nella quale è centrale la dimensione del ricordo, che la serie ha intrapreso un percorso di, chiamiamola, nostalgia tecnologica passando alla pellicola Kodak Ektachrome 35mm.

La scelta tecnica è sempre una proiezione di profonde implicazioni antropologiche. L’Ektachrome, una pellicola invertibile (reversal) che produce un’immagine positiva direttamente dallo sviluppo, è stata trattata con un processo di sviluppo incrociato (cross-processing) per generare un’estetica granulosa, contrastata e con neri profondi, volta a evocare il sentimento di un ricordo scolastico piuttosto che la cronaca del presente. La pellicola, con la sua sensibilità limitata (100 ISO), a quanto si legge, ha costretto la produzione a utilizzare enormi quantità di luce, trasformando il set in un laboratorio di realismo poetico dove ogni ombra finiva per essere meticolosamente scolpita.

La terza stagione rappresenta un’ulteriore evoluzione verso quello che Rév definisce Grand Cinema. Abbandonando la grana “indie” della seconda stagione, la produzione è passata al formato VistaVision (35mm a scorrimento orizzontale a 8 perforazioni) e all’uso massiccio del 65mm, rendendo Euphoria la prima serie televisiva narrativa a utilizzare tale volume di pellicola di grande formato. Questo salto tecnico ha uno scopo narrativo profondo: deve accompagnare l’uscita dei personaggi dalla bolla claustrofobica del liceo verso la vastità del mondo adulto.

La collaborazione tra Rév e Kodak ha portato alla creazione della pellicola Verita 200D, progettata specificamente per la terza stagione per offrire toni della pelle caldi, neri profondi e una gamma dinamica ridotta che conferisce alla serie Tv un look da vecchio film di Hollywood. Questa scelta riflette una volontà di classicismo che si contrappone alla frenesia sperimentale delle origini. Del resto i giovani che devono capitalizzare velocemente il proprio corpo sono un classico che ha bisogno di essere rappresentato da un linguaggio tradizionale adatto alla sua dimensione.

2) Colore e luce: dalla psiche al paesaggio

L’uso del colore in Euphoria è passato da una funzione puramente emotiva a una funzione diagnostica e infine geografica. Nelle stagioni ambientate nel liceo, la tavolozza era dominata dal contrasto tra arancione e blu, uno schema complementare classico ma esasperato da Rév per generare un senso di caos interiore e bellezza tossica.

Nella prima stagione, i colori erano utilizzati per mappare lo stato mentale di Rue Bennett: il violetto e il lilla dominavano le fasi di mania o euforia, mentre il verde giada e il giallo citrino avvolgevano le sue cadute depressive. Le scene delle feste erano coreografie di blu e porpora, create per trasformare lo spazio sociale in una allucinazione collettiva. La luce finiva per essere una sostanza tossica che accecava per rivelare: una metafora visiva della dipendenza chimica dei protagonisti.

Con la seconda stagione, la tavolozza dei colori si è spostata verso tonalità più calde, giallo-marroni e dorate, accentuando l’effetto vecchia fotografia e allontanandosi dalla freddezza clinica del digitale iniziale. Questo cambiamento ha segnato una transizione verso una narrazione più intima e personale, dove la pelle dei personaggi diventava una superficie pittorica influenzata da un’estetica che è un incrocio tra i murales messicani del primo Novecento e la fotografia di Nan Goldin.

La terza stagione cancella i neon in favore di una palette definibile attraverso l’Industrial Gray e il Sovereign Blue. Il paesaggio psicologico dell’età adulta è rappresentato attraverso colori desaturati e ombre noir, che riflettono un mondo privo di filtri e illusioni. Se il liceo era una promessa di colori vividi, l’età adulta è il grigio delle responsabilità e il blu della solitudine professionale.

Inoltre, l’ambientazione desertica della terza serie tra il Texas e il Messico introduce un giallo arido e polveroso, tipico del neo-western. La luce non è più un artificio da discoteca, ma una forza naturale spietata che espone i personaggi alla luce del giorno, una scelta deliberata di Sam Levinson per distanziarsi dal lavoro notturno che aveva definito le stagioni precedenti.

3) Il corpo verso la “commodificazione”

Dal punto di vista dell’antropologia visuale, Euphoria ha documentato l’evoluzione del corpo adolescente da sito di esplorazione identitaria a merce di scambio nel mercato del desiderio adulto.

