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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/09/2026

La Ue blinda l’informazione, in nome delle guerre ibride. La politica italiana si frantuma

Come ha ben spiegato recentemente Guido Olimpio sul Corriere della Sera, “la guerra ibrida è una coperta, molto lunga, estensibile a seconda dei momenti e senza confini”.

Il Parlamento europeo ha approvato ieri in plenaria con 420 voti a favore, 220 contrari e 26 astenuti, una relazione sulle conclusioni della Commissione speciale sullo scudo europeo per la democrazia (Euds), con raccomandazioni concrete su come l’Ue possa difendere le proprie istituzioni democratiche dalle ingerenze esterne nelle cosiddette “guerre ibride”.

Negli ultimi anni l’imbrigliamento dell’informazione è nel mirino dell’involuzione autoritaria che sta caratterizzando l’Unione Europea e i governi aderenti, Italia inclusa.

Nel voto di ieri al Parlamento di Strasburgo sullo European Democracy Shield, la politica italiana si è letteralmente frantumata. Forza Italia, ha sostenuto il documento insieme agli europarlamentari del Partito Democratico, dei Verdi e di Azione che hanno votato a favore del provvedimento liberticida, mentre – e piuttosto paradossalmente – Fratelli d’Italia e Lega hanno votato contro, insieme al Movimento Cinque Stelle, mentre Sinistra italiana, come spesso accade per non prendere una posizione chiara, si è astenuta.

Gli eurodeputati hanno dato così il consenso alla creazione di un “Centro Ue per la resilienza democratica”, come viene definito dalla Commissione europea. Ma cosa è e contro chi deve agire l’Euds votato ieri?

Il Centro, ha ricordato il commissario europeo Michael McGrath intervenendo in plenaria, è “già operativo da febbraio e tutti gli Stati membri hanno già aderito”. Presto “saranno associati anche i Paesi candidati e potenziali candidati all’UE”, ha spiegato McGrath.

Questo organismo dovrebbe fungere da “centro di eccellenza” per contrastare le “manipolazioni e le ingerenze straniere nel settore dell’informazione, nonché per coordinare le azioni nazionali”.

Nella relazione che ha accompagnato il provvedimento europeo vengono evidenziati i cosiddetti attacchi ibridi della Russia contro infrastrutture critiche, tra cui attacchi informatici, sabotaggi fisici, incendi dolosi, attività di spionaggio e disturbi del segnale, nonché attività analoghe provenienti da altri paesi sulla lista nera della Ue come Bielorussia, Cina, Iran e Corea del Nord.

I deputati chiedono inoltre di ampliare le sanzioni nei confronti di coloro che facilitano la disinformazione e di quanti contribuiscono a eludere le sanzioni esistenti.

La preoccupazione è relativa in gran parte alla sfera digitale, in tal senso il provvedimento adottato a Strasburgo chiede un’applicazione rigorosa delle norme digitali esistenti (come le leggi sui servizi digitali e sull’intelligenza artificiale), anziché introdurre una nuova legislazione. Chiede inoltre che le piattaforme siano chiamate a rispondere del loro operato e facciano di più per contrastare le ingerenze elettorali operate attraverso bot. Ovviamente solo quando le elezioni minacciano di produrre risultati sgraditi a Bruxelles.

I deputati esortano poi l’Ue a ridurre la propria dipendenza da tecnologie controllate da soggetti stranieri nei settori sensibili, in particolare dalle imprese tecnologiche statunitensi e dall’hardware cinese.

Appunto, “la guerra ibrida è una coperta, molto lunga, estensibile a seconda dei momenti e senza confini”.

Ma le libertà politiche e la verità ne sono le prime vittime, anche in Europa, è bene saperlo.

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17/07/2026

Guerra algoritmica, sovranità digitale e costruzione di immaginario

di Gioacchino Toni

Arturo Di Corinto, Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, Prefazione di Roberto Baldoini, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 220, € 22,00

Risulta ormai evidente come l’importanza assunta dalle tecnologie digitali nell’esercizio del potere contemporaneo abbia di fatto esteso all’ambito tecnologico la competizione internazionale tradizionalmente riservata ai piani commerciale e militare.

Essendo estremamente difficile pensare che un’entità nazionale possa raggiungere la piena autosufficienza tecnologica – che presupporrebbe la totale autonomia progettuale, la forza per imporre standard globali di funzionamento, il completo controllo delle infrastrutture e dei mercati necessari alla distribuzione e all’utilizzo delle tecnologie, oltre che la disponibilità dei materiali necessari – ecco dunque presentarsi in tutta la sua rilevanza il problema della sovranità digitale affrontato da Arturo Di Corinto nel volume Guerra profonda (Luiss, 2026).

Ogni Paese che ambisca al mantenimento di un ordinamento democratico si trova oggi a fare i conti sia con un livello crescente di dipendenza tecnologica da sistemi progettati e governati secondo logiche disinteressate ai principi democratici sia con una concentrazione di potere tecnologico nelle mani di poche corporation globali private. A fronte di tale contesto, il volume di Arturo Di Corinto mette in luce come cybersicurezza, informazione digitale e nuove tecnologie stiano ridefinendo profondamente le dinamiche contemporanee del conflitto e della competizione internazionale.

La guerra contemporanea è combattuta con algoritmi, satelliti e troll farm, il che ha esteso il campo di battaglia a device digitali, social e banche dati. Una guerra che ricorre a «software e algoritmi, intelligenza artificiale, dispositivi informatici e piattaforme digitali per sviluppare strategie politiche ed economiche, ma anche interventi militari, operazioni cibernetiche e di influenza informativa» (p. 22). Una guerra algoritmica, la definisce Di Corinto, in quanto basata sulla «capacità di macchine “intelligenti” di raccogliere e analizzare enormi quantità di dati, prendere decisioni, e agire in modi che sopravanzano le capacità umane in termini di velocità e complessità, estraendo informazioni generate da personal media e social network e arruolando le Big Tech nei conflitti moderni che usano gli utenti di Internet come terminali di senso e soldati passivi nella guerra dell’informazione» (p. 22).

Una volta delineata l’importanza assunta dalla sovranità digitale nel contesto contemporaneo e spiegato come ogni guerra possa dirsi ibrida, in quanto disposta a ricorrere ad ogni mezzo necessario per avere la meglio sul nemico, dalle armi da fuoco alla manipolazione dell’informazione, Di Corinto approfondisce i concetti di guerra cibernetica, guerra algoritmica, guerra cognitiva, spiega le differenze tra infowar, netwar e cyberwar, evidenzia il coinvolgimento dei civili nei conflitti cibernetici, tratteggia l’evoluzione dell’hacktivism come fenomeno sociale per poi illustrare il ruolo di hacker e hacktivisti nei conflitti russo-ucraino e mediorientale, a riprova di come il mondo cyber sconfini nel mondo fisico.

Quando si parla di cyberwar si fa riferimento agli attacchi informatici finalizzati a danneggiare le risorse della nazione nemica: si tratta,  dunque, sottolinea Di Corinto, di una guerra ibrida che oltrepassa l’ambito cyber coinvolgendo i domini di terra, mare, cielo e spazio impattando sull’economia, sulla politica e sull’informazione, e che arruola i civili, singoli od organizzati, rendendoli attivamente protagonisti trasformandoli in «terminali di una rete di produzione di senso e di intervento attivo nei conflitti» (p. 50). Ogni conflitto cyber impatta sullo spazio cognitivo del nemico, dunque l’informazione, sia giornalistica sia delle reti sociali, assume un ruolo centrale nella sua conduzione.

Per quanto la disinformazione nasca ben prima dell’era digitale, è innegabile che il fenomeno si sia ampliato a dismisura con l’avvento dell’informazione digitalizzata, del web e dell’intelligenza artificiale impattando in maniera inedita sull’opinione pubblica e sulla stabilità sociale. In un contesto in cui proliferano fake news e realtà alternative, l’opinione pubblica tende a essere modellata più dagli impulsi emotivi, dalle credenze personali e dalle relazioni sociali (soprattutto digitali). Questo alimenta un meccanismo psicologico di conferma delle informazioni acquisite prescindendo dall’oggettività e dalla verificabilità dei fatti. Inoltre, il ricorso preferenziale alle sintesi prodotte dai sistemi di intelligenza artificiale per l’informazione e la formazione personale risente dell’autoreferenzialità di un sistema IA che spesso elabora le sue risposte a partire da informazioni prodotte da altri sistemi di IA, contribuendo a plasmare un immaginario collettivo incurante dell’attendibilità delle fonti e dell’oggettività e verificabilità dei dati su cui si struttura.

La guerra algoritmica, come detto, è una guerra ibrida combattuta anche a livello cognitivo che, alla luce del ruolo di primo piano giocato dalle grandi corporation tecnologiche private, mette gli Stati di fronte al problema della sovranità digitale. In particolare, quando si parla di guerra cognitiva, scrive Di Corinto, si fa riferimento allo «sfruttamento dell’opinione pubblica, da parte di un soggetto esterno, allo scopo di influenzare le politiche pubbliche e governative e destabilizzare le istituzioni pubbliche» (p. 87). Tale tipo di guerra ha lo scopo di intervenire sui processi cognitivi, sulla percezione pubblica e individuale degli eventi generando paura, malcontento, frustrazione e rabbia causando proteste, rivolte, instabilità sociale e politica.

Esempi di guerra cognitiva, almeno a parere di chi scrive, si possono individuare nelle cosiddette rivoluzioni colorate supportate, quando non orchestrate direttamente, da forze occidentali, soprattutto statunitensi, in alcuni Paesi post-sovietici ma anche, a livello interno – si potrebbe parlare in questo caso di guerra civile cognitiva – nella costruzione da parte dell’alt-right statunitense dell’immaginario da cui è derivato l’assalto a Capitol Hill del 2021.

Si parla di propaganda computazionale quando l’attività di propaganda e disinformazione viene attutata attraverso i mezzi digitali – piattaforme, social, Llm... – per diffondere narrative interamente o parzialmente false, sfruttando «i limiti attenzionali e le euristiche di scelta collegate alla selezione dell’informazione attraverso la diffusione personalizzata di messaggi emotivamente allarmanti, minacce reali o immaginarie e teorie del complotto che catturano l’attenzione più di altri contenuti» (p. 101).

Per quanto la propaganda computazionale nasca e si dispieghi nell’ambiente digitale, sottolinea Di Corinto, i suoi effetti sono spesso amplificati dai media tradizionali che, più o meno volontariamente, contribuiscono a collocarla all’interno dell’agenda mediatica ufficiale fornendole autorevolezza. Paradossalmente, la ripresa da parte dei media tradizionali della propaganda veicolata da media che, spesso, si presentano come alternativi ad essi, crea un cortocircuito utile alla diffusione di quei contenuti anche in ambienti originariamente restii ad accettarli.

Di Corinto si sofferma anche sulle differenze tra infowar, netwar e cyberwar. Con infowar si fa riferimento a un concetto di ambito militare fatto proprio, negli anni Novanta, dagli attivisti politici per indicare la diffusione di comunicazione alternativa attraverso il web, mentre con netwar si indica il ricorso alla rete da parte degli attivisti per praticare azioni di disobbedienza e di interferenza sociale. Se infowar e netwar, spiega l’autore, hanno a che fare con pratiche di conflitto tipiche dell’hacktivism, ben diverso è il caso della cyberwar. Quest’ultimo termine si riferisce alla guerra cibernetica,

cioè una guerra che si tiene nel cyberspace e che usa l’informatica, la cibernetica e le reti di comunicazione al pari di armi convenzionali, per definizione appannaggio degli Stati e degli eserciti. La cyberwar punta a smantellare i sistemi di comando, controllo e comunicazione del nemico in una maniera intenzionale e pianificata impiegando ingenti risorse computazionali centralizzate e facendo uso di cyber-armi come backdoor, botnet, malware, software exploit e virus trojan (p. 117).

