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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/09/2026

Siria - È rivolta sociale contro il governo di Al Sharaa

Le città siriane sono attraversate da una rivolta sociale contro il drastico aumento dei prezzi dei carburanti varato dal governo di Ahmed al-Sharaa entrato in vigore domenica 13 settembre.

La risposta della popolazione agli aumenti è stata immediata. Copertoni in fiamme, blocchi e barricate hanno paralizzato l’autostrada M5 tra Damasco e il polo industriale di Aleppo, mentre le mobilitazioni si sono estese a Idlib, Hama, Deir Ezzor, Hasakah e Raqqa. Alcune autobotti dirette alle raffinerie sono state bloccate dai manifestanti, che in corteo continuano a chiedere il ripristino dei sussidi statali e le dimissioni dei ministri dell’Energia e dell’Economia, così come quelle dei vertici della compagnia petrolifera statale, la Syrian Petroleum Company (SPC).

Si tratta della più grande protesta nel Paese da quando, nel dicembre del 2024, è stato abbattuto il governo di Bashar al-Assad e sostituito da quello del leader jihadista Al Saraa, ieri ricercato per terrorismo ed oggi ricevuto alla Casa Bianca e nelle cancellerie europee.

L’aumento del prezzo dei carburanti colpisce duramente una popolazione già ridotta alla fame e segnata profondamente da anni di crisi economica e guerra civile.

Un rapporto delle agenzia Undp delle Nazioni Unite rileva come dall’inizio della guerra civile del 2011 a oggi il 90% dei siriani viva sotto la soglia della povertà, con il 66% che vive in povertà estrema.

Il Syria Report scrive che il ministero ha aumentato il prezzo del gasolio (mazout) del 40%, della benzina di oltre il 25% e del gas domestico e industriale di circa il 9%. Gli aumenti hanno immediatamente fatto aumentare le tariffe dei trasporti pubblici e i costi legati al carburante in tutto il paese, in un momento in cui la Siria sta già vivendo un’inflazione a doppia cifra e una pressione diffusa sul potere d’acquisto delle famiglie.

La decisione è stata definita dal governo di Damasco una misura temporanea dovuta al rincaro del petrolio e del gas sul mercato internazionale, a seguito della guerra scatenata a febbraio da Usa e Israele contro l’Iran.

Al Jazeera ricorda come da febbraio, il prezzo della benzina a 95 ottani sia aumentato di circa l’86%, mentre il diesel è più che raddoppiato. Nello stesso periodo, il greggio di riferimento Brent è aumentato di circa il 44%.

Ma, secondo il corrispondente di Al Jazeera “Per una popolazione che cerca solo di fare la spesa, uno shock “temporaneo” è semplicemente troppo lungo per sopravvivere”.

La Siria in materia di energia è fortemente dipendente dall’estero. La produzione interna (102.000 barili di petrolio) copre solo un terzo del consumo nazionale stimato sui 325.000 barili al giorno.

In passato il principale fornitore di petrolio alla Siria era la Russia, ma il riallineamento di Damasco alle posizioni statunitensi hanno visto Al-Sharaa arrivare a un accordo con gli Usa per ridurre l’importazione di petrolio della Russia.

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16/09/2026

Cgil, Cisl e Uil, Confindustria e Governo verso l’accordo per tenere bassi i salari

Senza dare molto nell’occhio Cgil, Cisl e Uil assieme a Confindustria e ad una pattuglia di associazioni padronali stanno preparando un accordo che blindi ogni spazio di democrazia nei luoghi di lavoro e confermi decenni di moderazione salariale. Una vergogna che rischia di passare inosservata e che invece va denunciata con tutta la forza e determinazione possibile.

I particolari dell’accordo non si conoscono nel dettaglio, tutto sta avvenendo a porte chiuse, in un confronto serrato tra segreterie nazionali. I lavoratori e le lavoratrici non hanno alcuna voce in capitolo.

Alcune cose però già sono trapelate. Sui salari, per esempio, si conferma il riferimento all’indice IPCA-NEI nel calcolo dell’inflazione, quel maledetto sistema di misurazione dei prezzi che non considera i prodotti energetici importati, come il gas e la benzina, che costituiscono il motore dell’attuale e (purtroppo) futura inflazione.

I salari in Italia sono al palo da tempo e questo dipende proprio dalla scelta di Cgil, Cisl e Uil di accettare un modello contrattuale che condanna i lavoratori ad una inevitabile riduzione del potere d’acquisto delle loro retribuzioni ad ogni rinnovo contrattuale.

Aver tolto al contratto la funzione di avanzamento delle condizioni materiali di lavoratrici e lavoratori e accettato di tenere gli aumenti in linea con l'“inflazione programmata” (spesso disattesa dai dati reali) ha significato, infatti, portare progressivamente sempre più in basso le retribuzioni medie.

Ma se poi, come è da tanti anni, quell’inflazione è anche calcolata al ribasso e non considera proprio le merci che più stanno incidendo nel rialzo del costo della vita, allora la scelta è veramente disgustosa. In un momento così drammatico dal punto di vista delle condizioni economiche, Cgil, Cisl e Uil stanno decidendo di confermare quella gabbia che impedisce un rialzo delle retribuzioni.

Nell’accordo ci sono poi delle attenzioni particolari al tema del TEM e del TEC, il trattamento economico minimo e quello complessivo. Lo scopo è quello di aggiustare il tiro rispetto al decreto Meloni di quest’anno sul “salario giusto” che, nel considerare come giusto quello previsto dai CCNL firmati da Cgil, Cisl e Uil, avrebbe trascurato di specificare anche tutte le voci di cui è composto il salario complessivo previsto dai contratti, lasciando così spazio alla contrattazione pirata.

Questa discussione però tralascia di considerare che è proprio il “salario giusto” quello che ha ricevuto diverse condanne di incostituzionalità e che sono proprio i contratti nazionali firmati dalla triplice che ci condannano ad un salario da fame. I contratti pirata sono una piaga, ma riguardano una fetta ancora molto esigua di lavoratori: eliminarli non risolverà il problema del salario per milioni di lavoratori e lavoratrici.

Va aggiunto poi che questo accordo sul salario giusto, nella versione unificata tra Meloni-Confindustria-Cgil, Cisl e Uil, chiude ogni possibile spiraglio alla introduzione di un salario minimo per legge: una sorta di ipoteca anche in vista di possibili cambi di maggioranza.

C’è poi il tema della rappresentanza, che poi è quello che sta veramente a cuore a questi signori e che rappresenta la contropartita che si apprestano a ricevere nell’ambito della collaborazione con padroni e governo.

Così, invece di ragionare su come favorire la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici, in un momento storico di grande debolezza e di forte offensiva padronale proprio sul fronte dei diritti, Cgil, Cisl e Uil si propongono di consolidare il monopolio esclusivo sulla rappresentanza. Invece di dare più spazio alle rsu, alle assemblee, ai rappresentanti dei lavoratori sui posti di lavoro, si assicurano che i diritti sindacali siano esclusivamente nelle loro mani e che il diritto di contrattazione venga circoscritto alle loro segreterie.

Che poi è quanto sta avvenendo in materia elettorale con il cosiddetto “stabilicum”, con il quale il diritto a partecipare alle lezioni viene ostacolato da un numero spropositato di firme da raccogliere e da una soglia sempre più alta per accedere al Parlamento.

La domanda che pone USB in sintesi è questa: è accettabile che in una situazione di grande difficoltà per milioni di lavoratori e lavoratrici, tanto sul piano salariale quanto su quello dello dei diritti sul lavoro, le grandi centrali sindacali si preoccupino di raggiungere un accordo con le parti datoriali che frena ogni possibile spinta a nuovi e reali aumenti e inibisce la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici? Siamo sicuri che sia questa la via maestra da imboccare?

Una domanda che poniamo a tanti delegati e delegate e che deve interrogare anche quanti sentono il bisogno di reagire davanti ad una condizione economica, sociale e della tenuta democratica che sta peggiorando ogni giorno di più.

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15/09/2026

Fiato corto, battute fiacche e un po’ di sfiga. L’ultimo Trump?

È risaputo che l’atleta che vince, spesso, oltre che ben preparato è anche fortunato. Un pallone che finisce sul palo e poi entra, un avversario alla pari che si infortuna prima del confronto, un sorteggio favorevole, ecc..

Naturalmente vale anche l’opposto: la sfortuna si accanisce sul perdente (il palo respinge fuori, il sorteggio è proibitivo, ecc.).

Guardando Trump alla guida dell’America, in questo momento, lo stampo orribile (per lui) del loser sfortunato ci sta tutto. Ed è anche meritato.

Le preoccupazioni dell’establishment “Maga” sono tutte rivolte alle elezioni di midterm, tra un mese e mezzo. Ne va della poltrona per parecchi candidati repubblicani, ma anche per lo stesso tycoon, che potrebbe – dopo – trovarsi un Congresso che gli rende difficile fare il bello e il cattivo tempo come ora.

È noto che l’elettore Usa è sensibile soprattutto al prezzo dei carburanti, viste le grandi distanze coperte in macchina da pressoché tutta la popolazione. Fino a qualche anno fa il limite di due dollari al gallone (3,785 litri) per la benzina era considerato quasi un “diritto costituzionale”. Dall’inizio della guerra contro l’Iran oscilla invece intorno ai 4 dollari, mentre quello del diesel supera abbondantemente i 6 dollari (6,26), mentre solo sette mesi fa era sotto i 4.

Le ragioni sono arcinote. Il blocco dello Stretto di Hormuz toglie dal mercato circa il 20% del greggio circolante, ed ora ci si aggiunge quello dello stretto di Bab el Mandeb, con gli yemeniti di Ansar Allah – sciiti, quindi alleati dell’Iran – che minacciano per ora solo le petroliere saudite, obbligandole a circumnavigare l’Africa.

In più, hanno distrutto un paio di stazioni di pompaggio lungo l’oleodotto saudita che collegava i giacimenti vicini al Golfo Persico con il porto di Yambu, sul Mar Rosso, con cui l’Arabia Saudita sperava di bypassare Hormuz.

La guerra in Ucraina, invece, con i bombardamenti di Kiev diretti sulle raffinerie di Mosca, se non ha ancora provocato gravi scarsità di gasolio sul mercato interno russo, ha certamente innescato il divieto di esportazione, causando carenze gravi nell’offerta globale di questo carburante che in particolare serve alla distribuzione di merci. E la Russia è forse il paese che ne raffina di più...

Le mosse della Casa Bianca su questo fronte sembrano esaurite. I media statunitensi riportano il “senso di frustrazione” dei funzionari dell’amministrazione, che dopo aver liberato una buona quota delle riserve strategiche, si ritrovano con i depositi sotto il limite di sicurezza. Al punto da confessare – sotto anonimato – che “Il problema è che non c’è molto che possano fare al riguardo. È un mercato globale”.

Non è che prima della guerra non si sapesse...

Trump cerca ancora di coprire la necessità di tranquillizzare l’elettorato vendendo fumo e cazzate: “il petrolio sta fluendo attraverso lo Stretto di Hormuz” (ma proprio ieri una petroliera è finita su una mina), “l’Iran vuole fare un accordo, rapidamente e disperatamente”, anche se da Teheran arrivano ormai messaggi ironici, più che minacce.

Ha poi garantito che Ucraina e Russia hanno accettato di smettere di colpire le rispettive infrastrutture energetiche, perché “l’aumento del prezzo del diesel nel mondo è causato principalmente dalla guerra Russia/Ucraina, non dall’Iran” (ossia dalla guerra voluta da Biden, non dalla sua). Ricevendo però una smentita indiretta da Zelenskij (“Putin non rispetterà questo impegno”), così da poter continuare a mandare droni sulle raffinerie russe, come vogliono i “volenterosi europei”.

Così il petrolio vede da vicino i 110 dollari al barile e promette di salire ancora.

