Si chiama SAFE, Security Action For Europe, ed è un programma di prestiti europei a lunga scadenza per l’acquisto e la fabbricazione di nuovi armamenti. Questi includono munizioni e missili, sistemi di artiglieria, droni e sistemi anti-drone, nonché sistemi di difesa aerea e missilistica, protezione delle infrastrutture critiche, protezione degli asset spaziali, sicurezza informatica, tecnologia IA e sistemi di guerra elettronica. La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha spiegato più volte, in modo molto esplicito, che questo programma finanziato con 150 miliardi di euro serve a preparare l’Europa entro il 2030 alla guerra contro la Russia.
Pochi giorni fa il ministro degli esteri Tajani ha reso noto che l’Italia ha fatto richiesta di un prestito di 14,9 miliardi di euro del programma Safe, specificando che sarà poi il ministro della difesa Crosetto a indicare i progetti sui quali viene chiesto il finanziamento.
In Italia il governo Meloni è molto attento alla comunicazione, soprattutto quando si parla di guerra. Mentre in Europa sono molto più chiari e spiegano che la popolazione deve prepararsi alla guerra, qui da noi si usano argomenti più ibridi per nascondere i fatti, come l’accesso alle nuove tecnologie, il sostegno all’occupazione e, naturalmente, la necessità di difendersi.
Ma il dato eclatante è che, davanti ad una drammatizzazione della situazione economica, con migliaia di posti di lavoro a rischio nel settore siderurgico e con la certificazione che i salari hanno ripreso a scendere nonostante i decantati rinnovi contrattuali, il governo chiede prestiti per le armi. E che prestiti!
Del resto, viene da dire, dal lato delle opposizioni tutto tace. La Schlein ha ribadito recentemente, in una lunga intervista sul Foglio, l’appoggio incondizionato all’Ucraina e quindi il via libera a nuovi finanziamenti per proseguire la guerra contro la Russia. È la conferma delle posizioni assunte in tutti questi anni di completo appiattimento sulla linea guerrafondaia della Ue e della Nato e che, indirettamente, giustifica poi anche la scelta del riarmo.
Dal fronte sindacale l’attenzione invece è rivolta a ben altro. Proprio ieri, 29 luglio, sono tornati a riunirsi Confindustria e 14 associazioni datoriali assieme a Cgil, Cisl e Uil, per proseguire nella costruzione del Patto che dovrà sancire, una volta per tutte, l’assoluto monopolio dei diritti sindacali nelle mani della triplice. Anche questo in fondo è funzionale alla guerra, aiuta a tenere bassi i salari e a contenere l’incazzatura del mondo del lavoro.
Forse è ora di ricominciare a pensare che non abbiamo molte vie d’uscita. Tra queste ce n’è una che dice: blocchiamo tutto! Per la pace, per il salario, per il lavoro, blocchiamo tutto.
Unione Sindacale di Base
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/08/2026
L’Italia va alla guerra, tra prestiti per le armi, l’Ilva che chiude e l’inflazione che sale
21/07/2026
Il problema e la soluzione infame
L’inflazione sta tornando a salire rapidamente con conseguenze pesanti, soprattutto perché non è chiaro fino a che punto potrebbe arrivare il rialzo.
Le condizioni internazionali sono pesantissime: blocco perdurante di Hormuz, guerra sine die in Ucraina, difficoltà nei transiti strategici come Gibuti e Suez, eccessiva dipendenza dal costoso GNL degli Stati Uniti, colli di bottiglia nella raffinazione, speculazione finanziaria rialzista.
Questa situazione ha immediate conseguenze sul caso italiano.
La bozza di Legge di bilancio del 2026 è costruita con una previsione dell’inflazione al 2,1% e ora stiamo già viaggiando al di sopra del 3%.
Ma le previsioni, alla luce di quanto ricordato, fanno immaginare un’inflazione assai probabilmente superiore al 4%, quasi 4 volte la crescita del paese e soprattutto quasi due volte gli aumenti salariali generati dai rinnovi contrattuali.
Questo significa che per finanziare la stessa Legge di bilancio 2027 servono al governo quasi 15 miliardi in più. In altre parole, per sostenere una spesa pubblica già largamente insufficiente servirebbe in pratica quasi un’altra finanziaria.
Per evitare ciò bisognerebbe non rispettare il vincolo europeo del 3% di rapporto tra deficit e Pil, abbinato ad drastica riduzione della spesa per il riarmo e ad un abbattimento del costo degli interessi, che invece sembrano destinati a salire per volontà della stessa Bce.
L’alternativa, che sembra quella perseguita dalla maggioranza di destra, è costituita dalle privatizzazioni, dai tagli ulteriori alle spese sanitaria, previdenziale e dell’istruzione.
In realtà la vera alternativa, oltre ovviamente al radicale cambiamento delle regole dell’austerità europea, sarebbero una vera riforma fiscale per avere un gettito adeguato e una politica energetica che non contribuisca ad accrescere l’inflazione, come sta avvenendo.
Solo per citare un esempio in tal senso basta ricordare che l’Italia pur avendo un’ottima capacità di raffinazione importa il 30/35% del gasolio e continua a produrre elettricità dal gas perché i grandi colossi energetici, di fatto nelle mani della finanza internazionale, fanno queste scelte, costosissime per gli italiani.
Peraltro, le rilevazioni persino della Bce, fanno notare che circa il 45% dell’inflazione nell’Eurozona dipende dai profitti delle imprese che hanno scaricato i costi, a cominciare dall’energia, sui consumatori.
Siamo davvero in una fase cruciale per cui servirebbero politiche pubbliche radicalmente diverse contro l’impoverimento generalizzato.
La Destra sembra aver capito che questo è il tema destinato a scatenare il conflitto sociale e prepara la cultura e gli strumenti della repressione.
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15/07/2026
Allarme rosso sull’economia statunitense
Torno sul viaggio precipitoso di Christine Lagarde negli Stati Uniti per incontrare il presidente della Fed Kevin Warsh e il segretario al tesoro Scott Bessent.
Il primo giorno il colloquio con Warsh ha avuto ad oggetto, al di là del tema molto formale – l’opportunità per i banchieri centrali di non annunciare in anticipo le loro mosse – la gravità della situazione debitoria degli Stati Uniti.
Una situazione che, di fatto, non ha precedenti storici dal secondo dopoguerra e provo a mettere in luce perché.
1. Debito Federale e Rapporto Debito/PIL
Il precedente: l’unico momento paragonabile per intensità fu la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946, il rapporto debito/PIL raggiunse il 106%.
Oggi: siamo oltre il 125-130%. La differenza fondamentale è che nel 1946 il debito servì a vincere una guerra e fu seguito da un boom demografico e industriale (i “Trenta Gloriosi”). Oggi il debito è strutturale, alimentato da spesa sociale, interessi passivi e spese militari per una sorta di stato di guerra endemico.
2. Tasso di risparmio basso e debito privato alto
Il precedente: il 2005-2007 (pre-crisi Lehman). Allora il risparmio scese verso il 2% e il debito delle famiglie era ai massimi.
Oggi (2026): la situazione è peggiore perché l’inflazione degli ultimi anni ha eroso i “cuscinetti” accumulati durante la pandemia. Il debito privato non è solo nei mutui, ma nelle carte di credito e nei prestiti auto, con tassi d’interesse molto più alti rispetto al 2008.
3. Debito in mani estere e riserve delle banche centrali
Se nel 2014 gli stranieri detenevano il 34% del debito, oggi quella quota è scesa drasticamente (stimata intorno al 20-22% o meno).
La quota di dollari nelle riserve globali è scesa sotto il 55% (era al 70% nel 2000). Non è mai stata così bassa dall’era post-bellica. La Cina e le nazioni BRICS+ hanno accelerato la diversificazione in oro e valute locali.
4. Volume delle transazioni e dollaro debole
Il precedente: la fine degli anni ’70 (Presidenza Carter), quando l’inflazione galoppante e l’incertezza energetica portarono il Dollar Index a minimi storici.
Oggi (2026): la sfida è qualitativa. Per la prima volta, esistono sistemi di pagamento alternativi (mBridge, circuiti non-SWIFT) che funzionano. Il volume di transazioni in dollari non cala solo per “sfiducia”, ma per l’esistenza di infrastrutture concorrenti.
5. Costo dei CDS (assicurazione contro l’insolvenza USA)
Il precedente: i picchi si sono avuti durante le crisi del “tetto del debito” (2011 e 2023).
Oggi (2026): con Warsh che annuncia la fine del sostegno della Fed ai titoli di stato (QT aggressivo), il mercato percepisce che il “paracadute” pubblico è più piccolo. I prezzi dei CDS riflettono il timore che la politica non riesca a trovare un accordo sui tagli alla spesa.
6. Banche cariche di debito pubblico e ruolo dei fondi (Asset Managers)
Il precedente: durante la Seconda Guerra Mondiale, le banche furono costrette a finanziare lo sforzo bellico.
Oggi (2026): e la cosiddetta “Repressione Finanziaria”. Poiché gli stranieri comprano meno Treasuries, lo Stato conta sui fondi pensione nazionali e sui grandi gestori (BlackRock, Vanguard). Questi attori sono diventati i veri “regolatori” del debito: se smettono di comprare, il sistema salta.
7. Produzione di nuovi dollari (M2) molto bassa
Il precedente: la Grande Depressione (1929-1933). Fu l’ultima volta che la massa monetaria si contrasse in modo significativo, portando alla deflazione.
Oggi (2026): la Fed di Warsh sta cercando di drenare liquidità per combattere l’inflazione residua. È un esperimento pericolosissimo: cercare di ridurre la moneta mentre il debito è ai massimi.
8. Peso dell’economia USA sul PIL mondiale
Il precedente: bisogna risalire all’inizio del XX secolo. Nel 1945, gli USA pesavano per il 50% del PIL mondiale. Negli anni ’60 per il 40%.
Oggi (2026): il peso degli USA è sceso intorno al 15% (a parità di potere d’acquisto, PPP), superato dalla Cina e insidiato dall’India. Gli USA rimangono la prima potenza finanziaria, ma non sono più la “fabbrica del mondo”.
9. Cosa rende questo momento unico?
In passato, questi problemi si presentavano uno alla volta.
Negli anni ’40 avevamo debito alto, ma produzione record e moneta forte.
Negli anni ’70 avevamo dollaro debole, ma debito pubblico basso.
Nel 2008 avevamo debito privato alto, ma la Fed poteva stampare all’infinito perché l’inflazione era zero.
Oggi (luglio 2026), per la prima volta nella storia americana, tutti questi indicatori sono in “zona rossa” simultaneamente.
