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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/06/2026

Israele ha chiesto a Facebook di censurare i contenuti relativi alla guerra contro l’Iran

I documenti aziendali esaminati da The Intercept mostrano che Israele ha sollecitato Facebook e Instagram a rimuovere i post a sostegno dell’Iran.

Dai registri aziendali emerge che Israele ha chiesto a Meta di rimuovere da Facebook e Instagram i post che esprimevano sostegno all’Iran, opposizione a Israele e persino immagini dell’impatto di missili iraniani.

Il governo ha segnalato diversi materiali relativi alla guerra, tra cui post che esprimevano cordoglio per la morte dell’ayatollah Khamenei, assassinato da Stati Uniti e Israele il primo giorno del conflitto, contenuti a sostegno delle rappresaglie iraniane e account iraniani che condividevano analisi militari e propaganda favorevoli alla posizione del regime iraniano.

In alcuni casi, Meta ha ottemperato alle richieste di censura, come dimostrano i documenti, sebbene non sia chiaro per quali motivi. Meta sostiene di rimuovere i contenuti solo se richiesto dalla legge o se violano le sue politiche in materia di libertà di espressione.

Alla domanda su quante richieste di rimozione di contenuti relativi all’Iran fossero state accolte dall’inizio della guerra, l’azienda non ha risposto. Il Ministero della Giustizia israeliano, che inoltra le richieste di rimozione alle piattaforme di social media, non ha risposto a una richiesta di commento.

L’attività di lobbying di Israele sui social media non è una novità; da anni il Paese si avvale della sua stretta relazione con Meta per promuovere un’applicazione mirata del regolamento di moderazione dei contenuti dell’azienda.

Secondo quanto riportato sul suo sito web, l’Ufficio del Procuratore Generale israeliano presenta regolarmente denunce alle piattaforme di social media per conto delle agenzie di sicurezza statali in merito a contenuti ritenuti illegali o che promuovono il “terrorismo”.

Nei documenti esaminati da The Intercept, in alcuni casi l’ufficio non ha affermato che i contenuti sui social media violassero la legge israeliana. Ha invece richiesto la rimozione di post o account perché in violazione del regolamento di moderazione dei contenuti di Meta.

Meta, ad esempio, classifica il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane come “Organizzazione Terroristica” e vieta agli utenti di esprimere opinioni positive sulle sue azioni. Ciò significa che i post a sostegno dei lanci missilistici di rappresaglia da parte delle Guardie Rivoluzionarie, ad esempio, potrebbero violare le regole della piattaforma. Non esiste invece alcun divieto per gli utenti che pubblicano commenti favorevoli sugli eserciti statunitense o israeliano.

Meta non ha risposto alle domande sulle richieste relative alla guerra in Iran, ma il portavoce Daniel Roberts ha rilasciato una dichiarazione a The Intercept: “Chiunque può segnalare contenuti che ritiene violino le nostre regole. Indipendentemente da chi o come un contenuto venga segnalato, lo valutiamo in base alle nostre politiche, che regolano ciò che è consentito e ciò che non lo è sulla nostra piattaforma. È sbagliato e irresponsabile insinuare che queste richieste siano in qualche modo insolite o inappropriate”.

Un’azienda con sede in California può decidere cosa sia o non sia consentito dire a miliardi di utenti in tutto il mondo, solo una piccola parte dei quali sono americani.

Meta è stata oggetto di critiche, soprattutto in Medio Oriente, per la rimozione di contenuti che non violavano le regole aziendali. Un audit del 2022, commissionato dalla stessa azienda, ha rilevato discrepanze nelle sue pratiche di moderazione dei contenuti tra quelli in arabo e quelli in ebraico.

“I contenuti in arabo sono stati soggetti a un’applicazione eccessiva delle regole (ad esempio, la rimozione errata di contenuti palestinesi) per singolo utente”, ha rilevato l’azienda. Un rapporto del 2023 del comitato di vigilanza interno all’azienda ha descritto l'“applicazione eccessiva” delle regole alla lista nera di organizzazioni e individui pericolosi, composta in modo sproporzionato da entità musulmane e mediorientali.

Meta sostiene da tempo che, in quanto azienda americana, sia legalmente obbligata a rimuovere talvolta contenuti relativi a determinate entità sanzionate dagli Stati Uniti, come il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Tuttavia, gli esperti legali sostengono che tale affermazione non ha praticamente alcun precedente o fondamento nella legislazione vigente in materia di sanzioni, che si concentra sul sostegno materiale piuttosto che sulla libertà di espressione politica.

Si tratta di una politica che ha creato un’enorme distorsione ideologica: un’azienda con sede in California può decidere cosa sia o non sia lecito esprimere per miliardi di utenti in tutto il mondo, solo una piccola parte dei quali sono americani.

Ad aggravare ulteriormente lo squilibrio nella gestione delle crisi in Medio Oriente contribuisce il fatto che Meta ha concesso a Israele un accesso privilegiato ai suoi team responsabili delle politiche di moderazione dei contenuti. Nel 2024, The Intercept ha riportato come Jordana Cutler, dipendente di Meta ed ex collaboratrice di Benjamin Netanyahu, fungesse da referente dedicata presso il governo israeliano, promuovendo gli interessi del Paese e facilitando la rimozione di contenuti indesiderati.

Pochi altri Paesi al mondo hanno un rappresentante dedicato all’interno di Meta: nel 2020, una responsabile delle politiche per il mercato indiano si è dimessa dopo le rivelazioni sul suo coinvolgimento in attività di lobbying a favore del partito nazionalista indù al governo. Interpellata in merito a un possibile ruolo di Cutler nel facilitare le richieste israeliane di rimozione di contenuti relativi alla guerra, Meta non ha fornito risposta.

“Lo stretto rapporto di Meta con il governo israeliano per le richieste di rimozione dei contenuti è un problema di lunga data“, ha dichiarato a The Intercept Evelyn Douek, professoressa di diritto alla Stanford Law School ed esperta di politiche sulla libertà di espressione digitale. “L’acquiescenza di Meta a numerose richieste di rimozione è una prassi consolidata“.

Queste asimmetrie nel potere di censura sono particolarmente delicate in tempo di guerra, ha affermato Douek.

“La volontà dei governi di sopprimere la libertà di parola critica nei confronti dei loro sforzi bellici è antica quanto il mondo stesso”, ha affermato. “Consentire ai governi di invocare ragioni di sicurezza nazionale per sopprimere la libertà di parola a proprio piacimento annullerebbe il valore della tutela della libertà di espressione”

Secondo una fonte a conoscenza dei fatti, Israele avrebbe fatto pressioni su Meta affinché implementasse una regola generale che limitasse la pubblicazione di immagini di danni bellici all’interno del suo territorio, ricalcando una politica di censura dei media israeliani che impedisce ai giornalisti di documentare l’impatto delle armi senza l’approvazione militare.

Meta si è finora rifiutata di implementare tale politica per i suoi miliardi di utenti in tutto il mondo, ha affermato la fonte. Meta non ha risposto alle domande sullo stato di questa richiesta.

Venerdì gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un accordo di cessate il fuoco, sebbene Israele abbia lasciato intendere che non ne rispetterà i termini. Mentre molte delle richieste di censura riguardavano direttamente la guerra, altre erano tangenziali al conflitto stesso.

I documenti mostrano che Israele ha cercato di rimuovere contenuti che esprimevano indignazione per l’assalto alla moschea di Al-Aqsa avvenuto il mese scorso per mano del ministro di estrema destra Itamar Ben-Gvir. Ha anche cercato di soffocare i post critici nei confronti della retorica israeliana che collegava la recente chiusura di Al-Aqsa alla guerra in corso.

In generale, Meta accoglie la stragrande maggioranza delle richieste di rimozione presentate dal governo israeliano. La Procura di Stato ha vantato un tasso di conformità del 92% nel 2023, e un rapporto del 2025 di Drop Site News ha affermato che il tasso complessivo è salito al 94% dopo l’attacco del 7 ottobre da parte di Hamas.

