di Silvano Cacciari
“Non utilizzare le truppe se il risultato è incerto”
(Sun-Tsu, L’arte della guerra)
L’arte della guerra non smette mai di dimostrare la sua forza teorica che, nel nostro mondo, si moltiplica se guardiamo alla guerra ibrida e alla weaponizzazione delle filiere energetiche, tecnologiche, produttive che si sono diffuse sul scala planetaria. Questo per diversi motivi: prima di tutto perché l‘incertezza non è più solo tattica, ma sistemica. Sun Tzu parlava di conoscere il nemico e se stessi. Oggi, in una guerra ibrida, su diversi piani il “nemico” non è un solo un esercito, ma una rete di attori (stati, corporation, fondi speculativi, aziende tech) anche non coordinabili tra loro. Poi, il risultato è incerto perché il campo di battaglia è ovunque. Non si combatte solo su un fronte geografico, ma su fronti energetici, finanziari, digitali e cognitivi. Un attacco militare “tradizionale” come quello all’Iran, che ha portato alla morte della guida suprema Khamenei, è solo una mossa in un gioco molto più grande. Le sue conseguenze si propagheranno in modi che nessun modello lineare può prevedere: un’impennata del prezzo del petrolio che blocca la ripresa economica globale, un attacco informatico di ritorsione che paralizza la rete elettrica di una città americana, una crisi alimentare in Africa causata dalla mancanza di fertilizzanti russi.
L’avvertimento di Sun Tzu oggi è un monito sulla complessità. La sua frase ci dice: “non avventurarti in un conflitto se non puoi prevederne le conseguenze”. Nel mondo connesso della guerra ibrida, prevedere le conseguenze è diventato quasi impossibile anzi, l’imprevedibilità è ormai acquisita nell’azione militare visto che ogni azione bellica genera reazioni a catena non lineari su mille piani non militari. In questo senso, la massima di Sun Tzu non è solo attuale, ma è forse la più importante lezione strategica del nostro tempo: chi attacca lo fa sempre in condizioni di alta complessità e quindi di forte incertezza. Seguendo Sun Tzu non si dovrebbe muovere guerra ma si finisce inevitabilmente per farlo con il risultato di far precipitare la politica nella dimensione disordinata e caotica della guerra ibrida e di generare nuovi, interminabili conflitti.
Per domare il caos prevedibile, e persino simulato prima dell’attacco, l’alleanza Usa-Israele si è data qui come obiettivo primario la decapitazione della leadership iraniana, con l’uccisione di Ali Khamenei e di altri alti esponenti del potere iraniano. Dal punto di vista dell’antropologia politica, questa scelta mira a recidere i nodi centrali di una vasta rete di potere che si regge su relazioni personali, lealtà clientelari e meccanismi di controllo territoriale. Colpire il vertice significa tentare di disarticolare la catena di comando prima che possa attivare procedure di successione ordinate, generando un vuoto decisionale in grado di paralizzare l’apparato militare e di intelligence iraniano nel momento cruciale della risposta. È già accaduto, in Libia ed in Iraq, con risultati disastrosi per gli stessi attaccanti, ma, si sa, ogni volta si sostiene che “è differente”.
Tra le ragioni dell’attacco, quelle che impongono di muovere comunque guerra, escluse quelle contingenti, va evidenziata la situazione economico-finanziaria degli Stati Uniti. Il debito federale ha superato i trentotto mila miliardi di dollari e la domanda di Treasury Bond mostra segni di cedimento, in particolare da parte delle petro-monarchie del Golfo che nel corso del 2025 hanno ridotto le proprie riserve in dollari per acquistare oro. Questa tendenza alla diversificazione degli investimenti, da parte delle monarchie del Golfo, rappresenta una minaccia concreta per la tenuta del sistema di finanziamento del debito pubblico americano. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il venti per cento del petrolio mondiale, diventa in questo quadro una leva strategica: la sua destabilizzazione controllata, da Usa e Israele, può costringere i paesi del Golfo a riallinearsi con Washington in cambio di garanzie sulla sicurezza delle proprie esportazioni, mentre l’aumento del prezzo del greggio e le nuove commesse per l’industria bellica favoriscono i grandi fondi di investimento che detengono quote rilevanti sia del settore energetico che di quello della difesa.