La scommessa di Warsh e Lagarde è che la fine della forward guidance e un ritorno alla disciplina monetaria possano salvare la credibilità del sistema prima che il mercato dei titoli di stato perda definitivamente fiducia.
Ma i margini di manovra sono i più stretti degli ultimi 100 anni.
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12/07/2026
Meno prodotto allo stesso prezzo. I paraculi della “shrinkflation”
Per non aumentare i prezzi, e dunque non alimentare l’inflazione, ti do meno prodotto allo stesso prezzo. Le aziende ricorrono a questo trucco per continuare a guadagnare anche in tempi di riduzione del potere d’acquisto di salari e pensioni, inoltre consentono ai governi di poter dire che i prezzi non sono aumentati e quindi anche l’inflazione non è salita. Il fenomeno infatti non è rilevato in modo specifico dall’Istat attraverso il monitoraggio dell’inflazione.
Il trucco si chiama shrinkflation, ed è una strategia che può far lievitare i costi al chilo o al litro fino al 200%. Dal detersivo per i piatti ai biscotti, dal bagnoschiuma ai salumi confezionati.
Il governo nel 2024 con il Ddl concorrenza era intervenuto contro la shrinkflation modificando il Codice del consumo italiano con l’introduzione dell’articolo 15-bis, il quale prevedeva l’obbligo temporaneo di indicare sulle etichette la riduzione quantitativa dei prodotti, in modo da informare correttamente i consumatori che acquistavano il prodotto “rimpicciolito”.
Ma nel marzo 2025 l’Ue aveva però avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per aver violato la direttiva sulla trasparenza del mercato unico, costringendo il governo a fare un passo indietro e formulare un nuovo provvedimento.
Dal 15 luglio ci sarà il via libera alle nuove disposizioni contro la shrinkflation, ma le norme a favore dei consumatori appaiono assai poco incisive. In base al decreto del Mimit, infatti, scompare l’obbligo per i produttori di indicare in etichetta la dicitura “Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X (unità di misura) rispetto alla precedente quantità”, il messaggio viene sostituito con un sistema di comunicazione lungo tutta la filiera commerciale che coinvolge distributori e rivenditori sia fisici sia online ed in cui sarà difficile rintracciare l’indicazione utile.
Anche l’obbligo informativo avrà una durata inferiore ai 6 mesi inizialmente previsti dal governo e verrà ridotto agli attuali tre mesi a partire dalla data di immissione in commercio del prodotto in quantità ridotta.
La furbata della shrinkflation riguarda il vastissimo mercato dei beni di largo consumo, che in Italia vale quasi 120 miliardi di euro annui, e che – secondo il Codacons – sta portando ad aumenti occulti dei prezzi in media tra il +10% e il +18%, con punte in alcuni casi del +40%, ma che, secondo Altroconsumo, per i consumatori vede i costi al chilo o al litro lievitare fino al 200%.
Intanto salari e pensioni restano sempre al palo, anzi perdono continuamente il loro potere d’acquisto rispetto all’inflazione reale. Con un governo e un sistema di aziende formato da paraculi c’è poco da sperare, andrebbero spazzati via per rimettere le cose nel giusto equilibrio, o meglio, nei giusti rapporti di forza.
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Meno lavatrici e più carri armati a prezzi d’inflazione
I padroni del mondo stanno modellando i mercati a loro immagine e somiglianza. E attraverso questa operazione, è ovvio, trasformano anche profondamente le società umane che alimentano il business planetario. La decisa “sterzata” delle democrazie industriali occidentali, negli ultimi 10 anni, è stata quella di riscoprire il fascino perverso del riarmo come “motore dello sviluppo”. Basta con le lavatrici. Avanti con i carri armati! Niente di nuovo sotto il sole. È già successo ai primi del ‘900, con la corsa accelerata alla costruzione delle flotte da battaglia tedesche e inglesi. Una “gara” che portò dritto filato alla Prima guerra mondiale. E che venne riproposto poi, negli anni Trenta, con il travolgente riarmo della Germania nazista, che si tirò appresso le altre nazioni europee. Tutti sappiamo come andò a finire. Oggi, però, le “specifiche” che guidano le cosiddette “politiche di sicurezza” sono legate fino a un certo punto a mere questioni di interesse nazionale. Gratta gratta, sotto la superficie di una storia che sta mettendo in crisi tutti i governi europei (che infatti rischiano di essere cacciati) però, c’è una cointeressenza di obiettivi più finanziari e commerciali che geopolitici. “Si vis pacem para bellum” oggi vale per le banche e per grandi speculatori finanziari. Per quelli che fanno “insider trading”, comprando con largo anticipo e a prezzi molto più bassi le azioni di aziende che produrranno “magicamente”, in futuro, armi, munizioni ed equipaggiamenti militari.
Sicurezza? No, dollari
Al vertice Nato in Turchia, i ponderosi endecasillabi sulle nuove tattiche strategiche che riguardano la geopolitica del Terzo millennio si sprecheranno. Tutto fumo. La sostanza, ridotta all’osso, è che Donald Trump non solo non vuole più sborsare un dollaro per gli alleati, ma in teoria vorrebbe pure essere pagato. L’operazione più importante che ha fatto è quella di accollare (praticamente) all’Europa quanto più sostegno possibile per Kiev. Col trucco. Perché il futuro ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, significherà che della ricostruzione del martoriato Paese si dovrà fare carico in maggior misura proprio Bruxelles. Ma il problema grosso delle forniture militari, non riguarda solo il loro “funding”, cioè il reperimento delle risorse di bilancio destinate all’acquisto o alla loro fabbricazione. Il vero ostacolo insormontabile, come viene denunciato in esclusiva anche in un report del Wall Street Journal, è la “saturazione” della capacità produttiva. Detto in parole povere, rispetto alla richiesta (c’è un impazzimento generale) le fabbriche non riescono a stare dietro al ritmo della domanda. Sembra incredibile, ma continuando di questo passo, avremo un’inflazione “da missili e carri armati”, perché per una naturale legge economica i prezzi s’impenneranno.
WSJ: il rincaro delle bombe
Il Wall Street Journal riporta le dichiarazioni del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, notoriamente molto accondiscendente con Trump. Rutte sostiene che il Presidente americano sarà sicuramente soddisfatto dagli incrementi di spesa militare, decisi dai Paesi europei. Bisogna tenere conto, scrive il Wall Street Journal, che “il prezzo di un proiettile di artiglieria da 155 mm, una delle munizioni più basilari della Nato, è più che quadruplicato dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, a causa dell’aumento vertiginoso dei budget che ha colpito la limitata offerta, affermano funzionari sia della Nato che dell’industria. Ad Ankara, parallelamente agli incontri tra i leader, la Nato terrà un forum industriale per i dirigenti del settore della produzione di armi e i pianificatori governativi, al fine di discutere le modalità per accelerare ed espandere la produzione. I funzionari della Nato prevedono di annunciare, durante l’evento di martedì, contratti, accordi preliminari e accordi di produzione congiunta per miliardi di dollari”.
Mark Rutte soddisfatto
“Giovedì – ricorda il WSJ – in un post su Truth Social, Trump si è lamentato delle spese militari europee e ha affermato che gli Stati Uniti non traggono ‘alcun beneficio’ dall’appartenenza alla Nato. Durante una visita televisiva nello Studio Ovale con Trump, Rutte ha però elogiato l’aumento delle spese per la difesa da parte degli alleati europei e del Canada, che ha soprannominato il ‘Trilione di Trump’. Il suo messaggio: l’Europa ha fatto un passo avanti e ha risposto alle richieste degli Stati Uniti di fare di più, costruendo una Nato 3.0”.
Conclusioni
C’è la netta sensazione che gli Stati Uniti, in materia di consumo di scorte, abbiano fatto il passo più lungo della gamba. Hanno continuato a fornire missili, proiettili di artiglieria e sistemi d’arma di ogni tipo, con un flusso continuo, prima all’Ucraina e poi a Israele. Inoltre, con l’attacco all’Iran hanno continuato a “bruciare” preziose risorse militari di prima linea, tecnologicamente avanzate, ma soprattutto costosissime e di realizzazione industriale su scala relativamente ridotta. Insomma, si sono inguaiati. E ora se la pigliano con l’Europa.
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09/07/2026
Bombardo, dunque sono... l’America in versione mono
Se l’unico strumento che hai a disposizione è un martello, tutto comincerà a sembrarti un chiodo.
La politica Usa è ridotta sostanzialmente a questo. Il martello può prendere la forma dei dazi o dei bombardamenti, del sequestro di un presidente eletto o della manipolazione palese dei processi elettorali in diversi paesi, ma la logica è una sola: l’unico accordo buono è quello che certifica la volontà degli Stati Uniti, ossia del cerchio magico trumpiano. Se no, guerra. Cancellata ogni pretesa di giustificare “legalmente”, e tanto meno “moralmente”, la propria famelica pretesa di comando.
Sull’Iran si è scatenata la seconda ondata di attacchi aerei e missilistici, che hanno preso di mira una novantina di postazioni. Stavolta gli obbiettivi non erano soltanto quelli militari intorno allo Stretto di Hormuz, giustificati con la volontà di interrompere attacchi di incerta paternità alle navi di passaggio, ma anche la ferrovia tra Teheran e Mashhad, nel nord est del paese.
La linea in questi giorni è la via principale per il traffico di fedeli che seguono il percorso della salma di Alì Khamenei (ieri a Kerbala, in Iraq), che dovrà essere portata proprio a Mashhad, sua città natale.
Ma quel tratto ferroviario è anche una sezione della nuovissima via di collegamento con la Cina, attraverso Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan. E quindi sembra chiaro l’intento Usa di rendere meno efficiente il traffico merci con il Dragone.
Le agenzie locali riportano comunque che le squadre di riparazione sono già al lavoro, come peraltro avvenuto per altri ponti interrotti durante la guerra di marzo-aprile, grazie alla predisposizione di depositi contenenti i “ricambi” indispensabili (piloni, rotaie, tratti di viadotto, ecc.) lungo i percorsi.
Come avvenuto la notte scorsa, la reazione iraniana ha preso di mira le basi Usa, in particolare Camp Arifjan, la base Ali Al-Salem in Kuwait e le basi di Juffair e Sheikh Isa in Bahrain. Come sempre, le fonti Usa dichiarano che “tutti i droni e i missili sono stati abbattuti” (mai dire all’elettore statunitense che si sono subiti danni...), mentre le agenzie locali riferiscono di numerose esplosioni ed incendi, compresa la base della Quinta Flotta in Bahrein.
Le sirene sono state azionate anche nella base Usa di Muwaffaq al-Salti, nella regione di Azraq nella Giordania orientale.
