Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Incertezza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Incertezza. Mostra tutti i post

12/06/2026

La guerra è finita, almeno per oggi

Buona la quarantesima. Forse. L’ennesimo annuncio trumpiano sul raggiungimento di un “fantastico accordo” con l’Iran sembra avere qualche concretezza in più degli innumerevoli precedenti. Ma i margini di incertezza sono ancora molti e quasi tutti provocati dell’identico, ondivago, “metodo Trump”, che alterna minacce di guerra totale e pace già fatta (ad uso dei mercati e del “fronte interno”) mentre nelle trattative cambia di continuo le carte in tavola.

L’accusa degli iraniani – confermata in qualche misura dai mediatori – è che si pretendono spesso “correzioni” sui punti già concordati per poi rimetterle in discussione con altre “correzioni”.

Da Washington il tycoon spara il milionesimo post trionfale su Truth: “Dal momento che le discussioni con la Repubblica Islamica dell’Iran sono state portate al più alto livello della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America, ho cancellato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera”, ha scritto.

I punti finali dell’accordo sono stati, “sia nel concetto che nei dettagli, approvati da tutte le parti coinvolte”, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania ed Egitto. “Il blocco navale rimarrà pienamente in vigore fino alla finalizzazione di questa intesa. Il luogo e l’ora della firma saranno annunciati a breve”. Probabilmente in Europa, forse domenica, con la presenza di J.D. Vance ma non di Trump.

Qualche verità e tantissima propaganda. Israele, tanto per cominciare, nega di essere coinvolta nella trattativa. Il che significa che si sente svincolata da qualsiasi impegno preso in quella sede. Tradotto: continuerà ad attaccare il Libano e tentare di conquistare più territorio possibile con la scusa di un “cuscinetto di sicurezza” che probabilmente – nella testa di Netanyahu & co. – potrebbe arrivare fino ad Oslo e oltre...

Ma proprio questo punto – il ritiro di Tel Aviv dal Libano – nell’agenda di Tehran figura al primo posto, come “premessa” ad ogni possibile accordo.

Soprattutto l’Iran conferma – sì – che la trattativa ha fatto passi in avanti, ma che “il meccanismo decisionale in Iran è chiaro e che le autorità competenti del paese devono giungere a una conclusione definitiva in merito a tutti i dettagli e gli aspetti dell’accordo”. In pratica, si sta attendendo che la Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, dia il suo ok.

L’elemento che conforta le speranze di pace sta tutto nel fatto che il testo in via di approvazione è quello proposto dall’Iran, anche se “il problema risiede nelle dichiarazioni e nelle posizioni contraddittorie degli Stati Uniti”.

Arriviamo infatti al termine di una settimana in cui il lavoro dei diplomatici è stato accompagnato da due giorni di bombardamenti Usa – cui Teheran ha risposto colpendo tra l’altro il comando della Quinta Flotta, di stanza in Bahrein – e da minacce ripetute di riprendere la guerra su vasta scala, a partire dalla “conquista dell’isola di Kharg”, per “prendere il controllo del petrolio iraniano”.

Gli analisti militari ed economici hanno presto smontato questa ipotesi. Non perché sia impossibile, ma perché inutile. Anzi, dannosa.

In primo luogo Kharg è un terminale di oleodotti provenienti da diversi giacimenti, non un luogo di produzione. Quindi sarebbe sostituibile, con qualche sforzo, da altri terminali minori o costruibili in un certo lasso di tempo.

Soprattutto l’operazione richiederebbe la presenza di truppe di terra per mantenere il controllo del territorio, mettendo a rischio altre “vite americane” in una guerra profondamente impopolare. Conquistarla sarebbe fattibile in tempi anche rapidi, ma “rimanervi per un periodo prolungato renderebbe vulnerabili le truppe”, ha affermato un anonimo funzionario dell’amministrazione.

Secondo gli analisti economici, distruggere l’impianto di esportazione non avrebbe alcuno scopo tattico che il blocco statunitense delle petroliere iraniane non stia già perseguendo. Ridurre Kharg in macerie probabilmente causerebbe soltanto un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio.

“Li stiamo già bloccando”, ha affermato Jason Bennett, responsabile dei progetti globali dello studio legale Baker Botts. “Non vedo cosa otterremmo facendo saltare in aria l’impianto, se non convincere i mercati internazionali che non arriverà petrolio iraniano per cinque anni. Questo sarebbe un problema a lungo termine”.

Fuori dalle chiacchiere, dunque, resta il merito su cui è andata avanti la trattativa. Secondo il sito Axios – sempre tramite i pezzi scritti da Barak Ravid, ex ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’esercito israeliano – i punti ancora incerti sarebbe tre:

1) “Il meccanismo per il rilascio dei beni iraniani congelati – la questione più importante per gli iraniani.

2) Le modalità per la riapertura dello Stretto di Hormuz durante il periodo di cessate il fuoco di 60 giorni.

3) Come condurre i negoziati sul programma nucleare iraniano durante il periodo di cessate il fuoco di 60 giorni.”
Come si vede, si tratta di un “accordo quadro”, mentre nel merito si rinvia a colloqui ulteriori della durata minima di due mesi. Un arco di tempo in cui, con un’amministrazione così squinternata, può accadere di tutto.

Al momento, dunque, possiamo soltanto dire che Trump sembra aver trovato – o si sia accontentato – di una “vittoria” ben misera: due giorni di bombardamenti, fatti stando bene attenti a non provocare troppi danni, da gettare sui titoli di giornale per poter rivendicare di “aver obbligato Teheran a firmare senza perdere altro tempo”.

