di Alessandro Volpi
Torno sul viaggio precipitoso di Christine Lagarde negli Stati Uniti per incontrare il presidente della Fed Kevin Warsh e il segretario al tesoro Scott Bessent.
Il primo giorno il colloquio con Warsh ha avuto ad oggetto, al di là del tema molto formale – l’opportunità per i banchieri centrali di non annunciare in anticipo le loro mosse – la gravità della situazione debitoria degli Stati Uniti.
Una situazione che, di fatto, non ha precedenti storici dal secondo dopoguerra e provo a mettere in luce perché.
1. Debito Federale e Rapporto Debito/PIL
Il precedente: l’unico momento paragonabile per intensità fu la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946, il rapporto debito/PIL raggiunse il 106%.
Oggi: siamo oltre il 125-130%. La differenza fondamentale è che nel 1946 il debito servì a vincere una guerra e fu seguito da un boom demografico e industriale (i “Trenta Gloriosi”). Oggi il debito è strutturale, alimentato da spesa sociale, interessi passivi e spese militari per una sorta di stato di guerra endemico.
2. Tasso di risparmio basso e debito privato alto
Il precedente: il 2005-2007 (pre-crisi Lehman). Allora il risparmio scese verso il 2% e il debito delle famiglie era ai massimi.
Oggi (2026): la situazione è peggiore perché l’inflazione degli ultimi anni ha eroso i “cuscinetti” accumulati durante la pandemia. Il debito privato non è solo nei mutui, ma nelle carte di credito e nei prestiti auto, con tassi d’interesse molto più alti rispetto al 2008.
3. Debito in mani estere e riserve delle banche centrali
Se nel 2014 gli stranieri detenevano il 34% del debito, oggi quella quota è scesa drasticamente (stimata intorno al 20-22% o meno).
La quota di dollari nelle riserve globali è scesa sotto il 55% (era al 70% nel 2000). Non è mai stata così bassa dall’era post-bellica. La Cina e le nazioni BRICS+ hanno accelerato la diversificazione in oro e valute locali.
4. Volume delle transazioni e dollaro debole
Il precedente: la fine degli anni ’70 (Presidenza Carter), quando l’inflazione galoppante e l’incertezza energetica portarono il Dollar Index a minimi storici.
Oggi (2026): la sfida è qualitativa. Per la prima volta, esistono sistemi di pagamento alternativi (mBridge, circuiti non-SWIFT) che funzionano. Il volume di transazioni in dollari non cala solo per “sfiducia”, ma per l’esistenza di infrastrutture concorrenti.
5. Costo dei CDS (assicurazione contro l’insolvenza USA)
Il precedente: i picchi si sono avuti durante le crisi del “tetto del debito” (2011 e 2023).
Oggi (2026): con Warsh che annuncia la fine del sostegno della Fed ai titoli di stato (QT aggressivo), il mercato percepisce che il “paracadute” pubblico è più piccolo. I prezzi dei CDS riflettono il timore che la politica non riesca a trovare un accordo sui tagli alla spesa.
6. Banche cariche di debito pubblico e ruolo dei fondi (Asset Managers)
Il precedente: durante la Seconda Guerra Mondiale, le banche furono costrette a finanziare lo sforzo bellico.
Oggi (2026): e la cosiddetta “Repressione Finanziaria”. Poiché gli stranieri comprano meno Treasuries, lo Stato conta sui fondi pensione nazionali e sui grandi gestori (BlackRock, Vanguard). Questi attori sono diventati i veri “regolatori” del debito: se smettono di comprare, il sistema salta.
7. Produzione di nuovi dollari (M2) molto bassa
Il precedente: la Grande Depressione (1929-1933). Fu l’ultima volta che la massa monetaria si contrasse in modo significativo, portando alla deflazione.
Oggi (2026): la Fed di Warsh sta cercando di drenare liquidità per combattere l’inflazione residua. È un esperimento pericolosissimo: cercare di ridurre la moneta mentre il debito è ai massimi.
8. Peso dell’economia USA sul PIL mondiale
Il precedente: bisogna risalire all’inizio del XX secolo. Nel 1945, gli USA pesavano per il 50% del PIL mondiale. Negli anni ’60 per il 40%.
