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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/07/2026

I funerali di Khamenei visti da Kabul

Le agenzie di stampa hanno battuto la notizia: oltre 23 milioni di movimenti – persona registrati durante i solenni e maestosi funerali della Guida suprema Alì Khamenei, svoltisi tra il 3 e il 9 luglio. È un dato attendibile: quando un paese viene bombardato, minacciato di estinzione si stringe attorno al governo, quale esso sia. Trump, dopo aver azzerato la dirigenza della Repubblica islamica con il blitz del 28 febbraio, aveva chiesto la resa incondizionata. Un invito a nozze per i movimenti islamici più o meno radicali e una opportunità per consolidare un inedito fronte unitario. Si scatenava un meccanismo infernale ai danni dei cosiddetti islamici moderati, accusati di collaborazionismo, cui era fino poco prima annoverato l’attuale presidente iraniano Masoud Pezeshkian.

A Teheran era presente la Turchia, membro dissidente della Nato e perenne candidato all’ingresso nell’Unione Europea, nella figura del vicepresidente Cevdet Yilmaz Turky. L’emirato talebano aveva mandato due elementi di spicco: Abdul GhanBaradar e il ministro degli esteri Amir Khan Muttaqi, protagonista dei colloqui del 2021 con l’ex presidente Karzai rimasto a Kabul dopo la fuga del successore Ghani. Imponente la delegazione pakistana, guidata dal Primo ministro Shehbaz Sharif, grande mediatore del recente conflitto. Alla cerimonia era presente il Ministro degli Esteri indonesiano Sugiono, potenza emergente nel sud est asiatico, quello degli Affari esteri indiano Pabitra Margherita, i vertici, religiosi e intellettuali da 100 paesi del mondo. Il feretro era sfilato accompagnato da folle immense nei viali delle città sante allo sciismo di Najaf e Karbala in Iraq l’8 di luglio, per poi essere sepolto nella città natale di Mashad il giorno successivo.

La linea di demarcazione tra moderati e radicali è sottile e si sposta con le derive geopolitiche. Il fatto che un acuto mediatore, laureato in filosofia occidentale, come Ali Larijani sia stato fatto fuori in il 16 marzo 2026 a Pardis, testimonia che l’obiettivo in Iran non fosse un cambio di regime. Da parte sua l’opposizione iraniana, decimata dopo le manifestazioni di gennaio, non ha mai chiesto che le città persiane venissero bombardate e che le province del sud fossero lasciate senza acqua. Non ha nemmeno inneggiato all’insediamento di Ciro Pahlavi, figlio del defunto Scià iraniano e sponsorizzato dal primo ministro israeliano Netanyahu.

L’incombere di una minaccia comune ha creato le condizioni per un superamento degli schieramenti. Esiste un precedente diretto: la guerra con l’Iraq del 1980. Allora il regime di Saddam Hussein era visto dagli Usa come possibile risorsa per contrastare la marea islamica che in Khomeini aveva avuto il suo profeta. Un conflitto che fece 500 mila vittime con il corollario di orrori e violenze sui civili che ogni guerra contemporanea produce. Per attraversare i campi minati i mullah facevano marciare sopra le bombe i bambini, che in quanto martiri della jihad sarebbero andati dritti in paradiso. Il conflitto durò sette anni e non produsse cambiamenti territoriali. Saddam Hussein non perse la città costiera di Bassora ma il regime degli ayatollah sopravvisse alla prima aggressione militare. C’è un episodio di quella guerra che richiama l’attualità. Nella fase post-rivoluzionaria la maggioranza dei piloti dell’aviazione era stata messa in prigione, perché sospettata d’essere fedele allo scià. Ai piloti fu concesso di scegliere: risalire sugli aerei o marcire in una cella del già famoso carcere di Evian. I piloti presero posto sui Phantom e difesero la repubblica, morendo quasi tutti in combattimento.

L’impressione è che l’operazione voluta da Israele, cui inopinatamente Trump ha aderito e sulla quale i sauditi hanno mantenuto una posizione ambigua, nasconda altro. Se le regole del diritto internazionale saltano, tutto diviene possibile, soprattutto se si riesce ad innescare una visione millenaristica del conflitto. In Oriente non si parla di guerra: l’Iran è un paese aggredito. La logica dell’intervento militare preventivo trasforma i paesi della regione in potenziali bersagli. Il tema è ripreso in un recente intervento di Massimo D’Alema – La 7, 28 giugno 2026 –, nel quale l’ex premier sostiene che il conflitto avrà quale ricaduta un’accelerazione della corsa agli armamenti nella regione, in quanto possedere la bomba atomica rappresenta un deterrente per non essere attaccati.

La narrazione della destra trumpiana, che descrive gli eventi come lotta metafisica tra bene e male, prescinde da un dato fondamentale. La corsa all’atomica in Oriente non è partita da un’entità islamica o dalla defunta URSS, ma da un paese alleato dell’Occidente: il Pakistan. Il protagonista della conquista della bomba nel Paese dei puri è uno scienziato nato in India nel 1936, che alla causa dedicò la vita. Dopo aver assistito al primo test nucleare indiano nel 1972, Abdul Qadeer Khan prese una decisione che avrebbe avuto una rilevanza internazionale: avrebbe dato la bomba al suo paese. Si laureò in Olanda alla Delft University of Technology per poi ottenere un master in metallurgia in Belgio. E qui avviene il punto di svolta. Il giovane ingegnere viene assunto alla Verenigde Machinefabrieken di Amsterdam, filiale locale di un consorzio specializzato nell’arricchimento dell’uranio. Narrano le cronache – al fatto seguì un’inchiesta – che Khan rientrò con tutti gli onori in Pakistan trafugando dall’azienda in cui lavorava il progetto della centrifuga che nel 1998 avrebbe originato il primo test atomico.

Khan divenne negli anni successivi un teorico della proliferazione nucleare in chiave antimperialista e fondò un’impresa privata. La Khan Research Laboratories negli anni ’90 collaborò ai programmi di molti paesi, incluse Nord Corea, Libia, Indonesia e Iran. All’origine del caso iraniano e del ben più pericoloso precedente nordcoreano ci sarebbe la leggerezza di un consorzio europeo: la URECO, colosso tecnologico compartecipato dai governi di Gran Bretagna, Germania e Paesi Bassi.

La rivoluzione iraniana del settembre 1979 non fu un moto religioso, quanto l’effetto di un fermento popolare diffuso contro un’invisa dinastia posta sul soglio reale dagli inglesi negli anni ’20 del secolo passato. Poi la rivoluzione, come spesso avviene, divorò i propri figli e agli alleati di ieri – liberali, socialisti, comunisti – furono messi ai ferri, poi eliminati. La repubblica che ne nacque fu la prima a definirsi islamica, rivisitazione in chiave religiosa di un sistema politico. Rispetto all’emirato islamico, il modello iraniano mostra profonde differenze. In primo luogo, il popolo resta sovrano ed elegge sia il parlamento, sia il presidente, meccanismo che ha permesso che al governo si alternassero conservatori come Ahmadinejad e riformisti, come l’attuale presidente. Il tutto sotto l’egida dell’islam e della Giuda Suprema, eletta da un consiglio ristretto. Il terzo modello di governo religioso sono le monarchie e gli autodefiniti emirati della penisola arabica. Qui la figura del sovrano si dice ispirata dall’islam, ma ha una radice dinastica, il che alimenta le critiche da parte dei movimenti religiosi radicali. Da sottolineare che l’Arabia Saudita ha al proprio interno una minoranza sciita pari al 15% della popolazione, storicamente perseguitata.

Nell’oriente contemporaneo, sono numerosissime le attestazioni di solidarietà popolare all’Iran. Un paese che non ha confini né costituzione, ove la metà dei residenti è discriminata ed è in corso un genocidio – Israele – aggredisce in nome della libertà una nazione dotata di carta costituzionale, parlamento e in cui si tengono regolari elezioni. Un paese ove il numero delle donne universitarie è superiore a quello degli uomini e ove due donne sono vicepresidente. Realtà che non può nascondere il carattere repressivo del regime, le persecuzioni di genere, né le migliaia di giovani oppositori uccisi dai Pasdaran dopo le manifestazioni di gennaio. Si tratta di fare luce sulla complessità del contesto, su come le azioni di guerra preventiva stiano consolidando un ampio fronte islamico radicale e una pericolosa deriva anti occidentale.

Una coalizione interetnica e interconfessionale, cui partecipano persiani, baluchi, pashtun, tagiki, libanesi, punjabi, kurdi e siriani. Quanto l’oceano sunnita, sciiti, ismaeliti, drusi, le mille anime sufi. Ne fornisce testimonianza il cadere della tensione tra Pakistan e Afghanistan, quanto tra Siria e Turchia, che continua ad occupare ampie aree al confine settentrionale del paese. Sull’altro fronte, la tempesta perfetta scatenata il 28 febbraio favorisce la possibile annessione di Cisgiordania, Gaza, Libano Meridionale e del Cordone di sicurezza in Siria da parte di Israele. Altro effetto prevedibile è il definitivo tramonto degli Accordi di Abramo, tiepidamente accolti dall’Arabia Saudita, firmati dagli Emirati arabi uniti nel 2020 e invisi al mondo islamico.

Assenti eccellenti al funerale di Khamenei, emirati e monarchie della penisola arabica appaiono in stato confusionale stretti tra la fino a oggi vantaggiosa alleanza con l’Occidente e il ruolo di guida dell’islam. Un’assenza che versa a vantaggio della Turchia di Erdogan, che si pone quale erede del sultanato ottomano. In questione è il primato saudita, custode di due dei tre luoghi sacri all'Islam. In molti individuano uno spartiacque nel tentativo di Israele di decimare la delegazione di Hamas in Qatar nel 2025. Il piccolo emirato è lo stato sovrano che ospita la più grande base militare degli Stati Uniti nell’area. Spartiacque che avrebbe dovuto aprire gli occhi ad ovest di Hormuz, in quanto era dai tempi Gengis Khan che l’immunità di una delegazione diplomatica non veniva violata in modo così plateale.

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02/03/2026

Dove finisce l’Iran?

di Silvano Cacciari

“Non utilizzare le truppe se il risultato è incerto”
(Sun-Tsu, L’arte della guerra)

L’arte della guerra non smette mai di dimostrare la sua forza teorica che, nel nostro mondo, si moltiplica se guardiamo alla guerra ibrida e alla weaponizzazione delle filiere energetiche, tecnologiche, produttive che si sono diffuse sul scala planetaria. Questo per diversi motivi: prima di tutto perché l‘incertezza non è più solo tattica, ma sistemica. Sun Tzu parlava di conoscere il nemico e se stessi. Oggi, in una guerra ibrida, su diversi piani il “nemico” non è un solo un esercito, ma una rete di attori (stati, corporation, fondi speculativi, aziende tech) anche non coordinabili tra loro. Poi, il risultato è incerto perché il campo di battaglia è ovunque. Non si combatte solo su un fronte geografico, ma su fronti energetici, finanziari, digitali e cognitivi. Un attacco militare “tradizionale” come quello all’Iran, che ha portato alla morte della guida suprema Khamenei, è solo una mossa in un gioco molto più grande. Le sue conseguenze si propagheranno in modi che nessun modello lineare può prevedere: un’impennata del prezzo del petrolio che blocca la ripresa economica globale, un attacco informatico di ritorsione che paralizza la rete elettrica di una città americana, una crisi alimentare in Africa causata dalla mancanza di fertilizzanti russi.