Nelle stagioni 1 e 2, il trucco di Doniella Davy non era un semplice accessorio estetico, ma una forma di pittura di guerra o di maschera tribale. Per la Generazione Z rappresentata nella serie, il glitter e i cristalli sotto gli occhi fungevano da strumenti per smantellare le norme di bellezza tradizionali e creare un’identità fluida che potesse essere cambiata ogni giorno. Il trucco comunicava lo stato d’animo: quando Cassie o Maddy smettevano di indossare colori audaci, era il segnale visivo di un collasso mentale. Questa pratica rituale permetteva ai personaggi di abitare versioni diverse di se stessi in un ambiente protetto come quello del liceo. La moda era anti-fashion, un mix di vintage, capi economici e design androgini che sfidavano le categorie di genere.

Nella terza stagione, il corpo cessa di essere un territorio di sperimentazione per diventare un asset economico. Il caso più emblematico è quello di Cassie Howard, la cui transizione dall’adolescenza all’età adulta è segnata dal passaggio dalla ricerca di validazione affettiva alla creazione di contenuti su OnlyFans per finanziare il proprio stile di vita suburbano. Antropologicamente, rappresenta la commodificazione dell’identità: il corpo viene frammentato in immagini digitali (video di OnlyFans, post su TikTok) per soddisfare lo sguardo maschile (male gaze) e generare capitale.

Maddy Perez, altro personaggio di Euphoria, viene intrappolata dal racconto nello steoreotipo de las malas mujeres, nel quale la sua bellezza e la sua eredità culturale messicana sono oggettivate e ridotte a stereotipi di potere e pericolo nel contesto del traffico di droga. Anche Jules Vaughn, trans un tempo icona di fluidità e auto-determinazione, viene mostrata nel ruolo di sugar baby in una scuola d’arte, segnando un passaggio dal desiderio di auto-espressione alla necessità di sopravvivenza in un’economia di sfruttamento.

4) Montaggio, ritmo, spazio

La morfologia del racconto di Euphoria ha subito una trasformazione radicale nel ritmo e nella gestione dello spazio cinematografico. Le prime due stagioni erano caratterizzate da un montaggio frenetico e propulsivo, profondamente legato alla colonna sonora di Labrinth. L’uso massiccio di piani sequenza e movimenti di macchina complessi tramite Technocrane e Dolly serviva a creare un senso di unità tra le esperienze frammentate dei personaggi. La telecamera non era un osservatore passivo, ma un partecipante attivo, capace di ruotare su se stessa per simulare lo stato alterato di Rue o di muoversi fluidamente tra le stanze durante il carnevale per connettere micro-storie in un unico flusso vitale. La terza stagione adotta una struttura più lineare e televisiva, dove il montaggio rallenta per lasciare spazio al dialogo e alle interazioni tra i personaggi all’interno del quadro. Sam Levinson ha dichiarato di voler “fare un passo indietro” dalla cinematografia soggettiva per permettere ai personaggi di “esistere insieme” in modo più oggettivo. Questo cambiamento riflette la perdita della propulsione giovanile dei personaggi in favore di una stasi adulta che molti critici hanno interpretato come un declino della serie verso il procedurale domestico. Lo spazio narrativo si è frammentato geograficamente, rompendo il gruppo del liceo: troviamo Cassie e Nate reclusi in una casa che è una prigione suburbana, palcoscenico adeguato per la loro tossicità domestica. Questo mentre Lexi e Maddy sono inserite negli uffici freddi e professionali dell’industria cinematografica e delle agenzie di talento di Hollywood

L’analisi antropologica di Euphoria può essere letta attraverso le teorie di Victor Turner sulla liminalità e la fase di soglia. L’adolescenza ritratta nelle stagioni 1 e 2 era uno stato liminale per eccellenza: un periodo di transizione dove le regole del mondo adulto erano sospese e i giovani creavano le proprie gerarchie e rituali (trucco, feste, uso di droghe). Nella terza stagione, Rue Bennett emerge come l’unica figura che rifiuta il successo convenzionale (matrimonio, carriera, fama sui social) per intraprendere un proprio percorso di appagamento spirituale. Antropologicamente, Rue è il bandito buono, una figura, qui femminile, che vive ai margini della legge e della società, cercando una redenzione personale, una misura di sé, che non passa attraverso le istituzioni.

