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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/08/2026

Cacciatori di bambini, ma non si può dire

“Ciao Giorgio Cremaschi. Il tuo account Instagram è stato sospeso. Il motivo è che il tuo account o la relativa attività non rispetta i nostri Standard della community in materia di persone e di organizzazioni pericolose”.

Con questa comunicazione il mio account Instagram è stato sospeso il 26 agosto e automaticamente lo stessa sorte è toccata a quello su Facebook.

Ho fatto ricorso come da procedura, ma due giorni dopo, mentre scrivo, la sospensione è ancora in vigore.

L’intelligenza artificiale di Meta, con cui ho comunicato tramite Whatsapp, mi ha scritto che questi tempi più lunghi di sospensione sono dovuti al fatto che il mio account sia sotto esame di un “revisore umano”. Questo perché i miei account erano già già stati sospesi il 18 agosto, ma già il 19 erano stati riammessi senza alcuna limitazione.

Allora era stato l’algoritmo a decidere che non dovevo essere censurato, ora dovrà essere una persona in carne ed ossa. Evidentemente anche nel regno dell’IA sono le burocrazie aziendali viventi che hanno l’ultima parola.

Ma perché mi è stata addebitata l’accusa di non rispettare gli standard In materia di “persone e organizzazioni pericolose”? Non c’è alcuna motivazione al riguardo, l’accusa ed il giudizio successivo non solo sono insindacabili, ma non sono neppure argomentati.

Così funziona la “libertà” dei social, che sono in realtà imprese super miliardarie private, gestite con potere assolutamente privato. E tante e tanti possono raccontare di come i grandi social controllino e censurino ciò che si scrive e limitino o sospendano l’accesso a chi pubblichi cose sgradite alla proprietà.

Per quanto mi riguarda, la sospensione è avvenuta subito dopo la pubblicazione di questo post, che riporto integralmente:

“CACCIATORI DI BAMBINI. Non fate volare gli aquiloni altrimenti uccidiamo.”

Questo l’ultimatum che Netanyahou ha rivolto agli abitanti di Gaza. E i genitori hanno deciso di proibire ai figli di giocare con gli aquiloni. Si sa, le minacce di Israele vanno prese sul serio, perché ai bambini i soldati IDF sparano e alcuni di essi se ne vantano pure.
Anni fa ebbe un grande successo il libro “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini, che raccontava della proibizione degli aquiloni nell’Afghanistan dei Talebani. Che ora pare ci abbiano ripensato.
Invece oggi il volo degli aquiloni a Gaza è proibito dal governo israeliano, con la motivazione ufficiale che potrebbe essere usato da Hamas per sue azioni.
La verità è che Israele perseguita e uccide i bambini palestinesi perché vuole cancellare il futuro del loro popolo. Non sono solo cacciatori di aquiloni ma cacciatori di bambini, con il sostegno e la complicità di governanti, politici e giornalisti occidentali.”
Questo il mio testo, corredato dall’immagine di un bimbo di Gaza con l’aquilone. Poco tempo dopo la sua pubblicazione, che aveva fatto in tempo a raccogliere insulti e minacce, è scattata la sospensione dell’account.

Chi sarebbero dunque le persone o le organizzazioni pericolose? Leggendo il mio post si potrebbe pensare che siano Netanyahu ed Israele, ma non è sicuramente questo ciò che muove la censura di Instagram e Facebook. Per essa pericoloso è chi denuncia i crimini israeliani. Da sempre sappiamo che la censura social colpisce chi pubblica le immagini del genocidio a Gaza e in Palestina. “Troppa violenza” è la motivazione, non in chi la compie, ma in chi la fa conoscere.

Il regime e le organizzazioni sioniste investono cifre e potere enormi per controllare e distorcere a loro favore la comunicazione. L’accusa di antisemitismo contro chi sta con la Palestina, che ora è anche un progetto di legge che in settembre va alla nostra Camera, è il più grande successo della propaganda sionista.

Nell'autunno scorso la mobilitazione per Gaza non aveva solo sfondato nelle piazze, ma anche sui social, i cui padroni sono subito corsi ai ripari, stringendo le maglie della censura. Così Meta di Zuckerberg da un lato patteggia negli USA una multa di 18 miliardi (a proposito di quanto guadagnano i padroni dei social...); dall’altro incrementa la censura sionista. Come il governo USA, che colpisce con sanzioni alcune organizzazioni antifasciste e pro Palestina per intimidire tutti, così sui social alcuni vengono sospesi perché tutti capiscano.

Farò sapere come andrà a finire, ma intanto bisogna proprio che cominciamo a ragionare su come combattere e rovesciare il potere di pochi padroni sui social e sulla rete, cioè sulla libertà.

Fonte

04/07/2026

I titoli tecnologici non sono crollati “solo” per lo scetticismo verso l’intelligenza artificiale

di Alessandro Volpi

A giugno 2026 il settore Big Tech sta attraversando una fase di forte volatilità, con i titoli dei cosiddetti “Magnifici sette” (e nuovi protagonisti come SpaceX) che hanno registrato perdite significative, entrando ufficialmente in territorio di correzione con un calo superiore al 10% dai massimi. Segue una panoramica dei titoli più colpiti.

Partiamo da Nvidia. Dopo una corsa senza precedenti, il titolo ha subito cali giornalieri superiori al 4% a fine giugno. Gli investitori temono che la domanda di chip IA possa aver raggiunto un picco temporaneo. Vale la pena ricordare che questo titolo è presente in praticamente tutti i fondi pensione degli italiani.

Alphabet (Google) è in forte perdita (circa -5% in sessioni recenti) a causa di preoccupazioni interne alla divisione IA, acuite dalla partenza di ricercatori di alto profilo tra cui John Jumper, premio Nobel per la Chimica nel 2024, che ha lasciato per Anthropic.

Tesla continua a soffrire per il rallentamento della crescita nel settore dei veicoli elettrici e per margini di profitto ridotti, con il mercato scettico sulla velocità di realizzazione dei progetti su robotica e guida autonoma.

SpaceX, nonostante il debutto trionfale in Borsa il 12 giugno 2026, ha perso oltre il 16% del suo valore iniziale a causa dell’annuncio di una massiccia emissione di obbligazioni da 20 miliardi di dollari per finanziare l’infrastruttura IA e satellitare, alimentando timori sul debito. Meta e Microsoft, sebbene più resilienti, hanno subito vendite legate alla revisione delle spese in conto capitale.

Il mercato sta, di fatto, punendo le aziende che spendono miliardi in IA senza mostrare ritorni immediati e chiari.

Segue poi il “settore chip” (Micron, Samsung, SK Hynix) che ha subito perdite pesantissime (Micron -13%, Samsung -12%) a causa di una svendita globale che ha colpito l’intera catena di approvvigionamento dell’hardware IA.

Il ribasso non è dovuto a un singolo fattore ma a una “tempesta perfetta” di cause macroeconomiche e settoriali. Comincia a emergere sempre più uno scetticismo sul Ritorno dell’investimento (Roi) nell’IA. Dopo anni di euforia, gli investitori hanno iniziato a porsi una domanda critica: i profitti derivanti dall’intelligenza artificiale giustificheranno le centinaia di miliardi spesi in infrastrutture?

Pesa poi una politica monetaria restrittiva. Nonostante le speranze di tagli, l’inflazione persistente, soprattutto per effetto della guerra in Iran, ha spinto la Federal reserve (Fed) di Kevin Warsh verso un atteggiamento aggressivo. Il mercato ora, nonostante le dichiarazioni di Trump, scommette su ulteriori rialzi dei tassi di interesse entro la fine del 2026, un fattore che penalizza tipicamente i titoli tecnologici, a cui pare non bastare più la liquidità dei grandi fondi finanziari.

Ci sono poi, inevitabilmente, le tensioni geopolitiche. Il conflitto con l’Iran ha mantenuto alti i prezzi dell’energia (col petrolio Brent ancora sopra i 75 dollari), alimentando i timori di un’inflazione “appiccicosa” che frena i consumi e aumenta i costi operativi per le aziende tech.

Incide, altrettanto inevitabilmente, l’eccessiva concentrazione dei listini. Poiché solo sette aziende rappresentano circa il 30%-34% del valore totale dell’indice Standard & Poor (S&P) 500, qualsiasi segnale di debolezza in una di esse (come la crisi dei chip in Asia) provoca un effetto domino sull’intero mercato azionario globale.

Una considerazione a parte meritano gli Etf (Exchange traded funds) i prodotti finanziari venduti dai grandi fondi che replicano un indice e che giocano un ruolo fondamentale e amplificatore nell’attuale correzione delle Big Tech. Se una volta il “mercato” era guidato dalle scelte sui singoli titoli, oggi la prevalenza dell’investimento passivo ha cambiato le regole del gioco, trasformando gli Etf in una sorta di “benzina sul fuoco” durante i cali. Vale la pena esaminare come e quanto pesano questi strumenti finanziari in questa fase di mercato (a fine giugno 2026).

Un primo problema è costituito dalla cosiddetta “trappola della concentrazione”. Gli indici principali, come l’S&P 500 e il Nasdaq 100, sono pesati in base alla capitalizzazione di mercato. Questo significa che i giganti (Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon, Meta e ora SpaceX) pesano per circa il 33%-35% dell’intero mercato azionario statunitense. Di conseguenza quando un investitore vende una quota di un Etf sull’S&P 500, il fondo è costretto a cedere proporzionalmente tutti i titoli sottostanti. Poiché le Big Tech pesano così tanto, una vendita generalizzata dell’indice si traduce automaticamente in una pioggia di vendite massicce proprio sui titoli tecnologici, a prescindere che l’azienda stia andando bene o male.

Esiste un secondo effetto chiamato “Feedback loop” (Circuito di retroazione). Gli Etf creano, infatti, un effetto domino pericoloso. Ha inizio con una prima fase di ribasso con un evento negativo (ad esempio i dubbi sul debito di SpaceX o i tassi alti della Fed) che fa scendere i titoli tech. Segue un calo dell’Etf: poiché il tech pesa il 30%, l’Etf scende visibilmente. Portando a un “Panic selling”: gli investitori retail e i fondi pensione, vedendo l’Etf in rosso, riscattano le loro quote. Segue una fase di vendite forzate: i gestori di questi prodotti finanziari (BlackRock, Vanguard, State Street) devono vendere le azioni sottostanti per rimborsare gli investitori, spingendo i prezzi ancora più in basso. Questo meccanismo è il motivo per cui le perdite di fine giugno sembrano così violente e repentine.

A pesare è anche il ribilanciamento di metà anno, un periodo di ribilanciamento dei portafogli. Molti Etf e fondi comuni hanno regole rigide che impediscono a un singolo settore o titolo di superare una certa percentuale del portafoglio. Dopo la corsa folle dell’IA nei primi mesi del 2026 il peso di Nvidia e Microsoft nei portafogli era diventato eccessivo. In queste settimane, i gestori stanno vendendo tech per comprare settori “rimasti indietro” (come utility, beni di consumo o obbligazioni), portando a una pressione in vendita tecnica che non dipende dai fondamentali delle aziende.