L’ultima speranza di Trump per non perdere le elezioni e la maggioranza al Congresso era perciò l’ordine esecutivo con cui aveva provato a bloccare il voto per corrispondenza. La Corte Suprema – in maggioranza composta da giudici nominati da lui stesso – ha di fatto annullato l’operatività di quell’ordine. Persino l’unico giudice favorevole ha dovuto ammettere che “ormai era troppo tardi per diventare operativo”: le schede, nelle relative buste, stavano già partendo.

Anche il tentativo di “ripulire le liste elettorali” dagli elettori non-wasp (white-anglo-saxon-protestant), portato avanti con il Dipartimento della sicurezza (Dhs) sta sollevando numerose contestazioni per l’evidente illegalità di alcune delle procedure adottate dagli agenti, incentivati a “decidere in 12 minuti” – e dopo un addestramento di un paio d’ore in video – se un certo nome andava cancellato o meno dalla lista e quindi dal diritto di voto.

Crisi interna e crisi esterna si intrecciano senza soluzione di continuità. E le battute da abile intrattenitore televisivo (il mestiere in cui è riuscito meglio) durano appena il tempo di esser pronunciate. Prendete quella con cui ha provato a giustificare il rifiuto di qualsiasi sistema regolativo pubblico per l’Intelligenza Artificiale, chiesto a gran voce dagli stessi amministratori delegati del settore (Amodei, Altman, Elon Musk, Zuckerberg, ecc): “l’IA ha bisogno solo di un PRESIDENTE FORTE E INTELLIGENTE (con un QI elevato!)”.

L’unico ceo che ha provato, in modo sfumato, a dargli corda è stato Jensen Huang, di Nvidia. Ossia dell’azienda che più teme una “frenata” nella corsa dall’IA, perché è quella che “deve” vendere le montagne di chip avanzati destinati a popolare i nuovi, giganteschi, data center.

Non ancora il “bacio della morte”, ma qualcosa che ci somiglia parecchio...

Una volta, infatti, lo slogan-chiave per decidere della sorte di un politico candidato era “comprereste da quest’uomo un’auto usata?”. Se viene fatta oggi, la risposta è scontata...

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10/09/2026

Il braccio di ferro su Hormuz mette in ginocchio gli alleati di Washington

La guerra israelo-americana contro la Repubblica Islamica dell’Iran si sta trasformando in un conflitto in cui i calcoli degli aggressori si sono rivelati errati e gli alleati di Washington stanno subendo gravi perdite economiche. Il fallimento di una “superpotenza” nel garantire la vittoria su una potenza regionale suggerisce che l’equilibrio globale non può semplicemente tornare a quello che era prima della guerra.

Un’altra implicazione è che le regole dell’economia, del commercio e della finanza globali non possono essere dettate solo dalle potenze occidentali. La crisi dello Stretto di Hormuz offre un esempio lampante di come l’egemonia possa rimanere intrappolata in uno stretto passaggio.

In tutta Europa e in Asia, gli alleati di Washington si trovano ad affrontare crisi per le quali erano impreparati, in particolare nel settore energetico. I danni si estendono anche ai Paesi al di fuori del sistema di alleanze statunitense, le cui fabbriche, aziende agricole e famiglie dipendono dalle stesse rotte commerciali.

L’Europa paga un altro conto di guerra

La crisi e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno fatto lievitare i costi energetici, costringendo l’Unione Europea a rivedere al ribasso le previsioni di crescita economica per il 2026 e creando forti pressioni sui prezzi in tutto il continente. Questo nuovo onere si aggiunge all’interruzione delle forniture energetiche e agli impegni di spesa pubblica legati alla guerra in Ucraina.

L’improvviso aumento dei costi energetici ha incrementato le spese per la produzione industriale e i trasporti. L’interruzione del traffico attraverso lo stretto ha esposto l’Europa a un serio rischio di carenza di carburante per aerei e altri combustibili raffinati. Bollette energetiche più elevate e maggiori spese per le imprese stanno comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie e danneggiando la fiducia dei consumatori.

I governi europei hanno introdotto tagli fiscali e pacchetti di sostegno diretto, sebbene le loro risposte differiscano. Il blocco ha creato uno shock energetico e delle catene di approvvigionamento condiviso, ma i suoi effetti dipendono dalla struttura industriale di ciascun Paese, dalla dipendenza dalle importazioni e dalla capacità di assorbire costi più elevati.

Le previsioni della Commissione europea di maggio hanno rivisto al ribasso la crescita prevista per l’Unione Europea all’1,1% e per l’eurozona allo 0,9%. Anche la Banca Mondiale, nella sua valutazione di giugno, ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita globale, mentre il Fondo Monetario Internazionale a luglio ha alzato le sue previsioni sull’inflazione globale.

I dati provengono da istituzioni e cicli di previsione diversi, ma indicano la stessa condizione: l’aumento dei costi energetici sta indebolendo la crescita e complicando gli sforzi per contenere l’inflazione.

La crescita si indebolisce con l’aumento dei costi energetici.

I motori industriali dell’Unione Europea sotto pressione

La Germania, la maggiore economia europea, si trova ad affrontare una rinnovata pressione sul settore manifatturiero. I settori chimico, automobilistico e dell’industria pesante sono vulnerabili agli elevati costi energetici. L’aumento dei prezzi del petrolio greggio e del gas naturale liquefatto incide sui costi di produzione, mentre l’interruzione delle forniture dal Golfo minaccia la consegna di materie prime petrolchimiche, materiali di imballaggio e altri prodotti industriali.

La Francia ricava circa il 70% della sua elettricità da 57 reattori nucleari operativi, il che offre una certa protezione contro lo shock energetico. Il settore dei trasporti e la spesa delle famiglie rimangono tuttavia esposti. La maggior parte delle automobili, dei veicoli commerciali e delle navi dipendono ancora dai combustibili derivati ​​dal petrolio e l’aumento dei costi di trasporto si ripercuote sui prezzi dei beni finiti, dagli alimenti ai mobili.

La minaccia di una carenza di carburante per aerei è tra le preoccupazioni più gravi per il settore dell’aviazione. Le compagnie aeree hanno dovuto affrontare costi più elevati e riduzioni dei voli, anche laddove le forniture di carburante sono rimaste disponibili. A maggio, il commissario europeo per l’energia ha messo in guardia sui rischi di approvvigionamento a lungo termine, pur affermando che non vi era una carenza immediata.

Parigi ha subito pressioni per proteggere i consumatori, ma i vincoli di bilancio hanno limitato la sua risposta. Il Ministro delle Finanze francese si è opposto a riduzioni fiscali generalizzate e ha preferito aiuti temporanei e mirati. Tuttavia, il problema politico rimane, poiché le famiglie si aspettano protezione mentre il governo cerca di contenere il deficit. L’Italia, già gravata da un elevato debito pubblico, si trova ad affrontare un dilemma simile. Sostenere famiglie e imprese costa denaro in un momento in cui il costo del debito pubblico sta aumentando. La Primo Ministro italiana Giorgia Meloni ha sollecitato una maggiore flessibilità nelle regole fiscali dell’Unione Europea, portando alla luce il conflitto tra gli aiuti al settore energetico e la disciplina di bilancio.

L’esposizione della Gran Bretagna al rischio

Il blocco e la guerra con l’Iran hanno inferto un doppio shock all’economia britannica, in particolare ai settori energetico e commerciale. Sebbene il Regno Unito si rifornisca di petrolio e gas in modo significativo sia a livello nazionale che dalla Norvegia, i suoi costi rimangono legati ai mercati internazionali. Acquistare da un produttore diverso non protegge un Paese da un aumento dei prezzi globali.

La preoccupazione di Londra è il rischio di una ripresa dell’inflazione a fronte di una crescita debole. Gli ultimi dati disponibili dell’Ufficio Nazionale di Statistica indicano un’inflazione annua dei prezzi al consumo del 2,9% a luglio, in aumento rispetto al 2,6% di giugno. L’inflazione per alimenti e bevande analcoliche si è attestata all’1,3%. L’aumento dell’inflazione complessiva aggrava la pressione sulle famiglie, già alle prese con elevati costi della vita.

La dichiarazione di politica monetaria della Banca d’Inghilterra di luglio avvertiva che l’inflazione era destinata ad aumentare “a causa della continua ripercussione dell’aumento dei prezzi dell’energia”. Riuscire a tenerla sotto controllo rischia di esercitare ulteriore pressione su un’economia già debole.

L’aumento dei prezzi del petrolio ha inoltre incrementato la pressione sul settore aereo. Importanti snodi come Heathrow e Gatwick dipendono da forniture di carburante affidabili, il che li espone a prolungate interruzioni nel Golfo. Le linee guida pubblicate dal governo britannico affermavano che le compagnie aeree non stavano affrontando una carenza di carburante al momento della pubblicazione della valutazione, mentre le misure di emergenza miravano a ridurre il rischio di cancellazioni dell’ultimo minuto.

Essendo un Paese insulare, la Gran Bretagna dipende fortemente dal trasporto marittimo per beni di consumo e materie prime industriali. Laddove i servizi Asia-Europa evitano il Mar Rosso e circumnavigano il Capo di Buona Speranza, i viaggi più lunghi comportano costi di trasporto maggiori e ritardi nelle consegne. Queste deviazioni aggravano lo shock di Hormuz, sebbene riguardino un passaggio separato e non forniscano una via di fuga per le navi intrappolate nel Golfo Persico.

Gli impegni militari della Gran Bretagna creano ulteriori esigenze. Londra e Parigi hanno guidato la pianificazione multinazionale di una missione per proteggere la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, non appena le condizioni lo permetteranno. La protezione delle rotte commerciali richiede navi, personale e finanziamenti costanti, il che si aggiunge agli oneri di uno Stato che già cerca di conciliare le spese per la difesa con la pressione sui servizi pubblici.

L’Asia subisce le conseguenze dello shock dell’offerta

Questa è la situazione in Occidente. In Oriente, la dipendenza energetica dal Golfo è ancora più diretta. L’Asia orientale e meridionale sono tra le Regioni più esposte alla crisi e le speranze che la diplomazia potesse ripristinare rapidamente i normali flussi si sono ripetutamente rivelate infondate.

L’effettiva chiusura dello Stretto ha colpito una rotta di approvvigionamento fondamentale per i centri industriali asiatici. L’Agenzia Statunitense per l’Informazione Energetica (EIA) stima che l’84% del petrolio greggio e della condensa, e l’83% del gas naturale liquefatto, transitati attraverso Hormuz nel 2024 fossero destinati ai mercati asiatici.

Cina, India, Giappone e Corea del Sud sono tra i principali acquirenti, sebbene affrontino la crisi con riserve, risorse energetiche interne e opzioni per sostituire le forniture interrotte differenti. La loro esposizione non può essere misurata solo in base ai volumi di importazione. Anche la capacità di pagare per alternative e di distribuirle ai consumatori è determinante.

Gli agricoltori indiani si trovano ad affrontare costi sempre più alti

L’India importa circa il 60% del suo fabbisogno di gas liquefatto (GPL), con i carichi provenienti dal Golfo che rivestono un ruolo centrale in questo approvvigionamento. L’interruzione delle forniture ha generato pressioni sui prezzi, dalle bombole di gas per uso domestico ai combustibili industriali.

Secondo il Centro di Ricerca sull’Energia e la Qualità dell’Aria, la spesa indiana per le importazioni di GPL da marzo ad agosto è stata di circa 4,7 miliardi di dollari (4 miliardi di euro), inclusi circa 1,1 miliardi di dollari (949,4 milioni di euro) di costi aggiuntivi legati alla crisi.

Le importazioni totali di GPL sono diminuite del 49% a marzo rispetto alla media dello stesso mese dei due anni precedenti. La quota statunitense delle importazioni è salita al 32% ad aprile, sostituendo parte delle forniture perse dal Golfo. La stima dei costi per sei mesi combina i dati commerciali ufficiali con le stime per i mesi successivi.