Un po’ pochino per chi era partito puntando ad un “cambio di regime”, il “sequestro dell’uranio arricchito” e il “controllo del petrolio iraniano”.

Contento lui, comunque...

Fonte

02/03/2026

Dove finisce l’Iran?

di Silvano Cacciari

“Non utilizzare le truppe se il risultato è incerto”
(Sun-Tsu, L’arte della guerra)

L’arte della guerra non smette mai di dimostrare la sua forza teorica che, nel nostro mondo, si moltiplica se guardiamo alla guerra ibrida e alla weaponizzazione delle filiere energetiche, tecnologiche, produttive che si sono diffuse sul scala planetaria. Questo per diversi motivi: prima di tutto perché l‘incertezza non è più solo tattica, ma sistemica. Sun Tzu parlava di conoscere il nemico e se stessi. Oggi, in una guerra ibrida, su diversi piani il “nemico” non è un solo un esercito, ma una rete di attori (stati, corporation, fondi speculativi, aziende tech) anche non coordinabili tra loro. Poi, il risultato è incerto perché il campo di battaglia è ovunque. Non si combatte solo su un fronte geografico, ma su fronti energetici, finanziari, digitali e cognitivi. Un attacco militare “tradizionale” come quello all’Iran, che ha portato alla morte della guida suprema Khamenei, è solo una mossa in un gioco molto più grande. Le sue conseguenze si propagheranno in modi che nessun modello lineare può prevedere: un’impennata del prezzo del petrolio che blocca la ripresa economica globale, un attacco informatico di ritorsione che paralizza la rete elettrica di una città americana, una crisi alimentare in Africa causata dalla mancanza di fertilizzanti russi.

L’avvertimento di Sun Tzu oggi è un monito sulla complessità. La sua frase ci dice: “non avventurarti in un conflitto se non puoi prevederne le conseguenze”. Nel mondo connesso della guerra ibrida, prevedere le conseguenze è diventato quasi impossibile anzi, l’imprevedibilità è ormai acquisita nell’azione militare visto che ogni azione bellica genera reazioni a catena non lineari su mille piani non militari. In questo senso, la massima di Sun Tzu non è solo attuale, ma è forse la più importante lezione strategica del nostro tempo: chi attacca lo fa sempre in condizioni di alta complessità e quindi di forte incertezza. Seguendo Sun Tzu non si dovrebbe muovere guerra ma si finisce inevitabilmente per farlo con il risultato di far precipitare la politica nella dimensione disordinata e caotica della guerra ibrida e di generare nuovi, interminabili conflitti.

Per domare il caos prevedibile, e persino simulato prima dell’attacco, l’alleanza Usa-Israele si è data qui come obiettivo primario la decapitazione della leadership iraniana, con l’uccisione di Ali Khamenei e di altri alti esponenti del potere iraniano. Dal punto di vista dell’antropologia politica, questa scelta mira a recidere i nodi centrali di una vasta rete di potere che si regge su relazioni personali, lealtà clientelari e meccanismi di controllo territoriale. Colpire il vertice significa tentare di disarticolare la catena di comando prima che possa attivare procedure di successione ordinate, generando un vuoto decisionale in grado di paralizzare l’apparato militare e di intelligence iraniano nel momento cruciale della risposta. È già accaduto, in Libia ed in Iraq, con risultati disastrosi per gli stessi attaccanti, ma, si sa, ogni volta si sostiene che “è differente”.

Tra le ragioni dell’attacco, quelle che impongono di muovere comunque guerra, escluse quelle contingenti, va evidenziata la situazione economico-finanziaria degli Stati Uniti. Il debito federale ha superato i trentotto mila miliardi di dollari e la domanda di Treasury Bond mostra segni di cedimento, in particolare da parte delle petro-monarchie del Golfo che nel corso del 2025 hanno ridotto le proprie riserve in dollari per acquistare oro. Questa tendenza alla diversificazione degli investimenti, da parte delle monarchie del Golfo, rappresenta una minaccia concreta per la tenuta del sistema di finanziamento del debito pubblico americano. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il venti per cento del petrolio mondiale, diventa in questo quadro una leva strategica: la sua destabilizzazione controllata, da Usa e Israele, può costringere i paesi del Golfo a riallinearsi con Washington in cambio di garanzie sulla sicurezza delle proprie esportazioni, mentre l’aumento del prezzo del greggio e le nuove commesse per l’industria bellica favoriscono i grandi fondi di investimento che detengono quote rilevanti sia del settore energetico che di quello della difesa.

Qui, inevitabilmente la complessità e l’incertezza fanno valere il loro peso ontologico: la finestra temporale entro cui gli Stati Uniti devono conseguire i propri obiettivi (militari, politici, economico-finanziari) è estremamente ridotta, secondo diversi analisti compresa tra le tre e le otto settimane. Questo lasso di tempo è determinato da vincoli strutturali: oltre tale soglia, l’aumento prolungato del prezzo del petrolio innescherebbe effetti recessivi globali che renderebbero più oneroso il servizio del debito pubblico e accelererebbero la fuga dai Treasury Bond, producendo esattamente gli effetti che l’operazione intende scongiurare. Inoltre, le scorte di munizionamento e missili intercettori a disposizione del Pentagono non consentono di sostenere operazioni ad alta intensità oltre le quattro-sei settimane, come emerso dai report interni sulla logistica dei conflitti prolungati. Vance, che alla stampa ha promesso un intervento comunque breve, ha in mente proprio questo genere di scadenze.