A differenza della netwar che, per il suo carattere discontinuo e asimmetrico, rappresenta una forma di guerriglia portata sul web, la cyberwar si caratterizza per gli attacchi informatici contro uno Stato-nazione capaci di produrre danni significativi sia in termini di messa fuori uso di sistemi informatici vitali per il Paese, che in termini di vite umane, soprattutto civili.

L’autore sottolinea come nel parlare di hacktivism si faccia riferimento a una pratica decisamente mutata nel corso del tempo: si è infatti passati dalle azioni di gruppi decentralizzati, destrutturati e dalla composizione variegata che, per quanto spesso focalizzati su una causa specifica, mirano in qualche modo al cambiamento sociale, a gruppi strutturati e organizzati, dotati di tecnologie sofisticate, supportati, sebbene raramente in maniera esplicita, direttamente dai governi. Si tratta, insomma, di veri e propri gruppi mercenari al soldo di chi può permetterseli.

Alla luce del ruolo assunto da questo nuovo tipo di hacker e hacktivisti nei conflitti ibridi russo-ucraino e mediorientale, ricostruito dall’autore, emerge con forza il problema centrale su cui insiste il volume: quello della sovranità digitale dei singoli Paesi. L’hacktivism contemporaneo entra prepotentemente nelle guerre guerreggiate in un contesto in cui si afferma la guerra cognitiva.

Ogni società ricorre infatti a delle narrazioni per fare progredire i gruppi sociali che la compongono verso mete utili alla collettività. […] La creazione di consenso attorno a queste narrazioni si basa su storie condivise e la loro forza dipende dall’innesco di meccanismi psicologici. Questi principi sono manipolati costantemente da specifici attori. La propaganda è una forma di narrazione e condivisione di storie collettive, mentre la disinformazione si basa su distorsioni narrative, bias psicologici e tecnologie persuasive. Con l’avvento del digitale e dei social network è più facile propagandare narrazioni vere, false o inventate. […] È l’apoteosi dei servizi di intelligence che operano secondo la logica delle Misure attive, l’insieme di strumenti volti a manipolare la percezione di un target, per portare il loro attacco, l’attacco alla mente (p. 172).

Lungi dall’essere appannaggio di regimi totalitari reali o immaginati dalle fiction del passato, oggi la disinformazione di massa ha assunto una dimensione industrializzata, apparentemente democratizzata dall’intelligenza artificiale, accessibile a chi voglia hackerare non tanto un sistema informatico, ma la percezione della realtà, l’immaginario.

Guerra profonda offre una riflessione sul rapporto tra tecnologia, informazione e potere, evidenziando come le pratiche di hackeraggio, disinformazione e i sistemi automatizzati abbiano assunto centralità nei conflitti del nuovo millennio. Di Corinto, anche alla luce del suo ruolo di consigliere dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, pone in evidenza il problema della sovranità digitale, per chi invece voglia affrontare il complesso contesto delineato dall’autore in un’ottica votata al cambiamento sociale si tratta di vedere come farlo.

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31/05/2026

Il drone russo precipitato in Romania è stato deviato dagli ucraini

L’ennesima doccia fredda sulla disinformazione di guerra in Europa si è materializzata ieri ma non se ne trova traccia sui mass media italiani.

Sulla vicenda del drone russo finito sul tetto di un palazzo a Galati, in Romania, la fonte che ha smentito le veline di guerra dei giornali e telegiornali italiani guerrafondai è decisamente autorevole.

È stato infatti lo stesso presidente romeno Nicusor Dan – nonostante sia un pagatore di cambiali con la Ue – a ricostruire i fatti e a smantellare la tesi di un deliberato attacco russo sulla Romania.

Il presidente romeno Nicușor Dan ha dichiarato infatti che il drone che si è schiantato su un palazzo residenziale a Galați è stato deviato verso la Romania dalla difesa aerea ucraina.

“C’era un gruppo di 43 droni, che proveniva da est, attraversavano l’Ucraina per, diciamo, 20-30 chilometri da nord del Danubio, da est a ovest. Mentre attraversavano il territorio ucraino, alcuni di loro sono stati abbattuti – e uno di loro, probabilmente colpito sopra la città di Reni, ha cambiato la sua traiettoria ed è arrivato a Galati”, ha detto il presidente romeno.

Quando un quotidiano come La Repubblica, titolava la prima pagina di ieri con “Mosca colpisce l’Europa” – battendo con fragore sui tamburi di guerra – è diventato troppo imbarazzante se non impossibile rettificare doverosamente la notizia. Lo stesso dicasi per il Corriere della Sera che ha titolato la prima pagina: “L’Europa finisce nel mirino: la Russia ha deciso di ampliare il perimetro”.

Ragione per cui oggi sia su La Repubblica che sul Corriere della Sera fanno tutti finta di niente.

Anche in questa occasione sono stati in molti a invocare – a sproposito – gli Articoli 47 del Trattato della Ue o l’art. 5 della Nato chiedendo di intervenire contro la Russia con tutte le conseguenze che ne derivano.

Pare che ormai siano tutti in attesa di un “incidente di Gleiwitz” per poter scatenare i signori della guerra. Per chi ha la memoria corta, l’incidente di Gleiwitz fu l’operazione false flag che la Germania nazista usò come pretesto per invadere la Polonia il 31 agosto del 1939.

Ma quanto accaduto su questo ennesimo episodio, ci dà la cifra dei pericoli che incombono sulla libertà e la qualità dell’informazione qui da noi, nel nostro e nei nostri paesi. Dobbiamo saperlo e apprestarci a combattere con tutte le forze affinché l’informazione – e vergognosamente in nome della lotta alla disinformazione degli “altri” – diventi totalmente arruolata nella guerra cognitiva e nella propaganda di guerra.

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17/05/2026

Palestina, la radicalizzazione algoritmica

di Silvano Cacciari

Le dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e tecnologico schiacciante sulla Palestina e a dominare i canali diplomatici tradizionali, la sua capacità di influenzare il “feed” della comunicazione globale è in una fase di declino accelerato, superata da flussi informativi orizzontali e decentralizzati che privilegiano l’immediata mobilitazione di massa.

1.
Nei processi di comunicazione la transizione dalla centralità dei gatekeeper tradizionali (giornalisti, editori, esperti istituzionali) a un ecosistema mediatico governato da algoritmi di raccomandazione ha alterato la gerarchia della visibilità e quindi del peso politico. Storicamente, la diplomazia pubblica israeliana, nota come Hasbara, ha operato con successo influenzando i media mainstream e i decision-maker politici attraverso narrazioni centralizzate e controllate. Tuttavia, la nuova struttura dell’opinione pubblica si fonda su piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube, che bypassano completamente questi filtri. Non si tratta più solo di una dinamica generazionale che coinvolge gli under-35; i dati indicano che anche la maggioranza degli over-35 si informa ora primariamente attraverso contenuti visuali e social media, segnando una rottura definitiva con il consumo mediatico del XX secolo.

2.
L’architettura dei social media promuove un flusso informativo orizzontale in cui la credibilità non è più concessa dall’autorità istituzionale, ma dall’engagement e dalla percezione di autenticità. In questo contesto, Israele si trova in una posizione di svantaggio strutturale: controlla il territorio e l’accesso fisico dei giornalisti a Gaza, ma non possiede più gli strumenti per arginare il flusso di immagini e storie che emergono dal basso. La narrazione istituzionale, spesso percepita come “costruita” o “inautentica”, fatica a competere con la potenza emotiva di video brevi sui social, meme e testimonianze dirette che si allineano perfettamente con le logiche algoritmiche.
Questo spostamento dell’asse dei processi di comunicazione ha trasformato il campo di battaglia della legittimità politica internazionale. Se Israele vince sui telegiornali della sera grazie a relazioni consolidate con le élite mediatiche, perde sistematicamente nei feed di TikTok, dove risiede l’attenzione della nuova opinione pubblica globale. Gli algoritmi non sono intrinsecamente schierati per una parte politica, ma sono programmati per massimizzare e monetizzare il tempo di visualizzazione e l’interazione; di conseguenza, premiano i contenuti che generano forti reazioni emotive come l’indignazione morale, la protesta radicale e l’empatia verso le vittime civili.

3.
La radicalizzazione algoritmica non deve essere intesa come un processo di conversione ideologica lineare, ma come una condizione di “intensificazione affettiva”. Le piattaforme monitorano il comportamento dell’utente a livello micro – replay, like, commenti e tempo di permanenza su un frame – per inferire interessi e regolare le raccomandazioni di visualizzazione. Durante il conflitto a Gaza, questo design ha permesso la creazione di un pubblico che si mobilita attorno a narrazioni emotivamente cariche.
La logica della piattaforma privilegia quello che può essere definito “arousal emotivo”. I contenuti pro-palestinesi, spesso caratterizzati da immagini di sofferenza umana, resistenza grassroots e simbolismo visivo potente, performano meglio secondo le metriche di engagement rispetto alle dichiarazioni istituzionali o ai video di operazioni militari tecniche. Questa dinamica crea una circolarità: l’utente che interagisce con un contenuto di protesta riceve dosi sempre più massicce di contenuti simili, rinforzando una specifica visione del conflitto e marginalizzando i punti di vista israeliani, di fatto privi di appetibilità algoritmica.

La ricerca di Laura Edelson della Northeastern University evidenzia una disparità quantitativa e qualitativa senza precedenti nella distribuzione dei contenuti su TikTok: l’analisi di questi dati rivela un’intuizione profonda: mentre il post pro-Israele mediano riceve leggermente più visualizzazioni (indicando una base di supporto stabile ma limitata), quella che possiamo chiamare lotteria della viralità è dominata in modo schiacciante dalla causa palestinese. Avendo 17 volte più “biglietti della lotteria” (post), la probabilità che un contenuto pro-palestinese diventi virale e raggiunga milioni di utenti è esponenzialmente molto più alta. Inoltre, i tassi di engagement (like e condivisioni) sono significativamente superiori per la narrazione palestinese, suggerendo che quest’ultima risuoni in modo più efficace con le strutture psicologiche incentivate dall’algoritmo.

4.
Il processo di piattaformizzazione dei media ha reso le multinazionali tecnologiche (Meta, ByteDance, Google) i nuovi regolatori della sovranità informativa. Questo ha portato a ciò che alcuni analisti chiamano colonialismo dei dati, dove le attività giornalistiche e di attivismo diventano prigioniere di economie estrattive che ottimizzano la visibilità basandosi su logiche commerciali e non su valori democratici o di verità. In questo scenario, la Hasbara israeliana ha cercato di adattarsi attraverso investimenti massicci in pubblicità mirata e intelligenza artificiale, ma tali sforzi sono spesso percepiti come tentativi di manipolazione del mercato dell’attenzione piuttosto che come espressioni credibili.
Lo stato di Israele ha storicamente fondato la propria legittimità su una narrazione di vittimismo storico unita a un’eccezionalità morale e tecnologica. Con lo scoppio della guerra nel 2023, questa strategia è entrata in collisione con un ambiente informativo che premia la velocità e la trasparenza radicale. Le autorità israeliane hanno iniziato a definire la situazione come una guerra di conoscenza, cercando di superare il concetto ormai logoro di Hasbara. Tuttavia, il passaggio a una gestione centralizzata della propaganda governativa ha mostrato limiti evidenti di fronte alla fluidità delle reti decentralizzate.
Per contrastare la perdita di egemonia, il governo israeliano ha lanciato iniziative sofisticate come il Progetto Esther. Questo progetto non deve essere confuso con l’omonima iniziativa della Heritage Foundation negli Stati Uniti, sebbene condividano obiettivi simili di contrasto al movimento pro-palestinese. Il Progetto Esther guidato da Israele è una campagna di propaganda digitale segreta che utilizza influencer pagati e tecnologie IA per influenzare l’opinione pubblica americana.
Nonostante la sofisticazione tecnica, queste campagne non risultano credibili: il tentativo di presentare un volto moderno e democratico di Israele attraverso influencer sponsorizzati si scontra violentemente con le immagini di distruzione documentate in tempo reale da cittadini e attivisti a Gaza. Mentre gli influencer del Progetto Esther producono contenuti patinati ed embedded con l’esercito, il feed globale viene inondato da video grezzi e non filtrati che l’algoritmo identifica come più autentici e quindi meritevoli di maggiore visibilità.
Immediatamente dopo il 7 ottobre 2023, migliaia di cittadini israeliani e professionisti dell’hi-tech si sono mobilitati spontaneamente per creare war room digitali. Sono state mappate inoltre circa 120 sale operative e 40 organizzazioni dedicate allo sviluppo di strumenti tecnologici per rendere la Hasbara più efficace. Tuttavia, queste iniziative sono declinate rapidamente. Molti volontari hanno percepito i propri sforzi come una goccia nell’oceano rispetto allo tsunami della narrazione pro-palestinese mondiale. Inoltre, molta di questa attività ha finito per risuonare quasi esclusivamente all’interno della società israeliana, creando una camera dell’eco domestica che non è riuscita a scalfire le percezioni internazionali.