L’avvertimento di Sun Tzu oggi è un monito sulla complessità. La sua frase ci dice: “non avventurarti in un conflitto se non puoi prevederne le conseguenze”. Nel mondo connesso della guerra ibrida, prevedere le conseguenze è diventato quasi impossibile anzi, l’imprevedibilità è ormai acquisita nell’azione militare visto che ogni azione bellica genera reazioni a catena non lineari su mille piani non militari. In questo senso, la massima di Sun Tzu non è solo attuale, ma è forse la più importante lezione strategica del nostro tempo: chi attacca lo fa sempre in condizioni di alta complessità e quindi di forte incertezza. Seguendo Sun Tzu non si dovrebbe muovere guerra ma si finisce inevitabilmente per farlo con il risultato di far precipitare la politica nella dimensione disordinata e caotica della guerra ibrida e di generare nuovi, interminabili conflitti.

Per domare il caos prevedibile, e persino simulato prima dell’attacco, l’alleanza Usa-Israele si è data qui come obiettivo primario la decapitazione della leadership iraniana, con l’uccisione di Ali Khamenei e di altri alti esponenti del potere iraniano. Dal punto di vista dell’antropologia politica, questa scelta mira a recidere i nodi centrali di una vasta rete di potere che si regge su relazioni personali, lealtà clientelari e meccanismi di controllo territoriale. Colpire il vertice significa tentare di disarticolare la catena di comando prima che possa attivare procedure di successione ordinate, generando un vuoto decisionale in grado di paralizzare l’apparato militare e di intelligence iraniano nel momento cruciale della risposta. È già accaduto, in Libia ed in Iraq, con risultati disastrosi per gli stessi attaccanti, ma, si sa, ogni volta si sostiene che “è differente”.

Tra le ragioni dell’attacco, quelle che impongono di muovere comunque guerra, escluse quelle contingenti, va evidenziata la situazione economico-finanziaria degli Stati Uniti. Il debito federale ha superato i trentotto mila miliardi di dollari e la domanda di Treasury Bond mostra segni di cedimento, in particolare da parte delle petro-monarchie del Golfo che nel corso del 2025 hanno ridotto le proprie riserve in dollari per acquistare oro. Questa tendenza alla diversificazione degli investimenti, da parte delle monarchie del Golfo, rappresenta una minaccia concreta per la tenuta del sistema di finanziamento del debito pubblico americano. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il venti per cento del petrolio mondiale, diventa in questo quadro una leva strategica: la sua destabilizzazione controllata, da Usa e Israele, può costringere i paesi del Golfo a riallinearsi con Washington in cambio di garanzie sulla sicurezza delle proprie esportazioni, mentre l’aumento del prezzo del greggio e le nuove commesse per l’industria bellica favoriscono i grandi fondi di investimento che detengono quote rilevanti sia del settore energetico che di quello della difesa.

Qui, inevitabilmente la complessità e l’incertezza fanno valere il loro peso ontologico: la finestra temporale entro cui gli Stati Uniti devono conseguire i propri obiettivi (militari, politici, economico-finanziari) è estremamente ridotta, secondo diversi analisti compresa tra le tre e le otto settimane. Questo lasso di tempo è determinato da vincoli strutturali: oltre tale soglia, l’aumento prolungato del prezzo del petrolio innescherebbe effetti recessivi globali che renderebbero più oneroso il servizio del debito pubblico e accelererebbero la fuga dai Treasury Bond, producendo esattamente gli effetti che l’operazione intende scongiurare. Inoltre, le scorte di munizionamento e missili intercettori a disposizione del Pentagono non consentono di sostenere operazioni ad alta intensità oltre le quattro-sei settimane, come emerso dai report interni sulla logistica dei conflitti prolungati. Vance, che alla stampa ha promesso un intervento comunque breve, ha in mente proprio questo genere di scadenze.

L’intelligenza artificiale ha giocato un ruolo decisivo nella pianificazione e nell’esecuzione di questo genere di attacco ad alto rischio e complessità anzi, senza la sua recente evoluzione, questo genere di guerra, con questa tempistica per ottenere risultati, sarebbe stato impensabile. I sistemi di targeting assistito come Habsora e Project Maven hanno processato in tempo reale flussi di dati provenienti da satelliti, droni e intercettazioni, generando elenchi di obiettivi validati in tempi cento volte inferiori rispetto ai metodi di non molti anni fa. Le piattaforme di comando e controllo come JADC2 hanno integrato queste informazioni in un’unica immagine operativa, consentendo di coordinare attacchi simultanei su siti distanti centinaia di chilometri. L’IA non ha solo accelerato i tempi di reazione, ma ha reso pensabile un’operazione di questa complessità, dove la selezione millimetrica dei bersagli e la sincronizzazione delle unità coinvolte sarebbero state altrimenti ingestibili con i mezzi anche di pochi anni fa. Insomma, la rivoluzione industriale IA è andata alla guerra e, con i risultati raggiunti, promette di radicarsi anche nella pace, qualunque cosa questa parola significhi.

La teoria dei sistemi adattivi complessi, che affronta questi fenomeni, suggerisce tuttavia che scenari di questo tipo generano inevitabilmente conseguenze non lineari in grado di vanificare i piani più accurati. L’eliminazione fisica della leadership se non produce automaticamente il collasso del sistema avversario, può innescare comportamenti emergenti da parte di attori periferici che fino a quel momento agivano sotto il coordinamento centrale. Le milizie irachene, Hezbollah e gli Houthi yemeniti dispongono di gradi di autonomia operativa che in assenza di direttive chiare da Teheran potrebbero tradursi in iniziative unilaterali, aprendo fronti di conflitto non previsti e difficilmente controllabili. Lo Stretto di Hormuz rappresenta il punto di rottura più critico: anche un blocco parziale e temporaneo farebbe schizzare i prezzi del petrolio oltre i centoventi dollari al barile, innescando una reazione a catena sui mercati finanziari che nessuna banca centrale potrebbe arginare. I sistemi di trading algoritmico, programmati per reagire in millisecondi a ogni notizia, amplificherebbero la volatilità in modo autonomo e imprevedibile, trasformando uno shock localizzato in una crisi sistemica.

La complessità del sistema reale, con le sue retroazioni e i suoi adattamenti continui, rende ogni tentativo di controllo lineare intrinsecamente fragile, esponendo la strategia americana a margini di incertezza che nessuna piattaforma IA è in grado di eliminare del tutto né sul piano dei conflitti sul campo né su quello delle guerre finanziarie.

Si ritorna all’avvertimento di Sun Tzu: non muovere guerra in condizioni di incertezza. Nonostante l’abito tecnologico – fatto di potenza, precisione e capillarità – l’attacco americano si muove in estreme condizioni di incertezza. Al momento ci sono molti possibili Iran dopo l’uccisione di Khamenei, quale prevarrà? Dove comincia e dove finisce l’Iran che conosciamo? L’attacco americano domerà l’Iran, e tutti i piani di guerra ibrida che contiene, o genererà altri conflitti, imprevedibili e irrisolvibili?

Qui bisogna ricordare che L’arte della guerra è un’ prodotto maturo di un'epoca cruciale della storia cinese, il periodo delle primavere e degli autunni, caratterizzato dal declino del potere centrale Zhou e dall’ascesa di stati vassalli in lotta. L’attacco Usa-Israele è un movimento tipico di ristabilimento di un potere centrale, comunque di importanza strategica. Vedremo se Washington e Tel Aviv hanno trovato un modo politicamente efficace di combattere oppure se prevarrà l’aforisma di Sun Tzu e la complessità non sarà domata.

Va ricordato che in Iraq una strategia simile, decapitazione del potere nemico ed emersione di un regime change, è semplicemente esplosa in mano agli americani. I quali studiando molto quello che è accaduto – l’uso della IA in guerra oggi è reso possibile proprio studiando l’impatto di quella guerra – ne ripropongono una nuova versione. Nel frattempo, dalla Cina moderna si osserva con interesse diretto, vista la dimensione dalla fornitura iraniana di petrolio a Pechino, proprio quello che sta accadendo.

Fonte

01/03/2026

Ucciso Khamenei, la guerra va avanti

Mentre si spara è sempre difficile tenere insieme la cronaca e la riflessione (almeno) di medio periodo. Ma è obbligatorio provarci perché bisogna agire/reagire agli eventi mentre accadono. A spiegare cos’è successo – dopo – sono buoni tutti e serve solo come pro memoria per la prossima crisi.

È indubbio che la prima notizia sia quella della morte dell’ayatollah Khamenei, 87 anni (era nato il 16 aprile del ‘39, ma i media occidentali ormai scrivono i notiziari con il copia-e-incolla, per cui se dal Pentagono o dall’Idf arriva il messaggio con su “86” anni neanche si azzardano a fare i conti; figuriamoci come controllano il resto...). Era l’erede di Khomeini e della “rivoluzione” del 1979, che mise fine al regime coloniale dello shah Pahlevi.

Il colpo è sicuramente grosso sul piano simbolico, ma è difficile credere che a quell’età un qualsiasi leader non vincolato all’esito delle prossime elezioni non abbia preparato l’inevitabile “ricambio”. Già tutte le responsabilità propriamente militari, per esempio, erano state affidate ai vertici dell’esercito e delle Guardie della Rivoluzione (più noti come “pasdaran”).

La stessa Cia, in un report analitico consegnato a Trump, ritiene che l’uccisione di Khameni non porterà ad un “ammorbidimento” delle posizioni iraniane, né ad una divisione interna debilitante. Anzi, dovrebbe far emergere “figure ancora più radicali”.

L’omicidio è stato rivendicato direttamente da Netanyahu, chiarendo che la “divisione dei compiti” in questa guerra affida agli Usa l’attacco alle strutture militari, missilistiche e ai laboratori nucleari, mentre lascia a Israele il preferito ruolo di killer dei vertici politici e militari.

Il generale Mohammad Pakpour, che ha assunto il ruolo di capo della Guardia rivoluzionaria dopo la morte del precedente comandante nella “guerra di 12 giorni” nel giugno dello scorso anno, è stato ucciso in un attacco aereo a Teheran sabato, ha detto l’agenzia di stampa statale Irna. Anche Ali Shamkhani, un alto consigliere del leader supremo e segretario del Consiglio di sicurezza iraniano, è stato ucciso negli attacchi.

A differenza degli attacchi passati, anche Israele e Stati Uniti avrebbero fatto ricorso a droni di grandi dimensioni e missili piuttosto che ad aerei, probabilmente temendo che “l’aggiornamento” delle difese antiaeree iraniane sia stato efficace.

La reazione iraniana è stata comunque “robusta”, colpendo con droni e missili le basi americane nei paesi del Golfo e la stessa Israele, ancora una volta con la tecnica della “saturazione” delle possibilità antimissile dell’Iron Dome (che hanno una disponibilità di colpi limitata e tempi di “ricarica” non istantanei) e delle difese Usa.

Come in tutte le guerre, nella comunicazione ufficiale la prima regola è negare le proprie perdite o danni e amplificare al massimo quelle del nemico. Quindi Usa e Israele, pur non potendo negare di essere stati raggiunti da numerosi colpi, non ammettono alcuna perdita (tranne la scontata enfatizzazione dei “feriti civili” mentre stavano correndo nei rifugi). “L’invulnerabilità” è del resto il principale “contenuto narrativo” della propaganda imperiale (lo si era visto anche con il rapimento di Maduro e della moglie, in cui si è parlato di militari Usa rimasti feriti nell’azione solo al momento della loro “premiazione” al Congresso).

Il massimo funzionario della sicurezza iraniana, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale Ali Larijani, ha dichiarato che domenica verrà istituito un consiglio direttivo temporaneo, come riportato dalla televisione di Stato iraniana, per dare continuità anche formale alla direzione politica e militare.