L’intelligenza artificiale ha giocato un ruolo decisivo nella pianificazione e nell’esecuzione di questo genere di attacco ad alto rischio e complessità anzi, senza la sua recente evoluzione, questo genere di guerra, con questa tempistica per ottenere risultati, sarebbe stato impensabile. I sistemi di targeting assistito come Habsora e Project Maven hanno processato in tempo reale flussi di dati provenienti da satelliti, droni e intercettazioni, generando elenchi di obiettivi validati in tempi cento volte inferiori rispetto ai metodi di non molti anni fa. Le piattaforme di comando e controllo come JADC2 hanno integrato queste informazioni in un’unica immagine operativa, consentendo di coordinare attacchi simultanei su siti distanti centinaia di chilometri. L’IA non ha solo accelerato i tempi di reazione, ma ha reso pensabile un’operazione di questa complessità, dove la selezione millimetrica dei bersagli e la sincronizzazione delle unità coinvolte sarebbero state altrimenti ingestibili con i mezzi anche di pochi anni fa. Insomma, la rivoluzione industriale IA è andata alla guerra e, con i risultati raggiunti, promette di radicarsi anche nella pace, qualunque cosa questa parola significhi.

La teoria dei sistemi adattivi complessi, che affronta questi fenomeni, suggerisce tuttavia che scenari di questo tipo generano inevitabilmente conseguenze non lineari in grado di vanificare i piani più accurati. L’eliminazione fisica della leadership se non produce automaticamente il collasso del sistema avversario, può innescare comportamenti emergenti da parte di attori periferici che fino a quel momento agivano sotto il coordinamento centrale. Le milizie irachene, Hezbollah e gli Houthi yemeniti dispongono di gradi di autonomia operativa che in assenza di direttive chiare da Teheran potrebbero tradursi in iniziative unilaterali, aprendo fronti di conflitto non previsti e difficilmente controllabili. Lo Stretto di Hormuz rappresenta il punto di rottura più critico: anche un blocco parziale e temporaneo farebbe schizzare i prezzi del petrolio oltre i centoventi dollari al barile, innescando una reazione a catena sui mercati finanziari che nessuna banca centrale potrebbe arginare. I sistemi di trading algoritmico, programmati per reagire in millisecondi a ogni notizia, amplificherebbero la volatilità in modo autonomo e imprevedibile, trasformando uno shock localizzato in una crisi sistemica.

La complessità del sistema reale, con le sue retroazioni e i suoi adattamenti continui, rende ogni tentativo di controllo lineare intrinsecamente fragile, esponendo la strategia americana a margini di incertezza che nessuna piattaforma IA è in grado di eliminare del tutto né sul piano dei conflitti sul campo né su quello delle guerre finanziarie.

Si ritorna all’avvertimento di Sun Tzu: non muovere guerra in condizioni di incertezza. Nonostante l’abito tecnologico – fatto di potenza, precisione e capillarità – l’attacco americano si muove in estreme condizioni di incertezza. Al momento ci sono molti possibili Iran dopo l’uccisione di Khamenei, quale prevarrà? Dove comincia e dove finisce l’Iran che conosciamo? L’attacco americano domerà l’Iran, e tutti i piani di guerra ibrida che contiene, o genererà altri conflitti, imprevedibili e irrisolvibili?

Qui bisogna ricordare che L’arte della guerra è un’ prodotto maturo di un'epoca cruciale della storia cinese, il periodo delle primavere e degli autunni, caratterizzato dal declino del potere centrale Zhou e dall’ascesa di stati vassalli in lotta. L’attacco Usa-Israele è un movimento tipico di ristabilimento di un potere centrale, comunque di importanza strategica. Vedremo se Washington e Tel Aviv hanno trovato un modo politicamente efficace di combattere oppure se prevarrà l’aforisma di Sun Tzu e la complessità non sarà domata.

Va ricordato che in Iraq una strategia simile, decapitazione del potere nemico ed emersione di un regime change, è semplicemente esplosa in mano agli americani. I quali studiando molto quello che è accaduto – l’uso della IA in guerra oggi è reso possibile proprio studiando l’impatto di quella guerra – ne ripropongono una nuova versione. Nel frattempo, dalla Cina moderna si osserva con interesse diretto, vista la dimensione dalla fornitura iraniana di petrolio a Pechino, proprio quello che sta accadendo.

Fonte

27/09/2025

L'ex Ilva Acciaierie d'Italia va verso gli USA

Baku Steel, company azera che aveva vinto la gara prima che si decidesse per un bando bis, ha già detto di non essere più interessata. E secondo gli ultimi rumors anche gli indiani di Jindal Steel International sarebbero pronti a tirarsi indietro dalla partita per l'acquisizione degli asset di Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria, compreso lo stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto.

E quindi? Le indiscrezioni delle ultime ore danno sul tavolo soltanto due offerte provenienti da fondi di investimento americani: Bedrock Industries e Flacks Group. Le due proposte statunitensi, in competizione tra loro, hanno quindi origine finanziaria, non industriale, e dovrebbero quindi – ma siamo nel campo delle ipotesi e del condizionale – appoggiarsi a partner operativi, magari acciaieri italiani. I quali però potrebbero puntare a singoli "pezzi" del gruppo AdI, come lo stabilimento di Genova Cornigliano, ma non alla fabbrica tarantina le cui difficoltà sono note.

Una matassa complicata, se non di più, quella che dovrà sciogliere il Mimit, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, guidato da Adolfo Urso e che ha gestito il bando internazionale. Da qui alla fine della giornata i dati da cui ripartire saranno definiti; ma l'esito del caso Ilva rimane ancora incertissimo.

