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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/04/2026

Il colpo di Lovaglio in Mps e la centralità di BlackRock nel sistema bancario italiano

di Alessandro Volpi

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è diventata uno dei bersagli del loquacissimo Donald Trump ma intanto conserva la sua stretta “amicizia” con Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, e la grande finanza statunitense. L’assemblea degli azionisti di Monte dei Paschi ha confermato, in modo inatteso, Luigi Lovaglio nella carica di amministratore delegato. Si tratta di un passaggio di grande rilievo perché Lovaglio era stato di fatto “sfiduciato” dai Caltagirone, ma BlackRock, insieme a Bpm, dove ha una partecipazione rilevante, ha contribuito alla sua conferma, sostenuta in primis da Delfin dei Del Vecchio.

In altre parole, la conferma di Lovaglio segna una spaccatura nel salottino “buono” della finanza italiana ma soprattutto afferma la centralità di BlackRock nel definire le sorti del sistema bancario del nostro Paese, con il chiaro obiettivo di controllarne il risparmio. E Meloni che cosa c’entra? Il ministero dell’Economia che detiene una quota del 4,8% del capitale di Mps non ha partecipato al voto e ha così consentito l’abbassamento del quorum, rendendo il successo di Fink e dei Del Vecchio ancora più tondo. Poi magari Giorgetti venderà anche quel 4,8%.

Da questa brevissima cronistoria discendono alcune conseguenze non banali per il sistema creditizio e finanziario italiano. La prima è rappresentata dal fatto che pare fallito il disegno di creare un terzo “polino” nazionale, caldeggiato da Meloni-Giorgetti, e fondato sull’accordo tra Caltagirone e Delfin della famiglia Del Vecchio. Il modo davvero sgangherato e, per molti versi sospetto, come hanno messo in luce le indagini della Procura di Milano, con cui i due gruppi hanno operato per l’acquisizione di Mediobanca ha generato, molto probabilmente, la preoccupazione, soprattutto in casa Caltagirone, di una pericolosa esposizione nei confronti della centralità assunta proprio da Lovaglio in quella scalata.

Troppo forte è infatti il dubbio del “concerto”, a cui non sarebbe stato estraneo neppure il governo per effetto delle modalità della preliminare cessione di una parte della sua partecipazione in Mps. Da ciò è discesa, forse, la decisione di Caltagirone di prendere le distanze da Lovaglio, dichiarandosi contrario alla sua riconferma alla guida di Mps. Lo stesso Lovaglio, tuttavia, non si è certo rassegnato a questo allontanamento e ha favorito la creazione di un nucleo di azionisti, a partire dalla famiglia Tortora, che portasse il suo nome nell’assemblea generale, incaricata della nomina. Si è aperta così una partita per molti versi inattesa che ha visto Delfin abbandonare il legame con Caltagirone, rompendo di fatto l’accordo che avrebbe dovuto definire la nuova governance di Generali, dove la neoacquisita Mediobanca ha un peso determinante.

In questo senso la rottura tra i due gruppi italiani ha segnato il venire meno, almeno nell’attuale fase, della possibilità per l’esecutivo Meloni di puntare a un controllo italiano di Generali. Nella vicenda della nomina di Lovaglio, dunque, sembra esaurirsi un progetto ben più vasto e si dimostra, se ancora ne servisse una prova, la capacità di BlackRock di avere un’incidenza determinante nella finanza del nostro Paese. Il voto del fondo guidato da Larry Fink, che ha una partecipazione importante anche in Bpm, schieratasi come detto con Delfin a favore di Lovaglio, è stato fondamentale nel consentire alla cordata Delfin di superare il 50% dei voti e nel mettere in minoranza la compagine guidata da Caltagirone.

L’obiettivo del grande fondo statunitense è evidentemente quello di dare continuità alla strategia di Lovaglio, i cui caratteri, assai probabilmente sono stati oggetto dell’adesione di BlackRock alla scelta di Mps su Mediobanca, e di garantirsi così il controllo della gestione del risparmio italiano.

Nella votazione in questione è emerso un altro dato significativo. Mentre BlackRock ha votato per Lovaglio, Vanguard, l’altro grande gestore, presente nell’azionariato di Mps, sia pur con una partecipazione decisamente più piccola, ha scelto di sostenere la candidatura di Francesco Palermo, avanzata da Caltagirone. Si è definita così un’insolita spaccatura tra i due più grandi gestori di risparmio a livello globale, che Vanguard ha motivato sulla base dei suggerimenti fornitigli dalla proxy Iss (Institutional shareholder services), suo principale consulente e sostenitore della tesi di una prospettiva di rendimenti più alti con la linea di Palermo.

Peraltro Vanguard ha fatto sapere che ascoltare i suggerimenti della proxy è coerente con la logica della cosiddetta “finanza passiva”, secondo la quale la società di gestione deve evitare un eccesso di protagonismo nelle decisioni di voto. Si tratta però di una situazione non banale perché il principale azionista di Iss è Deutsche Borse, il cui principale azionista è BlackRock.

È evidente allora che la scelta del vertice di BlackRock è stata decisamente “politica”, ben oltre i suggerimenti che possono venire da una proxy “tecnica”. BlackRock ha deciso che la battaglia per il risparmio italiano deve essere combattuta duramente e, appunto, politicamente, spingendo di fatto il Governo Meloni a rinunciare al terzo “polino” nazionale per mantenere buoni rapporti con l’azionista privato più forte nelle partecipate pubbliche e grande compratore del debito italiano.

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11/04/2026

Guerra e speculazione: gli affari della banda Trump non hanno limiti

Le vendite di petrolio degli Stati Uniti non sono mai state così alte e a prezzi così elevati da quando Trump e Israele hanno scatenato la guerra contro l’Iran. Secondo i dati della società di consulenza Kpler, citati dal Financial Times, gli Stati Uniti dovrebbero infatti esportare 5,2 milioni di barili al giorno ad aprile, con un aumento del 33% rispetto ai livelli prebellici (3,9 milioni di barili al giorno).

Venerdì 10 aprile, una flotta di 68 petroliere si dirigeva verso la costa americana, con le stive vuote, pronte a ricevere un grande carico di petrolio greggio. La settimana prima del conflitto, iniziato il 28 febbraio, le petroliere erano solo 27... 

Ma questo non è il solo cinico affarone di cui può vantarsi il guerrafondaio della Casa Bianca. Fin dall’inizio della nuova guerra d’aggressione americana Donald ha moltiplicato le sue dichiarazioni. Talora assolutamente marziali, fino a giungere alla minaccia di sterminare un’intera civilizzazione, talora improvvisamente diplomatiche e concilianti, «siamo giunti a un accordo».

A prima vista lo scorrere continuo delle esternazioni di Donald Trump sembra obbedire ad una sola costante: l’incongruenza. Un’assoluta mancanza di logica apparente nel comportamento come nelle parole.

In principio il miliardario evangelico della casa Bianca aveva assicurato quanto «chiari» e «costanti» sarebbero stati gli obbiettivi per i quali aveva mobilitato «il più potente esercito del mondo».

Le cose stanno andando ben diversamente. Siamo passati dalla giustificazione della guerra a causa del pericolo nucleare imminente, all’appoggio di una ipotetica rivoluzione interna, anche lei sempre imminente; siamo passati dalla promessa di una guerra lampo e mirata condotta solo dal cielo, alla minaccia di riportare l’Iran all’età della pietra, e di scatenare i Marines per terminare «the job» e impossessarsi del petrolio.

Da un punto di vista strategico e militare, rispetto alle dichiarazioni esibite, la cacofonia di Trump rinvia solo un eco indecifrabile, il ronzio di un’ impotente confusione. Se però si considera la questione da un punto di vista strettamente finanziario, ecco che un’altra intelligibilità affiora.

Dall’inizio della guerra ad oggi ogni dichiarazione, di cui non è certo avaro il presidente americano, ha suscitato un effetto sismico sui mercati mondiali. Basta un messaggio trumpiano sui social, solo qualche riga e se il contenuto è bellicoso, se annuncia «l’inferno», ecco che immediatamente il prezzo del barile sale alle stelle mentre le borse tracollano.

Se invece il tweet presidenziale è meno marziale ed annuncia come gli obbiettivi siano ormai stati raggiunti e che si ci avvia ad una rapida conclusione delle operazioni; ecco che immediatamente il prezzo del barile scende e le borse riprendono vigore.

Ogni sintetico messaggio lanciato sui social ha dunque il potere di determinare il corso dei mercati internazionali. Ogni parola scandita da Trump, ogni detto e contraddetto, ha il valore di un vero e proprio strumento di gestione che esercita la sua imprevedibile, quanto imprescindibile influenza.

C’è di che destabilizzare la finanza mondiale che fa della prevedibilità il principale valore da offrire agli investitori.

«Da un punto di vista analitico, queste dichiarazioni di Trump possono essere considerate veri e propri eventi di mercato: data, ora, tipologia di messaggio (escalation/de-escalation), tono nei confronti degli alleati e impatto su una serie di asset (petrolio, tassi di interesse, indici statunitensi, europei e asiatici)».

Questo il commento dell’ex commissario europeo, nonché ex ministro dell’economia francese, Thierry Breton. Attualmente membro del consiglio esecutivo della Bank of America, dispone d’un posto d’intervento e d’osservazione più che privilegiato.

«Anche con un numero limitato di casi, la correlazione tra l’intensità verbale di Trump e l’entità dei movimenti di mercato è sufficientemente chiara da non permettere di liquidare questi discorsi come semplice rumore politico. Sono diventati un fattore di rischio macrofinanziario, al pari di una decisione di una banca centrale o della pubblicazione di dati sull’inflazione».

Di fronte a tale conclusione anche i liberisti ultra-ortodossi si sentono dunque più che disorientati. Panico a bordo, i mercati navigano ormai dentro un ciclone variabile quanto costante, provocato senza sosta dai detti e contraddetti di Donald Trump.

Detti e contraddetti che esercitano un’ascendente tale da avvolgere i mercati nelle nebbie speculative del dubbio e dell’incertezza. Dubbi e incertezze che non hanno però alcun mistero proprio per colui che è il solo attore della propagazione del dilemma. Il solo detentore della garanzia della prossima mossa. La sua.

Il solo che a colpo sicuro sa anticipare, con precisione assoluta, la scelta della rotta giusta, mentre gli altri navigano ciechi rincorrendo una bussola ormai assolutamente inaffidabile. Impazzita. La cosa non è visibilmente gradita a tutti nel mondo della finanza internazionale. Poiché se è il solo dubbio a governare ormai i mercati, producendo fortissime tensioni, non sono più pochi gli attori economici che iniziano a sollevare la pertinente questione sulle intenzioni che animano il grande artefice di questa destabilizzazione finanziaria mondiale.

I sospetti, come i moventi, si precisano. «Trump sta creando le condizioni di volatilità di cui il suo clan è strutturalmente in grado di approfittare – insiste ancora Breton – sia attraverso la capacità di piazzare scommesse perfettamente informate alla vigilia di enormi movimenti di mercato, sia attraverso i legami commerciali stretti con i fondi sovrani del Golfo, sia attraverso la valutazione di asset sensibili ai cicli di rischio geopolitico».