Un ruolo fondamentale è giocato dagli Etf a leva e inversi. Esistono Etf che scommettono al raddoppio o al triplo sull’andamento del Nasdaq o di singoli titoli come Nvidia. Quando il mercato scende, questi strumenti forzano chi li detiene a chiudere le posizioni rapidamente per evitare la liquidazione, accelerando la caduta dei prezzi. Al contrario, gli Etf short (che guadagnano quando il mercato scende) hanno visto afflussi record, attirando speculatori che scommettono contro le Big Tech, aumentando la pressione ribassista.

Nel mentre si scatena una fuga verso i “safe haven” (Etf obbligazionari). Con i tassi di interesse previsti ancora alti e l’incertezza geopolitica in Iran, i capitali stanno uscendo dagli Etf azionari tech per rifugiarsi in quelli monetari o obbligazionari a breve termine. Questo spostamento di massa di liquidità (migliaia di miliardi di dollari) svuota letteralmente i “serbatoi” che sostenevano le quotazioni delle Big Tech.

In sintesi: quanto pesano gli Etf? Il peso è determinante. Si stima che oltre il 60%-70% dei volumi di trading giornalieri sui mercati Usa sia ormai riconducibile ad algoritmi e flussi legati agli Etf.

In questo momento, le Big Tech non stanno cadendo solo perché “l’IA non convince” ma perché il veicolo che le ha portate in alto (l’investimento passivo in Etf) ora sta funzionando al contrario, smontando le posizioni con la stessa velocità con cui le aveva create. Metaforicamente, l’Etf è l’ascensore: quando tutti vogliono scendere contemporaneamente, la caduta è molto più rapida rispetto a “scendere dalle scale” (attraverso la vendita di singoli titoli).

Il messaggio che emerge da tutto ciò dovrebbe essere chiaro: affidare a questi meccanismi le sorti della formazione del reddito, le pensioni e la sanità di fasce crescenti di popolazione è una colossale follia perché i travolti dalle crisi saranno milioni di persone che non hanno, per le loro condizioni di reddito, capacità di resistere mentre i super-ricchi, proprio per le loro infinite risorse, sapranno cavalcare le bolle. E, soprattutto, dovrebbero essere evidente a tutti non esiste alcuna oggettività della finanza in grado di suffragare le tesi dei tecno-liberali.

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23/06/2026

Israele ha chiesto a Facebook di censurare i contenuti relativi alla guerra contro l’Iran

I documenti aziendali esaminati da The Intercept mostrano che Israele ha sollecitato Facebook e Instagram a rimuovere i post a sostegno dell’Iran.

Dai registri aziendali emerge che Israele ha chiesto a Meta di rimuovere da Facebook e Instagram i post che esprimevano sostegno all’Iran, opposizione a Israele e persino immagini dell’impatto di missili iraniani.

Il governo ha segnalato diversi materiali relativi alla guerra, tra cui post che esprimevano cordoglio per la morte dell’ayatollah Khamenei, assassinato da Stati Uniti e Israele il primo giorno del conflitto, contenuti a sostegno delle rappresaglie iraniane e account iraniani che condividevano analisi militari e propaganda favorevoli alla posizione del regime iraniano.

In alcuni casi, Meta ha ottemperato alle richieste di censura, come dimostrano i documenti, sebbene non sia chiaro per quali motivi. Meta sostiene di rimuovere i contenuti solo se richiesto dalla legge o se violano le sue politiche in materia di libertà di espressione.

Alla domanda su quante richieste di rimozione di contenuti relativi all’Iran fossero state accolte dall’inizio della guerra, l’azienda non ha risposto. Il Ministero della Giustizia israeliano, che inoltra le richieste di rimozione alle piattaforme di social media, non ha risposto a una richiesta di commento.

L’attività di lobbying di Israele sui social media non è una novità; da anni il Paese si avvale della sua stretta relazione con Meta per promuovere un’applicazione mirata del regolamento di moderazione dei contenuti dell’azienda.

Secondo quanto riportato sul suo sito web, l’Ufficio del Procuratore Generale israeliano presenta regolarmente denunce alle piattaforme di social media per conto delle agenzie di sicurezza statali in merito a contenuti ritenuti illegali o che promuovono il “terrorismo”.

Nei documenti esaminati da The Intercept, in alcuni casi l’ufficio non ha affermato che i contenuti sui social media violassero la legge israeliana. Ha invece richiesto la rimozione di post o account perché in violazione del regolamento di moderazione dei contenuti di Meta.

Meta, ad esempio, classifica il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane come “Organizzazione Terroristica” e vieta agli utenti di esprimere opinioni positive sulle sue azioni. Ciò significa che i post a sostegno dei lanci missilistici di rappresaglia da parte delle Guardie Rivoluzionarie, ad esempio, potrebbero violare le regole della piattaforma. Non esiste invece alcun divieto per gli utenti che pubblicano commenti favorevoli sugli eserciti statunitense o israeliano.

Meta non ha risposto alle domande sulle richieste relative alla guerra in Iran, ma il portavoce Daniel Roberts ha rilasciato una dichiarazione a The Intercept: “Chiunque può segnalare contenuti che ritiene violino le nostre regole. Indipendentemente da chi o come un contenuto venga segnalato, lo valutiamo in base alle nostre politiche, che regolano ciò che è consentito e ciò che non lo è sulla nostra piattaforma. È sbagliato e irresponsabile insinuare che queste richieste siano in qualche modo insolite o inappropriate”.

Un’azienda con sede in California può decidere cosa sia o non sia consentito dire a miliardi di utenti in tutto il mondo, solo una piccola parte dei quali sono americani.

Meta è stata oggetto di critiche, soprattutto in Medio Oriente, per la rimozione di contenuti che non violavano le regole aziendali. Un audit del 2022, commissionato dalla stessa azienda, ha rilevato discrepanze nelle sue pratiche di moderazione dei contenuti tra quelli in arabo e quelli in ebraico.

“I contenuti in arabo sono stati soggetti a un’applicazione eccessiva delle regole (ad esempio, la rimozione errata di contenuti palestinesi) per singolo utente”, ha rilevato l’azienda. Un rapporto del 2023 del comitato di vigilanza interno all’azienda ha descritto l'“applicazione eccessiva” delle regole alla lista nera di organizzazioni e individui pericolosi, composta in modo sproporzionato da entità musulmane e mediorientali.

Meta sostiene da tempo che, in quanto azienda americana, sia legalmente obbligata a rimuovere talvolta contenuti relativi a determinate entità sanzionate dagli Stati Uniti, come il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Tuttavia, gli esperti legali sostengono che tale affermazione non ha praticamente alcun precedente o fondamento nella legislazione vigente in materia di sanzioni, che si concentra sul sostegno materiale piuttosto che sulla libertà di espressione politica.

Si tratta di una politica che ha creato un’enorme distorsione ideologica: un’azienda con sede in California può decidere cosa sia o non sia lecito esprimere per miliardi di utenti in tutto il mondo, solo una piccola parte dei quali sono americani.

Ad aggravare ulteriormente lo squilibrio nella gestione delle crisi in Medio Oriente contribuisce il fatto che Meta ha concesso a Israele un accesso privilegiato ai suoi team responsabili delle politiche di moderazione dei contenuti. Nel 2024, The Intercept ha riportato come Jordana Cutler, dipendente di Meta ed ex collaboratrice di Benjamin Netanyahu, fungesse da referente dedicata presso il governo israeliano, promuovendo gli interessi del Paese e facilitando la rimozione di contenuti indesiderati.

Pochi altri Paesi al mondo hanno un rappresentante dedicato all’interno di Meta: nel 2020, una responsabile delle politiche per il mercato indiano si è dimessa dopo le rivelazioni sul suo coinvolgimento in attività di lobbying a favore del partito nazionalista indù al governo. Interpellata in merito a un possibile ruolo di Cutler nel facilitare le richieste israeliane di rimozione di contenuti relativi alla guerra, Meta non ha fornito risposta.

“Lo stretto rapporto di Meta con il governo israeliano per le richieste di rimozione dei contenuti è un problema di lunga data“, ha dichiarato a The Intercept Evelyn Douek, professoressa di diritto alla Stanford Law School ed esperta di politiche sulla libertà di espressione digitale. “L’acquiescenza di Meta a numerose richieste di rimozione è una prassi consolidata“.

Queste asimmetrie nel potere di censura sono particolarmente delicate in tempo di guerra, ha affermato Douek.

“La volontà dei governi di sopprimere la libertà di parola critica nei confronti dei loro sforzi bellici è antica quanto il mondo stesso”, ha affermato. “Consentire ai governi di invocare ragioni di sicurezza nazionale per sopprimere la libertà di parola a proprio piacimento annullerebbe il valore della tutela della libertà di espressione”

Secondo una fonte a conoscenza dei fatti, Israele avrebbe fatto pressioni su Meta affinché implementasse una regola generale che limitasse la pubblicazione di immagini di danni bellici all’interno del suo territorio, ricalcando una politica di censura dei media israeliani che impedisce ai giornalisti di documentare l’impatto delle armi senza l’approvazione militare.

Meta si è finora rifiutata di implementare tale politica per i suoi miliardi di utenti in tutto il mondo, ha affermato la fonte. Meta non ha risposto alle domande sullo stato di questa richiesta.

Venerdì gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un accordo di cessate il fuoco, sebbene Israele abbia lasciato intendere che non ne rispetterà i termini. Mentre molte delle richieste di censura riguardavano direttamente la guerra, altre erano tangenziali al conflitto stesso.

I documenti mostrano che Israele ha cercato di rimuovere contenuti che esprimevano indignazione per l’assalto alla moschea di Al-Aqsa avvenuto il mese scorso per mano del ministro di estrema destra Itamar Ben-Gvir. Ha anche cercato di soffocare i post critici nei confronti della retorica israeliana che collegava la recente chiusura di Al-Aqsa alla guerra in corso.

In generale, Meta accoglie la stragrande maggioranza delle richieste di rimozione presentate dal governo israeliano. La Procura di Stato ha vantato un tasso di conformità del 92% nel 2023, e un rapporto del 2025 di Drop Site News ha affermato che il tasso complessivo è salito al 94% dopo l’attacco del 7 ottobre da parte di Hamas.

I documenti esaminati da The Intercept mostrano che Israele ha chiesto la rimozione di contenuti relativi alla guerra contro l’Iran usando esattamente lo stesso linguaggio, che evocava l’attacco di Hamas del 7 ottobre, che aveva utilizzato quando aveva richiesto la censura di discorsi filo-palestinesi e anti-israeliani in tutto il mondo durante la guerra contro Gaza.

“Ciò suggerisce che non si aspettano che le loro richieste vengano esaminate con molta attenzione”, ha affermato Douek.

Douek sosteneva che le richieste di censura in tempo di guerra evidenziano il pericolo di controllare la libertà di parola completamente al di fuori della vista del pubblico attraverso “processi opachi” come i canali governativi segreti.

“Queste piattaforme hanno sempre sostenuto di essere neutrali, o di essere semplicemente uno spazio in cui le persone possono esprimere le proprie opinioni, ma è da tempo che queste aziende hanno sempre presentato una particolare visione del mondo e si sono sempre mostrate sensibili ai propri interessi geopolitici e commerciali, diventando sempre più inclini a farsi influenzare da governi potenti”, ha affermato Douek.