Fonte

25/03/2025

[Contributo al dibattito] - L’assalto di Trump: a cosa dobbiamo prepararci

di Jeremy Brecher

Donald Trump e il suo entourage sono così confusi, conflittuali e lontani dalla realtà che è difficile prevedere cosa tenteranno effettivamente di fare e quanto saranno in grado di portare avanti i loro progetti. Sappiamo che i loro progetti includono l’eliminazione di tutti i limiti al loro potere, la colpevolizzazione delle categorie sociali che disapprova, la ridistribuzione della ricchezza e del reddito verso l’alto e una guerra a livello mondiale per imporre il dominio degli Stati Uniti e la distruzione dell’ambiente. I loro sforzi per realizzare questi obiettivi si tradurranno in una distruzione enorme. È anche probabile che questi sforzi provochino una sostanziale reazione che potrebbe sconfiggere il progetto MAGA o semplicemente svanire di fronte alla repressione e alla disperazione.

È impossibile sapere se il regime di Trump si autodistruggerà rapidamente, se riuscirà a imporre un regno del terrore che dominerà gli Stati Uniti per gli anni o i decenni a venire o se si troverà in una situazione di stallo indefinito con le forze anti-MAGA. Nel migliore dei casi, ci troveremo di fronte a una versione esagerata della prima amministrazione Trump combinata con l’articolato programma di destra rappresentato da Project 2025. Nel peggiore dei casi, ci troveremo di fronte a un violento assalto fascista su larga scala a ogni aspetto della vita statunitense. Dobbiamo essere preparati per entrambe le eventualità o per una via di mezzo, per sapere come sopravvivere e superarle.

Incognite conosciute e sconosciute

La seconda presidenza di Trump è iniziata in un ordine mondiale caratterizzato da uno stato di policrisi. L’egemonia unipolare degli Stati Uniti è stata sostituita dal moltiplicarsi delle guerre a livello mondiale, dall’aumento dei conflitti tra le Grandi Potenze e dal declino della cooperazione internazionale all’interno e all’esterno delle Nazioni Unite. La policrisi è stata anche caratterizzata dalla frammentazione dell’economia mondiale e dalla lotta delle Grandi Potenze per dominare le reti economiche globali. La protezione internazionale del clima è diventata una evidente finzione e le principali forze politiche, tra cui lo stesso Trump, negano la realtà del cambiamento climatico.

La transizione verso una evidente plutocrazia, associata all’ascesa di movimenti, partiti e leader nazionali che assomigliano ai classici fascisti di un secolo fa, ha indebolito fino a distruggerle le istituzioni residue del governo democratico, seguendo il modello che caratterizza il crescente disordine mondiale. Lo sviluppo futuro e gli effetti di Trump e del MAGA devono essere considerati alla luce della policrisi. [1]

Negli ultimi dodici anni si è assistito in molte nazioni all’ascesa di movimenti che assomigliano al fascismo del 1920-1945. Sono movimenti che perseguono la distruzione delle istituzioni democratiche, il disprezzo per le costituzioni e le leggi, l’uso della violenza a fini politici, la trasformazione delle minoranze in capri espiatori delle minoranze razziali, etniche, di genere, politiche e di altro tipo, l’ostilità verso la cooperazione transnazionale e il “globalismo”, la dittatura autoritaria e tutta una serie di caratteristiche correlate. Per includere le numerose manifestazioni di questo fenomeno, piuttosto che solo quelle che si proclamano fasciste, le si potrebbe definire come novità “para-fasciste”. Donald Trump è un esempio di questo nuovo para-fascismo. La sua ascesa al potere ha coinciso con quella dei para-fascisti di tutto il mondo. Li ammira e li imita, e il suo comportamento in carica potrebbe assomigliare per molti versi al loro.

Nonostante le sue affermazioni di voler risolvere i problemi che la gente sta affrontando, Trump al potere non farà altro che aggravarli. L’annullamento delle garanzie fornite dalla governance democratica amplificherà l’irrazionalità delle politiche e aggraverà il senso di impotenza e alienazione della popolazione. Gli stravaganti aumenti della spesa militare, progettati per realizzare la fantasia di un rinnovato dominio globale degli Stati Uniti, porteranno invece a rovinose corse agli armamenti nucleari e convenzionali. Lo stile provocatorio di Trump, la sua deliberata imprevedibilità, la prepotenza e la follia sfrenata che manifesta porteranno a un’intensificazione dei conflitti, a imprevedibili cambiamenti nelle alleanze, a un deliberato aumento del caos e delle guerre. Le sue politiche energetiche porteranno rapidamente alla catastrofe climatica. L’inasprimento di questa policrisi produrrà un ciclo di feedback auto-amplificante che aumenterà la paura e la rabbia, che sono le più importanti cause – e le fondamentali risorse – del trumpismo.

Il comportamento di Trump è costantemente incoerente. È impulsivo, dirompente, spudorato, perfido e indifferente alle conseguenze prevedibilmente disastrose. Le azioni di Trump, lungi dal raggiungere i loro presunti obiettivi, non faranno altro che aggravare il caos della policrisi. Al contrario, la policrisi non farà altro che aggravare l’irrazionalità, l’autocontraddizione e la follia delle azioni di Trump. Trump potrebbe proporre, ma la policrisi disporrà.