Oggi (2026): il peso degli USA è sceso intorno al 15% (a parità di potere d’acquisto, PPP), superato dalla Cina e insidiato dall’India. Gli USA rimangono la prima potenza finanziaria, ma non sono più la “fabbrica del mondo”.
9. Cosa rende questo momento unico?
In passato, questi problemi si presentavano uno alla volta.
Negli anni ’40 avevamo debito alto, ma produzione record e moneta forte.
Negli anni ’70 avevamo dollaro debole, ma debito pubblico basso.
Nel 2008 avevamo debito privato alto, ma la Fed poteva stampare all’infinito perché l’inflazione era zero.
Oggi (luglio 2026), per la prima volta nella storia americana, tutti questi indicatori sono in “zona rossa” simultaneamente.
La scommessa di Warsh e Lagarde è che la fine della forward guidance e un ritorno alla disciplina monetaria possano salvare la credibilità del sistema prima che il mercato dei titoli di stato perda definitivamente fiducia.
Ma i margini di manovra sono i più stretti degli ultimi 100 anni.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Kevin Warsh. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Kevin Warsh. Mostra tutti i post
15/07/2026
06/02/2026
Perché Trump ha scelto Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve
di Alessandro Volpi
In una lunga interista al New York Times, Donald Trump ha dichiarato di riconoscere due soli limiti al proprio potere: la sua mente e la sua moralità. In realtà, almeno un altro limite il presidente statunitense ha mostrato di averlo.
Si tratta della paura del crollo del dollaro e del debito federale Usa; la prova di tale paura è stata la nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve. Warsh, infatti, è un’obbligata soluzione di compromesso ben lontana dalle iniziali posizioni aggressive che avevano spinto lo stesso Trump a nominare un super trumpiano alla guida della Sec. Warsh, marito di Jane Lauder, ereditiera della dinastia cosmetica Estée Lauder, il cui padre è stato uno dei grandi finanziatori del movimento Maga, ha un curriculum non molto diverso da quello di Powell. Ha studiato a Stanford, è stato nel board della Fed negli anni della grande crisi, nominato da George W. Bush, ed ha sempre mostrato grande sospetto per le politiche monetarie espansive. È stato persino favorevole al dollaro digitale, tanto odiato da Trump. Soprattutto ha lavorato a Morgan Stanley e ha ottimi rapporti con le Big Three (BlackRock, Vanguard e State Street).
In sintesi, Trump ha scelto un falco in termini di politica monetaria che solo ultimamente ha sostenuto la possibilità di un ribasso dei tassi, secondo quanto caldamente auspicato dal presidente degli Stati Uniti. Ma perché Trump ha fatto questa scelta? La ragione principale è appunto quella di mettere alla guida della Fed una figura che non irriti la grande finanza, non spaventi gli investitori istituzionali e quindi non faccia fuggire dal dollaro e dal debito Usa ulteriori compratori. Le attività liquide in dollari sono, attualmente, pari a 130mila miliardi di dollari, un’enormità composta da azioni, obbligazioni e titoli del debito pubblico americani. Sono detenute per circa il 55% da ricchi americani e società Usa, per il resto da fondi di gestione del risparmio, investitori istituzionali esteri e banche centrali straniere.
Negli ultimi mesi è iniziata una fuga da queste attività che sembra si stiano riducendo a 100mila miliardi e forse assai meno in poco tempo perché gran parte dei possessori di risparmi si stanno spostando verso l’oro, verso l’argento e soprattutto verso attività non più denominate in dollari con l’emergere del renminbi cinese.
Trump non può più permettersi un simile indebolimento, accompagnato da una fuga verso oro e argento. In quest’ottica Warsh, un non trumpiano sulla carta, può essere l’espressione di una debolezza del presidente, magari confermata dalla più volte ribadita posizione dello stesso Warsh a favore di una riduzione dei controlli da parte della Fed sulle grandi banche statunitensi. Il capitalismo finanziario non si regge sulla forza della politica ma sulla subordinazione della politica ai grandi poteri, possessori del risparmio mondiale.