Questo crea una dinamica profondamente squilibrata per quanto riguarda la guerra contro l’Iran: i due governi probabilmente meglio rappresentati al mondo all’interno di Meta – Stati Uniti e Israele – sono belligeranti alleati in un conflitto contro uno stato fortemente sanzionato dalle regole di espressione dell’azienda. “Il dibattito finirà inevitabilmente per essere distorto”, ha affermato Douek.

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23/05/2026

Meta licenzia 80 mila dipendenti per sostituirli con l’IA

Questa settimana è avvenuto l’ennesimo licenziamento di massa di lavoratori da parte di Meta, che dalla fine della pandemia ha applicato ingenti riduzioni del personale.

L’ ultima ondata di maxi-licenziamenti taglia il dieci percento degli impiegati a livello mondiale e rientra in una strategia complessiva di riorganizzazione aziendale del gigante tecnologico che mira a concentrarsi ancora di più nell’automazione dei processi produttivi e nello sviluppo di nuovi strumenti di IA.

Infatti, oltre ai licenziamenti, 7 mila dipendenti sono stati sollevati dal loro incarico nell’attesa di essere riassegnati a nuovi progetti di sviluppo di IA.

Come dichiarato dall’azienda, i tagli servirebbero a finanziare un piano di investimenti in cui verranno spesi tra i 125 e i 145 miliardi di dollari per lo sviluppo di nuovi strumenti di intelligenza artificiale.

Inoltre, come anche dichiarato da Zuckerberg stesso in un audio privato reso pubblico sul web, Meta ha lanciato un programma per registrare i dati di come i dipendenti programmano e interagiscono con i sistemi informatici per allenare e affinare gli agenti IA che attualmente sono in sviluppo.

Quindi, i dipendenti Meta stanno attivamente sviluppando e insegnando il lavoro alle IA che in un futuro prossimo li andranno a sostituire nell’azienda.

Ormai lavorare nelle big tech non rappresenta più una garanzia di un impiego sicuro e ben remunerato. In seguito ai primi tagli massicci dopo la crescita enorme durante il periodo covid, anche le prospettive per questa fetta di lavoratori altamente specializzati non sono più cosi tanto rosee. Come sempre il prezzo della modernizzazione dei processi produttivi ricade sui lavoratori.

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17/04/2026

Meta accusata di monetizzare le piattaforme estremiste israeliane

Un nuovo rapporto del gruppo palestinese per i diritti digitali 7amleh accusa Meta di gestire un sistema a due livelli che monetizza l’incitamento alla violenza da parte dei coloni israeliani. Un sistema che esclude sistematicamente i palestinesi dagli stessi strumenti social generatori di reddito.

Il rapporto, pubblicato lunedì, rivela come Meta permetta a pagine israeliane di estrema destra, account affiliati ai coloni e media estremisti di generare entrate attraverso le sue piattaforme, anche mentre pubblicano contenuti violenti e razzisti contro i palestinesi.

Nadim Nashif, CEO e cofondatore di 7amleh, ha detto a The New Arab che Meta sta “permettendo contenuti violenti che violano i propri standard comunitari, incentivando i proprietari delle pagine a continuare a creare contenuti razzisti e violenti dando loro soldi per tali contenuti”

Il cofondatore di 7amleh ha denunciato che il colosso dei social media sta di fatto trasformando ciò che dovrebbe essere vietato in un modello di business redditizio per i suoi autori.

Il rapporto documenta decine di pagine israeliane di destra che beneficiano degli schemi di monetizzazione di Meta, che permettono agli utenti di generare entrate dai contenuti che producono e condividono.

Le piattaforme ne includono alcune direttamente collegate al movimento dei coloni e alla promozione di espansioni illegali degli insediamenti e attacchi contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Tra questi c’è la pagina Hilltop Youth, che rappresenta un gruppo organizzato di coloni israeliani estremisti che abitano avamposti illegali e che hanno frequentemente partecipato agli sfratti di palestinesi dalle loro terre.

Un’altra è la pagina di Yeshurun Bartov, un colono israeliano che vive nell’insediamento di Mevo Dotan nella zona di Jenin, che promuove la sua agenzia turistica che offre tour alle sorgenti d’acqua in Cisgiordania e ha più di 10.000 follower su Facebook.

“Questo è il tipo di contenuto che viene monetizzato e promosso da Meta, senza fare domande”, osserva Nashif.

Altre pagine monetizzate hanno affiliazioni con figure pubbliche di estrema destra.

Un esempio di rilievo è la pagina di Yoav Eliasi, noto come “L’Ombra”: un rapper israeliano che usa la sua piattaforma per promuovere messaggi politici violenti e immagini disumanizzanti dei palestinesi.

Il rapporto osserva inoltre che altri beneficiari dei programmi di monetizzazione di Meta includono agenzie governative israeliane, che non dovrebbero essere idonee alla monetizzazione secondo le politiche della piattaforma.

Questo panorama della monetizzazione si trova in un contesto di violenza crescente e di radici sempre più profonde negli insediamenti.

Gli attacchi dei coloni in Cisgiordania sono aumentati dalla guerra contro Gaza, e in particolare durante la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

L’espansione degli insediamenti e degli avamposti su terre palestinesi si è accelerata negli ultimi due anni, con 41 nuovi insediamenti approvati o legalizzati solo nel 2025 e almeno 44 comunità palestinesi sfollate quell’anno, colpendo più di 2.900 palestinesi.

“I palestinesi sono stati trattati in modo discriminatorio, in modo oppressivo, fin dall’inizio di Meta”, afferma Nashif, sottolineando che Nashville, conosciuta anche come il Centro Arabo per il Progresso dei Social Media, documenta tali violazioni da oltre un decennio, in particolare il silenziamento delle narrazioni e delle reti mediatiche palestinesi.

Nashif osserva inoltre che i contenuti ebraici hanno iniziato a essere sistematicamente soggetti a moderazione solo a settembre 2023, mentre l’arabo è stato moderato da più di un decennio.

Di conseguenza, sostiene, le persone in “Israele” si sono abituate a vedere il discorso violento come parte dei loro feed quotidiani e, come mostra il nuovo rapporto, alcuni ora vengono anche pagati per esso.

I contenuti palestinesi esclusi dagli schemi di monetizzazione

Al contrario, 7amleh sottolinea che i palestinesi sia nella Cisgiordania occupata che nella Striscia di Gaza assediata sono sistematicamente esclusi dagli stessi schemi di monetizzazione basandosi esclusivamente sulla loro posizione geografica.

Ciò significa che ai contenuti prodotti da giornalisti, creatori, media palestinesi e organizzazioni della società civile è negato “strutturalmente l’accesso agli strumenti economici disponibili ad altri, anche quando il loro contenuto è professionale e conforme alle politiche” di Meta. 

L’organizzazione denuncia che ciò riflette un modello più ampio di “pratiche sproporzionate di moderazione dei contenuti rivolte ai contenuti palestinesi”, che si è intensificato durante il genocidio a Gaza, con resoconti che documentano eventi che hanno subito rimozioni, sospensioni e censura algoritmica.

Il rapporto conclude che le politiche di Meta “creano un sistema duplice: da un lato, la partecipazione digitale ed economica palestinese è soppressa; dall’altro, le pagine che promuovono attività di insediamento, violenza e incitamento contro i palestinesi sono ricompensate finanziariamente”

Parlando con The New Arab, Nashif è stato diretto su ciò che deve cambiare: “Meta deve occuparsi di tutti i creatori di contenuti e media che usano uno standard: vogliamo smettere con il doppio standard di gestire la monetizzazione in base alla loro etnia. Assumiti la responsabilità, non mandare loro soldi”.

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27/03/2026

Meta e Alphabet generano dipendenza dai social, cause milionarie

Per la prima volta nella storia un tribunale riconosce i social network come pericolo per la salute e considera le aziende tech come responsabili dei danni causati dai loro algoritmi che inducono gli utenti al doom scrolling e all’engagement continuo sulle varie piattaforme.

Infatti, un tribunale di Los Angeles ha condannato Meta e Google a pagare un risarcimento totale di 3 milioni di dollari ad una ragazza di vent’anni che faceva un assiduo uso dei social da quando ne aveva sei.

La giovane, Kaley G.M, aveva citato in giudizio le due big tech in quanto gli algoritmi di raccomandazione dei contenuti di Instagram e YouTube, progettati scientificamente per massimizzare il quantitativo di tempo che l’utente passa sull’app, l’avevano resa dipendente dalle piattaforme causandole ansia e depressione croniche (ovviamente certificate da diversi medici e psicologi).

Meta e Google, quindi, sono state giudicate colpevoli di negligenza per aver gestito delle piattaforme che causano danni a bambini ed adolescenti e per non aver messo in guardia sui pericoli legati alle dipendenze dai social.

Questa sentenza storica crea un precedente e, probabilmente, sarà la prima di una lunga serie di azioni legali che andranno a colpire i giganti dei social, visto il numero enorme di giovanissimi che sono dipendenti dalle varie piattaforme. I risarcimenti da pagare potrebbero diventare ingenti, con qualche problemino contabile per i proprietari delle due piattaforme…

Viene così smascherato definitivamente un modello di sviluppo di internet e delle reti sociali incentrato sull’imprigionare l’utente, garantendogli un flusso continuo di soddisfazioni a breve termine, in modo da mantenerlo sempre collegato alle varie app e, quindi, poter registrare e studiare ogni sua azione e interesse.

Tutto ciò, ovviamente, è finalizzato alla profilazione capillare degli utenti allo scopo di vendere i loro dati per bersagliarli di pubblicità mirate.

Ora finalmente, per la prima volta, si costringono le big tech a rendere conto del loro modello di business che ha danneggiato le vite di moltissimi ragazzi e ragazze cresciuti negli ultimi 20 anni.

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27/02/2026

Open-Mentana, i controllori italiani della visibilità su Facebook

C’è una riga nella pagina “Chi Siamo” di Open, il sito di informazione fondato da Enrico Mentana, che la maggior parte dei lettori in genere supera senza fermarsi.

“Dal 2021,” si legge, “riceviamo un contributo da parte di Facebook all’interno del Third-Party Fact-checking Program della nostra sezione Open Fact-checking.“

La frase è burocratica. Il potere che descrive non lo è.

Quando i fact-checker di Open valutano un post su Facebook o Instagram come “Falso,” “Alterato,” o “Contesto mancante,” l’algoritmo di Meta non si limita ad aggiungere un’etichetta. Riduce drasticamente la distribuzione del post su ogni piattaforma Meta nel mercato italiano.

Il contenuto resta, tecnicamente, online. Ma il numero di persone che lo vedono crolla a una frazione di quello che altrimenti sarebbe.

Per i contenuti valutati “Falso” o “Alterato,” il Transparency Center di Meta stesso descrive la riduzione come “drastica.” Il post viene anche escluso dai suggerimenti, bloccato dalla pubblicità, e innesca penalizzazioni per la pagina o l’account che lo ha condiviso.

Open è una delle due sole organizzazioni certificate per svolgere questa funzione per Meta in Italia. L’altra è Facta (già Pagella Politica).

Tra le due, controllano quali post su Gaza, su Israele, sulla guerra, sull’occupazione (e altro, ovviamente) raggiungono il pubblico italiano sulle piattaforme social più utilizzate del paese, e quali vengono algoritmicamente sepolti.

La domanda non è se Open svolga questa funzione con competenza. La domanda è se un’organizzazione il cui fondatore e direttore editoriale ha posizioni pro-Israele documentate, pubbliche e costanti, possa svolgerla senza bias strutturale.