A questo punto non possiamo sapere quale sarà l’equilibrio tra i gesti stravaganti e ostentati di Trump e il perseguimento calcolato e costante del programma del Project 2025. L’affermazione comune che il secondo regime di Trump è stato ben pianificato ed è guidato ed eseguito da esperti è stata messa in ridicolo molto prima del giorno dell’insediamento. Come ha scritto Karl Rove (tra gli altri) sul Wall Street Journal, “una verifica inadeguata, l’impazienza, il disprezzo per le professionalità e la sete di vendetta hanno creato per il signor Trump caos e controversie prima ancora che entrasse in carica. Il prezzo che si dovrà pagare sarà la perdita di opportunità per rafforzare il sostegno popolare per il presidente entrante.” [2]

I regimi fascisti sono stati storicamente caratterizzati da basi sociali radicalmente mutevoli piuttosto che da interessi stabili. Le loro politiche e le loro azioni oscillano opportunisticamente per corteggiare i settori sociali di cui possono acquisire, anche solo momentaneamente, il sostegno. L’intera carriera politica di Trump illustra questa tendenza, recentemente evidenziata dall’ascesa dei “Tech Bros” nella sua amministrazione. Questa imprevedibilità è aggravata dal personale comportamento opportunista di Trump e dalla variabilità delle sue passioni e dei suoi interessi. Nel costituire il suo gabinetto e nello scegliere i funzionari più importanti, Trump ha deciso di circondarsi di yes-men e yes-women che gli potessero garantire ogni suo capriccio.

Una buona parte dei commenti post-elettorali ha cercato di capire perché l’elettorato ha votato per Trump. Anche qui regna l’incertezza. I fattori specifici spesso elencati includono l’inflazione, l’abbandono della classe operaia da parte dei Democratici, il razzismo, il sessismo, la paura generalizzata dell’immigrazione e di altre minacce percepite, molte delle quali radicate nella policrisi, o semplicemente la credulità nei confronti della Big Lie trumpiana.

Sebbene tutte queste ipotesi abbiano una certa credibilità, potrebbe essere impossibile fornire una spiegazione valida del voto nel suo complesso, per non parlare di ciò che esso comporta per le future elezioni. Ma un argomento cruciale è evidenziato da un sondaggio Reuters/Ipsos di metà dicembre: appena il 40% degli americani ha dichiarato di avere un’opinione favorevole del presidente eletto Trump. Il 55% ha dichiarato di avere un’opinione sfavorevole su di lui [3]. Questo potrebbe indicare una grande vulnerabilità del regime di Trump se i suoi avversari saranno in grado di sfruttare le sue debolezze.

Le condizioni di salute fisica e mentale di Trump, così come sono, probabilmente si deterioreranno ulteriormente nel corso del suo mandato. Esiste un processo costituzionale per la rimozione dei presidenti incapaci dal loro incarico, ma è difficile che un tale scenario venga accettato volontariamente da Trump o imposto contro la sua volontà dalla sua cerchia finché è cosciente. Se fosse sostituito da J.D. Vance, l’imprevedibilità non farebbe che aumentare.

Queste incognite note saranno probabilmente aggravate da una pletora di incognite ancora sconosciute. La valutazione strategica dell’imminente era MAGA deve essere fatta in questo contesto generale di incertezza.

Note

[1] Per un’ulteriore analisi di Trump e della policrisi, si veda Jeremy Brecher, “Trump, Trumpism, and the Polycrisis”, Labor Network for Sustainability, 23 novembre 2024. https://www.labor4sustainability.org/strike/trump-trumpism-and-the-polycrisis/

[2] Karl Rove, “Trump Sends Clowns to Cabinet Confirmation Circus” (Trump manda i clown al circo della conferma del gabinetto), Wall Street Journal, 20 novembre 2024. https://www.wsj.com/opinion/trump-sends-clowns-to-confirmation-circus-mishandled-nominations-gaetz-hegseth-gabbard-not-his-only-mistakes-c43df814?mod=hp_opin_pos_0

[3] Tara Suter, “Less than half of Americans say opinion of Trump is favorable: Poll” (Sondaggio: Meno della metà degli americani dice di avere un’opinione favorevole di Trump), The Hill, 17 dicembre 2024.

Fonte

02/05/2024

Ocse: crescita dell’economia mondiale al di sotto della media. Incertezze per inflazioni e rischi geopolitici

L’Ocse, l’organizzazione dei maggiori paesi a capitalismo avanzato ha presentato il suo rapporto nel quale alterna timide previsioni positive e consistenti allarmi negativi.

Secondo l’Ocse l’economia globale “si è dimostrata resiliente”, l’inflazione è diminuita in linea con gli obiettivi delle banche centrali e i rischi per le prospettive stanno diventando più equilibrati.

“Ci aspettiamo una crescita globale costante per il 2024 e il 2025, anche se si prevede che la crescita rimarrà al di sotto della media di lungo periodo”, ha affermato il segretario generale dell’OCSE Mathias Cormann. “L’azione politica deve garantire la stabilità macroeconomica e migliorare le prospettive di crescita a medio termine. La politica monetaria dovrebbe rimanere prudente, con la possibilità di abbassare i tassi di interesse ufficiali man mano che l’inflazione diminuisce, la politica fiscale deve affrontare le crescenti pressioni sulla sostenibilità del debito e le riforme politiche dovrebbero stimolare l’innovazione, gli investimenti e le opportunità nel mercato del lavoro, in particolare per le donne, i giovani e gli anziani lavoratori.”