I documenti esaminati da The Intercept mostrano che Israele ha chiesto la rimozione di contenuti relativi alla guerra contro l’Iran usando esattamente lo stesso linguaggio, che evocava l’attacco di Hamas del 7 ottobre, che aveva utilizzato quando aveva richiesto la censura di discorsi filo-palestinesi e anti-israeliani in tutto il mondo durante la guerra contro Gaza.

“Ciò suggerisce che non si aspettano che le loro richieste vengano esaminate con molta attenzione”, ha affermato Douek.

Douek sosteneva che le richieste di censura in tempo di guerra evidenziano il pericolo di controllare la libertà di parola completamente al di fuori della vista del pubblico attraverso “processi opachi” come i canali governativi segreti.

“Queste piattaforme hanno sempre sostenuto di essere neutrali, o di essere semplicemente uno spazio in cui le persone possono esprimere le proprie opinioni, ma è da tempo che queste aziende hanno sempre presentato una particolare visione del mondo e si sono sempre mostrate sensibili ai propri interessi geopolitici e commerciali, diventando sempre più inclini a farsi influenzare da governi potenti”, ha affermato Douek.

Questo crea una dinamica profondamente squilibrata per quanto riguarda la guerra contro l’Iran: i due governi probabilmente meglio rappresentati al mondo all’interno di Meta – Stati Uniti e Israele – sono belligeranti alleati in un conflitto contro uno stato fortemente sanzionato dalle regole di espressione dell’azienda. “Il dibattito finirà inevitabilmente per essere distorto”, ha affermato Douek.

Fonte

27/02/2026

Open-Mentana, i controllori italiani della visibilità su Facebook

C’è una riga nella pagina “Chi Siamo” di Open, il sito di informazione fondato da Enrico Mentana, che la maggior parte dei lettori in genere supera senza fermarsi.

“Dal 2021,” si legge, “riceviamo un contributo da parte di Facebook all’interno del Third-Party Fact-checking Program della nostra sezione Open Fact-checking.“

La frase è burocratica. Il potere che descrive non lo è.

Quando i fact-checker di Open valutano un post su Facebook o Instagram come “Falso,” “Alterato,” o “Contesto mancante,” l’algoritmo di Meta non si limita ad aggiungere un’etichetta. Riduce drasticamente la distribuzione del post su ogni piattaforma Meta nel mercato italiano.

Il contenuto resta, tecnicamente, online. Ma il numero di persone che lo vedono crolla a una frazione di quello che altrimenti sarebbe.

Per i contenuti valutati “Falso” o “Alterato,” il Transparency Center di Meta stesso descrive la riduzione come “drastica.” Il post viene anche escluso dai suggerimenti, bloccato dalla pubblicità, e innesca penalizzazioni per la pagina o l’account che lo ha condiviso.

Open è una delle due sole organizzazioni certificate per svolgere questa funzione per Meta in Italia. L’altra è Facta (già Pagella Politica).

Tra le due, controllano quali post su Gaza, su Israele, sulla guerra, sull’occupazione (e altro, ovviamente) raggiungono il pubblico italiano sulle piattaforme social più utilizzate del paese, e quali vengono algoritmicamente sepolti.

La domanda non è se Open svolga questa funzione con competenza. La domanda è se un’organizzazione il cui fondatore e direttore editoriale ha posizioni pro-Israele documentate, pubbliche e costanti, possa svolgerla senza bias strutturale.

E se la relazione finanziaria tra Open e Meta, il cui importo non è mai stato reso pubblico, crei incentivi che rendono quel bias non un rischio, ma una caratteristica identitaria.

L’uomo

Enrico Mentana è uno dei volti più riconoscibili del giornalismo italiano. Direttore del TG di La7, il telegiornale della rete di Urbano Cairo, dal 2010. Ex direttore del TG5 sul Canale 5 di Berlusconi. Fondatore di Open nel dicembre 2018, concepito come “impresa sociale” per impiegare giovani giornalisti nel digitale (o, almeno, questo è quello che ha dichiarato Mentana).

La sua voce su Wikipedia nota, nel registro neutro dell’enciclopedia, che è “figlio primogenito di Franco Mentana, noto corrispondente della Gazzetta dello Sport, e di Lella, di origini ebraiche. È stato battezzato cattolico, sebbene mostrerà sempre grande vicinanza al popolo ebraico.“

La posizione di Mentana su Israele non è una questione di interpretazione: è una questione di documentazione.

Nell’ottobre 2024 Contropiano, analizzando lo speciale di Mentana su TG La7 per il primo anniversario del 7 ottobre, intitolato “L’orrore di un anno“, ha documentato quella che hanno definito una strategia editoriale sistematica: tre quarti d’ora di immagini del 7 ottobre quasi senza mai menzionare l’assedio, la distruzione, o i bambini palestinesi uccisi nella campagna successiva.

Gli analisti hanno argomentato che Mentana utilizza una tecnica in cui le dichiarazioni verbali offrono critiche nominali a ogni tipo di violenza, mentre il contenuto visivo umanizza esclusivamente le vittime israeliane. Le parole dicono una cosa, le immagini un’altra. Il pubblico ricorda, ovviamente, le immagini.

Nel maggio 2025, Il Fatto Quotidiano lo ha detto in modo piuttosto diretto: “Mentana non è mai stato ambiguo sulla Palestina: è sempre stato apertamente sionista.“

Nel marzo 2025, la giornalista Paola Caridi ha documentato come il TG La7 di Mentana si riferisse ai coloni israeliani in Cisgiordania come “settlers” che “conducono una vita di frontiera“, sanificando il più grande sistema organizzato di furto di terra nel mondo contemporaneo presentandolo come una scelta di stile di vita.

Niente di tutto questo è insolito per i media mainstream italiani.

Ciò che è insolito è che l’uomo che fa questa (dis)informazione controlla anche un’operazione di fact-checking con il potere di sopprimere algoritmicamente contenuti su Facebook e Instagram, le piattaforme dove la maggior parte degli italiani legge le notizie.

La struttura

Open è pubblicato da G.O.L. Impresa Sociale S.r.l. (Giornale On Line), con sede a Milano. Mentana detiene il 99% del capitale. Il restante 1% appartiene a Giampiero Falasca, partner di DLA Piper, lo studio legale internazionale, che ha fornito servizi legali pro bono (o meglio, pro 1%) al lancio.

L’investimento iniziale è stato modesto: Mentana ha messo 250.000 euro di tasca propria. La pubblicità è stata gestita fin dal lancio da Cairo Pubblicità, il braccio pubblicitario di Urbano Cairo, che possiede La7 (dove Mentana dirige il TG) ed è azionista di maggioranza di RCS MediaGroup, editore del Corriere della Sera. La Fondazione Cariplo ha contribuito con un importo non dichiarato tra il 2019 e il 2020.

Nel 2022, l’operazione Open generava 2,2 milioni di euro di ricavi annui, impiegava tra 20 e 49 persone, con costi del personale di circa un milione di euro. L’utile netto dichiarato era di 150.000 euro.

La struttura di “impresa sociale” significa che gli utili non possono essere ridistribuiti, ma vanno reinvestiti. Ma l’operazione non è benefica: è – e rimane – una società media commerciale, con una porzione significativa dei suoi ricavi che proviene da un singolo cliente: Meta.

L’importo esatto che Meta paga a Open non è mai stato reso pubblico. A livello globale, il Third-Party Fact-Checking Program di Meta finanziava nel 2023 oltre 90 organizzazioni in più di 60 lingue, spendendo ciò che Bill Adair, co-fondatore dell’International Fact-Checking Network, ha descritto come “milioni di dollari.”

NPR ha riportato che i singoli contratti sono talmente sostanziosi da aver suscitato preoccupazioni sulla dipendenza in diverse organizzazioni.

La dichiarazione di Open riconosce il pagamento di Meta, ma non fornisce alcuna cifra.

Non è un dettaglio, perché la dipendenza finanziaria crea un incentivo strutturale. Open ha bisogno dei soldi di Meta. Meta ha bisogno dei fact-check di Open per dimostrare ai regolatori europei, in particolare sotto il Digital Services Act dell’UE, che prende la disinformazione sul serio. La relazione è simbiotica, e la simbiosi modella cosa viene verificato e come.