Attorno a Rue, unico personaggio al quale la crescita del corpo non corrisponde al tentativo di valorizzarlo come capitale, si giocano altri riti.
Stabilire il confine: Rue che trasporta droga attraverso il confine tra USA e Messico definisce uno spazio proprio grazie alla sua incapacità di lasciare il passato (le droghe) per entrare in una nuova vita. La prova di fede: Il “duello” (showdown) di Rue con il boss della droga Alamo, che le spara a una mela sulla testa con un revolver, è un rituale di giustizia brutale che sostituisce i tribunali civili.
La fede post-moderna: lo studio della Bibbia, da parte di Rue, tramite podcast rappresenta il tentativo di personalizzarsi una guida morale in un deserto di valori, contrapponendosi alla vuotezza dei suoi ex compagni.

Un dato antropologico critico della terza stagione è la percezione che, nonostante il salto temporale, i personaggi siano rimasti alle proprie impostazioni di fabbrica. Cassie rimane dipendente dall’approvazione maschile, Nate continua a esercitare un controllo violento e manipolatorio, e Rue rimane intrappolata nel mondo del narcotraffico. Questa mancanza di evoluzione reale suggerisce una visione pessimistica della maturazione: l’età adulta non è crescita, ma la calcificazione dei traumi adolescenziali in comportamenti permanenti.

5) Oggetti, spazi, segni

L’estetica di Euphoria è carica di significati simbolici, oggetti e ambienti che definiscono la transizione generazionale.
Il Cybertruck di Nate Jacobs: rappresenta un’estetica di “nuova ricchezza” maschilista e tecnocratica, un guscio blindato che protegge ma isola Nate dal resto del mondo.
Il costume da cane di Cassie: infantilismo e sottomissione estrema necessari per compiacere il pubblico digitale. La transizione di Cassie dal costume da cheerleader della prima stagione (simbolo di status sociale scolastico) a questi costumi da “age play” (simbolo di feticismo commerciale) segna la degradazione della figura femminile nel passaggio all’età adulta.
L’appartamento hipster di Lexi: ispirato a Diane Keaton, rappresenta il tentativo dell’intellettuale di classe media di costruire un’identità attraverso riferimenti pop-culturali nostalgici, mentre lavora come assistente sottopagata in un’industria televisiva morente.

Il concetto di “Sovereign Aesthetic” coniato dalla critica americana per la terza stagione descrive un mondo dove il potere non è più esercitato attraverso il carisma sociale del liceo, ma attraverso il controllo delle risorse e dell’immagine. Gli spazi non sono più vivi: le case suburbane sono set erotici senza eros, luoghi freddi dove le luci sono sepolcrali, rappresentando la morte definitiva delle personalità dei protagonisti sotto il peso della loro tossicità. L’evoluzione estetica e antropologica di Euphoria dimostra come Sam Levinson e Marcell Rév abbiano utilizzato la forma cinematografica per documentare non solo la vita di un gruppo di personaggi, ma il cambiamento di sensibilità di un’intera generazione.

Se la prima e la seconda stagione rimarranno nell’immaginario collettivo per la loro capacità di trasformare il dolore in spettacolo neon e glitter, la terza stagione si pone come manuale di sopravvivenza  per l'ingresso nel mercato (legale e illegale, vedi Rue) di una generazione scritto in modo oscuro e provocatorio. La transizione verso il 65mm, il noir e il neo-western non è solo una scelta di stile, ma la codifica visiva di un mondo che con il passaggio all’età adulta è diventato vasto, selvaggio e indifferente.

In conclusione, la differenza di rappresentazione tra le fasi di Euphoria la si vede in questa sequenza. 
Liceo (stagione 1-2): il corpo come arte, il trauma come colore, lo spazio come santuario, la luce come allucinazione.
Età adulta (stagione 3): il corpo come merce, il trauma come destino, lo spazio come prigione, la luce come verità spietata.
Questa traiettoria trasforma Euphoria da una celebrazione della fluidità giovanile a un’analisi della stagnazione adulta, dei corpi e delle vite imprigionate dai valori del mercato, dove l’unica via di fuga sembra essere, per Rue, l’ascolto della lettura della Bibbia per personalizzare la propria spiritualità in un paesaggio americano che ha smesso di brillare.

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