Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/01/2020

USA - Ambigui tentativi di de-escalation con l'Iran

di Michele Giorgio – il Manifesto

Il lento percorso di Iran e Usa verso la de-escalation è segnato dall’offerta ambigua di negoziato fatta da Trump e dal ritorno in campo della voce moderata di Hassan Rohani. Donald Trump si è detto pronto «ad impegnarsi senza precondizioni in negoziati seri», in una lettera inviata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu dall’ambasciatrice americana Kelly Craftin. L’obiettivo di Washington sarebbe quello di «prevenire ulteriori rischi per la pace e la sicurezza internazionali o l’escalation da parte del regime iraniano», si spiega nella missiva, in cui l’eliminazione di Soleimani è giustificata come un atto di autodifesa. Trump aveva già proposto ai firmatari dell’accordo sul nucleare iraniano del 2015 (Jcpoa) di uscirne come hanno fatto gli Usa per rinegoziarne un altro insieme a Tehran. Ipotesi respinta dall’Iran. L’ambasciatore all’Onu Majid Takht Ravanchi ha definito «incredibile» il fatto che gli Usa offrano colloqui mentre rafforzano ulteriormente le sanzioni, che, come ha annunciato ieri Trump, «sono già pronte e saranno durissime». Ravanchi ha ribadito quella che è sempre stata un’altra condizione di Tehran per tornare al tavolo: «I negoziati sono possibili solo se gli Usa rientrano nell’accordo».

Da parte sua il presidente iraniano, protagonista dell’accordo sul nucleare raggiunto con l’Occidente, è stato come un fiume in piena durante la conversazione telefonica di ieri con il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel. L’Unione europea, ha chiesto, deve assumere «posizioni indipendenti da Washington» e non permettere che l’Iran resti «totalmente deluso» dall’Europa. «Gli Stati Uniti hanno commesso terrorismo economico stabilendo sanzioni contro l’Iran perfino sul cibo e le medicine – si è lamentato Rohani – e hanno violato tutte le regole internazionali assassinando il principale comandante militare dell’Iran (Qassem Soleimani). L’Europa deve rispondere a questi atti terroristici degli Usa». Un passo che l’Ue non muoverà. Michel ha soltanto assicurato che Bruxelles è pronta a fare la sua parte per disinnescare le tensioni ed espresso sostegno al Jcpoa, «fattore chiave», ha spiegato, nell’architettura globale di non proliferazione nucleare. Ha perciò invitato l’Iran a evitare atti irreversibili e a non uscire dall’accordo sul nucleare così come hanno fatto gli Usa nel maggio 2018.

Nelle stesse ore i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione islamica iraniana, cantavano vittoria per gli attacchi missilistici che hanno lanciato contro due basi irachene che ospitano forze militari statunitensi e con i quali ritengono di aver vendicato l’assassinio del generale Soleimani ordinato da Donald Trump. Secondo il generale delle forze aerospaziali dei Pasdaran, Amir Ali Hajizadeh, quei lanci di missili sono stati «l’inizio di una grande operazione» che potrebbe continuare in tutta la regione. «Non abbiamo cercato di uccidere. Abbiamo cercato di colpire la macchina militare del nemico», ha spiegato Hajizadeh. Tuttavia, ha aggiunto, «decine di persone sono morte e alcune sono rimaste ferite. I numeri verranno resi noti in seguito». Secondo gli Stati Uniti e le stesse forze militari irachene invece l’attacco iraniano non avrebbe provocato vittime. Il generale dei Pasdaran ha sottolineato che l’operazione avrebbe potuto essere molto più letale e ha previsto fino a «5 mila in meno di 48 ore in caso di una risposta da parte di Washington». Infine Hajizadeh ha negato che una parte dei missili abbia fallito il bersaglio: «Tutti i missili hanno colpito gli obiettivi».

In Iraq invece i toni non sono da trionfo. Il paese mai come in queste ore è schiacciato tra i muscoli degli “alleati” americani e la pesante influenza del vicino iraniano. Ed è tornato a far sentire la sua voce uno degli uomini forti del paese, il leader sciita Muqtada al Sadr, che ha dichiarato «concluso» lo scontro militare tra Usa e Iran. Al Sadr ha esortato a riprendere in mano il filo politico dell’Iraq, attraversato prima dell’assassinio di Soleimani da manifestazioni popolari di protesta contro disoccupazione, corruzione e malgoverno represse nel sangue dalle forze di sicurezza. Al Sadr ha auspicato nei prossimi 15 giorni la formazione di un governo iracheno forte, in grado di proteggere la sovranità dell’Iraq e di tenere elezioni anticipate. Sadr si è quindi rivolto alle varie milizie sciite vicine all’Iran per esortarle a «mettere a tacere le voci più estreme» e a non «avviare azioni armate» contro obiettivi americani.

Di Iran e della situazione regionale hanno parlato ieri al telefono Trump e il premier israeliano Netanyahu, unico leader politico ad aver dato pieno sostegno alla decisione della Casa Bianca di uccidere Soleimani.

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07/09/2019

Netanyahu in allarme: "C'è una possibilità che Trump incontro Rohani"

di Michele Giorgio – il Manifesto

«C’è una possibilità» che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump incontri il capo di stato iraniano Hassan Rohani nel prossimo futuro. Ad affermarlo, con tono preoccupato, è stato ieri Benyamin Netanyahu, schierato contro qualsiasi apertura all’Iran. In particolare da parte degli Usa, che nel 2018, anche per le pressioni di Israele, sono usciti dall’accordo internazionale sul programma nucleare iraniano (Jcpoa) e hanno varato pesanti sanzioni contro Tehran. Ma ora, dopo le iniziative del presidente francese Macron, non si esclude più un incontro tra Trump e Rohani – forse a margine della prossima riunione annuale delle Nazioni Unite – e la Casa Bianca ha pubblicamente mostrato interesse per questa possibilità. Uno sviluppo inatteso che fa infuriare il premier israeliano, timoroso che Trump possa ripetere con l’Iran quanto ha fatto con la Corea del Nord, all’inizio minacciata di guerra e poi coinvolta in un dialogo difficile e a singhiozzo ma concreto.

Il programma nucleare iraniano – che Israele ritiene finalizzato ad assemblare ordigni atomici – è solo uno degli elementi di un quadro molto complesso. Un ipotetico inizio di relazioni più positive tra Trump e l’Iran – che al momento appare improbabile – significherebbe una sorta di riconoscimento statunitense del peso di Tehran nella regione mediorientale, simile a quello fatto nel 2015 dall’ex presidente Barack Obama con la firma del Jcpoa. Riconoscimento che finirebbe per minare il controllo strategico esclusivo sulla regione di Israele, che in segreto possiede armi nucleari.

Ieri Netanyahu ha affermato che non è sua intenzione dire a Trump «chi può incontrare e quando». Ma non è così. Il primo ministro israeliano è impegnato a scoraggiare la Casa Bianca e altri paesi dal fare aperture alla leadership iraniana. Ha ricordato più volte nelle ultime ore che Rohani ha annunciato che il suo paese da oggi comincerà a produrre centrifughe avanzate per l’arricchimento dell’uranio, in risposta alle sanzioni americane. Non sorprende che il premier israeliano abbia scelto di lanciare il suo allarme da Londra dopo l’incontro avuto con il primo ministro britannico e amico Boris Johnson. I due concordano sulla necessità di contenere il «comportamento destabilizzante» dell’Iran. Ieri a Londra era previsto anche un colloquio tra Netanyahu e il segretario alla difesa Usa Mark Esper.

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03/09/2019

Rohani nuovo Kim, incubo per Netanyahu

di Michele Giorgio

L’ipotesi dell’avvio di un dialogo e, quindi, di un incontro tra Donald Trump e il presidente iraniano Hassan Rohani non è remota, è quasi zero. Eppure è bastato che il presidente francese Macron dichiarasse al G7 che il faccia a faccia è possibile per scatenare una ondata di accuse dei falchi iraniani contro Rohani. A ben poco è servito che il presidente iraniano, in un discorso pronunciato alla tv di stato, abbia perentoriamente condizionato la sua disponibilità al dialogo alla revoca completa delle pesanti sanzioni Usa contro l’Iran. «Il risultato più significativo delle riunioni e delle trattative con gli Stati Uniti è stato l’accordo sul nucleare (Jcpoa, del 2015, ndr) di cui nessuno ormai dubita sia stato una catastrofe», ha protestato sul giornale conservatore Kayhan Hossein Shariatmadari, rappresentante del leader supremo Khamenei. Il quotidiano Khorasan ha ammonito che un ritorno dell’Iran al tavolo dei negoziati con gli Stati Uniti verrebbe interpretato come un «segno di resa e debolezza» causato delle sanzioni americane. Ma anche una parte del fronte moderato ha esortato il presidente a fare attenzione perché, spiega il riformista Mohammad Ali Abtahi, l’idea del faccia a faccia con Trump potrebbe rivelarsi una «trappola» e sfociare in nuove sanzioni economiche contro il paese e dare più spazio a chi in Iran contesta l’accordo internazionale sul nucleare.

In casa israeliana evidentemente sapevano con largo anticipo dell’intenzione di Macron di invitare a Biarritz il ministro degli esteri iraniano Zarif. E sapevano anche che Trump avrebbe usato toni più morbidi verso Rohani e Tehran rispetto a quelli da scontro totale che ha scelto da quando è entrato alla Casa Bianca e ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dal Jcpoa. Il giornalista Barak Ravid, esperto di rapporti Usa-Israele, scrive su Axios che Netanyahu ha cercato Trump al G7 per tenerlo lontano da Zarif. Così la raffica di attacchi aerei israeliani, tra sabato e domenica, contro obiettivi riconducibili all’Iran in Siria, Iraq e Libano potrebbe aver avuto lo scopo principale di tenere alta la pressione su Tehran e di inviare un messaggio all’alleato Trump: lo Stato di Israele non accetta un ammorbidimento nei confronti dell’Iran ed è pronto anche a scatenare una guerra pur di difendere i suoi interessi. Tel Aviv in via ufficiale denuncia attacchi imminenti con droni contro Israele sventati grazie agli ultimi bombardamenti in Siria e denuncia piani del movimento sciita libanese Hezbollah di dotarsi, con l’aiuto dell’Iran, di missili ad alta precisione.

Per il noto analista israeliano Ben Caspit invece l’incubo di Netanyahu non è Teheran o Beirut ma Washington. Il fatto che Trump abbia semplicemente preso in considerazione l’idea di incontrare Rouhani, spiega Caspit sul portale d’informazione mediorientale Al Monitor, è «una brutta notizia per Netanyahu, la peggiore che abbia mai ricevuto... I toni pacifici usciti dalla bocca di Trump possono materializzarsi in un finale horror (per Israele), l’Iran trasformato in una nuova Corea del Nord». Ossia si ripeterebbe con l’Iran la situazione in cui un imminente attacco militare statunitense ai nordcoreani è diventato un dialogo, seppur a singhiozzo, tra Trump e Kim Jong-un. «Quando sono emersi i primi segni dell’opzione negoziale la febbre israeliana si è trasformata in panico», prosegue l’analista sottolineando che Netanyahu è preoccupato dalla imprevedibilità di Trump e sta usando tutto ciò che ha a disposizione per tenere il presidente americano fedele alla linea aggressiva verso l’Iran. «Netanyahu» conclude Caspit «è convinto di poter ancora manipolare Trump prima delle presidenziali Usa del 2020. Ma Trump è propenso a lasciare che ciò accada?»

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18/06/2019

L'Iran, gli Usa e il nucleare: Trump vuole la guerra (e Salvini è il suo cameriere)

di Alberto Negri - Linkiesta

Che cos’è una politica estera dissennata e criminale? Nel caso dell’Iran ne abbiamo un esempio lampante. Qui la maggior parte dei commentatori, che in genere non hanno mai visto una guerra e tanto meno in Medio Oriente, ritiene che non ci sarà un conflitto contro gli ayatollah. Trump si avvia in campagna elettorale - è uno degli argomenti principali - e non gli conviene ritentare la conferma alla Casa Bianca con una guerra in corso. Sono ottimisti e forse sono anche già stati superati dalla realtà.