Qui, inevitabilmente la complessità e l’incertezza fanno valere il loro peso ontologico: la finestra temporale entro cui gli Stati Uniti devono conseguire i propri obiettivi (militari, politici, economico-finanziari) è estremamente ridotta, secondo diversi analisti compresa tra le tre e le otto settimane. Questo lasso di tempo è determinato da vincoli strutturali: oltre tale soglia, l’aumento prolungato del prezzo del petrolio innescherebbe effetti recessivi globali che renderebbero più oneroso il servizio del debito pubblico e accelererebbero la fuga dai Treasury Bond, producendo esattamente gli effetti che l’operazione intende scongiurare. Inoltre, le scorte di munizionamento e missili intercettori a disposizione del Pentagono non consentono di sostenere operazioni ad alta intensità oltre le quattro-sei settimane, come emerso dai report interni sulla logistica dei conflitti prolungati. Vance, che alla stampa ha promesso un intervento comunque breve, ha in mente proprio questo genere di scadenze.
L’intelligenza artificiale ha giocato un ruolo decisivo nella pianificazione e nell’esecuzione di questo genere di attacco ad alto rischio e complessità anzi, senza la sua recente evoluzione, questo genere di guerra, con questa tempistica per ottenere risultati, sarebbe stato impensabile. I sistemi di targeting assistito come Habsora e Project Maven hanno processato in tempo reale flussi di dati provenienti da satelliti, droni e intercettazioni, generando elenchi di obiettivi validati in tempi cento volte inferiori rispetto ai metodi di non molti anni fa. Le piattaforme di comando e controllo come JADC2 hanno integrato queste informazioni in un’unica immagine operativa, consentendo di coordinare attacchi simultanei su siti distanti centinaia di chilometri. L’IA non ha solo accelerato i tempi di reazione, ma ha reso pensabile un’operazione di questa complessità, dove la selezione millimetrica dei bersagli e la sincronizzazione delle unità coinvolte sarebbero state altrimenti ingestibili con i mezzi anche di pochi anni fa. Insomma, la rivoluzione industriale IA è andata alla guerra e, con i risultati raggiunti, promette di radicarsi anche nella pace, qualunque cosa questa parola significhi.
La teoria dei sistemi adattivi complessi, che affronta questi fenomeni, suggerisce tuttavia che scenari di questo tipo generano inevitabilmente conseguenze non lineari in grado di vanificare i piani più accurati. L’eliminazione fisica della leadership se non produce automaticamente il collasso del sistema avversario, può innescare comportamenti emergenti da parte di attori periferici che fino a quel momento agivano sotto il coordinamento centrale. Le milizie irachene, Hezbollah e gli Houthi yemeniti dispongono di gradi di autonomia operativa che in assenza di direttive chiare da Teheran potrebbero tradursi in iniziative unilaterali, aprendo fronti di conflitto non previsti e difficilmente controllabili. Lo Stretto di Hormuz rappresenta il punto di rottura più critico: anche un blocco parziale e temporaneo farebbe schizzare i prezzi del petrolio oltre i centoventi dollari al barile, innescando una reazione a catena sui mercati finanziari che nessuna banca centrale potrebbe arginare. I sistemi di trading algoritmico, programmati per reagire in millisecondi a ogni notizia, amplificherebbero la volatilità in modo autonomo e imprevedibile, trasformando uno shock localizzato in una crisi sistemica.
La complessità del sistema reale, con le sue retroazioni e i suoi adattamenti continui, rende ogni tentativo di controllo lineare intrinsecamente fragile, esponendo la strategia americana a margini di incertezza che nessuna piattaforma IA è in grado di eliminare del tutto né sul piano dei conflitti sul campo né su quello delle guerre finanziarie.
Si ritorna all’avvertimento di Sun Tzu: non muovere guerra in condizioni di incertezza. Nonostante l’abito tecnologico – fatto di potenza, precisione e capillarità – l’attacco americano si muove in estreme condizioni di incertezza. Al momento ci sono molti possibili Iran dopo l’uccisione di Khamenei, quale prevarrà? Dove comincia e dove finisce l’Iran che conosciamo? L’attacco americano domerà l’Iran, e tutti i piani di guerra ibrida che contiene, o genererà altri conflitti, imprevedibili e irrisolvibili?