E se la relazione finanziaria tra Open e Meta, il cui importo non è mai stato reso pubblico, crei incentivi che rendono quel bias non un rischio, ma una caratteristica identitaria.

L’uomo

Enrico Mentana è uno dei volti più riconoscibili del giornalismo italiano. Direttore del TG di La7, il telegiornale della rete di Urbano Cairo, dal 2010. Ex direttore del TG5 sul Canale 5 di Berlusconi. Fondatore di Open nel dicembre 2018, concepito come “impresa sociale” per impiegare giovani giornalisti nel digitale (o, almeno, questo è quello che ha dichiarato Mentana).

La sua voce su Wikipedia nota, nel registro neutro dell’enciclopedia, che è “figlio primogenito di Franco Mentana, noto corrispondente della Gazzetta dello Sport, e di Lella, di origini ebraiche. È stato battezzato cattolico, sebbene mostrerà sempre grande vicinanza al popolo ebraico.“

La posizione di Mentana su Israele non è una questione di interpretazione: è una questione di documentazione.

Nell’ottobre 2024 Contropiano, analizzando lo speciale di Mentana su TG La7 per il primo anniversario del 7 ottobre, intitolato “L’orrore di un anno“, ha documentato quella che hanno definito una strategia editoriale sistematica: tre quarti d’ora di immagini del 7 ottobre quasi senza mai menzionare l’assedio, la distruzione, o i bambini palestinesi uccisi nella campagna successiva.

Gli analisti hanno argomentato che Mentana utilizza una tecnica in cui le dichiarazioni verbali offrono critiche nominali a ogni tipo di violenza, mentre il contenuto visivo umanizza esclusivamente le vittime israeliane. Le parole dicono una cosa, le immagini un’altra. Il pubblico ricorda, ovviamente, le immagini.

Nel maggio 2025, Il Fatto Quotidiano lo ha detto in modo piuttosto diretto: “Mentana non è mai stato ambiguo sulla Palestina: è sempre stato apertamente sionista.“

Nel marzo 2025, la giornalista Paola Caridi ha documentato come il TG La7 di Mentana si riferisse ai coloni israeliani in Cisgiordania come “settlers” che “conducono una vita di frontiera“, sanificando il più grande sistema organizzato di furto di terra nel mondo contemporaneo presentandolo come una scelta di stile di vita.

Niente di tutto questo è insolito per i media mainstream italiani.

Ciò che è insolito è che l’uomo che fa questa (dis)informazione controlla anche un’operazione di fact-checking con il potere di sopprimere algoritmicamente contenuti su Facebook e Instagram, le piattaforme dove la maggior parte degli italiani legge le notizie.

La struttura

Open è pubblicato da G.O.L. Impresa Sociale S.r.l. (Giornale On Line), con sede a Milano. Mentana detiene il 99% del capitale. Il restante 1% appartiene a Giampiero Falasca, partner di DLA Piper, lo studio legale internazionale, che ha fornito servizi legali pro bono (o meglio, pro 1%) al lancio.

L’investimento iniziale è stato modesto: Mentana ha messo 250.000 euro di tasca propria. La pubblicità è stata gestita fin dal lancio da Cairo Pubblicità, il braccio pubblicitario di Urbano Cairo, che possiede La7 (dove Mentana dirige il TG) ed è azionista di maggioranza di RCS MediaGroup, editore del Corriere della Sera. La Fondazione Cariplo ha contribuito con un importo non dichiarato tra il 2019 e il 2020.

Nel 2022, l’operazione Open generava 2,2 milioni di euro di ricavi annui, impiegava tra 20 e 49 persone, con costi del personale di circa un milione di euro. L’utile netto dichiarato era di 150.000 euro.

La struttura di “impresa sociale” significa che gli utili non possono essere ridistribuiti, ma vanno reinvestiti. Ma l’operazione non è benefica: è – e rimane – una società media commerciale, con una porzione significativa dei suoi ricavi che proviene da un singolo cliente: Meta.

L’importo esatto che Meta paga a Open non è mai stato reso pubblico. A livello globale, il Third-Party Fact-Checking Program di Meta finanziava nel 2023 oltre 90 organizzazioni in più di 60 lingue, spendendo ciò che Bill Adair, co-fondatore dell’International Fact-Checking Network, ha descritto come “milioni di dollari.”

NPR ha riportato che i singoli contratti sono talmente sostanziosi da aver suscitato preoccupazioni sulla dipendenza in diverse organizzazioni.

La dichiarazione di Open riconosce il pagamento di Meta, ma non fornisce alcuna cifra.

Non è un dettaglio, perché la dipendenza finanziaria crea un incentivo strutturale. Open ha bisogno dei soldi di Meta. Meta ha bisogno dei fact-check di Open per dimostrare ai regolatori europei, in particolare sotto il Digital Services Act dell’UE, che prende la disinformazione sul serio. La relazione è simbiotica, e la simbiosi modella cosa viene verificato e come.

Il conflitto

C’è una definizione per ciò che accade quando la stessa persona, politicamente molto schierata, contemporaneamente dirige un importante telegiornale nazionale e controlla un’operazione di fact-checking con potere di enforcement sulle piattaforme social dominanti del paese.

Nella maggior parte dei quadri regolamentari, la definizione sarebbe “conflitto di interessi.” In Italia, si chiama Open, di Enrico Mentana.

Mentana dirige il TG La7, di proprietà di Urbano Cairo. Cairo Pubblicità vende la pubblicità di Open. Cairo controlla anche RCS, l’editore del Corriere della Sera. Un singolo impero mediatico fornisce la piattaforma editoriale (La7), i ricavi pubblicitari (Cairo Pubblicità) e l’infrastruttura di fact-checking (Open) che determina quali contenuti raggiungono il pubblico italiano sulle piattaforme Meta e quali no.

Lo stesso uomo siede al centro di tutti e tre.

Il team di fact-checking di Open lavora sotto la direzione editoriale di Mentana.

Quando valutano un post su Gaza come “Contesto mancante” o “Parzialmente falso”, la decisione porta il peso dell’algoritmo di Meta: soppressione della distribuzione a milioni di utenti italiani.

Questo non è un editoriale che i lettori possono scegliere di ignorare. È un intervento a livello infrastrutturale che opera sui contenuti ben prima che gli utenti li possano vedere.

David Puente, il principale fact-checker di Open, ha dichiarato a MasterX nel febbraio 2025 di ricevere critiche da entrambe le parti: “I filo-israeliani mi chiamano filo-palestinese o addirittura filo-Hamas, i filo-palestinesi mi chiamano ebreo e sionista.” Questo è il framing standard del fact-checker che rivendica obiettività attraverso l’equidistanza.

Ma l’equidistanza non è neutralità, soprattutto quando un lato sta conducendo un’operazione militare che la Corte Internazionale di Giustizia ha giudicato plausibilmente genocidaria, e l’altro è la popolazione civile che viene uccisa, in massima parte donne e bambini.

L’equidistanza tra l’atrocità documentata e la sua negazione non è una metodologia. È una posizione politica.

La posizione strutturale del direttore editoriale, le cui opinioni su Israele sono pubblicamente documentate come costantemente pro-Israele, modella la cultura organizzativa in cui quelle decisioni di fact-checking vengono prese.

Non deve essere una direttiva. Non deve essere scritta in un memorandum. Deve solo essere l’orientamento compreso dell’istituzione, l’aria che la redazione respira.

È così che funziona l’influenza editoriale in ogni organizzazione mediatica del mondo e non c’è ragione di supporre che Open ne sia esente.

Il bias della piattaforma

Il conflitto strutturale si approfondisce quando si esamina ciò che le piattaforme Meta fanno con i contenuti su Israele-Palestina, indipendentemente da qualsiasi fact-checking.

Nel maggio 2024, l’Adversarial Threat Report di Meta ha riconosciuto la rimozione di 510 account Facebook e 32 account Instagram collegati a STOIC: un’operazione di influenza contrattata dal governo israeliano, che conduceva campagne coordinate rivolte al pubblico negli Stati Uniti, Canada e Regno Unito.

L’operazione promuoveva contenuti pro-Israele e anti-palestinesi, usando account falsi e personaggi generati dall’IA.

Molteplici ricercatori e organizzazioni, tra cui Human Rights Watch, 7amleh (il Centro Arabo per l’Avanzamento dei Social Media) e i ricercatori di The Markup, hanno documentato la soppressione algoritmica di contenuti palestinesi sulle piattaforme Meta.

Giornalisti, attivisti e utenti comuni palestinesi hanno segnalato shadowbanning, rimozione di contenuti e restrizioni degli account a tassi di gran lunga superiori a quelli applicati a contenuti israeliani comparabili. La revisione interna di Instagram, nel 2021, ha scoperto che un cambiamento tecnico aveva “accidentalmente” soppresso contenuti sulle proteste di Sheikh Jarrah e che l'”incidente” si allineava con un pattern.

Open è il contractor pagato da Meta per la moderazione dei contenuti in Italia.

Opera all’interno di un ecosistema di piattaforma che ha un bias documentato contro le voci palestinesi.

I giudizi individuali dei fact-checker non esistono nel vuoto. Esistono all’interno di un sistema i cui default sono chiaramente orientati. Quando il fact-checker condivide l’inclinazione, quando le posizioni pubbliche del direttore editoriale si allineano con il bias documentato della piattaforma, il sistema non corregge l’errore. Lo amplifica.

Cosa ha cambiato il gennaio 2025 e cosa no

Nel gennaio 2025, Mark Zuckerberg ha annunciato che Meta avrebbe terminato il suo Third-Party Fact-Checking Program negli Stati Uniti, sostituendolo con un sistema crowdsourced di “Community Notes” modellato su quello usato da X di Elon Musk.

L’annuncio è stato ampiamente raccontato come una capitolazione alla pressione politica della nuova amministrazione Trump.

Ciò che è stato meno raccontato è stato l’ambito geografico. La dichiarazione di Meta è stata precisa: il cambiamento si applicava solo agli Stati Uniti. “Fino a quando le Community Notes non saranno lanciate in altri paesi, il programma di fact-checking di terze parti rimarrà attivo.”

Ad oggi (febbraio 2026), le Community Notes non sono state lanciate in Italia, quindi Open continua a operare come fact-checker certificato di Meta per il mercato italiano.

Il meccanismo di enforcement algoritmico, la soppressione della distribuzione per i contenuti valutati falsi o fuorvianti, resta pienamente attivo.

Negli Stati Uniti, la funzione di gatekeeping è stata rimossa dalla destra sotto pressione politica. In Italia, persiste.

Il potere che Open esercita su ciò che gli utenti italiani di Facebook e Instagram vedono su Gaza non è terminato nel gennaio 2025. Continua ogni giorno.

Lo scudo dell’impresa sociale

La forma giuridica di Open, impresa sociale, merita attenzione non per ciò che significa, ma per ciò che segnala.

La designazione di “impresa sociale” ha una certa aura di no-profit nel diritto societario italiano. Suggerisce interesse pubblico, missione civica, giornalismo come servizio.

La forma proibisce la distribuzione degli utili, il che sembra confermare il framing altruistico.

Ma la designazione non impedisce all’impresa di ricevere pagamenti commerciali sostanziosi da una delle più potenti corporation tecnologiche del mondo.

