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09/09/2026

Volkswagen cede lo stabilimento di Osnabrück a Israele: Iron Dome e riarmo europeo a braccetto

A marzo scorso avevamo dato conto delle trattative in corso tra il colosso automobilistico Volkswagen e la israeliana Rafael Advanced Defense Systems, per la conversione dello stabilimento di Osnabrück alla produzione bellica. L’affare sembrava caduto nel silenzio, anche per una supposta opposizione del Qatar, ma sono state le stesse autorità tedesche a impegnarsi per superare gli ostacoli e integrare il complesso militare-industriale europeo con l’economia del genocidio.

È stata infatti annunciata la costituzione di un consorzio formato dalla compagnia d’investimento israeliana Aurelius Capital e dal Land tedesco della Bassa Sassonia, aprendo la strada alla transizione del sito. In base all’intesa siglata, l’istituto israeliano assumerà la quota di maggioranza della società che opererà a Osnabrück, mentre il Land, già secondo maggiore azionista del gruppo Volkswagen, manterrà una partecipazione di minoranza.

Dietro la Aurelius Capital ci sono nomi quali Michael Rogers, ex comandante del Cyber Command e già direttore dell’agenzia di spionaggio americana NSA, Amir Eshel, già generale e comandante dell’Aeronautica militare israeliana, e Udi Lavi, ex vicedirettore del Mossad. È insomma una compagnia profondamente integrata con gli apparati sionisti, fino agli USA.

Il rilancio industriale dell’impianto partirà da una partnership strategica con la israeliana Rafael Advanced Defense Systems. Il piano prevede la riconversione delle linee produttive per realizzare sistemi e componenti destinati alla difesa aerea di Germania ed Europa. Nello specifico, lo stabilimento si concentrerà sulla produzione di parti strutturali e motori per sistemi missilistici, inclusi i dispositivi di intercettazione Iron Dome, mentre le componenti esplosive saranno assemblate in strutture separate.

La chiusura della produzione di autovetture a Osnabrück era già stata programmata nel 2024 per l’estate del 2027. Da oggi, ufficialmente, verrà quindi progressivamente dismessa per lasciare spazio alle commesse militari, che vengono dunque spacciate come una boccata d’ossigeno per l’occupazione locale. Promesse funzionali a propagandare il riarmo, cercando di nascondere una nuova “guerra tra poveri”: Daniela Cavallo, presidente del consiglio di fabbrica, ha dichiarato che troveranno impiego solo 1.200 dei 1.800 dipendenti attuali.

Che l’operazione di Osnabrück non sia solo economica, ma primariamente politica, in funzione delle mire strategiche guerrafondaie europee, lo dimostra il fatto che a sbloccare la trattativa si stata in prima persona l’amministrazione della Bassa Sassonia. La Qatar Investment Authority (QIA), che detiene il 10% del capitale sociale di Volkswagen e il 17% dei diritti di voto, aveva bloccato l’intesa preliminare per la collaborazione tra la casa automobilistica tedesca e Rafael.

Per superare l’opposizione di Doha, il presidente del Land Olaf Lies, in quota dei “socialdemocratici” della SPD, è intervenuto con le istituzioni che governa nei negoziati, trovando una soluzione nello scorporo dello stabilimento dalla Volkswagen e il passaggio a una nuova società, di cui appunto Aurelius acquisisce la maggioranza e la Bassa Sassonia mantiene una quota significativa.

Lo stabilimento di Osnabrück dovrebbe diventare il primo tassello di un polo industriale votato alla difesa, a cui sembrano guardare con interesse altre aziende israeliane e anche il colosso tedesco Rheinmetall. L’automotive europeo è in grave crisi, a causa della mancanza di lungimiranza dell’imprenditoria del Vecchio Continente negli investimenti, della compressione della domanda domestica a favore della riduzione dei salari e dell’austerità, e dell’aumento dei costi energetici seguito alla dichiarazione di guerra de facto alla Russia.

Il riarmo viene promosso come viatico alla crisi industriale, ma al di là delle menzogne intorno a questa soluzione, l’idea di un polo della difesa è in realtà una scelta politica chiaramente improntata a lanciare una UE armata come attore che conta nella competizione globale. E il fatto che il primo passo venga mosso a braccetto con Israele è una scelta strategica, non aziendale: il riarmo europeo andrà di pari passo al sostegno allo stato sionista come stampella fondamentale degli interessi europei in Asia Occidentale.

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