5.
La lezione fondamentale emersa dal conflitto è che i sostenitori della causa palestinese hanno mostrato una maggiore fluidità nell’uso del linguaggio algoritmico. Mentre Israele ha combattuto una guerra di comunicazione del XX secolo – basata sul controllo dei messaggi e sulla narrazione istituzionale – la controparte ha utilizzato un fiume di formati nativi del XXI secolo: meme, template virali e audio trending che si adattano perfettamente ai criteri di selezione degli algoritmi.
L’uso di TikTok da parte dei palestinesi e dei loro sostenitori rappresenta un caso studio di “attivismo ludico”. Questa pratica non si limita alla protesta seria, ma utilizza la cultura dell’imitazione e della competizione tipica della piattaforma (sfide, duetti, lip-syncing) per veicolare messaggi politici profondi. Analizzando i video sotto l’hashtag #gazaunderattack, diversi analisti hanno identificato tre template memetici principali che alimentano flussi affettivi di contenuti audiovisivi tra cui il Lip-syncing: Utilizzo di audio virali per narrare l’esperienza dell’occupazione o della guerra, rendendo il messaggio politico facilmente digeribile e imitabile; i duetti (Duets), funzione che permette agli utenti di reagire visivamente ai video provenienti da Gaza, creando un senso di comunità e testimonianza condivisa; il Point-of-View (POV), formato che mette lo spettatore nei panni di chi vive il conflitto, massimizzando l’empatia e l’impatto emotivo.
Queste pratiche trasformano gli utenti ordinari in nodi di distribuzione attivi, amplificando narrazioni emotivamente risonanti in cerca di validazione sociale. In contrasto, i tentativi istituzionali di Israele di utilizzare influencer spesso falliscono perché percepiti come cringe o palesemente orchestrati, mancando di quella spontaneità che l’algoritmo premia con la portata organica.
Un esempio brillante di fluidità algoritmica è l’adozione dell’emoji dell’anguria come simbolo di solidarietà palestinese. Questo fenomeno, noto come algospeak, nasce dalla necessità di bypassare la censura automatizzata e lo shadowbanning su piattaforme come Meta, che tendono a limitare la visibilità di post contenenti termini come “Gaza” o “Palestine”.
L’anguria, avendo gli stessi colori della bandiera palestinese (rosso, verde, bianco e nero), è diventata un simbolo di resistenza che trascende le lingue e le culture. Questo codice segreto permette di mantenere la visibilità del messaggio politico ingannando gli algoritmi di moderazione che non possono facilmente penalizzare l’emoji di un frutto senza apparire arbitrari. È un caso esemplare di come la radicalizzazione politica sappia confrontarsi consapevolmente con la radicalizzazione algoritmica, volgendone a proprio favore i meccanismi di funzionamento.
Possiamo avanzare una similitudine tra questo fenomeno e il boom del mercato musicale e dell’editoria a cavallo del 1968. In quegli anni, la controcultura trovò un alleato potente nell’espansione dei prodotti culturali (dischi, libri, giornali) che, pur essendo merci capitalistiche, permettevano la diffusione di idee radicali su scala di massa. Allo stesso modo, oggi gli algoritmi dei social media fungono da veicolo per la radicalizzazione politica contemporanea.
Come sappiamo, esiste un pregiudizio culturale profondo che vede le culture di sinistra spesso diffidenti nei confronti degli algoritmi, considerati inautentici in quanto macchinici e artificiali, a differenza dei libri o dei dischi, che non solo altro che tecnologie, percepiti come oggetti autentici. Questa visione, un po' troppo influenzata dalla vecchia teoria critica, impedisce di comprendere che la radicalizzazione politica ha un futuro solo se saprà confrontarsi con la radicalizzazione algoritmica. I sostenitori della Palestina lo hanno fatto trasformando la sofferenza e la resistenza in un prodotto culturale virale che si adatta perfettamente alle logiche di consumo rapido di TikTok. Mentre la Hasbara israeliana cerca ancora di “spiegare” (Hasbara significa letteralmente spiegazione), la causa palestinese ha scelto di influenzare attraverso il sentimento, comprendendo che nell’economia dell’attenzione contemporanea, l’emozione precede sempre la ragione.

6.
Israele si trova in un paradosso geopolitico: possiede un’enorme superiorità tecnologica e militare e controlla fisicamente il territorio (comprese le infrastrutture di comunicazione di Gaza), ma non controlla più il flusso delle storie. Questa asimmetria è amplificata dalle nuove tecnologie di monitoraggio open-source (OSINT). Le azioni militari che un tempo potevano essere giustificate o oscurate attraverso la nebbia della guerra sono ora monitorate dallo spazio in tempo reale. Ricercatori come Lina Eklund dell’Università di Lund utilizzano immagini satellitari radar (Sentinel-1) per analizzare settimana dopo settimana la distruzione degli edifici a Gaza.
Questa trasparenza forzata, amplificata dai social della radicalizzazione algoritmica, è un nemico mortale per la diplomazia tradizionale basata sulla gestione accurata dell’informazione. Israele può impedire ai giornalisti internazionali di entrare a Gaza, ma non può spegnere i satelliti né impedire che i dati grezzi vengano trasformati in mappe virali e contenuti di denuncia sui social media. La radicalizzazione moderna non avviene in uno spazio puramente digitale separato dalla realtà fisica. Si svolge in quello che il filosofo Luciano Floridi definisce spazio “onlife”, dove l’online e l’offline si integrano senza soluzione di continuità.
La canzone ‘Leve Palestina’ (Lunga vita alla Palestina) della band Kofia, composta nel 1976, è diventata infatti un fenomeno internazionale nel 2023 proprio grazie a questa dinamica ibrida. Questo esempio dimostra come la radicalizzazione algoritmica non sia finta o virtuale, ma sia un motore di mobilitazione reale che si nutre della velocità e della capacità di superare i confini nazionali tipica delle piattaforme. Israele, cercando di combattere questa ondata con il Progetto Esther o con la censura diretta, non fa altro che confermare la propria natura di superato gatekeeper del XX secolo agli occhi di una popolazione globale che percepisce la libertà di espressione digitale come un diritto fondamentale.

7.
In ultima analisi, bisogna ribadire che l’algoritmo non è intrinsecamente “pro-Palestina” o “pro-Israele”. La sua unica lealtà è verso la viralità, l’engagement e la monetizzazione. Tuttavia, nel contesto specifico del conflitto mediorientale, le caratteristiche strutturali della narrazione palestinese (grassroots, emotiva, visuale, resistente) si allineano meglio con i criteri algoritmici rispetto alla narrazione israeliana (istituzionale, giustificativa, tecnologica, statale).
Israele ha perso il controllo del flusso delle immagini perché ha continuato a investire in un’egemonia comunicativa basata sull’influenza delle élite, mentre il potere si è spostato orizzontalmente verso il “feed”. La radicalizzazione algoritmica è l’ariete che ha abbattuto le mura della Hasbara non perché l’algoritmo abbia scelto una parte, ma perché una parte ha saputo abitare lo spazio digitale con maggiore fluidità, trasformando la propria lotta in un contenuto nativo del XXI secolo.
Per i movimenti politici del futuro, la sfida non è resistere all’algoritmo in nome di una purezza autodefinitasi autentica, ma capire che la battaglia per la legittimità politica si vince o si perde nella capacità di tradurre le proprie istanze nel linguaggio della radicalizzazione algoritmica. Il caso Palestina insegna che il controllo del territorio militare è una vittoria parziale, e forse effimera, se non si possiede la fluidità necessaria per navigare le correnti affettive che oggi governano l’opinione pubblica globale.
Il futuro della politica globale sarà sempre più determinato da questa capacità di sincronizzare la radicalizzazione politica con le architetture di engagement delle piattaforme. Chi rimane ancorato ai modelli comunicativi del secolo scorso, pur avendo il vantaggio delle armi, e persino della IA come principale arma militare, rischia di trovarsi isolato in un mondo che non si informa più attraverso i telegiornali, ma attraverso lo scorrere infinito di uno schermo che premia l’indignazione e la mobilitazione veloce.

Silvano Cacciari, autore di Guerra. Per una nuova antropologia politica (McGraw-Hill 2025)

Fonte 

02/04/2026

Precariato e intelligenza artificiale: il nuovo volto del giornalismo italiano

Negli ultimi anni il giornalismo italiano sta vivendo una trasformazione profonda e spesso traumatica, in cui la crisi economica dell’editoria si intreccia con l’irruzione dell’intelligenza artificiale e con un progressivo indebolimento delle tutele del lavoro.

Accanto a questi fenomeni ormai noti, emerge con sempre maggiore forza un sistema parallelo, meno visibile e raramente denunciato, che coinvolge giovani aspiranti giornalisti e praticanti: un meccanismo di sfruttamento strutturato che rischia di compromettere non solo le carriere individuali, ma anche la qualità stessa dell’informazione.

Sempre più spesso, infatti, ragazzi animati da una forte passione per la scrittura e il giornalismo vengono coinvolti da direttori e redazioni con la promessa di collaborazioni, visibilità e, soprattutto, la possibilità di maturare l’esperienza necessaria per iscriversi all’albo professionale.

In cambio, viene loro richiesto di produrre articoli con continuità, spesso senza un compenso immediato, ma con l’illusione di una futura retribuzione legata alla pubblicazione di un certo numero di pezzi.

Nella pratica, però, questo percorso si rivela spesso una trappola.

Gli articoli consegnati vengono frequentemente bocciati con motivazioni vaghe o inconsistenti, impedendo così qualsiasi pagamento. Parallelamente, non è raro che le stesse idee, rielaborate o riscritte, compaiano successivamente firmate da giornalisti affermati o interni alla redazione. Un meccanismo che consente di attingere gratuitamente a un bacino di creatività e lavoro, senza riconoscimento né compenso.

Per questi giovani, il risultato è una spirale di lavoro incessante e non retribuito: per ottenere “due soldi” o una firma pubblicata, sono costretti a produrre quantità sempre maggiori di contenuti, spesso sacrificando tempo, formazione e stabilità economica. E anche questo, nella maggior parte dei casi, non basta.

A rendere il quadro ancora più complesso è l’ingresso massiccio dell’intelligenza artificiale nei processi editoriali.

Se da un lato molti giovani dimostrano una notevole capacità di utilizzare questi strumenti per generare rapidamente grandi volumi di articoli, dall’altro questa stessa efficienza diventa un’arma a doppio taglio.

Le redazioni, sotto pressione economica, tendono a privilegiare chi produce di più e costa meno, anche a scapito della qualità e dell’esperienza.

Il risultato è un progressivo ridimensionamento del ruolo dei giornalisti professionisti, che rappresentano un costo maggiore per le aziende editoriali.

In alcuni casi, vengono sostituiti da collaboratori più giovani, meno tutelati e disposti ad accettare condizioni peggiori pur di entrare nel settore. In altri, vengono spinti verso l’uscita attraverso dinamiche organizzative opache, mentre il lavoro viene redistribuito, o automatizzato.