Manca ancora una ragione chiara per questa svolta che sembra chiudere ogni possibilità ulteriore di trattativa, anche se contemporaneamente i paesi mediatori – Qatar e Pakistan – continuano a fare la spola da entrambe le parti.
Il cuore del contendere si è progressivamente spostato dal “programma nucleare” iraniano alla “riapertura dello Stretto di Hormuz”. E già qui l’irrazionalità è palese, visto che lo Stretto era liberamente attraversabile da chiunque prima del 28 febbraio, data di inizio dell’aggressione israelo-statunitense.
Fare una seconda tranche di guerra per riportare la situazione al punto di partenza è già un’ammissione di fallimento strategico.
Innumerevoli analisti, di diversi paesi e anche di opposta visione geostrategica, concordano sul fatto che il Memorandum of understanding firmato in Svizzera sia una sostanziale vittoria di Teheran. E a quanto pare qualcuno è riuscito a farlo capire anche a Trump. Che ha reagito nell’unico modo rimasto all’America più stupida della storia: usando il martello.
Le conseguenze immediate sono quelle ben note: impennata dei prezzi di petrolio e gas, crollo generalizzato delle borse (ma quella di Shangai sale...), riduzione drastica delle stime di crescita economica un po’ in tutto il mondo (Stati Uniti compresi), nuova risalita delle pressioni inflazionistiche.
Quest’ultima conseguenza minaccia direttamente proprio gli Usa, alle prese con un debito pubblico monstre che riescono a rinnovare solo grazie a tassi d'interesse molto alti (4,6% sul Treasury decennale).
Un’inflazione più alta potrebbe insomma indurre la Federal Reserve ad alzare i tassi, invece di diminuirli, comprimendo così ancora di più le prospettive di crescita e aumentando ancora il costo del “servizio del debito” per gli Usa.
In una situazione economica di fatto mondializzata e multipolare, in altri termini, la pretesa statunitense di risolvere i contenziosi a colpi di “martello unilaterale” comporta sempre la certezza che qualcuna delle martellate si scarichi sul proprio stesso corpo.
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Il vertice di Ankara conferma il pericoloso stato confusionale della Nato
di Alessandro Volpi
I lavori del consesso presieduto da Erdogan sono facilmente riassumibili in pochi punti: sostegno all’Ucraina per una continuazione sine die della guerra, riaffermazione – sia pur con mille formule esoteriche – del finanziamento del riarmo, apertura di un altrettanto fantomatico “fronte Sud” voluto dalla disorientatissima Meloni, beneplacito alla folle guerra di Trump in Iran che sta prolungando la devastante chiusura di Hormuz.
In pratica la Nato, incarnata da un pazzo scatenato come Rutte, soffia costantemente sul fuoco.
Ma il fuoco può accendersi molto presto a partire dal piano economico.
Il nuovo attacco all’Iran è motivato dalla irrazionalità di Trump che spera davvero di puntare tutto sul rialzo del prezzo del petrolio e del gas: un errore madornale e costosissimo.
In queste condizioni il rialzo del prezzo del gas e del petrolio determinerà infatti un ulteriore incremento dell’inflazione negli Stati Uniti, già oltre il 4%, obbligando assai probabilmente la Federal Reserve ad alzare ulteriormente i tassi con effetti pesantissimi per il debito federale Usa, che già paga quasi il 4,6% sul decennale, e per milioni di americani indebitati.
A questo riguardo vorrei aggiungere un interessante dato specifico. Nelle ultime aste il 30% dei titoli del debito Usa sono stati acquistati da fondi hedge con sede in Lussemburgo o nelle Cayman, con evidenti fini speculativi e per l’alto interesse.
Tali acquisti sono stati compiuti però da simili fondi prendendo denaro a prestito che, in caso di rialzo dei tassi, dovranno sborsare rapidamente magari vendendo proprio il debito Usa, con conseguenze insidiosissime.
Gli Stati Uniti sono ormai l’origine del caos, ma i paesi Nato continuano ad ossequiarli e a finanziarli facendosi trascinare nel baratro.
Meloni difende la scelta del “nazionalismo Occidentale” come la migliore soluzione, mentre Merz, Macron e Starmer sono dei figuranti che dipendono dalle fabbriche di armi dell’Ucraina di Zelensky per sostenere la loro riconversione produttiva e dalla Turchia di Erdogan perché resta l’unico hub energetico dopo la chiusura dei rapporti con la Russia.
Non male per la culla dei liberal obbedire a Trump, a Zelensky e a Erdogan.
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25/06/2026
Albania - Continuano le proteste. Nel mirino c’è tutta la classe dirigente
Partite dalla critica ambientalista riguardante la svendita del patrimonio naturale del paese alla speculazione immobiliare guidata dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, ormai le piazze sono arrivate a denunciare un sistema di corruzione e di povertà strutturale, di cui il primo responsabile viene individuato nel governo di Edi Rama.
Nell’ultima settimana, decine di migliaia di manifestanti hanno accerchiato il palazzo del governo a Tirana e occupato la spiaggia di Zvërnec a Valona, esigendo lo stop immediato dei progetti edilizi e le dimissioni irrevocabili del primo ministro.
Sotto lo slogan “l’Albania non è in vendita”, la miccia delle proteste, o la goccia che ha fatto traboccare il vaso, è stato il mega-progetto che viene promesso porterà 4 miliardi di investimenti per la turistificazione di zone significative dell’Adriatico albanese.
Si tratta dell’isola di Sazan, dove si trova un’ex base militare di proprietà statale, e la laguna protetta di Vjosa-Narta. È qui che fanno tappa i fenicotteri (e non solo loro) da cui il nome del movimento: “la Rivoluzione dei Fenicotteri”. Ad oggi, sono state ben quarantuno le organizzazioni ambientaliste internazionali a sottoscrivere una dura lettera aperta indirizzata a Rama per richiedere la sospensione immediata delle concessioni.
Ma ciò che fa davvero paura al governo è che sotto accusa c’è anche la legge con la quale, nel 2024, l’esecutivo ha allentato i vincoli di tutela ambientale, aprendo le porte al progetto di Kushner. Su questa scelta si allunga l’ombra della corruzione per alcuni terreni legati alle nuove costruzioni, in una fase in cui il tema è al centro del dibattito politico, dopo che alla fine dello scorso anno il braccio destro di Rama è stato incriminato per l’utilizzo di fondi pubblici a favore di alcune imprese private nel corso di gare d’appalto.
Nonostante l’accerchiamento dei palazzi di potere e la crescente pressione internazionale (ricordiamo che varie manifestazioni si sono svolte anche nelle comunità albanesi in giro per l’Europa, molte in Italia), il premier Edi Rama mantiene una linea di assoluta fermezza, rifiutando ogni ipotesi di arretramento. Del resto, dare ragione alle piazze significherebbe decretare il fallimento (e la caduta) del proprio governo.
Se da una parte Rama ci ha tenuto a sottolineare che “le proteste sono parte organica di una società libera e democratica”, e il fatto che ci siano è per lui un segnale di buona salute della dialettica politica del paese, ha anche affermato con nettezza che “non c’è nessuna possibilità che questo investimento si fermi finché sono io qui”.
Quanto ai presunti favoritismi verso la famiglia Trump, Rama ha minimizzato, specificando che i primi contatti con Kushner risalgono a un periodo in cui non si sapeva se Donald Trump “sarebbe finito alla Casa Bianca o in prigione”, definendo l’accordo un affare esclusivamente economico e bollando le critiche online come un “ciclone digitale” passeggero. Rama presenta il progetto immobiliare e turistico come un’occasione di modernizzazione del paese.
Questa viene vista come fondamentale per raggiungere i requisiti necessari a entrare nella UE. Tuttavia, il Parlamento Europeo, discutendo dell’allargamento nei Balcani della scorsa settimana, ha approvato a larga maggioranza (483 voti a favore, 103 contrari e 70 astensioni) una relazione positiva sugli sforzi di Tirana, ma ha chiesto esplicitamente “l’abrogazione delle modifiche apportate nel 2024 alla legge sulle aree protette”.
Nonostante appaia come una mossa pensata più contro la “filiera Trump” che contro la devastazione ambientale, ciò complica ulteriormente la posizione di Rama. Anche perché le piazze albanesi si sono trasformate nel catalizzatore di un malcontento sociale generalizzato, esasperato dall’inflazione e dalla corruzione percepita come endemica. Molti dei manifestanti denunciano condizioni di vita insostenibili, con salari medi e pensioni minime ridotte al lumicino a fronte di un costo della vita schizzato alle stelle.
Anche per questo va sottolineato che, nonostante l’opposizione di centro-destra di Sali Berisha stia cercando di cavalcare l’onda del malcontento per dare una spallata a Rama, i manifestanti si difendono bene dalle strumentalizzazioni. Nelle proteste, si alzano cori che inneggiano alla prigione tanto per Berisha quanto per l’attuale capo del governo.
La critica viene mossa all’intero sistema politico e al modello che ha costruito in questi decenni di svendita del paese. Del resto, Berisha era inizialmente favorevole al progetto di Kushner, per poi ribaltare le sue idee quando ha visto che montava un’opposizione concreta all’iniziativa turistica.
Una svolta fondamentale si è avuta poi il 22 giugno, quando il gruppo di coordinamento della protesta ha reso pubblico un comunicato in cui avanza una piattaforma politica chiara, un vero e proprio terremoto in cinque punti per Tirana:
- Le dimissioni non negoziabili del Primo Ministro Edi Rama e dell’intero gabinetto di governo.
- La creazione di un governo tecnico di transizione, che sarà apartitico e avrà un mandato chiaro di 12 mesi.
- Redigere una nuova Costituzione che garantisca la piena uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, da sottoporre all’approvazione di un referendum popolare. Questa riforma costituzionale prevede: la modifica del Codice elettorale; la modifica della legge sul finanziamento dei partiti e delle organizzazioni politiche; la limitazione del mandato del Primo Ministro a un massimo di due mandati (interi o parziali) nell’arco dell’intera vita politica di un individuo.
- Non si rinuncia alle richieste economiche e ambientali iniziali, che richiedono con urgenza: l’annullamento delle modifiche alla legge sulle “Aree protette”; l’annullamento delle modifiche alla legge sul “Patrimonio culturale”; l’abrogazione del pacchetto legislativo noto come “Pacchetto Montagne”; l’abrogazione dello status e del quadro giuridico per gli “Investimenti strategici”.
- Un nuovo contratto sociale tra cittadini e Stato, che verrà elaborato attraverso consultazioni con intellettuali, esperti tecnici e cittadini apartitici proposti direttamente dalla piazza della protesta.