Qui bisogna ricordare che L’arte della guerra è un’ prodotto maturo di un'epoca cruciale della storia cinese, il periodo delle primavere e degli autunni, caratterizzato dal declino del potere centrale Zhou e dall’ascesa di stati vassalli in lotta. L’attacco Usa-Israele è un movimento tipico di ristabilimento di un potere centrale, comunque di importanza strategica. Vedremo se Washington e Tel Aviv hanno trovato un modo politicamente efficace di combattere oppure se prevarrà l’aforisma di Sun Tzu e la complessità non sarà domata.
Va ricordato che in Iraq una strategia simile, decapitazione del potere nemico ed emersione di un regime change, è semplicemente esplosa in mano agli americani. I quali studiando molto quello che è accaduto – l’uso della IA in guerra oggi è reso possibile proprio studiando l’impatto di quella guerra – ne ripropongono una nuova versione. Nel frattempo, dalla Cina moderna si osserva con interesse diretto, vista la dimensione dalla fornitura iraniana di petrolio a Pechino, proprio quello che sta accadendo.
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02/03/2026
18/03/2020
Coronavirus - I due stili strategici di gestione dell’epidemia a confronto
da italiaeilmondo.com
Propongo una ipotesi in merito ai diversi stili strategici di gestione dell’epidemia adottati in Europa e altrove. Sottolineo che si tratta di una pura ipotesi, perché per sostanziarla ci vogliono competenze e informazioni statistiche, epidemiologiche, economiche che non possiedo e non si improvvisano. Sono benvenute le critiche e le obiezioni anche radicali.
L’ipotesi è la seguente: lo stile strategico di gestione dell’epidemia rispecchia fedelmente l’etica e il modo di intendere interesse nazionale e priorità politiche degli Stati e, in misura minore, anche delle nazioni e dei popoli. La scelta dello stile strategico di gestione è squisitamente politica.
Gli stili strategici di gestione sono essenzialmente due:
1) non si contrasta il contagio, si punta tutto sulla cura dei malati (modello tedesco, britannico, parzialmente francese);
2) si contrasta il contagio contenendolo il più possibile con provvedimenti emergenziali di isolamento della popolazione (modello cinese, italiano, sudcoreano).
Chi sceglie il modello 1 fa un calcolo costi/benefici, e sceglie consapevolmente di sacrificare una quota della propria popolazione. Questa quota è più o meno ampia a seconda delle capacità di risposta del servizio sanitario nazionale, in particolare del numero di posti disponibili in terapia intensiva.
A quanto riesco a capire, infatti, il Coronavirus presenta le seguenti caratteristiche: alta contagiosità, percentuale limitata di esiti fatali (diretti o per complicanze), ma percentuale relativamente alta (intorno al 10%, mi pare) di malati che abbisognano di cure nei reparti di terapia intensiva. Se così stanno le cose, in caso di contagio massiccio della popolazione – in Germania, ad esempio, Angela Merkel prevede un 60-70% di contagiati – nessun servizio sanitario nazionale sarà in grado di prestare le cure necessarie a tutta la percentuale di malati da ricoverarsi in T.I., una quota dei quali viene così condannata a morte in anticipo. La quota di pre-condannati a morte sarà più o meno ampia a seconda delle capacità del sistema sanitario, della composizione demografica della popolazione (rischiano di più i vecchi), e di altri fattori imprevedibili quali eventuali mutazioni del virus.