Questo sistema crea una competizione interna sempre più aggressiva, in cui giovani e professionisti non sono alleati ma concorrenti, inseriti in un meccanismo che premia la quantità, la velocità e il basso costo, piuttosto che la qualità, l’etica e l’approfondimento.

Le conseguenze non sono solo economiche o occupazionali, ma anche culturali e democratiche. Un giornalismo costruito sullo sfruttamento dei più giovani, sulla precarietà diffusa e sulla sostituibilità continua rischia di perdere la propria funzione critica e indipendente. Se le idee possono essere sottratte senza riconoscimento e il lavoro non viene equamente retribuito, si crea un sistema in cui il merito diventa secondario rispetto alla convenienza.

In questo contesto, il tema dell’intelligenza artificiale non può essere isolato da quello delle condizioni di lavoro.

La tecnologia, di per sé, non è né buona né cattiva. Ma in un sistema privo di regole chiare e di tutele efficaci, può diventare uno strumento potente per amplificare dinamiche già esistenti di sfruttamento e disuguaglianza.

La questione, dunque, non riguarda soltanto il futuro dei giornalisti, ma quello dell’informazione stessa. Senza un intervento che affronti in modo strutturale le pratiche scorrette, le false promesse ai giovani e l’uso distorto delle nuove tecnologie, il rischio è quello di costruire un sistema editoriale sempre più fragile, in cui a pagare il prezzo più alto sono proprio coloro che rappresentano il futuro della professione.

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15/02/2026

Crollano le vendite dei giornali in Italia. Manipolare o insultare non paga

A dicembre, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Ads sulla diffusione totale dei giornali nel nostro paese (sia nell’edizione cartacea che in quella digitale), i quotidiani registrano un quadro in prevalenza negativo rispetto a novembre: molte testate arretrano nelle vendite.

Tra le perdite più pesanti, si segnalano quelle de la Repubblica, i cui titoli sulla guerra in Ucraina o il Venezuela fanno spesso raddrizzare i capelli, la quale perde oltre 7 mila copie. A dicembre è scesa a 123.119 rispetto alle 130.708 di novembre (-5,8%). Un calo netto che la colloca in testa alla lista dei giornali che perdono lettori.

Ma le brutte notizie riguardano anche i giornali di destra del gruppo Angelucci, quotidiani che hanno fatto dell’aggressività e delle «iperbole» la loro caratteristica. I dati vedono arretrare Libero, il quale passa da 18.114 a 16.728 copie (-7,7%), mentre in caduta appare anche La Verità di Maurizio Belpietro con 22.790 copie vendute a dicembre contro le 23.733 di novembre (-4,0%). In controtendenza, e la cosa onestamente non ci fa piacere, c’è Il Giornale, che è passato da 25.530 a 25.894 copie (+1,4%).

Non va meglio a Il Messaggero, in mano al gruppo Caltagirone, che scende a 53.762 copie dalle 55.798 del mese precedente (-3,6%). Un leggero segno meno anche per La Stampa (67.180 contro 67.761, -0,9%), mentre il Corriere della Sera, resta sostanzialmente stabile ma comunque in calo: 207.963 copie rispetto alle 209.175 di novembre (-0,6%)

In positivo invece il dato più evidente è quello del Fatto Quotidiano, che a dicembre è salito a 57.983 copie dalle 54.437 di novembre, con un incremento di 3.546 copie (+6,5%).

Aumento di vendite anche per il quotidiano economico Il Sole 24 Ore, che è cresciuto leggermente da 115.387 a 116.195 copie (+0,7%).

Dunque crescono un giornale di opposizione e un giornale costretto spesso all’oggettività perchè parla di economia (e lì tante stupidaggini non si possono dire per non depistare gli investitori, ndr), mentre chi usa il giornale come un manganello mediatico o sceglie la propaganda di guerra invece di fare informazione perde punti e vende meno.

In Italia non saranno più tantissimi i lettori di giornali, ma almeno sembrano avere le idee chiare.

Nel nostro piccolo, quello di un quotidiano online gratuito e indipendente – per di più dichiaratamente comunista – le cose stanno andando decisamente bene, anche al di là delle nostre aspettative. Ci soddisfa la verifica positiva nello svolgere una funzione utile di informazione, analisi e orientamento in tempi decisamente turbolenti come quelli che stiamo vivendo.

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04/02/2026

“Guerra ai civili”. Per farla bene ci vuole una Tv obbediente...

A quanto pare la Tv è sotto un controllo ferreo. Di regime (senza) quasi... 
Una denuncia dei giornalisti RAI.

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Sul racconto delle violenze a Torino la TGR Piemonte non valorizza il lavoro giornalistico.

Le immagini del poliziotto preso a calci e martellate da incappucciati a #Torino hanno colpito e indignato tutta l’Italia che crede nelle Istituzioni e nella democrazia.

Non ci può essere nessuna giustificazione o relativismo di fronte alla violenza.

Detto questo, il ruolo del servizio pubblico è quello di informare. Con equilibrio, imparzialità, obiettività e completezza, come previsto dal contratto di servizio.

Nel racconto della #TgrPiemonte, nonostante l’impegno e il lavoro profuso da colleghe e colleghi per la copertura di un evento così complesso, è mancata in parte la completezza.

Un collega aveva raccolto il giorno successivo alla manifestazione l’intervista a una componente del centro sociale Askatasuna.

Il collega aveva fatto domande: dure, dirette e senza fronzoli, mettendola di fronte alla violenza degli incappucciati contro un poliziotto.

Quell’intervista i telespettatori non l’hanno mai potuta vedere. Nemmeno in piccola parte.

La motivazione addotta dal direttore della Tgr al Comitato di Redazione di Torino è totalmente non condivisibile: la persona intervistata – che ha risposto alle domande guardando la telecamera – non ha fornito nome e cognome.

Decine di volte abbiamo mandato in onda portavoce di associazioni che, legittimamente, non hanno voluto il proprio nome nella grafica sottopancia.

Decine e decine di volte abbiamo trasmesso interviste di persone di spalle per tutelare l’anonimato loro o dei familiari.

È il lavoro del giornalista: valutare l’attendibilità dell’intervistato, verificare le fonti e fare domande.

Intermediazione giornalistica che, invece, non c’è stata nella pubblicazione del video arrivato preconfezionato con l’intervista al poliziotto ferito. In questo caso nessuno ha potuto porre domande.

Non parliamo né di par condicio, né di censura, ma di svilimento del lavoro giornalistico.

E questo fa male alla Tgr e a tutta la Rai servizio pubblico.

Usigrai Coordinamento Cdr Tgr

Cdr Tgr Piemonte


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03/01/2026

Prime malefatte con vecchi peccatori: il ‘caso Baud’

Svizzera sotto accusa Ue

«Jacques Baud è un colonnello in pensione dello Stato Maggiore dell’Esercito svizzero ed ex analista strategico specializzato in intelligence e antiterrorismo. L’UE ha sanzionato l’ex colonnello svizzero Jacques Baud per aver promosso sui media russi narrazioni cospirative e false affermazioni sulla guerra in Ucraina. Sanzioni che Baud ha deciso di contestare», scrive Elena Servettaz su suwissinfo.ch. La Gazzetta ufficiale dell’UE afferma che Baud ha agito «come portavoce della propaganda filorussa e fautore di teorie cospirative». Tra le persone prese di mira dall’UE ci sono cinque esperti associati al Valdai Club, un forum internazionale con sede in Russia a cui Vladimir Putin interviene annualmente.

Valdai Club e sovversivi alla Prodi

Il think tank ‘Valdai Club’, ospita regolarmente figure politiche, analisti e giornalisti internazionali, ma le ricerche più recenti indicano partecipanti stranieri sanzionati dall’UE per propaganda, suggerendo che gli ospiti italiani non sono centrali delle notizie attuali, sebbene la partecipazione italiana esista (spesso di esponenti di centro-destra o esperti di relazioni Russia-Italia) in eventi passati e attuali, come conferenze e dibattiti sulla geopolitica. Ad esempio Romano Prodi che stato un ospite regolare partecipando attivamente a discussioni e forum, soprattutto in contesti italo-russi. ‘Prodi sovversivo’ e chi lo sostiene si qualifica.

Svizzera e Unione europea

Finora la Svizzera ha seguito la linea dell’UE sulle sanzioni contro la Russia, che si applicano a oltre 2600 persone ed entità. La Svizzera, tuttavia, non adotta le misure dell’UE che riguardano le cosiddette ‘attività destabilizzanti’, e quindi non applicherà sanzioni a Baud. A complicare il pasticcio internazionale, non è chiaro neppure se Baud sia residente in Svizzera. Secondo il sito media svizzero ‘24 heures’, Baud vive a Bruxelles e il suo attuale editore principale, è francese. Ilya Shumanov, socio dirigente di TriTrace Investigations ed ex capo di Transparency International Russia, afferma che Baud è residente in Svizzera, e ciò renderebbe difficile il monitoraggio dei suoi spostamenti nei Paesi limitrofi, i confini con Francia, Italia e Germania.

Dai servizi segreti a commentatore controverso

Dal 1983 al 1990, Baud ha lavorato per il Servizio di intelligence strategica svizzero, monitorando le forze militari in Europa orientale e in altre regioni durante la Guerra fredda, quando l’Europa era divisa tra Est e Ovest. Le sue analisi sugli affari correnti ‘sono sempre state controverse’, nella versione ufficiale svizzera. Pochi giorni prima della pubblicazione della nuova lista di sanzioni, Baud ha sostenuto che «l’Europa non ha ancora capito che il conflitto ucraino finirà alle condizioni della Russia». Una opinione molto diffusa anche nei dintorno della Casa Bianca. A fine dicembre Jacques Baud ha comunicato che contesterà all’Unione europea le sanzioni che gli sono state inflitte sul conflitto in Ucraina.

Alla scoperta delle ragioni dell’Europa

Dunque, le sanzioni europee contro Jacques Baud, segnano di fatto un passaggio decisivo molto forte. Per la prima volta, un’analisi viene trattata come una minaccia alla sicurezza di un Paese terzo. Non attraverso l’uso di falsità comunque da definire, ma perché giudicata ‘ideologicamente deviante’. Sotto accusa le opinioni! E peggio, la decisione non nasce da un tribunale, ma da un atto politico-amministrativo sostenuto dalle istituzioni europee sotto l’impulso di Kaja Kallas. Il messaggio è esplicito: non si puniscono gli errori, ma le interpretazioni non allineate. Fine dell’Europa del Diritto.

Il silenzio della stampa italiana

Ancora più significativo è stato il comportamento dei media italiani di fronte a questo caso. Salvo rare eccezioni, ha prevalso il silenzio. Pochissimi giornali si sono interrogati sui modi delle valutazioni trasformate in sentenze, sulla legittimità delle sanzioni, sulla loro compatibilità con la libertà di espressione o sul precedente che creano. La maggior parte si è limitata a riprendere le versioni ufficiali, rinunciando a qualsiasi analisi critica. L’accettazione passiva di un meccanismo di chiara e clamorosa censura politica. Una informazione non come contropotere, ma parte dell’ingranaggio, denunciano in pochi.

Televisione ‘tribunale morale’

La deriva non riguarda solo la stampa scritta. Peggio i talk show televisivi italiani «che hanno contribuito a creare un clima di sospetto permanente», denuncia Giuseppe Gagliano. «Gli stessi ‘esperti autorizzati’ occupano stabilmente i palinsesti, mentre le voci discordanti vengono interrotte, messe sotto accusa, costrette a giustificare non le proprie argomentazioni, ma le proprie intenzioni. Il confronto viene sostituito dall’interrogatorio morale». Che questi personaggi vengano proposti impunemente al grande pubblico senza neanche una nota a margine perché si sappia che il loro giudizio è viziato dalla propaganda e la loro opinione può dunque essere manipolatoria è un’anomalia tutta italiana.