Se ad affermarlo è proprio un membro esecutivo della Bank of America, bisogna ben arrendersi a una chiara constatazione. Il regime ‘Cleptocratico’ del clan che si è installato alla Casa Bianca si afferma sempre più con tale prepotenza e svergognata indecenza da fare rabbrividire persino i lupi di Wall street.

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12/03/2026

Se il conflitto fa scoppiare la bolla

di Emiliano Brancaccio

«Gli investitori stanno giocando col fuoco». La metafora del magnate americano Warren Buffett descrive ormai, in modo letterale, il tumulto che attraversa le borse mondiali.

Il gioco di moda tra gli speculatori, infatti, è la scommessa sulle conseguenze per i mercati dell’incendio della guerra scatenata da Usa e Israele all’Iran.

L’azzardo che va per la maggiore riguarda la scelta del momento perfetto per realizzare le cosiddette vendite «allo scoperto». Queste operazioni consistono nel farsi prestare azioni, venderle quando i prezzi sono ancora relativamente alti, quindi attendere il crollo, ricomprarle a prezzi stracciati, restituirle ai prestatori e tenersi la differenza tra valore di vendita e di acquisto.

Dalla puntata di George Soros contro la sterlina fino alla scommessa di Bill Ackman sulla crisi pandemica, simili giochi «ribassisti» possono fruttare svariati miliardi in poche manciate di giorni.

L’aumento del prezzo del petrolio è una delle variabili chiave della partita. Per adesso il brent fa registrare incrementi fino al 50 percento. Già spaventano, eppure gli analisti li reputano ancora «moderati», per ragioni storiche: dalla prima guerra del Golfo del 1990 alla guerra in Ucraina del 2022, gli aumenti del greggio causati da conflitti militari sono stati spesso superiori.

La durata e l’estensione della guerra, da questo punto di vista, diventano cruciali. Il «geopolitical index», l’indice di rischio geopolitico più noto tra gli investitori, si era assestato negli ultimi tempi sopra i 100 punti. Ma gli sguardi sono ora focalizzati sul prossimo aggiornamento.

L’aggressione israelo-americana all’Iran potrebbe far schizzare l’indicatore ben oltre il picco di 167 punti successivo all’attacco russo all’Ucraina. Per gli operatori sui mercati, sarebbe un segnale rilevante per dare libero sfogo alle vendite. Del resto, la voglia di scatenare le scommesse al ribasso monta da un pezzo, da ben prima che Stati Uniti e Israele facessero fuoco sull’Iran.

Il motivo è presto detto. Come ammesso anche dal Fondo Monetario Internazionale, gli indici di Wall Street sono da tempo sopravvalutati. Il rapporto tra prezzi delle azioni e dividendi effettivi è ormai più che doppio rispetto alle medie storiche.

Una tale crescita dei prezzi azionari è dovuta al lungo periodo di euforia intorno alle magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale. Per anni, mandrie di investitori più o meno inconsapevoli hanno comprato azioni a prezzi favolosi, convinte che l’Ai avrebbe presto o tardi fatto esplodere anche i dividendi. Siamo così arrivati a prezzi azionari fino a ottanta volte più grandi dei dividendi effettivamente erogati. Col risultato che, al momento, una massa di azioni conferisce rendimenti percentuali persino inferiori ai titoli di stato.

Adesso, però, si diffonde il sospetto che il boom dei dividendi atteso dall’intelligenza artificiale si rivelerà molto inferiore a quello annunciato. In altre parole, fa proseliti una tesi revisionista: il mercato è gonfiato da una gigantesca «bolla» speculativa, che anche un piccolo spillo potrebbe far esplodere.

Ebbene, la guerra contro l’Iran è uno spillo enorme, specie se dura a lungo. Potrebbe esser l’occasione per sprigionare le energie represse degli speculatori al ribasso. E far crollare i valori di mercato.

Chiaramente, la presidenza Trump farà di tutto per scongiurare un crollo di borsa. Dopo avere attaccato la corte suprema e il congresso, tornerà alla carica contro la banca centrale per esigere credito facile e abbondante, per tutti i «rialzisti» di buona volontà che vorranno continuare a gonfiare la bolla dei prezzi azionari.

Nella crisi dell’impero, il gioco di scommesse da finanziario dunque si estende, diventa politico e poi addirittura costituzionale: mettere sul piatto tutto, anche i tradizionali contro-poteri della democrazia liberale, pur di perpetuare l’equilibrismo dell’America sul filo della storia, tra consenso interno ed egemonia esterna.

L’esito finale del feroce casinò non è ancora scritto. Ma lo spillone dell’aggressione all’Iran aumenta di giorno in giorno la probabilità di una nuova fiammata «stagflattiva», un ritorno perverso di disoccupazione e inflazione. Per vie dirette o traverse, il conto della guerra capitalista sarà a carico del lavoro.

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02/03/2026

Dove finisce l’Iran?

di Silvano Cacciari

“Non utilizzare le truppe se il risultato è incerto”
(Sun-Tsu, L’arte della guerra)

L’arte della guerra non smette mai di dimostrare la sua forza teorica che, nel nostro mondo, si moltiplica se guardiamo alla guerra ibrida e alla weaponizzazione delle filiere energetiche, tecnologiche, produttive che si sono diffuse sul scala planetaria. Questo per diversi motivi: prima di tutto perché l‘incertezza non è più solo tattica, ma sistemica. Sun Tzu parlava di conoscere il nemico e se stessi. Oggi, in una guerra ibrida, su diversi piani il “nemico” non è un solo un esercito, ma una rete di attori (stati, corporation, fondi speculativi, aziende tech) anche non coordinabili tra loro. Poi, il risultato è incerto perché il campo di battaglia è ovunque. Non si combatte solo su un fronte geografico, ma su fronti energetici, finanziari, digitali e cognitivi. Un attacco militare “tradizionale” come quello all’Iran, che ha portato alla morte della guida suprema Khamenei, è solo una mossa in un gioco molto più grande. Le sue conseguenze si propagheranno in modi che nessun modello lineare può prevedere: un’impennata del prezzo del petrolio che blocca la ripresa economica globale, un attacco informatico di ritorsione che paralizza la rete elettrica di una città americana, una crisi alimentare in Africa causata dalla mancanza di fertilizzanti russi.

L’avvertimento di Sun Tzu oggi è un monito sulla complessità. La sua frase ci dice: “non avventurarti in un conflitto se non puoi prevederne le conseguenze”. Nel mondo connesso della guerra ibrida, prevedere le conseguenze è diventato quasi impossibile anzi, l’imprevedibilità è ormai acquisita nell’azione militare visto che ogni azione bellica genera reazioni a catena non lineari su mille piani non militari. In questo senso, la massima di Sun Tzu non è solo attuale, ma è forse la più importante lezione strategica del nostro tempo: chi attacca lo fa sempre in condizioni di alta complessità e quindi di forte incertezza. Seguendo Sun Tzu non si dovrebbe muovere guerra ma si finisce inevitabilmente per farlo con il risultato di far precipitare la politica nella dimensione disordinata e caotica della guerra ibrida e di generare nuovi, interminabili conflitti.

Per domare il caos prevedibile, e persino simulato prima dell’attacco, l’alleanza Usa-Israele si è data qui come obiettivo primario la decapitazione della leadership iraniana, con l’uccisione di Ali Khamenei e di altri alti esponenti del potere iraniano. Dal punto di vista dell’antropologia politica, questa scelta mira a recidere i nodi centrali di una vasta rete di potere che si regge su relazioni personali, lealtà clientelari e meccanismi di controllo territoriale. Colpire il vertice significa tentare di disarticolare la catena di comando prima che possa attivare procedure di successione ordinate, generando un vuoto decisionale in grado di paralizzare l’apparato militare e di intelligence iraniano nel momento cruciale della risposta. È già accaduto, in Libia ed in Iraq, con risultati disastrosi per gli stessi attaccanti, ma, si sa, ogni volta si sostiene che “è differente”.

Tra le ragioni dell’attacco, quelle che impongono di muovere comunque guerra, escluse quelle contingenti, va evidenziata la situazione economico-finanziaria degli Stati Uniti. Il debito federale ha superato i trentotto mila miliardi di dollari e la domanda di Treasury Bond mostra segni di cedimento, in particolare da parte delle petro-monarchie del Golfo che nel corso del 2025 hanno ridotto le proprie riserve in dollari per acquistare oro. Questa tendenza alla diversificazione degli investimenti, da parte delle monarchie del Golfo, rappresenta una minaccia concreta per la tenuta del sistema di finanziamento del debito pubblico americano. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il venti per cento del petrolio mondiale, diventa in questo quadro una leva strategica: la sua destabilizzazione controllata, da Usa e Israele, può costringere i paesi del Golfo a riallinearsi con Washington in cambio di garanzie sulla sicurezza delle proprie esportazioni, mentre l’aumento del prezzo del greggio e le nuove commesse per l’industria bellica favoriscono i grandi fondi di investimento che detengono quote rilevanti sia del settore energetico che di quello della difesa.

Qui, inevitabilmente la complessità e l’incertezza fanno valere il loro peso ontologico: la finestra temporale entro cui gli Stati Uniti devono conseguire i propri obiettivi (militari, politici, economico-finanziari) è estremamente ridotta, secondo diversi analisti compresa tra le tre e le otto settimane. Questo lasso di tempo è determinato da vincoli strutturali: oltre tale soglia, l’aumento prolungato del prezzo del petrolio innescherebbe effetti recessivi globali che renderebbero più oneroso il servizio del debito pubblico e accelererebbero la fuga dai Treasury Bond, producendo esattamente gli effetti che l’operazione intende scongiurare. Inoltre, le scorte di munizionamento e missili intercettori a disposizione del Pentagono non consentono di sostenere operazioni ad alta intensità oltre le quattro-sei settimane, come emerso dai report interni sulla logistica dei conflitti prolungati. Vance, che alla stampa ha promesso un intervento comunque breve, ha in mente proprio questo genere di scadenze.

L’intelligenza artificiale ha giocato un ruolo decisivo nella pianificazione e nell’esecuzione di questo genere di attacco ad alto rischio e complessità anzi, senza la sua recente evoluzione, questo genere di guerra, con questa tempistica per ottenere risultati, sarebbe stato impensabile. I sistemi di targeting assistito come Habsora e Project Maven hanno processato in tempo reale flussi di dati provenienti da satelliti, droni e intercettazioni, generando elenchi di obiettivi validati in tempi cento volte inferiori rispetto ai metodi di non molti anni fa. Le piattaforme di comando e controllo come JADC2 hanno integrato queste informazioni in un’unica immagine operativa, consentendo di coordinare attacchi simultanei su siti distanti centinaia di chilometri. L’IA non ha solo accelerato i tempi di reazione, ma ha reso pensabile un’operazione di questa complessità, dove la selezione millimetrica dei bersagli e la sincronizzazione delle unità coinvolte sarebbero state altrimenti ingestibili con i mezzi anche di pochi anni fa. Insomma, la rivoluzione industriale IA è andata alla guerra e, con i risultati raggiunti, promette di radicarsi anche nella pace, qualunque cosa questa parola significhi.