Inoltre, Nuova Delhi si è rivolta nuovamente al petrolio russo, poiché le forniture dal Golfo sono diventate meno affidabili. La sicurezza energetica ha costretto l’India a valutare le pressioni occidentali rispetto alle esigenze immediate delle sue raffinerie, imprese e famiglie.

Anche il settore dei fertilizzanti ha subito un duro colpo. Le previsioni della Banca Mondiale di aprile indicavano un aumento del 60% dei prezzi dell’urea per il 2026. In un Paese in cui l’agricoltura sostiene una quota considerevole della popolazione, l’aumento del costo dei fertilizzanti e le interruzioni nell’approvvigionamento delle materie prime aumentano la pressione prima della stagione della semina e fanno lievitare i costi per la tutela degli agricoltori.

L’agricoltura, l’allevamento, la silvicoltura e la pesca sono cresciuti del 3,6% nel periodo aprile-giugno 2026, in calo rispetto al 4,4% dell’anno precedente.

Sebbene anche le precipitazioni, le condizioni del raccolto e la domanda interna influenzino la crescita agricola, le interruzioni nell’approvvigionamento e l’aumento dei costi dei fertilizzanti aggravano le difficoltà degli agricoltori. Proteggerli da questi costi attraverso i sussidi grava ulteriormente sul bilancio statale.

Il Centro di Ricerca sull’Energia e la Qualità dell’Aria stima che il costo aggiuntivo netto per i combustibili fossili in India ammonti a 14,4 miliardi di dollari (12,4 miliardi di euro), pari allo 0,38% del PIL. Una spesa aggiuntiva di tale entità sottrae risorse ad altre voci di spesa, ancor prima di considerare i costi più ampi derivanti dall’interruzione della produzione.

Ad aprile, la Banca di Riserva dell’India prevedeva una crescita del 6,9% nel 2026-2027, contro il 7,6% stimato per l’anno fiscale precedente. Il rallentamento previsto lascia Nuova Delhi con un'economia più debole, mentre cerca di contenere i costi per sostenere consumatori e produttori.
 
La dipendenza comporta un “premio di trasporto”

L’elevata dipendenza dal petrolio del Golfo ha reso le assicurazioni un’ulteriore fonte di pressione. All’inizio del conflitto, i premi per il rischio di guerra sono aumentati da circa lo 0,25% del valore di una nave all’1-1,5%, un incremento da quattro a sei volte. Le tariffe hanno oscillato in base ai combattimenti e ai cessate il fuoco, anziché rimanere a un livello di crisi fisso.

Sostituire i carichi del Golfo con forniture provenienti da produttori più distanti aumenta i tempi di spedizione, il consumo di carburante e la domanda di petroliere. Una rotta alternativa intorno all’Africa può evitare il Mar Rosso, ma né il Capo di Buona Speranza né il Canale di Suez aggirano Hormuz per le merci ancora all’interno del Golfo Persico. Gli oleodotti di esportazione che conducono a terminali al di fuori dello Stretto offrono un’alternativa limitata.

La costosa dipendenza del Giappone

Il Giappone è entrato nella crisi con una popolazione che invecchia, carenza di manodopera, un debito pubblico molto elevato e l’eredità di decenni di domanda debole e deflazione. Lo shock di Hormuz ha aggiunto un aumento esterno dei costi dal lato dell’offerta in un momento in cui l’inflazione aveva già sostituito la deflazione come preoccupazione politica immediata.

Per un Paese che prima della guerra importava oltre il 90% del suo petrolio greggio attraverso questa via, l’interruzione ha aumentato direttamente il costo dei fattori produttivi chiave e minacciato il potere d’acquisto. La debolezza dello yen ha aggravato il problema, poiché gli importatori devono trovare più yen per pagare le fatture denominate in dollari, ancor prima di qualsiasi aumento del prezzo del petrolio in dollari.

Per contrastare le pressioni inflazionistiche, a giugno la Banca del Giappone ha aumentato il suo tasso di riferimento di 25 punti base, portandolo all’1%. L’aumento ha prolungato il ciclo di inasprimento della politica monetaria, aumentando i costi di finanziamento, mentre famiglie e imprese si trovavano anche a dover affrontare importazioni più costose.

Successivamente, Giappone e Stati Uniti hanno lanciato un raro intervento valutario congiunto per sostenere lo yen, ma il sollievo è stato di breve durata. La valuta ha ripreso la sua discesa, poiché i tassi di interesse statunitensi in aumento continuano a favorire il dollaro.

I segnali d’allarme continuano a risuonare nell’economia giapponese. Un ulteriore aumento dei tassi era in discussione in vista della riunione di settembre, mentre Tokyo ha cercato di diversificare le fonti di approvvigionamento petrolifero e di sostenere le rotte che aggirano Hormuz. La necessità di alternative è diventata più urgente, anche se la loro realizzazione richiederà tempo.

L’industria sudcoreana riduce la produzione

La Corea del Sud ottiene circa il 70% del suo petrolio e il 20% del suo gas naturale liquefatto dall’Asia Occidentale. La crisi ha quindi colpito direttamente i settori manifatturiero e chimico, dove l’energia e le materie prime derivate dal petrolio sono essenziali per la produzione.

I settori petrolchimico, delle materie plastiche e altri settori ad alta intensità energetica si trovano ad affrontare costi più elevati e pressioni per ridurre la capacità produttiva. La carenza di nafta è particolarmente grave perché questo materiale viene utilizzato per realizzare prodotti destinati all’industria automobilistica, elettronica, degli imballaggi e delle costruzioni. Una carenza in questa fase può estendersi a settori molto distanti dall’estrazione del petrolio.

Il governo ha cercato di attutire lo shock attraverso il sostegno pubblico e misure per garantire gli approvvigionamenti. A fine marzo, è stato proposto un bilancio supplementare di 26.200 miliardi di won (16.640.000 euro) per aiutare famiglie e imprese. Tale intervento trasferisce parte dell’onere immediato sulle finanze pubbliche, anche quando previene perdite maggiori altrove.

Il paradosso energetico del sud-est asiatico

L’industria del Sud-Est asiatico dipende anche dal petrolio greggio del Golfo, dal gas naturale liquefatto e dai prodotti petrolchimici. L’aumento dei costi energetici e le interruzioni delle forniture mettono a rischio fabbriche e posti di lavoro in tutta l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, sebbene la gravità vari considerevolmente tra i diversi Paesi e settori.

Le Filippine sono ulteriormente esposte al rischio a causa dei circa 2,4 milioni di filippini che lavorano in Medio Oriente. La loro sicurezza, il loro impiego e la loro capacità di inviare denaro a casa sono tutti vulnerabili in caso di conflitto prolungato.

Malesia e Indonesia, due importanti economie del Sud-Est Asiatico, si trovano di fronte a un paradosso energetico. Entrambe producono petrolio e gas e possono beneficiare di prezzi delle materie prime più elevati, eppure la produzione interna non elimina la dipendenza dai combustibili importati, dai prezzi internazionali o dai costosi sussidi ai consumatori.

Entrambi i governi hanno mantenuto i prezzi dei carburanti sovvenzionati, introducendo al contempo limiti di acquisto. Maggiori introiti dalle esportazioni possono fornire un cuscinetto, ma aumentano anche i costi per la protezione delle famiglie. L’equilibrio dipende dai combustibili che ciascun paese produce, importa e sovvenziona. I profitti di un esportatore o di una compagnia energetica statale possono coesistere con una crescente pressione sulle famiglie e sulle industrie che acquistano il suo combustibile.

L’accordo di protezione del Golfo è sotto accusa

Poi c’è l’Asia Occidentale stessa, dove è iniziata la guerra. L’attacco israelo-americano all’Iran alla fine di febbraio e la successiva interruzione delle attività a Hormuz hanno esposto gli alleati di Washington nel Golfo a crisi su più fronti. Gli attacchi a infrastrutture energetiche e civili hanno portato le conseguenze economiche della guerra direttamente negli Stati che ospitano forze militari statunitensi.

Le previsioni sono peggiorate drasticamente, ma i danni sono disomogenei. Le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale di aprile indicavano una contrazione dell’8,6% per il Qatar, dello 0,6% per il Kuwait e dello 0,5% per il Bahrein. L’interruzione delle attività è proseguita ben oltre le previsioni di aprile.

Il Qatar ha subito danni particolarmente gravi alla sua economia dipendente dal gas naturale liquefatto. Alla fine di agosto, Oxford Economics avvertiva di una contrazione che si avvicinava al 30%, a causa dei danni a Ras Laffan. Il peggioramento rispetto alle previsioni primaverili riflette l’entità dei danni alle infrastrutture da cui dipendono i proventi delle esportazioni del Qatar.

La mancanza di uno sbocco marittimo al di fuori di Hormuz rende le esportazioni del Kuwait estremamente vulnerabili. Il Bahrein, già fortemente indebitato, si trova ad affrontare ulteriori pressioni finanziarie; i prezzi dei suoi derivato creditizi (credit default swap) erano aumentati di quasi il 40% alla fine di agosto. Il costo dell’assicurazione del debito pubblico offre un’ulteriore misura dell’incertezza che ora avvolge la Regione.

Riad attutisce le perdite, Dubai perde terreno

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno maggiori margini per attenuare lo shock, sebbene nessuno dei due ne sia rimasto immune. Le previsioni del Fondo Monetario Internazionale di aprile prevedevano ancora una crescita del 3,1% per entrambi, nonostante avessero ridotto le prospettive dell’Arabia Saudita di 1,4 punti percentuali e quelle degli Emirati Arabi Uniti di 1,9 punti. Le loro rotte di esportazione alternative offrono una certa protezione, ma lasciano esposta gran parte dell’economia nel suo complesso.

L’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita ha permesso al Paese di esportare parte del petrolio attraverso il Mar Rosso, aggirando Hormuz. Anche i prezzi del petrolio più elevati hanno in parte compensato la diminuzione dei volumi. L’esperienza del Regno Saudita dimostra perché i danni alla produzione e le variazioni delle entrate non sempre si muovono di pari passo.

Ciononostante, le perdite economiche sono considerevoli. L’attività petrolifera saudita è diminuita del 24,7% nel secondo trimestre, mentre il PIL complessivo si è contratto del 4,8% su base annua. Il deficit di bilancio si è attestato intorno ai 9,1 miliardi di dollari (7,855 miliardi di euro), nonostante il beneficio derivante dall’aumento delle entrate petrolifere.

Gli Emirati Arabi Uniti, in particolare Dubai e Abu Dhabi, hanno risentito del loro ruolo di centro logistico, turistico e finanziario globale. Secondo le stime di JPMorgan, pubblicate a fine agosto, le vendite immobiliari a Dubai sono crollate del 70-80%, mentre le azioni degli Emirati Arabi Uniti hanno perso circa il 14% durante il conflitto.

La chiusura dello spazio aereo regionale ha inizialmente costretto le principali compagnie aeree a sospendere o ridurre drasticamente le operazioni. Emirates ha dichiarato di aver ripristinato il 96% della sua rete globale entro il 4 maggio. La riapertura delle rotte, tuttavia, espone le compagnie aeree a costi del carburante più elevati e a nuove interruzioni dovute a problemi di sicurezza.

Abu Dhabi ha anche utilizzato l’oleodotto Habshan-Fujairah per mantenere alcune esportazioni di petrolio attraverso il Golfo dell’Oman. Come la rotta saudita, rappresenta uno sbocco prezioso, ma non può sostituire tutte le spedizioni né ripristinare la fiducia da cui dipende l’economia nel suo complesso.

Il costo ricade sulle famiglie

La crisi si estende oltre le entrate petrolifere e i mercati finanziari, influenzando la vita quotidiana. La vulnerabilità degli impianti di desalinizzazione è particolarmente grave negli Stati in cui l’acqua potabile dipende in larga misura da impianti costieri ad alta intensità energetica. Un attacco a un impianto, alla sua rete di alimentazione o alla sua rete di distribuzione minaccia un servizio essenziale con poche alternative immediate.