Ha inoltre avvertito che “i gruppi secessionisti subiranno una dura reazione se tenteranno qualsiasi azione, accusando gli Stati Uniti e Israele di voler saccheggiare e disintegrare l’Iran”. Non è un mistero che una delle ipotesi di “sterilizzazione” futura dell’Iran sia quella di dividerlo in più staterelli “etnici” privi di peso specifico (azeri, persiani, curdi, turkmeni, awazi, ecc.).

L’andamento della guerra

Le sirene, ieri notte, hanno risuonato in tutta Israele, specie a Tel Aviv si sono udite una serie di esplosioni mentre il sistema di difesa aerea cercava di intercettare l’ultima offensiva iraniana. Naturalmente gli “invulnerabili” non ammettono altro (è quello che hanno sentito e visto i giornalisti stranieri presenti). In mancanza di dettagli attendibili sugli effetti dello scambio di missili e droni, bisogna intanto registrare che la crisi bellica ha provocato uno dei più gravi sconvolgimenti dell’aviazione mondiale degli ultimi anni.

I principali aeroporti del Medio Oriente, tra cui Dubai, lo snodo internazionale più trafficato al mondo, sono stati chiusi dopo gli attacchi contro l’Iran e la sua reazione. L’aeroporto internazionale di Dubai, che gestisce più di 1.000 voli al giorno, ha del resto subito danni durante un attacco alla limitrofa base Usa; hanno subito danni, e chiuso le attività, anche gli aeroporti di Abu Dhabi e Kuwait.

Praticamente tutti i paesi del Medio Oriente hanno chiuso il loro spazio aereo. Le mappe dei voli mostravano cieli sopra Iran, Iraq, Kuwait, Israele e Bahrein praticamente vuoti, mentre le compagnie aeree in Europa e Medio Oriente hanno annunciato cancellazioni su larga scala.

Ma tutta l’attesa degli operatori economici mondiali è rivolta all’apertura dei mercati finanziari, domattina (anzi: stanotte, con quelli asiatici). È certo infatti che una guerra che coinvolge in modo più o meno completo tutti i paesi del Golfo, con la chiusura annunciata (e obbligata, per chiunque gestisca il traffico delle navi petroliere) dello Stretto di Hormuz, provocherà un balzo drastico del prezzo del petrolio, con ricadute a cascata sull’intera struttura delle produzioni, dei commerci, dei consumi... e delle bollette. Lo stesso sviluppo della guerra è poco chiaro.

Trump e i suoi alternano annunci circa una possibile durata prolungata degli attacchi (qualche settimana al massimo, però) con dichiarazione che parlano di “due-tre giorni”, per calcolare gli effetti reali (quelli propagandistici sono sempre “definitivi” e “i più grandi della storia“).

La stessa risposta iraniana, pur “robusta”, sembra essere stata inferiore alle attese sioniste e statunitensi. Bisognerà vedere se e quanto l’uccisione di Khamenei porterà a “potenziare” i contrattacchi, come qualche funzionario di Tehran minaccia. Entrambi gli schieramenti, però, hanno un problema simile: la disponibilità di “munizioni”.

È abbastanza semplice capire che l’Iran, per quanto abbia costruito negli anni una notevole riserva di droni e missili di varia gittata, e li abbia anche nascosti in rifugi sotterranei, non dispone di quantità illimitate e facilmente sostituibili (anche le relative fabbriche sono obiettivi militari).

Specularmente, Usa e Israele dispongono di una quantità limitata di missili antimissile (per i sistemi Patriot o per l’Iron Dome), e dunque potrebbero vedere le proprie difese esaurite prima di raggiungere gli obbiettivi che si sono prefissati. A quel punto diventerebbe anche più difficile nascondere i danni subiti.

Questo dettaglio vale politicamente soltanto per gli Stati Uniti, dove sia i democratici che i repubblicani “old style”, e persino una parte del mondo “Maga”, stanno sbraitando contro la violazione costituzionale operata aprendo una guerra vera e propria senza alcuna autorizzazione del Congresso. E in effetti Trump aveva vinto le elezioni anche grazie alla promessa di farla finita con le “guerre inutili”, mentre ora ne sta aprendo una al mese.

In Israele, invece, non esiste alcuna differenza tra il governo e l’opposizione per quanto riguarda le guerre, visto che l’orizzonte condiviso è quello di una “Grande Israele” sagomata sugli incerti confini descritti... dalla Bibbia!

In aggiornamento.

Fonte

31/01/2026

La battaglia dell’Iran per la sopravvivenza è anche quella del mondo arabo

È passata appena una settimana da quando il presidente statunitense Donald Trump a Davos ha mostrato la sua firma davanti alle telecamere su un documento per il suo cosiddetto Board of Peace, e il Medio Oriente è sul filo del rasoio per la possibilità molto reale di una terza guerra del Golfo.

È una sensazione familiare. Il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln è arrivato a portata di tiro dell’Iran domenica. F-15E Strike Eagle e bombardieri B-52 sono stati inviati rispettivamente in Giordania e Qatar.

Il Canale 13 israeliano ha riferito che anche l’esercito statunitense si stava preparando a rinforzare le difese a terra, con l’arrivo di una batteria di difesa aerea Thaad prevista nei prossimi giorni.

Anche i media israeliani hanno lavorato duramente. Israel Hayom, il quotidiano più vicino al governo israeliano, ha riferito che Giordania, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito fornirebbero supporto logistico e di intelligence all’esercito statunitense in caso di attacco.

Questo ha spinto gli Emirati a dichiarare pubblicamente di essere impegnati “a non permettere che il proprio spazio aereo, territorio o acque vengano utilizzati in azioni militari ostili contro l’Iran… Ribadiamo il nostro impegno a non fornire alcun supporto logistico a qualsiasi azione militare ostile contro l’Iran”

Questo sarà ignorato dall’Iran, i cui alti funzionari hanno avvertito che gli Emirati Arabi Uniti sono già andati troppo oltre. In caso di un altro attacco, la Repubblica Islamica non limiterebbe la sua rappresaglia solo a Israele e alle basi militari statunitensi.

Un alto funzionario iraniano mi ha detto lo scorso anno che Israele stava usando Azerbaigian ed Emirati Arabi Uniti nella sua guerra sporca contro l’Iran. “Ci aspettiamo sicuramente un altro ciclo di questa guerra, e questa volta l’Iran non sarà colto di sorpresa né sarà sulla difensiva. Passerà all’offensiva”, ha affermato. “Gli Emirati Arabi Uniti pagheranno un prezzo enorme. La prossima volta che verremo attaccati, si riverseranno nel Golfo e nella regione”

Prendere di mira Khamenei

Quando Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran lo scorso giugno, in una guerra durata 12 giorni, Teheran è stata ingannata da un un ciclo di colloqui in Oman che gli fece credere che Israele non avrebbe colpito prima di allora.

All’epoca, la Casa Bianca respinse l’idea che il cambio di regime fosse un obiettivo degli attacchi, che prendevano di mira comandanti militari di alto livello, scienziati nucleari e i bunker che ospitavano le centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, tuttavia, voleva un cambio di regime, affermando che l’assassinio della Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, “non avrebbe fatto scalare il conflitto, ma avrebbe posto fine al conflitto”.

Ma la Casa Bianca si dissociò. Axios ha riferito che Trump era più riluttante di Netanyahu a prendere di mira Khamenei. Un alto funzionario dell’amministrazione USA ha commentato: “È l’ayatollah che conoscete contro l’ayatollah che non conoscete”

Questa volta, però, quella riservatezza è sparita. Il leader supremo sarà il bersaglio principale.

Migliaia di persone sono state uccise durante la recente repressione delle proteste in Iran. Quanti siano è una questione di accesa discussione. La scorsa settimana, il governo iraniano ha stimato il bilancio delle vittime a poco più di 3.100, mentre il Wall Street Journal ha citato stime di gruppi per i diritti umani che collocano il numero più vicino ai 10mila.

La rivolta è iniziata a dicembre come protesta dei commercianti di Teheran che denunciavano il crollo del rial e l’aumento vertiginoso dei costi della vita. Il movimento si è diffuso rapidamente in altre città e nei quartieri operai più poveri, in un chiaro segno di furia e disperazione a livello nazionale dopo decenni di sanzioni, corruzione e cattiva gestione statunitensi.

Lo stesso è accaduto diversi anni fa, dopo la morte in custodia di Mahsa Amin, una donna curda iraniana di 22 anni arrestata dalla “polizia della moralità” iraniana per non aver rispettato il codice di abbigliamento islamico.

Ma il fatto che questa rabbia contro la stagnazione economica, vissuta sia dalla classe media che dalla classe operaia, sia stata e sia genuina, non esclude il coinvolgimento delle agenzie di intelligence occidentali e israeliane nell’alimentare il fuoco. Le due cose non si escludono a vicenda.

Pressione massima contro l’Iran

La profonda crisi economica dell’Iran è il risultato sia della cattiva gestione interna dello Stato, sia delle sanzioni paralizzanti imposte da Trump, che nel suo primo mandato ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo nucleare con l’Iran e ha imposto una politica di “massima pressione” che è stata proseguita dall’amministrazione democratica di Biden.

Come il genocidio di Gaza, tentare di mettere in ginocchio l’economia iraniana è una politica bipartisan. Le principali vittime di questa politica sono il popolo iraniano, per il quale l’Occidente sostiene di essere così preoccupato.

Creare le condizioni per la loro disperazione, e poi usarla come casus belli contro il paese nel suo complesso, non è una novità per il Mossad, la CIA o l’MI6 – né cercare attivamente di trasformare una protesta economica in un’insurrezione armata. Ciò che cambia questa volta è che poco o nessun tentativo è stato fatto di nascondere le loro impronte digitali.

Il Mossad non nascondeva il suo coinvolgimento. In un post in lingua farsi su X (ex Twitter) il 29 dicembre, ha incoraggiato gli iraniani a protestare, arrivando persino a dire che era fisicamente con loro durante le manifestazioni. “Uscite insieme per le strade. È arrivato il momento”, scrisse il Mossad. “Siamo con te. Non solo a distanza e verbalmente. Siamo con te sul campo”

Questo da solo potrebbe spiegare l’alto numero di morti tra i poliziotti. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato reti affiliate a Israele di aver infiltrato le proteste, di aver compiuto sabotaggi e attacchi mirati per intensificare gli scontri e aumentare le vittime.

La strategia israeliana è fallita quando decine di migliaia di persone tennero un raduno filogovernativo, internet fu chiuso e migliaia di persone sono state arrestate ma non prima che fosse stata impiantata nei media occidentali l’idea che la caduta del regime fosse ormai una causa internazionale per i diritti umani, e che le fazioni anti-regime avessero un potenziale leader in Reza Pahlavi, il 65enne figlio dell’ultimo scià iraniano.

Trump si è rifiutato esplicitamente di incontrare Pahlavi. Alla domanda del conduttore del podcast Hugh Hewitt se volesse incontrare Pahlavi, con base negli Stati Uniti, Trump ha risposto: “L’ho osservato, e sembra una brava persona. Ma non sono sicuro che sia appropriato a questo punto farlo come presidente”

Questo è stato interpretato come un messaggio in stile venezuelano secondo cui, se Trump avesse eliminato Khamenei, sarebbe stato disposto a fare un accordo con l’amministrazione sopravvissuta.

Cambio di posizione

Abbiamo già percorso questa strada molte volte. Ma questa volta, c’è una differenza significativa rispetto ai precedenti tentativi di abbattere la Repubblica Islamica.

Il mondo arabo sunnita – che per così tanto tempo si è sentito bersaglio dell’espansione della rete di gruppi armati iraniani che, a volte, ha combattuto aspre guerre per procura in Iraq, Libano, Yemen e Siria – si sta voltando invece verso l’Iran.

Questo non avviene per una nozione romantica di sostegno alla causa palestinese, né per un improvviso afflato di tolleranza religiosa. Non si tratta nemmeno principalmente di preservare asset petroliferi, che sono estremamente vulnerabili a droni e missili di rappresaglia.