Quando Trump l’anno scorso si è ritirato dall’accordo sul nucleare firmato nel 2015 dal suo predecessore Obama - decisione presa su spinta di Israele e delle monarchie del Golfo come l’Arabia Saudita - aveva già fatto il primo passo verso un conflitto.

Non solo l’Iran non aveva violato l’accordo ma gli Usa mettevano continuamente sanzioni secondarie verso banche, aziende e Paesi che facevano affari con Teheran: sabotavano l’intesa e impedivano agli altri di attuarla. Se Teheran continua ad avere difficoltà a diventare un Paese “normale” come chiede il segretario di Stato Pompeo è proprio perché gli Usa non vogliono. E lo vogliono ancora meno i loro alleati nella regione perché l’Iran, secondo Paese al mondo per riserve di gas e quarto per quelle petrolifere, può diventare una potenza economica concorrente e attirare capitali e investimenti più di qualunque altro Paese della regione.

L’Italia, per esempio, aveva già firmato un memorandum di intesa con il presidente Hassan Rohani da 30 miliardi di dollari per commesse, grandi lavori e commercio. E pur in mezzo a mille difficoltà resta il primo partner europeo di Teheran.

Così gli americani hanno iniziato la fase preparatoria della guerra: lo strangolamento economico della repubblica islamica, soltanto mascherato dall’esenzione per sei mesi di potere acquistare greggio iraniano. Poi sarebbe cominciato quello che vediamo adesso: una sequela di provocazioni nel Golfo per fermare non tanto l’apparato militare iraniano ma soprattutto l’export di petrolio. A bombardare gli iraniani per il momento ci pensano in Siria caccia e missili di Israele.

Gli americani hanno messo il cappio al collo dell’Iran e ora intendono stringere la morsa. Potrebbe caderne vittima proprio il governo moderato del presidente Rohani ormai incalzato dai Pasdaran e dell’ala dura che non volevano firmare l’intesa sul nucleare del 2015. Se l’Iran si ribella al soffocamento economico e vanno al governo i duri, si procede verso la guerra. E in alternativa soltanto “i duri e puri” del regime possono davvero negoziare un’intesa per evitarla.

A Teheran hanno capito quello che già sapevano da molto tempo, e cioè che senza un’atomica nell’arsenale sarebbero stati sempre un bersaglio degli Stati Uniti e dei loro alleati. La conferma è venuta dall’iniziativa di Trump di aprire negoziati con la Corea del Nord: solo sei ha l’atomica vieni considerato degno di essere preso in considerazione dalla Casa Bianca.

Gli iraniani non potranno mai avere l’atomica e lo sanno perfettamente: altrimenti sarebbero già stati bombardati.

Basti pensare che per le false accuse di possedere armi distruzione di massa gli americani hanno fatto fuori Saddam Hussein. Gli Stati Uniti hanno già dimostrato di attuare guerre prive di qualunque giustificazione perché non ne hanno bisogno: se la inventano e quindi la vendono al mondo intero.

Gli iraniani possono soltanto possedere una bomba “virtuale”, cioè i mezzi per farla ma senza avvicinarsi troppo e quindi tenere sulla corda gli Usa e le monarchie del Golfo che sono le prime al mondo per spesa militare in armi americane e occidentali.

L’Iran corre su un filo sottile, non soltanto nel Golfo ma anche in Siria, in Iraq e in Yemen. Le altre poste in gioco di un eventuale conflitto contro gli ayatollah. Gli Usa sono affascinati come sempre dalla teoria del domino: se cade Teheran, pensano, ci prendiamo anche tutto il resto e poi passiamo a regolare i conti con la Russia e la Turchia, un membro della Nato che è ormai è più vicino a Putin che agli Usa e all’Occidente.

Gli Stati Uniti quindi hanno mandato il premier giapponese Shinto Abe a provare una finta mediazione con la Guida Suprema Ali Khamenei ben sapendo che questa missione suonava come una sorta di ultimatum. E anche abbastanza comico: i giapponesi pur essendo una potenza più che rispettabile non sono la Russia, la Cina, Francia, la Gran Bretagna, Stati che fanno parte del consiglio di sicurezza Onu, che hanno l’atomica e sono garanti dell’accordo sul nucleare insieme all’Onu. Il tentativo di Abe è stato preceduto da un altro della Germania. Ma si è trattato di manovre dilatorie, fumo negli occhi: Germania e Giappone sono insieme all’Italia le potenze sconfitte dalla seconda guerra mondiale e messe sotto protettorato americano. Cosa volete che contino?

Se uno manda a Teheran giapponesi e tedeschi significa che vuole dal regime iraniano una resa senza condizioni. Non una trattativa. Tanto è vero che gli Usa hanno montato l’operazione contro le petroliere nel Golfo per potere accusare l’Iran proprio mentre Abe si trovava a Teheran: il premier nipponico deve essersi sentito preso in giro e ha fatto la figura dello sprovveduto.

Non sorprende quindi che Teheran abbia annunciato che entro dieci giorni supererà i limiti delle riserve di uranio a basso arricchimento consentiti dall’accordo del 2015. Non è una minaccia ma una richiesta di aiuto. Rohani aveva dato 60 giorni ai Paesi firmatari dell’accordo per rendere concrete le promesse di aggirare le sanzioni petrolifere e bancarie americane. Una richiesta rivolta in particolare agli europei.

Cosa farà l’Europa in caso di crisi prolungata e forse di guerra? La Gran Bretagna si è già schierata con Washington, la Francia fa finta di mediare ma in realtà tiene più alle sue commesse militari nel Golfo che alla pace in Medio Oriente, la Germania resterà neutrale, dimostrando ancora una volta di essere una potenza inutile in caso di conflitto, mentre l’Italia darà le basi agli Usa, come sempre. Salvini non lascia dubbi: è filo-israeliano, quindi filo-tutto. È d’accordo con Trump su tutto, dalla guerra all’Iran alla Cina, e afferma che l’Italia deve tornare a essere il primo partner europeo degli Usa, anche se non lo è mai stata. In poche parole abbiamo mandato un altro cameriere, per di più disinformato, a Washington, il quale non vede l’ora di rifilarci gli F-35 non venduti alla Turchia. Forse lo assumono. Sovranisti su Marte.

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08/08/2018

Sanzioni all’Iran: tensione Usa - UE

“Le sanzioni iraniane sono state lanciate ufficialmente. Queste sono le sanzioni più pungenti che siano mai state imposte e in novembre aumenteranno ancora ad un ulteriore livello. Chiunque faccia affari con l’Iran NON farà affari con gli Stati Uniti. Io chiedo la PACE NEL MONDO, niente di meno!”

Questo è il testo del tweet con il quale Donald Trump ha comunicato il rilancio delle sanzioni all’Iran, annunciando una escalation per il prossimo autunno. Ma la parte più interessante di questo tweet potrebbe essere quel ricattatorio “chi fa affari con loro non ne farà con noi”.

Che gli Usa targati Trump avessero intenzione di riprendere a sanzionare l’Iran era ormai chiaro: secondo l’attuale amministrazione l’Iran non ha rispettato i contenuti dell’accordo stipulato nel 2015 con Obama (insieme a Russia, Cina, Regno Unito, Germania, Francia ed UE), e comunque quell’accordo era a prescindere sbagliato.

Le sanzioni, modulate in due “scatti” progressivi (le prime attive da ieri, le altre da novembre) vanno a colpire molti settori dell’economia reale e finanziaria iraniana: acquisizione di dollari, commercio di oro e metalli preziosi, acciaio, carbone, alluminio, grafite, petrolio, banche, trasporti marittimi, software industriali... insomma, una serie di interventi che andranno a limitare fortemente la capacità commerciale di Teheran, già fortemente in difficoltà per una crisi economica perdurante e per i costi dell’impegno militare in Siria.

Il presidente iraniano Rohani ha prontamente risposto a Trump, denunciando il tentativo di innescare una “guerra psicologica” e di creare divisioni all’interno del paese.

Secondo le dichiarazioni di John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale recentemente nominato da Trump, l’obbiettivo statunitense non è un cambio di regime. Ciò significa che almeno in questa fase il risultato da ottenere è quello di indebolire l’Iran e le sue ambizioni di potenza regionale, facendo così un grande favore all’Arabia Saudita e alle petromonarchie da un lato, e ad Israele dall’altro.

Ma la questione non è, ovviamente, solo mediorientale: l’accordo con l’Iran è stato stipulato da diversi attori, molti dei quali hanno importanti accordi commerciali in atto con Teheran.

Ecco che acquista molto senso la frase che Trump ha voluto inserire nel suo messaggio: “Chiunque faccia affari con l’Iran NON farà affari con gli Stati Uniti”.

Il messaggio è chiaro, come chiari sono i destinatari: Cina, Russia ma ancor di più l’UE.

La prima risposta sorprendente è arrivata dalla Gran Bretagna, che attraverso le parole del viceministro degli Esteri Burt ha dichiarato che non seguirà gli Stati Uniti e rispetterà i contenuti dell’accordo, ritenuto “parte importante non solo della sicurezza nella regione, ma nel mondo”.

Anche Federica Mogherini, Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e le politiche sulla sicurezza, ha dichiarato durante una visita istituzionale in Nuova Zelanda che l’UE continua ad incoraggiare le aziende a stabilire rapporti commerciali con l’Iran in quanto, secondo l’Europa, Teheran ha rispettato e rispetta gli accordi stipulati sul nucleare.

Insomma, oltre che nei rapporti tra Usa e Iran, la tensione potrebbe crescere anche all’interno di più ampie dinamiche internazionali. Al momento non sono arrivate risposte chiare da Cina e Russia, e comunque giova ricordare che tra UE e Stati Uniti si è da poco raggiunto un faticoso accordo sui dazi.

Nota a margine: l’Italia è tra i primi paesi europei per volume di scambi commerciali con l’Iran (circa 5 miliardi all’anno). La ripresa delle sanzioni ed il conseguente blocco nelle relazioni economiche sarebbe un grosso problema da gestire per molte aziende e sopratutto per chi in quelle aziende ci lavora.

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14/05/2018

Nucleare iraniano e bullismo geopolitico

Quanto sia politica l’uscita bulla sul nucleare iraniano del presidente statunitense Trump sta nei commenti di tutti gli analisti pro e contro l’attuale inquilino della Casa Bianca. Che nel suo determinismo, pur segnato da mosse a sorpresa come quella che a breve lo porrà di fronte al nemico giurato di qualche mese addietro, l’omologo nordcoreano Kim, ha comunque una sua costanza: esasperare i confronti. Perché, affermano consiglieri e commentatori, “fare i duri paga”. Occorre valutare con quali duri. Ovviamente la geopolitica si serve oltre che di mosse a sorpresa, di molteplici tattiche, bluff compresi, sebbene scoprirsi finti duri può diventare un boomerang addirittura peggiore della più morbida diplomazia. Comunque nel contrasto a ogni costo di cui Trump si fa convinto interprete, c’è molto passato ideologico e strategico dell’America muscolare non solo repubblicana e tardo reganiana, ma della stessa componente democratica poiché anch’essa, quarant’anni addietro ‘carteriana’, mal digeriva la Rivoluzione islamica di Teheran e lo schiaffo dei 444 giorni d’occupazione della sua ambasciata. E tale ‘passato che non passa’ è presente nei risvolti che saranno l’immediata conseguenza dello strappo trumpiano nel Paese degli ayatollah, e lì assume le voci dei basij vecchi e nuovi.