La teoria dei sistemi adattivi complessi, che affronta questi fenomeni, suggerisce tuttavia che scenari di questo tipo generano inevitabilmente conseguenze non lineari in grado di vanificare i piani più accurati. L’eliminazione fisica della leadership se non produce automaticamente il collasso del sistema avversario, può innescare comportamenti emergenti da parte di attori periferici che fino a quel momento agivano sotto il coordinamento centrale. Le milizie irachene, Hezbollah e gli Houthi yemeniti dispongono di gradi di autonomia operativa che in assenza di direttive chiare da Teheran potrebbero tradursi in iniziative unilaterali, aprendo fronti di conflitto non previsti e difficilmente controllabili. Lo Stretto di Hormuz rappresenta il punto di rottura più critico: anche un blocco parziale e temporaneo farebbe schizzare i prezzi del petrolio oltre i centoventi dollari al barile, innescando una reazione a catena sui mercati finanziari che nessuna banca centrale potrebbe arginare. I sistemi di trading algoritmico, programmati per reagire in millisecondi a ogni notizia, amplificherebbero la volatilità in modo autonomo e imprevedibile, trasformando uno shock localizzato in una crisi sistemica.

La complessità del sistema reale, con le sue retroazioni e i suoi adattamenti continui, rende ogni tentativo di controllo lineare intrinsecamente fragile, esponendo la strategia americana a margini di incertezza che nessuna piattaforma IA è in grado di eliminare del tutto né sul piano dei conflitti sul campo né su quello delle guerre finanziarie.

Si ritorna all’avvertimento di Sun Tzu: non muovere guerra in condizioni di incertezza. Nonostante l’abito tecnologico – fatto di potenza, precisione e capillarità – l’attacco americano si muove in estreme condizioni di incertezza. Al momento ci sono molti possibili Iran dopo l’uccisione di Khamenei, quale prevarrà? Dove comincia e dove finisce l’Iran che conosciamo? L’attacco americano domerà l’Iran, e tutti i piani di guerra ibrida che contiene, o genererà altri conflitti, imprevedibili e irrisolvibili?

Qui bisogna ricordare che L’arte della guerra è un’ prodotto maturo di un'epoca cruciale della storia cinese, il periodo delle primavere e degli autunni, caratterizzato dal declino del potere centrale Zhou e dall’ascesa di stati vassalli in lotta. L’attacco Usa-Israele è un movimento tipico di ristabilimento di un potere centrale, comunque di importanza strategica. Vedremo se Washington e Tel Aviv hanno trovato un modo politicamente efficace di combattere oppure se prevarrà l’aforisma di Sun Tzu e la complessità non sarà domata.

Va ricordato che in Iraq una strategia simile, decapitazione del potere nemico ed emersione di un regime change, è semplicemente esplosa in mano agli americani. I quali studiando molto quello che è accaduto – l’uso della IA in guerra oggi è reso possibile proprio studiando l’impatto di quella guerra – ne ripropongono una nuova versione. Nel frattempo, dalla Cina moderna si osserva con interesse diretto, vista la dimensione dalla fornitura iraniana di petrolio a Pechino, proprio quello che sta accadendo.

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13/02/2026

L'“altruista” che spaventa la finanza

Sembra una presa in giro attentamente studiata, più che l’antica ironia della Storia. Ma l’idea che un intero settore dell’“industria finanziaria” (altra definizione inconsapevolmente autoironica) possa entrare in fibrillazione quando appare all’orizzonte una semplice app prodotta da una startup che si chiama Altruist è davvero stimolante. Non è un Robin Hood digitale, ma minaccia un business sicuramente redditizio.

Sono ormai due giorni che le borse occidentali, già da mesi in allarme per la possibile esplosione della “bolla dell’intelligenza artificiale” – quotazione dei titoli relativi assurdamente alte pur in presenza di profitti al momento quasi inesistenti e un indebitamento da migliaia di miliardi – vedono il repentino crollo azionario delle società di risparmio gestito (sgr).

Queste ultime sono quelle branche di normali banche che si occupano di far fruttare i risparmi depositati da clienti, sfruttando la scarsa conoscenza dei meccanismi finanziari, la paura di perdere molto per inseguire il sogno preistorico di fare più soldi con i soldi. O anche soltanto di garantirsi una vecchiaia tranquilla.

Le sgr, in pratica, creano dei fondi comuni differenziati per il “profilo di rischio” in cui incanalare quei risparmi investendo in titoli azionari, obbligazioni di stato e societari, etf e altre “diavolerie” di natura imprecisata per il comune mortale.

Sono il rifugio obbligato di un ceto medio con un piccolo patrimonio messo da parte (risparmio, quando lo stipendio è o era alto, liquidazione a fine carriera, risarcimenti, eredità, ecc.), ma impossibilitato a gestire in autonomia l’investimento “sicuro”, “prudente” ma comunque almeno un po’ redditizio.

Le sgr, naturalmente, “grattano” una parte del reddito che ne viene fuori (anche quando le dinamiche di mercato producono invece delle perdite), come retribuzione di un’attività di intermediazione.

In questo mondo in fondo tranquillo è improvvisamente apparsa l’app “Hazel”, creata appunto da Altruist, ovvero un software di gestione patrimoniale basato sull’intelligenza artificiale e dotato di funzionalità di pianificazione fiscale dedicate ai “consulenti finanziari indipendenti”, ossia persone – non società né banche – che fanno lo stesso lavoro delle sgr.

È un tipo di figura professionale diffusa soprattutto negli Usa, da sempre “concorrenziale” con le sgr ma gravata dall’intrinseca debolezza degli individui rispetto a una “struttura organizzata” che concentra diverse competenze (legali, fiscali, borsistiche, ecc.). Hazel permette di bypassare gran parte di quelle competenze che in fondo si riducono alla conoscenza di regole, leggi, ecc., che sono codificate e quindi sono uguali per tutti.

L’intelligenza artificiale permette di interrogare tutta quella massa di codici in continuo aggiornamento/modificazione, facendo a meno degli “esperti” relativi. Anche il “consulente indipendente”, insomma, diventa davvero “competitivo” con una società con centinaia o migliaia di “gestori”.

Non è ancora un software in grado di eliminare anche questa figura, permettendo al singolo risparmiatore di gestirsi da solo (a meno che non abbia qualche esperienza lavorativa nel settore), ma di certo permette di abbassare moltissimo il costo della “cura del patrimonio”. Ossia la quota di profitto/reddito da lasciare alla sgr o al “consulente”.

Hazel, in pratica, è una piattaforma di IA per automatizzare e potenziare il lavoro quotidiano di un consulente o investitore privato. Elabora istantaneamente dichiarazioni dei redditi, buste paga, estratti conto e documenti legali senza dover fare l’inserimento manuale dei dati.

Genera “strategie personalizzate”, applicando una logica fiscale per identificare opportunità di risparmio e creare in pochi minuti piani pronti per il cliente, nonché tutte le possibilità relative al pensionamento, alla compravendita di case, ecc.. Di fatto, saltano quote impressionanti di lavoro (e di guadagno) per fiscalisti, commercialisti, consulenti di molti ambiti.

La “sussunzione del lavoro mentale” di basso e medio livello, basato su conoscenze standard e pubbliche, viene così ad interferire negativamente non solo sull’occupazione (tutti quelli che perderanno il posto di lavoro), ma anche sui profitti del capitale finanziario concentrato in società multinazionali. Quella riduzione di lavoro che dà sempre fa felice il mondo degli imprenditori in questo caso porta con sé anche una riduzione dei profitti, contrariamente al solito.

Una quota al momento difficilmente quantificabile, ma già sufficiente a far scattare allarme rosso in un sistema che da anni si aggira in cerca di una fase espansiva che non arriva mai. E anzi si annuncia grandine. Tanto che basta un “altruista” per scatenare il panico nel mondo degli egoisti...

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06/02/2026

Perché Trump ha scelto Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve

di Alessandro Volpi

In una lunga interista al New York Times, Donald Trump ha dichiarato di riconoscere due soli limiti al proprio potere: la sua mente e la sua moralità. In realtà, almeno un altro limite il presidente statunitense ha mostrato di averlo.

Si tratta della paura del crollo del dollaro e del debito federale Usa; la prova di tale paura è stata la nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve. Warsh, infatti, è un’obbligata soluzione di compromesso ben lontana dalle iniziali posizioni aggressive che avevano spinto lo stesso Trump a nominare un super trumpiano alla guida della Sec. Warsh, marito di Jane Lauder, ereditiera della dinastia cosmetica Estée Lauder, il cui padre è stato uno dei grandi finanziatori del movimento Maga, ha un curriculum non molto diverso da quello di Powell. Ha studiato a Stanford, è stato nel board della Fed negli anni della grande crisi, nominato da George W. Bush, ed ha sempre mostrato grande sospetto per le politiche monetarie espansive. È stato persino favorevole al dollaro digitale, tanto odiato da Trump. Soprattutto ha lavorato a Morgan Stanley e ha ottimi rapporti con le Big Three (BlackRock, Vanguard e State Street).

In sintesi, Trump ha scelto un falco in termini di politica monetaria che solo ultimamente ha sostenuto la possibilità di un ribasso dei tassi, secondo quanto caldamente auspicato dal presidente degli Stati Uniti. Ma perché Trump ha fatto questa scelta? La ragione principale è appunto quella di mettere alla guida della Fed una figura che non irriti la grande finanza, non spaventi gli investitori istituzionali e quindi non faccia fuggire dal dollaro e dal debito Usa ulteriori compratori. Le attività liquide in dollari sono, attualmente, pari a 130mila miliardi di dollari, un’enormità composta da azioni, obbligazioni e titoli del debito pubblico americani. Sono detenute per circa il 55% da ricchi americani e società Usa, per il resto da fondi di gestione del risparmio, investitori istituzionali esteri e banche centrali straniere.

Negli ultimi mesi è iniziata una fuga da queste attività che sembra si stiano riducendo a 100mila miliardi e forse assai meno in poco tempo perché gran parte dei possessori di risparmi si stanno spostando verso l’oro, verso l’argento e soprattutto verso attività non più denominate in dollari con l’emergere del renminbi cinese.

Trump non può più permettersi un simile indebolimento, accompagnato da una fuga verso oro e argento. In quest’ottica Warsh, un non trumpiano sulla carta, può essere l’espressione di una debolezza del presidente, magari confermata dalla più volte ribadita posizione dello stesso Warsh a favore di una riduzione dei controlli da parte della Fed sulle grandi banche statunitensi. Il capitalismo finanziario non si regge sulla forza della politica ma sulla subordinazione della politica ai grandi poteri, possessori del risparmio mondiale.

La nomina di Warsh ha prodotto, non a caso, un’immediata e significativa discesa del prezzo di oro e argento e una ripresa del dollaro che, del resto, è indispensabile per le stesse grandi banche statunitensi, impegnate sempre più nel monopolio del sistema dei pagamenti mondiali: JPMorgan ha dichiarato di “processare” pagamenti ogni giorno per 12mila miliardi di dollari, con benefici giganteschi. Nella stessa ottica, Warsh potrebbe assecondare la proliferazione di stable coin ancorate al dollaro. Di fronte alla crisi del dollaro e del debito Usa, infatti, il presidente Trump sembra impegnato nell’accelerare la diffusione proprio delle stable coin, il cui sottostante è nel 98% dei casi il dollaro.

Tutti i Paesi che non hanno un sistema bancario o un proprio sistema di pagamenti dovrebbero perciò adottare la moneta digitale “Usa”, un processo già molto diffuso nel Sud-Est asiatico, in Africa e in America Latina.