Il conflitto

C’è una definizione per ciò che accade quando la stessa persona, politicamente molto schierata, contemporaneamente dirige un importante telegiornale nazionale e controlla un’operazione di fact-checking con potere di enforcement sulle piattaforme social dominanti del paese.

Nella maggior parte dei quadri regolamentari, la definizione sarebbe “conflitto di interessi.” In Italia, si chiama Open, di Enrico Mentana.

Mentana dirige il TG La7, di proprietà di Urbano Cairo. Cairo Pubblicità vende la pubblicità di Open. Cairo controlla anche RCS, l’editore del Corriere della Sera. Un singolo impero mediatico fornisce la piattaforma editoriale (La7), i ricavi pubblicitari (Cairo Pubblicità) e l’infrastruttura di fact-checking (Open) che determina quali contenuti raggiungono il pubblico italiano sulle piattaforme Meta e quali no.

Lo stesso uomo siede al centro di tutti e tre.

Il team di fact-checking di Open lavora sotto la direzione editoriale di Mentana.

Quando valutano un post su Gaza come “Contesto mancante” o “Parzialmente falso”, la decisione porta il peso dell’algoritmo di Meta: soppressione della distribuzione a milioni di utenti italiani.

Questo non è un editoriale che i lettori possono scegliere di ignorare. È un intervento a livello infrastrutturale che opera sui contenuti ben prima che gli utenti li possano vedere.

David Puente, il principale fact-checker di Open, ha dichiarato a MasterX nel febbraio 2025 di ricevere critiche da entrambe le parti: “I filo-israeliani mi chiamano filo-palestinese o addirittura filo-Hamas, i filo-palestinesi mi chiamano ebreo e sionista.” Questo è il framing standard del fact-checker che rivendica obiettività attraverso l’equidistanza.

Ma l’equidistanza non è neutralità, soprattutto quando un lato sta conducendo un’operazione militare che la Corte Internazionale di Giustizia ha giudicato plausibilmente genocidaria, e l’altro è la popolazione civile che viene uccisa, in massima parte donne e bambini.

L’equidistanza tra l’atrocità documentata e la sua negazione non è una metodologia. È una posizione politica.

La posizione strutturale del direttore editoriale, le cui opinioni su Israele sono pubblicamente documentate come costantemente pro-Israele, modella la cultura organizzativa in cui quelle decisioni di fact-checking vengono prese.

Non deve essere una direttiva. Non deve essere scritta in un memorandum. Deve solo essere l’orientamento compreso dell’istituzione, l’aria che la redazione respira.

È così che funziona l’influenza editoriale in ogni organizzazione mediatica del mondo e non c’è ragione di supporre che Open ne sia esente.

Il bias della piattaforma

Il conflitto strutturale si approfondisce quando si esamina ciò che le piattaforme Meta fanno con i contenuti su Israele-Palestina, indipendentemente da qualsiasi fact-checking.

Nel maggio 2024, l’Adversarial Threat Report di Meta ha riconosciuto la rimozione di 510 account Facebook e 32 account Instagram collegati a STOIC: un’operazione di influenza contrattata dal governo israeliano, che conduceva campagne coordinate rivolte al pubblico negli Stati Uniti, Canada e Regno Unito.

L’operazione promuoveva contenuti pro-Israele e anti-palestinesi, usando account falsi e personaggi generati dall’IA.

Molteplici ricercatori e organizzazioni, tra cui Human Rights Watch, 7amleh (il Centro Arabo per l’Avanzamento dei Social Media) e i ricercatori di The Markup, hanno documentato la soppressione algoritmica di contenuti palestinesi sulle piattaforme Meta.

Giornalisti, attivisti e utenti comuni palestinesi hanno segnalato shadowbanning, rimozione di contenuti e restrizioni degli account a tassi di gran lunga superiori a quelli applicati a contenuti israeliani comparabili. La revisione interna di Instagram, nel 2021, ha scoperto che un cambiamento tecnico aveva “accidentalmente” soppresso contenuti sulle proteste di Sheikh Jarrah e che l'”incidente” si allineava con un pattern.

Open è il contractor pagato da Meta per la moderazione dei contenuti in Italia.

Opera all’interno di un ecosistema di piattaforma che ha un bias documentato contro le voci palestinesi.

I giudizi individuali dei fact-checker non esistono nel vuoto. Esistono all’interno di un sistema i cui default sono chiaramente orientati. Quando il fact-checker condivide l’inclinazione, quando le posizioni pubbliche del direttore editoriale si allineano con il bias documentato della piattaforma, il sistema non corregge l’errore. Lo amplifica.

Cosa ha cambiato il gennaio 2025 e cosa no

Nel gennaio 2025, Mark Zuckerberg ha annunciato che Meta avrebbe terminato il suo Third-Party Fact-Checking Program negli Stati Uniti, sostituendolo con un sistema crowdsourced di “Community Notes” modellato su quello usato da X di Elon Musk.

L’annuncio è stato ampiamente raccontato come una capitolazione alla pressione politica della nuova amministrazione Trump.

Ciò che è stato meno raccontato è stato l’ambito geografico. La dichiarazione di Meta è stata precisa: il cambiamento si applicava solo agli Stati Uniti. “Fino a quando le Community Notes non saranno lanciate in altri paesi, il programma di fact-checking di terze parti rimarrà attivo.”

Ad oggi (febbraio 2026), le Community Notes non sono state lanciate in Italia, quindi Open continua a operare come fact-checker certificato di Meta per il mercato italiano.

Il meccanismo di enforcement algoritmico, la soppressione della distribuzione per i contenuti valutati falsi o fuorvianti, resta pienamente attivo.

Negli Stati Uniti, la funzione di gatekeeping è stata rimossa dalla destra sotto pressione politica. In Italia, persiste.

Il potere che Open esercita su ciò che gli utenti italiani di Facebook e Instagram vedono su Gaza non è terminato nel gennaio 2025. Continua ogni giorno.

Lo scudo dell’impresa sociale

La forma giuridica di Open, impresa sociale, merita attenzione non per ciò che significa, ma per ciò che segnala.

La designazione di “impresa sociale” ha una certa aura di no-profit nel diritto societario italiano. Suggerisce interesse pubblico, missione civica, giornalismo come servizio.

La forma proibisce la distribuzione degli utili, il che sembra confermare il framing altruistico.

Ma la designazione non impedisce all’impresa di ricevere pagamenti commerciali sostanziosi da una delle più potenti corporation tecnologiche del mondo.

Non impedisce all’impresa di funzionare come contractor di moderazione dei contenuti, le cui decisioni editoriali portano a un enforcement algoritmico. Non impedisce al fondatore dell’impresa di dirigere un telegiornale su una rete posseduta dall’uomo che vende anche la pubblicità della sua impresa.

La forma di impresa sociale non è una garanzia di indipendenza. È una struttura giuridica che fornisce benefici fiscali e posizionamento reputazionale, permettendo le stesse relazioni commerciali (e le stesse dipendenze strutturali) che operano in qualsiasi società mediatica.

La missione sociale è verificabile: Open impiega, di fatto, giovani giornalisti. La domanda è se la missione si estenda alla funzione editoriale che dà all’impresa il suo potere (il fact-checking) o se quella funzione serva un diverso insieme di interessi che l’etichetta di impresa sociale oscura.

Ciò che non è noto

Ciò che è ben documentato è il posizionamento editoriale costantemente pro-Israele di Mentana, attestato da molteplici fonti mediatiche italiane, lungo ormai più di un decennio.

La relazione finanziaria di Open con Meta, dichiarata sul suo stesso sito. Il conflitto strutturale tra advocacy editoriale e neutralità del fact-checking. Il bias documentato di Meta contro i contenuti palestinesi sulle proprie piattaforme. La continuazione del programma di fact-checking in Italia dopo la sua terminazione negli Stati Uniti.

Ciò che non è documentato è l’importo esatto che Meta paga a Open fin dal 2021.

Se qualsiasi ente governativo israeliano, organizzazione pro-Israele, o fondo legato all’hasbara, abbia qualsiasi relazione finanziaria o istituzionale con Open, il suo staff, o le sue operazioni editoriali.

Se Mentana abbia mai ricevuto comunicazioni dirette da organizzazioni diplomatiche o di advocacy israeliane riguardo alla copertura di Open.