Costoro, assieme al potente Partito dei pasdaran che con Ahmadinejad pensavano addirittura di fare a meno della tutela del clero, riprendono il centro della scena politica in questa fase offensiva del simbolo dell’Occidente. A ben poco serve la malleabilità di Francia, Gran Bretagna e Germania, gli altri pezzi occidentali dei 5+1 Paesi che avevano firmato il famoso accordo nel 2015, che si rendono disponibili a confermare il patto, lasciando isolata un’America che in fondo vuole star sola. L’andamento dei due anni trascorsi, pur consentendo a Teheran una ripresa nella produzione energetica ha comunque mostrato estreme difficoltà nell’agevolare la presenza di capitali stranieri, passo indispensabile per diversificare l’economia nazionale. All’Iran moderno sta stretta la tipologia di Stato redditiere incentrato prevalentemente nell’attività estrattiva e la cancellazione dell’embargo e dei veti finanziari internazionali doveva servire proprio a questo. Ma il potere del sorridente Obama non è stato pari alle presunte buone intenzioni, e l’arrivo di Trump ha esplicitato quello che di fatto i potentati della finanza mondiale intendono praticare con e oltre la sfera politica. Così in terra iraniana di dollari se ne son visti pochi e gli stessi canali di differenziazione economica tramite un vero boom turistico non sopperiscono ad altre carenze. E soffrono pure.

La promessa normalizzazione con cui Rohani ha lanciato due campagne elettorali, vincendole per conto della parte meno oltranzista del Paese, è una grande incompiuta se si guarda a ovest. E non certo per volontà del conservatorismo iraniano. Però l’intreccio che lega ideologia, economia e geostrategie continua ad avere nell’infuocato Medioriente occidentale in cui gli Usa ci stanno sempre meno, mentre ci stanno gli attuali suoi alleati più fedeli: Israele e Arabia Saudita, una piega significativa trasformatasi in piaga. Ai due amici di Washington le azioni, gli interessi, gli appetiti iraniani sui prosceni siriano, yemenita, libanese non vanno giù. Perché nutrono interessi e appetiti propri. Cosa che non giustifica taluni scempi che purtroppo ricadono sulle popolazioni civili, ma li spiega. Perciò l’arricchimento dell’uranio diventa l’ennesimo pretesto per regolare altre questioni, sebbene gli sviluppi di certe mosse presumono esasperazioni reali e fittizie. Nel rimescolamento degli equilibri nell’area accanto ai diretti interessati a un’egemonia regionale ci sono due grandi firmatari dell’accordo stesso: Russia e Cina. La prima è già diventata alleato tattico e militare di Teheran sui fronti delle crisi siro-irachena e yemenita, la seconda può ampliare i punti d’incontro economico con gli ayatollah. E il peso che avranno nelle scelte politiche iraniane il Partito dei pasdaran, le sue bonyad e la nuova leva dei chierici conservatori sarà notevole.

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08/05/2018

Iran - Tempo di diplomazia muscolare

Avrebbe atteso un altro paio di settimane, così da far coincidere l’esplicito discorso alla nazione col primo anno di rielezione alla carica presidenziale. Ma per un Rohani più nella veste d’implacabile Guida Suprema che di affabile diplomatico grava la data del 12 maggio, il giorno in cui l’omologo statunitense Trump dirà se svincolare il suo Paese dall’accordo sul nucleare siglato nel 2015 da Obama. Attorno a questo passo che può rinfocolare le tensioni fra i due contendenti d’un quarantennio pesano interessi economici, politici, geostrategici interni e internazionali. Non una questione da poco. Ed entrambi i presidenti che di problemi ne hanno parecchi, sul piano degli intrighi personali il miliardario americano, sul fronte socio-politico l’ayatollah che dal 2013 si regge sul compromesso fra riformisti e moderati, si giocano una fetta del proprio successo futuro. L’ufficialità con cui Rohani ha lanciato il messaggio alla nazione e i termini con cui l’ha posto: “Se lasciano l’accordo gli Stati Uniti se ne pentiranno come non mai nella storia” dice molto di più sul piano geopolitico di quanto la delicatissima vicenda dica sul fronte economico. E quest’ultimo è in condizioni gravissime, perché nel periodo dell’embargo l’Iran ha subìto un pesante tracollo finanziario per la scarsità di commerci con l’Occidente. Gli stessi ritardi nelle transazioni registratisi nell’ultimo biennio, nonostante l’accordo firmato, è uno dei temi toccati da Rohani durante il cammino elettorale.

Il presidente uscente ha giocato la sua rielezione contro i conservatori che un anno fa sostenevano i candidati Qalibaf e Raisi. A fine campagna i tradizionalisti avevano fatto convergere i voti su un unico candidato (l’ayatollah Raisi) per evitare di disperderli in più rivoli e favorire Rohani, come nel 2013. Ma non ce l’avevano fatta. La gioventù in cerca di nuove opportunità di lavoro e di speranze avevano sostenuto una seconda volta “l’uomo della svolta”. Ma la svolta non porta frutti e la situazione interna è magmatica. Le proteste di piazza di fine 2017, e le nuove fiammate d’un mese fa, mostrano un panorama ingarbugliato e una tensione interna elevata. Fra chi usa la piazza per contestare l’attuale establishment s’è ventilata una regìa del malcontento d’inverno proprio da parte del tradizionalismo che ha una roccaforte nella città santa di Meshhad. S’è parlato anche di un’azione autonoma dei sostenitori dell’ex presidente Ahmadinejad (non a caso in quelle settimane posto agli arresti domiciliari preventivi). S’è detto che certe proteste cittadine scaturiscono da stimoli innescati magari da questi motivi e altri intenti politici e di fazione, però il malcontento serpeggia. E tale malcontento è correlato a due questioni: le mancate entrate di un’economia ancora ingessata dal sistema finanziario mondiale del quale gli Usa detengono molti fili, e le enormi uscite dovute alle guerre logoranti e dispendiose cui l’Iran partecipa. Apertamente in Siria e Yemen, in maniera strisciante in altri focolai mediorientali.

Quest’ultimo è un punto dolente, ma può diventare un elemento di forza della gestione Rohani. Poiché col richiamo delle armi il partito dei Pasdaran, ultimamente più vicino ai tradizionalisti che all’attuale presidente compromesso coi riformisti, si sente tutelato dalla politica del clero come lo fu solo ai tempi del Ruhollah Khomeini che lo creò. L’altro nume del partito combattente, Mahmud Ahmadinejad, riuscì solo a spaccare il Paese, fra l’altro prima delle vicende corruttive che l'oscurarono quasi quanto le rivolte dell’Onda verde. Per qualsiasi presidente della Repubblica Islamica iraniana avere dalla propria parte i pasdaran, significa possedere l’arma delle armi, contro cui solo piazze rivoluzionarie e non meramente protestatarie possono averla vinta. Nel caso dell’accordo sul nucleare che Trump, col solo sostegno di Israele e dell’Arabia Saudita in versione Bin Salman, vuole stracciare, Rohani può spiazzare i propri detrattori interni agitando lo spettro del “Satana statunitense”. In tal modo trova il consenso d’un popolo che alle divisioni interne antepone la sicurezza nazionale. In aggiunta, e sempre sull’accordo nucleare può ricorrere agli altri cinque del cosiddetto blocco 5+1. Due sono giganti amici (Russia e Cina), delle altre tre potenze occidentali (Gran Bretagna, Francia, Germania) bisognerà comprendere le propensioni filo americane. Ma di quell’America estremista trumpiana, verso cui finora solo Macron sembra apprezzare le follìe. E poi l’alzata di scudi di Rohani, aggregatrice all’interno, ha la certezza di trovare sempre la comprensione putiniana sullo scacchiere mediorientale. Una partita d’interessi reciproci che prosegue la corsa.

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10/01/2018

Rohani: compresione generazionale

“Non si può forzare lo stile di vita delle attuali e future generazioni” ha affermato un compassato e comprensivo Hassan Rohani, tornando a parlare delle proteste che hanno scosso per alcuni giorni l’Iran e che sembrano placate o sedate da repressione e arresti (venti morti e un migliaio di reclusioni). Il presidente ha lanciato una riflessione reale: la via che la sua generazione ha tracciato può star stretta agli attuali ventenni e trentenni. E’ il sentimento che si può facilmente raccogliere in una larga fetta della gioventù urbana e magari anche rurale del Paese. “Libertà e vita sono acquistabili col solo denaro? Questo sembra un insulto per la gente” ha anche rilanciato l’ayatollah moderato, ventre molle d’un sistema clericale che in questa delicata fase appare aderire totalmente all’inattaccabile posizione della Guida Suprema: i governi nemici dell’Iran (statunitense, saudita, sionista) hanno ordito un complotto destabilizzante, usando propri agenti e orientando le proteste contro la nazione. Però, se si ascoltano le voci di amici e parenti di alcuni dei giovani fermati dalle forze antisommossa davanti all’Università di Teheran, accanto a chi affermava di passare lì per caso, magari negando l’evidenza per non cadere nell’accusa di moharebeh (senza Dio) punita con la pena di morte, la questione dell’identità soggettiva e generazionale di fronte a una classe politica che non ascolta c’è tutta. E bisogna capire se Rohani stia riproponendo un sincero dialogo con quell’elettorato giovanile che, deluso, l’ha apertamente accusato nelle strade o se la sua sia pantomima di regime, perché l’uomo si mostra sì diplomatico e aperto, ma interpreta pur sempre quel compromesso pragmatico fra il khomeinismo reicarnato in Khamenei e pragmatismo clerical-affaristico di Rafsanjani. Che in queste settimane nel Paese si stia giocando una partita di potere, è apparso chiaro coi “domiciliari” non ufficializzati, ma neppure smentiti di Ahmadinejad. Il laico che lo stesso secondo mandato Rohani vorrebbe inchiodato per quella corruzione che fa crollare le case sulla testa dei poveri che l’ex basij ha sempre sostenuto di voler difendere.

Provata o meno che sarà quest’accusa, l’altra rivoltagli, aver fomentato disordini nelle province povere, fra quei mostazafan che ancora lo venerano come uno di loro, ha tagliato fuori l’ex presidente da un possibile ritorno politico (non certo istituzionale). Una mossa gestita dal partito dei Pasdaran e dall’entourage dell’attuale presidente. Stretti attorno alla Guida Suprema, di cui da mesi si vociferano malattia e morte e che invece continua a mostrarsi presente e attivo. Certo, discorrere di Ahmadinejad nell’Iran del futuro sembra una contraddizione. Eppure nel perenne contrasto fra tradizione e innovazione, chi raggiunge ruoli di prestigio non scompare definitivamente, sia sul versante riformista, pensiamo a Khatami, sia in campo conservatore. Per tacere di chi ha trascorso un’esistenza pubblica relazionandosi ai due schieramenti: Rafsanjani. Sulle cui orme – lo è stato detto sin dalle elezioni in cui agitava la chiave del “cambiamento” nel 2013 – si pone Rohani, probabilmente costretto a mediare perfino sulla proposta dell’Alto Consiglio per l’Educazione che vorrebbe tagliare l’esperimento d’insegnare la lingua inglese nelle elementari. Motivo: sventare il pericolo di modelli devianti, magari pensando all’uso comunicativo dei social media. Una proposta che appare un autogol in un Paese altamente scolarizzato che insegue impulsi tecnologici. Un’idea che fa trasparire un passatismo antistorico, visto l’uso globale che quella lingua ha assunto, pur imponendosi al mondo grazie allo strapotere economico e geostrategico degli imperi prima britannico, poi statunitense. Il Rohani che stiamo già osservando, non tace affermazioni simili: “La gente ha posto domande e queste domande dovrebbero essere ascoltate”, ma deve difendersi dalla piazza di Meshaad, aizzata forse dai basij ma sostenuta da quel Raisi su cui nel maggio scorso Rohani l’ha spuntata, che però resta in lizza per i ruoli di presidente o, addirittura, di Guida Suprema. L’ayatollah moderato deve galleggiare in un panorama dove i nemici esterni esistono eccome, mentre gli amici interni, che si sentono traditi da promesse non mantenute e dalle difficoltà oggettive, non gli faranno più da sponda.