La ratio di questa decisione sembra la seguente:
1) l’adozione del modello 2 (contenimento dell’infezione) ha costi economici devastanti;
2) la quota di popolazione che viene pre-condannata a morte è in larga misura composta di persone anziane e/o già malate, e pertanto la sua scomparsa non soltanto non compromette la funzionalità del sistema economico ma semmai la favorisce, alleviando i costi del sistema pensionistico e dell’assistenza sanitaria e sociale nel medio periodo, per di più innescando un processo economicamente espansivo grazie alle eredità che, come già avvenuto nelle grandi epidemie del passato, accresceranno liquidità e patrimonio di giovani con più alta propensione al consumo e all’investimento rispetto ai loro maggiori;
3) soprattutto, la scelta del modello 1 accresce la potenza economico-politica relativa dei paesi che lo adottano rispetto ai loro concorrenti che adottano il modello 2, e devono scontare il danno economico devastante che comporta. Approfittando delle difficoltà dei loro concorrenti 2, le imprese dei paesi 1 potranno rapidamente sostituirsi ad essi, conquistando significative quote di mercato e imponendo loro, nel medio periodo, la propria egemonia economica e politica.
Naturalmente, per l’adozione del modello 1 sono indispensabili due requisiti: un centro direzionale politico statale coerentemente e tradizionalmente orientato su una accezione particolarmente radicale e spietata dell’interesse nazionale (tipici i casi britannico e tedesco); una forte disciplina sociale (ecco perché l’adozione del modello 1 da parte della Francia sarà problematica, e probabilmente si assisterà a una riconversione della scelta strategica verso il modello 2).
L’adozione del modello 1, insomma, corrisponde a uno stile strategico squisitamente bellico. La scelta di sacrificare consapevolmente una parte della popolazione economicamente e politicamente poco utile a vantaggio della potenza che può sviluppare il sistema economico-politico, in soldoni la scelta di liberarsi dalla zavorra per combattere più efficacemente, è infatti una tipica scelta necessitata in tempo di guerra, quando è normale perché indispensabile, ad esempio, privilegiare cure mediche e rifornimenti alimentari dei combattenti su cura e vitto di tutti gli altri, donne, vecchi e bambini compresi, nei soli limiti imposti dalla tenuta del morale della popolazione, che è altrettanto indispensabile sostenere.
Gli Stati che adottano il modello 1, dunque, non agiscono come se i loro concorrenti fossero avversari, ma come se fossero nemici, e come se la competizione economica fosse una vera e propria guerra, che si differenzia dalla guerra guerreggiata per il solo fatto che non scendono in campo gli eserciti. La condotta di questo tipo di guerra, proprio perché è una guerra coperta, sarà particolarmente dura e spietata, perché non vi ha luogo alcuno né il diritto bellico, né l’onore militare che ad esempio vieta il maltrattamento o peggio l’uccisione di prigionieri e civili, l’impiego di armi di distruzione di massa, etc. Per concludere, la scelta del modello 1 privilegia, nella valutazione strategica, la finestra di opportunità immediata (conquistare con un’azione rapida e violenta un vantaggio strategico sul nemico) sulla finestra di opportunità strategica di medio-lungo periodo (rinsaldare la coesione nazionale, diminuire la dipendenza e vulnerabilità della propria economia dalle altrui accrescendo investimenti statali e domanda interna).
Alla luce di quanto delineato a proposito degli Stati che adottano il modello 1, è più facile descrivere lo stile etico-politico degli Stati che adottano il modello 2.
Nel caso della Cina, è indubbio che il centro direttivo politico cinese sappia molto bene che la competizione economica è componente decisiva della “guerra ibrida”.
Furono anzi proprio due colonnelli dello Stato Maggiore cinese, Liang Qiao e Xiangsui Wang, che negli anni '80 elaborarono il testo seminale sulla “guerra asimmetrica”[1]. Credo che il centro direzionale politico cinese abbia scelto, pare con successo, di adottare il modello 2 per tre ragioni di fondo:
a) il carattere spiccatamente comunitario della tradizione culturale cinese, nella quale il concetto liberale di individuo e il concetto cristiano di persona hanno rilievo scarso o nullo;
b) il profondo rispetto per i vecchi e gli antenati, cardine del confucianesimo;
c) una valutazione strategica di lungo periodo, riassumibile in queste due massime di Sun Tzu, il pensatore che più ispira lo stile strategico cinese: “La vittoria si ottiene quando i superiori e gli inferiori sono animati dallo stesso spirito” e “Una guida coerente permette agli uomini di sviluppare la fiducia che il loro ambiente sia onesto e affidabile, e che valga la pena combattere per esso.”