La politicizzazione del malcontento emerso dal progetto Kushner ha prodotto una piattaforma, bisognerà vedere ora se riuscirà a fare le pressioni adeguate affinché si concretizzi.
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05/06/2026
Per Washington è l’ora di scegliere
Trump straparla come sempre, affermando ad una certa ora che potrebbe dar ordine di riprendere gli attacchi e l’ora dopo che si potrebbe arrivare alla firma entro una settimana; anzi, che in quel caso incontrerebbe la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, ripresosi dalle ferite subite il primo giorno di bombardamenti israelo-americani.
Il Consiglio di sicurezza di Tel Aviv “consiglia” invece di proseguire l’invasione del Libano anche a dispetto dell’ennesimo “cessate il fuoco” appena siglato e accarezza l’idea di dare un altro colpo a Teheran, facendo saltare la trattativa ufficialmente in corso. Nel corso della riunione, Netanyahu ha affermato che non metterà ai voti l’ultima versione dell’accordo di cessate il fuoco mediato dagli Usa finché Hezbollah non ne avrà accettato i termini: «al momento non c’è alcun accordo».
Merita la sottolineatura il rifiuto di Hezbollah di accettare una “tregua” che di fatto significa il congelamento del fronte e l’occupazione sionista di una vasta zona del Libano meridionale, in cui l’Idf continua a distruggere tutte le case per rendere impossibile il ritorno di oltre un milione di profughi (un abitante su cinque dell’intero Paese).
Se si dovesse dar retta alla propaganda israeliana (unica fonte accettata dai media occidentali) questo rifiuto sembrerebbe un suicidio. In realtà lo stesso Ehud Barak – ex premier nonché ex capo del nucleo delle “teste di cuoio” che nel ‘72 assaltò l’areo Sabena all’aeroporto di Lod, guidando tra gli altri il giovane Netanyahu, ora suo avversario – ammette che “Nonostante i successi militari di Israele, tra cui l’assassinio di Sayyed Hassan Nasrallah e il raggiungimento di obiettivi tra i comandanti e le infrastrutture missilistiche del movimento, Hezbollah continua a esistere e a mantenere la propria capacità operativa, ed è in grado di nuocere all’esercito israeliano e agli abitanti del nord di Israele”.
Merito anche del cambiamento tattico avvenuto nella guerra con i droni a fibra ottica – non deviabili con contromisure elettroniche – che hanno alzato notevolmente il prezzo dell’avanzata israeliana.
La critica di Barak è del resto generalizzata, nel fetido panorama politico di Tel Aviv, dove si gioca a chi è il genocida più spietato ed “efficiente” in vista delle ormai prossime elezioni politiche (ad ottobre). Il criminale di guerra e ricercato internazionale “Bibi”, infatti, è accusato di non aver mantenuto la promessa di distruggere Hamas, ottenere un “cambio di regime” in Iran, e infine anche di non aver distrutto Hezbollah.
Come si vede, spazio politico-elettorale per gestire un processo di pace, lì non c’è.
Anche il rapporto con Trump – pressato, come vedremo, da esigenze di segno opposto – è in un momento critico, dopo l’ormai celebre telefonata piena di insulti. Il timore a Tel Aviv è che “la tregua” sia un anticipo di ulteriori limiti posti all’aggressività di Israele da parte statunitense, ma è altrettanto chiaro che non è possibile approfondire lo scontro con Washington a quattro mesi dalle elezioni e soprattutto in vista di un Medio Oriente che uscirà molto cambiato dalla conclusione della guerra. E non a favore dei sionisti...
Trump, da parte sua, ha problemi ovviamente più ampi – la sua stupidità nel muovere guerra all’Iran pensando che sarebbe stata una “guerra lampo” ha messo nei guai l’economia mondiale – che vanno persino al di là delle elezioni di midterm, in cui verrà rinnovato metà del Congresso e potrebbe consegnargli un futuro da “anatra zoppa” (un presidente senza più maggioranza parlamentare, quindi limitato).
Le grandi compagnie petrolifere Usa stanno facendo pressione ormai da settimane segnalando che stanno facendo sempre più affidamento sugli stoccaggi nazionali per sostituire i prodotti che non arrivavano più dal Medio Oriente. In pratica, stanno esaurendo le scorte.
“Siamo già a livelli pericolosamente bassi”, ha detto un anonimo dirigente del settore sentito da POLITICO. “Abbiamo condiviso queste preoccupazioni ai massimi livelli del governo su ciò che ci aspetta tra metà e fine giugno... Spero che [alla Casa Bianca, ndr] stiano prestando attenzione alle scorte in questo momento. Stiamo toccando il fondo del serbatoio”.
In altri termini: bisogna riaprire Hormuz, ma con modalità che garantiscano la normale fluidità del commercio. Ossia senza azioni militari e concedendo all’Iran quel tanto di “sovranità” formale che di fatto già esercita. Poi si vedrà...
La prospettiva alternativa è da incubo per un presidente Usa: prezzi dei carburanti che si impennano ulteriormente, superando di molto quella soglia – ormai vicina – dei “5,02” dollari al gallone che segnò la fine di Biden e Kamala Harris.
Neil Chapman, vicepresidente di Exxon, ha detto a una conferenza per investitori che il Brent “datato” (a consegna stabilita) – il benchmark per i prezzi del petrolio greggio fisico – potrebbe presto raggiungere i 150 o 160 dollari al barile, se si resta fermi a Hormuz.
E anche se lo stretto fosse riaperto subito, dice un altro petroliere “anonimo”, “Non pensate che uno Stretto aperto significhi che la vostra bolletta della benzina per il 4 luglio non sarà più alta di quanto non sia oggi. Lo sarà”. Una minaccia vera, per l’automobilista Usa, ossia il termometro del consenso di massa...
Secondo i risultati di un sondaggio congiunto di The Economist e YouGov il 68% degli americani ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero raggiungere un accordo con l’Iran il prima possibile e porre fine alla guerra. Al contrario, solo l’11% non è d’accordo con questa opinione e il 21% non ha espresso un parere in merito. Anche una parte degli elettori repubblicani è scettica sulla prosecuzione del conflitto e appoggia la scelta di perseguire una soluzione diplomatica.
Anche altri paesi importatori si trovano in condizioni simili, perché il livello dei consumi globali (circa 100 milioni di barili di greggio al giorno, senza neanche calcolare che pure il gas sta subendo processi simili) non può permettersi di fare a meno del 20% della produzione. Per qualche settimana si è “rimediato” dando fondo alle scorte, ma ora basta.
Ne deriva che l’amministrazione Trump deve arrivare ad un’intesa con Teheran, visto che qualsiasi opzione militare – fosse anche la minacciata atomica di fine marzo – renderebbe la situazione più esplosiva, non meno.
È l’esatto contrario dei “bisogni” di Israele e di Netanyahu in particolare, peraltro con un governo fatto di idioti sanguinari e millenaristi come Smotrich e BenGvir, che dei problemi globali se ne fottono allegramente, confidando ciecamente sul fatto che l’Aipac garantirà aiuti economico-militari dagli Usa per l’eternità.
Non è una situazione facile per nessuno dei protagonisti, certo, ma il ticchettio dell’orologio si è fatto più frenetico soprattutto per Washington. Deve scegliere, sapendo che comunque sarà una scelta quanto meno insoddisfacente...
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Italia costretta a rimanere al palo. Ocse, Fmi e Bruxelles si mettono di traverso
L’Ocse, ha alzato la stima di un misero 0,1% rispetto a marzo (quando era dello 0,4) , mentre per il 2027, l’eventuale calo dei prezzi dell’energia e la riduzione dell’incertezza, permetterebbe alla crescita di posizionarsi a +0,6%, ma anche in questo caso si tratta di una correzione al ribasso rispetto alla precedente stima del +0,7%.
Inoltre, secondo l’ultimo Economic Outlook pubblicato dall’Ocse, l’inflazione in Italia è destinata a salire al 3% entro il 2026. Questo aumento è attribuito principalmente allo shock energetico derivante dalla guerra all'Iran, che sta esercitando una pressione crescente sui prezzi al consumo.
Nel 2025, l’inflazione in Italia era prevista all’1,6%, ma le nuove stime indicano un cambiamento di rotta, con un incremento che porterà l’inflazione al 3% l’anno successivo.
Dopo il calo registrato ad aprile, per il mese di maggio le quotazioni all’ingrosso del gas sono rimaste pressoché invariate e la spesa totale di una famiglie tipo è aumentata dello 0,9% rispetto al mese precedente. A comunicarlo in questo caso è l’Arera (organismo di tutela sui prezzi energetici) nel suo consueto aggiornamento.
Pertanto, per i 2,3 milioni circa di utenti ancora “salvaguardati” nel Servizio di tutela della vulnerabilità, il prezzo della sola materia prima gas è pari a 46,89 euro al Megawattora. Per il mese di maggio 2026, il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo (ovvero la famiglia tipo ha consumi medi di gas di 1.100 metri cubi annui) è stata pari a 122,15 centesimi di euro per metro cubo.
Di fronte a questa nuova mazzata per il potere d’acquisto di salari e pensioni, l’Ocse si premura di sottolineare che “assicurare che le misure di contenimento dei prezzi dell’energia siano temporanee e limitate a famiglie e imprese vulnerabili limiterà l’impatto dello shock contenendo i costi fiscali”.
Ma su questo è arrivata la decisione della Commissione europea che, di fatto, non accoglie la richiesta di Meloni di allargare ai prezzi energetici la clausola di salvaguardia nazionale, una misura straordinaria introdotta lo scorso anno per escludere le spese per la difesa dal quadro dei vincoli di bilancio dell’UE. La deroga consente solo di finanziare investimenti “green” nel settore degli impianti energetici ma non di congelare le accise sui prezzi dei carburanti, ragione per cui da domenica 7 giugno i prezzi alla pompa non saranno più “calmierati”.
Le raccomandazioni della Commissione indicherebbero che una certa flessibilità sarebbe possibile, ma solo per sostenere le famiglie vulnerabili e i settori più esposti, e non attraverso sussidi generalizzati per il resto delle famiglie né per le imprese.
Questa posizione della Commissione europea del resto è allineata con quella del FMI, il quale la scorsa settimana aveva affermato che “la recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina per attenuare l’impatto dello shock dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili”.
Il costo stimato di queste misure è di circa lo 0,1% del PIL nel 2026, ma potrebbe salire allo 0,3% se rimanessero in vigore fino a fine anno. Ma per i tecnocrati di Ocse, Fmi e Commissione europea, tali preoccupazioni non devono manifestarsi se si portano le spese militari al 5% del Pil, con un incremento nel tempo di ben il 3% rispetto alla spesa pubblica attuale.