Ma per l’outlook dell’Ocse permane però una notevole incertezza. L’inflazione potrebbe rimanere elevata più a lungo, determinando riduzioni dei tassi di interesse più lente del previsto e portando a ulteriori vulnerabilità finanziarie. Le elevate tensioni geopolitiche rimangono un rischio significativo a breve termine per l’attività e l’inflazione, in particolare se il conflitto in evoluzione in Medio Oriente e gli attacchi nel Mar Rosso dovessero ampliarsi o intensificarsi.

Sul lato positivo, la crescita della domanda potrebbe rivelarsi più forte del previsto, soprattutto se le famiglie e le imprese dovessero attingere maggiormente ai risparmi accumulati durante la pandemia di Covid. Insomma mettere mano alle riserve e ai portafogli perchè quello di cui dispongono non basta più.

In questo contesto, l’outlook dell’Ocse presenta una serie di raccomandazioni politiche, evidenziando la necessità di garantire una riduzione duratura dell’inflazione, stabilire un percorso di bilancio che affronti le crescenti pressioni fiscali e intraprendere riforme che migliorino le prospettive di crescita a medio termine.

La politica monetaria deve rimanere prudente, per garantire che le pressioni inflazionistiche siano contenute durevolmente. Esiste la possibilità di abbassare i tassi di interesse ufficiali man mano che l’inflazione diminuisce, ma l’orientamento politico dovrebbe rimanere restrittivo nella maggior parte delle principali economie per qualche tempo a venire.

I governi si trovano ad affrontare crescenti sfide fiscali date gli elevati livelli di debito e le considerevoli pressioni di spesa aggiuntive derivanti dall’invecchiamento della popolazione, nonché dall’adattamento e dalla mitigazione del clima. È probabile che i futuri oneri del debito aumentino in modo significativo se non vengono intraprese azioni, evidenziando la necessità di maggiori sforzi a breve termine per contenere la crescita della spesa, migliorare l’efficienza della spesa pubblica, riallocare la spesa in aree che supportano meglio le opportunità e la crescita e ottimizzare le entrate fiscali.

“Le basi per la crescita futura della produzione e della produttività devono essere rafforzate da ambiziose riforme politiche strutturali per migliorare il capitale umano e trarre vantaggio dai progressi tecnologici”, ha affermato Clare Lombardelli, capo economista dell’OCSE.

Per il rapporto completo e ulteriori informazioni, visitare l’Economic Outlook online.

Fonte

18/03/2022

La maggioranza del paese contraria al coinvolgimento dell’Italia nella guerra

Secondo l’ultimo sondaggio condotto da Ipsos, la maggioranza dell’opinione pubblica in Italia si conferma essere fortemente contraria all’intervento militare italiano nella guerra in Ucraina. È il terzo sondaggio che rileva questa tendenza prevalente nella società.

Il 78% degli intervistati da Ipsos ritiene che dovremmo evitare ad ogni costo l’entrata in guerra dell’Italia, mentre soltanto il 9% sostiene che dovremmo intervenire militarmente a fianco dell’Ucraina e della NATO. Il 13% non si esprime al riguardo.

La conferma di questo orientamento spiega, almeno in parte, l’escalation della propaganda interventista a reti unificate sui mass media italiani. Il governo e il partito trasversale della guerra stanno agendo su tutte le leve per imporre un consenso alle proprie scelte che stenta, finora, a manifestarsi. È un dato importante per il movimento popolare che si oppone alla guerra.

Tanto è vero che, nonostante il martellamento interventista, solo il 35% degli italiani è d’accordo con la posizione del governo per intervenire indirettamente a fianco dell’Ucraina inviando armi, ritenendo questa decisione rispettosa dell’articolo 11 della Costituzione Italiana. Al contrario secondo il 36% che non lo sarebbe affatto. Su tale quesito ben il 29% degli intervistati non si esprime.

Quasi della metà degli intervistati da Ipsos ritiene che il conflitto in Ucraina sia destinato ad allargarsi, sia all’Europa che a livello mondiale. Solo il 26% degli intervistati ritiene che il conflitto resterà limitato tra Russia e Ucraina, mentre per il 25% si estenderà ma nei limiti dell’Europa orientale, per il 24% degenererà in una guerra mondiale e un altro 25% non si esprime al riguardo.

In merito al ricorso ad armi nucleari: il 24% degli italiani lo ritiene abbastanza probabile e per il 7% è molto probabile, ma la maggioranza degli intervistati (32%) lo considera poco probabile con un 13% che ne sostiene la completa improbabilità. Il 24% non si esprime al riguardo.

Tra le principali preoccupazioni inerenti alla guerra Russia-Ucraina, prevalgono le preoccupazioni di natura economica sia a livello personale sia per il Paese. Il 46% degli italiani teme le conseguenze economiche della guerra, sia a livello personale (es. rincari di beni/servizi, rischi per i risparmi) sia a livello nazionale (es. peggioramento dei conti pubblici, rallentamento dell’export e della produzione industriale).

Nonostante la preoccupazione elevata per le conseguenze economiche della guerra in Ucraina, in linea di principio, una maggioranza relativa si sente disposta a sostenere rincari per supportare le sanzioni alla Russia: il 26% è molto d’accordo e il 31% abbastanza d’accordo nel mantenere le sanzioni alla Russia anche a fronte dell’aumento dei prezzi, invece, il 16% è poco d’accordo e il 14% per niente. Il 13% non si esprime al riguardo.

Al contempo, il 35% esprime preoccupazione per la possibile entrata in guerra dell’Italia e l’11% teme le conseguenze umanitarie, sia a livello personale (es. arrivo di numerosi profughi) sia a livello nazionale (es. gestione dell’accoglienza dei profughi in Italia).