Le interruzioni della catena di approvvigionamento aumentano anche il costo dell’importazione di cibo e altri beni di prima necessità. Anche laddove l’intervento del governo o le scorte esistenti impediscano carenze, la sostituzione dei carichi e il mantenimento delle forniture comportano una spesa aggiuntiva. Tali costi devono essere assorbiti dagli importatori, dalle famiglie o dallo Stato.

Secondo la stima di Rystad Energy di aprile, la riparazione dei danni in Iran e negli Stati arabi del Golfo Persico potrebbe costare dai 34 ai 58 miliardi di dollari (da 29 a 50 miliardi di euro). Oltre agli impianti petroliferi e del gas, il conto si estende a fabbriche, centrali elettriche e impianti di desalinizzazione da cui dipende gran parte della Regione per l’acqua potabile.

La spesa per gli armamenti mette sotto pressione lo sviluppo

Il blocco di Hormuz e i danni alle infrastrutture petrolifere, idriche e civili stanno costringendo gli alleati di Washington nel Golfo a rivalutare i propri accordi di sicurezza. Ospitare le forze statunitensi non li ha protetti dalle conseguenze economiche della guerra, mentre la riparazione delle infrastrutture essenziali crea obblighi che dureranno ben oltre qualsiasi cessate il fuoco.

La spesa per la difesa ora compete con la ricostruzione, il sostegno pubblico e lo sviluppo a lungo termine. Gli investimenti in infrastrutture non si sono fermati: gli Stati del Golfo stanno anche accelerando i piani per porti e oleodotti che riducano la dipendenza da Hormuz. Ma la necessità di finanziare rotte alternative è di per sé parte del prezzo della guerra.

Miliardi che potrebbero migliorare i servizi pubblici e il tenore di vita rischiano di essere assorbiti dall’acquisto di armi e dalla riparazione di ciò che è stato distrutto. Più a lungo durerà questa situazione, più gli alleati di Washington saranno costretti a spendere semplicemente per preservare la sicurezza e la prosperità che la loro alleanza avrebbe dovuto garantire.

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06/09/2026

Emergenza carovita e inflazione: gravità straordinaria per i consumatori italiani ed europei

I recenti dati resi noti dall’Istat tratteggiano un quadro di estrema gravità per le famiglie italiane ed europee: l’inflazione ad agosto in Italia accelera al 3,3% su base annua, toccando il picco più alto da settembre 2023.

A spingere questa pericolosa fiammata è lo shock dei beni energetici non regolamentati, saliti al +16,9% (+2,8% rispetto a luglio), unito ai rincari travolgenti dei carburanti che vedono il gasolio da trasporto al +26,7% (+5,2% su base mensile) e la benzina al +16,3%.

Con il gasolio da riscaldamento schizzato al +31,7% (+10,6% rispetto a luglio) e l’elettricità sul mercato libero arrivata al +17,9%, i costi fissi domestici e la spesa quotidiana per i beni ad alta frequenza d’acquisto (+4,3%) stanno erodendo drasticamente il potere d’acquisto di salari e pensioni, trascinando i consumatori verso un impoverimento sistemico.

Non va meglio in Europa: la Spagna ad agosto ha toccato un’inflazione al 4,5%, la Francia al 2,7%, il Belgio al 4,2%, la Germania 2,9%, mentre la Bulgaria (5,1%) condivide con la Lituania (5,8%) il superamento della soglia del 5%.

Di fronte a questa emergenza economica alimentata dall’instabilità internazionale e dalla speculazione che accompagna ogni guerra, occorre comprendere che la sola via d’uscita reale risiede in una decisa de-escalation diplomatica. Per proteggere l’economia reale ed evitare il rischio di una pesante recessione continentale, chiediamo con forza di non inasprire ulteriormente i toni e la retorica bellica verso la guerra che coinvolge la Russia, puntando con pragmatismo a canali negoziali in grado di stabilizzare i mercati energetici.

Parallelamente, è urgente esercitare forti pressioni diplomatiche sugli Stati Uniti affinché interrompano qualsiasi intervento o escalation militare nei confronti dell’Iran, così come richiedere con fermezza e con sanzioni al Governo di Israele l’immediata cessazione delle operazioni militari verso il Libano, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, precondizione fondamentale per ripristinare la sicurezza delle rotte commerciali e dei flussi energetici globali.

A livello nazionale, la tenuta sociale richiede interventi immediati e incisivi per spezzare la spirale speculativa. Si richiede la convocazione permanente e immediata presso ogni Prefettura di appositi tavoli territoriali di monitoraggio, dedicati al controllo rigoroso e trasparente della filiera dei beni energetici e della filiera agricola ed alimentare, ponendo sotto la lente d’ingrandimento ogni passaggio commerciale che grava sui bilanci familiari.

Contestualmente, si rende indispensabile l’attivazione di uno strumento governativo di calmieramento straordinario che stabilisca un paniere di beni essenziali e prodotti energetici a prezzo bloccato, prendendo come parametro di riferimento di calcolo i listini e le tariffe del 2021, antecedenti alla spirale speculativa. Infine, è indifferibile un’azione incisiva contro le irregolarità e i profitti illeciti lungo la filiera petrolifera.

Come denunciato con accuratezza dai rilievi di A.Ba.Co. nel marzo 2026 e successivamente riscontrato e verificato sul campo dalle indagini della Guardia di Finanza, si registrano numerosissime irregolarità e distorsioni speculative che si snodano lungo la filiera dei carburanti fino ad arrivare alla distribuzione finale alla pompa. Pretendiamo tolleranza zero e rigorosi controlli lungo l’intera catena, affinché gli abusi commessi alle spalle dei cittadini e dei lavoratori vengano sanzionati e stroncati senza indugio.

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03/09/2026

È ripartita l’inflazione, in Italia e in Europa

Il tasso di inflazione registrato ad agosto è risalito al 3,3% dal 2,9 precedente. Si tratta del dato più alto da quasi tre anni. A settembre del 2023 l’inflazione aveva toccato infatti il 5,3%.

Per gli osservatori ufficiali come l’Istat si tratta di uno shock esterno e non di un ritorno dell’inflazione interna, dovuto soprattutto ai conflitti in Medio Oriente.

Eppure, secondo una elaborazione de Il Sole 24 Ore, nel giro di cinque anni il carrello della spesa degli italiani è diventato più caro del 29,5%. L’elaborazione giunge a questa conclusione mettendo a confronto l’andamento dei prezzi di un paniere di prodotti alimentari di largo consumo con i dati ufficiali dell’inflazione.

Secondo l’ultima rilevazione dell’Istat, infatti, sono aumentati i prezzi del gas di città e del gas naturale del mercato tutelato (da +21,8% a +31,3%; +6,5% su luglio), mentre quelli dell’elettricità nel mercato tutelato restano stabili (a +9,7%; nullo il congiunturale). Per quanto attiene gli energetici non regolamentati (da +11,4% a +16,9%; +2,8% su luglio), si osserva un aumento generalizzato del ritmo di crescita dei prezzi, con particolare riferimento a quelli del gasolio per riscaldamento (da +18,2% a +31,7%; +10,6% su luglio).

A conferma della fallacia del meccanismo introdotto per tenere bassi i salari nei contratti, in base alle stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra una variazione pari solo a +0,1% su base mensile, a causa dei saldi estivi di cui il meccanismo non tiene conto, e a +3,2% su base annua (da +2,9% del mese precedente).

Non è affatto una consolazione, ma anche nel resto dell’Eurozona ad agosto l’inflazione è risalita al 3,3%, raggiungendo il livello più alto degli ultimi tre anni. Le stime arrivate ieri da Eurostat confermano dunque che l’Italia, quanto a carovita, si trova in perfetta media UE.

Nei paesi euromediterranei e in quelli dell’Europa dell’Est le cose vanno anche peggio. In Spagna, l’inflazione è balzata al 4,5% dal 3,9%, in Grecia in un solo mese c’è stato l’aumento di ben un punto percentuale pieno, passando dal 2,7 al 3,7%.

La Bulgaria, che è entrata a far parte dell’Eurozona lo scorso gennaio, sta pagando il nuovo regime monetario con un’inflazione che ad agosto ha raggiunto il 5,1%, dal 4,4% del mese appena precedente, mentre in Slovenia si è arrivati al 3,4% dal 3% del mese di luglio.

Anche Germania e Francia hanno visto crescere l’inflazione: Parigi in un solo mese è passata da 2,4 a 2,7%, mentre Berlino è salita a quota 2,9%.

La bestia dell’inflazione dunque si riaffaccia seriamente in una Europa ultrasensibile non solo agli effetti della guerra e dell’instabilità in Medio Oriente ma anche – come nel caso dell’Italia – a scelte economicamente suicide come quelle di acquistare il costosissimo gas liquefatto statunitense dopo aver reciso ogni fornitura di gas dalla Russia o non aver aumentato le quote di importazione da paesi come l’Algeria.

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25/08/2026

L’inflazione a Cuba. Una battaglia per la sopravvivenza della Rivoluzione e il benessere del popolo

di Ramon Labanino Salazar

Quando ci si siede a riflettere sull’inflazione cubana, non lo si può fare né dalla fredda statistica né dai manuali di economia scritti in paesi senza blocco. Bisogna farlo dalla trincea, dalla resistenza quotidiana di un popolo che da più di sei decenni dimostra di non arrendersi. Perché questo, compagni, non è un problema tecnico: è una battaglia politica, e in essa è in gioco niente meno che la sopravvivenza della Rivoluzione e il benessere del nostro popolo.

L’inflazione: un termometro dell’aggressione imperialista

Non possiamo parlare di inflazione senza parlare della sua causa fondamentale: il blocco criminale degli Stati Uniti. Le cifre ufficiali parlano di un 18,27% di inflazione su base annua nel mercato formale, ma ogni cubano sa che la realtà è più dura. L’assedio petrolifero che Washington ha imposto da gennaio ha fatto salire i prezzi in modo trasversale e a livelli smisurati, specialmente nell’alimentazione e nei trasporti.

Il Partito Comunista e il governo hanno riconosciuto con onestà rivoluzionaria che esiste «un accumulo di distorsioni, avversità, difficoltà ed errori propri, esacerbati da un blocco esterno estremamente aggressivo». E di fronte a ciò, la risposta non può essere la rassegnazione. Come ha detto il presidente, «non c’è spazio per la gestione rassegnata della crisi».

Quale livello di inflazione sarebbe sano per il nostro popolo?

In un’economia normale, senza blocco, con produzione propria e moneta stabile, l’obiettivo sarebbe un’inflazione tra il 2% e il 5% annuo. Ma a Cuba, con un blocco che ci strangola, parlare di queste cifre oggi sarebbe irrealistico.

Il livello di inflazione che sarebbe sano per il nostro popolo è quello che permette a una famiglia con un salario medio di coprire i propri bisogni fondamentali senza dover vendere quel poco che possiede. E ciò passa per la stabilizzazione macroeconomica, perché come ha detto il presidente, la stabilità macroeconomica «non è un lusso tecnocratico; è una condizione affinché i salari valgano la pena, affinché il mercato funzioni, non per sé stesso, ma per garantire una politica sociale sostenibile».

Le trasformazioni necessarie: uno sguardo dalla coscienza rivoluzionaria

Sono state approvate 176 misure economiche che rappresentano la trasformazione più profonda della nostra economia socialista in decenni. Non le abbiamo fatte per compiacere nessuno, è per sopravvivere. Come ha chiarito Díaz-Canel: «Si tratta, al di sopra di tutto, di salvare la Rivoluzione».