Dopo la colonizzazione del dollaro di carta, sembra profilarsi il tentativo di una dollarizzazione digitale a partire dai Paesi più popolosi e meno strutturati in termini finanziari. Naturalmente le pressioni militari e politiche possono essere molto efficaci in tal senso. Forse, a queste condizioni, con oro meno forte e dollaro più stabile, Warsh potrebbe pensare ad una riduzione dei tassi per far pagare meno il debito privato a milioni di americani. E così dare nuova linfa a Trump, che intanto si autocelebra proprio sul Wall Street Journal, il giornale di proprietà di BlackRock.

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03/02/2026

La Cina lancia il renminbi come valuta di riserva globale

Questa volta è lo stesso Xi Jinping a parlare della sfida monetaria che la Cina sta lanciando all’ordine del dollaro. Il 31 gennaio, in un intervento pubblicato su Qiushi, rivista ideologica di punta del Partito Comunista Cinese (PCC), il presidente del Dragone ha discusso il ruolo che dovrà avere il renminbi (RMB) nel quadro internazionale, tratteggiando una posizione alternativa a quella del “biglietto verde”.

Per essere precisi, il commento di Xi Jinping risale, in realtà, al 2024, e fa parte di un più ampio discorso pronunciato davanti ad alti funzionari regionali. Solo ora, però, è stato messo pubblicamente per iscritto, sintomo dell’accelerazione delle contraddizioni e della necessità, da parte della leadership comunista, di mettere in chiaro i parametri dell’azione economica da perseguire nel breve-medio termine.

Il presidente cinese ha invocato la costruzione di una “valuta potente”, che possa essere “ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati dei cambi e raggiungere lo status di valuta di riserva”. Per sostenere questo processo, Pechino dovrà avere una “banca centrale potente”, istituzioni finanziarie globalmente competitive e centri finanziari in grado di “attrarre capitale ed esercitare influenza sui prezzi globali”.

Proprio pochi giorni fa abbiamo pubblicato un articolo che riportava l’incrinarsi della supremazia del dollaro, in cui un ruolo importante ce l’hanno anche le monete digitali (la Cina ha la sua, e la sta promuovendo da tempo). In generale, senza andare nei tecnicismi monetari, basta aprire i giornali economici per osservare come i canali finanziari usino sempre più valute alternative al dollaro, e soprattutto lo yuan.

Che il PCC abbia deciso ora di mettere per iscritto i commenti del presidente Xi non è certo casuale. L’articolo arriva in un momento di profonda incertezza nei mercati globali, con un dollaro messo sotto pressione dalla bolla finanziaria che cresce negli States, dall’imprevedibilità e “irregolarità” delle azioni della Casa Bianca, dallo scontro istituzionale aperto con la FED, che si è solo momentaneamente calmato con la nomina di Kevin Warsh come successore di Jerome Powell.

Il pericolo, per le casse statunitensi, è che non solo molti operatori finanziari, ma persino le banche centrali si convincano a riconsiderare la loro esposizione verso gli asset in dollari, e questo sarebbe un danno non solo per i tassi di cambio, ma anche e soprattutto per la capacità di rifinanziamento del debito (senza immaginare probabili fallimenti della più grande economia mondiale).

Non si parla ancora di una “sostituzione” del dollaro, ma piuttosto della formazione di aree valutarie competitive, in cui il renminbi possa giocare il proprio ruolo. Con una moneta (e anche sistemi di pagamento) che faccia da contrappeso, la Cina può immaginare di limitare l’influenza e la pressione degli Stati Uniti in un sistema finanziario che si sta frammentando, così come il mercato mondiale.

Bisogna comunque tenere i piedi per terra. Sebbene il renminbi sia diventata la seconda valuta finanziaria commerciale più usata al mondo, ha ancora un ruolo marginale nelle riserve globali. “A partire dal terzo trimestre del 2025 – si legge sul Financial Timesil dollaro ha rappresentato circa il 57% delle riserve globali, in calo rispetto al 71% del 2000, mentre l’euro si è attestato a circa il 20%, secondo i dati del FMI. Il renminbi era sesto, a solo l’1,93%”.

Perché faccia un salto in avanti non solo negli scambi, ma anche come moneta di riserva, lo yuan deve risolvere ancora varie questioni. Al di là di alcune importanti riforme strutturali necessarie affinché gli investitori globali si fidino pienamente del renminbi, molti operatori e anche lo stesso FMI hanno parlato di una moneta cinese sottovalutata, secondo alcuni artificiosamente, per favorire le esportazioni in una fase di accentuata guerra commerciale.

Ma l’indirizzo di fondo sembra tracciato, e non per volontà del Dragone, bensì per la crisi strutturale che il capitale vive da anni, e che sta facendo esplodere le faglie di competizione. Non molto tempo fa il governatore della banca centrale cinese Pan Gongsheng aveva parlato di un “sistema monetario internazionale multipolare”. Pechino ha semplicemente la capacità strategica di attrezzarsi al cambio di epoca.

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02/02/2026

USA - Kevin Warsh alla FED: un colpo al cerchio e uno alla botte

La lunga stagione di Jerome Powell alla guida della Federal Reserve si avvia ufficialmente alla conclusione, il prossimo maggio, e Donald Trump ha già sciolto le riserve: sarà Kevin Warsh a guidare la banca centrale degli Stati Uniti, come ha annunciato il tycoon attraverso il social Truth.

L’investitura arriva in un momento di forte scontro istituzionale, con l’attuale presidente della FED posto sotto indagine dal Department of Justice, con evidente soddisfazione di Trump. Powell, che era stato nominato dallo stesso Trump nel 2017, ha resistito alle pressioni della Casa Bianca, che voleva un maggiore allentamento della politica monetaria.

Nel braccio di ferro in cui sono entrati Guarda Nazionale, ICE, sanctuary cities e approvazioni congressuali per atti di guerra, anche la FED è diventata parte di una possibile ridefinizione dell’assetto istituzionale che, per ora, rimane informale, strisciante, ma che il nodo delle elezioni mid term potrebbe rendere esplicita.

Tuttavia, forzature del genere, operate quando – anzi, proprio perché – si è la principale economia al mondo, generano risposte dei “mercati” che non si fanno attendere, e non possono essere ignorate. “Mercati” tra virgolette perché dietro questa entità dai confini indecifrabili ci sono, in realtà, una serie di grandi operatori finanziari che devono fare i conti tutti i giorni con il problema di mettere a profitto i propri capitali. Un problema che passa dalla fiducia della controparte, dalla sicurezza del dollaro, e così via.

Un segnale evidente era la corsa dell’oro, che era arrivato a sfondare i 5.500 dollari all’oncia, e anche dell’argento, arrivato oltre i 120. Poi, dopo la nomina di Warsh, nella seduta di borsa di venerdì 30 gennaio 2026 l’oro ha perso oltre il 12% (per vedere un crollo di questo tipo bisogna tornare al 1983) e l’argento è sprofondato di oltre il 30%.

In parte questo era una conseguenza attesa di una fiammate di valore che non poteva durare in eterno (con il prezzo di questi metalli preziosi che rimane comunque molto alto), ma in parte non si può ignorare la funzione rassicurante che sui “mercati” ha avuto l’annuncio di Trump in merito al successore di Powell, nel pieno dello scontro istituzionale tra Casa Bianca e FED.

La preoccupazione era che il prossimo presidente della FED – che gestisce la disponibilità del dollaro sui mercati – fosse eccessivamente disponibile a tagliare i tassi di interesse e a far dunque indebolire il dollaro. Invece, con la nomina di Warsh il dollaro si è subito rafforzato e ne hanno risentito gli altri beni rifugio: i metalli preziosi. Va dunque capito chi è questo Warsh.

Già membro del board della FED tra il 2006 e il 2011 (il più giovane di sempre all’epoca della nomina sotto Bush jr.), Warsh ha battuto al fotofinish la concorrenza di Kevin Hassett, fedelissimo di Trump e direttore del Consiglio Economico Nazionale. Il suo nome nasconde un paradosso che i mercati stanno già cercando di decifrare.

Sebbene vicino all’ambiente repubblicano, Warsh non è considerato una figura disponibile a tagliare i tassi a comando. Le sue posizioni critiche verso la gestione passata della FED e la sua propensione alla stabilità dei prezzi non sembrano essere in linea con le pressioni che The Donald ha esercitato fino a oggi sulla politica della banca centrale.

Questa scelta potrebbe permettere di far passare liscia la conferma della nomina al Senato, dove comunque i repubblicani hanno la maggioranza, ma di soli 3 voti. E allo stesso tempo, come si è visto, le esternazioni passate di Warsh hanno calmato i mercati, preoccupati per l’inflazione, il dollaro, e un vertice della FED accondiscendente con i desiderata della Casa Bianca.

Ma se Warsh è indipendente sul piano del pensiero economico, ha dato segnali di essere vicino alle idee di Trump rispetto all’assetto delle istituzioni stelle-e-strisce. Basta fare una rapida ricerca per trovare vari commenti che evidenziano come il futuro presidente della FED sia dell’idea di rinegoziare l’accordo stretto nel 1951 tra la banca centrale e il Tesoro per mantenere bassi i rendimenti dei Treasury in tempo di guerra, e che è in sostanza considerato come la base dell’indipendenza dell’istituto dalla politica.

Non si parla qui di cancellarla in toto, ma di un ridimensionamento della FED e di una maggiore integrazione tra le sue scelte e quelle del governo. Alla rassicurazione offerta ai mercati, Warsh associa la disponibilità a ragionare con Trump sulle forme istituzionali che hanno guidato il paese negli ultimi decenni.

Oltre a un interesse sul ruolo della IA (di cui molti magnati sono sostenitori di Trump) nello crescita della produttività che possa sostenere un adeguamento dei salari senza lo spauracchio di una fiammata inflattiva. Ciò permetterebbe di ridurre i tassi, ridurre i costi di servizio sul debito, e in generale soddisfare il presidente degli Stati Uniti.

Ci sono molte variabili prima di raggiungere questi obiettivi, ma una cosa è certa, e non ci dovrebbe essere più bisogno di ripeterla: viviamo in un cambio di epoca, in cui il mondo che ne uscirà sarà basato su nuove regole e alleanze.

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29/01/2026

Oro e riarmo, la strada per l’inferno

di Alessandro Volpi

La ferocia sempre più esplicita di Trump è la faccia truce di un paese in profonda crisi che deve fronteggiare enormi minacce. Una, su cui ho scritto a più riprese, è quella del possibile default del debito federale, in questa fase sottoposto ad un fenomeno vistosissimo.

La lievitazione esplosiva del prezzo dell’oro sta rappresentando una sempre più forte alternativa rispetto ai titoli del debito statunitense.

Ormai il prezzo dell’oncia viaggia sopra i 5000 dollari, che significa un mercato “fisico” che ha superato i 17 mila miliardi di dollari, ma il vero dato preoccupante per il debito Usa è il volume assunto dal mercato finanziario dell’oro, costruito con una miriade di strumenti costruiti dai grandi fondi, che ha ormai superato i 300 mila miliardi di dollari e che è un formidabile attrattore del risparmio globale, sottraendolo dalle tradizionali destinazioni rifugio: debito Usa e dollaro.

La finanziarizzazione dell’oro, concepita dall’ingordigia del capitalismo finanziario, rischia di essere la strada che divora i debiti sovrani e quindi gli Stati stessi. In sintesi, un gold standard senza sovranità statuale.