Il monitoraggio Ipsos evidenzia come sia una sensazione di incertezza a dominare tra gli italiani. Infatti, è diminuita “la speranza” (scesa al 42%, -12) – che aveva bilanciato lo spaesamento della prima fase del conflitto – mentre cresce l’incertezza (78%, +10), la rabbia (33%, +6) e il disgusto (24%, +8). L’incertezza si estende anche alle sorti della guerra e al possibile ricorso alle armi nucleari.

Fonte

27/02/2021

La strategia dell’incertezza

Qualche tempo fa – pochi anni, in fondo – uno dei mantra abituali sui media e soprattutto nei talk show prendeva di mira “la cultura del posto fisso”.

Quella che era stata un’invenzione del liberismo a partire dalla seconda rivoluzione industriale – l’”era fordista”, diciamo – ossia quel sistema in cui si producevano merci che dovevano essere acquistate da chi le produceva, comprese le automobili, fin lì roba di ultra-lusso, veniva improvvisamente raccontata come un insopportabile “privilegio”, di natura quasi “socialista”.

Ricordate Mario Monti? Era appena il 2012, presidente del consiglio non eletto da pochi mesi (dalla Commissione Europea a Palazzo Chigi, quasi come Draghi), e dal teleschermo scuoteva la testa dicendo «Che monotonia avere un posto fisso per tutta la vita».

Le critiche contro di lui, ” da sinistra”, furano incentrate quasi soltanto sul classismo sfacciato di quella sortita. La stragrande maggioranza dei lavoratori, fin lì, erano stati obbligati a trovarsi un lavoro e tenerselo stretto per tutta la vita. L’alternativa, infatti, era il licenziamento e la fame, tranne per quei pochi che per qualche motivo trovavano qualcos’altro da fare. Chi poteva “saltabeccare” da un incarico all’altro, naturalmente, erano solo i membri della “classe dirigente”, secondo meccanismi di cooptazione privilegiata, altra roba...

All’inizio degli anni ‘80, i 23.000 licenziati della Fiat si erano quasi equamente divisi tra il suicidio e l’avvio di una boita, una piccola officina con al massimo due-tre dipendenti oltre al titolare-lavoratore, magari contoterzista della stessa Fiat. Fuori del “posto fisso” non c’erano alternative, specie se eri ormai di “mezza età” (dai 40 in su, grosso modo). A confortarli, in parte, giungeva l’ideologia del “piccolo è bello”; uno stereotipo della narrazione imprenditrice stracciona, mentre nel mondo galoppava a briglie sciolte il capitale multinazionale e finanziario.

Solo verso la fine del secolo, con il “pacchetto Treu”, vengono legalizzati quasi una quarantina di contratti “atipici” – a termine, part time, a chiamata, co.co.co, ecc. – e cominciava l’era del lavoro precario per tutti. Per tutti, ripetiamo, perché dopo una breve stagione di contrapposizione ad arte tra “garantiti” (con l’art. 18, quasi non licenziabili) e “precari”, si è arrivati alla precarietà per tutti visto che tutti siamo licenziabili in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo.

E siamo quindi piombati nella condizione dell’incertezza esistenziale generale.

Ma anche questa fase non poteva durare all’infinito. Le crisi ricorrenti (la net economy nel 2000, il grande botto del 2007-2008 tra mutui subprime e Lehmann Brothers) e la mondializzazione della produzione scavavano fosse incolmabili sotto il salario occidentale (fermo o in arretramento fin dagli anni ‘80) e persino sotto quei “piccoli produttori” che si scoprivano molto meno “belli”.

Nel frattempo era drasticamente cambiato anche il sistema della rappresentanza sociale e politica. Se nulla era più “fisso” nella struttura sociale, anche i sistemi di convogliamento del consenso basato su interessi materiali riconoscibili (sindacati, associazioni di categoria, ecc.) perdevano presa e peso.

E anche il sistema dei partiti implodeva miseramente. Se tutti “siamo liberali” (anche i Cinque Stelle, ma no?!), quali cavolo di distinzioni ci potranno mai essere agli occhi di elettori sull’orlo della crisi di nervi? Solo quelle inventate, è ovvio. Quelle che “parlano alla pancia” e ottundono cervelli logorati ogni giorno dalla tensione e dall’incertezza esistenziale. Cervelli ripiegati su se stessi e sull’insolubilità dei propri problemi.

Siamo all’oggi, ovviamente. Ma è bene ricordare come ci siamo arrivati.

Ogni fase di sviluppo/crisi del capitalismo occidentale ha prodotto una forma di gestione e “narrazioni” adatte alla bisogna. Ora c’è poco da “narrare”. O meglio: non ne viene fuori una narrazione ottimistica. Una che sia una.

La pandemia ha segato le gambe a qualsiasi ipotesi di “rilancio della crescita” a breve termine. Ha allargato a dismisura le disuguaglianze. Sta distruggendo gran parte dei “piccoli”, che erano la base sociale del sistema politico conservatore. Il salario tende a scendere ancora, i diritti sul lavoro sono occasionali (serve un giudice per dire che i rider sono “cittadini”, i sindacati complici non ci avevano neanche pensato...) o nulli.

Come si gestisce un insieme sociale a metà strada tra passività ed esplosioni incontrollabili?

Con la paura, facendo di necessità virtù. Il virus è un problema concreto e drammatico, ma hanno provato a farlo diventare un’”occasione”. Convivendoci, al prezzo (per ora) di centinaia di migliaia di morti in tutto l’Occidente (100.000 solo in Italia).