La nomina di Warsh ha prodotto, non a caso, un’immediata e significativa discesa del prezzo di oro e argento e una ripresa del dollaro che, del resto, è indispensabile per le stesse grandi banche statunitensi, impegnate sempre più nel monopolio del sistema dei pagamenti mondiali: JPMorgan ha dichiarato di “processare” pagamenti ogni giorno per 12mila miliardi di dollari, con benefici giganteschi. Nella stessa ottica, Warsh potrebbe assecondare la proliferazione di stable coin ancorate al dollaro. Di fronte alla crisi del dollaro e del debito Usa, infatti, il presidente Trump sembra impegnato nell’accelerare la diffusione proprio delle stable coin, il cui sottostante è nel 98% dei casi il dollaro.
Tutti i Paesi che non hanno un sistema bancario o un proprio sistema di pagamenti dovrebbero perciò adottare la moneta digitale “Usa”, un processo già molto diffuso nel Sud-Est asiatico, in Africa e in America Latina.
Dopo la colonizzazione del dollaro di carta, sembra profilarsi il tentativo di una dollarizzazione digitale a partire dai Paesi più popolosi e meno strutturati in termini finanziari. Naturalmente le pressioni militari e politiche possono essere molto efficaci in tal senso. Forse, a queste condizioni, con oro meno forte e dollaro più stabile, Warsh potrebbe pensare ad una riduzione dei tassi per far pagare meno il debito privato a milioni di americani. E così dare nuova linfa a Trump, che intanto si autocelebra proprio sul Wall Street Journal, il giornale di proprietà di BlackRock.
Fonte
In una lunga interista al New York Times, Donald Trump ha dichiarato di riconoscere due soli limiti al proprio potere: la sua mente e la sua moralità. In realtà, almeno un altro limite il presidente statunitense ha mostrato di averlo.
Si tratta della paura del crollo del dollaro e del debito federale Usa; la prova di tale paura è stata la nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve. Warsh, infatti, è un’obbligata soluzione di compromesso ben lontana dalle iniziali posizioni aggressive che avevano spinto lo stesso Trump a nominare un super trumpiano alla guida della Sec. Warsh, marito di Jane Lauder, ereditiera della dinastia cosmetica Estée Lauder, il cui padre è stato uno dei grandi finanziatori del movimento Maga, ha un curriculum non molto diverso da quello di Powell. Ha studiato a Stanford, è stato nel board della Fed negli anni della grande crisi, nominato da George W. Bush, ed ha sempre mostrato grande sospetto per le politiche monetarie espansive. È stato persino favorevole al dollaro digitale, tanto odiato da Trump. Soprattutto ha lavorato a Morgan Stanley e ha ottimi rapporti con le Big Three (BlackRock, Vanguard e State Street).
In sintesi, Trump ha scelto un falco in termini di politica monetaria che solo ultimamente ha sostenuto la possibilità di un ribasso dei tassi, secondo quanto caldamente auspicato dal presidente degli Stati Uniti. Ma perché Trump ha fatto questa scelta? La ragione principale è appunto quella di mettere alla guida della Fed una figura che non irriti la grande finanza, non spaventi gli investitori istituzionali e quindi non faccia fuggire dal dollaro e dal debito Usa ulteriori compratori. Le attività liquide in dollari sono, attualmente, pari a 130mila miliardi di dollari, un’enormità composta da azioni, obbligazioni e titoli del debito pubblico americani. Sono detenute per circa il 55% da ricchi americani e società Usa, per il resto da fondi di gestione del risparmio, investitori istituzionali esteri e banche centrali straniere.
Negli ultimi mesi è iniziata una fuga da queste attività che sembra si stiano riducendo a 100mila miliardi e forse assai meno in poco tempo perché gran parte dei possessori di risparmi si stanno spostando verso l’oro, verso l’argento e soprattutto verso attività non più denominate in dollari con l’emergere del renminbi cinese.