L’Italia del resto continua a registrare anche i costi energetici più alti d’Europa, soprattutto per i costi fissi (tasse, le imposte e i servizi) che vengono caricati su ogni bolletta, indipendentemente dai consumi reali. Risultato: le bollette sono raddoppiate rispetto a quattro anni fa ma salari e pensioni restano al palo e ben sotto sia l’inflazione programmata che quella reale.
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01/06/2026
Croazia - Nella guerra all’inflazione spunta la tassa sui superprofitti
La Croazia è entrata nell’euro da pochi mesi e da subito i cittadini si sono trovati difronte alla dura realtà dell’integrazione monetaria europea, fatta di aumento generale dei prezzi e conseguente svalutazione dei salari, in mancanza di un meccanismo automatico di adeguamento.
È notizia di questi giorni che, nel pieno della crisi internazionale, la Croazia si trova ad affrontare un’inflazione del 5,4%, una delle più alte nell’Unione Europea.
In risposta, il ministro delle Finanze Tomislav Čorić ha annunciato un “pacchetto anti-inflazione” che colpisce aziende e proprietà immobiliare: una tassa del 50% sui “superprofitti” delle aziende e un aumento delle tasse per gli affitti a breve termine.
La tassa del 50% sarebbe applicata agli utili che superano la media triennale di oltre il 15% e riguarderà le grandi e medie imprese.
Questa misura ha già suscitato ampie polemiche da parte dell’opposizione, che accusa il governo di scaricare la responsabilità della propria politica economica fallimentare sulle imprese.
Anche il settore turistico è entrato nelle mire del governo. Sono state infatti annunciate modifiche al sistema di tassazione fissa nel settore, che prevedono un aumento della tassa fissa per i proprietari privati del 150%.
Questa misura riguarderebbe i circa 130 mila proprietari presenti nel Paese, con il lascito di malcontento che questo si porta dietro, soprattutto considerando che l’anno scorso le tasse erano già state aumentate di cinque volte.
D’altra parte, le organizzazioni sindacali e il Servizio sanitario nazionale hanno sostenuto queste misure, in particolare la tassa sui profitti in eccesso delle aziende.
Allo stesso tempo hanno anche lanciato un monito circa l’onere finale su cui andrebbe a cadere l’inflazione.
Il pericolo all’orizzonte infatti è lo scarico dell’aumento dei prezzi sui lavoratori e le lavoratrici per mezzo del congelamento dei salari sia nel settore pubblico che privato, già duramente colpiti dall’adozione dell’euro nel Paese.
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29/05/2026
Una guerra in cui (quasi) tutti perdono
A meno di tre mesi dall’inizio dell'aggressione di Israele e Stati Uniti contro Iran e Libano, si chiarisce l’effetto di questa: migliaia di vittime dirette e indirette e impatti negativi immediati e collaterali. Gli attacchi di Israele in Libano a partire dal 28 febbraio hanno già causato almeno 2.800 morti e 8.700 feriti, numero che continua a crescere nonostante il cessate il fuoco concordato in aprile. Verso la fine di quel mese, la Fondazione dei Martiri dell’Iran riconosceva quasi 3.500 morti come risultato dei bombardamenti nel loro paese. Da parte sua, un recente analisi della catena informativa tedesca Deutsche Welle calcola che, fino a questo momento, il conflitto ha generato spese militari vicine ai 30 miliardi di dollari e un fardello di infrastrutture distrutte, senza dubbio somme colossali per una eventuale futura ricostruzione.
Cereali tra le nuvole
L’aumento del costo dei combustibili a livello internazionale, conseguenza del controllo militarizzato dello Stretto di Hormuz, da dove circola un quinto del petrolio e del gas mondiale, si ripercuote direttamente sulle economie di numerose nazioni. Lo dimostra l’indice dei prezzi degli alimenti di base che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) pubblica mensilmente.
Quello di aprile conferma una tendenza al rialzo rispetto a marzo, in particolare per quanto riguarda gli oli vegetali, la carne e i cereali: circa l’1,6%. Sebbene non si tratti di un incremento isolato, ma del terzo consecutivo, il costo degli alimenti ad aprile è aumentato del 2,0% rispetto allo stesso mese del 2025, anche se è inferiore a quello di marzo 2022, quando è scoppiato il conflitto tra Russia e Ucraina.
L’aumento del prezzo dei cereali (eccetto il sorgo e l’orzo) è preoccupante. Nel caso del grano, un 0,8%, conseguenza della pressione al rialzo dovuta alla siccità subita in alcune zone degli Stati Uniti e a una maggiore probabilità che le precipitazioni in Australia si situino al di sotto della media annuale. Ma i fattori meteorologici non spiegano tutto, come sottolinea bene la FAO. Questi incrementi sono dovuti anche alle “previsioni di una riduzione delle semine di grano nel 2026 [perché] gli agricoltori stanno optando per colture che richiedono meno fertilizzanti”, che i maggiori costi energetici e le perturbazioni legate alla chiusura effettiva dello stretto di Hormuz hanno notevolmente aumentato. Da parte sua, il mais è aumentato dello 0,7%, e come il grano, non solo a causa delle condizioni climatiche avverse in Brasile e negli Stati Uniti, ma anche per la forte domanda di etanolo “in un contesto di aumento dei costi” dei combustibili grezzi. Per quanto riguarda il riso in tutte le sue varietà, l’incremento è stato dell’1,9%.
Gli oli vegetali sono aumentati del 5,9% rispetto a marzo, il livello più alto dal luglio 2022, a causa dell’aumento dei prezzi della palma, della soia, del girasole e della colza. E la carne, 1,2%, ma il 6,4% in più rispetto ad aprile 2025.
Il prezzo dei prodotti lattiero-caseari e dello zucchero, gli altri due settori di riferimento, è diminuito ad aprile. Principalmente, a causa della diminuzione delle quotazioni internazionali del burro e del formaggio, anche se il prezzo del latte intero in polvere è rimasto stabile. D’altra parte, il calo del prezzo dello zucchero è stato principalmente dovuto alle aspettative di abbondanti forniture nel Mondo, rafforzate dal miglioramento delle prospettive di produzione, in particolare in Cina e Thailandia. In modo complementare, l’inizio della nuova raccolta in condizioni meteorologiche favorevoli nel sud del Brasile ha contribuito ulteriormente alla diminuzione generale dei prezzi internazionali di questo prodotto.
In sintesi, i consumatori di tutto il Mondo si confrontano con aumenti considerevoli dei prodotti essenziali come corollario diretto della guerra scatenata in Medio Oriente.
I pochi che guadagnano molto
Nonostante la tendenza perdente della maggior parte della popolazione mondiale, esistono aziende e settori economici che stanno ottenendo enormi profitti grazie a questa congiuntura così conflittuale.
Il su e giù incontrollato del mercato energetico da quando è stato imposto il doppio tappo allo Stretto di Hormuz beneficia, in primo luogo e fondamentalmente, diverse delle più grandi aziende di idrocarburi del mondo. Tra queste, come segnala un recente analisi della catena britannica BBC, le multinazionali europee con divisioni specializzate nell’acquisto e nella vendita fisica del petrolio, così come nelle operazioni di borsa. Grazie a queste attività, tra le altre, hanno potuto approfittare dei brutali movimenti del mercato durante il primo trimestre dell’anno per incrementare astronomicamente i loro guadagni.
È il caso della britannica British Petroleum (BP), che ha più che raddoppiato i suoi introiti in quel periodo, con guadagni di 3,2 miliardi di dollari. La Shell, della stessa bandiera, ha anche superato le aspettative degli analisti quando ha riportato un aumento dei suoi ricavi dell’ordine di 6,920 miliardi di dollari. Da parte sua, quelli della multinazionale francese TotalEnergies sono aumentati di quasi un terzo, con guadagni di 5,4 miliardi di dollari.
Il sito Web indipendente Democracy Now riprende un recente analisi del quotidiano britannico The Guardian che sostiene che le 100 principali aziende di petrolio e gas del mondo – tra cui Saudi Aramco, Gazprom ed ExxonMobil – hanno ottenuto più di 30 milioni di dollari all’ora in concetto di guadagni straordinari durante il primo mese della guerra contro l’Iran. Se il prezzo del barile di petrolio continua a mantenersi attorno ai 100 dollari, alla fine dell’anno queste aziende potrebbero guadagnare, insieme, 234 miliardi di dollari. Nel frattempo, “decine di paesi affrontano deficit di bilancio dopo aver ridotto le tasse sui combustibili per alleviare la situazione dei consumatori”.
L’articolo della BBC menziona altri tre settori che hanno beneficiato durante lo stesso periodo grazie alla guerra in Medio Oriente: quello bancario, quello dell’industria bellica e quello delle energie rinnovabili. Ad esempio, la divisione di borsa di JP Morgan ha registrato entrate record di 11,6 miliardi di dollari. Solo un'altra volta aveva guadagnato tanto in un solo trimestre. E le sei banche più potenti degli Stati Uniti, conosciute come “Le Sei Grandi” (Bank of America, Morgan Stanley, Citigroup, Goldman Sachs, Wells Fargo, oltre a JP Morgan), hanno anch'esse aumentato sostanzialmente i loro ricavi. Il settore bancario nel suo complesso ha generato guadagni dell’ordine di 47,7 miliardi di dollari in questo breve periodo.
Previsioni allarmanti
Proiezioni economiche molto varie e di fonti diverse prevedono che nel 2026 i prezzi delle materie prime continueranno ad aumentare a passi da gigante, il che spingerà l’inflazione e il rallentamento della crescita economica. Tale è la tesi principale, ad esempio, di Commodity Markets Outlook (Prospettive dei mercati delle materie prime), del Gruppo Banca Mondiale. Nel suo ultimo rapporto prevede che quest’anno i prezzi dell’energia aumenteranno del 24%, raggiungendo così il loro livello più alto dall’inizio del conflitto Russia-Ucraina, a causa del fatto che “la guerra in Medio Oriente sta provocando una grave perturbazione nei mercati mondiali delle materie prime”. E che i prezzi delle materie prime aumenteranno del 16%, spinti dal “vertiginoso incremento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti, e dai massimi storici raggiunti dai prezzi di vari metalli chiave”.
Per quanto riguarda la crisi del petrolio, Commodity Markets Outlook segnala che gli attacchi alle infrastrutture energetiche e le interruzioni del trasporto marittimo nello stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 35% del commercio mondiale di questo prodotto, “hanno scatenato la maggiore crisi di approvvigionamento fino ad oggi, con una riduzione iniziale di circa 10 milioni di barili al giorno”. E precisa che, a metà aprile, i prezzi del petrolio Brent si trovavano già al 50% sopra i livelli registrati all’inizio dell’anno. Infine, prevede che nel 2026 raggiungerà una media di 86 dollari al barile, un notevole aumento rispetto ai 69 dollari nel 2025. Sempre che, avverte, “le perturbazioni più acute finiscano a maggio” e il trasporto marittimo attraverso lo stretto di Hormuz ritorni “gradualmente ai livelli precedenti alla guerra”.