Questo cambiamento di posizione riguarda la percezione degli interessi nazionali arabi di sovranità e indipendenza. L’Iran è sempre più visto come se stesse combattendo la stessa battaglia che gli stati arabi stanno conducendo contro la dominazione e l’occupazione. Anche loro temono che Israele sia sulla strada per diventare l’egemone militare della regione, e che frammentare gli stati vicini sia la via più rapida per raggiungere questo obiettivo.

Il cambiamento più drammatico verso Israele si può vedere in Arabia Saudita, che nell’ultimo decennio è stata la roccaforte degli intrighi anti-Iran. Il 6 ottobre 2023, il giorno prima dell’attacco guidato da Hamas contro il sud di Israele, l’Arabia Saudita era sull’orlo della firma degli Accordi di Abramo, con i quali il regno avrebbe normalizzato i rapporti con Israele. Oggi, al contrario, non solo questa mossa è completamente fuori discussione, ma è stata lanciata una campagna virulenta nei media contro Israele.

Un articolo in particolare avrebbe potuto essere pubblicato e ripubblicato solo con l’approvazione dei vertici. In ogni caso, la comparsa dell’accademico saudita Ahmed bin Othman al-Tuwaijiri nella sezione delle colonne del giornale Al Jazeera avrebbe dovuto suscitare sospetti, dato che il media è un portavoce del governo qatariota, e Tuwaijri stesso è stato più che comprensivo verso i Fratelli Musulmani banditi in Arabia Saudita.

Per un governo che ha condotto diverse purghe di accademici e giornalisti sauditi legati all’Islam politico, la presenza di Tuwaijri è di per sé degna di nota.

Il giornale ha pubblicato un articolo pungente in cui Tuwaijri accusa gli Emirati Arabi Uniti di gettarsi “tra le braccia del sionismo” e di funzionare da “cavallo di Israele nel mondo arabo nella speranza di essere usato contro il Regno e i principali paesi arabi – nel tradimento di Dio, del Suo Messaggero e dell’intera nazione”.

Tuwaijri ha giustamente accusato gli Emirati Arabi Uniti di frammentare la Libia, di “diffondere il caos in Sudan” finanziando e armando le Forze di Supporto Rapido, e di “infiltrarsi in Tunisia come parassiti”.

Ha inoltre affermato che gli Emirati Arabi Uniti sostenevano deliberatamente il progetto della Grande Diga del Rinascimento dell’Etiopia, nonostante i danni che ciò avrebbe potuto infliggere ai livelli dell’acqua del Nilo a valle e agli interessi strategici dell’Egitto.

Tutto questo è vero, ma venendo dall’Arabia Saudita, complice degli Emirati in gran parte della controrivoluzione che ha schiacciato le Primavere Arabe, questa è una cosa forte.

Abu Dhabi ha risposto attivando le sue reti a Washington. Barak Ravid di Axios ha scritto che l’articolo non era solo anti-Israele, ma anche antisemita.

La Anti-Defamation League (ADL) si è poi espressa, affermando di essere allarmata dalla “crescente frequenza e volume di voci saudite di spicco – analisti, giornalisti e predicatori – che usano apertamente discorsi antisemiti e promuovono aggressivamente la retorica anti-Accordi di Abramo, spesso mentre diffondono teorie del complotto su ‘complotti sionisti'”.

Non appena il clamore su questo articolo ha raggiunto tale intensità, l’articolo stesso è scomparso da internet. L’ADL si è attribuita il merito di questa cancellazione sottolineando che è avvenuta poco dopo la pubblicazione del post del gruppo.

Ma questa non sarebbe stata l’ultima parola sull’articolo, che quasi improvvisamente è riapparso sul sito di Al Jazeera.

Colui che si presume sia la voce di Saud al-Qahtan, zar dei media del principe ereditario Mohammed bin Salman, ha scritto su X: “Alcune persone degli Emirati riconciliati – che Dio li riformi – stanno diffondendo una menzogna secondo cui l’articolo saudita su al-Tuwaijri è stato cancellato da Al Jazirah! Per paura delle relazioni internazionali! Questo non è vero. L’articolo è ancora lì, ed ecco il link all’articolo”

L’unica conclusione da trarre da questa vicenda è che ciò che Tuwaijri ha detto rappresenta la linea ufficiale stessa del regno Saudita.

Politica di frammentazione in Medio Oriente

L’effetto Gaza si sta facendo sentire in tutta la regione. Gaza stessa è stata una sconfitta militare per Hamas, Hezbollah e Iran. L’effetto Gaza, tuttavia, è tutt’altro che diverso.

Nello schiacciare Gaza, Netanyahu ha ripetutamente promesso di rimodellare il Medio Oriente. Ha affermato più volte da allora che sta “cambiando il volto del Medio Oriente” e che questo conflitto è una “guerra di rinascita”.

Una parte integrante della politica di frammentazione portata avanti da Israele era assicurarsi che, dopo la caduta dell’ex presidente Bashar al-Assad, la Siria non riemergesse mai come stato nazione sovrano.

Questa era l’intenzione di Netanyahu quando ha lanciato il più grande bombardamento della storia della Siria poche ore dopo la caduta di Assad alla fine del 2024. L’aeronautica e la marina siriana furono distrutte in 24 ore.

I carri armati israeliani sono poi entrati nel sud della Siria con il pretesto di istituire un protettorato per i Drusi, un’offerta inizialmente respinta dalla leadership drusa.

Israele ha anche offerto di “proteggere” i curdi nel nord della Siria. Questa offerta si è rivelata spettacolarmente vuota la scorsa settimana, dopo che gli scontri iniziati nelle aree curde di Aleppo hanno portato al drammatico crollo delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e alla presa del controllo da parte di Damasco.

L’ex sostenitore delle SDF, gli Stati Uniti, non ha mosso un dito per fermare la rotta, e Israele non ha risposto alle richieste di aiuto dei curdi.

Prima che fosse firmato un cessate il fuoco, Tom Barrack, inviato speciale statunitense per la Siria, ha accusato il comandante delle SDF Mazloum Abdi di tentare di coinvolgere Israele negli affari interni siriani.

La regione sta effettivamente cambiando, ma non come Netanyahu aveva immaginato un tempo. La Siria era esausta dopo un decennio di guerra civile quando il regime di Assad è crollato come un castello di carte. Il suo nuovo leader, il presidente Ahmed al-Sharaa, si è fatto in quattro per segnalare che non voleva una guerra con Israele.

Un anno dopo, l’atmosfera in Siria è stata trasformata dall’aggressione e dall’arroganza dei suoi occupanti israeliani, che non solo non hanno intenzione di cedere le Alture del Golan occupate, ma le cui forze ora si trovano a meno di 25 chilometri da Damasco stessa.

La lezione imparata

Combattere Israele è ormai motivo di orgoglio nazionale in Siria, come lo è in gran parte della regione. Sharaa stesso continua con la stessa cautela e astuzia che ha mostrato quando ha rovesciato Assad.

Sull’orlo della vittoria nel nord della Siria, Sharaa ha emesso un decreto riconoscendo il curdo come lingua nazionale e ristabilendo la cittadinanza a tutti i curdi siriani.

Nuovi patti militari sono in arrivo. Israele ne definisce uno di questi come una Nato musulmana, ma non è affatto così.

Si sta formando una crescente consapevolezza tra le potenze musulmane della regione secondo cui l’unico modo per contenere Israele è difendersi a vicenda. Questa è la lezione appresa vedendo Israele eliminare un nemico alla volta.

Il più grande esercito regionale, la Turchia, è attualmente in trattativa per aderire a un patto di difesa reciproca esistente tra Arabia Saudita e Pakistan. Turchia, Arabia Saudita ed Egitto ora sostengono apertamente il capo dell’esercito sudanese Abdel Fattah al-Burhan.

E per approfondire ulteriormente la spaccatura con gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita sta per acquistare oro sudanese, una mossa che limiterebbe ma non porrebbe fine al commercio africano dell’oro di Abu Dhabi.

Il fallimento dei piani di Netanyahu

Questi sono tutti segnali che la regione sta effettivamente cambiando, ma non proprio come Netanyahu immaginava.

Israele sta affrontando la sconfitta su più di un fronte. Non è riuscito a innescare un esodo di massa della popolazione né da Gaza né dalla Cisgiordania occupata, come tutte le sue politiche, dal bombardamento alla fame, erano state progettate per ottenere.

Non è riuscito a frammentare la Siria. Anzi, il contrario: Israele è riuscito a unificarla come mai prima d’ora. Non è riuscito a stabilire una presenza militare nel Somaliland separatista e ora si trova ad affrontare l’opposizione aperta del governo somalo.

Ha perso il sostegno dell’Egitto su Gaza e della Giordania sulla Cisgiordania – entrambi considererebbero un afflusso di rifugiati palestinesi una minaccia esistenziale.

L’ultimo tentativo di Netanyahu sarebbe attaccare di nuovo l’Iran. Il suo principale alleato, gli Emirati Arabi Uniti, ha perso molta influenza dopo essere stato cacciato dallo Yemen.

Ci sono tre opzioni in caso di attacco all’Iran

La prima sarebbe quella di decapitare la leadership iraniana e intimidire i membri sopravvissuti dell’élite affinché collaborino. È improbabile che questo funzioni in Iran. L’ayatollah che sostituirà Khamenei sarebbe sicuramente più determinato a mettere le mani dell’Iran sull’unico deterrente contro un ulteriore attacco: la bomba atomica.

La seconda opzione, in caso di crollo dello Stato, sarebbe quella di istituire un protettorato israeliano sotto Pahlavi. Anche questo è improbabile, dato che non dispone di quasi nessun sostegno in Iran e, se fosse posto al potere, sarebbe ancora più burattino di Israele rispetto a suo padre.

Ma la terza e più probabile opzione in caso di crollo dello stato sarebbe una guerra civile e la frammentazione dell’Iran. Questo provocherebbe un enorme afflusso di iraniani verso nord e ovest verso Arabia Saudita e Turchia, destabilizzando massicciamente la regione nel suo complesso.

Il governo iraniano ha ragione a considerare questi eventi come una minaccia esistenziale – e tutti nella regione, qualunque sia la storia dei loro rapporti con la Repubblica Islamica, dovrebbero fare del loro meglio per difendere l’Iran e garantirne la sovranità.

Netanyahu sta tramando piani per attaccare l’Iran perché ogni altra mossa che ha compiuto è fallita. La battaglia dell’Iran per la sopravvivenza è la lotta della regione per la sopravvivenza – e assolutamente nessun sovrano arabo dovrebbe dimenticarlo.

Fonte

23/11/2022

Iran - Non accennano a diminuire gli scontri

Lo scontro politico e gli scontri nelle strade dell’Iran non accennano a diminuire. Nelle autorità iraniane si confrontano linee diverse sul come affrontare una protesta sociale che non accenna a rientrare.

L’ayatollah Khamenei, in un discorso tenuto nella ribelle Isfahan, non ha usato la retorica né ha invitato all’escalation della repressione dei disordini rispetto ai precedenti discorsi fatti nelle ultime settimane.

Diversamente, diversi alti funzionari del regime hanno chiesto una decisa repressione delle manifestazioni del 20 novembre, con l’escalation repressiva contro i manifestanti nell’Iran nordoccidentale, lasciando intendere che Khamenei probabilmente ha dato il via libera all’aumento dell’uso della forza contro i manifestanti.

Il presidente iraniano Ebrahim Raisi ha sottolineato che le autorità responsabili dovrebbero intraprendere azioni urgenti e decisive contro i “rivoltosi” e ha accusato gli attori occidentali di disordini.