Sia ben chiaro: non c’è evidenza di finanziamento israeliano diretto a Open. A differenza de Il Riformista, che pubblica un conto corrente, diffonde contenuti di JNS, e ospita esponenti di think tank del governo israeliano, Open non mostra alcuna impronta istituzionale israeliana visibile.

Il caso non è di finanziamento occulto o coordinamento formale. È di allineamento strutturale: un fact-checker il cui orientamento editoriale, la cui dipendenza dalla piattaforma, e il cui potere algoritmico si combinano per creare un sistema in cui la soppressione di contenuti pro-palestinesi non è uno scandalo, come dovrebbe essere, ma un’impostazione di base.

Questa è una forma di controllo narrativo ben più sottile e potenzialmente molto più importante di qualsiasi campagna dichiarata di advocacy.

Il Riformista ti dice chiaro e tondo cosa è: il braccio dell’Hasbara in Italia. Open ti dice cosa non è, ma esercita un potere che Il Riformista può solo invidiare.

Il problema del gatekeeping

Quando l’IDMO, l’Osservatorio Italiano dei Media Digitali, ha pubblicato il suo rapporto dell’ottobre 2025, ha rilevato che Israele-Palestina era il singolo tema più frequente nelle verifiche sulla disinformazione in Italia, rappresentando il 24,3% di tutta l’attività di debunking. Open ha contribuito a una porzione molto significativa di quelle verifiche.

La statistica invita a fare due letture.

La prima è che la disinformazione sul conflitto è genuinamente dilagante, e che quindi i fact-checker stanno svolgendo un lavoro comunque utile e necessario. C’è disinformazione su ogni aspetto del conflitto, e correggerla serve l’interesse pubblico.

La seconda lettura è meno confortevole.

Quando un quarto di tutta l’attività di fact-checking in un paese è diretta a un singolo tema geopolitico, uno su cui il direttore editoriale di una delle principali organizzazioni di fact-checking ha posizioni politiche pubbliche e ben documentate, la concentrazione stessa diventa la domanda. Chi decide quali affermazioni su Gaza vengono verificate?

Chi decide cosa è un “contesto mancante”?

Quando un post documenta la distruzione di un ospedale da parte dell’IDF e viene etichettato come “contesto mancante” perché non menziona i tunnel di Hamas, è fact-checking o è framing?

Quando un post condivide le cifre delle vittime dal Ministero della Salute di Gaza e viene etichettato come “necessita contesto aggiuntivo” perché la fonte è Hamas, è accuratezza o delegittimazione?

Queste non sono domande ipotetiche. Sono le decisioni quotidiane che determinano cosa milioni di utenti italiani possono vedere sui loro schermi. E sono prese da un’organizzazione il cui direttore editoriale non è mai stato ambiguo su dove si colloca.

Il potere di decidere cosa è vero non è la stessa cosa del potere di decidere cosa è visibile. Open ha entrambi.

Nell’ecosistema informativo italiano, la distanza tra fact-checking e controllo narrativo, di fatto, è inesistente.

Fonte

23/10/2024

L’ex consigliera di Netanyahu gestisce la censura su Instagram e Facebook

Jordana Cutler, un alto funzionario del governo israeliano di lunga data e consigliere di Netanyahu e del Likud è stata messa a capo dell’unità di censura statunitense di Facebook ed Instagram su Israele e Palestina.

Sam Bliddle, firma della storica testata indipendente di giornalismo investigativo statunitense “The Intercept”, ha esaminato i record interni di Meta che mostrano come Jordana Cutler, nelle sue funzioni di stretto collegamento con il governo israeliano, ha ripetutamente tentato di censurare i post appartenenti a gruppi di protesta studentesca filo-palestinese ed altri contenuti relativi alla guerra ed usa ripetutamente in modo aggressivo la posizione ai vertici di Facebook ed Instagram per applicare sistematicamente la censura sui contenuti che esprimono critiche nei confronti di Israele.

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IL RESPONSABILE DELLA POLITICA ISRAELIANA DI META HA CERCATO DI ELIMINARE I POST PRO-PALESTINESI SU INSTAGRAM

Sam Bliddle

Jordana Cutler venne assunta da Facebook nel 2016 come primo capo politico della compagnia per Israele, avendo precedentemente lavorato presso l’ambasciata israeliana, come membro dello staff del Likud e consigliere di Netanyahu. In un’intervista del 2020 ha detto: “Il mio lavoro è rappresentare Facebook in Israele e rappresentare Israele su Facebook”.

I registri interni che ho esaminato mostrano che ha utilizzato regolarmente il canale di escalation interno dell’azienda per segnalare contenuti/account filo-palestinesi ai sensi della politica di Meta su organizzazioni e individui pericolosi. Meta ha rifiutato di commentare l’esito di queste richieste.

Gli esperti con cui ho parlato hanno sottolineato che la maggior parte dei policy team di Meta rappresentano grandi regioni, non singoli paesi. Il sud-est asiatico, con centinaia di milioni di persone, condivide un unico capo politico, così come l’intero Medio Oriente e il Nord Africa. Non esiste un rappresentante dedicato per i palestinesi.

Molti dei post segnalati da Cutler menzionano gruppi o persone designati come terroristi dal governo degli Stati Uniti o da Meta.

L’anno scorso, tuttavia, la società ha riorganizzato la propria politica sulle organizzazioni pericolose per consentire un “discorso sociale e politico” attorno a queste entità.

Gli esperti con cui ho parlato hanno paragonato la situazione di Jordana Cutler a quella di Ankhi Das, ex capo politico di Meta per l’India, che ha dimostrato di aver usato pregiudizi pro-BJP [1] in materia di applicazione della moderazione dei contenuti [2].

Note

[1] Bharatiya Janata Party, dal 26 maggio 2014 il suo leader Narendra Modi è divenuto primo ministro dell’India.

[2] “Facebook’s Top Public Policy Executive in India Steps Down”

07/09/2022

“È arrivato il momento di parlare di cose serie”

“La sinistra ha un compito difficilissimo. Da quando ho pubblicato il video contro il voto utile mi definiscono con disprezzo influencer“. Abbiamo incontrato “Lorna Prior” alla presentazione dei candidati di Unione Popolare venerdì 2 sotto i palazzi dell’Eni, a Roma.

Lorna viene ritenuta una influencer su Instagram e per questa tornata elettorale sta pubblicando alcuni video in cui invita l’elettorato progressista a fuggire dal richiamo del voto utile lanciato dal Partito democratico contro il “pericolo fascista”.

Il Pd infatti è il vero responsabile, insieme al resto della classe politica e imprenditoriale del paese, del disastro economico, sociale e culturale a cui, da trent’anni a questa parte, hanno costretto il paese.

Il pericolo delle “due destre”, come le chiama Lorna, rifacendosi a definizione di inizio anni ‘90, non è altro che il frutto delle politiche antipopolari portate avanti dal finto progressismo del Pd e dai suoi “antenati”.

Lorna ha accettato gentilmente di concederci un’intervista, che vi proponiamo di seguito.

Buona lettura.

*****

D: Ciao Lorna, innanzitutto vorremmo chiederti da dove parte l’idea di utilizzare la tua popolarità raggiunta sui social per schierarti con forza in mezzo a questo tornante elettorale, che in realtà si innesta in un momento di grande incertezza per il mondo intero. Come vedi inoltre l’utilizzo di strumenti come Instagram, nati per un certo fine, indirizzati invece per un uso politico, quali i pregi e difetti da tenere da conto…

R: Mi stanno chiamando “influencer” – principalmente in senso dispregiativo – da quando ho pubblicato il primo video contro il voto utile, ma non credo di rientrare nella definizione. Gli influencer agiscono secondo logiche che non mi appartengono, sono attivi sui social per vendersi e per vendere. Io sono solamente un’elettrice che si avvale del diritto di esprimere la sua opinione. Credo che per i giovani, ricorrere ai social per dire la nostra sia una scelta naturale. Siamo le generazioni senza voce, quelle che nessuno ascolta e che, di conseguenza, non si fanno sentire attraverso i canali tradizionali. Ci trovate sui social. Ed è proprio per questo che, nelle ultime settimane, tanti fossili della politica sono opportunisticamente sbarcati su TikTok. Io sono una content creator che solitamente si concentra sulla cultura pop, ma arrivano anche i momenti in cui bisogna parlare di cose “serie”. La politica ha più o meno abbandonato i giovani a sé stessi, per cui volevo riuscire a rivolgermi proprio a loro, ad altri che, come me, sono stanchi di vivere nell’incertezza e nella povertà. Questo in primis per spiegare a tutti perché è tempo di dire “basta” alle politiche anti-sociali di vecchi partiti come il PD. Ma anche per farli sentire compresi – sono in moltissimi a pensare che le cose debbano cambiare, eppure in qualche modo ci sentiamo comunque soli nel lottare contro una corrente avversa. Dobbiamo iniziare a dialogare tra noi, perché solo dall’unità dei giovani potrà nascere un nuovo tipo di politica.