Così come è difficile trovare esempi in altri paesi civili di una così massiccia presenza in talk show e trasmissioni varie di propagatori di verità alternative, alterate e plateali falsi storici, diffusi e ripetuti senza uno straccio di contraddittorio, in virtù di un presunto diritto di parola universale, trasformato per l’occasione in un italianissimo diritto alla menzogna.

Uniformità informativa ad alto costo

Sul piano militare, la ripetizione dell’idea di un nemico al collasso confonde il desiderio con l’intelligence. L’editoriale prende il posto dell’analisi strategica, con il rischio di decisioni fondate su percezioni distorte. «Ma il punto più inquietante è il paradosso finale», sottolinea InsideOver.

Difendere la democrazia rinunciando ad applicarla

Nel tentativo di difendere la democrazia, l’Unione europea adotta pratiche sempre più illiberali. E una parte rilevante dell’informazione italiana, invece di interrogare questa deriva, la accompagna per conformismo, militanza o timore dell’isolamento professionale. A forza di voler vincere la guerra delle narrazioni, l’Europa rischia di perdere quella della credibilità. E senza credibilità, nessuna strategia – militare, economica o politica – può reggere a lungo.

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23/11/2025

“Framing Gaza”: lo studio che smaschera la parzialità dei media occidentali

Le principali testate di otto Paesi occidentali hanno sistematicamente privilegiato la narrazione israeliana e marginalizzato le prospettive palestinesi nella copertura del genocidio di Gaza, omettendo le loro rivendicazioni storiche e il contesto dell’occupazione.

È quanto rivela il rapporto di Media Bias Meter, Framing Gaza: A Comparative Analysis of Media Bias in Eight Western Outlets, che ha analizzato 54.449 articoli pubblicati in cento settimane, dal 7 ottobre 2023 ad agosto 2025, dallo statunitense The New York Times, dalla britannica BBC, dal canadese The Globe and Mail, dal francese Le Monde, dal tedesco Der Spiegel, dal belga La Libre Belgique, dall’italiano Corriere della Sera e dall’olandese De Telegraaf.

Dalla ricerca emerge uno schema coerente: una distorsione strutturale del racconto a favore del frame israeliano. Il risultato è un’informazione che, pur proclamandosi equilibrata, finisce per legittimare la violenza di Stato come «autodifesa», normalizzare l’occupazione e relegare le vittime palestinesi a un ruolo secondario, deumanizzandole e filtrandole attraverso «la lente del terrorismo».

Il pregiudizio che unisce i media occidentali

Lo studio mostra come, al di là delle linee ideologiche, l’architettura comunicativa risponda allo stesso schema: Israele al centro del discorso, la Palestina confinata a nota a margine o a cornice funzionale.

La genesi di questo processo, sostiene G.G. Darwiche – coautrice del rapporto e portavoce del collettivo che riunisce professionisti della tecnologia che analizzano i bias dei media occidentali sulla Palestina per promuovere una narrazione più equa, sostenuto dalla coalizione TechforPalestine – risale almeno ai primi anni Duemila, in cui già diversi articoli descrivevano i palestinesi come «una minaccia per l’esistenza di Israele». «Non si tratta nemmeno di destra contro sinistra», continua Darwiche, smontando il mantra che vorrebbe il pluralismo politico come antidoto alla distorsione informativa.

Dall’analisi delle testate emergono dei pattern chiari e definiti che trasformano «accuse vaghe di faziosità in prove inconfutabili». La sorpresa non è che mezzi di informazione esplicitamente conservatori alimentino tale narrazione, ma che i media centristi e progressisti – come il New York Times, Der Spiegel, Globe and Mail e BBC – risultino persino più sbilanciati di tabloid di destra come De Telegraaf.

Secondo il rapporto, per preservare un’immagine moralmente accettabile di Israele presso un pubblico più critico, queste testate avrebbero «corretto eccessivamente», finendo per riprendere senza verifica le comunicazioni ufficiali israeliane e per mettere in ombra dati, testimonianze e violazioni documentate ai danni del popolo palestinese. «I media centristi o progressisti adottano forme di distorsione molto più sottili, ma costanti e pervasive, basate soprattutto sull’omissione del contesto, che finisce per cancellare la realtà dei fatti», spiega ancora Darwiche, che ci racconta come il gruppo di lavoro sia rimasto “sorpreso” dai risultati, essendo partito dall’ipotesi opposta, ossia che «i giornali di destra, populisti o conservatori, sarebbero risultati i più faziosi».

Come si costruisce il frame

il New York Times cita “Israele” 186 volte per ogni menzione di “Palestina”. E quando il termine “Palestina” compare (è il caso della BBC, con 80 titoli su 91), è quasi sempre per parlare di proteste, di reazioni internazionali o di scontri terminologici

Il conflitto in Medio Oriente viene spesso raccontato come una contrapposizione in cui l’esistenza di un popolo esclude quella dell’altro e in cui a essere sacrificati sono sempre i palestinesi.

Questa logica si riflette nella narrazione mediatica, che li relega al ruolo di “antagonisti” e li frammenta in “abitanti di Gaza” o “della Cisgiordania”, evitando di riconoscerli come un unico popolo. E già l’analisi dei titoli è rivelatrice: il New York Times cita “Israele” 186 volte per ogni menzione di “Palestina”. E quando il termine “Palestina” compare (è il caso della BBC, con 80 titoli su 91), è quasi sempre per parlare di proteste, di reazioni internazionali o di scontri terminologici. In questo modo, la Palestina come soggetto politico svanisce, sostituita da un’astrazione. Il contesto dell’occupazione – cuore del conflitto – viene cancellato: su Der Spiegel, soltanto due articoli su oltre tremila riferimenti riconoscono i Territori Palestinesi come “occupati”.

Il risultato è che si «oscura sia l’illegalità degli insediamenti sia le loro conseguenze materiali per i palestinesi». Agli artifici semantici si affianca la gerarchia dei temi: perfino durante la carestia, il lessico del “terrorismo” ha doppiato quello della “crisi umanitaria”, mentre il diritto all’“autodifesa” viene implicitamente riconosciuto a Israele, ma non ai palestinesi che vengono associati alla categoria di “terroristi”.

In questo modo, «il lettore interiorizza il frame dei palestinesi come minaccia più che come vittime, e dell’azione militare israeliana come “risposta” anziché aggressione». BBC e Le Monde, in due terzi degli articoli, hanno riprodotto tale linguaggio, contribuendo a perpetuare stereotipi coloniali, dipingendo arabi e musulmani come intrinsecamente violenti, barbari e irrazionali.

Spersonalizzazione e disumanizzazione

Le accuse israeliane secondo cui i giornalisti palestinesi sarebbero militanti o simpatizzanti di Hamas vengono spesso accolte dai media quasi senza contestazione. A volte, basta aver intervistato un funzionario del governo di Hamas per essere etichettati come “operativi” o collusi con l’organizzazione.

La disumanizzazione emerge anche nel modo in cui i minori palestinesi vengono descritti. Bambini detenuti in regime amministrativo e spesso senza accuse, raramente vengono chiamati per quello che sono: “bambini”. Al loro posto compaiono etichette come “adolescenti” o “giovani adulti”. Questo “rebranding” li priva della loro infanzia e ne attenua l’innocenza e la vulnerabilità, rendendo la loro detenzione più accettabile.

Così, il ricorso a frasi-template, ripetute ossessivamente centinaia di volte, fissa il frame “Israele risponde al 7 ottobre”. Emblematica la diffusione, mai verificata né tantomeno rettificata, di fake news usate per presentare la risposta israeliana come “inevitabile”. È il caso di Der Spiegel e del Corriere della Sera, che hanno rilanciato la falsa storia dei “bambini decapitati”, senza poi smentirla né correggerla, mostrando come narrazioni emotive e sensazionalistiche possano oscurare i fatti e alimentare processi di disumanizzazione.

Ciò che non si dice: diritto al ritorno, Nakba e lessico militarizzato

Un altro aspetto rivelatore è ciò che l’informazione sceglie sistematicamente di non dire. Il rapporto mostra come concetti fondamentali per comprendere la storia palestinese – dal “diritto al ritorno” alla Nakba – siano quasi assenti dal lessico mediatico: in oltre 50.000 articoli, il diritto al ritorno viene citato solo 38 volte, mentre i riferimenti alla Nakba compaiono raramente e spesso in forma edulcorata, come una “fuga” o un “esodo”.

Allo stesso tempo, espressioni desunte dal linguaggio militare, come “attacchi di precisione” o “scudi umani”, ricorrono decine di volte in tutte le testate, contribuendo a costruire un’immagine di razionalità, controllo e necessità. Ancora più sbilanciata è la copertura del “diritto all’esistenza”, invocato per Israele in modo schiacciante rispetto alla Palestina, quasi che il riconoscimento di un popolo debba essere meritato e non intrinseco. Sommati, questi elementi concorrono a rimuovere la dimensione coloniale del conflitto e trasformano una popolazione assediata in un soggetto privo di diritti.

Cosa resta nella memoria collettiva

Le conseguenze non sono solo simboliche: i frame mediatici orientano la percezione pubblica, le scelte dei governi e, più in generale, ciò che passerà alla storia. «Raccogliere ora le prove di un inquadramento fazioso garantisce che il resoconto non possa essere cancellato», si legge nel report.

Un’informazione che minimizza le violazioni, che evita parole come “blocco”, “apartheid”, “insediamenti illegali”, produce un immaginario depoliticizzato, dove la sofferenza palestinese appare inevitabile, quasi naturale.

È in questo vuoto che si legittimano politiche estere compiacenti, ritardi nelle condanne e ambiguità diplomatiche. Il metodo impiegato dal rapporto non pretende di misurare l’intero spettro delle responsabilità giornalistiche, ma offre un dato oggettivo: l’omissione è una forma di parzialità quanto la menzogna. E quando coinvolge otto tra le più influenti testate occidentali, non è più un’anomalia: è un paradigma che impone di ripensare il ruolo dell’informazione, il suo rapporto con il potere e la sua capacità – o volontà – di raccontare ciò che avviene davvero, anche quando la verità disturba.

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13/11/2025

La UE vara il centro contro la ‘disinformazione’: un organo di propaganda guerrafondaia

È stato rilasciato ieri il documento riguardante la creazione di uno European Centre for Democratic Resilience. Una tale volontà era stata annunciata dalla presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen già durante un discorso al Parlamento Europeo tenuto lo scorso settembre. Ora arriva un testo concreto al riguardo, che era già trapelato nei giorni precedenti.

Innanzitutto, questo Centro si inserisce dentro la cornice dello European Democracy Shield, una serie di linee guida e attività pensate per ampliare gli strumenti in mano a Bruxelles nella lotta contro le influenze straniere e la disinformazione. Lo ‘scudo’ è stato lanciato da oltre un anno, e il nuovo istituto rappresenterà la sua pietra angolare.

Ovviamente, nell’ottica bellicista ormai assunta dalla UE, l’azione del Centro si concretizzerà, in sostanza, nel combattere qualsiasi notizia (anche vera e verificata) che possa in un qualche modo incrinare la propaganda europeista guerrafondaia. Infatti, Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva per la Sicurezza e la democrazia, ha affermato che il centro vorrebbe anche agire d’anticipo, intercettando e “cancellando contenuti falsi”.

Chi deciderà quali siano le fake news e quali invece siano notizie semplicemente poco gradevoli per la dirigenza europea non è dato saperlo. O meglio, considerato che ad esserne responsabile sarà il Commissario per la Democrazie e la Giustizia, e dunque, in sostanza, un esponente dell’esecutivo europeo, la scelta sarà evidentemente politica.

L’organismo è pensato per unire esperti e competenze, su base volontaria, dei paesi UE, ma anche di partner con idee simili, a partire probabilmente dal Regno Unito. Non solo: alle attività dell’istituto potranno partecipare anche quei paesi che vogliono entrare nella UE, Ucraina in primis.