Secondo il think thank statunitense Institute for Study of War, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale Ali Shamkhani sarebbe stato licenziato oppure si è dimesso. Le voci rimangono non confermate e, sebbene Shamkhani non sia apparso né abbia rilasciato dichiarazioni da quando sono emerse, il suo silenzio non è particolarmente insolito.

Tuttavia, la pressione o la rimozione di Shamkhani potrebbe riflettere un cambiamento nell’equilibrio di potere all’interno della cerchia ristretta del regime, del tipo che avrebbe potuto portare a un cambiamento nella guida del leader supremo come risposta alle proteste.

Il comandante dell’unità delle Guardie della Rivoluzione nella provincia di Esfahan, Mojtaba Fada, ha annunciato l’arresto di una “squadra terroristica” che aveva ucciso personale di sicurezza nella provincia di Esfahan e possedeva armi da fuoco e bombe artigianali fabbricate da poco.

In alcuni casi i militari e le Guardie della Rivoluzione hanno fatto anche ricorso a mitragliatrici pesanti contro i manifestanti.

Diversi report condivisi sui social media hanno reso noto che il 19 novembre gli apparati di sicurezza iraniani hanno sparato indiscriminatamente contro i manifestanti a Mahabad, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale.

Migliaia di persone provenienti da diverse parti del Paese hanno manifestato a Shiraz, nel sud dell’Iran, dopo le preghiere del venerdì, per condannare il recente attacco terroristico nel santuario sciita di Shah Cheragh, che ha fatto 15 morti e una quarantina di feriti. L’attentato è stato rivendicato dall’Isis.

Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc) ha annunciato un nuovo round degli attacchi con missili e droni contro le postazioni dei curdi separatisti anti-iraniani ospitati in alcune basi nel nord dell’Iraq.

La dichiarazione dell’unità di Hamzeh Seyyed ol Shahada metteva in guardia sulla possibilità di un’azione decisiva contro presunti gruppi terroristici “anti-iraniani” affiliati agli Stati Uniti in tutta l’area, creando le condizioni per dispiegare truppe in altre città all’interno del Kurdistan e delle province dell’Azerbaigian occidentale nei prossimi giorni.

Sullo sfondo ci sono poi i campionati mondiali di calcio in Qatar, la petromonarchia forse meno ostile all’Iran. Ad ogni conferenza stampa dell’allenatore della nazionale di calcio iraniana, Carlos Queiroz, o di uno dei giocatori, i giornalisti inglesi hanno chiesto come potessero rappresentare una nazione che “opprime le donne”, “reprime le manifestazioni” e altre questioni simili. Alla vigilia della partita tra Iran e Inghilterra la pressione si era fatta ancora più forte.

Poi è successo che durante la conferenza stampa dell’allenatore inglese Southgate, un giornalista iraniano, prima di porgli la domanda, ha esordito dicendo: “Come vede qui ci sono molti giornalisti iraniani, ma nessuno le ha posto domande politiche, chiedendole ad esempio come fa a rappresentare una nazione che in Afghanistan ha ucciso molte donne e bambini innocenti, che la popolazione inglese non è soddisfatta delle enormi spese che ci sono state per il funerale della regina o sul difficile inverno che aspetta l’Inghilterra. Noi ci limitiamo a porre domande di tipo tecnico e sportivo perché vogliamo ricordare che siamo qui per parlare di calcio”.

Fonte

11/07/2021

Gli ayatollah al voto in Iran

Era il lontano 2009 quando erano state ormai represse tutte le contestazioni per i brogli elettorali perpetrati dai sodali di Mahmud Ahmadinejad, dopo un periodo di instabilità politica e sociale che originava dalla speranza di una strutturale riforma, in senso democratico, delle istituzioni di potere in Iran. L’Onda verde (“Moj Sabz” era un movimento di contestazione nato soprattutto per protestare contro i presunti brogli elettorali che estromettevano il candidato riformista Mir Hosein Mousavi dalla scena politica. Famoso il motto urlato nelle manifestazioni “not my president”, riferito proprio all’elezione di Ahmadinejad) fu soffocata nel sangue, con persecuzioni, sparizioni, torture e incarcerazioni sommarie, omicidi mirati e una lunga e sistematica storia di annichilimento di ogni velleità democratica soprattutto fra studenti, intellettuali e società civile. Allora mi trovavo spesso nelle strade e nelle piazze presidiate dalle milizie paramilitari dei baseji, disposte a tutto, dalle bastonature agli assassinii, a Teheran e nei maggiori centri dell’Iran. Una storia drammatica ancora lasciata in un limbo incomprensibile: si spera che questo periodo storico possa trovare una giusta analisi e collocazione negli scenari della politica interna iraniana dalla rivoluzione del 1979.

Sembra aver dimenticato il suo recente quanto opaco passato, l’ex presidente della Repubblica islamica dell’Iran, Mahmud Ahmadinejad, oggi il grande escluso dal Consiglio dei Guardiani dalla competizione elettorale, soprattutto se si considerano le sue ultime dichiarazioni alla stampa: “Ho chiesto che mi spiegassero il motivo (dell’esclusione), ma non mi hanno risposto. [...] Non andrò a votare. Mi sono esposto perché me l’hanno chiesto milioni di cittadini, ma ho chiarito che, in caso di squalifica, non avrei partecipato. Se qualcuno ha voglia di votare, faccia pure. Io no”. Sul nucleare espone anche la sua tesi, essendo questo argomento il fulcro del dibattito politico in campagna elettorale per le diverse dinamiche che potrebbero innescarsi: “Ci sono stati negoziati per anni, è stata firmata un’intesa e, dopo poco, è diventata carta straccia. Perché? Perché non era un accordo giusto. Dobbiamo aspettare un cambiamento nel comportamento americano”.

Per capire come gli illusionisti della Repubblica islamica gestiscono le dinamiche del potere, bisognerà comprendere il sistema costituzionale iraniano, ibrido e “duale”, che prevede la compresenza di organi elettivi e non elettivi e altri numerosi centri di comando più o meno formali che rendono “paradossalmente” monolitico il regime teocratico della Guida suprema. Il potere degli ayatollah è fortemente autoritario e verticistico: le forme di governo concepite dopo la rivoluzione del 1979 e tradotte nella carta costituzionale frutto di un referendum popolare rappresentano un guscio vuoto soprattutto alla luce del “velayat-faghi”, che consiste nel potere da parte della Guida suprema (oggi Alì Khamenei) di rendere inutili, impraticabili e cancellabili tutti i provvedimenti di qualsiasi origine e grado che vengano ritenuti disarmonici rispetto all’etica islamico-sciita su cui si fonda la moderna teocrazia dell’Iran. Un diritto di veto assoluto e incontestabile con il quale si sopprime ogni afflato di libertà e idea di democrazia in qualsivoglia provvedimento legislativo.

È la stessa Costituzione che assegna alla Guida suprema, eletta a vita, il potere di indirizzo di tutti gli organi dello stato: è comandante supremo delle forze armate, ha il controllo degli apparati di sicurezza fra cui i pasdaran, guida i servizi segreti e paramilitari, è il capo delle fondazioni religiose, nomina il capo di stato maggiore, il vertice del potere giudiziario, delle emittenti radiofoniche e televisive di tutta la nazione. Inoltre è particolarmente importante ricordare che la Guida nomina 6 dei 12 elementi del potente Consiglio dei Guardiani della Costituzione. Gli altri 6 membri del Consiglio (ha una funzione simile a quella di una Corte costituzionale) sono eletti dall’organo di controllo della magistratura e ratificati dal parlamento. Il padre della Repubblica e della rivoluzione islamica sciita, Ruhollah Mostafavi Mosavi Khomeini, così affermava: “il governo dell’Islam è un obbligo primario che ha la precedenza sugli obblighi secondari come la preghiera, il digiuno e il pellegrinaggio. Per preservare l’Islam, il governo può sospendere uno o tutti gli obblighi secondari”. Una dichiarazione che lascia intendere la preminenza della Guida addirittura sulle basi portanti dell’Islam sciita duodecimano.

A proposito del Consiglio dei Guardiani bisogna sottolineare come negli anni ha svolto sempre di più un ruolo preminente e di intrusione contro ogni pericolo “controrivoluzionario”: il potere è quello di porre veti sull’elettorato “passivo”. Infatti ciascun candidato di qualsiasi elezione in Iran viene attentamente esaminato dal Consiglio, dalla sfera privata a quella pubblica, tanto da poterne valutare la sua eleggibilità e, soprattutto, la sua moralità conforme ai valori dell’islam sciita e ricoprire un ruolo istituzionale. È un consesso formato da ultraconservatori, dogmatici e tradizionalisti, che hanno contribuito allo stallo riformista in Iran e vegliato sui valori sciiti del popolo. Come se non bastasse, con la riforma costituzionale del 1989, venne istituito un nuovo organo: il Consiglio del Discernimento, con le funzioni di mediare le controversie fra Parlamento e Consiglio dei Guardiani. Si deduce a questo punto che il Parlamento iraniano, simbolo della democrazia teocratica sciita, è praticamente divenuto uno strumento di ratifica di impegni già presi altrove, con buona pace di molti “narratori” nostrani che decantano una democrazia e una “complessità istituzionale” che solo la loro “disattenzione” vorrebbe farci vedere in modo diverso.

Sembra inutile sottolineare che anche i membri del Consiglio del Discernimento sono nominati direttamente dalla Guida suprema, addirittura con mandato quinquennale. Questo organo ha una funzione inattesa (nel gioco delle illusioni è rimasto infatti abbastanza teorico), cioè quella di proporre un disegno di legge rigettato dal Consiglio dei Guardiani ma obbligatoriamente ribadito e richiesto dal Parlamento. Rimane ancora una volta superfluo affermare che questo labirintico sistema studiato appositamente per mantenere inalterato e sempre più rafforzato il potere della Guida suprema ha intensificato legami familiari e vincoli clientelari, corruzioni e prebende sulla pelle di milioni di iraniani.

L’elezione del Presidente della Repubblica avviene grazie al voto di elettori che abbiano un’età maggiore di 16 anni; per il Parlamento basta avere un’età superiore ai 15 anni, così per i consigli comunali e regionali. Il Presidente della Repubblica presiede il governo di cui nomina i ministri. Svolge le funzioni di primo ministro dopo l’abolizione di questa figura con la famosa riforma in direzione conservatrice del 1989. L’elezione avviene con il doppio turno, ogni quattro anni con un limite di due mandati. Il Presidente può essere eletto solo se è un musulmano sciita. L’articolo 115 della Costituzione recita: “Viene eletto fra le personalità di rilievo in campo religioso e politico che siano in possesso dei seguenti requisiti: origine iraniana per nascita da genitori iraniani, nazionalità iraniana, capacità direttive testimoniate da precedenti esperienze, affidabilità e virtù, lealtà convinta nei confronti dei principi della Repubblica Islamica dell’Iran e della religione dello Stato”. Il Presidente nomina gli ambasciatori, i direttori della Banca nazionale e della National Oil Company. La sua agibilità nel campo della politica estera è fortemente vincolata dalla figura della Guida e da altri centri di potere. Come nel negoziato per l’accordo sul nucleare, JCPOA, l’ex Presidente Hassan Rouhani e l’ex ministro degli esteri Mohammed Javad Zarif avevano ricevuto la benedizione di Khamenei per negoziare fra le parti in causa. Le funzioni del Presidente dunque possono essere influenzate da potenti centri religiosi ma soprattutto dal Parlamento, spesso in contrapposizione. Il Parlamento è composto da 290 membri e l’elezione avviene ogni quattro anni, con seggi riservati alle minoranze religiose: uno ciascuno per ebrei, zoroastriani, cristiani assiro-caldei e due per gli armeni, uno per quelli del Nord e l’altro per quelli del Sud dell’Iran. Il parlamento unicamerale iraniano approva il bilancio statale, la ratifica dei trattati internazionali ed elegge sei membri rimanenti del Consiglio dei guardiani, selezionati a loro volta dall’organo di controllo della magistratura.