Trump non può più permettersi un simile indebolimento, accompagnato da una fuga verso oro e argento. In quest’ottica Warsh, un non trumpiano sulla carta, può essere l’espressione di una debolezza del presidente, magari confermata dalla più volte ribadita posizione dello stesso Warsh a favore di una riduzione dei controlli da parte della Fed sulle grandi banche statunitensi. Il capitalismo finanziario non si regge sulla forza della politica ma sulla subordinazione della politica ai grandi poteri, possessori del risparmio mondiale.
La nomina di Warsh ha prodotto, non a caso, un’immediata e significativa discesa del prezzo di oro e argento e una ripresa del dollaro che, del resto, è indispensabile per le stesse grandi banche statunitensi, impegnate sempre più nel monopolio del sistema dei pagamenti mondiali: JPMorgan ha dichiarato di “processare” pagamenti ogni giorno per 12mila miliardi di dollari, con benefici giganteschi. Nella stessa ottica, Warsh potrebbe assecondare la proliferazione di stable coin ancorate al dollaro. Di fronte alla crisi del dollaro e del debito Usa, infatti, il presidente Trump sembra impegnato nell’accelerare la diffusione proprio delle stable coin, il cui sottostante è nel 98% dei casi il dollaro.
Tutti i Paesi che non hanno un sistema bancario o un proprio sistema di pagamenti dovrebbero perciò adottare la moneta digitale “Usa”, un processo già molto diffuso nel Sud-Est asiatico, in Africa e in America Latina.
Dopo la colonizzazione del dollaro di carta, sembra profilarsi il tentativo di una dollarizzazione digitale a partire dai Paesi più popolosi e meno strutturati in termini finanziari. Naturalmente le pressioni militari e politiche possono essere molto efficaci in tal senso. Forse, a queste condizioni, con oro meno forte e dollaro più stabile, Warsh potrebbe pensare ad una riduzione dei tassi per far pagare meno il debito privato a milioni di americani. E così dare nuova linfa a Trump, che intanto si autocelebra proprio sul Wall Street Journal, il giornale di proprietà di BlackRock.
Fonte
02/02/2026
USA - Kevin Warsh alla FED: un colpo al cerchio e uno alla botte
La lunga stagione di Jerome Powell alla guida della Federal Reserve si avvia ufficialmente alla conclusione, il prossimo maggio, e Donald Trump ha già sciolto le riserve: sarà Kevin Warsh a guidare la banca centrale degli Stati Uniti, come ha annunciato il tycoon attraverso il social Truth.
L’investitura arriva in un momento di forte scontro istituzionale, con l’attuale presidente della FED posto sotto indagine dal Department of Justice, con evidente soddisfazione di Trump. Powell, che era stato nominato dallo stesso Trump nel 2017, ha resistito alle pressioni della Casa Bianca, che voleva un maggiore allentamento della politica monetaria.
Nel braccio di ferro in cui sono entrati Guarda Nazionale, ICE, sanctuary cities e approvazioni congressuali per atti di guerra, anche la FED è diventata parte di una possibile ridefinizione dell’assetto istituzionale che, per ora, rimane informale, strisciante, ma che il nodo delle elezioni mid term potrebbe rendere esplicita.
Tuttavia, forzature del genere, operate quando – anzi, proprio perché – si è la principale economia al mondo, generano risposte dei “mercati” che non si fanno attendere, e non possono essere ignorate. “Mercati” tra virgolette perché dietro questa entità dai confini indecifrabili ci sono, in realtà, una serie di grandi operatori finanziari che devono fare i conti tutti i giorni con il problema di mettere a profitto i propri capitali. Un problema che passa dalla fiducia della controparte, dalla sicurezza del dollaro, e così via.
Un segnale evidente era la corsa dell’oro, che era arrivato a sfondare i 5.500 dollari all’oncia, e anche dell’argento, arrivato oltre i 120. Poi, dopo la nomina di Warsh, nella seduta di borsa di venerdì 30 gennaio 2026 l’oro ha perso oltre il 12% (per vedere un crollo di questo tipo bisogna tornare al 1983) e l’argento è sprofondato di oltre il 30%.