Il riarmo finirà per uccidere il capitalismo

La formazione del nuovo governo nazionalista di Takaichi in Giappone ha portato con sé un forte aumento della spesa militare, in primis in funzione anticinese, finanziata con un incremento del debito pubblico.

Al tempo stesso la nuova premier ha deciso una riduzione dell’imposta sui consumi per far ripartire la domanda interna.

Ma questa duplice mossa, costituita dal riarmo e dalla indistinta riduzione del carico fiscale, ha generato un immediato crollo del debito pubblico giapponese.

I titoli a dieci anni hanno perso il 20% del valore con tassi che ormai sfiorano il 3% e le aste sono sempre più difficoltose; si tratta della peggiore crisi da una trentina di anni a questa parte e soprattutto rischia di essere pericolosissima per un paese che ha un debito pari al 250% del Pil e ogni incremento dei tassi determina un aumento enorme della spesa per gli interessi.

Ma il problema non è solo giapponese. Da anni, i grandi fondi e le grandi banche internazionali si indebitano in Giappone dove i tassi erano pari a 0 per comprare titoli in dollari, a cominciare dalle azioni della Borsa Usa e dal debito statunitense.

Se i tassi salgono, cessa il carry trade e crollano gli acquisti di titoli Usa, azioni e debito, con conseguenze devastanti per il capitalismo finanziario.

Una nota finale: il Giappone è il più grande detentore estero di debito federale americano con circa 1200 miliardi di dollari.

[Simul stabunt, simul cadent, ndr]

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Come il Sud Globale sta smantellando la supremazia del dollaro

“L’egemonia americana ha contribuito a fornire beni pubblici: vie marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e supporto a quadri per la risoluzione delle controversie... Abbiamo partecipato ai rituali e in gran parte evitato di denunciare il divario tra retorica e realtà… Questo patto non funziona più. Sia chiaro: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione”.
Primo Ministro canadese Mark Carney, discorso speciale al World Economic Forum (WEF), Davos 2026

L’era della supremazia globale indiscussa del dollaro si sta sfilacciando. Quello che una volta era un pilastro della finanza e del commercio globale è ora un dominio conteso, mentre un numero crescente di Stati cerca alternative alla valuta a lungo utilizzata per imporre i diktat occidentali. La centralità del dollaro USA nelle transazioni transfrontaliere e il suo ruolo di valuta di riserva mondiale non sono più garantiti – e questo cambiamento non è più teorico.

Per decenni, il dollaro ha funzionato come mezzo di scambio universale, riserva di valore e unità di conto. Ma questi vantaggi sono arrivati a costi elevati. La dipendenza del sistema internazionale dalle politiche di un singolo Stato ha generato rischi e attriti. Oggi, questi rischi sono diventati ostacoli all’espansione del commercio globale. E mentre le economie emergenti guadagnano fiducia e peso, Washington è costretta a cedere il suo dominio monetario.

Il dollaro regna ancora, ma la sua presa si sta allentando

Il dollaro continua a dominare le transazioni transfrontaliere, sia nei conti correnti che nei mercati finanziari. Rimane una riserva di valore affidabile sia per gli investitori istituzionali che per i privati. Ma la marea sta cambiando. Dall’inizio della pandemia di COVID-19, le banche centrali e il capitale privato hanno costantemente ridotto le loro disponibilità in dollari, reindirizzando il valore verso l’oro e altri asset tangibili.

Sebbene il dollaro sia ancora utilizzato per standardizzare la contabilità globale, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA) e l’innovazione tecnologica consentono ora a panieri di valute – come quelli composti dalle nazioni BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) – di sostituire facilmente molte delle funzioni del dollaro. In breve, l’era in cui non esisteva un’alternativa credibile è finita.

I BRICS e l’ascesa delle valute contrappeso

Mentre il Sud Globale espande la sua quota nel commercio e nel PIL mondiale, l’uso pratico delle valute non in dollari sta guadagnando terreno. All’interno del blocco BRICS, le transazioni vengono sempre più condotte in valute nazionali.

SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) – la rete di messaggistica dominata dall’Occidente utilizzata dalle banche per i pagamenti transfrontalieri – rimane dominante, ma le alternative stanno guadagnando terreno. I dati mostrano che nel maggio 2025 lo yuan cinese, che rappresentava solo il 2% dei pagamenti globali, facilitava già il 50% del commercio interno ai BRICS.

Sebbene il sistema di pagamento dei BRICS sia ancora lontano dall’accettazione globale, la sua presenza è in crescita. E dietro questo slancio c’è una comprensione strategica: la vera sovranità monetaria non può coesistere con la dipendenza da sistemi finanziari ostili.

CBDC: un salto digitale verso una finanza multipolare

Il più grande ostacolo alla costruzione di alternative multipolari non è la volontà politica ma l’infrastruttura. Sostituire SWIFT richiede piattaforme sicure, scalabili e interoperabili. Qui, le valute digitali delle banche centrali (CBDC) – versioni digitali basate su blockchain delle valute nazionali emesse e regolamentate dalle banche centrali – offrono un percorso trasformativo. A differenza delle criptovalute, le CBDC sono pienamente garantite e controllate dalle autorità monetarie sovrane, combinando la velocità digitale con la supervisione statale.

Pechino guida la carica. La Banca Popolare Cinese ha ampliato il suo Cross-Border Interbank Payment System (CIPS), un’alternativa a SWIFT progettata per le transazioni in yuan e sempre più integrata con le piattaforme CBDC.

Secondo le sue stime, le CBDC possono ridurre i costi di transazione fino al 50% e liquidare i pagamenti transfrontalieri in pochi secondi. SWIFT, al contrario, dipende da un modello bancario corrispondente lento e stratificato che può richiedere giorni e impone pesanti commissioni.

Lo yuan digitale supera i 2 trilioni di dollari

Questo è il motivo per cui lo yuan digitale cinese (e-CNY) è cresciuto di oltre l’800% dal 2023, superando i 2,3 trilioni di dollari di volume di transazioni entro la fine del 2025. Per aumentare l’adozione domestica, la Cina sta impiegando una strategia che preserva la sovranità e la regolamentazione dell’e-CNY incorporando al contempo caratteristiche fruttifere e funzionalità simili alle stablecoin.

Project mBridge – abbreviazione di “multiple CBDC Bridge” – è un’iniziativa congiunta sviluppata dall’Innovation Hub della Banca dei Regolamenti Internazionali e dalle banche centrali di Cina, Hong Kong, Thailandia ed Emirati Arabi Uniti. Consente pagamenti transfrontalieri in tempo reale utilizzando CBDC su una piattaforma blockchain condivisa senza la necessità di banche corrispondenti o messaggistica SWIFT.

Nel 2025, mBridge ha elaborato 55,49 miliardi di dollari di transazioni – un aumento di 2.500 volte rispetto alle prove iniziali del 2022. Oltre il 95% del suo volume è in e-CNY, sfidando le previsioni iniziali secondo cui le CBDC, e in particolare quella cinese, avrebbero sofferto dello scetticismo pubblico e di casi d’uso limitati.

Cinque anni dopo il suo lancio, l’e-CNY rimane il più grande esperimento di valuta digitale di una banca centrale al mondo. E il suo successo sta rimodellando le ipotesi su chi può dettare i tempi nell’innovazione finanziaria.

Le frontiere della fintech nell’Asia occidentale

Il cambiamento non si limita all’Asia orientale e meridionale. In Asia occidentale, gli Emirati Arabi Uniti stanno prendendo il comando nei pagamenti digitali. Una nuova piattaforma sostenuta dalla Cina e testata dalle banche centrali di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Hong Kong e Thailandia ha già eseguito oltre 4.000 transazioni transfrontaliere. Il Ministero delle Finanze degli Emirati Arabi Uniti ha recentemente completato la prima transazione statale utilizzando dirham digitali all’ingrosso.

La designazione da parte di Pechino della First Abu Dhabi Bank come sua seconda istituzione di compensazione dello yuan negli Emirati segna un passo più profondo nell’integrazione monetaria regionale. A differenza delle precedenti nomine di istituzioni cinesi all’estero, questa mossa eleva una banca locale, segnalando sia fiducia strategica che l’intenzione di costruire nodi regionali di autonomia finanziaria.

Questo si basa su cambiamenti precedenti, incluso l’accordo storico del 2023 in cui Emirati Arabi Uniti e Cina hanno regolato un commercio di gas naturale liquefatto (GNL) in yuan – il primo nel suo genere e una rottura simbolica dal sistema petrodollaro.

BUNA e l’architettura dell’autonomia monetaria

L’Arab Regional Payment Clearing and Settlement Organization, nota come BUNA, è un altro pezzo critico dell’architettura di pagamento emergente. Con sede negli Emirati Arabi Uniti e gestita dal Fondo Monetario Arabo, BUNA è una piattaforma di pagamento transfrontaliera e multivaluta creata per facilitare i flussi commerciali e di investimento all’interno e oltre il mondo arabo.

Consente alle banche centrali e commerciali di inviare e ricevere pagamenti in più valute nella regione araba e con partner globali. I volumi delle transazioni mensili sono cresciuti fino a migliaia, e BUNA continua ad espandere la partecipazione. Mentre la sua strategia a lungo termine include l’interoperabilità con altri sistemi regionali e globali, come l’UPI indiano o il CIPS cinese, non è stato annunciato ufficialmente alcun calendario fisso o lista confermata di nuove valute.

Ren Haiping, Vice Capo della Ricerca Strategica presso il China Center for International Economic Exchanges, ha osservato che espandere la portata valutaria di BUNA – incluso l’aggiunta della rupia e dello yuan – potrebbe migliorare l’infrastruttura del mercato finanziario e approfondire i legami economici cooperativi, compresi i collegamenti commerciali e di investimento transfrontalieri tra i partecipanti.

Questo è riecheggiato da iniziative più ampie del Golfo come AFAQ, il Gulf Instant Payment System lanciato dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), che collega le banche degli Stati membri e facilita transazioni transfrontaliere in tempo reale senza fare affidamento sulle banche di compensazione in dollari. AFAQ è progettato per creare un ecosistema di pagamento regionale unificato che offre liquidazione rapida, sicura ed efficiente delle transazioni all’interno degli Stati arabi del Golfo Persico.

Nessuna rivoluzione monetaria senza trasformazione istituzionale

Nonostante i progressi digitali della Cina, nessuno Stato da solo può fungere da àncora per un nuovo sistema globale. La trasformazione richiederà un’architettura istituzionale – una stanza di compensazione come la European Payment Union (EPU) del dopoguerra, che ha contribuito a stabilizzare il commercio intraeuropeo regolando gli squilibri multilateralmente piuttosto che bilateralmente in dollari USA scarsi.

La New Development Bank (NDB) all’interno dei BRICS è nella posizione migliore per guidare questo processo. Ma le dinamiche di potere globale consolidate – non solo l’inerzia finanziaria – rimangono il vero ostacolo. Sotto il governo USA del Presidente Donald Trump, Washington ha intensificato sia la pressione economica che quella militare per soffocare tali cambiamenti. La sua militarizzazione delle sanzioni in Venezuela e Iran è stato un chiaro avvertimento in tal senso.