In altri termini, penso che la direzione cinese abbia valutato che il vantaggio strategico di lungo periodo di preservare e anzi rafforzare la coesione sociale e culturale della propria popolazione superasse il costo di breve-medio periodo del danno economico, e della rinuncia a profittare nell’immediato delle difficoltà degli avversari. Perché “le vie che portano a conoscere il successo” sono tre:
1) sapere quando si può o non si può combattere;
2) sapersi avvalere sia di forze numerose che di forze esigue;
3) saper infondere uguali propositi nei superiori e negli inferiori.”
Nel caso dell’Italia, la scelta – per quanto incerta e mal eseguita – del modello 2 credo dipenda dalle seguenti ragioni.
1) Sul piano culturale, dall’influsso della civiltà italiana ed europea premoderna, infusa com’è di sensibilità precristiana, contadina e mediterranea per la famiglia e la creaturalità, poi parzialmente assorbita dal cattolicesimo controriformato e dal barocco. Un influsso di lunghissima durata che continua ad operare nonostante la protestantizzazione della Chiesa cattolica odierna, e nonostante l’egemonia culturale, almeno di superficie, di liberalismo ideologico e liberismo economico;
2) sempre sul piano culturale, dal pacifismo instaurato dopo la sconfitta nella II GM e perpetuato prima dalle sinistre comuniste e dal mondo cattolico, poi dalle dirigenze liberal-progressiste UE; un pacifismo che genera espressioni buffe come “soldati di pace”, e la negazione metodica della dimensione tragica della storia;
3) sul piano politico, sia dal grave disordine istituzionale, ove i livelli decisionali si sovrappongono e ostacolano reciprocamente, come s’è palesato nel conflitto tra Stato e Regioni all’apertura della crisi epidemiologica; sia dalle preoccupazioni elettorali di tutti i partiti; sia dalla fragile legittimazione dello Stato, antico problema italiano;
4) sul piano politico-operativo, dalla sbalorditiva incapacità delle classi dirigenti, nelle quali decenni di selezione alla rovescia e abitudine a scaricare responsabilità, scelte e relative motivazioni sulle spalle dell’Unione Europea hanno indotto una forma mentis che induce sempre a imboccare la linea di minor resistenza: che in questo caso è proprio la scelta di contenere il contagio, perché per scegliere la via del triage bellico di massa (comunque la si giudichi, e io la giudico molto negativamente) ci vuole una notevolissima capacità di decisione politica.
In altre parole, la scelta italiana del modello 2 ha ragioni superficiali e consapevoli nei nostri difetti politici e istituzionali, e ragioni profonde e semiconsapevoli nei pregi della civiltà e della cultura a cui, quasi senza più saperlo, l’Italia continua ad ispirarsi, specie nei momenti difficili: siamo stati senz’altro umani e civili, e forse anche strategicamente lungimiranti, senza sapere bene perché. Però lo siamo stati, e di questo dobbiamo ringraziare i nostri antenati defunti, i Lari[2] il cui culto, sotto diversi nomi, si perde nei secoli e millenni; e che senza saperlo, oggi onoriamo e veneriamo facendo tutto il possibile per curare i nostri padri, madri, nonni, anche se non servono più a niente.
Farebbe sorridere Sun Tzu e forse anche Hegel constatare che i due modelli impongono metodi operativi di implementazione esattamente opposti rispetto allo stile strategico.
L’implementazione del modello 1 (non conteniamo il contagio, sacrifichiamo consapevolmente una quota di popolazione) non richiede alcuna misura di restrizione della libertà: la vita quotidiana prosegue esattamente come prima, tranne che molti si ammalano e una percentuale non esattamente prevedibile ma non trascurabile di essi, non potendo ottenere le cure necessarie per ragioni di capienza del servizio sanitario, muore.
L’implementazione del modello 2 (conteniamo il contagio per salvare tutti i salvabili) richiede invece l’applicazione di misure severissime di restrizione delle libertà personali, e anzi esigerebbe, per essere coerentemente effettuato, il dispiegamento di una vera e propria dittatura, per quanto morbida e temporanea, in modo da garantire l’unità del comando e la protezione della comunità dallo scatenamento delle passioni irrazionali, cioè da se stessa. Operativamente, la direzione esecutiva del modello 2 dovrebbe essere affidata proprio alle forze armate, che possiedono sia le competenze tecniche, sia la struttura rigidamente gerarchica adatte.