Non impedisce all’impresa di funzionare come contractor di moderazione dei contenuti, le cui decisioni editoriali portano a un enforcement algoritmico. Non impedisce al fondatore dell’impresa di dirigere un telegiornale su una rete posseduta dall’uomo che vende anche la pubblicità della sua impresa.

La forma di impresa sociale non è una garanzia di indipendenza. È una struttura giuridica che fornisce benefici fiscali e posizionamento reputazionale, permettendo le stesse relazioni commerciali (e le stesse dipendenze strutturali) che operano in qualsiasi società mediatica.

La missione sociale è verificabile: Open impiega, di fatto, giovani giornalisti. La domanda è se la missione si estenda alla funzione editoriale che dà all’impresa il suo potere (il fact-checking) o se quella funzione serva un diverso insieme di interessi che l’etichetta di impresa sociale oscura.

Ciò che non è noto

Ciò che è ben documentato è il posizionamento editoriale costantemente pro-Israele di Mentana, attestato da molteplici fonti mediatiche italiane, lungo ormai più di un decennio.

La relazione finanziaria di Open con Meta, dichiarata sul suo stesso sito. Il conflitto strutturale tra advocacy editoriale e neutralità del fact-checking. Il bias documentato di Meta contro i contenuti palestinesi sulle proprie piattaforme. La continuazione del programma di fact-checking in Italia dopo la sua terminazione negli Stati Uniti.

Ciò che non è documentato è l’importo esatto che Meta paga a Open fin dal 2021.

Se qualsiasi ente governativo israeliano, organizzazione pro-Israele, o fondo legato all’hasbara, abbia qualsiasi relazione finanziaria o istituzionale con Open, il suo staff, o le sue operazioni editoriali.

Se Mentana abbia mai ricevuto comunicazioni dirette da organizzazioni diplomatiche o di advocacy israeliane riguardo alla copertura di Open.

Sia ben chiaro: non c’è evidenza di finanziamento israeliano diretto a Open. A differenza de Il Riformista, che pubblica un conto corrente, diffonde contenuti di JNS, e ospita esponenti di think tank del governo israeliano, Open non mostra alcuna impronta istituzionale israeliana visibile.

Il caso non è di finanziamento occulto o coordinamento formale. È di allineamento strutturale: un fact-checker il cui orientamento editoriale, la cui dipendenza dalla piattaforma, e il cui potere algoritmico si combinano per creare un sistema in cui la soppressione di contenuti pro-palestinesi non è uno scandalo, come dovrebbe essere, ma un’impostazione di base.

Questa è una forma di controllo narrativo ben più sottile e potenzialmente molto più importante di qualsiasi campagna dichiarata di advocacy.

Il Riformista ti dice chiaro e tondo cosa è: il braccio dell’Hasbara in Italia. Open ti dice cosa non è, ma esercita un potere che Il Riformista può solo invidiare.

Il problema del gatekeeping

Quando l’IDMO, l’Osservatorio Italiano dei Media Digitali, ha pubblicato il suo rapporto dell’ottobre 2025, ha rilevato che Israele-Palestina era il singolo tema più frequente nelle verifiche sulla disinformazione in Italia, rappresentando il 24,3% di tutta l’attività di debunking. Open ha contribuito a una porzione molto significativa di quelle verifiche.

La statistica invita a fare due letture.

La prima è che la disinformazione sul conflitto è genuinamente dilagante, e che quindi i fact-checker stanno svolgendo un lavoro comunque utile e necessario. C’è disinformazione su ogni aspetto del conflitto, e correggerla serve l’interesse pubblico.

La seconda lettura è meno confortevole.

Quando un quarto di tutta l’attività di fact-checking in un paese è diretta a un singolo tema geopolitico, uno su cui il direttore editoriale di una delle principali organizzazioni di fact-checking ha posizioni politiche pubbliche e ben documentate, la concentrazione stessa diventa la domanda. Chi decide quali affermazioni su Gaza vengono verificate?

Chi decide cosa è un “contesto mancante”?

Quando un post documenta la distruzione di un ospedale da parte dell’IDF e viene etichettato come “contesto mancante” perché non menziona i tunnel di Hamas, è fact-checking o è framing?

Quando un post condivide le cifre delle vittime dal Ministero della Salute di Gaza e viene etichettato come “necessita contesto aggiuntivo” perché la fonte è Hamas, è accuratezza o delegittimazione?

Queste non sono domande ipotetiche. Sono le decisioni quotidiane che determinano cosa milioni di utenti italiani possono vedere sui loro schermi. E sono prese da un’organizzazione il cui direttore editoriale non è mai stato ambiguo su dove si colloca.

Il potere di decidere cosa è vero non è la stessa cosa del potere di decidere cosa è visibile. Open ha entrambi.

Nell’ecosistema informativo italiano, la distanza tra fact-checking e controllo narrativo, di fatto, è inesistente.

Fonte

28/08/2025

La massiccia campagna israeliana per censurare i post pro Palestina sui social

Abbiamo forse l’impressione di vedere un buon numero di messaggi postati sui social media a favore della resistenza palestinese, ma in realtà, secondo un gruppo di whistleblower (informatori) impiegati presso Meta – la Big Tech che gestisce Facebook, Instagram e WhatsApp – i messaggi che vediamo effettivamente sono solo una piccola parte di tutti i messaggi pro-Palestina che sono stati postati. La maggior parte non la potremo mai vedere perché è svanita nel nulla, censurata. E, sempre secondo questi informatori, a promuovere la massiccia censura dei post contro il genocidio in corso a Gaza c’è lo Stato sionista di Israele, con la piena complicità dei dirigenti di Meta.

Milioni di post spariti nel nulla

La denuncia appare in due documenti bomba che rivelano come oltre 90.000 post pro-palestinesi siano stati indebitamente rimossi da Facebook e da Instagram su richiesta specifica del governo israeliano. I documenti offrono persino un esempio delle email che Israele ha scambiato con Meta per eliminare tutti quei post che Tel Aviv giudica «pro-terroristi» o «antisemiti» (in realtà, dicono gli informatori, si tratta di normali messaggi di solidarietà per la causa palestinese.) Inoltre, a causa dell’effetto a cascata insito negli algoritmi usati da Meta per vagliare in automatico i messaggi postati sulle sue piattaforme, altri trentotto milioni di post pro-Palestina sarebbero spariti nel nulla dal 7 ottobre 2023. In pratica, si tratta della più grande operazione di censura di massa nella storia moderna, concludono questi informatici militanti che ora, con il loro sito ICW (International Corruption Watch), hanno indossato anche i panni di giornalisti investigativi alla Julian Assange.

Ma non si tratta soltanto di denunce di atti di censura. Le rivelazioni dell’ICW mostrano come l’Intelligenza Artificiale (IA) possa essere facilmente manipolata per dare risposte tendenziose: proprio quelle volute da chi ha i mezzi per “avvelenare il pozzo” dei dati, come, in questo caso, Israele. Si tratta di una denuncia che ci deve far riflettere tutti. Perché se l’IA può essere manipolata, allora anche noi possiamo essere manipolati ogni volta che leggiamo una cosiddetta risposta “obiettiva” generata dall’IA in una ricerca su Google, ogni volta che poniamo un quesito a un’app IA che si professa “imparziale” come ChatGPT o, infine, ogni volta che scegliamo di guardare un video segnalatoci da una lista creata dall’IA di YouTube in base a sedicenti criteri di “popolarità”. (In un precedente studio, l’ICW ha mostrato come, in realtà, gli algoritmi di YouTube – in maniera estremamente sottile – spingano a visionare video politicamente orientati a destra.) In altre parole, l’apparente neutralità degli algoritmi usati non solo da Meta ma da tutte le Big Tech è puramente illusoria e dobbiamo esserne consapevoli.

Per Meta i meccanismi sono imparziali

Meta sostiene, invece, che i meccanismi che usa per censurare determinati messaggi postati sui suoi social media siano imparziali. Infatti, spiega Meta, in alto a destra di ogni post che appare su Facebook o su Instagram c’è un tasto «Report» («Segnala») per consentire a chiunque di segnalare che quel post andrebbe rimosso – perché, ad esempio, incinta alla violenza, usa la calunnia o costituisce bullismo. Quindi tutti gli utenti possono fare una “proposta di rimozione” (takedown request) riguardante qualsiasi post che essi giudicano offensivo; saranno poi gli algoritmi di Meta a decidere se un post è davvero da rimuovere o meno, in base a una valutazione “obiettiva”. In conclusione, secondo Meta, se spariscono tanti post pro-palestinesi dalle sue piattaforme, è soltanto perché molti utenti li hanno segnalati come offensivi e l’algoritmo “obiettivo” di Meta ha convalidato questo giudizio.

Ma chi abbia usato il tasto «Report» sa benissimo che solo in alcuni casi una richiesta di rimozione fatta da un utente qualsiasi viene accettata. La procedura illustrata da Meta non può spiegare la sparizione di trentotto milioni di post pro-palestinesi.

Ciò che Meta non dice pubblicamente, infatti, è che esiste anche un secondo canale per far rimuovere post indesiderati ed è proprio quello che ha usato Israele. Si tratta di un indirizzo email riservato, divulgato solo a governi o a grossi enti internazionali, che consente loro di presentare richieste di rimozione che verranno prese in carico prioritariamente, non da un algoritmo, ma da un essere umano (un “verificatore”). Molti governi, infatti, ricorrono a questa procedura per far censurare messaggi postati dai loro cittadini malcontenti. Meta accoglie le loro richieste, almeno in parte, sia per compiacenza, sia per evitare che le sue piattaforme vengano oscurate in quei Paesi.

Israele, invece, è un caso a parte. Inoltra a Meta richieste di censurare i commenti critici postati dai propri cittadini solo nell’1,3% dei casi. (A titolo di paragone, il 95% delle richieste di rimozione fatte dal governo brasiliano riguarda messaggi postati dai cittadini brasiliani). Ciò significa che nel 98,7% dei casi il governo israeliano chiede a Meta di censurare messaggi pro-Palestina postati sui social da cittadini che abitano fuori da Israele. E lo fa attraverso una sua Cyber Unit creata appositamente. Così Israele risulta il Paese con il maggior numero di richieste di rimozione pro capite – tre volte di più di qualsiasi altro Paese.

Non solo, ma a differenza di altri Paesi, Israele beneficia di un tasso di accettazione delle sue richieste del 94%, cifra che l’ICW giudica palesemente forzata e anche pericolosa. Infatti, siccome le accettazioni dei verificatori umani vengono poi usate per addestrare gli algoritmi di IA, quegli algoritmi subiscono un “avvelenamento” anti-palestinese e cominciano poi a censurare in automatico ogni futuro post con contenuti simili ai post rimossi dai verificatori umani su richiesta della Cyber Unit. In questa maniera, Israele riesce a censurare il resto del mondo.