In parte questo era una conseguenza attesa di una fiammate di valore che non poteva durare in eterno (con il prezzo di questi metalli preziosi che rimane comunque molto alto), ma in parte non si può ignorare la funzione rassicurante che sui “mercati” ha avuto l’annuncio di Trump in merito al successore di Powell, nel pieno dello scontro istituzionale tra Casa Bianca e FED.
La preoccupazione era che il prossimo presidente della FED – che gestisce la disponibilità del dollaro sui mercati – fosse eccessivamente disponibile a tagliare i tassi di interesse e a far dunque indebolire il dollaro. Invece, con la nomina di Warsh il dollaro si è subito rafforzato e ne hanno risentito gli altri beni rifugio: i metalli preziosi. Va dunque capito chi è questo Warsh.
Già membro del board della FED tra il 2006 e il 2011 (il più giovane di sempre all’epoca della nomina sotto Bush jr.), Warsh ha battuto al fotofinish la concorrenza di Kevin Hassett, fedelissimo di Trump e direttore del Consiglio Economico Nazionale. Il suo nome nasconde un paradosso che i mercati stanno già cercando di decifrare.
Sebbene vicino all’ambiente repubblicano, Warsh non è considerato una figura disponibile a tagliare i tassi a comando. Le sue posizioni critiche verso la gestione passata della FED e la sua propensione alla stabilità dei prezzi non sembrano essere in linea con le pressioni che The Donald ha esercitato fino a oggi sulla politica della banca centrale.
Questa scelta potrebbe permettere di far passare liscia la conferma della nomina al Senato, dove comunque i repubblicani hanno la maggioranza, ma di soli 3 voti. E allo stesso tempo, come si è visto, le esternazioni passate di Warsh hanno calmato i mercati, preoccupati per l’inflazione, il dollaro, e un vertice della FED accondiscendente con i desiderata della Casa Bianca.
Ma se Warsh è indipendente sul piano del pensiero economico, ha dato segnali di essere vicino alle idee di Trump rispetto all’assetto delle istituzioni stelle-e-strisce. Basta fare una rapida ricerca per trovare vari commenti che evidenziano come il futuro presidente della FED sia dell’idea di rinegoziare l’accordo stretto nel 1951 tra la banca centrale e il Tesoro per mantenere bassi i rendimenti dei Treasury in tempo di guerra, e che è in sostanza considerato come la base dell’indipendenza dell’istituto dalla politica.
Non si parla qui di cancellarla in toto, ma di un ridimensionamento della FED e di una maggiore integrazione tra le sue scelte e quelle del governo. Alla rassicurazione offerta ai mercati, Warsh associa la disponibilità a ragionare con Trump sulle forme istituzionali che hanno guidato il paese negli ultimi decenni.
Oltre a un interesse sul ruolo della IA (di cui molti magnati sono sostenitori di Trump) nello crescita della produttività che possa sostenere un adeguamento dei salari senza lo spauracchio di una fiammata inflattiva. Ciò permetterebbe di ridurre i tassi, ridurre i costi di servizio sul debito, e in generale soddisfare il presidente degli Stati Uniti.
Ci sono molte variabili prima di raggiungere questi obiettivi, ma una cosa è certa, e non ci dovrebbe essere più bisogno di ripeterla: viviamo in un cambio di epoca, in cui il mondo che ne uscirà sarà basato su nuove regole e alleanze.
Fonte
L’investitura arriva in un momento di forte scontro istituzionale, con l’attuale presidente della FED posto sotto indagine dal Department of Justice, con evidente soddisfazione di Trump. Powell, che era stato nominato dallo stesso Trump nel 2017, ha resistito alle pressioni della Casa Bianca, che voleva un maggiore allentamento della politica monetaria.
Nel braccio di ferro in cui sono entrati Guarda Nazionale, ICE, sanctuary cities e approvazioni congressuali per atti di guerra, anche la FED è diventata parte di una possibile ridefinizione dell’assetto istituzionale che, per ora, rimane informale, strisciante, ma che il nodo delle elezioni mid term potrebbe rendere esplicita.