Trump definisce apertamente il dominio del dollaro come una questione di sicurezza nazionale, e persino un legittimo ‘casus belli‘. Questa mentalità persiste in entrambi i partiti politici statunitensi ed è diventata un pilastro della politica atlantista.

Il dollaro domina ancora la finanza, ma le crepe si stanno allargando

Nonostante perda terreno nel commercio, il dollaro domina ancora la finanza transfrontaliera. Nel 2024, il commercio globale di beni e servizi ha raggiunto i 33 trilioni di dollari – circa un terzo del PIL globale. Eppure, secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, il fatturato FX giornaliero era di 7,5 trilioni di dollari – più di cinque volte il volume commerciale annuale. Quel mercato rimane schiacciante in dollari.

Nel 2022, il dollaro figurava nell’88% di tutte le transazioni FX. Ad aprile 2025, la sua quota era addirittura leggermente salita all’89,2%. L’euro è sceso al 28,9% (dal 30,6% nel 2022). Lo yen è rimasto stabile al 16,8%. Nel frattempo, lo yuan è salito all’8,5% – una salita costante dal 2013. Eppure, gran parte del dominio del dollaro ora deriva non dalla forza, ma dalla debolezza altrui: il declino dell’euro e della sterlina ha solo rafforzato la sua posizione.

Dall’aggirare SWIFT alla costruzione del futuro

La Cina sa di non poter smantellare da sola il dominio del dollaro. I BRICS e il più ampio Sud Globale devono guidare la carica. L’architettura sta già prendendo forma. Entro gennaio 2025, paesi tra cui Russia, Iran, Venezuela, Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti ed Egitto avevano iniziato a utilizzare il “petro-yuan” nelle transazioni energetiche transfrontaliere.

Per Mosca, questo cambiamento è una risposta diretta alle sanzioni e uno sforzo per sfuggire alla morsa di SWIFT e del commercio basato sul dollaro. La mossa ha funzionato – non simbolicamente, ma materialmente. E mentre altri seguono, quella che una volta era una strategia di bypass sta diventando il nucleo di un nuovo sistema.

Un’apertura per il momento multipolare

Il conflitto in Groenlandia sta aprendo nuove opportunità per il Sud Globale, poiché la pressione geopolitica statunitense e i rischi dei mercati finanziari potrebbero spingere l’Europa a ridurre la dipendenza dal dollaro e ad allontanarsi dagli asset USA. Gli investitori potrebbero spostarsi verso paradisi sicuri come il franco svizzero o rafforzare i legami economici con Pechino. Queste dinamiche potrebbero accelerare lo sviluppo di sistemi di pagamento alternativi.

Questa crisi in evoluzione della supremazia del dollaro ha esposto una più profonda rottura politica sotto la superficie dei mutevoli equilibri finanziari. Il Sud Globale non è più disposto a finanziare, facilitare o rimanere vulnerabile a un sistema imperiale che alimenta la propria sottomissione economica.

Nuove istituzioni stanno nascendo, i vecchi sistemi si stanno sfilacciando e le illusioni di inevitabilità che un tempo sostenevano la primazia finanziaria USA si stanno infrangendo. L’ordine monetario che emergerà in futuro non sarà dettato da Washington, ma forgiato nell’interesse condiviso di coloro che a lungo ne sono stati esclusi.

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22/01/2026

Esiste davvero un “bazooka” finanziario UE contro gli USA?

Al World Economic Forum di Davos, il Segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha deciso oggi di smorzare le preoccupazioni sulle possibili ritorsioni europee che alcuni commentatori e analisti economici hanno ipotizzato potrebbero essere usate per far fronte alle minacce sulla Groenlandia (che poi è la minaccia di far morire la NATO per una sudditanza conclamata verso Washington).

“Penso che qui ci sia una narrazione completamente fuorviante” che “sfida ogni logica”, ha detto Bessent. Il riferimento è alla fine che le capitali europee potrebbero far fare ai 12,6 trilioni di dollari di asset, e in particolare ai 2,8 trilioni di dollari di Treasury, che sono detenuti nel Vecchio Continente. Oltre a una serie di misure dello Strumento Anti-Coercizione (ACI) e all’idea di rispondere coi dazi alle mire statunitensi sulla Groenlandia.

Ma il nodo che ha fatto andare in subbuglio le redazioni delle testate economiche e che ha fatto sussultare di orgoglio fino al midollo quelle europeiste è proprio il tema delle grandi ricchezze finanziarie stelle-e-strisce che la UE potrebbe usare come arma. Ma è davvero così o si sta di nuovo bluffando, come abbiamo fatto notare in un altro articolo solo pochi giorni fa?

Bisogna dire, innanzitutto, che è certamente vero che l’area euroatlantica, seppur a livello strategico vede ormai una faglia insanabile, sul lato prettamente finanziario rimane ancora intrecciata in maniera viscerale. Il Financial Times ha pubblicato alcuni utili articoli per analizzare le possibilità reali che lo scenario paventato e categoricamente respinto da Bessent si realizzi per davvero. 

Sarebbero 2,84 i trilioni di dollari di titoli di stato USA (Treasury) di cui i paesi europei della NATO sarebbero creditori. In totale, usando dati della Federal Reserve, il quotidiano britannico ha rialzato la cifra degli assets finanziari statunitensi detenuti da questo gruppo del Vecchio Continente dagli 8 trilioni calcolati da Deutsche Bank (che sarebbero quelli effettivamente in mano a investitori europei) ai 12,6 prima accennati.

Ma i nodi rimangono sostanzialmente invariati, nonostante l’oscillare delle cifre astronomiche. In molti sono infatti scettici sulla concreta possibilità di utilizzare questa leva finanziaria. Nell’articolo firmato da Robin Wigglesworth e Toby Nangle si parla addirittura di una sorta di mutua distruzione assicurata.

Una vendita massiccia di assets statunitensi farebbe indebolire ulteriormente il dollaro e, con il grande afflusso di capitali in UE, farebbe invece schizzare in alto l’euro, mandando a picco le esportazioni e facendo in sostanza fallire definitivamente il modello export-oriented. E, al di là di esso, interi stati.

Ci sono poi altri due problemi, che sono molto più “spiccioli”, potremmo dire. Il primo riguarda il fatto che è proprio il mercato stelle-e-strisce l’unico con una profondità e una liquidità tale da potersi permettere di comprare anche solo una parte consistente di questi 12 trilioni di dollari di asset. Il secondo, invece, riguarda l’assetto proprietario di questi asset.

A possederli sono in realtà “migliaia di compagnie di assicurazione, fondi pensionistici, banche e altri investitori istituzionali e milioni di persone comuni. Parte del denaro è detenuto per conto degli investitori di altre parti del mondo. Ad esempio, gran parte delle partecipazioni del Belgio sono in realtà in Euroclear”.

A meno che non si proceda a una nazionalizzazione completa e immediata di tutto il mercato finanziario europeo, l’elaborazione di strumenti tali da esercitare una sostanziale pressione sugli investitori affinché seguano i desiderata politici sarebbe talmente lungo e costellato di cause legali da far raggiungere tempi biblici.

C’è dunque molto sensazionalismo in molti articoli di giornale apparsi sulla stampa nostrana: ripetutamente scombussolati dagli attacchi trumpiani, gli europeisti devono pur vendere una certa potenza di fuoco, per quanto fittizia come la finanza (in tutti i sensi) per dire di potersela giocare ad armi pari.

Allo stesso tempo, bisogna dire che voci del genere che attraversano i mercati preoccupano davvero Bessent, non tanto per la loro realizzabilità (pressoché nulla), ma perché mette in tensione i mercati mentre si approfondisce il problema delle finanze statunitensi, con l’apertura dello scontro diretto tra la Casa Bianca e la FED.

Un poco più concreto è, invece, l’ACI, ma anche questo ha tempi non brevi per dispiegare i suoi effetti. Parliamo, in questo caso, di restrizioni all’accesso al mercato unico per i giganti della Silicon Valley, dell’esclusione di colossi come Goldman Sachs o JP Morgan dal collocamento del debito sovrano europeo, e anche di limitazioni agli investimenti diretti e all’accesso a progetti infrastrutturali critici.

Lo European Council on Foreign Relations indica che sono misure che difficilmente verrebbero usate per prime, ma che rappresentano, questa volta sì, una credibile deterrenza europea, seppur anche questa sia piena di rischi. Ad esempio, privilegiare alcuni istituti al posto di altri per il collocamento del debito può portare a una sua politicizzazione, all’aumento della volatilità e, dunque, dei costi di finanziamento del debito degli stessi stati europei.

Insomma, sono minacce che, come scritto sul Financial Times, esprimono una mutua distruzione. Ma già agitarle, di per sé, mette in fibrillazione l’economica. Per ora, il mercato ha già dato il suo verdetto: l’oro è volato al record storico di quasi 4.900 dollari l’oncia, segno che, nonostante le rassicurazioni di Bessent, la ricerca di beni rifugio accelera. Gli investitori si stanno preparando al peggio.

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10/01/2026

La de-dollarizzazione e l’attacco al Venezuela

di Guglielmo Forges Davanzati

Se c’è un tema ricorrente nelle guerre scatenate dagli USA negli ultimi decenni, questo risiede nel tentativo di contrastare la cosiddetta de-dollarizzazione, ovvero il fenomeno per il quale la quota degli scambi mondiali effettuati in dollari tende a decrescere.

Il Fondo Monetario Internazionale stima che la quota di riserve delle banche centrali denominate in dollari si è ridotta dal 75.1% del 2001 (anno dell’ingresso della Cina nell’organizzazione mondiale del commercio) al 57.8% del 2024. Le sanzioni imposte alla Russia hanno accelerato questa tendenza: come riferito dalla governatrice della banca centrale russa – Elvira Nabiullina – le esportazioni russe effettuate in yuan sono aumentate dallo 0,4% del 2022 al 34,5% del 2024 e le importazioni denominate in yuan dal 4,3% al 36,4% nel medesimo triennio.

La de-dollarizzazione procede di pari passo con il declino relativo dell’economia USA. Dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, il peso del Pil americano su quello globale si è, infatti, significativamente contratto: era circa pari al 40% nel 1945, è pari al 25% a fine 2025. Il tasso di crescita dell’economia USA è passato da un valore medio del 4.5% del periodo 1950-1970 al più contenuto 2.3% dell’ultimo ventennio.

Questo esito è in larga misura dipendente dall’elevata crescita economica cinese e, sul piano monetario, è da questa (e dall’ascesa dei BRICS) che gli analisti fanno discendere il peso sempre relativamente minore della valuta statunitense negli scambi internazionali.

È opportuno ricordare che il ruolo del dollaro come valuta di riserva internazionale emerge con gli accordi di Bretton Woods del luglio 1944, nei quali si stabilì che solo il dollaro era convertibile in oro, sancendo l’egemonia della valuta statunitense come riserva di valore e mezzo di scambio su scala globale.

Il Presidente francese Valéry Giscard d’Estaing definirà questa condizione l’“esorbitante privilegio” degli Stati Uniti. Nel 1974, la supremazia del dollaro viene rafforzata con l’accordo sul petrodollaro, che impone che il petrolio saudita venga esclusivamente scambiato con la valuta statunitense.