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05/01/2018

Iran - Venti morti nelle proteste. Riformisti con Rohani e contro la propaganda USA

di Michele Giorgio – Il Manifesto

È salito a più di 20 morti il bilancio delle proteste in Iran sfociate in alcune località in violenze e attacchi a stazioni di polizia e palazzi governativi. La tv di Stato ha dato notizia di altre nove persone rimaste uccise nella notte tra lunedì e martedì: sei in un attacco a un commissariato di Qahdarijan; un bambino di 11 anni e un ventenne a Khomeinishahr. Un membro dei Guardiani della rivoluzione è stato ucciso a Najafabad.

Tehran è meno coinvolta nei disordini. Nella capitale però la polizia ha arrestato 450 persone. Il presidente Rohani conferma il sostegno al diritto degli iraniani a manifestare la loro insoddisfazione ma ha alzato ancora il tono della sua condanna delle violenze spesso fomentate dai suoi avversari del fronte conservatore. In particolare dall’ayatollah Ahmad Alamolhoda considerato da molti l’ispiratore delle prime proteste giovedì scorso a Mashhad.

Per questo importanti esponenti riformisti sono scesi in campo a sostegno del presidente non mancando di condannare anche le ultime dichiarazioni fatte da Donald Trump sull’Iran. Senza rinunciare però a chiedere al loro governo di affrontare le ragioni vere del malcontento popolare. «Indubbiamente il popolo iraniano si trova di fronte a difficoltà nella vita quotidiana... ma gli eventi degli ultimi giorni hanno dimostrato che facinorosi e opportunisti sfruttano le manifestazioni per creare problemi, insicurezza distruzione di pubblici uffici, insultando i valori della nazione e della religione», ha scritto in un comunicato l’Associazione dei combattenti religiosi guidata dall’ex presidente riformista Mohammad Khatami. La guida suprema Khamenei, invece ha accusato «i nemici» esterni dell’Iran di essere dietro le manifestazioni.

In Europa intanto è l’ora dei soliti luoghi comuni sull’Iran, delle frasi fatte, della ragazza che si toglie il velo in un gesto di rivolta contro il «regime degli ayatollah», di giovani iraniani che non desidererebbero altro che vivere come gli occidentali. Eppure chi scende nelle strade della Repubblica islamica continua a farlo più di tutto per reclamare un lavoro e migliori condizioni di vita anche se, come è naturale, tante componenti della società iraniana, una delle più complesse e articolate del Medio Oriente, stanno partecipando o cercano di cavalcare la protesta.

«Può essere un’idea scomoda per alcune persone trattare l’Iran come altri Paesi» ha detto provocatoriamente all’agenzia Afp l’analista Esfandyar Batmanghelidj «ma ciò che gli iraniani portano in strada in modo coerente sono normali problemi economici: la frustrazione per la mancanza di posti di lavoro, l’incertezza sul futuro dei loro figli».

Batmanghelidj punta il dito contro alcuni provvedimenti di Rohani come il taglio dei fondi per il welfare e l’aumento del prezzo del carburante. «Il presidente – dice l’analista – ha adottato misure di austerity con l’idea che si tratti di una pillola difficile da ingoiare eppure necessaria per gestire i problemi di inflazione e di valuta e cercare di attirare investimenti in Iran. Ma scegliere l’austerità immediatamente dopo un periodo di sanzioni internazionali è molto duro e mette alla prova la pazienza delle persone».

Già qualche settimana fa centinaia di lavoratori del settore petrolifero e di autotrasportatori avevano manifestato per il ritardo nel pagamento dei loro salari. I giornali avevano riferito anche delle proteste degli operai di Tabriz per la chiusura della loro fabbrica di trattori e di quelli delle industrie di pneumatici di Teheran anche loro rimasti senza stipendio. La rabbia è aumentata con il fallimento delle società di credito che hanno investito milioni di dollari nel settore edilizio. Il governo dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad aveva incoraggiato le banche a prestare denaro durante il boom edilizio ma il successivo scoppio della bolla immobiliare ha avuto effetti devastanti per la classe media. E non è marginale neanche il costo economico dei vari fronti di crisi nel quali è impegnato l’Iran – Siria, Yemen, Iraq – che ha sottratto risorse importanti da investire, ad esempio, nel welfare.

Gli alleati di Tehran, Siria e Russia intanto chiedono che sia fermata qualsiasi interferenza negli affari interni dell’Iran. Un invito che certo non accoglierà Donald Trump che questo mese potrebbe sfruttare una serie di scadenze per stracciare l’accordo internazionale sul nucleare con Teheran aggiungendo così benzina al fuoco dell’insoddisfazione degli iraniani.

Politico scrive che l’11 gennaio Trump dovrà certificare la “buona condotta” dell’Iran nell’ambito dell’accordo. Già a metà ottobre Trump, senza alcun motivo, non aveva voluto dare il via libera all’accordo. Se ora farà altrettanto fornirà nuove munizioni ai conservatori iraniani, contrari all’intesa sul nucleare del 2015, che potranno accusare Rohani di aver ingannato il Paese accettando un accordo che gli Usa non intendono rispettare e di non aver ancora ottenuto la fine completa delle sanzioni.

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03/01/2018

L’Iran degli ayatollah in strada contro l’Iran dell’ira

La Guida chiama, il suo Iran risponde. Così dopo l’intervento pubblico davanti a familiari di martiri storici, morti nella guerra contro Saddam Hussein, e martiri più recenti degli interventi iraniani in Siria e Yemen, l’ayatollah Khamenei aveva ieri accusato “i nemici della nazione riuniti nel sostenere con ogni mezzo – denaro, armi, Intelligence – la protesta in atto”. Già nell’occasione alcuni pasdaran presenti non riuscivano a trattenere il desiderio di vedersi autorizzati ad agire contro i dimostranti, al posto della polizia che in sei giorni ne ha accoppati una ventina e arrestati cinquecento, registrando anche una propria vittima, colpita con armi da fuoco. Oggi l’Iran fedele allo sciismo e alla teocrazia torna in piazza, in molte piazze anche quelle delle piccole località messe in subbuglio dai manifestanti stanchi di promesse e rabbiosi contro un regime che non risolve contraddizioni e necessità primarie, di cui il lavoro per un futuro dignitoso è l’asse centrale. Ma nel portare in corteo veterani e donne in chador, il primo degli ayatollah iraniani accelera i tempi, lui non vuole ascoltare le “giuste critiche della piazza” come aveva detto solo tre giorni prima il presidente Rohani. Khamenei sceglie di tirar dritto probabilmente perché ha fiutato i rischi del momento: il rischio interno del disamore di venti e trentenni per una visione tutta ideologica della vita nazionale, e quello esterno, dei nemici dell’Iran, che esistono come esiste la politica del cambio di regime.

Questo, però, può diventare il leit-motiv per tralasciare pecche presenti e ben individuate: corruzione e arricchimenti di pochi rispetto alle condizioni generale di ceti popolari sempre più impoveriti, sì dall’embargo occidentale che non s’è chiuso con la firma dell’accordo sul nucleare, ma anche dalle scelte politiche di dirottare denaro su difesa, milizie pasdaran, guerre in corso. Mentre in settori comunque produttivi, come quello della compagnìa petrolifera Arak, gli stipendi alle maestranze non vengono pagati. Se a tutto ciò s’aggiungono i finanziamenti crescenti per talune bonyad (ultimamente quella dell’ultraconservatore Mesbah-Yazdi) e ‘tesoretti’ che, come un tempo e più d’un tempo fanno capo a mullah e ayatollah di primo piano, l’acredine cresce. Le piazze che tracimano, come s’è notato senza la direzione di leader e partiti, possono contenere anche uomini e interessi esterni, compresi quelli di marca iraniana dal gusto retrò come opposizioni filomonarchiche o di mujaheddin pseudorivoluzionari, ma prendono spunto da contraddizioni reali. Ciò che è mancato finora sono risposte concrete, e la diplomazia di Rohani evidenzia piedi d’argilla perché il suo spirito non pare quello riformatore di fine Novanta e neppure accontenta una generazione che nella rivendicazione laica cerca forse proprio valori di vita che li renda simile ai turisti visti negli ultimi due anni per le vie e nelle belle moschee del Paese. Voglia di globalizzazione? Può darsi. I sociologi narrano della trasformazione della vita nei piccoli centri, di costumi ed esigenze “urbanizzate” secondo sviluppi tecnologici (non secondario il ruolo del web e dei social media come Instagram e Telegram bloccati in questi giorni) inseguendo anche un’ottica consumistica.

Ma c’è chi dice altro. La spaccatura sarebbe sui valori, e dunque sì precarietà e benessere, hijab e capelli al vento, risentimento contro lo strapotere dei chierici, ma riguarderebbe quel che c’è dietro e dentro questo popolo che ha lottato per scrollarsi di dosso l’odiosa dittatura del 'Trono del pavone', perché la disillusione può essere legata al sistema che l’ha sostituito. Alla struttura e ai valori dell’attuale società. Se la redistribuzione della ricchezza, pura utopia sotto le grinfie sanguinose dello Shah (che solo chi non l’ha conosciuto o non vuole approfondire il passato, immagina come tollerante o democratico) non ha seguìto il percorso promesso dalla Rivoluzione khomeinista, arricchendo congreghe o singoli, ecco che i conti non tornano e la rabbia, periodicamente, riaffiora. E in questo essere contro si mescolano la materialità del lavoro e la spiritualità del senso di giustizia, dignità, libertà. Categorie sventolate assieme al tricolore nazionale anche dalla piazza in chador, osservante di un Islam interpretato dalla Guida Suprema, di una società paritaria cui occhi fedelissimi credono senza opporre dubbi. E’ l’attuale Iran che si scontra anziché incontrarsi, fiero del proprio coraggio, unito finora nel rigettare quei richiami di democrazia che rimano con ipocrisia, visti gli autori dei proclami esteri. Una società comunque in subbuglio, con tante mani che s’infilano in una partita già intricata e dagli sviluppi incerti.

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02/01/2018

Iran - Rohani condanna la corruzzione e promette lavoro ma le proteste continuano

di Michele Giorgio – il Manifesto

Legittimate dal presidente Hassan Rohani, che domenica sera aveva difeso il diritto della sua gente a manifestare pacificamente, le proteste popolari contro il carovita, la disoccupazione e le politiche economiche del governo cominciate giovedì scorso a Mashhad sono continuate anche ieri.

Proteste che spesso si trasformano in scontri con la polizia. Almeno 12 persone sarebbero state uccise sino ad ora. Le ultime due a Dorud riferiva ieri la tv di Stato che ha parlato anche di sei morti a Toyserkan. Altri quattro morti si sono registrati a Izeh. Video mandati in onda dai media locali o postati sui social mostrano gruppi di manifestanti che attaccano e bruciano edifici pubblici, centri religiosi, banche. Nella cittadina nord occidentale di Takestan, i dimostranti hanno dato fuoco a una scuola religiosa.

Fonti non ufficiali parlano di circa 400 persone arrestate, la metà delle quali sabato notte a Teheran. Ieri sera si segnalavano raduni di nuovo a Tehran e manifestazioni a Birjand, Kermanshah e Shadegan. La protesta è più forte in provincia dove l’economia stenta a generare posti di lavoro e dove pochi credono che si vedranno i benefici della fine – sino ad oggi solo parziale – del sistema di sanzioni internazionali che ha duramente colpito l’Iran fino alla firma dell’accordo con l’Occidente, voluto con forza da Rohani, sul programma atomico iraniano.

