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15/09/2026

Fiato corto, battute fiacche e un po’ di sfiga. L’ultimo Trump?

È risaputo che l’atleta che vince, spesso, oltre che ben preparato è anche fortunato. Un pallone che finisce sul palo e poi entra, un avversario alla pari che si infortuna prima del confronto, un sorteggio favorevole, ecc..

Naturalmente vale anche l’opposto: la sfortuna si accanisce sul perdente (il palo respinge fuori, il sorteggio è proibitivo, ecc.).

Guardando Trump alla guida dell’America, in questo momento, lo stampo orribile (per lui) del loser sfortunato ci sta tutto. Ed è anche meritato.

Le preoccupazioni dell’establishment “Maga” sono tutte rivolte alle elezioni di midterm, tra un mese e mezzo. Ne va della poltrona per parecchi candidati repubblicani, ma anche per lo stesso tycoon, che potrebbe – dopo – trovarsi un Congresso che gli rende difficile fare il bello e il cattivo tempo come ora.

È noto che l’elettore Usa è sensibile soprattutto al prezzo dei carburanti, viste le grandi distanze coperte in macchina da pressoché tutta la popolazione. Fino a qualche anno fa il limite di due dollari al gallone (3,785 litri) per la benzina era considerato quasi un “diritto costituzionale”. Dall’inizio della guerra contro l’Iran oscilla invece intorno ai 4 dollari, mentre quello del diesel supera abbondantemente i 6 dollari (6,26), mentre solo sette mesi fa era sotto i 4.

Le ragioni sono arcinote. Il blocco dello Stretto di Hormuz toglie dal mercato circa il 20% del greggio circolante, ed ora ci si aggiunge quello dello stretto di Bab el Mandeb, con gli yemeniti di Ansar Allah – sciiti, quindi alleati dell’Iran – che minacciano per ora solo le petroliere saudite, obbligandole a circumnavigare l’Africa.

In più, hanno distrutto un paio di stazioni di pompaggio lungo l’oleodotto saudita che collegava i giacimenti vicini al Golfo Persico con il porto di Yambu, sul Mar Rosso, con cui l’Arabia Saudita sperava di bypassare Hormuz.

La guerra in Ucraina, invece, con i bombardamenti di Kiev diretti sulle raffinerie di Mosca, se non ha ancora provocato gravi scarsità di gasolio sul mercato interno russo, ha certamente innescato il divieto di esportazione, causando carenze gravi nell’offerta globale di questo carburante che in particolare serve alla distribuzione di merci. E la Russia è forse il paese che ne raffina di più...

Le mosse della Casa Bianca su questo fronte sembrano esaurite. I media statunitensi riportano il “senso di frustrazione” dei funzionari dell’amministrazione, che dopo aver liberato una buona quota delle riserve strategiche, si ritrovano con i depositi sotto il limite di sicurezza. Al punto da confessare – sotto anonimato – che “Il problema è che non c’è molto che possano fare al riguardo. È un mercato globale”.

Non è che prima della guerra non si sapesse...

Trump cerca ancora di coprire la necessità di tranquillizzare l’elettorato vendendo fumo e cazzate: “il petrolio sta fluendo attraverso lo Stretto di Hormuz” (ma proprio ieri una petroliera è finita su una mina), “l’Iran vuole fare un accordo, rapidamente e disperatamente”, anche se da Teheran arrivano ormai messaggi ironici, più che minacce.

Ha poi garantito che Ucraina e Russia hanno accettato di smettere di colpire le rispettive infrastrutture energetiche, perché “l’aumento del prezzo del diesel nel mondo è causato principalmente dalla guerra Russia/Ucraina, non dall’Iran” (ossia dalla guerra voluta da Biden, non dalla sua). Ricevendo però una smentita indiretta da Zelenskij (“Putin non rispetterà questo impegno”), così da poter continuare a mandare droni sulle raffinerie russe, come vogliono i “volenterosi europei”.

Così il petrolio vede da vicino i 110 dollari al barile e promette di salire ancora.

L’ultima speranza di Trump per non perdere le elezioni e la maggioranza al Congresso era perciò l’ordine esecutivo con cui aveva provato a bloccare il voto per corrispondenza. La Corte Suprema – in maggioranza composta da giudici nominati da lui stesso – ha di fatto annullato l’operatività di quell’ordine. Persino l’unico giudice favorevole ha dovuto ammettere che “ormai era troppo tardi per diventare operativo”: le schede, nelle relative buste, stavano già partendo.

Anche il tentativo di “ripulire le liste elettorali” dagli elettori non-wasp (white-anglo-saxon-protestant), portato avanti con il Dipartimento della sicurezza (Dhs) sta sollevando numerose contestazioni per l’evidente illegalità di alcune delle procedure adottate dagli agenti, incentivati a “decidere in 12 minuti” – e dopo un addestramento di un paio d’ore in video – se un certo nome andava cancellato o meno dalla lista e quindi dal diritto di voto.

Crisi interna e crisi esterna si intrecciano senza soluzione di continuità. E le battute da abile intrattenitore televisivo (il mestiere in cui è riuscito meglio) durano appena il tempo di esser pronunciate. Prendete quella con cui ha provato a giustificare il rifiuto di qualsiasi sistema regolativo pubblico per l’Intelligenza Artificiale, chiesto a gran voce dagli stessi amministratori delegati del settore (Amodei, Altman, Elon Musk, Zuckerberg, ecc): “l’IA ha bisogno solo di un PRESIDENTE FORTE E INTELLIGENTE (con un QI elevato!)”.

L’unico ceo che ha provato, in modo sfumato, a dargli corda è stato Jensen Huang, di Nvidia. Ossia dell’azienda che più teme una “frenata” nella corsa dall’IA, perché è quella che “deve” vendere le montagne di chip avanzati destinati a popolare i nuovi, giganteschi, data center.

Non ancora il “bacio della morte”, ma qualcosa che ci somiglia parecchio...

Una volta, infatti, lo slogan-chiave per decidere della sorte di un politico candidato era “comprereste da quest’uomo un’auto usata?”. Se viene fatta oggi, la risposta è scontata...

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