Il ruolo egemonico del dollaro nel commercio internazionale – il cosiddetto signoraggio (il “profitto” derivante dall’emissione della moneta di riserva mondiale) – è cruciale per la sostenibilità del modello di sviluppo americano. Vediamo perché.

a) Innanzitutto, uno Stato che emette la valuta di riserva internazionale può permettersi – a differenza degli altri – di avere un deficit della bilancia commerciale persistente e, dunque, come di fatto è fin qui accaduto agli USA, di consumare sistematicamente più di quanto produce. La posizione debitoria viene, infatti, pagata con una valuta che, a differenza di tutte le altre, incontra sempre una domanda elevata su scala globale. 

b) In secondo luogo, proprio a ragione dell’elevata domanda di dollari, il Paese emittente ha il vantaggio di poter pagare bassi tassi di interesse sui propri titoli di Stato, finanziando a basso costo la sua spesa pubblica. Questi titoli sono, infatti, sempre considerati sicuri (safe assets) e la loro emissione dà luogo al persistere dei deficit gemelli (twin deficit): il deficit pubblico alimenta il debito pubblico, che attrae movimenti speculativi di capitale, con conseguente apprezzamento del dollaro e peggioramento del saldo della bilancia commerciale.

Non dovrebbe, quindi, sorprendere che sussistano ragioni – da parte americana – per difendere anche con le armi il proprio privilegio monetario.

Tre recenti episodi possono darne atto, sebbene – valga come necessaria nota di cautela – le motivazioni alla base di un conflitto armato possono essere molteplici e variabili nei singoli contesti:
1) il “cambio di regime” nell’Iraq di Saddam Hussein del 2003, che, nel 2000, stabilì di effettuare gli scambi di petrolio in euro (dopo la fine della guerra, si tornò a effettuarli in dollari);
2) l’attacco alla Libia nel 2011, nella quale Gheddafi pianificava l’utilizzo di una moneta panafricana ancorata all’oro, con l’obiettivo esplicito di ridurre l’influenza finanziaria di USA ed Europa (dopo la guerra libica del 2011, il progetto fu definitivamente abbandonato);
3) infine il Venezuela di Maduro, con il suo obiettivo di de-dollarizzazione dell’economia venezuelana.

Contrariamente alla principale motivazione di Trump per l’aggressione al Venezuela, il World Drug Report 2025 dell’UNODC – la più autorevole fonte informativa sul narcotraffico internazionale – non include il Venezuela fra i Paesi con produzione significativa di sostanze stupefacenti.

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07/01/2026

Ecco chi ha già guadagnato dall'aggressione statunitense al Venezuela

Dietro l’intervento muscolare degli Stati Uniti c’è un Paese alle prese con un debito fuori controllo, un dollaro indebolito e una finanza che regge solo grazie a continue iniezioni di fiducia. È in questo spazio di fragilità che diventa centrale il Venezuela: non tanto per la sua economia – che secondo molti analisti avrà per ora un impatto globale irrilevante sul prezzo del petrolio – quanto come leva finanziaria e geopolitica. Elon Musk si è già mosso e così hanno fatto i mercati: le major petrolifere americane hanno registrato rialzi netti. “Una valanga di soldi di cui gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno”, ragiona Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa e autore di La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza, 2025). Che al Fatto spiega il filo che lega la mossa in Venezuela al circolo vizioso tra bolla finanziaria, grandi fondi d’investimento e debito pubblico statunitense.

Professor Volpi, in Venezuela Trump sta mostrando i muscoli, ma lei parla di una dimostrazione di debolezza. Perché?

Le condizioni oggettive dell’economia americana oggi sono tutt’altro che solide: il gigantesco debito federale sfiora i 38 mila miliardi di dollari, gli interessi costano quasi 1.200 miliardi di dollari l’anno, il dollaro è debole e l’inflazione non consente di ridurre i tassi d'interesse. A queste condizioni, la reindustrializzazione promessa da Trump appare estremamente complicata. Si aggiunga un disavanzo commerciale che non si riesce a ridurre in modo significativo. Né con i dazi, né con la spinta dell’intelligenza artificiale. Anzi, in questo quadro il timore di una bolla finanziaria è piuttosto fondato se consideriamo che oggi il gigante dell’hardware per l’IA, l’americana Nvidia, vale 5.000 miliardi di dollari. È di fronte a una situazione così complessa che gli Stati Uniti imboccano ora una strategia che è anche pericolosa.

Vista così sembra più una mossa disperata.

La strategia di Trump in Venezuela non è un’opzione di potenza, ma una scelta quasi obbligata per acquisire risorse attraverso l’unico strumento che gli resta: la forza militare. Disperato è il bisogno di soldi perché il resto del mondo, a parte gli europei, non è più disposto a trasferire capitali verso Washington o a finanziare il debito Usa: i cinesi hanno smesso da tempo di acquistarlo e le petromonarchie sono ormai riluttanti. Con un dollaro così debole gli USA non possono più semplicemente stampare moneta e devono trovare il modo di alimentare una gigantesca bolla finanziaria che non possono permettersi di lasciar esplodere.

Che c’entra il Venezuela?

Intanto per reindustrializzarsi gli USA hanno bisogno di materie prime a basso costo e terre rare, ma soprattutto del monopolio dell’energia fossile, l’unico settore dove pesano ancora a livello globale: gli Stati Uniti sono tra i principali esportatori di gas naturale liquefatto e dominano il comparto dello shale oil e dello shale gas. Impossessarsi delle zone energetiche è fondamentale per loro. Da qui l’interesse per aree strategiche come la Groenlandia o il Venezuela, che ha le maggiori riserve mondiali di petrolio.

Ma l’industria petrolifera venezuelana è a pezzi e ci vorranno anni di investimenti tecnici e infrastrutturali prima di vedere un solo barile extra.

È proprio questo il punto. Per valorizzare i giacimenti serviranno anni, ma dal punto di vista finanziario l’effetto è immediato. Trump sa perfettamente che basta dare il segnale di aver “preso possesso” del Venezuela per far salire i titoli delle grandi major petrolifere. E così è stato all’apertura delle borse: le azioni Chevron, ExxonMobil, ConocoPhillips, ma anche quelle legate alla ricostruzione degli impianti estrattivi e alla loro sicurezza, come Halliburton e Baker Hughes, sono cresciute perché la finanza cresce in base alle aspettative. In altre parole, Trump sta già vendendo l’idea del petrolio venezuelano e la sta finanziarizzando.

Sta dicendo che l’obiettivo primario è creare una sorta di bolla venezuelana?

Penso che anche l’attacco all’Iran fosse funzionale a trasmettere un messaggio agli operatori finanziari: “Cari investitori, sappiate che posso garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz”. Lo stesso vale per le rotte del Mar Rosso e lo Yemen, altri teatri di interventi militari americani. Annunciare, minacciare, segnalare il controllo dell’area serve ad attirare capitali verso Wall Street. Capitali che altrimenti potrebbero andare altrove, magari verso il riarmo europeo che per Trump è tutto fuorché opportuno.

Invece?

Invece operazioni come quella a Caracas si traducono subito in capitalizzazioni e dividendi gonfiati per le società del comparto energetico. Che, guarda caso, sono dei grandi gestori del risparmio statunitensi. Colossi come BlackRock, Vanguard, State Street. Insomma, la grande finanza, l’unica a comprare ora il debito americano che non compra più nessuno. Non solo: sono gli stessi che amministrano i fondi pensione americani e i prestiti agli studenti: Trump punta molto su una ricaduta diffusa dell’intervento in Venezuela, capace di attrarre consenso attorno alla sua politica, e credo che su questo avrà ragione.

Avrà ragione anche Musk che offre ai venezuelani un mese di internet gratis con la sua Starlink?

La prospettiva di un ruolo centrale nel Venezuela di domani conferisce a Starlink un immediato aumento di valore, quindi la mossa è perfettamente coerente. Ma c’è dell’altro. Insieme a figure come Peter Thiel con la sua Palantir, Musk rappresenta quella “finanza alternativa” che Trump sta usando per ricompattare il capitalismo finanziario americano. Il Venezuela è un’occasione anche in questo senso: da un lato ci sono i colossi tradizionali legati al petrolio, dall’altro i Big Tech legati alle commesse militari e satellitari del Pentagono. Tutti beneficiano di questa strategia aggressiva, che serve a gonfiare la bolla finanziaria, attirare risparmi dal resto del mondo e, in ultima istanza, sostenere l’enorme debito federale.

Cosa può andare storto?

Il grande tema è quanto la Cina possa tollerare questa strategia. I cinesi hanno i loro interessi, basta pensare all’hub che hanno costruito in Perù per il rifornimento di gas e petrolio dall’America Latina, alla centralità di Panama per i loro scambi commerciali, o alle forniture di cereali e altri prodotti che hanno sostituito quelli americani sul mercato cinese. Per ora la Cina osserva attentamente, ma la domanda resta: fino a quando?

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01/01/2026

Perché Bitcoin e altre criptovalute sono crollate

Dei tanti comandamenti che regolano il mondo delle criptovalute, il più noto e importante è probabilmente quello che recita: buy the dip (“compra il calo”). Non è una vera e propria regola (che d’altra parte, in campo finanziario e speculativo, non esistono), ma è innegabile che chi – nel corso dei quasi due decenni di esistenza dei bitcoin – ha approfittato dei vari crolli che si sono susseguiti per acquistare la più antica delle criptovalute raramente ha sbagliato.

I numeri parlano chiaro: dopo lo scoppio della grande bolla dell’inverno 2017/18, il valore dei bitcoin precipitò da 19mila a 3.500 dollari. Chi avesse avuto il sangue freddo di acquistare i bitcoin al loro minimo e mentre la stampa ne celebrava per l’ennesima volta la “morte”, per poi attendere pazientemente la risalita, avrebbe potuto realizzare nel novembre 2021, poco più di due anni e mezzo più tardi, un guadagno del 1800% circa (i bitcoin toccarono infatti, quel mese, 67mila dollari).

Lo stesso si è ripetuto in altre occasioni, sia precedenti sia successive: ogni crollo del mercato delle criptovalute è stato seguito da una netta risalita, che nel caso dei bitcoin li ha portati a infrangere un record dopo l’altro, fino a raggiungere il massimo storico di 124mila dollari nell’ottobre del 2025 (dopo essere scesi fino a 16mila dollari del dicembre 2022).

È anche per questa ragione che quando si moltiplicano i titoli sull’ennesimo (e, dal punto di vista speculativo, inevitabile) crollo delle criptovalute, è anche il momento in cui i true believers, ovvero i più fedeli sostenitori del mondo cripto, approfittano di quelli che considerano “prezzi di saldo” per acquistare bitcoin o altre monete digitali e poi attendere la risalita.

Investimenti controcorrente

Per quanto queste regole – che sono in verità previsioni basate sul comportamento passato – potrebbero sempre venire smentite, va sottolineato che il concetto di “buy the dip” non riguarda soltanto le criptovalute, ma viene anzi applicato nel mondo finanziario da secoli. Due aneddoti sono ormai passati alla leggenda (ed è infatti impossibile stabilirne la veridicità storica): il primo risale addirittura ai primi del 1800, quando Nathan Mayer Rothschild approfittò del panico causato dalle Guerre Napoleoniche per acquistare i titoli di stato britannici di cui tutti volevano liberarsi e poi, dopo la vittoria del Regno Unito, si arricchì immensamente. Il modo di dire che gli viene attribuito riassume in poche parole il concetto: “Compra quando c’è il sangue per le strade” (in cui il “sangue” è preferibilmente da intendersi metaforicamente con il significato di “crollo del valore degli asset finanziari”).