La situazione resta fluida. Promosse dai conservatori le proteste sono sfuggite di mano a chi pensava di usarle contro il presidente moderato Rohani. Ora, spiega l’analista Mohammed Ali Shabani sul portale al Monitor, le manifestazioni offrono l’opportunità a gruppi e organizzazioni diverse tra di loro di portare in strada una varietà di temi, dalle libertà individuali al ruolo della religione in politica. E, aggiungiamo noi, sono anche il clima dove possono più agevolmente agire i sobillatori manovrati dall’esterno, da Stati nemici o rivali dell’Iran, per cercare di gettare il Paese nel caos.

Parla chiaro il rozzo opportunismo di Donald Trump che nelle proteste in corso vede una rivolta contro il sistema e scorge la conferma delle ragioni dei suoi attacchi all’Iran e alla sua condanna dell’accordo sul nucleare. «È tempo di cambiare» il popolo iraniano «Era affamato di libertà» ha attaccato ieri il presidente Usa. «L’Iran – ha proclamato – sta fallendo a tutti i livelli, nonostante il terribile accordo nucleare della Amministrazione Obama».

Il suo vice, Mike Pence, con toni da battaglia, promette di non deludere gli iraniani che manifestano. «Fino a quando Trump sarà presidente e io vice – ha scritto sul suo account Twitter – gli Stati Uniti non commetteranno il passato errore vergognoso quando altri ignorarono l’eroica resistenza degli iraniani mentre combattevano contro un regime brutale. Ora non li deluderemo». Non trattiene l’entusiasmo il premier israeliano Netanyahu. Ieri ha lodato i «coraggiosi che anelano alla libertà» e ha negato che Israele sia dietro le proteste.

Quindi ha puntato il dito contro il «crudele regime iraniano» che, a suo dire, avrebbe speso «miliardi di dollari per spargere odio», ossia intervenendo – come hanno fatto tutti gli altri attori regionali, oltre a Usa e Russia, nei conflitti in Siria, Iraq e Yemen – invece «di costruire scuole e ospedali per il suo popolo». Infine, dopo aver accusato l’Europa di «rimanere in silenzio», ha auspicato la caduta della Repubblica islamica. Non ci vuole molto ad immaginare i festeggiamenti a Riyadh, nemica giurata dell’Iran sciita.

Mentre Usa, Israele e Arabia Saudita, con il coro dei media internazionali, evocano e sognano il «cambio di regime» a Tehran, Rohani sa che la protesta non è, o almeno non è ancora, contro il sistema. Sa che la chiave di tutto è la soluzione dei bisogni della gente. «La nostra economia ha bisogno di un grande intervento chirurgico, dobbiamo essere tutti uniti», ha detto ieri il presidente esprimendo la «determinazione da parte del governo... a risolvere i problemi della popolazione, in particolare la disoccupazione».

E nella riunione settimanale del governo Rohani ha battuto su corruzione e trasparenza. «La critica degli affari del paese è un diritto del popolo, noi crediamo che lo Stato e il Paese appartengano al popolo», ha detto il presidente aggiungendo che Trump «non ha il diritto di simpatizzare» con il popolo iraniano. «La persona che lavora ogni giorno contro la nazione iraniana» ha concluso «non può simpatizzare con la nazione iraniana».

L’analista Mohammed Ali Shabani scrive che Rohani potrebbe usare l’ondata di proteste a suo vantaggio e per mettere in difficoltà i suoi oppositori conservatori. Ma ha bisogno di varare provvedimenti immediati a sostegno dell’economia se vuole vincere la sua battaglia. E le prospettive non sono rosee.

Oltre alla disoccupazione – che l’Iran può combattere efficacemente solo se la sua crescita, comunque significativa, riuscirà a creare un milione di posti di lavoro ogni anno – vi sono disuguaglianze crescenti, la mancanza di diversificazione economica che riduca la dipendenza dall’esportazione del petrolio, i prezzi alti dei prodotti alimentari, l’inquinamento e il degrado ambientale. Problemi lontani dal “cambio di regime” al quale lavora Donald Trump.

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Iran, proseguono scontri e malcontento

Continuano proteste e rabbia, quella spontanea e quella indotta dai motivi più vari e in luoghi differenti, dalla capitale e dalle grandi città come Mashhad e Isfahan, i centri del culto e del turismo, a località minori (Tonekabon, Abhar nell’area azera del Caspio, e sempre a ovest a Zanjan e Kermanshah, sino alle zone orientali a sud di Mashhad). Le attese della periferia iraniana, rurale e non, si trasformano in accuse per promesse non mantenute, dal presidente, dal governo, dalla politica. Così l’elemento che osservatori esterni e interni notano è un malcontento generalizzato e trasversale di chi è fuori dagli apparati istituzionali: legislativo e amministrativo, militare, teologico. E il quadro non è neppure così definito, perché le piazze della protesta possono essere anche stimolare e agitate dalle fazioni ufficiali: conservatori contro riformisti e moderati, elettori di quest’ultimo blocco, che ha confermato al vertice il chierico diplomatico Rohani, ma sono stufi di non vedere risolti problemi spicci ma essenziali: carovita, corruzione di molti apparati, mancanza di risorse per l’occupazione giovanile. Questioni simili ad altre parti del mondo, ma nella specificità iraniana ancor più particolari.

Perché per almeno due delle ultime generazioni questo Paese è stato un faro: di lotta all’ingerenza dell’imperialismo occidentale, che aveva radici antiche nel golpe anti Mossadeq e repressioni sanguinose di una delle più feroci monarchie della storia mondiale recente, quella dello Shah Reza Pahlavi. Quando il divario fra la ricchezza di pochi e la miseria di milioni di anime rappresentava uno dei tanti sfregi operati dai governi-fantoccio sostenuti dalle Sette Sorelle in Medio Oriente. L’Iran della ribellione anti monarchica di fine anni Settanta visse anche una cruenta lotta interna, fra una sinistra tradizionalista (Tudeh) e rivoluzionaria (mujaheddin) contro un Islam politico che risultava più pragmatico degli avversari laici. Tanto che mullah e ayatollah finirono per catturare consensi sempre maggiori per quella vicinanza al sentire di strati sociali umili che teorici di una sorta di marxismo islamico, come Shariati, avevano introdotto nel movimento prima di contestazione, quindi di ribellione alla dinastia Pahlavi. E al di là del proprio ieratico carisma, Khomeini otteneva consenso e seguito per una pratica politico-organizzativa più leninista di certe posizioni presenti nella sinistra ufficiale.

Uno di questi, l’armata in nuce trasformatasi nei Guardiani della Rivoluzione, ha posto le basi del potere politico clericale, facendo accettare anche forzature come quel velayat-e faqih che non era benvisto da taluni ayatollah, ed è diventato nel tempo una zavorra per il regime che gli aliena l’assenso giovanile. Ecco, due elementi che riecheggiano nel malcontento degli ultimi anni in una nazione in cui i giovani sono tanti e le donne idem: repulsione della teocrazia per il mantenimento di regole che, pur non raggiungendo il fanatismo del sunnismo salafita (tutt’altro, visto che lo sciismo se ne distingue per orientamenti teorici e pratici) mantengono formule che stanno strette anche a ragazze fedeli all’Islam. Inoltre gli attuali ventenni e trentenni, ovviamente anche di sesso maschile, non hanno vissuto sulla pelle i sacrifici compiuti da padri e fratelli maggiori immolatisi per la patria nella guerra contro Saddam. Magari portano, e rispettano, lutti familiari, come testimoniano le immagini dei martiri della causa iraniana in quella guerra presenti in città e angoli sperduti del Paese, ma tutto è mediato. E forse da alcuni, neppure tanto meditato. Certo è che o si appartiene a quella che è stata definita la ‘generazione del fronte’, che ha incrementato il senso di corpo di pasdaran e basij, oppure il pur sempre vivo nazionalismo si stempera o si volatizza.

Si vocifera che fra le insofferenze odierne per il carovita ci siano le considerazioni di chi vede aumentare generi di prima necessità come le uova, e prossimamente anche i carburanti, per sostenere l’impegno militare iraniano su fronti esterni. Non difesa della patria, tuttora sotto minaccia imperialista e sionista, ma difesa dei suoi interessi più generali (i detrattori dicono di potenza regionale in antagonismo soprattutto alla dinastia saudita, ma anche del sultano Erdoğan) nei vari conflitti locali in terra mediorientale, di cui il campo di battaglia siriano è stato, ed è tuttora, il più oneroso. Chi grida di voler pensare al futuro in casa e non alla causa di Gaza può essere sprovveduto, qualunquista o al servizio di quei soggetti che in queste ore gracchiano come corvi più che cinguettare da social network, come fa Trump o tramite interviste ufficiali il suo protetto Netanyahu. E’ chiaro che i nemici dell’Iran – non di Rohani, degli ayatollah o della Rivoluzione Islamica – sbavano per una destabilizzazione di quell’area, ma sostenere che le campagne militari all’estero hanno costi che tolgono risorse interne in una fase di oggettiva difficoltà economica può risultare una cruda verità. Da tempo Rohani si barcamena, forse il terreno sotto i piedi glielo minano proprio i chierici conservatori vicini a Khamenei e oltre la sua guida. Ovvero ad agitare anima e corpo di tanti iraniani sia il desiderio di scuffiare i turbanti e togliersi il velo. Un solo pericolo: che la voglia di nuovo peschi in tendenze e periodi torbidi. C’è chi giura che gli anticorpi esistono, l’incognita resta.

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31/12/2017

Iran - L’anno si chiude su piazze contrapposte

Manifestazioni contro in Iran. Partite dapprima in sordina giovedì nella conservatrice Mashhad, ma già ieri cresciute e debordate nei bazar di parecchie città e poi nelle strade fra la gente che protesta per gli aumenti dei prezzi e i giovani che gridano contro la propria disoccupazione, “calmierata” nei comunicati del governo Rohani, ma che secondo osservatori s’aggira ormai oltre il 40%. Colpa anche d’un embargo che di fatto prosegue poiché, nonostante i famosi accordi sul nucleare, tante aziende non riescono ad attivare investimenti per i blocchi tuttora esistenti in un sistema bancario internazionale che impedisce o rallenta le transazioni fra quel Paese e i mercati soprattutto occidentali. E’ il veleno che l’America, non solo trumpiana, riversa su un nemico storico, influenzando gli organismi finanziari mondiali. Così al centro delle ire delle piazze che rianimano rimostranze finisce il presidente Rohani, riconfermato nel maggio scorso con un ampio consenso di moderati e riformisti, più il voto della gioventù ribelle dei grandi centri, capitale in testa, capace di sostenerlo oltre il primo mandato, quello agitato col simbolo di una chiave: apertura alle riforme, all’Occidente, a un nuovo corso. Una chiave che scardinava diplomaticamente ciò che il clero iper tradizionalista non voleva attuare e con lui l’ala dura del partito dei Pasdaran. Una componente nient’affatto ridimensionata nel peso economico-politico che, comunque, ha giocoforza ceduto il passo nelle consultazioni di quest’anno.

Quindi il presidente uscente ha prevalso sui due cavalli di battaglia del fronte conservatore, inizialmente il laico Qalibaf e nel rush finale il chierico Raisi. Sconfitti entrambi grazie all’ennesimo compromesso fra i sostenitori dei mai dimenticati “apostoli delle riforme”: Moussavi, Karoubi e il presidente delle promesse. Però quest’ultimo sta incespicando sull’impossibilità di rilanciare l’economia, sul blocco del piano di diversificazione che ripropone alla nazione una dipendenza dal mercato degli idrocarburi, di per sé soggetto a tempeste geopolitiche, e si vede offuscata l’immagine interna, nonostante i buoni risultati in politica estera. Certo, ieri a sostegno del presidente e della Guida Suprema Khamenei, cui gli oppositori hanno gridato di andarsene, bruciandone addirittura le foto, sono intervenute centinaia di migliaia di persone. A Teheran c’è stata una gigantesca contromanifestazione che ricordava quella di otto anni addietro, quando dopo mesi di agitazioni dell’Onda Verde, con migliaia di conseguenti arresti, l’Iran khomeinista fedele alla Guida Suprema e al secondo mandato di Amadinejad, pur sotto l’accusa di brogli, occupò fisicamente le strade per controbilanciare lo spazio preso dai contestatori. Già all’epoca si parlò di ‘mano americana’ per mettere in difficoltà un regime incrinato da varie spaccature. Quelle interne al clero, anch’esso diviso fra conservatori e innovatori, quelle fra il gruppo di potere dei Pasdaran, che per un periodo con lo stesso Amadinejad pensava di potersi emancipare dal tutoraggio degli ayatollah.