Questa nuova guerra, al di là del suo risultato finale, conta già miliardi di perdenti e pochi vincitori. Perdono i più deboli, a causa dei bombardamenti indiscriminati e vedendo svanire più rapidamente i loro redditi in tutto il Mondo a causa degli aumenti incontrollabili del paniere, proprio come il dolore altrui.
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28/05/2026
La ricetta sovranista che danneggia proprio l’Italia
di Emiliano Brancaccio
La narrazione sulle magnifiche sorti della “Melonomics” scricchiola ogni giorno di più. Le ultime previsioni della Commissione Ue situano l’Italia all’ultimo posto nella classifica della crescita cumulata fino al prossimo anno. Nel 2026, in particolare, il Pil italiano aumenterà di appena lo 0,5 percento, contro una media Ue dell’1,1 percento e paesi come la Spagna che potrebbero sfiorare il 3 percento. L’inflazione, al contrario, schizzerà al 3,2 percento, al di sopra della media europea.
Evidentemente, le glorie del governo Meloni in campo economico venivano soprattutto da luce riflessa. Vale a dire, dalla sospensione del Patto di stabilità e dalle risorse del PNRR, entrambe ereditate dai governi precedenti. Per lungo tempo i meloniani hanno cercato di snobbare il lascito testamentario, ritenendolo persino deleterio. Eppure, guarda caso, una volta esaurita la spinta di quei due strumenti, l’economia italiana è tornata alla sua vecchia traiettoria di semi-stagnazione, scivolando di nuovo nei bassifondi delle graduatorie europee.
Per giunta, il quadro rischia di aggravarsi. Con lo sblocco di Hormuz ancora fuori dai radar e la crisi internazionale che si spande, l’Italia si candida a diventare il primo grande paese a finire nel gorgo di una potenziale “disoccu-flazione”, vale a dire: contemporanea distruzione di posti di lavoro e di potere d’acquisto.
Non è lo scenario ideale per il governo, soprattutto in anno pre-elettorale. Meloni e soci provano allora a giocarsi una nuova carta con l’Europa. Visto che l’eredità dei due grandi motori macroeconomici è in esaurimento, Roma chiede una deroga ai vincoli del Patto di stabilità allo scopo di elargire qualche soldo in più per fronteggiare le nuove proteste contro il caro-carburanti. Del resto, gli autotrasportatori sono già sul piede di guerra e per molte famiglie il costo dell’energia fossile è tornato a mordere.
Certo, Meloni vorrebbe dare gli stessi spicci a chi si ferma alla pompa con un suv e a chi in utilitaria. Ma si sa, la destra di governo alla distribuzione non bada. Se le compensazioni andranno più ai ricchi che ai poveri, poco male. L’importante è avere margini per elargire.
Per quanto iniqua, la proposta italiana non è del tutto priva di fondamento legale. Approvato nel 2024, il nuovo patto di stabilità ha infatti ammesso deviazioni eccezionali dai vincoli di bilancio per categorie di spesa non specificate. Solo in seguito il Consiglio Ue ha interpretato la deroga in un’ottica puramente militarista, consentendo scostamenti solo per il riarmo. Nulla però impedisce di ammettere altri tipi di deroghe.
Il problema è che le autorità europee si stanno opponendo proprio alla specifica deroga proposta dall’Italia. Il primo a contestare è stato il solito Dombrovskis. Ma poi si è aggiunta anche la voce, ben più pesante, della presidente Bce Christine Lagarde. La loro diagnosi è che la crisi nasce da una restrizione dell’offerta globale di energia fossile che potrebbe anche durare a lungo. In una situazione del genere, con l’offerta di fossili che si contrae, non è saggio creare deficit per spingere ancora sulla domanda, perché si rischia di alimentare solo ulteriori pressioni inflazionistiche. L’unica risposta efficace alla crisi, dunque, è ridurre strutturalmente la dipendenza da petrolio e gas accelerando la transizione verso le fonti rinnovabili.
La ricetta ha senso. Almeno per una volta, Bruxelles e Francoforte non raccontano fandonie.
Ma per Meloni e soci non sarà facile uscire dal garbuglio. I dati Eurostat richiamati dalla Corte dei Conti e gli ultimi rapporti di Ambiente Italia mostrano che l’Italia affronta la strozzatura dell’offerta globale di fossili in una situazione di grave ritardo. Dal 2019, la quota di rinnovabili sui consumi finali è aumentata in Europa del 27 percento, con picchi del 35 in Francia e del 42 percento in Spagna. In Italia, l’aumento è stato di appena il 7 percento. Dopo aver assecondato Trump e i petrolieri, non ci si poteva aspettare molto altro.
Il risultato è paradossale. La “Melonomics” era stata presentata come il miglior distillato economico del sovranismo. A quanto pare, invece, sta aumentando la vulnerabilità dell’Italia agli effetti del grande disordine mondiale.
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19/05/2026
L’Istat valuta il costo della crisi di Hormuz sulla lista della spesa
A spingere la fiammata sono principalmente i beni energetici e gli alimentari non lavorati. I prezzi dei beni ad alta frequenza d’acquisto – il termometro dei consumi quotidiani – fanno segnare un balzo del 4,2% (dal precedente +3,1%). Il “carrello della spesa”, che include alimentari e prodotti per la cura della casa e della persona, sale al +2,3%.
L’Istat fotografa una dinamica chiara nel suo report mensile: “la dinamica dell’inflazione riflette principalmente la netta risalita dei prezzi degli Energetici non regolamentati (da -2,0% a +9,6%), di quelli regolamentati (da -1,6% a +5,3%) e dell’accelerazione dei prezzi degli Alimentari non lavorati (da +4,7% a +5,9%)”.
I numeri freddi della statistica si traducono in un vero e proprio shock per i bilanci familiari. Stando anche alle elaborazioni del Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc), il gasolio per riscaldamento ha registrato un balzo bimestrale del +38,4%, il carburante diesel del 23,0%. Più contenuto, ma comunque significativo, il rialzo della benzina, pari al 6,3%, e degli altri carburanti per mezzi di trasporto privati: +9,4%.
Un importante rincaro ha colpito anche i beni agricoli. La crisi energetica si è riversata immediatamente sul comparto non solo per i costi del trasporto. Il gas naturale è fondamentale nella produzione di concimi azotati, e dallo Stretto di Hormuz, oltre al petrolio e il gas, transitava anche un terzo del commercio globale di fertilizzanti. L’interruzione dei flussi è arrivata proprio in coincidenza della stagione delle semine primaverili, con possibili ripercussioni disastrose sulla situazione alimentare mondiale nei prossimi mesi.
Tornando all’Italia, il Codacons ha lanciato l’allarme per una stangata da 893 euro annui per la “famiglia tipo”, e da 1.233 euro per un nucleo con due figli (di cui fino a 269 euro solo per la spesa alimentare). Gabriele Melluso, presidente di Assoutenti, ha fatto appello all’esecutivo per prorogare il taglio sulle accise, le agevolazioni per gli autotrasportatori, e per rafforzare la vigilanza sulle speculazioni.
Misure tampone, che arrivano a valle di meccanismi che garantiscono, ad ogni modo, gli extraprofitti, su cui la UE non vuole imporre nessun prelievo per trovare ulteriori risorse da spendere. E a completare il quadro, inoltre, arrivano i dati di Bankitalia sul debito pubblico, che tocca il nuovo record storico a 3.158,8 miliardi di euro, crescendo di ben 19,5 miliardi in un solo mese.
Che di per sé potrebbe non essere un “problema”, se non ci fossero dei vincoli europei strozzanti, e la procedura di infrazione di Bruxelles a pendere sulla testa del governo. Giorgia Meloni ha inviato una lettera a Ursula von der Leyen chiedendo di estendere la clausola del Patto di Stabilità riguardante l’aumento delle spese militari anche alle misure contro il caro-energia.
“In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo italiano spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma SAFE alle condizioni attualmente previste”, ha scritto la Prima Ministra. Ed è un’affermazione di rara onestà, che però si scontra con la contraddizione di fondo: il carattere reazionario e, inoltre, disfunzionale dei vincoli europei.
Fonte
13/05/2026
La CGIA raddoppia i costi dello shock energetico: 29 miliardi nel 2026
Oggi il calcolo arriva a quasi 29 miliardi di euro nel solo 2026, per famiglie e imprese. Una cifra significativa che incide direttamente sui bilanci domestici e sulla competitività della nostra industria. Si paga lo scotto di rincari a doppia cifra su ogni fronte: dai trasporti al riscaldamento, fino alla produzione industriale.
La voce più pesante del bilancio energetico nazionale riguarda i carburanti. Con i prezzi alla pompa stabilmente attorno ai 2 euro al litro, la spesa per benzina e diesel subirà un incremento di 13,6 miliardi di euro (+20,4% rispetto al 2025). Non va meglio sul fronte delle utenze domestiche e industriali: sull’energia elettrica si stima un rincaro di 10,2 miliardi di euro (+12,9%), e sul gas naturale di 5 miliardi di euro (+14,6%).
A livello territoriale, sul lato prettamente dei numeri il peso maggiore è scontato dal nord del paese. La Lombardia guida la classifica dei rincari con un aggravio di 5,4 miliardi, seguita dall’Emilia-Romagna (+3 miliardi) e dal Veneto (+2,9 miliardi). Si tratta delle regioni con la più alta densità di attività manifatturiere, e dove quindi la produzione ha più “fame” di energia.
Tuttavia, se guardiamo alle percentuali di aumento sui carburanti, è il Mezzogiorno a soffrire maggiormente. La Basilicata registra l’incremento più marcato (+21,6%), seguita da Campania e Puglia (+21,3%). Un dato che sottolinea come la dipendenza dai trasporti su gomma renda le regioni del Sud particolarmente vulnerabili alle oscillazioni del mercato petrolifero.
Sugli interventi governativi, la CGIA è categorica. Il governo Meloni è intervenuto con il cosiddetto “decreto Bollette”, una manovra da circa 5 miliardi di euro approvata per mitigare gli effetti della crisi, e con il taglio delle accise sui carburanti (attualmente ridotto a 5 centesimi per la benzina, mentre restano 20 centesimi per il gasolio), con un costo di circa un miliardo al mese e la scadenza fissata al 22 maggio.