Il secondo aneddoto ha invece come protagonista Joe Kennedy. La leggenda vuole che nel 1929, all’apice della frenesia dei mercati, il padre del futuro presidente degli Stati Uniti JFK si fermò in un vicolo di Wall Street per farsi lucidare le scarpe. Mentre svolgeva il lavoro, il lustrascarpe confidò a Kennedy quali fossero le azioni secondo lui più promettenti. Per l’investitore fu una sorta di epifania: comprese che, se perfino una persona priva di qualunque competenza finanziaria si stava dilettando con le azioni, era giunto il momento di vendere. In questo modo, Joe Kennedy riuscì a liberarsi delle sue azioni mentre ancora erano ai valori massimi. Il martedì successivo, il 29 ottobre del 1929, i mercati crollarono e iniziò la Grande Depressione.

Sono due aneddoti che riassumono il cosiddetto “investimento controcorrente” (compra quando tutti vendono e viceversa) e che, tornando al mondo delle criptovalute, potremmo aggiornare così: vendi quando perfino il TG1 parla del boom dei bitcoin e compra quando sui social tutti dicono che sono morti.

Perché sono crollate le criptovalute

Andrà così anche questa volta? Le ultime settimane sono state molto pesanti sotto il fronte delle criptovalute. E questo nonostante una parte consistente degli addetti ai lavori avesse vaticinato una nuova imponente ascesa proprio nel corso dell’inverno del 2025-26, seguendo così fedelmente quel ciclo quadriennale di crescita che segue il momento dell’halving (quando cioè viene dimezzata la ricompensa in bitcoin elargita ai “miner”).

E invece, dopo i massimi di ottobre e una fase di stagnazione, il mercato delle criptovalute è crollato sul finire del mese di novembre: i bitcoin sono scesi di oltre il 30% rispetto ai massimi di ottobre 2025 (da 124mila a 84mila dollari), mentre cali anche peggiori sono stati accusati da ether (-40%), XRP (-45%) e tutte le altre principali altcoin. Nel complesso, il mercato delle criptovalute ha perso oltre mille miliardi di dollari di valore, prima di tentare, nei primi giorni di dicembre, una timida ripresa.

Che cos’è successo? Perché un crollo così improvviso e imprevisto proprio nell’anno dell’elezione di Donald Trump, che in campagna elettorale aveva promesso di rendere gli Stati Uniti la prima “cripto-superpotenza” della storia? La teoria più diffusa, ripresa anche dal Wall Street Journal, vuole che questo crollo sia paradossalmente legato al successo delle criptovalute e alla loro diffusione tra i grandi investitori istituzionali, avvenuta soprattutto in seguito all’esplosione degli ETF. Gli exchange-traded fund sono strumenti finanziari quotati in Borsa, che replicano l’andamento di un asset – in questo caso i bitcoin o gli ether – e che consentono agli investitori di esporsi alle criptovalute senza possederle direttamente.

Dopo le prime approvazioni negli Stati Uniti, avvenute a inizio 2024, gli ETF che trattano bitcoin ed ether sono esplosi, venendo adottati da colossi come BlackRock, Fidelity, Invesco, Ark Invest e attirando decine di miliardi di dollari (che a loro volta hanno fatto crescere il valore del mercato cripto, che tra il 2024 e il 2025 è passato da 1.600 a 4.200 miliardi di dollari).

Come ha però sintetizzato, parlando con il WSJ, Cory Klippsten, CEO dell’exchange Swan Bitcoin, “una volta che le istituzioni sono coinvolte, le criptovalute iniziano a essere scambiate come un asset istituzionale”. In parole più semplici, i tempi in cui l’andamento dei bitcoin era scollegato dal mercato tradizionale (e in alcune occasioni andava addirittura in direzione inversa, perché i più avventurosi si rivolgevano alle criptovalute quando Wall Street non dava loro soddisfazione) sono passati. Oggi, proprio per via della loro adozione istituzionale, il mercato delle criptovalute tende a muoversi in maniera sempre più correlata agli indici finanziari tradizionali.

Stando a questa interpretazione, non è un caso che il crollo dei bitcoin sia avvenuto a novembre, mese segnato da grandi turbolenze finanziarie legate al timore di un imminente scoppio della bolla dell’intelligenza artificiale. Per quanto percentualmente più contenuto, il brusco calo del valore delle azioni di Nvidia o Meta si è verificato negli stessi giorni in cui sono crollate le criptovalute, confermando come il mercato dei bitcoin ormai segua l’andamento di quello tradizionale.

“Dal mese di ottobre, i bitcoin si sono comportati più come azioni tech ad alta crescita che come un bene rifugio non correlato”, si legge sul South China Morning Post, che cita un report della Deutsche Bank. Che la correlazione tra il mercato cripto e quello tradizionale stesse aumentando era evidente già da tempo, ma il fatto che questa dinamica si stia ulteriormente rafforzando potrebbe allontanare i cosiddetti investitori “retail” (i piccoli investitori comuni), che sono stati storicamente attratti dall’alta volatilità dei bitcoin e dai loro meccanismi peculiari.

Nel momento in cui il mercato delle criptovalute (soprattutto di quelle più consolidate) inizia a muoversi come il Nasdaq e a diventare sempre più istituzionale, i piccoli investitori potrebbero andare in cerca di nuovi e ancora sconosciuti modi per facili (ma rischiosi) guadagni, com’è stato in passato con i “marijuana stocks”, i meme stocks (celebre il caso GameStop) e più di recente con i memecoin (su cui torneremo tra poco).

A confermare questa teoria è ancora la Deutsche Bank, secondo cui l’adozione dei bitcoin e delle altre più diffuse criptovalute sarebbe scesa tra gli investitori retail dal 17% della scorsa estate al 15% attuale. Un calo ridotto ma significativo, visto che l’adozione in costante crescita (anche se solo a scopo di compravendita) è uno dei fattori fondamentali alla base delle previsioni al rialzo.

Un altro aspetto che probabilmente ha influenzato il crollo dei bitcoin è che, come nota la CNBC, i dati sull’occupazione negli Stati Uniti per il mese di settembre hanno mostrato una crescita dei posti di lavoro più forte del previsto (119mila nuovi impieghi contro i circa 50mila previsti). Numeri positivi ma che hanno ridotto la probabilità di un taglio dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve durante il mese di dicembre, mentre contestualmente anche la BCE ha mantenuto i tassi invariati. I tagli dei tassi sono generalmente considerati una buona notizia per il prezzo dei bitcoin, perché aumentano la liquidità nei mercati e quindi possono fare da volano ai mercati speculativi.

Il boom c’è già stato

E se invece le cose fossero molto più semplici di così? Come abbiamo accennato, almeno a partire dal 2013 i bitcoin si muovono a cicli quadriennali, con il massimo della crescita che avviene durante l’inverno. È uno schema che si ripete da 12 anni e che non ha mai tradito le aspettative. Ma è possibile che un meccanismo speculativo si ripeta identico ogni quattro anni? Ovviamente, no: se tutti sapessimo con certezza quando vendere e quando comprare non troveremmo nessuno disposto, viceversa, ad acquistare ciò che vogliamo vendere o a vendere quando vogliamo comprare.

Una variabilità nella dinamica del ciclo quadriennale è necessaria per evitare che il mercato si blocchi. E quindi, se il tanto atteso boom delle criptovalute ci fosse semplicemente già stato? Se fosse solo stato anticipato rispetto alle attese, e adesso stessimo assistendo all’inevitabile correzione che segue un’imponente crescita? Se l’ascesa – e anche il declino, se si arresterà sui valori attuali – fosse semplicemente stata inferiore alle attese?

In effetti, il primo grande picco storico nel valore dei bitcoin e delle altcoin (ether e tutte le altre criptovalute minori) fu raggiunto, come detto, nella metà del dicembre 2017. Avanti di quattro anni, nel 2021 il nuovo massimo dei bitcoin viene raggiunto nella prima metà di novembre, quindi circa con un mese in anticipo. Nel 2025, il massimo storico dei bitcoin è stato raggiunto a ottobre (tutti i dati sono presi da CoinMarketCap e CoinGecko).

È come se il picco di questo famigerato ciclo quadriennale venisse via via anticipato di un mese dagli investitori più avveduti, che così mandano il primo importante segnale ribassista al mercato. Allo stesso tempo, e in questo caso probabilmente a causa dell’istituzionalizzazione dei bitcoin, le impennate della più antica criptovaluta e del mercato nel suo complesso sono sempre meno brusche.

Dal massimo del 2013 a quello del 2017, il valore dei bitcoin aumentò di quasi 20 volte (da mille dollari a 19mila). Tra il 2017 e il 2021, la crescita fu “solo” del 230% (da 19mila a 67mila). Tra il 2021 e il 2025 è stata (a meno di improvvise sorprese) invece del 96% (da 67mila a 124mila). Se le cose stessero così, sarebbe un altro segnale della normalizzazione dei bitcoin e i suoi fratelli, il cui mercato continua a essere molto più volatile delle azioni tradizionali, ma lo è sempre meno.

C’è però un altro elemento che torna ogni quattro anni e che ha accompagnato le varie ascese dei bitcoin e delle altcoin: il fatto che ogni ciclo fosse anticipato e alimentato da un concomitante fenomeno ultraspeculativo sempre basato su blockchain e criptovalute. Nel 2017 fu la volta delle ICO (initial coin offering, una sorta di “quotazione in borsa” ufficiosa di alcune imprese basate su blockchain, che si finanziavano vendendo i loro token, acquistati nella speranza che aumentassero di valore). Nel 2021 fu invece il turno dei notissimi NFT (non-fungible token, una specie di firma elettronica basata su blockchain che certifica la proprietà di un bene digitale).

E nel 2025? Per quanto siano almeno in parte già stati dimenticati, l’anno che sta per concludersi (e anche quello precedente) è stato all’insegna dei “memecoin”: token creati su piattaforme blockchain come Ethereum o Solana, che spesso prendono il nome di influencer o celebrità (tra cui lo stesso Donald Trump), la cui vita finanziaria è di pochi giorni o settimane e che vengono creati senza nessuno scopo al di fuori della pura e spregiudicata speculazione.

Tutto ciò sembra confermare, insomma, che il ciclo non sia stato mancato, ma semplicemente sia stato meno robusto delle attese (o speranze) e leggermente anticipato: “La verità è che l’hangover era iniziato già da mesi”, ha spiegato Thomas Perfumo, economista dell’exchange Kraken. La sensazione che si sia giunti alla fine dell’attuale ciclo è confermata anche da Matthew Hogan, responsabile degli investimenti di Bitwise Asset Management: “Penso che si sia più vicini alla fine delle vendite che al loro inizio, ma i mercati sono in turbolenza e potrebbero esserci altri cali prima di vedere una risalita”.

Se così fosse, significherebbe che a una crescita ridotta segue una correzione di circa il 30/40%, molto inferiore rispetto ai crolli del passato, che superavano anche l’80%. Bisognerà però aspettare ancora a lungo per essere sicuri che la caduta si sia già fermata, e nel frattempo – ovviamente – tutto potrebbe ancora accadere e ogni previsione e interpretazione venire seccamente smentita.

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