In questo compito essenziale per abbassare i prezzi e con essi i livelli di inflazione, queste sono alcune delle proposte che avanziamo:

  • Primo: smettere di finanziare il deficit con emissione monetaria. Questa non è una concessione al neoliberismo, è una necessità marxista. Quando lo Stato emette moneta senza copertura, ciò che fa è un’imposta invisibile su chi ha meno. Per questo il governo sta lavorando alla stabilizzazione macroeconomica come condizione affinché i salari recuperino il loro valore.
  • Secondo: unificare il tasso di cambio. La molteplicità dei cambi distorce tutta l’economia. Un tasso di cambio unico, seppur alto, darebbe segnali chiari ai produttori e agli importatori. E in un’economia che dipende da ciò che viene dall’esterno a causa del blocco, questo è vitale.
  • Terzo: trasformare l’impresa statale. Le imprese pubbliche si stanno trasformando in società commerciali, con autonomia gestionale ed esposte persino a ristrutturazioni se accumulano perdite. L’obiettivo è chiaro: rendere più efficiente il settore statale, risanarlo, evitare gli sprechi. Marx ha già mostrato come l’efficienza sia una forza oggettiva che, anche nel socialismo, deve essere gestita.
  • Quarto: aprire spazi al settore non statale. Sono state approvate migliaia di MIPYMES (micro, piccole e medie imprese), è stato ampliato il limite di lavoratori e si consente l’investimento di cubani residenti all’estero. Non stiamo parlando di grandi capitalisti, ma piuttosto di piccoli e medi produttori che, inseriti nell’economia nazionale, possono dare molto. Non si cede la proprietà dei mezzi fondamentali di produzione, questo non è negoziabile.
  • Quinto: affrontare il problema energetico come emergenza nazionale. Il blocco petrolifero degli Stati Uniti ha paralizzato la nostra economia. Per questo è stato autorizzato il primo investimento estero per importare e vendere carburante, e quasi 200 imprese cubane hanno già il permesso per la distribuzione all’ingrosso di carburante. È sopravvivenza, non resa.
  • Sesto: proteggere i più vulnerabili. Si eliminano i sussidi universali e si concentrano su chi ne ha più bisogno. Il Bilancio dello Stato sovvenzionava il settore imprenditoriale con 92,5 miliardi di pesos, la metà destinata alle tariffe elettriche. Rivedere ed eliminare gradualmente questo onere è coerente con una gestione socialista razionale.

L’unità del popolo come arma principale

Di fronte a coloro che dall’esterno ci etichettano come uno «stato fallito», il presidente ha risposto con la verità dei fatti: «Uno stato fallito potrebbe affrontare un uragano come Melissa e superare la sfida di proteggere la vita del popolo in momenti molto critici per l’economia?»

Coloro che odiano Cuba dimenticano che nella nostra Isola lo Stato siamo tutti. Il tessuto sociale che la Rivoluzione ha creato in isolati, quartieri e comunità è più potente di qualsiasi Stato tipico. Il potere del popolo, quello è il vero potere.

Come ha detto Roberto Morales Ojeda, la risposta del popolo e del governo cubano non è la resa, ma la preparazione meticolosa e la mobilitazione collettiva, dimostrando ancora una volta che l’unità e l’intelligenza sono i pilastri per andare avanti.
Conclusione: una rivoluzione che si reinventa

L’inflazione a Cuba non è un numero, è un termometro dell’aggressione imperialista e della nostra capacità di resistenza. Le trasformazioni che stiamo applicando non sono perfette, avranno contraddizioni, ma è meglio avanzare con correzioni che restare paralizzati mentre il blocco ci soffoca. Come ho già detto prima.

«Non implementeremo un capitalismo predatore né effettueremo una privatizzazione massiccia degli asset nazionali, come alcuni temono. Non ci sarà privatizzazione della salute, della scienza, della cultura o dei servizi strategici per la nazione».

La Rivoluzione non si inginocchia, si reinventa e si rafforza nell’avversità. Perché come ci insegnò Fidel, «Rivoluzione è senso del momento storico, è cambiare tutto ciò che deve essere cambiato, è difendere i valori in cui si crede a costo di qualsiasi sacrificio». E questo, più di qualsiasi cifra, è ciò che realmente ci tiene in piedi.

La strada è difficile, ma la rotta è chiara: salvare la Rivoluzione, costruire una società più giusta e migliorare la vita del nostro popolo. Questa è la battaglia che stiamo combattendo. E la vinceremo.

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01/08/2026

L’Italia va alla guerra, tra prestiti per le armi, l’Ilva che chiude e l’inflazione che sale

Si chiama SAFE, Security Action For Europe, ed è un programma di prestiti europei a lunga scadenza per l’acquisto e la fabbricazione di nuovi armamenti. Questi includono munizioni e missili, sistemi di artiglieria, droni e sistemi anti-drone, nonché sistemi di difesa aerea e missilistica, protezione delle infrastrutture critiche, protezione degli asset spaziali, sicurezza informatica, tecnologia IA e sistemi di guerra elettronica. La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha spiegato più volte, in modo molto esplicito, che questo programma finanziato con 150 miliardi di euro serve a preparare l’Europa entro il 2030 alla guerra contro la Russia.

Pochi giorni fa il ministro degli esteri Tajani ha reso noto che l’Italia ha fatto richiesta di un prestito di 14,9 miliardi di euro del programma Safe, specificando che sarà poi il ministro della difesa Crosetto a indicare i progetti sui quali viene chiesto il finanziamento.

In Italia il governo Meloni è molto attento alla comunicazione, soprattutto quando si parla di guerra. Mentre in Europa sono molto più chiari e spiegano che la popolazione deve prepararsi alla guerra, qui da noi si usano argomenti più ibridi per nascondere i fatti, come l’accesso alle nuove tecnologie, il sostegno all’occupazione e, naturalmente, la necessità di difendersi.

Ma il dato eclatante è che, davanti ad una drammatizzazione della situazione economica, con migliaia di posti di lavoro a rischio nel settore siderurgico e con la certificazione che i salari hanno ripreso a scendere nonostante i decantati rinnovi contrattuali, il governo chiede prestiti per le armi. E che prestiti!

Del resto, viene da dire, dal lato delle opposizioni tutto tace. La Schlein ha ribadito recentemente, in una lunga intervista sul Foglio, l’appoggio incondizionato all’Ucraina e quindi il via libera a nuovi finanziamenti per proseguire la guerra contro la Russia. È la conferma delle posizioni assunte in tutti questi anni di completo appiattimento sulla linea guerrafondaia della Ue e della Nato e che, indirettamente, giustifica poi anche la scelta del riarmo.

Dal fronte sindacale l’attenzione invece è rivolta a ben altro. Proprio ieri, 29 luglio, sono tornati a riunirsi Confindustria e 14 associazioni datoriali assieme a Cgil, Cisl e Uil, per proseguire nella costruzione del Patto che dovrà sancire, una volta per tutte, l’assoluto monopolio dei diritti sindacali nelle mani della triplice. Anche questo in fondo è funzionale alla guerra, aiuta a tenere bassi i salari e a contenere l’incazzatura del mondo del lavoro.

Forse è ora di ricominciare a pensare che non abbiamo molte vie d’uscita. Tra queste ce n’è una che dice: blocchiamo tutto! Per la pace, per il salario, per il lavoro, blocchiamo tutto.

Unione Sindacale di Base

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21/07/2026

Il problema e la soluzione infame

di Alessandro Volpi

L’inflazione sta tornando a salire rapidamente con conseguenze pesanti, soprattutto perché non è chiaro fino a che punto potrebbe arrivare il rialzo.

Le condizioni internazionali sono pesantissime: blocco perdurante di Hormuz, guerra sine die in Ucraina, difficoltà nei transiti strategici come Gibuti e Suez, eccessiva dipendenza dal costoso GNL degli Stati Uniti, colli di bottiglia nella raffinazione, speculazione finanziaria rialzista.

Questa situazione ha immediate conseguenze sul caso italiano.

La bozza di Legge di bilancio del 2026 è costruita con una previsione dell’inflazione al 2,1% e ora stiamo già viaggiando al di sopra del 3%.

Ma le previsioni, alla luce di quanto ricordato, fanno immaginare un’inflazione assai probabilmente superiore al 4%, quasi 4 volte la crescita del paese e soprattutto quasi due volte gli aumenti salariali generati dai rinnovi contrattuali.

Questo significa che per finanziare la stessa Legge di bilancio 2027 servono al governo quasi 15 miliardi in più. In altre parole, per sostenere una spesa pubblica già largamente insufficiente servirebbe in pratica quasi un’altra finanziaria.

Per evitare ciò bisognerebbe non rispettare il vincolo europeo del 3% di rapporto tra deficit e Pil, abbinato ad drastica riduzione della spesa per il riarmo e ad un abbattimento del costo degli interessi, che invece sembrano destinati a salire per volontà della stessa Bce.

L’alternativa, che sembra quella perseguita dalla maggioranza di destra, è costituita dalle privatizzazioni, dai tagli ulteriori alle spese sanitaria, previdenziale e dell’istruzione.

In realtà la vera alternativa, oltre ovviamente al radicale cambiamento delle regole dell’austerità europea, sarebbero una vera riforma fiscale per avere un gettito adeguato e una politica energetica che non contribuisca ad accrescere l’inflazione, come sta avvenendo.

Solo per citare un esempio in tal senso basta ricordare che l’Italia pur avendo un’ottima capacità di raffinazione importa il 30/35% del gasolio e continua a produrre elettricità dal gas perché i grandi colossi energetici, di fatto nelle mani della finanza internazionale, fanno queste scelte, costosissime per gli italiani.

Peraltro, le rilevazioni persino della Bce, fanno notare che circa il 45% dell’inflazione nell’Eurozona dipende dai profitti delle imprese che hanno scaricato i costi, a cominciare dall’energia, sui consumatori.

Siamo davvero in una fase cruciale per cui servirebbero politiche pubbliche radicalmente diverse contro l’impoverimento generalizzato.

La Destra sembra aver capito che questo è il tema destinato a scatenare il conflitto sociale e prepara la cultura e gli strumenti della repressione.

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15/07/2026

Allarme rosso sull’economia statunitense

di Alessandro Volpi

Torno sul viaggio precipitoso di Christine Lagarde negli Stati Uniti per incontrare il presidente della Fed Kevin Warsh e il segretario al tesoro Scott Bessent.
Il primo giorno il colloquio con Warsh ha avuto ad oggetto, al di là del tema molto formale – l’opportunità per i banchieri centrali di non annunciare in anticipo le loro mosse – la gravità della situazione debitoria degli Stati Uniti.
Una situazione che, di fatto, non ha precedenti storici dal secondo dopoguerra e provo a mettere in luce perché. 

1. Debito Federale e Rapporto Debito/PIL

Il precedente: l’unico momento paragonabile per intensità fu la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946, il rapporto debito/PIL raggiunse il 106%.
Oggi: siamo oltre il 125-130%. La differenza fondamentale è che nel 1946 il debito servì a vincere una guerra e fu seguito da un boom demografico e industriale (i “Trenta Gloriosi”). Oggi il debito è strutturale, alimentato da spesa sociale, interessi passivi e spese militari per una sorta di stato di guerra endemico.

2. Tasso di risparmio basso e debito privato alto

Il precedente: il 2005-2007 (pre-crisi Lehman). Allora il risparmio scese verso il 2% e il debito delle famiglie era ai massimi.
Oggi (2026): la situazione è peggiore perché l’inflazione degli ultimi anni ha eroso i “cuscinetti” accumulati durante la pandemia. Il debito privato non è solo nei mutui, ma nelle carte di credito e nei prestiti auto, con tassi d’interesse molto più alti rispetto al 2008.

3. Debito in mani estere e riserve delle banche centrali

Se nel 2014 gli stranieri detenevano il 34% del debito, oggi quella quota è scesa drasticamente (stimata intorno al 20-22% o meno). 
La quota di dollari nelle riserve globali è scesa sotto il 55% (era al 70% nel 2000). Non è mai stata così bassa dall’era post-bellica. La Cina e le nazioni BRICS+ hanno accelerato la diversificazione in oro e valute locali.

4. Volume delle transazioni e dollaro debole

Il precedente: la fine degli anni ’70 (Presidenza Carter), quando l’inflazione galoppante e l’incertezza energetica portarono il Dollar Index a minimi storici.
Oggi (2026): la sfida è qualitativa. Per la prima volta, esistono sistemi di pagamento alternativi (mBridge, circuiti non-SWIFT) che funzionano. Il volume di transazioni in dollari non cala solo per “sfiducia”, ma per l’esistenza di infrastrutture concorrenti.