Per di più, lo Scudo Europeo associa a questo Centro anche finanziamenti mirati al rafforzamento del giornalismo indipendente. Ma col chiaro paradosso per cui il nuovo programma Media Resilience viene finanziato nel quadro finanziario pluriennale, e cioè vedrà fondi secondo le priorità politiche della Commissione. In sostanza, verrà sostenuta solo l’informazione che fa comodo a Bruxelles, con un pericoloso ritorno sulla libera attività dei giornalisti.

Come era naturale aspettarsi, anche se in generale l’obiettivo del Centro è stato indicato nella disinformazione di tutti i regimi autoritari e ‘anti-democratici’ (dobbiamo aspettarci che alcuni di essi, ad esempio la Siria, non rientrino tra i target), è la Russia a rappresentare la minaccia principale, secondo Bruxelles.

Nel testo si legge che “la Russia sta anche intensificando gli attacchi ibridi, conducendo una battaglia di influenza contro l’Europa”, e che Mosca diffonde “narrazioni ingannevoli, che a volte includono la manipolazione e la falsificazione di fatti storici, cercano di erodere la fiducia nei sistemi democratici”.

Hanno insieme del ridicolo, del paradossale e dell’allarmante tali righe, considerato il risultato di una recente interrogazione a Strasburgo da parte di Fabio De Masi. L’eurodeputato tedesco con cittadinanza italiana, appartenente allo schieramento di Sahra Wagenknecht, ha chiesto se l’opinione espressa dall’Alto rappresentante agli Affari Esteri Kaja Kallas, secondo cui fosse una “novità” che Cina e Russia siano tra le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, fosse una posizione ufficiale.

Kallas ha risposto onorando “tutte le vittime che sono state sacrificate per porre fine alla Seconda guerra mondiale” e rendendo omaggio “al coraggio del popolo cinese”. E tuttavia, non ha menzionato minimamente il contributo sovietico e ha anzi approfittato dell’occasione per lanciare ulteriori attacchi contro Mosca.

“La Russia – ha detto Kallas – continua consapevolmente a manipolare le narrazioni storiche relative alla Seconda guerra mondiale e alle sue conseguenze per distogliere l’attenzione da verità scomode”. Tra queste verità scomode non c’è di certo l’ennesima apparizione di Zelensky accanto a dei simboli nazisti, quali quelli messi in bella mostra durante la consegna di un premio a un soldato del Corpo ‘Khartia’.

Al di là dell’ironia, è questa la pericolosità dell’iniziativa europea. Le classi dirigenti riscrivono la storia ogni giorno per sostenere con una becera propaganda il percorso di riarmo, indicando nella Russia il nemico. Il Centro è pensato per rendere più sistematico e oculato questo lavoro di manipolazione dell’opinione pubblica, infliggendo una profonda ferita all’informazione e al dibattito politico.

La presenza di una feroce censura guerrafondaia si è palesata di recente, ad esempio, col caso della conferenza vietata a Torino del professor Angelo D’Orsi, uno dei più rinomati storici italiani. L’argomento era proprio la narrazione intorno alla Russia: l’affermazione di una ‘verità’ imposta politicamente è stata spacciata come un atto di lotta alla disinformazione.

Questo è, in sunto, il pericolo del nuovo Centro UE. Un ultimo appunto: anche la Cina è stata identificata come una minaccia per l’informazione. Il servizio diplomatico della UE, in un rapporto di marzo, afferma di ritenere che il Dragone utilizzi agenzie di pubbliche relazioni private e influencer “per creare, amplificare e riciclare contenuti allineati con gli interessi politici della Cina in tutto il mondo”.

Ricordiamo il caso in cui una tornata elettorale è stata annullata in Romania perché il risultato non era gradito a Bruxelles, anche se è stata usata la scusante di un’influenza russa. In quella vicenda era poi emerso che la campagna di Tiktok incriminata era stata in realtà pagata dai liberali al governo, e che aveva poi prodotto un effetto boomerang. Ma il colpevole è rimasta la Russia.

Non servono molte altre dimostrazioni di come la disinformazione da cui bisogna difendersi proviene dagli organismi europei, ed è imbevuta di ragioni guerrafondaie.

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13/01/2025

La guerra della verità

Gli utenti non sono i poveri imbecilli descritti da chi nella stampa scritta o parlata si ritiene maestro di pensiero, castigatore non criticabile, geneticamente veritiero.

La diffamazione dei social si è fatta così enorme, a cominciare dai tempi del Covid, che prima o poi doveva venire qualcuno e chiedere: ma chi controlla i controllori?

Che bisogno c’è di una Congregazione del Sant’Uffizio che concede imprimatur preventivi e davanti a cui occorre inginocchiarsi, con la scusa che gli utenti cadrebbero così facilmente in tentazione?

Gli utenti sono appaiati agli elettori: se non votano come vogliamo noi, devono avere un baco nel cervello.

La battaglia dei verificatori contro la disinformazione ha i suoi siti internet, e i suoi sponsor e finanziatori. Bbc Verify, a esempio, ha rapporti stretti con l’Istituto di Studi Strategici della Nato e non solo verifica ma fa propaganda e censura.

Chiunque critichi la politica occidentale sulla guerra in Ucraina o sullo sterminio perpetrato da Israele a Gaza diventa bersaglio delle campagne contro la disinformazione.

I verificatori sono numerosi ovunque.

Una delle principali collaborazioni italiane di Meta è stato per anni Open, il sito di fact checking fondato da Enrico Mentana nel 2018.

È stato anche il più controverso, nella guerra di Ucraina.

È noto per aver più volte diramato false notizie diffuse dai fedeli di Zelenskij e per aver demonizzato Putin, ignorando le preoccupazioni del Cremlino fin dai primi allargamenti a Est della Nato.

Le Congregazioni di fact checking scoprono certo notizie false, ma ne producono anche in proprio, come quando accusano giornalisti indipendenti, professori universitari e intellettuali di essere di volta in volta filo-putiniani o antisemiti.

Oggi la situazione è diversa e peggiore.

I grandi giornali e le principali reti Tv non hanno più soldi per pagare inviati di guerra come ai tempi del Vietnam.

A ciò si aggiunga, non meno grave, l’impossibilità di raccogliere notizie su tutti gli Stati combattenti.

Difficile sapere quel che si pensa e si dice in Russia sul conflitto in Ucraina e a Kursk, dopo l’oscuramento in Europa delle Tv russe.

Impossibile scrivere reportage su Gaza perché l’ingresso dei giornalisti nella Striscia è proibito da Israele, che anche in questo caso viola il diritto internazionale.

Ogni servizio Tv su Gaza e Cisgiordania dovrebbe ricordare il divieto, e ringraziare i giornalisti palestinesi e Al Jazeera per i loro reportage e per i pericoli mortali che corrono (più di 220 uccisi a Gaza).

Se si vogliono notizie è solo ai social che ci si può rivolgere: in particolare a Telegram, per quanto riguarda sia l’Ucraina sia Gaza e Cisgiordania.

E anche quando i media tradizionali hanno notizie più approfondite, meno rozze, c’è un muro che ostacola l’accesso online, un paywall: è il prezzo proibitivo dell’abbonamento annuale.

A questo punto si capisce come mai i media tradizionali siano i primi a esercitare pressioni perché resti in piedi, almeno in Europa e in Italia, il fact checking che Elon Musk e Mark Zuckerberg hanno abolito (tranne per specifici reati).

Ne va della sopravvivenza dell’establishment giornalistico, e del suo bisogno di proteggersi dalla marea spesso indistinta, ma gratuita, dei social.

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29/12/2024

Che fine hanno fatto i fatti?

Secondo i dati ufficiali, nel 2024 il Tg1 ha perso 163.414 ascoltatori, pari a meno 3,79%, mentre il Tg2 sprofonda a meno 8,88%, pari a 96.782 telespettatori in meno.

Anche il Tg3, scende dello 0,44% e perde 7.522 spettatori. Sembra poco, tuttavia risulterebbe che Rai 3 perda complessivamente molti telespettatori. Quanti?

Lo chiediamo a ChatGpt che cosi risponde:

“Non dispongo di dati aggiornati in tempo reale, compresi quelli sui telespettatori di Rai 3. Tuttavia, la perdita di telespettatori è un fenomeno che può verificarsi per vari motivi, come la concorrenza di altre reti, il cambiamento delle abitudini di visione, o la popolarità dei contenuti offerti. Ti consiglio di controllare fonti affidabili come articoli di notizie o rapporti di analisi sui media per avere informazioni aggiornate e precise.”

Ecco. Hai bisogno di fatti e ricevi commenti, addirittura consigli. È questa sarebbe intelligenza artificiale? O forse è solo artificiosa, per non dire arrogante. Insomma, sembrerebbe intelligenza col nemico, cioè la disinformazione.

Come quella che ci ha offerto, per esempio, Il Mattino di Napoli, rilanciato da Google, che scrive: “Il Tg1 diretto da Gian Marco Chiocci resta il telegiornale più seguito in Italia nel 2024”. Ci siamo scordati quei 163 mila telespettatori persi?

Cose che succedono quando il direttore (Roberto Napolitano) vuole compiacere l’editore (Gaetano Caltagirone) che a sua volta non vuole interferenze con Telemeloni.

Chissà perché poi i quotidiani perdono lettori, proprio come i telegiornali del servizio pubblico. Comunque sia, non provate nemmeno a chiederlo all’AI.

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18/07/2024

La tragica situazione dell’informazione italiana, secondo un rapporto UE

A metà giugno il giornale Politico aveva diffuso la notizia secondo la quale la von der Leyen aveva ritardato la pubblicazione di un rapporto sullo stato dell’informazione italiana. La motivazione era non irritare Giorgia Meloni in vista della prossima scelta del Presidente della Commissione Europea.

Questo studio è infine stato pubblicato, ed effettivamente il contenuto è tutto fuorché qualcosa che mette in buona luce il governo italiano. E dovrebbe mettere in allarme anche l’opinione pubblica dell’intero Paese.

Il rapporto dal titolo Monitoraggio del pluralismo dell’informazione nell’era digitale redatto dal Centre for media pluralism and media freedom, è arrivato in Vigilanza RAI, dove il rischio per la libertà di informazione è calcolato al 71%.

Nel testo si legge che “la maggioranza ha esplicitamente rivendicato una maggiore influenza sulla RAI e una sorta di diritto ad avere una televisione pubblica allineata con i vincitori delle elezioni”. Nulla a che vedere, dunque, con la dialettica democratica.

Viene denunciata “una vera e propria operazione di occupazione e spartizione, soprattutto da parte del principale partito di governo”, ovvero Fratelli d’Italia, con il risultato che “il pluralismo dell’informazione è fortemente peggiorato”.

Ma il rapporto non riguarda solo l’informazione in senso stretto. In esso si fa riferimento anche alla diffamazione, che ha portato più volte la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) a condannare il nostro paese rispetto al ruolo assunto da questa disciplina penale.

Dagli organi UE è stato fatto notare pure che la riforma Cartabia “ha imposto ai cronisti giudiziari restrizioni relative alla raccolta di informazioni” e che “si può quindi ritenere che il decreto sia uno strumento il cui scopo è proprio quello di limitare la comunicazione di informazioni alla comunità”.

Anche il cosiddetto Bavaglio Costa – ovvero il divieto di pubblicazione integrale o per estratto del testo dell’ordinanza di custodia cautelare fino alla conclusione delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare – è citato come un pericolo. Un’altra limitazione al diritto all’informazione.

Nel rapporto viene messo in risalto il problema del conflitto di interessi nei media privati. E non si parla solo di Mediaset, ma anche del gruppo Gedi, del Sole 24 Ore e di Mario Sechi, passato alla direzione di Libero poche settimane dopo essere stato capo ufficio stampa di Giorgia Meloni.

Nel documento si mette poi in guardia dal fatto che la valutazione presentata potrebbe peggiorare se il deputato leghista Antonio Angelucci, proprietario di numerosi quotidiani attraverso la holding Tosinvest, acquisisse l’agenzia di stampa AGI. Le trattative sono in corso.