D: Cosa pensi della politica in generale e della classe politica nello specifico di questo paese, quella che, come tu racconti bene nei tuoi video, ha provveduto nei dei decenni alle selvagge privatizzazioni, all’attacco ai salari e allo Stato sociale?

R: La politica dovrebbe essere il mezzo attraverso il quale noi cittadini decidiamo come verrà governata la nazione in cui viviamo. Questo scopo è andato tragicamente perduto. Il divario tra cittadini e rappresentanza non è mai stato così enorme – un’autentica voragine. E infatti l’astensionismo è alle stelle, perché nessuno crede più che la classe politica sia interessata a rappresentarci. In particolare, in Italia come in molti altri stati, c’è il gravissimo problema della mancanza di alternativa. Le politiche economiche e sociali della destra e della sinistra quasi non si distinguono – storicamente, la sinistra dovrebbe rappresentare i lavoratori, ma i peggiori attacchi ai nostri diritti, dal pacchetto Treu in poi, sono venuti dal Partito Democratico. Infatti molte persone sceglieranno di supportare la destra a queste elezioni. Ma le politiche di Meloni, Salvini e Berlusconi saranno sempre quelle: privatizzazioni, taglio delle tasse ai ricchi, deregolamentazione. La prova di ciò è che tutti, dalla coalizione della Meloni, a Renzi e Calenda, fino all’alleanza di Letta e Bonino, vogliono seguire la linea Draghi. Se le basi sono queste, possiamo davvero considerarci una democrazia?

D: Cosa pensi del percorso intrapreso da Unione Popolare, nella difficile sfida sia di visibilità nei mezzi di comunicazione odierni, sia di radicamento in una società probabilmente ancora scottata dal “tradimento” (se così si può definire) del Movimento 5 Stelle, che si professava antisistema ma che con tutte le sfaccettature del sistema si è accordata alla prima esperienza di governo?

R: La sinistra, quella autentica, ha un compito difficilissimo. Non solo deve ripartire quasi da zero, ma dovrà vedersela con un contesto politico e mediatico che li respingerà – questo sta in parte già accadendo con il Movimento di Conte, che nonostante gli errori e le molte scelte discutibilissime, ha comunque un programma leggermente più progressista delle altre grandi forze e per questo tende a venire maggiormente emarginato dai media (che, voglio ricordare, in molti casi sono controllati da grandi famiglie imprenditoriali). Figuriamoci quanta difficoltà potrà avere una sinistra socialista. La spinta per un movimento del genere dovrà venire obbligatoriamente dal basso. Ma la fiducia di un popolo che troppe volte è stato deluso e preso in giro non sarà facile da conquistare. L’inizio è stato buono, dato che Unione Popolare è stata in grado di raccogliere 60.000 firme in 10 giorni, oltretutto in pieno agosto, dimostrando che esiste la voglia di vedere una sinistra vera. Ma da qui in avanti sarà un percorso in salita.

D: Le elezioni saranno sicuramente un passaggio di un percorso di più ampio respiro. Alla fine di questa tornata, quali sono le priorità secondo te per andare avanti nella costruzione di una necessaria ipotesi di opposizione e alternativa rispetto alle due destre che si troveranno a governare, peraltro in un autunno che si preannuncia carico di tensioni sociali, tra economia di guerra e rincari di tutti i tipi?

R: La sinistra dovrà essere presente per la gente. Si preannuncia un inverno durissimo – molte persone dovranno decidere se mangiare o riscaldare casa. Queste persone avranno bisogno di una voce – che sia in Parlamento oppure in piazza. Bisogna organizzarsi. La Gran Bretagna su questo tema sta offrendo un fantastico esempio di unità e solidarietà. I cittadini britannici hanno dato vita al movimento Don’t Pay – questo inverno, rifiuteranno collettivamente di pagare le bollette. Con il supporto dei sindacati è nato anche un movimento di protesta più vasto, Enough is Enough. Sarà un inverno molto movimentato. C’è bisogno di questo anche in Italia, e sarà compito anche di Unione Popolare far sì che ciò possa avvenire, a prescindere dai risultati delle elezioni. Servono punti di riferimento certi per il popolo.

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26/08/2022

Quanto spendono i partiti sulle piattaforme social

Stando a quanto ha reso pubblico “Libreria inserzioni di Meta” – l’archivio creato da Facebook tre anni fa – è possibile capire quanto stanno spendendo, cosa stanno postando e con quali risultati le forze politiche in Italia per questa campagna elettorale.

A seguito dello scandalo Cambridge Analytica, Facebook ha attivato questo servizio per rendere trasparenti le inserzioni pubblicitarie che riguardano temi di natura politica, elettorale o sociale. Oltre alla spesa, la funzione permette di indagare la fascia di età e il sesso delle persone a cui i post vengono mostrati.

Chi ha speso di più per inserzioni su Facebook per ora è il Partito Democratico.

Nell’ultimo mese registrato da Meta (dal 21 luglio al 19 agosto) il PD ha speso 26.358 euro per i suoi post sponsorizzati sulle piattaforme Facebook e Instagram. Il post a pagamento del PD, che attacca le posizioni di Trump e della Meloni sull’aborto, è stato indirizzato solo al pubblico femminile, ha avuto 400-500 mila visualizzazioni ed ha raggiunto soprattutto donne tra 45 e 54 anni (48% del totale degli utenti Meta che hanno ricevuto il post).

Un post sui medici di famiglia ha raggiunto 40-50 mila visualizzazioni, ma in un pubblico maschile e con più di 55 anni.

Dopo il PD, chi sta spendendo di più in pubblicità su FB è la Lega, con una spesa di 23.614 euro. Ma sono soprattutto le personali di Salvini ad essere finanziate tramite l’account pubblicitario “Lega – Salvini Premier”, lo stesso che sponsorizza i post pubblicitari sulla pagina Facebook del partito.

I temi sono quelli di sempre e che dovrebbero funzionare da “acchiappa-like”: stop agli sbarchi di immigrati, azzeramento dell’Iva sui prodotti alimentari e abolizione della legge Fornero. Ma adesso compaiono anche post a favore del nucleare per “l’indipendenza energetica”.

La pubblicità viene indirizzata senza alcun target di età quando si parla di sbarchi di immigrati – ottenendo più di un milione le visualizzazioni con una spesa di 1500-2000 euro. Si sposta invece sui giovani tra 18 e 34 anni quando si parla di taglio dell’Iva sui generi alimentari, e qui viene raggiunto soprattutto un pubblico femminile rispetto a quello maschile (oltre il 60% del milione e rotti di visualizzazioni).

Più modesta l’offensiva social di Fratelli d’Italia con un solo post sponsorizzato,con il quale Giorgia Meloni ha raggiunto oltre un milione di persone: per lo più uomini (62% del totale) e persone adulte (il 71% è over 45).

La presidente di Fratelli d’Italia ha cominciato a postare un video al giorno sulle sue pagine personali, ma senza il supporto della sponsorizzazione. Così come aveva fatto per il video prima pubblicato e poi rimosso dello stupro avvenuto domenica mattina all’alba a Piacenza.

Forte delle sue televisioni, Silvio Berlusconi, investe pochissimo sui social. In totale ha speso 505 euro per una ventina di post pubblicati su Instagram e Facebook. I video sembrano raggiungere soprattutto un pubblico prevalentemente maschile, fatto più di giovani su Instagram e di adulti su FB.