E quelle di una parte della popolazione, prevalentemente giovane, la quale pur in osservanza alla fede sciita, vorrebbe mettere la parola fine al velayat-e faqih, creatura khomeinista contestata da altri sayyid. Cui s’aggiunge il modernismo dei diritti di My Stealthy freedom, attivo sui social network. A questo sfondo politico che persiste, s’aggiunge la realtà degli ultimi tempi che mostra un recrudescenza unilaterale dei rapporti fra Washington e Teheran per esplicito volere della Casa Bianca. Ora, sostenere che anche le proteste di questi giorni siano ‘pilotate’ può essere un retropensiero o un azzardo, di fatto certe mancate aspettative possono incendiare le delusioni. E al tempo stesso è normale che diversi nemici dell’attuale nazione iraniana – non dunque dell’attuale establishment come possono essere soggetti folkloristici tipo Pahlavi jr, piazzato nella capitale statunitense o la sedicente rivoluzionaria Rajavi, oppositrice dai boulevard parigini – osannino le contestazioni antigovernative. Infatti puntuale è giunto il cinguettìo speculatore, o peggio, del presidente statunitense che si rivolge a ‘un popolo sofferente’. Invece occorrerà capire se le due piazze sono frutto di lotte intestine, una riapertura dei cicli avviati con Khatami e i riformisti suoi successori o altro ancora. Oppure, come sottolineano commentatori vicini al governo, si tratta di mal di pancia legati al carovita, all’inflazione crescente, ai tagli di taluni sussidi che colpiscono i ceti più poveri. Però l’aria si scalda e appaiono i morti. Chi dice tre, chi sei per sparatorie delle Guardie della Rivoluzione nella località di Doraud.

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22/09/2017

Trump-Rohani, il disaccordo sull’Accordo

“Assurdo e odioso”. Così il presidente iraniano Rohani ha definito nel proprio intervento alle Nazioni Unite lo sproloquio dell’omologo Trump. La ferma e decisa risposta con cui ha anche ricordato che le dotazioni missilistiche del suo esercito hanno funzioni “deterrenti e difensive per il mantenimento della pace regionale, per la stabilità e la prevenzione da avventure, perché non dimentichiamo i civili di alcune nostre città diventati bersaglio degli attacchi di Saddam per otto anni di guerra d’aggressione”, non ha perso il tono diplomatico che caratterizza la sua linea. Le uniche durezze hanno riguardato “l’entità sionista” bollata come un furfante che lavora per destabilizzare il Medioriente. E lo staff del 45° presidente statunitense “i nuovi arrivati della politica che rimettono in discussione un accordo (sul nucleare, ndr) da prendere come modello che rende più sicura l’area regionale”. Con l’aggiunta di una battuta sulla moderazione che “è sinergia delle idee, non una danza delle spade”.

Quindi una chiusura profondamente critica, con cui Rohani ha lanciato un monito all’intera assise internazionale “Il governo americano dovrebbe spiegare alla sua gente perché l’uso di miliardi di dollari, beni del popolo statunitense e della nostra regione, invece di contribuire alla pace e stabilità ha prodotto solo guerra, miseria, povertà e ascesa di terrorismo ed estremismo”. Per il resto l’intervento del leader iraniano ha tenuto toni costruttivi e anche autocelebrativi. Il presidente-mullah ha ricordato come solo pochi mesi fa il suo popolo gli ha confermato un mandato con grandi numeri di partecipazione (“41 milioni di elettori si sono recati alle urne, scegliendo la linea della moderazione e del rispetto dei diritti umani”), la sua linea.

Un percorso che non rappresenta interessi di parte o personali “ma un investimento per il nostro popolo”. Il tutto condotto col rispetto per le persone e la pace (sicuramente associazioni come Human Rights Watch o Amnesty International non concorderanno nel merito riguardo alla pena di morte, ma questo vale anche per altri Paesi, a cominciare da Stati Uniti e Cina). Poi l’uomo di Teheran ha fatto intendere che non sarà certo la minaccia di rinnovate sanzioni a bloccare e intimidire il suo Paese. Poiché quello che già girava ieri, in talune commissioni riunite al Palazzo di Vetro, era la ricerca della via punitiva.

Dopo le scudisciate del capo, Rex Tillerson tesse la tela per provare a rendere praticabile la revisione del Joint Comprehensive Plan of Action, meglio noto come il patto sul nucleare iraniano, sancito da Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania. Se Trump aveva tagliato corto parlando d’azzeramento, la via burocratica con cui si cerca di neutralizzarlo è più sottile. Il presidente Usa ha tempo sino al 15 ottobre per riferire al Congresso se l’Iran stia lavorando per mettere in pericolo la ‘sicurezza statunitense’. Se riuscisse a dimostrarlo e ricevere un assenso, potrebbe rilanciare verso l’Onu la ridiscussione del patto. Quella che era una promessa elettorale e l’accrediterebbe agli occhi di elettori e detrattori. “America first!” per coerenza e fermezza. Sicuramente troverebbe contrarie Russia e Cina, ma il tignoso Tillerson non demorde.

Per ora consta la contrarietà dell’Alta rappresentante Eu per la politica estera Mogherini e del presidente francese Macron, sul quale, si dice, stia preparando un lavoro ai fianchi sul cavillo non dell’abrogazione bensì di una “revisione dell’accordo”. A chi lo pressava per novità sulla sua iniziativa, l’ex capo esecutivo della Exxon entrato nello Studio Ovale dichiarava “In ogni trattativa, prima di constatare la possibilità di realizzare passi in avanti il quadro si presenta sempre nero. Finora ho visto strette di mano e nessun urlo” se ne deduce massima fiducia nelle strategie future.


Nelle disposizioni del Jcpoa non c’è un tema tanto caro a Trump nel recente personale braccio di ferro con rocketman-Kim: l’armamento missilistico. L’arsenale iraniano e le conseguenti ricerche tecnologiche di Teheran non erano state limitate proprio perché – come hanno constatato gli osservatori internazionali, ha sempre sostenuto durante i due anni di colloqui il ministro degli Esteri Zarif e ieri ha ribadito Rohani – hanno uno scopo unicamente difensivo. Ma in discorsi sul Medio Oriente in fiamme, di cui il presidente iraniano ha ricordato nazioni e popoli islamici (in Yemen, Siria, Iraq, Bahrein, Afghanistan) oggetto di aggressioni, è inevitabile che si entri nel merito di strumenti di difesa, sebbene l’Iran impegni su certi fronti soprattutto “consiglieri” dotati di armi leggere.

Il filo che il Segretario di Stato statunitense tende verso gli alleati occidentali per cucire una revisione degli accordi dei 5+1 è quello dell’ingerenza iraniana nei focolai di crisi. Ovviamente il pulpito è totalmente screditato per sermoneggiare verso altri, cosa che Trump e Tillerson sanno benone. Ma loro rilanciano la politica del cow-boy che spara preventivamente su tutto quel che si muove per sentirsi al sicuro e giocare col cadavere più che col nemico vivo.

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13/06/2017

Iran, la Guida Suprema accusa gli Stati Uniti di terrorismo

Se l’attacco firmato Isis al palazzo del Parlamento iraniano e al Mausoleo dell’ayatollah Khomeini doveva avviare quel processo d’irrigidimento e rinfiammare i rapporti fra Teheran e Wasghington – una tendenza su cui ha lavorato dal suo insediamento l’amministrazione Trump – il piano sta riuscendo a meraviglia. Perché tenere calma l’ala più intransigente del partito dei Pasdaran non è facile neppure per la componente moderata che pure ha vinto le elezioni di maggio con ampio margine. Qualche giorno fa, intervenendo sull’attacco subìto dopo diverso tempo sul proprio territorio, il capo delle forze armate generale Mohammad Baqeri aveva annunciato “indimenticabili lezioni” da dare ai terroristi del Daesh. Stamane sui media iraniani compare la foto dei cadaveri di quattro miliziani (o presunti tali) avvolti in drappi neri del Califfato che sono stati scovati ed eliminati dai reparti di sicurezza nella provincia di Hormozgan, che affaccia sul Golfo Persico ed è prospiciente al Qatar. Un’eliminazione che propagandata offre un po’ di credibilità alle varie strutture militari del Paese che il duplice assalto di Teheran ha posto in difficoltà e imbarazzo innanzitutto davanti ai concittadini.

Nel suo discorso pubblico, Baqeri aveva messo in relazione la simbolica “danza delle spade” offerta dai regnanti sauditi al presidente statunitense in visita a Riyad con gli efferati attentati dei giorni seguenti che hanno fatto 12 vittime (più i cinque jihadisti) e oltre una cinquantina di feriti. Il generale parlava di triangolo fra americani, israeliani e sauditi per incrementare il caos regionale e giustificare armamenti e operazioni repressive. Stamane sul tema è tornato la Guida Suprema che ha attaccato senza mezzi termini la linea di Donal Trump. “Voi e i vostri agenti siete la fonte d’instabilità nel Medio Oriente. Chi ha creato lo Stato Islamico? L’America afferma di combatterlo ma si tratta di una bugia” ha retoricamente tuonato l’ayatollah. La tensione fra le parti era comparsa dai mesi scorsi, col divieto d’ingresso sul suolo statunitense rivolto ai cittadini di alcune nazioni musulmane fra cui l’Iran. Nonostante la smentita all’atto presidenziale venuta da più d’una Corte federale, la politica mediorientale della Casa Bianca prosegue una corsa sfrenata volta a favorire vecchie alleanze reazionarie e filo imperialiste, col l’aggiunta del sostegno agli amici e finanziatori della nuova creatura del jihad che spopola da un triennio. Sempre da Trump era giunto il disconoscimento dell’accordo sul nucleare, la creatura diplomatica su cui il chierico Rohani ha fondato la sua riconferma presidenziale.

Il giudizio tranciante “il peggior accordo mai sottoscritto dagli Usa” non rappresenta solo una critica a posteriori al predecessore nello Studio Ovale, è stato il prodromo di quella volontà aggressiva che vede lo spregiudicato presidente americano aizzare anziché placare gli animi di contendenti regionali impegnati su un terreno infuocato. A questo punto non stupisce che Khamenei abbia pronunciato frasi simili: “Il governo americano è contrario a un Iran indipendente, gli Usa hanno problemi con l’esistenza della Repubblica Islamica iraniana. Molte questioni con loro non possono essere risolte”. Se fosse vera quest’ultima dichiarazione, riportata comunque dall’agenzia Fars, l’orientamento politico interno avrebbe mutato indirizzo. Vorrebbe dire che, in base alla sicurezza nazionale, anche moderati e riformisti stretti attorno al neo rieletto Rohani devono fare buon viso all’incrudimento dei rapporti internazionali. Le posizioni di scontro con l’Occidente, sostenute a prescindere dall’ala militarista dei Pasdaran, che anche negli interventi geostrategici come la presenza nella crisi siriana sono maldigeriti dai riformisti, trovano nuovi punti d’appoggio. Il clero conservatore, elettoralmente sostenitore di Raisi, può ridare fiato a posizioni intransigenti che collimano innanzitutto con la difesa nazionale, e l’attuale establishment pur meno sprezzante non può tirarsi indietro. La Guida Suprema ha parlato: le relazioni implodono.