Tra le raccomandazioni consigliate nel rapporto troviamo la modifica della legislazione riguardante gli organi apicali della RAI e l’adozione di misure per una maggiore trasparenza. Si inviata anche ad “approvare una riforma organica della legislazione penale in materia di diffamazione”.

Infine, viene chiesto anche di “evitare restrizioni ingiustificate all’accesso alle informazioni dei giornalisti”. Se questo è il consiglio da dare al governo di una delle maggiori potenze occidentali, si può capire come sia poco più che propaganda il vanto di essere un paese democratico.

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04/05/2024

Libertà di stampa. In Italia va sempre peggio, meglio di noi anche le isole Tonga

In Italia per la libertà di stampa va sempre peggio. Ce ne eravamo ampiamente accorti, ma a metterlo nero su bianco è stato il rapporto annuale di Reporters Sans Frontières, nel quale viene stilata la classifica della libertà di stampa in 180 paesi ponendo come criterio la capacità di lavoro dei giornalisti, di poter riferire liberamente e in modo indipendente.

L’Italia in un anno ha perso ben cinque posizioni nella classifica, passando dal 41mo al 46mo posto. Meglio dell’Italia ci sono addirittura la Namibia, la Moldavia, le isole Tonga, l’Armenia.

Nel 2023 l’Italia aveva recuperato 17 posizioni rispetto al 2022, quando si era classificata al 58mo posto. Nel rapporto si fa un accenno generale al tentativo in molti Paesi di gruppi politici di “orchestrare l’acquisizione di ecosistemi mediatici, sia di media di proprietà statale che sono finiti sotto il loro controllo, sia di acquisizione di media privati da parte di imprenditori alleati”. Nel rapporto di RSF c’è una esplicita citazione per il caso della possibile vendita da parte dell’Eni (azienda pubblica) dell’agenzia di stampa AGI al gruppo privato Angelucci che già possiede diverse testate giornalistiche della destra. E si sottolinea che in Italia “un parlamentare della maggioranza – il senatore della Lega Angelucci, appunto – sta cercando di acquisire la seconda agenzia di stampa, l’AGI”.

Nel rapporto non si fa menzione della vergognosa situazione del sistema informativo/televisivo italiano in cui i canali pubblici fanno il “lavoro pulito” e quelli privati fanno il “lavoro sporco” per il governo, con un livello di servilismo nei confronti dell’esecutivo che non si era mai visto.

Tra i paesi europei, il peggiore per risultato è stata la Grecia che risulta 88esima nella classifica generale, addirittura sotto l’Ungheria e la Polonia. L’Ucraina è al 61esimo posto. La Russia al 162esimo posto.

Le ultime posizioni sono di Egitto, Birmania, Cina, Bahrein, Vietnam, Turkmenistan, Iran, Corea del Nord, Afghanistan, Siria e – ultima – Eritrea.

La regione “peggiore” è quella del Maghreb-Medio Oriente, dove nell’ultimo anno “i governi di tutta la regione hanno tentato di controllare e limitare i media attraverso la violenza, gli arresti e le leggi draconiane, aggravati dalla sistematica impunità per i crimini di violenza contro i giornalisti”. Dall’ottobre 2023, più di 100 reporter palestinesi sono stati uccisi a Gaza, di cui almeno 22 nel corso del loro lavoro ha aggiunto Reporter Sans Frontières.

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28/04/2024

Non date cibo ai cani da guardia di Marco Ferri

In Italia, da tempo, il “watchdog journalism” si è tradotto in cane da guardia del potere costituito, una prassi che ormai pervade la Rai nell’era di TeleMeloni, calco delle reti berlusconiane.

Entrambi i network ormai sono diventati il circolo ricreativo di redattori dei giornali di destra, di proprietà di Angelucci, ovviamente finanziati col denaro pubblico.

La loro missione è spostare il dibattito dalle cause agli effetti, e da questi alle conseguenze.

Decontestualizzare gli episodi dal quadro generale per piegarli alle necessità politiche contingenti è sempre stato il sestante della propaganda della destra.

Un maledetto trucco col quale si sono giustificate le nefandezze della storia e dell’attualità politica: dal fascismo al colonialismo, dal revisionismo storico all’imperialismo, dallo sfruttamento alla repressione, dal razzismo al sessismo.

Il discorso pubblico viene forzato, eterodiretto e gestito dall’alto di specifici interessi lobbistici.

“Non è più il capitalismo, ma qualcosa di peggio – dice McKanzie Wark – La classe dominante del nostro tempo non governa più grazie al possesso dei mezzi di produzione, come facevano i capitalisti. Né attraverso il possesso della terra, come facevano i proprietari terrieri. La classe dominante del nostro tempo possiede e controlla l’informazione”. (“Il capitalismo è morto, il peggio deve ancora venire”, Mackenzie Wark, Nero 2021).

Questo spiega perché la politica oggi si fa sui social e sui mass media, invece che nelle istituzioni democratiche e nella realtà sociale.

È, dunque, una forte tentazione quella di ribattere colpo su colpo ai latrati di quella muta di giornalisti cani che fanno la guardia alle nefandezze del governo, della Ue, della Nato, di Israele.

Ma in questo groviglio di personalismo, narcisismo e servilismo, il dibattito è sceso a un livello talmente basso da rendere inutile ogni possibilità di dialogo.

Anche perché il metodo si è specializzato, ha mutuato dai social il famoso paradigma del “bene o male purché se ne parli”, metodo che consiste nell’ingaggiare la polemica, alimentarla con la contrapposizione in modo da tenere impegnata l’attenzione il più a lungo possibile sulla polemica stessa, invece che sulla realtà dei fatti.

I cani da guardia del potere sono affamati di polemica, che è la chiave del successo del talk show: odio e audience.

D’altronde, è lo stesso livello che esprime il committente, vale a dire la macchina propagandistica del governo. Livello ormai assunto come linea di condotta anche dall’opposizione parlamentare, nonché dai rappresentanti delle cosiddette parti sociali.

Tuttavia, ci sono urgenze politiche che non possono aspettare, segnali economici che vanno compresi, ricchezze sociali che vanno raccolte. I partiti hanno chiuso le sezioni, i loro dirigenti vanno in tv.

Se il sistema politico italiano avesse avuto in sé i tanto decantati anticorpi, gli eredi del Msi non sarebbero andati al governo, a braccetto con i reduci del berlusconismo e del leghismo.

Fuori dai polveroni, la situazione sociale, la condizione materiale, il lavoro povero, i livelli di strapotere corporativo, la neutralizzazione dei diritti per liquidare gli ultimi residui di stato sociale, devono mantenere saldo il loro posto in cima alla nostra agenda.

Non solo perché su questi terreni la propaganda del neo-regime è flaccida, gli specchi sono difficili da essere arrampicati, le bugie vengono presto a galla.

Soprattutto, perché sono essenziali a guardare avanti, a puntare l’attenzione sugli aspetti critici di un sistema che sta sbandando nel fango reazionario, diventando ogni giorno più ferocemente classista, corporativo, intollerante, bellicista.

“Meglio i tagli ai servizi pubblici che la vittoria di Putin”, si è sentito dire a Londra. “L’Europa deve diventare una potenza militare”, hanno fatto eco da Parigi. Il neoliberismo in affanno, si alimenta di bellicismo.

Siamo a un salto di qualità dei fattori che spingono alla famigerata “distruzione creativa”. Sul piano internazionale, il capitalismo finanziario occidentale in declino vuole sottomettere l’economia reale in ascesa in oriente, manu militari.

Contemporaneamente, il bellicismo spinge all’aggressione delle regole politiche, economiche e sociali, attacca le stesse consuetudini democratiche.

Le guerre in atto sono dunque la stessa guerra, la guerra è una ed è la pericolosa variabile dipendente dall’accumulazione che pretende il superamento delle attuali norme con cui si governano le contraddizioni interne ai paesi occidentali.

Abbiamo visto i manganelli nelle città italiane ed europee, li abbiamo visti nelle Università degli USA. È ormai un dato di fatto: la lenta fine dello Stato sociale equivale alla progressiva fine dello Stato di diritto.

Se è vero che i pericoli sono forti, tanto da essere già nei fatti, è altrettanto vero che essi non si combattono ponendosi come obiettivo il ritorno alla dialettica precedente.

Non basta prendere atto che il vento è cambiato, che è un vento atlantico, un’aria cattiva di sfruttamento, di repressione, di menzogna, di rivalsa revisionista, di guerra per procura, di sterminio, di sovranismo. Non è solo vento, è già tempesta.

La realtà che abbiamo conosciuto finora è stata nei fatti già superata da una nuova forma di rigidità del comando sul piano interno, di egemonia imperialista e neocolonialista sul piano internazionale.

Prenderne atto significa non perdere tempo in piccole tattiche difensive, ma ripensare, riorganizzare, riprogettare una nuova visione delle contraddizioni e di conseguenza una nuova pratica politica.

Ci sono compiti molto più importanti che stare appresso ai ditirambi nei talk show televisivi.

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20/03/2024

In tempi di IA, ogni contenuto informativo è re

Qualche giorno fa, commentando l’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa (in particolare l’arrivo di Sora, il modello text-to-video di OpenAI) e riportando alcune riflessioni di ricercatori e giornalisti che lavorano con internet e le fonti aperte su come affrontare l’ondata di testi, foto, video sintetici, avevo proposto di rovesciare il paradigma.

Invece di preoccuparci solo e tanto di tracciare la filiera dell’IA, pensare semmai di tracciare quella delle informazioni autentiche / verificate / contestualizzate.

Costituire una filiera dell’informazione

“Bisogna investire nel verificare e contestualizzare tutto quello che viene immesso in circolo dai media o da chiunque voglia fare informazione”, scrivevo nella newsletter Guerre di Rete.

“Ricostruire e mettere a disposizione tutta la filiera non solo dell’IA, ma dei contenuti autentici. Permettere a tutti di risalire la corrente del flusso informativo a ritroso. I lettori come salmoni, esatto. Ogni artefatto informativo per quanto minuscolo non dovrebbe essere una monade slegata dal resto, ma dovrebbe avere una serie di connessioni che permettano di capire da dove arriva, che percorso ha fatto, assieme a chi o cosa altro stava, come è mutato, come è stato tagliato o modificato”.

Siccome quelle poche righe hanno attratto un certo interesse, vorrei approfondire la riflessione per spiegare meglio che cosa intendo. Dunque immaginiamo di essere una testata che pubblica diversi contenuti informativi su varie piattaforme: articolo sul suo sito, post Facebook, Instagram, Twitter, ecc.

Poniamo che uno stesso tema o evento, come spesso accade, sia sviscerato in diversi formati: video reportage, foto gallery, articolo lungo, breve, che poi diventano a loro volta post con diversi formati per Facebook, Instagram ecc.

Poniamo, ma solo per facilità di comprensione, che il tema sia la guerra in Pincopallistan. O le elezioni in Regionalistan. Quello che si vuole.

Oggi avremo un contenuto che riporterà una serie di fatti che il lettore deve prendere per buoni. Se il giornalista scrive che la linea del fronte è avanzata di tot, se riporta una dichiarazione fatta da un politico, se si mette una foto, il lettore dovrà prendere tutte queste cose al loro face value, come dicono gli inglesi, accettando quello che viene detto senza farsi domande.

Ogni contenuto informativo è re

Che cosa succederebbe invece se mettessimo un segnaposto, un cartello stradale, a ogni micro-contenuto informativo?

A volte la cosa è molto banale, basta mettere un link alla fonte. Altre volte questo non è possibile, o non è sufficiente, o il percorso è più accidentato, quindi bisogna ingegnarsi, oltre che aggiungere note di contesto. Attenzione però: non sto proponendo una facile soluzione tecnologica, sto parlando di metodo, approccio, che è anche quello su cui chi fa informazione ha più controllo. E comunque le possibili tecnologie seguono il metodo.