E non per fare profitti (solo pochi, e solo i più internazionalizzati, ci possono riuscire), ma per tenere in piedi la parte “forte” del sistema.

Non lo pensiamo soltanto noi.

Eccovi la riflessione di Guido Salerno Aletta, apparsa nientepopodimeno che sull’agenzia TeleBorsa. Si vede che anche in una parte del mondo economico mainstream le preoccupazioni stanno superando il livello di guardia.

*****

La Strategia dell’Incertezza

Se il Virus è imprevedibile come il Mercato, il Caos mediatico e normativo serve al controllo sociale

Guido Salerno Aletta – Teleborsa

Il frastuono delle notizie che rappresentano una realtà sanitaria, sociale ed economica in continua evoluzione, serve a mantenere la popolazione in uno stato di perenne incertezza.

Di fronte alla epidemia, il parapiglia mediatico tra virologi, epidemiologi, biologi ed esperti di vaccini è assolutamente necessario, perché riempie la nostra testa di argomenti pro e contro, ci obbliga a riflettere, ci impone di ponderare e prendere posizione.

Più il dibattito scientifico è caotico, meglio è.

In questa incertezza scientifica, tra virus, varianti e vaccini, non c’è che affidarsi ai governi, i nuovi Salvatori, che rendono tutto ancora più incerto.

Nel 2020 in Italia sono stati emanati 24 decreti-legge riconducibili al Covid-19. Di questi, ben 11 sono stati “abrogati” mediante apposite disposizioni legislative. In sostanza, quasi nella metà dei casi i decreti-legge non sono stati convertiti in legge, ma se ne sono sanati gli effetti per il passato e le loro disposizioni sono state fatte confluire in tutto o in parte in altri procedimenti di conversione in legge.

A questi provvedimenti va aggiunto il decreto “Milleproroghe” (d.l. n. 183/2020), che pure detta alcune norme collegate all’emergenza. Nel 2021, e siamo solo a fine febbraio, sono già stati emanati altri quattro decreti-legge, ancora in attesa di conversione in legge.

È una impresa quasi disperata, per i normali cittadini, capire che cosa stia succedendo. Anche gli esperti annaspano: perfetto!

Per le misure anti-contagio è lo stesso, con i colori che si moltiplicano e le realtà territoriali che si segmentano: dalla riapertura dei cinema e dei ristoranti alla didattica a distanza, ogni momento della nostra vita è sottoposto a norme sempre cangianti ed incomprensibili.

Nessun dubbio: di fronte alla progressiva disgregazione dei sistemi politici occidentali che da decenni hanno imposto la globalizzazione senza controlli, il turbo-liberismo mercatista, la finanziarizzazione delle economie, la svalutazione del lavoro e lo smantellamento dei sistemi di welfare, occorre riprendere il controllo sulle popolazioni sempre più insofferenti.

Le ondate di sovranismo e di populismo che hanno caratterizzato gli orientamenti popolari, con la vittoria del referendum sulla Brexit nel 2016 e la elezione di Donald Trump alla Presidenza degli Usa sempre nel 2016, l'evaporazione delle storiche famiglie politiche europee come i Popolari ed i Socialisti a favore di movimenti nuovi ed incontrollabili, la pur breve e turbolenta esperienza del governo giallo-verde in Italia, con la Lega che è diventata il primo partito cavalcando il contrasto alla immigrazione clandestina, hanno imposto una drastica revisione dei sistemi di controllo: la epidemia di coronavirus è arrivata a proposito.

Il virus è diventato il punto di svolta.

Come d’incanto, nell’opinione pubblica italiana è svanita la preoccupazione per gli sbarchi dei clandestini, è venuto meno il sentimento di insofferenza verso l'Unione Europea.

Alla fine, presi dalla paura del dopo, un po’ tutte le forze politiche si sono convinte della necessità di sostenere il Governo Draghi che proclama la “irreversibilità dell’euro” e la prospettiva di cedere ulteriori quote di sovranità nelle aree in cui siamo più deboli.

Sono tutti preoccupati per il futuro, non solo in Italia: la sopravvivenza delle imprese dipende quasi sempre dagli aiuti concessi dai governi, quella di tante famiglie è condizionata dagli interventi a sostegno del reddito a chi ha perso il lavoro. Si va dalle garanzie pubbliche sui crediti bancari erogati per assicurare la liquidità ai “ristori” di ogni genere.

Non si tratta di negare l’esistenza del virus o di sottovalutare la diffusione dei contagi, ma di constatare come la gestione politica della crisi sanitaria venga utilizzata per riassorbire ogni possibile protesta popolare attraverso un metodo classico e sempre efficace: ribaltare nella testa delle persone l’ordine delle priorità e la graduatoria delle preoccupazioni.

Non sono più le popolazioni a decidere democraticamente del loro destino, a cambiare i governi. Sono invece i governi che si legittimano per via dell’emergenza sanitaria ed economica: dalle loro decisioni dipende ogni atto della nostra vita.

Come accade in Borsa, ad ogni istante chi ha investito può ritrovarsi più ricco o più povero: dipende dal Mercato insondabile ed imprevedibile. Così, ora, ogni giorno dobbiamo cercare di scoprire se siamo più o meno liberi, e dobbiamo verificare se la nostra attività economica può riprendere o se deve ancora rimanere sospesa. Tutto dipende dal Virus, anch’esso insondabile ed imprevedibile.

Inchiodati al Mercato, Inchiodati al Virus.

Fonte