Queste risorse sono però considerate inadeguate a frenare lo shock economico. La CGIA ribadisce che la soluzione non può essere solo nazionale, chiedendo invece la sospensione del Patto di Stabilità, per permettere agli stati membri della UE di finanziare i sostegni senza pesare sul calcolo del deficit.
L’Ufficio studi chiede inoltre di fissare un tetto al prezzo del gas e di separarlo da quello dell’energia elettrica; la tassazione degli extraprofitti; addirittura un taglio coordinato delle imposte sulle bollette a livello comunitario. La CGIA mostra come, senza un intervento strutturale, il rischio è che lo shock energetico si trasformi in una recessione profonda, e nell’aggravarsi della deindustrializzazione.
Ma a Bruxelles la logica continua a essere quella di rimanere ostinatamente sulla strada passata, nonostante le condizioni del presente siano cambiate profondamente. C’è poca predisposizione a intervenire sui profitti delle grandi compagnie, mentre lacci e lacciuoli dei trattati europei vengono difesi strenuamente, per non ammettere la loro irrazionalità, persino economica.
È il sintomo di un’evidente inadeguatezza strategica, e della mancanza di idee su come promuovere la UE come attore globale in uno scenario ben diverso da quello di trent’anni fa. Ed è inoltre un messaggio chiaro a chi vuole costruire un’alternativa, che deve essere necessariamente al di fuori di questi meccanismi e vincoli comunitari.
Fonte
06/05/2026
Caro-energia e rischio recessione: le stime del FMI lanciano l’allarme
Secondo le ultime stime presentate all’ultima seduta dell’Eurogruppo da Oya Celasun, vicedirettrice del dipartimento europeo del Fondo, l’Italia figura tra i paesi più vulnerabili a causa della sua dipendenza energetica e della volatilità dei mercati, influenzata soprattutto dalle tensioni geopolitiche sullo Stretto di Hormuz.
Il rapporto delinea due possibili percorsi. Nello scenario base, quello attualmente ritenuto più probabile, la famiglia media italiana dovrà farsi carico di un esborso supplementare di circa 450 euro annui. Nello scenario “grave”, invece, ovvero in caso di un ulteriore shock sui prezzi o di una escalation delle crisi internazionali, la stangata per le famiglie italiane potrebbe toccare i 2.270 euro.
In questo contesto, l’Italia risulterebbe tra le nazioni più colpite, superando ampiamente la perdita media europea prevista in caso di crisi severa (1.750 euro). Per fare un confronto, nello scenario peggiore, una famiglia slovacca perderebbe circa 620 euro, mentre una svedese appena 134 euro.
Gli effetti non saranno solo sui portafogli dei cittadini, ma sull’intera tenuta del sistema economico. Il Fondo ha rivisto al ribasso le stime di crescita per l’Eurozona, prevedendo un rallentamento all’1,1% nel 2026 e all’1,2% nel 2027. L’inflazione, invece, è destinata a risalire al 2,6% nel prossimo anno prima di una timida discesa.
Inoltre, quello che preoccupa è che i mercati stanno diventando più pessimisti sui prezzi dell’energia, avverte il Fondo, sottolineando come questo potrebbe comunque far avviare il Vecchio Contintente sulla strada dello scenario avverso, spingendo l’intera area euro verso una fase di stagnazione prossima alla recessione, con un contestuale aumento degli spread, dei rendimenti dei titoli di Stato, e dunque dei debiti pubblici.
In virtù di questo, l’FMI ha inviato un messaggio chiaro ai governi, incluso quello italiano: no alle misure generalizzate. Quelle adottate fino ad ora “sono per lo più basate sulla tassazione, con circa tre quarti dei paesi europei che implementano adeguamenti delle accise sui carburanti”.
La preoccupazione dell’istituto è che, però, questi interventi stiano “distorcendo i prezzi di mercato dell’energia”. È interessante riportare dove viene individuato l’inghippo: tali politiche “riducono l’incentivo a diminuire il consumo di energia, migliorare l’efficienza e investire in alternative. Ciò rallenta il necessario adeguamento a un’offerta limitata”.
Da una parte viene ricordato come il mercato non è in grado di intraprendere davvero una transizione ecologica, perché non conveniente. Dall’altro come i danni dell’aggressione all’Iran limiteranno le forniture, che finisca oggi o meno il conflitto. Il consumo di energia deve diminuire (proprio ora che ci si avvicina all’estate).
Ovviamente, il FMI non ricorda come ci siano paesi ben felici di aumentare il proprio export energetico, come la Russia. Nel primo quadrimestre del 2026 le sue esportazioni di GNL sono aumentate dell’8,6%, ma le sanzioni suicide poste da Bruxelles tolgono l’ipotesi dal tavolo. Gli europei, al contrario, sostengono il bombardamento ucraino delle raffinerie di Mosca, e il taglio totale del gas nel 2027.
Tornando all’Italia, il costo delle attuali misure (crediti d’imposta e riduzioni sui carburanti) è stimato tra i 3 e i 4 miliardi di euro (0,15-0,20% del PIL). Ma il Fondo riporta anche le opinioni dei cittadini del Belpaese, da cui traspare l’inadeguatezza delle contromisure del governo.
Recenti rilevazioni indicano che il 44% degli italiani si definisce già oggi in difficoltà economica, e il 64% sta valutando di cambiare fornitore di energia per tentare di arginare le bollette. Con la prospettiva di una nuova impennata dei costi, la cautela ha già cominciato a dominare sui consumi.
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04/05/2026
Codacons: stangata da mille euro a famiglia con la guerra in Iran
L’analisi del Codacons parte dalle stime dell’Istat sull’inflazione, passata da +1,7% al +2,8% dello scorso mese, come conseguenza dell’impennata dei beni energetici, “regolamentati” e non.
L’associazione dei consumatori calcola il rincaro maggiore proprio in relazione ai comparti dell’energia. I combustibili liquidi (benzina, diesel, gasolio da riscaldamento) sono schizzati in alto del 38,4% in soli due mesi. Se il gasolio è salito del 23%, anche GPL e metano non sono stati da meno (+9,4%).
Ciò ha provocato un effetto domino che ha travolto il comparto dei trasporti: chi pianifica un viaggio deve fare i conti con biglietti aerei internazionali rincarati del 18,2% e tariffe dei traghetti in crescita del 6%. Anche noleggiare un’auto è diventato più costoso, con un aumento dell’8,8% che grava sia sul turismo che sulla logistica delle merci.
La crisi energetica si riflette direttamente sulle utenze domestiche. Ad aprile, il costo del gas per le famiglie è balzato del 13% rispetto a febbraio, mentre l’energia elettrica ha segnato un +5,2%.
Ma è facendo la spesa che gli italiani avvertono le ricadute più dolorose. Le turbolenze sulle rotte commerciali e l’aumento dei costi di trasporto hanno fatto schizzare i prezzi dell’ortofrutta: i frutti di bosco segnano un +16,1%, i legumi quasi il 10% e gli ortaggi (pomodori, peperoni, zucchine) l’8,6%.
Persino la tecnologia è sotto pressione: i costi dei supporti informatici per la registrazione sono aumentati del 21,6%; videogiochi, console, applicazioni e software videoludiche hanno segnato un +16,4%. Ovviamente, queste sono ancora proiezioni fatte sulla base di consumi costanti e senza prevedere ulteriori interventi governativi.
“La crisi in Medio Oriente ha determinato uno tsunami sui prezzi al dettaglio”, scrive il Codacons. L’associazione chiarisce il pericolo che questo tsunami si porta dietro, e che non riguarda solo “un generalizzato impoverimento dei nuclei meno abbienti, ma anche una contrazione dei consumi da parte delle famiglie come reazione al caro-prezzi, con effetti estremamente dannosi per l’economia nazionale”.
La situazione nello Stretto di Hormuz non sembra però prossima a sbloccarsi, e lo stesso problema affrontano, dunque, le forniture globali, con effetti sistemici. Finché il quadro internazionale non troverà stabilità, gli italiani continueranno a pagare il prezzo di una guerra che, pur combattuta a migliaia di chilometri di distanza, si riflette ogni giorno sullo scontrino del supermercato e sulle bollette.
Se da tempo le classi dirigenti del Vecchio Continente perorano la causa della transizione a un’economia di guerra, ora sappiamo bene cosa questo significhi, senza nemmeno essere coinvolti direttamente in uno dei conflitti – ma sostenendoli materialmente – provocati da Israele e Stati Uniti.
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21/03/2026
La “tigre di carta” e gli artigli sul mondo
Nel breve volgere di poche ore abbiamo avuto sei-paesi-sei (Francia, Germania, Olanda, Italia, Giappone e Gran Bretagna) che si sono offerti di dare una mano per riaprire lo Stretto di Hormuz bloccato dall’Iran come misura di “guerra asimmetrica”, ma preferibilmente dopo un cessate il fuoco stabile.
I cinque europei di questa lista fanno anche parte – e importante – della Nato, che però nella giornata di ieri ha deciso di ritirare le proprie truppe dall’Iraq (dopo 23 anni) a causa dei molteplici attacchi cui sono sottoposte a seguito della guerra nel Golfo Persico. Un segnale, diciamo, decisamente di segno opposto.
“Si tratta di un ritiro temporaneo. Sono preoccupati per la situazione”, ha fatto sapere il portavoce dell’Alleanza Alisson Hart. “Possiamo confermare che stiamo rimodellando il nostro dispiegamento nell’ambito della missione Nato in Iraq. La sicurezza del nostro personale è di primaria importanza”. E la migliore sicurezza possibile si trova nel togliersi dai piedi...
Contemporaneamente il presidente Donald Trump si è scagliato proprio contro gli alleati nella Nato – di cui gli USA sono l’elemento-guida sin dalla nascita – per il fatto che nessuno dei paesi da lui citati si sia mostrato entusiasta di contribuire a sbloccare subito lo Stretto di Hormuz, definendoli letteralmente “codardi” e minacciando “ce ne ricorderemo”.
“Senza gli Stati Uniti, la NATO è una tigre di carta!”, ha scritto sulla sua piattaforma Truth Social. “Non hanno voluto unirsi alla lotta per fermare un Iran dotato di armi nucleari. Ora che la battaglia è stata vinta militarmente, con pochissimi rischi per loro, si lamentano degli alti prezzi del petrolio che sono costretti a pagare, ma non vogliono contribuire all’apertura dello Stretto di Hormuz, una semplice manovra militare che è l’unica ragione degli alti prezzi del petrolio”. Diciamo che Trump ha scomodato Mao Zedong un po’ inconsapevolmente, confessando però, senza volerlo, un’impotenza storica che in qualche modo il Grande Timoniere aveva compreso...