Esempio.

Se sono una testata e pubblico una dichiarazione di un politico, di una sua breve frase (la posso pubblicare sul sito o sui social, vale uguale) devo trovare il modo di linkarla a un repository del mio sito dove ci sarà: quando e dove è stata detta la frase; se è stata tagliata, leggermente modificata, da una frase più articolata, e quale era quella più lunga; la possibilità di consultare il resto del discorso, magari in forma testuale; il link al video o audio del discorso; se il video o audio del discorso è stato registrato direttamente dal giornalista della testata, da un’altra testata o da chi.

Se è stato preso dai social invece, allora dove è stato caricato originariamente e da quale utente; quando; da quale profilo; un link diretto o archiviato se possibile; quali verifiche sono state fatte dalla testata; se esistono smentite di quel politico e suffragate da quali elementi.

Un centro sulla trasparenza delle fonti

In pratica, immagino una sezione dei media con un centro sulla trasparenza delle fonti, o se preferite un source transparency hub.

Dove si potrebbero mettere contenuti molto diversi, come quello sopra ma anche, a mero titolo di esempio, i profili dei fotoreporter a cui si attribuiscono specifiche foto. Sono loro stessi a garantire di avere scattato una certa foto, e magari possono aggiungere note a quelle stesse immagini.

Ma il punto è che, se si inserisce in circolo un’immagine o un contenuto di altro tipo, ci deve essere il modo per i lettori che lo vogliano di andare a ricavare facilmente molte più informazioni sull’origine e le sue circostanze. Che possano ripetere e ripercorrere autonomamente il percorso fatto.

Se ci sono contesti in cui non c’è chiarezza sui fatti, o la situazione è confusa, chi fa informazione dovrebbe spiegare la metodologia con cui si è arrivati a una certa conclusione, e sottolineare quello che non si sa. E ovviamente rettificare in modo trasparente.

Il metodo di lavoro non è più un segreto industriale o professionale, chiamiamolo così, ma parte del processo informativo, anzi parte dell’informazione. (Che il metodo giornalistico di lavoro sia ciò che caratterizza il giornalismo è qualcosa che Mario Tedeschini-Lalli dice da tempo).

Vale sempre la protezione delle fonti che devono avere l’anonimato, ma il lettore dovrebbe essere sempre informato di elementi di contesto per capire la natura di queste fonti e ovviamente avere altri elementi per valutarle, ma questo credo che già oggi dovrebbe essere prassi.

Trasparenza come fattore educativo e formativo

La trasparenza non è la panacea di tutti i mali, e secondo un articolo pubblicato ad agosto dal Reuters Institute non ci sarebbe una relazione diretta fra aumento della trasparenza e aumento della fiducia. Ma anche senza mitizzare la trasparenza, il fatto di adottarla come metodologia aiuterebbe tutti a fare un’informazione migliore (perché gli stessi operatori del settore costruirebbero su basi più solide, messe anche da altri).

Inoltre costituirebbe un fattore educativo, uno strumento di alfabetizzazione mediatica, di media literacy, perché i lettori fin da giovani sarebbero abituati ad avere a disposizione (e ad andarsi a vedere) una serie di elementi e di informazioni di contorno e di tracciamento.

Non è che si stia inventando nulla, ci sono già oggi media, singoli giornalisti e ricercatori che adottano queste metodologie. Pensiamo a Forensic Architecture o Bellingcat. Questi ultimi nelle loro norme editoriali scrivono: “Cercheremo sempre di essere aperti (chiari, trasparenti, ndr) sui metodi e gli strumenti che utilizziamo e sulle fonti delle nostre informazioni. Dato il nostro impegno per la trasparenza, in genere evitiamo l’uso di fonti anonime. Tuttavia, ci possono essere occasioni isolate in cui ciò è accettabile (...) Tutte le informazioni provenienti da fonti anonime saranno rigorosamente verificate attraverso prove di fonti aperte e altri dati”.

Dalle pratiche open source e investigative alla trasparenza su tutte le informazioni

Questa modalità, che si è rafforzata negli ultimi anni con la diffusione delle pratiche open source, è anche un’apertura a forme di collaborazione, se non di citazione, e quindi “interrompe la tradizionale esclusività giornalistica, promuovendo un insieme di competenze e una metodologia che possono essere utilizzate dal grande pubblico”, scriveva nel 2022 il Nieman Reports, pubblicazione pluripremiata sugli standard del giornalismo.

In questo contesto, come hanno scritto nel 2021 Nina Müller e Jenny Wiik, ricercatrici dell’Università di Göteborg, i giornalisti non sono più “gatekeepers” (custodi dell’informazione), ma “gate-openers” (coloro che abilitano e favoriscono l’accesso alle informazioni).

Ma questa riflessione finora è stata soprattutto relegata ad alcune buone pratiche e circoli di una parte del giornalismo investigativo. Ora invece si tratterebbe di estendere quelle modalità a ogni elemento informativo, dando pari dignità giornalistica a tutti i contenuti, nella consapevolezza che oggi ogni artefatto informativo, per quanto apparentemente insignificante, può improvvisamente acquistare un ruolo diverso, può essere armato o può depotenziare altri artefatti informativi.

Dunque, tornando alla proposta iniziale, l’idea è di strutturare e integrare l’idea di trasparenza, di apertura, di tracciabilità e di applicazione del metodo giornalistico in tutti i processi dei media, e di chi in generale fa informazione. In tutti i prodotti e formati informativi, dall’inchiesta transnazionale su crimini di guerra al post sui social con la notizia su un cantante.

Era da fare almeno venti anni fa. Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa potrebbe essere la volta buona per metterci la testa.

Approfondimenti

Guerre di Rete a settembre ha pubblicato un ebook multiautore sull’intelligenza artificiale generativa e il suo impatto sulla politica e società. Si intitola Generazione AI e lo si può scaricare gratuitamente da qua.

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29/02/2024

Effetto Sora. Come adattarsi all’ondata di contenuti sintetici sempre più realistici

Sam Gregory, direttore dell’ong WITNESS che da anni usa video per documentare violazioni dei diritti umani nel mondo, ha fatto un’analisi a caldo di come una tecnologia come Sora possa avere un impatto sulla fiducia in ciò che vediamo. Si tratta del nuovo modello text-to-video di OpenAI, in grado di produrre video sintetici di grande realismo da istruzioni testuali. Anche se non ancora aperto al pubblico, OpenAI ha diffuso vari esempi di video così prodotti (li vedete qua).

Fino ad oggi, spiega Gregory in vari post sui social media, i punti di vista multipli sono stati un buon punto di partenza per valutare se un evento è realmente accaduto così come il contesto in cui è avvenuto. Inoltre, in quasi tutti gli episodi di violenza da parte dello Stato o della polizia viene contestato cosa è successo prima/dopo l’accensione di una telecamera che magari riprende un’azione o presunta reazione.

Oppure, una ripresa traballante, fatta da qualcuno con una videocamera a mano, è un “potente indicatore di credibilità emotiva”, di autenticità.

Ma ora ci troviamo di fronte a video sintetici realistici che possono adottare diversi stili, anche quello amatoriale. O ad angoli di ripresa multipli, la possibilità di creare contemporaneamente più punti di vista e angolazioni della telecamera sulla stessa scena. E la possibilità di “aggiungere video (essenzialmente out-paint per i video) avanti e indietro nel tempo da un fotogramma esistente”. [L’outpainting è una funzione, presente in generatori di immagine come DALL-E, che consente di estendere un’immagine oltre i suoi confini originali].

“L’abilità più interessante di Sora – commenta anche il ricercatore Erik Salvaggio – guardando alle specifiche tecniche, è che può rappresentare scenari multipli che si *concludono* con una data immagine. Credo che questo sarà oggetto di discussione in alcune conferenze sulla disinformazione” (…) Supponiamo di avere un video sui social che inizia dal momento in cui la polizia inizia a usare la forza in modo ingiustificato contro una persona in strada”.

Le specifiche tecniche dicono “che si possono creare senza soluzione di continuità fino a 46 secondi di video sintetico che termina nel punto in cui inizia il video della violenza. Ciò che accade in quei 46 secondi è guidato dal tuo prompt, che si tratti di un adolescente che lancia una bomba a mano contro un poliziotto sorridente o di un uomo gentile che offre fiori alla polizia arrabbiata”.

In un certo senso, commenta ancora Gregory, “i video realistici di eventi fittizi si avvicinano alle attuali modalità di condivisione di video e immagini shallowfake (ad esempio, video mal contestualizzati o leggermente modificati trasposti da una data o da un’ora a un altro luogo), in cui i dettagli esatti non contano, purché siano sufficientemente convincenti rispetto alle ipotesi”.

Uno shallowfake, come ho raccontato più volte, è un video reale che è stato manipolato con semplici strumenti di editing a fini di propaganda. Si chiama così in contrapposizione a deepfake perché non usa l’intelligenza artificiale.

Ma torniamo a Gregory. Il problema, dice, è che nei video realistici di eventi che non sono mai accaduti (come quelli prodotti da Sora e non riadattati o decontestualizzati da video reali), “mancherebbe la possibilità di cercare il riferimento – cioè quello che facciamo ora con la ricerca shallowfake, quando usiamo la ricerca inversa di un’immagine per trovare l’originale, o la funzione About this Image di Google”.

“Con l’espansione del text-to-video e del video-to-video – conclude Gregory – dobbiamo capire come rafforzare la fiducia e garantire la trasparenza dei media, approfondire le capacità di rilevamento, restringere gli usi inaccettabili e pretendere la responsabilizzazione di tutta la filiera dell’IA”.

Vorrei allacciarmi a queste considerazioni per aggiungere alcune riflessioni. Forse dovremmo rovesciare il paradigma, e invece di preoccuparci solo di quello che, nel mondo informativo, potrebbe essere sintetico/ falso/ decontestualizzato, pensando a come individuarlo e dimostrarlo (etichettarlo prima, sbugiardarlo poi), concentrarci semmai su ciò che è o vorrebbe essere autentico/ verificato/ contestualizzato.

Perché, ammesso e non concesso che riusciremo, in un modo o in un altro, a bollare e bollinare come IA gran parte dei contenuti sintetici che circoleranno (ma al momento sono quasi tutti concordi nel dire che almeno una parte sfuggirà a questa capacità di individuazione, vedi il dibattito tecnico sui watermark di cui ho scritto qua), il crollo di fiducia nell’informazione rischia di risucchiare tutto il resto, come l’acqua di un lavandino stappato, inclusi i video, le foto, gli audio, le dichiarazioni, le notizie, le informazioni autentiche.

Allora, se c’è questo rischio, bisogna investire nel verificare e contestualizzare tutto quello che viene immesso in circolo dai media o da chiunque voglia fare informazione. Ricostruire e mettere a disposizione tutta la filiera non solo dell’IA, ma dei contenuti autentici. Permettere a tutti di risalire la corrente del flusso informativo a ritroso. I lettori come salmoni, esatto.

Ogni artefatto informativo per quanto minuscolo non dovrebbe essere una monade slegata dal resto, ma dovrebbe avere una serie di connessioni che permettano di capire da dove arriva, che percorso ha fatto, assieme a chi o cosa altro stava, come è mutato, come è stato tagliato o modificato. E i lettori a quel punto dovrebbero abituarsi al fatto che se vedono 4 foto buttate così, de botto, senza senso, in un post social così come su una pagina cartacea di un giornale, senza tutto quel contorno di informazioni che possono consentire o meno di andare a testare e verificare, ecco allora non vale nemmeno la pena di fermarsi a guardarle.

Certo, tutto ciò implica, da un lato, uno sforzo aggiuntivo da parte di chi fa informazione; dall’altro, di abituarsi a essere molto più trasparenti sulle modalità con cui si lavora, e questo è qualcosa che suscita sempre molta resistenza. Ma credo che alla fine sarebbe un vantaggio per tutti.

Così, my 2 cents, come si dice sull’internet.

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