5. Costo dei CDS (assicurazione contro l’insolvenza USA)

Il precedente: i picchi si sono avuti durante le crisi del “tetto del debito” (2011 e 2023).
Oggi (2026): con Warsh che annuncia la fine del sostegno della Fed ai titoli di stato (QT aggressivo), il mercato percepisce che il “paracadute” pubblico è più piccolo. I prezzi dei CDS riflettono il timore che la politica non riesca a trovare un accordo sui tagli alla spesa.

6. Banche cariche di debito pubblico e ruolo dei fondi (Asset Managers)

Il precedente: durante la Seconda Guerra Mondiale, le banche furono costrette a finanziare lo sforzo bellico.
Oggi (2026): e la cosiddetta “Repressione Finanziaria”. Poiché gli stranieri comprano meno Treasuries, lo Stato conta sui fondi pensione nazionali e sui grandi gestori (BlackRock, Vanguard). Questi attori sono diventati i veri “regolatori” del debito: se smettono di comprare, il sistema salta.

7. Produzione di nuovi dollari (M2) molto bassa

Il precedente: la Grande Depressione (1929-1933). Fu l’ultima volta che la massa monetaria si contrasse in modo significativo, portando alla deflazione.
Oggi (2026): la Fed di Warsh sta cercando di drenare liquidità per combattere l’inflazione residua. È un esperimento pericolosissimo: cercare di ridurre la moneta mentre il debito è ai massimi.

8. Peso dell’economia USA sul PIL mondiale

Il precedente: bisogna risalire all’inizio del XX secolo. Nel 1945, gli USA pesavano per il 50% del PIL mondiale. Negli anni ’60 per il 40%.
Oggi (2026): il peso degli USA è sceso intorno al 15% (a parità di potere d’acquisto, PPP), superato dalla Cina e insidiato dall’India. Gli USA rimangono la prima potenza finanziaria, ma non sono più la “fabbrica del mondo”.

9. Cosa rende questo momento unico?

In passato, questi problemi si presentavano uno alla volta.
Negli anni ’40 avevamo debito alto, ma produzione record e moneta forte.
Negli anni ’70 avevamo dollaro debole, ma debito pubblico basso.
Nel 2008 avevamo debito privato alto, ma la Fed poteva stampare all’infinito perché l’inflazione era zero.
Oggi (luglio 2026), per la prima volta nella storia americana, tutti questi indicatori sono in “zona rossa” simultaneamente.
La scommessa di Warsh e Lagarde è che la fine della forward guidance e un ritorno alla disciplina monetaria possano salvare la credibilità del sistema prima che il mercato dei titoli di stato perda definitivamente fiducia.

Ma i margini di manovra sono i più stretti degli ultimi 100 anni.

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12/07/2026

Meno prodotto allo stesso prezzo. I paraculi della “shrinkflation”

Per non aumentare i prezzi, e dunque non alimentare l’inflazione, ti do meno prodotto allo stesso prezzo. Le aziende ricorrono a questo trucco per continuare a guadagnare anche in tempi di riduzione del potere d’acquisto di salari e pensioni, inoltre consentono ai governi di poter dire che i prezzi non sono aumentati e quindi anche l’inflazione non è salita. Il fenomeno infatti non è rilevato in modo specifico dall’Istat attraverso il monitoraggio dell’inflazione.

Il trucco si chiama shrinkflation, ed è una strategia che può far lievitare i costi al chilo o al litro fino al 200%. Dal detersivo per i piatti ai biscotti, dal bagnoschiuma ai salumi confezionati.

Il governo nel 2024 con il Ddl concorrenza era intervenuto contro la shrinkflation modificando il Codice del consumo italiano con l’introduzione dell’articolo 15-bis, il quale prevedeva l’obbligo temporaneo di indicare sulle etichette la riduzione quantitativa dei prodotti, in modo da informare correttamente i consumatori che acquistavano il prodotto “rimpicciolito”.

Ma nel marzo 2025 l’Ue aveva però avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per aver violato la direttiva sulla trasparenza del mercato unico, costringendo il governo a fare un passo indietro e formulare un nuovo provvedimento.

Dal 15 luglio ci sarà il via libera alle nuove disposizioni contro la shrinkflation, ma le norme a favore dei consumatori appaiono assai poco incisive. In base al decreto del Mimit, infatti, scompare l’obbligo per i produttori di indicare in etichetta la dicitura “Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X (unità di misura) rispetto alla precedente quantità”, il messaggio viene sostituito con un sistema di comunicazione lungo tutta la filiera commerciale che coinvolge distributori e rivenditori sia fisici sia online ed in cui sarà difficile rintracciare l’indicazione utile.

Anche l’obbligo informativo avrà una durata inferiore ai 6 mesi inizialmente previsti dal governo e verrà ridotto agli attuali tre mesi a partire dalla data di immissione in commercio del prodotto in quantità ridotta.

La furbata della shrinkflation riguarda il vastissimo mercato dei beni di largo consumo, che in Italia vale quasi 120 miliardi di euro annui, e che – secondo il Codacons – sta portando ad aumenti occulti dei prezzi in media tra il +10% e il +18%, con punte in alcuni casi del +40%, ma che, secondo Altroconsumo, per i consumatori vede i costi al chilo o al litro lievitare fino al 200%.

Intanto salari e pensioni restano sempre al palo, anzi perdono continuamente il loro potere d’acquisto rispetto all’inflazione reale. Con un governo e un sistema di aziende formato da paraculi c’è poco da sperare, andrebbero spazzati via per rimettere le cose nel giusto equilibrio, o meglio, nei giusti rapporti di forza.

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Meno lavatrici e più carri armati a prezzi d’inflazione

Il “fascino” del riarmo

I padroni del mondo stanno modellando i mercati a loro immagine e somiglianza. E attraverso questa operazione, è ovvio, trasformano anche profondamente le società umane che alimentano il business planetario. La decisa “sterzata” delle democrazie industriali occidentali, negli ultimi 10 anni, è stata quella di riscoprire il fascino perverso del riarmo come “motore dello sviluppo”. Basta con le lavatrici. Avanti con i carri armati! Niente di nuovo sotto il sole. È già successo ai primi del ‘900, con la corsa accelerata alla costruzione delle flotte da battaglia tedesche e inglesi. Una “gara” che portò dritto filato alla Prima guerra mondiale. E che venne riproposto poi, negli anni Trenta, con il travolgente riarmo della Germania nazista, che si tirò appresso le altre nazioni europee. Tutti sappiamo come andò a finire. Oggi, però, le “specifiche” che guidano le cosiddette “politiche di sicurezza” sono legate fino a un certo punto a mere questioni di interesse nazionale. Gratta gratta, sotto la superficie di una storia che sta mettendo in crisi tutti i governi europei (che infatti rischiano di essere cacciati) però, c’è una cointeressenza di obiettivi più finanziari e commerciali che geopolitici. “Si vis pacem para bellum” oggi vale per le banche e per grandi speculatori finanziari. Per quelli che fanno “insider trading”, comprando con largo anticipo e a prezzi molto più bassi le azioni di aziende che produrranno “magicamente”, in futuro, armi, munizioni ed equipaggiamenti militari.

Sicurezza? No, dollari

Al vertice Nato in Turchia, i ponderosi endecasillabi sulle nuove tattiche strategiche che riguardano la geopolitica del Terzo millennio si sprecheranno. Tutto fumo. La sostanza, ridotta all’osso, è che Donald Trump non solo non vuole più sborsare un dollaro per gli alleati, ma in teoria vorrebbe pure essere pagato. L’operazione più importante che ha fatto è quella di accollare (praticamente) all’Europa quanto più sostegno possibile per Kiev. Col trucco. Perché il futuro ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, significherà che della ricostruzione del martoriato Paese si dovrà fare carico in maggior misura proprio Bruxelles. Ma il problema grosso delle forniture militari, non riguarda solo il loro “funding”, cioè il reperimento delle risorse di bilancio destinate all’acquisto o alla loro fabbricazione. Il vero ostacolo insormontabile, come viene denunciato in esclusiva anche in un report del Wall Street Journal, è la “saturazione” della capacità produttiva. Detto in parole povere, rispetto alla richiesta (c’è un impazzimento generale) le fabbriche non riescono a stare dietro al ritmo della domanda. Sembra incredibile, ma continuando di questo passo, avremo un’inflazione “da missili e carri armati”, perché per una naturale legge economica i prezzi s’impenneranno.

WSJ: il rincaro delle bombe

Il Wall Street Journal riporta le dichiarazioni del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, notoriamente molto accondiscendente con Trump. Rutte sostiene che il Presidente americano sarà sicuramente soddisfatto dagli incrementi di spesa militare, decisi dai Paesi europei. Bisogna tenere conto, scrive il Wall Street Journal, che “il prezzo di un proiettile di artiglieria da 155 mm, una delle munizioni più basilari della Nato, è più che quadruplicato dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, a causa dell’aumento vertiginoso dei budget che ha colpito la limitata offerta, affermano funzionari sia della Nato che dell’industria. Ad Ankara, parallelamente agli incontri tra i leader, la Nato terrà un forum industriale per i dirigenti del settore della produzione di armi e i pianificatori governativi, al fine di discutere le modalità per accelerare ed espandere la produzione. I funzionari della Nato prevedono di annunciare, durante l’evento di martedì, contratti, accordi preliminari e accordi di produzione congiunta per miliardi di dollari”.

Mark Rutte soddisfatto

“Giovedì – ricorda il WSJ – in un post su Truth Social, Trump si è lamentato delle spese militari europee e ha affermato che gli Stati Uniti non traggono ‘alcun beneficio’ dall’appartenenza alla Nato. Durante una visita televisiva nello Studio Ovale con Trump, Rutte ha però elogiato l’aumento delle spese per la difesa da parte degli alleati europei e del Canada, che ha soprannominato il ‘Trilione di Trump’. Il suo messaggio: l’Europa ha fatto un passo avanti e ha risposto alle richieste degli Stati Uniti di fare di più, costruendo una Nato 3.0”.

Conclusioni

C’è la netta sensazione che gli Stati Uniti, in materia di consumo di scorte, abbiano fatto il passo più lungo della gamba. Hanno continuato a fornire missili, proiettili di artiglieria e sistemi d’arma di ogni tipo, con un flusso continuo, prima all’Ucraina e poi a Israele. Inoltre, con l’attacco all’Iran hanno continuato a “bruciare” preziose risorse militari di prima linea, tecnologicamente avanzate, ma soprattutto costosissime e di realizzazione industriale su scala relativamente ridotta. Insomma, si sono inguaiati. E ora se la pigliano con l’Europa.

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09/07/2026

Bombardo, dunque sono... l’America in versione mono

Se l’unico strumento che hai a disposizione è un martello, tutto comincerà a sembrarti un chiodo.

La politica Usa è ridotta sostanzialmente a questo. Il martello può prendere la forma dei dazi o dei bombardamenti, del sequestro di un presidente eletto o della manipolazione palese dei processi elettorali in diversi paesi, ma la logica è una sola: l’unico accordo buono è quello che certifica la volontà degli Stati Uniti, ossia del cerchio magico trumpiano. Se no, guerra. Cancellata ogni pretesa di giustificare “legalmente”, e tanto meno “moralmente”, la propria famelica pretesa di comando.

Sull’Iran si è scatenata la seconda ondata di attacchi aerei e missilistici, che hanno preso di mira una novantina di postazioni. Stavolta gli obbiettivi non erano soltanto quelli militari intorno allo Stretto di Hormuz, giustificati con la volontà di interrompere attacchi di incerta paternità alle navi di passaggio, ma anche la ferrovia tra Teheran e Mashhad, nel nord est del paese.

La linea in questi giorni è la via principale per il traffico di fedeli che seguono il percorso della salma di Alì Khamenei (ieri a Kerbala, in Iraq), che dovrà essere portata proprio a Mashhad, sua città natale.