Tuttavia, forzature del genere, operate quando – anzi, proprio perché – si è la principale economia al mondo, generano risposte dei “mercati” che non si fanno attendere, e non possono essere ignorate. “Mercati” tra virgolette perché dietro questa entità dai confini indecifrabili ci sono, in realtà, una serie di grandi operatori finanziari che devono fare i conti tutti i giorni con il problema di mettere a profitto i propri capitali. Un problema che passa dalla fiducia della controparte, dalla sicurezza del dollaro, e così via.
Un segnale evidente era la corsa dell’oro, che era arrivato a sfondare i 5.500 dollari all’oncia, e anche dell’argento, arrivato oltre i 120. Poi, dopo la nomina di Warsh, nella seduta di borsa di venerdì 30 gennaio 2026 l’oro ha perso oltre il 12% (per vedere un crollo di questo tipo bisogna tornare al 1983) e l’argento è sprofondato di oltre il 30%.
In parte questo era una conseguenza attesa di una fiammate di valore che non poteva durare in eterno (con il prezzo di questi metalli preziosi che rimane comunque molto alto), ma in parte non si può ignorare la funzione rassicurante che sui “mercati” ha avuto l’annuncio di Trump in merito al successore di Powell, nel pieno dello scontro istituzionale tra Casa Bianca e FED.
La preoccupazione era che il prossimo presidente della FED – che gestisce la disponibilità del dollaro sui mercati – fosse eccessivamente disponibile a tagliare i tassi di interesse e a far dunque indebolire il dollaro. Invece, con la nomina di Warsh il dollaro si è subito rafforzato e ne hanno risentito gli altri beni rifugio: i metalli preziosi. Va dunque capito chi è questo Warsh.
Già membro del board della FED tra il 2006 e il 2011 (il più giovane di sempre all’epoca della nomina sotto Bush jr.), Warsh ha battuto al fotofinish la concorrenza di Kevin Hassett, fedelissimo di Trump e direttore del Consiglio Economico Nazionale. Il suo nome nasconde un paradosso che i mercati stanno già cercando di decifrare.
Sebbene vicino all’ambiente repubblicano, Warsh non è considerato una figura disponibile a tagliare i tassi a comando. Le sue posizioni critiche verso la gestione passata della FED e la sua propensione alla stabilità dei prezzi non sembrano essere in linea con le pressioni che The Donald ha esercitato fino a oggi sulla politica della banca centrale.
Questa scelta potrebbe permettere di far passare liscia la conferma della nomina al Senato, dove comunque i repubblicani hanno la maggioranza, ma di soli 3 voti. E allo stesso tempo, come si è visto, le esternazioni passate di Warsh hanno calmato i mercati, preoccupati per l’inflazione, il dollaro, e un vertice della FED accondiscendente con i desiderata della Casa Bianca.
Ma se Warsh è indipendente sul piano del pensiero economico, ha dato segnali di essere vicino alle idee di Trump rispetto all’assetto delle istituzioni stelle-e-strisce. Basta fare una rapida ricerca per trovare vari commenti che evidenziano come il futuro presidente della FED sia dell’idea di rinegoziare l’accordo stretto nel 1951 tra la banca centrale e il Tesoro per mantenere bassi i rendimenti dei Treasury in tempo di guerra, e che è in sostanza considerato come la base dell’indipendenza dell’istituto dalla politica.
Non si parla qui di cancellarla in toto, ma di un ridimensionamento della FED e di una maggiore integrazione tra le sue scelte e quelle del governo. Alla rassicurazione offerta ai mercati, Warsh associa la disponibilità a ragionare con Trump sulle forme istituzionali che hanno guidato il paese negli ultimi decenni.
Oltre a un interesse sul ruolo della IA (di cui molti magnati sono sostenitori di Trump) nello crescita della produttività che possa sostenere un adeguamento dei salari senza lo spauracchio di una fiammata inflattiva. Ciò permetterebbe di ridurre i tassi, ridurre i costi di servizio sul debito, e in generale soddisfare il presidente degli Stati Uniti.
Ci sono molte variabili prima di raggiungere questi obiettivi, ma una cosa è certa, e non ci dovrebbe essere più bisogno di ripeterla: viviamo in un cambio di epoca, in cui il mondo che ne uscirà sarà basato su nuove regole e alleanze.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)