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08/06/2017

L’orgoglio iraniano e il mistero degli attentatori

Sauditi ispiratori – “I petardi odierni non influenzeranno la volontà del popolo” ha sentenziato ieri la Guida Suprema Khamenei al cospetto di centinaia di braccia sollevate e agitate contro Stati Uniti e i loro servi sauditi. In tal modo i presenti, molti dei quali erano basij e pasdaran, additavano direttamente queste nazioni quali mandanti del duplice assalto, e del terzo sventato nella capitale iraniana. Facendo capire che gli esecutori e la sigla dell’Isis siano solo pedine manovrate nei nuovi “Grandi giochi” in corso sullo scacchiere mediorientale.

L’attacco, che comunque ha fatto sedici vittime (fonte Teheran Times) di cui sei sono membri dei commando jihadisti, viene ridicolizzato dall’anziano ayatollah come una provocazione che non impensierisce il Paese. Mentre il ministro degli Esteri Zarif, intervenendo a commento della concitata giornata vissuta dalle forze di sicurezza, dalla politica, dalla cittadinanza ha puntato il dito direttamente sull’Arabia Saudita. Ha ricordato commenti nient’affatto privi di significato esternati da figure di spicco come Mohammed Bin Salman, il giovane rampollo della dinastia Saud che ricopre nientemeno che il dicastero della Difesa.

Settimane fa un suo twitt parlava di “battaglia” per l’influenza regionale da condurre all’interno dell’Iran. Cosicché i sanguinosi attacchi ai due luoghi simbolo della Rivoluzione Islamica sembrano una diretta conseguenza di certe idee palesate dal principe. Queste esternazioni non sono finite: anche il ministro degli Esteri di Riyad, Adel al-Jubeir ha accusato il regime degli ayatollah di sostenere i fomentatori del caos, ripetendo il concetto espresso dal suo sovrano contro l’emiro al-Thani: il Partito di Dio libanese e il movimento palestinese Hamas sono organizzazioni terroristiche e chi le sostiene è considerato un regista dell’instabilità regionale. Teorie molto apprezzate a Washington e Tel Aviv e secondo parecchi direttamente ispirate nell’attuale fase.

Incrinare le divisioni interne – Infatti lo scompiglio creato nel grande Paese sciita a neppure un mese da elezioni sentite e partecipate dalla popolazione, seguono il tracciato ben meditato di acuire contraddizioni esistenti. Quelle del non nuovo contrasto fra conservatori e riformisti già dal 2013 aggirato dalla proposta politica di Rohani, che da moderato pragmatico ha attirato sul suo progetto la componente dell’Onda verde, repressa e incarcerata nel 2009. I conservatori, religiosi e laici, che si sono stretti attorno al nuovo astro dell’orizzonte clericale Ibrahim Raisi ora sono in prima fila per richiamare le Istituzioni ferite dall’attacco inedito a reagire. A reagire con la forza.

I pasdaran, sia quelli intervenuti all’interno dell’edificio del Majlis, sia quelli che pattugliano molte zone della capitale sono i primi accorsi attorno alla Guida Suprema, richiedendo via libera a una vendetta. Questo significa che il governo Rohani, i suoi ministri degli Esteri e della Difesa, dovranno fare i conti con una piazza che chiede la ripresa di un’azione militante (e militare?) contro l’imperialismo statunitense. Non si tratterà di occupare ambasciate, come nei giorni caldi del 1979, né di assaltarle, com’è accaduto a quella saudita in occasione dell’esecuzione dell’imam sciita al-Nimr, ma la spinta del “partito combattente” può diventare una spina nel fianco del presidente moderato che vorrebbe parlare di commercio e sviluppo, non certo di guerra.

La politica, però, spesso non si sceglie e la geopolitica ancora meno. Eppure quando quest’ultima ha a che fare con la sicurezza nazionale taluni fronti, come i due gruppi opposti dell’attuale panorama iraniano, anziché dividersi possono unirsi. Certo, questo non appiana i problemi, primo perché si potrebbe prospettare addirittura un conflitto (il terzo) nel Golfo che inverte completamente la rotta di crescita e sviluppo economico. Secondo: a Teheran si creerà un aperto contrasto fra chi deve decidere cosa. Il governo è formato dagli uomini di Rohani che hanno vinto le elezioni, ma gli sconfitti nell’urna che vorranno far pesare le loro competenze in campo militare sono di totale appannaggio appunto del partito Pasdaran.

Chi sono gli attentatori – Attorno alla questione della sicurezza e degli apparati della forza, gli analisti, che pure non escludevano l’ipotesi di un attacco al Paese sciita, lanciano valutazioni sulle cellule del terrore targate Isis. Sugli attentatori rimasti in vita e fermati trapela ancora poco. S’è parlato di elementi che parlano in arabo con inflessione libica, altre fonti hanno ipotizzato un’etnia kurda. I guerriglieri kurdi propriamente detti presenti nei territori del nord-ovest iraniano, non sono organizzati come altre componenti presenti in Turchia (Pkk), Siria (Ypg), Iraq (peshmerga) e mal si prestano a collaborazioni con l’Isis, che invece combattono nelle aree sotto il controllo del Daesh. Né finora hanno mostrato tatticismi di unirsi con nemici per attaccare un altro avversario.

Dunque, gli attentatori di Teheran possono essere miliziani venuto da fuori e sfuggiti ai filtri della Vevak iraniana. Potrebbero essere elementi selezionati e addestrati da taluni Servizi – Mossad e Cia, nel genere, sono specialisti – e non è un segreto che questo tipo di operazioni, ovviamente con altre sigle o senza rivendicazione alcuna, siano state praticate in varie epoche su diversi scenari.

Potrebbero essere quegli oppositori al regime degli ayatollah, sconfitti durante lo scontro interno dalla Rivoluzione Islamica nel triennio 1979-81, e dediti prevalentemente al terrorismo come i mujaheddin del popolo. Alcuni loro attentati uccisero personaggi di spicco dell’establishment oltreché migliaia di militanti islamici. Combattuti e duramente perseguitati anche per aver prestato collaborazione alle truppe irachene durante la guerra d’aggressione lanciata contro l’Iran da Saddam Hussein, nel 1985 in seguito ad accordi fra il raìs iracheno e la Comunità internazionale, trovarono sistemazione in un’area a 90 km a nord di Baghdad, denominata Camp Ashraf. Lì, a seconda delle circostanze, venivano blanditi e repressi da quei particolari protettori che erano le truppe statunitensi, durante l’occupazione del Paese, ed erano ampiamente chiacchierati per l’addestramento ricevuto dalla Cia. Tutto ciò mentre il clan familiare che dirige il gruppo (Massoud e Maryam Rajavi) si stabilivano all’estero. Dal 2003 Massoud risulta in clandestinità, la moglie s’è trasferita prima a Parigi e da alcuni anni negli States. Coi tempi che corrono questi “guerriglieri” potrebbero tornare utili al conflitto delle Intelligence che la nuova fase mediorientale sta vivendo.

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07/06/2017

Iran, un assedio su più fronti

Il bilancio delle vittime s’appesantisce: sono dieci le guardie del Majlis a essere cadute sotto il fuoco degli assalitori, un fuoco fitto i cui schiocchi sonori sono stati trasmessi da alcuni media. L’attacco in sé era inatteso, nonostante la tensione internazionale cresciuta negli ultimi giorni attorno alla vicenda dello scontro in seno al Consiglio della Cooperazione del Golfo, con le dinastie Saud e Al-Thani ai ferri corti proprio per presunti apprezzamenti pro iraniani dell’emiro qatarino.

Attualmente, nonostante l’intera area del Parlamento che sorge in una zona centrale di Teheran sia completamente circondata da militari e reparti speciali di Pasdaran, alcuni dei quali sono nell’edificio istituzionale, quel che resta del commando è ancora asserragliato all’interno e tiene sotto tiro quattro ostaggi. Mentre anche lì un kamikaze s’è fatto esplodere, l’agenzia Reuters ha mostrato due immagini: nella prima uno dei miliziani si affaccia e guarda fuori sempre imbracciando l’Ak 47, nella seconda lo stesso miliziano tiene sotto tiro un uomo che all’esterno recupera un bambino che gli viene porto da una finestra, probabilmente da un altro membro del commando. Un gesto inedito per uomini del terrore. Una nota del Ministero della Sicurezza iraniana ha affermato che stamane gli attacchi previsti nella capitale erano tre: uno è stato preventivamente sventato, pare si trattasse di un paio di autobomba che sono state intercettate.

Gli altri due sono invece andati a segno. L’Intelligence interna, che come simili strutture nel mondo mostra di non poter filtrare tutto, ha comunque dichiarato di avere bloccato nei mesi scorsi decine di possibili attentati. Dunque il Paese non era affatto tranquillo come sembrava, sebbene da tempo non subisse le attenzioni distruttive del terrorismo. Il maggiore assalto s’era svolto nella zona meridionale del Baluchistan, provincia dove agiscono gruppi talebani, nel 2010 e le vittime furono 39. Poi si ricordano le uccisioni di alcuni scienziati e ingegneri legati al progetto nucleare che subìrono rocambolesche aggressioni con ordigni esplosivi collocati su moto e auto. Si parlò di opera del Mossad o della Cia, certamente il Vevak non mostrò un’efficienza e soprattutto quella prevenzione che una nazione assediata dall’embargo s’aspettava durante la presidenza del basij Ahmadinejad.

Certo l’articolazione degli agguati odierni, che risultano rivendicati dall’Isis, evidenziano un piano d’azione meditato e preparato da tempo. Gli uomini armati che sparano e si fanno saltare in aria non sono lupi solitari bensì elementi addestrati, occorre vedere se combattenti stranieri filtrati dalle aree sensibili, il citato Baluchistan a sud-est o l’area nord-occidentale dove agisce una guerriglia kurda che qui non è organizzata come altrove. Oppure sono soggetti entranti con quel turismo che da un anno a questa parte ha avuto una sensibile ripresa, seppure le maglie dei controlli risultano copiosi e vigili.

Potrebbe addirittura trattarsi di iraniani dissidenti, non tanto coloro che comunque praticano un’opposizione interna e che hanno dato vita a contestazioni non certo armate, ma chi covando odio verso il sistema degli ayatollah presterebbe il fianco a simili disegni. Congetture a parte, che potranno ricevere maggiore chiarezza conoscendo l’identità degli attentatori uccisi e di quelli fermati (finora il Daesh ha sempre armato la mano di sunniti proprio per rafforzare il proprio progetto ideologico d’attacco agli infedeli cristiani e agli eretici sciiti) resta incontrovertibile la realtà di un piano preordinato con riflessi internazionali e interni.

Il Paese era appena uscito da una consultazione elettorale accesa e partecipatissima che aveva rafforzato la linea moderata di Rohani e del suo staff in cui il ministro degli Esteri Zarif rappresenta una delle figure di spicco. Questa componente eredita il pragmatismo conosciuto con Rafsanjani, non rompe con la tradizione e il sistema clericale, ma garantisce spazio alla laicità in politica e nella società. Tiene in considerazione i mercati e tende a restituire all’economia quella ripresa di cui la nazione necessita, una linea benvista dalla popolazione che ha ridato fiato alla speranza già espressa nel 2013. Eppure i conservatori non mollano.

Pochi giorni fa il dibattito parlamentare ha riproposto le accuse di vaghezza e vacuità della linea internazionale iraniana che gli avvenimenti di questi giorni e di queste ore possono solo incrudire. I falchi del partito dei Pasdaran, che presentavano la candidatura alla presidenza il sindaco uscente di Teheran Qalibaf orientatosi poi per l’appoggio al chierico conservatore Raisi, mirano a rilanciare una linea dura verso gli Stati Uniti. Questi, in pochi mesi di presidenza Trump hanno rinnegato l’accordo sul nucleare, studiano provocazioni col bando ai musulmani, rilanciano un rapporto privilegiato con l’Arabia Saudita riempiendola con 110 miliardi di armamenti, osservano in silenzio la dinastia amica proporre e ottenere l’isolamento del Qatar che con l’Iran sta accordandosi per lo sfruttamento comune d’un mega bacino di gas sotto le acque del Golfo. L’abbraccio del presidente americano ai sauditi, sancito anche dalla folkloristica danza delle spade, è l’avallo della partecipazione aggressiva a talune crisi mediorientali in corso. La guerra in Yemen, seguìta a quella civile siriana, vede impegnati su fronti opposti e per interposti combattenti Riyad e Teheran. Ciascuno accusa l’altro d’ingerenza, mentre su vari terreni di scontro resta aperto il conflitto etnico-religioso fra sunnismo e sciismo. Sebbene Pasdaran e reparti scelti iraniani siano da anni impegnati in terra siriana, ora un rafforzamento della presenza militare iraniana in aree d’interesse, sostenuta principalmente dai conservatori, può trovare pieno appoggio anche nella maggioranza di governo.