Concludo dicendo che sono contento che l’Italia abbia scelto di salvare tutti i salvabili. Lo sta facendo goffamente, e non sa bene perché lo fa: ma lo fa.
Stavolta è facile dire: right or wrong, my country.
Note:
[1] Liang Qiao e Xiangsui Wang, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, LEG Edizioni 2011
[2] v. https://www.romanoimpero.com/2018/07/culto-dei-lari.html
Fonte
Propongo una ipotesi in merito ai diversi stili strategici di gestione dell’epidemia adottati in Europa e altrove. Sottolineo che si tratta di una pura ipotesi, perché per sostanziarla ci vogliono competenze e informazioni statistiche, epidemiologiche, economiche che non possiedo e non si improvvisano. Sono benvenute le critiche e le obiezioni anche radicali.
L’ipotesi è la seguente: lo stile strategico di gestione dell’epidemia rispecchia fedelmente l’etica e il modo di intendere interesse nazionale e priorità politiche degli Stati e, in misura minore, anche delle nazioni e dei popoli. La scelta dello stile strategico di gestione è squisitamente politica.
Gli stili strategici di gestione sono essenzialmente due:
1) non si contrasta il contagio, si punta tutto sulla cura dei malati (modello tedesco, britannico, parzialmente francese);
2) si contrasta il contagio contenendolo il più possibile con provvedimenti emergenziali di isolamento della popolazione (modello cinese, italiano, sudcoreano).
Chi sceglie il modello 1 fa un calcolo costi/benefici, e sceglie consapevolmente di sacrificare una quota della propria popolazione. Questa quota è più o meno ampia a seconda delle capacità di risposta del servizio sanitario nazionale, in particolare del numero di posti disponibili in terapia intensiva.
A quanto riesco a capire, infatti, il Coronavirus presenta le seguenti caratteristiche: alta contagiosità, percentuale limitata di esiti fatali (diretti o per complicanze), ma percentuale relativamente alta (intorno al 10%, mi pare) di malati che abbisognano di cure nei reparti di terapia intensiva. Se così stanno le cose, in caso di contagio massiccio della popolazione – in Germania, ad esempio, Angela Merkel prevede un 60-70% di contagiati – nessun servizio sanitario nazionale sarà in grado di prestare le cure necessarie a tutta la percentuale di malati da ricoverarsi in T.I., una quota dei quali viene così condannata a morte in anticipo. La quota di pre-condannati a morte sarà più o meno ampia a seconda delle capacità del sistema sanitario, della composizione demografica della popolazione (rischiano di più i vecchi), e di altri fattori imprevedibili quali eventuali mutazioni del virus.
La ratio di questa decisione sembra la seguente:
1) l’adozione del modello 2 (contenimento dell’infezione) ha costi economici devastanti;
2) la quota di popolazione che viene pre-condannata a morte è in larga misura composta di persone anziane e/o già malate, e pertanto la sua scomparsa non soltanto non compromette la funzionalità del sistema economico ma semmai la favorisce, alleviando i costi del sistema pensionistico e dell’assistenza sanitaria e sociale nel medio periodo, per di più innescando un processo economicamente espansivo grazie alle eredità che, come già avvenuto nelle grandi epidemie del passato, accresceranno liquidità e patrimonio di giovani con più alta propensione al consumo e all’investimento rispetto ai loro maggiori;
3) soprattutto, la scelta del modello 1 accresce la potenza economico-politica relativa dei paesi che lo adottano rispetto ai loro concorrenti che adottano il modello 2, e devono scontare il danno economico devastante che comporta. Approfittando delle difficoltà dei loro concorrenti 2, le imprese dei paesi 1 potranno rapidamente sostituirsi ad essi, conquistando significative quote di mercato e imponendo loro, nel medio periodo, la propria egemonia economica e politica.