Ma quel tratto ferroviario è anche una sezione della nuovissima via di collegamento con la Cina, attraverso Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan. E quindi sembra chiaro l’intento Usa di rendere meno efficiente il traffico merci con il Dragone.

Le agenzie locali riportano comunque che le squadre di riparazione sono già al lavoro, come peraltro avvenuto per altri ponti interrotti durante la guerra di marzo-aprile, grazie alla predisposizione di depositi contenenti i “ricambi” indispensabili (piloni, rotaie, tratti di viadotto, ecc.) lungo i percorsi.

Come avvenuto la notte scorsa, la reazione iraniana ha preso di mira le basi Usa, in particolare Camp Arifjan, la base Ali Al-Salem in Kuwait e le basi di Juffair e Sheikh Isa in Bahrain. Come sempre, le fonti Usa dichiarano che “tutti i droni e i missili sono stati abbattuti” (mai dire all’elettore statunitense che si sono subiti danni...), mentre le agenzie locali riferiscono di numerose esplosioni ed incendi, compresa la base della Quinta Flotta in Bahrein.

Le sirene sono state azionate anche nella base Usa di Muwaffaq al-Salti, nella regione di Azraq nella Giordania orientale.

Manca ancora una ragione chiara per questa svolta che sembra chiudere ogni possibilità ulteriore di trattativa, anche se contemporaneamente i paesi mediatori – Qatar e Pakistan – continuano a fare la spola da entrambe le parti.

Il cuore del contendere si è progressivamente spostato dal “programma nucleare” iraniano alla “riapertura dello Stretto di Hormuz”. E già qui l’irrazionalità è palese, visto che lo Stretto era liberamente attraversabile da chiunque prima del 28 febbraio, data di inizio dell’aggressione israelo-statunitense.

Fare una seconda tranche di guerra per riportare la situazione al punto di partenza è già un’ammissione di fallimento strategico.

Innumerevoli analisti, di diversi paesi e anche di opposta visione geostrategica, concordano sul fatto che il Memorandum of understanding firmato in Svizzera sia una sostanziale vittoria di Teheran. E a quanto pare qualcuno è riuscito a farlo capire anche a Trump. Che ha reagito nell’unico modo rimasto all’America più stupida della storia: usando il martello.

Le conseguenze immediate sono quelle ben note: impennata dei prezzi di petrolio e gas, crollo generalizzato delle borse (ma quella di Shangai sale...), riduzione drastica delle stime di crescita economica un po’ in tutto il mondo (Stati Uniti compresi), nuova risalita delle pressioni inflazionistiche.

Quest’ultima conseguenza minaccia direttamente proprio gli Usa, alle prese con un debito pubblico monstre che riescono a rinnovare solo grazie a tassi d'interesse molto alti (4,6% sul Treasury decennale).

Un’inflazione più alta potrebbe insomma indurre la Federal Reserve ad alzare i tassi, invece di diminuirli, comprimendo così ancora di più le prospettive di crescita e aumentando ancora il costo del “servizio del debito” per gli Usa.

In una situazione economica di fatto mondializzata e multipolare, in altri termini, la pretesa statunitense di risolvere i contenziosi a colpi di “martello unilaterale” comporta sempre la certezza che qualcuna delle martellate si scarichi sul proprio stesso corpo.

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Il vertice di Ankara conferma il pericoloso stato confusionale della Nato

di Alessandro Volpi

I lavori del consesso presieduto da Erdogan sono facilmente riassumibili in pochi punti: sostegno all’Ucraina per una continuazione sine die della guerra, riaffermazione – sia pur con mille formule esoteriche – del finanziamento del riarmo, apertura di un altrettanto fantomatico “fronte Sud” voluto dalla disorientatissima Meloni, beneplacito alla folle guerra di Trump in Iran che sta prolungando la devastante chiusura di Hormuz.

In pratica la Nato, incarnata da un pazzo scatenato come Rutte, soffia costantemente sul fuoco.

Ma il fuoco può accendersi molto presto a partire dal piano economico.

Il nuovo attacco all’Iran è motivato dalla irrazionalità di Trump che spera davvero di puntare tutto sul rialzo del prezzo del petrolio e del gas: un errore madornale e costosissimo.

In queste condizioni il rialzo del prezzo del gas e del petrolio determinerà infatti un ulteriore incremento dell’inflazione negli Stati Uniti, già oltre il 4%, obbligando assai probabilmente la Federal Reserve ad alzare ulteriormente i tassi con effetti pesantissimi per il debito federale Usa, che già paga quasi il 4,6% sul decennale, e per milioni di americani indebitati.

A questo riguardo vorrei aggiungere un interessante dato specifico. Nelle ultime aste il 30% dei titoli del debito Usa sono stati acquistati da fondi hedge con sede in Lussemburgo o nelle Cayman, con evidenti fini speculativi e per l’alto interesse.

Tali acquisti sono stati compiuti però da simili fondi prendendo denaro a prestito che, in caso di rialzo dei tassi, dovranno sborsare rapidamente magari vendendo proprio il debito Usa, con conseguenze insidiosissime.

Gli Stati Uniti sono ormai l’origine del caos, ma i paesi Nato continuano ad ossequiarli e a finanziarli facendosi trascinare nel baratro.

Meloni difende la scelta del “nazionalismo Occidentale” come la migliore soluzione, mentre Merz, Macron e Starmer sono dei figuranti che dipendono dalle fabbriche di armi dell’Ucraina di Zelensky per sostenere la loro riconversione produttiva e dalla Turchia di Erdogan perché resta l’unico hub energetico dopo la chiusura dei rapporti con la Russia.

Non male per la culla dei liberal obbedire a Trump, a Zelensky e a Erdogan.

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25/06/2026

Albania - Continuano le proteste. Nel mirino c’è tutta la classe dirigente

È da quasi quattro settimane che la mobilitazione in Albania continua, e i suoi caratteri e obiettivi politici si sono ormai trasformati.

Partite dalla critica ambientalista riguardante la svendita del patrimonio naturale del paese alla speculazione immobiliare guidata dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, ormai le piazze sono arrivate a denunciare un sistema di corruzione e di povertà strutturale, di cui il primo responsabile viene individuato nel governo di Edi Rama.

Nell’ultima settimana, decine di migliaia di manifestanti hanno accerchiato il palazzo del governo a Tirana e occupato la spiaggia di Zvërnec a Valona, esigendo lo stop immediato dei progetti edilizi e le dimissioni irrevocabili del primo ministro.

Sotto lo slogan “l’Albania non è in vendita”, la miccia delle proteste, o la goccia che ha fatto traboccare il vaso, è stato il mega-progetto che viene promesso porterà 4 miliardi di investimenti per la turistificazione di zone significative dell’Adriatico albanese.

Si tratta dell’isola di Sazan, dove si trova un’ex base militare di proprietà statale, e la laguna protetta di Vjosa-Narta. È qui che fanno tappa i fenicotteri (e non solo loro) da cui il nome del movimento: “la Rivoluzione dei Fenicotteri”. Ad oggi, sono state ben quarantuno le organizzazioni ambientaliste internazionali a sottoscrivere una dura lettera aperta indirizzata a Rama per richiedere la sospensione immediata delle concessioni.

Ma ciò che fa davvero paura al governo è che sotto accusa c’è anche la legge con la quale, nel 2024, l’esecutivo ha allentato i vincoli di tutela ambientale, aprendo le porte al progetto di Kushner. Su questa scelta si allunga l’ombra della corruzione per alcuni terreni legati alle nuove costruzioni, in una fase in cui il tema è al centro del dibattito politico, dopo che alla fine dello scorso anno il braccio destro di Rama è stato incriminato per l’utilizzo di fondi pubblici a favore di alcune imprese private nel corso di gare d’appalto.

Nonostante l’accerchiamento dei palazzi di potere e la crescente pressione internazionale (ricordiamo che varie manifestazioni si sono svolte anche nelle comunità albanesi in giro per l’Europa, molte in Italia), il premier Edi Rama mantiene una linea di assoluta fermezza, rifiutando ogni ipotesi di arretramento. Del resto, dare ragione alle piazze significherebbe decretare il fallimento (e la caduta) del proprio governo.

Se da una parte Rama ci ha tenuto a sottolineare che “le proteste sono parte organica di una società libera e democratica”, e il fatto che ci siano è per lui un segnale di buona salute della dialettica politica del paese, ha anche affermato con nettezza che “non c’è nessuna possibilità che questo investimento si fermi finché sono io qui”.

Quanto ai presunti favoritismi verso la famiglia Trump, Rama ha minimizzato, specificando che i primi contatti con Kushner risalgono a un periodo in cui non si sapeva se Donald Trump “sarebbe finito alla Casa Bianca o in prigione”, definendo l’accordo un affare esclusivamente economico e bollando le critiche online come un “ciclone digitale” passeggero. Rama presenta il progetto immobiliare e turistico come un’occasione di modernizzazione del paese.

Questa viene vista come fondamentale per raggiungere i requisiti necessari a entrare nella UE. Tuttavia, il Parlamento Europeo, discutendo dell’allargamento nei Balcani della scorsa settimana, ha approvato a larga maggioranza (483 voti a favore, 103 contrari e 70 astensioni) una relazione positiva sugli sforzi di Tirana, ma ha chiesto esplicitamente “l’abrogazione delle modifiche apportate nel 2024 alla legge sulle aree protette”.

Nonostante appaia come una mossa pensata più contro la “filiera Trump” che contro la devastazione ambientale, ciò complica ulteriormente la posizione di Rama. Anche perché le piazze albanesi si sono trasformate nel catalizzatore di un malcontento sociale generalizzato, esasperato dall’inflazione e dalla corruzione percepita come endemica. Molti dei manifestanti denunciano condizioni di vita insostenibili, con salari medi e pensioni minime ridotte al lumicino a fronte di un costo della vita schizzato alle stelle.

Anche per questo va sottolineato che, nonostante l’opposizione di centro-destra di Sali Berisha stia cercando di cavalcare l’onda del malcontento per dare una spallata a Rama, i manifestanti si difendono bene dalle strumentalizzazioni. Nelle proteste, si alzano cori che inneggiano alla prigione tanto per Berisha quanto per l’attuale capo del governo.

La critica viene mossa all’intero sistema politico e al modello che ha costruito in questi decenni di svendita del paese. Del resto, Berisha era inizialmente favorevole al progetto di Kushner, per poi ribaltare le sue idee quando ha visto che montava un’opposizione concreta all’iniziativa turistica.

Una svolta fondamentale si è avuta poi il 22 giugno, quando il gruppo di coordinamento della protesta ha reso pubblico un comunicato in cui avanza una piattaforma politica chiara, un vero e proprio terremoto in cinque punti per Tirana:
  1. Le dimissioni non negoziabili del Primo Ministro Edi Rama e dell’intero gabinetto di governo.
  2. La creazione di un governo tecnico di transizione, che sarà apartitico e avrà un mandato chiaro di 12 mesi.
  3. Redigere una nuova Costituzione che garantisca la piena uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, da sottoporre all’approvazione di un referendum popolare. Questa riforma costituzionale prevede: la modifica del Codice elettorale; la modifica della legge sul finanziamento dei partiti e delle organizzazioni politiche; la limitazione del mandato del Primo Ministro a un massimo di due mandati (interi o parziali) nell’arco dell’intera vita politica di un individuo.
  4. Non si rinuncia alle richieste economiche e ambientali iniziali, che richiedono con urgenza: l’annullamento delle modifiche alla legge sulle “Aree protette”; l’annullamento delle modifiche alla legge sul “Patrimonio culturale”; l’abrogazione del pacchetto legislativo noto come “Pacchetto Montagne”; l’abrogazione dello status e del quadro giuridico per gli “Investimenti strategici”.
  5. Un nuovo contratto sociale tra cittadini e Stato, che verrà elaborato attraverso consultazioni con intellettuali, esperti tecnici e cittadini apartitici proposti direttamente dalla piazza della protesta.
Insomma, l’obiettivo non è vertenziale, ma generale e politico: “un nuovo contratto sociale”. Il fallimento di tutta la classe dirigente è evidente, anche se la UE approva largamente i “progressi” fatti fino a oggi.