Renzi è molto prudente con i post sponsorizzati su FB, appare invece più attiva la pagina di Calenda, con una spesa di 1.904 euro finanziati da Azione.

La spesa maggiore (1000-1.500 euro) è stata per sponsorizzare un video in cui il leader della coalizione si presenta agli elettori. Il post, chiuso il 20 agosto, ha raggiunto 700-800 mila visualizzazioni, in gran parte maschi (65%). Se aveva l’intenzione di raggiungere i giovani Calenda non sembra aver centrato il target: il 61%, tra uomini e donne, ha più di 55 anni.

Il M5S e Conte finora non hanno speso soldi sulle piattaforma social. Utilizzano solo post gratuiti.

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08/04/2022

Culture e pratiche di sorveglianza. Illusioni e miserie dell’individualismo digitale

di Gioacchino Toni

L’universo Web tende a relegare l’individuo a quella che Éric Sadin in Io tiranno. La società digitale e la fine del mondo comune (Luiss University Press, 2022) [su Carmilla], definisce “sferizzazione della vita” degli individui, sempre più relegati all’interno di bolle tendenti a vincolare alle abitudini consolidate e a limitare le occasioni di confronto con l’extra-sfera di appartenenza, dunque a far percepire l’esistenza – reale o vissuta come tale – come del tutto immodificabile. Al posto di una società composta da una pluralità di persone chiamate a confrontarsi, sembra prendere piede «un ambiente costituito da un brulichio di monadi felici di godere continuamente di ciò che si presume possa fare al caso loro in ogni momento. Una nuova condizione, questa, destinata a diventare naturale o a dare la misura di ogni cosa» (p. 97).

Secondo Sadin, al 2010 può essere fatto risalire il passaggio dal “capitalismo cognitivo”, fondato sul controllo delle abitudini degli utenti del Web e sulla monetizzazione delle informazioni a scopo commerciale, al “capitalismo delle affezioni”, «volto a catturare l’attenzione per mezzo di tecniche che ricorrevano all’adulazione e generavano la sensazione, destinata a essere reiterata, dell’importanza del sé» (p. 100). Ciò avrebbe determinato la costruzione di un “teatro dei comportamenti” votato alla disperata ricerca di strategie utili al raggiungimento di gratificanti like.

Al fine di ottenere l’agognato pollice alzato, gli individui hanno saputo ingegnarsi. Si possono cercare i like raccontando, attraverso una foto e un breve commento, qualsiasi momento particolare vissuto, oppure condividendo metodicamente riflessioni quotidiane tentando di generare attesa negli altri. Ci si può cimentare nel martellante invio ai propri “contatti” di link di decine di articoli o stringate affermazioni perentorie in cui ci si è imbattuti online, indipendentemente dal condividerne o meno i contenuti, traendo gratificazione dal riuscire a generare reazioni, dunque dal dettare l’agenda agli altri costringendoli ad esprimere le loro opinioni. Molti, infine, si sono accorti che per ottenere like conviene concederne parecchi. In questo ultimo caso, si instaura una vera e propria economia del like in cui la concessione di un pollice alzato rappresenta un investimento in vista di un ritorno futuro.

Nel corso degli anni Dieci del nuovo millennio, Facebook ha enormemente contribuito a generare una vera e propria “lotta per la reputazione” il cui esito è costantemente aggiornato sugli schermi generando una competitività feroce, per quanto non dichiarata. Si tratta di un schema non dissimile da quello in voga nel management contemporaneo, fondato sull’incoraggiamento all’iniziativa in cambio di gratificazioni in funzione dei risultati ottenuti. Da semplice fonte di diletto, l’universo Facebook si è trasformato in una sorta di protesi dotata di “virtù consolatorie” che ancor più che a un “capitalismo delle affezioni” sembrerebbe rinviare alla catarsi.

Questo è forse l’unico vero caso di economia “immateriale”, immateriale in quanto fondata esclusivamente su impulsi psicologici e incaricata soltanto di curare le ferite; un’economia che non cerca più, al pari della società dei consumi, di fabbricare prodotti e generare compenso attraverso l’acquisto, ma bensì, attraverso sistemi tecnologici dedicati e individualizzati, vuole dare agli utenti la sensazione di occupare un altro posto nella società, di beneficiare di una sorta di “upgrade” all’interno della realtà che è possibile sfruttare fino all’ultima goccia e che assume l’aspetto di una rivincita continua ed esaltante (p. 104).

Facebook sfrutta al meglio l’ansietà contemporanea e, sostiene Sadin, sembra quasi che, dopo aver diffuso “narcisismo secondario”, ossia un’esasperata attenzione verso se stessi, abbia finito per condurre a una regressione verso un “narcisismo primario” «caratterizzato dall’incapacità di percepire la separazione esistente tra le componenti del reale e la propria persona, e da una certa tendenza ad evolvere, come il bambino, nella non distinzione tra la propria percezione e l’ambiente circostante» (p. 105). L’autostima, più che dal compimento di gesti di valore derivati dai propri sforzi, sembra dipendere da un utilizzo efficace delle tecniche dell’espressività. Insomma, contraddicendo la promessa di creare rete sociale, il sistema sembra piuttosto spingere all’isolamento.

Anziché ricorrere al sistema basato sull’invito/ricezione di domande di amicizia, da parte sua Twitter istituisce il principio del follow ed il termine, evidenzia Sadin, testimonia una forma di subordinazione simbolica nei confronti di una personalità da parte di individui desiderosi di restare informati su di essa. L’introduzione del retweet permette di rilanciare un post sul proprio spazio contribuendo a concedergli la possibilità di diffondersi sino a divenire “virale”. Ad offrire gratificazione non è soltanto lo scoprirsi seguiti da innumerevoli individui; anche chi decide di seguire il profilo di una celebrità trova soddisfazione nel godere della sensazione di vicinanza ad essa. Twitter, sottolinea lo studioso, contribuisce enormemente ad amplificare il divario tra parola e azione: l’espressività tende a soppiantare le azioni concrete.

Attraverso la costruzione di story con Instagram, l’individuo si focalizza invece direttamente sull’autopromozione, sul conquistarsi una reputazione da cui trarre vantaggio fornendo alla piattaforma una conoscenza di sé molto approfondita. Il successo ottenuto con Instagram, che secondo l’autore rappresenta una forma di liberismo di sé, consente di divenire influenti, dunque di potersi trasformare in pubblicità vivente.

Più che di un processo di eterodirezione – così come tratteggiato dal sociologo David Riesman nei primi anni Cinquanta del Novecento – con i centri di potere intenti a plagiare le menti degli individui, ora si sarebbe, secondo Sadin, di fronte a un meccanismo di “ascendenza orizzontalizzata” contraddistinto da una moltitudine di persone che tentano di dotarsi di un’aura e di esercitare magnetismo sugli altri in un contesto in cui si assiste a un incessante avvicendamento nelle posizioni di potere in una sorta di guerra di tutti contro tutti di cui fanno le spese la pluralità e la comunità.

La stessa pratica del selfie sembrerebbe suggerire il trionfo di una autoproduzione del sé che si compiace del poter fare a meno degli altri e che consente esibizioni sguaiate che difficilmente si sarebbero tenute alla presenza di estranei. «Più che la manifestazione di un narcisismo, ciò che emerge è la gioia di poter affermare sé stessi senza impedimenti e senza avere bisogno dell’aiuto altrui, una gioia che non sarà ostacolata da nessuno e che [...] sarà amplificata dalle acclamazioni della community virtuale non appena queste prove di coraggio verranno postate sul proprio profilo social» (p. 129).

In apertura di millennio ha fatto la sua comparsa TripAdvisor, piattaforma che, lusingando con la sua promessa di “democratizzazione del giudizio”, ha permesso a tutti gli individui di vivere l’ebrezza di farsi giudici delle attività commerciali gratificati dal sentirsi dotati del potere di rovinare l’altrui reputazione. Si sarebbero così strutturati nuovi metodi di controllo fondati sul postulato secondo cui «la soggettività delle moltitudini, qualunque sia il valore dei criteri in base ai quali si determinano, hanno sempre ragione» (p. 134). Il giudizio ai servizi si è esteso velocemente agli individui ed Uber, nata nel 2009, ne è forse l’esempio più noto: in questo caso dapprima sono stati i conducenti ad essere valutati dagli utenti, salvo poi essere questi ultimi a venire sottoposti a giudizio da parte dei fornitori del servizio.