Fermamente convinto – forse – di essere comunque un “vincente” che può imporre la propria volontà a tutti, Trump è però costretto a scoprire che qualsiasi cosa faccia o dica produce risultati che gli si ritorcono immediatamente contro. Perché agire unilateralmente in un mondo complesso significa mettere in moto ad ogni passo una catena di effetti in gran parte incontrollabile persino quando sono – ognuno singolarmente – prevedibili.
Ad esempio, il prezzo del petrolio e del gas. Scatenando una guerra nell’area più ricca di idrocarburi si doveva sapere che la prima conseguenza sarebbe stata il rialzo drastico dei prezzi. Ma poiché anche gli Usa sono un paese produttore, per quanto ormai solo con giacimenti di scisto molto costosi da sfruttare (costo di produzione intorno ai 50-60 dollari al barile), il problema è stato visto come una mezza soluzione: “ci faremo un sacco di soldi!”
In teoria sì, ma solo come produttore. Siccome però sei il presidente di un paese con quasi 350 milioni di abitanti, con un territorio estesissimo e grandi distanze da coprire anche solo per andare al lavoro, quell’“extraprofitto” di quasi il 30% come produttore significa immediatamente anche una corrispondente spesa supplementare per i cittadini-consumatori. Che dovrebbero votarti tra pochi mesi nelle elezioni di midterm.
È finita? No, naturalmente. Si potrebbe pensare che comunque saranno rimaste contente almeno le compagnie petrolifere statunitensi, premiate da un insperato aumento dei prezzi. E invece no, neanche loro.
Proprio la necessità di tranquillizzare i cittadini-consumatori statunitensi e i mercati di tutto il mondo, ha spinto Trump ad assicurare che la guerra finirà comunque presto, e “quando tutto questo sarà finito, i prezzi del petrolio crolleranno molto, molto rapidamente”.
Ma questo messaggio contrasta frontalmente con l’altro che lo stesso Trump aveva ripetuto all’inizio del nuovo mandato: “Drill, drill, drill”. Ossia “Trivellate! Aprire nuovi pozzi di estrazione”. Ma trivellare significa fare investimenti, ossia perdere soldi nell’immediato. E oggi i petrolieri gli fanno notare che «Il Segretario del Tesoro Scott Bessent afferma che i prezzi del petrolio caleranno tra qualche mese. Ci vogliono diversi mesi per allestire una piattaforma di perforazione e iniziare a trivellare da zero. Perché dovrei espandere la mia campagna di trivellazione ora, se i prezzi crolleranno?».
It’s the economy, stupid!
La frustrazione dell’impero è palpabile e rischia di scaricarsi in una nuova tappa dell’escalation, invece che – come auspicato ormai anche dalla maggioranza straripante del Mondo e della stessa America – nella ricerca di una via d’uscita possibilmente rapida.
Si sommano le notizie circa l’invio di qualche migliaio di marines, probabilmente per assaltare l’isola di Kharg, terminale petrolifero del 90% della produzione iraniana. Non sarebbe un’impresa impossibile, militarmente, ma sarebbe una bomba atomica in un mercato del greggio già disastrato (persino Fatih Birol, direttore dell’International Energy Agency, ha definito questa guerra come «la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale della storia»).
Non ci sarebbe neanche il dubbio su come reagirebbe l’Iran, che appare tutt’altro che svuotato di energie, droni e missili.
Ma non basta ancora. Rompendo forse definitivamente gli equilibrismi obbligati tra l’adesione alla Nato e le nostalgie dell’impero ottomano, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha schierato la Turchia e il suo esercito – il secondo per dimensioni nell’Alleanza atlantica, ed anche il secondo più abituato a combattere – in una nuova e imprevista configurazione strategica, di cui nessuno aveva avuto pienamente sentore.
Parlando nella sua città natale, Rize, sulla costa del Mar Nero, nel venerdì di chiusura del Ramadan, ha detto quel che sembrava indicibile al di fuori delle formazioni islamiste più radicali: “Questo Israele sionista ha ucciso centinaia e migliaia di persone. Non ho dubbi che ne pagherà il prezzo. Possa Egli, ‘il dominatore’ (Al-Kahrar), schiacciare e distruggere Israele”.
Gli unici musulmani sunniti fin qui apertamente schierati contro Israele erano i palestinesi, ma più per la politica genocida dell’occupazione che non per scelta “religiosa” (erano il popolo arabo più laico e tollerante, prima della Nakba). L’“asse della Resistenza” unisce da anni soltanto gli sciiti (maggioritari in Iran, in gran parte dell’Iraq, nello Yemen, ma con forti comunità anche nei paesi del Golfo, oltre che in Siria e Libano).
Ma qui abbiamo ora un paese della Nato, piazzato in Medio Oriente, che invoca il fulmine divino sul pilastro sionista dell’Occidente nella regione. Se vi sembra un particolare irrilevante...
A quanto pare la politica terroristica di Israele sta facendo maturare l’ostilità radicale anche tra i sunniti che governano (nei popoli era già straripante, come ha potuto verificare ogni turista), ponendo le basi per una prima impensabile sintonia tra i musulmani. Sono due miliardi, il 25% della popolazione mondiale. Qualcuno – ad esempio il Pakistan – persino con l’atomica.
Le contraddizioni dell’imperialismo brillano negli sfrondoni di Trump, ma non c’è nulla da ridere. Al bivio tra escalation e via d’uscita si gioca la storia del mondo. E della sopravvivenza dell’umanità.
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14/03/2026
Istat: la guerra contro l'Iran preannuncia la contrazione dell'economia globale
La crisi dello Stretto di Hormuz sta innescando uno shock dal lato dell’offerta energetica, “con potenziali effetti sistemici su crescita, occupazione e inflazione”. Per la prima volta dal 2022, le quotazioni del Brent hanno superato i 100 dollari al barile nei primi giorni di marzo 2026, trascinando al rialzo anche il prezzo del gas naturale. L’istituto di statistica, dunque, prevede tendenza al ribasso dell’economia mondiale per il 2026.
In questo scenario, il pericolo è che ciò diventi un vero e proprio disastro per l’industria italiana, in crisi strutturale già da tempo. La produzione industriale ha registrato a gennaio il secondo calo congiunturale consecutivo (-0,6%), penalizzata soprattutto dai beni strumentali e di consumo. Solo il comparto energia (+4,5%) mostra segni di vitalità, riflettendo però più le tensioni sui prezzi che un reale aumento dei volumi produttivi.
A livello internazionale, il 2025 ha visto gli scambi di merci crescere del 4,4%. Un dato sostenuto in parte dal cosiddetto frontloading: le imprese hanno anticipato gli acquisti all’estero per proteggersi dai rincari delle tariffe imposte dagli Stati Uniti. Tuttavia, il peggioramento del clima geopolitico sta già intaccando la fiducia.
L’Economic Sentiment Indicator (ESI) della Commissione Europea ha segnato a febbraio una decisa flessione (-1,0 punti). Il calo è stato particolarmente marcato proprio in Francia e in Italia, a causa di una forte perdita di fiducia nel settore dei servizi, mentre il commercio al dettaglio è l’unico comparto a mantenere un trend positivo.
A febbraio, l’inflazione in Italia (indice IPCA) è salita all’1,6%. Un dato che si mantiene ancora sotto la media dell’area euro, ma se le tensioni sui mercati energetici dovessero continuare, allora c’è il pericolo che si venga a formare una nuova spirale inflattiva, con i salari che rimarranno ancora al palo. Il tasso di inattività italiano è ancora superiore alla media UE e ai valori dei principali paesi europei, e non c’è misura in vista che punti a migliorare le condizioni dei lavoratori.
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11/03/2026
La tempesta perfetta su industria e lavoro. 14 marzo manifestazione per il “No” sociale
Per un Paese industriale come l’Italia questo significa una cosa molto concreta: aumento dei costi di produzione, pressione sulle filiere industriali, rincari nella logistica e nei trasporti, nuovi aumenti sui beni essenziali. Tutto questo mentre l’apparato produttivo è già attraversato da crisi industriali, ristrutturazioni e processi di dismissione che stanno colpendo interi settori strategici.
Dall’acciaio all’elettronica, passando per l’automotive e la logistica, molte vertenze aperte dimostrano quanto il sistema industriale sia già fragile. In questo quadro un nuovo aumento strutturale dei costi energetici rischia di scaricarsi ancora una volta sul lavoro, comprimendo salari e occupazione.
Di fronte a questo scenario il Governo dovrebbe interrogarsi seriamente sugli effetti che le scelte geopolitiche e l’escalation militare produrranno sull’economia italiana.
Invece assistiamo ad un Governo vassallo, più impegnato ad applaudire Trump e a inseguire la logica della contrapposizione internazionale che a difendere concretamente industria, lavoro e salari.
A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento di preoccupazione: il tentativo sempre più esplicito di presentare la riconversione industriale verso il militare come una soluzione alle difficoltà dell’industria europea. È un ricatto che respingiamo con forza.
La riconversione bellica è una scelta immorale, industrialmente fragile e incapace di garantire occupazione stabile e diffusa. Le politiche di riarmo promosse dall’Unione Europea e dalla NATO sono lontane dalle reali necessità del Paese.
L’Italia ha bisogno di investimenti in infrastrutture, servizi pubblici, transizione industriale, innovazione e tutela del lavoro. Sono questi i settori in grado di garantire crescita economica, sviluppo tecnologico e occupazione di qualità.
In un momento come questo diventa ancora più evidente una verità semplice: senza il lavoro operaio questo Paese non sta in piedi.
Industria, logistica e grandi filiere produttive esistono perché ogni giorno migliaia di lavoratori producono la ricchezza reale su cui si regge l’economia.
Per questo il lavoro operaio deve tornare con forza al centro del dibattito politico e delle scelte economiche del Paese. Il 28 marzo, con l’Assemblea Nazionale Operaia promossa da USB, vogliamo affermare questa centralità e aprire uno spazio di discussione e di iniziativa capace di rimettere chi lavora al centro delle decisioni che riguardano industria, sviluppo e futuro sociale del Paese.
La via maestra resta quella della pace. La guerra la stanno pagando i lavoratori, le lavoratrici di questo Paese e le fasce più deboli.
Basta guerra, abbassate le armi, alzate subito i salari.
Il 14 marzo saremo in piazza a Roma per il No Sociale al Governo Meloni, per fermare la riforma della giustizia e le politiche di guerra e carovita: appuntamento alle 14:00 a Piazza della Repubblica. Il 28 marzo, al Nuovo Cinema Aquila a Roma, Assemblea Nazionale Operaia per costruire la mobilitazione in primavera.
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