La politicizzazione del malcontento emerso dal progetto Kushner ha prodotto una piattaforma, bisognerà vedere ora se riuscirà a fare le pressioni adeguate affinché si concretizzi.

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05/06/2026

Per Washington è l’ora di scegliere

I giorni passano, in Libano si combatte nonostante l’“accordo” – siglato da Israele con il presidente Aoun – che Hezbollah non ha accettato, nel Golfo regna una calma nervosa.

Trump straparla come sempre, affermando ad una certa ora che potrebbe dar ordine di riprendere gli attacchi e l’ora dopo che si potrebbe arrivare alla firma entro una settimana; anzi, che in quel caso incontrerebbe la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, ripresosi dalle ferite subite il primo giorno di bombardamenti israelo-americani.

Il Consiglio di sicurezza di Tel Aviv “consiglia” invece di proseguire l’invasione del Libano anche a dispetto dell’ennesimo “cessate il fuoco” appena siglato e accarezza l’idea di dare un altro colpo a Teheran, facendo saltare la trattativa ufficialmente in corso. Nel corso della riunione, Netanyahu ha affermato che non metterà ai voti l’ultima versione dell’accordo di cessate il fuoco mediato dagli Usa finché Hezbollah non ne avrà accettato i termini: «al momento non c’è alcun accordo».

Merita la sottolineatura il rifiuto di Hezbollah di accettare una “tregua” che di fatto significa il congelamento del fronte e l’occupazione sionista di una vasta zona del Libano meridionale, in cui l’Idf continua a distruggere tutte le case per rendere impossibile il ritorno di oltre un milione di profughi (un abitante su cinque dell’intero Paese).

Se si dovesse dar retta alla propaganda israeliana (unica fonte accettata dai media occidentali) questo rifiuto sembrerebbe un suicidio. In realtà lo stesso Ehud Barak – ex premier nonché ex capo del nucleo delle “teste di cuoio” che nel ‘72 assaltò l’areo Sabena all’aeroporto di Lod, guidando tra gli altri il giovane Netanyahu, ora suo avversario – ammette che “Nonostante i successi militari di Israele, tra cui l’assassinio di Sayyed Hassan Nasrallah e il raggiungimento di obiettivi tra i comandanti e le infrastrutture missilistiche del movimento, Hezbollah continua a esistere e a mantenere la propria capacità operativa, ed è in grado di nuocere all’esercito israeliano e agli abitanti del nord di Israele”.

Merito anche del cambiamento tattico avvenuto nella guerra con i droni a fibra ottica – non deviabili con contromisure elettroniche – che hanno alzato notevolmente il prezzo dell’avanzata israeliana.

La critica di Barak è del resto generalizzata, nel fetido panorama politico di Tel Aviv, dove si gioca a chi è il genocida più spietato ed “efficiente” in vista delle ormai prossime elezioni politiche (ad ottobre). Il criminale di guerra e ricercato internazionale “Bibi”, infatti, è accusato di non aver mantenuto la promessa di distruggere Hamas, ottenere un “cambio di regime” in Iran, e infine anche di non aver distrutto Hezbollah.

Come si vede, spazio politico-elettorale per gestire un processo di pace, lì non c’è.

Anche il rapporto con Trump – pressato, come vedremo, da esigenze di segno opposto – è in un momento critico, dopo l’ormai celebre telefonata piena di insulti. Il timore a Tel Aviv è che “la tregua” sia un anticipo di ulteriori limiti posti all’aggressività di Israele da parte statunitense, ma è altrettanto chiaro che non è possibile approfondire lo scontro con Washington a quattro mesi dalle elezioni e soprattutto in vista di un Medio Oriente che uscirà molto cambiato dalla conclusione della guerra. E non a favore dei sionisti... 

Trump, da parte sua, ha problemi ovviamente più ampi – la sua stupidità nel muovere guerra all’Iran pensando che sarebbe stata una “guerra lampo” ha messo nei guai l’economia mondiale – che vanno persino al di là delle elezioni di midterm, in cui verrà rinnovato metà del Congresso e potrebbe consegnargli un futuro da “anatra zoppa” (un presidente senza più maggioranza parlamentare, quindi limitato).

Le grandi compagnie petrolifere Usa stanno facendo pressione ormai da settimane segnalando che stanno facendo sempre più affidamento sugli stoccaggi nazionali per sostituire i prodotti che non arrivavano più dal Medio Oriente. In pratica, stanno esaurendo le scorte.

“Siamo già a livelli pericolosamente bassi”, ha detto un anonimo dirigente del settore sentito da POLITICO. “Abbiamo condiviso queste preoccupazioni ai massimi livelli del governo su ciò che ci aspetta tra metà e fine giugno... Spero che [alla Casa Bianca, ndr] stiano prestando attenzione alle scorte in questo momento. Stiamo toccando il fondo del serbatoio”. 

In altri termini: bisogna riaprire Hormuz, ma con modalità che garantiscano la normale fluidità del commercio. Ossia senza azioni militari e concedendo all’Iran quel tanto di “sovranità” formale che di fatto già esercita. Poi si vedrà... 

La prospettiva alternativa è da incubo per un presidente Usa: prezzi dei carburanti che si impennano ulteriormente, superando di molto quella soglia – ormai vicina – dei “5,02” dollari al gallone che segnò la fine di Biden e Kamala Harris.

Neil Chapman, vicepresidente di Exxon, ha detto a una conferenza per investitori che il Brent “datato” (a consegna stabilita) – il benchmark per i prezzi del petrolio greggio fisico – potrebbe presto raggiungere i 150 o 160 dollari al barile, se si resta fermi a Hormuz.

E anche se lo stretto fosse riaperto subito, dice un altro petroliere “anonimo”, “Non pensate che uno Stretto aperto significhi che la vostra bolletta della benzina per il 4 luglio non sarà più alta di quanto non sia oggi. Lo sarà”. Una minaccia vera, per l’automobilista Usa, ossia il termometro del consenso di massa... 

Secondo i risultati di un sondaggio congiunto di The Economist e YouGov il 68% degli americani ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero raggiungere un accordo con l’Iran il prima possibile e porre fine alla guerra. Al contrario, solo l’11% non è d’accordo con questa opinione e il 21% non ha espresso un parere in merito. Anche una parte degli elettori repubblicani è scettica sulla prosecuzione del conflitto e appoggia la scelta di perseguire una soluzione diplomatica.

Anche altri paesi importatori si trovano in condizioni simili, perché il livello dei consumi globali (circa 100 milioni di barili di greggio al giorno, senza neanche calcolare che pure il gas sta subendo processi simili) non può permettersi di fare a meno del 20% della produzione. Per qualche settimana si è “rimediato” dando fondo alle scorte, ma ora basta.

Ne deriva che l’amministrazione Trump deve arrivare ad un’intesa con Teheran, visto che qualsiasi opzione militare – fosse anche la minacciata atomica di fine marzo – renderebbe la situazione più esplosiva, non meno.

È l’esatto contrario dei “bisogni” di Israele e di Netanyahu in particolare, peraltro con un governo fatto di idioti sanguinari e millenaristi come Smotrich e BenGvir, che dei problemi globali se ne fottono allegramente, confidando ciecamente sul fatto che l’Aipac garantirà aiuti economico-militari dagli Usa per l’eternità.

Non è una situazione facile per nessuno dei protagonisti, certo, ma il ticchettio dell’orologio si è fatto più frenetico soprattutto per Washington. Deve scegliere, sapendo che comunque sarà una scelta quanto meno insoddisfacente...

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Italia costretta a rimanere al palo. Ocse, Fmi e Bruxelles si mettono di traverso

Alla fine anche secondo l’ultimo Economic Outlook dell’Ocse, l’economia italiana crescerà solo dello 0,5% nel 2026, mentre “il nuovo shock energetico pesa su consumi delle famiglie, investimenti ed export”, frenando lo slancio legato all’aumento delle spese determinate dal PNRR. In pratica è la stessa valutazione sulla crescita dell’Italia fatta dalla Commissione europea.

L’Ocse, ha alzato la stima di un misero 0,1% rispetto a marzo (quando era dello 0,4) , mentre per il 2027, l’eventuale calo dei prezzi dell’energia e la riduzione dell’incertezza, permetterebbe alla crescita di posizionarsi a +0,6%, ma anche in questo caso si tratta di una correzione al ribasso rispetto alla precedente stima del +0,7%.

Inoltre, secondo l’ultimo Economic Outlook pubblicato dall’Ocse, l’inflazione in Italia è destinata a salire al 3% entro il 2026. Questo aumento è attribuito principalmente allo shock energetico derivante dalla guerra all'Iran, che sta esercitando una pressione crescente sui prezzi al consumo.

Nel 2025, l’inflazione in Italia era prevista all’1,6%, ma le nuove stime indicano un cambiamento di rotta, con un incremento che porterà l’inflazione al 3% l’anno successivo.

Dopo il calo registrato ad aprile, per il mese di maggio le quotazioni all’ingrosso del gas sono rimaste pressoché invariate e la spesa totale di una famiglie tipo è aumentata dello 0,9% rispetto al mese precedente. A comunicarlo in questo caso è l’Arera (organismo di tutela sui prezzi energetici) nel suo consueto aggiornamento.

Pertanto, per i 2,3 milioni circa di utenti ancora “salvaguardati” nel Servizio di tutela della vulnerabilità, il prezzo della sola materia prima gas è pari a 46,89 euro al Megawattora. Per il mese di maggio 2026, il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo (ovvero la famiglia tipo ha consumi medi di gas di 1.100 metri cubi annui) è stata pari a 122,15 centesimi di euro per metro cubo.

Di fronte a questa nuova mazzata per il potere d’acquisto di salari e pensioni, l’Ocse si premura di sottolineare che “assicurare che le misure di contenimento dei prezzi dell’energia siano temporanee e limitate a famiglie e imprese vulnerabili limiterà l’impatto dello shock contenendo i costi fiscali”.

Ma su questo è arrivata la decisione della Commissione europea che, di fatto, non accoglie la richiesta di Meloni di allargare ai prezzi energetici la clausola di salvaguardia nazionale, una misura straordinaria introdotta lo scorso anno per escludere le spese per la difesa dal quadro dei vincoli di bilancio dell’UE. La deroga consente solo di finanziare investimenti “green” nel settore degli impianti energetici ma non di congelare le accise sui prezzi dei carburanti, ragione per cui da domenica 7 giugno i prezzi alla pompa non saranno più “calmierati”.

Le raccomandazioni della Commissione indicherebbero che una certa flessibilità sarebbe possibile, ma solo per sostenere le famiglie vulnerabili e i settori più esposti, e non attraverso sussidi generalizzati per il resto delle famiglie né per le imprese.

Questa posizione della Commissione europea del resto è allineata con quella del FMI, il quale la scorsa settimana aveva affermato che “la recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina per attenuare l’impatto dello shock dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili”.

Il costo stimato di queste misure è di circa lo 0,1% del PIL nel 2026, ma potrebbe salire allo 0,3% se rimanessero in vigore fino a fine anno. Ma per i tecnocrati di Ocse, Fmi e Commissione europea, tali preoccupazioni non devono manifestarsi se si portano le spese militari al 5% del Pil, con un incremento nel tempo di ben il 3% rispetto alla spesa pubblica attuale.

L’Italia del resto continua a registrare anche i costi energetici più alti d’Europa, soprattutto per i costi fissi (tasse, le imposte e i servizi) che vengono caricati su ogni bolletta, indipendentemente dai consumi reali. Risultato: le bollette sono raddoppiate rispetto a quattro anni fa ma salari e pensioni restano al palo e ben sotto sia l’inflazione programmata che quella reale.

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