Ben presto l’espressione pubblica delle opinioni si è trasformata in uno strumento di pressione economica e psicologica esercitata su vari attori, compresi gli stessi clienti, che ha assunto la forma di procedimenti disciplinari in tutto e per tutto inediti, apparentemente soft, ma che favorivano il proliferare insidioso di rapporti interpersonali strettamente utilitaristici e sottoposti a valutazioni reciproche (p. 135).

All’inizio degli anni Dieci anche le applicazioni dedicate agli incontri hanno subito importanti cambiamenti a partire dal ricorso alla geolocalizzazione dei corpi ed al touch control: da un lato la possibilità di incontro è stata subordinata alla prossimità degli utenti – che così accettano di sottostare a una costante tracciabilità – e dall’altro è stato introdotto il sistema di scorrimento (swipe) dei profili tramite il polpastrello che provvede, con un semplice scorrimento laterale, ad eliminare quelli indesiderati. Al di là dell’iniziale ricorso a tale interfaccia tattile per organizzare “un’avventura per una notte”, tale sistema ha contributo a introdurre una logica di gradimento basata esclusivamente sull’attrazione fisica capace di generare negli utenti una sensazione di onnipotenza.

La frenesia del consumo dei corpi stimolata dalle applicazioni corrisponde all’era della valutazione comparativa tra elementi della stessa natura permessa dall’intelligenza artificiale, utilizzata prevalentemente per segnalare, in ogni occasione, l’opzione più vantaggiosa. Assistiamo alla nascita di un nuovo ordine amoroso. Un ordine non più sottoposto al rischio virtuale della perdita del legame, ma che assume la forma di corrispondenza – a scopo prettamente sessuale – suggerite da algoritmi, le quali, previa convalida da entrambe le parti coinvolte, vengono immediatamente segnalate attraverso squillanti “crush”. I comportamenti umani, dunque, si modellano, più o meno consapevolmente, sulle caratteristiche tecnico-economiche dell’epoca, fondate sul primato del tempo reale e sull’imperativo di procedere sempre all’accordo più vantaggioso per le due entità distinte, all’interno di processi destinati a non avere mai fine, indipendentemente dai danni psicosociologici causati e dallo svilimento dei rapporti interpersonali indotti (pp. 138-139).

La svolta digitale, insomma, sembrerebbe aver portato a compimento quel processo di secessione individuale generalizzata che ha le sue basi nell’individualismo liberale e un importante punto di svolta nel neoliberismo tardo novecentesco. La narrazione compensatoria permessa dai dispositivi digitali sembrerebbe, secondo Sadin, donare all’individuo la sensazione di poter piegare la realtà ai suoi desideri alleviando le frustrazioni e le umiliazioni quotidiane che non trovano soluzione in un agire davvero comune. In questa deriva l’Io sembrerebbe farsi tiranno all’interno di un universo digitalizzato che pare sancire la fine del mondo comune. Sarà contenta Margaret Thatcher. “There is no such thing as society”.

Su Carmilla – Serie completa Culture e pratiche di sorveglianza

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17/10/2019

La politica estera dei social network? È pro-Erdogan


Un algoritmo ammazza l’intelligenza. O, se volete, l’intelligenza artificiale è politicamente un potente idiota. Che lavora per chi dice di voler combattere.

La pagina Facebook di Contropiano è stata nascosta, al pari di decine di altre che in questi giorni ha scritto o postato contenuti filo-curdi e contro Erdogan.

La motivazione, come sempre, non c’è. La frase che “giustificherebbe” questa decisione è di singolare stupidità: “Sembra che un’attività recente sulla tua Pagina non rispetti le Condizioni delle Pagine Facebook”. In pratica avrebbero dovuto scrivere: “non sappiamo neanche noi perché la tua pagina sia stata bloccata, perché abbiamo creato degli algoritmi ciechi che scattano automaticamente quando incontrano certe parole o foto”. Ma avrebbero fatto una pessima figura...

L’intenzione dichiarata di Facebook è combattere “l’odio”, che naturalmente è come dire che vuoi combattere l’aria. Non è infatti possibile alcuna definizione universalmente condivisa dell’“odio”, così come non lo è del “terrorismo”, perché in un mondo pieno di conflitti chiunque combatta – per ragioni sacrosante oppure ignobili – ha (e dà) un’idea ottima di sé e totalmente negativa dell’avversario. Per combattere, insomma, bisogna amare sé stessi (la propria parte, il proprio popolo, la propria causa) e odiare il nemico.

Chi è estraneo da un particolare conflitto può giudicare assurdo o disdicevole che quel conflitto ci sia, e che si manifesti in forme aspre come una guerra, una guerriglia, ecc. Ma non può mai, sul piano logico e “ontologico”, dare di quel conflitto una definizione accettabile per tutti.

Per questo, qualsiasi cosa si faccia dentro un conflitto, non si è mai “al di sopra delle parti” ma sempre al fianco di una delle parti. Come nella Resistenza, l’“area grigia” della popolazione è stata di fatto al fianco ai nazifscisti finché questi sono stati dominanti, per poi riversarsi in un’istante dal lato degli americani una volta finita la guerra.

Ma Facebook, Instagram e gli altri social che in questi giorni stanno oscurando migliaia di pagine solidali con il popolo curdo sotto attacco da Erdogan sono qualcosa di molto peggio. Costituiscono infatti il tentativo di creare un campo delle opinioni ammissibili a livello mondiale che prescinde dalle ragioni dei conflitti in atto.

Per somma vergogna, questo tentativo non è fatto attraverso la definizione di scelte politiche ufficialmente rivendicate – e dunque contestabili come ogni altra – ma sulla base di un politically correct arbitrariamente definito dai vertici delle varie società e affidato alla gestione di algoritmi. I quali, per loro natura, rispondono a seconda di come sono stati scritti.

E una “morale universale”, oltre a non esistere in un mondo conflittuale, è anche impossibile da tradurre in linee di codice. È come scrivere le istruzioni di un navigatore e non prevedere che un viadotto possa crollare o una strada sparire per frane o terremoto.

Facebook aveva ricevuto diversi consensi quando aveva deciso la chiusura delle pagine di CasaPound e Forza Nuova. Noi, da antifascisti militanti, avevamo visto l’assurdità di un “antifascismo” affidato ad una società informatica di dimensione globale. Quegli stessi algoritmi, infatti, “punivano” sia i siti fascisti che quanti scrivono per condannare e combattere il fascismo.

L’algoritmo cieco, paradossalmente, è incapace di distinguere tra like e unlike (e infatti Zuckerberg aveva dovuto mettere il famoso “bottone”, che ogni umano clicca o no, secondo criteri umani e non algoritmici).

La strage di pagine filo-curde è ovviamente un appoggio esplicito a Erdogan. Vogliano o non vogliano Facebook, Instagram e simili.

Probabilmente, in qualche riga dell’algoritmo, scatta l’allarme rosso alla parola “curdi” che, secondo la logica politica di Erdogan, è sinonimo di “terrorismo”.

In queste ore hanno subito la nostra stessa sorte persone e collettivi ampiamente conosciuti per il loro impegno umano e/o politico. Ad esempio Instagram ha bloccato il reporter Michele Lapini, per una foto scattata durante il corteo in solidarietà con il popolo curdo svoltosi a Bologna mercoledì 9 ottobre. Nell’immagine, si vedeva infatti uno striscione con su scritto «Erdogan assassino». Alla protesta del reporter il social ha risposto nel solito modo: «viola gli standard in materia di persone e organizzazioni pericolose».

Nelle stesse ore e con identica motivazione, Facebook ha oscurato la pagina Binxet – Sotto il Confine, con un documentario di Luigi D’Alife che racconta la resistenza del Rojava e le responsabilità dell’Europa nelle atrocità sul confine turco-siriano. Con la voce narrante di Elio Germano, il video aveva già superato il mezzo milione di visualizzazioni.