Da quanto dedotto fino a questo punto è possibile comprendere a quanti veti, controlli e composizione di “listoni” di candidati, ben setacciati, sia connotata la “democrazia teocratica e sciita” dell’Iran. Una prova di ingegneria autoritaria che vuole dare una immagine democratica all’esterno ma che denota solo una forma sublime di autorità ai limiti della sopportabilità. Da ricordare che, all’avvenuta dipartita della Guida suprema, gli occhi sono puntati sulle glosse dell’organo religioso per eccellenza: l’Assemblea degli esperti sulla Guida. La funzione più importante è quella di eleggere la Guida suprema fra i suoi ranghi. Infatti la sede ufficiale è nella città di Qom, spesso definita come il “Vaticano dell’Iran”, sede ufficiale dello sciismo planetario. Gli articoli 107 e 108 della Costituzione iraniana affermano che “l’elezione è diretta”. Gli 88 membri devono avere una “provata fede religiosa, essere affidabili e avere un comportamento moralmente ineccepibile; essere in grado di interpretare la legge islamica in modo da poter giudicare se la Guida suprema è degna di tale carica; conoscere le tematiche politiche e sociali del Paese e infine credere nel sistema della Repubblica Islamica e averlo sempre sostenuto”. La sua durata è di otto anni.

Dopo la corposa “squalifica” dei candidati più importanti, con le elezioni di Ebrahim Raisi si chiude comunque il cerchio di una intera generazione, una storia che finisce per questioni anagrafiche e non solo. La competizione elettorale ha visto fronteggiarsi tre candidati forti: l’ultraconservatore Ebrahim Raisi, il capo indiscusso dell’apparato giudiziario; l’ex comandante dei Pasdaran, Mohsen Rezai; il governatore della Banca centrale, definito come moderato, Abdolnaser Hemmati. Ma chi è Raisi? Nato nel dicembre del 1960 si distingue per la sua personalità grigia, silenziosa, istrionica e controversa. Formatosi in uno dei centri religiosi più influenti del Paese, nella città di Mahshad, proviene da una famiglia clericale secondo la buona tradizione del potere iraniano. Nel 1975 è nel seminario di Qom, centro intellettuale sciita, già seminarista attivo nella diffusione delle idee di Ruhollah Khomeini che propugnava il famigerato “velayat-faghi”, punto nodale del potere degli ayatollah. Dopo la rivoluzione del 1979 Raisi dedica tutta la sua vita e la carriera al consolidamento degli ideali dello sciismo rivoluzionario. Dopo aver cominciato la sua scalata nelle pubbliche amministrazioni del Paese ha assunto la funzione di procuratore per varie giurisdizioni, soprattutto nelle città di Hamadan e Karaj, alle porte di Teheran.

Raisi tuttavia è conosciuto soprattutto per il suo passato di intransigente persecutore dei dissidenti, dei controrivoluzionari, dei mujaheidin del popolo tacciati come traditori dell’Iran durante il conflitto con l’Iraq e dei membri del partito Tudeh, i comunisti filo-russi iraniani. Le esecuzioni di massa nel 1988, in migliaia di persone (non vi sono cifre ufficiali ma gli storici ne contano circa 30.000), gli sono costate negli anni proteste e sanzioni in tutto il mondo per la violazione dei diritti umani. Egli era al vertice di un potente organismo come quello giudiziario iraniano, caratterizzatosi negli anni del suo “governo” non solo per le copiose esecuzioni capitali che hanno portato l’Iran fra i primi Paesi al mondo per questo triste primato, ma anche per le epurazioni di molti dissidenti. Raisi era stato nominato dall’ayatollah Khamenei custode del santuario di Alì al-Rida a Mashad, una delle città più religiose e conservatrici del Paese. Egli gestiva con questo incarico di controllo e supervisione milioni di dollari e un potere di influenza ragguardevole. È probabile che questo gesto sia servito a fortificare la sua posizione nelle gerarchie religiose e lanciargli una volata per la successione allo stesso Khamenei. Durante il suo mandato a capo della magistratura ha perseguitato corruttori e funzionari pubblici guardandosi bene dal colpire gli amici del regime che fanno affari per miliardi di dollari. Nella dialettica con gli Stati Uniti si è sempre distinto, al pari di questi ultimi, per i toni accesi e populisti, intrisi di odio e vendetta. Quando la Guardia rivoluzionaria ha abbattuto il volo 752 delle linee aeree ucraine con un missile, si è prodigato in una indagine che è subito sembrata propensa a insabbiare e deludere la sete di giustizia degli iraniani, con scuse a volte al limite del ridicolo. Raisi ha vinto le elezioni con più di 17 milioni di voti su 59 milioni aventi diritto, nelle elezioni che verranno ricordate per la più alta percentuale di astensioni della storia del Paese, dimostrando nella realtà quanto sia alta la sfiducia nei confronti dei politici e della presunta democrazia degli ayatollah.

Di certo l’esito del voto sarà particolarmente importante per l’accordo sul nucleare e riguarderà non solo gli stati dell’area mediorientale. Le tensioni con Israele sono all’ordine del giorno e nulla lascia presupporre che si allenteranno. La visione di Raisi è una prospettiva cieca, buia, tipica delle gerarchie religiose più oltranziste che odiano le trasformazioni, le diversità, gli slanci in avanti, le donne e il loro ruolo carismatico nella società iraniana. L’avvento della sua persona ai vertici del potere è un chiaro percorso che questo Paese sta compiendo da ormai vent’anni, dai tempi in cui Mohammad Khatami aveva tentato qualche timida riforma presto naufragata nella repressione, con il suo stesso assenso, quando ormai si intravedeva una deriva popolare in termini di proteste e rivendicazioni in tutte le strade delle città iraniane. Gli spazi di libertà saranno più stretti, i margini di una dialettica più ampia in seno alla società iraniana composita e complessa poco praticabili. Il problema più grosso è proprio con la classe media iraniana, impoverita e sbeffeggiata senza voce in capitolo, relegata in un limbo di povertà e assistenzialismo sempre più grave. Quanto questa parte consistente di Paese sopporterà di essere impegnata nel quotidiano dal come procacciarsi sussistenza, per sopravvivere alle difficoltà, non è dato sapere. Un ruolo fondamentale per la soluzione dei problemi sarà, indipendentemente dalle schermaglie dei contendenti, capire come e che cosa si stabilirà nell’accordo sul nucleare, da cui dipenderà l’allentamento delle pressioni statunitensi sull’Iran. La politica statunitense nei confronti di questo Paese ha dimostrato di essere errata, spesso superficiale e, soprattutto, tragica, per gli avvenimenti e il danno che arreca alla popolazione senza ottenere i risultati sperati. La “resilienza” all’embargo americano è avvenuto grazie all’intelligenza di un popolo meraviglioso abituato alle difficoltà che sa inventarsi quotidianamente. Da parte degli ayatollah invece, è chiaro il ricorso ad accordi che hanno consegnato l’Iran fra le braccia molto interessate e per niente sicure di Cina e Russia, con la scusa di esserne legittimamente costretti. Ma come sarà il prossimo governo?

La strategia non può essere che quella assistenziale, clientelare e corruttiva. Gli ayatollah hanno profondamente dissipato molti dei “valori rivoluzionari” dando prova di una cinica e degradante politica che ha abbassato il livello qualitativo della vita di milioni di iraniani. La base sociale di questi governi è sempre di più proletarizzata, plasmata sulle regalie delle moschee nei propri quartieri in una rete fitta di aiuti e controlli sulla popolazione. Le classi sociali più in difficoltà otterranno sussidi e continueranno a fornire basseji e squadristi di ogni sorta se ce ne sarà bisogno. Negare queste evidenze è chiaramente un’operazione in cattiva fede, con la giustificazione di ritenere ancora questo Paese un avamposto democratico confrontandolo ai principati emiratini o all’Arabia Saudita. Inoltre per fronteggiare le difficoltà, le alte cariche iraniane soprattutto religiose, continueranno con la retorica politica del “doshman dar kamin ast”, il “nemico sempre in agguato” pronto a colpire il Paese e appropriarsi delle sue immense risorse minerarie e di altro genere. I sentimenti che animano gli iraniani sono generalmente nazionalistici, perché sono fortemente radicati in una cultura affascinante e pervasiva, per molti aspetti dominante nell’intera area dei Paesi confinanti e non solo. Senza rapide generalizzazioni chi conosce l’Iran sa che sono molto profondi i sentimenti e la consapevolezza di voler essere una potenza regionale, anche per il peso storico che il Paese ha assunto nei secoli. Questa condizione non ha a che fare con questo o quel governo ma è un valore che permea lo spirito degli iraniani. Non a caso sul tavolo del presidente Raisi, molti sono i nodi di politica internazionale da sciogliere ed è prevedibile la modalità con cui verranno affrontati: Yemen, Siria, Golfo persico, Israele, solo per enuclearne alcuni.

Il leader Khamenei vuole che vi sia una transizione secondo le sue prospettive, perché è consapevole della sua età. È inoltre perfettamente cosciente che questo Iran è cambiato rispetto agli anni ’80 e che, far finta di cambiare perché nulla cambi, forse non ha più senso. La prima generazione di ayatollah, rivoluzionari e pronti a imbracciare le armi avrebbe dovuto creare una classe dirigente che attualmente non si vede, in linea forse con quanto avviene in tutto il mondo. La contraddizione è enorme fra gli impulsi dei “giovani” e la continuità dei “vecchi”. La seconda generazione è stracolma di personaggi che provengono dai ranghi militari dei pasdaran: ciò potrebbe provocare insondabili scenari. Oggi i giovani delle classi medie e agiate fanno fatica a vivere e formarsi nei Paesi occidentali. Desiderano studiare e rafforzare le ottime conoscenze maturate in Iran. Vogliono anche sfuggire la soffocante dittatura degli ayatollah, sempre e comunque con la prospettiva di tornare nel proprio Paese e cercare strade migliori di quelle sempre più tortuose in occidente. Per il momento nella visione di Khamenei, Raisi è il leader più sicuro per una transizione conservatrice e, soprattutto, indolore. Ma questo non è né scontato, né prevedibile.

Questa volta tuttavia i sodali di Alì Khamenei non hanno voluto neanche dare l’illusione che potesse esserci una competizione fra moderati e conservatori, visto che i riformisti sono stati da tempo declassati a un labile ricordo, un “incidente spiacevole” nel florido percorso rivoluzionario khomeinista. Le grigie autorità religiose hanno compiuto, con l’elezione dell’unico candidato proposto, un gesto di chiarificazione, una discontinuità al tipico gattopardismo in salsa iraniana. In questo regime neppure l’illusionismo è più di moda.

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14/12/2020

Iran - Khamenei, Guida Suprema in famiglia?