Un dato sorprendente emerge poi dalle rivelazioni dei whistleblower dell’ICW. Il Paese con il maggior numero di richieste di rimozione fatte dalla Cyber Unit non sono gli Stati Uniti o un paese europeo, bensì l’Egitto, che vanta il 21% del totale delle richieste di rimozione israeliane. Perché questa attenzione particolare all’Egitto? I documenti sul sito dell’ICW non lo dicono ma è facile indovinare: Facebook è il primario strumento di comunicazione tra gli egiziani ed è stata proprio una valanga di post su Facebook che ha innescato, nel gennaio e febbraio del 2011, manifestazioni antigovernative gigantesche in piazza Tahrir al Cairo (alcune con due milioni di partecipanti) e la conseguente caduta del regime del dittatore Mubarak. Oggi, un simile massiccio tam-tam di post su Facebook contro il blocco degli aiuti umanitari per Gaza al valico di Rafah potrebbe innescare un assalto popolare a quel varco. Infatti, esso si trova a sole cinque ore di macchina dal Cairo. Chiaramente, dunque, Israele ha ogni interesse a prevenire una simile protesta: se i manifestanti fossero due milioni come nel 2011, il loro assalto al varco sarebbe incontrollabile. Donde l’assoluta priorità data alla rimozione dei post egiziani pro-palestinesi.

I documenti fatti trapelare dai whistleblower di Meta sono stati elaborati da un informatico specializzato in IA, che si fa chiamare “nru”, per creare due documenti che egli ha poi pubblicato sul sito ICW: Meta Leaks Part 1 l’11 agosto 2025 e Meta Leaks Part 2 il 15 agosto 2025. I due documenti esistono anche in formato pdf: la prima parte si trova qui e la seconda parte qui. Una bozza della prima parte è apparsa l’11 aprile 2025 su DropSite News ma senza provocare reazioni. Ciò non significa, tuttavia, che la censura dei post pro-palestinesi da parte di Meta sia passata inosservata o che non susciti interesse.

Non si tratta del primo caso

Anzi, già un anno e mezzo fa (21 dicembre 2023), Human Rights Watch (HRW) ha formalmente accusato Meta di censurare con sistematicità una buona parte dei commenti pro-palestinesi postati su Instagram e Facebook. Come prove, HRW ha raccolto e analizzato le lamentele di un migliaio di utenti di queste piattaforme i cui post sono stati fatti sparire da Meta. Purtroppo, si tratta di prove necessariamente indirette perché HRW non ha accesso agli algoritmi usati; quindi Meta ha potuto attribuire le soppressioni dei post a non meglio precisati “bug” che ha poi promesso di correggere col tempo. E così, tutto è finito lì. Fino ad oggi. 

Infine, grazie alla loro denuncia della tecnica di “avvelenamento del pozzo” dei dati praticata da Israele, abbiamo un’idea più chiara dei limiti dell’Intelligenza Artificiale. L’IA è palesemente un “pappagallo stocastico”, ovvero una creatura che “parla” usando calcoli di probabilità al posto di una vera consapevolezza di quello che dice. Questo pappagallo può essere ammaestrato, poi, a presentare prioritariamente le informazioni che i suoi padroni hanno voluto con maggiore insistenza fargli incamerare. In altre parole, apprendiamo che chiunque controlli l’addestramento di un’IA controllerà le basi e influenzerà le possibilità di deduzione grazie a cui quell’IA creerà le sue risposte. Oggi chi controlla l’IA in Occidente è una manciata di miliardari della Silicon Valley legati alla lobby sionista ma anche a tutte le più grosse lobby.

In conclusione, l’IA è da usare sì, ma con cautela; in quanto ai prodotti Meta (Facebook, Instagram, WhatsApp), meglio smettere di usarli. Per quanto riguarda la vicenda Meta Leaks, essa svela soltanto una parte degli intrighi sionisti per soffocare il grido che sale da Gaza.

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28/07/2025

Meta: no alla pubblicità su temi sociali e politici, sì a quella per le IDF

Meta ha ospitato oltre 100 annunci pubblicitari per raccolte fondi in favore delle forze armate israeliane, violando le norme europee del Digital Services Act (DSA) introdotto nel 2024, ma anche le proprie stesse regole di condotta. A rivelarlo è un’indagine dell’associazione internazionale di tutela dei consumatori Ekō.

Attraverso una serie di campagne non autorizzate avviate sulle piattaforme del colosso statunitense (Facebook e Instagram in particolare), altre organizzazioni sempre al di là dell’Atlantico e riconducibili al mondo sionista (Vaad Hatzedaka o Chesed Fund) sono riuscite a raccogliere circa 2,4 milioni di dollari per le IDF.

Sono almeno 117 i messaggi pubblicitari che, tra marzo e giugno 2025, hanno promosso donazioni che sarebbero finite a finanziare droni, giubbotti antiproiettile, elmetti tattici e altri equipaggiamenti militari. Dopo alcune segnalazioni, Meta avrebbe rimosso alcune inserzioni, ma avrebbe poi chiuso un occhio sulla loro riapparizione.

“La pubblicità su Meta non solo non viene bloccata, ma viene favorita, in aperta violazione delle regole europee”, afferma un ricercatore di Ekō, Maen Hammad. L’analista si riferisce al DSA già accennato, che impone alle piattaforme con più di 45 milioni di utenti di avere meccanismi rigorosi di approvazione e archiviazione pubblica per annunci su temi sensibili.

Si parla di contenuti politici, o afferenti alla dimensione della difesa e della sicurezza, soprattutto se vengono coperti sotto il velo di opere di beneficenza. “Chiedere donazioni per equipaggiamenti militari utilizzati in un conflitto in cui è in corso un’indagine per genocidio, è una possibile violazione delle leggi caritatevoli in molti Paesi dell’UE”, ha detto sempre Hammad.

Ekō ha infatti annunciato che presenterà il dossier con tutte le informazioni alla Commissione Europea per verificare se ci siano gli estremi per aprire un’indagine. Se questa venisse approvata, potrebbero seguire ispezioni, richieste formali di chiarimenti e, in caso di accertate irregolarità, multe fino al 6% del fatturato globale.

Un’iniziativa del genere andrebbe inquadrata nella competizione che si inasprisce in varie forme tra Washington e Bruxelles. I padroni della Silicon Valley si sono allineati a Trump dopo le sue elezioni, per ovvie ragioni di interessi. Da anni la UE prova a imporre un proprio controllo sulle grandi piattaforme digitali, da cui dipendono importanti servizi e che sono tutte stelle-e-strisce.

Con il ritorno del tycoon alla Casa Bianca il clima si è fatto più teso. Intanto, Bruxelles ha continuato ad accentuare le tensioni anche con l’altra parte del mondo: il nuovo regolamento sulla trasparenza sulla pubblicità politica, che entrerà in vigore il prossimo 10 ottobre, è stato pensato per contrastare la cosiddetta ‘disinformazione’ russa e cinese.

Il fatto che questo nuovo regolamento preveda di rendere esplicito, nelle inserzioni pubblicitarie, il carattere politico ed elettorale, la provenienza dei finanziamenti e le tecniche usate per targhetizzare gli utenti, ha portato Meta ad annunciare che rinuncerà alla pubblicità su temi sociali e politici nella UE.

Bisognerà dunque capire come si comporterà Bruxelles. La volontà di colpire il colosso di Zuckerberg è tanta, e ci sarebbero tutte le carte in regola per farlo. Allo stesso tempo, le nuove regole potrebbero finire con l’infastidire anche la ‘disinformazione’ amica, quella sionista. È probabile che qualche provvedimento venga preso, continuando comunque a finanziare e sostenere il genocidio dei palestinesi con tutte le altre vie possibili.

Fonte

08/05/2025

Condannata società israeliana di spyware per aver hackerato WhatsApp

Martedì 6 aprile una giuria federale della California ha inflitto una multa di 168 milioni di dollari al gruppo israeliano NSO per aver dirottato i server di Whatsapp allo scopo di hackerare gli utenti della piattaforma di chat di proprietà di Meta per conto di agenzie di spionaggio straniere. La NSO è conosciuta per aver sviluppato lo spyware “Pegasus” ed averlo fornito a diversi governi per spiare i propri oppositori politici.

La sentenza è la conclusione di una battaglia durata sei anni tra la società statunitense dei social media e l’azienda di sorveglianza israeliana.

La causa intentata da WhatsApp, presentata nel 2019 è stata seguita attentamente sia dai concorrenti di NSO nel settore delle tecnologie di sorveglianza sia dai sostenitori dei diritti umani critici nei confronti del settore.

Tra il 2018 e il 2020, la NSO ha addebitato ai suoi clienti governativi europei un “prezzo standard” di 7 milioni di dollari per l’utilizzo della sua piattaforma per hackerare 15 dispositivi diversi contemporaneamente.

Il Jerusalem Post riferisce che Sarit Bizinsky, vicepresidente delle operazioni commerciali globali di NSO, ha affermato che la possibilità di hackerare un telefono al di fuori del Paese del cliente era un’opzione aggiuntiva con un costo del valore di circa 1 o 2 milioni di dollari.

Secondo Tamir Gazneli, vicepresidente della ricerca e sviluppo di NSO, tra il 2018 e il 2020 l’azienda produttrice di spyware è riuscita ad accedere in modo incontrollato a migliaia di dispositivi.

Stando ai documenti prodotti dal tribunale californiano, sia la CIA che l’FBI hanno versato complessivamente alla israeliana NSO circa 7,6 milioni di dollari.

I precedenti rapporti tra le agenzie e la società israeliana di spyware erano stati precedentemente rivelati dal New York Times, il quale affermava che la CIA aveva finanziato l’acquisto dello spyware NSO da parte di Gibuti e che l’ufficio lo aveva poi acquistato per testarlo.

Stando a quanto affermato dagli avvocati di Meta, la causa in corso contro la NSO non ha però impedito all’azienda di spyware di continuare ad abusare dell’infrastruttura di WhatsApp.

La “NSO ha ripetutamente preso di mira i querelanti, i loro server e i loro client mobili anche dopo l’avvio di questa causa”, si legge nel documento presentato dai legali.

L’istanza mira a ottenere un’ingiunzione permanente contro NSO, che secondo l’organizzazione “rappresenta una minaccia significativa di danno continuo e potenziale” per Meta, la sua piattaforma ma soprattutto per i suoi utenti.

Secondo il quotidiano britannico The Guardian, molti dettagli sugli obiettivi e sui clienti dell’azienda di spyware rimangono sconosciuti, in parte perché l’azienda si è rifiutata di consegnare le prove.

Nella sua sentenza di dicembre, il giudice distrettuale Phyllis Hamilton aveva accusato NSO di aver “ripetutamente omesso di produrre prove rilevanti e di non aver obbedito agli ordini del tribunale in merito a tali prove”. The Guardian ha riportato l’anno scorso che funzionari israeliani avevano sequestrato documenti a NSO nel tentativo di impedire che i fascicoli arrivassero ai tribunali statunitensi.

“Tutto questo caso è avvolto da un’enorme segretezza”, ha detto Hamilton durante il processo. “Ci sono così tante cose che non si sanno”.

Fonte

10/04/2025

Dai sogni degli hippies all’incubo dei killer robots

“Venite signori della guerra / voi che costruite i cannoni / voi che costruite gli aereoplani di morte / voi che costruite le bombe / voi che vi nascondete dietro muri / voi che vi nascondete dietro scrivanie / voglio solo che sappiate / che posso vedere attraverso le vostre maschere”.
Bob Dylan, “Masters Of War” da “The freewheelin’ Bob Dylan”, 1963

Qui in Italia non è così noto, ma la controcultura hippie degli anni Sessanta, di cui San Francisco era divenuta la capitale, è stata uno degli ingredienti che ha contribuito, nel decennio successivo, alla creazione di quei gruppi di appassionati di elettronica, come l’Homebrew computer club, in cui hanno mosso i primi passi personaggi come Steve Wozniack e Steve Jobs, i fondatori della Apple.