Chiuse anche molte pagine della Rete Kurdistan, del centro culturale Ararat. Nei mesi scorsi erano inciampati nella censura “articialmente intelligente” anche la campagna Rojava Calling. Facebook, qualche giorno dopo, bloccò una vignetta di Zerocalcare con la scritta Cizira-Botan Resiste, per denunciare il massacro di Cizre dell’esercito turco contro uomini, donne e bambini (28 morti ed oltre 100 feriti).

Stessa sorte per il profilo di Davide Grasso, autore di Hevalen, di ritorno dal fronte in Rojava contro l’Isis.

Ma anche nel resto del mondo non si contano le censure a pagine di supporto alla lotta dei curdi contro l’Isis (nel 2015 il sito francese Streetpress denunciò la censura della campagna Fuck Daesh, support PKK).

La stupidità degli “algoritmi intelligenti” è nota anche ai vertici dei social network, che hanno reclutato nel mondo centinaia di “pulitori umani” delle pagine dubbie. Il problema è che si tratta di precari che lavorano dieci ore al giorno, pagati spesso a cottimo (più pagine “pulisci”, più guadagni), reclutati senza alcuna selezione politically correct. E che dunque rispondono da un lato alle assurde “condizioni delle pagine” (Facebook o Instagram, ecc), dall’altra ai propri convincimenti.

E quindi ti puoi tranquillamente trovare una “squadretta turca” che fa tabula rasa dei filo-curdi (molto più difficile assumere una “squadretta curda” che operi in senso contrario, vista la situazione), così come fanno le “squadrette israeliane” con chi appoggio la lotta dei palestinesi...

P.s.

Come accaduto ad altre pagine che stanno denunciando quello che sta accadendo in Siria del Nord, ieri sera Facebook ha nascosto la pagina di Ya Basta Êdî Bese e ha fatto la stessa con Globalproject.info questa mattina.

Su quest’ultima, prima dell’oscuramento, sono stati cancellati contenuti relativi a manifestazioni di sostegno alla causa curda, cosa che Globalproject.info ha sempre documentato, anche prima della rivoluzione del Rojava. I contenuti – a detta di Facebook – violerebbero gli “standard di comunità”. Facebook ha chiuso anche la pagina di “Milano in Movimento”, alle 10.39 di mercoledì mattina.

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10/09/2019

Fascisti fuori dai social, momentaneamente

Ci sono notizie che vanno prese con le molle e spiegate per bene nelle loro implicazioni.

Facebook e Instagram hanno deciso di oscurare da ieri i profili social di CasaPound e Forza Nuova, compresi quelli dei loro membri più conosciuti (Iannone, Di Stefano, Fiore, ecc). Il che non può che far piacere a degli antifascisti sinceri.

Ovviamente, ci sono molti “ma”. Che non c’entrano nulla con la “democrazia”, a cominciare dalla motivazione addotta dal gruppo controllato da Mark Zuckerberg.

“Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram. Candidati e partiti politici, così come tutti gli individui e le organizzazioni presenti su Facebook e Instagram, devono rispettare queste regole, indipendentemente dalla loro ideologia”. Quindi, “gli account che abbiamo rimosso oggi violano questa policy e non potranno più essere presenti su Facebook o Instagram”.

Come si vede, la decisione non è conseguenza di uno schieramento politico-valoriale (anche se la coincidenza con la fiducia al governo BisConte potrebbe far sospettare una “ostilità postuma” nei confronti del “populismo delle fake news“...), ma di una policy fatta scattare piuttosto tardivamente. Quei profili esistono da anni e la proprietà della piattaforma si era ben guardata dal contestare l’apologia quotidiana di fascismo che grondava da quelle pagine. Portava contatti e pubblicità, quindi poteva benissimo essere tollerata in nome del profitto di impresa.

Facebook, insomma, non è antifascista e non rimuove ora quella merda per questo motivo.

“Diffusione di odio” e “attacchi a persone sulla base di chi sono”, se guardate bene, sono formule così vaghe che lasciano nelle mani della governance aziendale una totale libertà di scelta su chi cancellare e chi no. In via di principio, anche l’antifascismo potrebbe essere considerato una forma di “odio” nei confronti di qualcuno “per quel che è” (un fascista, in quel caso). E come la mettiamo quando “l’odio” viene diffuso per anni da un parlamentare, un ministro dell’interno o addirittura dal presidente degli Stati Uniti?

Del resto, le piattaforme social non sono uno “spazio pubblico”, ma un “cortile privato” dove chiunque può esporre quasi qualsiasi cosa finché torna a vantaggio dell’azienda. Quando qualcosa o qualcuno diventa – per qualsiasi motivo – dannoso per i profitti attuali e futuri, viene cancellato.

Altra cosa è uno Stato, istituzione pubblica per eccellenza, che dovrebbe invece muoversi sulla base di un patto costituzionale – che determina nel lungo periodo cosa è ammissibile e cosa no – e di un codice penale, più variabile nel tempo, che stabilisce cosa è reato e cosa no.

La logica dell’istituzione pubblica è insomma l’esatto opposto della policy privata. Prescrive un quadro di regole rese note a tutti i membri di quello Stato, presenti o futuri, e sanziona ciò che espressamente vieta. È frutto (teoricamente…) di un equilibrio collettivo, non del dispotismo di un cda.

La ricostituzione del partito fascista e l’apologia di fascismo sono espressamente vietate dalla Costituzione italiana e da alcune leggi (quella Mancino è la più esplicita). Ma i governi italiani, tutti, si sono ben guardati dall’applicare Costituzione e leggi. Peggio ancora hanno fatti i corpi di polizia e quasi tutta la magistratura, sulle cui scrivanie spesso compaiono busti o foto del “duce”, consentendo così a un discreto numero di gruppuscoli fascisti di esistere, propagandare, presentarsi alle elezioni, spacciare droghe ideologiche e chimiche, pestare avversari politici e immigrati, ecc.

Insomma: sarebbe stato logico, anzi doveroso, che fosse la polizia, su ordine della magistratura, a chiudere non solo i profili social, ma anche le sedi politiche, perseguendo penalmente i membri di quelle organizzazioni.

Invece abbiamo ora questa curiosa situazione: fascisti dichiarati che hanno momentaneamente perso alcuni degli strumenti di propaganda online (ci metteranno poco a crearne di nuovi, non ci vuole poi molto...), ma che possono fare le vittime sulla scena politica pubblica – erano ieri in piazza con Salvini e Meloni, con tanto di saluti romani, che sono reato – e continuare ad appestare il clima politico di questo paese. Con la complicità di polizie, magistratura e tutti i partiti parlamentari, di governo o di ex governo.

Non c’è insomma da gioire più di tanto per la decisione di Facebook e Instagram, perché identiche – ma meno note – decisioni colpiscono spesso antifascisti e antimperialisti di mezzo mondo (i più tartassati sono i solidali con i palestinesi, non a caso). E anche nel funzionamento quotidiano delle pagine social ogni antagonista potrà notare “stranezze”, rallentamenti, sparizioni di contatti, diradamento improvviso del traffico, ecc.

Che significa tutto ciò? Che la “difesa della libertà”, o addirittura della “democrazia”, non può davvero essere fatta da una multinazionale privata che bada solo ai propri conti e – in funzione di questi – alla propria immagine. Sarebbe peraltro una contraddizione in termini che una struttura gerarchica quasi monarchica – Zuckerberg è amministratore delegato e “azionista di riferimento” – avesse a cuore la libertà altrui...

Ma il dato peggiore è un altro. Certo la presenza sui social è un potente vettore di propaganda politica, di diffusione di un “senso comune”, di modi di pensare. Ma se – come avviene – l’agibilità politica dei fascisti non viene interdetta dallo Stato o dagli antifascisti, quella diffusione continua. Anzi, si nutre di questi piccoli “divieti privati” che ne ingigantiscono le pretese di “alterità rispetto al sistema”.

Di quel sistema di cui sono da sempre servi ben remunerati, utilizzati alla bisogna e poi rimessi nel loro recinto. E che dunque non può e non vuole farne a meno...

Fonte