Sembrerebbe giunta l’ora, se non della dipartita, poiché del tumore alla prostata che affligge la Guida Suprema Ali Khamenei si discute da una dozzina d’anni (fu dato per spacciato anche dopo aver subìto un’operazione nel 2014, eppure il successore del Ruhollah Khomeini è ancora in vita coi suoi ottantuno anni), ma dell’abbandono della massima carica della Repubblica Islamica. Questa potrebbe venir dirottata al secondogenito Sayyid Mojtaba, cinquantunenne considerato ancor più conservatore del padre. Finora non c’è nulla di certo, però alle insistenti voci sul peggioramento delle condizioni di salute di Khamenei padre s’aggiungono note di cronisti iraniani lanciate su Twitter di un suo allontanamento dalla politica attiva. Momentaneo? Definitivo? A meno di misteri trascinati nel tempo, lo verremo a sapere. Con la difficile fase politica in corso non sarebbe opportuno tenere un segreto su un tema tanto delicato. La Guida Suprema è la più alta carica prevista dalla Costituzione iraniana, viene eletta dall’Assemblea degli Esperti, ottantotto membri che durano otto anni, la cui candidatura viene vagliata dal Consiglio dei Guardiani. Gli Esperti possono addirittura revocare l’incarico della Guida, però quest’ultima ha il potere d'approvare la loro presenza all’interno di quell’organo di elezione. Un circolo vizioso di funzioni e controlli, contestato in alcuni periodi ma rimasto tuttora inalterato. Inoltre, il Consiglio dei Guardiani è per metà nominato dalla stessa Guida Suprema.

Vedremo, dunque, se l’Assemblea degli Esperti si esprimerà per una sorta di “eredità” d’un ruolo di estremo potere nell’Islam sciita, dove il padre della Rivoluzione Khomeini insisté per introdurre il principio del velayat-e faqih che tanta importanza riserva al clero. Nato anch’egli nella devotissima Mashaad, Mojtaba ha come tanti studiato teologia a Qom, ha combattuto giovanissimo nella guerra contro l’Iraq ed è stato anche responsabile di truppe basij, la milizia paramilitare che continua a controllare la vita politica interna al Paese. È stato vicino alla presidenza di Ahmadinejad, nella prima amministrazione (2005) sostenuto anche dalla Guida Suprema che, invece, gli voltò le spalle non tanto nella contestata fase dei brogli della rielezione del 2009, nelle quali Khamenei figlio gli rimase fedele, ma in un periodo seguente. Sotto la presidenza dell'ex sindaco di Teheran vennero alla luce sia la tendenza del cosiddetto “partito dei Pasdaran” di voler virare verso un laicismo politico, mettendo da parte lo strapotere degli ayatollah; ma soprattutto le implicazioni di Ahmadinejad, e del suo nume protettore Meshab Yazdi, di dare spazio al movimento religioso Hojatiye, che esalta il misticismo dell’attesa del cosiddetto “imam nascosto” mentre condanna il sistema finanziario dei capitali. L’oppositore di Ahmadinejad e candidato riformista Karroubi, accusò esplicitamente Khamenei junior di aver partecipato al “complotto” elettorale utilizzando un network attivato per l’occasione.

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26/06/2019

Iran - Le sanzioni contro Khamenei sono la fine della diplomazia

“Imporre inutili sanzioni sulla Guida Suprema [l’Ayatollah Khamenei] e il capo della diplomazia iraniana [il ministro degli esteri Mohammad Zarif] vuol dire chiudere permanentemente la strada della diplomazia”. E’ sibilino il commento di Abbas Mousavi alle nuove sanzioni anti-Iran annunciate ieri dal presidente statunitense Donald Trump. “La disperata amministrazione americana – ha spiegato il portavoce del ministro degli esteri iraniani – sta distruggendo il meccanismo internazionale per mantenere la pace e la sicurezza mondiale”.

L’ordine esecutivo firmato ieri da Trump – che sarà seguito questa settimana anche dalle sanzioni contro Zarif – è del resto un passo senza precedenti che intensifica le pressioni sulla Repubblica Islamica e aumenta i rischi dello scoppio di un’altra guerra nel Golfo. Il casus belli è stato questa volta l’abbattimento da parte di Teheran, la scorsa settimana, di un drone americano. Un “incidente” su cui restano due versioni differenti: quella iraniana che continua a ripetere che il drone volava sulla parte meridionale del suo territorio; quella di Washington secondo cui l’aereo senza pilota sorvolava lo spazio aereo internazionale sopra lo Stretto di Hormuz. Come siano andati veramente i fatti è tuttavia questione di lana caprina. Trump, infatti, ieri è stato chiarissimo: le nuove sanzioni sono sì una risposta all’abbattimento del drone, ma sarebbero state imposte ugualmente perché Khamenei, ha affermato il leader repubblicano, “è essenzialmente il responsabile della condotta ostile del regime [iraniano]” in Medio Oriente.

La strada anti-Iran da parte americana è tracciata da tempo. Da quando The Donald è inquilino della Casa Bianca, infatti, i passi contro la Repubblica islamica sono stati numerosi: formazione di una “Nato Araba” (a cui parteciperebbe anche Israele) per fermare l’egemonia regionale degli iraniani; il ritiro statunitense dall’accordo sul nucleare siglato nel 2015 (l’unico successo tangibile in Medio Oriente della passata amministrazione Obama) e l’immediato annuncio della ripresa delle sanzioni contro Teheran; la recente militarizzazione a stelle e strisce dell’area del Golfo. Nessun protagonista regionale (dai sauditi agli americani passando per gli emiratini) parla esplicitamente di guerra contro la Repubblica Islamica. Anzi, a parole, tutti vorrebbero evitare l’escalation. Ma i fatti portano inevitabilmente a considerare la guerra non come ipotesi peregrina. Le parole del ministro degli esteri saudita Adel al-Jubeir rilasciate qualche giorno fa a France 24 sono emblematiche. Jubeir ha dichiarato che le possibilità di un conflitto tra Iran e Usa con i suoi alleati possano essere evitate (“Tutti stanno cercando di impedire una guerra nella regione”). Tuttavia, ha subito chiarito, “l’escalation sta nascendo da parte degli iraniani” perché “è l’Iran che ha attaccato le petroliere nel Golfo non una, ma due volte” ed “è l’Iran che ha mandato missili balistici e droni ai suoi alleati [yemeniti] houthi per attaccare oleodotti e aeroporti sauditi”. “Gli iraniani – ha concluso il ministro saudita – hanno intrapreso un atteggiamento aggressivo e hanno compiuto mosse minacciose per cui tocca a loro ridurre le tensioni”.

Jubeir non ha ricordato però chi è stato a sfilarsi dall’accordo sul nucleare che l’Iran, a detta degli ispettori internazionali, stava rispettando alla lettera. Né si è ricordato di menzionare chi ha deciso l’anno scorso di tornare ad imporre nuovamente le sanzioni contro gli iraniani. Le ultime, quelle annunciate ieri, prenderanno di mira l’accesso alle risorse finanziarie da parte della Guida Suprema Khamenei (la più importante autorità iraniana cui spetta l’ultima parola in ogni questione che riguarda la Repubblica Islamica) impedendo che possano essere usate negli Usa.

La tensione è alta nella regione. L’Iran, tramite il suo ambasciatore all’Onu Majid Takht Ravanchi, ha fatto sapere che non accetterà di intraprendere negoziati con gli americani se continueranno ad essere in vigore queste misure. “Non si può iniziare un dialogo con qualcuno che ti sta minacciando – ha spiegato Ravanchi – come possiamo farlo con qualcuno la cui principale occupazione è imporre nuove sanzioni contro l’Iran? Il clima per [iniziare] questo dialogo non c’è”. A provare a fare da paciere è il Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha invitato le parti a mostrare moderazione. Ma è un appello che è caduto nel vuoto.

Le nuove sanzioni anti-Iran da parte degli Usa giungono infatti nelle stesse ore in cui continua il tour nel Golfo del Segretario di Stato americano Mike Pompeo. Dopo aver visitato l’Arabia Saudita dove ha incontrato il principe ereditario Mohammed bin Salman (con cui ha preferito evitare di parlare del caso Khashoggi), Pompeo è giunto ieri negli Emirati Arabi Uniti dove è stato ricevuto dal principe ereditario Mohammad bin Zayed al-Nahyan. L’obiettivo ufficiale è quello di costruire con gli alleati del Golfo una coalizione che possa proteggere le petroliere che transitano nella regione dopo i recenti attacchi delle ultime settimane attribuiti da sauditi e americani agli iraniani. Ma è chiaro che il viaggio del Segretario di Stato ha scopi ben più ampi: puntellare la costituzione della “Nato Araba” anti-Iran intensificando le pressioni sulla Repubblica sciita. Le nuove sanzioni di Trump annunciate ieri rappresentano solo un ulteriore passo verso un conflitto diretto contro Teheran che, sebbene non sia ancora militare, è già in corso.

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03/05/2017

Iran, l’attesa presidenziale

Theran - La realtà e le ipotesi s’inseguono, viaggiano a metà strada fra rumors e desideri. Così in questi giorni nella Teheran del tran-tran lavorativo – fra il corposo traffico di cinque milioni di vetture sguinzagliate a tutte le ore sui boulevard che sezionano la metropoli come meridiani e paralleli d’un mappamondo, accanto a una crescente presenza turistica, itinerante poi verso le più attrattive perle dell’Islam selgiuchide e safavide – le prossime elezioni presidenziali possono apparire al tempo stesso strategiche e scontate. Inutili e speranzose. Modi di pensare e sensazioni, ovviamente variano fra i tanti soggetti e, in molti casi, le opinioni popolari non sposano il punto di vista dei politologi.

Una delle notizie che la gente mormora è quanto resti da vivere ad Ali Khamenei. Pensiero nient’affatto nuovo per l’oggi settantottenne Giuda Suprema, data per spacciata già nel 2006, che invece ha aggiunto undici anni (e che anni con la doppia presidenza di Ahmadinejad) al controllo sulla vita politica del Paese. Certo il tumore alla prostata, fu operato nel 2014, ha peggiorato condizioni di salute non buone, però l’ayatollah di Mashad è rimasto al suo posto e ha anche proseguito apparizioni e discorsi pubblici, ribaditi alla vigilia dell’avvìo di queste presidenziali.

Ovviamente i detrattori del velayat-e faqih, augurano al Paese la dipartita fisica dell’ayatollah, sperando soprattutto di veder tramontare il sistema clericale. E non è detto che costoro siano solo i nostalgici dei tempi andati, che pure non mancano, oppure i giovani (e le ragazze) che sotto l’hijab, sopportato più che portato, guardano all’Occidente non solo come possibile riferimento politico, come faceva una parte di quella che fu l’Onda Verde, bensì per moda e curiosità. Soggetti politici della capitale, che pur nella sua importanza non è tutto l’Iran, rivolti a un concreto pragmatismo sono divisi fra i riformisti pragmatici, tuttora speranzosi in Rohani, e i potenti conservatori del partito dei Pasdaran, nuovamente stretti attorno a Qalibaf. Costoro sul tema della conservazione della ‘supervisione del giureconsulto’ possono scambiarsi i ruoli.

I riformisti di ieri seguaci di Khatami e gli odierni epigoni sostenitori di Rohani perpetuano la vicinanza ai chierici, differentemente da quei Guardiani della Rivoluzione laici cui stava e sta stretto il potere clericale. Quest’ultima tendenza, comparsa anni addietro e censurata dagli ayatollah più tradizionalisti e da Khamenei in persona, non è stata affatto cancellata.

E tornando alla congettura della possibile morte prematura della Guida, ecco che sulle attuali elezioni, sui nomi dei candidati in corsa, sull’enigma di chi prevarrà, s’aggira l’incognita di chi potrebbe ricoprire quell’incarico strategico voluto da Khomeini e rimasto finora indelebile e prestigiosissimo, visto che conferisce molto ma molto più potere di qualsiasi presidenza.