Il sogno naïf di quella generazione era che i piccoli personal computer avrebbero distribuito il potere di calcolo, cambiando la società. Il poeta Richard Brautigan arrivò a cantare di questa utopia nel suo poema del 1967 “All watched over by machines of loving grace” che conobbe per questo una discreta fortuna.

Forse anche per questo motivo alcuni, tra cui Bill Gates, sono rimasti stupiti della recente sterzata all’estrema destra della totalità dei Gafam, ossia Google, Apple, Facebook (ora Meta), Amazon e Microsoft.

La “svolta a destra”, però, non ha coinvolto solo la generazione degli ex-hippie. Sembra passato un millennio da quando due giovani universitari di belle speranze, Larry Page e Sergej Brin, fondavano una start-up per gestire il successo del loro algoritmo di ricerca, PageRank, che aveva dato i natali al più fortunato “motore” di ricerca su internet, Google. Allora, era il 1998, il motto scelto per la loro impresa era “Do no evil” ossia “Non fare del male”.

Chissà che cosa penserebbero oggi quegli stessi giovanotti della decisione presa, a gennaio di quest’anno, dalle loro attuali versioni imbolsite e con le borse sotto gli occhi: far cadere la clausola che impegnava l’azienda a non utilizzare i propri studi sull’intelligenza artificiale per scopi militari, aprendo così la porta allo sviluppo di killer robots, in accordo con un piano di implementazione delle armi autonome pubblicato dalla Nato già nel 2023.

Purtroppo questa decisione non fa altro che suggellare un impegno sul campo dell’azienda che va ben oltre la ricerca e sviluppo di sistemi d’arma. L’American friends service commitee (Afsc) – storica organizzazione nonviolenta americana legata ai quaccheri – accusa da tempo Google di avere responsabilità dirette nei crimini di guerra compiuti da Israele in Palestina dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

Secondo un’esplosiva inchiesta della rivista israeliana +972 uscita ad agosto del 2024, Google, insieme a Microsoft (Azure) e Amazon (Amazon web services – Aws, il fornitore che vanta i legami più solidi di tutti con governo e militari israeliani), avrebbe fornito servizi cloud classici al Project nimbus, il servizio di raccolta dati del governo, utilizzato successivamente dall’esercito per individuare i bersagli militari.

Contemporaneamente, su un’altra commessa, Microsoft e Google fornivano la tecnologia di “intelligence artificiale” per il riconoscimento facciale, usata per scegliere automaticamente gli obiettivi degli attacchi che hanno causato decine di migliaia di morti civili. Diverse altre inchieste del Washington Post danno riscontro e solidità alle accuse dell’Afsc.

Purtroppo Google non è l’unica impresa del gruppo Gafam a essere impegnata in prima linea nei peggiori conflitti in atto (anche se, per ora, è l’unica ad aver licenziato i suoi dipendenti che protestavano contro queste collaborazioni). La lista è talmente lunga da eccedere lo spazio di questa rubrica: ci dovremo limitare a una attenta selezione, partendo da Meta Platforms Inc. (conglomerato che controlla Facebook, Instagram, WhatsApp e l’ultimo nato Threads).

In questo momento l’ufficio stampa di Meta è impegnato in un titanico sforzo per evitare che le persone leggano “Careless People”, il libro-scandalo della sua ex-dipendente Sarah Wynn-Williams che ne rivela alcuni dei segreti più inconfessabili (legati alle sue responsabilità nel massacro della minoranza Rohingya in Myanmar soprattutto) e, al contempo, per silenziare lo scandalo della cessione illegale dei dati di migliaia di utenti palestinesi della controllata WhatsApp all’Idf (l’esercito israeliano), che li ha inseriti in Lavender, una delle IA utilizzate per scegliere automaticamente chi uccidere.

In questo caso non si è trattato di killer robots, bensì di Laws ossia Lethal authonomous weapons systems, sistemi per uccidere automatizzati: morte somministrata via algoritmo, a seguito dell’utilizzo di una chat. Sappiamo infatti che le reti neurali utilizzate da Lavender hanno margini di errore nella produzione del loro output (le cosiddette “allucinazioni”: ne abbiamo parlato qui) che non scendono mai sotto il 5% e che possono arrivare ad oltre il 20%. Tale margine di errore va poi moltiplicato, giacché le nuove regole d’ingaggio dell’Idf dopo il 7 ottobre prevedono come “accettabile” la morte di venti innocenti per ogni presunto miliziano di Hamas colpito.

Ultimi nella nostra analisi, ma non certo per importanza strategica, vengono gli interessi militari di due imprese che, fino a poco tempo fa, avevano un profilo più “riservato” rispetto ai Gafam: Palantir di Peter Thiel e SpaceX di Elon Musk.

La prima è oggetto di operazioni di disinvestimento pianificato per via del suo coinvolgimento nei crimini di guerra di Israele, ma è frutto di un progetto abominevole fin dal nome: Palantir, nel mondo creato da Tolkien, è il nome delle antiche pietre capaci di mostrare il futuro che portano il saggio Saruman a impazzire e unirsi all’oscuro sire, Sauron. Infatti, l’azienda nasce con l’idea di fornire sistemi di polizia predittiva, una pseudo-scienza il cui fondamento è “solido” quanto le infami teorie del nostro Cesare Lombroso, e i risultati tutt’altro che entusiasmanti (meno dell’1% di efficacia nel caso americano). Nonostante ciò, i suoi servizi sono stati utilizzati dal governo di Israele per incarcerare cittadini palestinesi per il solo fatto di rientrare in un “profilo del terrorista” sviluppato dalla ditta in questione.

La seconda è passata alle cronache di guerra per via del servizio Starlink, una rete di satelliti di comunicazione a bassa quota, che si è rivelata strategicamente vitale in Ucraina. All’indomani dell’invasione russa, Elon Musk è stato acclamato eroe dagli ucraini perché ha fornito “gratuitamente” il servizio a Kiev, salvo poi divenire – il 10 marzo di quest’anno – il peggiore dei loro nemici sostenendo che “senza Starlink sarebbero spacciati”.

D’altronde Musk aveva già mostrato di essere un attore incontrollabile in almeno due occasioni: quando era passato all’incasso con il suo stesso governo (sostenendo di non poter continuare a finanziare l’Ucraina a tempo indeterminato), e quando aveva deciso di bloccare le comunicazioni per impedire un’escalation della guerra che considerava nefasta.

L’orrore della morte via chat si sarebbe potuto evitare. Le avvisaglie di una forte collaborazione tra Meta e l’Idf, infatti, erano nell’aria sino dal 2021, quando Meta bloccò gli account di diversi giornalisti della Striscia di Gaza, per impedirgli di far fluire informazioni verso l’esterno. Purtroppo, la società civile ha introiettato profondamente l’idea che le tecnologie dell’informazione e comunicazione siano semplici merci, strumenti a nostra disposizione. Gli esempi che abbiamo toccato mostrano in maniera lampante il contrario.

Eppure, le alternative esistono: il software libero costituisce un corpus di conoscenze collettive che possono essere utilizzate da qualsiasi gruppo per soddisfare i propri bisogni, dalla formazione (è il caso di alcune scuole del progetto Fuss, che si sono dotate di una infrastruttura per la formazione online), alla comunicazione (è il caso del sindacato Cub-Sur che si è dotato di un’intera piattaforma di comunicazione a distanza), rendendosi indipendenti delle imprese Gafam.

Ma basta allargare lo sguardo per scoprire che, nei dintorni di Barcellona, esiste una “rete internet locale” con la bellezza di cinquemila punti d’accesso su diversi chilometri quadrati di territorio, che continuerebbe a funzionare anche se la connessione verso il mondo esterno fosse tranciata di netto, in maniera simile a progetti presenti anche in Italia.

Insomma, non si tratta di “testimonianze” di singoli, magari un po’ “impallinati” e senza impatto sulla società, ma piuttosto di esempi di come problemi collettivi possano trovare soluzioni collettive.

Il passo da fare, ora, è riconoscere che la dipendenza da queste imprese, mentre queste “riconvertono” il loro business alla guerra, è un serio problema collettivo, che ci riguarda tutte e tutti.

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02/02/2025

L’israeliana Paragon spia cento utenti di Whatsapp, giornalisti sotto attacco

Lo scorso venerdì un portavoce del servizio di messaggistica Whatsapp, di proprietà di Meta, ha reso pubblico che circa un centinaio di utenti sono stati spiati attraverso attività di hackeraggio riconducibili alla start-up israeliana Paragon Solutions. Le vittime di questa violazione si distribuiscono in almeno due dozzine di paesi diversi.

Anche se il colosso di Zuckerberg non ha reso pubblici i nomi delle persone colpite, è stato confermato che tra di essi ci sono molti giornalisti e attivisti. Sembra che per spiare sia stato usato il software Graphite, che tramite un pdf girato in chat comuni e senza la necessità di cliccare alcunché ha infettato i dispositivi, garantendo l’accesso a tutti i loro dati.

Non è stato indicato come Whatsapp abbia individuato Paragon dietro gli hackeraggi, ma si sa che, oltre alle forze dell’ordine, si è avvalsa anche del laboratorio di ricerca canadese Citizen Lab, che lavora al punto di intersezione tra sorveglianza digitale e diritti umani. È probabile che Citizen Lab pubblicherà un rapporto sugli obiettivi della campagna di spionaggio, come ha fatto in altri casi.

Da Whatsapp hanno inoltre affermato di aver inoltrato all’azienda israeliana una lettera di “cessazione e desistenza” (una diffida, secondo il nostro ordinamento giuridico) e sta valutando di percorrere vie legali. E sta via via informando con una comunicazione privata tutti i soggetti che hanno subito l’attacco negli ultimi mesi.

Tra di essi, anche il diretto di Fanpage.it, Francesco Cancellato, che ha pubblicato il messaggio ricevuto: “a dicembre WhatsApp ha interrotto le attività di una società di spyware che riteniamo abbia attaccato il tuo dispositivo. Le nostre indagini indicano che potresti aver ricevuto un file dannoso tramite WhatsApp e che lo spyware potrebbe aver comportato l’accesso ai tuoi dati, inclusi i messaggi salvati nel dispositivo”.

Il tipo di software usato, infatti, è capace di superare anche la crittografia end-to-end, usata da servizi quali Signal e Whatsapp, appunto. E non è la prima volta che quest’ultima piattaforma subisce attività di hackeraggio di questo tipo: nel 2019 aveva fatto causa a un’altra azienda israeliana, NSO Group, per aver spiato circa 1.400 propri utenti, e l’aveva da poco vinta.

La crittografia end-to-end è stata al centro di polemiche da parte di vari esponenti di forze di polizia occidentali, e bisogna dire che, stando alle informazioni riportate dal Guardian, sono almeno 35 i paesi “clienti” di Paragon, e tutti possono essere considerati nell’alveo delle cosiddette “democrazie”. Anzi, Paragon stessa ha fatto della propria “eticità” un fiore all’occhiello.