Naturalmente, per l’adozione del modello 1 sono indispensabili due requisiti: un centro direzionale politico statale coerentemente e tradizionalmente orientato su una accezione particolarmente radicale e spietata dell’interesse nazionale (tipici i casi britannico e tedesco); una forte disciplina sociale (ecco perché l’adozione del modello 1 da parte della Francia sarà problematica, e probabilmente si assisterà a una riconversione della scelta strategica verso il modello 2).
L’adozione del modello 1, insomma, corrisponde a uno stile strategico squisitamente bellico. La scelta di sacrificare consapevolmente una parte della popolazione economicamente e politicamente poco utile a vantaggio della potenza che può sviluppare il sistema economico-politico, in soldoni la scelta di liberarsi dalla zavorra per combattere più efficacemente, è infatti una tipica scelta necessitata in tempo di guerra, quando è normale perché indispensabile, ad esempio, privilegiare cure mediche e rifornimenti alimentari dei combattenti su cura e vitto di tutti gli altri, donne, vecchi e bambini compresi, nei soli limiti imposti dalla tenuta del morale della popolazione, che è altrettanto indispensabile sostenere.
Gli Stati che adottano il modello 1, dunque, non agiscono come se i loro concorrenti fossero avversari, ma come se fossero nemici, e come se la competizione economica fosse una vera e propria guerra, che si differenzia dalla guerra guerreggiata per il solo fatto che non scendono in campo gli eserciti. La condotta di questo tipo di guerra, proprio perché è una guerra coperta, sarà particolarmente dura e spietata, perché non vi ha luogo alcuno né il diritto bellico, né l’onore militare che ad esempio vieta il maltrattamento o peggio l’uccisione di prigionieri e civili, l’impiego di armi di distruzione di massa, etc. Per concludere, la scelta del modello 1 privilegia, nella valutazione strategica, la finestra di opportunità immediata (conquistare con un’azione rapida e violenta un vantaggio strategico sul nemico) sulla finestra di opportunità strategica di medio-lungo periodo (rinsaldare la coesione nazionale, diminuire la dipendenza e vulnerabilità della propria economia dalle altrui accrescendo investimenti statali e domanda interna).
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Alla luce di quanto delineato a proposito degli Stati che adottano il modello 1, è più facile descrivere lo stile etico-politico degli Stati che adottano il modello 2.
Nel caso della Cina, è indubbio che il centro direttivo politico cinese sappia molto bene che la competizione economica è componente decisiva della “guerra ibrida”.
Furono anzi proprio due colonnelli dello Stato Maggiore cinese, Liang Qiao e Xiangsui Wang, che negli anni '80 elaborarono il testo seminale sulla “guerra asimmetrica”[1]. Credo che il centro direzionale politico cinese abbia scelto, pare con successo, di adottare il modello 2 per tre ragioni di fondo:
a) il carattere spiccatamente comunitario della tradizione culturale cinese, nella quale il concetto liberale di individuo e il concetto cristiano di persona hanno rilievo scarso o nullo;
b) il profondo rispetto per i vecchi e gli antenati, cardine del confucianesimo;
c) una valutazione strategica di lungo periodo, riassumibile in queste due massime di Sun Tzu, il pensatore che più ispira lo stile strategico cinese: “La vittoria si ottiene quando i superiori e gli inferiori sono animati dallo stesso spirito” e “Una guida coerente permette agli uomini di sviluppare la fiducia che il loro ambiente sia onesto e affidabile, e che valga la pena combattere per esso.”
In altri termini, penso che la direzione cinese abbia valutato che il vantaggio strategico di lungo periodo di preservare e anzi rafforzare la coesione sociale e culturale della propria popolazione superasse il costo di breve-medio periodo del danno economico, e della rinuncia a profittare nell’immediato delle difficoltà degli avversari. Perché “le vie che portano a conoscere il successo” sono tre:
1) sapere quando si può o non si può combattere;
2) sapersi avvalere sia di forze numerose che di forze esigue;
3) saper infondere uguali propositi nei superiori e negli inferiori.”
Nel caso dell’Italia, la scelta – per quanto incerta e mal eseguita – del modello 2 credo dipenda dalle seguenti ragioni.