Giorni addietro la tivù di Stato ha trasmesso il primo di tre dibattiti pubblici fra i sei candidati che il 19 maggio si sottoporranno al giudizio dell’urna. Sono il presidente uscente Rohani, lo sfidante del 2013 Qalibaf, tuttora sindaco della capitale, l’ayatollah Raisi, custode del sacro santuario Imam Reza di Mashad, l’ex vicepresidente (con Rafsanjani e Khatami) Jahangiri, e due outsider: Hashemi-Taba e Mirsalim. Secondo i commentatori la prima manche è andata bene a Qalibaf e Jahangiri, mentre Rohani con la sua sorridente compostezza ha arrancato. Anche a causa dei pesanti attacchi rivoltigli dal sindaco di Teheran che gli rinfacciava incoerenza e promesse non mantenute, fra cui un programma sociale con quattro milioni (sic) di posti di lavoro che non si sono visti. Nel rigettare l’accusa il presidente non ha perso l’aplomb, ma ha picchiato duro anch’egli quando ha affermato di “non aver mai espresso le cifre riportate dal bugiardo Qalibaf”.

Così la composta educazione del nuovo corso ritrova tono aspri come nel decenni politico precedente. In effetti quella promessa sul lavoro risultava impegnativa per una nazione sottoposta a sanzioni che non riesce neppure oggi, dopo quindici mesi dalla caduta delle restrizioni, a fare passi concreti per l’occupazione dei tantissimi giovani che sperano in un futuro migliore.

E chi un lavoro ce l’ha, come Bahram, 34 anni e incarichi tecnici nel settore metallurgico, che vede la propria azienda in partnership con la ThyssenKrupp, a fine mese mastica amaro poiché guadagna 1/5 di ciò che riscuote un suo collega tedesco a Essen. Bahram voterà Rohani, perché guarda il presente e spera di conservarlo e migliorarlo in futuro, almeno dal punto di vista salariale. Seppure non come accadrebbe se lavorasse nel bacino della Ruhr. Un sogno irrealizzabile? “In assoluto, no – risponde – ma per andare lì dovrei ricevere una chiamata personale dall’azienda partner e non posso sperare tanto: perché dovrebbero scegliere proprio me? E poi se il miracolo accadesse la mia azienda e l’amministrazione statale dovrebbero concedermi permessi per l’espatrio”.

Il tema è un’incognita con cui i cittadini, nei vari ruoli, devono fare i conti, se è vero che ottenere un visto di studio, come ci racconta Sara che dovrebbe recarsi in Francia a giugno, l’attesa è di tre mesi e la preziosa ‘visa’ non è ancora nelle sue mani.

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21/04/2017

Iran - Ahmadinejad escluso dalle elezioni presidenziali

Mahmoud Ahmadinejad, ex sindaco di Teheran e presidente dell’Iran dal 2005 al 2013, non potrà partecipare alle prossime elezioni presidenziali. Ad escluderlo dalla corsa è stato ieri il Consiglio dei Guardiani che ha invece accettato la candidatura dell’attuale presidente, il moderato Hassan Rouhani.
 
Ad un mese dalle elezioni il dibattito è dunque già entrato nel vivo e nell’occhio del ciclone finisce l’Ayatollah Khamenei, leader supremo della Repubblica Islamica, che aveva già espresso la sua contrarietà alla candidatura di Ahmadinejad perché la considerava pericolosa per la tenuta di un paese già polarizzato. L’ex presidente, da parte sua, aveva proseguito per la sua strada, sfidando apertamente la guida suprema soprattutto dopo aver negato per mesi di volersi candidare.

Ora, con la sua esclusione, tutti guardano a Khamanei, come longa manus responsabile dell’esclusione vista l’influenza esercitata sul Consiglio (è l’Ayatollah che ne nomina la metà dei membri). Non se ne conoscono le ragioni: di certo si sa delle oltre 1.600 candidature, solo sei ne sono state accolte. L’uscente Rouhani, l’ultraconservatore ed ex ministro della Cultura negli anni ’90 Mostafa Aqa-Mirsalim, Es’haq Jahangiri, il giudice conservatore Ebrahim Raeisi, il sindaco di Teheran e veterano delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad-Baqer Qalibaf e Mostafa Hashemi-Taba, ex ministro dell’Industria e capo del Comitato Olimpico.

L’esclusione arriva a meno di un mese dal voto: le urne si apriranno il 19 maggio e la campagna elettorale partirà il 28 aprile. In realtà di campagna elettorale si può già parlare, un percorso accidentato su cui pesa il ruolo della nuova amministrazione Usa del presidente Trump.

Sarebbe proprio l’interventismo statunitense in Medio Oriente, si vocifera, la ragione dietro la decisione di Ahmadinejad di ricandidarsi. Con Trump che attacca la Siria e minaccia l’accordo sul nucleare iraniano (continue giravolte, annunci e smentite che paiono dirette più a rassicurare gli alleati regionali e a tenere sotto pressione Teheran che a voler aprire un nuovo fronte) il fronte conservatore si sente più forte: l’attuale presidente Rouhani ha fondato il suo mandato e buona parte del consenso ricevuto sull’intesa sul nucleare civile e la fine dell’isolamento del paese nel mondo. Sull’apertura dell’economia iraniana a quella globale e dunque ad un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

Un obiettivo non facile da raggiungere e che si scontra con le lentezze di un processo complesso, seppure grandi potenze mondiali abbiano già inviato aziende e compagnie a Teheran per nuovi lucrosi business. Non tante come si aspettavano gli iraniani, un numero limitato che non ha per ora inciso sul tasso di disoccupazione e sul Pil, la cui crescita è limitata dal basso prezzo del petrolio. La giustizia sociale che Rouhani aveva promesso è ancora una chimera, il consenso verso il presidente moderato si è ridotto mentre aumentano le manifestazioni di protesta per le condizioni economiche e il lavoro.

A nessuno, però, neppure ai conservatori, sembrava Ahmadinejad la soluzione: non sono stati pochi, anche personaggi molto vicini all’ex presidente, quelli che hanno interpretato la sua candidatura a sorpresa come una sfida al Leader Supremo e dunque non sostenibile. E ora arriva la squalifica, un atto che potrebbe pacificare la situazione o, al contrario, infiammarla se sarà letta come un’intromissione palese di Khamenei nel gioco elettorale.

16/04/2017

L’Iran di Rohani, convergenza di passato e futuro

Mentre si presentano le candidature alla presidenza iraniana - c’è tempo sino a domani quindi entro il 26 aprile il Consiglio dei Guardiani esporrà il suo parere - l’unica figura di spicco sicura al giudizio delle urne è il presidente uscente Rohani. Una sua rielezione è probabile. Dal 1981 l’elettorato ha sempre offerto un secondo mandato a chi veniva scelto nel quadriennio precedente e l’eterna sfida fra riformisti e conservatori, rilanciata anche stavolta, ha vissuto momenti alterni. Hassan Rohani appartiene a una categoria che, comunque, ha una tradizione nell’Iran khomeinista, quella dei pragmatici. Che ha avuto in Rafsanjani un campione di diplomazia divisa sul fronte dell’osservanza ai dogmi khomeinisti, aperture a una certa privatizzazione di attività commerciali e imprenditoriali e pure patteggiamenti coi riformisti radicali, quei Mousavi e Karoubi, che quattro anni fa grazie ai suoi buoni uffici hanno condotto il voto riformista e giovanile verso Rohani. Allora venne battuto il candidato dei Pasdaran Qalibaf. Da quell’esperienza il fronte conservatore ha imparato una lezione: evitare le divisioni, tant’è che scommetterà su uno o due elementi. Per ora Qalibaf ha rinunciato, gli oltranzisti saranno rappresentati Rajsi, custode del santuario Imam Reza a Mashad e Baqaei, che fu capo staff di Ahmadinejad. La notizia che quest’ultimo ha lanciato una nuova candidatura sembra una mossa sviante, perché nessuna ‘istituzione’ l’accetterà. Nel 2013 i tradizionalisti frammentarono il voto attorno a tre figure, più o meno conservatrici, laiche e clericali. Credevano che i quorum elettorali fossero più bassi, vista la dichiarazione di astensione proclamata fino alla vigilia dai riformisti di quella che era stata l’Onda verde. Invece la convergenza dei consensi radicali sul ‘centrista’ diplomatico Rohani li mise all’angolo.

Ora la partita si riapre e il presidente uscente, che ha avuto momenti di ampio successo e credito soprattutto per l’uscita dalla nerissima fase delle sanzioni (non è terminata perché sulle finanze del Paese pende il blocco delle transazioni bancarie) viene giudicato pure sul versante economico. E’ vero che il Pil è in ripresa e segna un invidiabile 7.2% ma diversi analisti, anche i non detrattori verso il regime degli ayatollah, descrivono la situazione attuale come malaticcia. C’è molta progettualità, diverse pianificazioni che riguardano, ad esempio, pure il nostro Paese che ha proposto investimenti nelle infrastrutture di trasporti e sanità. Sono progetti firmati col governo Renzi per la creazioni di linee e treni superveloci (se ne occupano Gavio e Trenitalia) su tratte d’interesse turistico fra Teheran, Qom, Esfahan, Mashhad, e l’edificazione di strutture ospedaliere affidate alla Pessina costruzioni, società del gruppo imprenditoriale coinvolto nella recente querelle di presunti favori con l’ex premier: appalti in cambio di finanziamenti al quotidiano L’Unità. Ma questi sono “affari” tutti italiani. Sulle urne iraniane potrà pesare il malcontento dei ceti a basso reddito - non solo i mostazzafin da decenni serbatoio di voto per il partito dei pasdaran - che dopo quindici mesi dalla caduta dell’embargo non vedono sbocchi lavorativi, con una disoccupazione cronicizzata al 12%. E per i tanti giovani le percentuali salgono al 30%, come in Occidente. Sulle politiche economiche in caduta, o comunque, non nella ripresa sperata s’è anche pronunciato Khamenei, e quando parla la Guida Suprema giunge automatica la promozione o la bocciatura d’ogni iniziativa. Però la massima autorità della nazione, dopo l’esperienza estremista di Ahmadinejad, diffida di personaggi sconosciuti. Soprattutto se conducono mosse azzardate contro il clero sciita, come quella di promuovere un superpotere laico che mettesse ai margini “il governo del clero”. Di lì la lista nera in cui è finito l’ex presidente.

Così nelle apparizioni pubbliche che conducono alle presidenziali si sono sentiti pronunciamenti di Khamenei favorevoli a una scelta d’un Capo di Stato esperto, per evitare avventure con politici inadatti. S’è sentito anche un Rohani battagliero che quasi infiammava i sostenitori delle posizioni più dure quando ha detto che “L’Iran è il Paese dei leoni, nessuno può cercare di avvantaggiarsi di questa magnifica nazione”. Concetti rivolti alle minacce dello staff di Trump che potevano stare in bocca al ministro della Difesa, una Guardia della Rivoluzione. Nel conseguente cerchiobottismo, sembra che Khamenei e Rohani, stiano trovando una quadratura delle spigolose contraddizioni che continuano ad attanagliare un pezzo di Iran. Una parte dell’opposizione riformista di area intellettuale, critica la mancanza di coraggio dell’ayatollah-presidente attorno alla repressione di pensieri e costumi; questione additata dai tradizionalisti come un cavallo di Troia del pensiero lassista e corrotto dell’Occidente lanciato contro i tratti salienti della Rivoluzione islamica. Tanto che le manifestazioni popolari del 2009, concentrate soprattutto a Teheran, che avevano riavviato scontri di piazza fra basij e studenti furono bollate come contestazione organizzate dall’esterno (s’accusava la Cia) per operare un colpo di Stato alla stregua di quello antico contro Mossadeq. Fantasmi di regime? Forse. Certamente i contrasti anche interni non sono secondari, in tutti i fronti menzionati. Ma un aspetto che gli avversari di ideuzze aggressive devono meditare è il senso d’appartenenza degli iraniani. Davanti a possibili attacchi esterni tutti s’unificano: clericali e laici, apparati, correnti politiche e generazioni. S’innesca quello spirito leonino, menzionato da Rohani, che risponde diventando un’unica diga contro i nemici della patria e di ciò che rappresenta.

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