Nessun iraniano è sordo all’idea della difesa nazionale ora che due luoghi simbolo del Paese, che non ha mai perso il senso dello stato d’assedio attuato dall’Occidente, sono stati violati. Perché, come da tempo più voci sottolineano, il disegno autoctono del Califfato è comunque alimentato da forze esterne. Potenze mondiali e locali, oltre ovviamente a Intelligence e reparti dell’addestramento a ogni sorta di guerra. I lupi solitari, il reclutamento di kamikaze che esistono e s’adattano a un filone ben radicato nella stessa lotta di liberazione di popolazioni oppresse, sono solo una delle facce dello scontro in atto che ridisegna il Medioriente e che può durare decenni. Poiché vede nazioni occidentali o orientali divise fra scelte guerrafondaie che producono guadagni diretti e indiretti sui conflitti e chi per impotenza politica e strategica resta a guardare.

Un fronte alternativo alla linea dell’aggressione imperialista e del terrore jhadista sembra non esistere, e quello dell’essere vittima si vuole ovviamente evitare. Per disarticolare il secondo, che pare essere tutt’uno col mondo che dice di combatterlo, dovrebbero cadere le teste di tanti demagoghi della democrazia e della libertà che invece governano il mondo. Moderati e riformisti di Teheran oggi si trovano davanti a un bivio: essere schiacciati da nemici esterni o da avversari interni. Scelta che scotta come l’emergenza in corso.

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24/05/2017

Trump rassicura ma non incanta Israele

di Michele Giorgio   il Manifesto

«Abbiamo la rara opportunità di portare stabilità, sicurezza e pace in questa regione e sconfiggere il terrorismo creando un futuro d’armonia, prosperità e pace. Ma possiamo farlo solo collaborando, non c’è altra via». Un Trump messianico ha aperto ieri con queste parole la visita ufficiale in Israele, seconda tappa del suo viaggio inaugurale all’estero da presidente degli Stati Uniti. Una tappa che segna la discontinuità con la linea di Barack Obama – che aveva avuto rapporti non facili con Benyamin Netanyahu al quale comunque ha assicurato aiuti militari per quasi 40 miliardi – ma che difficilmente imprimerà, come spera la destra israeliana dall’ingresso di Trump alla Casa Bianca, una svolta netta alla politica Usa nei confronti delle colonie ebraiche, dello status di Gerusalemme e dei Territori palestinesi occupati.

Netanyahu e i suoi ministri hanno ormai capito che i gesti simbolici dell’inquilino della Casa Bianca non andranno sempre a soddisfare le aspettative israeliane. Il fatto che Trump sia stato ieri il primo presidente americano in veste ufficiale a visitare il Muro del Pianto, il luogo più sacro dell’ebraismo, nella zona Est, occupata, di Gerusalemme, difficilmente darà il via libera al riconoscimento da parte degli Stati Uniti, di tutta la città, quale capitale di Israele. Nonostante le pressioni israeliane, Trump ha preferito visitare il Muro del Pianto senza essere accompagnato da Netanyahu. La tv israeliana Channel Two, riferiva ieri che funzionari statunitensi avrebbero respinto la richiesta di Netanyahu affermando che il Muro del Pianto «non fa parte del vostro territorio... è in Cisgiordania, questa è una visita privata del presidente e non è affar vostro». Un portavoce della Casa Bianca ha poi precisato che questi commenti «non riflettono la posizione statunitense e certamente non quella del presidente». Può darsi, in ogni caso il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme (per ora) è congelato, con grande disappunto del governo Netanyahu e della destra al potere.

È evidente che i rapporti avviati dalla nuova Amministrazione con il mondo arabo – in particolare l’Arabia Saudita al quale nei prossimi anni gli Usa venderanno armi per centinaia di milioni di dollari – hanno indotto persino un presidente che non brilla per intelligenza e preparazione politica a farsi più cauto e vago sulla questione israelo-palestinese e a rinunciare ai toni battaglieri e filo-israeliani della campagna elettorale. Ieri sera mentre chiudevano questo numero del nostro giornale Trump e Netanyahu erano impegnati in colloqui nella residenza del premier israeliano. Al termine non si attendevano annunci clamorosi. «Vogliamo che Israele viva in pace. Insieme possiamo arrivare alla pace. Condividiamo una amicizia fondata sull’amore per la libertà e per i diritti umani», ha detto il presidente americano nel corso della conferenza stampa congiunta con Netanyahu. «Credo in un rinnovato sforzo per raggiungere la pace tra israeliani e palestinesi... La pace in Medio Oriente è uno degli accordi più duri da ottenere ma sento che ci arriveremo. Lo spero», ha aggiunto. Frasi senza spessore che rivelano l’inesistenza di un “piano di pace” di Trump di cui si parla da qualche tempo.

Ciò che il tycoon consegnerà a Israele in questa prima visita da presidente non è Gerusalemme o il via libera ad una colonizzazione senza freni dei territori palestinesi. È la testa dell’Iran. Lo stesso regalo che ha fatto ai sauditi e agli altri regnanti del Golfo riuniti ad ascoltarlo domenica a Riyadh. Trump ha accusato Tehran e i suoi alleati (Siria e Hezbollah) di tutto e di più per la gioia di re Salman dell’Arabia Saudita. Parole che sono suonate come una dichiarazione di guerra e alle quali non ha potuto non reagire il rieletto presidente iraniano Rohani. «Il ritrovo in Arabia Saudita è stato soltanto uno show senza valori pratici o politici di alcun tipo. Non si può risolvere il terrorismo dando soltanto il denaro del popolo a una superpotenza», ha commentato ieri Rohani alludendo agli accordi da miliardi di dollari firmati da Washignton e Riyadh.

Oggi Trump andrà per qualche ora a Betlemme dove incontrerà il presidente dell’Anp Abu Mazen. I palestinesi lo accoglieranno con una “giornata di rabbia” contro la politica Usa e l’occupazione israeliana. Tutta la Cisgiordania e Gerusalemme est ieri hanno osservato una sciopero generale in solidarietà con i detenuti in sciopero della fame e contro l’arrivo del presidente americano.

23/05/2017

Rohani ai sauditi: urne non armi


Il sorriso più beffardo che pacifico di Hassan Rohani, presidente iperconfermato dell’Iran della Rivoluzione Islamica, ha caratterizzato il suo primo intervento pubblico. A ridosso di un’elezione molto partecipata dalla popolazione (42 milioni di votanti sui 55 milioni aventi diritto) il chierico sciita si toglie qualche sassolino dalla scarpa, parlando della dinastia saudita visitata e abbracciata dal presidente statunitense Trump. Un evento commentato dalla stampa mondiale, che a detta di parecchi osservatori avrebbe aperto un nuovo orizzonte alla politica estera americana. Rohani dà subito un affondo, quando sottolinea come quella società avrebbe bisogno di urne non di armi, perché il primo alleato statunitense in Medio Oriente, ovviamente dopo Israele, non brilla per partecipazione popolare alla vita nazionale. Pur trattandosi di sudditi costoro appaiono totalmente dimenticati dai regnanti Saud per qualsiasi dinamica, compresa quella d’una rappresentanza per delega. Del resto nella sfavillante Riyad del modernismo edilizio, le mentalità politica, amministrativa e religiosa restano ferme, guardano a presente e futuro duettando col passato d’un tradizionalismo oltranzista. Un fenomeno non solo delle fede sunnita, specie se in chiave wahabita, però il presidente iraniano dimentica il conservatorismo interno e guarda in casa d’altri. La polemica ruota attorno al passo bellicista del mondo saudita, a cui Trump propone e impone una mossa che lancia Oltreoceano come un colpaccio affaristico.

Vendere 110 miliardi in armamenti, che potranno diventare 350 in un decennio, dovrebbe garantirgli oltre che un alleato iper armato in quell’area sempre geograficamente caldissima, una ventata di popolarità fra operai, tecnici e padroni impegnati nel lucrosissimo settore della produzione bellica. Il cuore pulsante dell’industria yankee. Rohani, rivolgendosi a Paperoni e sceicchi, ricorda come non siano le sole armi a creare la forza d’una nazione bensì le elezioni. L’urna gli è stata amica e il presidente confermato prende spunto dal primo tour dell’uomo della Casa Bianca per ricordarlo, sebbene l’occhio sia rivolto al panorama internazionale e regionale che secondo alcuni analisti starebbe mutando. Rispetto al semi immobilismo di Obama, Trump mostra il piglio decisionista, soprattutto meno ipocrita. Pone sotto i riflettori le scelte mostrate in questi giorni a Riyad. Ma negli anni precedenti l’amministrazione Usa non aveva fermato colpi di mano e operazioni compiute dagli alleati delle petromonarchie, come testimoniano la situazione yemenita e la continuità dell’offensiva jihadista in Medioriente e Occidente. E’ vero che uno scarto tanto deciso da parte di Trump sembrerebbe porre l’Iran nuovamente in castigo sul versante economico e forse geopolitico, ma gli sviluppi sono tutti da scoprire e nient’affatto definiti. La leadership iraniana coglie l’occasione elettorale per evidenziare le differenze di forma e sostanza con quegli attori regionali con cui le tensioni, già profonde, sono negli ultimi tempi aumentate. Ricordiamo come nel gennaio 2016 i Saud condannarono a morte 47 detenuti, fra loro c’era un noto religioso sciita, Nimr- al-Nimr, già in carcere per non precisate accuse.

L’arresto, avvenuto nel 2012, era seguìto agli interventi del chierico a favore di alcune manifestazioni popolari che nei mesi precedenti si erano verificate anche in Arabia Saudita, proteste represse e spente nel giro di poche settimane. Quell’esecuzione innescò l’assalto all’ambasciata saudita a Teheran e da quel momento le relazioni diplomatiche fra i due Paesi sono azzerate. E mentre anche il ministro degli Esteri Zarif faceva eco al suo presidente e sottolineava come la stabilità regionale non può derivare solo dalle alleanze, ma necessita della forza della popolazione, Rohani è sceso nell’area energetica del Paese, la provincia del Kuzestan, per inaugurare un nuovo centro di smistamento del traffico ferroviario. Lì giungerà la rete ad alta velocità Teheran-Ahwaz, uno dei rami dei trasporti cui la leadership moderata ha puntato per rilanciare alcuni settori dell’economia interna (preventivo di spesa 82 milioni di dollari). Nel primo giro presidenziale impostato a conferma degli impegni economici del suo programma, è inserito anche una visita nei luoghi dove passerà l’oleodotto del West Karoun (3 miliardi di dollari il preventivo) che corre sul confine iracheno, zona insanguinata dalla guerra circa quarant’anni fa. Alle immagini dei martiri che riempiono le città iraniane, fanno da contraltare gli attuali progetti energetici: 2,5 miliardi l’oleodotto del Nord Azadegan e altri investimenti riguardanti distribuzioni di elettricità in aree decentrate. Devono confortare la fiducia dell’elettorato per sviluppo e lavoro e consolidarne l’amichevole sostegno. Mentre agli avversari esteri possono fare da monito proprio quei martiri, attorno a cui iraniani conservatori e riformisti s’inchinano e s’uniscono.

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