Ma come ha sottolineato Natalia Krapiva, consulente legale dell’organizzazione per i diritti digitali Access Now, nel settore in cui Paragon opera questa non può che essere solo marketing e propaganda: “non è solo una questione di alcune mele marce: questi tipi di abusi sono una caratteristica dell’industria dello spyware commerciale”.

Il legame dell’azienda israeliana con i servizi segreti della filiera occidentale e dei suoi alleati è evidente nel fatto che essa è stata fondata nel 2019 dall’ex primo ministro di Tel Aviv Ehud Barak, e tra i co-fondatori si annovera Ehud Schneorson, ex comandante della Unità 8200, sezione delle forze armate sioniste che si occupa di cybersicurezza.

Anche altri vertici della Paragon provengono dalle fila dell’intelligence israeliana, ma tra i principali finanziatori c’è la Battery Ventures di Boston, società di investimento specializzata per il settore tecnologico. A ottobre, aveva stipulato un contratto da 2 milioni di dollari con lo US Immigration and Customs Enforcement Division, che si occupa di immigrazione illegale negli States.

Inizialmente i lavori erano stati sospesi, per verificare se ciò andasse contro un ordine esecutivo di Biden per limitare l’utilizzo degli spyware da parte del governo federale. Ad ogni modo, nel dicembre 2024 la start-up è stata acquistata per 900 milioni di dollari dalla statunitense AE Industrial Partners, che offre servizi per la sicurezza nazionale, aerospaziali e industriali.

In particolare, l’operazione è stata conclusa dalla compagnia Red Lattice, di proprietà della AE Industrial Partners, la quale si occupa di fornire servizi al Dipartimento della Difesa stelle-e-strisce. Il ministro della Difesa israeliano ha dichiarato che sta ancora esaminando le implicazioni del trasferimento di tecnologie e conoscenze fondamentali per la sicurezza nazionale.

Ma la preoccupazione sembra essere stata superata per via del fatto che Paragon continuerà a operare da Israele, con la tecnologia e il know-how che rimarranno sotto la supervisione sionista. E ciò potrebbe essere stato anche avallato da un’intesa raggiunta dalla nuova amministrazione Trump.

Rimane il dubbio su chi abbia commissionato a Paragon gli attacchi hacker, ma è evidente il pericolo insito nel proliferare dell’uso di questi strumenti di spionaggio e sorveglianza da parte delle autorità pubbliche, con finalità evidentemente politiche. Paragon è nata dentro l’ambiente dei servizi segreti, e continua a operare senza dubbio su direzioni che appartengono a quel mondo.

Sentiamo spesso parlare di cybersicurezza e dei pericoli di ingerenze straniere, ma sempre e solo collegate a Russia, Cina e in generale paesi esterni all’imperialismo euroatlantico. Nel frattempo, all’interno dei nostri paesi, aumenta il livello di irregimentazione sociale e repressione preventiva, che rappresenta invece un pericolo davvero immediato e prossimo, da denunciare e combattere.

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13/01/2025

La guerra della verità

Gli utenti non sono i poveri imbecilli descritti da chi nella stampa scritta o parlata si ritiene maestro di pensiero, castigatore non criticabile, geneticamente veritiero.

La diffamazione dei social si è fatta così enorme, a cominciare dai tempi del Covid, che prima o poi doveva venire qualcuno e chiedere: ma chi controlla i controllori?

Che bisogno c’è di una Congregazione del Sant’Uffizio che concede imprimatur preventivi e davanti a cui occorre inginocchiarsi, con la scusa che gli utenti cadrebbero così facilmente in tentazione?

Gli utenti sono appaiati agli elettori: se non votano come vogliamo noi, devono avere un baco nel cervello.

La battaglia dei verificatori contro la disinformazione ha i suoi siti internet, e i suoi sponsor e finanziatori. Bbc Verify, a esempio, ha rapporti stretti con l’Istituto di Studi Strategici della Nato e non solo verifica ma fa propaganda e censura.

Chiunque critichi la politica occidentale sulla guerra in Ucraina o sullo sterminio perpetrato da Israele a Gaza diventa bersaglio delle campagne contro la disinformazione.

I verificatori sono numerosi ovunque.

Una delle principali collaborazioni italiane di Meta è stato per anni Open, il sito di fact checking fondato da Enrico Mentana nel 2018.

È stato anche il più controverso, nella guerra di Ucraina.

È noto per aver più volte diramato false notizie diffuse dai fedeli di Zelenskij e per aver demonizzato Putin, ignorando le preoccupazioni del Cremlino fin dai primi allargamenti a Est della Nato.

Le Congregazioni di fact checking scoprono certo notizie false, ma ne producono anche in proprio, come quando accusano giornalisti indipendenti, professori universitari e intellettuali di essere di volta in volta filo-putiniani o antisemiti.

Oggi la situazione è diversa e peggiore.

I grandi giornali e le principali reti Tv non hanno più soldi per pagare inviati di guerra come ai tempi del Vietnam.

A ciò si aggiunga, non meno grave, l’impossibilità di raccogliere notizie su tutti gli Stati combattenti.

Difficile sapere quel che si pensa e si dice in Russia sul conflitto in Ucraina e a Kursk, dopo l’oscuramento in Europa delle Tv russe.

Impossibile scrivere reportage su Gaza perché l’ingresso dei giornalisti nella Striscia è proibito da Israele, che anche in questo caso viola il diritto internazionale.

Ogni servizio Tv su Gaza e Cisgiordania dovrebbe ricordare il divieto, e ringraziare i giornalisti palestinesi e Al Jazeera per i loro reportage e per i pericoli mortali che corrono (più di 220 uccisi a Gaza).

Se si vogliono notizie è solo ai social che ci si può rivolgere: in particolare a Telegram, per quanto riguarda sia l’Ucraina sia Gaza e Cisgiordania.

E anche quando i media tradizionali hanno notizie più approfondite, meno rozze, c’è un muro che ostacola l’accesso online, un paywall: è il prezzo proibitivo dell’abbonamento annuale.

A questo punto si capisce come mai i media tradizionali siano i primi a esercitare pressioni perché resti in piedi, almeno in Europa e in Italia, il fact checking che Elon Musk e Mark Zuckerberg hanno abolito (tranne per specifici reati).

Ne va della sopravvivenza dell’establishment giornalistico, e del suo bisogno di proteggersi dalla marea spesso indistinta, ma gratuita, dei social.

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10/01/2025

Il servilismo di Zuckerberg (Meta) verso i poteri forti

Ci sono due notizie che riguardano Marck Zuckerberg e il suo impero nei social network (Meta etc.).

La prima è che Meta eliminerà il fact cheking sui post in circolazione ma solo negli Stati Uniti. In Europa e nel resto del mondo il combinato disposto tra “esperti” piuttosto discutibili e algoritmo continuerà a cancellare le notizie dissonanti – su Palestina e Israele per esempio – insieme a vere e proprie fake news. La fine dei controlli sui social network di Meta coincide con l’avvento al potere di Donald Trump e viene sbandierata come un ritorno alla “libera espressione”.

Joel Kaplan, il nuovo responsabile per gli affari globali di Meta ed ex vice capo dello staff della Casa Bianca sotto la presidenza di George W. Bush, ha comunicato infatti le modifiche alle politiche sui contenuti su Workplace. “Siamo ottimisti sul fatto che questi cambiamenti ci aiuteranno a tornare al nostro impegno fondamentale per la libera espressione”, ha scritto Kaplan allo staff di Meta. Kaplan, che ha assunto il suo nuovo ruolo la scorsa settimana, ha fatto sapere che Meta eliminerà le restrizioni su determinati argomenti e concentrerà la sua applicazione del fact checking su violazioni di elevata gravità, offrendo al contempo agli utenti “un approccio più personalizzato ai contenuti politici”. Una dichiarazione che odora di allineamento al potere lontano un chilometro.

La seconda notizia, meno nota, è che Mark Zuckerberg, ha annunciato l’ingresso nel board dei direttori di Dana White, Charlie Songhurst... e di John Elkann.

La notizia è stata resa nota da Italia Oggi secondo cui Dana White è stato scelto per fare pace con Donald Trump. Diversi giornali americani hanno infatti segnalato come la nomina di White, grande sostenitore di Trump, segnali, di fatto, uno spostamento a destra di Meta.

Charlie Songhurst è un investitore tecnologico che ha messo soldi in più di 500 startup a livello globale, ha una vasta esperienza in ambito di intelligenza artificiale e deep tech e, in precedenza, ha ricoperto il ruolo di General Manager e Head of Global Corporate Strategy presso Microsoft, concentrandosi su partnership, fusioni e acquisizioni.

Infine c’è la domanda sul perché Zuckerberg avrebbe voluto anche John Elkann nel suo board. Stando alle dichiarazioni ufficiali “John è amministratore delegato di Exor e presidente di due società automobilistiche di Exor, Stellantis e Ferrari. Ha una profonda esperienza nella gestione di grandi aziende globali e apporta una prospettiva internazionale al nostro consiglio di amministrazione”. Secondo Italia Oggi si tratta di una dichiarazione un po’ povera e che di certo non giustifica l’entrata di Elkann nell’impero di Zuckerberg.

Il giornale economico prova a fornire due risposte.

Secondo la prima, Exor, cassaforte finanziaria degli Elkann, ha una grande varietà di “interessi” e nella sua strategia punta molto anche sul settore della salute e della tecnologia. Nel 2024 Exor è diventato un investitore di lungo termine in Philips, il leader mondiale della tecnologia per il settore della salute (ha acquistato una partecipazione del 15% in Philips). In quest’ottica l’ingresso di Elkann nel mondo digitale di Meta potrebbe essere visto con un ulteriore ampliamento degli interessi verso il mondo tecnologico. Negli ultimi mesi Meta ha infatti rilasciato Llama 3.3, ultima versione del chatbot, concorrente di ChatGPT. Realtà che potrebbe, nel breve futuro, arrivare anche sulle auto. Il settore automotive è infatti molto interessato all’intelligenza artificiale nel suo insieme e più in generale ai sistemi di infotainment, cioè quel sistema che combina informazioni e intrattenimento, integrando funzionalità come navigazione GPS, connettività smartphone, streaming musicale e assistenti vocali, migliorando così l’esperienza di guida e la sicurezza. Tema che inevitabilmente interessa anche Stellantis e/o Ferrari. Il che non esclude possibili collaborazioni future con Meta.

La seconda risposta sembra meno legata a interessi sugli investimenti nelle tecnologie e più a quelli “relazionali” con le istituzioni internazionali. Meta ha avuto anche recentemente contenziosi rilevanti e costosi con la Commissione Ue e non solo. Negli ultimi mesi del 2024, il colosso tech è stato multato dalla Commissione Europea per 800 milioni di euro per aver violato le norme antitrust e dal garante della privacy dell’Irlanda per 251 milioni di euro per una gestione errata dei dati degli utenti. In Italia, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato Meta e la sua controllata europea Meta Platforms Ireland Ltd. per la messa in atto di due pratiche commerciali ingannevoli relative alla creazione e alla gestione degli account dei social network Facebook e Instagram, portando alla violazione degli articoli 20, 21 e 22 del Codice del Consumo. John Elkann potrebbe essere una figura capace di fare da ponte tra Zuckerberg e le istituzioni europee e ridurre i contenziosi.

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