1) Sul piano culturale, dall’influsso della civiltà italiana ed europea premoderna, infusa com’è di sensibilità precristiana, contadina e mediterranea per la famiglia e la creaturalità, poi parzialmente assorbita dal cattolicesimo controriformato e dal barocco. Un influsso di lunghissima durata che continua ad operare nonostante la protestantizzazione della Chiesa cattolica odierna, e nonostante l’egemonia culturale, almeno di superficie, di liberalismo ideologico e liberismo economico;
2) sempre sul piano culturale, dal pacifismo instaurato dopo la sconfitta nella II GM e perpetuato prima dalle sinistre comuniste e dal mondo cattolico, poi dalle dirigenze liberal-progressiste UE; un pacifismo che genera espressioni buffe come “soldati di pace”, e la negazione metodica della dimensione tragica della storia;
3) sul piano politico, sia dal grave disordine istituzionale, ove i livelli decisionali si sovrappongono e ostacolano reciprocamente, come s’è palesato nel conflitto tra Stato e Regioni all’apertura della crisi epidemiologica; sia dalle preoccupazioni elettorali di tutti i partiti; sia dalla fragile legittimazione dello Stato, antico problema italiano;
4) sul piano politico-operativo, dalla sbalorditiva incapacità delle classi dirigenti, nelle quali decenni di selezione alla rovescia e abitudine a scaricare responsabilità, scelte e relative motivazioni sulle spalle dell’Unione Europea hanno indotto una forma mentis che induce sempre a imboccare la linea di minor resistenza: che in questo caso è proprio la scelta di contenere il contagio, perché per scegliere la via del triage bellico di massa (comunque la si giudichi, e io la giudico molto negativamente) ci vuole una notevolissima capacità di decisione politica.
In altre parole, la scelta italiana del modello 2 ha ragioni superficiali e consapevoli nei nostri difetti politici e istituzionali, e ragioni profonde e semiconsapevoli nei pregi della civiltà e della cultura a cui, quasi senza più saperlo, l’Italia continua ad ispirarsi, specie nei momenti difficili: siamo stati senz’altro umani e civili, e forse anche strategicamente lungimiranti, senza sapere bene perché. Però lo siamo stati, e di questo dobbiamo ringraziare i nostri antenati defunti, i Lari[2] il cui culto, sotto diversi nomi, si perde nei secoli e millenni; e che senza saperlo, oggi onoriamo e veneriamo facendo tutto il possibile per curare i nostri padri, madri, nonni, anche se non servono più a niente.
Farebbe sorridere Sun Tzu e forse anche Hegel constatare che i due modelli impongono metodi operativi di implementazione esattamente opposti rispetto allo stile strategico.
L’implementazione del modello 1 (non conteniamo il contagio, sacrifichiamo consapevolmente una quota di popolazione) non richiede alcuna misura di restrizione della libertà: la vita quotidiana prosegue esattamente come prima, tranne che molti si ammalano e una percentuale non esattamente prevedibile ma non trascurabile di essi, non potendo ottenere le cure necessarie per ragioni di capienza del servizio sanitario, muore.
L’implementazione del modello 2 (conteniamo il contagio per salvare tutti i salvabili) richiede invece l’applicazione di misure severissime di restrizione delle libertà personali, e anzi esigerebbe, per essere coerentemente effettuato, il dispiegamento di una vera e propria dittatura, per quanto morbida e temporanea, in modo da garantire l’unità del comando e la protezione della comunità dallo scatenamento delle passioni irrazionali, cioè da se stessa. Operativamente, la direzione esecutiva del modello 2 dovrebbe essere affidata proprio alle forze armate, che possiedono sia le competenze tecniche, sia la struttura rigidamente gerarchica adatte.
Concludo dicendo che sono contento che l’Italia abbia scelto di salvare tutti i salvabili. Lo sta facendo goffamente, e non sa bene perché lo fa: ma lo fa.
Stavolta è facile dire: right or wrong, my country.
Note:
[1] Liang Qiao e Xiangsui Wang, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, LEG Edizioni 2011
[2] v. https://www.romanoimpero.com/2018/07/culto-dei-lari.html
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